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commenti alla Parola della domenica e riflessioni

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XX domenica – tempo ordinario A – 2017

IMG_0371Is 56,1.6-7; Rom 11,13-15.29-32; Mt 15,21-28

“Gli stranieri, che hanno aderito al Signore per servirlo e per amare il nome del Signore e per essere suoi servi, li condurrò sul mio monte santo…”

Il tempio è casa di preghiera per tutti i popoli: sarà aperto, nella visione di Isaia e diverrà luogo di incontro anche con con gli stranieri che hanno aderito al Signore. Nel tempo dell’esilio, a contatto con popoli stranieri Israele scopre che il disegno di salvezza e alleanza è aperto per tutti. L’incontro con Dio non esclude ma va al di là dei confini che dividono i popoli: anche popoli stranieri potranno partecipare alla gioia.

Il rapporto con lo straniero è ambivalente in Israele. Da un lato implica sospetto e timore: bisogna guardarsi dagli stranieri per non venir meno alla fedeltà al Dio della liberazione e del patto, e non cadere nel grande peccato l’idolatria. D’altra parte la presenza dello straniero è un segno e memoria che fonda la stessa fede. E’ ricordo della condizione di oppressione e schiavitù vissuta in Egitto, come stranieri disprezzati, ed è memoria della condizione dell’esodo, del cammino in cui Israele ha incontrato la presenza vicina di Dio.

L’alleanza e l’elezione non sono privilegi, ma recano in sé una missione ed un’apertura per tutti i popoli. È questo l’approfondimento che proviene dalla dolorosa esperienza dell’esilio. Il disegno di pace di Dio ha orizzonti universali.

L’incontro con lo straniero ricorda sempre che Dio è ‘altro’, è ‘straniero’ lui stesso: il Dio diverso da ogni creatura, si fa vicino nella presenza che chiede accoglienza. L’ospitalità in questo contesto è terra sacra, spazio di fede.

Nella pagina del vangelo è narrato l’incontro di Gesù con una donna straniera, cananea, nel territorio pagano, di Tiro e Sidone. La donna si presenta a Gesù con una richiesta e un’invocazione. L’incontro si fa occasione per un insegnamento sulla salvezza oltre i confini d’Israele. Gesù è venuto per radunare i figli dispersi di Israele. La donna straniera gli dice che anche i cagnolini si cibano delle briciole che cadono dalla tavola dei loro padroni – con questo termine erano indicati così i pagani -. Il testo riflette le difficoltà presenti nella comunità di Matteo nell’accogliere i non-ebrei. Le parole di Gesù indicano l’orizzonte in cui egli si mosse: ‘non sono stato inviato che alle pecore perdute della casa di Israele’. E’ quanto Gesù stesso chiede ai dodici (Mt 10,5). Gesù presenta nella sua compassione il modo di agire di Dio che si prende cura, così quando guarda le folle, pecore perdute e senza pastore (Mt 9,36).

La donna non accampa diritti, non chiede il pane dei figli ma chiede ma dice che ce n’è per i figli ed anche per altri. Nelle sue parole sta la comprensione profonda che la presenza di Gesù è vicinanza della misericordia di Dio per tutti. Gesù scorge nella sua richiesta una fede grande, oltre i confini di Israele e per questa fede dice che la figlia della donna è guarita. La guarigione diviene segno di una salvezza per tutti non solo per i giudei ma anche per i pagani.

Gesù loda la fede di questa donna pagana piena di coraggio che con la sua preghiera lo costringe e lo apre ad un orizzonte nuovo. Questa pagina fa scorgere la scoperta della prima comunità che la predicazione di Gesù fedele al Dio d’Israele nel contempo è per tutti, anche per i pagani e stranieri. Paolo esprimerà tutto questo con le parole: ‘Non c’è più giudeo né greco; non c’è più schiavo né libero; non c’è più uomo né donna, perché tutti voi siete uno in Cristo Gesù’ (Gal 3,28).

C’è una fede che si fa presente in percorsi diversi. Gesù loda la fede di questa donna e la indica come ‘davvero grande’. Le strade della fede sono diverse, celate nell’interiorità. E non vi sono limiti di appartenenza religiosa etnica e culturale alla forza della fede. Questa donna anonima straniera è testimonianza della forza del vangelo che ogni uomo e donna avverte nel profondo al di là delle fedi e delle appartenenze culturali.

Alessandro Cortesi op

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Straniero

«Le scarpe hanno una relazione plastica con l’essere umano. È il contrario dell’idea di stabilità: le togli quando torni a casa, le indossi quando esci. È simbolo di movimento, cammino, viaggio. Per i musulmani, poi, ha un significato speciale: le tolgono all’ingresso delle moschee perché non sono pulite, portano con sé la sporcizia della strada. Ho scelto un simbolo concreto della sofferenza di cui fanno esperienza i rifugiati, arrivati da chissà dove a piedi, un simbolo reale della violazione delle leggi e dell’indifferenza per la geografia. Le scarpe si portano dietro l’impatto di tutto quello che hanno calpestato»

Con queste parole un artista siriano Thaer Maarouf spiega la sua scelta di aver inviato le scarpe usate dai migranti siriani giunti in Europa attraverso la Turchia e i Balcani a dodici responsabili dei governi europei e non solo. Un ricordo, un monito, una provocazione artistica…

Intervistato da “Il manifesto” (Chiara Cruciati, Dodici scarpe in cerca di asilo, “Il manifesto” 13 agosto 2017) Maarouf ha descritto le reazioni ricevute in risposta: «Non mi attendevo alcuna reazione dai governi Ma la risposta di quello spagnolo è stata incoraggiante: mi hanno inviato una lettera in cui danno i dettagli della loro assistenza ai rifugiati e dei piani futuri. Il governo britannico invece ha rispedito il pacco indietro, senza dare alcuna spiegazione. A carico del destinatario: ho pagato io per il loro rifiuto». Così pure ha fatto il governo del generale Al-Sisi in Egitto.

Nell’omelia per la festa di santa Rosalia a Palermo il 25 luglio scorso il vescovo Corrado Lorefice ha parlato della mancanza di futuro come nuova peste dei nostri giorni ed ha accostato nella sua riflessione lo sguardo a due esodi: ha parlato innanzitutto dell’esodo dei giovani siciliani costretti ad abbandonare la propria terra a causa della mancanza di lavoro e di opportunità nella vita sociale:

“L’esodo dalla Sicilia sta diventando una necessità storica terribile, che priva la terra del suo nutrimento decisivo. E ad alimentare un territorio, una città, sono i desideri, i progetti, la voglia di fare, le idee e le aspirazioni delle giovani generazioni che si avvicendano nel corso dei decenni e dei secoli. Senza la linfa ideale e rinnovata di questo ardore, senza il sapore di questo sogno, non c’è domani. Ma senza lavoro vero, dignitoso, costruttivo, teso a cambiare il mondo, non c’è domani”.

Ha poi parlato dell’esodo dei migranti che lasciano le terre del Nordafrica e dell’Africa subsahariana e raggiungono le coste della Sicilia.

“E mentre si compie quest’esodo doloroso, Palermo e la Sicilia tutta sono il porto ideale di un altro esodo, di dimensioni planetarie, quello dei popoli del Sud del pianeta – dei nostri fratelli africani e del Medio Oriente – che giungono in Europa in cerca di rifugio e di opportunità di vita. Non dobbiamo nasconderci però dietro i luoghi comuni o le visioni distorte di molta politica. La molla ultima di questo esodo biblico, al di là di ogni consapevolezza di chi parte, è il desiderio di giustizia”

Ha raccontato di questi due esodi per contrastare una diffusa attitudine a contrapporli, a metterli l’uno contro l’altro, riversando la colpa della mancanza di lavoro ai poveri che giungono dai Sud del mondo. Ed ha così parlato dell’idiozia che permea tanti discorsi vani e tante reazioni che riempiono le pagine dei quotidiani e alimentano paura e razzismo: “sarebbe un grave errore contrapporre i due esodi, quello dei nostri giovani e quello dei popoli del Sud. Chi ha una responsabilità politica ed è purtroppo miope e ignorante può farlo. Noi no. Noi no. Pensare che sia l’arrivo di tanti fratelli dal Sud del mondo a togliere il lavoro ai nostri giovani è una totale idiozia. Al contrario: l’esodo epocale dall’Africa attraverso il Mediterraneo è l’appello, e soprattutto l’opportunità che la storia ci offre, per ribaltare il perverso assetto del mondo e della sua economia; per creare nuove possibilità e nuove speranze proprio grazie all’accoglienza e all’integrazione dei tanti che giungono e che già oggi sono un polmone del lavoro e dello stato sociale in Italia”.

Due esodi da non contrapporre ma in cui scorgere gli appelli che giungono dalla storia in cui è presente una chiamata di Dio da accogliere, per un cambiamento, per una conversione. Sono appelli soprattutto a non perdere di vista i riferimenti fondamentali di una vita autenticamente umana.

Enzo Bianchi si è interrogato sulle vicende dei migranti presentata come una emergenza da affrontare. Con sguardo critico ha capovolto il mantra di questi tempi secondo cui l’emergenza è costituita da un’invasione in atto. E’ piuttosto un’altra la grande emergenza da fronteggiare. Ciò che manca è una visione chiara del dovere umanitario di soccorrere e la responsabilità per pensare, con quell’arte politica che è la prudenza, modalità di inserimento e di lavoro che implicano una impostazione di scelte economiche, un cambiamento di stili di vita e una scelta chiara di progettare insieme una società solidale, in cui al centro vi sia la dignità di vita di ogni persona e la scelta di ospitalità. L’emergenza più radicale è perdere di vista tali orizzonti:

“L’emergenza riguarda la nostra umanità: è il nostro restare umani che è in emergenza di fronte all’imbarbarimento dei costumi, dei discorsi, dei pensieri, delle azioni che sviliscono e sbeffeggiano quelli che un tempo erano considerati i valori e i principi della casa comune europea” (Enzo Bianchi, I migranti e il dovere di restare umani, “La Repubblica” 11 agosto 2017).

Alessandro Cortesi op

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XIII domenica tempo ordinario – anno A – 2017

IMG_39382Re 4,8-16; Rom 6,3-11; Mt 10,37-42

La pagina del ciclo di Eliseo nel libro dei Re è indicativa di una grande intuizione della fede d’Israele. Dio lo si incontra nella storia, Egli si fa vicino nel tessuto degli incontri umani.

Un’esperienza di accoglienza diviene così momento di rivelazione. Una donna di Sunem insieme al marito invita nella sua casa il profeta Eliseo che giunge alla loro porta come straniero. Da questo incontro sorge una novità sperata: quella coppia avrà un figlio. Atteso da tempo nascerà. L’invito a condividere la tavola rivolto ad uno straniero è occasione per scoprire un tratto del volto del Dio d’Israele. Lo straniero arrivato in modo imprevisto è un profeta e nell’incontro reca una fecondità ormai solo sperata. E’ la forza di vita che proviene dalla Parola di Dio. L’apertura all’ospitalità è spazio in cui Dio si rende presente generando vita nuova. Il figlio per la coppia di Sunem è segno del nuovo che può fiorire da un gesto di gratuità. Il volto di Dio che si rivela è quello di una presenza personale che cambia il destino della sterile e la rende madre ricca di figli.

L’accoglienza del forestiero costituisce una memoria vivente per Israele della propria storia: Israele è stato schiavo in Egitto e ha sperimentato l’oppressione dello straniero. “Tu amerai il forestiero come te stesso perché anche voi siete stati forestieri in Egitto” (Lev 19,34). Questa parola ricorda la condizione storica degli israeliti e la condizione di tutti gli umani: pellegrini, in viaggio, bisognosi di rifugio e di protezione. L’accoglienza è anche traccia del volto di Dio che si fa vicino nella domanda dello straniero. Nel volto di chi si accoglie si cela la presenza del Dio altro e in cammino.

Gesù indica ai suoi che anche il più piccolo gesto di accoglienza non va perduto: “chi avrà dato anche un solo bicchiere di acqua fresca a uno di questi piccoli, perché è mio discepolo, non perderà la sua ricompensa”.

Chi è discepolo di Gesù? sono tutti coloro che mettono in pratica e attuano il suo stile di convivialità di condivisione anche se non fanno professione di fede e non appartengono alle chiese. Sono tuti coloro che lo seguono perché orientati da quella luce che illumina ogni persona, la luce del concepire la vita orientata all’altro.

Nel vangelo di Matteo nella grande immagine del giudizio finale Gesù parla della sorpresa nell’incontro con lui: tutta la vita sarà posta in luce nei gesti vissuti nei confronti di chi ha fame, sete, di chi è malato, prigioniero, straniero: ‘Ero forestiero e mi avete ospitato’ (Mt 25,44-45): ‘ogni volta che avete fatto queste cose ad uno dei miei fratelli più piccoli l’avete fatta a me’.

