la parola cresceva

commenti alla Parola della domenica e riflessioni

Archivi per il mese di “aprile, 2014”

Vesakh

bandiere+tibetaneRiporto un testo che indica uno stile di relazione e di attenzione.

Messaggio di auguri indirizzato dal card. Jean-Louis Tauran, presidente del Pontificio Consiglio per il Dialogo Interreligioso, ai “cari amici buddisti” in occasione del Vesakh, la festa dell’illuminazione di Buddha, festeggiata al plenilunio di maggio.

“Cari amici, la vostra tradizione religiosa ispira la convinzione che le relazioni amichevoli, il dialogo, lo scambio di doni, ed il rispettoso ed armonioso scambio di vedute portano ad un atteggiamento di cortesia e di amore, che a sua volta genera relazioni autentiche e fraterne. Siete altresì convinti che le radici di ogni male siano l’ignoranza e l’incomprensione nate dall’avidità e dall’odio che, a loro volta, distruggono i legami di fraternità.

Noi buddisti e cristiani viviamo in un mondo troppo spesso lacerato da oppressione, egoismo, tribalismo, rivalità etniche, violenza e fondamentalismo religioso, un mondo dove ‘l’altro’ è trattato come un essere inferiore, una non-persona, o qualcuno da temere e, se possibile, da eliminare. Tuttavia, noi siamo chiamati, in spirito di collaborazione con altri pellegrini e con le persone di buona volontà, a rispettare e difendere la nostra comune umanità nella varietà dei contesti socio-economici, politici e religiosi.

Attingendo alle nostre differenti convinzioni religiose, siamo chiamati in particolare ad essere franchi nel denunciare tutti i mali sociali che danneggiano la fraternità; ad essere curatori, che aiutano gli altri a crescere nella generosità disinteressata, e ad essere riconciliatori, che abbattono i muri di divisione e promuovono nella società una vera fraternità fra singoli e gruppi”.

Nel mondo odierno si assiste a una crescita del senso della nostra comune umanità e ad una ricerca globale di un mondo più giusto, pacifico e fraterno. Ma la realizzazione di queste speranze dipende dal riconoscimento di valori universali. Noi speriamo che il dialogo interreligioso, riconoscendo dei principi fondamentali di etica universale, possa contribuire a promuovere un rinnovato e profondo senso di unità e di fraternità fra tutti i membri della famiglia umana”.

Preghiamo che la celebrazione di Vesakh sia un’occasione per riscoprire e promuovere nuovamente la fraternità, specialmente nelle nostre società divise”.

(Testo tratto dal sito Radio Vaticana http://it.radiovaticana.va/news/2014/04/24/santa_sede,_messaggio_ai_cari_amici_buddisti:_unire_le_forze_per/it1-793419)

***

Non cercare di seguire le orme dei saggi. Cerca ciò che essi cercavano.

Annunci

II domenica di Pasqua anno A – 2014

DSCF2749At 2,42-47; 1Pt 1,3-9; Gv 20,19-31

La sera del primo giorno della settimana: è questo il contesto di un incontro che avviene superando le chiusure di una casa sbarrata e di cuori rattristati e ripiegati. I discepoli sono insieme riuniti e le porte chiuse per paura dei giudei. “Gesù venne, si fermò in mezzo a loro e disse…”. Gesù viene in modo inatteso, e sta in mezzo: raduna in modo nuovo la comunità, discepoli e discepole, e sta in mezzo. E’ lui il centro e richiama tutti, li convoca, coloro che lo avevano abbandonato e tradito, attorno a lui. Gesù mostra mani e costato: è il medesimo crocifisso, non è un altro. Eppure la sua condizione è nuova, diversa. Apre i discepoli ad un cammino: dalla paura alla gioia, dalla chiusura a ricevere il dono della pace, dall’essere prigionieri del loro abbandono all’essere inviati fuori, dal peso della loro indifferenza al sentirsi perdonati e divenire testimoni di un perdono da dare e ricevere. Vedendo il Signore i discepoli furono pieni di gioia. C’è un dato costante in tutti i racconti di incontro con Gesù risorto nei vangeli: l’iniziativa è sua, la sua presenza non è attesa e programmata, il suo venire è azione gratuita e sconvolge. Addirittura il suo venire e il suo farsi ‘vedere’ non è riconosciuto immediatamente.

L’iniziativa è inattesa, è un venire in cui Gesù è protagonista; il Signore è riconosciuto dai discepoli, a loro Gesù affida un compito. Il suo primo saluto è un saluto di pace. La pace è il primo dono della Pasqua: ma è una pace che reca i segni di un dono e che sgorga da ferite, le piaghe delle mani e del costato che Gesù mostra. In mezzo a loro non c’è un altro ma il medesimo crocifisso risorto. Non ci potrà essere incontro con Gesù risorto se non nell’incontro con la via del crocifisso: ed è il crocifisso vivente che raduna ancora una comunità. L’incontro con lui rinvia al suo cammino umano, al porsi l’interrogativo del perché della sua passione e morte.

La presenza di Gesù risorto che supera le porte chiuse e apre cuori impauriti è segno che ogni ragione di paura è stata vinta. Apre ad una gioia che è scoperta di una speranza nella vita: è possibilità di scorgere anche nelle vicende umane più violente e tragiche che quella del male e della morte non è l’ultima parola, che vi è un oltre, che il Risorto è vivente e ha vinto la morte e ogni male.

“Pace a voi! Come il Padre ha mandato me, anch’io mando voi… alitò su di loro e disse: Ricevete lo Spirito santo; a chi lascerete andare i peccati saranno lasciati andare”. L’incontro con il risorto non mantiene fermi, ma apre ad andare, è invio, spinta ad uscire, ad entrare nel movimento di Gesù che è sceso e si è chinato a lavare i piedi ai suoi: mandato dal Padre per scendere e servire… I discepoli sono inviati a continuare l’opera di Gesù, il motivo della sua vita. Non fare grandi cose, ma testimoniare un incontro. L’invio inizia da un dono di respiro, da un soffio di vita comunicato. Insufflò su di loro: è dono di respiro che richiama al soffio donato ad Adamo, alito di vita (Gen 2,7) e fa scoprire di essere nuovi, capaci di portare quel soffio accolto. E’ anche evocazione del dono dello Spirito che fa riprendere il cammino ad una comunità dispersa e delusa, così come Ezechiele presentò nella grande metafora della pianura di ossa aride che riprendono vita (Ez 37,9). E’ anche soffio che proviene dalla croce: quello è il momento in cui Gesù consegnò il respiro, lo Spirito, dono dell’ora e della glorificazione. La prima comunità sperimenta una trasformazione profonda, che non è opera dell’uomo: il passaggio dalla paura al coraggio dell’annuncio per portare il perdono di Cristo è dono dello Spirito. Gesù chiede ai suoi di continuare la sua missione. E’ lo Spirito il grande protagonista dell’esperienza della fede e della testimonianza che da Pasqua inizia.

Il risorto affida ai discepoli la missione di perdonare. Alla comunità di chiusa nella paura, a tutti, discepoli e discepole, è donata la libertà di scoprirsi perdonati e la capacità di comunicare un dono. Sono chiamati a portare perdono come dono del risorto a tutti, insieme a quella pace, contrassegnata dalle ferite delle mani e del costato. E’ affidata la capacità del perdono, cioè di fare pace non come equilibrio di terrore o tregua armata, ma come capacità di lasciar andare, sciogliere, rimettere e immettere nella storia forza di riconciliazione. Questo invio va letto in parallelo con Mt 18,21.25: “quante volte devo perdonare al mio fratello che pecca contro di me?”. La comunità di chi crede in Gesù si vede affidata la testimonianza del perdono da dare e ricevere, da portare come segno della pasqua e di speranza rivolta a tutti per dire che per ciascuno c’è possibilità di sperare. Una missione di misericordia ed una missione di perdono dato perché ricevuto.

