la parola cresceva

commenti alla Parola della domenica e riflessioni

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XIII domenica tempo ordinario – anno A – 2020

IMG_85172Re 4,8-16a; Rom 6,3-4.8-11; Mt 10,37-42

E’ il tema dell’accoglienza la linea che percorre le letture di questa domenica.

La prima lettura narra una scena che riporta alla quotidianità della casa. Eliseo, uomo di Dio, riceve l’invito a fermarsi a tavola da una donna di Sunem, una straniera. Riceve poi accoglienza in quella casa dove viveva una coppia senza figli. Questo gesto di ospitalità e apertura nei confronti si apre alla sorpresa di un dono inatteso: un figlio diviene il segno della vita che nasce nuova proprio dall’esperienza dell’accoglienza.

La pagina del vangelo riporta alcuni insegnamenti di Gesù sulla missione. Gesù chiede una dedizione di fondo a seguirlo non mettendo null’altro al di sopra del riferimento a lui. Chiede innanzitutto un’accoglienza della sua parola e del suo invito: ‘chi ama figlio o figlia più di me non è degno di me’. La sua proposta è un cammino in cui il discepolo segue il maestro. La vita di Gesù si è posta nell’orizzonte dell’amore e del dono, e così chiede sia la vita del discepolo.

Prendere la croce e seguirlo è un’espressione che spesso è stata letta come appello a sopportare la sofferenza o addirittura a subirla come volontà di Dio stesso. Ma Gesù non chiede ai suoi di scegliere la sofferenza: piuttosto propone la via dell’amore. La via della croce per Gesù non è stata scelta di sofferenza e dolore, ma è stato il luogo in cui ha manifestato che anche lì, nel momento più disumano, è stato possibile vivere un amore più forte della violenza, dell’ingiustizia. Prendere la croce per Gesù significa restare fino in fondo fedele all’annuncio del regno come nuovo modo di intendere la vita e i rapporti nell’accoglienza degli altri, nella tenerezza, nella convivialità.

In questo quadro Gesù invita i suoi ad intendere la vita non come percorso di possesso, di rincorsa di affermazione di se stessi, ma come luogo di condivisione, di discesa, di perdita: perdersi per ritrovarsi. La vita può essere trattenuta in un movimento di ripiegamento, di concentrazione su di sé e diviene arida senza frutto. Ma può anche divenire esperienza di apertura, di dono, di condivisione. E si apre allora ad una fecondità nuova, Gesù indica che solo nell’accoglienza si può scoprire il senso profondo della vita come comunione. Comunione con gli altri, comunione con Dio stesso che si da ad incontrare nel volto dei poveri.

Chi accoglie voi accoglie me, e chi accoglie me accoglie colui che mi ha mandato. Accogliere gli altri è esperienza che apre ad accogliere la presenza di Dio stesso che viene ad abitare in noi, ci dona la sua vita, ci fa scoprire che noi siamo amati innanzitutto e accolti.

Tutto questo si attua non in ambiti particolari nell’eccezionalità di luoghi o esperienze di tipo religioso, ma nella quotidianità della vita, nei piccoli gesti ordinari che sono alla portata di tutti e che dicono come la presenza di Dio vada oltre le nostre barriere ed esclusioni. Nel dare un bicchier d’acqua si compie l’esperienza accoglienza luogo di manifestazione dell’umanità e di Dio stesso: ‘chi avrà dato anche un solo bicchiere di acqua fresca a uno di questi piccoli, perché è mio discepolo, non perderà la sua ricompensa’.

Solo passando attraverso il rapporto con l’altro ci apriamo a scoprire l’Altro che ci rivolge la sua parola e che chiama a intendere la vita nei termini di comunione.

Alessandro Cortesi op

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Rifugiati

Pochi giorni fa, il 20 giugno, vi è stata la Giornata mondiale del rifugiato. In questa data l’Alto Commissariato dell’Onu per i rifugiati (Unhcr/Acnur) presenta il suo Rapporto sui rifugiati nel mondo.

E’ stata un’occasione per ricordare come oggi nel mondo i rifugiati, ossia le persone che hanno dovuto abbandonare la propria casa e la propria terra sono circa 80 milioni. Rispetto a dieci anni fa vi è stato un aumento che è quasi un raddoppio della popolazione rifugiata nel mondo. Una persona su 100 circa è nella condizione di rifugiato.

Tra di esse la grande maggioranza è costituita da sfollati interni ai Paesi. Ciò significa da un lato che chi fugge dal proprio luogo di vita lo fa per lo più con il desiderio di poter rientrare e quindi fermandosi nel medesimo Paese oppure in zone vicine.

In secondo luogo questo fa riflettere sul fatto che i Paesi con maggior numero di rifugiati sono Paesi del Sud del mondo che si trovano nella condizione di provvedere alle necessità di tantissime persone senza avere le ricchezze dei Paesi del Nord del pianeta. Circa 34 milioni di rifugiati trova accoglienza in Paesi in via di sviluppo. Molto spesso sono Paesi che devono affrontare situazioni di carestie e malnutrizione. Già questi dati dovrebbero far riflettere.

Ma il Rapporto offre una fotografia della situazione in cui emerge un altro aspetto su cui porre attenzione: benché la maggior parte dei rifugiati si allontani con la speranza di un ritorno, si stanno sempre meno realizzando le condizioni perché ciò possa avvenire. Infatti mentre alcuni decenni fa circa un milione e mezzo di persone riuscivano ogni anno a rientrare nei luoghi di origine, oggi questa cifra è diminuita paurosamente: solo 400 mila persone riescono a ritornare. Ciò significa che la stragrande maggioranza dei rifugiati vive ormai da anni nella condizione dei campi profughi in condizioni di vita estremamente difficili, nella precarietà e nell’impossibilità di pensare ad un futuro per sé e per i propri figli. Un altro numero infatti che fa riflettere è che 30 milioni di rifugiati sono minorenni.

Questi pochi dati sono da leggere come numeri che racchiudono le sofferenze, le speranze, le attese di milioni di persone, uomini donne e bambini. Essi manifestano quanto sia grande la cecità del mondo occidentale delle società del Nord, della nostra Italia, a fronte di questo dramma che segna la vita di così tante persone. Si pensa a queste persone come a presenze che minacciano un benessere inteso come privilegio da difendere senza farsi carico delle sofferenze degli altri.

