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commenti alla Parola della domenica e riflessioni

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II domenica – tempo ordinario – anno C 2016

Cana+part+anfore+Rupnik+basilica+del+Rosario+a+Lourdes.jpgIs 62,1-5; 1Cor 12,4-11; Gv 2,1-12

Termine chiave nel racconto delle nozze di Cana è ‘segno’: il IV vangelo pone a Cana il primo dei sette segni compiuti da Gesù che si susseguono fino al momento della croce a Gerusalemme. Non si parla di gesti di potenza e liberazione di Gesù come nei vangeli sinottici, ma di ‘segni’. Il segno rinvia ad un oltre, è freccia puntata, indicazione, apertura.

A Cana si svolge una festa nozze, e questo momento è collocato in un tempo preciso: il terzo giorno. E’ questo il giorno in cui Abramo legò Isacco (Gen 22,4), Giona fu salvato dal grande pesce (Gn 2,1), la regina Ester si presentò davanti al re a Assuero (Est 4,16; 5,1). Il terzo giorno è indicazione e rinvio ad un tempo in cui si sta compiendo salvezza e nuova creazione: un intervento di Dio che fa alleanza.

Paradossalmente nel quadro di questo racconto di nozze le figure dello sposo e della sposa sono assenti, o appaiono in modo del tutto marginale. Non è allora la questione del matrimonio al centro di questa pagina. Piuttosto altri riferimenti sono da considerare. Certamente c’è una sottile ripresa di pagine dell’alleanza Es 19-24: lì Dio aveva chiamato Mosè sulla montagna, poi Mosè scese dalla montagna e chiese al popolo di purificarsi, e il popolo prese l’impegno di fare tutto quello che Mosì aveva detto. Così a Cana Gesù è chiamato alle nozze, dopo la festa scende a Cafarnao, e nel racconto le sei giare di pietra sono per la purificazione e i servi sono invitati a fare tutto quello che Gesù dirà loro. Così in Es 19,9 Dio si manifesta nella nube e Giovanni dice che Gesù manifestò la sua gloria. La rivelazione del Sinai conduce il popolo a credere: la conclusione dell’episodio di Cana sta nella considerazione che i discepoli ‘credettero in lui’. Mosè fa da interprete tra Dio e il popolo, in Gv 2 Maria-madre sta in mezzo e si fa interprete di un dono di vita e di gioia. I riferimenti all’alleanza del Sinai tra Dio e Israele sono il quadro di riferimento di base entro cui leggere il racconto. Non di una scena di matrimonio si tratta allora. Piuttosto a partire dal gesto di Gesù che volentieri partecipava alle feste e condivideva la tavola, e che partecipò ad un banchetto a Cana il racconto intende raccontare la gioia dell’incontro dell’alleanza di Dio con l’umanità nella persona di Gesù. E’ in questione l’alleanza con Israele e una novità che si pone in rapporto ad una storia di incontro. Gesù porta gioia e abbondanza: è lui lo sposo che rende presente la gioia propria del tempo del messia.

Accanto a Gesù nel racconto appare la figura di Maria, indicata con due termini, madre e donna. A lei che indica la mancanza. Gesù si rivolge con parole da approfondire: “Che ho da fare con te, donna?”. ‘Donna’ ritorna nel IV vangelo nell’incontro con la samaritana (Gv 4,21) con Maria Maddalena (Gv 20,13) e sotto la croce nella consegna del discepolo amato alla madre: ‘Donna, ecco tuo figlio’. Queste persone divengono figure della comunità-popolo chiamato ad accogliere il rapporto di amore offerto in modo nuovo, gratuito da Gesù.

Gesù risponde alla madre dicendo che non è ancora giunta la sua ‘ora’.  Più volte ritorna nel Iv vangelo l’indicazione che ‘non era ancora giunta la sua ora’ (Gv 7,30; 8,20;12,23.27). L’ora della vita di Gesù è l’ora della croce. Coincide con l’ora della glorificazione, della gloria di Dio che si manifesta nel volto del crocifisso. Momento chiave per comprendere quando sia l’ora di Gesù è all’inizio del racconto della passione: ‘sapendo che era giunta la sua ora di passare da questo mondo al Padre, dopo aver amato i suoi che erano nel mondo li amò sino alla fine’ (13,1). L’ora di Gesù è il punto di convergenza di tutte le scelte della sua vita. Tutti i suoi gesti sono opere e segni orientati all’ora della gloria di Dio, nell’amore della croce. A Cana Gesù oppone una resistenza. I suoi gesti sono segni. Il segno deve essere inteso in quella direzione. L’ora di Gesù è il tempo di offerta di un rapporto nuovo che vince ogni infedeltà e allontanamento.

Le parole della madre: ‘fate quello che vi dirà’ sono indicazione di cammino, evocando un testo dell’alleanza  del Sinai (‘quello che Dio dice noi lo faremo e lo ascolteremo…’ Es 19,8) offre una chiave per comprendere come la questione cnetrale è quella dell’alleanza. Il segno che Gesù sta per compiere è rinvio ad un incontro nuovo, in cui egli stesso è sposo.

Sei giare piene di acqua che giacciono per terra vedono il loro contenuto trasformato, divengono contenitori di vino così buono da suscitare lo stupore di chi dirigeva il banchetto: il segno di Cana è il vino, segno di abbondanza e di gioia, dono messianico che parla del tempo di una vicinanza di Dio. Queste giare inutili e vuote divengono metafore di una religiosità che pur seguendo le prescrizioni non sa entrare nella dinamica dell’amore, al cuore della fede.

Il vino ritorna come elemento proprio del rapporto di amore descritto nel Cantico dei Cantici e letto come relazione di amore tra Dio e il suo popolo: “Mi ha introdotto nella cella del vino e il suo vessillo su di me è amore” (Ct 2,4). Ed è segno che rinvia alla venuta del messia quando proprio l’abbondanza di vino costituirà il segno di una vita nuova. Molte pagine bibliche rinviano al banchetto con un preciso significato messianico. Isaia parla di un ‘banchetto di grasse vivande, di vini eccellenti, di cibi succulenti, di vini raffinati (Is 25,6). L’incontro di Dio con il suo popolo era presentato nell’immagine di uno sposalizio: “Come un giovane sposa una vergine, così ti sposerà il tuo creatore; come gioisce lo sposo per la sposa, così il tuo Dio gioirà per te” (Is 62,4-5).

La coltivazione dell’olivo e della vigna compaiono nei testi profetici che parlano del tempo messianico: “Ritorneranno a sedersi alla mia ombra, faranno rivivere il grano, coltiveranno le vigne, famose come il vino del Libano” (Os 14,7). Così anche in Amos: “Ecco verranno giorni – dice il Signore – in cui chi ara s’incontrerà con chi miete e chi pigia l’uva con chi getta il seme; dai monti stillerà il vino nuovo e colerà giù per le colline. Farò tornare gli esuli del mio popolo Israele, e ricostruiranno le città devastate e vi abiteranno; pianteranno vigne e ne berranno il vino e ricostruiranno le città devastate e vi abiteranno; pianteranno vigne e ne berranno il vino, coltiveranno giardini e ne mangeranno il frutto. Li pianterò nella loro terra e non saranno mai divelti da quel suolo che io ho concesso loro, dice il Signore tuo Dio” (Am 9,13-15; cfr. Ger 31,12).

Al culmine del banchetto il vino buono e raffinato è simbolo del tempo in cui viene il messia. Il segno di Cana va colto in rapporto all’ora di Gesù. Gesù è presentato nei tratti del messia: la sua presenza porta gioia. Gioia è la caratteristica del tempo dell’intervento definitivo di Dio nella storia: è Gesù il vino nuovo e buono che “rallegra il cuore dell’uomo” (Sal 104,15).

Accanto a lui la ‘donna’, nuova Eva, vive l’atteggiamento della fede: ‘fate quello che vi dirà’. Nella figura di Maria il IV vangelo indica la vicenda del popolo-chiesa, indicazione dell’umanità radunata sotto la croce nell’ora di Gesù, da cui riceve vita e affidamento.

Anche il segno di Cana è allora manifestazione (epifania). Invita a tronare a Gesù, a mettere al centro di ogni cammino di fede la sua presenza, segnata dalla sua ora. L’incontro è alleanza, possibilità di accogliere gioia come dono di vita che capovolge ogni tristezza, che vince ogni situazione di buio e di morte.

«Questo principio dei segni fece Gesù in Cana di Galilea e manifestò la sua gloria e cominciarono a credere in lui i suoi discepoli» (Gv 2,11) Cana può essere letto come momento che richiama il Sinai, momento di rivelazione della gloria di Dio stesso che si è raccontata nell’agire di Gesù. E’ incontro che parla di alleanza, di un tempo nuovo segnato dalla gioia come scoperta dell’amore donato, aperto all’umanità chiamata ad entrare in questo incontro.

Alessandro Cortesi op

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Io sto con la sposa

Un film nato da un’amicizia e venuto fuori da sé, quasi impostosi come esigenza per tre amici: Gabriele Del Grande, scrittore e giornalista, autore del blog “Fortess Europe” in cui da anni ricorda e denuncia le morti di migranti nel Mediterraneo, Khaled Soliman Al Nassiry, poeta e direttore di una casa editrice araba e Antonio Augugliano, regista e editor cinematografico. “L’elemento che ci ha messo insieme è stata l’amicizia, niente più. Questo infatti è un progetto spontaneo: non ci abbiamo messo mesi a pensarlo, ma è nato dall’urgenza di aiutare cinque amici palestinesi e siriani a continuare il viaggio. Li avevamo conosciuti io e Khaled alla stazione e una sera con Antonio ci è venuta l’idea della sposa. A quel punto non potevamo non farne un film”.

‘Io sto con la sposa’ (2014) è un film che racconta di un matrimonio con sposi e invitati, ma gli uni e gli altri sposi sono di tipo particolare. Formano insieme un corteo nuziale che parte da Milano per raggiungere Stoccolma in Svezia. Un corteo di tal genere non viene fatto oggetto di controlli, di stop alle frontiere, di perquisizioni. Le danze e la gioia degli amici fanno da cornice al candore dell’abito della sposa.

