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XXVI domenica tempo ordinario – anno B – 2018

IMG_0771Nm 11,25-29; Gc 5,1-6; Mc 9,38-48

Il libro dei Numeri nel racconto del cammino dell’Esodo si sofferma su un episodio particolare. Mosè si era scelto settanta uomini fra gli anziani di Israele perché lo aiutassero nel condurre il popolo d’Israele. Scelti per un compito di guida essi ricevono il dono dello spirito di profezia. “il Signore scese nella nube e parlò a Mosè: tolse parte dello spirito che era su di lui e lo pose sopra i settanta uomini anziani; quando lo spirito si fu posato su di loro, quelli profetizzarono, ma non lo fecero più in seguito”. Ma altri due di cui vengono indicati i nomi, Eldad e Medad, che non erano nel numero dei settanta, ricevono anch’essi il dono dello spirito e ‘si misero a profetizzare nell’accampamento’. Questo agire al di fuori dell’ordine stabilito suscita disorientamento e reazione. Giosuè si reca da Mosè per chiedere di impedirli, ma si sente rispondere: “Sei tu geloso per me? Fossero tutti profeti nel popolo del Signore e volesse il Signore porre su di loro il suo spirito!”.

Mosè sa leggere la libertà dello Spirito e indica l’atteggiamento da mantenere di fronte all’agire di Dio che va oltre gli schemi umani. “Fossero tutti profeti nel popolo del Signore”. Laddove c’è un dono di Dio si tratta di accoglierlo e riconoscerlo. Non si può racchiudere lo Spirito e soffocare la sua iniziativa con la pretesa di rinchiudere l’agire di Dio dentro programmi umani. Mosè chiede disponibilità per quanto lo Spirito liberamente suscita anche al di fuori di confini stabiliti. Il racconto indica anche la promessa che tutti siano profeti nel popolo del Signore: profeti, cioè testimoni e portatori della Parola. Mosè sa scorgere nella profezia di Eldad e Medad l’azione dello Spirito che soffia dove vuole e fa sorgere profeti, presenze che indicano la via di Dio.

Ai discepoli che riferiscono a Gesù: ‘maestro abbiamo visto uno che scacciava i demoni nel tuo nome e glielo abbiamo vietato, perché non era dei nostri’. Gesù dice “Chi non è contro di noi è per noi”. Anche i discepoli di Gesù non riconoscevano come ‘uno dei nostri’ uno che agiva attuando liberazione di chi era oppresso ed era al di fuori del gruppo dei ‘nostri’. Gesù li richiama ad avere un animo largo, a rimanere in ricerca per riconoscere i segni della presenza dello Spirito, ad essere aperti ad accogliere la sua iniziativa al di là di schemi di appartenenza. Andando oltre la divisione di chi è dei nostri in contrapposizione agli altri, gli estranei, gli stranieri: “non c’è nessuno che faccia un miracolo nel mio nome e subito possa parlare male di me: chi non è contro di noi è per noi”. Richiama a riconoscere, nel dialogo e nella compagnia, ogni seme di profezia presente nella storia.

La breve sentenza che segue indica che la vita al seguito di Cristo si riconosce non tanto da atti di religiosità e di culto, quanto piuttosto nell’impegno e nei gesti quotidiani dell’esistenza: “chiunque vi avrà dato da bere un bicchiere d’acqua nel mio nome, perché siete di Cristo, vi dico in verità che non perderà la sua ricompensa”. Ogni piccolo e quotidiano gesto di cura nei confronti di un altro, che è immagine di Dio, non andrà perduto. In ogni azione vissuta con gratuità è presente un raggio della vita di Dio che è dono e relazione di amore. Le chiamate dello Spirito giungono a noi nei gesti semplici di gratuità e cura. In essi è presente l’agire dello Spirito che diviene chiamata a riconoscere la sua presenza e ad assumere uno stile di vita secondo il vangelo.

Le parole di Gesù riportate poi da Marco riguardo allo scandalo (… se ti è motivo di scandalo) sono un forte invito a tagliare tutto ciò che può essere di impedimento e di inciampo (scandalo) nel cammino che Gesù chiede. E’ una esigenza che presenta una particolare radicalità. Rompere con ogni realtà di male e di peccato è richiesta per seguire Gesù e vivere questo cammino nell’attenzione agli altri, soprattutto ai piccoli.

Anche la lettera di Giacomo ha parole dure rivolte ai ricchi che opprimono il giusto: non si può vivere nel disinteresse per gli altri ma ogni tesoro diverrà ruggine se non è inteso secondo la logica della responsabilità e della condivisione per gli altri e con i poveri. Il grido dei poveri e degli sfruttati è ascoltato da Dio.

Alessandro Cortesi op

IMG_0707.JPGNoi e loro

Comunque era veramente come una persona normale, anche se era uno scheletro, poteva sembrare uno di Galirano o al massimo di Rutulano. Ma l’uomo aveva dovuto subito rimettersi la mano sugli occhi perché era accecato. Dovevano entrare in Comune, che era in piazza a parlare col sindaco. Da dove stavamo sentivamo i commenti delle persone. “sono più poveri di come eravamo noi” ha detto una signora con i vestiti da campagna, di fianco a noi. Non mi ricordavo chi era, anche se l’avevo vista tante volte (…) Zi’ Concetta portava un fico alla bocca, lo masticava e poi sputava la pelle. Scuoteva la testa. “E che è?’ Noi non eravamo così. Questi fanno schifo. (p.70)

Nel bel romanzo ‘E tu splendi’ di Giuseppe Catozzella (Feltrinelli 2018) sono particolarmente evocative le pagine che descrivono la scena in cui il gruppo degli stranieri, scoperti nascosti all’interno della torre normanna dove erano stati ospitati segretamente, entrano tremanti e impauriti nella piazza del paese, avvolti nei loro stracci: la folla dei paesani incuriositi sta a guardare e commenta l’impatto con coloro che sono presenze estranee e minacciose nella loro miseria.

Emerge la contrapposizione contro chi ‘non è dei nostri’. L’altro, colui che sta fuori la cerchia rassicurante e riconoscibile della comune appartenenza è visto come il nemico, come un pericolo da allontanare e da eliminare anche se inerme e senza forze: è qui individuabile la radice di ogni discriminazione ed esclusione, la paura che non si espone all’incontro e che non vuole affrontare la grande sfida dell’altro. Il volto del povero in particolare ricorda la condizione di ogni uomo e donna come creatura di bisogno e di appello.

Le voci degli abitanti del paese in cui Pietro, il bambino protagonista del romanzo, trascorre un’estate di scoperte, esperienze, incontri e memoria – Arigliana, cinquanta case di pietra e duecento abitanti – sono l’esempio della reazione di fronte agli altri, gli immigrati poveri. Questi sono percepiti come presenze estranee, diverse, non appartenenti al mondo dei ‘nostri’. Ma ‘i nostri’ nel racconto appaiono come popolazione  frammentata e segnata dallo sfruttamento e dall’imposizione dei pesi della corruzione e del malaffare, divisa tra dominatori e sfruttati, la maggior parte di essi costretti a sottostare a regole non scritte che li mantengono nell’impoverimento e nella dipendenza di schiavi. Gli stranieri provenienti dai luoghi della miseria e della guerra giungono inattesi, fanno insorgere scomode domande, e, in un clima di sospetto e rifiuto, vengono prima lasciati ai margini poi, immediatamente, usati e sfruttati. Ma proprio da loro sorgerà un barlume di speranza e di gioia in un paese segnato da un equilibrio dettato dal dominio dei più forti e dei più scaltri.

Eppure la loro presenza è tenuta a distanza. La paura la fa da padrona, quella paura espressa nelle parole: ‘noi non eravamo così’. Si percepisce la domanda che l’altro apre sulla propria esistenza, sull’identità di un ‘noi’ che proviene dalla condizione della povertà e continua anche a viverci, percependosi però lontano e diverso da quelli che si avvertono come miserandi e puzzolenti: “questi fanno schifo”.

La logica del noi contro di loro, genera così una avversione che impedisce di comprendere come proprio da quegli straccioni, usciti alla luce dopo settimane trascorse nel buio di un antro per nascondersi, può sgorgare la musica straordinaria che conduce a sognare in una notte di stelle un intero paese e accompagna a riscoprire la semplicità dello stare insieme. E da loro proverrà anche la spinta ad iniziare con entusiasmo un progetto nuovo in cui mettere insieme energie e braccia per collaborare nel costruire qualcosa di inedito, frutto di un’opera di tutti, non ‘noi’ contro di ‘loro’, ma ancora insieme, aprendosi alla novità imprevedibile e impossibile che sgorga dall’ascolto e dall’incontro.

Il romanzo tuttavia ricorda anche la distruzione nel fuoco di quel tentativo di costruire un ‘noi’ in cui riconoscersi ‘come gli altri’ e ‘insieme agli altri’ nella medesima ricerca di dignità, di lavoro, di gioia di stare insieme. Lo spettacolo devastante della distruzione richiama all’aridità del nostro presente e nel medesimo tempo alla forza della vita, che continua a celarsi nelle pieghe dell’esistenza, da scorgere con occhi di bambini, anche nella morte e nella delusione di sforzi falliti, e porta a ricordare ciò che fa divenire umani, che spinge a scorgere la fecondità di un modo nuovo di intendere l’incontro con l’altro.

Alessandro Cortesi op

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VI domenica di Pasqua – anno B – 2018

Versione 2At 10,1-48; 1Gv 4,7-10; Gv 15,9-17

“Pietro stava ancora dicendo queste cose, quando lo Spirito Santo scese sopra tutti coloro che ascoltavano il discorso. E i fedeli circoncisi, che erano venuti con Pietro, si meravigliarono che anche sopra i pagani si effondesse il dono dello Spirito Santo”

Non di conversione di Cornelio si tratta. Piuttosto di conversione di Pietro. Ed è provocazione anche per noi ad un cambiamento di orizzonte per il nostro credere.

Un racconto affascinante è situato nel libro degli Atti, là dove l’attenzione si focalizza sul cammino di Pietro: narra di un cambiamento e di un’apertura e respira di quell’aria nuova che entra da finestre spalancate. Dove soffia lo Spirito.

Tutto inizia con due visioni in due luoghi diversi. A Cesarea, Cornelio, ufficiale dell’esercito romano, uomo religioso è spinto ad inviare suoi uomini per invitare a casa sua un certo Simone. Anche Simone (Pietro) a Giaffa ha una visione: una grande tovaglia ripiena di ogni genere di cibi gli è presentata innanzi con tanti cibi: “Non devi considerare impuro quello che Dio ha dichiarato puro”. Mentre cercava di capire il significato di quel sogno – segno di una chiamata di Dio ad uscire dai suoi schemi religiosi – giungoro gli inviati da parte di Cornelio. Pietro accoglie, pur con qualche resistenza, l’invito e li fa entrare e li ospita. E’ lo Spirito che ha spinto Cornelio ed è lo Spirito che invia Pietro: ‘alzati e và con loro senza paura, perché li ho mandati io da te’. E’ lo Spirito che apre ad ospitare l’altro nella propria casa.

