la parola cresceva

commenti alla Parola della domenica e riflessioni

Archivi per il mese di “agosto, 2017”

XXII domenica tempo ordinario – anno A – 2017

IMG_0774Ger 20,7-9; Sal 62,2-6.8-9; Rm 12,1-2; Mt 16,21-27

Leggendo la sua storia in un momento di difficoltà, Geremia apre uno squarcio sull’interiorità della sua vicenda di uomo chiamato ad essere profeta. Propone una confessione dal tono intimo e appassionato. La sua vita è stata segnata da un incontro con Dio che l’ha cambiato. E’ chiamata che lo ha portato ad essere sentinella ma ciò ha sconvolto le sue attese e i suoi progetti umani fino ad affrontare il rifiuto e lo scherno. Vive così la tentazione di abbandonare tutto e di fuggire lontano; eppure avverte contemporaneamente il senso di una presenza che lo ha afferrato e a cui è legato. Non vi sono solo ostacoli dall’esterno, ma ora egli vive anche il rifiuto e si affaccia il pensiero di non parlare più nel nome del Signore. Nonostante la ritrosia a vivere ciò a cui è inviato, la Parola di Dio è come fuoco che brucia dentro di lui e lo spinge.

Gesù affida a Pietro un compito e Pietro non comprende. Gesù inizia a parlare della sua via su cui incontra il rifiuto, e l’ostilità. Non è tolta la sofferenza, ma questa è affrontata nella libertà. Le parole di Gesù a Pietro sono con probabilità una esplicitazione opera dalla comunità dopo l’evento della Pasqua. Gesù aveva preparato i suoi alla via che lo avrebbe condotto alla croce non tanto con predizioni, quanto con il suo atteggiamento, con alcune parole che i discepoli compresero solamente dopo, con la decisione della sua scelta nel vivere sino in fondo la scelta del servizio e l’annuncio di liberazione. La figura del figlio dell’uomo fa intravedere l’orizzonte della risurrezione e della gloria ricevuta da Gesù da parte del Dio fedele. La sua esistenza – ci dice Matteo – va letta alla luce della vicenda del figlio dell’uomo.

Matteo vede qui l’inizio di una fase particolare della vita di Gesù. Il suo insegnamento viene riservato alla cerchia dei discepoli chiamati a seguirlo. Le folle sono rimaste deluse perché quanto Gesù propone non corrisponde ad un’idea di messia vittorioso e potente. Gesù si concentra sulla comunità dei discepoli e indica la via. Il suo orientamento si pone in fedeltà al disegno di Dio, all’agire di liberazione e di vicinanza presente in tutta la storia della salvezza. Matteo richiama come Gesù vive la sua obbedienza al Padre in riferimento e compimento delle Scritture. Non si tratta però di adempiere una sorta di predizione, ma Gesù nella sua libertà vive in coerenza al disegno di salvezza di Dio. Gesù è presentato da Matteo come ‘figlio di Dio’ che va incontro alla sofferenza alla morte e alla risurrezione (l’espressione ‘il terzo giorno’ è richiamo al primitivo annuncio della risurrezione).

Pietro, il primo dei Dodici, reagisce con forza a questo insegnamento e lo rifiuta. Deve vivere un difficile passaggio: lasciarsi coinvolgere nel seguire Gesù è una sfida difficile. Stare dietro a lui è quanto Gesù gli aveva chiesto sin dall’inizio: ‘venite dietro a me’. C’è un cammino da compiere e un’autentica conversione: dalla fede nel ‘figlio di Dio’ alla fede nel ‘figlio dell’uomo’ che affronta la sofferenza per la fedeltà all’amore. Ci può essere una accoglienza teorica della presenza di Gesù come figlio di Dio, come messia, ma si tratta di andare oltre. Ciò implica andare al di là di un ‘pensare secondo gli uomini’. Nel dialogo con Pietro c’è l’opposizione di due modi di pensare il messia. Pietro rappresenta l’attesa di un messianismo di gloria e di affermazione. L’apparente buon senso e saggezza di Pietro, che si rifiuta di accettare la via della sofferenza e della morte è stoltezza per Dio. Il ruolo di Pietro è proprio quello di ricordare con la sua stessa presenza, come primo dei dodici, questo cammino della fede.

Seguire Gesù implica un cambiamento radicale: inoltre Matteo nel suo vangelo è attento al fatto che Gesù chiama a seguirlo come comunità. La comunità che Gesù desidera è una comunità che vive innanzitutto un rapporto profondo con lui, lo segue, non si lascia distrarre da altri criteri di riferimento. Questa comunità è capace di lasciarsi mettere in discussione dal rimprovero di Gesù, e lasciarsi cambiare da lui. Inoltre condivide la via di Gesù, ne fa il nucleo dell’annuncio e lo stile della sua vita, anche se questo va contro modelli dominanti e diffusi.

Alessandro Cortesi op

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Seguire

In un tempo di muri seguire Gesù significa scegliere di percorrere ponti, di sognare ponti. Una bella preghiera proposta nel Natale 2016 dalla comunità di san Niccolò all’Arena di Verona può aiutare ed essere traccia di cammino:

Ponti, non muri tra la testa e il cuore perché non ci sia un amore senza pensiero e un pensiero senza amore.

Ponti, non muri tra giovani e vecchi perché non ci sia un futuro senza memoria e una memoria senza futuro.

Ponti non muri tra religioni diverse perché non esista violenza in nome di Dio e la terra trovi il suo cuore pensante.

Ponti, non muri tra chiesa e mondo perché non ci sia una chiesa fuori dal mondo, chiusa nelle sue paure, e un mondo senza gioia.

Ponti, non muri tra politica ed economia perché ci sia una politica bella e una economia che guardi dalla parte dei poveri.

Ponti, non muri tra scuola e lavoro perché la cultura sia il pane quotidiano, il linguaggio della non esclusione.

Ponti, non muri tra educazione e libertà perché educare sia liberare dalla dipendenza e dalla rassegnazione.

Ponti, non muri tra confine e confine perché il mondo sia la casa di tutti e le porte siano aperte al vento.

Ponti, non muri tra mare e mare, tra oceano e oceano perché donne e bambini non sprofondino nell’abisso ma danzino il girotondo della vita.

Ponti, non muri tra Natale e Pasqua perché tutti possano rinascere e risorgere ogni giorno.

Ponti, non muri tra Dio e le persone perché tutti possano gustare l’abbraccio della tenerezza di Dio.

Ponti, solo ponti tra sguardo e sguardo, tra città e città.

Ponti, solo ponti! Un grande arcobaleno che congiunge terra e cielo, perché non ci può essere allegria nel cielo se non c’è amore sulla terra! Amen

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Tre anelli di un padre buono. Note su di un libro sulle religioni a scuola

 

tre anelli Prenna.jpgDio fece tre anelli

Lino Prenna è filosofo di formazione, acuto studioso di Rosmini. Per lunghi anni ha coltivato nell’insegnamento la sua competenza in ambito filosofico insieme all’attenzione educativa. All’Università di Perugia è stato docente ordinario di filosofia dell’educazione. Ha condotto il suo percorso di riflessione unendo insieme impegno ecclesiale e civile. Nell’ambito politico ha manifestato particolare cura nel tenere uniti insieme pensiero e azione. E’ stato negli anni educatore di giovani generazioni ed uno tra i maestri di pensiero che hanno guidato i percorsi dei cattolici democratici in Italia. Uno stile di sobrietà gentile e di profondità di pensiero nell’indicare chiari orientamenti è tratto del suo agire.

Il suo denso libro Dio fece tre anelli. Le religioni a scuola, (ed. Aliseicoop Perugia 2016) può essere letto quale sintesi di studio e progettualità derivante da una lunga maturazione negli ambiti della filosofia, dell’approccio scientifico alle religioni e dell’educazione scolastica. Come indica il titolo il testo si presenta quale contributo in rapporto all’importanza di un posto delle scienze religiose nell’ambito della scuola.

I tre anelli rinviano al racconto che attraversa diverse culture da Baghdad nel VIII secolo – nel dialogo fra il patriarca nestoriano Timoteo I e il califfo al-Mahdi – sino a Gottfried Ephraim Lessing (Nathan il saggio) e riportato da Giovanni Boccaccio nel Decameron: il Saladino pone all’ebreo Melchisedec la domanda su quale sia il monoteismo da considerare vero.

