la parola cresceva

commenti alla Parola della domenica e riflessioni

Archivi per il mese di “agosto, 2022”

XXII domenica tempo ordinario – anno C – 2022

Sir 3,17-18.20.28-29; Eb 12,18-19.22-24; Lc 14,1.7-14

“Figlio, compi le tue opere con mitezza, e sarai amato più di un uomo generoso.
Quanto più sei grande, tanto più fatti umile, e troverai grazia davanti al Signore”.

Il libro di Ben Sira, sapiente che scrisse il suo libro agli inizi II secolo a.C., fu tradotto dal nipote nel 132 circa: ricordando gli insegnamenti del nonno indica la via per vivere in fedeltà al Signore. In un tempo di prova per la fede e persecuzione lo scritto è indicazione di sapienza per non smarrire la consapevolezza della presenza del Signore nella vita, nel creato (cfr Sir 42,15-43,33) e nella storia (44,1-50,29).

L’attitudine fondamentale del sapiente sta nel percepire come tutto proviene da un dono di Dio: da qui l’invito a coltivare un senso di umiltà e percorrere i sentieri della mitezza. Sono le attitudini di chi rimane aperto al dono di Dio nella gratitudine, consapevole che ogni grandezza umana non può essere considerata possesso e ogni vanto non ha senso. Così il rapporto con gli altri va vissuto con la mitezza che è lo stile di Dio.

Anche Gesù offre insegnamenti a partire dal suo osservare il quotidiano. Vedeva come gli invitati sceglievano i primi posti ad un banchetto: “Quando sei invitato a nozze da qualcuno, non metterti al primo posto…”.

Gesù guarda chi sta agli ultimi posti e a chi rimane senza posto. E critica la corsa a prendere i primi posti ma anche ogni pretesa di essere più importante degli altri.

Gesù propone un capovolgimento della logica di affermazione della grandezza umana e della competizione. Propone un cambiamento radicale e chiede di vivere i rapporti secondo un altro orizzonte, nella fiducia che “quando viene colui che ti ha invitato ti dica: “Amico, vieni più avanti!”. E’ la fiducia di intendere la propria vita al cospetto di Dio che pronuncia la parola ‘amico’ accogliendo tutti.

Gesù non offre solamente un invito di contrasto all’affermazione e all’l’arrivismo, fondati sulla pretesa di una propria grandezza. Il messaggio profondo della parabola riguarda l’annuncio del volto di Dio. E’ ‘colui che ti ha invitato’  ed è l’unico che può dire ‘amico’. E’ il messaggio della grazia e della amicizia del Dio che chiama ‘amici’ i suoi commensali. Da qui sgorga la responsabilità di vivere nella propria vita la testimonianza di questa scoperta: “Quando offri un pranzo o una cena… invita poveri, storpi, zoppi, ciechi; e sarai beato perché non hanno da ricambiarti”. Gesù propone ai suoi di accogliere e condividere con chi sta agli ultimi posti e sperimentare la gratuità di un amore di Dio che chiede di essere tradotto in concreti gesti di condivisione gratuita. Invita così a chiamare ‘amici’ tutti coloro da cui non si può avere contraccambio: lo stile di Dio è mitezza gratuità.

Alessandro Cortesi op

Mitezza

Norberto Bobbio scrisse una breve riflessione in un momento di passaggio della sua vita, quando manifestò il suo orientamento a distaccarsi dalla politica scorgendo nella nuova situazione creatasi in Italia alla fine degli anni ’90 una  nuova fase che esigeva “un salto di qualità troppo alto per le sue gambe”.

Da un lato fu una presa di distanza dalla politica e proprio in tale frangente egli propose un approfondimento sulla virtù della mitezza che per un verso egli presentava come la virtù più antipolitica, e dall’altro proprio in questa riflessione egli propose una base indispensabile per la convivenza.

Nell’Elogio della mitezza il filosofo torinese distingue virtù forti e virtù deboli con l’osservazione che la mitezza è inserita nelle virtù deboli perché è tratto del modo di agire degli offesi, dei deboli, di chi non fa la storia e non lascia traccia del proprio nome. Il mite si distingue da chi è mansueto. Osserva Bobbio: “La mansuetudine, mi spiego, è una disposizione d’animo dell’individuo, che può essere apprezzata come virtù indipendentemente dal rapporto con gli altri. Il mansueto è l’uomo calmo, tranquillo, che non si adonta per un nonnulla, che vive e lascia vivere, e non reagisce alla cattiveria gratuita, per consapevole accettazione del male quotidiano, non per debolezza. La mitezza è invece una disposizione d’animo che rifulge solo alla presenza dell’altro: il mite è l’uomo di cui l’altro ha
bisogno per vincere il male dentro di sé”. (N.Bobbio, Elogio della mitezza, Edizioni dell’Asino, 2019, 21).

