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commenti alla Parola della domenica e riflessioni

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XIV domenica tempo ordinario – anno A – 2020

img_8551Zc 9,9-10; Rom 8,9.11-13; Mt 11,25-30

“… a te viene il tuo re. Egli è giusto e vittorioso, umile, cavalca un asino”. Zaccaria, profeta del VI secolo invita a guardare al futuro di Israele. Dopo la drammatica esperienza dell’esilio si apre un tempo nuovo. Il suo sguardo si spinge ancor più lontano fondandosi sulle promesse di Dio. Il futuro sarà segnato da una presenza: il venire del messia. Il presente va letto allora quale tempo della benevolenza del Signore.

Il tempio sta per essere ricostruito, Gerusalemme ed altre città vengono riedificate: il popolo d’Israele disprezzato e oppresso può ora restaurare antiche rovine. Ma questo è segno di un’altra ricostruzione ancor più importante: una ricostruzione interiore, spirituale. Il tempo della prova apre una chiamata a scorgere che non sono da inseguire progetti di affermazione politica, ma la testimonianza della fede nel Dio dell’alleanza.

Zaccaria presenta l’urgenza di una rinascita spirituale a partire dai cuori e invita a gioire perché sta giungendo un re giusto e salvatore. La sua grandezza non sta nelle sue capacità ma nella fiducia solo in Dio. E’ un re mite: non viene con gli strumenti della violenza e della guerra ma disarmato, e così costruisce la pace. È a capo di una comunità di umili, i poveri di Jahweh, coloro che non hanno altre sicurezze, si appoggiano su Dio, in Lui ripongono la loro fiducia.

Il brano del vangelo riporta una preghiera di Gesù ed apre uno squarcio sulla preghiera di Gesù: per lui è innanzitutto dire grazie, è esperienza di gratitudine e gioia. E’ comunione con Dio l’Abbà. Gesù si lascia sorprendere ed è contento perché l’Abbà sceglie gli esclusi e quelli che non contano. Ringrazia così il Padre perché ha rivelato queste cose ai piccoli e ai poveri. Il vangelo che Gesù è venuto portare è bella notizia per i poveri. Sono loro che non hanno altri sostegni e scoprono che Dio prende le loro parti.

Gesù utilizza lo stile ebraico della preghiera: la benedizione, che è dire il bene e ringraziare Dioper come agisce; parla poi del suo rapporto come Figlio al Padre e della conoscenza tra il Padre e il Figlio; infine invita a seguirlo. E’ Gesù il messia mite e povero e chiede ai piccoli ‘prendete il mio giogo sopra di voi e imparate da me che sono mite e umile di cuore’.

E’ Gesù il ‘piccolo’ che vive nell’abbandono fiducioso al Padre. L’immagine del giogo era utilizzata dai maestri ebrei per parlare della legge (Sof 3,9); Gesù toglie ogni senso di pesantezza e di insopportabilità: ‘il mio giogo infatti è dolce e il mio carico leggero’. Incoraggia dicendo: ‘venite a me voi tutti che siete affaticati e oppressi’ – propone una via di incontro con il Padre nell’affidamento.

“Lo Spirito di Dio abita in voi” è il messaggio di Paolo alla comunità di Roma. E’ un annuncio che cambia la vita. Lo Spirito stesso non solo è donato ma abita dentro i cuori. C’è una presenza di Dio da accogliere e da riconoscere in tutti, oltre ogni pretesa di essere in qualche modo detentori esclusivi, perché lo Spirito soffia oltre ogni confine. Opera dello Spirito è dare respiro di vita. Nella risurrezione di Gesù e nella vita nuova di chiunque scopre questa sorgente di vita nell’interiorità.

Alessandro Cortesi op

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Ricostruzione

“Non è una parentesi”. E’ titolo che incuriosisce quello di questo libro da poco uscito (Non è una parentesi. Una rete di complici per assetati di novità, ed. Effata 2020), una raccolta di riflessioni attuate a partire da una richiesta del vescovo di Pinerolo Derio Olivero.  Di origini cuneesi, prete a Fossano e dal 2017 vescovo di Pinerolo è stato contagiato dal Covid nel mese di marzo. la malattia si è aggravata fino a rendersi necessario il ricovero nel reparto di terapia intensiva. E’ rimasto sospeso per giorni tra la vita e la morte. E’ uscito da quel tunnel accompagnato dalle cure di medici e infermieri ed è guarito. Per altri, per molti, per la medesima malattia in questo tempo c’è stata la morte. Si può comprendere che chi ha vissuto concretamente tale esperienza di prova, di stare tra vita e morte, maturi una sensibilità nuova.

Derio Olivero è convinto che non stata una parentesi. Il tempo dell’epidemia Covid è per lui un’esperienza che ha parlato e continua a parlare, con richieste pressanti per un cambiamento della nostra vita sociale.

“La pandemia ci ha messo di fronte a due dimensioni: l’imprevedibile e il tragico. Noi ci pensavamo al sicuro. Il virus ci ha messo di fronte ad una situazione inedita: l’imprevedibile ovvero non sapere come muoversi e reagire, e il tragico, ovvero la possibilità di morire. Il limite, la fragilità sono sempre presenti e la morte è nostra compagna. Questa non è stata dunque una parentesi ma un invito a modificare profondamente il nostro vivere”. (Intervista Il Covid non è una parentesi, ma un invito a modificare il nostro vivere, “Il Corriere della sera” – Torino 15 giugno 2020)

Nelle sue prime testimonianze dopo essere uscito dall’ospedale ha ricordato di aver vissuto una inattesa serenità nei momenti dell’isolamento e della crisi. Ricorda di aver chiaramente percepito come in lui rimanevano solo l’affidamento a Dio e le relazioni (intervista a “La Repubblica” 27 aprile 2020). La pandemia parla e urla proprio riguardo alle relazioni e chiede un nuovo modo di ricostruire rapporti tra le persone e i popoli:

“Il virus ci ha insegnato che il fratello e la sorella sono la nostra fortuna, non un peso ma un dono. Stare chiusi in casa o lottare contro una malattia, ci ha fatto comprendere che senza l’altro non c’è vita. L’altro ci manca come l’aria. Noi siamo relazione, dialogo, incontro. Non solo le relazioni familiari, ma con tutti gli uomini e le donne del mondo. Oggi abbiamo bisogno di un abbraccio fisico, di una relazione che ritrovi la corporeità, per questo sono necessari tempo, spazio e gesti. La dimensione virtuale e digitale ci ha permesso di rimanere uniti, ma dobbiamo fare un passo avanti”

La sua analisi scorge anche come questo tempo pone anche provocazioni al modo di vivere la fede, a come si attua l’esperienza di chiesa. Invita a superare forme di linguaggioe e di proposta dell’esperienza cristiana che si sono allontanate dal vangelo e non ascoltano le domande del vivere umano:

“Anche la nostra fede è andata in crisi, ci siamo resi conto che le parole del cristianesimo erano diventate logore. Di fronte all’imprevedibile e al tragico, come Chiesa, con l’eccezione di papa Francesco, siamo entrati in crisi. Si è pensato di più al rispetto delle norme, soffermandoci troppo poco sulle risposte da dare alle grandi domande antropologiche e spirituali che la pandemia ci ha posto”.

E’ chiaro per Derio che di fronte quanto questo tempo di prova ci ha portato non è possibile pensare di tornare alla situazione di prima, alla società e alla chiesa di prima. C’è una ricostruzione da attuare, che deve partire dalle fondamenta. Per questo invita a ricostruire, anzi «costruire sognando», una nuova società e una nuova chiesa, a partire non da modelli precostituiti o normativi, ma nella relazione con le vite delle persone, attuando così un ascolto nuovo del vangelo in questo tempo.

“Credo che la questione più importante sia la capacità di parlare alla concretezza della vita e non per dottrine e norme. Il cristianesimo deve entrare nelle esistenze degli uomini di oggi. Tutto questo si può fare tornando al vangelo, ma non semplicemente per rileggerlo ma cogliendone la sua portata vitale. La sfida è dunque interrogare le coscienze di ogni persona sulle grandi domande della vita”.

Alessandro Cortesi op

 

 

 

Domenica II di Pasqua – anno A – 2020

Ev9mmF8DhH_McZ5lakaQtAahGZm0AsSeQy6Jj9ZZ-4awEtxkiaqFQR1ixhMrOb3oIZ8SfR45Iqt99vucPNxrOo3adhs6iX7LehtOvkEFzDp4LuSqVvrd1Bk_I0YvrPdpO8JyyCL82AV8v8LcMiniatura dal codex aureus – Echternach (ca. 1030-50)

At 2,42-47; Sal 117; 1Pt 1,3-9; Gv 20,19-31

I racconti di incontro con Gesù dopo la Pasqua esigono di essere letti non come  resoconti cronachistici, ma come narrazioni che esprimono in termini narrativi l’esperienza pasquale dei discepoli, un’esperienza che sorge da un’irruzione inattesa e insperata (il darsi ad incontrare di Gesù) e che peraltro coinvolge in un cammino ineriore personale e collettivo di cambiamento e trasformazione nella fede.

Gesù viene in mezzo ai suoi discepoli ed è riconosciuto come il vivente. E’ sera. Il luogo è la sala in cui i discepoli hanno condiviso con Gesù la cena prima della sua passione. Sono elementi importanti e simbolici: la sera rinvia al buio che accompagna la passione, così pure alla sera della cena, alla memoria vicina del mangiare insieme e dei gesti di Gesù. Ora non c’è più l’intimità e l’amicizia ma la paura e la chiusura delle porte e dei cuori. Il luogo è chiuso e i cuori dei discepoli sono bloccati nel loro disorientamento.

In questo contesto – che parla di una condizione di assenza di prospettiva, di impreparazione e di impotenza – ‘Gesù venne’. Gesù risorto oltrepassa le porte e i cuori chiusi e irrompe inatteso, presenza che si fa vicina in modo totalmente nuovo, inedito, soprendente. Ogni motivo di paura è vinto. Anche la morte non ha più potere. In tutti i racconti di incontro con Gesù dopo la sua morte il suo venire è inatteso e l’iniziativa è sua. La sua presenza non è preparata né programmata. Il suo venire non è costruzione interiore di chi ha elaborato la sua morte, ma è un irrompere fonte di stupore e insieme nuovo percorso esistenziale che coinvolge la fede. Gesù venne e si fermò: il suo ‘venire’ particolare, oltre le barriere. Sta qui un richiamo alla Pasqua ebraica, che secondo la tradizione dell’Esodo fu celebrata dietro le porte segnate dal sangue degli agnelli.

Il suo primo saluto di Gesù è un saluto di pace. E’ il primo dono della Pasqua in stretto legame con le piaghe delle mani e del costato mostrate ai discepoli. Chi ‘venne’ non è un altro: è il crocifisso risorto, con i segni delle ferite nel suo corpo. Offrendo la pace fa un gesto di rivelazione: ‘mostra’ loro le ferite. Nel IV vangelo la pace è connessa alla passione e risurrezione di Gesù (14,27; 16,33; 20,19-26). Non è la pace del mondo, non elimina la morte e la sofferenza. E’ pace dono di Gesù: ‘Io ho vinto il mondo’ (Gv 16,33).

I discepoli ‘gioirono’. Il secondo dono della Pasqua di Gesù è la gioia. E’ una gioia che non dimentica la croce, ma che proprio nella croce legge il manifestarsi di un volto di Dio come amore che si dona. In questo sta la ‘gloria’ di Dio che si comunica sulla croce. Là dove c’è pace e gioia sono presenti i segni del Risorto e vi sono tracce per poterlo incontrare.

Gesù invia i suoi, li rende partecipi di una missione “Come il Padre ha mandato me, anch’io mando voi… alitò su di loro e disse: Ricevete lo Spirito santo; a chi rimetterete i peccati saranno rimessi e a chi non li rimetterete resteranno non rimessi”. I discepoli sono inviati a continuare l’opera di Gesù, il motivo della sua vita. Gesù dona lo Spirito: la prima comunità è trasformata: è accompagnata a superare la chiusura per portare il perdono di Cristo, dono dello Spirito. Gesù chiede ai suoi, a tutti insieme non solo a qualcuno, di continuare la sua missione, di essere presenza di riconciliazione. E’ lo Spirito il grande protagonista dell’esperienza della fede e della testimonianza che da Pasqua inizia.