Camillo Ripamonti, presidente del Centro Astalli scrive: “È come se noi ci stessimo abituando a vedere una fotografia sempre più sfocata di una barca in mezzo al mare, in cui non si distinguono volti, storie personali e tragedie umane. Stiamo mettendo in atto una sorta di strategia dell’anonimato. Meno sappiamo delle persone che cercano di arrivare, più facile è lasciarle in un centro di detenzione o riportarle in Libia, lasciarle in un campo in Grecia o vederle morire in mare senza sentirsi complici o responsabili”.

E tuttavia ci ricorda anche che “le storie belle nascono e si diffondono dove trovano spazio e condizioni per farlo. Tutti coloro che operano in prima linea nell’accoglienza sono consapevoli dei dolori da lenire e delle ingiustizie da sanare, ma anche testimoni privilegiati della bellezza che ci portano i rifugiati. Nonostante le mille difficoltà e gli ostacoli che si moltiplicano nel cammino in Italia, loro rimangono portatori di speranza e buoni compagni di viaggio lungo la strada della vita” (“Avvenire” 20 giugno 220).

Portatori di bellezza e speranza e buoni compagni di viaggio: portano speranza ad un mondo malato e asfittico, ripiegato in una incapacità a guardare all’altro. E sono compagni di viaggio perché aiutano a scoprire che tutti siamo in viaggio e improvvisamente per tutti si può aprire nella vita una condizione nuova in cui scoprire la propria fragilità e l’essenziale importanza dell’essere accolti.

Questo tempo della pandemia che ha attraversato tutto il mondo potrebbe essere occasione di scoperta di questi orizzonti di accoglienza e solidarietà che avevano dimenticato o posto ai margini della nostra vita.

Alessandro Cortesi op

V domenica del tempo ordinario – anno C – 2019

DSCN2121Is 6,1-8; 1Cor 15,1-11; Lc 5,1-1,

La chiamata di Isaia, sacerdote di Gerusalemme, ad essere profeta è descritta in modo solenne come una visione all’interno del Tempio nel momento del sacrificio dell’incenso tra le volute di fumo che riempiono lo spazio sacro. Isaia testimonia un’esperienza della presenza di Dio, la sua gloria. Ma il fumo è velo che impedisce di vedere. Dio si fa vicino ma nel contempo si vela e rimane inaccessibile. Isaia vive l’esperienza di una chiamata che lo coinvolge e gli cambia l’esistenza: e si scopre piccolo e indegno di fronte alla santità di Dio: ‘Santo Santo Santo è il Signore Dio degli eserciti. Tutta la terra è piena della sua gloria’. Le sue labbra vengono purificate per mezzo del carbone tratto dall’altare: questo gesto indica un fuoco che lo prende e genera parole nuove: è un invio a parlare e farsi annunciatore di una parola come fuoco. ‘Chi manderò e chi andrà per noi?’ Isaia riceve una missione e risponde con libertà: ‘Eccomi, manda me’.

Appaiono qui due movimenti presenti in ogni chiamata della Bibbia: l’invio come appello gratuito accolto e la disponibilità a partire. Come Abramo, come Mosè, come Samuele, come Amos. Dio prende l’iniziativa, purifica Isaia, lo trasforma e lo invia per una missione nuova che lo prende interamente. Il profeta accoglie questo e dice prontezza e disponibilità: ‘eccomi manda me’. Egli passa così dalla condizione sicura e appagante di sacerdote del tempio di Gerusalemme ad una condizione nuova ed incerta, in cui vive non le sicurezze della religiosità, ma il rischio della fede. Isaia diverrà il profeta della fede che annuncia: ‘se non crederete non avrete stabilità’ (Is 7,9b), il profeta che contrapporrà ai disegni di affermazione basati sulla sicurezza dei carri e dei cavalli, delle armi da guerra, la fiducia nel Dio dell’alleanza come unica arma di salvezza da contrapporre agli imperi del suo tempo. E sarà il profeta del sogno messianico, di un tempo nuovo di pace e gioia in cui le spade saranno trasformate in vomeri e le lance in falci, in cui il lupo dimorerà insieme con l’agnello e la pantera si sdraierà accanto al capretto (Is 11,6)

Sulle rive del lago di Galilea, all’aperto, mentre i pescatori lavano le reti. Un contesto diverso, ma sempre luogo di incontro. E’ la chiamata di Gesù ai suoi. Dopo una notte in cui i pescatori sono rientrati senza aver preso nulla, con la sua barca vuota. “… abbiamo faticato tutta la notte, ma non abbiamo preso nulla”. Gesù invita Pietro a prendere il largo e a gettare le reti ancora, fondandosi sulla promessa. “Sulla tua parola getterò le mie reti”. Pietro si affida alla parola di Gesù e il racconto evoca l’incontro pasquale. Si apre a questo punto l’inatteso: “E avendolo fatto, presero una quantità enorme di pesci e le reti si rompevano”. E’ abbondanza spropositata che contrasata con il nula di fatto di una notte di fatica. E’ immagine che racconta lo stupore della grazia e del primato dell’agire di Dio nella vita. Di fronte a questo capovolgimento Pietro avverte la sua indegnità. Vede se stesso in modo nuovo: si sente distante, peccatore. Scopre che la sua azione, l’impegno di tutta la sua vita, non dipende dalle sue forze, non sarà percorso di affermazione ma cammino nello stupore della gratuità, nel solo affidarsi alla sua parola.

Luca ha a cuore l’attenzione alla parola. Pietro sarà chiamato ancora a gettare reti nuove sulla parola di Gesù. Non viene allontanato, ma accolto per essere pescatore in modo diverso: pescatore di uomini, per dare la vita nel rapporto con altri, per andare al largo e scorgere nuovi orizzonti. Luca sottolinea la radicalità della risposta di Pietro alla chiamata: “Tirate le barche a terra, lasciarono tutto e lo seguirono”. Lasciare tutto è comprensibile solo nella scoperta di qualcosa di più importante che ha il primo posto: il rapporto con Gesù.

Luca insiste sul fatto che rinuncia di altre cose e scelta della povertà sono la via di coloro che si mettono a seguire Gesù. La parola liberante del vangelo apre ad un liberarsi da quanto lega ad un possesso che rende preoccupati e impediti. E qui sorge il paradosso del seguire Gesù: nello scegliere la via della povertà, nel lasciare qualcosa, nel vivere in perdita si scopre che, si trovano relazioni nuove e una gioia che riempie la vita. ‘Non temere’… La vita al seguito di Gesù non è esperienza di paura ma di gioia.

