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commenti alla Parola della domenica e riflessioni

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XVI domenica tempo ordinario – anno C – 2019

Abramo tre angeli part. Chagall NizzaGen 18,1-10a; Col 1,24-28; Lc 10,38-42

Nella sua vita Abramo vive un’esperienza inattesa e sconvolgente: l’incontro con un Dio che passa come ospite, si fa accogliere e dà inizio ad una vita nuova. Il racconto di quanto accade alle querce di Mamre nell’ora più calda del giorno è espressione di tale evento. Dio si fa incontro presso l’albero e vicino alla tenda. In una prima parte l’accoglienza, nella seconda un colloquio.

Alle querce di Mamre Abramo ospita tre visitatori. “Egli alzò gli occhi e vide che tre uomini stavano in piedi presso di lui”. Non riconosce chi sono. Ma presta loro la sua ospitalità: si mette a correre, lui vecchio nell’ora più calda del giorno: “Appena li vide corse loro incontro…”. Va poi da Sara nella tenda per chiederle di preparare delle focacce. I gesti dell’ospitalità sono sinceri, generosi, immediati. Dopo la prima parte del racconto in cui è Abramo che agisce di più, la seconda parte concentra l’attenzione su Sara e sulla tenda. Sara riceve la promessa di un figlio. E’ una promessa che la fa ridere perché era qualcosa di impossibile (e il nome Isacco verrà da questo riso). E la parola che giunge è: “C’è forse qualche cosa di impossibile al Signore?’. Il Dio visitatore è Dio che suscita vita. L’ospitalità che allarga i pali della tenda alla presenza di ospiti sconosciuti è esperienza in cui si genera una fecondità desiderata e inattesa perché proprio nell’ospitalità si fa esperienza del venire di Dio nella vita. E Jahwè può aprire fecondità inaudite e conosce i segreti dei cuori.

Betania, villaggio vicino a Gerusalemme, era luogo dove Gesù trovava accoglienza presso la casa di amici: Lazzaro, Marta, Maria. Betania è luogo dell’amicizia vissuta, e del riposo che l’amicizia offre. Luca, racconta una scena in questa casa subito dopo la parabola del buon samaritano, da leggere insieme, scorgendo continuità tra la domanda ‘maestro che cosa devo fare per ereditare la vita eterna?’, la parabola del samaritano e l’episodio di Betania.

L’atteggiamento di Marta tutta presa dai molti servizi è presentato spesso come contrapposto a quello di Maria, seduta ai piedi di Gesù. E’ stato così dato risalto la scelta migliore di Maria, la contemplazione in contrasto con l’attività. Ma tale lettura è limitata e forse fuorviante.

Un lettura diversa può essere fatta in una lettura nel contesto: nel capitolo 9 Luca narra la partenza verso la Passione (Lc 9,51). Gesù poi presenta a più riprese le condizioni poste a chi intende seguirlo (9, 57-62), sceglie i settantadue e li invia indicando loro uno stile di vita (10, 1-20), dice che il Padre si rivela ai piccoli (10, 21-24). Racconta poi al dottore della legge la parabola del samaritano (10,29-37), poi visita le sorelle e infine lascia ai suoi la preghiera del Padre Nostro. Il racconto con gradualità delinea il profilo dei discepoli autentici.

Nella parabola del samaritano Gesù aveva indicato quello straniero come colui che sa provare compassione e si è fatto prossimo. Si era fermato e ‘aveva visto’ quell’uomo da soccorrere lungo la strada: ciò che persone religiose avevano pur visto, ma senza fermarsi. Il samaritano aveva agito concretamente ponendo gesti di cura e vicinanza: aveva compreso di essere lì e in quell’ora prossimo a quell’uomo sofferente. Per Gesù ciò che sta al centro e dà senso alla vita è questa cura e questo servizio, il farsi prossimi perché il Dio della Bibbia è Dio che scende a liberare.

Nella casa di Betania, Marta e Maria divengono così quasi due aspetti di un unico profilo che è la vita del discepolo. Il discepolo che accoglie e dona amicizia a Gesù. Esse esprimono così il volto di chi si fa prossimo. Marta è ‘presa dai tanti servizi’. Accanto a lei Maria ascoltava la parola di Gesù. E’ il medesimo atteggiamento dell’indemoniato ‘che stava seduto ai piedi di Gesù’ in attesa di essere liberato (Lc 8,35). Luca non intende contrapporre la contemplazione all’azione, ma nei gesti e negli incontri di Betania ricorda l’essenziale di una vita con Gesù che si delinea come ascolto e come servizio, come prossimità vissuta al Signore e agli altri nei gesti della cura.

Ogni autentica attività di servizio sgorga dall’ascolto della Parola e ogni ascolto significa stare seduti ai piedi di Gesù, gesto proprio del discepolo per vivere quanto lui stesso ha vissuto. La vita del discepolo è indicata nella compresenza di ascolto e servizio. L’ascolto di Gesù si compie in gesti concreti di prossimità. Il servizio vive e si rende possibile nell’ascolto, degli altri e di Dio, in una ospitalità aperta.

Una lettura femminista di questo passo biblico ha aperto anche nuove considerazioni nel pensare alla situazione originaria delle chiese e alla presenza delle donne così come voluto da Gesù nel suo convocare attorno a sè una comunità di uguali: A parere di Elisabeth Schlüsser Firoenza, i due “tipi” costituiti da Marta e Maria non sono in riferimento alla vita attiva e alla vita contemplativa, ma sono due compiti: la “diaconia” e l’“ascolto della Parola”. Il verbo greco diakonèin indica appunto il “servire” e Marta attua un servire che non è preparazione di un pasto. Esso va interpretato allora come il servizio ecclesiale, la diaconia. Dietro la figura di Marta si nasconde quindi il riferimento alla donna responsabile del servizio della comunità cristiana. E la sua protesta a Gesù è perché è lasciata sola con quelle responsabilità. Importante è che la scena avviene nella casa che è proprio il luogo originario delle prime comunità cristiane (e non il tempio e la chiesa!).

«La chiesa domestica era l’inizio della chiesa in una determinata città o in una regione; offriva spazio per la predicazione della Parola, per il culto, come pure per la mensa comune, sociale ed eucaristica … La chiesa domestica, per la sua ubicazione, offriva uguali opportunità alle donne, perché tradizionalmente la casa era considerata la sfera propria delle donne e le donne non erano escluse dalle attività che vi si svolgevano … la sfera pubblica nella comunità cristiana era nella casa e non fuori. La comunità era ‘nella casa di lei’. Perciò sembra che la domina della casa in cui si riuniva l’ekklesía avesse una responsabilità di primo piano per la comunità e per le riunioni nella chiesa domestica… In conclusione: la letteratura paolina e gli Atti ci permettono ancora di riconoscere che le donne avevano il loro posto fra i missionari e i leaders più eminenti del movimento cristiano primitivo. Erano apostole e ministri come Paolo e alcune erano sue collaboratrici. Insegnavano, predicavano e gareggiavano nella corsa per l’evangelo. Fondarono chiese domestiche e, come eminenti ‘patrone’, usarono la loro influenza a favore di altri missionari e cristiani. Se paragoniamo la loro funzione direttiva con il ministero delle diaconesse venute più tardi, colpisce il fatto che la loro autorità e il loro ministero non erano limitati alle donne e ai bambini e non erano esercitati solo in ruoli e funzioni specificamente femminili» (E.Schüssler Fiorenza, In memoria di lei, 201-202).

Alessandro Cortesi op

immagine-pixellataInvisibili

In Italia le conseguenze di norme governative che mirano ad ottenere facile risonanza mediatica senza risolvere i problemi della povera gente stanno producendo una nuova categoria di persone: i cosiddetti ‘invisibili’, quelli che non devono stare da nessuna parte, gli sgomberati e gli esclusi, senza differenza tra provenienze etniche o geografiche. Sono le vittime della politica delle ruspe. Sono i centomila invisibili che progressivamente occupano le pieghe marginali della vita sociale e delle nostre città, con sofferenze che non si possono comprendere e con conseguenze devastanti per la stessa vita sociale.

“Italiani e immigrati, rom e sinti, il popolo degli almeno centomila invisibili che nessuno riuscirà mai a censire, già finiti o destinati a finire nei prossimi mesi sotto la ruspa di Matteo Salvini. (…) Persone di ogni etnia che, anche se prese in carico dai servizi sociali dei Comuni nell’immediatezza degli sgomberi, dopo un’accoglienza temporanea in dormitori o case famiglia finiscono per tornare in strada o in altre occupazioni abusive. Nessuno dunque sa veramente quanti siano gli invisibili che abitano le strade delle periferie, i portici delle stazioni o i giardini pubblici. Quel che è certo è che la raffica di sgomberi senza alcun piano preventivo di ricollocamento ordinata da Matteo Salvini, dalle baraccopoli-ghetto degli immigrati ai centri di accoglienza, dalle occupazioni di palazzi ai campi rom, ne ingrossa le file. Creando tutto fuorché sicurezza. L’unico numero certo è quello che si riferisce ai migranti ed è una delle medaglie che Salvini si appunta fiero al petto. In un anno di sua presenza al Viminale, gli immigrati nel circuito dell’accoglienza sono scesi da 167.000 a 107.000. Sessantamila persone fuori da strutture grandi e piccole, che si sommano alle diecimila che già vivevano nelle baraccopoli in Calabria e in Puglia”. (Alessandra Ziniti, Centomila invisibili, “La Repubblica” 17 luglio 2019)

E’ questo il quadro di un Paese in cui non si sta attuando alcuna scelta per governare la complessità dei problemi, ma si rincorre l’acclamazione di chi ha bisogno di illusioni, la rabbia di chi vuole presentato un capro espiatorio colpevole dei propri disagi, il plauso per chi sa essere il più sbruffone, bullo con i deboli e imbonitore di folle delle piazze virtuali.

In questo clima in cui prevale la barbarie e il cinismo del linguaggio e delle azioni si sono levate in questi giorni voci insolite, che provengono dal silenzio, allarmate e sofferenti, che richiamano ad un rispetto dei riferimenti fondamentali di umanità e di accoglienza soprattutto per chi è più vulnerabile: sono le voci dei monasteri di clarisse e carmelitane che hanno scritto al presidente Mattarella, ricordando che “solo la paziente arte dell’accoglienza reciproca può mantenerci umani e realizzarci come persone”.