Ciò apre a noi una visione di speranza e di fiducia: in ogni percorso umano in cui la pace è ricercata per superare conflitti, laddove c’è gioia che vince chiusure e distanze, laddove c’è opera di riconciliazione lì vi sono tracce della presenza del Risorto che ha consegnato il suo Spirito.

Alessandro Cortesi op

Taddeo Gaddi, armadio di s.croce,1335-40

Taddeo Gaddi, armadio della sacrestia di s.Croce, Galleria dell’Accademia Firenze 1335-40

Ricostruire comunità

Gesù stette in mezzo… La prima esperienza della Pasqua per i discepoli fu quella di una ricostituzione della comunità insieme attorno ad una presenza che raduna, raccoglie e genera comunione laddove c’era stata dispersione, paura, disorientamento, chiusura.

Ci si può chiedere se questa esperienza non possa essere luce per ciò che stiamo vivendo nella crisi globale della pandemia: la domanda che si pone nel momento in cui si affaccia la possibilità sperata di un ripartire dovrebbe far riflettere sul fatto che non si può ripartire come se nulla fosse accaduto. E sarebbe prezioso far tesoro di quanto tale emergenza ci sta insegnando.

Il futuro dovrà vedere un comune impegno per una ricostruzione di un con-vivere universale che abbia chiara la consapevolezza della dimensione comunitaria del nostro vivere. Il mondo si è rivelato in questo frangente come un mondo collegato: persone e popoli diversi siamo interrelati, tutte e tutti partecipi di una medesima vicenda dell’unica famiglia umana. Ed insieme parte dell’unica casa comune dell’ambiente naturale.

Questa epidemia si è caratterizzata nella sua aggressività e letalità per il fatto di essere una malattia collettiva. E questo dato, nella sua evidenza quasi elementare tuttavia ha posto in discussione le modalità in cui è stata impostata la stessa struttura della sanità. Una sanità pensata in modo individualizzato per operare di fronte alla malattia pensata come condizione individuale si è trovata in grave difficoltà laddove la malattia ha invece presentato i connotati di un evento pubblico e collettivo. E’ stata questa la differenza di reazione nei modelli di sanità dei diversi Paesi ed anche in diverse regioni italiane. Una struttura concepita in modo privatistico non solo per il taglio delle risorse alla struttura pubblica e al privilegio offerto negli anni alla dimensione privata ma anche per la modalità di approccio alla malattia stessa si è trovata pur con il suo alto livello di qualità di fronte ad un’incapacità e ad un limite (in particolare nel rapporto tra assistenza ospedaliera, cura sul territorio e strutture di assistenza sanitaria non ospedaliere). Pensare la salute nei termini collettivi e di interrelazione implica una considerazione e scelte conseguenti sul piano della costruzione di una sanità orientata non al singolo ma alla comunità senza discriminazioni, privilegi ed esclusioni. Questa è una sfida aperta a diversi livelli per un possibile futuro.

Quattro proposte concrete in questi giorni sono state sollevate nella prospettiva di pensare ad un futuro nei termini di una tessitura di più profondi legami di comunità tra le persone.

La prima viene dal card. Tagle che ha proposto l’annullamento del debito dei paesi poveri. Il tempo che viviamo richiede una soluzione straordinaria di fronte alla condizione dei popoli più poveri del pianeta. Così ha detto in una sua omelia del 29 marzo u.s. commentando il brano evangelico della risurrezione di Lazzaro e prendendo spunto dalle parole di Gesù che inviata slegare e liberare Lazzaro facendolo uscire dalla tomba:

“Facciamo appello ai paesi ricchi: in questo momento potete rimettere i debiti dei paesi poveri, perché possano usare le loro scarse risorse per sostenere le loro comunità, invece che pagare gli interessi che voi imponete ai paesi poveri? Potrebbe la crisi del coronavirus portare a un giubileo, alla remissione del debito, perché quanti si trovano nelle tombe dell’indebitamento possano trovare vita? Slegateli, liberateli. Un’altra tomba: molti paesi spendono tanto in armamenti, in armi, per la sicurezza nazionale. Possiamo fermare le guerre? Possiamo smettere di produrre armi? Possiamo uscire da queste tombe e spendere questo denaro per una vera sicurezza? Ora ci rendiamo conto che non abbiamo abbastanza maschere, mentre ci sono pallottole in abbondanza. Non abbiamo abbastanza ventilatori, ma abbiamo milioni di pesos, dollari, euro spesi in un solo aeroplano per attaccare. Possiamo avere un cessate il fuoco permanente, e nel nome dei poveri, liberare risorse per la vera sicurezza, l’educazione, l’abitazione, l’alimentazione?”

La seconda proposta viene da papa Francesco in una sua lettera indirizzata ai movimenti popolari del 12 aprile 2020. Così egli scrive: “So che siete stati esclusi dai benefici della globalizzazione. Non godete di quei piaceri superficiali che anestetizzano tante coscienze. Ciononostante ne dovete subire sempre i danni. I mali che affliggono tutti, vi colpiscono doppiamente. Molti di voi vivono alla giornata, senza alcun tipo di tutela legale a proteggervi. I venditori ambulanti, i riciclatori, i giostrai, i piccoli agricoltori, gli operai, i sarti, quanti svolgono attività di assistenza. Voi, lavoratori informali, indipendenti o dell’economia popolare, non avete un salario stabile per far fronte a questo momento… E le quarantene sono per voi insostenibili. Forse è giunto il momento di pensare a un salario universale che riconosca e dia dignità ai nobili e insostituibili lavori che svolgete; capace di garantire e trasformare in realtà questa parola d’ordine tanto umana e tanto cristiana: nessun lavoratore senza diritti. Vorrei anche invitarvi a pensare al “poi”, perché questa tormenta finirà e le sue gravi conseguenze già si sentono. Non siete degli sprovveduti, avete la cultura, la metodologia, ma soprattutto la saggezza che s’impasta con il lievito di sentire il dolore dell’altro come proprio. Pensiamo al progetto di sviluppo umano a cui aneliamo, incentrato sul protagonismo dei Popoli in tutta la loro diversità e sull’accesso universale a quelle tre T che voi difendete: tierra, techo y trabajo, terra, tetto e lavoro”.

Il papa propone in questo frangente una misura concreta quale un reddito universale che sia riconoscimento per chi lavora in tante forme che non consentono uno stipendio e che non ha riconosciuti diritti fondamentali nell’ottica che sia garantito per tutti accesso alla terra, ad una casa e al lavoro.

La terza proposta è la regolarizzazione di tutti gli immigrati che lavorano in Italia ma non hanno una situazione regolare. E’ idea sostenuta in questi giorni da Tito Boeri: “ora se vogliamo davvero liberarci di questo maledetto virus, dobbiamo, volenti o nolenti, regolarizzare gli immigrati illegali che vivono nel nostro Paese. Tutti. Non solo quelli che devono lavorare in agricoltura. E non per ragioni umanitarie, ma per una pura e semplice questione di controllo del territorio e di sopravvivenza (…) Gli immigrati irregolari sono ormai più di 650 mila dato che prima la paura dei populisti e poi i populisti in carne e ossa hanno impedito per più di 10 anni che arrivassero regolarmente le persone di cui le famiglie e le imprese italiane avevano bisogno” (Tito Boeri, Per liberarci dal virus dobbiamo regolarizzare gli immigrati, “La Repubblica” 16 arile 2020).

La quarta è una proposta a livello italiano promossa da un gruppo di personalità il 7 aprile u.s. e ripresa da Livia Turco, già ministra e parlametare, che individua la possibilità di istituire un servizio civile pubblico di cura obbligatorio per essere preparati a fronte di emergenze che toccano così profondamente la vita sociale e di fronte alle quali nulla serve un approccio di tipo militaristico, ma in cui risulterebbe assai proficua una preparazione di tipo civile.

“La pandemia ha dimostrato la necessità di grandi competenze per il bene comune. Di qui la proposta di rilanciare e ripensare il Servizio Civile come una forza nazionale giovanile con la missione di aiutare le fasce deboli della popolazione a fianco della Protezione Civile e di altre organizzazioni. Una forza dotata di una adeguata formazione. E costruita pensando anche alla fragilità del pianeta. In futuro altre emergenze economiche, ambientali e sanitarie saranno inevitabili. (…)non basta attribuire al meraviglioso volontariato, alla capacità di dedizione dei cittadini, alle organizzazioni del Terzo settore il compito di sollecitare in tale direzione. Bisogna mettere in discussione, scardinare, anche attraverso un dibattito pubblico, la scansione del tempo che caratterizza la nostra società e la considerazione pubblica riconosciuta ai vari lavori e alle forme di impegno sociale. Oggi abbiamo una scansione del tempo che considera la cura delle persone un tempo privato, il lavoro retribuito il tempo pubblico che fonda diritti e cittadinanza ed alimenta la nostra democrazia, il tempo della gratuità e del dono come tempo onorato e anche riconosciuto nella Costituzione nella sua funzione di sussidiarietà rispetto al pubblico e in talune leggi e politiche (La legge 328/2000 sulle politiche sociali con la pratica della co-progettazione e le recente riforma del Terzo Settore), ma confinato in un cono d’ombra affidato al buon cuore dei cittadini. Se, dunque, il tema cruciale oggi è promuovere la ‘comunità competente’ per la realizzazione dei beni comuni, il tempo della cura delle persone, il prendersi cura delle persone deve essere riconosciuto anche come tempo pubblico, ingrediente della democrazia e motore della cittadinanza. (…) Il Servizio Civile Universale e obbligatorio sarebbe una grande politica che aiuta la promozione delle competenze dei giovani nei beni comuni, a costruire concretamente la comunità e il welfare universalistico e comunitario”. (Livia Turco, Costruire la “comunità competente”. Sì all’obbligatorietà del servizio civile, “Avvenire” 16 aprile 2020).

Costruire comunità solidali è un orizzonte che ora più che mai si rende presente come chiamata di questo tempo.

Alessandro Cortesi op

Presentazione del Signore – anno A – 2020

Giovanni-Bellini-Presentazione-al-tempio 1474 Querini stampalia ca_JPG-media.Giovanni Bellini – Presentazione di Gesù al tempio – Galleria Querini Stampalia – Venezia

Ml 3,1-4; Eb 2,14-18; Lc 2,22-40

La prima presentazione che Luca narra nel suo vangelo è quella di Gesù ai pastori. Sono essi i primi ad accogliere l’invito ad andare e a trovare un segno: un bambino avvolto in fasce che giace in una mangiatoia. E’ la presentazione di Betlemme, fuori dall’albergo perché non c’era posto per Maria e Giuseppe che erano in cammino. Lontano dal tempio e dai luoghi del sacro. In questa prima presentazione sono i marginali, gli irregolari a lasciar posto nelle loro notti ad una voce di messaggeri che invita, ad una luce che squarcia il buio e li pone in cammino, in una ricerca di segni.

Luca in un secondo momento narra un’altra presentazione: questa volta nel cuore del tempio, a Gerusalemme, dove fa iniziare il suo vangelo, con l’episodio di Zaccaria e luogo dove Gesù compirà il suo cammino. Per poi iniziare un movimento che da Gerusalemme va verso i confini della terra. Nel cuore del tempio sono due persone avanti negli anni, Simeone e Anna ad accogliere Gesù. Maria e Giuseppe intendono adempiere le prescrizioni della legge. Ma nel tempio dove i poveri facevano le loro offerte secondo la legge qualcosa di particolare si compie. E’ un incontro tra una lunga attesa e il dono di una presenza. E’ il momento di arrivo di una lunga vita in cui è maturato uno sguardo capace di scrutare i segni. E’ il momento di una benedizione e di una lode che giunge da due vecchi che hanno mantenuto la capacità di sperare, di guardare oltre a loro stessi, di affidarsi ad una promessa a cui non venir meno. E’ un omento di fede che si apre a leggere la luce di Dio, la vicinanza di Dio nel volto inerme e umano di quel bambino, Gesù.