Così Pietro si reca a Cesarea ed entra nella casa di un pagano. Qui la sua vita si apre ad una scoperta nuova. Cornelio lo accoglie andandogli incontro. Pietro si lascia prendere dalla novità di Dio: in quell’esperienza d’incontro lo ha infatti accompagnato ad un nuovo modo di concepire la vita: non si deve evitare nessun uomo come impuro. In ogni volto che vive la ricerca e l’incontro c’è un messaggio di Dio stesso.

Pietro parla così di Gesù e lo Spirito scende. L’intera vicenda è guidata dallo Spirito. Negli incontri ordinari è all’opera lo Spirito santo, per vie non programmabili e non racchiudibili entro schemi prefissati. Discepolo è chi si mette in ascolto di ciò che lo Spirito suggerisce. Dio non fa preferenze, non genera esclusioni, il suo progetto non è quello di appartenenze religiose che tengono fuori.

L’episodio è così il racconto di due cambiamenti. C’è quello di Cornelio che scopre Gesù scorgendo nel suo cammino umano il dono di Dio, già presente nella sua ricerca e nella sua vita. E c’è quello di Pietro. La sua conversione è esempio di una chiamata continua per la chiesa stessa. Nell’andare incontro, nel dialogare, nel superare la distanza e la diffidenza, si può scoprire l’agire dello Spirito che sempre precede, spinge ad uscire, fa scoprire l’ospitalità da offrire e ricevere. L’annuncio del vangelo non può essere racchiuso entro confini di privilegi né in una religione fatta di prescrizioni e di decreti. Tra queste conversioni si situa il nostro cammino anche oggi.

‘Vi ho chiamati amici’. E’ l’ultima parola che Gesù lascia ai suoi. Quasi una definizione di cosa vorrebbe per la sua comunità: una comunità dove l’amicizia sia possibile, dono e quotidianità. L’amicizia è andare oltre i confini, uscire dai territori stabiliti, di appartenenze a gruppi, a popoli, a culture determinate, a religioni che si fanno sistemi che rinchiudono. Amicizia è parola che evoca percorsi aperti, un guardare gli altri non dal piedistallo di una pretesa superiorità, ma lo scendere da cavallo, da prestigio e potere per guardare negli occhi e riconoscersi specchiati nello sguardo dell’altro, inermi e partecipi del medesimo destino, con ele medesime domande nel cuore. Amicizia è non progettare una società di padroni e servi, ma relazioni in cui vi è riconoscimento e comprensione. Amico è parola che accoglie e costruisce intimità, conoscenza di chi comprende fragilità e fatiche. Gesù chiama i suoi con la parola impegnativa ‘amici’ e chiede loro di uscire dalla mentalità dei servi, per camminare nella libertà di chi si sa accolto.

Alessandro Cortesi op

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Amicizia

Una poesia di don Angelo Casati, a cocnlusione di una intensa meditazione sull’amicizia, è invito a scorgere i volti degli amici come terra sacra. Quei volti recano in se stessi anche un motivo per sperare, per procedere nel cammino. Amicizia è nostalgia presente nei cuori, ed è esperienza umana che fa intravedere luce. E’ come fessura attraverso cui passa ciò che pur rimane nascosto, dentro e sempre oltre. L’esperienza degli amici è racconto nella condivisione e nel tempo, dell’incontro con il maestro che chiamava i suoi ‘amici’. I volti degli amici non sono i volti noti e famosi, nemmeno possono essere quelli innumerevoli accumulati nelle reti ‘social’ dove ‘amicizia’ diventa parola svuotata e banale. Sono invece i volti familiari, quelli concreti, che attraversano il tempo della vita, che popolano le giornate ordinarie di chi fatica, ama, lavora e soffre, di chi si lascia abitare dai sentimenti dei semplici.

I volti degli amici
sono come Terra Promessa:
pochi metri
di zolla nera e feconda
che conosco palmo a palmo,
come il ramificarsi
delle vene su una mano.

I volti dei miei amici
sono come lo specchio del tempo.
Li interrogo in silenzio la sera:
negli occhi s’è fissata
e ancora vive, tutta,
l’avventura di un giorno:
ancora inseguono
scomode immagini,
come mozziconi
che nessuno osa spegnere
in ceneri di indifferenza.
Dilaga nella piega
degli occhi
la lotta dei disperati,
l’amore dei folli,
questo nostro sperare
contro ogni speranza.

Sui volti dei miei amici
ripercorro ogni giorno
il sentiero inquieto
delle nostre domande
senza risposta.

Unica certezza
-tra sabbie e deserti
di scelte provvisorie-
il Cristo Presenza e Assenza,
vicino come la carne
di uno sposo,
e atteso nella notte
con fiaccole
che faticano al vento
quasi fossero
sul punto di morire.

E noi, amici?
Noi chiamati
a rischiare la notte,
a decidere al buio
-quando fioca è la luce-
per un cammino o per l’altro.
Perché non parli, o Signore?

Nostra nuova condizione
è non sapere e sperare
contro ogni speranza.
Volti dei miei amici
volti senza presunzione,
immagine
della speranza dei folli.
Volti dei miei amici,
la terra del domani. 

(Angelo Casati)

XXXIV domenica tempo ordinario – anno A – Cristo re dell’universo – 2017

IMG_1506Ez 34,11-17; 1Cor 15,20-16,28; Mt 25,31-46

La grande scena del re che giudica tutti i popoli conclude il quinto grande discorso del vangelo di Matteo, il capitolo 25 centrato sui temi dell’attesa, della responsabilità nel tempo, del restare svegli. “quando il Figlio dell’uomo verrà…”: il Figlio dell’uomo è tratteggiato nel suo venire.

Figlio dell’uomo è figura evocata dal profeta Daniele (Dan 7). Dopo aver offerto un panorama della storia umana in cui gli imperi che avevano dominato sui popoli crollano uno dopo l’altro, alla fine dei tempi scorge il giungere di una figura proveniente da Dio ‘simile a figlio dell’uomo’. E si apre un giudizio. In Dan 7,13-14 questa figura riunisce i tratti di una figura singolare e collettiva. In altri scritti conosciuti ai tempi di Gesù (le parabole di Enoch 45-57, IV Esdra) questa figura era interpretata in senso singolare. Matteo riprende questo titolo applicandolo a Gesù: è Gesù il ‘figlio dell’uomo’. E’ il medesimo che ha pronunciato il discorso della montagna, ha chiamato a seguirlo annunciando il regno dei cieli, ha raccolto attorno a sé una comunità, ha chiesto di mettere al centro i piccoli e di perdonare. E’ lui che ha inviato i suoi apostoli a dare gratuitamente ciò che gratuitamente hanno ricevuto.

All’inizio del suo vangelo Matteo aveva evocato un ‘nuovo principio’, riprendendo con questo termine la prima parola della Bibbia: una nuova ‘genesi’ è letta con riferimento a Gesù. La nascita di Gesù si situa in una storia orientata ad un incontro. Per questo Matteo legge i gesti di Gesù quale compimento delle promesse di Dio. La sua vita è segno della fedeltà di Dio. L’ultima pagina del vangelo – prima del racconto della passione – conduce a scorgere l’esito di questa storia: quando il figlio dell’uomo verrà…

Nella figura del figlio dell’uomo Matteo quindi delinea il profilo di Gesù mettendo insieme un venire alla fine dei tempi e il suo venire vicino, il suo cammino terreno di giusto che subisce una ingiusta condanna. Nel processo davanti al sommo sacerdote che lo interroga (Mt 26,64) Gesù risponde: ‘vedrete il Figlio sedere alla destra della potenza e venire sulle nubi del cielo’. Per Matteo allora figlio dell’uomo non è solo qualcuno che viene alla fine, ma è il veniente è quel Gesù che è venuto e viene. Qui per Matteo sta la ‘nuova creazione’: il venire di Gesù apre un incontro una comunione che investe tutta l’umanità. C’è un riferimento ad un tempo lontano, ad un futuro, ma anche c’è l’evocazione di un venire immediato, sin d’ora. Matteo invita la sua comunità a scorgere sin dal presente un venire vicino di Gesù. Questo presente è legato alla fine della storia. Non ci sarà il buio dell’assenza ma un incontro. Il cammino di tutte le genti è diretto verso quel momento.

Nella grande scena del giudizio il re è presentato come il pastore che raduna le sue pecore. Secondo il modulo letterario del parallelismo e del contrasto tutto il brano è strutturato in una contrapposizione che intende dare risalto al messaggio dell’accoglienza. La seconda parte è tutta orientata ad evidenziare per contrasto quanto è detto nella prima parte: ‘venite benedetti del Padre mio, prendete possesso del regno preparato per voi sin dall’origine del mondo’. Già nel principio c’è una promessa e un sogno del Padre: il regno è riferimento per dire un progetto di incontro e comunione.

La fine della storia sarà una grande accoglienza, e la parola definitiva sarà di comunione ‘Venite’. E’ un incontro non fatto di parole ma vissuto concretamente negli incontri con chi ha avuto bisogno. Il giudizio si compie nel rapporto con gli altri. Gesù s’identifica con l’assetato, il senza dimora, il rifugiato senza mezzi di sostentamento, il malato, il carcerato. Ci sono tutti coloro che hanno vissuto la vita con attenzione all’altro, anche senza sapere che nei loro gesti e nelle loro scelte incontravano Gesù. La domanda stupita che essi rivolgono al re suona infatti: “Quando ti vedemmo affamato e ti demmo da mangiare o assetato e ti demmo da bere? Quando ti vedemmo pellegrino e ti ospitammo, nudo e ti coprimmo? Quando ti vedemmo infermo o in carcere e venimmo a trovarti?”

Il regno non è conseguenza di una appartenenza religiosa, ma ‘viene’ laddove si risponde alla chiamata del povero. Dare da mangiare, dare da bere, offrire un tetto e assistenza, accogliere chi sta ai margini, sono i gesti della cura e della vicinanza al povero. Sono gesti in cui scoprire la propria nudità di poveri accanto ad altri.

Il re invita a venire nel suo regno. E’ questa una provocazione alla comunità di coloro che desiderano seguire Gesù. Questa è formata da tutti coloro che vivono rapporti nuovi di riconoscimento dell’altro e di fraternità e sororità: è il ‘regno’ già iniziato.

E’ Gesù il veniente, che continua a venire nei più piccoli dei fratelli (e sorelle): “tutto quello che avete fatto a uno dei più piccoli di questi miei fratelli e sorelle l’avete fatto a me”.

Alessandro Cortesi op

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Poveri

L’11 settembre 1962 in uno dei discorsi preparatori del Concilio Vaticano II papa Giovanni XXIII pronunziò queste parole “la chiesa vuole essere la chiesa di tutti, ma soprattutto la chiesa dei poveri”. L’accento di questa espressione cadeva non sull’impegno a prendersi cura dei poveri, ma ad essere la chiesa ‘dei poveri’. Il fatto stesso di essere chiesa, raduno e assemblea, è a partire dalla scelta di Dio di farsi povero nella storia umana nel cammino di Gesù.