Vivere l’accoglienza rinvia alla questione radicale del nostro rapporto con Dio. Questa si attua non in un aldilà lontano me nell’aldiqua vicino e nei percorsi della vita umana. Nel rapportarsi all’altro si può scoprire il volto di Dio che chiama ad intendere la vita nei termini di comunione: “Perseverate nell’amore fraterno. Non dimenticate l’ospitalità: alcuni, praticandola, hanno accolto degli angeli senza saperlo” (Eb 13,2)

Alessandro Cortesi op

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Accoglienza nel tempo delle migrazioni

Un recente documento dal titolo Migranti segno di Dio che parla alla Chiesa dei vescovi della Liguria affronta in modo chiaro il tema delle migrazioni e scorge come questo sia un segno di Dio che parla alla chiesa provocando ad una risposta evangelica. Il titolo appare indicativo di un percorso in cui si rinvia ai segni di Dio da leggere nella storia con fatica di analisi e con attenzione ai percorsi dell’umanità.

Esso intende offrire una riflessione per leggere cause del fenomeno con apertura al confronto con tutti coloro che guardano al futuro della famiglia umana e con particolare provocazione ai credenti a scorgere nei migranti un segno di Dio da ascoltare.

In una prima parte sono offerte alcune linee per una lettura del fenomeno: sono sottolineate le responsabilità dell’occidente e dei paesi ricchi del pianeta a fronte dei flussi migratori: “Il Sud del mondo vive gravissimi problemi che sono la conseguenza di politiche economiche e di strategie geopolitiche che altro non sono che giochi di potere, pagati a caro prezzo soprattutto dai poveri” (n.6). “Il primo passo che siamo chiamati a compiere è quello che ci porta dentro le ragioni che spingono enormi masse di persone ad abbandonare il proprio paese” (n.8).

Sono ricordate le cause e immediate ma viene anche fatto riferimento alle cause storiche che oggi sono oggetto di un processo di oblio derivante da non considerazione della lettura storica. Viene qui ripresa una idea cara a papa Francesco che parla di un debito da considerare tra Nord e Sud del mondo non solo di tipo storico sociale economico ma anche ecologico (discorso ai movimenti popolari 2-5 nov 2016). Questa analisi implica un rovesciamento di prospettiva. I popoli sfruttati non sono debitori ma risultano creditori da parte del Nord. L’accaparramento delle terre e dell’acqua genera una inequità che tocca non solo la vita degli individui ma di interi popoli. La presenza di una guerra strisciante in molte aree del mondo e il meccanismo del debito sono altrettanti fattori da tenere presenti insieme allo sviluppo smoderato della finanza, prima causa della mancanza dei lavoro.

Al n. 16 si può altresì leggere una chiara denuncia del commercio di armi e delle responsabilità del nostro paese cui la spesa per gli armamenti negli ultimi anni è aumentata in modo sconcertante: “In stretto collegamento con i problemi sopra indicati, non si può non denunciare la persistente vergogna del commercio delle armi, mercato florido per il Nord del mondo, tragedia per i popoli del Sud del mondo. L’Italia figura tra i primi cinque fornitori di armi in Europa occidentale”.

Così vengono indicate prospettive chiare nell’individuazione di finalità: “l’obiettivo che si intende perseguire è quello dell’inserimento dei rifugiati nei nostri paesi, come vere risorse umane e culturali. Non si tratta di uno scontro di civiltà, ma dell’ennesima sfida a trasformare il perenne migrare dei popoli avvenuto nei secoli in una opportunità di crescita per tutti. Questa è la scelta di civiltà da compiere” (n.22).

Il documento è molto chiaro su altri aspetti, ad esempio indica la necessità di “superare la distinzione di trattamento tra profughi politici e profughi economici. A questi vanno ormai aggiunti anche i profughi climatici, una delle categorie destinate, nell’immediato futuro, a crescere a dismisura”. E viene anche in modo chiaro espresso l’obiettivo di cambiare la legislazione attuale si per non criminalizzare la condizione di migrante sia per riconoscere il diritto dello ius soli e dello ius culturae come base per il riconoscimento di cittadinanza che genera condivisine e corresponsabilità: suggerisce di “superare l’attuale legislazione che trasforma circa la metà dei migranti arrivati in ‘clandestini’. Una legge che, per un verso, chiede di accogliere richiedenti protezione internazionale e 
migranti, di dar loro assistenza, istruzione, mezzi per comunicare con i familiari rimasti in Patria, avviare un percorso di integrazione sociale, ma che, per altro verso, dopo un tempo medio (nella Regione Liguria è pari a circa due anni) costringe, di fatto, a metterli in strada, senza più alcuna assistenza” (…) Per questo indica l’urgenza di “giungere in tempi certi e brevi ad una legislazione che sancisca il diritto di cittadinanza a quanti hanno portato a compimento un verificabile percorso di integrazione (si pensi, ad es., ai minori nati in Italia) e facilitandolo per quanti desiderano intraprenderlo. Insieme a questo diritto, deve essere definito e ribadito il dovere di collaborare, proprio perché cittadini, allo sviluppo del Paese in cui si viene accolti rispettandone la cultura e le leggi”.

E’ indicata la via dei corridoi umanitari per tutelare le vite umane di coloro che affrontano i percorsi delle migrazioni. E’ altresì indicata la centralità dell’accoglienza nella prospettiva futura per l’Europa: “Il futuro dell’Europa passa anche attraverso la capacità di diventare una realtà sociale che vive l’accoglienza, favorisce l’integrazione e regola secondo giustizia i rapporti politici, economici e sociali tra paesi europei e paesi del Sud del mondo”(n. 22g).

Accogliere i migranti nello stile della compassione è riferimento a Gesù per i credenti in lui ma è questione che tocca il divenire umani e che apre ad un camino condiviso di umanità: “provare compassione” come Gesù buon samaritano (cfr. Lc 10,33): non è un generico sentimento di pietà ma un entrare, a pieno titolo, nel problema che l’altro vive, condividendolo e facendosene carico” (n.25).

“Scegliere di accogliere e farlo nel modo opportuno non è solo una urgenza morale, ma cambia la prospettiva del nostro modo di pensarci come Chiesa. Come cristiani siamo chiamati ad un radicale atteggiamento di disponibilità all’accoglienza” (n.32).

Un documento da leggere e su cui basare orientamenti di azione proprio in controtendenza a orientamenti diffusi oggi e diffusi con facili slogan che intendono affrontare il fenomeno epocale delle migrazioni da terre di povertà e ingiustizia nei termini della paura, della chiusura, e dell’esclusione. “Non dimenticate l’ospitalità: alcuni, praticandola, hanno accolto degli angeli senza saperlo” (Eb 13,2).

Alessandro Cortesi op

XXXI domenica tempo ordinario – anno C – 2016

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(S.Angelo in Formis, affresco XI sec.)

Sap 11,22-12,2; 2Tess 1,11-2,2; Lc 19,1-10

L’incontro di Gesù con Zaccheo è un racconto proprio di Luca. Tutto ha inizio con un movimento di Gesù: ‘entrato in Gerico attraversava la città’. Gesù passa mentre il suo cammino è diretto verso Gerusalemme: c’è un orizzonte del suo camminare,  la città di Gerusalemme, sede del tempio, luogo in cui si riconosceva la presenza di Dio in mezzo al suo popolo e dove Gesù vivrà la passione e la croce, manifestazione del volto dell’amore, dell’esserci di Dio in modo paradossale.

Ora passa per la città di Gerico. La città è luogo di incontro e di relazione, ma anche luogo della folla che diviene massa: la folla si fa ostacolo e barriera che tiene escluso qualcuno. Zaccheo è tenuto distante per varie ragioni. E’ infatti capo degli esattori delle imposte, quindi malvisto dai suoi concittadini, temuto per il suo potere ed emarginato; ed è anche ricco. La sua ricchezza sorge dai guadagni ricavati dalle tasse estorte. Inoltre è piccolo di statura e non riesce ad imporsi.  Impedimenti fisici e interiori oltre alla folla sono di ostacolo al suo desiderio, che pur lo spinge ad uscire, di vedere Gesù. C’è un’insistenza in questa pagina sul verbo ‘vedere’: “Zaccheo cercava di vedere quale fosse Gesù… corse avanti per poterlo vedere”. Nonostante limiti ed gli impedimenti Zaccheo porta in sé una ricerca e desidera vedere. Con creatività e con un po’ di abilità supera gli ostacoli e soddisfa il desiderio di vedere: ‘allora corse avanti e per poterlo vedere salì su un  sicomoro, perché doveva passare di là’.

Zaccheo corre, sale e attende: è descritto in tre movimenti. Per Luca sono questi i movimenti del cuore umano. Ognuno si muove verso qualcosa, e avverte l’urgenza del correre; di fronte agli ostacoli ognuno mette in atto in mdi diversi tecniche per andare oltre. Infine nel cuore umano c’è un’attesa che può essere spinta ad uscire, curisoità, passione, ricerca… E’ un’attesa che al fondo attende un incontro non frutto di operare umano, di propri sforzi o conquiste ma accoglienza di un dono. Zaccheo diviene così simbolo per Luca di uomini e donne che sono considerati e tenuti fuori, lontani, mentre Gesù sta passando di là.

Solo a questo punto Gesù è presentato nel prendere l’iniziativa: è lui che alza lo sguardo – è lui che lo ‘vede’ – e dice a Zaccheo ‘scendi subito perché oggi devo fermarmi a casa tua’: dal passare per la città al fermarsi nella casa. Viene indicato lo stile di Gesù. Gesù è uomo capce di alzare lo sguardo oltre confini stabiliti, sa vedere i volti oltre barriere costruite dalle folle. Gesù vive il gusto di entrare a casa, di stare nei luoghi che racchiudono i segreti della vita e della quotidianità. L’incontro di Gesù è personale relazione con un ‘tu’, evita le folle quando sono massa indistinta, nella folla riconosce i volti. Gesù così chiama per nome Zaccheo, lo individua come unico.

Zaccheo che viveva una chiara ma anche inconsapevole attesa non era preparato a tanto. Si trova spiazzato e superato in ogni suo desiderio: aveva curisità di vedere e si sente chiamato ad incontrare. Si lascia prendere dalla gioia di essere coinvolto in un incontro che invade la sua vita, la sfera della casa: ‘Oggi devo fermarmi a casa tua’. C’è in queste parole un’urgenza ma c’è anche l’indicazione di un tempo che viene trasformato. L’oggi uguale a tanti altri diventa un tempo nuovo, una svolta che si compie non più nella strada ma nella casa. La casa di Zaccheo è il luogo dell’intimità della sua vita.

La risposta di Zaccheo è pronta: scese in fretta e lo accolse pieno di gioia. Anche Gesù ha superato le barriere, anche lui è salito con lo sguardo a vedere Zaccheo: le parti si rovesciano. Zaccheo cercava di vedere Gesù: è invece Gesù che lo cerca, lo riconosce tra la folla, fissa su di lui lo sgardo e lo invita. Lo precede oltre ogni previsione. E’ ancora lui che supera l’ostacolo della folla tra cui si diffonde la voce maligna che commenta: ‘è andato ad alloggiare da un peccatore’. Contro il perbenismo, il giudizio e disprezzo per gli altri, il disilluso sguardo per cui nulla e nessuno può mai cambiare – giudizio celato dietro questa espressione – Gesù entra nella casa di chi è lasciato lontano o pensa di essere ai margini.

In quella casa si compie così il miracolo dell’accoglienza. Gesù è accolto non solo nella casa ma nel cuore, nella vita di Zaccheo: quell‘oggi’ non rimane un fatto interiore o individuale. Quell’incontro diventa momento di scoperta di un nuovo modo di intendere la vita. I suoi averi, le sue ricchezze non tengono più il primo posto. La vita di Zaccheo viene proiettata sugli altri. Gesù che entra nella sua casa lo spinge ad un cammino di libertà: un nuovo rapporto con gli altri, che proviene non da prediche moralistiche, ma da un movimento libero, interiore, della coscienza: ‘io do la metà dei miei beni ai poveri, e se ho frodato qualcuno, restituisco quattro volte tanto’. In quella casa si compie l’ ‘oggi’ della salvezza. Salvezza per Zaccheo ha il sapore di una vita che acquista dimensioni nuove, diviene ‘buona’ per lui, guardato e accolto proprio nella sua casa, e per gli altri che popolano la sua esistenza.