E’ un film senza casting, o meglio un casting che ha trovato i registi piuttosto che essere stato cercato. E qui iniziano le sorprese. Il nome dello sposo è Abdallah, ed effettivamente è uno studente universitario. La sposa Tasneem è siriana proveniente dal campo profughi di Yarmouk a Damasco. Nella realtà i due non sono affatto sposo e sposa. Con loro ci sono Mona e Ahmed una coppia sposata, e poi Alaa che faceva il barbiere ed ha vissuto il viaggio con uno dei suoi tre figli, Manar di dodici anni.

Sì, il viaggio… In effetti ‘Io sto con la sposa’ è film che narra il percorrere una strada, un passaggio di frontiere per far proseguire un viaggio: il film non è fiction, ma documentario, girato in diretta nell’immersione in una storia e provando i rischi concreti del viaggio. E’ infatti la documentazione di un attraversamento di terre e di frontiere da parte di alcuni amici, italiani, palestinesi e siriani che, travestendosi, assumono i ruoli degli sposi e del corteo nuziale, per raggiungere il nord Europa.

Gabriele Del Grande riporta le emozioni alla vigilia della partenza: “Eravamo felici perché il gruppo aveva una bellissima energia e sentivamo che stavamo facendo la cosa giusta. Questa per noi era una certezza. Allo stesso tempo avevamo paura che ci arrestassero lungo la strada, perché avevamo in macchina cinque persone senza passaporto. Per noi nessun essere umano è illegale, ma non per le leggi europee e quindi temevamo che potessimo passare dei guai in frontiera”.

A Marsiglia un grande momento di gioia: la possibilità per Manar, dodicenne appassionato del rap di poter seguire un concerto: per lui era la prima volta, dopo aver visto con i suoi occhi la distruzione della guerra nel suo paese in Siria.

Un corteo nuziale quindi che ha sfidato le leggi sullo spostamento delle persone nella ‘Fortezza Europa’. Un matrimonio al centro, con la gioia del corteo nuziale: una gioia che tratteneva il dramma della migrazione, il dolore del distacco e le incertezze del futuro. Una favola drammaticamente reale raccontata con levità per rompere il muro dell’indifferenza. Un film denuncia, intriso di gioia e di leggerezza, per far cogliere il dramma che centinaia di migliaia di persone stanno vivendo, per aprire gli occhi sulle responsabilità di garantire diritti e dignità a chi affronta il migrare alla ricerca di una vita nuova.

Gesù fu invitato ad una festa di nozze a Cana….

Alessandro Cortesi op

 

 

 

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XXI domenica – ordinario B – 2015

DSCN0944Gs 24,1-2a.15-17.18b; Ef 5,21-32; Gv 6,60-69

La grande assemblea di Sichem è vivace descrizione di un momento di alleanza dopo il cammino nel deserto. Giosuè chiede alle tribù d’Israele una decisione, provoca ad una scelta di parte: “Se vi dispiace di servire il Signore, scegliete oggi chi volete servire: se gli dèi che i nostri padri servirono oltre il fiume (Eufrate), oppure gli dèi degli Amorrei, nel paese dei quali abitate”

Questa scelta sorge dalla memoria di un cammino e di un’esperienza di scoperta. Nel suo lungo discorso Giosuè ripercorre infatti le tappe di una storia scandita dai segni della presenza di Dio che ha ascoltato il grido dell’oppressione e ha fatto uscire dalla schiavitù. Da questa memoria sorge l’invito a prendere posizione e a scegliere per un rapporto diretto e personale con JHWH che impegni l’esistenza e il futuro. “Lungi da noi l’abbandonare il Signore per servire altri dèi! Perché il Signore nostro Dio ha fatto uscire noi e i nostri padri dal paese d’Egitto… Perciò anche noi vogliamo servire il Signore perché egli è il nostro Dio”. La scelta è di stare con il Dio di Abramo, di Isacco e di Mosè, il Dio vicino che si relaziona ai volti e ai nomi aprendo percorsi di libertà. La scelta è quella di lasciarsi scegliere riconoscendo una vicinanza.

La risposta è comune, è espressione di un popolo che dicendo ‘noi’ scopre la sua identità. Essa affonda le sue radici in un credere come affidamento della vita. Si radica in una storia di liberazione in cui JHWH è il primo protagonista. La conseguenza sarà vivere una responsabilità di accoglienza e di liberazione per tutti i popoli della terra. “Noi serviremo il Signore nostro Dio e obbediremo alla sua voce”. Il popolo radunato a Sichem incontra Jahwè come un Tu vivente. Prender posizione per il Dio dell’esodo comporta l’impegno a servire il Dio che si è manifestato come liberatore.

La pagina del vangelo di Giovanni è la parte conclusiva del lungo capitolo 6. Il momento è collocato – non a caso – a Cafarnao. Gesù è presentato mentre insegna nella sinagoga. Aveva compiuto il gesto del pane, aveva parlato di sé come pane vivo disceso dal cielo. Ora è nella sinagoga luogo dell’insegnamento e della Parola di Dio. Il IV vangelo suggerisce che Gesù sta compiendo nel suo insegnamento una rilettura e attualizzazione (un midrash) dell’episodio narrato al cap. 16 dell’Esodo. Lì il popolo mormorava, ora sono i discepoli che mormorano; nel deserto gli israeliti ricevono il dono della manna e delle quaglie per poter mangiare e continuare il cammino, ora Gesù distribuisce ai cinquemila i pani e parla del Padre che dà il pane dal cielo, quello vero. Infine parla di se stesso come pane disceso dal cielo che dà la via al mondo: ‘Chi mangia questo pane vivrà in eterno’.

Il IV vangelo così suggerisce che la manna era solamente un anticipo, un segno: la realtà è qui presente ed è la presenza di Gesù come pane vivo. “E’ lo Spirito che dà la vita, la carne non giova a nulla; le parole che vi ho detto sono spirito e vita”. La carne ossia la dimensione umana nella sua debolezza non può fare nulla. La Parola si è fatta carne e può donare spirito e vita. Molti discepoli reagiscono dicendo “questa parola è dura. Chi può ascoltarla?”

Gesù chiede ai discepoli di passare ad un nuovo modo di comprendere nell’affidamento allo Spirito: è il lasciarsi rinnovare rinascendo dall’alto, aprendosi ad una logica nuova e diversa. Si possono intendere le cose e la in modo nuovo nell’affidamento alle parole di Gesù, nella forza dello Spirito.

E’ provocazione ad un cambiamento che si fonda sulla sua parola: Gesù stesso si presenta come Parola fatta carne, proprio nella sinagoga luogo della Parola. Lo avevano cercato dopo il segno dei pani, ma Gesù apre ad una fame nuova, della Parola stessa di Dio. La sua parola rinvia allora al segno del pane. Il pane vivo è la sua carne per la vita del mondo. A questo punto “molti dei suoi discepoli si tirarono indietro e non andavano più con lui”. Dai cinquemila ai discepoli, ai dodici. La parte finale si concentra sulla reazione dei dodici: sono messi di fronte alla scelta: ‘Volete andarvene anche voi?’. Le parole di Pietro si fanno voce dell’esperienza dei dodici: ‘Signore da chi andremo, tu solo hai parole di vita eterna; noi abbiamo creduto e conosciuto che tu sei il santo di Dio'”. Pietro si rivolge a Gesù chiamandolo ‘Signore’ e ‘Santo di Dio’: sono due espressioni sulla sua identità. Il dove andare è un incontro e un presenza. Nelle sua parole è racchiuso tutto il senso di affidamento allo Spirito, quale atteggiamento di ‘credere e conoscere’ in modo nuovo Gesù. L’intero capitolo 6 del IV vangelo è un accompagnamento ad entrare nell’incontro con Gesù, con la profondità della sua persona da riconoscere come pane della vita, disceso dal cielo, colui che dà la vita al mondo. Al cuore sta il mistero pasquale di discesa e di salita (discesa dal Padre e consegna nel tradimento subito e salita come innalzamento). Gesù è la Parola di Dio, Pane che sfama le attese di liberazione di chi è senza nulla.

DSCF6049Alcune riflessioni per noi oggi

Anche noi oggi siamo invitati a ripercorrere la nostra personale e la storia delle nostre comunità come storia di salvezza. Fare memoria è scoprire una presenza nascosta ma che ha guidato e accompagna. Tra passato e futuro il senso dell’impegno è affidamento ne presente. Rinnovare liberamente l’adesione al Signore, come comunità, è fare spazio al coraggio del credere che si esprime nelle scelte concrete di una vita che rifletta l’agire liberatore di Dio stesso.

‘Volete andarvene anche voi?’ È domanda che si fa provocazione a lasciarsi coinvolgere in un incontro in cui la presenza di Gesù è al centro, con il suo presentarsi come pane e parola. L’esperienza del credere non è piegare la sua divinità alle nostre misure, ma è lasciarci trasformare dalla sua presenza.

“questo mistero è grande…” Motivo centrale del brano della lettera agli Efesini è presentare la bellezza dell’alleanza tra Cristo e la chiesa. Il modo in cui Gesù ha amato è stato nel servizio e nel dono. Non una sottomissione servile, ma scelta di un amore nella cura e tenerezza, non secondo una logica giuridica, ma nella scelta della dedizione. L’amore umano ha davanti a sé la prospettiva di questo cammino. Può divenire espressione concreta di questa grazia. Da essa trae anche forza per poter vivere ogni giorno la fatica di ricominciare ad amare. Anziché leggere questa pagina come una idealizzazione perfezionistica della vita familiare si può cogliere in essa l’invito ad un cammino che coinvolge Cristo stesso e la chiesa come comunità di tutti coloro che sono chiamati ad entrare in rapporto con Cristo. Imparare ad amare è per tutti la grande sfida della vita, mai conclusa, sempre soggetta all’imperfezione e alla fatica. Le difficoltà e le incertezze dell’amare, nella sua complessità, possono essere lette come momenti di un cammino che rimane aperto su orizzonti ampi e può trovare nuova forza alla presenza di Cristo.