Il card. Giacomo Lercaro di Bologna, durante la prima fase dei lavori del Concilio, presentò la proposta di impostare i lavori attorno al mistero del Cristo povero, ma tale idea non ebbe seguito. Da allora questo accento non è stato più ripreso forse anche le radicali esigenze di revisione che poneva ad una chiesa che si doveva scoprire chiamata non ad inseguire mire terrene ma a testimoniare lo stile del vangelo.

E’ stato Francesco, vescovo di Roma proveniente dall’America latina segnata dall’opzione preferenziale per i poveri, a riportare al primo posto l’attenzione a tale questione come sfida fondamentale per vivere il vangelo oggi: una delle sue affermazioni forti è stata: “i poveri sono la carne di Cristo.” La povertà non è questione astratta ma si rende presente in volti concreti:

“Conosciamo la grande difficoltà che emerge nel mondo contemporaneo di poter identificare in maniera chiara la povertà. Eppure, essa ci interpella ogni giorno con i suoi mille volti segnati dal dolore, dall’emarginazione, dal sopruso, dalla violenza, dalle torture e dalla prigionia, dalla guerra, dalla privazione della libertà e della dignità, dall’ignoranza e dall’analfabetismo, dall’emergenza sanitaria e dalla mancanza di lavoro, dalle tratte e dalle schiavitù, dall’esilio e dalla miseria, dalla migrazione forzata”. (Messaggio di indizione della I giornata mondiale dei poveri)

“La povertà ha il volto di donne, di uomini e di bambini sfruttati per vili interessi, calpestati dalle logiche perverse del potere e del denaro. Quale elenco impietoso e mai completo si è costretti a comporre dinanzi alla povertà frutto dell’ingiustizia sociale, della miseria morale, dell’avidità di pochi e dell’indifferenza generalizzata! Ai nostri giorni, purtroppo, mentre emerge sempre più la ricchezza sfacciata che si accumula nelle mani di pochi privilegiati, e spesso si accompagna all’illegalità e allo sfruttamento offensivo della dignità umana, fa scandalo l’estendersi della povertà a grandi settori della società in tutto il mondo” (ibid.)

La mano tesa dei poveri è appello ad uscire da sicurezze e comodità che rendono la vita ripiegata in un egoismo senza gli altri, in una indifferenza senza cura, in una religiosità del culto separato dalla vita.

In un recente libro Giovanni Ferretti, professore emerito di filosofia teoretica dell’Università di Macerata (Il criterio misericordia – Sfide per la teologia e la prassi della Chiesa, ed. Queriniana 2017) sottolinea come la dimensione del fenomeno della povertà nel mondo globalizzato con il dominio dell’economia finanziaria esiga oggi una consapevolezza particolare e divenga sfida centrale per la fede cristiana. Esige infatti di “riflettere in forma nuova sulla natura dell’apporto del Vangelo alla salvezza integrale dell’uomo – di tutto l’uomo e di tutti gli uomini – fin da questa vita terrena e ad operare di conseguenza” (ibid. p.143). Per questo la proposta di papa Francesco “sta operando un importante spostamento nella considerazione delle sfide del mondo moderno contemporaneo: dal primato della sfida della ragione illuministica moderna e post-moderna, che ha impegnato la Chiesa per più di due secoli, al primato della sfida della povertà e della disumanità dilagante nel mondo” (ibid. p. 142).

E’ quanto viene affermato in Evangelii Gaudium dove è delineato un magistero proprio dei poveri a cui prestare ascolto proprio per vivere la fede: “Per questo desidero una Chiesa povera per i poveri. Essi hanno molto da insegnarci. Oltre a partecipare del sensus fidei, con le proprie sofferenze conoscono il Cristo sofferente. È necessario che tutti ci lasciamo evangelizzare da loro” (Evangelii Gaudium, 198).

Francesco sottolinea innanzitutto che la povertà è una chiamata anzitutto a seguire Cristo: è un cammino che apre a riconoscere il limite e a non cadere nelle diverse forme dell’idolatria.

“Non dimentichiamo che per i discepoli di Cristo la povertà è anzitutto una vocazione a seguire Gesù povero. È un cammino dietro a Lui e con Lui, un cammino che conduce alla beatitudine del Regno dei cieli. Povertà significa un cuore umile che sa accogliere la propria condizione di creatura limitata e peccatrice per superare la tentazione di onnipotenza, che illude di essere immortali. La povertà è un atteggiamento del cuore che impedisce di pensare al denaro, alla carriera, al lusso come obiettivo di vita e condizione per la felicità. E’ la povertà, piuttosto, che crea le condizioni per assumere liberamente le responsabilità personali e sociali, nonostante i propri limiti, confidando nella vicinanza di Dio e sostenuti dalla sua grazia. […] Facciamo nostro, pertanto, l’esempio di san Francesco, testimone della genuina povertà. Egli, proprio perché teneva fissi gli occhi su Cristo, seppe riconoscerlo e servirlo nei poveri” (Messaggio per la I giornata dei poveri).

“Se, pertanto, desideriamo offrire il nostro contributo efficace per il cambiamento della storia, generando vero sviluppo, è necessario che ascoltiamo il grido dei poveri e ci impegniamo a sollevarli dalla loro condizione di emarginazione. Nello stesso tempo, ai poveri che vivono nelle nostre città e nelle nostre comunità ricordo di non perdere il senso della povertà evangelica che portano impresso nella loro vita”. (Messaggio per la I giornata dei poveri)

La condizione di povertà è da combattere per eliminare situazioni che sono degradanti per le persone. Tuttavia proprio nell’incontro con chi è più segnato dalla fatica, dalle difficoltà e dalla fatica del vivere si dà un incontro che porta a cambiare la vita. E’ ciò che viene testimoniato da tanti che si sono lasciati coinvolgere nella vita dei poveri, ascoltando voci e incontrando sguardi (cfr. Luis Antonio Tagle, Ho imparato dagli ultimi. La mia vita, le mie speranze ed. Emi 2016). L’incontro con i poveri è esperienza che cambia non solo il modo di intendere la vita, ma conduce a scorgere il mistero di Cristo che da ricco si fece povero…

“Come, concretamente, possiamo allora piacere a Dio? Quando si vuole far piacere a una persona cara, ad esempio facendole un regalo, bisogna prima conoscerne i gusti, per evitare che il dono sia più gradito a chi lo fa che a chi lo riceve. Quando vogliamo offrire qualcosa al Signore, troviamo i suoi gusti nel Vangelo. Subito dopo il brano che abbiamo ascoltato oggi, Egli dice: «Tutto quello che avete fatto a uno solo di questi miei fratelli più piccoli, l’avete fatto a me» (Mt 25,40). Questi fratelli più piccoli, da Lui prediletti, sono l’affamato e l’ammalato, il forestiero e il carcerato, il povero e l’abbandonato, il sofferente senza aiuto e il bisognoso scartato. Sui loro volti possiamo immaginare impresso il suo volto; sulle loro labbra, anche se chiuse dal dolore, le sue parole: «Questo è il mio corpo» (Mt 26,26). Nel povero Gesù bussa al nostro cuore e, assetato, ci domanda amore.”[…] Lì, nei poveri, si manifesta la presenza di Gesù, che da ricco si è fatto povero (cfr 2 Cor 8,9). Per questo in loro, nella loro debolezza, c’è una “forza salvifica”. E se agli occhi del mondo hanno poco valore, sono loro che ci aprono la via al cielo, sono il nostro “passaporto per il paradiso”. Per noi è dovere evangelico prenderci cura di loro, che sono la nostra vera ricchezza, e farlo non solo dando pane, ma anche spezzando con loro il pane della Parola, di cui essi sono i più naturali destinatari. Amare il povero significa lottare contro tutte le povertà, spirituali e materiali.” (omelia nella Giornata mondiale dei poveri 19 novembre 2017)

Alessandro Cortesi op

XIII domenica tempo ordinario – anno A – 2017

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La pagina del ciclo di Eliseo nel libro dei Re è indicativa di una grande intuizione della fede d’Israele. Dio lo si incontra nella storia, Egli si fa vicino nel tessuto degli incontri umani.

Un’esperienza di accoglienza diviene così momento di rivelazione. Una donna di Sunem insieme al marito invita nella sua casa il profeta Eliseo che giunge alla loro porta come straniero. Da questo incontro sorge una novità sperata: quella coppia avrà un figlio. Atteso da tempo nascerà. L’invito a condividere la tavola rivolto ad uno straniero è occasione per scoprire un tratto del volto del Dio d’Israele. Lo straniero arrivato in modo imprevisto è un profeta e nell’incontro reca una fecondità ormai solo sperata. E’ la forza di vita che proviene dalla Parola di Dio. L’apertura all’ospitalità è spazio in cui Dio si rende presente generando vita nuova. Il figlio per la coppia di Sunem è segno del nuovo che può fiorire da un gesto di gratuità. Il volto di Dio che si rivela è quello di una presenza personale che cambia il destino della sterile e la rende madre ricca di figli.

L’accoglienza del forestiero costituisce una memoria vivente per Israele della propria storia: Israele è stato schiavo in Egitto e ha sperimentato l’oppressione dello straniero. “Tu amerai il forestiero come te stesso perché anche voi siete stati forestieri in Egitto” (Lev 19,34). Questa parola ricorda la condizione storica degli israeliti e la condizione di tutti gli umani: pellegrini, in viaggio, bisognosi di rifugio e di protezione. L’accoglienza è anche traccia del volto di Dio che si fa vicino nella domanda dello straniero. Nel volto di chi si accoglie si cela la presenza del Dio altro e in cammino.

Gesù indica ai suoi che anche il più piccolo gesto di accoglienza non va perduto: “chi avrà dato anche un solo bicchiere di acqua fresca a uno di questi piccoli, perché è mio discepolo, non perderà la sua ricompensa”.

Chi è discepolo di Gesù? sono tutti coloro che mettono in pratica e attuano il suo stile di convivialità di condivisione anche se non fanno professione di fede e non appartengono alle chiese. Sono tuti coloro che lo seguono perché orientati da quella luce che illumina ogni persona, la luce del concepire la vita orientata all’altro.

Nel vangelo di Matteo nella grande immagine del giudizio finale Gesù parla della sorpresa nell’incontro con lui: tutta la vita sarà posta in luce nei gesti vissuti nei confronti di chi ha fame, sete, di chi è malato, prigioniero, straniero: ‘Ero forestiero e mi avete ospitato’ (Mt 25,44-45): ‘ogni volta che avete fatto queste cose ad uno dei miei fratelli più piccoli l’avete fatta a me’.

Vivere l’accoglienza rinvia alla questione radicale del nostro rapporto con Dio. Questa si attua non in un aldilà lontano me nell’aldiqua vicino e nei percorsi della vita umana. Nel rapportarsi all’altro si può scoprire il volto di Dio che chiama ad intendere la vita nei termini di comunione: “Perseverate nell’amore fraterno. Non dimenticate l’ospitalità: alcuni, praticandola, hanno accolto degli angeli senza saperlo” (Eb 13,2)

Alessandro Cortesi op

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Accoglienza nel tempo delle migrazioni

Un recente documento dal titolo Migranti segno di Dio che parla alla Chiesa dei vescovi della Liguria affronta in modo chiaro il tema delle migrazioni e scorge come questo sia un segno di Dio che parla alla chiesa provocando ad una risposta evangelica. Il titolo appare indicativo di un percorso in cui si rinvia ai segni di Dio da leggere nella storia con fatica di analisi e con attenzione ai percorsi dell’umanità.

