la parola cresceva

commenti alla Parola della domenica e riflessioni

Archivi per il mese di “gennaio, 2013”

III domenica tempo ordinario – anno C – 2013

300_gNe 8,2-10; Sal 18; 1Cor 12,12-30; Lc 1,1-4,4,14-21

Luca presenta lo scritto che va ad iniziare come un ‘racconto’. E’ una notazione interessante su cui soffermarsi. E’ racconto che si fa memoria di quello che ha fatto e detto Gesù, il profeta di Nazareth e ci si può chiedere perché ad un certo punto le prime comunità avvertono la necessità di scrivere racconti. Raccontare Gesù, ritornare alla sua storia come cosa da narrare è centrale nella fede cristiana. Non c’è infatti solo l’esigenza di ricordare ma anche di raccontare, di trasmettere in forma di narrazione la storia di Gesù e di renderla un racconto. Ricorda e racconta il vangelo…

Il racconto poi non lascia mai impassibili e distanti: chi racconta diviene come quel vecchio ebreo costretto su una sedia a rotelle, di cui narra Martin Buber, che quando raccontava le storie iniziava a danzare trascinato dalla forza della parola. Il racconto autentico è immedesimazione e trasformazione e per questo è luogo di liberazione. E raccoglie non solo la memoria e la storia di altri ma vi immette anche l’esperienza e i sentimenti di chi ne è coinvolto, di chi trasmette racconti ricevuti. Per questo l’atto stesso del raccontare diviene luogo di guarigione, di salvezza, di possibilità di rivivere e rendere presente tutto ciò che continua a vivere e coinvolgere. Così Luca racconta riprendendo – e ciò è fondamentale – la storia di Gesù, radicando il suo vangelo nella storia di un uomo, il profeta di Nazareth, ma anche facendo cogliere che quella storia è feconda di altre storie e Luca vi immette la storia della prima comunità, della sua stessa fede. Per questo sarà scrittore anche degli Atti degli apostoli, una storia collettiva, di incontri, di sorprese, di comunità che vivono la novità dello Spirito di Gesù.

Nel racconto di Luca sta innanzitutto il richiamo a Gesù come uomo, alla sua identità che non viene racchiusa in un sistema di definizioni, ma viene presentata proprio nel racconto della sua vicenda, riprendendo le sue parole, ritessendo quel filo di narrazione di cui Gesù stesso era maestro. Egli che aveva fatto del raccontare uno dei modi tipici di esprimere il suo cuore, egli che sapeva raccontare e che parlava di Dio narrando parabole.

Ma quel racconto non è solo ripresa dei racconti di Gesù, è anche indicazione che Gesù stesso è parabola di Dio. La sua stessa vita è grande racconto, parabola che usa il linguaggio della poesia, il linguaggio che crea, plasma, trasforma e cambia lasciando aperta la domanda di una decisione e di un possibile coinvolgimento: e voi che ne dite? Il IV vangelo tradurrà tutto questo nell’espressione finale dell’inno del prologo: “Dio nessuno lo ha mai visto, il Figlio che è nel seno del Padre lui ce lo ha narrato…”. Così Luca presenta un racconto nel quale ritrovare l’identità più profonda di Gesù, una identità narrativa, nascosta e da rintracciare nel racconto stesso, che si apre a generare altri racconti. Sono i racconti delle esistenze che lo hanno accolto, sono i racconti di coloro che si sono lasciati trasformare e coinvolgere in quel racconto.

Ci possiamo chiedere in quale modo parliamo della nostra fede: che tipi di linguaggio usiamo? Sono i linguaggi della imposizione o della persuasione autoritaria, o quelli delle definizioni ripetute senza comprensione e senza passione, o ancora quelli che confondono la fede con l’elencazione delle pratiche di culto da osservare o con l’elencazione di valori da affermare, magari con intransigenza nel contesto pubblico? Sappiamo pronunciare parole che coinvolgano, con mitezza, altri in un racconto che non è solo fuori dalla nostra vita ma che ne è luogo intimo e matrice profonda? Sappiamo accogliere e raccontare con gratitudine i riflessi di incontri con Gesù che traspaiono da vite nascoste? Sappiamo narrare lasciando aperture di attesa, come nei racconti più belli che si espongono, come una roccia protesa, ad altre parole, forse le più belle, ancora da venire, e da attendere con pazienza? Solo da questi racconti può sorgere accoglienza, risposta, meraviglia. Ma soprattutto sappiamo ancora avere orecchie attente ad ascoltare racconti giungono da voci sussurrate e che sfuggono ai clamori di parole urlate e prepotenti o alla mollezza di inviti suadenti e di false promesse? I racconti sono la ricchezza dei poveri, una ricchezza senza potere e senza prezzo e che pure vale molto più di cose ritenute tesori. E risiede in cuori capaci di custodire il tempo trascorso insieme, i ricordi, i gesti semplici, le parole.