Riprende così una definizione di Carlo Mazzantini al proposito: “ la mitezza, egli diceva, è l’unica suprema “potenza” (badate, la parola “potenza” usata per designare la virtù che fa pensare al contrario della potenza, alla impotenza, se pur non rassegnata) che consiste “nel lasciare essere l’altro quello che è”. Aggiungeva: ‘Il violento non ha impero perché toglie a coloro ai quali fa violenza il potere di donarsi. Ha impero invece chi possiede la volontà, la quale non si arrende alla violenza, ma alla mitezza’”(ibid. 22).

Il mite non ha i comportanti dell’arrogante e del prepotente e tuttavia non è un remissivo: “Il remissivo è colui che rinuncia alla lotta per debolezza, per paura, per rassegnazione. Il mite, no: rifiuta la distruttiva gara della vita per un senso di fastidio, per la vanità dei fini cui tende questa gara, per un senso profondo di distacco dai beni che accendono la cupidigia dei più…”(ibid. 27). Il mite non rinuncia alla lotta, ma rinuncia alla competizione come ambito che non costruisce nulla ma tutto conduce a distruzione: “la mitezza è il contrario dell’arroganza, intesa come opinione esagerata dei propri meriti, che giustifica la sopraffazione. Il mite non ha grande opinione di sé, non già perché si disistima, ma perché è propenso a credere più alla miseria che alla grandezza dell’uomo, ed egli è un uomo come tutti gli altri. A maggior ragione la mitezza è contraria alla protervia, che è l’arroganza ostentata. Il mite non ostenta nulla, neanche la propria mitezza” (Ibid. 26). Così pure la mitezza si pone in contrasto alla prepotenza quale abuso di potenza che è ostentata e praticata.

Il mite rigetta la competizione e rifiuta di entrare nella spirale della violenza che genera vincitori e vinti: “Nella lotta per la vita è infatti l’eterno sconfitto. L’immagine che egli ha del mondo e della storia, dell’unico mondo e dell’unica storia in cui vorrebbe vivere, è quella di un mondo e di una storia in cui non ci sono né vincitori né vinti, e non ci sono né vincitori né vinti perché non ci sono gare per il primato, né lotte per il potere, né competizioni per la ricchezza, e mancano insomma le condizioni stesse che consentano di dividere gli uomini in vincitori e vinti” (ibid. 26-27). La mitezza si connota per Bobbio per essere un modo di essere verso l’altro “La mitezza non è né sottovalutazione né sopravvalutazione di sé, perché non è una disposizione verso se stessi ma, come ho già detto, è sempre un atteggiamento verso gli altri e si giustifica soltanto nell’“essere verso l’altro” (ibid. 29). Tale virtù si accompagna con le altre virtù della misericordia e della semplicità: “la mitezza può (non deve) essere una predisposizione verso la misericordia. Ma la misericordia è, come avrebbe detto Aldo Capitini, un’“aggiunta” (ibid. 30).

Bobbio infine suggerisce l’identificazione del mite con il nonviolento e al proposito egli guarda alla lezione di Capitini e di Gandhi: “Avete capito: identifico il mite con il nonviolento, la mitezza con il rifiuto di esercitare la violenza contro chicchessia. Virtù non politica, dunque, la mitezza. O addirittura, nel mondo insanguinato dagli odi di grandi (e piccoli) potenti, l’antitesi della politica”. (ibid. 33)

Alessandro Cortesi op

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XXI domenica tempo ordinario – anno C – 2022

Is 66,18-21; Eb 12,5-7.11-13; Lc 13,22-30

‘Passava per città e villaggi insegnando e dirigendosi verso Gerusalemme’. Gesù è in cammino, nel suo viaggio verso Gerusalemme. Questa cornice è carica di significati: Gerusalemme è luogo della passione e della morte che si presentano ormai vicine. In questa parte del cammino in cui Luca presenta Gesù che sale  Gerusalemme egli inserisce la chiamata di Gesù ai suoi a seguirlo senza incertezze: e qui Luca raccoglie insegnamenti fondamentali indirizzati ai discepoli, a coloro che lo seguono su questa strada, metafora del senso della sua intera esistenza.

Ed è posta una domanda: “sono pochi quelli che si salvano?’. Era questione dibattuta nei circoli rabbinici: c’era chi proponeva una visione esclusiva di una salvezza per pochi, per altri la prospettiva si allargava. Gesù non risponde alla questione, ma sposta il problema, invita ad un coinvolgimento personale di coloro con cui parla. Indica il paragone di una casa dove c’è un padrone che ad un certo punto si alza e chiude e rinvia all’immagine di una porta: indica l’importanza di una fatica, rinvia ad una porta stretta e richiama la voce di chi bussa alla porta dicendo: “Signore, Signore aprici!”.