Esso intende offrire una riflessione per leggere cause del fenomeno con apertura al confronto con tutti coloro che guardano al futuro della famiglia umana e con particolare provocazione ai credenti a scorgere nei migranti un segno di Dio da ascoltare.

In una prima parte sono offerte alcune linee per una lettura del fenomeno: sono sottolineate le responsabilità dell’occidente e dei paesi ricchi del pianeta a fronte dei flussi migratori: “Il Sud del mondo vive gravissimi problemi che sono la conseguenza di politiche economiche e di strategie geopolitiche che altro non sono che giochi di potere, pagati a caro prezzo soprattutto dai poveri” (n.6). “Il primo passo che siamo chiamati a compiere è quello che ci porta dentro le ragioni che spingono enormi masse di persone ad abbandonare il proprio paese” (n.8).

Sono ricordate le cause e immediate ma viene anche fatto riferimento alle cause storiche che oggi sono oggetto di un processo di oblio derivante da non considerazione della lettura storica. Viene qui ripresa una idea cara a papa Francesco che parla di un debito da considerare tra Nord e Sud del mondo non solo di tipo storico sociale economico ma anche ecologico (discorso ai movimenti popolari 2-5 nov 2016). Questa analisi implica un rovesciamento di prospettiva. I popoli sfruttati non sono debitori ma risultano creditori da parte del Nord. L’accaparramento delle terre e dell’acqua genera una inequità che tocca non solo la vita degli individui ma di interi popoli. La presenza di una guerra strisciante in molte aree del mondo e il meccanismo del debito sono altrettanti fattori da tenere presenti insieme allo sviluppo smoderato della finanza, prima causa della mancanza dei lavoro.

Al n. 16 si può altresì leggere una chiara denuncia del commercio di armi e delle responsabilità del nostro paese cui la spesa per gli armamenti negli ultimi anni è aumentata in modo sconcertante: “In stretto collegamento con i problemi sopra indicati, non si può non denunciare la persistente vergogna del commercio delle armi, mercato florido per il Nord del mondo, tragedia per i popoli del Sud del mondo. L’Italia figura tra i primi cinque fornitori di armi in Europa occidentale”.

Così vengono indicate prospettive chiare nell’individuazione di finalità: “l’obiettivo che si intende perseguire è quello dell’inserimento dei rifugiati nei nostri paesi, come vere risorse umane e culturali. Non si tratta di uno scontro di civiltà, ma dell’ennesima sfida a trasformare il perenne migrare dei popoli avvenuto nei secoli in una opportunità di crescita per tutti. Questa è la scelta di civiltà da compiere” (n.22).

Il documento è molto chiaro su altri aspetti, ad esempio indica la necessità di “superare la distinzione di trattamento tra profughi politici e profughi economici. A questi vanno ormai aggiunti anche i profughi climatici, una delle categorie destinate, nell’immediato futuro, a crescere a dismisura”. E viene anche in modo chiaro espresso l’obiettivo di cambiare la legislazione attuale si per non criminalizzare la condizione di migrante sia per riconoscere il diritto dello ius soli e dello ius culturae come base per il riconoscimento di cittadinanza che genera condivisine e corresponsabilità: suggerisce di “superare l’attuale legislazione che trasforma circa la metà dei migranti arrivati in ‘clandestini’. Una legge che, per un verso, chiede di accogliere richiedenti protezione internazionale e 
migranti, di dar loro assistenza, istruzione, mezzi per comunicare con i familiari rimasti in Patria, avviare un percorso di integrazione sociale, ma che, per altro verso, dopo un tempo medio (nella Regione Liguria è pari a circa due anni) costringe, di fatto, a metterli in strada, senza più alcuna assistenza” (…) Per questo indica l’urgenza di “giungere in tempi certi e brevi ad una legislazione che sancisca il diritto di cittadinanza a quanti hanno portato a compimento un verificabile percorso di integrazione (si pensi, ad es., ai minori nati in Italia) e facilitandolo per quanti desiderano intraprenderlo. Insieme a questo diritto, deve essere definito e ribadito il dovere di collaborare, proprio perché cittadini, allo sviluppo del Paese in cui si viene accolti rispettandone la cultura e le leggi”.

E’ indicata la via dei corridoi umanitari per tutelare le vite umane di coloro che affrontano i percorsi delle migrazioni. E’ altresì indicata la centralità dell’accoglienza nella prospettiva futura per l’Europa: “Il futuro dell’Europa passa anche attraverso la capacità di diventare una realtà sociale che vive l’accoglienza, favorisce l’integrazione e regola secondo giustizia i rapporti politici, economici e sociali tra paesi europei e paesi del Sud del mondo”(n. 22g).

Accogliere i migranti nello stile della compassione è riferimento a Gesù per i credenti in lui ma è questione che tocca il divenire umani e che apre ad un camino condiviso di umanità: “provare compassione” come Gesù buon samaritano (cfr. Lc 10,33): non è un generico sentimento di pietà ma un entrare, a pieno titolo, nel problema che l’altro vive, condividendolo e facendosene carico” (n.25).

“Scegliere di accogliere e farlo nel modo opportuno non è solo una urgenza morale, ma cambia la prospettiva del nostro modo di pensarci come Chiesa. Come cristiani siamo chiamati ad un radicale atteggiamento di disponibilità all’accoglienza” (n.32).

Un documento da leggere e su cui basare orientamenti di azione proprio in controtendenza a orientamenti diffusi oggi e diffusi con facili slogan che intendono affrontare il fenomeno epocale delle migrazioni da terre di povertà e ingiustizia nei termini della paura, della chiusura, e dell’esclusione. “Non dimenticate l’ospitalità: alcuni, praticandola, hanno accolto degli angeli senza saperlo” (Eb 13,2).

Alessandro Cortesi op

III domenica di Pasqua – anno A – 2017

(He Qi – Emmaus)

At 2,14.22-33; 1Pt 1,17-21; Lc 24,13-35

“Questo Gesù Dio l’ha risuscitato e noi tutti ne siamo testimoni. Innalzato pertanto alla destra di Dio e dopo aver ricevuto dal Padre lo Spirito Santo lo ha effuso come voi stessi potete vedere e udire”

Nel discorso di Pietro a pentecoste, si specchiano alcuni tratti della prima predicazione cristiana. Pietro parla di Gesù come uomo che nel suo agire diceva la presenza di Dio. I suoi segni sono indicazione e traccia.

E poi parla della sua risurrezione come evento che compie un grande disegno di salvezza. I salmi ne avevano parlato, e ricorda le parole di fede del salmo 16. Davide – dice Pietro – morì e fu sepolto e la sua tomba è ancora oggi tra noi’. Dio, il Padre, invece ha costituito Signore Cristo il Gesù crocifisso. Pietro legge così l’annuncio della risurrezione di Gesù nei salmi di Davide dove si legge: ‘questi non fu abbandonato negli inferi, né la sua carne vide corruzione’ (cfr. Sal 16,10).

La vita di Gesù è così presentata innalzamento. Dio Padre che ha costituito Gesù ‘signore’ dando a lui le prerogative della vita divina. Come il re quando veniva accolto sul trono: ‘Disse il Signore al mio Signore, siedi alla mia destra, finché io ponga i miei nemici come sgabello ai tuoi piedi’. E’ quindi Gesù il ‘signore’ di cui parla il salmo 110 e il ‘messia’ che parla nel salmo 16.

Le parole finali del salmo sono così riferite a Gesù: ‘tu non abbandonerai l’anima mia negli inferi né permetterai che il tuo santo veda la corruzione. Mi hai fatto conoscere le vie della vita mi colmerai di gioia con la tua presenza’. Gesù è stato innalzato in questi ultimi tempi (con riferimento a Gioele 3,1-5) e ha avuto un nome che è il nome stesso di Dio: ‘Signore’. Chiunque invocherà quel ‘nome’ sarà salvato.

Il racconto dell’incontro di Emmaus è una bellissima pagina di Luca, una catechesi che risponde alla domanda: come incontrare Gesù risorto? La strada da Gerusalemme a Emmaus è simbolo del cammino dei discepoli e della comunità in cui l’incontro con Cristo si rinnova. Luca indica così ‘luoghi’ in cui egli si fa vicino a noi.

I due di Emmaus sono fissati mentre si stanno allontanando da Gerusalemme. I loro sentimenti sono di desolazione e delusione. Nel cuore hanno solo fallimento e desiderio di prendere le distanze. Ma nel parlare e discorrere tra loro uno sconosciuto si affianca. Luca suggerisce che uno dei primi luoghi d’incontro col Risorto è proprio il dialogo, anche quello fatto di domande e di sconforto, e l’incontro con lo straniero, l’altro.

I due discepoli sono provocati dagli interrogativi dello straniero e ritornano ai giorni di Gerusalemme. Sono accompagnati a ricomporre passo dopo passo tutti i tasselli di un mosaico di eventi di cui sono stati protagonisti.

Luca descrive con parole lievi lo stile del farsi accanto di Gesù, la sua pazienza nel domandare, la sua cura nel suscitare un percorso personale e condiviso. I due erano tristi, ma colloquiavano e si confrontavano insieme sui fatti accaduti: Gesù pone domande, accompagna ad andare al fondo del loro dolore, non offre risposte facili. Non li rimprovera.

Come pellegrino che cammina insieme, si fa aiuto, dal basso, nella condivisione, per ricomporre il quadro della loro esperienza. I due hanno tutti gli elementi, ma non sono in grado di leggere i segni. I loro occhi erano incapaci di riconoscere Gesù che camminava con loro, così il loro sguardo era incapace di leggere dentro agli eventi vissuti. ‘tu solo dei così forestiero in Gerusalemme da non sapere ciò che vi è accaduto in questi giorni?’

Lo sconosciuto porta i due a scoprirsi essi stessi forestieri e li conduce anche ad una ricerca più profonda. Al centro della narrazione sta la testimonianza delle donne: ‘ma alcune donne, delle nostre, ci hanno sconvolti; recatesi al mattino al sepolcro e non avendo trovato il suo corpo, sono venute a dirci di avere avuto una visione di angeli, i quali affermano che egli è vivo’. I due si rendono così testimoni della risurrezione. egli è il vivente e ha vinto la morte. Ma è un riferire freddo senza partecipazione del cuore e della vita.

Gesù li accompagna allora a rileggere le Scritture. Indica un luogo d’incontro con la sua presenza come vivente. Poi cede al loro invito mentre si fa buio: ‘resta con noi perché si fa sera’. Si ferma e nella locanda, a tavola, spezza il pane per mangiare con loro. Allora ai due si aprono gli occhi: quel gesto, un gesto di tutti i giorni, vissuto insieme rinvia al gesto dell’ultima sera con Gesù. E’ il gesto simbolo della sua vita. I due di Emmaus si aprono ad un vedere nuovo, il vedere della fede.