Luca redige uno scritto ma il suo racconto è parola vivente. Il libro che ne nasce non è indicazione di qualcosa ma di qualcuno. Mi piace pensare che il racconto di Gesù giunge a noi attraverso i quattro libretti dei vangeli, ma anche attraverso rivoli dispersi, attraverso tanti altri racconti. Sono quei libri delle esistenze di singoli e degli intrecci di incontri e relazioni, i ‘quinti evangeli’ dei poveri. Sono i racconti di tutti coloro che senza proclami e senza pretese di essere i puri o gli esempi, senza messianismi e senza desiderio di riconoscimenti, sono di fatto i poveri cristiani. Sono i racconti di tutti coloro che nella loro vita hanno lasciato scrivere, con inchiostro proprio, o accogliendo come analfabeti i tratti di altri, righe di quella poesia che nel dirsi si dà e trasforma, e cambia – spesso senza accorgersene – i cuori, nella gratuità del seminare, aprendoli al dono, allo stupore dell’incontro, alla concretezza del servizio. In una parola al vangelo che è Gesù, parabola e racconto dell’amore del Padre.

Alessandro Cortesi op

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II domenica del tempo ordinario – anno C – 2013

DSCF0498Is 62,1-5; Sal 95; 1Cor 12,4-11; Gv 2,1-11

Non si comprende il quarto vangelo se non si compie la fatica di entrare nella mentalità simbolica che vi soggiace. Simbolo è mettere insieme, fare legame. Così ogni parola del IV vangelo rinvia alla storia di Gesù, ai gesti del profeta di Nazaret, ed insieme invita a guardare alla storia della salvezza, ed è richiamo ad altre parole. Nel racconto di Cana un primo livello è la narrazione di una festa di matrimonio: Gesù nella festa viveva la sua capacità di ospitalità, la sua apertura del cuore che offriva accoglienza pur non avendo casa e beni propri. Attorno alla mensa quel rabbi che amava i banchetti gioiva nello stare con coloro che erano tenuti fuori, esclusi, emarginati. A Cana si tratta di una festa di nozze e la narrazione del IV vangelo apre ad altri livello di lettura, presenta simboli  che rinviano altrove.

L’episodio è collocato cronologicamente ‘al terzo giorno’: una breve notazione che ha una sua preziosità. Dal primo capitolo di Giovanni tutto è narrato in un susseguirsi di giorni (Gv 1,29.35.43) che corrispondono allo schema della creazione: sei giorni più uno, quello della festa e del riposo. E’ indicazione che una ‘nuova creazione’ si sta attuando e rimanda anche al riferimento biblico del ‘terzo giorno’: al terzo giorno Abramo salì sul monte per sacrificare Isacco (Gen 22,3), Giona fu salvato dal grande pesce (Gn 2,1), la regina Ester prese il coraggio per presentarsi al re (Est 4,16; 5,1). Passaggi della storia di salvezza e del farsi incontro di Dio al suo popolo.

Ma è soprattutto il brano di Esodo – dal cap. 19 al 24 – il testo fondamentale da tener presente nel leggere questa pagina: Mosè sul monte Sinai riceve la Torah da parte di Dio. Come Mosè chiamato da Dio sulla montagna e che poi discese dal monte, Gesù è invitato al banchetto e scese poi a Cafarnao. Come Mosè diede ordine al popolo di purificarsi, così a Cana un ruolo particolare hanno le sei giare per la purificazione. Come Dio si manifestò nella nube (Es 19,9) così a Cana – dice Giovanni – Gesù manifestò la sua gloria.