“Tramite voi chiediamo che le istituzioni governative si facciano garanti della loro dignità, contribuiscano a percorsi di integrazione e li tutelino dall’insorgere del razzismo e da una mentalità che li considera solo un ostacolo al benessere nazionale. Accanto alle tante problematiche e difficoltà ci sono innumerevoli esempi di migranti che costruiscono relazioni di amicizia, si inseriscono validamente nel mondo del lavoro e dell’università, creano imprese, si impegnano nei sindacati e nel volontariato. Queste ricchezze non vanno svalutate e tante potenzialità andrebbero riconosciute e promosse. La nostra semplice vita di sorelle testimonia che stare insieme è impegnativo e talvolta faticoso, ma possibile e costruttivo. Solo la paziente arte dell’accoglienza reciproca può mantenerci umani e realizzarci come persone. Siamo anche profondamente convinte che non sia ingenuo credere che una solidarietà efficace, e indubbiamente ben organizzata, possa arricchire la nostra storia e, a lungo termine, anche la nostra situazione economica e sociale. È ingenuo piuttosto il contrario: credere che una civiltà che chiude le proprie porte sia destinata ad un futuro lungo e felice, una società tra l’altro che chiude i porti ai migranti, ma, come ha sottolineato papa Francesco, «apre i porti alle imbarcazioni che devono caricare sofisticati e costosi armamenti». Ciò che ci sembra mancare oggi in molte scelte politiche è una lettura sapiente di un passato fatto di popoli che sono migrati e una lungimiranza capace di intuire per il domani le conseguenze delle scelte di oggi” ( Clarisse e Carmelitane scalze di Monasteri italiani, Noi, sorelle, preoccupate e in preghiera per questo Paese e i migranti senza voce, “Avvenire” 14 luglio 2019)

La mentalità di razzismo, di esclusione, di rifiuto di gestire con criteri di giustizia e solidarietà la situazione di tanti non è solo emergenza in Italia. Di fronte alle scelte dell’amministrazione Trump negli USA si sono pronunciati i vescovi soprattutto in considerazione delle condizioni di numerosi bambini spaventose e inaccettabili. In una lettera a Trump il presidente dei vescovi statunitensi, il cardinale Daniel Di Nardo a nome della Conferenza episcopale scrive: «possiamo e dobbiamo rimanere un Paese che offre rifugio ai bambini e alle famiglie in fuga dalla violenza, dalle persecuzioni e dalla povertà estrema».

«Questa indicibile conseguenza di un sistema di immigrazione fallito, insieme alle crescenti segnalazioni delle condizioni disumane in cui versano i bambini sotto la custodia del governo federale alla frontiera statunitense, scuotono la coscienza e richiedono un’azione immediata».

Con riferimento alla foto del migrante che ha trovato la morte insieme alla sua figlia nel tentativo di attraversare il Rio grande scrive: «Questa immagine grida giustizia al cielo e mette a tacere la politica… Chi può guardare questa immagine e non vedere i risultati dei fallimenti di tutti noi nel trovare una soluzione umana e giusta alla crisi dell’immigrazione? Purtroppo questa immagine mostra la situazione quotidiana dei nostri fratelli e sorelle. Non solo il loro grido raggiunge il cielo. Raggiunge tutti noi e ora deve raggiungere il nostro governo federale. Tutte le persone, indipendentemente dal loro Paese d’origine o dal loro status giuridico, sono fatte a immagine di Dio e devono essere trattate con dignità e rispetto».

Mons. Raffaele Nogaro, parlando delle norme in vigore e in via di approvazione in Italia in una intervista ha detto: «Sono indignato verso alcune norme, volute dal governo e approvate dal Parlamento, che sono violente, che calpestano la dignità degli esseri umani e offendono la vita umana. Purtroppo le parole brutali del ministro Salvini sul tema della sicurezza vengono accolte con simpatia da molti cattolici, ma anche da tanti preti e diversi vescovi». (…) «Non è possibile affermare la sicurezza di alcuni compromettendo la vita e la dignità di altre persone che sono in difficoltà, come i migranti. Il primo decreto sicurezza, e ora anche questo decreto bis, se verrà approvato, condannano i poveri e i migranti. Ma condannano anche coloro che li salvano e li difendono. E lo fanno creando ed alimentando menzogne sull’opera delle persone e delle organizzazioni di buona volontà, come le ONG. Per questo dico che l’unica via è la disobbedienza civile a queste leggi ingiuste» (Luca Kocci, Monsignor Nogaro: ‘Disobbedienza civile contro le leggi ingiuste’, “Il manifesto” 17 luglio 2019).

In questa situazione del mondo nel cuore dell’estate di quest’anno 2019 ascoltiamo le pagine dell’ospitalità di Abramo e della accoglienza di Gesù nella casa di Marta e Maria quale richiamo al cuore del vangelo da attuare nella nostra vita.

Alessandro Cortesi op

Pentecoste – anno C – 2019

IMG_4378At 2,1-11; Sal 103; Rom 8,8,17; Gv 14,15-26

Pentecoste è festa che si radica nella festa ebraica dei cinquanta giorni dopo la Pasqua, festa delle primizie di primavera che celebra il dono della Legge a Mosè al Sinai e il dono della nuova alleanza promessa da Geremia (31,31-33) e da Ezechiele: ‘Vi darò un cuore nuovo, metterò dentro di voi uno spirito nuovo, toglierò da voi il cuore di pietra e vi darò un cuore di carne. Porrò il mio Spirito dentro di voi’ (Ez 36,26-27).

Nel racconto degli Atti degli apostoli Luca il riferimento va all’evento del Sinai: la legge è dono di alleanza che orienta la vita del popolo d’Israele. Le parole della legge sono da ritenere nel cuore e divengono indicazione di cammino. Sono orientamento per rimanere fedeli alla parola di alleanza, il sì pronunciato da Dio, che si rinnova come promessa di amore: ‘voi siete mio popolo’.

Il gran rumore, il fuoco e le parole sono elementi presenti nella narrazione degli Atti che richiamano l’evento del Sinai (Es 19,16-19: ‘il monte Sinai era tutto fumante, perché su di esso era sceso il Signore nel fuoco… Mosè parlava e Dio gli rispondeva con voce di tuono). Ma c’è anche un rinvio al racconto del battesimo di Gesù. la vita della comunità nella forza dello Spirito si collega ed è in continuità con la missione del servo di Jahwè che Luca vede nel momento del battesimo: ‘il cielo si aprì… e scese lo Spirito Santo… e vi fu una voce dal cielo…’ (Lc 3,21-22).

La descrizione di fenomeni esterni è simbolica e mira a far cogliere l’esperienza della prima comunità, quella di essere visitati dallo Spirito, forza proveniente da Dio: ‘tutti furono ripieni di Spirito Santo’. L’irrompere dello Spirito è dono dall’alto, che coinvolge la vita offrendo nuova forza e nuovo modo di leggere la realtà. E’ trasformazione dell’intimo e trova espressione in un’apertura di comunicazione nuova: il ‘parlare’ in altre lingue.

Le lingue diverse indicano la pluralità e l’incontro tra le diversità in cui la comunità stessa nasce. Ma contiene in sé anche altre evocazioni: ricorda infatti l’episodio di Babele. Lì le lingue diverse erano state conseguenza di una dispersione, compiuta da Dio che intendeva vanificare il disegno di un unico impero con una sola lingua, ossia la pretesa umana di unificare tutto sotto un grande potere assoluto. La diversità diveniva critica al dominio che si metteva al posto di Dio, quello della grande città e della torre. Il disegno di Dio sui popoli non è quello del dominio oppressivo, ma dell’incontro delle differenze. Tuttavia la dispersione comportava anche l’incapacità di comunicare e di comprendere la lingua dell’altro (Gen 11,7). Per questo cessarono di costruire la città la cui cima doveva toccare il cielo. Dopo la Pasqua, a Gerusalemme, Luca vede invece compiersi la possibilità del ‘farsi intendere’ ciascuno nella propria lingua: ‘com’è che li sentiamo ciascuno parlare la nostra lingua nativa?’. Vi è stupore perché l’altro, lo sconosciuto e straniero, parla in modo comprensibile e si fa intendere. I lontani divengono vicini.

Il ‘miracolo’ di Pentecoste per Luca è l’esperienza della prima comunità di ‘parlare’, con le parole e con la vita, l’instaurarsi di una autentica comunicazione. Lo Spirito Santo riempie i cuori: è compimento della promessa della nuova alleanza, richiamo al Sinai, a quel grande disegno di un ‘parlare’ affettuoso e vicino tra Dio e l’uomo, e novità della promessa di Cristo.

Nel IV vangelo il dono dello Spirito è evento che fa tutt’uno con la pasqua e proviene da Cristo: Il soffio di Gesù che alita sui discepoli è una nuova creazione: come Dio, al principio comunicò il suo respiro ad Adamo tratto dal fango (Gen 2,6). Il soffio è accompagnato dalle parole ‘Ricevete lo Spirito Santo’: lo Spirito è presenza personale: consolatore, grande suggeritore, colui che insegna e farà ricordare. Lo Spirito spinge a non rinchiudere il ricordo di Gesù in una memoria sbiadita o lontana, ci invita a cercare sempre e oltre, accogliendo la sua vita e ascoltando la sua voce.

Alessandro Cortesi op

IMG_4325Incontro e alberi

Pentecoste è festa di diverse lingue e di scoperta di rapporti nuovi. Pensando al dono della pentecoste come dono dello Spirito che fa comunicare in modo nuovo due motivi si impongono all’attenzione in questo tempo: la sfida dell’incontro nel mondo delle migrazioni e della reazione xenofoba e razzista. Accanto ad esso il motivo di un rapporto nuovo con la natura, proprio nel tempo della crisi climatica e ecologica, da cui apprendere modalità nuove di intendere l’incontro.

I vescovi del Lazio hanno scritto una lettera per Pentecoste in cui si richiama all’annuncio a Gerusalemme come “segno dell’incontro pacifico e gioioso dei popoli”.

“Purtroppo nei mesi trascorsi le tensioni sociali all’interno dei nostri territori, legate alla crescita preoccupante della povertà e delle diseguaglianze, hanno raggiunto livelli preoccupanti. (…) Sappiamo bene che in tutte queste dimensioni di sofferenza non c’è alcuna differenza: italiani o stranieri, tutti soffrono allo stesso modo. E’ proprio a costoro che va l’attenzione del cuore dei credenti… Vorremmo invitarvi ad una rinnovata presa di coscienza: ogni povero – da qualunque paese, cultura, etnia provenga – è un figlio di Dio. I Bambini, i giovani, le famiglie, gli anziani da soccorrere non possono essere distinti in virtù di un ‘prima’ o di un ‘dopo’ sulla base dell’appartenenza nazionale. Da certe affermazioni che appaiono essere ‘di moda’ potrebbero nascere germi di intolleranza e di razzismo che, in quanto discepoli del Risorto, dobbiamo poter respingere con forza. Chi è straniero è come noi, è un altro ‘noi’: l’altro è un dono. E’ questa la bellezza del vangelo consegnatoci da Gesù: non permettiamo che nessuno possa scalfire questa granitica certezza. (…)

Proviamo a vivere così la sfida dell’integrazione che l’ineluttabile fenomeno migratorio pone dinanzi al nostro cuore: non lasciamo che ci sovrasti una ‘paura che fa impazzire’ come ha detto papa Francesco, una paura che non coglie la realtà; riconosciamo che il male che attenta alla nostra sicurezza proviene di fatto da ogni parte e va combattuto attraverso la collaborazione di tutte le forze buone della società, sia italiane che straniere (…)

Non intendiamo certo nascondere la presenza di molte problematiche legate al tema dell’accoglienza dei migranti, (…) desideriamo tuttavia, ricordare che quando le norme diventano più rigide e restrittive e il riconoscimento dei diritti della persona è reso più complesso, aumentano esponenzialmente le situazioni difficili, la presenza dei clandestini, le persone allo sbando e si configura il rischio dell’aumento di situazioni illegali e di insicurezza sociale. Pertanto… sentiamo il dovere di rivolgere a tutti voi un appello accorato affinché nelle nostre comunità non abbia alcun diritti la cultura dello scarto e del rifiuto, ma si affermi una cultura nuova fatta di incontro, di ricerca solidale del bene comune, di custodia dei beni della terra, di lotta condivisa alla povertà. Invochiamo per tutti noi il dono incessante dello Spirito, che converta i nostri cuori per renderli solleciti nel testimoniare un’accoglienza profondamente evangelica e la gioia della fraternità, frutto concreto della Pentecoste”.