Non vi sono stati miracoli: hanno appreso scorgere i segni. In quel gesto c’è anche il riferimento alla possibilità di incontrare il risorto in ogni gesto dello spezzare il ‘pane della propria esistenza’. Lì si rende presente e si fa ‘vedere’ Gesù risorto. I due poi si recano dagli altri e lì scoprono che Gesù è possibile incontrarlo proprio lì, da dove si erano allontanati delusi. ‘davvero il Signore è risorto e si è fatto vedere’ non è più parola vuota ma esperienza possibile.

Alessandro Cortesi op

La profezia di un maestro

Ci sono maestri che sono tali non per l’accumulo di titoli o di riconoscimenti, e nemmeno perché hanno occupato posti di ruolo, ma perché le loro parole seminate sono state accompagnamento di esistenza, i loro gesti recano lo spessore delle scelte faticose e maturate. E la loro vita è eredità che si consegna accendendo fuochi e aprendo strade nei cuori di chi li ha incontrati.

In questi giorni il coro de I crodaioli di Bepi De Marzi insieme al coro Monte Pizzo a Lizzano Belvedere nella manifestazione Lizzano è In…Canto (22 aprile 2017) hanno ricordato la figura di un maestro, il ‘capitano con gli occhi da bambino’, il capitano Toni, Antonio Giuriolo.

Originario della provincia di Vicenza, nato ad Arzignano nel 1912, il capitano Toni è stato ucciso in un scontro tra le truppe tedesche e la sua formazione partigiana il 12 dicembre 1944 sulle pendici dell’Appennino emiliano nel versante bolognese del Corno alle Scale, dopo che nei mesi del 1944 aveva contribuito alla liberazione di vari paesi della montagna.

Nato ad Arzignano aveva condotto i suoi studi a Vicenza al liceo Pigafetta e si era poi laureato in lettere a Padova nel 1935, in anni in cui il peso della propaganda fascista e la violenza del regime si faceva pesantemente sentire anche nella sua famiglia. Rifiutò la tessera del regime fascista e condusse attività di insegnante in modo precario. Fu a contatto con Norberto Bobbio, poi con Aldo Capitini leggendo i suoi testi e condividendo gli orientamenti di nonviolenza e pace.

Maturò la scelta di salire in montagna dopo l’8 settembre 1943, quando si pose la necessità di una scelta tra l’indifferenza, il silenzio di adesione al fascismo e l’accettazione di essere arruolati nella Repubblica di Salò, e la scelta alternativa di battersi per porre fine al fascismo, condividendo la lotta partigiana. Morì sull’Appennino, mentre guidava operazioni di resistenza contro l’esercito tedesco, colpito sul Belvedere sotto il Corno alle Scale. Il suo ricordo unisce la pianura veneta e le valli dell’Appennino e il suo nome rimane inciso nel cippo al Belvedere, nelle scuole a lui intitolate ad Arzignano, Vicenza e a Porretta, così come nel rifugio nelle Piccole Dolomiti a Campogrosso.

Norberto Bobbio lo ricordò a Vicenza alla Biblioteca Bertoliana, luogo dei suoi studi, il 26 settembre 1948: “Toni Giuriolo fu un nobilissimo esempio di educatore senza cattedra; e siete voi stessi, giovani amici di lui, che lo avete così definito e consegnato alla storia della vostra vita spirituale come il maestro che vi ha educati non nell’aula, ma per le strade della vostra Vicenza, per i sentieri delle vostre campagne, camminando, discorrendo, discutendo, e vi ha insegnato più di tutti i maestri della scuola, anche di quella universitaria (…)

E così continuava: “Se ora dovessi racchiudere in una formula il significato della sua vita, direi che egli rappresentò l’incarnazione più perfetta che mai io abbia vista realizzata in un giovane della nostra generazione dell’unione di cultura e di vita morale” (N. Bobbio, L’uomo e il partigiano, in Per Antonio Giuriolo. Scritti di Antonio Barolini, Norberto Bobbio, Enzo Enriques Agnoletti, Luigi Meneghello, Vicenza 1966).

Un ritratto della sua vita con la profondità della memoria sofferta e personale è quello uscito dalla penna di Luigi Meneghello, nel racconto dell’esperienza del gruppo dei giovani che prima negli anni universitari e poi al tempo della guerra si unì a lui salendo sulle montagne per vivere in quella scelta il rifiuto della dittatura fascista e per aprire strade nuove di libertà. Il libro che è puntuale ricostruzione storica, scritto e riscritto, e sofferta testimonianza s’intitola I piccoli maestri (1 edizione 1964). Un libro che cerca di “esprimere un modo di vedere la Resistenza che differisce radicalmente da quello divulgato (e non penso solo ai discorsi e alle celebrazioni) – e cioè in chiave anti-eroica” (L.Meneghello, I piccoli maestri, nota alla II^ edizione, 1976).

Meneghello ne suggerisce la forza interiore che si comunicava nell’incontro: “non era solo un uomo più autorevole, dieci anni più vecchio di noi; era un anello della catena apostolica, quasi un uomo santo” (da I piccoli maestri). Un ‘eroe senza gesti’ – come lo definì Bobbio – un ‘uomo santo’, anche un ‘oppositore totale’ capace di andare contro la corrente nell’atmosfera di un orientamento comune e pervasivo nella società vicentina del tempo del ventennio fascista da cui era difficile staccarsi, capace di autonomia di riflessione e di coerenza nelle scelte di vita. (Cfr. E.Pellegrini, Un oppositore totale. Immagini di Antonio Giuriolo nell’opera di Luigi Meneghello)

“’L’Italia vera, dicevo a Lelio nelle secche del nostro esilio militare è rinchiusa nell’animo degli oppositori totali, come Giuriolo. E’ uno di Vicenza, avrà trent’anni; è un professore, ma non fa scuola perché non ha voluto prendere la tessera’. ‘Credevo che non ce ne fossero più’, diceva Lelio. ‘C’è lui’, dicevo io. ‘E si può dire che noi siamo suoi discepoli’. ‘Cosa vuoi discepolare?’, diceva Lelio; ma io gli spiegavo che chi frequentava Toni Giuriolo diventava fatalmente suo discepolo, e in fondo anche chi frequentava i suoi discepoli. ‘Ormai sei un discepolo anche tu’, gli dicevo. ‘Quanti ce n’è di questi discepoli?’. ‘Saremo una dozzina’. ‘Come quelli di Cristo’. ‘Quelli erano gli apostoli’” (da I piccoli maestri).

In Fiori italiani, libro che racconta il tipo di educazione impartita al tempo del fascismo, Luigi Meneghello ricorda il momento della nascita di quel libro: “Ho pensato per la prima volta in confuso a questo libro nell’estate del 1944 sdraiato per terra all’imboccatura di una grotta in Valsugana, guardando le coste del Grappa lì di fronte. (…) Che cos’è un’educazione? Avevo il senso di sapere soltanto il negativo della risposta, che cos’è una diseducazione”. Ricorda l’impatto decisivo con Antonio Giuriolo come presenza che invitava a pensare :“Per la prima volta gli pareva di pensare, e si sentiva pensare. Se in principio gli avrebbe fatto spavento e ribrezzo l’idea di poter diventare “antifascista”, ora quel sentimento s’invertiva, e alla fine sarebbe inorridito di essere ancora fascista. Fu un processo esaltante e lacerante insieme: un po’ come venire in vita, e nello stesso tempo morire”.

Il capitano Toni aveva la statura propria del maestro: “l’influenza di Antonio, pur avendo per oggetto la mente dei suoi discepoli, investiva tutta la loro personalità e la cambiava…” (da Fiori italiani).

E suggerisce la concretezza quale caratteristica dell’ insegnamento del maestro antifascista, che gli aveva aperto mente e cuore e che si potrebbe anche indicare come capacità di unire finezza intellettuale con attenzione ad un impegno di responsabilità etica: “Spiccavano certi tratti di metodo. Anzitutto la concretezza. Antonio si rivolgeva sempre a una persona precisa: questo libro, questo passo, questo concetto. Additava, citava (non a memoria come un retore, ma aprendo e cercando); brani segnati a matita, sottolineati. (…) Antonio non pareva certo un raffinato del gusto, pure nelle sue interpretazioni c’era una sorprendente finezza, che armonizzava col suo modo di sentire energico e virile. Il punto d’arrivo non era estetico, ma morale”.

Il suo essere maestro non nella scuola ma sulla strada, nella quotidianità, suscitava in chi gli stava accanto la percezione di qualcosa di profondo e inedito che accadeva nell’incontro. Ancora Luigi Meneghello dà voce ai sentimenti dei giovani che furono a contatto con il capitano Toni: “L’incontro con lui ci è sempre parso la cosa più importante che ci sia capitata nella vita: fu la svolta decisiva della nostra storia personale, e inoltre (con un drammatico effetto di rovesciamento) la conclusione della nostra educazione… L’impronta che ha lasciato in noi è dello stesso stampo di quella che lasciano le esperienze che condizionano per sempre il nostro modo di pensare, di vivere e, se scriviamo, di scrivere” (da Fiori italiani).

Da dove proveniva questa forza? Bobbio nella commemorazione del 1948 riporta un brano da una sua lettera: “Non basta occuparsi del proprio perfezionamento individuale; bisogna dare anche il proprio contributo, per quanto modesto esso sia, all’umanità…: l’uomo di cultura non può starsene appartato, deve assumersi degli impegni nella società degli uomini, deve sentire la grande responsabilità che grava sulle sue spalle: difendere e custodire quello senza cui né cultura né moralità possono vivere: la libertà” (N. Bobbio, L’uomo e il partigiano, 24).

Il capitano Toni è stato maestro, capace di passare una corrente di vita, di testimonianza ad altri piccoli maestri.

Il canto dei cori alpini nella valle di Lizzano in questi giorni che ricordano la liberazione è soffio che ci riporta questa eredità di piccoli grandi maestri, e ci chiede di farla nostra. Anche oggi nella responsabilità e nel coinvolgimento del cammino è possibile aprire nuovi percorsi di libertà.

Alessandro Cortesi op

Per approfondire:

Antonio Trentin, Toni Giuriolo. Un maestro di libertà, Sommacampagna, Cierre-Istrevi, 2012.

Antonio Giuriolo, Pensare la libertà. I quaderni di Antonio Giuriolo, a cura di Renato Camurri, Venezia, Marsilio 2016.

Piero Casentini «Il maestro di S., mio, e dei nostri compagni». Note da un taccuino di Antonio Giuriolo, in http://storiamestre.it/2016/11/il-maestro-di-s/

XXIV domenica tempo ordinario anno C – 2016

img_1696(santo Domingo de Silos – chiostro – Emmaus part.)

Es 32,7-11.13-14; 1Tim 1,12-17; Lc 15,1-32

“Si avvicinavano a lui tutti i pubblicani e i peccatori per ascoltarlo. I farisei e gli scribi mormoravano: Costui riceve i peccatori e mangia con loro”. Farisei e scribi mormorano come Israele nel deserto. Mormorare è il lamento di chi preferisce la sicurezza di una schiavitù che rassicura al camminare nella libertà a cui Dio apre. Altri invece ‘si avvicinavano per ascoltarlo’. Farsi vicini nell’ascolto è il tratto di chi vive la vita come ricerca di libertà. Nel vangelo di Luca è questa la caratteristica del discepolo. Mentre Gesù condivide il pasto con gli esclusi, proprio loro, irregolari dal punto di vista sociale e religioso, sono i più disponibili ad ascoltare.