Simeone è descritto in queste parole: “uomo giusto e pio, che aspettava la consolazione d’Israele, e lo Spirito Santo era su di lui”. Uomo sensibile agli impulsi dello spirito. Anche quel giorno, mosso dallo Spirito giunse al tempio. Nel tempio, in un momento in cui si compiono gesti secondo prescrizioni della legge, la novità dello Spirito è presente negli occhi di un vecchio.  Accoglie tra le braccia il bambino e benedice Dio. La sua vita è stata una attesa e giorno dopo giorno ha continuato ad affidarsi alla promessa.

Ora in quel bambino scorge il punto di arrivo del suo percorso e la sua preghiera è ringraziamento e affidamento: “Ora lascia o Signore che il tuo servo, vada in pace secondo la tua parola… i miei occhi hanno visto la tua salvezza… preparata per tutti i popoli“. Simeone è un anziano, esempi di fedeltà e di uno stare davanti al Signore in modo semplice e generoso: non pretende nulla ma si affida ad una promessa che orienta tutta la sua vita e non viene meno.

I suoi occhi nel tempo si sono affinati nell’imparare a guardare i segni e proprio in quel bambino scorge la luce per i popoli e la risposta all’attesa di Israele. La salvezza che si fa vicina nella debolezza e fragilità di un bambino: ci vuole uno sguardo particolare per entrare in questo paradosso, per vedere una risposta alla sua lunga attesa.

Il suo nome Simeone significa ‘Dio ha ascoltato’ (dal verbo shamà ascoltare). Simeone, carico di anni, riconosce che Dio ha ascoltato la sua attesa. La sua esistenza è un cammino di fede semplice, senza particolari caratteri se non la capacità di stare fermo nell’attendere. Non pieno di qualcosa proveniente da se stesso, ma aperto ad un dono di Dio capace di assecondare le spinte dello Spirito. E i suoi occhi sono resi trasparenti per vedere una salvezza non solo per sé ma per tutti, per Israele, per i popoli. Sono occhi che sanno guardare lontano.

Anna è profetessa: Anna nel suo nome rinvia al ‘dono’ (significa graziosa, benedetta). anche lei è donna che ha percorso tante fatiche in anni carichi di vita. Anche lei attende solo consolazione per tutto il popolo. Anche lei è mossa dallo Spirito e ‘si mise a lodare Dio e parlava del bambino…’. In quei gesti e in quelle parole si manifesta il suo saper riconoscere il dono di Dio che si fa vicino in un bambino.

Simeone e Anna sono i primi tra quei credenti provenienti dal popolo di Israele che sono i poveri di JHWH, persone che non hanno altre sicurezze ma sanno affidarsi. Non tengono Gesù per se stessi, ma riconoscono in lui una luce che è per tutti i popoli. Annunciano quel bambino come salvatore. La luce del volto di Gesù, che comunica un Dio vicino che si china sulla nostra debolezza e la prende insieme, ha tolto loro ogni paura: ogni paura della vita ed anche l’ultima paura quella della morte. Nei loro occhi rimane quella luce che rimane anche nel passare l’ultima linea d’ombra.

Alessandro Cortesi op

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Invochiamo pace su Gerusalemme

Trump, l’attacco del secolo al diritto internazionale. Questo il titolo di un articolo di Michele Giorgio de “Il Manifesto” riportato nel sito “Nenanews” sul piano di Trump per risolvere il conflitto israelo-palestinese. Il 28 gennaio us il presidente USA ha presentato pubblicamente quello che ha definito ‘Accordo del Secolo’. E’ un piano di fatto elaborato dal suo genero, Jared Kushner, che avrebbe la pretesa di essere un piano di pace ma che contiene tutte le premesse per essere un appoggio a Netanyahu e un regalo alla destra israeliana in vista delle prossime elezioni.

Viene annunciato come un ‘accordo’ ma è un piano elaborato in modo unilaterale senza tener conto delle richieste dei palestinesi e manifestando una logica di umiliazione di questo popolo e delle sue legittime attese.

“…l’Accordo del secolo (…) a conti fatti è solo la negazione del diritto internazionale e del principio sancito dalle Nazioni Unite dell’uguaglianza dei popoli e del loro diritto alla libertà e alla dignità. Con il premier israeliano Netanyahu al suo fianco, Trump ieri a Washington ha delineato la soluzione con cui gli Stati uniti assegnano in via ufficiale – perché sul terreno è già così dal 1967 – quasi tutto il territorio della Palestina storica a Israele. Ad eccezione di qualche frammento di terra entro i quali il presidente americano prevedono la nascita di uno Stato palestinese senza sovranità, senza controllo del suo spazio aereo e dei suoi confini (di fatto non avrà confini) che di fatto sarà sotto il controllo di Israele. Trump ai palestinesi offre una serie bantustan in Cisgiordania e la Striscia di Gaza – collegati da una combinazione di strade e tunnel – che saranno chiamati «Stato di Palestina»” (ibid.).

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Trump ha pubblicato in un suo tweet la mappa della nuova divisione territoriale. Appare come ad Israele venga riconosciuta sovranità su tutti gli insediamenti della West Bank – cioè su quei territori conquistati con la guerra del 1967 e militarmente occupati in aperta violazione della convenzione di Ginevra – e su tutta la Valle del Giordano. Il territorio dello Stato palestinese verrebbe quindi scorporato in due grandi parti e spezzettato con punti di collegamento previsti per mezzo di tunnel e ponti. Di fatto tale condizione presenta il progetto di una serie di territori frammentati e disseminati in Cisgiordania e nella Striscia di Gaza collegati tra loro e sottoposti ad uno stretto controllo da parte israeliana. Ne deriva la previsione di uno Stato palestinese riconosciuto sì come tale, ma senza sovranità e di fatto sottoposto al controllo di Israele.

Nel discorso di Trump Gerusalemme è stata ripetutamente indicata come capitale indivisibile di Israele. Viene altresì riconosciuta la sovranità israeliana sul Golan siriano occupato illegalmente nel 1967 e sulle colonie – illegali secondo il diritto internazionale – con la promessa che non vi saranno spostamenti degli israeliani che vi si sono installati sinora.

“Trump afferma che il suo piano contiene una mappa, in basa alla quale l’estensione territoriale dell’Autonomia palestinese come è attualmente codificata dagli accordi di Oslo del 1993, sarebbe addirittura raddoppiata. Ma si tratta di una fandonia, una delle tante che volano questa sera tra le sete e gli stucchi del salone della East Wing della Casa Bianca, dove un presidente sotto procedura di impeachment e bisognoso dell’appoggio delle sette evangeliche, più a destra della destra israeliana, colma un primo ministro israeliano da oggi formalmente imputato di gravi reati, di doni da presentare alla vigilia delle elezioni del 2 marzo come successi personali” (Alberto Stabile, La tragica farsa dell’Accordo del Secolo, “La Repubblica” 28 gennaio 2020).

Trump ha indicato che la capitale dello Stato palestinese sarebbe nei sobborghi est di Gerusalemme e verrebbe assicurato il diritto di pregare nella Città Santa nel rispetto dello status quo attuale, ma non è prevista alcuna sovranità su Gerusalemme. La città invece è indicata nel piano come unica capitale indivisa dello Stato d’Israele, situazione già affermata con il trasferimento dell’ambasciata Usa a Gerusalemme.

Trump con questo annuncio manifesta “la totale indifferenza per il diritto internazionale, il disinteresse – se non il fastidio – per le rivendicazioni palestinesi e per il diritto al ritorno, nemmeno citato, e l’abnegazione all’agenda israeliana. Li ha elencati lui stesso i regali a Tel Aviv: “Il trasferimento dell’ambasciata a Gerusalemme, il riconoscimento del Golan e più di tutto l’uscita dall’accordo sul nucleare iraniano” (M.Giorgio, cit.).

La reazione da parte da palestinese a questo accordo che di fatto è un diktat e cela un inganno ai danni del popolo palestinese è stata di opposizione e protesta. Abu Mazen, presidente dell’Autorità Nazionale Palestinese si è rifiutato di ricevere il testo del documento e ha chiesto la convocazione della Lega araba. Ma gli appelli dei palestinesi ai Paesi arabi e all’Europa a rifiutare il piano americano, denunciandone la decisione unilaterale e la logica di inganno sottesa, per ora rimangono inascoltati.

La preghiera del vecchio Simeone, anziano cercatore di luce, capace di leggere i segni, è invocazione da ripetere oggi proprio nelle contraddizioni e nel buio di questo presente, ricordando Gerusalemme, pregando per la pace, per una pace che respiri di giustizia e diritto, sogno di Dio per tutti i popoli, che tanta opposizione e falsità trova oggi proprio nella terra che ha visto la luce della presenza di Gesù.

Alessandro Cortesi op

Per approfondire: Duccio Facchini, Il ‘futuro sempre più oscuro’ per i territori palestinesi. Dove l’occupazione è divenuta annessione. Intervista a Michael Lynk, Relatore speciale delle Nazioni Unite sulla situazione dei diritti umani nei Territori palestinesi occupati dal 1967, in “Altreconomia” 1 ottobre 2019, consultabile a questo link

VI domenica di Pasqua – anno C – 2019

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“In quei giorni alcuni venuti dalla Giudea, insegnavano ai fratelli questa dottrina: ‘se non vi fate circoncidere secondo l’uso di Mosè non potete essere salvi’. Poiché Paolo e Barnaba si opponevano risolutamente e discutevano animatamente contro costoro, fu stabilito che Paolo e Barnaba e alcuni di loro andassero a Gerusalemme dagli apostoli e dagli anziani per tale questione”.

La questione di cui si tratta riguarda un modo di pensare l’essere discepoli di Cristo. Secondo alcuni era necessario osservare le prescrizioni della legge giudaica: ‘se non fate questo… non siete salvi’. Era questa la posizione di chi rinchiudeva l’annuncio di Gesù nelle forme religiose di una legge. Per contro Paolo vedeva nell’esigere la circoncisione uno svuotamento del messaggio stesso di Cristo. La salvezza è radicalmente dono, non si realizza in base ad un’appartenenza o per l’osservanza di una legge, ma va accolta come evento di grazia di Dio che suscita la fede.

Paolo e Barnaba reagiscono affermando innanzitutto che la salvezza non dipende dall’uomo, da un’osservanza di una legge sia pure religiosa, ma è dono gratuito. Non sono richieste condizioni previe. L’agire di Dio in Cristo è al primo posto, e precede. Tutte le forme religiose rischiano di prendere il posto di questa azione di Dio.

Gesù era rimasto all’interno della tradizione ebraica. A lui non si era posto il problema del venir meno alle prescrizioni della legge. Certamente nei vangeli si trovano tracce dell’affermazione di Gesù che l’uomo è più importante del sabato e la polemica contro un’osservanza che svuota il senso profondo della legge (Mc 7,8-13.20-21).  Compaiono anche  alcune figure di pagani: Gesù risponde all’insistenza delle loro richieste riconoscendone la fede – come con la donna sirofenicia (Mc 7,24-30). Tuttavia per Gesù non si pose il problema del superamento delle osservanze giudaiche, ma sul suo sguardo di apertura e misericordia si fondano i passaggi successivi.

Alle prime comunità si presenta una situazione nuova nel sorgere di contatti nuovi con i pagani. Nel confronto con tale novità sorge una domanda inedita. E ne scaturisce l’esigenza di una decisione all’interno della prima chiesa. L’incontro è il luogo in cui si fa strada – per impulso dello Spirito – una comprensione più profonda delle esigenze del vangelo. Gli apostoli ritornano così al cuore dell’annuncio di Gesù: il regno di Dio è già in atto già nella storia e non si lega ad un tempio, ad una classe di sacerdoti, ad una terra particolare, ma è apertura all’Alterità di Dio, al suo amore per tutti, reso visibile nella vicenda di Gesù. In base a tale riferimenti nel dibattito si delinea una scelta di novità: era una rinuncia rispetto a ciò che sembrava essenziale – l’osservanza della legge giudaica – ma che essenziale non era rispetto alla gratuità della salvezza. E’ orientamento che si fa strada nell’incontro nelle case dei pagani (cfr. At 8; 10) e nell’esperienza dell’agire dello Spirito oltre i confini.

A Gerusalemme si attua così un passaggio decisivo agli inizi dell’esperienza cristiana. Cresce la comprensione della Parola di Dio, la tradizione cresce nell’esperienza di tutto il popolo di Dio, insieme: si attua non come ripetizione meccanica di quanto Gesù ha vissuto (anche perché impossibile), ma una attuazione sempre nuova della Parola che Gesù ha comunicato.