Alessandro Cortesi op

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Fratellanza come chiamata

Nei giorni scorsi ad Abu Dhabi si è svolto uno storico incontro tra papa Francesco e il grande imam dell’università di Al-Ahzar del Cairo Ahamad Al-Tayyb. Nel quadro di un convegno promosso dal Muslim Council of Elders, a cui hanno partecipato 700 leader religiosi di diverse confessioni, essi hanno firmato un documento comune sulla fratellanza.

E’ questo il frutto di molteplici contatti tra rappresentanti della chiesa cattolica e della Università di Al-Ahzar centro prestigioso di saggezza del mondo islamico. Ed è indicato come “Un documento ragionato con sincerità e serietà per essere una dichiarazione comune di buone e leali volontà, tale da invitare tutte le persone che portano nel cuore la fede in Dio e la fede nella fratellanza umana a unirsi e a lavorare insieme, affinché esso diventi una guida per le nuove generazioni verso la cultura del reciproco rispetto, nella comprensione della grande grazia divina che rende tutti gli esseri umani fratelli”.

La motivazione di fondo che guida questo scritto è la preoccupazione di una vicenda mondiale in cui sono drammaticamente presenti ingiustizie e violenze insopportabili, iniqua distribuzione dei beni che conducono l’umanità ad una distruzione totale. Come ha affermato papa Francesco: “Costruiamo insieme l’avvenire, o non ci sarà futuro… È giunto il tempo in cui le religioni si spendano con coraggio per aiutare la famiglia umana alla riconciliazione”.

Infatti l’estremismo religioso e nazionale insieme all’intolleranza «hanno prodotto nel mondo, sia in Occidente sia in Oriente, ciò che potrebbe essere chiamato i segnali di una “terza guerra mondiale a pezzi”»

La dichiarazione esorta a “cessare di strumentalizzare le religioni per incitare all’odio, alla violenza, all’estremismo e al fanatismo cieco e di smettere di usare il nome di Dio per giustificare atti di omicidio, di esilio, di terrorismo e di oppressione”.

Nel testo compare per contro l’invito a promuovere “i valori della pace, della giustizia, del bene, della bellezza, della fratellanza umana e della convivenza comune». Ostacoli individuati sono la «coscienza umana anestetizzata” ed il “predominio dell’individualismo e delle filosofie materialistiche che divinizzano l’uomo e mettono i valori mondani e materiali al posto dei principi supremi e trascendenti”.

Alcune affermazioni condivise in questo documento sono particolarmente importanti per una recezione all’interno delle singole comunità e per una responsabilità comune da attuare nel cammino dell’umanità.

Si offrono affermazioni forti sulla libertà di credere e di pensiero con una accentuazione interessante sulla sapienza divina quale fondamento del diritto alla libertà di credo e sorgente del pluralismo e delle diversità da accogliere come espressione di tale sapienza:

“La libertà è un diritto di ogni persona: ciascuno gode della libertà di credo, di pensiero, di espressione e di azione. Il pluralismo e le diversità di religione, di colore, di sesso, di razza e di lingua sono una sapiente volontà divina, con la quale Dio ha creato gli esseri umani. Questa Sapienza divina è l’origine da cui deriva il diritto alla libertà di credo e alla libertà di essere diversi”.

Viene enunciato il rapporto tra Oriente e Occidente come opportunità e necessità data alla storia di arricchimento di civiltà e scambio che fa crescere le culture: “Il rapporto tra Occidente e Oriente è un’indiscutibile reciproca necessità, che non può essere sostituita e nemmeno trascurata, affinché entrambi possano arricchirsi a vicenda della civiltà dell’altro, attraverso lo scambio e il dialogo delle culture”.

La dichiarazione afferma un concetto di cittadinanza che prevede come tutti i membri delle società debbano essere considerati cittadini e non minoranze su cui avere uno sguardo di discriminazione. E’ un concetto di cittadinanza piena che potrebbe avere conseguenze rilevanti positive in Oriente ma anche in Occidente in modi diversi.

“Il concetto di cittadinanza si basa sull’eguaglianza dei diritti e dei doveri sotto la cui ombra tutti godono della giustizia. Per questo è necessario impegnarsi per stabilire nelle nostre società il concetto della piena cittadinanza e rinunciare all’uso discriminatorio del termine minoranze, che porta con sé i semi del sentirsi isolati e dell’inferiorità; esso prepara il terreno alle ostilità e alla discordia e sottrae le conquiste e i diritti religiosi e civili di alcuni cittadini discriminandoli”.

Un paragrafo del documento è dedicata a riconoscere i diritti delle donne e l’importanza di operare per la liberazione da diverse forme di oppressione e umiliazione della dignità delle donne.

“È un’indispensabile necessità riconoscere il diritto della donna all’istruzione, al lavoro, all’esercizio dei propri diritti politici. Inoltre, si deve lavorare per liberarla dalle pressioni storiche e sociali contrarie ai principi della propria fede e della propria dignità. È necessario anche proteggerla dallo sfruttamento sessuale e dal trattarla come merce o mezzo di piacere o di guadagno economico. Per questo si devono interrompere tutte le pratiche disumane e i costumi volgari che umiliano la dignità della donna e lavorare per modificare le leggi che impediscono alle donne di godere pienamente dei propri diritti”.

E’ una dichiarazione che potrà suscitare resistenze, ostacoli e ostilità, ma come ha ribadito Francesco, per parte cattolica si pone pienamente nello spirito del Vaticano II e da parte dell’imam Al-Tayyb costituisce un passaggio che apre una sfida all’interno del mondo islamico orientando il dibattito decisamente nella direzione del dialogo, dell’incontro e della ricerca comune dalla pace. Sono parole che segneranno la storia e se accolte potranno aprire nuovi orizzonti alle responsabilità dei credenti ed essere semi portatori di frutti buoni di pace e giustizia.