‘Anch’egli è figlio di Abramo’ sono le parole conclusive dell’episodio, ‘il Figlio dell’uomo è venuto a cercare e a salvare ciò che era perduto’. Alla ricerca di Zaccheo che cercava di vedere, corrisponde e precede la ricerca del Figlio dell’uomo per salvare. Gesù che va incontro a Zaccheo è indicazione ad incontrare Gesù che nel nostro oggi  va in cerca di tutti i figli di Abramo per introdurli nella gioia, possibilità di vita buona, di un rapporto nuovo tra di noi e con Dio.

Al centro sta la casa. E’ la presentazione di una scoperta: in Gesù si rende vicina la compassione di Dio che ama tutte le cose esistenti e nulla disprezza di quanto ha creato.

Alessandro Cortesi op

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(Sieger Köder, Zaccheo)

Spazi altri

“Il perfetto nonluogo è quello dove le relazioni sociali sono tutte completamente decifrabili attraverso l’osservazione. Ma in questi luoghi non c’è libertà, la residenza è assegnata. […] Si tratta di spazi dove la condizione normale è quella di essere soli”. Marc Augé parlando dei non luoghi definiva in questo modo spazi ben presenti nella vita oridnaria delle persone oggi: indicava così infatti i luoghi anonimi del consumo in cui chi passa vi scorre senza lasciare alcuna traccia. Gli aeroporti, le stazioni, i grandi magazzini sono ‘nonluoghi’ in quanto luoghi di un passare dove non c’è un abitare di volti che si riconoscono, ma solitudini che s’incrociano nell’indifferenza della folla. Forse si può indicare come nonluogo sia lo spazio della folla radunata al passare di Gesù, ma anche la casa di Zaccheo, nonluogo di solitudine senza rapporto.

E’ stato il filosofo Michel Foucault ad avere riflettuto in modo particolare sugli spazi e la sua ricerca lo ha portato a riflettere su quelli che egli denomina ‘eterotopie’: sono questi ‘spazi altri’ che sono in relazione ad altri luoghi, tuttavia gli ‘spazi altri’ rovesciano i rapporti che altri spazi indicano o rispecchiano. Con le parole di Foucault essi sono «quegli spazi che hanno la particolare caratteristica di essere connessi a tutti gli altri spazi, ma in modo tale da sospendere, neutralizzare o invertire l’insieme dei rapporti che essi stessi designano, riflettono o rispecchiano». (Spazi altri. I luoghi delle eterotopie, ed.Mimesis)

La casa di Zaccheo nel momento in cui si apre alla visita di un ospite inatteso e improvvisamente accolto appare divenire uno ‘spazio altro’: quella casa infatti era il luogo della ricerca dell’accumulo ed insieme della separazione dalla vita di altri. La parola di Gesù che chiede di entrare, genera in quel medesimo spazio un luogo altro: in quella casa infatti si genera un contrasto e una inversione di rotta. Da luogo di solitudine diventa spazio di gioia. Viene sospesa la regola dell’approfittarsi, e si inverte il cammino: “Io do la metà di ciò che possiedo ai poveri e se ho rubato a qualcuno restituisco quattro volte tanto….”

Zaccheo era uscito dalla sua casa mosso da un desiderio, avvertendo una curiosità, o forse una mancanza nella sua vita, vivendo quel momento come uscita da un utero protetto di sicurezze e di tranquillità. Dopo l’incontro con Gesù il suo abitare la casa si apre ad uno scoprirsi abitato. E’ lo sguardo di Gesù che lo abita nell’incontro e l’essere riconosciuto e invitato a scendere dall’albero rovescia le gerarchie della sua vita. Ora per lui la cosa più importante diviene non più qualcosa, connesso alla ricchezza e al suo dominio, ma qualcuno.

Gesù si fa ospite che chiede accoglienza, ma egli stesso offre ospitalità pur non avendo casa perché fa spazio nel suo ‘guardare’ a quell’uomo, basso di statura, tenuto lontano dagli altri e che si riteneva escluso. Zaccheo viene spiazzato da tale ospitalità inattesa. Da qui sorge un movimento di apertura nuova di spazi. La sua casa diviene luogo di incontro, di condivisione, di stare insieme. Non luogo dell’appartarsi, ma luogo del condividere: ‘spazio altro’, appunto.

La sua casa diviene abitazione in cui si rende possibile l’accoglienza: un altro capovolgimento si attua. L’abitare di Zaccheo diviene abitare una casa che si fa spazio in cui i confini da barriere di divisione divengono luoghi di attraversamento. La sua vita è proiettata su rapporti nuovi e il suo abitare si allarga a scorgere coloro, anche sconosciuti, gli altri, che abitano la sua vita.

Il suo abitare diviene caratterizzato da responsabilità e cambiamento. In quella casa in cui l’abitare era segnato dalla regola del sopraffare e del dominare, e i cui spazi erano occupati dalla preoccupazione per il denaro da accumulare, l’abitare stesso si apre ad una nuova libertà di condividere. Lo spazio dell’isolamento dell’esattore che mira a frodare si capovolge in spazio di una ospitalità che si allarga ad altre presenze. La casa di Zaccheo diviene luogo altro, eterotopia: nel luogo dell’accumulo e della frode Gesù porta il suo venire, il suo entrare che spalanca alla condivisione. Ancora uno spiazzamento: il peccatore, l’additato come fuori dalla salvezza è lui ad essere abbracciato da un senso nuovo della vita che lo libera. Salvezza come scoperta di essere abitato.

Tutti viviamo in luoghi spesso abitati solamente da solitudini confinanti, abitiamo case che nei loro spazi custodiscono ed esprimono un’identità vissuta o desiderata. I luoghi dell’abitare possano diventare espressione di identità scoperte in relazione – essere figli di Abramo, quell’uomo che partì senza sapere dove andava ma spinto da una fiducia – e aperte ad essere ‘luoghi altri’.

Alessandro Cortesi op

XXVI domenica – tempo ordinario B – 2015

DSCN1074Nm 11,25-29; Gc 5,1-6; Mc 9,38-43.45.47-48

Durante il cammino dell’Esodo Mosè aveva scelto settanta uomini fra gli anziani di Israele perché lo aiutassero nel guidare il popolo. A questi è donato lo Spirito di Dio, lo spirito di profezia, per questa missione di guida. Ma Eldad e Medad, che non erano nel numero dei settanta anziani, furono anch’essi investiti dallo Spirito e ‘si misero a profetizzare nell’accampamento’. Questo dono di profezia a coloro che non erano nel gruppo dei designati suscitò la reazione e la denuncia allarmata di Giosuè. “Ma Mosè gli rispose: Sei tu geloso per me? Fossero tutti profeti nel popolo del Signore e volesse il Signore dare loro il suo spirito!”.

Questa pagina apre uno squarcio luminoso sull’agire di Dio che va oltre le appartenenze e la contrapposizione di chi ‘è dei nostri’ e chi sta ‘fuori’. Nelle parole di Mosè emerge la consapevolezza della libertà dello Spirito e di ciò che questo comporta da parte del popolo: l’esigenza di una attitudine a rimanere in ascolto, nella docilità a riconoscere l’operare dello Spirito in modi nuovi. Non si può racchiudere lo Spirito e soffocare la sua iniziativa. L’agire di Dio coinvolge anche altri, liberamente. Mosè indica di accogliere e rimanere disponibili a quanto lo Spirito suscita anche al di fuori delle appartenenze visibili e costituite.

Il dono dello Spirito è dato agli anziani ‘fuori dell’accampamento’. C’è un dono ampio, sono suscitati profeti, chiamati a testimoniare la Parola di Dio che spinge al di fuori dell’accampamento. Tuttavia è sempre presente il pericolo di rinchiudere in un gruppo ristretto ed esclusivo, in un clero, il monopolio della profezia. Eldad e Medad, i due che avevano cominciato a profetizzare, erano nell’accampamento, e proprio la loro profezia viene denunciata da Giosuè. Si crea così una situazione paradossale: essi sono ‘dentro’ in modo autentico perché aperti allo Spirito che spinge ad uscire mentre Giosué e coloro che li rifiutano sono ‘fuori’: infatti non comprendono che lo Spirito è dono di Dio e non soggiace alle regole umane e alle logiche di esclusione. Il profetizzare di Eldad e Medad sconcerta e disorienta: profezia è memoria dell’alleanza, richiamo alla fedeltà al disegno di salvezza di Dio, testimonianza di giustizia e di esigenza di cambiamento. La promessa di essere tutti profeti si allarga e non può essere rinchiusa.

Il racconto suggerisce una promessa e una speranza, che tutti siano profeti, che tutti cioè siano testimoni e portatori della Parola di Dio. Mosè sa scorgere nella profezia di Eldad e Medad la chiamata e l’azione dello Spirito. In queste parole sta l’indicazione di una comunità in cui la responsabilità della profezia, della fedeltà alla Parola sia riconosciuta in ogni suo membro. Nel contempo compare uno stile: essere profeti implica saper riconoscere una azione che proviene dallo Spirito e stare al suo servizio. Lo Spirito è più grande e va oltre. Non si può pretendere di esaurirlo nella propria comprensione e azione. E’ questa la radice di un atteggiamento di ricerca, di accoglienza e di valorizzazione di quanto proviene dalla profezia di altri.

Anche i discepoli di Gesù non riconoscevano come ‘uno dei nostri’ uno che scacciava i demoni, persona che con il suo agire apriva liberazione per chi era oppresso. Ai discepoli che riferiscono a Gesù: ‘maestro abbiamo visto uno che scacciava i demoni nel tuo nome e glielo abbiamo vietato, perché non era dei nostri’. Gesù dice “Chi non è contro di noi è per noi. Chiunque vi darà da bere un bicchiere d’acqua nel mio nome perché siete di Cristo, vi dico in verità che non perderà la sua ricompensa”. Gesù reagisce non secondo la logica dell’esclusione ma invitando a scorgere che lì dove ci sono gesti di liberazione, scelte di umanizzazione è presente lo Spirito, e non c’è contrasto con il suo agire che dà vita. “Non glielo proibite”: è parola che apre ad una attitudine non di divieto, ma di discernimento. Gesù apre a scorgere che vi è una adesione a lui che non si identifica con una appartenenza all’istituzione di una comunità che rischia sempre di intendere se stessa come una setta. Gesù apre alla considerazione della precarietà della comunità in rapporto al centro e fondamento che è la sua persona e il regno di Dio.

I vangeli di Matteo e di Luca riportano un altro detto di Gesù che sembra opporsi a questo atteggiamento: ‘Chi non è con me è contro di me, e chi non raccoglie con me disperde’ (Mt 12,30; Lc 11,30). Gesù propone a chi l’ha incontrato di riconoscere in lui il senso più profondo della propria esistenza. L’incontro con Gesù diviene decisivo e centrale nella vita dei discepoli. E’ anche da pensare che la sua presenza di Figlio accanto al Padre e come risorto, sta dentro alla vicenda del creazione ed è unita in qualche modo ad ogni uomo e donna: è Cristo il senso profondo e nascosto di ogni realizzazione umana autentica. Sta qui la radice di poter guardare agli altri, ai diversi cammini umani non con atteggiamento di esclusione e contrapposizione, ma con sguardo teso a riconoscere e dare spazio, nel dialogo e nella compagnia, ad ogni seme di profezia presente nella storia.

La vita al seguito di Cristo si riconosce nella concretezza di gesti e scelte di cura e accoglienza: “chiunque vi avrà dato da bere un bicchiere d’acqua nel mio nome, perché siete di Cristo, vi dico in verità che non perderà la sua ricompensa”. Ogni bicchiere d’acqua offerto ad un uomo o donna, che è immagine di Dio e appartiene a Cristo – perché ‘voi siete di Cristo e Cristo è di Dio’ (1 Cor 3,21) – non andrà perduto e ogni gesto di gratuità e dono reca in se stesso la traccia di Dio.

C’è poi forte invito a tagliare tutto ciò che può essere di impedimento e di inciampo (scandalo) a chi è più debole nella fede. Rompere con ogni occasione di male e di peccato è cammino di responsabilità. Il perdere se stessi è cammino per intendere la propria vita in rapporto agli altri, non isolata e disinteressata: la salvezza è movimento di comunione.

DSCN1230Alcune riflessioni per noi oggi

La tentazione dell’esclusione è un tratto del nostro tempo a diversi livelli. La contrapposizione contro chi ‘non è dei nostri’ sorge da un sentimento di difesa e timore dell’altro, di chi proviene dall’esterno. I muri, le recinzioni di filo spinato, le barriere sono l’espressione tangibile di una difesa che intende tener lontano al di là della cerchia rassicurante e riconoscibile di una comune appartenenza. Chi proviene dal di fuori è visto come il nemico, pericolo da allontanare e da eliminare. La radice di ogni fondamentalismo di tipo sociale e religioso si alimenta nel non voler fare i conti con le provocazioni che provengono dalla vita dell’altro, dalla sua condizione di bisogno che ci rivela la nostra condizione umana. Si lascia così spazio alla paura contrapponendo chi è dei nostri e chi non lo è. Tanto più nelle tradizioni religiose che vivono il rischio di assolutizzare la propria struttura religiosa e di coltivare un esclusivismo centrato su di sè.