E quest’ultimo racconta di un padre che, volendo lasciare un anello prezioso ai suoi tre figli, non sapendo a quale dei tre affidarlo, ne fa due copie talmente perfette da non poter essere distinte dall’originale. Ogni figlio quindi potrà avere un anello che non potrà essere distinto.

In riferimento alla questione dell’attenzione al fatto religioso nell’insegnamento e nella scuola Lino Prenna presenta una elaborazione teorica di grande spessore unitamente ad una proposta operativa quale punto di approdo: “La proposta non intende esautorare l’insegnamento di religione cattolica, che anzi andrebbe pienamente scolarizzato, ma dilatare lo spazio scolastico del discorso religioso, oggi marginalizzato nell’era concordataria. Non si tratta infatti di togliere ciò che c’è, ma di aggiungere ciò che manca” (p.12)

La prospettiva interreligiosa con attenzione alle tre religioni monoteiste, particolarmente significative nel contesto storico e culturale italiano, costituisce l’orizzonte per conoscere le differenze culturali e il mondo plurale in cui viviamo. Prenna individua nell’attuale momento “un’occasione per ripensare l’assetto scolastico dei saperi religiosi, nella convinzione che l’istruzione religiosa, adeguatamente impartita, completa l’area dei saperi essenziali alla piena istruzione educativa” (p.12).

Il libro si articola in dieci capitoli. Nel primo capitolo è sottolineata la caratterizzazione plurale del mondo attuale e viene posta la domanda come far convivere per i credenti il ruolo di cittadino con la propria condizione di credente nella società plurale. Il tratto multireligioso dell’attuale contesto europeo e italiano ed il nuovo paradigma del pluralismo religioso pone l’istanza di riflettere sull’ospitalità interreligiosa e chiede ad ogni religione di sviluppare la sua apertura alla relazione all’altro.

Seguono alcuni capitoli nei quali si articola una riflessione su alcuni grandi nuclei tematici in relazione alle scienze religiose e sul loro statuto disciplinare nel quadro delle scienze umane. L’orizzonte in cui si pone il ragionamento è nella linea di un superamento di un approccio positivistico e sulla scorta delle acquisizioni della fenomenologia ermeneutica. Lo studio delle religioni è così considerato quale ambito di sapere appartenente a pieno titolo alle scienze dello spirito (distinte dalle scienze della natura) in cui è convolta la conoscenza dell’uomo: “Anche la religione rientra fra le attività umane, in quanto manifestazione dell’homo religiosus e, come tale, può essere oggetto d studio delle scienze dell’uomo”(p.38)

Viene sottolineato a tal riguardo un aspetto proprio presente nell’esperienza religiosa e di essa caratterizzante: nella religione è infatti implicata una struttura duale che rinvia da un lato all’uomo dall’altro a Dio quali principio e termine di una relazione.

Da qui deriva una originalità dello studio della religione non assimilabile né alle scienze della natura né pienamente alle scienze dello spirito. D’altra parte tale studio si distingue anche dall’approccio specificamente teologico che ha come suo ambito proprio l’intelligenza della fede. Le scienze della religione hanno come riferimento fondamentale la natura relazionale dell’uomo e la natura relazionale di Dio. “Oggetto dello studio non è né l’uomo né Dio, ma l’uomo che nella religione fa l’esperienza di Dio (homo religiosus) e Dio che fa esperienza dell’uomo (Deus religatus e/o re-legatus)… la religione consiste in questa relazione intrecciata” (p.38).

L’oggetto della disciplina viene così a configurarsi come una relazione duplice: la relazione dell’uomo con Dio e quella di Dio con l’uomo che si manifesta nei fenomeni umani di coscienza e di esperienza. Ogni religione poi si esprime nei segni propri di una cultura e in un linguaggio. Da qui deriva la scelta di studiare il fenomeno religioso secondo un approccio fenomenologico e storico e con un metodo ermeneutico, capace di leggere e interpretare i fatti.

In questi capitoli l’autore sintetizza un lungo percorso di studi nei quali coglie la valenza specifica dello studio di una disciplina che a pieno titolo va inserita nell’ambito delle conoscenze riguardanti la vita umana e per una comprensione dell’altro nella varietà delle esperienze religiose che pure hanno aspetti fondamentali comuni.

Prenna sottolinea così un altro aspetto rilevante: la religione è da osservare come un fenomeno complesso non riducibile ad alcuni aspetti limitati e settoriali. Un approfondimento dell’antropologia della religione deve percorrere una via fenomenologico storica ed ermeneutico simbolica. Il sacro infatti si manifesta in fatti culturali che possono essere studiati nei tre momenti della spiegazione, della comprensione, dell’espressione. Le manifestazioni religiose nella coscienza e nella storia vanno infatti spiegate, comprese con un approccio di interpretazione (ermeneutico) e con l’approfondimento della scienze del linguaggio. E’ un percorso che richiede vari apporti disciplinari. La religione va accostata come simbolica della fede (p. 51).

Il linguaggio religioso come rappresentazione simbolica è approfondito nel cap. 4. In esso si sottolinea l’esperienza religiosa nella sua dimensione propria di azione comunicativa: nei linguaggi religiosi sono presenti particolari codici espressivi propri di tale esperienza che non è riducibile al linguaggio della logica. L’uomo parla di Dio nel linguaggio della narrazione, l’uomo parla a Dio nei modi della celebrazione; Dio parla all’uomo nelle forme della rivelazione (pp. 59-67). Il linguaggio religioso ha una sua specificità da considerare e interpretare: è fondamentalmente un linguaggio mitico e simbolico, che si esplica nel mito, nel rito e nella realtà letta come simbolo.

Nel cap. 5 Prenna propone una delicata distinzione tra il compito della teologia e quello delle scienze religiose: distingue infatti le scienze della religione come scienze a pieno titolo emancipate dalla teologia che ha un suo ambito proprio e diverso. Le scienze religiose trovano la loro specificità nell’accostare i fatti che sono il portato dell’esperienza religiosa come fenomeno duale (dell’uomo che si relazione a Dio e di Dio che si lega all’uomo). In quanto tali esse possono essere approfondite in modo laico, con una osservazione che, anche da parte del credente, deve maturare un’attitudine di sospensione nel coinvolgimento personale e possa essere spazio di un dibattito pubblico e scientifico anche da parte di chi non appartiene ad una determinata tradizione religiosa: “la religione risulta così un universo oggettivo di fatti e di valori, visibile e rilevabile, segnato dalla intenzionalità di fede dell’uomo e dalla condiscendente manifestazione di Dio” (p.73).

Lo sviluppo del ragionamento condotto non sempre è di approccio facile: talvolta in alcune pagine si ritrova condensata una sintesi di riferimenti e rinvii teoretici di non immediata comprensione. Tuttavia si può apprezzare una paziente costruzione che nel corso delle pagine gradualmente guida il lettore: passo dopo passo sono presentati e motivati gli argomenti per uno sguardo approfondito al fenomeno religioso e alle religioni. Queste sono così presentate quale ambito di esperienza umana che si espone ad una indagine e ad un sapere scientifico nel quadro delle scienze umane con una sua propria specificità. Da questa fondamentale impostazione si possono cogliere i successivi passaggi.

Dopo i primi cinque capitoli si apre così la seconda parte del libro. Il capitolo sesto è snodo di passaggio. Viene sottolineato come la sfida dell’epoca contemporanea sia la costruzione di una ‘società conoscitiva’ nella quale il conoscere sia la condizione per essere. Per questo è società che apprende in contrasto ai movimenti che conducono il mondo ad esser ridotto a mercato. La società conoscitiva può anche essere espressa – nei termini che Prenna deriva dal libro bianco di Delors – come ‘società educante’.