Gesù mostrando mani e costato accompagna i discepoli a compiere un passaggio dal tradimento e abbandono, al riconoscersi perdonati e all’esperienza della gioia di una accoglienza nuova. Dove per Giovanni il peccato è cecità, incapacità di riconoscere Cristo come luce nella vita, quella luce che illumina ogni persona.

L’incontro con Tommaso pone la questione del credere in rapporto al vedere: ‘abbiamo veduto il Signore’. Ma Tommaso il gemello, non crede. E’ gemello Tommaso, gemello di Gesù perché più vicino a lui nel desiderio di coerenza fino in fondo. E’ Tommaso l’unico che è fuori e non si è fatto rinchiudere nella paura, l’unico che rischia. Ed è gemello anche di ogni credente: è quella di Tommaso una ricerca che conduce ad andare a fondo nel cammino del credere, che pone difficoltà. La sua incredulità è desiderio di entrare in una relazione autentica vivente, è richiesta di toccare il corpo di Gesù. Tommaso solleva la questione della fatica del credere. Il dubbio, la fatica fanno parte della fede. E Tommaso ci pone anche la questione di un credere che non sia solo questione intellettuale, di un sapere asettico o fonte di potere, ma coinvolga il corpo, la vita nella sua totalità. E’ desiderio il suo di contatto e relazione. E il corpo è luogo di relazione autentica. Ma è anche sfida quella di Tommaso ad un credere nel corpo: la nostra vita, il corpo non in una sola dimensione ma con tutti i suoi sensi, in tutti i momenti dell’esistenza fata di cose, di sentimenti, di percezioni, è luogo di relazione con il Vivente. Tommaso è anche esempio di un itinerario del credere che passa dall’esigenza di vedere ad un credere che non richieda evidenza ma si fondi sulla testimonianza: un vedere oltre i segni. ‘vide e credette’. Al centro sta il motivo del credere.

DSCF2055Questa pagina ci può aiutare a cogliere alcune sfide per noi

In questi giorni viviamo minacce di guerra, la situazione dell’Ucraina è carica di tensione, e assistiamo a situazioni di conflitti in cui sembra non ci sia possibilità di soluzione: in Siria, in Sud Sudan, in Repubblica del Centrafrica. Ma c’è una relatà di rapporti violenti che attraversa la nostra quotidianità, in una rincorsa a sopprimere l’altro per avere più spazi e per primeggiare. Il dono del risorto è la pace: sorge la domanda sulla repsonabilità dei credenti oggi. La pace pone in questione il nostro credere come capacità di immettere nella storia l’inaudito di una pace che viene dal crocifisso, che nella sua vita vissuta nella nonviolenza radicale, conrastando ogni forma di potere che schiaccia le persone offre una via per noi. Il suo invio a immettere energie di perdonoe pace nella storia è luogo del nostro credere.

“L’incredulità di Tommaso ha giovato a noi molto più, riguardo alla fede, che non la fede degli altri discepoli” è espressione di Gregorio magno. Tommaso apre la comprensione del percorso del credere come itinerario fatto di domande di dubbi. Ma il suo essere fuori a differenza degli altri chiusi nella paura sollecita a vivere il rischio del credere, la fatica di porre domande scomode, l’esigenza di essere critici e inquieti diventando per tutta la comunità motivo di crescita. Tommaso poi richiama ad vivere un credere che coinvolga la corporeità, che ci faccia scoprire il corpo del Signore nel corpo della Parola, nel corpo del pane spezzato, nel corpo della comunità, nel corpo dei sofferenti e dei feriti.

Il dono del Risorto che si pone in mezzo ai suoi è dono di respiro. Viviamo spesso un credere senza respiro, senza soffio di vita. O affannato in una ricerca di cose da fare, di attività da eseguire, o incapace di respirare l’aria pura da ricercare oltre i luoghi chiusi che ingabbiano la fede e le comunità. Incapaci di accogliere quel soffio che permea la creazione, quel soffio di vita presente in chi non è ripiegato su di sè, il soffio presente nelle parole dei profeti della nostra quotidianità, voci spesso inascoltate. Incontrare il risorto è scoprirsi inviati in una vita in ascolto dello Spirito. Il respiro apre e fa comunicare con una presenza nuova del Signore che non si lascia racchiudere nelle costruzioni di appartenenza culturali e sociali, né nelle costruzioni dottrinali, e precede e ci raggiunge da tutti luoghi e persone in cui soffia desiderio di liberazione, speranza, apertura.

Alessandro Cortesi op

Domenica di Pasqua – anno A – 2014

DSCF4933At 10,34-43; Sal 117; Col 3,1-4; Gv 20,1-9

Il discorso di Pietro nella casa di Cornelio è narrazione del primo annuncio di Cristo di fronte ad un pagano, nella casa del centurione. Pietro a Cornelio racconta di Gesù: è presentato nelle tappe della sua esistenza, nel suo rapporto con Giovanni Battista, nell’invio e consacrazione al momento del battesimo, nei suoi gesti e nelle sue parole compiute nella forza dello Spirito. ‘Essi lo uccisero appendendolo a una croce, ma Dio lo ha risuscitato al terzo giorno e volle che apparisse, non a tutto il popolo, ma a testimoni prescelti da Dio’. Crocifisso dagli uomini ma risuscitato da Dio, il Padre, egli si è dato ad incontrare a testimoni ‘che hanno mangiato e bevuto con lui dopo la risurrezione’. Su questa affermazione: “Dio volle che si manifestasse non a tutto il popolo ma a testimoni, prescelti da Dio, a noi…” si fonda la testimonianza degli apostoli alla radice della fede. Sono questi testimoni ad annunciarlo vivente.

Nella casa del pagano Cornelio, Pietro scopre che questo annuncio è per tutti: ‘ci ha ordinato di annunciare al popolo e di attestare che egli è il giudice dei vivi e dei morti costituito da Dio’. Porta la bella notizia e la scopre già accolta e viva nel suo attuarsi nella casa di Cornelio come liberazione dal peccato e dalla morte per ognuno che si affida a Cristo crocifisso e risorto. Il riferimento al ‘terzo giorno’ della risurrezione di Gesù non è una indicazione di tempo, ma riprende il motivo biblico del tempo di liberazione e di salvezza: nel terzo giorno Abramo riceve l’indicazione del luogo in cui poi visse l’offerta di Isacco (Gen 22,4). Il terzo giorno è il momento in cui il Signore dà la vita: ‘dopo due giorni ci ridarà la vita e il terzo ci farà rialzare e noi vivremo alla sua presenza’ (Os 6,2).

La pagina del vangelo di Giovanni è attraversata da due serie di verbi: un primo gruppo è quello dei verbi di movimento: si recò… corse… uscì… si recarono… correvano… corse più veloce… giunse per primo al sepolcro.

Una seconda serie è data dai verbi di vedere: Maria di Magdala vide che la pietra era stata ribaltata, il discepolo che Gesù amava giunto per primo al sepolcro vide le bende… anche Simon Pietro che lo seguiva entrò nel sepolcro e vide le bende… allora entrò anche l’altro discepolo che era giunto per primo…e vide e credette.

Questi verbi narrano le vicende del giorno dopo il sabato come se fossero un paradigma del cammino di incontro con il Cristo risorto nel movimento, nella fatica e nel dubbio che ogni credente vive.