Alessandro Cortesi op

 

XIV domenica tempo ordinario – anno C – 2016

134320054-dae528b4-dad3-4dab-9be9-e56b3c63f0be(Codex Purpureus Rossanensis – manoscritto del V- VI secolo recentemente restaurato e che sta facendo ritorno a Rossano – CS)

Is 66,10-14; Gal 6,14-18; Lc 10,1-2.17-20

“Come una madre consola un figlio, così io vi consolerò”. Consolazione è parola che ritorna in modo insistente in questa pagina del terzo-Isaia: è l’espressione di una grande speranza, al cuore dell’esperienza di un profeta che nel tempo della fine dell’esilio ricorda la fedeltà di Dio, la sua tenerezza e richiama a fondare su questa sua presenza ogni azione del presente e ogni sguardo al futuro.

Nella lettera ai Galati Paolo presenta la vita del cristiano come cammino di libertà. Non si tratta di una libertà qualsiasi: certamente non una libertà dai tratti dell’individualismo e del possesso. Non è una ‘libertà posseduta’, quale dominio personale, in cui l’altro è percepito come limite. Essere stati liberati dal Cristo apre ad una libertà ‘per incontrare l’altro’, spinge a farsi carico, a prendersi cura.

Seguire Gesù è così un cammino aperto a chi non proviene dal popolo delle promesse, gli ebrei, ma dal mondo dei ‘pagani’, a chi è considerato lontano, estraneo ai confini religiosi. I Galati che avevano accolto il ‘vangelo’ annunciato da Paolo come forza liberante, ben presto si erano volti alla predicazione di chi intendeva riportarli alle condizioni della legge. Paolo in modo polemico reagisce contro chi chiedeva ai pagani la condizione di seguire l’osservanza della legge giudaica per essere cristiani. Sulla via di Damasco aveva scoperto che Cristo gli aveva donato la salvezza senza alcuna condizione e lo inviava a farsi testimone di possibilità di incontro anche per i pagani. Credere significa aprirsi alla riconoscenza e alla responsabilità per questo dono. La salvezza non è limitata a coloro che vivono nell’obbedienza alla legge. Paolo si è scoperto salvato con una libertà nuova: “quanto a me non ci sia altro vanto che nella croce del Signore nostro Gesù Cristo”.

L’invio di Gesù è rivolto ad ogni nazione e popolo per una convocazione nuova. Settantadue era il numero dei popoli che formavano il tessuto multicolore dell’umanità originaria (Gen 10). I discepoli sono chiamati a vivere la loro testimonianza senza appesantimenti inutili e vivendo un cammino che reca pace e annuncia il regno di Dio quale vicinanza di Dio che consola, che fa scorrere la pace, che prende in braccio.

Alcuni tratti di uno stile di missione e del profilo di chi è inviato possono essere posti in luce: il primo tratto è l’andare insieme, a due a due. C’è un’importanza particolare dell’incontro da condurre nel cammino. Essere insieme è occasione di dialogo, di confronto, come i due di Emmaus. Il secondo tratto è la preghiera: “pregate il padrone della messe…”. Lo sguardo di chi è mandato non dev’essere ripiegato ma aperto sul mondo in cui una messe sta crescendo. E’ simbolo di un operare di Dio che già è presente e chiama al lavoro di raccolta e raduno propria degli inviati. Un terzo tratto è la scelta della nonviolenza: “ecco, vi mando come agnelli in mezzo a lupi”. Come agnelli, capaci di stare anche in mezzo a lupi rifiutando la logica della violenza ma rimanendo al seguito di Gesù, che ha vissuto decisamente il contrasto forte alla violenza con la sua testimonianza fedele e inerme. L’annuncio da portare si connota per essere annuncio di pace: “In qualunque casa entriate, prima dite: Pace a questa casa!”. Un quarto tratto è la sobrietà e la libertà: “non portate borsa né sacca né sandali”. Il non essere appesantiti da troppe cose apre ad una condizione di passare con leggerezza, nella disponibilità al cammino e nell’apertura interiore a scorgere il bene. Un quinto tratto è il disinteresse: quando si è accolti, accettare la condivisione è occasione di scoprire il miracolo dell’ospitalità, e la stessa fede come via di dialogo ricordando il centro dell’annuncio che è il regno di Dio: “Quando entrerete in una città e vi accoglieranno, mangiate quello che vi sarà offerto, guarite i malati che vi si trovano, e dite loro: “È vicino a voi il regno di Dio”. Quando non si è accolti, non cercare di trattenere nulla. Infine un ultimo tratto è la serenità che conduce a gioire non per i risultati ma per la presenza di Dio che ha cura di noi: la vita è nelle sue mani: “Rallegratevi piuttosto perché i vostri nomi sono scritti nei cieli”.

Alessandro Cortesi op

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Di fronte alla violenza

Avvertiamo in questi tempi un crescere di violenza presente in modo pervasivo e in ambiti che possono essere considerati diversi e lontani. E’ la violenza di chi rivendica separazioni e nuove frontiere e rifiuta di affrontare la complessità delle questioni poste dalle migrazioni. E’ la violenza di guerre spesso dimenticate che hanno come ragioni il dominio sulle fonti energetiche e sulle risorse. E’ la violenza condotta in modo sistematico nello sfruttamento indiscriminato della terra. E’ la violenza che si manifesta in omicidi che vedono come vittime soprattutto le donne e denotano una mentalità maschilista di potere. C’è tuttavia un legame tra queste forme di violenza in cui scorgere un appello oggi a ricercare un nuovo stile del vivere che non separi gli ambiti di esperienza ma ne sappia cogliere i profondi collegamenti.

Vandana Shiva, testimone di una lotta per un diverso paradigma di vita ecologica e sociale, fondatrice della ‘Università della terra’ e autrice tra molti altri libri di Chi nutrirà il mondo? Manifesto per il cibo del terzo millennio e di Terra madre. Sopravvivere allo sviluppo ha riflettuto sul legame di diversi tipi di violenza: “un modello di patriarcato capitalista che escluda il lavoro delle donne e la creazione di ricchezza nella mente, aggrava la violenza escludendo le donne dai loro mezzi di sostentamento e alienandole dalle risorse naturali da cui i loro mezzi di sostentamento dipendono: la loro terra, i loro boschi, la loro acqua, i loro semi e la biodiversità. Le riforme economiche basate sull’idea di una crescita illimitata in un mondo limitato possono essere mantenute soltanto dal furto, da parte dei potenti, delle risorse degli inermi. Il furto delle risorse che è essenziale per la ‘crescita’ crea una cultura di stupro, lo stupro della terra, delle economie autosufficienti, lo stupro delle donne. L’unico modo in cui questa ‘crescita’ è ‘inclusiva’ è attraverso la sua inclusione di numeri sempre più vasti di persone nella sua cerchia di violenza. Ho ripetutamente sottolineato che lo stupro della Terra e lo stupro delle donne sono intimamente collegati, sia metaforicamente nel modellare visione del mondo, sia materialmente nel modellare le vite quotidiane delle donne. L’aggravamento della vulnerabilità economica delle donne le rende più vulnerabili a tutte le forme di violenza, comprese le aggressioni sessuali” (Riforme economiche e violenza contro le donne).