Stefano Mancuso, neurobiologo vegetale, in una recente intervista ha osservato che come esseri umani ignoriamo le piante per una questione culturale, ma dovremmo invece assumere un diverso atteggiamento:

“Come animali capiamo solo ciò che ci è simile. Mentre le piante hanno seguito un’evoluzione così divergente rispetto alla nostra specie che per noi sono incomprensibili. E invece potrebbero insegnarci tanto perché rappresentano l’85% della vita sulla Terra mentre gli animali solo un misero 0,3%. Questo ci fa capire che le decisioni prese dalle piante forse sono state molto più sagge e fruttuose rispetto a quelle prese dagli uomini. Ma il nostro problema con le piante nasce nel nostro cervello”.

Richiama così all’importanza del verde e delle piante per la vita globale del pianeta terra e dell’umanità stessa:

“quel verde ci rende unici rispetto a tutto il resto degli altri oggetti astronomici che conosciamo. Senza le piante non ci sarebbe l’acqua perché la temperatura della Terra sarebbe così elevata da farla evaporare. E poi è grazie alla traspirazione delle piante nella foresta amazzonica se si formano le nuvole, le perturbazioni e tutto i componenti del ciclo dell’acqua che a sua volta garantisce in tutto il mondo la pioggia, e quindi la vita, ciò che beviamo e mangiamo. Senza la vegetazione la Terra sarebbe come Marte”.

L’invito a piantare piante ovunque non è unicamente a scopo estetico o per fornire ossigeno a fronte dell’inquinamento, ma perché dalle piante potremmo imparare elementi essenziali per vivere insieme:

“La presenza delle piante è fondamentale per il nostro benessere. Non riusciamo neanche lontanamente a comprendere ciò che le piante fanno per noi. Quanto sono intelligenti (…) Prima di tutto hanno un’organizzazione molto diversa dalla nostra. Noi siamo organizzati in modo gerarchico verticale, mentre le piante in modo orizzontale diffuso e decentralizzato, come internet. Basterebbe questo a renderle il simbolo stesso della modernità. Sono molto più resistenti di noi e si basano sulla comunità con tutti gli esseri viventi. La cosa più straordinaria è che le piante non possono spostarsi da un luogo in cui sono nate. Possono sopravvivere solo se hanno un ecosistema completo e per questo tutta la loro evoluzione è basata sul mutuo appoggio, la simbiosi e la comunità, piuttosto che sulla competizione o sulla predazione come invece sono i rapporti animali”.

E’ proprio tale organizzazione a modo di rete, con legami ineludibili da mantenere, nella costituzione di una comunità, una casa comune con equilibri tra gli esseri viventi, il grande insegnamento da apprendere oggi piantando alberi e cercando di custodire il verde vicino a noi e con noi.

Abbracciare gli alberi (ed. Il Saggiatore), si intitola un libro dell’agronomo Giuseppe Barbera, che rinvia all’invito del­la poe­tes­sa Ra­tu­ri, rap­pre­sen­tan­te del mo­vi­men­to Chi­p­ko: Abbrac­cia gli al­be­ri / sal­va­li dal­l’ab­bat­ti­men­to / la pro­prie­tà del­le no­stre col­li­ne / sal­va­la dal sac­cheg­gio”. La lot­ta non vio­len­ta per resistere alla deforestazione, attuato dalle donne indiane ne­gli anni ‘70 è indicazione di un atteggiamento da coltivare. Gli alberi possono insegnarci qualcosa di essenziale alla vita comune: apprendere dagli alberi in un rapporto profondo con la natura è esigenza oggi per affrontare insieme la crisi sociale del nostro tempo e la crisi ecologica trovando in un nuovo rapporto con la natura vie per apire un futuro ad una convivenza umana non nel segno della distruzione ma nel legame degli uni con gli altri.

Alessandro Cortesi op

Un convegno su accoglienza a Pistoia

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Quali vie per l’accoglienza nel tempo dell’esclusione?

Serata partecipata, mercoledì 27 febbraio a san Domenico di Pistoia dalle ore 21 alle 23.30 alla tavola rotonda su Quali ricadute del ‘decreto sicurezza’ (legge 132 del 1.12.2018) sul territorio di Pistoia? Quali vie per nuovi modi di accoglienza di migranti e richiedenti protezione?

Incontro di formazionepromosso da:

Giustizia e pace Provincia romana di s. Caterina – Centro Espaces Giorgio La Pira

Hanno partecipato: Claudio Curreli magistrato, capo scout AGESCI; Marco Rimediotti coordinatore area migranti coop. Arkè; Camilla Reggiannini operatrice sociale; Emiliano Corvino operatore sociale; Rawaz Shally richiedente asilo ospite CAS san Domenico.

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Una lettera sulla responsabilità politica

santa-caterina-da-siena-907083E’ stata diffusa in questi giorni una lettera aperta firmata da 52 docenti dell’Istituto Superiore di Scienze Religiose della Toscana s.Caterina da Siena. Come ha detto mons. Filippini vescovo di Pescia e moderatore dell’ISSR “è una denunica politica in senso alto, che indica i valori e le prospettive dell’agire nella polis, nella società, in maniera coerente con i valori cristiani”. Qui di seguito il testo della lettera con le firme di coloro che hanno dato adesione. (ac)

Lettera aperta di alcuni docenti dell’ISSR Toscana s.Caterina da Siena

In qualità di docenti dell’Istituto Superiore di Scienze religiose s.Caterina da Siena della Toscana desideriamo esprimere la nostra viva preoccupazione per la gravità di una situazione che si connota come crisi di umanità ed emergenza democratica nel nostro Paese.

Il nostro compito di docenti che vivono l’impegno della ricerca e dell’insegnamento in discipline bibliche, teologiche, morali, storiche, filosofiche, pedagogiche e sociali ci spinge a sentirci responsabili per il cammino dell’intera comunità civile e umana verso orizzonti di giustizia e di pace.

Recenti misure di legge su sicurezza e politiche d’asilo cancellano di fatto i diritti fondamentali degli stranieri e sono profondamente discriminatorie di diritti inalienabili di uomini e donne. La ‘declamata’ chiusura dei porti e il rifiuto nei confronti di migranti che fuggono da guerre e miseria incrementano la percezione che i rifugiati siano una minaccia per la sicurezza dei cittadini italiani, e non persone da proteggere. Molti di essi sono anche sorelle e fratelli in Cristo. Determinazioni politiche che impediscono il soccorso in mare di naufraghi sono in contrasto con norme di diritto internazionale e profondamente disumane. L’attuazione di respingimenti verso paesi come la Libia in cui i migranti sono tenuti in condizione di schiavitù e tortura sistematica costituiscono una violazione ai principi riconosciuti al cuore del progetto europeo sorto sulle rovine e tragedie della seconda guerra mondiale e della Shoah con il grido ‘mai più’. L’accettazione dell’idea che possano esserci diversi livelli di cittadinanza senza garantire il riconoscimento della dignità di ogni persona non è accettabile e ci spinge ad unire la nostra voce accanto a quella di tanti altri per un risveglio di responsabilità democratica e di umanità.

Siamo particolarmente preoccupati per la diffusione di un clima di paura dell’altro che individua negli stranieri il capro espiatorio dei malesseri della nostra società, per l’affermarsi di modi di intendere la vita centrati sui propri interessi senza compassione per le sofferenze dei più fragili e degli impoveriti, per l’estendersi di nazionalismi che si oppongono a orizzonti di fraternità e solidarietà tra i popoli. Pensiamo che il silenzio e l’indifferenza in questa congiuntura storica siano terreno di coltura dell’intolleranza, del razzismo e della xenofobia che conducono al dissolvimento di ogni convivenza possibile.

Desideriamo unirci al messaggio che con insistenza papa Francesco ha espresso: “In molti Paesi di destinazione si è largamente diffusa una retorica che enfatizza i rischi per la sicurezza nazionale o l’onere dell’accoglienza dei nuovi arrivati, disprezzando così la dignità umana che si deve riconoscere a tutti, in quanto figli e figlie di Dio. Quanti fomentano la paura nei confronti dei migranti, magari a fini politici, anziché costruire la pace, seminano violenza, discriminazione razziale e xenofobia, che sono fonte di grande preoccupazione per tutti coloro che hanno a cuore la tutela di ogni essere umano” (Messaggio per la giornata della pace, 1 gennaio 2018)

Invitiamo le nostre comunità ad ascoltare le parole di Gesù “ho avuto fame e mi avete dato da mangiare, ho avuto sete e mi avete dato da bere, ero straniero e mi avete accolto” (Mt 25,35) a farne criterio di orientamento per scelte concrete di accoglienza e vicinanza in un momento in cui sta per essere smantellato il sistema di accoglienza e protezione per i richiedenti asilo.

Siamo con i pastori delle nostre chiese che esprimono parole chiare, capaci di orientare le coscienze secondo il messaggio del vangelo che chiama a riconoscerci stranieri in cammino, responsabili – come diceva santa Caterina ai governanti – di una ‘città prestata’, solidali con l’umanità ferita nella ricerca della giustizia e della pace.

Come insegnanti sentiamo la responsabilità politica che deriva dal nostro servizio teologico al popolo di Dio. Nutriamo la speranza che la nostra voce contribuisca ad una presa di consapevolezza della deriva di barbarie in atto e della gravità di orientamenti che si pongono in contrasto con il vangelo e con principi fondamentali della Costituzione italiana.

Auspichiamo condivisione di impegno per far sì che vi sia apertura di canali legali di accesso al nostro paese, soccorso ai naufraghi nel mare Mediterraneo, promozione di corridoi umanitari, una nuova solidarietà dei paesi europei sulle politiche migratorie con sguardo lungo sul futuro, capacità di scorgere nell’immigrazione una risorsa per le società, creatività nel trovare forme di accoglienza, protezione, accompagnamento ed inclusione dei migranti. Il fenomeno migratorio è legato alle guerre, all’iniqua distribuzione delle risorse della terra, all’emergenza ecologica. Solo una comunità internazionale che agisce sulla base del diritto e con metodo multilaterale può affrontarlo alla radice. Ogni uomo e ogni donna, infatti, nasce in una terra e da esse deve essere libero di partire, ma anche di restare.

Ci impegniamo nell’esercizio quotidiano di docenza, nell’articolazione dei programmi di studio del nostro Istituto, nell’approfondimento delle singole discipline a coltivare una fedeltà al vangelo che ci rende responsabili nella costruzione di una convivenza sociale e politica fondata sul riconoscimento dei diritti umani fondamentali.