La porta per entrare nella casa è stretta e per entrarvi è richiesto impegno: è evocato lo sforzo di lotta nella tensione della gara, con i termini del combattimento. Con questi accenni Gesù invita a prendere posizione con responsabilità personale. C’è chi avanza pretese per aver mangiato e bevuto insieme, perché ‘hai insegnato nelle nostre piazze’ ma sono queste voci di chi ha compiuto iniquità nella vita: sono operatori di ingiustizia che dicono ‘Signore signore’. E’ il tipo di religiosità, ostentata e fatta di cose esteriori che non incide sulla vita e non attua scelte di condivisione e solidarietà. C’è una prima indicazione: Il passaggio è aperto per chi compie la giustizia e Gesù critica la pretesa di ‘salvarsi’ in virtù di una appartenenza religiosa e culturale che non coinvolge l’esistenza in scelte di giustizia.

Ma c’è anche una seconda indicazione: la porta è aperta. Richiede un atteggiamento completamente diverso ma offre un’apertura senza confini. Il riferiemnto ala porta stretta è forse a quella porta della città che rimaneva accessibile anche di notte quando le altre porte grandi erano chiuse. E’ infatti spalancata per chi, operando concretamente scelte di giustizia proviene da direzioni diverse e non programmate, da luoghi pensati lontani dalla salvezza: ‘E verranno da oriente e da occidente da settentrione e da mezzogiorno…’. I profeti indicavano che solamente scelte di attenzione ai più poveri sono la via per incontrare Dio: Gesù richiama tale orientamento. E’ la grande visione del profeta dell’esilio (il terzo Isaia) che parla di un grande raduno dei popoli quale progetto di Dio: “Così dice il Signore: Io verrò a radunare tutti i popoli e tutte le lingue…”. La porta stretta è aperta non per chi pretende di avere titoli di appartenenza o privilegi, ma per chi attua un cammino in fedeltà alla via di Gesù attuando solidarietà e giustizia.

Alessandro Cortesi op

August Macke, Veduta in una stradina – 1914 – Kunstmuseum Mülheim an der Ruhr

La porta stretta: diventare adulti

La porta stretta, è il titolo di un libro che raccoglie le tappe di un lungo viaggio attraverso autori fondamentali della cultura occidentale tra filosofia e letteratura, scritto da Umberto Curi, filosofo, per molti anni docente all’Università di Padova. La metafora della porta stretta del vangelo è utilizzata per indicare il passaggio all’età adulta – il sottotitolo infatti esplicita tale riferimento “Come diventare maggiorenni” – che in ogni  esistenza è passaggio complesso, segnato da lotta e fatica, e che non si esaurisce in un momento puntuale ma viene ad accompagnare l’intero itinerario della vita umana.

Il percorso inizia da un’analisi della posizione di Kant riguardo all’uscita dalla condizione di minorità che viene presentata come coincidente con il pensare da sé (Selbstdenken): “Colui che pensa con la propria testa è anche colui che ha intrapreso il processo in cui consiste il diventare maggiorenni”.

Sono poi analizzate proposte che presentano l’uscita dalla minore età in rapporto all’emancipazione rispetto alla figura del padre come Edipo, i fratelli Karamazov, Kant, Freud…

Un’ampia parte del testo offre un esame della posizione cristiana in cui la decisione di seguire Cristo implica un movimento di svuotamento e d’altra parte assume il tratto prevalente del dono. Compare qui il riferimento alla kenosis, lo svuotamento di Cristo nel suo percorso esistenziale che manifesta il suo stare di fronte al Padre in modo nuovo e diviene la via indicata per chi intende seguirlo: “È dunque il Cristo il paradigma di un rapporto in cui il Figlio diventa in senso pieno maggiorenne, rendendosi ospitale alla parola e alla volontà del Padre, spingendo l’obbedienza fino al limite della kénosis”.

Una posizione diversa è quella di Bartleby, lo scrivano nel romanzo di Melville: la sua è una posizione di chi non si pone in modo polemico e non intende entrare in tale fatica, ma vorrebbe rimanere senza peso da sopportare nel suo stare nella vita: “Bartleby non può – né presume neppure lontanamente di farlo – competere con i «campioni» che si sono affrontati nel combattimento relativo ai modi più efficaci per raggiungere la piena maturità. Non intende misurarsi, più o meno polemicamente, con chicchessia. Non ha certezze da esibire, verità assolute da rivelare, convinzioni granitiche a cui rimandare. Vorrebbe semplicemente non portare il peso, essere ex-onerato dal dover fare o dire qualcosa che sia allineato all’orizzonte di senso e alla gerarchia di importanza dei suoi interlocutori”.