Recentemente l’esito del referendum in Gran Bretagna ha condotto a cogliere la diffusione del clima di paura e di desiderio di rinchiudersi e di erigere nuove frontiere di separazione e di difesa: ma ha anche evidenziato, in una campagna appiattita solamente su considerazioni di interesse economico, una mancanza fondamentale di pensieri grandi, di parole capaci di dare senso oltre allo stretto calcolo di vantaggi di corto respiro, capaci di far risuonare considerazione di significati profondi di altre dimensioni della vita tute insieme relazionate.

Ancora Vandana Shiva ricorda come la vita sia un tessuto fragile, non riducibile ad un oggetto da manipolare, ma una realtà che fiorisce nella relazione di diversi piani dell’essere, a tante e diverse dimensioni. «L’economia dei beni comuni è l’unica possibilità che l’umanità ha di sopravvivere. Le risorse del pianeta vanno tutelate, è una nostra responsabilità. L’economia va ridefinita»

C’è un legame profondo tra il rapporto umanità con la natura e i rapporti tra le persone e i popoli nell’incontro delle diversità e nella considerazione dell’altro: questa è forse la grande questione da considerare al cuore del sistema economico, della crisi dell’Europa in questo momento, della violenza che si diffonde e che denota incapacità a vivere la sfida dell’incontro. Uno sguardo attento a queste interrelazioni, a tali legami, scorgendo paradigmi alternativi di vita, è forse un orizzonte in cui scoprire oggi percorsi possibili di pace.

Alessandro Cortesi op

Memoria del Concilio Vaticano II 8 dicembre 1965 – 2015

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“Oggi, qui a Roma e in tutte le diocesi del mondo, varcando la Porta Santa vogliamo anche ricordare un’altra porta che, cinquant’anni fa, i Padri del Concilio Vaticano II spalancarono verso il mondo.

Questa scadenza non può essere ricordata solo per la ricchezza dei documenti prodotti, che fino ai nostri giorni permettono di verificare il grande progresso compiuto nella fede. In primo luogo, però, il Concilio è stato un incontro. Un vero incontro tra la Chiesa e gli uomini del nostro tempo.

Un incontro segnato dalla forza dello Spirito che spingeva la sua Chiesa ad uscire dalle secche che per molti anni l’avevano rinchiusa in sé stessa, per riprendere con entusiasmo il cammino missionario.

Era la ripresa di un percorso per andare incontro ad ogni uomo là dove vive: nella sua città, nella sua casa, nel luogo di lavoro… dovunque c’è una persona, là la Chiesa è chiamata a raggiungerla per portare la gioia del Vangelo e portare la misericordia e il perdono di Dio.

Una spinta missionaria, dunque, che dopo questi decenni riprendiamo con la stessa forza e lo stesso entusiasmo. Il Giubileo ci provoca a questa apertura e ci obbliga a non trascurare lo spirito emerso dal Vaticano II, quello del Samaritano, come ricordò il beato Paolo VI a conclusione del Concilio.

Attraversare oggi la Porta Santa ci impegni a fare nostra la misericordia del buon samaritano”

(Francesco, Omelia 8 dicembre 2015)

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 (Giacomo Manzù, porta della morte. san Pietro)

Epifania

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Luca aveva parlato dei pastori, indicando che l’annuncio della nascita di Gesù aveva messo in cammino chi era impuro ed emarginato al suo tempo, ed aveva trovato accoglienza da parte di persone estranee alla cerchia dei religiosi. Matteo nei suoi racconti dell’infanzia indica presenze di maghi, lontani, presenze malviste e considerate con sospetto. Sono gli inseguitori di stelle, ricercatori; certamente sapienti che nel cuore coltivavano una domanda ed un desiderio. Matteo sottolinea che sono uomini che si mettono in cammino, da lontano.

Inseguono una luce, una stella e si interrogano su una nascita. Provengono da oriente là dove sorge la luce e recano con sé l’interrogativo che la luce che sorge fa nascere nei cuori. La loro identità è di stranieri, di presenze da ‘oltre i confini’, provenienti da territori pagani. Uomini del desiderio e della tensione, non appagati da risposte facili. Matteo con questa indicazione intende proporre che l’incontro con Gesù è possibile a chi si mette in cammino, a chi segue l’inquietudine della ricerca e reca nel cuore una domanda: ‘dov’è?’.

Provengono dall’oriente… luogo dove sorge il sole, e nasce la luce. L’oriente reca in sé proprio questa spinta verso un luogo un ‘dove’ desiderato. Un ‘dove’ che alla fine non è un luogo ma un volto. La loro ricerca giunge all’inchinarsi paradossale davanti ad un bambino in braccio a sua madre. Una adorazione davanti al bambino, con i doni che lo riconoscono come re. Un volto di Dio che si lascia incontrare da occhi che sanno guardare lontano, che sanno nutrire attese.

I ‘maghi’ (resi poi dalla devozione popolare re e magi) sono presenze insolite, lontane dai palazzi. Nei palazzi siede Erode accanto agli scribi. In quei palazzi non c’è ricerca e non c’è interrogativo. Qualcosa di drammatico avviene nell’incontro a Gerusalemme. Gli scribi custodiscono una conoscenza sacra, detengono le Scritture, ma non si pongono in cammino, anzi chiudono con il loro sapere le indicazioni della Scrittura. I capi dei sacerdoti e gli scribi, insieme a tutta Gerusalemme restano scossi profondamente, turbati dal cammino e dalla domanda dei magi. E’ la paura di ogni potere di perdere i controllo, paura di dover porsi in questione, di rivedere la propria dottrina acquisita senza rimanere in ascolto.