Il riferimento alla Parola di Dio segna il nostro impegno di studio nell’orizzonte dell’ospitalità, del dialogo, dell’amicizia. Al cuore dell’annuncio cristiano sta il fare spazio all’Altro che ci raggiunge nei volti dei poveri, degli oppressi e ci spinge a fare memoria delle vittime, a condividere e accompagnare le attese di liberazione dei sofferenti, ad intraprendere cammini di comprensione e dialogo con uomini e donne di altre culture e religioni.

In tale direzione confermiamo il nostro impegno per la formazione di coscienze capaci di assunzione di responsabilità in questo momento così difficile e buio per la nostra società.

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A questo link l’articolo di La Repubblica del 13 febbraio 2019 che ha ripreso la lettera dei docenti

Hanno aderito (in ordine alfabetico)

  1. Sergio Angori
  2. Alberto Ara
  3. Luca Basetti
  4. Andrea Bigalli
  5. Annalisa Bini
  6. Massimo Bini
  7. Angelo Biscardi
  8. Francesco Carensi
  9. Marco Cerruti
  10. Giovanna Cheli
  11. Piero Ciardella
  12. Alessandro Cortesi
  13. Lamberto Crociani
  14. Bryan Dal Canto
  15. Luca M. De Felice
  16. Pietro L. Di Giorgi
  17. Sabina Falconi
  18. Matteo Ferrari
  19. Roberto Fornaciari
  20. Federico Franchi
  21. Francesco Gaiffi
  22. Giovanni Gardini
  23. Vittorio Gepponi
  24. Marco P. Giovannoni
  25. Pietro D. Giovannoni
  26. Salvatore Glorioso
  27. Stefano Grossi
  28. Anselmo Grotti
  29. Giovanni Ibba
  30. Maria Incandela
  31. Mariano Inghilesi
  32. Alfredo Jacopozzi
  33. Joseph Heimpel
  34. Fabrizio Lelli
  35. Marcello Marino
  36. Claudio Monge
  37. Paolo Morelli
  38. Paolo Nepi
  39. Ariele Niccoli
  40. Serena Noceti
  41. Donatella Pagliacci
  42. Marco Pierazzi
  43. Alessandro Previato
  44. Elvis Ragusa
  45. Lisa Renieri
  46. Eugenia Romano
  47. Stefano Sodi
  48. Luciano Tomek
  49. Nadia Toschi
  50. Paolo Trianni
  51. Giovanni Vezzosi
  52. Gian Paolo Violi

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XI domenica – tempo ordinario anno B – 2018

IMG_3761.JPGEz 17,22-24; 2Cor 5,6-10; Mc 4,26-34

“Così è il regno di Dio, come un uomo che getta il seme nel terreno…” Gesù parlava in modo coinvolgente, capace di suscitare quell’attenzione di chi sente una parola significativa per la propria vita. Con parole vicine che mettevano in discussione demolivano egoismi e chiusure e aprivano a cambiamenti di solidarietà.

Punto centrale tutte le parabole è così l’annuncio del ‘regno di Dio’. Dietro a questa espressione non sta la rivendicazione di un dominio. Era invece un’immagine conosciuta da chi ascoltava Gesù, usata per esprimere un venire di Dio vicino. Gesù la usa per indicare lo stile di Dio e il modo in cui si pone in relazione con il suo popolo e l‘umanità. Non solo ne parla: nei suoi gesti presenta il regno come apertura e liberazione: è un mondo nuovo in cui Dio prende la parte di chi è oppresso libera e apre al futuro di accoglienza, pace, giustizia: al centro stanno i piccoli. Gesù si comporta da uomo capace di ospitalità.

Così le sue parole spiegano il suo agire. Gesù non usa un linguaggio che definisce ma usa i modi del racconto, suscita immaginazione. Le parabole narrano movimenti in divenire: di solito con un paragone che introduce un’azione … così come…: così avviene nel regno di Dio… come un uomo che getta il seme nel terreno. Gesù apre domande partendo dalla vita. Nelle parabole Gesù indica così che il rapporto con Dio non è da ricercare in momenti avulsi dalla vita ma nell’ordinario dei nostri giorni. In questo parlare si ritrovano i gesti del lavoro, della vita, della casa: l’incontro con Dio non è realtà ‘sacra’ di cui avere timore né riservato a élites religiose o intellettuali. Il vangelo è bella notizia per chi è povero, mite, perseguitato per la giustizia. Dio prende le parti di chi è lasciato ai margini e dimenticato ed apre un modo nuovo di relazioni in cui i più fragili sono al centro e le pretese della forza e del dominio sono capovolte. Nella terra della vita è deposto un seme. ‘dorma o vegli di notte o di giorno, il seme germoglia e cresce…’. Gesù annuncia che nella storia è presente un seme di novità: è messaggio liberante di una realtà già presente nella terra di casa e che porta frutto buono. Tutto ciò porta a decentrare la vita.

‘E’ come un granello di senape, che quando viene seminato sul terreno è il più piccolo di tutti i semi…” C’è una indicazione preziosa in questo contrasto tra la piccolezza degli inizi e la grandezza dell’esito: il regno di Dio è un seme piccolo, anzi il più piccolo, e cresce e diventa più grande di tutte le piante dell’orto. Dell’orto: cioè sta davanti alla casa, non è qualcosa di grande lontano, ma sta nell’orizzonte vicino e chiede che si aprano occhi e cuore per accoglierlo. Il regno è realtà non appariscente, che sta dentro le pieghe della vita, e richiede occhi attenti per scorgerne la presenza. E’ in via di crescita e si lascia incontrare nei segni piccoli, nel silenzio e nella forza di un seme. Dio non guarda le apparenze, ma al cuore e ascolta il grido di chi non è ascoltato perché è più debole e impoverito.

Gesù pronuncia le parabole in momenti di delusione, di scoramento perché non si vedevano i frutti della sua azione e della sua proposta e cresceva invece il rifiuto e l’ostilità contro di lui. Ma proprio in questi momenti indica come il regno sia realtà piccola che ha però una forza di crescita che nulla può ostacolare ed esige l’attesa paziente del contadino. E così comunica ai suoi la sua fiducia fino alla fine. Ed apre la via di un servizio al regno che investe questa realtà e questa storia, dove i piccoli siano accolti, dove gli oppressi siano liberati, dove gli esclusi trovino ospitalità. Gesù sa leggere i segni del regno già presenti, e semina la parola perché anche i suoi sappiano aprirsi alla novità del vangelo. La parabola coinvolge ed opera: è nel senso più profondo ‘poesia’, parola efficace capace di cambiare chi l’accoglie e di orientare ad un agire di ospitalità.

Alessandro Cortesi op

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Alberi e nidi

Un albero con tanti rami dove gli uccelli possono fare il nido è immagine che parla di accoglienza: aperta, libera, capace di non porre chiusure. Rami come punti di appoggio e foglie come protezione e sollievo sono messaggio che silenziosamente proviene dalla natura e richiama al senso dell’abitare il mondo. Un risiedere non di proprietari, ma come stranieri di passaggio, come uccelli che giungono da altri orizzonti e fanno sosta e costruiscono casa, facendo nido. Un abitare che apre spazi per nidi diversi e per incroci di voli, di andate e ritorni, momento di riposo nei passaggi delle migrazioni.

La sapienza degli alberi è antica, non s’impone e richiama oggi ad un ascolto da parte degli umani, in un tempo in cui invece parole di odio, di rifiuto, di chiusura si moltiplicano e come nuvola tossica inquinano l’aria che respiriamo.

Raccolgo alcune voci di denuncia e proposta a fronte della vicenda di cinismo e di miopia politica oltre che di cattiveria a cui stiamo assistendo in questi giorni in riferimento alla chiusura dei porti italiani per non accogliere la nave Aquarius con i migranti salvati nel Mediterraneo:

“La presa in ostaggio dei 629 della Aquarius interpella il Parlamento e il Capo dello Stato quale garante del rispetto della Costituzione e dei trattati internazionali. Perché il rifiuto di autorizzarne l’attracco nei porti italiani disposto dal ministro dell’Interno Matteo Salvini nulla ha a che vedere con la discrezionalità dell’azione politica. È un atto insieme illegale e fraudolento. In aperta violazione della “Convenzione Internazionale sulla ricerca e il salvataggio marittimo” siglata ad Amburgo il 27 aprile del 1979 e ratificata dal nostro Paese con la legge 147 del 1989. Quella Convenzione fissa l’obbligo di soccorso in mare a chi sia in pericolo di vita e quello del suo trasferimento in un luogo sicuro (…) Salvini ha consapevolmente violato quell’obbligo. E per giunta, in modo fraudolento, spacciando al mercato del rancore come “vicescafista” la nave di una Ong che aveva partecipato a un’operazione di soccorso disposta dal Paese di cui è ministro dell’Interno”. (Carlo Bonini L’attracco negato è un atto illegale “la Repubblica” 12 giugno 2018)

“…su una cosa sono d’accordo con Salvini: la rotta libica va chiusa. Basta tragedie in mare, basta dare soldi alle mafie libiche del contrabbando. Sogno anch’io un Mediterraneo a sbarchi zero. Il problema però è capire come ci si arriva. E su questo, avendo alle spalle dieci anni di inchieste sul tema, mi permetto di dare un consiglio al ministro perché mi pare che stia ripetendo gli stessi errori dei suoi predecessori. (…) Viviamo in un mondo globalizzato, dove i lavoratori si spostano da un paese all’altro in cerca di un salario migliore. L’Europa, che da decenni importa manodopera a basso costo in grande quantità, in questi anni ha firmato accordi di libera circolazione con decine di paesi extraeuropei. (…)però, continua a proibire ai lavoratori africani la possibilità di emigrare legalmente sul suo territorio. In altre parole, le ambasciate europee in Africa hanno smesso di rilasciare visti o hanno reso quasi impossibile ottenerne uno.

Siamo arrivati al punto che l’ultima e unica via praticabile per l’emigrazione dall’Africa all’Europa è quella del contrabbando libico. Le mafie libiche hanno ormai il monopolio della mobilità sud-nord del Mediterraneo centrale. Riescono a spostare fino a centomila passeggeri ogni anno con un fatturato di centinaia di milioni di dollari ma anche con migliaia di morti.

Eppure non è sempre stato così. Davvero ci siamo dimenticati che gli sbarchi non esistevano prima degli anni Novanta? Vi siete mai chiesti perché? E vi siete mai chiesti perché nel 2018 anziché comprarsi un biglietto aereo una famiglia debba pagare il prezzo della propria morte su una barca sfasciata in mezzo al mare? Il motivo è molto semplice: fino agli anni Novanta era relativamente semplice ottenere un visto nelle ambasciate europee in Africa. In seguito, man mano che l’Europa ha smesso di rilasciare visti, le mafie del contrabbando hanno preso il sopravvento. (…)

… continuo a non capire come mai un ventenne di Lagos o Bamako, debba spendere cinquemila euro per passare il deserto e il mare, essere arrestato in Libia, torturato, venduto, vedere morire i compagni di viaggio e arrivare in Italia magari dopo un anno, traumatizzato e senza più un soldo, quando con un visto sul passaporto avrebbe potuto comprarsi un biglietto aereo da cinquecento euro e spendere il resto dei propri soldi per affittarsi una stanza e cercarsi un lavoro. Esattamente come hanno fatto cinque milioni di lavoratori immigrati in Italia, che guardate bene non sono passati per gli sbarchi e tantomeno per l’accoglienza. Sono arrivati dalla Romania, dall’Albania, dalla Cina, dal Marocco e si sono rimboccati le maniche. Esattamente come hanno fatto cinque milioni di italiani, me compreso, emigrati all’estero in questi decenni. Esattamente come vorrebbero fare i centomila parcheggiati nel limbo dell’accoglienza. (…) Altro che riforma Dublino, noi dobbiamo chiedere la libera circolazione dentro l’Europa dei lavoratori immigrati. Perché non possiamo permetterci di avere cittadini di serie a e di serie b. E guardate che lo dobbiamo soprattutto a noi stessi.