Gesù risponde al mormorare dei farisei con tre parabole. Tre storie tratte dalla quotidianità, che rinviano al volto di Dio. Con queste parole Gesù esprime il significato del suo agire. Nei suoi gesti c’è una pretesa ed un invito: Dio agisce come qualcuno che accoglie senza condizioni, al di là dei confini di esclusione. Gesù sta con chi è lasciato fuori, considerato escluso, condivide la loro sofferenza. Le parabole parlano di un pastore che va in cerca della pecora perduta, di una donna che cerca una moneta nella sua casa e di un padre che accoglie i figli allontanati. Tutte parlano di una perdita, di una attesa e ricerca e di un ritrovamento. Sono racconto di un volto di Dio che sperimenta una perdita ed una ricerca. Per chi si pone alla ricerca quanto è perduto vale più di tutto il resto. Gesù parla così del volto di Dio Padre, un padre dal volto materno, capace di tenerezza e commozione, che si china alla ricerca dell’uomo, che si fa vicino e ricerca l’incontro.

La parabola del padre può essere letta in tre momenti: la prima scena è un percorso di allontanamento e di autonomia. Il figlio minore chiede di andarsene dalla casa e incontra una risposta di libertà. E’ desideroso di sciogliere legami e vivere indipendenza. Ma in quell’esperienza sperimenta la deriva del fallimento di una libertà senza orizzonti fino a ritrovarsi solo. Prende così la decisione di ‘ritornare’ in quella casa che aveva lasciato, di cambiare decisamente direzione. Le ragioni di tale ritorno tuttavia sono quelle di una sicurezza quotidiana, di bastare a se stesso, di trovare da mangiare almeno come i salariati nella casa del padre. Il punto di svolta si pone a questo punto: è una ‘conversione’, un orientamento diverso che lo riconduce nella casa da cui era partito. Tuttavia quel figlio si aspetta un futuro secondo una soluzione del buon senso: non torna come figlio ma come servo e la richiesta che pensa in cuor suo è ‘trattami d’ora in poi come uno dei tuoi garzoni’. Quel padre è per lui ancora e solamente un padrone.

La seconda scena vede al centro la figura del padre: il suo sguardo è carico di attesa e speranza. Da lontano scorge il figlio che torna: nei suoi occhi consumati sta il senso della perdita e la tensione per ritrovarlo come figlio. E’ sguardo che sfonda gli orizzonti, nella fatica dell’attesa. Nel momento in cui vede il figlio che torna non c’è spazio per le parole: non si cura di ricevere espressioni di pentimento e nemmeno pretende scuse o motivazioni. Non pone nuove condizioni. Ciò che conta per lui è l’incontro. L’abbraccio diviene così parola di un amore che apre a ricominciare sempre e comunque. La sua parola è nel gesto. E’ un padre che non fa calcoli: gli si gettò al collo e lo baciò. I segni di quest’incontro sono i segni della festa, una gratuità riscoperta che coinvolge tutti. Sono così i segni della libertà, l’abito più bello, l’anello al dito, i calzari ai piedi.

L’abbraccio del padre trasforma una storia di morte in una storia di vita: ‘mangiamo e facciamo festa, perché questo mio figlio era morto ed è tornato in vita, era perduto ed è stato ritrovato’. Lascia alle spalle ciò che è passato e guarda alle cose nuove che germogliano.

La terza scena vede ancora al centro il padre. Questa volta è lui stesso a muoversi ed uscire. Ancora è suo il primo movimento. Esce per andare incontro, verso il figlio maggiore, chiuso e lontano nella sua invidia, nella gelosia e nel suo rancore. Il padre esce per pregarlo: anche quel figlio viveva nella medesima casa, ma ci stava da estraneo, con lo spirito del servo. Non aveva compreso ciò che contava di più, il senso del rapporto, una vita insieme. Anche verso di lui, in modo diverso, il padre si accosta con compassione, facendosi vicino alla sua sofferenza che lo induriva. Le sue parole sono invito a scoprire che è possibile stare in quella casa da figli, e che è possibile allora divenire fratelli: ‘figlio, tu sei sempre con me e tutto ciò che è mio è tuo; ma bisognava far festa e rallegrarsi, perché questo tuo fratello era morto ed è tornato in vita, era perduto ed è stato ritrovato’. Non c’è solamente in gioco il rapporto con lui, da figlio e non da servo, ma c’è un cammino possibile di apertura a scoprirsi fratello con l’altro. Gesù rinvia con questo racconto al volto di Dio, allo stile del suo agire. L’incontro in cui si passa dall’inimicizia alla fraternità è esperienza di incontro con Dio stesso.

Questa parabola illumina i suoi gesti: la condivisione di tavola con gli esclusi è gesto che traduce lo stile di Dio, che non viene meno nel ricercare quanto è più prezioso: vivere accoglienza, costruire incontro. Tutti, in modi diversi sono attesi. Al cuore della fede sta un cammino di umanità per condividere, nel rapporto gli uni con gli altri, l’esperienza di essere accolti in una medesima casa.

Alessandro Cortesi op

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Libertà

«La libertà, Sancio, è uno dei più preziosi doni che i cieli abbiano mai dato agli uomini; né i tesori che racchiude la terra né che copre il mare sono da paragonare a essa; per la libertà, come per l’onore, si può e si deve mettere a repentaglio la vita» (M. de Cervantes, Il fantastico hidalgo don Chisciotte della Mancia, Rizzoli, 2005, 471).

Nel 1597 Miguel de Cervantes, a causa di rovesci economici finì in carcere. Fu proprio in tale circostanza della sua vita, mentre era in prigione a Siviglia, che si fece strada in lui l’intuizione della scrittura del Don Chisciotte. Al pari di tutte le grandi opere della letteratura nel profilo di un singolo viene riflessa la tensione di ogni uomo e donna verso una idealità di giustizia, di libertà, che Cervantes ebbe l’abilità di declinare con tratti di comicità e di profonda ironia. Il sorriso che la sua scrittura genera è colmo di comprensione dell’animo umano e della capacità di far scorgere anche una critica profonda alle pretese di esaltazione e di dominio.

Nel 1605 apparve la prima parte del Chisciotte, poi la seconda parte nel 1615. Cervantes articola in una serie di avventure la vicenda dell’ hidalgo don Alonso Quijano divoratore di letteratura cavalleresca che si immerge nelle vicende dei suoi miti sino a farsi viaggiatore con il suo compagno Sancho per liberare gli oppressi. Si delinea così un viaggio, a cui il cavaliere errante costringe Sancho nelle più dure prove e s’immerge egli stesso nella durezza della realtà, scorgendone i lati di disincanto e di violenza, sino a morire.

Questo viaggio ha al cuore un desiderio ed un messaggio di libertà: in fondo la grandezza dell’opera, come quella di tutti i grandi capolavori è riportare al senso di un viaggio, interiore ed esteriore, ed essere una parola rivelatrice dell’esistenza umana.

C’è nel don Chisciotte un movimento di uscita, una cavalcata, con Ronzinante e un asino, nel rincorrere ideali da attuare in una missione avvertita come chiamata interiore. E ricorre anche il motivo del ritorno a casa con la preoccupazione di vari personaggi che vogliono riportare l’hidalgo da dove era partito, e ricondurlo alla realtà, talvolta prendendosi gioco di lui. Don Chisciotte stesso partecipa alla vicenda delle vittime che intende liberare.

Il suo viaggio è percorso che coinvolge la vita, nel porre al primo posto la ricerca di una libertà quale scoperta di sè e quale impegno nel mettersi al servizio di una liberazione di altri, con la fantasia e l’ingenuità di chi lotta nonostante la durezza e le contraddizioni. Non senza ironia e con la disponibilità a sorridere anche di se stessi. In questo cammino si rende sempre più chiaro cosa sia l’autentica libertà, per sè e per altri, nell’incontro, come dice don Chisciotte a Sancho:

«La libertad, Sancho, es uno de los más preciosos dones que a los hombres dieron los cielos; con ella no pueden igualarse los tesoros que encierran la tierra y el mar: por la libertad, así como por la honra, se puede y debe aventurar la vida».

Alessandro Cortesi op

V domenica tempo ordinario – anno C – 2016

Pesca+Milagrosa_.jpgIs 6,1-8; 1Cor 15,1-11; Lc 5,1-11

Il tema della chiamata è filo rosso delle letture. La narrazione della vocazione, di Isaia avviene nel tempio, luogo sacro, in un’atmosfera solenne, avvolta dal fumo degli incensi e da suoni di voci che inneggiano al ‘Santo’. Isaia avverte la sua piccolezza a contrasto con la magnificenza del luogo e delle sue liturgie. Percepisce le voci di un inno al Dio, unico Santo e alla sua gloria.

Toccato dalla manifestazione della santità di Dio, si sente schiacciato dal suo ‘peso’ (gloria) percepisce la sua fragilità. Si scopre uomo ‘dalle labbra impure’, che non può accostare il Santo. Irrompe un gesto simbolico, quasi un rito, ad opera di uno dei serafini: un carbone ardente preso con le molle dall’altare, gli viene posto sulle labbra. E’ fuoco di una parola che dovrà portare. La Parola del Dio potente e santo discende, si consegna e brucia le labbra impure che ne escono trasformate.

‘Chi manderò e chi andrà per noi?’ ‘Eccomi manda me’. La risposta esprime una scoperta e consapevolezza nuova: è la risposta del profeta, che interpellato avverte la chiamata come una domanda che lo coinvolge. E’ chiamato a portare una parola non sua che l’ha bruciato dentro. La sua carne recherà quella cicatrice, segno di una ferita indelebile. La presenza di Dio chiede coinvolgimento e testimonianza: le labbra del profeta divengono memoria della Parola altra di Dio santo e della sua vicinanza che prende e trasforma.

Anche Luca narra una chiamata. L’ambiente è diverso: le rive del lago di Genesaret. Si può scorgere in questo racconto la memoria dell’incontro con Gesù dopo la risurrezione, riportato ad un momento della sua vita. Centro della pagina non è un miracolo di una grande pesca atto a suscitare il senso del meraviglioso, ma le parole e i gesti di Gesù che aprono a cogliere il significato del seguirlo.

Nel momento in cui Gesù termina di insegnare invita Simone. ‘Prendi il largo e calate le reti per la pesca’… Il suo insegnare si conclude con la richiesta di un’apertura, di una fiducia nuova: ‘prendere il largo’. Di fronte al fallimento Gesù solamente suggerisce nuovi orizzonti, al largo, e apre fiducia sulla sua parola: “Maestro abbiamo faticato tutta la notte e non abbiamo preso niente, ma sulla tua parola getterò le reti”. Una notte senza pesca, un fallimento si ribalta in una sorpresa per una pesca senza paragoni: “e avendolo fatto, presero una quantità enorme di pesci e le reti si rompevano”.

In un’immagine è presentata l’esperienza della comunità che si avverte svuotata dopo la fatica: il fallimento, la tristezza, la delusione, l’invito a ‘prendere il largo’, la sorpresa per qualcosa di totalmente nuovo. Irrompe un’abbondanza spropositata, inattesa e sconvolgente. Le reti stesse si rompono. L’apertura dell’incontro va oltre i mezzi, le reti utilizzate.