C’è nel testo una contrapposizione radicale: c’è chi ha la luce della Scrittura ma la legge nel clima della paura, legato e sottomesso ad un potere timoroso di essere detronizzato. Tutta Gerusalemme,: la città luogo del potere politico e del potere religioso arroccati nella difesa di un sistema, è turbata. Gli scribi i capi dei sacerdoti che dovrebbero essere guide del popolo nella città del tempio sono i custodi della scrittura ma la leggono senza lasciarsi smuovere. Sono anch’essi prigionieri della paura.

I magi invece inseguono la luce della stella: visono la libertà del ricercare, si lasciano sorprendere dal vedere la stella e provano una grandissima gioia. La stella può essere indicazione quella luce presente nel cuore di ogni uomo e donna che apre alle domande e ai desideri più profondi, chiamate di Dio stesso e soffio dello Spirito. E’ la luce della coscienza presente in ogni uomo e donna e che esige ascolto, attenzione.

C’è un cammino da rispettare e da ascoltare, di chi vive nella sua vita una ricerca sincera a cui magari ancora non dà volto. Quel cammino è orientato all’incontro con Cristo. Lì in quell’inseguire quella voce e quella luce è presente già un incontro con Cristo. Perché allora tanta paura di fronte alla ricerca umana, di fronte all’interrogarsi che abbisognerebbe non di avvertimenti di chi detiene il potere ma di accompagnatori docili a condividere tratti di strada?autun42x

Oro incenso e mirra sono i doni dei magi. Sono indicazione dell’identità di Gesù riconosciuto come re in contrasto con i dominatori della terra: un re dal volto paradossale, senza armi, bambino. E’ riconosciuto poi nel suo essere messia non della potenza, ma del servizio, il figlio dell’uomo che vive la passione e la morte.

Epifania è festa di manifestazione. E’ manifestazione del Signore. La presenza di Gesù, il dono del vangelo è aperto a tutti i popoli. C’è una apertura universale che varca i confini di un ambiente, di un popolo, e coinvolge il cammino e la ricerca di tutti. Nessuno è escluso: sono i lontani i primi a riconoscere la novità della presenza di Gesù che racconta il volto di Dio.

Il cammino dei magi annuncia che una luce è dentro ai cammini delle persone e dei popoli. Il IV vangelo dirà: veniva nel mondo la luce vera quella che illumina ogni uomo (Gv 1,9). C’è una luce nel cuore di ogni uomo e donna. E’ questa luce quella di cui ci parla la stella. E’ luce che è già in riferimento a Cristo.

Il senso più profondo della missione da scoprire oggi sta nel dialogo, nell’ascolto e nel lasciare spazio alle domande più profonde. Ma questo è possibile solamente nel coltivare compagnia nel cammino, ambienti di amicizia, luoghi in cui ascoltare, spzi in cui lasdciarsi meravigliare dalla luce che viene da fuori di noi e ci chiama a partire. Una rivoluzione nei modi di pensare la missione.

Alessandro Cortesi op

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XIV domenica tempo ordinario – anno C – 2013

DSCF3832Is 66,10-14; Sal 65; Gal 6,14-18; Lc 10,1-12.17-20

“Dopo questi fatti il Signore designò altri settantadue discepoli e li inviò a due a due davanti a sé in ogni città e luogo dove stava per recarsi”. La pagina di Luca presenta l’invio da parte di Gesù di settantadue discepoli. Al cap. 9 Luca aveva narrato l’invio dei dodici: “chiamò a sé i dodici e diede loro potere e autorità su tutti i demoni e di curare le malattie. E li mandò ad annunziare il regno di Dio e a guarire gli infermi” (9,1-2). L’invio dei settantadue è così accostato quasi in parallelo ed in continuità con quello dei dodici e ne allarga la prospettiva: non solamente le dodici tribù di Israele, racchiuse nel simbolo del numero dodici, sono l’ambito della missione, ma tutte le genti del mondo. Non solo i dodici ma tanti discepoli, tutti coloro che seguono Gesù sono chiamati al dono e al responsabilità di un invio, come testimoni del vangelo. C’è una urgenza ed un affidamento di comunicazione da compiere.

Anche il settantadue infatti è numero simbolico: richiama la convinzione che i popoli della terra fossero settantadue, come si ritrova al cap. 10 della Genesi dove si parla della discendenza dei figli di Noè, Sem Cam e Iafet. E’ quindi narrato il momento sorgivo di un invio – apostolo significa inviato – che coinvolge non solo i dodici ma tutti coloro che accolgono la chiamata di Gesù con uno sguardo aperto alla vita di tutti i popoli. Una dimensione universale, verso le genti che popolano tutta la terra. Ed è una missione ad ogni città e ad ogni casa. E’ missione ma è anche invio a scoprire che c’è già una fecondità in atto, il germogliare di una fioritura che non solo implica un dare ma un essere pronti a raccogliere: la messe è molta… Gesù invita così a scorgere come prima degli inviati vi sia un operare di una forza di vita e una fecondità dello Spirito nella storia, nei cuori, nel mondo dei popoli, in tutte le culture e ambiti della vita.

Le indicazioni per l’invio da parte di Gesù sono essenziali: l’invito a pregare, innanzitutto. L’annuncio del vangelo non è questione di strategie umane, ma si pone come condivisione della condizione di Gesù stesso, che si è fatto povero per arricchirci dela sua povertà (2Cor 8,9). L’andare a due a due, in una compagnia che è già di per se stessa annuncio del regno come condivisione, sostegno reciproco, cammino vissuto insieme; uno stile di chi va senza armi, senza strumenti di offesa dell’altro, nell’attitudine di chi non deve difendere strutture, privilegi o potere e si rende dipendente dagli altri. E’ scelta questa che riguarda il contenuto dell’annuncio stesso. I settantadue inoltre sono inviati ‘come agnelli in mezzo a lupi’, camminando in una condizione di precarietà. La povertà scelta come stile di cammino esprime l’affidamento al Signore e agli altri. Infine, ma al primo posto, la cura per la pace. Il primo saluto da portare è ‘pace a voi’, testimonianza di colui che è venuto a portare pace ai vicini e ai lontani (Ef 2,17).

Agli inviati infine è richiesto di maturare, anche nei momenti in cui si riscontrano i risultati della propria azione, la consapevolezza che tutto proviene dall’operare del Signore e che la gioia autentica sta nel sapersi in relazione con lui: ‘i vostri nomi sono scritti nei cieli’. La gioia deve appoggiarsi sulla fedeltà di colui che ha chiamato e non verrà meno alle sue promesse. In tal senso la missione si connota come seguire Gesù per lasciare spazio alla sua presenza in noi e negli altri.