Il profilo di Bartleby in qualche modo riassume una situazione esistenziale di questo tempo. Interpreta da un lato una critica alla attitudine guerresca e di opposizione che intende il diventar maturi come uccisione del padre e dall’altro anche esprime l’attitudine di una distanza rispetto alla linea dello svuotamento di sè: “Posto di fronte all’alternativa fra ribellione e kénosis, fra parricidio e obbedienza, Bartleby lascia intendere che è la proposizione stessa del problema – come si esce dalla minorità – a non suscitare il suo interesse. Chiede soltanto di dormire, «con i re e i governanti della Terra». Costoro hanno saputo soltanto costruire per sé «luoghi desolati». Mentre un umile scrivano ci ha donato la forza tranquilla della mitezza. A chi ci incalza per farci diventare maggiorenni ha dimostrato che si può rispondere: «preferirei di no»”.

D’altra parte, di fronte a tale posizione che ha elementi di attrazione in quanto prospetta la via del non decidere a fronte di passaggi esigenti della vita (attraverso una porta stretta),  Curi osserva come: “L’alternativa forse più convincente alla seduzione insita nella figura stessa di Bartleby può forse essere individuata nel mito platonico della caverna. A condizione che esso non venga abusivamente interpretato – come è ormai consuetudine consolidata – come metafora di una compiuta teoria della conoscenza, ma se ne valorizzi invece la forte connotazione propriamente drammaturgica”.

Nel mito platonico viene evidenziato come il passaggio da una condizione di prigionia nel buio della caverna ad una libertà che consente di giungere alla luce, non si connota come passaggio che avviene una volta per tutte, ma prigionia e libertà rimangono intrecciate. Il dramma apre a considerare come il passaggio alla maturità si attua in un continuo scontro:

“La simultanea compresenza della cecità e della chiaroveggenza, del vedere e del non vedere, sia all’interno sia all’esterno della caverna, spiega per quale motivo mai, in nessun momento, neppure una volta che sia uscito dalla dimora sotterranea e abbia potuto fissare lo sguardo direttamente sul sole, mai il prigioniero sia in pace, ma piuttosto debba costantemente lottare, e dunque sia infine destinato a ritornare sottoterra per sviluppare un ancor più duro combattimento. La paidéia non solo non affranca definitivamente dalla necessità del conflitto: essa si limita a modificare i termini e le condizioni in cui si svolge una battaglia che resta inconcludibile. Perché anche questo scontro è, come la coppia cecità-chiaroveggenza, ineliminabile dalla anthropíne phýsis”.

Lo scontro è sempre presente e con esso la fatica nel passare continuamente dalla cecità alla luce. C’è una forza che conduce ad essere nella caverna, l’essere gettati nella vita senza uan propria decisione, ma anche è una forza esterna che può aprire a sciogliere lo sguardo verso la luce: è forza offerta da qualcun altro che ha vissuto il percorso di scioglimento di legami e del volgere lo sguardo alla luce ed aiuta altri a liberarsi e a compiere quel percorso che non si conclude: “dolore e cecità sono destinati a perdurare e a diventare ancora più intensi, mano a mano che si proceda verso l’uscita dalla dimora sotterranea”.

Il mito della caverna viene così inteso quale immagine del cammino verso la maturità, esigenza di passare da una porta stretta che richiede fatica e lotta e che non è mai concluso nei giorni della vita:

“in quanto possa essere interpretato come metafora del percorso che conduce verso la maturità, il mito ribadisce quanto già si è intravisto nelle stazioni del viaggio fin qui effettuato. Ci dice che la maggiore età non è l’incrollabile punto di arrivo del viaggio, non coincide con uno stato acquisito una volta per tutte. Ma che la nostra vita è, nel suo insieme, caratterizzata da un pólemos inesauribile, dal quale non si esce mai definitivamente vincitori una volta per tutte”.

Il riferimento evangelico alla porta stretta assume quindi possibilità di interpretazioni ampie e nuove se intesa come metafora di un percorso che implica sempre transizione, passaggio, che richiede decisione insieme al peso di dolore e incertezze. “Ciò a cui, presto o tardi, qualunque fase della vita, si è posti di fronte, è la necessità di una scelta, non limitata ad ambiti circoscritti, ma tale da coinvolgere totalmente noi stessi, la nostra stessa più profonda identità”.

Alessandro Cortesi op

Assunzione di Maria ss. – Messa della vigilia

1Cr 15,3-4.15-16; 16,1-2; 1Cor 15,54-57; Lc 11,27-28

In questa celebrazione della vigilia della festa dell’Assunzione si possono individuare tre motivi di riflessione.

Il primo è il riferimento al segno dell’arca. L’arca è immagine dell’alleanza. E’ il luogo in cui le tavole della legge sono custodite. L’arca accompagna il cammino d’Israele nel deserto e viene trasportata sino alla terra promessa e a Gerusalemme quale segno della presenza di Dio in mezzo al suo popolo.