Di fronte alle nuove sfide oggi, nell’epoca del pluralismo, nell’incontro con gli ‘altri’, non credenti o credenti di altre religioni, le chiese cristiane sono chiamate a lasciare qualcosa che sembra essenziale, a rinunciare a forme di esclusivismo e di chiusura, a rivedere profondamente forme culturali e religiose talvolta scambiate per il vangelo.

Gesù promette il Consolatore, una presenza che si caratterizza per due azioni: il ricordare e l’insegnare – al futuro. “Il Consolatore, lo Spirito Santo che il Padre manderà nel mio nome, egli vi insegnerà ogni cosa e vi ricorderà tutto ciò che io vi ho detto”.

Riscoprire la presenza dello Spirito nel tempo della chiesa è esigenza mai conclusa. L’ascolto della Parola di Dio fa vivere non da prigionieri della paura o della legge, ma capaci di vivere la novità e la gioia per liberarsi continuamente dai templi di ogni potere e dalla schiavitù di ogni religione per aprirsi all’ospitalità verso l’altro.

Alessandro Cortesi op

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Fedeltà allo Spirito

Fedeltà allo Spirito è coraggio di non stare zitti di fronte alla disumanità.

“Non più zitti di fronte a sparate di un sempre più arrogante Ministro. No a chi si appropria dei segni sacri per smerciare proprie vedute disumane, antistoriche, opposte a messaggio evangelico. Chi è con lui non può dirsi cristiano perché ha rinnegato comandamento dell’amore» E’ questo il testo di un tweet – a cui associarsi – di Domenico Mogavero vescovo di Mazara del Vallo. Non è la sua l’unica voce che si è levata indignata a fronte dell’arroganza e della strumentalizzazione di simboli religiosi a scopi propagandistici effettuata da un politico cinico che trascorre il suo tempo a fare comizi trascurando il lavoro a cui dovrebbe rispondere e che nei suoi gesti dimostra spregio nei confronti delle vite umane atteggiandosi da bullo con i più deboli e seminando un quadro falsato della realtà per innescare i sentimenti di paura e illusione di soluzioni facili, immediate ai duri problemi del presente.

“Ci indigna profondamente l’utilizzo strumentale del rosario, baciato sabato scorso in piazza Duomo a Milano dal ministro dell’interno, chiedendo voti alla Madonna” è il commento dei missionari comboniani d’Italia, dopo che il ministro degli Interni dal palco di un comizio elettorale si è presentato con un rosario in mano. I missionari comboniani scrivono: “Noi siamo schierati. Portiamo nel cuore il Vangelo che si fa strada con le Afriche della storia. Che non scende a compromessi e strategie di marketing. Né elettorali né di svendita becera dei piccoli in nome del denaro. Ci rivolta dentro il richiamo ai papi del passato per farne strumento della strategia fascista dell’esclusione degli ultimi. Di chi bussa alle nostre porte chiedendo di aprire i porti. Come la nave Sea Watch di queste ore. Nave che accoglie chi scappa da mondi inquinati dai gas serra della nostra sete di materie prime per mantenere uno stile di vita sempre più insostenibile. Che pesa sulle spalle degli impoveriti”.

“Ci ripugna il richiamo alla vittoria elettorale in nome della madre di Gesù di Nazareth che cammina con gli ‘scarti’ del mondo per innalzare gli umili. Sempre dalla parte dei perdenti della globalizzazione dei profitti. La carne di Cristo sulla terra. ‘Ero forestiero e mi avete accolto‘ (Mt 25,35). Ci aggredisce l’arroganza d’invitare la gente a reagire durante le celebrazioni in chiesa di fronte ai preti che predicano ‘porti aperti’. Dettando legge in nome dei vescovi”.

“Il rosario è segno della tenerezza di Dio e viene macchiato dal sangue dei migranti che ancora muoiono nel Mediterraneo: 60 la settimana scorsa, nel silenzio dell’indifferenza dei caini del mondo”.

“Ci dà coraggio e ci fa resistere contro questa onda di disprezzo e disumanità, condividere il sogno di Dio: ridestare la speranza tra la gente che un mondo radicalmente altro, interculturale, aperto, inclusivo e solidale è urgente e dipende da ognuno di noi. Da chi non tace e, con la determinazione della non-violenza del Vangelo, grida con la sua vita che non ci sta con il razzismo dilagante di chi vuole stravolgere l’immagine vera del Dio della vita. I missionari comboniani ci sono. Alzano la voce. Scendono in strada, non fanno calcoli e stanno da una parte precisa. Quella degli oppressi da un’economia che uccide. Prima e sempre”

Una reazione esplicita di indignazione, di presa di distanza e di critica a politiche segnate da attitudini di violazioni della Costituzione e di disumanità è da condividere ed è più che mai urgente in un momento che prepara decisioni rilevanti per il futuro dell’Europa.

Alessandro Cortesi op

 

 

 

VI domenica di Pasqua – anno B – 2018

Versione 2At 10,1-48; 1Gv 4,7-10; Gv 15,9-17

“Pietro stava ancora dicendo queste cose, quando lo Spirito Santo scese sopra tutti coloro che ascoltavano il discorso. E i fedeli circoncisi, che erano venuti con Pietro, si meravigliarono che anche sopra i pagani si effondesse il dono dello Spirito Santo”

Non di conversione di Cornelio si tratta. Piuttosto di conversione di Pietro. Ed è provocazione anche per noi ad un cambiamento di orizzonte per il nostro credere.

Un racconto affascinante è situato nel libro degli Atti, là dove l’attenzione si focalizza sul cammino di Pietro: narra di un cambiamento e di un’apertura e respira di quell’aria nuova che entra da finestre spalancate. Dove soffia lo Spirito.

Tutto inizia con due visioni in due luoghi diversi. A Cesarea, Cornelio, ufficiale dell’esercito romano, uomo religioso è spinto ad inviare suoi uomini per invitare a casa sua un certo Simone. Anche Simone (Pietro) a Giaffa ha una visione: una grande tovaglia ripiena di ogni genere di cibi gli è presentata innanzi con tanti cibi: “Non devi considerare impuro quello che Dio ha dichiarato puro”. Mentre cercava di capire il significato di quel sogno – segno di una chiamata di Dio ad uscire dai suoi schemi religiosi – giungoro gli inviati da parte di Cornelio. Pietro accoglie, pur con qualche resistenza, l’invito e li fa entrare e li ospita. E’ lo Spirito che ha spinto Cornelio ed è lo Spirito che invia Pietro: ‘alzati e và con loro senza paura, perché li ho mandati io da te’. E’ lo Spirito che apre ad ospitare l’altro nella propria casa.

Così Pietro si reca a Cesarea ed entra nella casa di un pagano. Qui la sua vita si apre ad una scoperta nuova. Cornelio lo accoglie andandogli incontro. Pietro si lascia prendere dalla novità di Dio: in quell’esperienza d’incontro lo ha infatti accompagnato ad un nuovo modo di concepire la vita: non si deve evitare nessun uomo come impuro. In ogni volto che vive la ricerca e l’incontro c’è un messaggio di Dio stesso.

Pietro parla così di Gesù e lo Spirito scende. L’intera vicenda è guidata dallo Spirito. Negli incontri ordinari è all’opera lo Spirito santo, per vie non programmabili e non racchiudibili entro schemi prefissati. Discepolo è chi si mette in ascolto di ciò che lo Spirito suggerisce. Dio non fa preferenze, non genera esclusioni, il suo progetto non è quello di appartenenze religiose che tengono fuori.

L’episodio è così il racconto di due cambiamenti. C’è quello di Cornelio che scopre Gesù scorgendo nel suo cammino umano il dono di Dio, già presente nella sua ricerca e nella sua vita. E c’è quello di Pietro. La sua conversione è esempio di una chiamata continua per la chiesa stessa. Nell’andare incontro, nel dialogare, nel superare la distanza e la diffidenza, si può scoprire l’agire dello Spirito che sempre precede, spinge ad uscire, fa scoprire l’ospitalità da offrire e ricevere. L’annuncio del vangelo non può essere racchiuso entro confini di privilegi né in una religione fatta di prescrizioni e di decreti. Tra queste conversioni si situa il nostro cammino anche oggi.

‘Vi ho chiamati amici’. E’ l’ultima parola che Gesù lascia ai suoi. Quasi una definizione di cosa vorrebbe per la sua comunità: una comunità dove l’amicizia sia possibile, dono e quotidianità. L’amicizia è andare oltre i confini, uscire dai territori stabiliti, di appartenenze a gruppi, a popoli, a culture determinate, a religioni che si fanno sistemi che rinchiudono. Amicizia è parola che evoca percorsi aperti, un guardare gli altri non dal piedistallo di una pretesa superiorità, ma lo scendere da cavallo, da prestigio e potere per guardare negli occhi e riconoscersi specchiati nello sguardo dell’altro, inermi e partecipi del medesimo destino, con ele medesime domande nel cuore. Amicizia è non progettare una società di padroni e servi, ma relazioni in cui vi è riconoscimento e comprensione. Amico è parola che accoglie e costruisce intimità, conoscenza di chi comprende fragilità e fatiche. Gesù chiama i suoi con la parola impegnativa ‘amici’ e chiede loro di uscire dalla mentalità dei servi, per camminare nella libertà di chi si sa accolto.

Alessandro Cortesi op

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Amicizia

Una poesia di don Angelo Casati, a cocnlusione di una intensa meditazione sull’amicizia, è invito a scorgere i volti degli amici come terra sacra. Quei volti recano in se stessi anche un motivo per sperare, per procedere nel cammino. Amicizia è nostalgia presente nei cuori, ed è esperienza umana che fa intravedere luce. E’ come fessura attraverso cui passa ciò che pur rimane nascosto, dentro e sempre oltre. L’esperienza degli amici è racconto nella condivisione e nel tempo, dell’incontro con il maestro che chiamava i suoi ‘amici’. I volti degli amici non sono i volti noti e famosi, nemmeno possono essere quelli innumerevoli accumulati nelle reti ‘social’ dove ‘amicizia’ diventa parola svuotata e banale. Sono invece i volti familiari, quelli concreti, che attraversano il tempo della vita, che popolano le giornate ordinarie di chi fatica, ama, lavora e soffre, di chi si lascia abitare dai sentimenti dei semplici.

I volti degli amici
sono come Terra Promessa:
pochi metri
di zolla nera e feconda
che conosco palmo a palmo,
come il ramificarsi
delle vene su una mano.

I volti dei miei amici
sono come lo specchio del tempo.
Li interrogo in silenzio la sera:
negli occhi s’è fissata
e ancora vive, tutta,
l’avventura di un giorno:
ancora inseguono
scomode immagini,
come mozziconi
che nessuno osa spegnere
in ceneri di indifferenza.
Dilaga nella piega
degli occhi
la lotta dei disperati,
l’amore dei folli,
questo nostro sperare
contro ogni speranza.

Sui volti dei miei amici
ripercorro ogni giorno
il sentiero inquieto
delle nostre domande
senza risposta.

Unica certezza
-tra sabbie e deserti
di scelte provvisorie-
il Cristo Presenza e Assenza,
vicino come la carne
di uno sposo,
e atteso nella notte
con fiaccole
che faticano al vento
quasi fossero
sul punto di morire.

E noi, amici?
Noi chiamati
a rischiare la notte,
a decidere al buio
-quando fioca è la luce-
per un cammino o per l’altro.
Perché non parli, o Signore?

Nostra nuova condizione
è non sapere e sperare
contro ogni speranza.
Volti dei miei amici
volti senza presunzione,
immagine
della speranza dei folli.
Volti dei miei amici,
la terra del domani. 

(Angelo Casati)

II domenica di Pasqua – anno B – 2018

immagine TommasoAt 4,32-35; 1Gv 5,1-6; Gv 20,19-31

La pagina degli Atti degli apostoli descrive lo stile di una vita comune radicata sul vangelo: la fede nel Cristo risorto genera una vita nuova. Da qui la condivisione dei beni, la fraternità e la testimonianza comune: “La moltitudine di coloro che erano venuti alla fede aveva un cuore solo ed un’anima sola e nessuno diceva sua proprietà quello che gli apparteneva, ma ogni cosa era fra loro comune… Nessuno infatti tra loro era bisognoso, perché quanti possedevano campi o case li vendevano”. Il centro pulsante da cui sgorga la vita di questa comunità è la risurrezione di Gesù: “Con grande forza gli apostoli rendevano testimonianza della risurrezione del Signore Gesù”.