Tutto ruota attorno al tema della ricerca. Maria di Magdala innanzitutto: nel suo smarrimento si rispecchia la situazione dell’intero gruppo delle donne che secondo i sinottici avevano seguito Gesù e nel mattino dopo il sabato si erano insieme recate al sepolcro. La ricerca di Maria inizia nel primo giorno della settimana: allusione al primo giorno della creazione, in cui si sta generando una nuova creazione in un giardino che rinvia al giardino del ‘paradiso’ (giardino) dei racconti di Genesi. E’ una creazione nuova in cui al centro sta l’incontro con Gesù come vivente che chiama per nome. Maria parte ‘mentre era ancora buio’: la sua ricerca si svolge in una situazione di buio, ancora legata al passato, laddove il buio non ha accolto la luce, e non si è ancora perta alla presenza di Gesù, luce che illumina ogni uomo (Gv 1,3). E’ una triste ricerca del Gesù prima dei giorni della passione e della morte, del Gesù del ricordo, del Gesù di un passato ormai chiuso. Il suo percorso dovrà aprirsi ad un nuovo modo di incontrare Gesù: non i gesti di devozione nel buio della morte, ma l’incontro con Gesù vivo in modo nuovo esige uno sguardo diverso per incontrarlo (cfr Gv 20,11-18). Solo la voce che pronuncia il suo nome nuovamente, la chiamata che la apre il cuore ad una disponibilità nuova, le dona luce per una nuova esperienza di comunione. Il suo è il primo percorso della fatica della fede. La sua corsa è un annuncio che parla del Signore (è già annuncio di risurrezione) e nel contempo parla di un non sapere: ‘non sappiamo dove l’hanno posto’. Maria raccoglie così i discepoli e suscita un’altra corsa.

C’è poi la corsa di Simon Pietro, il primo tra gli apostoli: anche lui corre, ma viene preceduto, tuttavia è atteso e per primo entra nel sepolcro. Vede ma non sa interpretare i segni. I segni – suggerisce così il IV vangelo – non sono sufficienti per la fede. Chi è responsabile dell’autorità nella comunità non ha il dominio del credere, deve lasciarsi guidare da altre presenze vicine: c’è chi giunge prima e sa vedere oltre. C’è qui un sottile riferimento alla tensione ed all’incontro tra l’istituzione – rappresentata da Pietro – ed il ‘carisma’ di chi vive un rapporto intimo e profondo con Gesù, evocato nel profilo del discepolo che Gesù amava, capace dell’intuizione di chi vuole bene prima di tutto. Un riferimento a cammini di chiese diverse eppure accomunate da una medesima testimonianza del Signore? Un riferimento ad una comunità chiamata ad ascoltare il cammino di tutti, per poter incontrare la presenza di Gesù nei segni?

La terza ricerca che il brano presenta è quindi la ricerca stessa del discepolo che Gesù amava, il suo correre, insieme a Pietro ma anche diversamente da lui, il suo mettersi in movimento nella tensione di una ricerca che assorbe tutte le energie ed è di fretta. Di lui si dice ‘e vide e credette’: il suo sguardo si apre ad un vedere dentro e oltre i segni e si compie nel credere. Parte dai segni ma legge dentro di essi un senso profondo con lo sguardo dell’amore. Il discepolo che Gesù amava nei segni legge che quel luogo di morte ormai non è il posto di Gesù: Gesù ormai è il risorto e d’ora in poi lo si incontra nell’evento del credere. Non nel sepolcro, ma nei luoghi della vita dove egli è vivente. Egli ancora ci raggiunge attraverso i segni e la testimonianza: ‘beati coloro che pur senza aver visto crederanno’. Credere è un ‘vedere’ nell’apertura dell’amore nel lasciar coinvolgere la vita, nella consegna della propria esistenza all’altro.

Il brano si chiude con una osservazione che apre ad un percorso nuovo: ‘non avevano infatti ancora compreso la Scrittura, che egli cioè doveva risuscitare dai morti’. Chi ascolta questa pagina è condotto a tornare alle Scritture, narrazione dell’esperienza della comunicazione di Dio con l’umanità. E’ rinviato a scoprire che in quella storia di alleanza e vicinanza del Dio fedele si inserisce la Pasqua di Gesù: è rialzamento dalla morte, liberazione e apertura ad una comunione con lui e tra di noi nuova che sin d’ora inizia.

Alessandro Cortesi op

Veglia di Pasqua – anno A – 2014

PasquaPisa porta san Ranieri donne al sepolcro

Mt 28,1-10

Matteo situa la visita delle donne alla tomba di Gesù all’interno di due passaggi in cui ha rilievo la questione di una guardia al corpo di Gesù. Matteo vede questo come iniziativa di sommi sacerdoti e farisei che si recano da Pilato riconoscendolo come ‘Signore’. Gli riportano le parole di Gesù indicato come quell’impostore, falso messia: ‘Dopo tre giorni risorgo’. E chiedono di ordinare che la tomba sia assicurata fino al terzo giorno perché i discepoli non vengano a rubarlo e poi dicano ‘E’ risorto dai morti’. Pilato risponde ‘avete una guardia: andate ad assicurare come sapete’ (Mt 27,62-66).

Dopo la visita delle donne e dopo gli eventi al sepolcro (Mt 28,1-10) Matteo inserisce la scena in cui quelli della guardia riferiscono le cose accadute ai sacerdoti e questi diedero molti soldi, sicli d’argento, ai soldati per dire: ‘i suoi discepoli sono venuti la notte a rubarlo mentre noi dormivamo’ (Mt 28,11-15)

Si tratta di un inquadramento che presenta una lettura polemica di Matteo in rapporto agli eventi al sepolcro: forse il racconto della tomba vuota era stato criticato come un’invenzione dei discepoli. Il racconto di Matteo diviene una sorta di risposta a tale screditamento: in esso compare come i sommi sacerdoti che dovrebbero essere testimoni della Legge e della unicità di Dio d’Israele, riconoscano come ‘signore’ proprio Pilato rappresentante del potere politico. E d’altra parte si coglie la lettura di Gesù come un impostore, falso messia.

Al centro di questa inclusione relativa alla ‘guardia’ di controllo, sta la narrazione della visita alla tomba. Matteo parla di due donne che si recano al sepolcro all’inizio del primo giorno della settimana. Esse non portano oli aromatici per ungere il cadavere, come nelle altre narrazioni sinottiche di Marco e Luca, data la presenza di guardie, ma si recano al sepolcro ‘per vedere’, sottolinea Matteo. La loro è una testimonianza che si pone nel seguire Gesù per vedere, così come sempre Matteo aveva ricordato con insistenza anche nel racconto della passione: “Vi erano là anche molte donne che osservavano da lontano. Esse avevano seguito Gesù dalla Galilea per servirlo” (Mt 27,55), “Lì sedute di fronte alla tomba c’erano Maria di Magdala e l’altra Maria” (Mt 27,61). Proprio perché hanno visto sono testimoni, ma anche il loro vedere racchiude un sguardo che diviene disponibile ad un vedere nuovo, perché cerca di andare in profondità e rimane soprattutto fedele nella passione e nel momento della morte. Nella versione di Marco le donne per strada si interrogano su chi potrà rotolare via la tomba all’ingresso del sepolcro. In Matteo ci troviamo di fronte ad una presentazione di fenomeni descritti con linguaggio apocalittico che accompagnano l’arrivo delle donne: tra di essi il rotolamento della pietra presentato non come già avvenuto ma in diretta. “Ed ecco avvenne un grande boato: infatti un angelo del Signore, sceso dal cielo e avvicinatosi, fece rotolare via la pietra e vi si sedette sopra”. Il boato è lo scuotimento, che Matteo indica anche al momento della morte di Gesù (Mt 27,51). Ma è anche lo scotimento che era avvenuto al momento dell’arrivo dei magi a Gerusalemme, uno scuotimento che aveva portato turbamento al re Erode e a tutta Gerusalemme. In un quadro così di contrapposizione tra la paura di chi non si lasciava mettere in cammino da nessuna stella e da nessuna luce e la grande gioia che i magi provarono al vedere la stella e nel condurre il loro cammino.