L’immagine dell’arca è presente nella prima lettura: “Davide convocò tutto Israele a Gerusalemme, per far salire l’arca del Signore nel posto che le aveva preparato”. Il salmo 31 canta “Sì, il Signore ha scelto Sion, / l’ha voluta per sua residenza: / «Questo sarà il luogo del mio riposo per sempre: / qui risiederò, perché l’ho voluto».

Questa salita dell’arca a Gerusalemme è un riferimento importante per leggere la presenza stessa di Maria che custodisce in sé un mistero di alleanza e di vita. In Gesù si rende vicino il dono dell’alleanza che rinvia al patto dell’esodo e a tutto il cammino d’Israele. Maria nel suo portare in sé Gesù è così vista come arca dell’alleanza, che tiene insieme l’intero cammino di Israele, lei figlia di Sion, ed apre ad un incontro con il volto di Gesù che rende vicino la presenza dell’Abbà. 

Scrivendo alla comunità di Corinto Paolo indica un orizzonte di speranza di fronte all’interrogativo posto dalla morte: “Dov’è, o morte, la tua vittoria? Dov’è, o morte, il tuo pungiglione?». Il pungiglione della morte è il peccato e la forza del peccato è la Legge. Siano rese grazie a Dio, che ci dà la vittoria per mezzo del Signore nostro Gesù Cristo!”. Il dono di grazia derivante dall’offerta di Gesù che ha dato se stesso attuando un amore sino alla fine è aperura di un orizzonte che va oltre la morte ed è liberante da ogni schiavitù della legge.

Il vangelo di Luca riporta un dialogo: una donna della folla rivolgendosi a Gesù gli dice «Beato il grembo che ti ha portato e il seno che ti ha allattato!». Ma non si lascia irretire dall’ammirazione di chi lo accosta né dalle lodi che possono denotare una devozione sbagliata. Subito infatti ricorda un messaggio fondamentale a cui richiama tutte e tutti nella comunità. Gesù riconosce madre fratelli e sorelle in coloro che ascoltano e operano in rapporto alla Parola di Dio “Beati piuttosto coloro che ascoltano la parola di Dio e la osservano!”. Non si tratta solo di ascoltare ma di operare in scelte concrete di vita perché la Parola possa fare il suo corso.

Alessandro Cortesi op

Domande sul carcere

Festa dell’assunzione è festa di libertà, di redenzione, di compimento dell’umano. A fronte di tale orizzonte le esperienze di contrasto del presente conducono a riflettere su come accogliere il dono di vita nei drammi del quotidiano, laddove è presente la morte e la disumanità e come lasciare spazio a percorsi di vita e di umanizzazione.

“Se un giudice dice «ho fallito, il sistema ha fallito», senza aver paura di piangere pubblicamente lacrime sincere sulla bara di una ragazza di 27 anni morta suicida in cella inalando il gas del fornelletto su cui cucinava, c’è da fermarsi. Per la verità avremmo dovuto già fermarci da tempo a riflettere sulle troppe vite (quasi tutte di giovani detenuti per reati di poco conto) inghiottite dall’enorme buco nero delle carceri italiane, ma neanche i numeri impressionanti, 47 nel 2022, infrangono il muro dell’indifferenza generale” (Alessandra Ziniti, Le scuse del giudice e il fallimento delle carceri, “La Repubblica” 10 agosto 2022).

La lettera aperta scritta da un giudice dopo che una giovane donna si è tolta la vita in carcere raccoglie un grido di sofferenza ed un monito ma anche ripropone la questione del senso della giustizia, della disumanità del sistema carcerario. Vincenzo Semeraro, magistrato da molti anni, nella sua lettera ha scritto «So che avrei potuto fare di più per Donatella, non so cosa, ma so che avrei potuto».  “In carcere c’è un’umanità sterminata e le loro storie si assomigliano: sono fragili, fragilissimi, spesso provengono da famiglie altrettanto fragili. Entrano ed escono dal carcere di continuo. Nel caso di Donatella, il problema era il suo rifiuto ostinato a entrare in una comunità di recupero: ho sempre provato a convincerla, non ci sono riuscito. La verità è che è molto più facile entrare in carcere che in una comunità…” (Intervista a Viviana Dalosio, “Avvenire” 9 agosto 2022).