Alessandro Cortesi op

Corpo e Sangue del Signore – 2015

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Es 24,3-8; Eb 9,11-15; Mc 14,12-16.22-26

“… Mosè prese il sangue e ne asperse il popolo, dicendo: Ecco il sangue dell’alleanza, che il Signore ha concluso con voi sulla base di tutte queste parole”. Il sangue è segno della vita: Mosè versa il sangue di alcuni animali in parte sull’altare, il trono di Dio, in parte sul popolo d’Israele. E’ un gesto che segue l’ascolto del libro dell’alleanza. Il primato è della parola del Signore che ha parlato e continua a parlare. Quanto ha detto il Signore è inizio e fonte di ogni movimento di risposta e di accoglienza della sua presenza nella fede.

Il gesto di Mosè vuole indicare che un’unica corrente di vita lega l’esistenza dell’intero popolo e la presenza di Jahwè stesso. La vita di Dio quindi e quella di tutto un popolo, Israele, sono legate in modo profondo nell’alleanza quale dono di relazione: il rito esprime così la consapevolezza di una vita che proviene da Dio come dono. La parola ricevuta può trasformare e dare forza nel cammino, diviene criterio dei passi per la vita del popolo. Di fronte ad essa nasce un impegno e una scelta: ‘quanto il Signore ha ordinato, noi lo faremo e lo eseguiremo’. Per Israele ascoltare è possibile solamente nella misura in cui si entra in un coinvolgimento concreto di azione e di lasciarsi plasmare dalla Parola di Dio.

Gesù visse la sua ultima cena con i discepoli in un contesto pasquale, nell’approssimarsi della festa della pasqua. Al tempio avveniva l’uccisione degli agnelli poi la sera nell’ambito familiare la cena domestica. Pasqua: memoria dell’uscita dall’Egitto, della liberazione con i segni dell’agnello pasquale e degli azzimi.

La notte di pasqua celebrava il passaggio dell’angelo di Dio che aveva salvato gli israeliti in Egitto, passando sopra alle case segnate dal sangue dell’agnello: l’agnello divenne così uno dei segni centrali del rito della Pasqua ebraica. Il suo sangue aveva permesso l’uscita dalla schiavitù e l’inizio del cammino verso la libertà. Quella cena ripetuta ogni anno nel plenilunio della primavera, divenne memoriale: gli eventi dell’esodo erano rivissuti: : “in ogni generazione ognuno deve considerarsi come se lui fosse stato tratto dall’Egitto”. Chi celebra quel rito si scopre coinvolto in una storia di alleanza e di promessa.

Gesù riprende i gesti e le parole che costituivano il rito della cena pasquale ebraica, ma presenta il pane e il vino con alcune parole che sono state custodite nel ricordo delle prime comunità. Di queste parole ci sono giunte quattro versioni non identiche (Mc 14,22-25; Mt 26, 26-29; Lc 22,18-20; 1Cor 11, 23-25), con variazioni significative che indicano come esse fossero custodite come spiegazioni dei gesti e di tutta la vita di Gesù.

Il primo gesto di Gesù in quella sera è indicato nello spezzare il pane, un gesto carico di significato e che riportava ai gesti dei profeti nel venir incontro alle necessità dei poveri, ma anche ai gesti della condivisione attuati da Gesù in tutta la sua vita. La frazione del pane divenne indicazione nelle prime comunità di questo momento, e questo gesto da allora è stato ripetuto.

Gesù indica il pane come simbolo dell’intera sua esistenza, della sua persona: ‘prendete, questo è il mio corpo’. E’ consegna che anticipa il significato di quanto a breve si compirà, la sua morte sulla croce: tutta la sua esistenza viene indicata nei segni prima del pane spezzato e poi del vino distribuito.

‘Questo è il mio sangue, il sangue dell’alleanza che è versato per le moltitudini’. Nel sangue sta il segno dell’intera vita. Gesù riprende il riferimento al gesto di Mosè sul monte Sinai, quando versò il sangue come segno di alleanza sull’altare e sul popolo (Es 24, 6-8). Gesù ha inteso la sua vita come servizio e dono libero di sé, uomo per gli altri fino alla fine. La sua vita, vissuta nel farsi servo (Mc 10,45), è luogo di comunione nuova nella sua stessa persona.

L’annuncio del regno quale vicinanza di Dio ai poveri ha provocato nei suoi confronti il sospetto ed il rifiuto da parte del potere religioso e politico. Le parole dell’ultima cena esplicitano che la sua vita è donata al Padre ed è alleanza, vita donata in uno sguardo che va oltre ogni appartenenza di popolo e di lingua: ‘per le moltitudini’, cioè per tutti senza distinzioni (Is 53,11-12): è dono di alleanza. La sua morte è rivelazione dell’amore di Dio il Padre.

Gesù alla vigilia della sua morte conferma la sua speranza e il suo affidamento alla causa del regno. Nelle parole: “Amen, io vi dico che non berrò più del frutto della vite, fino al giorno in cui lo berrò nuovo, nel regno di Dio”, indica un orizzonte al di là della morte. La sua fiducia apre all’annuncio di un banchetto nuovo dove il vino sarà nuovo, e dove si compirà il regno di Dio, incontro con il Padre che dà vita, si pone accanto e vicino ai piccoli e raduna. Gesù rinvia i suoi a seguirlo sulla sua strada e ad intendere la vita come esistenza eucaristica, pane spezzato per gli altri.

DSCF5771Alcune riflessioni per noi oggi

“Una stanza arredata… lì preparate la cena per noi”. E’ questa l’indicazione di un luogo in cui celebrare la pasqua: Gesù rinvia i suoi ad individuare questo luogo. Una stanza arredata, una tavola apparecchiata è luogo in cui si vive lo stare insieme nella dimensione domestica. E’ luogo ordinario delle case, una stanza che con i suoi arredi consente di sostare, di mangiare insieme, di condividere. Così pure il gesto di apparecchiare la tavola è gesto quotidiano. I gesti semplici del preparare sono l’ambito in cui si può fare esperienza, senza enfasi, di quell’eucaristia dei giorni feriali in cui si spezza il pane che segna l’esistenza nel quotidiano. Abbiamo bisogno di luoghi dove sperimentare condivisione, in cui scoprire nell’incontro i percorsi di liberazione da tutto ciò che ci chiude e rende poco attenti. Attorno a tavole preparate non per escludere ma per lasciare posto possiamo scoprire la dimensione profonda del vivere come pane condiviso, segno della vita di Gesù data per le moltitudini.

“Non con il sangue di animali…” Cristo non ha compiuto un sacrificio con animali nel recinto sacro del tempio, ma ha compiuto nella sua obbedienza il dono di sé totale al Padre e ai suoi fratelli. E’ entrato nel santuario del cielo non per via di riti religiosi, ma offrendo se stesso, una volta per tutte. Nel rito dei ‘sacrifici’ secondo la tradizione di Israele si attuava non tanto un movimento dell’uomo verso Dio, ma l’esperienza di un rapporto nuovo, reso possibile da Dio stesso, suo dono. La lettera agli Ebrei riprende questo riferimento e afferma che Cristo non ha compiuto sacrifici di animali, ma autentico sacrificio è stato la sua vita donata, il suo ascolto radicale del Padre, la sua solidarietà nella compassione. Di qui il luogo in cui si celebra la liturgia più autentica per i credenti, è la vita. Unirsi a Gesù è possibile nel fare del proprio tempo, delle proprie energie e competenze un dono e un servizio, in rapporto al Padre e per la vita degli altri. Vi è qui l’indicazione preziosa di un superamento di un modo di intendere la spiritualità: il culto a Dio non è racchiuso in gesti estranei alla vita, nella sfera di un sacro separato dal vivere ordinario. L’incontro con Dio, che Gesù ci ha raccontato nel suo percorrere i sentieri della quotidianità, il rendere a lui culto è possibile nei luoghi ordinari e ‘profani’ dell’esistenza, nei gesti dell’umanità.

“Prendete questo è il mio corpo”: accosterei queste parole dell’ultima cena alle parole del Dario di Etty Hillesum nel campo di concentramento di Westerbork nel 1942-43: “Ho spezzato il mio corpo come se fosse pane e l’ho distribuito agli uomini. Perché no? Erano così affamati, e da tanto tempo… Si vorrebbe essere un balsamo per molte ferite” (Diario, 238-239). Il corpo è dimora, luogo di ospitalità nella consegna di sé ad altri. L’ospitalità è la condizione per aprire non ad un ‘essere per la morte’ ma ad un ‘essere per la nascita’, a cui il corpo stesso rinvia come dimora. La scoperta della propria corporeità è scoperta di una vocazione, chiamata ad essere dimora per la custodia e la consegna di vita. E’ scoperta della chiamata radicale ad una consegna al lasciar spazio all’altro, dove l’altro possa trovare dimora. E’ dono di una terra in cui scorgere la presenza di Dio nel profondo. Ancora Etty Hillesum: ‘la parte più profonda di me che per comodità io chiamo Dio’ (Diario, 176).

Un pane indicato come ‘corpo’ parla di Dio che si fa vicino nelle cose di terra, nella semplicità e nella povertà delle cose quotidiane. Parla di un Dio che si offre liberamente facendosi terra ospitale. Ed è invito a vivere la corporeità come chiamata del nostro vivere, parole, gesti, stare in mezzo a luoghi situazioni, incontri, nella piccolezza, nella scoperta di un dono da accogliere e condividere.

Alessandro Cortesi op

V domenica Quaresima – anno B – 2015

DSCN0725Ger 21,31-34; Eb 5,7-9; Gv 12,20-33

Il cammino di quaresima ci orienta verso l’ora di Gesù, l’ora della sua passione. E’ questa l’ora della alleanza. La lettura dal libro della consolazione di Geremia contiene la promessa di una alleanza nuova scritta nel profondo del cuore, una alleanza che compirà la parola di Jahwè ‘Io sono il Signore tuo Dio’ (Es 20,1): “Porrò la mia legge nel loro animo, la scriverò sul loro cuore. Allora io sarò il loro Dio ed essi il mio popolo”. Quella reciproca appartenenza, nucleo profondo dell’alleanza, sarà una realtà nuova interiore che investirà e trasformerà l’intimo dei cuori.