Il terremoto ha anche un significato connesso al giudizio, al momento in cui Dio annienta la realtà della morte. E’ un segno di rivelazione di un intervento di Dio. E’ elemento è proprio dell’apocalittica, segno del rivelarsi di Dio che entra nella vicenda umana e la cui rivelazione è descrivibile solamente con segni che dicono la potenza e lo sconvolgimento degli elementi. Matteo indica la presenza di un interprete di quanto sta accadendo: è la figura di un angelo, figura che porta un messaggio di Dio. Marco nel suo racconto vede l’interprete nella figura di un giovane che le donne trovano all’interno del sepolcro ed apre loro il significato di quell’esperienza. Matteo presenta invece l’angelo non solo come interprete ma anche con un ruolo attivo perché è lui che fa rotolare via la pietra e vi si siede sopra. Nelle visioni della manifestazione di Dio ricorre il motivo del colore della veste e del volto. Secondo Daniele Dio che siede sul trono ha una veste bianca come neve (Dan 7,9) e il volto del figlio dell’uomo è come la folgore (Dan 10,6). L’aspetto dell’angelo rinvia alla descrizione del corpo trasfigurato di Gesù che Matteo aveva presentato nel racconto della trasfigurazione: l’aspetto è come la folgore e il suo vestito bianco come la neve (Mt 17,2).

Dietro a queste imagini sta un grande messaggio: il sepolcro, luogo della morte e segno della forza silenziosa della morte, è investito di una potenza più grande che viene da Dio, forza che annienta la morte e dona una vita con caratteri di novità inauditi. Nella vita di Gesù c’è una luce che vince le tenebre della morte che conducono a non temere. E così nella sua morte non rimane prigioniero del buio ma l’azione di Dio lo costituisce ‘figlio di Dio con potenza nello Spirito di santificazione’ (Rom 1,3-4).

Le parole dell’angelo riprendono quelle del ‘giovane’ di Marco: ‘Non temete voi’ innanzitutto. E’ un invito a non temere in contrasto con lo scotimento che aveva preso i soldati: ‘per timore di lui le guardie tremarono e divennero come morte’. Si fa vivo un contrasto tra il terrore e una nuova fiducia, tra la vita segnata dall’amore e le guardie sottomesse ad un potere che teme e che divengono come morte. L’annuncio dell’angelo richiama la ricerca delle donne: ‘voi cercate Gesù il crocifisso’. E’ indicata l’identità di Gesù come il crocifisso che rimane tale anche nella condizione di risorto. Invita a vedere il luogo dove era sepolto, accogliendolo non come prova della risurrezione ma come un segno che rinvia e fa andare oltre.

L’annuncio centrale è che Gesù è risorto e Matteo aggiunge ‘come aveva detto’: E’ rinvio a quei passi del vangelo in cui sono riportate le parole di Gesù di fronte alla sua morte (Mt 16,21; 17,23; 20,19), indicazione della lucidità e libertà con cui Gesù visse la fedeltà fino in fondo al Padre e la testimonianza del regno come vicinanza di Dio ai piccoli. Tutta la sua vita è cammino in cui scoprire il senso della sua morte.

L’angelo invita infine ad annunziare ai discepoli che Gesù risorto dai morti li precede in Galilea. L’annuncio della risurrezione proviene non da un’invenzione umana ma da una parola di Dio che irrompe e apre una speranza nuova. Questo annuncio reca in sé una parola di perdono e dona ai discepoli di tornare là dove Gesù li aveva chiamati, la Galilea, e là dove avevva iniziato a seguirlo trovando in lui la guida della propria vita. E’ ancora una ripresa di quanto Gesù aveva detto ai suoi prima della passione (Mt 26,32).

Matteo prosegue il raconto che in Marco a questo punto trova una brusca interruzione. Riporta che le donne ‘corsero a dare l’annunzio ai discepoli’ ed anche introduce un episodio che non si trova negli altri vangeli, un incontro con il risorto. Il saluto che Gesù risorto offre alle donne è un saluto di pace: ‘Chairete’. “Ed esse avvicinatesi, gli abbracciarono i piedi e si prostrarono a lui”. Gesù le invita ad annunciare ai discepoli e dire ‘ai miei fratelli’ di andare in Galilea. E’ una parola di perdono. Gesù riabilita così i discepoli come fratelli richiamando alla Galilea: “Andate ad annunziare ai miei fratelli che vadano in Galilea, e là mi vedranno”.

DSCF4896

Alcune riflessioni per noi oggi a partire da questa pagina

Una prima riflessione può sorgere dal pensare alle guardie e alla custodia. E’ un’immagine drammatica se si pensa alle guardie armate che devono custodire situazioni di violenza. In questi giorni non possiamo dimenticare coloro che sono rapiti, di cui da tempo non si hanno notizie in angoli lontani del mondo: in Siria, il gesuita Paolo Dall’Oglio, fedele ad un popolo e alla sua storia, in Cameroun due preti vicentini e una suora canadese. Accanto a loro a custodia uomini armati. Ma anche la custodia armata di situazioni di oppressione come ai check point nei territori palestinesi occupati dove la potenza delle armi quotidianamente umilia la vita di chi deve sottoporsi al controllo, ai capricci di giovani resi onnipotenti dalle armi, per poter recarsi al lavoro, per poter muoversi. In tanti altri luoghi la custodia armata è segno della malvagità di chi vuole opprimere: è l’ingiustizia profonda della violenza e delle armi. Lo scuotimento delle guardie proprio al momento della risurrezione di Gesù ci dice che la debolezza dell’amore è più forte di ogni potere politico che agisce con la sua forza armata. Gesù non può essere tenuto racchiuso nella morte da nessuna forza umana. Ma questo dice anche che non si può sopprimere l’apertura della vita che spinge alla relazione con la forza di armi che generano morte e conservano il sepolcro. Ma anche questo è invito ad una chiesa risorta ad essere testimone di questa forza di vita a vivere questo scuotimento di fronte al potere delle armi avendo il coraggio di fare spazio all’irrompere dello spirito della risurrezione, a disarmare i popoli ma anche i cuori.

Una seconda riflessione è a partire dalla ricerca delle donne. In quel mattino presto si incrociano una ricerca e l’irruzione di un farsi incontro della vita di Dio nella storia umana. E’ la ricerca delle donne che raccoglie le nostre ricerche. E’ desiderio che dice possibilità di continuare una vicinanza. Ed è indicazione della forza di questa apertura. Le parole dell’angelo aprono questo desiderio ad una dimensione più grande: non una ricerca nel luogo della morte, volta ad un passato, ma una ricerca rivolta ad una novità che non viene da noi ma irrompe da altro e altrove. E’ apertura ad una vita trasfigurata: è una vita nello Spirito in Dio.

Questo incontro non può compiersi senza una irruzione di forza dall’alto, non è procedimento o costruzione umana di scoperta, ma si fonda su una testimonianza che proviene da altrove. E d’altra parte questa testimonianza si consegna alla testimonianza propria di chi ha seguito Gesù sin dalla Galilea, alle donne. Se la risurrezione è evento che si dà come novità assoluta e azione di Dio, d’altra parte è un movimento che coinvolge pienamente la ricerca, l’attesa, il percorso interiore di chi ha seguito Gesù. E si radica in quel desiderio che si è fatto cammino nel buio dell’alba per andare a visitarlo.

La parola dell’angelo rinvia all’identità di Gesù, il crocifisso risorto. Gesù ha vinto la morte passando attraverso l’assurdità della morte, non nonostante la morte. Ha reso anche la morte luogo di un dono di sé e consegna al Padre e agli altri fino alla fine. La sua presenza non è nel luogo della morte ma è ‘in Galilea’. La Galilea terra di periferia e di confine, terra di mescolamenti di lingue diverse e terra lontana dai centri del culto. Terra di oppressione e di ingiustizia in cui Gesù passò facendosi solidale con la sofferenza. Ritornare in Galilea è scoprire che la nostra vita è chiamata, aprirsi ad uno sguardo che vede il bene e genera fraternità e sororità, coltivare una relazione e scoprire che la vita, come quella di Gesù – meglio, in lui – può essere vissuta per…data, sparsa, come il pane spezzato e il vino versato delle tavole a cui Gesù sedeva e dell’ultima cena.