Si parla di nozze, si accenna a diversi personaggi, ma degli sposi non si dice nulla. C’è un silenzio che spinge ad una ricerca di piste profonde. Manca il vino durante la festa: non se ne accorgono coloro che dovrebbero vigilare e che sono responsabili – sottile ironia sui capi religiosi e i sommi sacerdoti (l’architriclinio come l’archisacerdote) che dovrebbero guidare il popolo e invece non vivono l’attenzione e lo sviano -. Il vino, simbolo di gioia, di festa di fecondità, viene a mancare. Lo sguardo del lettore viene quindi attirato non tanto a sostare sulle nozze dei quei due sposi di cui nulla si dice, ma su un altro rapporto: in questione è il matrimonio di Dio con il suo popolo, che si trova in una condizione di aridità. Le giare per la purificazione sono vuote, senz’acqua. E il vino, segno del rapporto di amore tra Dio e Israele sua sposa (cfr. Cantico dei Cantici), segno escatologico connesso alla venuta del messia ed al banchetto degli ultimi tempi, viene meno.

E’ ‘la madre di Gesù’ a far presente la situazione. E’ la traccia di una delicatezza concreta di donna che sa leggere la realtà, che guarda alle persone anzichè elaborare deduzioni da principi e dottrine. Gesù stesso si rivolge con un termine particolare e in un modo che fa riflettere: ‘che cosa fra me e te, donna?’ Sembra una risposta dura ma rinvia ad un significato sotteso. Un’altra volta nel IV vangelo Gesù si rivolge alla madre con il termine ‘donna’, proprio al momento della croce ‘Donna ecco tuo figlio’. Cana allora è da leggere in rapporto al momento della croce, ed è un primo segno che rinvia a quell’ora. Appare così in nuova luce anche l’altra parola di Gesù: ‘non è ancora venuta la mia ora’. L’ora di Gesù è l’ora di un incontro che si attua sulla croce, il dono di un amore rivolto all’umanità (la donna). Il cammino di Gesù va verso quell’ora, un’ora in cui la ‘donna’ diviene simbolo della comunità sua sposa e primizia di un incontro con l’umanità intera, a cui Gesù si dona senza limite: “Avendo amato i suoi che erano nel mondo li amò sino alla fine” (Gv 13,1)

Il gesto di Cana è un segno che parla di nozze, di quell’incontro di gioia e di vita tra Gesù Cristo e l’intera umanità. E’ una alleanza: come Mosè sul Sinai ora Gesù manifesta una presenza di Dio che fa alleanza con l’umanità oltre l’aridità di un culto vissuto come purificazione ma che resta arido se manca la delicatezza di uno sguardo che sa cogliere le attese di vita e di bene, se manca il vino della gioia e dell’amore, se manca il vino che anticipa l’ora in cui la gloria di Dio si rivela come dono e servizio.

Riprenderei un paio di annotazioni per il nostro oggi:

Il vino è simbolo della gioia, l’abbondanza e il sovrappiù del gratuito, in una realtà religiosa segnata dalla mentalità del dovere e del controllo. Al cuore di questa pagina sta una parola di alleanza. Non un rapporto bloccato nell’aridità di un sistema religioso che ha perduto il senso dell’incontro. Il vino parla di una alleanza di Gesù offerta nel segno della scoperta che Dio offre una relazione personale, vivente con lui e incontra l’umanità nella sua attesa. Il desiderio della festa e della gratuità dell’incontro, l’alleanza, sta al cuore delle ricerche di felicità e di bene presenti nell’esistenza umana. Gesù porta vino nella festa come segno di un amore che si dona. Nel IV vangelo l’ultimo momento della croce è lo sgorgare dell’acqua e sangue. In quel vino è il segno della sua vita sprecata e versata. Una vita donata che genera gioia. C’è da chiedersi se siamo consapevoli di questo tesoro al centro della vita di comunità e se sappiamo rispondere come nell’invocazione di Apocalisse: Lo Spirito e la sposa dicono ‘Vieni’…

Cana è una pagina che ci parla della grazia dell’incontro in rapporto con la vicenda umana. Troppo spesso la chiesa e i cristiani pensano di essere indispensabili, che senza di loro tutto vada perduto. Una presunzione che dice anche poca fiducia in Dio stesso. Quella di Gesù è la testimonianza del non necessario. Come l’amore che si dà nella gratuità. Più che in altre direzioni, oggi è la testimonianza del non ritenersi indispensabili che dovrebbe costituire lo stile del cristiano: Gesù con la sua presenza e il suo gesto fa irrompere la sovrabbondanza del gratuito. Seguendo lui anche noi dovremmo riscoprire questa dimensione. E’ l’irrompere del regno di Dio nella quotidianità come dono che porta il gratuito oltre ogni necessità, anzi forse proprio nel non essere necessario. Ci sono gesti semplici, sguardi di attenzione che dicono la gratuità di quel ‘vino’ di cui abbiamo così bisogno nella nostra vita.