C’è una voce della profezia che giunge da chi nella storia non ha voce e che dovrebbe invece suscitare l’interesse e la ricerca da parte dei discepoli di Gesù, per scorgere le testimonianze che suscitano un cambiamento in fedeltà al vangelo. Queste pongono in discussione la nostra vita spesso chiusa in una situazione di assestamento e di comodità giustificata religiosamente, indifferente alle sollecitazioni che ci porterebbero ad uscire. Le chiamate dello Spirito giungono oggi dall’esperienza di tutti coloro che cercano una vita dignitosa fuggendo dalla violenza e dalla miseria. L’agire dello Spirito è presente nei gesti di chi non si riconosce esplicitamente come cristiano e pur nella sua vita dà testimonianza di opere secondo il vangelo. Proprio queste chiamate ci invitano a rimanere in ascolto, docili a seguire le chiamate di Dio nella storia, umile aperti a quei passaggi di novità evangelica.

La provocazione a sorgere l’agire dello Spirito in voci che stanno al di fuori dei quadri riconosciuti e istituiti può essere motivo per crescere in una spiritualità dell’apertura e della scoperta. Anche nella chiesa ci sono voci da ascoltare: sono le voci di chi spesso è tenuto ai margini, le voci delle donne ad esempio, ricordate in una lettera aperta indirizzata a Francesco nel suo viaggio in USA: “Il tuo impegno contro la povertà e per la misericordia, per la vita dei poveri e per la sofferenza spirituale di molti – per quanto sicuri si possano sentire materialmente – ci dà una nuova speranza nell’integrità e nella santità della Chiesa stessa. (…) c’è anche una seconda questione nascosta sotto la prima cui anche tu dovresti prestare rinnovata e seria attenzione. La verità è che le donne sono le più povere tra i poveri. Gli uomini hanno lavori retribuiti; di poche donne nel mondo si può dire lo stesso. Gli uomini hanno chiari diritti civili, giuridici e religiosi nell’ambito matrimoniale; per poche donne al mondo vale lo stesso. (…) E, forse peggio di tutto, vengono ignorate – respinte – come esseri umani in pienezza, come autentiche discepole, dalle loro Chiese, compresa la nostra”. (Joan Chittister, Caro Francesco, non puoi parlare dei poveri senza parlare delle donne “www.adista.it” 22 settembre 2015)

Essere tutti profeti: è promessa che provoca ad ascoltare le voci profetiche nascoste e lasciate ai margini. E’ compito aperto a riconoscere, fare attenzione e lasciarsi provocare dalla profezia diffusa e quotidiana.

Ci sono profeti in ricerca voci che si aprono all’ascolto: tra di esse ricordo la voce di Thomas Merton (1915 – 1968) recentemente ricordato a ‘Torino spiritualità’ da don Mario Zaninelli.E’ stato uno tra i principali autori di spiritualità del ventesimo secolo. Nacque il 31 gennaio 1915 in Francia, a Prades, da padre neozelandese e madre americana. La sua vita può essere suddivisa in tre fasi: quella della formazione culturale, prima in Francia poi in USA e il battesimo a ventitré anni a cui seguì l’ingresso nei Trappisti all’Abbazia del Gethsemani, Kentucky, dove nel 1941 ricevette il battesimo e venne ordinato presbitero nel 1949. Una seconda fase è la sua esperienza monastica di cui egli parla nella sua autobiografia ‘La montagna dalle sette balze’ (1948), e in scritti di spiritualità. Infine l’ultima parte della sua vita, a partire dal 1965, vissuta nell’apertura all’operare per la pace e nella ricerca del dialogo interreligioso. Nel suo Diario di un testimone colpevole scrisse: «Purtroppo molti credono che la vita contemplativa sia pura e semplice ‘clausura’ e immaginano i monaci come piante di serra coltivate in una vita di preghiera gelosamente protetta e surriscaldata spiritualmente. Bisogna invece ricordare che la vita contemplativa è prima di tutto vita, e che la vita implica apertura, crescita, sviluppo”.

E così motivava nel medesimo scritto la sua apertura ad orizzonti di rapporto con diverse tradizioni religiose: «Se la Chiesa cattolica rivolge lo sguardo al mondo moderno e alle altre Chiese cristiane, e se forse per la prima volta prende seriamente in considerazione le religioni non cristiane così come sono, è necessario che almeno qualche teologo contemplativo e monastico porti un proprio contributo alla discussione. È appunto ciò che voglio tentare… presentando i problemi contemporanei nella visione personale di un monaco. La singolarità, l’esistenzialità e la poeticità della loro impostazione s’inquadrano perfettamente nella visione monastica della vita». Questo impegno condusse fino alla sua morte nel 1968 a Bangkok. Stava scrivendo il suo scritto ‘Diario asiatico’, il diario del suo viaggio in Oriente vissuto come pellegrinaggio di vita e in ricerca di dialogo, pubblicato dalla casa editrice Gabrielli di recente: una parola di profezia e di rinnovamento.

C’è un perdere che è cammino di realizzazione della vita. Non si tratta di aumentare e di arricchire, ma di lasciare spazio, di accontentarsi di meno, di togliere ciò che è superfluo e inutile, di limitare non solo la necessità di tante cose, spesso inutili, che appesantiscono, ma anche di divenire semplici nel cuore, capaci di accogliere. La scoperta di autenticità di vita passa attraverso un cammino di essenzialità, di recupero di ciò che conta veramente, e questo va di pari passo con l’attenzione agli altri, con l’incontro con i poveri, con chi è più piccolo. Le dure parole della lettera di Giacomo rivolte ai ricchi che opprimono il giusto richiamano ad uno stile di vita in cui la relazione con gli altri è decisiva: non si può vivere nel disinteresse nell’indifferenza e agendo con sfruttamento e oppressione. Ogni tesoro diverrà ruggine se non si vive nell’orizzonte della responsabilità e della condivisione.

Alessandro Cortesi op

III domenica di Pasqua – anno B – 2015

3709436_orig(Georges Rouault – Gesù e cinque apostoli Metropolitan Museum of Art)

At 3,13-15.17-19; 1Gv 2,1-5a; Lc 24,35-48

L’annuncio della risurrezione è al cuore della vita della comunità cristiana. Nei discorsi disseminati nel libro degli Atti degli Apostoli, si possono rintracciare gli schemi fondamentali della prima predicazione su Gesù quale primo sviluppo dell’annuncio della fede: al centro sta la testimonianza della morte e della risurrezione di Cristo: “Cristo morì per i nostri peccati secondo le Scritture, fu sepolto ed è risuscitato il terzo giorno secondo le Scritture” (1Cor 15,4).

Nel discorso a Gerusalemme (At 3,12-26) Pietro evidenzia una radicale opposizione. Da un lato l’agire di chi ha condannato Gesù in riferimento agli abitanti di Gerusalemme, ‘voi e i vostri capi’: l’ignoranza, il rifiuto, il rinnegamento e l’uccisione di Gesù. D’altra parte in linea opposta sta l’azione potente di Dio che non lo ha lasciato nell’oscurità della morte ma lo ha ‘rialzato’: è lui il Padre, a cui Gesù come Figlio ha affidato tutta la sua vita rivolgendosi a Lui come Abbà, a cui ha consegnato la sua vita nel momento della morte (Lc 23,46): è lui che lo ha risuscitato dai morti.

La nostra fede oggi si fonda sulla testimonianza di chi ha vissuto l’incontro nuovo con Gesù, il crocifisso, dopo i giorni della passione. L’esperienza dei primi testimoni fu quella del suo farsi incontro, il medesimo di prima, ma ora vivente in modo nuovo, nella condizione di una vita nuova oltre la morte. Gesù non è tornato alla vita di prima, la sua risurrezione è evento assolutamente nuovo e la sua presenza reale e vicina chiede di essere riconosciuta con uno sguardo nuovo, nella fede.

Il Padre rialzando Gesù ha portato a compimento – dice Pietro – ‘ciò che aveva annunziato per bocca di tutti i profeti, che cioè il Cristo sarebbe morto’. La Pasqua è evento insieme di passione morte e risurrezione. L’annuncio dei profeti racchiude l’attesa di un messia che avrebbe attuato la promessa di Dio e avrebbe agito secondo lo stile di Jahwè. Luca insiste in tutta la sua opera, sul fatto che la passione di Cristo è stata predetta dai profeti (cfr. Lc 9,22; 18,31, 22,22; 24,7; At 2,23; 3,18; 4,28). Non si tratta del compimento letterale di una previsione; piuttosto, e molto più profondamente, di una coerenza tra l’agire di Dio nella storia della salvezza e la vicenda di Gesù di Nazaret.

Luca legge tale legame profondo alla luce di quanto è avvenuto nella Pasqua di Gesù. La sofferenza, la passione e la morte di Cristo sono così viste come adempimento del farsi vicino di Dio all’umanità per vie ‘che non sono le vostre vie’, per sentieri altri rispetto a quelli dell’apparenza, del potere e della violenza. Cristo compie le Scritture perché si pone inerme davanti al rifiuto, vive lo stile del servizio, si pone dalla parte di e con chi umanamente è disprezzato e tenuto ai margini, percorre la via della misericordia e del perdono, ha il profilo del povero.

Nella prima comunità poteva esserci il rischio di dimenticare che Gesù aveva scelto di vivere come povero, con coloro che erano i poveri di Jahwè, si era messo dalla parte delle vittime, accettando di restare fedele fino in fondo alla via del servizio: Luca presenta questo nel vangelo nel percorso deciso di Gesù verso Gerusalemme sapendo che lì avrebbe incontrato il rifiuto e la condanna. La risurrezione è evento di conferma da parte del Padre che quella via verso Gerusalemme è la via della vita e della risurrezione. E’ il crocifisso che il Padre ha glorificato: la sua gloria è l’altro versante del suo dono e della fedeltà al suo progetto.

Le narrazioni delle apparizioni di Gesù nei vangeli costituiscono approfondimenti riguardo l’annuncio della risurrezione di Gesù e indicazione su come possiamo incontrarlo nella nostra vita. Luca presenta un incontro con il Risorto a Gerusalemme, centro del suo vangelo, là dove tutto era iniziato, nel tempio (Lc 1,8) e dove ora gli undici e gli altri con loro sono provocati ad aprirsi ad un modo nuovo di incontro con lui.

La prima preoccupazione in questi racconti sta nel presentare il Risorto come il medesimo Gesù crocifisso: la sua presenza è viva e reale. Gesù è veramente risorto. Luca era preoccupato di contrastare interpretazioni puramente spiritualistiche, presenti probabilmente all’interno della sua comunità, di chi era permeato di cultura e sensibilità greca che deprezzava la dimensione della corporeità. Costoro erano propensi ad accettare la risurrezione come una sorta di immortalità dell’anima ma nulla più. L’annuncio della risurrezione è invece sconvolgente e nuovo. Gesù – dice Luca – non è un fantasma. L’invito a toccare e guardare, è invito ad aprirsi ad un incontro che coinvolge e trasforma profondamente l’esistenza in tutti i suoi aspetti. ‘Sono proprio io’. L’incontro con il risorto si attua in un coinvolgimento della corporeità, ma in una condizione totalmente nuova e perciò investe la dimensione storica dell’esistenza umana.

L’incontro con il risorto avviene nell’esperienza del mangiare insieme: egli per primo chiede qualcosa da mangiare e mangia con loro. In questo gesto sta il significato della condivisione e della concretezza della presenza di Cristo che rimane, anche se ora in modo nuovo, che richiede un percorso di fede. Il mangiare insieme richiama l’esperienza dello stare a tavola di Gesù con pubblicani e peccatori, così come il segno dell’ultima cena in cui Gesù ha manifestato di stare in mezzo ai suoi come colui che serve. Nel mangiare con lui e nel condividere la comunità viene radunata di nuovo dal suo saluto: ‘Pace a voi’. Gesù, in mezzo ai suoi, apre loro la mente all’intelligenza delle Scritture: invita perciò a ritornare alle Scritture scoprendo il disegno di fedeltà di Dio nella storia il luogo in cui incontrare il Risorto.

I doni del risorto sono il saluto di pace e l’apertura della mente per tornare alle Scritture. E’ questo l’orizzonte entro il quale poter vivere oggi l’esperienza del Risorto che ci fa suoi testimoni.