Le parole dell’angelo alle donne aprono non a cammini di singoli, isolati nel loro individualismo egoistico o indifferente, ma ad un percorso di comunità. Sono le donne, che l’avevano seguito a divenire annunciatrici di un cammino in cui Gesù si dà ad incontrare in modo nuovo, annuncitarici di un dono di fraternità da scoprire di nuovo. In Galilea inizia una nuova sequela: rinvia alla prima chiamata ma sarà nuova. E i discepoli dovranno scoprire una parola di perdono che li accoglie dopo la loro incomprensione, la loro fuga, il loro abbandono. Ma questo cammino in cui al centro sta la presenza di donne testimoni e la parola della fraternità offerta a tutti è ancora da compiere in una chiesa che dovrebbe riconoscersi non come struttura e organizzazione di controllo e di pianificazione di progetti, ma comunità di testimonianza di accoglienza, di perdono ricevuto e di fraternità.

C’è un rapporto profondo con noi, siamo immersi in questa vita del risorto nell’esperienza della fede: la risurrezione di Gesù apre ad una fraternità in cui leggere la nostra risurrezione. L’esperienza del battesimo è scoperta di una immersione non tanto rituale ma di vita nel partecipare alla morte di Gesù per essere condotti da lui al destarci della risurrezione: “Il punto centrale è questo: normalmente, la morte rappresenta un’interruzione drastica delle relazioni, la morte isola; per Gesù invece, è attraverso la morte che viene aperta una nuova epotenzialmente infinita rete di relazioni. L’effetto della sua morte è l’opposto dell’isolamento. Quindi, se Gesù parla della propria morte come un ‘battesimo’, è naturale che quanti vengono attratti insieme per mezzo della sua morte ed esaltazione esprimano la loro riconciliazione, il loro essere uno con Dio e con gli altri, in un rito di immersione batesimale (…) essere un discepolo, essere con Gesù, è essere battezzati: il battesimo è il modo in cui ogni persona è resa presente a Gesù, crocifiso e vivente, mediante un atto rituale che pone la persona in quel medesimo processo che Gesù ha descritto come ‘immersione’, il processo di oblio di se stessi che conduce alla croce. Dimentica di avere un io da proteggere, rafforzare, consolare e a cui mentire: ascolta l’amara verità che la croce enuncia, e accetta il dolore e il disorientamento di quella illuminazione, nella fiducia che tu non sei odiato né abbandonato; ed emergi dai flutti come nuova persona, ‘vivente per Dio’, che vive con gli occhi fermamente fissi su quel fondamento e meta della speranza che è Gesù. Il credente ora non può essere separato da Gesù e quella presenza ne definisce allora l’identità (cfr. Rom 8,9-17.31-39): viviamo nell Spirito di verità e possiamo chiamare Dio ‘Abbà, Padre’ (Rowan Williams, Resurrezione. Interpretare l’evangelo pasquale, Qiqajon 2004, 92-93).

Alessandro Cortesi op

Buona Pasqua

DSCF4922Agli amici, a tutti coloro che seguono questo blog un caro augurio di buona Pasqua.

“Vorrei parlarvi a lungo di tombe vuote, come grembi vuoti dopo il parto. Di macigni che rotolano dall’imboccature dei sepolcri, liberandone la preda. Di pianti accesi di donne che cercano tra i morti il vivente.
Vorrei parlarvi a lungo di primavere che irrompono e di segni di tempi interiori o di stagioni spirituali fiorenti sotto l’urto della grazia. Di albe incantate che mutano il lamento degli uomini.
Vorrei parlarvi a lungo di Lui, risorto con le stigmate del dolore. Di schiavitù sconfitte. Di catene rotte. Di abissi inebrianti di libertà.
Ma come tradurrò in termini nuovi l’annuncio di liberazione, io successore degli apostoli?
Ecco, forse solo con una preghiera.
Aiutaci, Signore, a portare avanti nel mondo e dentro di noi la tua Risurrezione” (don Tonino Bello)

“Siamo in tempo pasquale e io, Signore, ti ho già chiesto cos’è la morte e la resurrezione; e come le due cose s’incrocino, entrano quasi una nell’altra: la vita risorta, probabilmente cominciando ancor prima che la mortale sia finita. Ma oggi, nell’onda della resurrezione trionfante – dei fiori che germogliano e che sbocciano, degli insetti che ronzano, delle farfalle che veleggiano, con i colori dell’arcobaleno dipinti sulle ali; e delle scadenze liturgiche che celebrano la resurrezione del Signore – in quest’ondata trionfante di vita che sconfigge la morte, vorrei domandarti, Signore come sarà quella vita futura che attendiamo e che forse già cominciamo misteriosamente a vivere ma che vivremo disvelata dopo il sipario della morte. Vorrei domandartelo, Signore, vorrei saperlo perché talvolta mi spaventa, come spaventa l’ignoto. (…) E della luna. Già: la luna. Non ce la ruberai, per caso, la luna, in paradiso? Mi sembrerebbe un paradiso triste senza questa dolce pellegrina della notte che scandisce il tempo con i suoi quarti, la sua pienezza luminosa, la sua oscura rinnovazione quando, come nella notte di Pasqua, morte e vita si incontrano e la luna vecchia che termina coincide con la luna nuova che ricomincia il ciclo del suo peregrinare in cielo. Io, la luna, ce la vorrei di là, e anche le nuvole del cielo; e gli animali sulla terra (…) Forse Signore, il mio è un paradiso troppo umano; ma non ci hai fatto tu uomini? Non ce le hai date tu queste cose? Noi siamo impastati con la terra; perciò, con noi, deve risorgere anche la terra: quei cieli nuovi e quelle terre nuove che ci hai promessi e di cui parlano i profeti” (Adriana Zarri)

DSCF3034

 

 

Alla ricerca del lavoro perduto

IMG_3076E’ appena uscito l’ultimo volume della collana ‘Sul confine’ curata dal Centro Espaces ‘Giorgio La Pira’ di Pistoia, sul tema del lavoro, presso la casa editrice Nerbini di Firenze. Il libro dal titolo Alla ricerca del lavoro perduto. Idee sul lavoro che cambia a cura di Giovanni Paci e Alessandro Cortesi, ed. Nerbini Firenze 2014, pp.280 (ISBN 9 788864 340890) raccoglie una serie di saggi sulla questione del lavoro oggi ponendo insieme diverse letture in modo interdisciplinare.

Qui di seguito l’indice del volume: chi fosse interessato ad averne copia può richiederlo all’indirizzo: info@domenicanipistoia.it

Alla ricerca del lavoro perduto

Introduzione di Giovanni Paci

Parte I – Lavoro oggi: il contesto

Il lavoro tra crisi e sviluppo. Appunti per una riflessione di Renzo Innocenti

Rimettere al centro il lavoro. Rimettere al centro i giovani di Franca Alacevich

La crisi e le imprese manifatturiere: l’impatto sul territorio pistoiese di Carlo Stilli

Il lavoro nel tempo della crisi: analisi e domande etiche di Alessandro Cortesi

Parte II – Lavoro oggi: letture e proposte

Europa e lavoro nella globalizzazione di Antonio Miniutti

Flessibilità, occupazione e produttività: che cosa non ha funzionato? di Sebastiano Nerozzi e Giorgio Ricchiuti

Welfare at work: flessibilità, sicurezza sociale, cittadinanza di Filippo Buccarelli

Note per una spiritualità del lavoro di Alessandro Cortesi

Ritorno al lavoro. La narrativa italiana tra deindustrializzazione e precariato (2002-2013) di Giovanni Capecchi

Copertina

Domenica delle Palme – anno A – 2014

 

Ingresso Gerusalemme-1Ingresso di Gesù a Gerusalemme – mosaico XII-XIII secolo – Monreale (Pa)

Is 50,4-7; Fil 2,6-11; Mt 26,14-27,66

Matteo nel suo vangelo suddivide in sette tappe il racconto della passione di Gesù. Il succedersi di questi momenti è da leggere in un orizzonte suggerito sin dall’inizio: ‘Voi sapete che fra due giorni è pasqua e che il Figlio dell’uomo sarà consegnato per essere crocifisso’ (Mt 26,2).