Da questa pagina mi sembra possano emergere alcune considerazioni per la nostra vita: la prima riguarda l’attenzione alla casa.

‘In qualunque casa entriate…’. La casa è luogo della vita ordinaria, è il luogo familiare dove tutti vivono le esperienze fondamentali dell’esistenza. L’invio di Gesù non indica strategie di comunicazione o di conquista ma apre a cogliere come la dimensione della casa sia il primo degli spazi in cui vivere l’annuncio del regno. La casa è il luogo dell’incontro, del convivere e dell’accogliersi. Spesso quando si parla di annuncio del vangelo s’intende il ‘portare’ qualcosa da dare agli altri. Gesù indica uno stile diverso: entrare in una casa indica innanzitutto un ingresso per lasciarsi immergere nella vita delle persone, degli altri, della storia. Entrare in una casa è gesto che apre al rapporto e all’incontro. Significa scoprire di essere dipendenti da altri. Se l’ospitante è colui che in qualche modo ha qualcosa da offrire e rischia sempre di rimanere prigioniero della sua superiorità nell’offrire e nel donare, l’ospitato che riceve ospitalità vive l’esperienza della precarietà, e si trova innanzitutto nella condizione di accogliere e di dipendere.

Sta qui un grande capovolgimento nel pensare l’annuncio del regno. Il regno si fa presente in questa disponibilità fragile ad accogliere e nella reciprocità in cui l’inviato accetta di dipendere da altri, e vive la povertà come apertura a ricevere. Solamente in questo rapporto in cui non c’è attitudine di conquista, ma l’inermità del ricevere, si apre uno spazio per l’annuncio del vangelo. In questo senso Gaudium et spes parlava della chiesa come comunità in cammino nell’attitudine non solo di portare in attitudine umile la sua unica ricchezza che è il vangelo, ma di ricevere molto dal mondo e dalla società dalla cultura e dalla vita di ogni  persona, perché questa creazione viene da Dio e questa storia è la storia in cui sta crescendo il regno come dono di incontro con Dio.

‘Andate … lungo la strada’. La seconda riflessione riguarda la attenzione alla quotidianità in rapporto all’annuncio del regno. Nelle parole dell’invio missionario di Gesù l’annuncio del vangelo non ha nulla a che fare con le strategie per attrarre, con le grandi manifestazioni di visibilità e potere o con i tentativi di affascinare e attrarre secondo le logiche del marketing. Gesù non suggerisce una strategia delle grandi opere, indica un cammino, fatto di polvere e di volti, sulle strade. La testimonianza del vangelo non richiede operazioni complicate, ma trova il suo luogo nella quotidianità: sulla strada, nella casa, senza andare in cerca di esperienze eccezionali. Ciò implica anche spogliarsi di tutti gli appesantimenti accumulati che talvolta sembrano indispensabili per vivere il vangelo: strutture, organizzazioni, piani, strategie, programmi complessi in cui si perde di vista l’essenziale e non si riconosce più l’importanza delle esperienze e degli incontri di ogni giorno.

Sulla strada la testimonianza del regno non è solo parola, si esprime già in un andare in compagnia, può essere vissuta negli incontri feriali, ordinari. Lì l’annuncio del regno trova il suo spazio. Si tratta allora di saper scorgere quegli spazi in cui può essere aperta la porta della predicazione (Col 4,3), in cui lasciar spazio al regno già presente, che possa crescere… Lo sguardo di Gesù non è depresso e sconfortato, ma è attento alla possibilità di accoglienza del regno: ‘la messe è molta’.

Sulla strada e non appesantiti: Gesù chiede agli inviati di coltivare il senso della gratuità innanzitutto per un’opera che non è propria ma di Dio stesso, padrone della messe. Proviene dalla preghiera come suo momento sorgivo e sgorga nell’affidamento alla fedeltà di colui che ha chiamato ‘Rallegratevi piuttosto perché o vostri nomi sono scritti nei cieli…’ indipendentemente da successi o gratificazioni. Chiede una libertà da tutto ciò che può impedire l’esperienza dell’essere ospitati e dell’inermità: senza borsa, bisaccia né sandali. E’ uno stile di gratuità.

‘… prima dite: Pace a questa casa…’. A chi segue Gesù, a chi è inviato sta solamente il compito di portare una attitudine di pace: una pace che è attitudine non aggressiva, disarmata nell’andare, ed è anche rifiuto di usare la logica della contrapposizione violenta di fronte all’ostilità. Gesù rimprovera fortemente i suoi che gli chiedono di ‘mandare un fuoco dal cielo’ su chi li aveva respinti (Lc 9,55). Sono parole impegnative. Portare pace è pensare che solamente nell’inerme tessitura della pace si può contrastare ogni logica di guerra che inizia e cresce negli spazi della case e si allarga a dimensioni di rapporti di popoli.

Proprio in questi giorni un ministro del governo italiano per difendere l’acquisto di aerei che sono fortezze di attacco e comportano una spesa inconcepibile tanto più in questi tempi di crisi, ha detto: ‘per amare la pace bisogna armare la pace’. Trovo che quest’espressione costituisca proprio la negazione della logica evangelica: non può esistere una pace armata. Al cuore del vangelo, come momento ispiratore della missione sta invece un saluto di pace, che entra nelle case, che penetra nei rapporti umani, come riconoscimento dell’altro e offerta di una logica diversa di rapporti. E’ rifiuto radicale del metodo della violenza nella fiducia fondamentale che solo assumendo l’inermità di Gesù è possibile testimoniarlo. A tutti coloro che cercano di seguire Gesù, a coloro che si dicono cristiani anche oggi è chiesto in modo più urgente proprio questo: prima di dirsi tali, vivere una testimonianza disarmata di tessitura di rapporti di pace.