DSCF5592Alcune riflessioni per noi oggi

Gesù chiese loro: Avete qualcosa da mangiare?… “Nutrire il pianeta, Energia per la vita” è il tema dell’Esposizione universale di Milano 2015. Si tratta di una grande manifestazione che pone tanti interrogativi ed evidenzia anche la profonda contraddizione di un mondo in cui si organizza un evento di tale grandezza e non si attuano politiche per dare il pane indispensabile alla vita per tutti. Il rischio è quello di fermarsi alla retorica grandiosa di una manifestazione che non pone quale priorità effettive scelte di lotta alla fame e alla malnutrizione. Grandi multinazionali che sfruttano la terra, la rubano ai contadini e impediscono colture tradizionali faranno mostra di sé all’Expo con i loro finanziamenti.

Tuttavia in questo evento si può rintracciare anche una sfida che pone al centro la questione della possibilità di cibo per tutti oggi nel pianeta e le vie per poter mangiare insieme oggi in modo sano e recuperando quel rapporto fondamentale con la terra, nel rispetto e nella cura.

Mangiare e mangiare insieme è esperienza umana che racchiude una molteplicità di significati: il cibo è innanzitutto frutto di lavoro. E’ il lavoro diversificato dalla coltivazione, alla trasformazione, al commercio, fino alla scelta degli ingredienti per la preparazione di un piatto alla cottura o al dosaggio degli ingredienti.

Il cibo preparato e condiviso è poi il segno di un dono che si riceve: un dono che proviene dalla terra e da Dio stesso, riconosciuto in diverse tradizioni religiose quale fonte della vita e di ogni nutrimento. Ma il cibo è anche dono di chi l’ha preparato, che racchiude la cura e la pazienza, l’affetto di chi si è dedicato nell’attività del cucinare. Attorno al cibo può sorgere l’esperienza della gratitudine per un dono che si riconosce venire da altro e per il lavoro di persone racchiuso in ogni cibo che si mangia.

Mangiare insieme è anche rito in cui si attuano relazioni e in cui si vive una sapienza che sta dentro ai sapori e alle preparazioni dei diversi cibi e sta anche nell’incontro che attorno al cibo si attua. Sapore è termine legato ad una sapienza che ha controni relazionali. Attorno al cibo si vive poi anche la forte esperienza del ricordo, come chi reca nella memoria i sapori e i profumi dei cibi della propria infanzia o di momenti di vita vissuti insieme, o come chi migrante, proprio attraverso il cibo, vive l’esperienza della memoria della propria terra e della comunione con persone con cui ha condiviso la tavola.

Mangiare insieme è esperienza di convivialità: proprio nella convivialità, nel mangiare insieme la prima comunità cristiana scorge un luogo umanissimo d’incontro con il risorto. E’ questa una provocazione a pensare oggi come attuare una convivialità quotidiana capace di accogliere tale dono e come pensare questa convivialità nel dare possibilità a tutti di una alimentazione sufficiente, buona e sana in un mondo affamato di pane quotidiano e di relazioni autentiche.

Alessandro Cortesi op

Appendice: tratto da Gloria Riva, Il pesce, il pendolo e una luce per l’umanità, “Avvenire” del 14 agosto 2014

Chagall400-1“… Il sostantivo ICTYS (pesce in greco), fin dalle origini della cristianità fu considerato acronimo del nome di Gesù: Iesous Christos Theou Uios Soter, ovvero Gesù Cristo Figlio di Dio Salvatore. All’indomani della passione Cristo mostra a Pietro come la Chiesa, assisa alla sua mensa, avrebbe mangiato, nei secoli, il cibo della passione. Così 2000 anni dopo un artista ebreo come Chagall per delineare il dramma di un secolo di persecuzioni realizzò una tra le più suggestive sue opere: il tempo è un fiume senza rive.

Immerso nel blu del mistero campeggia un pendolo, segno dello scorrere del tempo; nelle acque del fiume una barca a remi è condotta da un uomo solitario e, dall’altra parte, una coppia amoreggia sulle rive: siamo noi, tutti noi con i nostri affanni e i nostri amori, quasi incuranti degli incendi di persecuzione che rinfocolano qua e là. Ad avvertirci del fuoco che divampa è il grosso pesce sopra il pendolo, Cristo stesso, le cui pinne sono ali infuocate e dal quale, curiosamente, sbuca un braccio che regge un violino. In Cristo Chagall vede tutti gli ebrei passati dentro il fuoco della persecuzione. Eppure quando dipinge quest’opera (dal 1933 al 1939) la shoah non era ancora iniziata. Proprio per questo, per una sorta di spirito profetico dell’artista, il dipinto è paradigma della persecuzione che travolge ogni generazione con i suoi flutti minacciosi, anche la nostra, anche quella cristiana. Eppure già l’ebreo Chagall intuiva che Cristo trionfa, che Egli sta sopra, sopra i gorghi del male, sopra l’inarrestabile corsa del tempo. Cristo si mostra all’uomo credente con la sua insopprimibile vitalità, con le sue ali di fuoco puntate verso l’eternità. Cristo, soprattutto, mostra al Pietro di ieri e di oggi la via d’uscita: quella simboleggiata dal volino, il cui arco, dopo il quadrante dell’orologio, è l’unico punto lucente del quadro. Sì, la via d’uscita è quella della bellezza, che come ebbe a dire Baudelaire, fa intravedere all’anima gli splendori attraverso la tomba”. (Gloria Riva)

VI domenica tempo ordinario anno B

imageLev 13,1-2.45-46; 1Cor 10,31-11,1; Mc 1,40-45

“Ne ebbe compassione, stese la mano, lo toccò e disse: Lo voglio sii purificato”. Si potrebbe tentare di ripercorrere i gesti di Gesù espressi in questa successione nell’essenziale stile di Marco.

‘Ne ebbe compassione’. Gesù si trova di fronte alla presenza di un uomo affetto da lebbra. Giunge dal deserto, cioè a distanza dai centri della vita pubblica. E’ un uomo isolato per ragioni igieniche, tenuto separato dal ordone sanitario posto tra malati e sani, ma anche isolato per la sua condizione di impuro. La questione della purità sta al cuore di questo brano. Nel mondo di Gesù la questione della purità implicava una distanza e una preoccupazione di non avere nessun tipo di contatto con persone cose e situazioni impure, portatrici cioè di una forza che impediva il rapporto con Dio stesso. Oggi non percepiamo questo genere di separazione e tuttavia sappiamo bene cosa significa l’emarginazione: chi è tenuto fuori dalla convivenza sociale per motivi economici, sociali, religiosi, di provenienza culturale, etnica, di genere… non si parla più di purità o impurità ma viviamo nel tempo della grande separazione tra coloro che sono considerati ammissibili alla società umana e coloro che possono essere tenuti fuori, esclusi.

Gesù di fronte all’impuro prova compassione. La compassione è il sentimento che lo situa di fronte all’altro: ai suoi occhi quel malato era una persona e recava una sofferenza, insieme ad una richiesta di essere riammesso alla relazione. Aveva avuto anche il coraggio non solo di avvicinarsi, cosa vietata, ma anche di esprimere una profonda fiducia in Gesù: ‘se vuoi puoi guarirmi’. Gesù vive nei suoi confronti il sentimento proprio di Dio, il rapprendersi delle viscere, il sentire dentro di sé la sofferenza di quell’uomo non solo segnato dalla malattia ma anche tenuto escluso e a distanza, costretto ad una solitudine che diveniva addirittura percezione di essere allontanato da Dio. Gesù vive la compassione nel prendere su di sé e nel fare sua la sofferenza e la speranza di quell’uomo. In alcune versioni del testo evangelico questa espressione è resa con ‘andò in collera’. E’ l’indicazione della reazione di Gesù di fronte al male, alla malattia devastante e all’emarginazione di cui quell’uomo era vittima; ma anche indicazione della forza del sentimento, della passione che è al contempo di ira contro la malattia e di vicinanza a quell’uomo.

‘Stese la mano’. Il secondo gesto di Gesù è il gesto che colma una distanza. Tendere la mano è il gesto del soccorso, del protendersi vicino, del coprire lo spazio che lascia l’altro solo, per aprire un ponte di vicinanza e di aiuto. Tendere la mano è anche il gesto che indica un decentramento, un’apertura che diviene chinarsi e inchinarsi verso la mano che sta dall’altra parte, incerta e sta in attesa. Tendere la mano è gesto quotidiano del sollevare e dell’accompagnamento i bambini, della cura degli anziani, della cura per gli infermi a letto, del soccorso portato a chi non ha più forza per reggersi perché provato dal dolore. Tendere la mano è anche immagine per indicare un movimento interiore di sguardo che si fa partecipe e vicino. In questo gesto, che è gesto quotidiano, di un’umanità che si fa carico, Gesù dice che quell’uomo non deve rimanere chiuso nella solitudine, non deve rimanere prigioniero di un sistema che lo esclude. Dice anche e soprattutto che non deve sentirsi abbandonato da Dio, ma che Dio stesso gli si fa vicino. Il gesto di Gesù dello stendere la mano è così espressione del regno di Dio che è giunto e apre un mondo nuovo di relazioni possibili.

‘Lo toccò’. Gesù sceglie di toccare l’impuro. Questo gesto vietato dalla Legge è compiuto da Gesù che nel contatto si lascia contaminare e prende su di sé la condizione di impuro secondo le normative della Legge. Quell’uomo non è scomunicato, ma viene accolto, viene ristabilito in una relazione in cui scoprire che Dio lo accoglie. Il toccare è segno di una vicinanza fisica che indica l’accoglienza e il coinvolgimento, il suo farsi carico della sofferenza. Il tocco di Gesù è segnod elal tenerezza e della forza, della vicinanza e della solidarietò. E’ anche segno dell’importanza della corporeità nel contatto con gli altri, del suo non avere paura di toccare.

Gli disse: ‘lo voglio sii purificato’. C’è un gesto di vicinanza, di accoglienza, un gesto che parla da sé di una paradossale ospitalità. Gesù senza casa propria si fa luogo ospitale a chi era tenuto lontano ai margini. Il suo cuore e la sua vita si fanno spazio di condivisione ospitale. La parola accompagna i gesti: c’è un dono di gesti e un dono di parola. Ed è un comunicare in cui Gesù libera il cuore di quest’uomo, lo apre a scoprire che non è scomunicato, ma è benvoluto, accolto da Dio. Tutto questo avviene fuori dal tempio, non per opera del sistema religioso e Gesù invia il lebbroso purificato a riconoscere la purficazione avvenuta dai sacerdoti.

Gesù si sottrae ad avere forme di riconoscimento che rischiano di cogliere solo aspetti superficiali del suo agire. Non è tanto operatore di miracoli, ma profeta della accoglienza ospitale, profeta che si scaglia contro il male e contro la malvagità umana, motivata anche religiosamente, che genera emarginazione e solitudine. Ma anche, allontanando da sé la persona ormai liberata, la sottrae ad una sorta di dipendenza. Gesù vive incontri che generano percorsi di libertà.

L’ultima scena del brano presenta Gesù nei luoghi deserti: Gesù ha preso su di sé la condizione di colui che dai luoghi deserti lo aveva raggiunto. Ora si trova lui stesso in luogo desertico. Si è fatto carico nella solidarietà fino in fondo. Per una liberazione, per una storia di accoglienza. Nel deserto, nella solitudine della sua preghiera Gesù vive la sua esperienza pienamente umana di incontro con il Padre, di ascolto di Lui.

98a9e1b9bce5c8da045900de44a69c07-kp4E-U10401919742063LIF-700x394@LaStampa.itAlcune osservazioni per noi oggi

La mano tesa di Gesù a toccare il lebbroso ci riprta drammaticamente alle mani tese di tanti che si protendono a tirar fuori dai barconi fatiscenti immigrati che attraversano il mare, sfruttati e schiavizzati da chi guadagna sulla miseria di tanti. Il Mediterraneo, da mare nostrum, nostro, al plurale, di tutti, è divenuto frontiera invalicabile che separa chi è riconosicuto da chi non è considerato nella sua dignità di uomo e donna. Pretendere di difendere le proprie sicurezze nell’erigere muri di esclusione senza farsi carico dell’altro è il dramma che l’Europa oggi sta vivendo. Gli impuri da cui guardarsi oggi sono divenuti i miseri, i disperati, coloro che senza alcuna cosa propria cercano di accostarsi gridando la loro dipesrazione dai sud del mondo, dai paesi della fame, dello sfruttamento, della guerra. Cosa vuol dire oggi tendere la mano e toccare chi protende la propria mano e cerca di toccare una terra dove avere pane e riconoscimento di dignità? Sono anche coloro che per accogliere le regole economiche sono costretti ad una condizione di smantellamanto di ogni protezione sociale: cosa vuol dire oggi tendere la mano al popolo della Grecia che apre una provocazione a prendersi carico, ad una vicinanza solidale?