Pietro a questo punto riconosce in tale abbondanza la forza della parola: ha gettato le reti fidandosi di quella parola. La desolazione si trasforma in gioia, ma anche suscita in lui il senso del suo limite, la consapevolezza di indegnità. Si scopre peccatore, capace di indifferenza e di tradimento. ‘Signore, allontanati da me che sono un peccatore’. E’ la reazione dell’uomo religioso, che avverte impotenza e timore e vuol tenersi lontano, nella condizione del terrore davanti al sacro divino.

Come il carbone ardente sulle labbra di Isaia, ora la parola di Gesù rende Pietro un uomo nuovo. Da uomo ‘religioso’ è chiamato a diventare un credente, capace di affidarsi alla sola bontà di Dio. Non per la sua grandezza o purità, ma per puro dono di un amore gratuitamente ricevuto. La parola di Gesù è ‘non temere’. E’ un’eco dell’annuncio alle donne al sepolcro il mattino di Pasqua: ‘non abbiate paura’.

L’incontro con Gesù viene così descritto come superamento di ogni paura, liberazione dal peso di ogni indegnità. Pietro sarà così ‘uno di coloro che erano con Gesù’. Gli verrà ricordato da una delle serve nel cortile del sommo sacerdote (Lc 23,56ss.) proprio nel momento in cui Gesù stava subendo il processo. Pietro scoprirà nella sua vita di essere e rimanere uno dei suoi, e proprio nel momento più drammatico quando, nel medesimo istante, si stava sottraendo al suo maestro e veniva però raggiunto dal suo sguardo di amore. Nel suo essere tra coloro che lo abbandonò rimane ‘uno di quelli che erano con lui’, partecipe del cammino della comunità ‘uno dei loro’. Proprio nel suo peccato e nella sua lontananza è chiamato e salvato per essere ‘pescatore di uomini’ (non uno che porterà morte, ma ‘colui che porterà vita’): il suo prendere il largo avrà i caratteri del rapporto con altri trasmettendo vita, da quella parola accolta.

Chiamata è evento di incontro, di presenza interiore che spinge, apre, trasforma. E’ anche passaggio dalla paura ad una fiducia non basata sulle proprie grandezze, ma sulla scoperta della gratuità del dono di Dio.

Alessandro Cortesi op

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Per grazia di Dio sono quello che sono

“Mi è chiesto un commento sulla nuova disciplina sulle unioni civili, cd. Cirinnà, come giurista, docente universitaria ma anche donna credente impegnata all’interno della Chiesa locale. Premetto che in queste settimane ho vissuto con fatica e disagio, sul tema, queste mie diverse ‘appartenenze’ nella ricerca di un’analisi fedele al dettato normativo ma anche filtrata dall’universo dei valori della mia formazione cristiana, sui quali cerco di fondare la mia vita. Questo scritto riflette dunque il difficile equilibrio che ho individuato fra queste mie diverse ‘radici’.”

Così inizia una puntuale e chiara riflessione di Monica Cocconi, giurista di Parma (consultabile nella sua versione integrale a questo link): ‘Le unioni civili tra diritto ed etica’. E’ un intervento che si muove a partire da una lucida considerazione delle questioni a partire dal riconoscimento dei diritti fondamentali, collocando la sua analisi in un riferimento attento al dettato della Costituzione nel quadro della giurisprudenza europea. Così infatti afferma: “Non ho condiviso, anzitutto, l’affermazione ricorrente per cui un intervento del legislatore sul tema delle unioni civili non è affatto urgente, data l’emergenza ben più pressante della tutela dei diritti sociali, imposta dalla crisi economica. L’attuazione dei diritti fondamentali, in realtà, è sempre essenzialmente indivisibile; ogni diritto è uno specchio o un Giano Bifronte che impone responsabilità e solidarietà parallele. Così proclama la stessa Costituzione nei Principi fondamentali, dove il riconoscimento dei diritti fondamentali, civili e sociali, all’art. 2, è associato al rispetto dei doveri inderogabili di solidarietà economica e sociale”.

Chiarisce quindi che la condanna della Corte europea di Strasburgo (sentenza del 21 luglio 2015) all’Italia per non attuare i diritti fondamentali alla vita privata e familiare delle coppie omosessuali, così come già è avvenuto in tutti gli altri Stati europei, diviene a questo punto un obbligo non procrastinabile.

Segue una chiarificazione rispetto al riferimento all’art. 29 della Costituzione (“La Repubblica riconosce i diritti della famiglia come società naturale fondata sul matrimonio”): “E’ in ogni caso da escludersi, allo stesso modo, un’interpretazione dell’aggettivo ‘naturale’ utilizzato dall’art. 29 in relazione alla famiglia, inteso come riferito al dato biologico della diversità dei sessi che precluda il riconoscimento dei diritti civili ad una coppia omosessuale. Come precisò Aldo Moro all’Assemblea costituente l’intenzione del legislatore costituzionale era piuttosto quella di scongiurare un’ingerenza indebita dei pubblici poteri nelle dinamiche della vita familiare, non di irrigidire il modello familiare in uno specifico dato biologico”.

Oggi l’universo familiare si presenta in forme le più diverse, difficilmente assimilabili al modello ‘mamma, papà, bambino’. Compito del diritto, di fronte al vivere sociale, è regolare le situazioni di vita e non applicare modelli astratti e lontani. Così continua Monica Cocconi delineando la complessità delle situazioni attualmente esistenti nella vita sociale: “Vi sono convivenze di fatto, nuclei monogenitoriali con minori, coppie sterili o adottive, coniugi rimasti soli per la morte del coniuge, nuclei riformati dopo lo scioglimento di un precedente matrimonio, genitori separati e divorziati con figli e coppie omosessuali, talora con figli. A queste realtà negheremmo oggi con difficoltà, nella sostanza e nel linguaggio quotidiano, la definizione di ‘famiglia’. Appare quindi altrettanto inconcepibile negare a qualcuna di queste il riconoscimento dei diritti e l’imposizione delle responsabilità necessarie a garantire il rispetto e la dignità di ciascuna persona impegnata in una convivenza affettiva stabile, solo sulla base del suo orientamento sessuale. La fedeltà al dato costituzionale vigente va dunque necessariamente coniugata con il rispetto dei vincoli costituzionali europei e l’adeguamento al mutamento sociale in atto”.

Infine conclude: “da credente impegnata nella Chiesa locale, aggiungo che proprio il Vangelo della Misericordia imporrebbe la massima delicatezza e rispetto umano nell’affrontare temi così legati alla vita intima e affettiva delle persone e l’astensione da alcun giudizio o condanna che possa ferirne la dignità o produrre inutili sofferenze”.

L’invito ad un atteggiamento che ponga al primo posto la considerazione ed il riconoscimento della dignità di ogni persona, che non sia occasione di condanna o di sofferenza per l’esclusione è quanto mai urgente. Questa riflessione mi sembra una parola saggia, a fronte di un dibattito in cui non si tiene conto della condizione delle persone, dell’autentica funzione della legge, e, per chi è credente, del valore di ogni vita umana immagine di Dio, e della fiducia nella grazia di Dio. Nella consapevolezza dei propri limiti, inadeguatezze ed anche della vicenda di peccato per ogni persona si apre la scoperta che ha dato speranza nella vita di Paolo: “per grazia di Dio sono quello che sono… la sua grazia in me non è stata vana”.

Alessandro Cortesi op

IV domenica di Avvento – anno C – 2015

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(Visitazione – Arcabas – palazzo arcivescovile Malines-Bruxelles)

Mi 5,1-4; Eb 10,5-10; Lc 1,39-48

Da Betlemme, piccolo villaggio della regione di Giuda vicino a Gerusalemme una donna sta per dare alla luce una nuova guida, un pastore che pascerà il gregge del popolo. Betlemme è luogo di provenienza di Davide, il re ideale, e l’attesa è per una guida portatrice di giustizia e pace. Un disegno di salvezza e di bene si svolge nella storia non attraverso la potenza umana e la violenza ma attraverso la forza della debolezza, nell’inermità. Betlemme è periferia della storia, è terra dei margini: da lì – annuncia il profeta – uscirà un ‘dominatore’ paradossale, senza armi e potere. Dal piccolo clan presente nella regione di Betlemme, chiamata Efrata, ‘la feconda’, nella sua insignificanza, secondo lo stile di agire di Dio lontano dalle logiche umane della potenza, Dio farà uscire colui che raduna e pasce con la forza del Signore. Un corpo in una storia di famiglia, di carne e sangue, di concretezza umana che attraversa la storia.

“Tu non hai voluto né sacrificio né offerta, un corpo invece mi hai preparato. Non hai gradito né olocausti né sacrifici per il peccato. Allora ho detto: ecco io vengo… per fare o Dio la tua volontà… Ed è appunto per quella volontà che noi siamo stati santificati, per mezzo dell’offerta del corpo di Gesù Cristo, fatta una volta per sempre.”

La lettera agli ebrei presenta la vita di Gesù nel suo farsi dono con il suo corpo, la sua esistenza tutta, che mette fine alla logica del sacrificio. Ha compiuto la volontà del Padre offrendo se stesso, il suo corpo. Nel dono di sé ha reso partecipe tutti della vita stessa dell’unico ‘santo’, il Padre. La sua vita appare così come luogo di un ascolto – questo il senso di ‘obbedienza’ – nella coerenza fino alle sue estreme conseguenze, al Padre: fino alla morte è rimasto nell’attitudine di chi è figlio, in ascolto (cfr Eb 5,8). Questo suo esserci, in questo modo, fa di lui il nuovo Adamo: nella sua vita intesa come dono e servizio l’intera sua esistenza è trasformata e animata dallo Spirito (1Cor 15,46).

Accostarsi a Gesù richiede allora tener conto di questo: la corporeità donata nel suo passare, nei gesti e parole, è via per incontrarlo e per accogliere la bella notizia della sua vita: vita pienamente umana e per questo riflesso e racconto del volto di Dio. Fedeltà al vangelo è allora cammino in cui ogni incontro può essere occasione per prendersi cura. Ogni ‘corpo’ sofferente, escluso, maltrattato, reso prigioniero della sofferenza e del male, ci rende presente la chiamata di Dio che si è fatto vicino nel corpo di Gesù.

“benedetta tu fra le donne e benedetto il frutto del tuo grembo! …. Beata colei che ha creduto all’adempimento delle parole del Signore”.

Il grembo di due donne sta al centro della pagina di Luca: il grembo di Maria che porta Gesù e quello di Elisabetta che porta Giovanni. Il saluto di Elisabetta a Maria è benedizione. Queste parole evocano il salmo: ‘Il Signore ha giurato a Davide e non ritratterà la sua parola, il frutto delle tue viscere io metterò sul tuo trono’ (Sal 132,11). Elisabetta benedice con ammirazione: qualcosa sta avvenendo, una forza di fecondità nuova coinvolge i loro corpi. ‘A che debbo che la madre del mio Signore venga a me?’ un eco della domanda presentata da Davide nel trasferimento dell’arca dell’alleanza, luogo della presenza di Dio: “Davide in quel giorno ebbe paura e disse: come potrà venire da me l’arca del Signore?” (2Sam 6,9).