La pagina della lettera agli Ebrei, conduce a fissare l’attenzione su Cristo il Figlio che imparò l’obbedienza come ascolto radicale dalle cose che patì. Indica come in lui si compie l’alleanza promessa: “reso perfetto divenne causa di salvezza per tutti coloro che gli obbediscono.” Cristo una volta per tutte si è offerto con un amore capace di giungere fino alla fine per la salvezza. In lui si compie l’alleanza definitiva. Il suo essere sacerdote, figura di mediazione tra Dio e l’umanità, è di tipo nuovo rispetto al sacerdozio ebraico. Anzi ne costituisce un radicale superamento: Gesù è sacerdote di tipo nuovo non perché compie riti particolari, o perché appartiene ad una élite connessa al culto o alla guida della comunità, ma perché ha fatto della sua vita un dono, ha vissuto un orientamento al Padre, una obbedienza a lui in tutta la sua esistenza, in solidarietà con ogni uomo e donna. Il culto diviene il dono di sé, si rapporta alla vita e si compie nella compassione e nella giustizia.

Nella passione Gesù ‘offrì preghiere con forti grida e lacrime a colui che poteva liberarlo da morte e fu esaudito per la sua pietà’. Si può leggere questo drammatico versetto vedendo in esso l’indicazione della via seguita da Cristo, la sua fedeltà al Padre. Ed il Padre l’ha esaudito non perchè l’ha liberato dalla morte ma perché lo ha sostenuto nella fedeltà alla testimonianza dell’amore: il mistero di Dio è infatti l’amore debole e inerme che si dà fino alla fine. La salvezza per noi ha la sua origine nel dono di amore di Gesù.

Nella pagina del IV vangelo alcuni greci presenti a Gerusalemme cercano Filippo, uno dei discepoli di Gesù, con un nome di origine greca originario di Betsaida, e chiedono: ‘Vogliamo vedere Gesù’: il termine ‘vedere’ nel IV vangelo indica la tensione a cogliere la dimensione profonda degli eventi ed il loro significato. E’ domanda della comunità giovannea che esprime la tensione a cogliere il mistero profondo dell’identità di Gesù. Filippo si reca da Andrea e poi con lui da Gesù. Da qui si sviluppa un discorso di Gesù che parla della sua ‘ora’ e indica il suo cammino usando il paragone con il seme di grano che, se non cade in terra e non muore, rimane solo, ma se muore genera molto frutto. Gesù parla di sé e del mistero della sua vita, mistero di glorificazione e di morte nel contempo: “E’ giunta l’ora che sia glorificato il figlio dell’uomo. In verità, in verità vi dico: se il chicco di grano caduto per terra non muore rimane solo; se invece muore produce molto frutto. Chi ama la sua vita la perde e chi odia la sua vita in questo mondo, la conserverà per la vita eterna”

Appaiono parole chiave del IV vangelo: l’ora, la glorificazione, il morire, il perdere la vita, il servire, la vita eterna. Gesù riferendosi all’ora conduce a cogliere il senso della sua esistenza: l’ora della sua vita è il momento della sua morte. In quell’ora si consegna al Padre e si da’ per tutti, come colui che scende e serve. Consegnato nel tradimento, è in realtà egli stesso che, in libertà piena, si consegna per noi. La sua ora è ora di morte e tuttavia per il IV vangelo è un’ora di glorificazione, perché proprio lì, in quella morte, si manifesta il volto di Dio come amore.

Gesù intende la sua vita come una semina, e indica la sua morte come il momento di un perdersi che genera vita: “per questo sono giunto a quest’ora. Padre glorifica il tuo Nome”. Nel perdere la vita Gesù manifesta la vita di Dio, il suo volto come vita che si dona e sa che solo così si genera una vita abbondante: quell’ora apre ad una vita feconda, la vita eterna. La gloria di Gesù si rivela nel dono della sua vita e nell’amore sulla croce.

Quell’ora che a Cana non era ancora arrivata, che ‘sta venendo’ nell’incontro di Gesù con la donna di Samaria, adesso è giunta: “E’ giunta l’ora che sia glorificato il figlio dell’uomo”. Per il IV vangelo l’ora di Gesù è la grande trama su cui è tessuto l’intero scritto: tutto sta in tensione verso quell’ora. E’ l’ora della croce che si prolunga e comprende la passione la morte la risurrezione e l’ascensione di Gesù, la sua glorificazione. E’ l’ora in cui tutti volgeranno lo sguardo a colui che hanno trafitto; è anche l’ora in cui, quando sarà innalzato da terra, Gesù attirerà tutti a sé.

Alla domanda dei greci, che desideravano vedere Gesù, Gesù indica la croce come momento in cui tutti lo potranno vedere: sia i figli e discendenti di Abramo, sia i greci, i pagani, possono vedere in lui la gloria stessa di Dio, il volto di Dio come amore visibile nel profilo dell’innalzato.

L’ora di Gesù non è solo un momento cronologico nel corso della sua vita, ma si connota come un tempo che anticipa ogni futuro e indica l’orientamento di tutta la storia: l’ora di Gesù è tempo finale che irrompe nel presente e rende vicino la profondità dell’amore di Dio per l’umanità.

E’ l’ora della compagnia in cui Gesù apre la strada a coloro che lo hanno seguito e sono suoi servi. Quest’ora è avvertita in modo drammatico: Gesù vive paura ed angoscia di fronte a quest’ora ed invoca ‘Padre glorifica il tuo nome’. Il Padre è coinvolto e presente nell’ora di Gesù, e conferma la via che Gesù sta seguendo. Nel momento in cui è trafitto inizia quel movimento di attrazione e di coinvolgimento che si allarga: coloro che hanno visto la sua ‘gloria’ possono ‘vedere’ la sua vita e comprendere in modo nuovo la propria esistenza.

DSCF5546Alcune riflessioni per noi oggi

Come il seme di grano, se non muore rimane solo… Ascoltiamo queste lettura mentre siamo colpiti da notizie di attentati e atti terroristici: ultimi in ordine di tempo l’attentato contro cristiani radunati nell’Eucaristia domenicale a Lahore, e quello conclusosi con l’uccisione di molti turisti provenienti da ogni parte del mondo mentre si recavano a visitare il museo del Bardo a Tunisi.

Sono episodi e scelte di morte che si susseguono in questo tempo segnato da intolleranza, violenza, fondamentalismi. Sono momenti che evidenziano una guerra intestina al mondo islamico per guadagnare posizioni di dominio e controllo tra correnti di potere diverse che non si fanno scrupolo nell’utilizzo del fattore religioso per giustificare i loro atti criminali e mirano a suscitare quello scontro di civiltà su cui gruppi di potere e violenti possono lucrare. Sono momenti che suscitano le reazioni scomposte di chi alla violenza non sa fare altro che opporre la logica della guerra e dell’intolleranza, senza riflettere sull’inutilità di seminagioni di morte.

Ad una lettura forse più profonda tutti questi eventi segnalano l’emergere di scelte di morte che sono frutti velenosi di tanti semi di violenza e di guerra gettati a piene mani nella storia degli ultimi decenni in particolare. Decenni di bombardamenti in Afghanistan, l’illusione di esportare la democrazia senza interagire con culture diverse con l’uso delle armi e della guerra in Irak, il lungo sostegno e appoggio prima e il rapido abbandono poi di dittatori che avevano governato in molti paesi del Nordafrica, soprattutto il commercio di armi che ha alimentato e continua ad alimentare in modo criminale le strategie di chi le utilizza: sono tutti semi di morte gettati con abbondanza e senza scrupoli di sorta da parte occidentale, che prima o poi generano mostri.

E quando i mostri si avvicinano con le loro ombre e appaiono incombenti invadendo il nostro quotidiano ritenuto tranquillo e distante dai luoghi della violenza, non possiamo dimostrarci sorpresi o sconcertati. L’indifferenza e l’assenza di scelte politiche di fronte al fenomeno delle migrazioni dal sud del Mediterraneo, la tranquilla assuefazione alla produzione e al commercio delle armi sono altri aspetti delle gravi responsabilità dell’Occidente in genere e dei paesi europei, centrati sui propri interessi e ripiegati nell’alimentare un sistema economico che uccide. Sta qui il punto di un cambiamento radicale necessario e urgente.

Semi di morte contrapposti al seme di grano che solo se muore produce frutto. Il richiamo a pensare la vita come seme di grano che chiede di essere seminato, di andare perduto per generare fecondità nuova è una direzione diversa: è prospettiva di solidarietà e condivisione. In questo perdersi, nel considerare la propria vita legata ad altri e nella linea del servizio per tutta l’umanità, solamente può esserci un ritrovarsi. Nel concepire l’esistenza come consegna al Padre e agli altri sta una fecondità che non viene da nostre capacità ma da chi è la fonte della vita.

“Porrò l’alleanza nei cuori…” Viviamo oggi un senso più profondo della responsabilità personale, della autonomia nelle scelte, della rilevanza delle scelte derivanti dalla coscienza in tutto ciò che facciamo. Tuttavia assistiamo attorno a noi a continue manifestazioni di percorsi in cui è assente la consapevolezza di responsabilità nei confronti degli altri: i casi di corruzione emersi a più riprese negli ultimi tempi ed anche in questi ultimi giorni ne sono un sintomo.

Come osserva Alberto Vannucci, docente di Scienza Politica all’Università di Pisa: “A fronte di una politica in via di liquefazione, ben strutturate appaiono invece le reti di una corruzione spesso eletta a sistema e metodo di governo. Coerentemente col paradigma neoliberista, infatti, nei vari e assortiti comitati d’affari si realizza una privatizzazione del bene comune, convertito in potere d’acquisto e spartito tra i pochissimi partecipanti al gioco della corruzione”.

Tale osservazione dovrebbe rendere vigili e stare in guardia di fronte a linee di tendenza dell’attuale momento politico: “Dovrebbe poi destare qualche preoccupazione in più il fatto che il modello di ‘catena di comando’ che l’agenda politica delle riforme a tappe forzate prevede di applicare ad ogni livello – da quello di governo, a quello ‘manageriale’ della dirigenza amministrativa, fino alla Rai e alle scuole – ricalchi il modello-Incalza, che poi è analogo a quello della ‘cricca della Protezione civile’, fino agli scandali incensata come paradigma efficientista da imitare e replicare. Un ‘dominus’ sciolto da vincoli e impacci, forte di un’investitura politica – dall’alto o dal basso, a seconda del ruolo – cui si attribuiscono grandi poteri in assenza di contrappesi e strumenti efficaci di controllo” (da http://www.libertaegiustizia.it 18 marzo 2015).