Nel settimo e ottavo capitolo si passa alla considerazione delle scienze religiose con attenzione dell’educazione scolastica. Prenna suggerisce di individuare per la scuola una funzione specificamente educativa che si esercita attraverso il processo conoscitivo: una educazione quindi attraverso la cultura. Compito della scuola sempre più urgente in una società che vive la deriva mercantile è quello di insegnare a pensare e a rielaborare i significati del vivere umano. Si tratta di un compito non solamente esplicativo ma interpretativo della realtà. In tale senso (è il tema del cap. 8) viene indicato lo specifico dell’educazione scolastica come istruzione educativa. “insegnare è il compito proprio della scuola, che educa in quanto insegna” (p.114). In contrasto con posizioni che riservano la funzione educante solamente alla scuola non statale e l’incompetenza educativa della scuola statale Prenna sottolinea il modulo specifico della scuola dato dall’insegnamento/apprendimento ed afferma come la scuola statale stessa abbia una finalità educativa: “Come le altre istituzioni raggiungono il fine comune dell’educare, attraverso un’attività specifica che caratterizza ciascuna, così la scuola educa istruendo” (p.119). Suo compito è primariamente un avvio al ‘come pensare’ non tanto offrire indicazioni su ‘come vivere’.

In tale quadro di ragionamento si può cogliere quale esito del percorso l’affermazione “Anche la religione, perché sia scolasticamente dicibile, deve entrare nella forma di una disciplina, cioè deve essere pensata e detta nell’orizzonte della razionalità scolastica”. Ma c’è da aggiungere anche che “la religione risulta scolasticamente formata nella misura in cui assume le finalità proprie della scuola. In questo caso parliamo opportunamente di istruzione religiosa” (p.123).

Già nel passato Prenna insieme ad altri si era fatto promotore di una proposta di una disciplina per tutti gli studenti che considerasse lo studio trasversale dei fatti religiosi. Conoscenza dei fatti religiosi in relazione alle tre grandi religioni che hanno segnato la cultura mediterranea. Il profilo di tale corso – si suggeriva in un documento citato del 1997 – potrebbe assumere l’approccio dell’antropologia culturale. Anche i fatti religiosi sono espressione di un modo di pensare vivere di uomini e donne e ogni religione può essere considerata un sistema di fatti e valori all’interno dell’universo culturale umano.

A tal proposto si situa la proposta che è la conseguenza operativa della riflessione offerta nel testo: l’istituzione autonoma da parte della scuola di un corso di istruzione religiosa per tutti con attenzione alle tre grandi religioni, non in alternativa e sostituzione dell’attuale insegnamento della religione cattolica, ma come ampliamento per aggiungere ciò che manca.

Nel cap. 9 sono affrontate le questioni relative all’insegnamento della religione cattolica nella scuola italiana, con una considerazione storica e nella presa d’atto della situazione determinatasi con gli accordi della revisione del concordato (1984).

Viene rilevato come gli accordi abbiano chiuso e mortificato una stagione vivace che aveva aperto la considerazione della religione come problema scolastico relativo alle finalità della scuola più che a quelle della chiesa cattolica, in riferimento a mete e obiettivi dell’istituzione scolastica. Si è giunti all’affermazione della oggettiva valenza culturale della religione ma nel contempo se ne è fatta un disciplina facoltativa con il permanere di un aspetto confessionale per lo meno nella concessione della titolarità dell’insegnamento riservato alla autorità ecclesiastica cattolica.

Prenna si dichiara favorevole ad una applicazione integrale e approfondita dell’Accordo per quel che riguarda l’insegnamento della religione cattolica (pp.132-135), ma osserva anche che “la riduzione del discorso religioso all’insegnamento concordatario contribuisce ad accreditare la concezione confessionale della religione, come riserva ecclesiastica, e non come vicenda dell’uomo e della sua cultura finendo, così, col proporre agli studenti una visione della religione isolata dalle materie di studio e marginale rispetto ai fatti della complessa vicenda culturale” (p.137).

Da qui emerge la proposta di approfondire una linea prevista dall’Accordo per l’attivazione di un corso di cultura religiosa a carattere storico critico, con profilo interreligioso, come risposta alla situazione del contesto multiculturale della società attuale. L’Accordo infatti (al paragrafo 9,2) pone le premesse per una attivazione di un insegnamento duplice, uno obbligatorio per tutti, l’altro facoltativo. Non si tratterebbe di ridurre gli spazi scolastici, al contrario, di ampliarli offrendo a tutti gli studenti una proposta di istruzione con carattere aperto alla considerazione di diverse religioni.

In questa prospettiva l’insegnamento delle religioni si porrebbe pienamente all’interno delle finalità della scuola in quanto istituzione che educa nell’istruzione e diviene laboratorio di conoscenza, confronto, rispetto delle differenze e di interazione per imparare a vivere insieme agli altri.

A conclusione d tale esame del testo di Lino Prenna vorrei presentare alcune brevi considerazioni di valutazione.

Innanzitutto vorrei segnalare l’importanza dell’approfondimento condotto a livello filosofico e con specifica attenzione alla dimensione educativa riguardo alla specificità e alla rilevanza delle scienze religiose.

E’ rimarchevole nella riflessione la preoccupazione per l’istituzione scolastica quale luogo in cui maturare le basi per la costruzione di una società della conoscenza che trovi modi per sottrarsi alle logiche del mercato, dell’utilità e dell’efficienza oggi così pervasive.

Ritengo particolarmente interessante la proposta di un insegnamento specifico per tutti a livello scolastico del fenomeno religioso e delle religioni, in cui certamente le tre grandi tradizioni abramitiche hanno una rilevanza particolare nella cultura mediterranea. Non sarebbe da dimenticare il grande influsso e diffusione delle religioni orientali anche nelle loro traduzioni occidentali quale fenomeno che sta incidendo sempre più nella società europea. E soprattutto la questione di un approccio interreligioso aperto che si ponga oltre ogni esclusivismo eredità di uno sguardo occidentale ed eurocentrico.

E’ anche lodevole il tentativo di scorgere una via di mediazione tra la situazione attuale dell’IRC e l’individuazione di possibilità che vengono individuate senza contrasto, anzi sfruttando premesse presenti nell’Accordo stesso relativo al Concordato. Per certi aspetti questo tentativo appare a mio avviso manchevole di una valutazione critica della attuale situazione dell’IRC e delle oggettive difficoltà in cui si trovano soprattutto gli insegnanti di religione cattolica nella scuola. E ciò nonostante la preparazione e la generosità della maggioranza di essi, costretti in una condizione per vari aspetti ambigua e difficile.

Al termine della lettura emerge un interrogativo di fondo che andrebbe affrontato con coraggio: nell’attuale situazione sociale in Italia il mantenimento di un insegnamento di tipo confessionale sotto il controllo dell’autorità ecclesiastica cattolica è elemento positivo e fecondo quale risposta alle nuove esigenze di conoscenza del fatto religioso e delle religioni o le difficoltà e ambiguità che esso reca con sé costituiscono un ostacolo ad un’effettiva considerazione da parte di tutti dell’esperienza religiosa? Certamente sono da considerare le motivazioni storiche che hanno condotto a questo tipo di strutturazione dell’insegnamento religioso in Italia e il peso della storia è ancora pesante nel nostro paese. Tuttavia le sfide educative del momento attuale poste dalla diversità e dal pluralismo e dall’esigenza di formare una conoscenza seria e profonda delle religioni non dovrebbero forse aprire a nuove modalità di impostazione dell’insegnamento riguardo alle religioni nella scuola?

La maturazione di un pensiero ecclesiologico in cui la chiesa concepisce la sua azione a servizio di un cammino comune della società distaccandosi da pretese di potere o privilegi, insieme ad uno sguardo dei processi di cambiamento (si pensi solo ai diversi aspetti della secolarizzazione, ed alla nuova rilevanza degli aspetti religiosi nella realtà sociale) dovrebbero essere spinta per una considerazione rinnovata.

Vi sono infatti sfide culturali e sociali che andrebbero affrontate con un ripensamento globale dell’istruzione religiosa all’interno dell’istituzione scolastica. Proprio i processi che interessano la storia e le vicende dei popoli in modi nuovi oggi, il carattere multiculturale e multireligioso della società, la presenza di migranti e di seconde e terze generazioni di immigrazione richiedono sempre più una conoscenza di tradizioni, culture e modi di vita, ed una capacità di lettura, interpretazione e discernimento. Così pure sarebbe oggi quanto mai urgente anche una formazione di tipo interreligioso quale percorso per tutti, non secondo la via della presenza confessionale ma con un serio approccio di tipo culturale. La formazione catechistica, l’approfondimento della fede e dei suoi aspetti morali è compito proprio delle comunità religiose, compito specifico della scuola è l’educazione, attraverso l’istruzione, ad una convivenza nel pluralismo delle convinzioni, nell’orizzonte della promozione di cittadinanza responsabile e democratica.