Paolo affronta una delle questioni che la comunità gli aveva presentato e che sintetizza nell’affermazione di una libertà percepita senza limiti: ‘Tutto è lecito’ (1Cor 10,23). Ricorda che la conoscenza gonfia d’orgoglio, ciò che costruisce è l’amore. Suggerisce così il criterio della edificazione: vivere la libertà è in vista costruzione di sé e della relazione con lo sguardo rivolto all’altro. Indica poi il criterio dell’attenzione alla coscienza dell’altro e della sua crescita e suggerisce una linea di comportamento dei credenti: “Sia dunque che mangiate, sia che beviate, sia che facciate qualunque altra cosa, tutto fate per la gloria di Dio” (1Cor 10,31) E’ un primo orientamento di tipo teologico. C’è poi il criterio della vicinanza alle persone, e di attenzione alle coscienze, una visione in cui al centro si pone non la ricerca del proprio interesse ma l’attenzione all’altro… perché possano salvarsi” (1Cor 10,33). Nelle parole di Kayla Mueller, la ventiseienne statunitense presa in ostaggio e uccisa nei giorni scorsi dall’Isis in Siria per portare soccorso alla popolazione vittima della guerra, si ritrova un’eco di questa tensione a vivere perche altri possano salvarsi. E’ confessione drammatica e toccante di poter vivere la condizione di libertà anche nella prigionia: “Sono arrivata ad un punto della mia esperienza in cui, in ogni senso della parola, mi sono arresa al creatore perchè letteralmente non c’era nessun altro… + mi sono sentita teneramente cullata nella caduta libera da Dio + dalle vostre preghiere. Mi è stata mostrata nel buio la luce + ho imparato che persino in prigione, uno può essere libero, ne sono grata. Sono arrivata a vedere che c’è del buono in ogni situazione, qualche volta dobbiamo soltanto cercarlo. Prego ogni giorno che, se non altro, abbiate sentito una certa vicinanza + anche un arrendersi a Dio+ abbiate formato un legame di amore + supporto tra di voi…” – trad. di Marina Palumbo (agb) della sua ultima lettera ai famigliari dalla prigionia-.

Alessandro Cortesi op

Domenica nell’ottava di Natale – Santa Famiglia di Gesù Giuseppe e Maria – anno B – 2014

2014-12-19 22.05.43Gen15,1-6; 21,1-3; Sal 104; Eb 11,8-19; Lc 2,22-40

“Guarda in cielo e conta le stelle, se riesci a contarle, e soggiunse: Tale sarà la tua discendenza”. Contare le stelle…: è espressione che richiama un gioco di bambini. Come lo stare con il naso all’insù seduti su un prato a guardare le nuvole che cambiano l’aspetto e formano profili di draghi, eroi e buffi personaggi nei caldi pomeriggi d’estate. Così contare le stelle, lo sguardo stupito, in una notte estiva o sfidando il freddo, intirizziti, nelle notti d’inverno, quando le stelle sembrano gocce di luce o minuscoli fori che bucano la coltre nera del cielo e lasciano attraversare aghi di luce. Guardare le nuvole e contare le stelle: gesti di bambini, che raccontano il gioco di fronte alla grandezza, alla lontananza, all’infinito da cui siamo avvolti. E lasciano aprirsi sguardi a profondità inscrutabili verso alto e nell’intimo. Ed insieme raccolgono lo stupore di fronte a ciò che è grande, irraggiungibile.

Quali emozioni e pensieri, reca con sè, indelebile nello scorrere del tempo, il ricordo di veglie alle stelle vissute a un campo scout o in una traversata nel silenzio della montagna, momenti a volte decisivi per l’orientamento della propria vita, per scelte e scoperte interiori,  indimenticabili. Queste esperienze sono diventata merce rara nel tempo in cui la notte è sconfitta dalle luci artificiali e in cui il tempo per sostare in silenzio nel buio sotto il cielo stellato, non c’è più, sopraffatto da tante altre cose da fare. L’umanità con la sua tecnica è giunta a conquistare i pianeti e ad inviare navette fino alle stelle, ma il cielo stellato rimane quel libro meraviglioso che si apre in notti indimenticabili quando il tempo appare nella sua gratuità come tempo da accogliere, non da sfruttare, per stare lì sotto, a scoprirsi nella povertà di creature, senza utilità immediata, in una piccolezza custodita.

Abramo è invitato a contare le stelle per aprirsi all’impossibile dell’operare di Dio nella sua vita. Ogni percorso umano, ogni esperienza di famiglia sorge da tale meraviglia, lo stupore dell’amore che apre a contare le stelle, ad aprirsi all’incalcolabile, al non programmabile e genera un cammino, faticoso, sotto un cielo che talvolta appare chiuso e senza luce. Il cammino di Abramo è il cammino del credente segnato da una promessa di relazione. La grande famiglia a cui Dio chiama è la famiglia dei popoli, famiglia da accogliere e custodire in modi sempre nuovi negli intrecci di volti e storie che recano in sé una promessa di Dio affidata alla nostra fragilità.

“Per fede, anche Sara, sebbene fuori dell’età, ricevette la possibilità di diventare madre, perché ritenne degno di fede colui che glielo aveva promesso. Per questo da un uomo solo, e inoltre già segnato dalla morte, nacque una discendenza numerosa come le stelle del cielo e come la sabbia che si trova lungo la spiaggia del mare e non si può contare”.

La solitudine e la discendenza: sono questi i due termini entro i quali si muove la nostra esistenza. Solitudine nello scoprire la condizione esistenziale propria della nostra vita, come Abramo uomo solo e segnato dalla morte. Ma vi può essere una solitudine di isolamento che non comunica, e per contro una solitudine ospitale, che si fa spazio per incontrare, per aprirsi alla meraviglia di ‘colui che è fedele’, feconda di discendenza. Così per Sara e per Abramo, visitati nella loro solitudine e nella loro aridità dal Dio della novità e della vita. “… ritenne degno di fede colui che glielo aveva promesso…”: Sara scopre nel volto degli ospiti nel deserto, alle querce di Mamre, la promessa di ‘colui che è degno di fede’. Il Signore stesso si fa incontro nei volti di stranieri giunti inaspettatamente. Così anche per noi oggi, presso le nostre case.

Nel mistero dell’ospitalità data e ricevuta, che prima di essere apertura di porte è apertura dei cuori, uscita dalla solitudine e disponibilità a lasciarsi incontrare dall’altro. Il Dio umanissimo si rende vicino nella debolezza dell’ospite che arriva inatteso, nel suo bisogno di cibo, casa, lavoro. La vita umana è un’esperienza di scoperta che la realtà della famiglia non è un dato, un modello fissato e statico ma un’esperienza fondamentale impastata di storia, esperienza di relazioni che nel tempo, nelle circostanze conducono ad aprirsi alla promessa di colui che apre la vita ad una novità improgrammabile, come le stelle, come la sabbia che non si può contare.

“Simeone li benedisse…”. C’è un gesto ed una parola che possono cambiare il modo di guardare agli altri, alle situazioni, alle cose: è il gesto e la parola della benedizione. Dire il bene. Non a caso nel vangelo questo gesto è di un anziano: Simeone. L’età, l’esperienza della vita, il cammino percorso e le tante vicende vissute e persone incontrate sono tanti frammenti che conducono a scoprire l’importanza del benedire. Passare dicendo il bene è il frutto di lunga maturazione, è punto di arrivo di percorsi che hanno condotto a liberarsi dalla preoccupazione di trattenere e accumulare. Solamente chi ha maturato libertà da un ripiegamento su di sé è capace di dire il bene, di scovarlo là dove esso si nasconde, di dargli spazio anche dove il male sovrasta e tende a soffocare ogni respiro.

Dire il bene è gesto di chi è capace di futuro guardando oltre a se stesso. E’ il segreto di ogni presenza educativa, capace di cogliere tracce di futuro in un presente confuso, di scorgere piccoli germogli, di coltivare uno sguardo lungo sulla vita e sui volti per scorgere più in là di tutto ciò che provoca delusione e fatica.

Benedire dovrebbe essere il tratto proprio del credente, che non rinchiude la vita in uno schema di dottrina, in un codice da applicare o in un modello da ripetere, sia esso di famiglia, di comunità, di relazioni. Benedire è la sfida a cogliere nella storia la fecondità e la forza di vita dell’amore che è traccia di Dio. Così in un tempo in cui la vita delle famiglie è percorsa da tante tensioni, cambiamenti, differenze benedire è saper guardare il bene presente, quanto preca in sé una promessa e una tensione anche se si tratta solamente di germogli, piccole foglie, fioriture incompiute: l’amore che nasce e cresce, la fedeltà, l’accettazione della fatica, la sofferenza nascosta. Dire il bene è dono che cambia e apre a scoprire che nella vita negli sguardi e nelle parole umane c’è un tratto dello sguardo e della parola di Dio che è solo parola di bene.

Alessandro Cortesi op2014-12-19 22.03.45

Domenica delle Palme – anno A – 2014

 

Ingresso Gerusalemme-1Ingresso di Gesù a Gerusalemme – mosaico XII-XIII secolo – Monreale (Pa)

Is 50,4-7; Fil 2,6-11; Mt 26,14-27,66

Matteo nel suo vangelo suddivide in sette tappe il racconto della passione di Gesù. Il succedersi di questi momenti è da leggere in un orizzonte suggerito sin dall’inizio: ‘Voi sapete che fra due giorni è pasqua e che il Figlio dell’uomo sarà consegnato per essere crocifisso’ (Mt 26,2).

La Pasqua ebraica, evento di alleanza, di rivelazione di Dio vicino, che ascolta il grido dei poveri e scende a liberarli, è il quadro di riferimento nel quale leggere i vari momenti della passione di Gesù. Matteo offre anche un’altra chiave interpretativa suggerendo sin d’ora il tema della ‘consegna’. Gesù viene tradito, consegnato: questo è un primo livello dell’approccio alla vicenda della passione: tale tradimento, inizio della vicenda del processo e della condanna, si pone sul piano storico. Gesù viene messo nelle mani dei suoi uccisori, e d’altra parte appare come Gesù rimanga libero nell’affrontare questa consegna e lui stesso si dà vivnedo una lucida comsapevolezza del suo percorso: ‘Il mio tempo è vicino’ Mt 26,18). Ad una lettura nella fede, teologica della vicenda storica di Gesù, Matteo evidenzia che si sta portando a compimento in questi eventi una più profonda consegna di Gesù stesso, consegna di sé al Padre e consegna della sua vita nel dono per tutta l’umanità: è lui il servo che giustificherà molti.

Il racconto pasquale inizia con l’unzione di Betania, annuncio profetico della morte di Gesù. Ad esso seguono i preparativi e lo svolgimento della cena pasquale, seconda scena, in cui Gesù, consegnato da Giuda (Mt 26,16.20), si offre e si dà liberamente: la sua vita è il ‘sangue dell’alleanza versato per tutti in remissione dei peccati’ (Mt 26,28). Matteo qui suggerisce che nella partecipazione alla vita di Gesù (il sangue nela mentalità semitica è simbolo della vita) si attua il perdono dei peccati e quindi il superamento di tuta la ritualità dei sacrifici che ruotava intorno al tempio di Gerusalemme.

Il terzo momento è al Getsemani: Gesù raffigurato come il giusto che subisce la prova è presentato nel suo stare in rapporto con la sua comunità: ‘andò con loro… presi con sé Pietro e i due figli di Zebedeo… disse loro: … vegliate con me’ (Mt 26,26-38). Con i suoi e in preghiera: Matteo insiste sulla preghiera di Gesù in questo momento ma i suoi non lo seguono e non gli stanno vicini nel suo pregare: l’hanno seguito ma non giungono a stare con lui fino alla fine: è fallimento della loro sequela. Proprio prima di essere arrestato Gesù parla di se stesso come pastore e annuncia la dispersione del gregge (Mt 26,31) riprendendo un testo di Zaccaria; ma indica anche un nuvo raduno, dopo la Pasqua, in Galilea. Sarà un inizio nuovo, un seguirlo che sarà diverso e nuovo.

Segue la scena dell’arresto: al centro è ancora Gesù nella sua attitudine di rifiuto radicale della violenza che ha contagiato anche i discepoli (Mt 26,51-54): contrapponendosi alla logica della spada invita a leggere le sue scelte come ‘compimento delle Scritture’, realizzazione di quel disegno di Dio di salvezza e di liberazione che in tutto il Primo Testamento si era svolto.