Così ancora annota Roberta De Monticelli: “La corruzione della legge, il suo appiattimento sul fatto. La sola direzione nel rapporto fra l’ideale e il reale che chi è al potere conosca, in Italia, da troppo tempo, ma con un’accentuazione e un’accelerazione parossistica negli ultimi tempi. Che l’ideale si riduca al reale, che il diritto si schiacci sul potere e il dovere sulla forza di chi ce l’ha. Speriamo che non avvenga ancora . In ogni caso, l’autorità dell’Autorità anticorruzione ha una sola fonte: noi cittadini. Cosa avverrebbe se – Cantone non voglia – passasse invece la proposta di appiattire sulla realtà perfino uno straccio di ideale come quello, minimo, che chi a giudizio dei tribunali ha abusato del potere, debba lasciarlo almeno fino a prova contraria? Forse è bene almeno prenderne atto: sono le nostre coscienze, l’ultima barriera. Quando cederanno anche quelle, la differenza fra uno Stato e una combriccola di briganti non esisterà più. Forse non siamo mai stati così vicini a questo limite” (Abuso d’ufficio, niente scorciatoie, “Il Fatto quotidiano” 18 marzo 2015).

Il richiamo alla responsabilità personale e all’ascolto della coscienza, laddove Dio parla nella profondità del cuore, dovrebbe essere forse oggi uno degli appelli che emergono dall’ascolto del vangelo, di cui farsi voce e testimoni.

Alessandro Cortesi op

III domenica Quaresima anno B – 2015

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Es 20,1-17; 1Cor 1,22-25; Gv 2,13-25

Le dieci parole acquistano il loro profondo significato dalla prima parola che sta all’inizio: “Io sono il Signore, tuo Dio che ti ha fatto uscire dal paese d’Egitto, dalla condizione di schiavitù”. E’ parola di alleanza e di relazione. E’ il nome di Dio come Tu amante e liberatore che per primo offre all’uomo la possibilità di entrare in un rapporto in cui il suo volto è prezioso. Parola di un Dio amante, che rivolge la prima parola e chiede di farsi dire ‘tu’, che si china sull’uomo piegato e sfigurato. E’ parola di Dio che guarda e si prende cura di chi vive nella condizione di schiavitù: ‘Io sono tuo… ci sono per liberarti’. Le dieci parole allora possono essere lette come traduzione nel quotidiano di quest’unica e prima parola di Dio. Incontrare il Dio dell’alleanza è lasciarsi prendere dalla sua parola, nella corrente di una relazione vivente. Al principio sta un dono e un incontro. Questa parola di Dio vuole libertà e trae fuori dalla schiavitù, ed insieme orienta anche la vita di chi ascolta. Le dieci parole indicano un dono e nel contempo aprono una strada. Chi ascolta è chiamato a comprendersi in due direzioni: nell’incontro con Dio stesso, la prospettiva delle prime tre parole, e nell’incontro con gli altri, l’orizzonte delle altre sette parole. La relazione è al centro: le dieci parole aprono una spiritualità dell’incontro. Su questa via Israele viene posto portavoce di una parola di Dio per tutta l’umanità e introdotto in un cammino di liberazione. Nel lasciare spazio per il Dio vicinissimo che si comunica in una storia e nel rapporto con gli altri sta la via per un compimento della propria esistenza.

Paolo, nel suo cammino di ebreo osservante della Legge visse l’esperienza inattesa di essere afferrato da Dio stesso, il Dio dei padri. Descrive questo passaggio come un evento di incontro, il rivelarsi di una presenza, del Figlio, Gesù Cristo. Paolo scopre da quel momento che la parola definitiva nella sua vita è Gesù, e questi crocifisso: il volto di Dio si manifesta nello svuotamento di Gesù, nella sua croce. Per Paolo è questo un ribaltamento dell’idea di un Dio onnipotente e della legge. Questa sua scoperta è quanto comunica ancora nella sua prima lettera alla comunità di Corinto, dove già aveva predicato agli inizi degli anni ’50. La vicenda di Gesù con al centro la morte di croce è parola definitiva di Dio: nel cammino di dono della sua vita per gli altri Gesù è rivelazione del volto di Dio stesso. Nel rapporto con lui si può trovare il senso dell’esistenza. Ogni ricerca di potenza, ogni ricerca di sapienza è vuota. Paolo propone alla comunità di Corinto ciò che per primo ha vissuto. La vicenda di Gesù è sapienza diversa da ogni sapere umano e la sua debolezza manifesta una forza nuova e paradossale: il Dio di Gesù Cristo si rende vicino nella debolezza, nel darsi fino alla fine, nel fare della sua vita una consegna radicale nell’ascolto al Padre fino alla morte e alla morte di croce. Al cuore del suo vangelo, bella notizia che apre un senso nuovo e profondo alla vita, Paolo propone il paradosso cristiano, la ‘stoltezza’ e la ‘debolezza’ della croce che ha vinto la morte e ha generato una vita nuova per tutti.

Il brano del IV vangelo insiste sul riferimento alla Pasqua: “Si avvicinava intanto la pasqua dei Giudei e Gesù salì a Gerusalemme” (Gv 2,13), “ Mentre era a Gerusalemme per la Pasqua…”. Giovanni pone l’episodio della cacciata dei venditori dal tempio proprio all’inizio della attività pubblica di Gesù, nei giorni della festa di Pasqua. Il gesto di Gesù sulla spianata del tempio di Gerusalemme è attestata in modo diverso dal IV vangelo (Gv 2,14-16) e dal vangelo di Marco (11,15-19) – poi ripreso da Matteo (21,12-13.17) e Luca (19,45-48) – che in modo forse più plausibile dal punto di vista storico, situa questo gesto in giorni vicini all’ultima Pasqua. Marco parla di cacciata dal tempio di coloro che vendevano e compravano. Giovanni precisa che vennero cacciati anche buoi e pecore per i sacrifici e che Gesù si fece una frusta. A spiegazione del gesto, pone poi una parola che unifica insieme due testi, uno del secondo-Isaia: “La mia casa – dice il Signore – è casa di preghiera per tutti i gentili” (Is 56,7). Si tratta di un testo che presenta un’apertura universale. Il secondo di Geremia: “Voi invece ne avete fatto una spelonca di ladri” (Ger 7,11). Questi testi sono indicazione che qui non si tratta di una contrapposizione né al culto né al tempio, piuttosto il riferimento va a quanto avveniva nel cortile dei gentili dove erano collocati i venditori di animali per i sacrifici e i cambiavalute che davano le monete di Tiro necessarie per pagare la tassa del tempio. Il gesto assume quindi i contorni di un gesto profetico, contro la commercializzazione presente che porta a guadagni per la classe sacerdotale, e contro la concezione del tempio come luogo di sfoggio di potenza e ricchezza, soprattutto dopo l’operazione di Erode il grande che aveva ampliato il tempio in modo imponente. Gesù parla così della preghiera, possibile senza spese, mentre i sacrifici esigevano che i poveri acquistassero colombe e, i ricchi, pecore e buoi. Il messaggio di Gesù si delinea come profezia che annuncia l’inutilità dell’istituzione stessa del tempio: l’incontro con Dio già è possibile nel presente e sta avvenendo fuori degli spazi sacri, sulle vie della Galilea nell’ascolto del messaggio di Gesù, nei gesti di accoglienza e liberazione. Già si rende presente ciò che nel suo linguaggio egli esprimeva nei termini di ‘regno di Dio’: la vicinanza di Dio che apre la possibilità di un incontro per tutti, anche per i pagani, esclusi dalla salvezza. Il IV vangelo sottolinea che Gesù parlava del ‘tempio del suo corpo’, distrutto nella morte ma risuscitato da Dio con accenno al tempio utilizzato come metafora. Per Giovanni infatti il tempio in cui è presente la dimora di Dio non è tempio costruito su di un monte ma è la presenza di Cristo e il suo corpo. L’incontro con Dio passa attraverso l’umanità che il Figlio ha preso pienamente. La Parola di Dio, per il IV vangelo nel suo farsi carne, ha indicato che l’incontro con Dio passa per l’incontro con l’umanità di Gesù e con la vita umana nella sua povertà e precarietà, con cui si è fatto solidale.

0x768141883420878915Alcune riflessioni per noi oggi.

Le due puntate di Roberto Benigni sui dieci comandamenti in TV ha avuto un enorme successo lo scorso dicembre. Ci si può chiedere il motivo di questo: forse una delle chiavi di lettura sta nella passione con cui un grande attore ha presentato una pagina nota ma non ascoltata nelle sue profondità. Ma forse soprattutto una ragione sta nel fatto che Benigni ha messo in evidenza il cuore di queste parole come declinazione dell’unica parola che apre una vita in relazione, toccando le corde sensibili dell’umano e rincorrendo parole quotidiane. Ha così intercettato le aspirazioni più profonde delle persone mettendosi di fronte ad una parola di Dio in modo nudo, alla ricerca di autenticità. L’ascolto di questa pagina in collegamento all’esistenza umana diviene allora non il confronto con una serie di comandamenti provenienti da una divinità lontana e autoritaria, ma una parola dell’amore offerta. Una parole capace di dare voce ai desideri più profondi presenti nella vita stessa e capace di parlare per la vita: e solo le parole dell’amore e i gesti dell’amore, solo i movimenti che partono dall’interno della vita possono muovere e cambiare l’esistenza. La provocazione di un tale commento che diviene improvvisamente non solo udibile, ma anche affascinante, è una grande sfida per il modo in cui accostiamo le pagine della Scrittura. Solo un ascolto connesso alla vita sensibile alle esperienze dell’umanità, aperto a porsi in contatto con le domande della vita può aprire significati e orizzonti nuovi e inediti per tutti.