Penso inoltre che una urgenza culturale presente nel nostro paese sia quella di predisporre sedi universitarie laiche o in qualche modo con riconoscimento civile in cui sia sviluppata una ricerca su tali ambiti e siano offerti i titoli valevoli per un insegnamento delle scienze religiose, da inserire a pieno diritto quali discipline all’interno dell’istituzione scolastica con riferimento alle mete e ai metodi propri della scuola, anche nel riconoscimento della titolarità dell’insegnamento.

Il libro di Lino Prenna è una preziosa proposta che con rigore e capacità di mediazione apre a considerare questioni che in Italia è difficile affrontare. Speriamo che nell’attuale stagione si possa aprire anche in ambito ecclesiale un ripensamento in fedeltà al vangelo e agli appelli della storia. Conoscere, saper interpretare le religioni e le loro manifestazioni, assumere una attitudine dialogica, non può essere una questione limitata alla religione cattolica, neppure può essere una questione confessionale ma, contro tutte le derive dell’ignoranza e dei fondamentalismi, della strumentalizzazione ideologica delle religioni e dell’uso della violenza con motivazioni religiose, è ambito di attenzione urgente per promuovere una convivenza umana e civile nel mondo plurale.

Il racconto dei tre anelli ha al suo centro la figura del padre che decide di fare copie identiche in coerenza al suo affetto indistinto per i tre figli. E i tre anelli ricordano tutti insieme nella loro indistinguibilità che al centro essi recano un vuoto, che dice apertura ad una presenza di amore, invito a ricercare la necessità dell’altro e spinta a scoprire la disponibilità ad imparare, con umiltà e senza arroganza, dall’altro, rifuggendo dai fondamentalismi e dalle pretese di esclusività. Non è forse questo un contributo formativo fondamentale che potrebbe portare un insegnamento delle religioni in stile interreligioso nella scuola?

Alessandro Cortesi op

XXI domenica tempo ordinario – anno A – 2017

IMG_0640Is 22,19-23; Rm 11,33-36; Mt 16,13-20

Al tempo del re Ezechia (718-687 a.C.), un maggiordomo del re, contestato da Isaia per la brama di grandezza viene destituito e al suo posto viene affidato ad un altro il compito di guidare gli abitanti di Gerusalemme, e il richiamo va a Davide, il re a cui è stata fatta la promessa di Dio. “Ti toglierò la carica, ti rovescerò dal tuo posto… in quel giorno chiamerò il mio servo Eliakim… sarà un padre per gli abitanti di Gerusalemme… gli porrò sulla spalla la chiave di Davide, se egli apre, nessuno chiuderà”. Una responsabilità è connessa a questo simbolo. Le chiavi aprono e chiudono. Sono simbolo di un mandato e di una responsabilità affidata.

La pagina del vangelo di Matteo narra un dialogo tra Gesù e Pietro. A lui è affidato un ruolo particolare come riferimento del gruppo dei dodici e della comunità che Gesù aveva convocato attorno a sé. E’ ripreso il motivo delle chiavi (16,19) con la citazione del versetto di Isaia: “a te darò le chiavi del regno dei cieli, e tutto ciò che legherai sulla terra sarà legato nei cieli e tutto ciò che scioglierai sulla terra sarà sciolto nei cieli”. E’ il segno di un affidamento, una responsabilità è consegnata connessa al legare e sciogliere.

Ricorre nel vangelo di Matteo il termine ‘chiesa’ e rinvia all’ebraico, ‘convocazione di chiamati’ (qahal), comunità che si riunisce in assemblea per il culto di Jahwè. Gesù indica questa comunità in un rapporto al messia. Su di lei le forze della morte, gli inferi, non potranno prevalere. La comunità è presentata come luogo di salvezza, su cui non avranno predominio le forze del male.

Nel quadro di un discorso apologetico il brano veniva posto alla base dell’affermazione indiscutibile di Gesù stesso come fondatore della chiesa: nella parola di affidamento delle chiavi avrebbe istituito la chiesa, fondandola su Pietro, e trasferendo poi le prerogative di Pietro ai suoi successori.

Il giuramento antimodernista del 1910 che riprende l’enciclica Pascendi, costituisce una sintesi di questa visione che alla domanda se Gesù avesse avuto intenzione di fondare la chiesa e fosse stato lui stesso ad edificarla sulla presenza di Pietro risponde in modo chiaro e affermativo: “Credo fermamente che la chiesa custode e maestra della parola rivelata è stata istituita immediatamente e direttamente dallo stesso Cristo vero e storico, mentre era tra di noi, e che essa è stata edificata su Pietro, principe della gerarchia apostolica, e sui suoi successori per sempre” (DS 3540).

Un approccio esegetico e storico critico dei testi del Nuovo Testamento ha condotto a cogliere una serie di problemi per una più approfondita interpretazione di questo passo. Sono emerse innanzitutto difficoltà dal punto di vista storico: i vangeli scritti dopo la Pasqua proiettano in una situazione precedente alcuni sviluppi di quanto le comunità vivono dopo la pasqua. I vangeli sono quindi già in se stessi interpretazione e attualizzazione di un passaggio tra il momento dell’esperienza di Gesù e una situazione post-pasquale. La chiamata dei Dodici è un segno simbolico attuato da Gesù ma non è finalizzata ad una trasmissione o delega di poteri, piuttosto è azione simbolica della raccolta delle dodici tribù di Israele, inizio dell’irrompere del regno di Dio al cuore della missione di Gesù.

Lumen Gentium (n. 5) esprime una visione consapevole di tali acquisizioni nell’indicare Gesù come fondamento della chiesa ma non parlando di lui come fondatore. Il Nuovo Testamento mostra che la chiesa vede i suoi inizi dopo la resurrezione di Gesù, sulla base dell’annuncio del regno, e sul fondamento dell’annuncio pasquale della risurrezione del crocifisso, per opera dello Spirito.

Il termine ekklesia ricorre solo due volte (in Matteo cap. 16 e 18) in testi sicuramente post-pasquali. Lo stesso Luca, che pur conosce e cita continuamente il termine chiesa negli Atti degli apostoli, non lo utilizza mai, neanche una volta, quando narra parole  e gesti di Gesù nel suo vangelo.

In Mt 16 è espressa la volontà di Gesù di edificare la chiesa in un orizzonte futuro: è futuro con rinvio alla sua morte e risurrezione. La chiesa sta quindi in un decisivo rapporto con questo passaggio e non viene prima. Nella visuale di Matteo la ekklesia è opera del Risorto che vive in eterno (cfr. Mt 28,20: ecco io sono con voi tutti i giorni …) e si pone nel legame con Gesù figlio di Dio, in un rapporto unico in quanto Gesù parla della ‘mia’ chiesa.

La chiesa è delineata in Matteo come raduno di tutti coloro che riconoscono come Pietro che Gesù è il Cristo il Figlio di Dio. Inoltre il legame con il messia indica anche il rapporto con il Gesù terreno e con la sua parola.

Matteo pone questo gesto di Gesù subito dopo la domanda ai suoi discepoli sulla sua identità: ‘La gente chi dice che sia il figlio dell’uomo?’. E’ lui il messia, debole, rifiutato ma a cui spetta il giudizio sulla storia – come richiama la figura del figlio dell’uomo. Simon Pietro riconosce che Gesù è messia e figlio. Ma a questo punto Pietro deve scoprire che quanto ha detto non proviene da sue capacità e forze ma è un dono: ‘né la carne né il sangue te l’hanno rivelato, ma il Padre mio che sta nei cieli’. E’ chiamato ad una conversione: il suo rapporto con Gesù proviene da un dono da accogliere nella disponibilità della fede. A lui, chiamato a vivere questo percorso, Gesù affida un compito in relazione alla comunità. La presenza di Pietro è segno. Ricorda la dipendenza da un dono ed anche che ogni responsabilità è affidamento, non per lui solo, ma per tutta la comunità che Gesù desidera.