Alessandro Cortesi op

Battesimo del Signore

DSCF2660Is 42,1-4.6-7; At 10,34-38; Lc 3,15-16.21-22

Il battesimo di Gesù, il suo immergersi nelle acque del Giordano, è un passaggio fondamentale e segna una svolta nel suo cammino umano. Luca introduce il racconto dicendo “mentre tutto il popolo era in attesa…”. La predicazione di Giovanni e la sua scelta di ritirarsi in una zona desertica si colloca nell’atmosfera di una attesa profonda e diffusa. Mi sembra importante questo primo tratto che apre la pagina: Gesù si inserisce in un mondo in attesa, e si fa vicino a questa attesa, ne diviene partecipe inserendosi in un cammino insieme a tanti altri, senza distinzioni, senza privilegi.

Il gesto di Gesù manifesta qualcosa della sua identità. Così Luca rileggendo questo momento introduce sin dall’inizio del vangelo a rispondere alla domanda: Chi è Gesù? Si tratta di una epifania, manifestazione. E’ la manifestazione di un cammino inteso come cammino vicino, solidale. Gesù condivide attese e sentimenti, la vita di tutti coloro che erano stati smossi dalle parole e dalla testimonianza di Giovanni. Non solo, ma Gesù vive un gesto che esprime attitudine di conversione da parte di chi si riconosce peccatore e bisognoso di salvezza. La prima comunità cristiana dopo la Pasqua  ricorderà questo passaggio che rimane un fatto disturbante perché suscita domande scomode: “voi siete al corrente di quello che è accaduto in Galilea prima e in Giudea poi, dopo che Giovanni era venuto a predicare e a battezzare…” (At 10,37; cfr At 13,24-25).

Luca presenta poi Giovanni come presenza che indica qualcun altro che viene: la sua parola rinvia ad una attesa che vada oltre la sua persona. E’ una testimonianza che fa riflettere e che può dirci molto sia a livello personale, sia pensando al ruolo delle chiese. Giovanni non pretende di esaurire in se stesso la presenza del messia, provoca ad attendere colui che viene, il più forte, spinge ad andare a Gesù. E’ testimone di qualcosa di importante, ha accolto nella sua vita una spinta di Dio, ma non ha chiaro e rinvia ad una ricerca da compiere, soprattutto non trattiene a sé ma invita le persone che vengono a lui a con-vertirsi, a rivolgersi ad altro, e a maturare una attesa più profonda. Giovanni è contestazione vivente di ogni pretesa di esaurire il mistero di Cristo sia nella presenza di qualcuno (si pensi alle forme di autentica idolatria papale anche oggi così diffuse, o alle forme di esaltazione di leader, fondatori e capi religiosi), sia nella tradizione di una chiesa o di particolari forme storiche di cristianesimo. Giovanni potrebbe essere indicato come profeta ‘provvisorio’, rinvia oltre e soprattutto parla di qualcuno che viene. La sua parola mette in movimento, apre e soprattutto responsabilizza anziché rinchiudere a sé.

Il battesimo di Gesù è così letto da Luca come ‘manifestazione’: delle acque e dei cieli. Mentre Gesù sale dalle acque tre elementi compaiono: il cielo aperto, la colomba, la voce dal cielo. Il cielo aperto è immagine che parla di una comunicazione nuova tra il mondo degli uomini, la terra e il cielo, il luogo di Dio: non due mondi separati e lontani, ma aperti e vicini. E’ comunicazione nuova in Gesù, che si fa vicino e accanto. I cieli si aprono laddove c’è apertura anche della terra, conversione del cuore, disponibilità a cambiare. La colomba, simbolo del popolo d’Israele (Sal 68,14; Os 7,11), è richiamo a testi di Isaia: “Su di lui si poserà lo Spirito del Signore, Spirito di sapienza e di intelligenza, Spirito di consiglio e di fortezza, Spirito di conoscenza e di timore del Signore” (Is 11,2). Luca vede sin da questo momento l’inizio di una comunità che segue il messia.