La Pasqua ebraica, evento di alleanza, di rivelazione di Dio vicino, che ascolta il grido dei poveri e scende a liberarli, è il quadro di riferimento nel quale leggere i vari momenti della passione di Gesù. Matteo offre anche un’altra chiave interpretativa suggerendo sin d’ora il tema della ‘consegna’. Gesù viene tradito, consegnato: questo è un primo livello dell’approccio alla vicenda della passione: tale tradimento, inizio della vicenda del processo e della condanna, si pone sul piano storico. Gesù viene messo nelle mani dei suoi uccisori, e d’altra parte appare come Gesù rimanga libero nell’affrontare questa consegna e lui stesso si dà vivnedo una lucida comsapevolezza del suo percorso: ‘Il mio tempo è vicino’ Mt 26,18). Ad una lettura nella fede, teologica della vicenda storica di Gesù, Matteo evidenzia che si sta portando a compimento in questi eventi una più profonda consegna di Gesù stesso, consegna di sé al Padre e consegna della sua vita nel dono per tutta l’umanità: è lui il servo che giustificherà molti.

Il racconto pasquale inizia con l’unzione di Betania, annuncio profetico della morte di Gesù. Ad esso seguono i preparativi e lo svolgimento della cena pasquale, seconda scena, in cui Gesù, consegnato da Giuda (Mt 26,16.20), si offre e si dà liberamente: la sua vita è il ‘sangue dell’alleanza versato per tutti in remissione dei peccati’ (Mt 26,28). Matteo qui suggerisce che nella partecipazione alla vita di Gesù (il sangue nela mentalità semitica è simbolo della vita) si attua il perdono dei peccati e quindi il superamento di tuta la ritualità dei sacrifici che ruotava intorno al tempio di Gerusalemme.

Il terzo momento è al Getsemani: Gesù raffigurato come il giusto che subisce la prova è presentato nel suo stare in rapporto con la sua comunità: ‘andò con loro… presi con sé Pietro e i due figli di Zebedeo… disse loro: … vegliate con me’ (Mt 26,26-38). Con i suoi e in preghiera: Matteo insiste sulla preghiera di Gesù in questo momento ma i suoi non lo seguono e non gli stanno vicini nel suo pregare: l’hanno seguito ma non giungono a stare con lui fino alla fine: è fallimento della loro sequela. Proprio prima di essere arrestato Gesù parla di se stesso come pastore e annuncia la dispersione del gregge (Mt 26,31) riprendendo un testo di Zaccaria; ma indica anche un nuvo raduno, dopo la Pasqua, in Galilea. Sarà un inizio nuovo, un seguirlo che sarà diverso e nuovo.

Segue la scena dell’arresto: al centro è ancora Gesù nella sua attitudine di rifiuto radicale della violenza che ha contagiato anche i discepoli (Mt 26,51-54): contrapponendosi alla logica della spada invita a leggere le sue scelte come ‘compimento delle Scritture’, realizzazione di quel disegno di Dio di salvezza e di liberazione che in tutto il Primo Testamento si era svolto.

Matteo presenta poi il processo giudaico (Mt 26,57-68) mentre Pietro vive il rinnegamento di Gesù (Mt 26,69-75): è una sezione in cui compaiono una serie di titoli, segno della rivelazione di Gesù quale messia: ‘d’ora innanzi vedrete il Figlio dell’uomo seduto alla destra di Dio e venire sulle nubi dell’altissimo’ (Mt 26,64). E’ questa una parola che rinvia al testo di Daniele in cui si parla del messia come di una figura che verrà negli ultimi tempi, con funzione di giudice della storia e con una signoria nuova (Dan 7,13).

La sesta scena è il processo romano, davanti a Pilato, momento in cui si evidenzia la strumentalizzazione della folla di Gerusalemme, l’indifferenza di Pilato che si lava le mani e l’espressione di simpatia anche da parte pagana nell’intervento della moglie di Pilato (Mt 27,19) che presenta Gesù come ‘quel giusto’. A conclusione del processo ancora un nuovo passaggio di consegna: Pilato ‘lo consegnò ai soldati perché fosse crocifisso’ (Mt 27,26)

Al vertice della narrazione sta la crocifissione: Gesù è presentato nel suo essere vulnerabile: lo schernivano ‘ha salvato gli altri, non può salvare se stesso’ (Mt 27,42). Accetta la morte senza salvare se stesso: è lui qui che si consegna. Ma proprio il momento della morte è presentato come una rivelazione di Dio, una grandiosa teofania. L’utilizzo del linguaggio simbolico apocalittico sta ad indicare che quella morte è evento che segna e cambia la storia, coinvolge il cosmo e tutta l’umanità. C’è chi rifiuta Gesù, c’è chi si apre ad una nuova fede come il centurione pagano e tutta l’umanità è liberata: i morti escono dai sepolcri. Il salmo 22 pronunciato da Gesù sulla croce è la preghiera di un giusto sofferente, inerme che chiede di essere risparmiato dalla violenza e che abbandona la sua sorte a Dio, lascia a lui l’ultima parola e si apre alla lode dell’azione potente di Dio: ‘il regno è del Signore… e io vivrò per lui…’. La rivelazione della morte compie la teofania del momento del battesimo (cfr. Mt 3,13-17) e ‘accade la pasqua’. I capitoli della passione si chiudono con la sepoltura e la doppia ‘vigilanza’ di carattere diverso, davanti al sepolcro, quella delle donne (Mt 27,61) e quella – imposta dal potere – delle guardie (Mt 27,64-65).

Matteo presenta Gesù come il giusto che affida la sua vita al Padre e la dona a tutti: è messia che compie le Scritture nel ‘fare la pasqua con i suoi’.

DSCF3201Suggerisco solamente alcuni punti su cui riflettere oggi.

Nella vicenda di di Gesù e nella sua passione giocano un ruolo decisivo i diversi rappresentanti di poteri, quello civile e quello religioso che in modi diversi, con preoccupazioni e paure diverse convergono nel determinare la sua condanna. Il potere dei sacerdoti vedeva nella predicazione di Gesù una critica fondamentale al proprio sistema religioso, incapace ormai di lasciarsi mettere in crisi per la pretesa di avere le chiavi della Legge, la figura di Pilato evidenzia una politica preoccupata solamente di preservare il controllo e pronta ad inseguire in modo demagogico l’esigenza di sottomissione. Anche oggi forme diverse di potere, politico, economico e finanziario generano vittime e mantengono nella sottomissione. Ed ogni sistema religioso tende a costruirsi come potere che non apre a cammini di liberazione e non dà vita. Ascoltare la passione di Gesù è motivo per maturare scelte per resistere e liberarsi da tali poteri. E’ motivo per indirizzare la vita sulla via di colui che con il suo silenzio e la sua inermità si oppose a chi rifiutava la sua parola e la sua testimonianza di una vita donata sino alla fine.

I segni e le parole di Francesco vescovo di Roma offrono un nuovo respiro di semplicità, di lucidità nell’attenzione ai poveri, nell’essere solidali con loro. La sua durissima critica ad un sistema economico che genera iniquità ed è profondamente violento nel promuovere una cultura dello scarto, il suo sguardo a chi è escluso dal punto di vista sociale e culturale, la sua attenzione all’ambiente nell’ottica della giustizia hanno posto in primo piano le autentiche domande su cui l’umanità oggi decide il suo futuro. Le sue parole richiamano la priorità del vangelo come annuncio di liberazione per i poveri. Di qui tante lodi e segni di ammirazione per la sua dirittura e coerenza. Eppure di fronte a tante lodi c’è da chiedersi dov’erano questi elogiatori mentre tanti nel silenzio di un impegno quotidiano vivevano con fatica questi gesti e questa linea di impegno, cercando di costruire comunità capaci di confrontarsi con il vangelo e di vivere testimonianze controcorrente, tacciati di cedere al relativismo perché attenti alle persone e non alle strategie di influenza politica. Riascoltare la passione di Gesù è motivo per riflettere su come seguire Gesù che ha dato la sua vita, vissuta nel segno dell’ospitalità, della vicinanza ai poveri, di una condivisione aperta, della nonviolenza.