Perché chiunque di noi abbia dei bambini, sa che cresceranno in una società cosmopolita. Già adesso i loro migliori amici all’asilo sono arabi, cinesi, africani. Sdoganare un discorso razzista è una bomba a orologeria per la società del domani. Perché forse non ce ne siamo accorti, ma siamo già un noi. Il noi e loro è un discorso antiquato. Un discorso che forse suona ancora logico alle orecchie di qualche vecchio nazionalista. (…) Legalizzate l’emigrazione Africa –Europa, rilasciate visti validi per la ricerca di lavoro in tutta l’Europa, togliete alle mafie libiche il monopolio della mobilità sud-nord e facciamo tornare il Mediterraneo ad essere un mare di pace anziché una fossa comune. O forse trentamila morti non sono abbastanza?” (Gabriele Del Grande Lettera al ministro dell’Interno post su Facebook, 13.06.2018).

“Salvini sta facendo sapere a tutta Europa che l’Italia è pronta a vedere annegare quegli sventurati passeggeri pur di esibire i muscoli a Francia e Germania. Tutti gli interrogativi morali e politici che gli sbarchi implicano sono risolti senza indugio, svelando sin dai primi giorni del governo Conte il vero volto del populismo in carica. Le conseguenze che la catechesi rivoluzionaria predicata in campagna elettorale può sortire sono state illuminate come da un lampo ora che questa ha traslocato dalle piazze ai vertici del governo del nostro Paese. Salvini ha virato in una direzione che non ha mai fatto mistero di voler imboccare. E tutto il carrozzone al comando non ha saputo fare di meglio che acconsentire e prendere atto. Non ha mosso ciglio il Presidente del Consiglio. Nulla ha obbiettato Di Maio, che si trova tra l’incudine di una porzione di elettorato sconvolta dall’idea di negare l’attracco all’Aquarius e il martello del suo coinquilino alla vicepresidenza del Consiglio. Questo oscuro episodio ci dice molte cose. In primo luogo ci mostra che il «governo del cambiamento» è pronto a privilegiare la ragione di Stato (la presunta necessità di dare un segnale “forte”) all’etica della situazione, che imporrebbe invece di salvare quelle 629 vite prima di tutto e poi, solo in un momento successivo, di ridiscutere i termini di Dublino.
Inoltre, questa vicenda ci ricorda un’altra lezione. Chi stringe patti col diavolo prima o poi ne resta vittima. (…) Il mito sovranista non vuol dire altro che questo: aspirare incondizionatamente ad una sovranità illimitata esercitata da una minoranza (perché la Lega è una minoranza) in nome e per conto dell’intero popolo sovrano. Con una acrobazia politica si cerca si contrabbandare la parte per il tutto e di piegare un’intera nazione al volere di un partito che in un dato momento ha raccolto il voto della frustrazione e della rabbia. E che ora sembra trascinare dietro di sé tutto l’esecutivo e ammaestrare il suo Presidente ad assecondare ogni arbitraria decisione”. (Antonio Merlino, Il vero volto del populismo in carica, “Trentino” 13 giugno 2018)

“L’hashtag #chiudiamoiporti, twittato dal neoministro degli Interni e rimbalzato nella Rete, è il Muro innalzato dall’Italia. Così è stato interpretato all’estero. I porti si chiudono quando sta per arrivare un invasore, un nemico insidioso, di fronte al quale ci si sente indifesi. Ma l’Aquarius ha solo un carico di migranti fuggiti da fame, miseria, guerra, alcuni feriti e ustionati, molti esausti; tra questi 123 minori non accompagnati e parecchi bambini. Lo schiaffo del No è anche per loro, colpevoli di essere migranti, cioè di essersi mossi. I diritti dei cittadini, protetti dai confini, mal si conciliano con i diritti di quelli che stanno là fuori e sono semplicemente esseri umani. (…)Con quel gesto l’Italia ha perso ben più di quanto abbia guadagnato. Perché quel che l’ha contraddistinta nei secoli non è solo e non è tanto l’arte e l’ingegno, quanto piuttosto l’umanità. (Donatella Di Cesare, Lo scontro (perdente) tra la sovranità e l’umanità dell’Italia, “Corriere della Sera” 13 giugno 2018).

“…non si può non constatare che il sistema Paese non può andare in panne per 100mila persone, quante sono le persone sbarcate in Italia nel corso di un anno, che si vanno ad aggiungere ad un totale sette o otto volte tanto. In Germania è arrivato un milione di persone nel giro di due anni e il sistema Paese ha retto. Non parliamo poi di altri Paesi, come Libano o Giordania, dove i profughi parliamo di ben altri numeri che rapportati a quelle popolazioni portano a percentuali qui inimmaginabili. L’Italia, un Paese con 60 milioni di abitanti, si inceppa per 100mila persone? Dobbiamo renderci conto del fenomeno e delle sue reali dimensioni, elaborando vere politiche di sistema. C’è una drammatizzazione oggettiva che dipende però anche da una carenza: l’accoglienza non ha saputo affrontare il problema del dopo.” (Intervista a don Mogavero, vescovo: Riccardo Cristiano, Dal dramma migranti alla drammatizzazione. Parla il vescovo Mogavero, www.formiche.net 14.06.18).

E’ del 14 giugno 2018 il testo di un messaggio di papa Francesco inviato al “II colloquio Santa Sede – Messico sulla migrazione internazionale”. In esso il papa richiama “ai valori della giustizia, della solidarietà e della compassione” e ad un cambiamento di mentalità:

“A tal fine, occorre un cambiamento di mentalità: passare dal considerare l’altro come una minaccia alla nostra comodità allo stimarlo come qualcuno che con la sua esperienza di vita e i suoi valori può apportare molto e contribuire alla ricchezza della nostra società. Perciò, l’atteggiamento fondamentale è quello di «andare incontro all’altro, per accoglierlo, conoscerlo e riconoscerlo»”. (…)  Vorrei infine segnalare che nella questione della migrazione non sono in gioco solo numeri, bensì persone, con la loro storia, la loro cultura, i loro sentimenti e le loro aspirazioni. Queste persone, che sono nostri fratelli e sorelle, hanno bisogno di una protezione continua, indipendentemente dal loro status migratorio. I loro diritti fondamentali e la loro dignità devono essere protetti e difesi. Un’attenzione speciale va riservata ai migranti bambini, alle loro famiglie, a quanti sono vittime delle reti del traffico di esseri umani e a quelli che sono sfollati a causa di conflitti, disastri naturali e persecuzioni. Tutti costoro sperano che abbiamo il coraggio di abbattere il muro di quella complicità comoda e muta che aggrava la loro situazione di abbandono e che poniamo su di loro la nostra attenzione, la nostra compassione e la nostra dedizione”.

Ricordo infine alcuni orientamenti su cui impegnare sforzi e progetti per affrontare la complessità di fenomeni che richiederebbero oggi lucidità e responsabilità che sono stati proposti dai missionari italiani: questi sono l’apertura di corridoi umanitari per chi fugge da situazioni drammatiche; l’embargo sulla vendita di armi italiane agli stati africani; una seria politica economica verso questi paesi con forti investimenti, non ai governi, ma alle realtà di base per permettere ai popoli d’Africa di rimettersi in piedi; la sospensione delle nostre politiche predatorie nei confronti dell’Africa, ricchissima di materie prime; la sospensione degli Epa (Accordi di partenariato economico) che la Ue ha imposto ai paesi africani e che creeranno ancora più fame.

Alessandro Cortesi op

X domenica tempo ordinario – anno B – 2018

IMG_2818.JPGGen 3,9-15; 2Cor 4,15-5,1; Mc 3,20-35

“Porrò inimicizia…” Usando il linguaggio del mito e accogliendo le grandi narrazioni dei popoli vicini, la lettura sapienziale di Israele che si coagula nei primi capitoli del libro di Genesi, mira a presentare sin dal principio la condizione della vita nella storia e l’orizzonte del futuro a cui Dio chiama. Non sono pagine che intendono spiegare le origini del mondo e dell’umanità, sono invece testi di sapienza che presentano una lettura della condizione umana e della vita in vista di scorgere l’orizzonte di una chiamata alla fede nel Dio della liberazione e dell’alleanza.

La condizione umana non è così presentata in modo idealizzato e senza problemi. E’ invece realisticamente descritta come segnata da disarmonie, inimicizie e rotture. Una lettura disincantata della realtà è consapevole della presenza anche del male, dell’orgoglio, della sete di dominio e dell’ingiustizia. Tuttavia l’umanità respira anche di una nostalgia che rinvia ad una armonia di relazioni che è sogno e dono di speranza. Tutto ciò che è male e negatività non è l’ultima parola. La parola costitutiva sull’umanità e sul mondo è invece parola di bellezza e parola di promessa. Nonostante ogni contraddizione non viene meno: la creazione è dono bello di Dio sgorgante dalla comunione e chiamata ad una comunione nuova.

D’altra parte la disarmonia e la rottura sperimentata si attua in diversi ambiti: nei rapporti con la natura che si esprime nell’attitudine di indifferenza e sfruttamento. Nei rapporti con Dio perché l’orgoglio fa venir meno la trasparenza nel rapporto con lui: è la nudità che porta a nascondersi anziché a stare davanti a Lui nella fiducia. E’ rottura ancora nella relazione tra gli esseri umani che vede l’incomprensione, la presa di distanza il venir meno della solidarietà e dello stupore. Così l’altro è accusato e reso colpevole.

Tale situazione di frattura contraddice il desiderio profondo di comunione, di incontro, di comprensione e accoglienza. E permane la nostalgia di un superamento e di un compimento che non può venire da forza umana, né è da ricercare in capacità proprie, ma può confidare in una promessa e si delinea come futuro atteso e verso cui andare. Al cuore del messaggio dei primi capitoli di Genesi sta la realistica comprensione della vita umana e cosmica segnata dal peso di tutto ciò che separa – l’inimicizia – e d’altra parte da un dono che non viene meno: è il dono della creazione stessa come parola di amicizia di Dio, della vita umana come relazione in cui si fa presente l’immagine di Dio amicizia, e la promessa di fedeltà di Dio amico che non viene meno alla sua vicinanza.