Matteo presenta poi il processo giudaico (Mt 26,57-68) mentre Pietro vive il rinnegamento di Gesù (Mt 26,69-75): è una sezione in cui compaiono una serie di titoli, segno della rivelazione di Gesù quale messia: ‘d’ora innanzi vedrete il Figlio dell’uomo seduto alla destra di Dio e venire sulle nubi dell’altissimo’ (Mt 26,64). E’ questa una parola che rinvia al testo di Daniele in cui si parla del messia come di una figura che verrà negli ultimi tempi, con funzione di giudice della storia e con una signoria nuova (Dan 7,13).

La sesta scena è il processo romano, davanti a Pilato, momento in cui si evidenzia la strumentalizzazione della folla di Gerusalemme, l’indifferenza di Pilato che si lava le mani e l’espressione di simpatia anche da parte pagana nell’intervento della moglie di Pilato (Mt 27,19) che presenta Gesù come ‘quel giusto’. A conclusione del processo ancora un nuovo passaggio di consegna: Pilato ‘lo consegnò ai soldati perché fosse crocifisso’ (Mt 27,26)

Al vertice della narrazione sta la crocifissione: Gesù è presentato nel suo essere vulnerabile: lo schernivano ‘ha salvato gli altri, non può salvare se stesso’ (Mt 27,42). Accetta la morte senza salvare se stesso: è lui qui che si consegna. Ma proprio il momento della morte è presentato come una rivelazione di Dio, una grandiosa teofania. L’utilizzo del linguaggio simbolico apocalittico sta ad indicare che quella morte è evento che segna e cambia la storia, coinvolge il cosmo e tutta l’umanità. C’è chi rifiuta Gesù, c’è chi si apre ad una nuova fede come il centurione pagano e tutta l’umanità è liberata: i morti escono dai sepolcri. Il salmo 22 pronunciato da Gesù sulla croce è la preghiera di un giusto sofferente, inerme che chiede di essere risparmiato dalla violenza e che abbandona la sua sorte a Dio, lascia a lui l’ultima parola e si apre alla lode dell’azione potente di Dio: ‘il regno è del Signore… e io vivrò per lui…’. La rivelazione della morte compie la teofania del momento del battesimo (cfr. Mt 3,13-17) e ‘accade la pasqua’. I capitoli della passione si chiudono con la sepoltura e la doppia ‘vigilanza’ di carattere diverso, davanti al sepolcro, quella delle donne (Mt 27,61) e quella – imposta dal potere – delle guardie (Mt 27,64-65).

Matteo presenta Gesù come il giusto che affida la sua vita al Padre e la dona a tutti: è messia che compie le Scritture nel ‘fare la pasqua con i suoi’.

DSCF3201Suggerisco solamente alcuni punti su cui riflettere oggi.

Nella vicenda di di Gesù e nella sua passione giocano un ruolo decisivo i diversi rappresentanti di poteri, quello civile e quello religioso che in modi diversi, con preoccupazioni e paure diverse convergono nel determinare la sua condanna. Il potere dei sacerdoti vedeva nella predicazione di Gesù una critica fondamentale al proprio sistema religioso, incapace ormai di lasciarsi mettere in crisi per la pretesa di avere le chiavi della Legge, la figura di Pilato evidenzia una politica preoccupata solamente di preservare il controllo e pronta ad inseguire in modo demagogico l’esigenza di sottomissione. Anche oggi forme diverse di potere, politico, economico e finanziario generano vittime e mantengono nella sottomissione. Ed ogni sistema religioso tende a costruirsi come potere che non apre a cammini di liberazione e non dà vita. Ascoltare la passione di Gesù è motivo per maturare scelte per resistere e liberarsi da tali poteri. E’ motivo per indirizzare la vita sulla via di colui che con il suo silenzio e la sua inermità si oppose a chi rifiutava la sua parola e la sua testimonianza di una vita donata sino alla fine.

I segni e le parole di Francesco vescovo di Roma offrono un nuovo respiro di semplicità, di lucidità nell’attenzione ai poveri, nell’essere solidali con loro. La sua durissima critica ad un sistema economico che genera iniquità ed è profondamente violento nel promuovere una cultura dello scarto, il suo sguardo a chi è escluso dal punto di vista sociale e culturale, la sua attenzione all’ambiente nell’ottica della giustizia hanno posto in primo piano le autentiche domande su cui l’umanità oggi decide il suo futuro. Le sue parole richiamano la priorità del vangelo come annuncio di liberazione per i poveri. Di qui tante lodi e segni di ammirazione per la sua dirittura e coerenza. Eppure di fronte a tante lodi c’è da chiedersi dov’erano questi elogiatori mentre tanti nel silenzio di un impegno quotidiano vivevano con fatica questi gesti e questa linea di impegno, cercando di costruire comunità capaci di confrontarsi con il vangelo e di vivere testimonianze controcorrente, tacciati di cedere al relativismo perché attenti alle persone e non alle strategie di influenza politica. Riascoltare la passione di Gesù è motivo per riflettere su come seguire Gesù che ha dato la sua vita, vissuta nel segno dell’ospitalità, della vicinanza ai poveri, di una condivisione aperta, della nonviolenza.

Il racconto della passione di Matteo ha una sottolineatura propria che sta nell’attenzione alla vita della comunità ecclesiale. E’ una comunità dove è compreso Isaraele, e che si allarga a comprendere tutti coloro che vivono una sequela nuova nei confronti di Gesù perché partecipano alla sua vita. C’è un versetto che genera difficotà laddove Matteo presenta una affermazione che egli attirbuisce a tutto il popolo di Gerusalemme: ‘il suo sangue ricada su di noi e sui nostri figli’ (Mt 27,25). Nel quadro della narrazione questo grido è l’esito dell’azione di Pilato che ha voluto lasciare ad altri ogni responsabilità per la morte di Gesù. Forse Matteo inserisce questa espressione a sottolineare una distanza che si fa progressiva a fine del I secolo tra la comunità cristiana e quella ebraica. Ma per essere letta in profondità questa affermazione va collegata alle parole dell’ultima cena: quel sangue, cioè la vita stessa di Gesù, non è versato per compiere del male, ma è versato solamente per un perdono da cui nessuno è tenuto fuori. L’unico Giusto diviene sorgente di vita per tutti, rivelazione del volto di Dio dono di amicizia per tutti. Veramente è Gesù l’unico giusto che genera la vita di una comunità nuova dove tutti sono accolti. Ne è segno la cena che è assemblea di peccatori, dove sono presenti coloro che abbandoneranno Gesù e colui che lo tradisce. Ma a tutti, alle moltitudini, Gesù offre la sua vita per aprire una storia nuova. Come far sì che l’eucaristia non sia assemblea che esclude e separa ma luogo della memoria pericolosa di Gesù che si offre e perdona nonostante il rifiuto? La testimonianza credente, la vita delle nostre comunità oggi dovrebbe scoprire e comunicare queste dimensioni di apertura, di dono e di speranza per tutti.

Di fronte alla violenza che penetra anche all’interno della comunità Matteo presenta il volto di Gesù che si oppone all’uso delle armi e della violenza. «Gesù disse: Rimetti la tua spada al suo posto» (Mt 26,52). E’ proposta sconvolgente di un amore mite che non può far uso di armi. La croce è uccisione di colui che fino alla fine rimane fedele nel dare la sua vita per gli altri, rifiutando ogni violenza. Il Dio di Gesù è il Dio che salva gli altri non salva se stesso. Matteo contrappone nella scena finale della passione una vigilanza armata delle guardie, colma di paura, e una vigilanza delle donne, carica di trepidazione, disarmata: ‘lì sedute di fronte alla tomba c’erano Maria di Magdala e l’altra Maria’ (Mt 27,61). Come entrare nel cammino delle donne che hanno saputo seguirlo sin dalla Galilea e sono già indicazione di uno stile di seguire Gesù che condurrà ad incontrarlo vivente, oltre la morte?

Nei giorni scorsi a Homs in Siria è stato ucciso da un gruppo armato il gesuita Frans Van der Gut di 76 anni, olandese psicoterapeuta, che da quando era iniziata la guerra non aveva mai pensato di lasciare il popolo con cui aveva condiviso cinquant’anni della sua vita: “Il popolo siriano mi ha dato così tanto, con tanta gentilezza – diceva – se adesso il popolo siriano soffre voglio condividere con loro il dolore e le difficoltà”. Di fronte alla violenza che imperversa anche oggi testimoni del crocifisso risorto sono piccole luci che con la loro capacità di gratitudine, vissuta nella vicinanza al capezzale di popoli che soffrono, continuano il racconto della passione e tengono viva la speranza della risurrezione.

Alessandro Cortesi op

27 Giotto - L'ingresso a Gerusalemme part(Giotto, affresco ingresso di Gesù a Gerusalemme (part.) Padova – Cappella degli Scrovegni)

Santa Famiglia di Gesù, Maria e Giuseppe – anno A – 2013

Sano-Di-Pietro-Flight-to-Egypt-2-Sir 3,2-14; Col 3,12-21; Mt 2,13-23
Tre parole possono guidarci tra le letture di questa domenica, dedicata alla santa Famiglia, per riflettere sul Natale, sul significato di questa memoria di una nascita che ci parla del farsi vicino di Dio nella nostra vita e per trovare alcune indicazioni per la vita di famiglie concrete nel nostro tempo. Viviamo il rischio di una idealizzazione della vita familiare, intesa spesso secondo modelli borghesi, senza attenzione ai cambiamenti, alle tensioni, alle fatiche della vita di famiglia che come ogni esperienza umana avverte le inquietudini e gli interrogativi del proprio tempo. La vita di famiglia è luogo in cui si concentrano i legami più profondi e insieme e talvolta in contrasto con questi le tensioni e le ferite più dolorose.

‘Figlio soccorri tuo padre nella vecchiaia, non contristarlo durante la sua vita…’
La prima lettura apre uno squarcio sul rapporto con i genitori e pone uno sguardo alla vecchiaia. Apre a cogliere la vita familiare come una rete di relazioni in cui sono poste insieme e vicine generazioni diverse. Una vita di legami in età diverse. Oggi più che in altri tempi viviamo la sfida ad accogliere persone di diverse età. Vi sono categorie di esclusi: i giovani che sono tenuti ai margini da una società che non lascia loro spazi per trovare modo di esprimersi nel lavoro e nel mettere a frutto le loro competenze e le loro speranza. E d’altra parte c’è anche una emarginazione degli anziani, considerati spesso un peso per una società in cui al primo posto sta la ricerca di efficienza e l’esigenza di rimanere inseriti nel mondo della velocità, della produttività, della prestanza fisica e intellettuale. ‘Onorare’, ‘soccorrere’, ‘essere pazienti’, i tre atteggiamenti espressi dalla pagina del Siracide, sono movimenti che riportano in direzione contraria rispetto ad un individualismo oggi pervasivo che intende i rapporti solamente in funzione del proprio interesse. Sono i movimenti di chi si sofferma davanti ai volti e riconosce l’importanza di ognuno, impostando il proprio passo su quello degli altri, di chi è più lento. Sono gli atteggiamenti di chi scopre che la vita di famiglia non è solo assecondare un proprio desiderio di avere persone per sé, con cui condividere la piacevolezza e la serenità ma è cammino fatto di tempo, in cui sono presenti fatiche e dolori, in cui maturare attenzione alla reale situazione di persone nei diversi momenti della loro esistenza. Oggi tanti si trovano a vivere l’impegno di accompagnare e assistere genitori e parenti anziani: spesso si pensa quest’esperienza come qualcosa che distoglie dagli impegni, dalla vita stessa di famiglia tutta proiettata in altre direzioni. Si può leggere questa situazione come una chiamata del nostro tempo. E’ luogo che riporta al senso profondo della vita come accompagnamento, in cui accogliere il dono di ogni età, la ricchezza di chi ha bisogno di essere aiutato. E non solo all’interno della propria cerchia nell’indifferenza verso gli altri, secondo quelle forme di tribalismo presenti laddove si intende la famiglia come piccola cerchia di difesa. Stare accanto ad un anziano, pazientare di fronte a chi perde la lucidità e la prontezza è esperienza che fa crescere insieme, ed educa soprattuto chi offre aiuto: gli fa scoprire la fragilità della vita umana, apre al senso profondo dell’essere uomini e donne bisognosi degli altri, legati insieme. Fa anche scoprire la sete più autentica di ogni vita che è sete di presenza e di affetto. Imparare ad onorare i volti, nella loro fragilità è prima indicazione per una vita di famiglia che non si chiude nell’egoismo familista, ma che scopre la famiglia come legame con chi è più debole.