Il racconto della passione di Matteo ha una sottolineatura propria che sta nell’attenzione alla vita della comunità ecclesiale. E’ una comunità dove è compreso Isaraele, e che si allarga a comprendere tutti coloro che vivono una sequela nuova nei confronti di Gesù perché partecipano alla sua vita. C’è un versetto che genera difficotà laddove Matteo presenta una affermazione che egli attirbuisce a tutto il popolo di Gerusalemme: ‘il suo sangue ricada su di noi e sui nostri figli’ (Mt 27,25). Nel quadro della narrazione questo grido è l’esito dell’azione di Pilato che ha voluto lasciare ad altri ogni responsabilità per la morte di Gesù. Forse Matteo inserisce questa espressione a sottolineare una distanza che si fa progressiva a fine del I secolo tra la comunità cristiana e quella ebraica. Ma per essere letta in profondità questa affermazione va collegata alle parole dell’ultima cena: quel sangue, cioè la vita stessa di Gesù, non è versato per compiere del male, ma è versato solamente per un perdono da cui nessuno è tenuto fuori. L’unico Giusto diviene sorgente di vita per tutti, rivelazione del volto di Dio dono di amicizia per tutti. Veramente è Gesù l’unico giusto che genera la vita di una comunità nuova dove tutti sono accolti. Ne è segno la cena che è assemblea di peccatori, dove sono presenti coloro che abbandoneranno Gesù e colui che lo tradisce. Ma a tutti, alle moltitudini, Gesù offre la sua vita per aprire una storia nuova. Come far sì che l’eucaristia non sia assemblea che esclude e separa ma luogo della memoria pericolosa di Gesù che si offre e perdona nonostante il rifiuto? La testimonianza credente, la vita delle nostre comunità oggi dovrebbe scoprire e comunicare queste dimensioni di apertura, di dono e di speranza per tutti.

Di fronte alla violenza che penetra anche all’interno della comunità Matteo presenta il volto di Gesù che si oppone all’uso delle armi e della violenza. «Gesù disse: Rimetti la tua spada al suo posto» (Mt 26,52). E’ proposta sconvolgente di un amore mite che non può far uso di armi. La croce è uccisione di colui che fino alla fine rimane fedele nel dare la sua vita per gli altri, rifiutando ogni violenza. Il Dio di Gesù è il Dio che salva gli altri non salva se stesso. Matteo contrappone nella scena finale della passione una vigilanza armata delle guardie, colma di paura, e una vigilanza delle donne, carica di trepidazione, disarmata: ‘lì sedute di fronte alla tomba c’erano Maria di Magdala e l’altra Maria’ (Mt 27,61). Come entrare nel cammino delle donne che hanno saputo seguirlo sin dalla Galilea e sono già indicazione di uno stile di seguire Gesù che condurrà ad incontrarlo vivente, oltre la morte?

Nei giorni scorsi a Homs in Siria è stato ucciso da un gruppo armato il gesuita Frans Van der Gut di 76 anni, olandese psicoterapeuta, che da quando era iniziata la guerra non aveva mai pensato di lasciare il popolo con cui aveva condiviso cinquant’anni della sua vita: “Il popolo siriano mi ha dato così tanto, con tanta gentilezza – diceva – se adesso il popolo siriano soffre voglio condividere con loro il dolore e le difficoltà”. Di fronte alla violenza che imperversa anche oggi testimoni del crocifisso risorto sono piccole luci che con la loro capacità di gratitudine, vissuta nella vicinanza al capezzale di popoli che soffrono, continuano il racconto della passione e tengono viva la speranza della risurrezione.

Alessandro Cortesi op

27 Giotto - L'ingresso a Gerusalemme part(Giotto, affresco ingresso di Gesù a Gerusalemme (part.) Padova – Cappella degli Scrovegni)

V domenica di Quaresima – anno A – 2014

lazzaro(affresco sec. XI, scuola bizantino campana, s.Angelo in Formis, Capua)

Ez 37,12-14; Sal 129; Rom 8,8-11; Gv 11,1-45

La casa di Betania è una casa di amici. A Betania, nome che può significare ‘casa della povertà’ vivono Lazzaro, Marta e Maria. Lazzaro (‘Dio aiuta’) è presentato come amico di Gesù. Maria è identificata all’inizio del racconto con ‘colei che cosparse di profumo il Signore e gli asciugò i piedi con i suoi capelli’. Questa indicazione collega subito al capitolo 12, conclusione del ‘libro dei segni’ (capp. 1-12 del IV vangelo). Il cap. 12 inizia appunto con la narrazione dell’unzione di Betania e questa annotazione iniziale offre la prospettiva in cui leggere l’intera vicenda di Lazzaro come una anticipazione della morte e risurrezione di Gesù, un segno tutto rivolto alla croce. L’unzione è un gesto che anticipa la morte e risurrezione di Gesù. Gesù sta andando verso un destino di morte, ma la sua morte è evento di vittoria della vita e di trasformazione della morte stessa come manifestazione dell’amore. Il libro dell’ora e della gloria (capp. 13-20) costituisce la seconda parte del vangelo che offrirà il grande segno della croce come rivelazione del volto di Dio, dell’amore più forte della morte.

“Signore, ecco, colui che tu ami è malato”. A Betania Gesù è posto di fronte all’esperienza della malattia e della morte. La sua reazione alla notizia che Lazzaro, il suo amico, è malato, parole offre un’altra chiave di lettura dell’intera pagina, posta all’inizio: “Questa malattia non porterà alla morte, ma è per la gloria di Dio, perché per essa il Figlio di Dio venga glorificato”. Come davanti al cieco nato Gesù vede la malattia come luogo in cui manifestare le opere di Dio (Gv 9,3), e l’opera di Dio è l’opera creativa e il dono di vita e liberazione. La malattia di Lazzaro diviene evento in cui si manifesta la ‘gloria’ come realtà più profonda dell’identità di Gesù, ed è momento di una apertura, di una rivelazione della forza dell’amore che vince la morte. La risposta di Dio alla malattia e alla morte è la presenza di Gesù: Gesù che si fa carico della sofferenza e condivide il pianto e la condizione di tutta l’umanità.

Dopo aver sentito che Lazzaro era malato Gesù ‘rimase due giorni nel luogo dov’era’. E’ un’indicazione che lascia perplessi ma ricca di simbologia se situata nel quadro di un racconto in cui tutto è orientato a scorgere in Gesù, nella sua morte e risurrezione, la chiave di lettura. Il suo intervento si situa dopo due giorni, cioè al terzo giorno, e ciò evoca l’intervento di salvezza di Dio nel giorno che assume il profilo del tempo della liberazione: “Venite, ritorniamo al Signore… Dopo due giorni ci ridarà la vita e il terzo ci farà rialzare e noi vivremo alla sua presenza” (Os 6,1-2). Questa idea del rialzarsi è legata alla metafora presentata nella prima lettura da Ezechiele come un radunarsi del popolo presnentato secondo l’immagine di una risurrezione, un rialzarsi collettivo. E’ questa l’opera del messia secondo i profeti. La risurrezione di Lazzaro diviene così annuncio e anticipazione della risurrezione di Gesù che compie in sè tutta la storia della salvezza, evocata nell’espressione ‘il terzo giorno’.