La voce divina  richiama il salmo che cantava la salita al trono del re in Israele: “Tu sei mio figlio, oggi ti ho generato” (Sal 2,7). E nella voce risuona l’eco dei canti del servo del Signore: “Ecco il mio servo che io sostengo, ecco il mio eletto in cui pongo la mia compiacenza” (Is 42). In Gesù che sale dalle acque è tratteggiato il profilo di chi ha un compito di liberazione: “Ecco il mio servo che io sostengo, il mio eletto di cui mi compiaccio. Ho posto il mio Spirito sopra di lui… ti ho chiamato per la giustizia e ti ho preso per mano perché tu apra gli occhi ai ciechi e faccia uscire dal carcere i prigionieri” (prima lettura).

La voce dall’alto torna tre volte nel vangelo di Luca: la prima al Giordano, poi alla trasfigurazione, infine al calvario, quando Gesù si affida al Padre. Il Giordano, luogo considerato impuro, diviene il luogo in cui a Gesù si fa chiara la sua via. Nella voce c’è l’invio a vivere il cammino di un messia non con i tratti del re, del capo politico o militare, ma servo che dà la vita per gli altri. Sotto la croce sarà un centurione proveniente dal mondo dei pagani, a riconoscere che ‘egli era veramente un uomo giusto’ (Lc 23,47).

Un’ultima osservazione: le parole ‘tu sei mio figlio, l’amato, in te mi compiaccio’, sono le parole rivolte a Gesù  che manifestano la sua identità: Ma si potrebbe anche parlare di una epifania – manifestazione – di ciò che ogni uomo e donna è nella profondità della sua esistenza: una creatura figlia, amata, su cui si  posa uno sguardo di gioia, di compiacimento. Scoprire un legame che segna una relazione di dono da cui tutta al vita dipende: essere figli. Scoprire che questo legame non è luogo di indifferenza, ma di sguardo appassionato e di cura: essere amati. Scoprire che non solo c’è un amore che precede e che fonda l’esistenza, ma che in questo riconoscimento c’è la gioia di un ‘Tu’ che tiene a noi e guarda con il coinvolgimento appassionato di chi sa cos’è la forza dell’amore: in te è il mio compiacimento. Tutto questo è la promessa di vita che Gesù apre e che può far respirare la nostra esistenza. E rende anche responsabili di dire ad altri, a chi non è riconosciuto, a chi non riceve gioia di sguardi benevoli, che la sua vita è preziosa agli occhi di Dio.

Alessandro Cortesi op

Epifania del Signore

DSCF3213Is 60,1-6; Sal 71; Ef 3,2-6; Mt 2,1-12

Epifania è festa di luce. C’è un aspetto che colpisce nel messaggio di speranza che un profeta del tempo dell’esilio annuncia ad un popolo piegato dalla fatica: “Alzati, rivestiti di luce, perché viene la tua luce, la gloria del Signore brilla su di te”.

La parola del profeta è invito a riconoscere che nella vita di un popolo oppresso la fedeltà del Signore non viene meno: da qui l’esortazione a non rimanere chiusi, immobili, ad alzarsi, a prepararsi, come nel vestirsi per un occasione importante. C’è nella vita una luce, la luce di un volto che viene. Se qualcuno viene la solitudine e la trsitezza dell’abbandono non sono l’ultima parola.

Ma c’è anche un altro movimento di venire che occupa questa pagina: “cammineranno le genti alla tua luce…”. La luce da accogliere permette di alzare lo sguardo e di vedere qualcosa di nuovo. La luce accolta si fa spazio di un cammino che allarga i confini: “alza gli occhi intorno e guarda: tutti costoro si sono radunati, vengono a te…”. I momenti della crisi e della sofferenza fanno abbassare lo sguardo, conducono a ripiegarsi, a rinchiudersi a tutto ciò che è altro. La ‘nebbia fitta’ che avvolge i popoli può essere immagine attualissima per indicare la situazione in cui vivamo oggi in una difficoltà e oscurità che avvolge e permea le dimensioni del vivere sociale ed anche di un vivere ecclesiale segnato da chiusure, irrigidimenti, incapacità di dialogo con questo tempo e di porre in atto gesti che infondono speranza. L’annuncio profetico indica un duplice alzarsi: ‘alzati e rivestiti di luce’ perché c’è una luce del Dio fedele, la sua presenza che non viene meno, che si fa accanto anche nel dolore. Ma c’è anche un venire di altri… ‘tutti verranno…’. E’ questa l’indicazione a scorgere una speranza che si compie nell’incontro. C’è questa dimensione importante del manifestarsi del Signore: si manifesta venendo incontro ed insieme generando incontro. E’ un incontro che si svolge nel cammino, si apre alle genti che vengono da lontano, in una luce che si rende presente e porta il cuore ad allargarsi – “si dilaterà il tuo cuore…” – per fare spazio a presenze nuove.