Il rinvio alla roccia (kefa singifica roccia) è da accostare al discorso della montagna: Gesù aveva parlato della casa sulla roccia e della casa sulla sabbia. (“Eccomi, io pongo in Sion una pietra scelta, angolare, preziosa, da fondamento: chi vi crede non vacillerà” Is 28,16). Su questa costruzione nulla potrà portare distruzione. In Isaia è immagine di un nuovo popolo che ha inizio da un ‘resto’, un piccolo gruppo rimasto fedele: al centro della loro vita sta la fede, roccia su cu stare saldi. Matteo rilegge questi testi in rapporto alla comunità che Gesù voleva. Pietro Kefa è testimone che ha espresso la fede in Gesù e ha scoperto che la fede stessa non è conquista ma dono.

Pietro fa fatica ad accettare la via di Gesù così lontana dalle idee umane del potere. Gesù non è un messia che vuole conquistare un potere umano ma subisce la croce, dà la sua vita e passa per la sofferenza e la morte. A Pietro starà il compito di seguire Gesù e di esserne suo testimone, insieme con tutta la comunità che si raccoglie attorno a lui.

Nella chiesa continua la necessità di ‘legare e sciogliere’, sarà necessario continuare lo sforzo di cogliere quale sia la volontà di Dio nelle diverse situazioni umane. E’ funzione di responsabilità di tutta la comunità.

Nel libro dell’Apocalisse (Ap 3,7-13 nella lettera ad una delle sette chiese dell’Asia minore) ricorre l’immagine delle chiavi: “All’angelo della chiesa di Filadelfia scrivi: Così parla il Santo, il Verace, colui che ha la chiave di Davide: quando egli apre nessuno chiude e quando chiude nessuno apre”. Gesù risorto è riferimento centrale alla vita della comunità, continua ad essere vivo e operante ed è lui solo che ha la piena responsabilità sulla nostra vita.

Alessandro Cortesi op

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Chiavi

Nabi Samuel è un villaggio nella Cisgiordania distante circa 7 km e mezzo da Gerusalemme. E’ situato in un territorio particolare la cosiddetta seam-zone, l’area tra la Linea verde e il muro di separazione eretto da Israele per gran parte all’interno dei Territori occupati della Palestina. Nabi Samuel è uno tra i tanti villaggi che soffrono di una particolare condizione di isolamento: sono circa 7500 abitanti nell’intera Cisgiordania e 250 circa a Nabi Samuel.

Le condizioni di vita degli abitanti di queste enclaves è particolarmente penosa e difficile. Da quando nel 1967, con la guerra dei sei giorni, Israele ha occupato la Cisgiordania, Gerusalemme est, la Striscia di Gaza, il Golan e il Sinai egiziano si sono susseguite le conseguenze della occupazione e del progressivo ampliamento della colonizzazione israeliana, soprattutto la confisca di terre da destinare agli insediamenti ebraici, e la demolizione di case. Tutti questi fattori hanno reso la vita degli abitanti di questi villaggi sempre più difficile ed hanno generato un progressivo abbandono del villaggio da parte dei residenti.

In un recente reportage sulla situazione di Nabi Samuel riportato dall’agenzia Nena News la condizione dei residenti è presentata come quella di chi è costretto a vivere in gabbia: isolata rispetto all’Autorità Nazionale palestinese che non può condurvi l’amministrazione e segregata rispetto a Israele. La gran parte della popolazione non può recarsi a Gerusalemme ma può solamente accedere alla Cisgiordania attraverso un check-point dove spesso non è consentito o viene rallentato il passaggio di beni essenziali e delle ambulanze. Il villaggio inoltre non può essere raggiunto dagli altri residenti in Cisgiordania. Proprio lì l’associazione italiana Cospe sta svolgendo una attività di assistenza e solidarietà per sollevare dalla condizione di isolamento rispetto all’ambiente anche vicino.

Quest’anno ricorre l’anniversario di cinquant’anni dalla guerra dei sei giorni (giugno 1967-2017). Può essere singificativo leggere una riflessione di questo annivesario nell’articolo curato da Giorgio Bernardelli per il sito ‘Bocche scucite’ nel giorno di tale anniversario (L’infermiera israeliana che ha allattato il piccolo palestinese).

Nabi Samuel è un villaggio che ricorda il dramma che stanno vivendo ormai da decenni le popolazioni palestinesi a distanza di cinquant’anni dalla guerra dei sei giorni e prima ancora a partire dalla data del 1948 ricordata dai palestinesi come la Nakba, la catastrofe, ossia l’allontanamento dalle loro case con l’esproprio dei propri campi e dei propri beni. Il 14 maggio 1948 avvenne la fondazione ufficiale dello Stato di Israele. A seguito della proclamazione iniziò la prima guerra fra arabi e israeliani conclusasi con una sconfitta degli arabi. Come conseguenza circa 700mila palestinesi furono costretti ad abbandonare le proprie case e a lasciare i villaggi. Altre decine di villaggi palestinesi subirono la distruzione e gli abitanti da allora furono costretti a vivere nei campi profughi.

Nelle risoluzioni 242 e 338, l’ONU ha chiesto a Israele di ritirarsi ai territori precedenti al ’67 (da qui prendono il nome ‘territori del 67’ i territori che erano stati ottenuti con la vittoria del 1948) ed ha riconosciuto invece le conquiste del 1948. Molte delle famiglie palestinesi già dopo la cacciata del 1948/49 hanno recato con sé le chiavi delle case abbandonate e che sono state poi occupate o distrutte.

La vicenda del villaggio di Nabi Samuel ricorda l’urgenza per ricercare una situazione di giustizia che offra un futuro di pace alla terra dove due popoli sono e saranno chiamati a vivere uno accanto all’altro e insieme, trovando modalità di accettazione dell’altro e di superamento di mezzo secolo di ostilità, violenze e oppressione.

Le chiavi di casa sono il simbolo di questo ricordo ed un richiamo a quell’esigenza di giustizia, che nonostante l’oppressione, non può rimanere tacitato. Le chiavi di casa conservate e consegnate da padri e madri ai propri figli e figlie costituiscono un filo che lega il passato e la responsabilità del presente nonostante tutte le delusioni e le situazioni insopportabili dell’occupazione e l’umiliazione a cui un intero popolo è sottoposto.

Sono chiavi che ricordano come la vita delle persone e dei popoli è legata alla casa, la casa che è il riparo dove ritrovarsi e riposare e la casa che è la patria dove trovare accoglienza rifugio, sicurezza. Le chiavi di casa potrebbero essere un forte simbolo di richiamo a ricercare una pace giusta, soprattutto con attenzione a chi è vittima più debole di una oppressione e violazione di diritti che spezza le vite delle persone.

«È possibile perseguire l’impegno per una soluzione pacifica delle controversie e dei conflitti. Si evitino da parte di tutti iniziative e atti che contraddicono alla dichiarata volontà di giungere ad un vero accordo e non ci si stanchi di perseguire la pace con determinazione e coerenza». Così si è espresso papa Francesco nel 2014, nel suo incontro con Shimon Peres a quel tempo presidente di Israele.

Le chiavi possono essere segno di questa ricerca di porte da aprire anche laddove sembra vi siano solo catenacci serrati.

Alessandro Cortesi op

 

 

XX domenica – tempo ordinario A – 2017

IMG_0371Is 56,1.6-7; Rom 11,13-15.29-32; Mt 15,21-28

“Gli stranieri, che hanno aderito al Signore per servirlo e per amare il nome del Signore e per essere suoi servi, li condurrò sul mio monte santo…”

Il tempio è casa di preghiera per tutti i popoli: sarà aperto, nella visione di Isaia e diverrà luogo di incontro anche con con gli stranieri che hanno aderito al Signore. Nel tempo dell’esilio, a contatto con popoli stranieri Israele scopre che il disegno di salvezza e alleanza è aperto per tutti. L’incontro con Dio non esclude ma va al di là dei confini che dividono i popoli: anche popoli stranieri potranno partecipare alla gioia.

Il rapporto con lo straniero è ambivalente in Israele. Da un lato implica sospetto e timore: bisogna guardarsi dagli stranieri per non venir meno alla fedeltà al Dio della liberazione e del patto, e non cadere nel grande peccato l’idolatria. D’altra parte la presenza dello straniero è un segno e memoria che fonda la stessa fede. E’ ricordo della condizione di oppressione e schiavitù vissuta in Egitto, come stranieri disprezzati, ed è memoria della condizione dell’esodo, del cammino in cui Israele ha incontrato la presenza vicina di Dio.