E alla domanda “Perché sente di non aver fatto abbastanza per lei?” così risponde: “Non riesco a togliermi dalla testa l’ultimo colloquio che abbiamo avuto, a giugno. Lei piangeva, raccontandomi dell’errore fatto comportandosi così in comunità. Si scusava, tentava di giustificarsi. Ripeteva di voler cambiare, di desiderare una vita normale: una casa, un lavoro, una famiglia. Mentre la sentivo parlare pensavo che sono le stesse aspirazioni che hanno tutti i giovani alla sua età, mentre quelli tossicodipendenti continuiamo a considerarli diversi. Alla fine della nostra chiacchierata si è alzata stringendomi la mano: «Grazie sai…» mi ha detto. E quelle parole non riesco a scordarmele. Se le avessi parlato dieci minuti in più, se avessi trovato altre parole per confortarla, se avessi tentato un’altra strada forse le cose non sarebbero finite così. Con la mia lettera, consegnata ai suoi familiari, ho voluto far sentire la mia voce, che credo debba essere quella di tutto il sistema: perché se una giovane donna di 27 anni si uccide in carcere è tutto il sistema penitenziario che ha fallito. Io mi metto in prima linea, ma ci riguarda tutti.”

Il succedersi di suicidi nelle carceri è motivo per una riflessione che dovrebbe coinvolgere non solo tutte le componenti che operano negli istituti di pena ma la società nel suo complesso. Il Rapporto sulle carceri italiane pubblicato a luglio dall’associazione Antigone delinea un panorama drammatico: il sovraffollamento medio delle celle è del 112% (ma in alcuni istituti supera il 150%), è raddoppiato il numero degli ergastolani negli ultimi 20 anni e 25 bambini sono in carcere con le loro mamme. Il numero dei suicidi quest’anno è un dato agghiacciante.

L’istituzione stessa del carcere così come è strutturata e pensata quale luogo di pena corporale in cui di fatto si attua una vendetta nei confronti di chi ha commesso reati e solo in forme assai limitate si offrono effettivi percorsi di reintegrazione, di riabilitazione e cambiamento della vita  va ripensato alla radice. “La prigione ti condanna a essere solo un corpo. Ma di questo corpo perdi il controllo. Nonostante il passaggio dalla pena come supplizio alla pena come rieducazione sia avvenuto, teoricamente, da ormai due secoli, in Italia la galera infligge ancora pene corporali” (Isabella De Silvestro, Ecco la vera pena corporale, la galera uccide i cinque sensi, “Domani” 6 giugno 2022)

E’ in atto anche una riflessione su abolire il carcere. Il libro dal titolo Abolire il carcere (di Luigi Manconi e altri) è una delle ultime espressioni di tale indirizzo. Elisabetta Zamparutti, componente del Comitato europeo per la prevenzione della tortura, delinea alcune direzioni affrontando il tema su ‘come’ cambiare: «Mettere in discussione il giudicare, in fondo richiamandosi anche al monito biblico sul “non giudicare”, perché occorre trovare forme di giustizia diverse che più che giudicare, condannare, separare, mettere in disparte siano orientate alla riparazione. Certo si deve partire dalla verità, dalla consapevolezza del danno procurato. Più che il sistema del giudizio va concepita una forma di acquisizione della verità che porti a una riparazione. Il carcere è l’espressione più crudele, ovunque ci siano istituti penitenziari, per quanto possano essere evoluti, comunque c’è una componente punitiva prevalente che pregiudica il suo uso a fini rieducativi, nonostante quello che abbiamo scritto nella Costituzione. L’impianto è quello di una giustizia portata a infliggere altro male rispetto al male commesso. Non c’è educazione che possa venire dalla punizione. Il cambio di paradigma deve essere da un pensiero violento a un pensiero nonviolento. Coltivando una concezione nonviolenta il carcere va superato». (…) Non siamo dei pazzi furiosi. Delle strutture di contenimento ci devono essere, ci sono situazioni in cui qualcuno è dannoso a sé stesso e agli altri e lo devi fermare. Quello che non ci deve essere è il preminente ruolo della punizione. Direi il carcere come eccezione e non come regola, non come punizione ma come contenimento. D’altronde, ci sono situazioni in cui ci si rende conto che il diritto penale viene usato per regolamentare problemi sociali, in carcere c’è una grande manifestazione di disagi sociali» (Il carcere è inutile. Abolirlo non è utopia” (Intervista a Elisabetta Zamparutti a cura di Roberto Davide Papini “Riforma” 22 luglio 2022).