Epifania è festa di luce e festa di incontro: è andare incontro al Signore che viene, e lasciarsi incontrare dal suo venire nei volti di chi, da lontano, dai più perduti sentieri, è aperto alla ricerca, all’interrogarsi e al mettersi in viaggio verso orizzonti ignoti.

Autun3-765107

I magi sono persone in ricerca: colpisce la loro limpidezza di attenzione – che la pagina del vangelo di Matteo sottolinea – nel confronto con le paure e con i sotterfugi di Erode. Rimase turbato lui, ed uno scotimento avvolse tutta Gerusalemme, luogo di un potere bloccato e irrigidito. Un re che ha il volto di un bambino può mettere in pericolo gli assetti del potere costituito. Lo mette in discussione anche perché smaschera un modo di gestire il potere preoccupato del proprio utile e del mantenimento dei privilegi e indifferente alla vita dei poveri. Ma anche gli scribi sono presentati nell’indisponibilità a mettersi in discussione. Per loro la lettura delle Scritture è fonte di un sapere che non trasforma la vita. Sanno tutto e rispondono ad importanti quesiti ma non vivono alcuna ricerca, sono anch’essi chiusi in un possesso in cui nulla c’è da ricevere e da donare.

Il cammino dei magi appare così nel contrasto come un cammino particolare, simbolo del percorso di ogni credente. E’ cammino al seguito di una luce. Anche il loro è un alzarsi, per inseguire una luce: può essere questa una luce interiore, oppure il simbolo della ricerca di un sapere che muove la vita e la fa andare oltre. La tensione ad una luce, percepita nell’interiorità o indagata nello studio, li conduce ad andare avanti, ad inseguire segni, anche a sognare insieme, ad interrogarsi e rimanere nella ricerca. I magi divengono così figura di tanti che da lontano, da oriente, dove la luce al mattino emette i suoi primi timidi raggi, si mettono in cammino alla ricerca di luce nella loro vita, a rintracciarne i percorsi suggeriti. Anch’essi camminano insieme e vivono nella attitudine non di qualcosa da trattenere ma di un dono da offrire. Recano con sé qualcosa che esprime la preziosità di ciò che veramente vale: il lasciarsi incontrare e lasciarsi trovare. Proprio loro che tanto hanno camminato e inseguito. Nessun tesoro può eguagliare la ricchezza dell’incontrare e del lasciarsi illuminare dall’incontro.

La pagina di Matteo al centro indica una grandissima gioia: la gioia di una luce che diviene volto. In qualche antico affresco la luce della stella racchiude un volto, il volto del bambino. Forse per i magi di ogni tempo la grande scoperta è che l’incontro con Gesù stava al cuore della luce che guidava le loro ricerche. Quel volto è meta di un incontro che non li fa rimanere lì, ma li fa tornare, tuttavia per altre strade, rispetto a quelle del potere di Erode. In tanti percorsi di persone che s’interrogano  sul senso della vita c’è già una luce: è la luce che illumina ogni uomo che viene nel mondo (Gv 1,9).

Forse dovremmo avere più fiducia nel venire di Dio che guida le ricerche e apre i cuori a camminare e in questa luce che sta al fondo di ogni cuore.

Forse dovremmo essere più capaci di testimoniare un annuncio di gioia e di rinviare ai piccoli segni: un bambino in braccio a sua madre.

Forse dovremmo scoprire il senso della vita nella logica non dell’immobilità della paura di perdere privilegi e sicurezze umane, ma nella direzione della gioia per l’incontro, e del dono da offrire.

Ci sono piccole e grandi epifanie nella vita di ognuno che dicono come il venire di Dio che si fa vicino nella inermità di un bambino in braccio a sua madre si nasconde sempre tra le pieghe di un cammino e di un incontro con l’altro…

Alessandro Cortesi op

 

 

 

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