L’alleanza e l’elezione non sono privilegi, ma recano in sé una missione ed un’apertura per tutti i popoli. È questo l’approfondimento che proviene dalla dolorosa esperienza dell’esilio. Il disegno di pace di Dio ha orizzonti universali.

L’incontro con lo straniero ricorda sempre che Dio è ‘altro’, è ‘straniero’ lui stesso: il Dio diverso da ogni creatura, si fa vicino nella presenza che chiede accoglienza. L’ospitalità in questo contesto è terra sacra, spazio di fede.

Nella pagina del vangelo è narrato l’incontro di Gesù con una donna straniera, cananea, nel territorio pagano, di Tiro e Sidone. La donna si presenta a Gesù con una richiesta e un’invocazione. L’incontro si fa occasione per un insegnamento sulla salvezza oltre i confini d’Israele. Gesù è venuto per radunare i figli dispersi di Israele. La donna straniera gli dice che anche i cagnolini si cibano delle briciole che cadono dalla tavola dei loro padroni – con questo termine erano indicati così i pagani -. Il testo riflette le difficoltà presenti nella comunità di Matteo nell’accogliere i non-ebrei. Le parole di Gesù indicano l’orizzonte in cui egli si mosse: ‘non sono stato inviato che alle pecore perdute della casa di Israele’. E’ quanto Gesù stesso chiede ai dodici (Mt 10,5). Gesù presenta nella sua compassione il modo di agire di Dio che si prende cura, così quando guarda le folle, pecore perdute e senza pastore (Mt 9,36).

La donna non accampa diritti, non chiede il pane dei figli ma chiede ma dice che ce n’è per i figli ed anche per altri. Nelle sue parole sta la comprensione profonda che la presenza di Gesù è vicinanza della misericordia di Dio per tutti. Gesù scorge nella sua richiesta una fede grande, oltre i confini di Israele e per questa fede dice che la figlia della donna è guarita. La guarigione diviene segno di una salvezza per tutti non solo per i giudei ma anche per i pagani.

Gesù loda la fede di questa donna pagana piena di coraggio che con la sua preghiera lo costringe e lo apre ad un orizzonte nuovo. Questa pagina fa scorgere la scoperta della prima comunità che la predicazione di Gesù fedele al Dio d’Israele nel contempo è per tutti, anche per i pagani e stranieri. Paolo esprimerà tutto questo con le parole: ‘Non c’è più giudeo né greco; non c’è più schiavo né libero; non c’è più uomo né donna, perché tutti voi siete uno in Cristo Gesù’ (Gal 3,28).

C’è una fede che si fa presente in percorsi diversi. Gesù loda la fede di questa donna e la indica come ‘davvero grande’. Le strade della fede sono diverse, celate nell’interiorità. E non vi sono limiti di appartenenza religiosa etnica e culturale alla forza della fede. Questa donna anonima straniera è testimonianza della forza del vangelo che ogni uomo e donna avverte nel profondo al di là delle fedi e delle appartenenze culturali.

Alessandro Cortesi op

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Straniero

«Le scarpe hanno una relazione plastica con l’essere umano. È il contrario dell’idea di stabilità: le togli quando torni a casa, le indossi quando esci. È simbolo di movimento, cammino, viaggio. Per i musulmani, poi, ha un significato speciale: le tolgono all’ingresso delle moschee perché non sono pulite, portano con sé la sporcizia della strada. Ho scelto un simbolo concreto della sofferenza di cui fanno esperienza i rifugiati, arrivati da chissà dove a piedi, un simbolo reale della violazione delle leggi e dell’indifferenza per la geografia. Le scarpe si portano dietro l’impatto di tutto quello che hanno calpestato»

Con queste parole un artista siriano Thaer Maarouf spiega la sua scelta di aver inviato le scarpe usate dai migranti siriani giunti in Europa attraverso la Turchia e i Balcani a dodici responsabili dei governi europei e non solo. Un ricordo, un monito, una provocazione artistica…

Intervistato da “Il manifesto” (Chiara Cruciati, Dodici scarpe in cerca di asilo, “Il manifesto” 13 agosto 2017) Maarouf ha descritto le reazioni ricevute in risposta: «Non mi attendevo alcuna reazione dai governi Ma la risposta di quello spagnolo è stata incoraggiante: mi hanno inviato una lettera in cui danno i dettagli della loro assistenza ai rifugiati e dei piani futuri. Il governo britannico invece ha rispedito il pacco indietro, senza dare alcuna spiegazione. A carico del destinatario: ho pagato io per il loro rifiuto». Così pure ha fatto il governo del generale Al-Sisi in Egitto.

Nell’omelia per la festa di santa Rosalia a Palermo il 25 luglio scorso il vescovo Corrado Lorefice ha parlato della mancanza di futuro come nuova peste dei nostri giorni ed ha accostato nella sua riflessione lo sguardo a due esodi: ha parlato innanzitutto dell’esodo dei giovani siciliani costretti ad abbandonare la propria terra a causa della mancanza di lavoro e di opportunità nella vita sociale:

“L’esodo dalla Sicilia sta diventando una necessità storica terribile, che priva la terra del suo nutrimento decisivo. E ad alimentare un territorio, una città, sono i desideri, i progetti, la voglia di fare, le idee e le aspirazioni delle giovani generazioni che si avvicendano nel corso dei decenni e dei secoli. Senza la linfa ideale e rinnovata di questo ardore, senza il sapore di questo sogno, non c’è domani. Ma senza lavoro vero, dignitoso, costruttivo, teso a cambiare il mondo, non c’è domani”.

Ha poi parlato dell’esodo dei migranti che lasciano le terre del Nordafrica e dell’Africa subsahariana e raggiungono le coste della Sicilia.

“E mentre si compie quest’esodo doloroso, Palermo e la Sicilia tutta sono il porto ideale di un altro esodo, di dimensioni planetarie, quello dei popoli del Sud del pianeta – dei nostri fratelli africani e del Medio Oriente – che giungono in Europa in cerca di rifugio e di opportunità di vita. Non dobbiamo nasconderci però dietro i luoghi comuni o le visioni distorte di molta politica. La molla ultima di questo esodo biblico, al di là di ogni consapevolezza di chi parte, è il desiderio di giustizia”

Ha raccontato di questi due esodi per contrastare una diffusa attitudine a contrapporli, a metterli l’uno contro l’altro, riversando la colpa della mancanza di lavoro ai poveri che giungono dai Sud del mondo. Ed ha così parlato dell’idiozia che permea tanti discorsi vani e tante reazioni che riempiono le pagine dei quotidiani e alimentano paura e razzismo: “sarebbe un grave errore contrapporre i due esodi, quello dei nostri giovani e quello dei popoli del Sud. Chi ha una responsabilità politica ed è purtroppo miope e ignorante può farlo. Noi no. Noi no. Pensare che sia l’arrivo di tanti fratelli dal Sud del mondo a togliere il lavoro ai nostri giovani è una totale idiozia. Al contrario: l’esodo epocale dall’Africa attraverso il Mediterraneo è l’appello, e soprattutto l’opportunità che la storia ci offre, per ribaltare il perverso assetto del mondo e della sua economia; per creare nuove possibilità e nuove speranze proprio grazie all’accoglienza e all’integrazione dei tanti che giungono e che già oggi sono un polmone del lavoro e dello stato sociale in Italia”.

Due esodi da non contrapporre ma in cui scorgere gli appelli che giungono dalla storia in cui è presente una chiamata di Dio da accogliere, per un cambiamento, per una conversione. Sono appelli soprattutto a non perdere di vista i riferimenti fondamentali di una vita autenticamente umana.

Enzo Bianchi si è interrogato sulle vicende dei migranti presentata come una emergenza da affrontare. Con sguardo critico ha capovolto il mantra di questi tempi secondo cui l’emergenza è costituita da un’invasione in atto. E’ piuttosto un’altra la grande emergenza da fronteggiare. Ciò che manca è una visione chiara del dovere umanitario di soccorrere e la responsabilità per pensare, con quell’arte politica che è la prudenza, modalità di inserimento e di lavoro che implicano una impostazione di scelte economiche, un cambiamento di stili di vita e una scelta chiara di progettare insieme una società solidale, in cui al centro vi sia la dignità di vita di ogni persona e la scelta di ospitalità. L’emergenza più radicale è perdere di vista tali orizzonti:

“L’emergenza riguarda la nostra umanità: è il nostro restare umani che è in emergenza di fronte all’imbarbarimento dei costumi, dei discorsi, dei pensieri, delle azioni che sviliscono e sbeffeggiano quelli che un tempo erano considerati i valori e i principi della casa comune europea” (Enzo Bianchi, I migranti e il dovere di restare umani, “La Repubblica” 11 agosto 2017).