Paolo sottolinea come Gesù rivela un Dio debole, un’esistenza che si svuota… Se l’esistenza di Gesù è stata nel segno dello svuotamento (kenosis) anche l’ascolto dei credenti e la loro testimonianza vanno posti in questa linea. Cosa può significare oggi vivere un’esperienza comunitaria che si ponga su questa linea? Potrebbe significare uscire da tutte le forme del clericalismo e dalle ricerche di grandezza e onnipotenza, legate ad una visione di Dio onnipotente e lontano. Potrebbe anche cercare di vivere essnzialità e spogliamento di tutte quelle forme esteriori o di grandezza che nascondono il volto del crocifisso. Potrebbe anche e più profondamente essere scoperta che Gesù Cristo che si è svuotato rivelandoci il volto di un dio debole, è vuotato dentro questa storia e dentro questa vienda umana. Allora la storia e i cammini umani sono luoghi in cui Dio è già presente e siamo chiamati ad ascoltare e imparare da tale svuotamento a leggere le chiamate di Dio, il suo comunicarsi continuo nella storia, nei segni dei tempi, nei segni del nostro tempo.

Parlava del tempio del suo corpo… Corpo di Cristo e corpi nostri. Corpi di coloro che sono oggi crocifissi e resi schiavi e condannati. Nel film ‘Jesus de Montréal’ (diretto da Denys Arcand, 1989, vincitore del premio giuria al festival di Cannes 1989) una suggestiva trasposizione del gesto di Gesù nel tempio che rovescia i tavoli del mercato, è reso nel gesto irato del protagonista (che nel film ricopre il ruolo di Gesù), che si ribella allo sfruttamento del corpo delle donne da parte dei dirigenti di una compagnia cinematografica che fanno sfilare alcune ragazze durante un provino e si scaglia contro le macchine da presa e le attrezzature fotografiche con cui i loro corpi sono sfruttati. Oggi 8 marzo è festa della donna, giorno che ricorda oppressioni e lotte: momento per riflettere sulle diverse modalità d’ingiustizia e di sfruttamento nei confronti delle donne, nel mondo del lavoro, nella tratta a scopo di prostituzione, nello sfruttamento, nel non riconoscimento della dignità di donne ridotte a cose e sottomesse al potere.

Nella mentalità biblica il corpo non è solamente una parte materiale senza importanza o sede di negatività, uno strumento separato dalla dimensione dello spirito. E’ piuttosto indicazione di una totalità complessa dell’identità umana e dell’esistenza in relazione. Comunichiamo con gli altri nella nostra corporeità che in sé vive del respiro dello spirito. L’interiorità stessa si comunica solamente nel e per mezzo di un corpo. Per questo non abbiamo un corpo ma siamo un corpo. L’attenzione al corpo, alla salute, allo stare bene è esperienza del nostro tempo, talvolta essa racchiude ancora tracce di una antica separazione, del dualismo che separa concretezza e idealità: si tende ad un corpo ideale e non si prende atto delle condizioni concrete e limitate del nostro stare al mondo. L’attenzione alle persone, nella concretezza di una corporeità situata, rinvia a tutte le dimensioni della vita, è via per scoprire il corpo come vita e relazione e per vivere il rispetto, per non ridurre il tempio di Dio ad un mercato.

Alessandro Cortesi op

I domenica di Quaresima – anno B – 2015

Pencils-circle-660x493-e1423498044298Gen 9,8-15; 1Pt 3,18-22; Mc 1,12-15

Tre immagini possono essere raccolte dalle letture quali indicazioni di un cammino nel tempo della Quaresima, in preparazione alla Pasqua.

La prima immagine è quella dell’arcobaleno: “Io stabilisco la mia alleanza con voi: non sarà distrutto nessun vivente dalle acque del diluvio né più il diluvio devasterà la terra… Il mio arco pongo sulle nubi ed esso sarà il segno dell’alleanza tra me e la terra”.

L’arco è arma di guerra, di opposizione: Dio lo ripone, appendendolo tra le nubi, per sempre. E’ forte immagine poetica. Da segno di guerra l’arco viene trasformato nella sua funzione e reso promessa di una pace che unisce cielo e terra. Ancor prima del patto offerto ad Abramo, c’è un legame, un patto per sempre che coinvolge non solo un popolo ma tutte le genti e l’intera creazione. E’ un disgno di pace come orientamento dell’esistenza che unisce umanità alla terra e al cielo, disegno di Dio e desiderio umano. Tutta l’umanità reca in sé una promessa di pace: uomini e donne di ogni lingua popolo, razza e religione… Ed anche le piante, le creature della terra e gli animali sono coinvolti in questo orizzonte di vita, di pace, di sintonia che unisce cielo e terra. Appare qui un volto di Dio che reca pace alla terra e il volto di una umanità e di una creazione destinate ad un compimento di pace. L’alleanza con Noè ci parla di un disegno di incontro che coinvolge ogni persona e tutta la ‘realtà bella’ uscita dalle mani di Dio nell’evento della creazione.

La seconda immagine è quella di una discesa. La prima lettera di Pietro legge la vicenda di Noè e il diluvio come figura del battesimo, segno di inserimento della nostra vita nella vita di Cristo e della chiesa. Il battesimo, segno della Pasqua unisce inizio e fine. E nel battesimo una immersione in quella discesa vissuta da Gesù. “e nello spirito (Cristo) andò a portare l’annuncio anche alle anime prigioniere…”. E’ un’immagine che racconta la Pasqua. Proprio all’inizio di Quaresima è suggerito uno sguardo al punto finale. Nella tradizione occidentale la Pasqua è vista come una salita: la risurrezione (‘rialzamento’) vede Gesù che sale ed è innalzato come signore alla destra del Padre. Ma c’è un altro modo di pensare alla Pasqua, proprio della tradizione dell’Oriente. È quello della discesa: Gesù risorto, passato attraverso il buio della morte scende agli inferi per prendere per mano e per liberare una umanità in attesa. Adamo ed Eva sono le figure che simboleggiano in affreschi, mosaici e dipinti, l’umanità che attende liberazione. Così la Pasqua assume i caratteri di una discesa fin negli abissi più profondi, fin nelle prigioni più nascoste, fin nelle oscurità più impenetrabili, per liberare.

Una terza immagine: il deserto. Nel deserto, luogo inospitale, Gesù vive l’esperienza di un’armonia nuova. E’ la vicinanza di Dio. Anche nel luogo della prova ci sono presenze di Dio vicine: gli animali del deserto, gli angeli lo servivano. Il deserto, luogo dell’aridità e della prova, è anche luogo della solitudine davanti a Dio, dell’alleanza, nuovo giardino della creazione. Gesù è così presentato come nuovo Adamo che vive in una sintonia nuova con la natura e il mondo animale: le fiere e gli angeli. Qualcosa di nuovo sta iniziando con la sua vita e coinvolge tutto il cosmo. Marco descrive una breve scena ma tutta la vicenda di Gesù è cammino nella prova. In tutta la sua vita egli si è dovuto confrontare con la prova, tentazione, fondamentale: come intendere la chiamata ricevuta e accolta nel battesimo? essere il messia in ascolto del Padre o seguire i progetti di dominio, di prepotenza e di successo? Essere il Figlio che risponde alle attese di miracoli, di dominio, di affermazione religiosa come potere, o vivere come il ‘servo’ che dona la sua vita?

Il primo annuncio di Gesù è la bella notizia del regno di Dio che si è fatto vicino. E’ una parola che dice la solidarietà di Dio con noi, con la storia. Da qui il richiamo, l’imperativo a convertirsi e a credere. La bella notizia si fa appello per essere accolta e per un affidamento. L’irrompere del regno è espressione che va tradotta nel modo di intendere non una nuova signoria, non la sottomissione ad un nuovo padrone, ma la vicinanza di un Tu amante, dal profilo di padre materno, che desidera vita e liberazione per ogni figlia e figlio, che apre ad un mondo in cui nessuno sia scartato o tenuto fuori, nessuno sia escluso.

CruciscoptiAlcune riflessioni per noi oggi

Un’alleanza che coinvolge cielo e terra diviene oggi una questione radicale per la vita presente e per le generazioni che verranno. “Il problema climatico è piuttosto semplice. Nel momento in cui l’attività umana produce la maggior quantità di gas a effetto serra, vengono distrutti (…) gli spazi naturali di assorbimento di tali gas: le foreste e gli oceani. Il risultato è che il pianeta ha perso la capacità di rigenerarsi e che ora avremmo bisogno di un pianeta e mezzo per ripristinare l’equilibrio della natura” (François Houtart, Un grido d’allarme, Adista 14 febbraio 2015,13). Le tre grandi aree mondiali di riserve forestali sono state o quasi interamente impoverite come la Malesia e Indonesia, o sono in pieno processo di devastazione come le aree del Congo e dell’Amazzonia. Si pone davanti a noi la questione di una trasformazione del modello di civlità passando dall’ideologia della crescita ad una ‘conversione ecologica’. E’ un tema che investe responsabilità dei governi e a livelli macro, ma anche richiede cambiamenti di stili di vita nel quotidiano. La terra è partecipe di un’alleanza e di un disegno di salvezza di Dio sulla creazione.

Viviamo un tempo in cui la barbarie avanza: le immagini di esecuzioni sommarie di persone innocenti hanno generato in questi giorni orrore e reazione. Segno di barbarie è anche il commercio delle armi, e l’uso di armi sofisticate che sta dietro all’affermarsi di forze che usano violenza. E ancora, la logica che si sta inoculando ancora è quella della guerra pensata come via di risoluzione dei conflitti e unica via per fermare gli assassini. Non scendere a compromessi con la violenza, rimanere forti contro la barbarie non implica necessariamente l’uso dello strumento della guerra. Al contrario la consapevolezza che ogni violenza genera altra violenza e che solo rompendo questa catena si può invertire l’aumento della barbarie può essere criterio guida per scoprire oggi una promessa di pace affidata alla nostra responsabilità. L’ultima relazione sull’export di armi italiane nel mondo afferma “che il conflitto, finché non bussa alle porte, fa bene all’Italia. Per quanto opaco e approssimativo, il documento certifica che nel 2013 non c’è stato alcun crollo nelle esportazioni di sistemi militari italiani come sovente sostenuto dalle imprese e da ambienti della Difesa: sono stati infatti spediti nel mondo armamenti made in Italy per oltre 2,7 miliardi di euro (€ 2.751.006.957) (…). E dunque l’Italia che vuole imporre la pace nel mondo continua ad armarlo alla guerra” (Thomas Mackinson, Libia, l’Italia fa affari su export armi. Ma il Parlamento non ne parla da 8 anni, “Il Fatto quotidiano” 18 febbraio 2015)

Come ha ricordato un documento elaborato da Rete della Pace, Campagna Sbilanciamoci e Rete Italiana per il Disarmo: ” riteniamo che sia necessario dispiegare una molteplicità di azioni, tra le quali: (…) Bloccare le fonti di finanziamento del terrorismo, la vendita delle armi e di petrolio, le complicità con i diversi gruppi di miliziani armati che imperversano nella regione. Un modo per non diventare complici in un conflitto che ci vede già molto responsabili, e per non essere “imprenditori di morte pronti a fornire armi a tutti” come ha ricordato oggi lo stesso Papa Francesco. (cfr. Reti Pacifiste e disarmiste: “Guerra e intervento militare non sono soluzione per la martoriata Libia”, “Il Manifesto” 19 febbraio 2015).