“Beati quelli che, pur non avendo visto crederanno”. Il IV vangelo presenta un itinerario del credere: Tommaso è testimone di questo itinerario e il suo profilo ritrae quello di ogni discepolo chiamato ad un cammino mai concluso. Tommaso è spinto infatti a passare da un rapporto con Gesù che esige evidenze, fondato sui segni ad un vedere nuovo al credere che si affida. E’ passaggio al credere in rapporto a Gesù risorto.

Gesù si dà ad incontrare vivente ai suoi discepoli dopo la sua morte: si presenta rompendo una condizione di chiusura e di paura. Nell’offrire una narrazione di tale esperienza il IV vangelo insiste su due aspetti: Gesù Risorto, che si presenta in mezzo a loro, portando pace e donando lo Spirito è il medesimo Gesù di prima, è colui che è passato attraverso la sofferenza e la morte. La condizione nuova di vita non elimina la passione e la morte: “…mostrò loro le mani e il costato”. Sulle mani e il costato stanno i segni delle ferite. Gesù accompagna ad incontrarlo nel tener conto di tutto il suo cammino.

Ora si presenta in una condizione nuova: è il medesimo ma la sua presenza non è più come quella di prima. Ora l’incontro con lui diviene possibile in un modo nuovo. Gesù accompagna ancora con pazienza al passaggio del credere: reca ai discepoli i suoi doni, la pace, lo Spirito. Fa sorgere una gioia profonda nel cuore: l’incontro con lui sarà vissuto nell’accogliere la missione che lui affida.

Gesù è quindi il medesimo che ha percorso le strade della Palestina, che ha incontrato i suoi e ha annunciato il regno di Dio, morendo sulla croce, e nello stesso tempo egli è diverso, è il Risorto, e fa entrare i suoi in una nuova comunione con lui.

E’ dato un nuovo dono, lo Spirito: sul primo uomo Adamo Dio aveva alitato un soffio di vita (Gn 2,7), ora il soffiare di Gesù sugli apostoli è dono dello Spirito che sgorga dalla Pasqua: il IV vangelo suggerisce così che una nuova creazione che ha inizio. Sulla croce l’ultimo respiro di Gesù è consegna dello Spirito Santo (Gv 19,30: Ed egli chinato il capo donò lo Spirito). Lo Spirito è donato per continuare l’opera di Gesù di riconciliazione e perdono.

“Come il Padre ha mandato me così anch’io mando voi”: l’invio degli apostoli ha le sue radici nella missione del Figlio da parte del Padre, affonda le sue origini nel mistero della vita trinitaria e vive nel soffio dello Spirito quale dono della Pasqua. ‘come il Padre, così…’ non è indicazione di un esempio da imitare ma indica che solo radicandosi nella vita d Gesù si trova forza per poter essere testimoni: la missione del Padre è al centro e genera l’invio degli apostoli/inviati ad essere continuatori dell’opera di salvezza di Cristo.

“Molti altri segni fece Gesù in presenza dei suoi discepoli, ma non sono stati scritti in questo libro. Questi sono stati scritti, perché crediate che Gesù è il Cristo e perché, credendo, abbiate la vita nel suo nome”. In queste parole è racchiuso il senso dell’intero IV vangelo: un invito e aiuto per ‘continuare a credere’. Il percorso del credere è orientato ad avere la vita inserita nel dono della comunione del Padre e del Figlio.

Alessandro Cortesi op

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Papaveri

Ancora la primavera quest’anno è timida, raggelata da recenti nevicate e improvvisi sbalzi di temperature, da giornate di pioggia e vento che sbatacchiano le esili gemme e i fiori sbocciati quando la luce del sole è riuscita a bucare le nubi e la terra ha comunicato il calore accolto. A breve appariranno in luoghi spesso insoliti i papaveri. E si affacceranno sui cigli delle strade, nelle fessure dei muri a secco lungo i sentieri, nelle massicciate delle ferrovie, sfidando con una esile forza le folate d’aria, le intemperie, con i petali quasi di esile carta stropicciata.

I papaveri con il loor colore rosso fuoco sono un fragile ricordo e rinvio allo Spirito che soffia nella creazione. Sono richiamo al colore acceso che interrompe il verde come fiammella di fuoco vivo e si affaccia al primo ingiallire di campi di grano che maturano. Sono annuncio di pentecoste come soffio dello Spirito che comunica forza di vita.

Il Cristo dei papaveri è una raccolta di gemme poetiche di Christian Bobin, parole di un dialogo essenziale con il Tu vivente del risorto “novantanove scaglie scintillanti di luce. Scendono come balsamo sul cuore umano. Quasi iridescenti riflessi del nome di Dio. Baluginano lievemente sulla porta dell’anima. Lasciano a ciascuno di aprire l’intimità nascosta” (dall’Introduzione di F.G.Brambilla).

Ecco qui alcuni di questi lampi poetici in cui è suggerito uno sguardo a Cristo, nel dialogo, senza pretese di comprendere e spiegare ma nell’abbandono dello stupore. E’ paorla di poesia che si lascia colpire dall’inatteso, dal fragile, sul ciglio della via, lasciandosi prendere dal canto della debolezza, dall’esilità dei papaveri che parlano di gratuità in un mondo distratto e di ipocrisia:

Dio è tanto fragile quanto questi papaveri che gli uomini, per il loro profitto, vogliono strappare dalla terra (LXVI)

Quando ero invitato da qualche parte, io non entravo in casa: entravo negli occhi delle persone. Non vedevo il resto (XII)

Tu sei contagioso come il fuoco dei papaveri che tracciano una strada per il contrabbandiere nel sonno dorato del grano (XXXIX)

Ho visto un giorno un vecchio orologio fermo, ripartire da solo, e ho compreso, ho intuito che tu non smetterai di vivere con la mia morte (L)

E che i nostri cuori si aprano ogni giorno alla freschezza e allo sfavillio dei papaveri (LXIII)

A queste fragili macchie rosse, a queste lacrime di vita che nessuno provoca e che crescono tuttavia, imprevedibili, nel bel mezzo dei campi, nel bel mezzo dei giorni, dei nostri giorni (LXIV)

Poiché tu esisti, persino nei luoghi lontani, come quel rosso vivo nelle messi sobrie, intravisto da una strada tu li inquieti (LXV)

Nell’istante terribile in cui non c’è più niente da credere o da sperare – non più aria né porte – tu sorgi (LXXX)

Hanno fatto di te un’immagine, hanno fatto di te un idolo, hanno fatto di te una Chiesa. Io invece, faccio di te un papavero, il minuscolo stendardo dell’eterno, che fiorisce inaspettatamente e stupisce (XCIII). (da Christian Bobin, Il Cristo dei papaveri, La Scuola Morcelliana 2017)

Alessandro Cortesi op

XV domenica tempo ordinario – anno A – 2017

IMG_2469.JPG(Kris Martin – Water – 2012 – Installazione artistica – nartece s.Sabina Roma –  gennaio 2017 – una serie di recipienti d’acqua di diverse forme, materiali e dimensioni riempiti ciascuno secondo la propria misura)

“Nel nartece di santa Sabina, ‘Water’ stupisce i visitatori. Questi contenitori sistemati i maniera casuale da Kris Martin racchiudono il loro volume d’acqua. Mentre all’altro lato della piazza l’acqua scorre giorno e notte, ogni giorno dell’anno senza interruzione, dalla fontana pubblica, qui essa è conservata preziosamente in piccole quantità in vasi di ceramica, metallo e vetro. Un tale contrasto tra abbondanza e rarità si può, mutatis mutandis, rapportare alla situazione idrologica del nostro pianeta blu. Mentre certe regioni della terra godono di abbondanza d’acqua altre sofforno di una carenza crudele del liquido prezioso: le conseguenze di questo squilibrio sono enormi  (…)

Il nartece era il luogo del limitare della chiesa dal quale i catecumeni che si preparavano al battesimo, e i penitenti seguivano le funzioni che si svolgevano nella chiesa (…)

Come i catecumeni, i vasi di Kris Martin sono anch’essi nell’attesa. aspettano di poter servire, di placare una sete, d lavare un abito. Essi hanno bisogno, per fare questo, di una mano d’uomo o di donna che li porterà per versare il loro contenuto, come l’uomo ha bisogno di un intervento umano per poter scoprire la fede, che non si trasmette che per testimonianza” (Dal catalogo ‘Auguri’ Mostra d’arte contemporanea Roma s.Sabina 23 nov 2016 – 24 gen 2017 commento di Alain Arnould op) 

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IMG_2466.JPGIs 55,10-11, Rom 8,18-23; Mt 13,1-23

La pioggia che scende dal cielo porta vita e dove giunge arreca ristoro e fa fiorire anche il deserto. Dall’incontro dell’acqua con la terra sorge una realtà nuova. L’acqua è elemento essenziale per la vita. Isaia si riferisce alla pioggia come metafora della parola di Dio: anch’essa viene dall’alto e genera una trasformazione che porta al nutrimento per gli uomini. “Come la pioggia scende dal cielo e non vi ritorna senza aver irrigato la terra, senza averla fecondata e fatta germogliare perché dia seme al seminatore e pane da mangiare, così sarà della parola uscita dalla mia bocca” (Is 55,10)

La pioggia è dono di un Dio i cui pensieri sono distanti dai nostri pensieri: i suoi pensieri sono infatti riflessi nella corrente di vita che l’acqua reca con sé. Sono pensieri di dono, di possibilità di vita e felicità per tutti, di gratuità che non fa differenze ed esclusioni. Come lo scendere della pioggia è dono abbondante, diffuso, così la parola irriga ovunque.

L’acqua incontra la terra dove sono presenti semi che attendono di poter germogliare: c’è una realtà in attesa di esser fecondata, ed una promessa di vita. L’acqua che scende non distrugge ma porta forza di fecondità e rimane totalmente dono.

La pioggia fa riferimento alla Parola di Dio come dono di vita. Ogni frutto e germoglio nasce da questo discendere e ogni crescita trova la sua origine in un venire della parola di Dio. Il ‘parlare’ di Dio è efficace. Come all’origine della creazione, movimento che continua. Dio parla e le cose sono fatte: “Dio disse ‘sia la luce’. E la luce fu” (Gen 1,3). Quando Dio comunica la sua parola, comunica se stesso e dona la forza creatrice di vita: quando la parola di Dio raggiunge la terra Dio è all’opera per noi, in noi. Come la pioggia e la neve non ritornano al cielo senza aver operato una trasformazione “così sarà della parola uscita dalla mia bocca: non ritornerà a me senza aver operato ciò che desidero e senza aver compiuto ciò per cui l’avevo mandata” (Is 55,11).

Paolo ai Romani parla dell’attesa della creazione, come in un parto: “tutta insieme la creazione geme e soffre le doglie del parto fino ad oggi. Non solo, ma anche noi, che possediamo le primizie dello Spirito”. La vicenda dell’umanità è legata insieme a quella della creazione e ne è parte. C’è un medesimo respiro che tiene insieme la vita di ogni elemento. La creazione, dice Paolo, è permeata dello spirito, presenza di Dio dentro nella creazione che vi reca un sospiro e un’attesa di liberazione. C’è un soffio di vita che unisce creazione e umanità. Gesù ha donato con la sua vita lo spirito e questo spirito genera una consapevolezza nuova della comunione della storia con la vicenda cosmica.

Nelle sue parole Gesù parla del seminatore. E’ una parabola che indica la fecondità della Parola di Dio: è seminata con abbondanza dal seminatore e non viene meno. La parabola porta a concentrarsi sul seminatore e sul seme stesso. Al cuore della parabola sta la fiducia del seminatore e l’abbondanza della sua semina. Nella prima parabola Gesù non accentua la diversità dei terreni ma l’abbondanza della semina. Il gesto del seminatore è infatti senza calcoli: getta il seme ovunque, senza preoccupazione di spreco. Nel suo agire c’è una gratuità di fiducia. Il seminatore esce a seminare e il seme cade ovunque. Il riferimento ad una azione quotidiana, conosciuta da chi ascoltava, è modo con cui Gesù coinvolge chi ascolta. Genera attenzione e coinvolgimento. Di fronte all’azione del seminatore che sparge con tanta abbondanza che fare? L’invito è riconoscere questa gratuità, lasciarsi coinvolgere: ‘che ne dite?’ E’ provocazione a chi ascolta per scegliere da che parte stare.