Al passaggio dell’arca Davide danzò, preso da entusiasmo, con libertà, per la gioia di accogliere il segno della presenza di Dio in mezzo al suo popolo. Luca vede in Maria la nuova ‘arca dell’alleanza’, luogo dell’incontro tra Dio e l’umanità. Dio si rende presente in mezzo al suo popolo nella vita fragile di un bambino. Tutto respira una gioia nuova testimoniata da una nuova danza: così Giovanni si muove e quasi salta, come Davide, nel grembo di Elisabetta: “Ecco, appena la voce del tuo saluto è giunta ai miei orecchi il bambino ha esultato (danzato) di gioia nel mio grembo. E beata colei che ha creduto nell’adempimento delle parole del Signore”

Maria è ‘colei che ha creduto’: ha accolto la chiamata di Dio, e ha continuato a credere nel cammino della vita: ‘beata’ non solo perché ha portato Gesù, ma perché l’ha accolto portandolo, dando a lui spazio nel suo cuore. Ha camminato come credente sulla strada seguendo lui. Maria è povera di Jahwè che si affida: ‘Beato chi teme il Signore e cammina nella sue vie’ (Sal 128,1-2) e ha seguito Gesù lungo la strada del credere: donna dell’ascolto. A chi si rivolse a Gesù dicendo ‘Beato il grembo che ti ha portato’, Gesù risponde “beati piuttosto coloro che ascoltano la parola di Dio e la mettono in pratica” (Lc 11,27-28).

Il concepimento di un figlio costituiva in Israele una benedizione segno della presenza di Dio. ‘Un corpo mi hai preparato’: al centro del Natale sta il corpo di Gesù, un corpo fragile, bambino che nasce in un contesto di esclusione e di allontanamento: è il corpo di un bambino, il ‘segno’ indicato ai pastori nella nascita, ed il corpo di Gesù disprezzato, appeso alla croce e sottratto al buio del sepolcro e della morte. Su questa vita, su questo corpo donato Dio ha pronunciato il suo sì.

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(Visitazione – He Qi)

Visitare

Capiterà a molti nei prossimi giorni delle feste di Natale, di fare visita a qualcuno. Natale resta, pur tra le ambiguità e contraddizioni di un momento asservito alla logica del consumo dominante, il momento dei ritrovi familiari, di visite e scambi dei regali. Proprio questa esperienza così ordinaria del visitare, del recarsi presso la casa di qualcuno, di varcare soglie nell’accogliere o salutare, si presta ad una lettura nelle sue pieghe nascoste.

Le nostre esperienze quotidiane trattengono profondità spesso inesplorate. Ogni visitare racchiude un mistero. Il movimento che spinge all’incontro tra chi visita e chi è visitato può essere letto come luogo in cui maturare uno stile coinvolgente la vita. E’ movimento che si pone in contrasto con l’indifferenza ed il ripiegamento stanco, cifra di un mondo proteso a chiudersi nella paura e nell’immobilismo che impedisce ogni uscire.

Visitare implica un partire, un lasciare qualcosa, ambienti familiari e consueti, per dare spazio ad un andare che conduce verso spazi e volti inediti non totalmente conosciuti ed apre ad un incontro nuovo. La visita inizia prima dell’entrare nella casa dell’altro, inizia da un desiderio che spinge ad uscire, si nutre di preparazioni e progetti, nel ricordo, nel pensiero: viene vissuta nel tempo di uno spostamento che è sempre viaggio seppur limitato e cammino di apertura a terre nuove inesplorate, a panorami inconsueti, ad incrociare altre lingue. Una volta vissuta, la visita continua in quel dolce emergere e confondersi di ricordi e di gesti che segue e coinvolge i movimenti del cuore.

Visitare è anche movimento che conduce a varcare soglie, ad affrontare la presenza di altri e ad entrare in un dialogo nuovo, fatto di ascolto, di parole scambiate, di gesti. L’iniziativa stessa di visitare qualcuno è segno dell’importanza della presenza di nomi, volti, storie, nella propria vita, di cui ci si sente parte, intrecciati.

E’ un spazio di gratuità, tempo speso e perso, donato. Quasi un varco che squilibra e contrasta talvolta un’esistenza solamente ripiegata nell’attenzione a sé. Presa in quella fretta che non è premura per l’altro, ma preoccupazione a rincorrere efficienza e risultati: il fare tante cose e sempre più perché il tempo manca.

Nella visita non si produce, piuttosto si genera accoglienza. Il tempo assume una colorazione diversa. I gesti ordinari dell’ospitalità, divengono segni di qualcosa non dicibile: lo spazio dato all’altro nel proprio cuore, nella propria vita. Si va a fare visita ad un malato, a chi vive lontano e non si incontra con facilità, ma si va a fare visita anche ad una persona amica come momento che esprime la gratuità nell’esistere, interruzione e pausa in ritmi segnati da frenesia. E’ emergere della nostalgia dell’incontro che è spinta ad andare e a resistere di fronte a tutto ciò che ruba il tempo per incontrare. Come i terribili ‘signori grigi’ nella vicenda di Momo narrata da Michael Ende, che sottilmente rubando il tempo del gratuito per renderlo solo funzione di efficienza e utilità svuotavano le vite rendendole grigie e asservite. Parabola di un mondo reso incapace di visitare l’altro.

Visitare è verbo dell’amicizia, è indicazione dell’ospitalità data e ricevuta. C’è chi si reca in visita per dovere professionale, ma anche chi fa visita per stare accanto, semplicemente senza nulla attendere o per portare aiuto e conforto. Per dire con il proprio esserci, la tenerezza umana che ci rende vicini, solidali, legati. Portando un fiore, recando una vicinanza: stare con il proprio corpo accanto ad altri è la protesta più grande alla religione dei sacrifici. Non sacrifici e offerte ma persone e corpi nella loro fragilità che scelgono di stare vicino, di farsi carico della vita dell’altro.

Nel tempo in cui cresce la semplificazione dell’opposizione e dell’odio che si nutre di sospetti e di pregiudizi verso l’altro, visitare può essere gesto da riscoprire e da seminare nei solchi di giornate feriali. Senza enfasi e senza inutili orpelli. Ma nella consapevolezza della profondità di un andare che è uscire ed è varcare soglie, vivere il tempo dato alle parole, nella capacità di ascoltare e di essere ascoltati, nello cambio di ospitalità che si attua in ogni visita.

Ritrovo come lo sguardo alla visitazione sia stato un elemento decisivo per la maturazione di una spiritualità che fa proprio della visita una tra le proprie dimensioni fondamentali: è in particolare la visita nell’incontro con l’altro che è il musulmano, intendendo la propria presenza come servizio e atto di visitazione. Si tratta dei testi di Christian de Chergé ritrovati e raccolti da un giornalista, Jean Pierre Flachaire: ne riporto uno rinviando ad una raccolta di altri testi presentati ad una conferenza a Marsiglia nel 2005 e pubblicati in appendice al libro “Più forti dell’odio” (a cura di G.Dotti, ed.Qiqajon 2006, pp.267-280). Il brano che segue è parte di una una lettera indirizzata ad una suora delle Missionarie d’Africa che si trovava nello Yemen nel 1977:

«Come non sentirmi interpellato da quello che hai cominciato a vivere lì, con le tue due sorelle? Questo isolamento per e con Lui; questo popolo che Lui persegue, con e attraverso noi: questo piccolo popolo sul quale si è intenerito, meravigliato, e che è stato, anche per Lui, portatore dello Spirito: “Ti rendo grazie, Padre, perché…”; questo servizio, così paragonabile a quello di Maria nella sua Visitazione: Maria, anche lei portava nel suo intimo, nel silenzio della contemplazione, un segreto che non spettava a lei rivelare (il che la rassicurava, perché non avrebbe saputo come fare il legame e che parole trovare per dire l’Inafferrabile); questa presenza, necessaria, a chi vuole ascoltare “l’altro”, salutare come Elisabetta, con quelle parole di annunciazione, con quei gesti di Vangelo che solo lo Spirito rivela e che restituiscono la Buona Novella a colui che la porta in sé (il suo segreto, dicevo!). In questi ultimi tempi mi sono convinto che questo episodio della Visitazione è il vero luogo teologico-scritturistico della missione nel rispetto dell’“altro” che lo Spirito ha già investito. Mi piace una frase di Sullivan che riassume molto bene tutto questo: “Gesù è ciò che accade quando Dio parla senza ostacoli nel cuore di un uomo”. In altri termini, quando Dio è libero di parlare e di agire senza ostacoli nella rettitudine di un uomo, quest’uomo parla e agisce come Gesù: c’era da aspettarselo! Cerca di essere “senza ostacoli” e non cesserai di meravigliarti… di eucaristizzarti (beh, non è molto eufonico!)».

Christian De Chergé parla dell’incontro con l’altro come l’esperienza grande dell’incontro con il musulmano in terra straniera. In un tempo in cui la violenza impedisce di visitare e di entrare nella casa dell’altro queste parole miti indicano una via: è la pazienza di preparare gli incontri, l’apertura ad ascoltare, la capacità di mettersi in viaggio ed entrare nella casa dell’altro, per scoprire che qualcosa di nuovo nasce. Nel conoscere che sempre è co-nascere non nasce solo qualcosa di nuovo ma si dà spazio ad una forza di fecondità che fa nascere qualcuno in modo nuovo.

Alessandro Cortesi op

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Memoria del Concilio Vaticano II 8 dicembre 1965 – 2015

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“Oggi, qui a Roma e in tutte le diocesi del mondo, varcando la Porta Santa vogliamo anche ricordare un’altra porta che, cinquant’anni fa, i Padri del Concilio Vaticano II spalancarono verso il mondo.

Questa scadenza non può essere ricordata solo per la ricchezza dei documenti prodotti, che fino ai nostri giorni permettono di verificare il grande progresso compiuto nella fede. In primo luogo, però, il Concilio è stato un incontro. Un vero incontro tra la Chiesa e gli uomini del nostro tempo.

Un incontro segnato dalla forza dello Spirito che spingeva la sua Chiesa ad uscire dalle secche che per molti anni l’avevano rinchiusa in sé stessa, per riprendere con entusiasmo il cammino missionario.

Era la ripresa di un percorso per andare incontro ad ogni uomo là dove vive: nella sua città, nella sua casa, nel luogo di lavoro… dovunque c’è una persona, là la Chiesa è chiamata a raggiungerla per portare la gioia del Vangelo e portare la misericordia e il perdono di Dio.

Una spinta missionaria, dunque, che dopo questi decenni riprendiamo con la stessa forza e lo stesso entusiasmo. Il Giubileo ci provoca a questa apertura e ci obbliga a non trascurare lo spirito emerso dal Vaticano II, quello del Samaritano, come ricordò il beato Paolo VI a conclusione del Concilio.

Attraversare oggi la Porta Santa ci impegni a fare nostra la misericordia del buon samaritano”

(Francesco, Omelia 8 dicembre 2015)

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 (Giacomo Manzù, porta della morte. san Pietro)

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