Accanto a questa notazione è data anche una interpretazione della morte di Lazzaro: “Lazzaro, il nostro amico, s’è addormentato; ma io vado a svegliarlo”. La sua morte è letta come sonno, sonno in cui una azione di Dio opera qualcosa di nuovo, come nel sonno di Adamo. Quella malattia e quella morte divengono ‘segno’. E accanto a questo la decisione di recarsi in Giudea, là dove è presente l’ostilità dei giudei. “Rabbì, poco fa i Giudei cercavano di lapidarti e tu ci vai di nuovo?”. “Allora Tommaso, chiamato Didimo, disse agli altri discepoli: «Andiamo anche noi a morire con lui!” Tommaso indica il senso del cammino del discepolo, essere con Gesù là dove è lui, seguirlo per porre i propri passi dove lui è diretto. L’intero racconto presenta un movimento di rivelazione di Gesù, e insieme un cammino di fede e di accoglienza di lui, percorso del discepolo.

Seguono due dialoghi in cui proprio tale percorso di fede viene approfondito, il primo di Marta con Gesù (11,18-27), il secondo di Maria con Gesù (11,28-37). Marta in qualche modo presenta la posizione della credente ebrea che confessa la fiducia nella risurrezione negli ultimi tempi. Ma ella va anche oltre, esprime la certezza che là dove c’è Gesù non può esere presente la morte: ‘Signore, se tu fossi stato qui, mio fratello non sarebbe morto!’. Eppure Gesù le fa compiere un passaggio oltre questa domanda che è in qualche modo eco dell’invocazione ‘Dov’è Dio nella morte?’. Gesù accompagna Marta ad un incontro personale con lui, a scorgere nella sua presenza amica la vita non solo promessa, ma presente: “Io sono la risurrezione e la vita; chi crede in me, anche se muore, vivrà; chiunque vive e crede in me, non morrà in eterno. Credi tu questo?”. Gesù accompagna Marta ad un nuovo orizzonte del credere e del vivere. Non solo nel futuro, ma nel presente è già possibile sperimentare l’incontro con la vita e scorgere un senso nuovo della stessa vita nell’incontro con lui. Gesù conduce a scoprire non solo la risurrezione nell’ultimo giorno, ma una vita piena sperimentabile sin dal presente. C’è una vita nella comunione con il Padre che si rende vicina e possiible nell’incontro con Gesù. La sua testimonianza di amore che si da’ sino alla fine è via a questa vita e relazione della vita che vince la morte. Nella sua prima lettera Giovanni dirà: “siamo passati dall morte alla vita perché amiamo i fratelli” (1Gv 3,14). In tal senso Gesù si manifesta come risurrezione e vita. E’ questo il motivo per cui il IV vangelo è stato scritto: “perché credendo abbiate la vita nel suo nome” (Gv 20,31).

Il dialogo con Maria presenta i tratti umanissimi del volto di Gesù, e nel suo profilo il volto di Dio come amico. “Gesù allora, quando la vide piangere, e piangere anche i Giudei che erano venuti con lei, si commosse profondamente e, molto turbato,domandò: ‘Dove lo avete posto?’. Davanti alla sofferenza di Maria Gesù piange. Il suo sentimento è espressione dell’amicizia e del legame ma è anche una reazione che esprime turbamento e indignazione nei confronti della ingiustizia della morte. E’ quello che Gesù proverà di fronte alla sua morte (Gv 12,27) e di fronte al tradimento di Giuda (Gv 13,21).

Davanti alla tomba di Lazzaro si svolge una lotta. “Padre ti rendo grazie perché mi hai ascoltato”. Gesù manifesta la sua profonda relazione con il Padre, vive l’affidamento radicale al Padre e lo ringrazia (cfr. Gv 5,30). La vita della risurrezione, orizzonte della fede ebraica, non è solamente un questione di futuro; già qui, già ora Gesù accompagna a scoprire la forza di una vita nuova già iniziata. L’intero racconto conduce a scoprire nel volto di Gesù l’Inviato del Padre. Gesù è la vita , il pastore che strappa le pecore dalla morte (Gv 10,27-28), colui che farà sì che non vadano perdute.

Dare la vita a Lazzaro diviene per Gesù momento in cui è pronunciata per lui la sentenza di morte (Gv 11,46-53). Egli è colui che dona la sua vita per gli amici. Paradossalmente – e secondo la sottile ironia del IV vangelo – è proprio Caifa il sommo sacerdote a farsi interprete del significato profondo della morte di Gesù, una morte “non soltanto per la nazione, ma anche per riunire insieme i figli di Dio che erano dispersi”. La morte di Lazzaro e il suo ritorno alla vita è un segno tutto orientato a far cogliere il senso della morte e risurrezione di Gesù. Gesù muore per un raduno di giudei e pagani, di tutta l’umanità (cfr Gv 18,14), che è opera del messia come pastore (Ez 34,23-24), l’opera del servo di Jahwè, dal volto del servo sofferente (Is 49,5; 53,11) venuto per liberare e per raccogliere insieme in un dono di amicizia tutti coloro che si aprono all’amore come senso della propria vita. La parola di Gesù a Lazzaro: ‘Liberatelo e lasciatelo andare’ è indicazione di uno scioglimento di legami. E’ liberazione da orizzonti chiusi per poter andare e scorgere l’incontro con Gesù che rompe con ogni visione religiosa asservita all’ideologia e che apre ad un cammino dove i legami (anche quelli di una religione che lega e impedisce la vita) sono sciolti.

DSCF4979Quali percorsi per noi oggi può suggerire questa pagina?

Un primo pensiero va al senso di amicizia che pervade questo racconto. Gesù è amico di Lazzaro Marta e Maria. E l’intero racconto narra cammni di fede. Ma la stessa fede è sostenuta dall’amicizia. L’amicizia umana, la condivisione è forza che suscita percorsi di fede e di apertura alla vita. La fede diviene così il luogo della risurrezione ed è una fede che ha la caratteristica di essere sostenuta dall’amicizia, di essere cammino vissuto nel dialogo e nell’incontro: nell’incontro di fede con Gesù già è in atto un movimento di risurrezione.

Una seconda riflessione potrebbe collegarsi al passaggio che Gesù fa compiere a Marta: da una speranza rivolta solamente al futuro a scorgere la dimensione presente di una vita nella risurrezione. Siamo già passati dalla risurrezione alla vita nell’esperienza dell’amore che si verifica nell’attenzione agli altri e in una prassi di dedizione. In tale senso la speranza del credente è dimensione da coltivare con tensione al futuro ma anche con sguardo al presente segnato già dall’incontro con Gesù che si è manifestato come ‘Io sono la risurrezione e la vita’.

Le parole di Gesù a Lazzaro: ‘Vieni fuori’ e ‘Liberatelo e lasciatelo andare’ possono far pensare ai cammini di chiesa che ancora stanno davanti a noi. Una parola cara al card.Martini era il riferiemnto ad una ‘chiesa sciolta’, sciolta da tante pastoie di comproemsso con i poteri per cui la stessa teologia diviene una giustificazione dello status quo e della situazione di dominio di alcuni su altri (le varie forme del clericalismo). Ma è anche una indicazione di essere sciolti di fronte a tante forme che mantengono incapaci di cogliere gli appelli del tempo, l’esigenza di una testimonianza del vangelo più semplice, meno legata a formalismi e che parli attraverso una prassi caratterizzata da compassione e gratuità. Siamo passati dalla morte alla vita perché amiamo i fratelli: questa testimonianza di risurrezione è l’unica che viene percepita. Ma è anche invito a scoprire come poter aprire cammini di liberazione in cui le persone siano liberate per andare, per non essere costrette in una dimensione di morte ma lasciate libere di incontrare la vita nell’esperienza non di una religione che lega e chiude, ma di un’uscita da sè, un decentramento dela vita che fa sperimentare sin d’ora la risurrezione.

Alessandro Cortesi op

 

 

 

 

Navigazione articolo