La parabola si fa invito alla speranza: alla fine il raccolto sarà abbondante nonostante tutte le difficoltà che contrastano la crescita, nonostante l’impressione che seminare sia una fatica vana. L’esito finale vedrà un raccolto addirittura spropositato nella misura. La parola di Dio è efficace: noi vediamo i fallimenti, gli impedimenti, le contraddizioni, ma questa parabola parla di un Dio i cui pensieri non sono i nostri pensieri, il suo amore ha una fecondità oltre ogni calcolo. E il seme che sembrava sprecato porta frutto oltre ogni previsione. Gesù invita a far proprio lo sguardo del seminatore che nel suo andare distribuisce in perdita il seme nella fiducia. Gesù provoca ad imparare ad attendere e a lasciarsi coinvolgere con disponibilità. E’ lo stile di Dio. La fecondità della vita sta nell’accoglienza della sua parola. La seconda parabola che concentra attenzione sui terreni presenta poi un invito a riconoscere i terreni, a saper cogliere gli ostacoli che rendono difficile l’accoglienza della Parola. Da questa consapevolezza può sorgere una disponibilità nuova.

Alessandro Cortesi op

IMG_2860.JPGParole e ambiente

Amitav Ghosh, scrittore indiano, nel suo ultimo saggio, La grande cecità. I cambiamenti climatici e l’impensabile (Neri Pozza, Vicenza 2017), ricorda un’esperienza da lui vissuta in prima persona. Quando era giovane un ciclone colpì la città di Delhi causando molti morti e feriti ed egli racconta l’esperienza di una inattesa catastrofe giunta sulla città che trovò molti abitanti impreparati ad affrontare l’emergenza ed incapaci di trovare un riparo.

Questa esperienza lo ha condotto a riflettere sull’assenza nella letteratura di una capacità di parlare di fenomeni quali il cambiamento climatico che fa giungere in modo improvviso e inatteso eventi di distruzione e mutamenti profondi della vita della natura e degli uomini.

“Prima della fine degli anni Novanta non si poteva scrivere di cambiamento climatico perché non lo si conosceva. Ma oggi un giovane scrittore che voglia parlare del suo tempo non può fingere di non sapere e deve creare una lingua letteraria per confrontarsi con un’epoca completamente diversa” (Huffington Post 11.07.2017; G.Fantasia, Amitav Ghosh: “Non lasciamo i cambiamenti climatici agli scienziati, raccontiamoli” )

“Il cambiamento climatico distrugge la lingua così come distrugge il mondo”, ha detto Ghosh e per questo auspica la ricerca di parole nuove per parlarne. Nel libro La grande cecità egli affronta tale questione e pone l’esigenza di ricerca di termini per poter affrontare ciò che il cambiamento climatico costituisce per l’umanità e la terra. Amitav Ghosh parla del cambiamento del clima che genera lo spostamento di popolazioni e cambia volto ai profili dell’ambiente.

Egli tuttavia osserva che l’attenzione al cambiamento climatico come questione che investe profondamente la vita dell’umanità oggi in relazione al mondo non umano non trova spazio nella letteratura: “Quando il tema del cambiamento climatico fa capolino in queste pubblicazioni, si tratta quasi sempre di saggistica; difficile che in tale orizzonte compaiano romanzi e racconti. Anzi, si potrebbe sostenere che la narrativa che si occupa di cambiamento climatico sia un genere che le riviste letterarie serie non prendono sul serio; la sola menzione dell’argomento basta a relegare un romanzo o un racconto nel campo della fantascienza. È come se nell’immaginazione letteraria il cambiamento climatico fosse in qualche modo imparentato con gli extraterrestri o i viaggi interplanetari”. (La Repubblica, Robinson, 16 aprile 2017).

La sua riflessione diviene così denuncia di un grande occultamento posto in atto nella cultura che non si pone la domanda sugli stili di vita e le scelte di sistemi di sviluppo di una parte dell’umanità che sono cause delle modifiche del clima e stanno alla radice di conseguenze disastrose in cui sono coinvolte insieme la questione della sopravvivenza delle future generazioni e la vita della terra, delle sue specie animali e vegetali.

“… le questioni che oggi gli scrittori e gli artisti dovrebbero affrontare non riguardano solo gli aspetti politici dell’economia dei combustibili fossili, ma anche i nostri stili di vita e il modo in cui essi ci rendono complici degli occultamenti messi in atto dalla cultura in cui siamo immersi”.

Con questa domanda, con sensibilità di letterato e di artista egli parla dell’attuale contesto culturale come quello segnato dalla grande cecità: “che cosa nel cambiamento climatico fa sì che il solo menzionarlo comporti l’esclusione dai ranghi della letteratura seria? In un mondo sostanzialmente alterato, un mondo in cui l’innalzamento del livello dei mari avrà inghiottito le Sundarban e reso inabitabili città come Kolkata, New York e Bangkok, i lettori e i frequentatori di musei si rivolgeranno all’arte e alla letteratura della nostra epoca cercandovi innanzitutto tracce e segni premonitori del mondo alterato che avranno ricevuto in eredità. E non trovandone, cosa potranno, cosa dovranno fare, se non concludere che nella nostra epoca arte e letteratura venivano praticate perlopiù in modo da nascondere la realtà cui si andava incontro? E allora questa nostra epoca, così fiera della propria consapevolezza, verrà definita l’epoca della Grande Cecità”.

C’è una pioggia che devasta, esito di scelte umane che conducono al cambiamento climatico e devastano l’ambiente; e c’è una pioggia che reca acqua alla terra e seme al seminatore e pane da mangiare…

Alessandro Cortesi op

Ascensione del Signore – anno A – 2017

At 1,1-11; Efes 1,17-23; Mt 28,16-20

“Uomini di Galilea, perché state a guardare il cielo? Questo Gesù… tornerà un giorno allo stesso modo in cui l’avete visto andare in cielo”

Una festa tra la terra e il cielo quella dell’Ascensione: un modo di raccontare il mistero della Pasqua e della risurrezione. Gesù ‘elevato in alto’, compie il passaggio dalla terra alla vita di Dio. Cielo anche nella mentalità biblica è il luogo di Dio e la terra, in basso, è ambito del cammino umano. Dire che Gesù è ‘innalzato’ è un altro modo per dire che ha vinto la morte: ora la sua vita è trasformata, è vicino in modo nuovo al Padre. Tornerà così come ‘è andato in cielo’, nei gesti del servizio e dell’ospitalità.

La ‘nube lo sottrasse’ allo sguardo dei discepoli. Nel cammino dell’esodo, una nube accompagnava gli spostamenti, segno della presenza vicina di Dio che cammina con il suo popolo, ma anche segno che Dio non può essere trattenuto. Gesù nel suo cammino terreno è testimone di questa presenza: nella sua umanità vive in questa comunione. E’ stato uomo che ha vissuto per gli altri. Nella risurrezione il Padre ha detto ‘sì’ alla sua vita che ha raccontato il suo volto di amore. Gesù è costituito ‘signore’: ha un nome unico. A partire da qui la comunità dei discepoli sarà condotta a descrivere il farsi vicino di Dio in Gesù come un progressivo scendere: la Parola si è fatta carne e Gesù si è fatto servo. Colui che è salito al Padre è il medesimo che è disceso. Tutta la sua vita è movimento di discendere, farsi servo. Qui si rende visibile volto di Dio che si rivela nel servizio e nel dono di sé. Per questo “… lo risuscitò dai morti e lo fece sedere alla sua destra nei cieli” (Ef 1,20).

‘poi li condusse fuori verso Betania e, alzate le mani, li benedisse. Mentre li benediceva si staccò da loro e fu portato verso il cielo’ (Lc 24,50).

C’è un rapporto profondo tra l’essere preso di Gesù e la benedizione lasciata ai discepoli. Gesù risorto, il signore, invia i discepoli a vivere il tempo della sua assenza: li richiama a non lasciarsi prendere da vane curiosità interrogandosi sul futuro. Chiede l’attesa radicata sulla promessa del Padre, quella di essere immersi nello Spirito Santo. Chiede loro di rimanere a Gerusalemme, luogo della passione, croce e della risurrezione. Lì si dovrà sempre tornare, alla Pasqua di Gesù. Invita i suoi a farsi testimoni di lui: ‘mi sarete testimoni’. E’ una testimonianza fino ai confini della terra.

D’ora in avanti Gesù non sarà più incontrato come prima perché viene sottratto al loro sguardo, ma si apre lo spazio per un vedere nuovo, quello dell’attesa. La comunità è chiamata ad incontrare ancora il suo Signore: è il tempo dello Spirito, dono per i discepoli: è lo Spirito la ‘promessa del Padre’ e la ‘forza che li investe dall’alto’. Da qui il movimento mai finito di conversione e perdono, due momenti che vanno tenuti insieme: non c’è l’uno senza l’altro, entrambi sono dono della Pasqua di Gesù.

La comunità è inviata ad un impegno sulla terra non a restare a guardare il cielo. Insieme. Ogni percorso del credere ha una fondamentale dimensione comunitaria. La promessa di Gesù è vicinanza nuova: ‘ecco io sono con voi tutti i giorni, fino alla fine del mondo’.

Alessandro Cortesi op

Soffi dello spirito

Ci sono nella storia quotidiana soffi dello spirito da cui lasciarsi portare, spingere, aprire per nuove uscite, per lasciarsi aprire ad orizzonti nuovi da vedere, verso cui camminare. Alcuni di questi sono da raccogliere in parole e volti che non hanno risonanza mediatica e di visibilità.

In un’intervista (Andrea Tornielli, ‘Serve una chesa che si mostri bisognosa di perdono’, La Stampa Vatican-Insider 19.05.2017)  Lauro Tisi, vescovo di Trento, parla di Chiesa che oggi ha bisogno di mostrarsi per ciò che è, perdonata e sempre bisognosa di perdono. E parla di una scoperta ad annunciare un Dio capovolto: “Fin dal giorno della mia nomina è qualcosa che mi è venuto fuori quasi per caso: ho detto che noi

dobbiamo parlare di un ‘Dio capovolto’. E questo è diventato un po’ il mio leitmotiv. Credo che ci sia bisogno di raccontare Dio a partire dall’umanità di Gesù Cristo. Siamo abituati a raccontare Dio in modo troppo astratto e filosofico. Dobbiamo imparare a passare dall’umanità di Cristo per narrare Dio.”

E dice: “la realtà prima delle idee. Dobbiamo finire, io credo, con la pastorale dei temi, dei percorsi un po’ troppo astratti. Bisogna partire dai dati concreti e lasciarsi portare dalla realtà per raccontare un Dio bello e interessante. Dobbiamo investire in

positività senza spaventarci del calo dei numeri. Dobbiamo alimentare speranza e la speranza ti viene se ti fidi della realtà”

Si riferisce anche a scelte concrete che riguardano situazioni da affrontare nella gestione dei beni: “Dobbiamo superare l’idea dei recinti e dei territori sacri, anche l’idea dei terreni puliti: il terreno umano è sempre pulito e allo stesso tempo sporco. E allora ecco un altro tema importante, quello della sobrietà e di una Chiesa che si mostri con il volto della vicinanza, della prossimità e della povertà. Penso che per i prossimi anni il nostro obiettivo sia questo: rimettere in gioco le nostre strutture. Già prima che diventassi vescovo in diocesi c’erano 21 canoniche messe a disposizione di situazioni di disagio e di povertà. Devo dire che questo è servito di più di tante catechesi”.

E parla di superamenti da attuare, impostazioni che dividono e sono ostacoli a vivere il vangelo: “Credo che sia necessario superare lo schema preti-laici, che è divisivo, per mettere invece al centro la vita della comunità. Il soggetto evangelizzante è una fraternità cristiana che non si crede perfetta, che ha bisogno di perdono e che pone gesti di prossimità. È finito il regime di cristianità. Abbiamo bisogno di comunità, uomini e donne che vivendo la dinamica di Gesù accolgono il ferito e dicono: guarda che sono stato ferito anch’io (…) Non ci sono gli addetti per la carità, per la famiglia, per i problemi del lavoro. C’è una comunità che incontra i bisogni. La vita delle persone non è divisa in settori”.