Gesù nel suo discendere fino alla morte si fa vicino a tutte le vittime e scende fin negli abissi più profondi del male per liberare ad una vita nuova. Chi lo accompagna nel suo discendere è oggi testimone martire, come i ventuno operai egiziani copti, uccisi in Libia solamente in ragione del loro essere cristiani: mentre venivano uccisi si affidavano al Signore Gesù pronunciando il suo nome. Insieme a loro Lui stesso discendeva per aprire, nella loro prigionia, la speranza di una vita oltre la morte. Il loro sangue testimonia la speranza di una pace nell’accoglienza e nella cura per l’altro.

Alessandro Cortesi op

Solennità del corpo e sangue del Signore – 2012

La scultura di questo crocifisso tratto dalla radice di un albero di olivo è opera di Ugo Fanti, amico di Pistoia.

E’ un’opera artistica che conduce a guardare il corpo di Gesù sulla croce. Apre a considerare il corpo di Cristo come convocazione di tutti coloro che accolgono la chiamata ad essere in Lui e a formare in Lui un solo corpo. Si fa così  invito a scorgere i tratti del suo corpo proprio nei corpi crocifissi della storia, lasciando coinvolgere la nostra vita nella sua, seguendo la sua via. La sua è stata via del dono e del servizio: noi possiamo dare il nostro corpo, le nostre mani, le nostre braccia, i nostri piedi, le nostre forze a lui, sulla strada che Lui ha percorso.

Mi ha così ricordato la preghiera di Mario Pomilio:

Cristo non ha più mani,
ha soltanto le nostre mani
per fare le sue opere.

Cristo non ha più piedi,
ha soltanto i nostri piedi
per andare oggi agli uomini.

Cristo non ha più voce,
ha soltanto la nostra voce
per parlare oggi di sé.

Cristo non ha più forze,
ha soltanto le nostre forze
per guidare gli uomini a sé.

Cristo non ha più Vangeli
che essi leggano ancora.

Ma ciò che facciamo in parole e opere
è l’evangelio che si sta scrivendo.

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Es 24,3-8;Sal 115,12-18;
Eb 9,11-15;
Mc 14,12-16.22-26

Alleanza è parola chiave di queste letture. Alleanza simboleggiata in un rito, alleanza vissuta in un dono di esistenza.  Al cuore della prima lettura c’è la descrizione di un rito: rito del sangue di animali asperso, versato, sull’altare e poi sul popolo. Un rito che va letto nel contesto della mentalità del culto per mezzo dei sacrifici di animali. Non è però un rito finalizzato a placare una divinità assetata di sangue, ma intende essere segno di una grande scoperta propria della fede ebraica. Indica un incontro: simboleggia infatti che una medesima vita – il sangue è simbolo della forza vitale – unisce Dio e il popolo. E’ memoria attraverso un gesto per riscoprire che Dio stabilisce un rapporto, una comunicazione vivente, pulsante come il sangue. E0 memoria di fedeltà all’alleanza che viene da una iniziativa di Dio. E’ anche gesto che accompagna e vuole indicare una parola ascoltata e ricevuta. ‘Quanto ha il Signore lo eseguiremo e vi presteremo ascolto’. C’è un rapporto dietro a questo segno, una relazione vivente tra Dio che si comunica e un popolo che ascolta. E’ sangue non di morte, ma segno che fa vivere.

Il cammino ha un suo punto d’inizio nell’ascolto. Dio non è lontano e indifferente, ma vicino e ‘parla’. Ascoltarlo non è questione puramente intellettuale. E’ invece dinamismo di coinvolgimento della vita. La parola data impegna Dio che ascolta il grido dell’oppresso e scende a liberare. Ed è anche parola che impegna il popolo in un cambiamento profondo: ‘noi lo eseguiremo e vi presteremo ascolto’. Solamente se  si attua un coinvolgimento l’ascolto è possibile. E’ un ascolto ben lontano dal distacco e della neutralità, si attua invece nel lasciarsi cambiare e nell’operare scelte nuove. L’eseguire conduce ad ascoltare e la parola ascoltata opera cambiamento nella vita. Così il segno del sangue rinvia alla vita, a quello scorrere di energia vitale che innerva e rende vive le forme dell’esistere dell’uomo. Il sangue simbolo della vita, versato sull’altare e sul popolo, diviene simbolo di una medesima corrente di vita che unisce. Alleanza nel sangue.

Gesù nella sua vita terrena, nel suo passare sulle strade ha testimoniato una vita tutta presa da questo ascolto e da questo coinvolgimento. Fino al punto che nell’ultima cena con i suoi, prima dei giorni dell’arresto, del processo, della condanna, vive liberamente un gesto che dice il modo in cui egli ha interpretato e ha dato senso alla sua vita ed alla sua stessa morte. Non fu una morte subita in modo inconsapevole ma l’esito di un cammino di fedeltà nel dono. Un esito non cercato, perché Gesù mai ebbe l’attitudine dell’eroe che sfida i nemici e la stessa morte. Anzi davanti alla sua morte – e Marco lo sottolinea con forza nel suo vangelo – egli provò angoscia e paura. Tuttavia di fronte alle ostilità per il suo messaggio e il suo agire che destabilizzavano il sistema religioso e politico Gesù rimase fedele all’annuncio del regno.

Nella cena, vissuta con i suoi nei giorni della Pasqua, pronunciò parole giunte a noi in due grandi tradizioni, quella di Marco e Matteo e quella riportata da Luca e Paolo. Le parole che Marco ci ha riportato nel suo vangelo rinviano al rito dell’alleanza, al rito del sangue. “Questo è il mio sangue dell’alleanza, che è versato per molti. In verità io vi dico che non berrò mai più del frutto della vite fino al giorno in cui lo berrò nuovo nel regno di Dio”.

In questo momento così drammatico Gesù richiama il rito dell’alleanza (cfr. Es 24, 3-8), insieme al riferimento al significato della Pasqua ebraica. Offre così una luce nella quale leggere tutto il suo cammino. Il sangue – segno dell’antico rito di alleanza – parla  una medesima vita che unisce il Dio liberatore degli oppressi e il popolo. Gesù di fronte alla sua morte manifesta uno dei tratti più profondi del suo volto, il suo essere uomo libero, libero nel mantenersi fedele a fare della sua vita un dono, nella fedeltà al Padre e al regno che aveva annunciato. La sua è una vita perduta… è sangue versato. E non è sangue di animali offerti, ma è la sua stessa vita. Il luogo di incontro tra Dio e uomo è la sua esistenza ‘sprecata’ come dono. Il sangue dell’alleanza è a questo punto non più quello dei sacrifici ma il sangue suo, la sua stessa esistenza. Nel suo donarsi si attua l’incontro e la comunione con Dio. Pone così  fine a tutta la logica dei sacrifici e del culto e annuncia che l’incontro con Dio si attua nel fare della propria esistenza un dono, una consegna sino alla fine a Dio e agli altri.

Indica così in quei segni, il pane  e il vino, tutta la sua vita e la sua speranza che non viene meno anche di fronte alla morte. La sua vita è nell’orizzonte dell’alleanza ‘per i molti’, ‘per le moltitudini’. Questa espressione rinvia alla figura del servo di Jahwè (Is 53,11-12) di cui si dice che ‘giusticherà le moltitudini’: indica non una parte o qualcuno in particolare, ma l’umanità  nell’apertura a tutti, senza confini. E’ sangue donato, e donato per tutti: è vita donata con lo sguardo rivolto a tutti senza nessuna esclusione. Una esistenza che si fa pro-esistenza, vita aperta nel divenire dono.

La morte non è così l’ultima parola: lo sguardo di Gesù va alla fedeltà di Dio, al venire del regno nonostante le contraddizioni. E promette ‘lo berrò nuovo nel regno di Dio’.  Gesù fonda la sua esistenza sulla fedeltà del Padre e guarda ad un futuro in cui nonostante ogni contraddizione il regno si compie. Apre così la comunità dei suoi a vivere quel gesto che ci ha lasciato come memoria della sua vita nell’attesa di un tempo ultimo.

Il ‘regno di Dio’ era stato il cuore del suo annuncio: presentato nelle sue parole che liberavano, nei gesti della sua accoglienza verso tutti coloro che erano tenuti fuori, verso chi viveva in situazioni segnate dal male, per liberarli. I gesti della sua vita concreta, le sue scelte, il suo modo di incontrare le persone, il modo in cui ha vissuto il suo cammino umano sono stati dono di liberazione, uscita dalla logica della violenza, della sopraffazione, liberazione dalla visione sacrale, offerta di un rapporto con Dio presentato come l’Amante. La sua vita, nel suo essere essere-per-gli-altri è racconto del volto di Dio come amore che si perde e libera. Gesù ha raccontato questo facendosi piccolo e povero e per questo scegliendo i piccoli e  i poveri.

Il suo corpo è la sua vita umana luogo di dono e di incontro tra Dio e la nostra umanità. I discepoli a quella cena sono invitati a prendere parte: ‘prendete, mangiate’. Ripetere il gesto di Gesù dell’ultima cena, fare questo ‘in memoria di lui’ è occasione di tornare al suo cammino: mantenere lo stupore di scoprire come ha vissuto la sua esistenza umana, lasciarsi cambiare dalla sua vita.