Alessandro Cortesi op

XIX domenica tempo ordinario – anno A – 2017

IMG_0414.JPG1Re 19,9.11-13; Rom 9,1-5; Mt 14,22-33

Sul monte Oreb Elia sta vivendo un passaggio drammatico della sua vita: la sua critica agli adoratori degli idoli in nome della fede in Jahwè l’aveva condotto a scontrarsi contro i sacerdoti di Baal. Per questo si era trovato solo, visto come presenza scomoda anche dal popolo e dal suo re. Il profeta è così rifiutato e costretto a fuggire.

Solo, nel deserto, vive l’esperienza di un Dio che si fa vicino. Avverte la presenza di Dio là dove nessuno può pensarlo, nel deserto, nella sua desolazione e solitudine, nel silenzio delle cose e del cuore. Non nel terremoto, non nel fuoco, non nel vento impetuoso. Elia scorge la presenza di Dio nella ‘voce di un leggero silenzio’. Da quel silenzio, da quel soffio giunge a lui la promessa di futuro e l’invito a riprendere il cammino.

Il Signore non era né nel terremoto, né nel fuoco, né in tutte le manifestazioni eclatanti che corrispondono al bisogno di una divinità potente e capace di prodigi, proiezione delle aspirazioni umane di forza, potere e violenza.

Dio si fa a lui vicino in modo impercettibile, in punta di piedi. Non è il Dio del meraviglioso e di ciò che sconvolge. Incontrarlo esige di ascoltare la voce del silenzio. Non è là dove si pensa che egli sia, ma si comunica lontano dai luoghi del potere religioso, nella vita di chi è desolato e solo.

Anche il racconto di Matteo parla di una tempesta di una traversata, di fede. E’ un racconto carico di simboli. Il mare infuriato, segno del male nella vita umana. La barca segno di una comunità. La navigazione segno della vicenda faticosa della comunità nella storia. Nella tempesta che infuria (dove il male rinvia al male nelle sue diverse forme) la paura prende tutti coloro che stanno sulla barca. Gesù stesso si fa vicino ai cuoi e dice loro: ‘Coraggio, sono io, non abbiate paura’. Chiede di ricordarsi di lui e della sua promessa di vicinanza . Il suo nome è Emmanuele ‘Dio con noi’ e la sua promessa ‘Sarò con voi tutti i giorni fino alla fine del mondo’.

In questa pagina Matteo racconta così l’esperienza pasquale, l’incontro con Gesù. Pietro, il primo dei dodici, figura a cui Matteo dà particolare attenzione nel suo vangelo in rapporto a tutta la comunità, si getta incontro e sta per affogare nelle acque. Gesù lo afferra e richiama proprio lui alla fede: ‘Uomo di poca fede perché hai dubitato?’. Pietro è uomo di poca fede chiamato ad essere riferimento della comunità perché scopre che non le sue forze contano ma il suo affidarsi unicamente in Gesù, alla sua parola che vince violenza e morte con la mitezza.

Sulla barca la paura è vinta da una parola di coraggio rivolta da Gesù. Si fa incontro per primo per accompagnare i suoi, mentre vivono disorientamento e paura. La sua presenza mite ha autorità sul mare: ‘Taci, calmati’ sono le sue parole. E’ invito ad un silenzio nuovo… Come nell’esodo Israele aveva visto aprirsi il mare fuggendo dalla violenza del faraone così ora Gesù fa vivere l’esperienza di una liberazione nell’incontro con lui.

La sua risurrezione ha sconfitto ogni male, e porta la pace. Al cuore di questo racconto sta l’invito ad avere fiducia: non la paura ma la fiducia è il tratto di una comunità che nella tempesta e nella notte sa di essere tra le mani di un Dio buono, che libera e rende responsabili di liberazione.

Alessandro Cortesi op

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Silenzio

Erling Kagge è norvegese, originario di una terra dove gli spazi e la natura aiutano ad apprezzare le forme del silenzio. Kagge è anche desideroso di avventure e di esplorazioni. E’ stato il primo uomo a raggiungere il Polo sud in solitaria. A questa meta ha anche aggiunto altri due approdi simbolici raggiunti nelle sue esplorazioni: il Polo Nord e la vetta dell’Everest. Quasi un percorso che ha toccato le estermità della terra.

La cosa interessante è che da queste avventure ha ricavato una riflessione sul silenzio quale esperienza fondamentale per la vita umana e tanto più importante in un tempo in cui gli spazi del silenzio sono ridotti al minimo e quasi annullati.

Nel suo agile libro Il silenzio (Einaudi, 2017) strutturato in trentatre brevi capitoli a forma di risposte a domande, si sofferma sui vari significati del silenzio e su quanto esso comporti per la vita a partire dalle impressioni vissute in situazioni particolari. Sono esperienze spesso estreme vissute in solitudine in luoghi dove il silenzio è stato assaporato e sperimentato nel contatto unico con la natura e nella distanza rispetto ai rumori della civiltà umana.

E’ un libro che parla di silenzio come esperienza per comprendere se stessi ma anche per capire il mondo, momento di liberazione rispetto ad un prevalere del rumore, della pervasività di immagini, parole e musica che occupano l’intera vita delle persone, nell’illusione mantenere collegati ma spesso con l’esito di favorire un’incapacità a relazionarsi alle cose e agli altri proprio per l’impossibilità di avere spazi di silenzio e di ascolto. Ascoltare il silenzio è anche contrasto con il frastuono che impedisce di pensare. Il far venir meno i rumori apre spazi sconfinati e possibilità nuove per l’interiorità e per il rapporto con le cose e con gli altri.

“Cercare il silenzio, non per voltare le spalle al mondo, ma per osservarlo e capirlo. Perché il silenzio non è un vuoto inquietante, ma l’ascolto dei suoni interiori che abbiamo sopito.”

Kagge descrive così le sue esperienze di silenzio di un esploratore e giramondo. Si potrebbe derivare un’impressione dalla lettura del suo breve libro: che il silenzio risulti quasi quale un prezioso tesoro  e scoperta riservata a ricche élite che hanno la possibilità di dedicarsi per mesi o anni ad avventure di esplorazione verso il Polo o nelle salite alle vette estreme dell’Himalaya. Per fortuna nel libro si trovano qua e là annotazioni che rinviano alla possibilità – purtroppo così spesso trascurata e negletta – di ricercare e trovare il silenzio nelle pieghe della vita ordinarie e nelle ore del quotidiano. Per tutti. Non quale privilegio di pochi ma ricchezza nascosta nelle esistenze ordinarie. “Io ho dovuto camminare per moltissimi chilometri, ma so che è possibile trovare il silenzio ovunque”.

Non mancano luoghi per ricuperare il senso dei rumori che ci raggiungono, talvolta per liberarsene e per evitarli, per accogliere lo spessore delle parole che sono scambiate, per non accettare la schiavitù di una vita costretta in un frastuono disseminato che non lascia occasioni per ascoltare.

Ho trovato queste conclusioni in sintonia con un’osservazione espressa in una recente intervista da Timothy Radcliffe ex maestro generale dell’Ordine domenicano rispondendo alla domanda se il cristianesimo aspira alla pace interiore: «È un punto cruciale. Abbiamo vite complesse, attraversiamo crisi e conflitti e delusioni, la pace interiore è fondamentale. Gesù dice: “Vi do la pace, vi porto la mia pace”. Che è quella che dobbiamo tenere al centro delle nostre vite. Servono postura, respirazione, e silenzio. Il silenzio è molto importante. In Israele abbiamo fondato una comunità, un luogo di pace a metà fra un kibbutz, un villaggio musulmano e un centro cristiano. Accadeva attorno al 1968 quando ero studente. Era una casa del silenzio: tutte e tre le religioni erano riunite lì per osservare il silenzio. Il nostro stile di vita richiederebbe almeno un’ora al giorno di silenzio» (A.Elkann, Timothy Radcliffe, Nella vita moderna ci vorrebbe un’ora di silenzio al giorno, “La Stampa” 23 luglio 2017).