In questi giorni ha concluso il suo cammino terreno Antonio Papisca, docente di Relazioni Internazionali e di Organizzazione internazionale dei diritti umani e della pace per molti anni all’Università di Padova. Nel 1982 aveva dato inizio nella medesima Università e poi diretto il Centro Interdipartimentale sui diritti della persona e dei popoli.

La sua vita è stato quella di un docente, un ricercatore e uno studioso. Era animato dalla profonda convinzione del valore di uno studio connesso alla pratica e alla vita delle persone e dei popoli. Era convinto che la riflessione sui diritti umani costituisse una azione essenziale per promuovere cammini concreti per costruire la pace.

Un tratto tipico del suo insegnamento è stato la sobrietà: amava definirsi un badilante, un lavoratore che sposta la terra e con il suo lavoro offre materiale per costruire, aprendo cammini. Il suo tratto discreto e schivo nascondeva una profondità di pensiero ed una ricchezza umana che l’hanno reso noto a livello internazionale.

Ma la sua attività non rimaneva entro l’ambito accademico. Era uomo di relazioni, conscio del limite di un pensare che non si confronta e non entra in vivo rapporto con l’esistenza. Amava collaborare a percorsi portati avanti in tanti modi da associazioni, movimenti e gruppi impegnati per la difesa e promozione dei diritti e per la pace. Aveva profonda fiducia nell’impegno delle Organizzazioni non governative espressione di un movimento di partecipazione dal basso della società. Guardava con profonda simpatia e come completamento della sua azione l’impegno del volontariato.

Il prof. Marco Mascia suo collaboratore e attuale direttore del Centro per i diritti umani di Padova così lo ha ricordato: “È stato un vero apostolo dell’idea di diritti umani, prodigandosi come educatore anche nelle scuole e nel mondo del volontariato… ha vissuto per l’università e per gli studenti. Era un uomo di fede che ha lottato con forza per l’amore e la nonviolenza, cercando sempre una via istituzionale alla pace” (E’ morto il prof. Papisca paladino dei diritti umani, Corriere del Veneto 16.05.2017).

Fede e ricerca di vie istituzionali. Ispirazione interiore di distacco e fiducia nel cammino umano. Spirito di servzio e passione nella forza delle idee che divengono ispiratrici di istituzioni e di cammini di popoli. Orientamento deciso alla ricerca della pace non per le vie delle armi e della violenza, ma per le vie pacifiche e secondo metodi nonviolenti. Mitezza nei modi e caparbietà nel portare avanti lotte ideali e istituzionali. Questi alcuni tratti del suo pensiero e del suo stile.

Uno dei suoi impegni è stato mobilitare la società civile perché l’affermazione del diritto alla pace potesse divenire un diritto umano riconosciuto per tutti, con conseguenze profonde per la vita dei popoli e in vista di scelte da attuare in coerenza a tale riconoscimento, nel cancellare la pretesa degli stati di basarsi su un diritto per fare la guerra. Sosteneva con passione l’importanza di partire dall’inserimento di tale diritto negli statuti dei comuni e province nello sforzo di promuovere la ‘diplomazia delle città’.

L’orientamento su cui la sua riflessione e il suo impegno sono stati diretti è stato quello di progettare l’ONU come ONU dei popoli, e di pensare la diplomazia non come questione dei potenti o dei soli governi ma dei popoli e delle città.

Soffi dello Spirito che si rendono vicini in impegno, dedizione di vita e scelte di testimonianza.

Alessandro Cortesi op

VI domenica di Pasqua – anno A – 2017

At 8,5-8.14-17; Sal 65; 1Pt 3,15-18; Gv 14,15-21

“Filippo, sceso in una città della Samaria, cominciò a predicare loro il Cristo… Frattanto gli apostoli seppero che la Samaria aveva accolto la parola di Dio e vi inviarono Pietro e Giovanni… imponevano loro le mani e quelli ricevevano lo Spirito Santo”.

La Samaria era una regione vista con sospetto dai giudei di Gerusalemme. Abitanti erano popolazioni pagane che avevano mantenuto culti idolatrici (cfr. 2 Re 17,24-41): quando Gesù nel dialogo con la donna di Samaria richiama i ‘cinque mariti’ potrebbe sottintendere tale riferimento (Gv 4,18). I giudei guardavano i samaritani come stranieri, aggregazione disordinata di popoli estranei e nutrivano per loro sentimenti di disprezzo: “Sono irritato contro un popolo che non è neppure un popolo, lo stolto popolo che abita a Samaria” (Sir 50,25-26; cfr. Gv 4,9.20).

Proprio la Samaria, territorio di pagani ed eretici è l’ambito della predicazione di Filippo. E in questa regione la Parola è accolta. Così anche altri apostoli sono coinvolti: ‘imponevano loro le mani e ricevevano lo Spirito Santo’. La pagina degli Atti comunica il diffondersi lieve della Parola e il respiro della libertà dello Spirito, l’abbattimento di ogni barriera di tipo culturale e religioso. E’ scoperta nuova di cui Pietro si fa voce nella casa del pagano Cornelio: ‘Dio non fa preferenze di persone, ma chi lo teme e pratica la giustizia a qualunque popolo appartenga, è a lui accetto’ (At 10,34).

L’agire di Filippo è delineato in poche parole: ‘cominciò a predicare loro il Cristo’ (cfr. At 18,5). Al cuore dell’invio degli apostoli sta l’annuncio di Gesù. Tutto si concentra su di lui. La predicazione comunica che Gesù è il messia atteso, colui che libera la vita dalla paura, dal peccato, da ogni prigionia. Filippo annuncia e insieme vive concretamente lo stile di Gesù: si fa vicino e accompagna nel cammino, pone al centro la Parola di Dio e la legge in riferimento a lui (cfr. Lc 24,13-35). Esce fuori per impulso dello Spirito. Discende sulla strada deserta, sale poi sul carro del funzionario etiope, ascolta le sue domande e lo aiuta a comprendere quanto stava leggendo (cfr. At 8,26-40). In Samaria Filippo ‘recava la buona novella del regno di Dio e del nome di Gesù Cristo’. La bella notizia, il vangelo, è dono di un nome, presenza e vicinanza, e comunicandolo si scopre l’azione dello Spirito già presente e operante nei cuori.

La presenza dello Spirito va insieme all’esperienza della gioia. ‘E vi fu grande gioia in quella città’ (At 8,8). Quest’esperienza ‘gioiosa’ non è ingenuo ottimismo di chi non si rende conto dei problemi. Proprio nei momenti dolorosi di prova e fallimento i discepoli vivono l’esperienza della gioia e dello Spirito santo (At 13,52). Qui è possibile allora individuare un tratto fondamentale dell’invio apostolico: essere collaboratori di una gioia che proviene dal dono di Dio. Scriverà Paolo, descrivendo il profilo del credente e dell’apostolo: “Noi non intendiamo far da padroni sulla vostra fede; siamo invece i collaboratori della vostra gioia, perché nella fede voi siete già saldi” (1Cor 1,23). La gioia come serenità di fondo si accompagna alla predicazione del vangelo e al cammino della fede. Predicare Gesù non è esperienza di superiorità o di dominio ma via per porsi a servizio della gioia degli altri.

Il IV vangelo dà spazio alle parole di Gesù che promette lo Spirito: ‘non vi lascerò orfani’. E’ un dono di speranza per chi è chiamato a scoprirsi figlio. Lo Spirito è paraclito, ‘consolatore’, presenza nuova di Gesù nella sua assenza, presenza interiore e che guida la comunità all’incontro con Gesù. Sarà lui a ricordare quanto Gesù ha fatto e detto. Per questo lo Spirito sta in rapporto con la verità: nel IV vangelo verità è sinonimo di presenza personale che si dà ad incontrare: “Io sono la via, la verità e la vita…” dice Gesù. Lo Spirito ‘rimane in voi’: nel IV vangelo rimanere è verbo che suggerisce una comunicazione profonda e una condivisione che tocca il cuore dell’esistenza. Lo spirito che rimane sarà lui a guidare ad entrare in modi sempre nuovi nell’incontro con Gesù e a renderlo ragione di vita: “egli vi guiderà alla verità tutta intera” (Gv 14,16)

Alessandro Cortesi op

Gioia e leggerezza

“Se è Cristo a suonare il flauto per la danza, lo Spirito è come la melodia, il soffio carezzevole, la nota delicata e incantatrice… questa musica è fatta risunare in noi dallo Spirito, il Consolatore, colui che libera dal peso del passato e dischiude gli ampi spazi della libertà… Vieni a darmi il gusto di una vita più sciolta, più leggera, più aperta alla novità di Dio, una vita che, se mai debba conoscere la sofferenza, senta ancora più forte la dolcezza della speranza” (L.Pozzoli, Quel poco di fede che mi porto dentro, san Paolo 2012, 60-61).

Quale il segreto della gioia? Forse una certa levità, una leggerezza che permette di non pesare troppo, di non occupare troppi spazi, di non pretendere di dire tutto, di lasciare intervalli e interruzioni sospese tra parole e azioni. C’è una pesantezza indubbia e drammatica del male nella vita ma si prova pesantezza a volte anche quando il bene è compiuto in modi impropri. Quando non lascia spazio, quando è invadente, quando si presenta con mire di ostentazione. Leggerezza è un andare lieve che non toglie il respiro, non soffoca, non occupa tutto il posto, ma apre spazi, non si preoccupa di apparire, percorre sentieri non affollati e vocianti, confida nella discrezione dei toni e nella gentilezza dell’agire.

Don Luigi Pozzoli, prete milanese, colto, lettore di romanzi e amico di poeti, schivo e profondo cesellatore della parola in alcune sue note di diario scrive: “Amo tutto ciò che è lieve, discreto, segreto. Amo sempre più le esistenze lievi di tante persone che passano senza occupare spazio alcuno, raccolte nei loro pensieri segreti, nelle loro gelose speranze, nella loro naturale, inconsapevole gentilezza. Lievi sono i loro gesti, le loro parole, i loro sorrisi, i loro passi. Lievi anche le loro lacrime. Non è forse la levità la nota più preziosa dell’infanzia spirituale? E non è forse l’infanzia spirituale il fiorire dell’esistenza cristiana nella sua più suggestiva bellezza? Vorrei essere anch’io un’esistenza lieve portata da una grande speranza…” (L.Pozzoli, Quel poco di fede, cit., 162).

Il gusto per tutto quanto è lieve si scontra con le voci gridate che occupano la scena pubblica in una tensione ossessiva ad apparire, ad occupare il proscenio, in continua campagna elettorale, là dove illusioni vengono contrabbandate come promesse e non si odono inviti a pensare, a fermarsi e sostare per comprendere, per cercare orientamento. Ogni questione e problema è presentato come nodo da sciogliere con tagli perentori, nella velocità del tempo, senza riflessione, con gesto pesante e senza scrupolo, volgare, senza cura per volti e vite. La levità si oppone anche alla brutale violenza che dilaga e pervade in tanti modi il vivere quotidiano.

Ciò che è discreto e custodito in parole e gesti che si intervallano a silenzi per poter dare il tempo per comunicare, è forse il cuore di un’esperienza dove ci sia spazio per una gioia, lieve anch’essa, assaporata come soffio dello spirito che passa e conduce oltre, che fa respirare e invita a scorgere le lezioni della natura e delle parole aperte, alla vita, all’incontro e non la chiusura in teorie e codici freddi e opprimenti.

Una foto in questi giorni ha avuto grande diffusione sui social media: è stata scattata nella metropolitana di New York il 16 aprile scorso nel giorno della festa di Pasqua. Chi ha fissato questo momento sullo schermo del suo telefonino è un giovane, Jackie Summers, che ha lasciato il suo posto permettendo ad un coppia di ebrei osservanti di sedersi. Ed essi si sono un po’ scostati lasciando spazio ad una donna musulmana che stava dando il biberon al suo bambino che teneva in braccio. Nella scena presentatasi davanti ai suoi occhi il giovane passeggero ha colto una coincidenza: nel casuale incrociarsi avvenuto durante il veloce sfrecciare della metropolitana di un mattino di primavera ha letto un’espressione – per lui che si definisce taoista – di quell’energia nascosta e segreta che connette insieme e genera armonia tra ogni realtà e persone. E’ anche questo levità che genera gioia. La leggerezza dello Spirito che soffia dove vuole e suscita l’alzarsi lieve nel gesto semplice e gentile di chi sa lasciare posto all’altro generando incontri inediti e possibili.