“i suoi, sentito questo, uscirono per andare a prenderlo; dicevano infatti: «È fuori di sé».
Gli scribi, che erano scesi da Gerusalemme, dicevano: «Costui è posseduto da Beelzebùl e scaccia i demòni per mezzo del capo dei demòni»

Uno tra gli aspetti che i vangeli sottolineano nella vicenda di Gesù è quello del suo agire in gesti che liberano le persone da tutto ciò che le opprime e rinchiude in situazioni di sofferenza, di male, e di violenza. Gesù opera come guaritore e il contatto con lui per coloro che si accostano con fiducia diviene inizio di una storia nuova, apertura alla relazione, liberazione da forze che legano e tengono come schiavi. Certamente Gesù ha vissuto gesti di guarigione e liberazione e questo ha suscitato la reazione indispettita di chi non accettava la sua offerta di vita e di libertà in termini che ponevano in discussione il sistema religioso e aprivano ad un cammino nuovo, di trasparenza, di attenzione ai piccoli, oltre le appartenenze di chi ragiona secondo le categorie dei ‘nostri’ e dei ‘loro’. I gesti di Gesù provocano a pensare un nuovo modo di concepire le relazioni: non la logica di sistemi chiusi, di una religione in cui prevale l’accento sul ‘mio’ sul rimanere chiusi e condannare gli altri, ma quella che si apre nello scorgere rapporti nuovi in cui l’altro diviene ‘per me fratello sorella e madre…”.

Alessandro Cortesi op

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(vignetta di Mauro Biani)

Anestesia delle coscienze

“… non posso fare a meno di rivolgere innanzitutto un ringraziamento al presidente della Repubblica Sergio Mattarella, il quale ha deciso di ricordare l’ottantesimo anniversario dell’emanazione delle leggi razziali, razziste, del 1938 facendo una scelta sorprendente: nominando quale senatrice a vita una vecchia signora, una persona tra le pochissime ancora viventi in Italia che porta sul braccio il numero di Auschwitz.

Porta sul braccio il numero di Auschwitz e ha il compito non solo di ricordare, ma anche di dare, in qualche modo, la parola a coloro che ottant’anni orsono non la ebbero; a quelle migliaia di italiani, 40.000 circa, appartenenti alla piccola minoranza ebraica, che subirono l’umiliazione di essere espulsi dalle scuole, dalle professioni, dalla società, quella persecuzione che preparò la shoah italiana del 1943-1945, che purtroppo fu un crimine anche italiano, del fascismo italiano. Soprattutto, si dovrebbe dare idealmente la parola a quei tanti che, a differenza di me, non sono tornati dai campi di sterminio, che sono stati uccisi per la sola colpa di essere nati, che non hanno tomba, che sono cenere nel vento.

Salvarli dall’oblio non significa soltanto onorare un debito storico verso quei nostri concittadini di allora, ma anche aiutare gli italiani di oggi a respingere la tentazione dell’indifferenza verso le ingiustizie e le sofferenze che ci circondano. A non anestetizzare le coscienze, a essere più vigili, più avvertiti della responsabilità che ciascuno ha verso gli altri. In quei campi di sterminio altre minoranze, oltre agli ebrei, vennero annientate.

Tra queste voglio ricordare oggi gli appartenenti alle popolazioni rom e sinti, che inizialmente suscitarono la nostra invidia di prigioniere perché nelle loro baracche le famiglie erano lasciate unite; ma presto all’invidia seguì l’orrore, perché una notte furono portati tutti al gas e il giorno dopo in quelle baracche vuote regnava un silenzio spettrale. (…)

Mi rifiuto di pensare che oggi la nostra civiltà democratica possa essere sporcata da progetti di leggi speciali contro i popoli nomadi. Se dovesse accadere, mi opporrò con tutte le energie che mi restano”.

E’ questo uno stralcio del discorso di Liliana Segre, senatrice a vita, nella discussione per la fiducia al nuovo governo in Italia il 5 giugno u.s. E’ un discorso che richiama i pericoli insiti in scelte e orientamenti che non riconoscono il proprio stare sulla terra nella comune umanità con altri esseri umani.

Nel panorama europeo e mondiale si affermano voci che richiamano alla sovranità di un popolo identificato con la propria nazione o con gruppi particolari e queste recano con sè in modo consapevole o inconsapevole, nell’indifferenza, oggi la riproposizione di autentici miti, quale quello del possesso della terra – che può facilmente essere decostruito da una anche superficiale lettura storica. La pretesa che la terra su cui si vive sia prorpia, mia o tua, ed esclusiva, in mod da tenere qualcuno fuori della terra, starniero, senza riconoscimento di abitante.

Ma la terra non può esser considerata proprietà esclusiva e pretendere di decidere con chi abitare è la premessa a quello che la storia del 900 ha mostrato essere il piano inclinato che conduce ai campi di internamento e ai campi di concentramento, sino all’eliminazione dell’altro.

Settantacinque anni fa Hannah Arendt, filosofa ebrea tedesca rifugiatasi negli Stati Uniti, scriveva un breve saggio dal titolo ‘Noi profughi’. In esso ricordava la condizione degli ebrei profughi come avanguardia dei popoli ridotti ad essere senza patria senza diritti.

Nel suo scritto più ampio Le origini del totalitarismo descrive il percorso della progressiva perdita a cui si costringono persone e popoli quando si perde di vista la dignità umana: “La disgrazia degli individui senza status giuridico non consiste nell’essere privati della vita, della libertà, del perseguimento della felicità, dell’eguaglianza di fronte alla legge e della libertà di opinione…ma nel non appartenere più ad alcuna comunità di sorta, nel fatto che per essi non esiste più nessuna legge, che nessuno desidera più neppure opprimerli” (H. Arendt, Le Origini del Totalitarismo, Edizioni di Comunità, Milano, 1996, 409). Così si attua il mito della autoctonia. Fino ai campi di internamento e di concentramento.

L’autoctono pretende di poter escludere l’estraneo che arriva lo straniero che giunge da lontano, il diverso da sé. Ma la terra dove si abita è terra dove nessuno può pretendere con chi abitare escludendo altri esseri umani: qualcun altro c’era in precedenza e qualcun altro vi sarà… è terra dell’umanità.

Sta qui una profonda provocazione rivolta alla politica degli stati nazione che si sono strutturati pensando una sovranità che non riconosce i diritti di altri esseri umani a livello globale. E pur affermando in linea teorica i diritti umani di fatto giunge a negarli di fronte a chi è posto nella condizione di ‘apolide’, ‘senza patria’, costretto nella condizione del profugo e del richiedente rifugio.

E’ la sfida che oggi si presenta nel mondo delle migrazioni e dove le esigenze di giustizia sociale e di equità a livello globale dovrebbero suscitare approfondimento lungimirante e progettualità che mantenga chiara la direzione di “respingere la tentazione dell’indifferenza verso le ingiustizie e le sofferenze che ci circondano”.

Commentando il dibattito alle Camere e i discorsi del nuovo presidente del consiglio Giuseppe Conte così scrive Francesco Riccardi: “La «gente chiede il cambiamento», il governo ‘ascolterà i cittadini’ ripete il presidente del Consiglio. (…) Sarebbe significativo, però, se il nuovo governo cominciasse a non essere sordo al grido che si alza dal sangue versato nelle campagne di Gioia Tauro, a quello sommerso dalle acque del Mediterraneo, alle mille ferite delle persone che non sono ‘gente’ eppure hanno bisogno di cambiamento”. (Francesco Riccardi, La visione povera, “Avvenire” 6 giugno 2018)

Alessandro Cortesi op

 

 

 

Lasciami passare…

In vista della giornata dei migranti e rifugiati – domenica 14 gennaio 2018

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“Lasciai il mio paese / lo lasciai perché non avevo più tempo / avevo un grande appuntamento. / Ho visto il deserto / tanta sabbia, poca acqua e troppi morti. / Arrivato in Libia / perché tanto male? / Perché tanto odio / Non c’è niente da fare / e allora mare lasciami passare. / Non ho fatto niente, niente di male. / Sono sulla rotta nera / e l’acqua non è leggera / sento l’odore della benzina / e allora ti prego / manda un po’ di sole / su chi cammina solo tra milioni di persone. / Sono molto stanco / ma continuo a vivere / e vivo / perché non avrò niente di meglio da fare / finché non sarò morto. / Sono stato salvato / in fondo la vita è come un grosso girotondo / c’è il momento in cui stare su / e quello in cui cadere giù in fondo. / Ho cambiato paese, ho cambiato strada / e cambiando strada / ho cambiato idee / e con le idee posso cambiare il mondo / ma il mondo non cambia spesso / e allora la mia vera rivoluzione / è stata cambiare me stesso”

Questo testo non è opera di qualche noto cantautore. E’ invece una composizione di parole raccolte nei dialoghi con due giovani provenienti dall’Africa sub-sahariana giunti in Italia da soli. Nel raccontare la loro storia ne è venuta fuori una canzone in stile rap pensata e composta da loro. Le parole racchiudono le loro sofferenze, i ricordi bui da dimenticare, i sogni di chi è stato gettato violentemente nel dramma della vita.

Sono tra coloro che hanno viaggiato nelle piste del deserto, ce l’hanno fatta a passare attraverso l’inferno della Libia, hanno visto fucili puntati sulle loro teste, e sono approdati in Italia dopo aver attraversato le onde nere del Mediterraneo. Dietro di loro, famiglie che non c’erano più, inghiottite dalla violenza e dalle vicende della miseria. Davanti a loro l’incertezza e la domanda su un futuro solo sperato.

Questi due adolescenti sono un esempio dei tantissimi minori che giungono da soli nelle nostre città da soli, ‘minori non accompagnati’, nuovi profughi di una guerra a pezzetti che dilaga nel mondo. Secondo i dati del Ministero dell’Interno a inizio novembre 2017 l’80% delle richieste di asilo sono di uomini tra i 15 e i 35 anni, circa il 15% sono di donne per la maggioranza tra i 18 e i 35 anni.

Questi due giovani hanno trovato accoglienza in una casa famiglia a san Domenico di Pistoia nel quadro dei progetti gestiti dalla cooperativa sociale Arkè. Oggi nei locali del convento è possibile fare questi incontri: minori non accompagnati e richiedenti asilo sono ospitati. Più di una trentina di ospiti, a cui si aggiungono tutti coloro che partecipano ai progetti di inclusione al lavoro nelle attività diurne.**

Nei corridoi che nel passato sono stati del noviziato e degli studi di giovani che si affacciavano alla vita religiosa, in quegli spazi una volta di studio, preghiera, formazione alla vita, ora si apre un’accoglienza nuova. Chi giunge dai percorsi delle migrazioni trova approdo e vive il faticoso inizio di un inserimento tra mille difficoltà e ostacoli, nell’incertezza di chi ha lasciato dietro di sé tutto ed è partito senza sapere dove andava. E’ la storia di Abramo che si ripete, è la vicenda dell’esodo che attraverso il mare giunge ancora a noi… storie di iniquità e di violenza, di speranze e di liberazione.

In occasione del centenario della I guerra mondiale è stato ricordato che il convento di Pistoia nel 1917, in seguito alla disfatta di Caporetto, divenne una delle sedi di accoglienza di centinaia di profughi che fuggivano dalle terre devastate della guerra e dalla miseria. La storia a distanza di un secolo presenta situazioni analoghe che diventano chiamate a rinnovare ciò che solo costruisce futuro: la solidarietà con chi è vittima della violenza e dell’ingiustizia.