Offrendo una lettura del sorgere storico dell’istituzione carceraria ed in riferimento al dettato della Carta costituzionale  Luigi Manconi indica che osare vie nuove per pensare la pratica  della giustizia all’interno di una società democratica è possibile:

“Realismo e misura impongono di trovare alternative, alla pena detentiva oggi così come all’istituzione carceraria domani. Perché osare è possibile. Sono state le leggi ordinarie, modificabili da qualsiasi maggioranza parlamentare, a introdurre l’idea che la risposta sanzionatoria dello Stato alla violazione delle leggi penali debba consistere nella privazione della libertà per un determinato periodo di tempo. E un simile concetto non lo si trova da nessun’altra parte e tantomeno nella Costituzione. È diventato senso comune e norma di legge, per una inveterata abitudine, che risale a qualche secolo fa e che è stata legittimata dall’autorità di Cesare Beccaria, preoccupato delle pene efferate con cui si sminuzzavano i corpi nell’Ancien régime. In quel contesto, dunque, il carcere era il male minore: una pena la cui «dolcezza» avrebbe fatto decadere le punizioni più feroci. D’altra parte, anche le antiche usanze, pur se nate come «rivoluzionarie», possono essere abbandonate se non corrispondono più alle domande della società. La nostra Costituzione, in uno dei suoi capolavori giuridico-letterari, dice che «le pene non possono consistere in trattamenti contrari al senso di umanità e devono tendere alla rieducazione del condannato». La pena detentiva troppo frequentemente corrisponde di per sé a un trattamento contrario al senso di umanità, al punto da generare il sospetto che essa sia — in sostanza — una pena inumana. E si dimostrerà ancora come sempre la pena detentiva — nella grande maggioranza dei casi — non tenda alla «rieducazione» del condannato, ma costituisca una sua degradazione fino a connotarne tragicamente il destino. D’altro canto, la Costituzione non parla mai di carcere, né di pena detentiva. Anche se i costituenti conoscevano solo il carcere (per averlo personalmente scontato durante il regime fascista) e la pena capitale, in modo saggio e miracolosamente lungimirante non aggettivarono le pene, lasciando campo libero a un legislatore che voglia cambiare radicalmente la fisionomia delle sanzioni penali. Siamo dunque autorizzati a osare”. (Luigi Manconi, Se il castigo è peggio del delitto, “La Repubblica” 26 maggio 2022).

Sono sollecitazioni che ci raggiungono dai drammi del presente e provocare una domanda su come attuare le vie di una giustizia che abbia il volto umano e si ponga nella direzione di riparare le ferite e riabilitare a percorsi di relazioni …

Alessandro Cortesi op     

XIX domenica tempo ordinario – anno C – 2022

Sap 18,3.6-9; Eb 11,1-2.8-19; Lc 12, 32-48

“Per fede, Abramo, chiamato da Dio, obbedì partendo per un luogo che doveva ricevere in eredità, e partì senza sapere dove andava… Per fede, anche Sara, sebbene fuori dell’età, ricevette la possibilità di diventare madre…”. L’ascolto di una chiamata di Dio nella vita apre ad un viaggio, ad un camminare, ad un andare oltre che si radica unicamente sulla promessa. Ed apre orizzonti imprevedibili, inattesi. Dio chiese ad Abramo di guardare le stelle nel cielo e di camminare sulla terra.

Guardare il cielo è sguardo all’oltre che rinvia sempre all’altro da incontrare costruendo sentieri di pace. Camminare sulla terra è abbandono di legami per uscire, ma è anche apertura a sentire che la terra è affidata per divenirne custodi. La terra dell’ambiente e la terra delle persone e dei popoli. Dio chiama a stringere nuovi legami di alleanza con il creato e di fraternità seguendo le vie della pace, lottando contro tutto ciò che provoca inimicizia.   

“Siate pronti, con le vesti strette ai fianchi e le lampade accese; siate simili a quelli che aspettano il loro padrone quando torna dalle nozze”. Essere pronti: questo chiede Gesù non tanto per instillare paura e per porre di fronte ad una minaccia. Indica invece come il cammino dei discepoli sta su una via di responsabilità nel presente. La prontezza è attitudine di chi veglia e si prende cura, di chi resiste alla distrazione, all’indifferenza, a tutto ciò che impedisce di maturare consapevolezza sulle situazioni e di agire. Essere pronti è proprio di chi è disponibile a partire aprendosi a chiamate inedite che si fanno strada tra le pieghe del quotidiano, nei volti e nelle situazioni. Essere pronti significa così custodire e ad essere responsabili. Oggi avvertiamo una chiamata particolare ad essere responsabili della casa comune del creato e della casa delle relazioni, da quelle più vicine a quelle dei popoli. Stare pronti significa allora maturare attenzione alle cose, alle persone, dare spazio a quell’ascolto che è prima forma di accoglienza.