Vivere l’Eucaristia rinvia a questo: corpo di Cristo è la sua vita donata. Corpo di Cristo è la convocazione di tutti coloro che accolgono questa Parola di vita e la traducono in esistenza. E così si uniscono a lui. Corpo di Cristo è il segno del pane spezzato, del vino versato,  lasciato da Gesù, per poter imparare a scoprire il corpo di Cristo nei volti di tutti coloro in cui Gesù si identifica: il corpo, la vita delle vittime, dei dimenticati, dei poveri. Vivere l’esistenza facendone luogo di consegna e condivisione è fare eucaristia, è il culto autentico. Vivere lasciando spazio al crescere del regno, regno per i piccoli e i poveri è accogliere già il dono di Gesù e apre a scoprire il senso della sua vita vissuta come dono e servizio.

Alessandro Cortesi op

V domenica Quaresima anno B – 2012

Ger 21,31-34; Eb 5,7-9; Gv 12,20-33

“Li presi per mano per farli uscire dalla terra d’Egitto”. In queste parole si sintetizza una storia di liberazione, antica ma anche sempre nuova. Il prendere per mano è gesto vicino, familiare. Forse in questo gesto si può scorgere una breve narrazione di Dio, del suo agire: Dio è qualcuno che prende per mano.Per condurre oltre, per far uscire. E tale gesto evoca tante armoniche che esso comporta ogniqualvolta è vissuto nella concretezza dell’umanità. Prendere per mano reca in sé il tratto della cura e della protezione: quando un adulto tiene la mano di un bambino gli offre sicurezza, fa sentire una presenza sicura, lo sorregge per guidarlo. Ma prendere per mano ha anche i tratti della tenerezza e dell’affetto senza alcuna preoccupazione di guidare e dirigere, ed è carico solo dell’affidamento e del pensiero di stare accanto e di accompagnare: come quando le mani di chi si ama s’incontrano nel gesto delicato di un tenersi, come accogliersi, senza alcuna pretesa, ma nella gioia di una presenza condivisa. E questo gesto così semplice e profondo segna in vari modi le stagioni della vita come quando prendere per mano diviene segno pacato e tranquillo di una lunga amicizia, o si fa espressione di una lunga storia di amore, o ancora è il tenere per mano di chi sorregge e accompagna mani indebolite o tremanti nell’attraversare le fatiche di malattie o dell’ultimo passaggio.

“Li presi per mano per farli uscire dalla terra d’Egitto”. Il prendere per mano di Dio è gesto di vicinanza, di presenza che sta accanto e guida verso vie di libertà. Sta qui il senso della promessa di una ‘alleanza nuova’ intravista da Geremia come dono di presenza interiore, nel cuore. Non una legge che sta fuori, ma una alleanza scritta nel cuore. Una conoscenza profonda che abilita ad ascoltare le chiamate di Dio. E’ la più alta promessa che rinvia ad una presenza di Dio nell’intimo della persona, nella sua coscienza, capace di ascolto e di responsabilità, senza dipendere da autorità esterne. La terra d’Egitto è terra della schiavitù ed è  anche il luogo delle tante schiavitù diverse da cui non ci sappiamo liberare da soli, ed abbiamo bisogno che qualcuno ci prenda per mano. Scoprire che Dio ci prende ancora per mano apre ad accogliere un volto di Dio che desidera percorsi di libertà, e di libertà insieme non l’uno contro l’altro, ma l’uno prendendo per mano l’altro. Dio prende per mano al plurale e non al singolare: conduce insieme a scoprire una liberazione che introduce in un vivere insieme.

Prendere per mano: in questi termini potrebbe racchiudersi anche la missione delle chiese, l’invio dei credenti chiamati a testimoniare non altro se non il dono di una presenza vicina che accoglie come chi prende per mano e libera. Viviamo tempi in cui durezza e competizione pervadono i rapporti: le logiche della concorrenza, del considerare le persone sulla base della loro efficienza, dello stare nel mercato,  del prevalere, investe anche i percorsi delle comunità. Si può prendere per mano se ci si apre a scoprire che Dio per primo ci ha presi per mano per farci uscire, per aprire a terre dove respirare…  Non potrebbe essere questa la scoperta per ispirare gli incontri e l’impegno nel quotidiano? Non potrebbe essere questo l’annuncio di alleanza nuova nella concreteza di un farsi carico accompagnando cammini e offrendo una mano di sostegno e di pace?

‘Vogliamo vedere Gesù’ è la domanda di alcuni ‘greci’ che indicano nella loro curiosità la domanda di tanti venuti da lontano. Ed è questo desiderio di vedere Gesù che ancora dovrebbe aprire a lasciare spazio a lui per chi si interroga e non è appagato né da riflessioni di tipo filosofico e teologico sulla religione, né da programmi di chiesa in cui il riferimento a Gesù rimane sullo sfondo, ricoperto da tanti altri elementi e spesso offuscato. ‘Vogliamo vedere Gesù’ è desiderio e inquietudine più diffusa di quanto non appaia, propria di tanti che attendono che la loro ricerca sia rispettata e presa sul serio.

Vedere Gesù può così divenire una traccia di un progetto di vita:  non qualcosa di già predefinito – sia esso un insegnamento o un programma di azione o appartenenza di gruppo – da dare ad altri, ma un cammino di incontro in cui ricominciare ogni giorno, senza pretese e senza costruzioni stabilite.

‘Vedere’ nel IV vangelo indica la tensione a cogliere la dimensione profonda degli eventi ed il loro significato. ‘Vogliamo vedere’ indica un desiderio di comprendere e di incontrare chi è Gesù. E Gesù risponde con parole che accostano termini a prima vista contraddittori, perché parla di gloria e di morte. Dice che ‘è venuta l’ora’: è l’ora in cui il figlio dell’uomo deve essere glorificato, ma subito dopo parla del chicco di grano che, solo se muore, porta molto frutto.

Gesù parla della sua ora ed in essa del senso della sua esistenza: l’ora della sua vita è il momento in cui come Figlio si consegna al Padre e dà la sua vita per tutti. Consegnato nelle mani dei suoi uccisori, in realtà Gesù stesso si consegna con libertà e fa della sua vita un dono. Come chicco di grano che, morendo, apre una fecondità nuova. La ‘gloria’ di Gesù indica la sua identità profonda, identità che sta nella relazione con il Padre: “Padre è venuta l’ora: glorifica il Figlio tuo perché il Figlio glorifichi te” (Gv 17,1).

La gloria di cui Gesù parla non è intesa come successo, affermazione di dominio e sopraffazione violenta, ma è piuttosto la debolezza dell’amore che giunge a donarsi fino alla fine per gli altri, manifestazione del volto di Dio come dedizione senza riserve all’uomo. E’ una gloria paradossale che si rivela sulla croce: nel dono della sua vita. Lì il IV vangelo invita a fissare lo sguardo per vedere. Gesù innalzato sulla croce racconta il volto di Dio, del Padre, e si manifesta come il Figlio che vive tutta la sua vita nella condivisione totale in rapporto al Padre.

Nel IV vangelo l’ora di Gesù è la grande trama su cui è tessuto l’intero scritto: tutto sta in tensione verso quell’ora. E’ l’ora della croce ed anche paradossalmente l’ora della glorificazione, perché proprio lì sulla croce si rende visibile lo spessore dell’amore di Dio. E’ l’ora in cui tutti volgeranno lo sguardo a colui che hanno trafitto; è anche l’ora in cui, innalzato da terra, Gesù attira tutti a sé. Si attua una attrazione di tutti nel segno dell’amore.

L’ora di Gesù manifesta così per il IV vangelo un volto di Dio come vita aperta al dono, fino a non tenere nulla per sé. La sua vita diviene una vita perduta per l’umanità. Dedizione totale di un amore che ha a cuore la vita delle persone: ‘perché abbiano la vita e l’abbiano in abbondanza’.

Ho trovato la narrazione di un percorso in cui è stato forte questo desiderio di ‘vedere Gesù’ in un recente scritto di Pietro Barcellona, filosofo di ispirazione marxista e giurista, che dopo aver tracciato lo svolgersi della sua vita con i suoi passaggi e le sue crisi dichiara di esser stato attratto prima dall’ineludibile questione di Dio, e poi dalla domanda sul rapporto tra umano e divino: “Sembra naturale che, a questo punto della storia, si torni a riflettere sul tema che ha segnato le vicende dell’Occidente: il rapporto fra l’umano e il divino, poiché solo la presenza del divino potrebbe gettare un ponte tra la nostra dolorosa finitezza e la gioiosa giostra delle galassie e delle stelle” (Pietro Barcellona, Incontro con Gesù, Marietti 1820, 25). Ma egli racconta soprattutto del suo essere stato condotto alla figura di Gesù, proprio perchè Gesù manifesta un Dio non lontano in una eternità immobile ma il Dio Padre che sta dentro la storia degli uomini. E così scrive: “Questo evento, che irrompe nella storia e la sospende, non avrebbe il suo profondo significato se Cristo non avesse scelto, per amore, di lasciarsi crocifiggere. La croce non è il segno di una sconfitta; da quel momento la croce è prova dell’amore di Cristo per gli esseri umani e la rappresentazione del fondamento tragico che abbraccia l’intera vicenda umana. Perdere la vita per trovarla, svuotarsi per poter accogliere la parola, perdere il mondo per trovarne un altro, sono i segni di una novità assoluta nel rapporto tra umano e divino. Per questo continuo a ritenere che bisogna ripartire da Cristo per ritrovare il divino che innerva il movimento dell’universo.’E se volete conoscere Dio / non siate solutori di enigmi. / Piuttosto guardatevi intorno, / e lo vedrete giocare con i vostri bambini. / E guardate lo spazio; / lo vedrete camminare sulla nube, / tendere le braccia nel bagliore del lampo / e scendere con la pioggia. / Lo vedrete sorridere nei fiori, / e sulle cime degli alberi sciogliere carezze’. (K.Gibran , Il profeta)” (Pietro Barcellona, Incontro con Gesù, Marietti 1820, 47-48)

Alessandro Cortesi op

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