L’incontro con chi è povero è sempre momento di crescita, di cambiamento, sfida a guardare le cose e il mondo con occhi diversi da un altro punto di vista. Stare fianco a fianco con chi nel suo parlare evoca i suoni del Senegal, racconta i climi delle stagioni in Costa d’Avorio, descrive il cammino per recarsi al lavoro nelle piantagioni del Ghana, o ricorda le vicissitudini politiche del Bangla Desh, tutto questo apre ad uno sguardo nuovo sul mondo, sull’umanità di oggi. Anche perché non è comunicazione facile, ma faticoso comprendersi tra balbettii, gesti e poche storpiate parole. La vicinanza, il potersi guardare negli occhi, fa toccare con mano la vulnerabilità di chi ha affrontato la fuga da situazioni di violazioni di diritti e da condizioni di miseria e desolazione.

Incontrare volti e venire a contatto con storie ferite è anche occasione per scoprire in modo nuovo il significato di un convento. E’ luogo di convenire, di incontri. Le chiamate di Dio giungono nel tessuto dei cammini umani. Le domande provenienti dalle vittime di un mondo che esclude sono appello a vivere la fede come via di condivisione di tutto ciò che è più profondamente umano. L’ascolto della parola di Dio rinvia all’ascolto del grido dei poveri.

Alessandro Cortesi op

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** Dal 2015 in un’ampia parte della struttura del convento di Pistoia, sulla base di un accordo tra la Provincia romana di santa Caterina dei frati domenicani e la cooperativa sociale Arkè hanno avuto inizio alcuni progetti di accoglienza e inclusione sociale. Uno di essi riguarda l’ospitalità in case famiglia di minori non accompagnati provenienti prevalentemente da Albania e Paesi dell’Africa occidentale. Un altro progetto è per l’accoglienza di migranti che hanno fatto richiesta di riconoscimento di protezione umanitaria o asilo politico. Altri progetti nella medesima sede vedono come partecipanti persone in difficoltà dal punto di vista lavorativo (coltivazione dell’orto, formazione all’economia domestica, tessitura). Le attività sono condotte e gestite dalla cooperativa Arkè. Per i frati questa presenza è occasione per un accompagnamento quotidiano, per un dialogo di vita e per partecipare ad iniziative comuni. (ac)

Alcune foto di momenti diversi incontro spianessa.JPGincontro di richiedenti asilo con un gruppo scout ad un campo estivo

gita autunno.JPGgita autunnale nella foresta dell’Acquerino

visita mostra I guerra 3.JPGvisita alla mostra sulla Prima guerra mondiale a Pistoia

pannelli mostra I guerra.JPG

lezione con migranti.jpgincontro in sede a san Domenico

seminario arkè.JPGincontro di operatori

XX domenica – tempo ordinario A – 2017

IMG_0371Is 56,1.6-7; Rom 11,13-15.29-32; Mt 15,21-28

“Gli stranieri, che hanno aderito al Signore per servirlo e per amare il nome del Signore e per essere suoi servi, li condurrò sul mio monte santo…”

Il tempio è casa di preghiera per tutti i popoli: sarà aperto, nella visione di Isaia e diverrà luogo di incontro anche con con gli stranieri che hanno aderito al Signore. Nel tempo dell’esilio, a contatto con popoli stranieri Israele scopre che il disegno di salvezza e alleanza è aperto per tutti. L’incontro con Dio non esclude ma va al di là dei confini che dividono i popoli: anche popoli stranieri potranno partecipare alla gioia.

Il rapporto con lo straniero è ambivalente in Israele. Da un lato implica sospetto e timore: bisogna guardarsi dagli stranieri per non venir meno alla fedeltà al Dio della liberazione e del patto, e non cadere nel grande peccato l’idolatria. D’altra parte la presenza dello straniero è un segno e memoria che fonda la stessa fede. E’ ricordo della condizione di oppressione e schiavitù vissuta in Egitto, come stranieri disprezzati, ed è memoria della condizione dell’esodo, del cammino in cui Israele ha incontrato la presenza vicina di Dio.

L’alleanza e l’elezione non sono privilegi, ma recano in sé una missione ed un’apertura per tutti i popoli. È questo l’approfondimento che proviene dalla dolorosa esperienza dell’esilio. Il disegno di pace di Dio ha orizzonti universali.

L’incontro con lo straniero ricorda sempre che Dio è ‘altro’, è ‘straniero’ lui stesso: il Dio diverso da ogni creatura, si fa vicino nella presenza che chiede accoglienza. L’ospitalità in questo contesto è terra sacra, spazio di fede.

Nella pagina del vangelo è narrato l’incontro di Gesù con una donna straniera, cananea, nel territorio pagano, di Tiro e Sidone. La donna si presenta a Gesù con una richiesta e un’invocazione. L’incontro si fa occasione per un insegnamento sulla salvezza oltre i confini d’Israele. Gesù è venuto per radunare i figli dispersi di Israele. La donna straniera gli dice che anche i cagnolini si cibano delle briciole che cadono dalla tavola dei loro padroni – con questo termine erano indicati così i pagani -. Il testo riflette le difficoltà presenti nella comunità di Matteo nell’accogliere i non-ebrei. Le parole di Gesù indicano l’orizzonte in cui egli si mosse: ‘non sono stato inviato che alle pecore perdute della casa di Israele’. E’ quanto Gesù stesso chiede ai dodici (Mt 10,5). Gesù presenta nella sua compassione il modo di agire di Dio che si prende cura, così quando guarda le folle, pecore perdute e senza pastore (Mt 9,36).

La donna non accampa diritti, non chiede il pane dei figli ma chiede ma dice che ce n’è per i figli ed anche per altri. Nelle sue parole sta la comprensione profonda che la presenza di Gesù è vicinanza della misericordia di Dio per tutti. Gesù scorge nella sua richiesta una fede grande, oltre i confini di Israele e per questa fede dice che la figlia della donna è guarita. La guarigione diviene segno di una salvezza per tutti non solo per i giudei ma anche per i pagani.

Gesù loda la fede di questa donna pagana piena di coraggio che con la sua preghiera lo costringe e lo apre ad un orizzonte nuovo. Questa pagina fa scorgere la scoperta della prima comunità che la predicazione di Gesù fedele al Dio d’Israele nel contempo è per tutti, anche per i pagani e stranieri. Paolo esprimerà tutto questo con le parole: ‘Non c’è più giudeo né greco; non c’è più schiavo né libero; non c’è più uomo né donna, perché tutti voi siete uno in Cristo Gesù’ (Gal 3,28).

C’è una fede che si fa presente in percorsi diversi. Gesù loda la fede di questa donna e la indica come ‘davvero grande’. Le strade della fede sono diverse, celate nell’interiorità. E non vi sono limiti di appartenenza religiosa etnica e culturale alla forza della fede. Questa donna anonima straniera è testimonianza della forza del vangelo che ogni uomo e donna avverte nel profondo al di là delle fedi e delle appartenenze culturali.

Alessandro Cortesi op

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Straniero

«Le scarpe hanno una relazione plastica con l’essere umano. È il contrario dell’idea di stabilità: le togli quando torni a casa, le indossi quando esci. È simbolo di movimento, cammino, viaggio. Per i musulmani, poi, ha un significato speciale: le tolgono all’ingresso delle moschee perché non sono pulite, portano con sé la sporcizia della strada. Ho scelto un simbolo concreto della sofferenza di cui fanno esperienza i rifugiati, arrivati da chissà dove a piedi, un simbolo reale della violazione delle leggi e dell’indifferenza per la geografia. Le scarpe si portano dietro l’impatto di tutto quello che hanno calpestato»

Con queste parole un artista siriano Thaer Maarouf spiega la sua scelta di aver inviato le scarpe usate dai migranti siriani giunti in Europa attraverso la Turchia e i Balcani a dodici responsabili dei governi europei e non solo. Un ricordo, un monito, una provocazione artistica…

Intervistato da “Il manifesto” (Chiara Cruciati, Dodici scarpe in cerca di asilo, “Il manifesto” 13 agosto 2017) Maarouf ha descritto le reazioni ricevute in risposta: «Non mi attendevo alcuna reazione dai governi Ma la risposta di quello spagnolo è stata incoraggiante: mi hanno inviato una lettera in cui danno i dettagli della loro assistenza ai rifugiati e dei piani futuri. Il governo britannico invece ha rispedito il pacco indietro, senza dare alcuna spiegazione. A carico del destinatario: ho pagato io per il loro rifiuto». Così pure ha fatto il governo del generale Al-Sisi in Egitto.

Nell’omelia per la festa di santa Rosalia a Palermo il 25 luglio scorso il vescovo Corrado Lorefice ha parlato della mancanza di futuro come nuova peste dei nostri giorni ed ha accostato nella sua riflessione lo sguardo a due esodi: ha parlato innanzitutto dell’esodo dei giovani siciliani costretti ad abbandonare la propria terra a causa della mancanza di lavoro e di opportunità nella vita sociale:

“L’esodo dalla Sicilia sta diventando una necessità storica terribile, che priva la terra del suo nutrimento decisivo. E ad alimentare un territorio, una città, sono i desideri, i progetti, la voglia di fare, le idee e le aspirazioni delle giovani generazioni che si avvicendano nel corso dei decenni e dei secoli. Senza la linfa ideale e rinnovata di questo ardore, senza il sapore di questo sogno, non c’è domani. Ma senza lavoro vero, dignitoso, costruttivo, teso a cambiare il mondo, non c’è domani”.

Ha poi parlato dell’esodo dei migranti che lasciano le terre del Nordafrica e dell’Africa subsahariana e raggiungono le coste della Sicilia.

“E mentre si compie quest’esodo doloroso, Palermo e la Sicilia tutta sono il porto ideale di un altro esodo, di dimensioni planetarie, quello dei popoli del Sud del pianeta – dei nostri fratelli africani e del Medio Oriente – che giungono in Europa in cerca di rifugio e di opportunità di vita. Non dobbiamo nasconderci però dietro i luoghi comuni o le visioni distorte di molta politica. La molla ultima di questo esodo biblico, al di là di ogni consapevolezza di chi parte, è il desiderio di giustizia”

Ha raccontato di questi due esodi per contrastare una diffusa attitudine a contrapporli, a metterli l’uno contro l’altro, riversando la colpa della mancanza di lavoro ai poveri che giungono dai Sud del mondo. Ed ha così parlato dell’idiozia che permea tanti discorsi vani e tante reazioni che riempiono le pagine dei quotidiani e alimentano paura e razzismo: “sarebbe un grave errore contrapporre i due esodi, quello dei nostri giovani e quello dei popoli del Sud. Chi ha una responsabilità politica ed è purtroppo miope e ignorante può farlo. Noi no. Noi no. Pensare che sia l’arrivo di tanti fratelli dal Sud del mondo a togliere il lavoro ai nostri giovani è una totale idiozia. Al contrario: l’esodo epocale dall’Africa attraverso il Mediterraneo è l’appello, e soprattutto l’opportunità che la storia ci offre, per ribaltare il perverso assetto del mondo e della sua economia; per creare nuove possibilità e nuove speranze proprio grazie all’accoglienza e all’integrazione dei tanti che giungono e che già oggi sono un polmone del lavoro e dello stato sociale in Italia”.