Il padrone della parabola affida una casa e tornerà dalle nozze: la fedeltà nell’attesa è chiamata rivolta a chi si trova affidato un compito. Amministrare è pensare il rapporto con le cose e con gli altri non in termini di possesso ma di rispetto, di custodia, di cura. La terra non è dominio a disposizione di un uomo centrato su sé stesso e sul proprio potere. La terra è prestata. Oggi sperimentiamo il disastro di un rapporto con la natura inteso nel senso del dominio. La natura stessa non è proprietà, è dono da amministrare con attenzione, affidato ‘per coltivare e custodire’. Oggi vediamo anche l’orrore a cui conduce pensare i rapporti dei popoli secondo logiche imperialistiche, senza disponibilità a comprendere l’altro. Vi è un affidamento a cui rispondere con creatività e coraggio. Amare è scoprire affidamenti molteplici e reciproci. Essere pronti significa anche questo: essere aperti a riconoscere sempre che siamo per il Signore che ci affida la terra e gli altri e Lui per primo ha cura di noi.

Alessandro Cortesi op

Cura e parole

Nei giorni scorsi a causa di un incidente è mancato Luca Serianni, noto docente di storia della lingua italiana, attento scrutatore delle parole. Dal suo insegnamento condotto con passione emerge un messaggio di cura, per le persone, per le parole. Nell’ultima sua lezione nell’Aula Magna della Sapienza dove aveva per molti anni insegnato ebbe a dire davanti ai suoi studenti: “Ho avuto nel mio lavoro, come riferimento, il secondo comma dell’articolo 54 della Costituzione: ‘I cittadini cui sono affidate funzioni pubbliche hanno il dovere di adempierle con disciplina e con onore’. In questo senso, per me, voi rappresentate lo Stato”.

Disciplina e onore, quasi sinonimi di quella cura che iniziava dall’attenzione alle parole, come elementi della casa della lingua quale casa comune che consente legami di vita e di costruzione condivisa in relazioni sempre aperte. Parlare è infatti movimento di fiducia che lancia ponti verso l’altro, che costruisce un ‘noi’ in cui vi è una radicale attesa di essere compresi e di farsi comprendere. L’uso della parola è esercizio di preparazione, di coltivazione, di custodia di rapporti.

In quell’ultima lezione del giugno 2017 ebbe a dire parole importanti sull’insegnamento che egli aveva vissuto intensamente con riconoscenza verso suoi grandi maestri come Arrigo Castellani: «Insegnare è soprattutto trasmettere un certo modo di vedere le cose, da una generazione all’altra» Parlando così di chi ha scelto l’insegnamento affermava che ha «scommesso sui propri scolari, e in generale sui giovani, sulla loro capacità di apprendere quale che sia il punto di partenza» e «non può prendersi il lusso di essere pessimista». Così lo ricorda un suo allievo  Giuseppe Antonelli divenuto poi docente e collega: Passavamo un’ora a prendere ininterrottamente appunti, perché ogni parola era illuminante. Finivamo con un crampo alla mano e un sorriso stampato in faccia. Il tempo volava: perché da ogni parola traspariva la cura, la dedizione, la gioia per quello che stava facendo”. (G.Antonelli, Morto Luca Serianni, un linguista che illuminava con le parole, “Corriere della sera” 22 luglio 2022 ). Sono illuminanti le sue osservazioni espresse in un volume che raccoglie un dialogo sul senso della lingua in cui sottolineava l’importanza degli scritti di divulgazione. Sottolineava il ruolo delle parole e della lingua con sguardo a favorire un senso di comunità che riguarda tutti: insisteva “riguarda i “nuovi italiani”, ai quali bisogna assicurare tutti i diritti dei nativi, a partire dalla lingua”. “Nel caso della lingua italiana, avverto anche l’esigenza di un certo impegno civile: diffondere la padronanza della lingua e della sua storia è un modo per rafforzare il senso di appartenenza a una comunità”.  (da Il sentimento della lingua. Conversazione con Giuseppe Antonelli, il Mulino 2019; cfr. La lingua italiana è un diritto).

Accademico dei Lincei, trovava orientamento nella sua ricerca e nel suo insegnamento dalla convinzione di poter comunicare in modo semplice anhe il frutto più raffinato degli studi perché la parola potesse essere tessitura di una comunicazione capace di coinvolgere in un cammino comune di popolo che si forma con legami di solidarietà.

“La sua lezione di studioso si lega profondamente alla testimonianza di cristiano – così annota Andrea Riccardi – proprio nel valore della parola, parola degli uomini e delle donne, parole dei profeti, parola di Dio. Egli scrive in un libro, intitolato ‘Parola’: «L’importanza della parola, che può essere fonte di vita o di morte, di giustizia e di ingiustizia, di illuminante sapere o di cieca ignoranza è ben presente nelle tre religioni rivelate, che non a caso si definiscono ‘religioni del libro’…». Serianni è stato un uomo della parola: parola studiata, parola del credente, parola leale con gli amici e i colleghi, parola comunicata con la sapienza di decenni di studio e di confronto costante. Fragile e riservato, ha vissuto proprio abitato da questa forza della parola” (A.Riccardi, Serianni il ‘francescano’ ricco solo della parola, “Avvenire” 22 luglio 2022).

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