‘sopra tutte queste cose rivestitevi della carità, che le unisce in modo perfetto…’
Questa espressione può essere pensata in riferimento innanzitutto alla vita quotidiana delle famiglie in cui ogni giorno è da riscoprire il senso del perdonare, del superare malintesi e freddezze, il ‘rivestirsi di tenerezza e di bontà’. Non è sempre facile soprattutto quando si vive il senso di una ferita, o un momento di stanchezza o quando è difficile comprendere gli altri nel momento che stanno vivendo. Ma è anche espressione che provoca le comunità cristiane, la chiesa ad essere testimone di quello sguardo di tenerezza e perdono che è stato lo sguardo di Gesù su ogni persona e situazione. Penso a cosa può significare oggi ‘rivestirsi di carità’ cioè ‘amore accogliente e gratuito’ verso tutte le forme nuove di famiglia che sono presenti nell’attuale contesto. Come poter dare oggi speranza e guardare con benevolenza i percorsi diversi del nostro tempo? Penso in particolare ai giovani che andrebbero aiutati e sorretti nella loro ricerca. Le esperienze delle convivenze oggi sempre più diffuse, se talvolta sono scorciatoie facili vissute nel disimpegno, spesso sono passaggi vissuti con fatica che dovrebbero trovare accompagnamento e incoraggiamento per aprirsi, secondo i tempi di ogni coppia, a maturazioni nuove e per essere accolti come provocazione all’autenticità dei rapporti. Penso poi a chi vive situazioni di matrimoni che hanno incontrato l’interruzione, la rottura e a chi ha ricostruito talvolta con fatica e non senza difficoltà nuovi legami. ‘Rivestirsi di carità’ significa innanzitutto non giudicare, non cadere in atteggiamenti di chi si ritiene giusto davanti agli altri, ma imparare a farsi prossimi di ogni cammino e solidali con le domande e le sofferenze. Nella chiesa si dovrebbero trovare modi per generare una accoglienza di tutti, la possibilità della riconciliazione ed ammissione ai sacramenti invitando alla responsabilità di coscienza di fronte al Signore. In questo periodo è possibile rispondere da parte di comunità al questionario inviato dal Papa sulla famiglia in vista di un prossimo Sinodo. Penso sia da auspicare che si trovino modi di riconoscimento e di benedizione di nuovi percorsi di famiglia anche dopo il venir meno di un primo matrimonio, laddove questi sono segnati da responsabilità e sincerità, riconoscendo in essi una chiamata del Signore. Vivere questa attenzione conduce a scoprirsi sempre più comunità di persone bisognose di salvezza, in cammino nel cercare di vivere un amore sincero, ma anche consapevoli del limite e della fragilità a cui siamo tutti esposti. Al cuore dell’atteggiamento di Gesù sta la tenerezza e la magnanimità, quella capacità di larghezza, di spazio del cuore capace di accoglienza: sta qui una sfida di testimonianza evangelica nel nostro tempo.

‘Alzati prendi con te il bambino e sua madre…’
La vicenda di Gesù è segnata da un ‘prendere con’. Gesù nasce in una famiglia che vive la condizione di chi deve fuggire, la condizione di esule. Certamente Matteo rilegge il percorso della famiglia di Nazaret come un ritornare sui passi del cammino di Israele, individuando così in Gesù l’Emmanuele, presenza di ‘Dio con noi’. Dio ha accompagnato il cammino di liberazione dall’Egitto: Gesù si fa solidale con il popolo dell’alleanza. Vive in prima persona il percorso dall’Egitto, subisce la minaccia e la violenza del grande re del suo tempo Erode prima poi Archelao. Gesù è il figlio come Israele: ‘Dall’Egitto ho chiamato mio figlio…’. Gesù nasce in una famiglia costretta a lasciare la propria casa. Il suo cammino è quello dei migranti di tutti i tempi, vittime di poteri che incutono paura e minacciano morte. Il volto di Dio che Gesù ci rivela è un Dio solidale con le vittime. E’ una provocazione per noi oggi a cogliere nel cammino di tante famiglie oggi esposte alla precarietà della lontananza e del vivere in paesi stranieri, una chiamata di Dio per noi che proviene dalla loro vita, dalla loro domande dalle loro attese. Infine un’ultima osservazione: la famiglia che Gesù desidera si allarga oltre i confini delle appartenenze di sangue e i vincoli familistici, è famiglia di discepole e discepoli che cercano il regno di Dio, è prospettiva di condivisione e ospitalità che si apre a legami nuovi e si fa solidale con chi famiglia non ce l’ha.

Alessandro Cortesi op

‘… perché per loro non c’era posto nell’alloggio…’

In questo giorno di Natale vorrei commentare alcune immagini che ci possono aiutare ad entrare nel significato di questa festa e accogliere la chiamata che essa racchiude per ognuno.
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La prima immagine è un quadro del 1600, di Georges de la Tour. mi pongo di fronte ad essa non con la competenza di uno storico dell’arte, ma cercando di coglierne alcuni elementi di interpretazione della fede, teologici. De la Tour è un pittore del ‘600 influenzato da Caravaggio, particolarmente attento alla contrapposizione di luci e ombre. E’ una adorazione dei pastori in cui i personaggi sono disposti in una scena che compone quasi un arco, divisi in due gruppi, sulla destra e sulla sinistra rispetto al centro costituito dal bambino sulla mangiatoia. A sinistra Maria, seduta, con un atteggiamento pensoso e attonito, in un vestito rosso, a destra Giuseppe con una candela tenuta con la mano destra mentre con l’altra protegge la fiamma. Al centro tre altri personaggi: sono i pastori che per primi sono giunti ad guardare il bambino, a rimanere stupiti e silenziosi davanti al sonno di questo neonato. Sono tre figure che si distanziano dalla iconografia tradizionale. Non ci sono aureole, né angeli, non ci sono elementi che fanno pensare ad una dimensione trascendente, ma c’è invece una rappresentazione di una quotidianità vicina. I loro volti sono ritratti di persone che potevano essere i contadini del tempo, e di un ambiente contemporaneo al pittore. Tutto è immerso in una luce che avvolge e genera contrasti. De la Tour rappresenta i pastori nelle fogge dei contadini della sua epoca ed evoca così la vita degli umili del suo tempo. A sinistra di Maria un pastore giovane, con pizzetto e baffi, con un tocco di raffinatezza nel vestito, il collare della camicia ricamato: lo sguardo è tutto preso verso il bambino, raffigurato al centro, disteso, addormentato, avvolto in fasce e adagiato sulla mangiatoia. Al centro un altro pastore, ripreso in un veloce movimento in cui sta portando la mano al cappello per toglierselo dinanzi al bambino, in un gesto antico di rispetto e gentilezza. E con l’altra mano regge un flauto. Il suo volto è attraversato da un sorriso lieve.
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L’atmosfera del dipinto è segnata da una dimensione intima, e conduce a percorrere il semicerchio di sguardi e volti segnati dalla luce e la linea delle mani dei personaggi. Una donna, una tra i pastori reca in mano un coccio coperto da un piatto; le sue mani reggono questo dono che sta portando forse al bambino, un po’ di latte o forse del cibo per i genitori. E alla sinistra Giuseppe: i suoi occhi sono scintillanti come piccole luci e sono tutti presi da uno stupore e da una gioia sobria che si esprime nel silenzio che avvolge la scena.
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Un momento di silenzio attorno al bambino. Non sono presenti gli elementi classici del presepe, non ci sono l’asino e il bue, ma solo un agnello. Un’indicazione che rinvia alla Pasqua di Gesù, agnello ferito e inerme di fronte ai suoi uccisori. E Gesù è presentato come deposto, in fasce, nel sonno di una morte che non rimane l’ultima parola della sua vita. Nel volto del neonato c’è già l’indicazione del crocifisso, di colui che ha vissuto la sua esistenza come dono per gli altri sino alla fine. Il suo volto è fonte di luce che non trova ostacolo in nessun elemento di ombra. ‘Veniva nel mondo la luce vera, quella che illumina ogni uomo’ (Gv 1,9). Il dipinto sembra accennare a questa luce che è presente in ogni uomo e donna, una luce da lasciar emergere nella vita, la luce della coscienza, la luce che guida a divenire umani e a seguire le ispirazioni più profonde della vita, in tutti: per i pastori questa luce è vivere l’accogliere e l’essere accolti. E Giuseppe trattenendo la candela tra le mani sembra rinviare al volto luminoso del bambino per cogliere una sorgente di luce. E’ luce che non è trattenuta: quasi allusione all’altra espressione del prologo di Giovanni “la luce splende nelle tenebre e le tenebre non l’hanno potuta trattenere” (Gv 1,5).

E’ questa un’immagine che ci riporta al senso del silenzio di fronte al Dio umanissimo che Gesù nella sua vita ha raccontato. Ci parla di luce che vince le tenebre, di uno sguardo al natale come rinvio all’intera vita umana di Gesù, alla sua croce e al suo essere agnello, testimone di nonviolenza di fronte alla vioenza del potere. Ci parla anche del dono: i primi a portare un dono sono i pastori. I tre pastori raffigurati portano tre doni. La donna reca del cibo, il pastore di sinistra porta un agnello, e quello al centro porta la musica del suo flauto. Sono tre doni che ricordano alcune dimensioni essenziali della vita umana. Ogni uomo e donna ha bisogno di cibo e nutrimento condiviso, ha bisogno di lavoro vissuto non nella concorrenza ma nella mitezza, e ha bisogno anche di bellezza, di gratuità, quella bellezza e gratuità espresse dala gioia e dalla musica. Abbiamo bisogno di nutrimento, di bellezza, di mitezza. Il dono che offrono a Gesù sono il sorriso e gli sguardi. Gesù è accolto dai poveri e si fa ritrovare da chi ha lo sguardo capace dello stupore dei poveri. C’è un messaggio allora da cogliere: questa luce che sgorga dal volto del bambino, il segno inerme di un volto di Dio che si fa incontrare dai piccoli e dai poveri, è luce che rende la vita umana e viene accolta da chi sa scoprire le dimensioni più quotidiane e profonde. Uomini e donne di ogni tempo, le persone normali, coloro che non contano nulla sono accolte in questa vivenda di luce che illumina i volti e vince le tenebre.

IMMIGRAZIONE: A LAMPEDUSA IN NOTTATA ALTRI 310 CLANDESTINI
Ma c’è una seconda serie di immagini che vorrei unire a queste: sono immagini questa volta contemporanee, dei nostri giorni. Sono le immagini dei naufraghi del 3 ottobre scorso a Lampedusa. Il 3 ottobre è stata la tragedia che ha portato all’attenzione un dramma che si va compiendo da anni e anni. Il Mediteraneo, il mare nostrum, è diventato il mare del rifiuto e della non accoglienza. A Lampedusa c’è un monumento, la porta dell’Europa, una porta aperta sul mare. Quella che dovrebbe essere una porta aperta è diventata una barriera. Lampedusa è diventato il simbolo di un mondo diviso in cui per qualcuno non c’è posto dove alloggiare e viene lasciato fuori. A Lampedusa la disponibilità e l’accoglienza degli abitanti di questa isola ha reso ancor più stridente il contrasto con politiche di respingimento e rifiuto.
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La luce che pervade il quadro di la Tour ci ricorda questa sfida per vivere con autenticità il Natale. Gesù nasce in una famiglia che cerca alloggio e si fa solidale con chi non ha luogo dove nascere ed essere accolto. Natale ci ricorda che Gesù è nato come profugo, in una situazione di chi non trovava alloggio e rifiutato nel momento di essere accolto. Nel naufragio di Lampedusa c’erano anche bambini appena nati e da poco una donna aveva partorito proprio in quella notte.
Lampedusa, le bare nell'hangar
Gesù è stato migrante ed è nato in una condizione di rifiuto. La sua vicenda ci dice che la luce della salvezza sta lì, in chi è rifiutato, non nei palazzi dei re. Questo ci ricorda il Natale. Il volto di Dio umanissimo si identifica con la vita di coloro che non hanno posto perché esclusi e tenuti ai margini. Eppure solo i poveri sono coloro che lo sanno accogliere. Natale ci dice che incontrare Gesù implica un divenire più umani, capaci di accoglienza e responsabilità capaci di divenire capaci di condivisione, poveri perché solidali con chi è tenuto fuori.
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E’ questa una tra le frontiere del nostro tempo: la frontiera non solo tra popoli dei Sud del mondo e quelli del Nord, ma tra l’accoglienza e il rifiuto, tra l’ospitalità e la chiusura egoista, tra la tranquillità dell’indifferenza e la ricerca di vie di convivenza solidale. E’ una frontiera che corre non solo nei confini geografici, ma attraversa le nostre città, i nostri incontri, l’interiorità. Celebrare il Natale è vivere il silenzio dinanzi alla domanda che proviene da chi lascia la propria terra, dai poveri in cerca di pane con cui Gesù si è identificato. Celebrare il Natale è aprire lo sguardo ad incontrare i volti di chi soffre, è entrare nella logica del dono e scoprire il dono dell’incontro come luogo di incontro con Dio.

Alessandro Cortesi op
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