Due esodi da non contrapporre ma in cui scorgere gli appelli che giungono dalla storia in cui è presente una chiamata di Dio da accogliere, per un cambiamento, per una conversione. Sono appelli soprattutto a non perdere di vista i riferimenti fondamentali di una vita autenticamente umana.

Enzo Bianchi si è interrogato sulle vicende dei migranti presentata come una emergenza da affrontare. Con sguardo critico ha capovolto il mantra di questi tempi secondo cui l’emergenza è costituita da un’invasione in atto. E’ piuttosto un’altra la grande emergenza da fronteggiare. Ciò che manca è una visione chiara del dovere umanitario di soccorrere e la responsabilità per pensare, con quell’arte politica che è la prudenza, modalità di inserimento e di lavoro che implicano una impostazione di scelte economiche, un cambiamento di stili di vita e una scelta chiara di progettare insieme una società solidale, in cui al centro vi sia la dignità di vita di ogni persona e la scelta di ospitalità. L’emergenza più radicale è perdere di vista tali orizzonti:

“L’emergenza riguarda la nostra umanità: è il nostro restare umani che è in emergenza di fronte all’imbarbarimento dei costumi, dei discorsi, dei pensieri, delle azioni che sviliscono e sbeffeggiano quelli che un tempo erano considerati i valori e i principi della casa comune europea” (Enzo Bianchi, I migranti e il dovere di restare umani, “La Repubblica” 11 agosto 2017).

Alessandro Cortesi op

XIII domenica tempo ordinario – anno A – 2017

IMG_39382Re 4,8-16; Rom 6,3-11; Mt 10,37-42

La pagina del ciclo di Eliseo nel libro dei Re è indicativa di una grande intuizione della fede d’Israele. Dio lo si incontra nella storia, Egli si fa vicino nel tessuto degli incontri umani.

Un’esperienza di accoglienza diviene così momento di rivelazione. Una donna di Sunem insieme al marito invita nella sua casa il profeta Eliseo che giunge alla loro porta come straniero. Da questo incontro sorge una novità sperata: quella coppia avrà un figlio. Atteso da tempo nascerà. L’invito a condividere la tavola rivolto ad uno straniero è occasione per scoprire un tratto del volto del Dio d’Israele. Lo straniero arrivato in modo imprevisto è un profeta e nell’incontro reca una fecondità ormai solo sperata. E’ la forza di vita che proviene dalla Parola di Dio. L’apertura all’ospitalità è spazio in cui Dio si rende presente generando vita nuova. Il figlio per la coppia di Sunem è segno del nuovo che può fiorire da un gesto di gratuità. Il volto di Dio che si rivela è quello di una presenza personale che cambia il destino della sterile e la rende madre ricca di figli.

L’accoglienza del forestiero costituisce una memoria vivente per Israele della propria storia: Israele è stato schiavo in Egitto e ha sperimentato l’oppressione dello straniero. “Tu amerai il forestiero come te stesso perché anche voi siete stati forestieri in Egitto” (Lev 19,34). Questa parola ricorda la condizione storica degli israeliti e la condizione di tutti gli umani: pellegrini, in viaggio, bisognosi di rifugio e di protezione. L’accoglienza è anche traccia del volto di Dio che si fa vicino nella domanda dello straniero. Nel volto di chi si accoglie si cela la presenza del Dio altro e in cammino.

Gesù indica ai suoi che anche il più piccolo gesto di accoglienza non va perduto: “chi avrà dato anche un solo bicchiere di acqua fresca a uno di questi piccoli, perché è mio discepolo, non perderà la sua ricompensa”.

Chi è discepolo di Gesù? sono tutti coloro che mettono in pratica e attuano il suo stile di convivialità di condivisione anche se non fanno professione di fede e non appartengono alle chiese. Sono tuti coloro che lo seguono perché orientati da quella luce che illumina ogni persona, la luce del concepire la vita orientata all’altro.

Nel vangelo di Matteo nella grande immagine del giudizio finale Gesù parla della sorpresa nell’incontro con lui: tutta la vita sarà posta in luce nei gesti vissuti nei confronti di chi ha fame, sete, di chi è malato, prigioniero, straniero: ‘Ero forestiero e mi avete ospitato’ (Mt 25,44-45): ‘ogni volta che avete fatto queste cose ad uno dei miei fratelli più piccoli l’avete fatta a me’.

Vivere l’accoglienza rinvia alla questione radicale del nostro rapporto con Dio. Questa si attua non in un aldilà lontano me nell’aldiqua vicino e nei percorsi della vita umana. Nel rapportarsi all’altro si può scoprire il volto di Dio che chiama ad intendere la vita nei termini di comunione: “Perseverate nell’amore fraterno. Non dimenticate l’ospitalità: alcuni, praticandola, hanno accolto degli angeli senza saperlo” (Eb 13,2)

Alessandro Cortesi op

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Accoglienza nel tempo delle migrazioni

Un recente documento dal titolo Migranti segno di Dio che parla alla Chiesa dei vescovi della Liguria affronta in modo chiaro il tema delle migrazioni e scorge come questo sia un segno di Dio che parla alla chiesa provocando ad una risposta evangelica. Il titolo appare indicativo di un percorso in cui si rinvia ai segni di Dio da leggere nella storia con fatica di analisi e con attenzione ai percorsi dell’umanità.

Esso intende offrire una riflessione per leggere cause del fenomeno con apertura al confronto con tutti coloro che guardano al futuro della famiglia umana e con particolare provocazione ai credenti a scorgere nei migranti un segno di Dio da ascoltare.

In una prima parte sono offerte alcune linee per una lettura del fenomeno: sono sottolineate le responsabilità dell’occidente e dei paesi ricchi del pianeta a fronte dei flussi migratori: “Il Sud del mondo vive gravissimi problemi che sono la conseguenza di politiche economiche e di strategie geopolitiche che altro non sono che giochi di potere, pagati a caro prezzo soprattutto dai poveri” (n.6). “Il primo passo che siamo chiamati a compiere è quello che ci porta dentro le ragioni che spingono enormi masse di persone ad abbandonare il proprio paese” (n.8).

Sono ricordate le cause e immediate ma viene anche fatto riferimento alle cause storiche che oggi sono oggetto di un processo di oblio derivante da non considerazione della lettura storica. Viene qui ripresa una idea cara a papa Francesco che parla di un debito da considerare tra Nord e Sud del mondo non solo di tipo storico sociale economico ma anche ecologico (discorso ai movimenti popolari 2-5 nov 2016). Questa analisi implica un rovesciamento di prospettiva. I popoli sfruttati non sono debitori ma risultano creditori da parte del Nord. L’accaparramento delle terre e dell’acqua genera una inequità che tocca non solo la vita degli individui ma di interi popoli. La presenza di una guerra strisciante in molte aree del mondo e il meccanismo del debito sono altrettanti fattori da tenere presenti insieme allo sviluppo smoderato della finanza, prima causa della mancanza dei lavoro.

Al n. 16 si può altresì leggere una chiara denuncia del commercio di armi e delle responsabilità del nostro paese cui la spesa per gli armamenti negli ultimi anni è aumentata in modo sconcertante: “In stretto collegamento con i problemi sopra indicati, non si può non denunciare la persistente vergogna del commercio delle armi, mercato florido per il Nord del mondo, tragedia per i popoli del Sud del mondo. L’Italia figura tra i primi cinque fornitori di armi in Europa occidentale”.

Così vengono indicate prospettive chiare nell’individuazione di finalità: “l’obiettivo che si intende perseguire è quello dell’inserimento dei rifugiati nei nostri paesi, come vere risorse umane e culturali. Non si tratta di uno scontro di civiltà, ma dell’ennesima sfida a trasformare il perenne migrare dei popoli avvenuto nei secoli in una opportunità di crescita per tutti. Questa è la scelta di civiltà da compiere” (n.22).

Il documento è molto chiaro su altri aspetti, ad esempio indica la necessità di “superare la distinzione di trattamento tra profughi politici e profughi economici. A questi vanno ormai aggiunti anche i profughi climatici, una delle categorie destinate, nell’immediato futuro, a crescere a dismisura”. E viene anche in modo chiaro espresso l’obiettivo di cambiare la legislazione attuale si per non criminalizzare la condizione di migrante sia per riconoscere il diritto dello ius soli e dello ius culturae come base per il riconoscimento di cittadinanza che genera condivisine e corresponsabilità: suggerisce di “superare l’attuale legislazione che trasforma circa la metà dei migranti arrivati in ‘clandestini’. Una legge che, per un verso, chiede di accogliere richiedenti protezione internazionale e 
migranti, di dar loro assistenza, istruzione, mezzi per comunicare con i familiari rimasti in Patria, avviare un percorso di integrazione sociale, ma che, per altro verso, dopo un tempo medio (nella Regione Liguria è pari a circa due anni) costringe, di fatto, a metterli in strada, senza più alcuna assistenza” (…) Per questo indica l’urgenza di “giungere in tempi certi e brevi ad una legislazione che sancisca il diritto di cittadinanza a quanti hanno portato a compimento un verificabile percorso di integrazione (si pensi, ad es., ai minori nati in Italia) e facilitandolo per quanti desiderano intraprenderlo. Insieme a questo diritto, deve essere definito e ribadito il dovere di collaborare, proprio perché cittadini, allo sviluppo del Paese in cui si viene accolti rispettandone la cultura e le leggi”.

E’ indicata la via dei corridoi umanitari per tutelare le vite umane di coloro che affrontano i percorsi delle migrazioni. E’ altresì indicata la centralità dell’accoglienza nella prospettiva futura per l’Europa: “Il futuro dell’Europa passa anche attraverso la capacità di diventare una realtà sociale che vive l’accoglienza, favorisce l’integrazione e regola secondo giustizia i rapporti politici, economici e sociali tra paesi europei e paesi del Sud del mondo”(n. 22g).

Accogliere i migranti nello stile della compassione è riferimento a Gesù per i credenti in lui ma è questione che tocca il divenire umani e che apre ad un camino condiviso di umanità: “provare compassione” come Gesù buon samaritano (cfr. Lc 10,33): non è un generico sentimento di pietà ma un entrare, a pieno titolo, nel problema che l’altro vive, condividendolo e facendosene carico” (n.25).

“Scegliere di accogliere e farlo nel modo opportuno non è solo una urgenza morale, ma cambia la prospettiva del nostro modo di pensarci come Chiesa. Come cristiani siamo chiamati ad un radicale atteggiamento di disponibilità all’accoglienza” (n.32).

Un documento da leggere e su cui basare orientamenti di azione proprio in controtendenza a orientamenti diffusi oggi e diffusi con facili slogan che intendono affrontare il fenomeno epocale delle migrazioni da terre di povertà e ingiustizia nei termini della paura, della chiusura, e dell’esclusione. “Non dimenticate l’ospitalità: alcuni, praticandola, hanno accolto degli angeli senza saperlo” (Eb 13,2).

Alessandro Cortesi op

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