Alessandro Cortesi op

II domenica – tempo ordinario anno A – 2017

img_1465Is 49,3.5-6; 1Cor 1,1-3; Gv 1,29-34

‘Rendere testimonianza’ è il verbo del discepolo. Tutta la sua vita sta appesa sul filo di un incontro. Giovanni Battista è così presentato paradossalmente come il discepolo: colui che rende testimonianza, che ‘vede’ e indica la presenza di Gesù anche se non lo conosce. Il suo annuncio è rivolto verso un altro: ‘in mezzo a voi sta uno che voi non conoscete’ (Gv 1,26). Invita ad un incontro, a conoscere Gesù: ‘sono venuto a battezzare con acqua perché egli fosse fatto conoscere ad Israele’ (Gv 1,31). La sua prima testimonianza è l’annuncio di qualcuno che viene dopo di lui. Il gesto dell’immersione nel Giordano esprime un’attesa: ‘Ecco colui del quale io dissi: dopo di me viene un uomo che mi è passato davanti, perché era prima di me. Io non lo conoscevo…’ (1,30). Giovanni Battista è testimone che sta sulla soglia, indica una presenza da scoprire. Non la possiede, non ricerca la sua grandezza ma è rivolto ad altro.

Gesù viene dopo il Battista, ma era da prima. E’ lui la Parola di Dio, il Verbo, che si è fatto carne ed è venuto ad abitare nella storia. Giovanni non lo conosceva ma accoglie nella sua vita la chiamata e l’invio di Dio ad essere testimone: “Io non lo conoscevo, ma colui che mi ha inviato a battezzare con acqua mi aveva detto: l’uomo sul quale vedrai scendere e rimanere lo Spirito è colui che battezza in Spirito santo” (Gv 1,33)

La sua azione è risposta e come i profeti scopre che nella sua vita c’è un invio: ancora per dono del Padre può riconoscere Gesù.

Gesù è presentato come uomo su cui lo Spirito si ferma e rimane: la sua vita è pervasa da questo soffio di vita. Risuonano in queste righe pagine del Primo testamento: ‘Su di lui si poserà lo Spirito del Signore, Spirito di sapienza e di intelligenza…’ (Is 11,2) ‘Ecco il mio servo… ho posto il mio spirito su di lui’ (Is 42,1).

Gesù viene così riconosciuto come uomo che vive nello Spirito: la sua vita affonda le sue radici nella comunione, con il Padre e con lo Spirito. Per questo comunica la forza del soffio di Dio a noi: con lui inizia un nuovo battesimo, una nuova creazione. Agli inizi lo Spirito aleggiava sulle acque (Gen 1,2) dopo il diluvio una colomba aveva annunciato ancora sopra le acque un mondo nuovo. Ora una colomba, vista da Giovanni sopra Gesù, indica l’inizio di una storia nuova.

La testimonianza di Giovanni è tutta centrata in questo incontro e rivolta al volto di Gesù: ‘E io ho visto e ho reso testimonianza che questi è il Figlio di Dio’ (Gv 1,34).

Il verbo ‘vedere’ ha una particolare importanza nel IV vangelo il discepolo è chiamato a ‘vedere’: ‘Dio nessuno l’ha mai visto, proprio il Figlio unigenito che è nel seno del Padre, lui lo ha rivelato’ (Gv 1,18). Gesù nel suo essere figlio spiega il Padre, lo racconta nella sua vita umana nei suoi gesti. Il suo agire è via per incontrare Dio stesso. E il discepolo è colui, colei che rende testimonianza e sperimenta questo vedere.

Giovanni Battista vede Gesù come l’agnello: ‘Ecco l‘agnello di Dio che toglie il peccato del mondo’. Il secondo Isaia aveva parlato del ‘servo di Jahwè’ come di un agnello: “Maltrattato si lasciò umiliare e non aprì la sua bocca: era come agnello condotto al macello, come pecora muta di fronte ai suoi tosatori e non aprì la sua bocca” (Is 53,7). Il ‘servo’ ha dato la sua vita in libertà per essere solidale fino in fondo con gli altri e per portarne i pesi, si è reso solidale con tutto un popolo e il tratto primo della sua vita è la nonviolenza. Il quarto vangelo narra che Gesù morì mentre nel tempio venivano sacrificati gli agnelli della Pasqua, (Gv 19,36). Agnello rinvia quindi al suo essere lui stesso il servo, alla antica Pasqua, la partenza dall’Egitto con il segno dell’agnello (Es 12).

Gesù è visto come agnello che si fa solidale: prende su di sé il peso del peccato, ciò che tiene lontani dall’accogliere il farsi vicino di Dio. Lo porta via, vivendo la sua vita come solidarietà e consegna fino alla fine come il ‘servo’ che non s’impone ma offre la sua vita in riscatto per molti (cfr Is 52,13-53,12). L’agnello è immagine che rinvia alla pasqua. La via del discepolo sarà seguire Gesù fino alla pasqua di morte e risurrezione.

Alessandro Cortesi op

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Prender su di sè

Sette minuti è un tempo breve, quasi insignificante. Ma dietro a sette minuti può celarsi un universo di pesi, sofferenze, fatiche. Può nascondersi lo sfruttamento e la lotta per la dignità. Il film “7 minuti” di Michele Placido e Stefano Massini (2016), girato su di una sceneggiatura scritta originariamente per il teatro da Stefano Massini, è ispirato ad una storia reale avvenuta a Yssingeaux in Francia nel 2012: ma è anche specchio tante storie che segnano il mondo del lavoro nel tempo della globalizzazione e della crisi.

Il film ambienta la scena in una fabbrica del centro Italia, nei giorni vicini alla festa del Natale. Tutto attorno, una città ingrigita dal freddo e dalla crisi economica che morde fa da contorno, un po’ distratta, un po’ partecipe nel seguire gli aggiornamenti dei servizi televisivi, in un intrecciarsi nervoso di vite diverse, specchio di tempi in cui la vita delle operaie esprime la vicenda di un mondo fatto di diversità, di conflitti, di paure.

Tra di loro infatti ci sono le immigrate, albanesi e africane, ci sono le anziane operaie che hanno trascorso una vita in quella fabbrica – tra di esse una è interpretata da Fiorella Mannoia al suo esordio cinematografico – vi sono donne giovani e mature con i loro drammi di povertà, di lotta per la vita, di violenza e ingiustizia subita magari in silenzio per non perdere lavoro e pane. La fabbrica in crisi, a rischio di chiusura, sta vivendo giornate decisive nella prospettiva di essere acquisita da parte di una compagnia straniera.

La manager francese, figura inquietante nella suo fare sbrigativo, nell’affettata cortesia dei modi, non riesce a nascondere il senso di superiorità e la sua indifferenza nel suo giungere in Italia per un affare da disbrigare il più velocemente possibile. La sua unica preoccupazione è concludere in tempi brevi e senza complicazioni la trattativa secondo modalità già sperimentate per non suscitare reazioni, per tornare in serata nel suo mondo familiare dorato, un mondo altro rispetto al mondo delle lavoratrici che sostano ai cancelli.

Il film ripercorre la lunga giornata che deve segnare la conclusione dell’accordo con i proprietari italiani desiderosi anch’essi di chiudere secondo il loro stile di gestione familistica italiana che ha unito paternalismo, mire di solo profitto e sottile sfruttamento contrabbandato per assistenzialismo. Un tempo colmo di tensione quello dell’attesa, che raccoglie attorno alla fabbrica tessile le paure e le speranze dei dipendenti, quasi tutte donne, e fa emergere tensioni e drammi, dubbi talvolta insolvibili tra necessità di lavorare e desiderio di lotta per la dignità propria e altrui.

La riunione tra la dirigenza e la manager francese si prolunga per tutta la mattinata fin oltre l’ora di pranzo, sfidando la resistenza delle delegate del consiglio di fabbrica che attendono in locali spogliatotio, squallidi e freddi, la loro portavoce, esasperate dall’attesa. Anche all’esterno i picchetti delle centinaia di dipendenti attendono notizie che possono determinare non solo i loro posti ma la vita delle loro famiglie, il loro futuro. Anche lì la preoccupazione appare solo quella di poter continuare a lavorare.

Il ritorno della portavoce Bianca, interpretata magistralmente da Ottavia Piccolo, tra le delegate con la richiesta di una decisione da prendere insieme nel tempo di due ore, segna l’inizio di un confronto drammatico. Le richieste dei nuovi acquirenti appaiono innocue, addirittura vantaggiose: la fabbrica non chiude, non vi saranno licenziamenti, né sono previste delocalizzazioni. L’unica richiesta posta in calce ad una lettera indirizzata ad una per una delle delegate sindacali è di approvare la riduzione della pausa pranzo di sette minuti. Un’inezia. Una riduzione che sui quindici minuti previsti potrebbe non fare alcun problema.

Ma dietro a quei sette minuti può celarsi un ricatto molto più profondo: quella pausa che decenni prima era di quarantacinque minuti si è venuta nel tempo restringendo sempre più. Può sembrare nulla e molte voci di queste donne che appaiono come immerse nell’acqua nel tentativo di non affogare nella lotta quotidiana per sostenere figli e casa, dove spesso mariti sono assenti o anch’essi senza lavoro e in cassa integrazione, fanno presenti le ragioni del perché non si possa rinunciare a tale offerta. Ne va della possibilità di lavorare, ne va del pane subito per le proprie famiglie. Ne va del superamento della grande paura di perdere il lavoro, di una chiusura immediata. Tutto nel quadro di considerazioni esistenziali, umane, legate al proprio presente e alle proprie situazioni personali. Eppure nel dialogare difficile, teso, in cui emergono invidie, spaccature, ferite ma in cui anche si rende vivo il dramma di violazioni sopportate e di ingiustizie patite in silenzio, si fa strada piano piano la consapevolezza che quei sette minuti sono un sorta di prova: un primo passo per saggiare quanto sono disposte a cedere pur di lavorare, quale dose di ingiustizia sono disposte a sopportare. Sono un modo per metterle l’una contro l’altra togliendo ogni ragione di solidarietà comune. Sembra nulla, ma tocca la dignità; reca in sé il boccone avvelenato di un lavoro inteso come concessione ed elemosina che non si può rifiutare ma solo accettare senza regole, ognuna per conto suo, e senza condizioni perché non c’è alternativa.

Le parole di queste donne sono talvolta disarticolate povere, preda di emozioni senza filtro, sono parole urlate insieme ad insulti tra scatti di rabbia e aggressività che trova via di sfogo nel pianto e nell’offesa, sono grida di oppressi. Sono espressione della sensibilità di chi da immigrata ricorda come prima cosa è salvarsi e poi pensare ai diritti e a tutto il resto, sono la disperata invocazione di chi sa che senza quello stipendio precipita nella marginalità con i figli, sono sconsolata confessione di ingiustizie patite e di umiliazioni sopportate pur di portare il pane a casa. La discussione spacca quella piccola assemblea di undici donne, ne provoca l’affiorare dei sentimenti più ostili e la sfiducia che giunge ad opporre le une alle altre.

Fino a minare la forza pacata della portavoce, Bianca, donna che dalla sua età matura sa vedere lungo e porta la sofferenza per la scelta drammatica in cui vede costretta lei stessa e le sue compagne, porta il peso della loro immaturità e della mancanza di consapevolezza, ed esprime una saldezza intensa e interiore, vissuta in un silenzio più forte di una protesta gridata.

Alla fine la decisione esprime una resistenza, ma lascia aperta la domanda sulle condizioni del lavoro oggi. Quelle donne sono state caricate di un peso insopportabile: hanno preso su di sé non solo la preoccupazione per la loro vita ma nel loro faticoso confronto hanno assunto la vita di tante altre. … L’agnello ha preso su di sé il peccato del mondo. ‘Prendere su di sé’ è anche la storia di tanti che si fanno carico di altri nella loro vita…

Alessandro Cortesi op

 

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