Ascoltare la voce del silenzio è sfida importante in un tempo occupato di rumori, chiacchiere e infinite sollecitazioni che non lasciano più il tempo per ritrovare i ritmi e la direzione di un cammino umano che ha bisogno di lentezza al posto di velocità, di profondità al posto di superficiale apparire, di mitezza rispetto all’arroganza del potere.

Alessandro Cortesi op

 

 

 

 

Coraggio

 

Silenzio

 

 

XVIII domenica tempo ordinario – anno A – 2017

IMG_0210.JPGIs 55,1-3; Rom 8,35.37-39; Mt 14,13-21

“O voi assetati venite all’acqua, chi non ha denaro venga ugualmente”. Sono parole cariche di quell’utopia che fa marciare la storia: gli assetati anche senza denaro possano trovare acqua per dissetarsi. E’ il delinearsi di un mondo alternativo in cui Dio stesso è provvidenza per tutte le creature: ‘la tenerezza del Signore si espande su tutte le creature. Gli occhi di tutti sono rivolti a te in attesa e tu provvedi loro il cibo a suo tempo. Tu apri la tua mano e sazi la fame di ogni vivente’.

Acqua vino e latte sono simboli di libertà. La terra riconsegnata è ricca di nuova fertilità: una abbondanza di vita e di incontro pervade questa pagina. Dio è rimasto fedele al suo popolo e lo conduce ad un nuovo inizio. Egli stesso preparerà un banchetto e per tutti ci sarà posto: “…preparerà per tutti i popoli su questo monte un banchetto di grasse vivande, di vini eccellenti, di cibi succulenti e di bevande raffinate” (Is 25,6). Nutrimento, accoglienza, incontro nella pace: è desiderio al cuore di ogni esistenza ed è anche il realismo dell’utopia che genera storia nuova dove si accetta di rischiare in questa direzione.

Gesù accolse nella sua vita questo sogno: lo guidava nei suoi gesti. I pani distribuiti sono il segno di un modo nuovo di intendere l’esistenza. Non come accaparramento ma come condivisione. Ricordano il percorso dell’esodo, la sorpresa di scoprire che Dio provvede per tutto il popolo un cibo che non può essere trattenuto e accumulato, ma va raccolto e sufficiente per un giorno. Quei pani ricordano anche la promessa del banchetto promesso nei tempi ultimi, il grande incontro di popoli attorno ad una mensa dove per tutti c’è posto.

Matteo nel riportare i gesti di Gesù riporta anche quelli che la sua comunità vive nella memoria del risorto. Alzare gli occhi la cielo, pronunziare la benedizione, spezzare i pani sono i momenti un evento divenuto celebrazione. In questo modo la comunità di Matteo faceva memoria di Gesù e ripeteva il suo gesto di spezzare i pani per darli. E c’è una sottolineatura particolare: ai discepoli sono dati i pani perché essi stessi li distribuissero.

Non è un miracolo strepitoso, legato al desiderio di meraviglia e di eccezionalità propri di tanta sensibilità religiosa. E’ invece indicazione che nel quotidiano sono da scorgere miracoli che si attuano nell’indifferenza dei più. Il moltiplicare il cibo è frutto del distribuire. E’ un miracolo che si può ripetere nella quotidianità quando la vita e i beni vengono condivisi. E’ gesto che ricorda che Dio sogna un mondo in cui non vi sia chi soffre la fame e la sete. ‘Tutti mangiarono e furono saziati’.

La solidarietà nella lotta per l’equa distribuzione dei beni della terra è in questo senso opera eucaristica che dovrebbe impegnare la comunità cristiana proprio a partire dall’ascolto della parola nel presente della nostra storia. La distribuzione dei pani è anche rinvio ad un volto di Dio che ha cura di tutti i suoi figli: la testimonianza della comunità cristiana a questo dovrebbe mirare, a rendere visibile nei suoi gesti e nelle sue scelte la profezia di un mondo di condivisione.

Alessandro Cortesi op

 

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Pane

Ne Il sentiero dei nidi di ragno, di Italo Calvino ambientato nel ponente ligure nel tempo della seconda guerra mondiale, la resistenza è letta con gli occhi di un bambino. Pin, rimasto orfano, vive con la sorella, di nome Nera, che fa la prostituta in via del Carrugio lungo. Pin è una figura solitaria, alla ricerca di qualcuno che lo sappia comprendere e accogliere, lui che vivendo tra adulti non è più bambino e che tuttavia è tenuto a distanza dagli adulti che lo allontanano.

Viene arrestato e messo in carcere per aver rubato una pistola ad un soldato tedesco, e lì incontra Lupo rosso, combattente di un gruppo della Resistenza che lo aiuterà a fuggire insieme a lui. Ma anche Lupo rosso ad un certo punto lo abbandona. Ad un certo punto incontra un partigiano e sente la paura che lo afferra e lo porta a piangere:

““Chi va là!” dice l’uomo.
Pin non sa cosa rispondere, ha le lacrime che urgono, e ripiomba in un pianto totale, disperato.
L’uomo s’avvicina: è grande e grosso, vestito in borghese e armato di mitra, con una mantellina arrotolata a tracolla.
Dì, perché piangi?” dice.
Pin lo guarda: è un omone con la faccia camusa come un mascherone da fontana: ha un paio di baffi spioventi e pochi denti in bocca.
“Che cosa fai qui, a quest’ora?” dice l’uomo “ti sei perso?” 
(…)

“Lo conosci Lupo Rosso?” chiede Pin.
“Perdio, se lo conosco; Lupo Rosso è uno del Biondo. Io sono uno del Dritto. E tu come lo conosci?”
Ero con lui, con Lupo Rosso, e l’ho perduto. Siamo scappati di prigione. Abbiamo messo l’elmo alla sentinella. A me prima m’hanno frustato con la cinghia della pistola. Perché l’ho rubata al marinaio di mia sorella. Mia sorella è la Nera di Carrugio Lungo.”
L’omone in berrettino di lana si passa un dito sui baffi: “Già già già già… dice, nello sforzo di capire la storia tutta in una volta.. E adesso dove vuoi andare?”
“Non lo so”, dice Pin. “Tu dove vai?”
“Io vado all’accampamento.”
“Mi ci porti?” dice Pin.
“Vieni. Hai mangiato?”
“Ciliege” dice Pin.
“Ben. Tieni del pane”, e tira fuori di tasca il pane e glielo dà.
Ora camminano per un campo d’olivi. Pin morde il pane: ancora qualche lacrima gli cola per le guance e lui la inghiotte assieme al pane masticato. L’uomo lo ha preso per mano: è una mano grandissima, calda e soffice, sembra fatta di pane.

Quell’omone incontrato nel bosco, combattente partigiano, fa parte di un gruppo della resistenza e lo chiamano Cugino: in lui Pin incontra una presenza forte che non si delinea come figura eccezionale, anzi per ceri aspetti rischia di deluderlo come tutti gli altri adulti incontrati. Ma Cugino condivide con lui del pane, gli dà da mangiare e soprattutto lo tiene per mano e Pin sente in quella mano calda qualcosa come il pane.

Pin scopre nel Cugino un amico. Il pane che gli aveva dato è il pane dell’amicizia che suggella anche l’ultima pagina del romanzo nella scena in cui Pin e Cugino se ne vanno nel buio, tra le lucciole, tenendosi per mano.

Pin è tutto contento. È davvero il Grande Amico, il Cugino.
Il Cugino si rimette il mitra in spalla e restituisce la pistola a Pin. Ora camminano per la campagna e Pin tiene la sua mano in quella soffice e calma del Cugino, in quella gran mano di pane.
Il buio è punteggiato di piccoli chiarori: ci sono grandi voli di lucciole intorno alle siepi. (…)

“C’è pieno di lucciole”, dice il Cugino.
“A vederle da vicino, le lucciole”, dice Pin, “sono bestie schifose anche loro, rossicce.
“Sì”, dice il Cugino, “ma viste così sono belle.”
E continuano a camminare, l’omone e il bambino, nella notte, in mezzo alle lucciole, tenendosi per mano”.
 

Alessandro Cortesi op

 

 

 

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