Alessandro Cortesi op

XV domenica del tempo ordinario – anno B – 2012

Am 7,12-13; Sal 84; Ef 1,3-14; Mc 6,7-13

C’è un irriducibile scontro  presentato nella pagina di Amos. Il profeta è cacciato via dal sacerdote del santuario perché vada altrove a portare la sua parola perché “questo è il santuario del re e il tempio del regno”. Santuario e potere del re uniti come una sola cosa. In un abbraccio mortale. Chi detiene il potere o è ad esso legato non può sopportare la voce del profeta che ne svela le incoerenze e denuncia l’ingiustizia. Amos è profeta suo malgrado e nella sua risposta al sacerdote che gli impone di allontanarsi richiama ciò che sta al cuore della sua esistenza: la sua non è parola propria, egli non persegue interessi personali, ma gli è stata consegnata una chiamata e una parola che viene dal Signore.

In questo drammatico dialogo è evocato un capovolgimento: Betel era il luogo in cui Giacobbe aveva incontrato Dio quando pensava che Dio fosse lontano da lui. E aveva chiamato quel luogo, in quella notte di solitudine e di povertà, Bet-El, cioè ‘casa di Dio’ (Gen 28,19). Aveva là scoperto che Dio gli era vicino in modo inatteso, proprio quando era privato di tutto e aveva dietro di sè una terra da lasciare e davanti a sè un futuro incerto: povero e indifeso scopre il Dio vicino e fedele che non lo abbandona. Aveva lasciato una pietra a ricordo di quell’incontro. Ora quella pietra era divenuta un tempio, quel tempio un santuario alle dipendenze dal potere del re. Il sacerdote è ora preoccupato non delle indicazioni di Dio, ma di quelle del re. La casa di Dio è trasformata in casa di un potere che non sopporta la parola del profeta… Una forte provocazione connessa a tutta la profezia di Amos: Amos richiama ad un culto che non si colloca nel santuario, nell’ambito dei sacrifici, ma che si concretizza nel fare giustizia al povero, nel distribuire equamente le ricchezze, nel capovolgere logiche di sfruttamento. Tutto questo è insopportabile alle orecchie del potere e per questo Amos viene allontanato, ma la sua missione viene solo da Dio ed in questo egli manifesta la libertà del profeta.

Anche Gesù “chiamò a sé i dodici e prese a mandarli a due a due e dava loro potere sugli spiriti impuri”. Gesù invia i suoi. In questo gesto indica già uno stile: andare è un fatto importante. Chi va non rimane fermo, non si pone in una situazione stabilizzata; chi va è inviato ad incontrare, a stare dove ci si espone al rischio della relazione. Anzi la relazione sta come caratteristica di questo andare perché Gesù invia a due a due. Insieme. Come a dire che l’essere inviati da lui non è una questione di affermazione personale, ma è un andare nella relazione aperta e vive di uno scambio in un cammino compiuto al plurale, in un ‘noi’ che è luogo della comunicazione della presenza stessa di Gesù.

E nell’inviare Gesù non dà ai dodici indicazioni particolari sul tipo di insegnamento, o su questioni dottrinali. Ciò che richiede è centrato soprattutto sul loro modo di essere, sullo stile del loro andare: solo un bastone e i calzari, né pane, né sacca, né denaro, non due tuniche. Uno stile di sobrietà e di povertà: il messaggio che recano si comunica già e in primo luogo nel modo in cui vivono. Lo stile del loro andare è già vangelo, è già riferimento a Gesù, che ha vissuto da povero. Gesù non li invia a portare aiuto ai poveri, li fa andare assumendo la condizione del povero. Non si distingueranno per abilità di parola, ma per il potere sugli spiriti impuri, cioè per la capacità di liberare, per essere presenza di liberazione. Gesù costituisce testimoni, non preoccupati di andare contro qualcuno, ma tesi solo a dire con la voce della vita uno stile che è già vangelo.

Potremmo cogliere da queste pagine due forti indicazioni per noi nel nostro tempo.

La prima indicazione proviene dallo stile del profeta e dal compito del profeta. Viviamo un tempo di crisi economica e sociale in cui si ripropone, per uscire da essa, la stessa via di competizione, di esaltazione del mercato, di svalutazione dei diritti umani che sta all’origine della crisi. In questo tempo il compito dei profeti è quello di denunciare questa logica e la devastazione che sta producendo nelle società. Compito del profeta è affermare che la parola di Dio che riconosce dignità ai suoi figli è fonte di critica alle logiche del profitto e del mercato. La testimonianza del profeta è anche quella che di non aver paura di fronte alla reazione del sacerdote e del re, infastiditi dal suo disturbo. In questi giorni sono morti nel canale di Sicilia 54 migranti su un gommone alla deriva, provenienti da paesi dove c’è la guerra, morti per sete senza essere segnalati da alcuna imbarcazione e nell’indifferenza. Non si può rimanere indifferenti. Anche queste morti sono generate da una iniquità e dall’ingiustizia a livello globale. Testimonianza di profezia implica una critica ad un mondo fondato sul denaro e sulla ricerca di accumulo nell’indifferenza alla dignità degli esseri umani.

Una seconda indicazione per noi può venire dallo stile che Gesù chiede ai suoi, e che è stato lo stile stesso di Gesù. L’essenziale, l’andare sulla via senza appesantimenti di tutto ciò che impedisce l’incontro e non lascia spazio al vangelo. La bella notizia è per i poveri e può giungere solamente se c’è uno stile di condivisione e di povertà. Questo tratto di sobrietà del vivere, la ricerca dell’essenziale, la consapevolezza che ciò che conta non è la proclamazione teorica di valori generici ma l’effettiva coerenza nella vita di uno stile improntato alla semplicità, al distacco dalle ricchezze, è merce rara oggi, anche all’interno delle chiese. Gesù non dà indicazioni né di strategie di annuncio, né di strumenti da utilizzare per poter contare e neppure indica che la finalità dell’invio sta nell’accrescere il gruppo o in qualche altro genere di affermazione. E’ richiesta solo la testimonianza.

E’ questa una provocazione per  noi a vivere una testimonianza impostata alla scelta di nonviolenza che non usa mezzi forti, né ricerca la visibilità per imporsi, ma che segue la via di Gesù. Lo stile del nostro vivere, che attraversa le pieghe del quotidiano, il modo di usare i beni, il tratto nel rivolgersi all’altro è già parola eloquente: afferma, con il coinvolgimento della vita, che la nostra forza è la parola di Dio, e dice anche la fiducia non nei mezzi potenti del denaro, dei beni e del potere umani, ma nell’affidamento a Gesù e alla sua promessa. Ma c’è oggi attenzione a questo stile nei cammini di chiesa?

Alessandro Cortesi op

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