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XXVIII domenica tempo ordinario – anno A – 2017

IMG_0972.JPGIs 25,6-10; Fil 4,12-14.19-20; Mt 22,1-14

“Preparerà il Signore degli eserciti per tutti i popoli, su questo monte, un banchetto … di cibi succulenti, di vini raffinati. …Eliminerà la morte per sempre, il Signore Dio asciugherà le lacrime su ogni volto”.

L’immagine del banchetto sta ad indicare un incontro dei popoli nel condividere un cibo preparato per tutti da Dio stesso. Questo banchetto è il simbolo di un futuro caratterizzato dalla presenza della vita e senza più la morte. L’azione di Dio è vita, dono di gioia. Il Signore che prepara un banchetto è anche colui che elimina la morte, apre la possibilità di incontro nella felicità della condivisione e dello stare insieme. L’immagine del banchetto viene anche collegata alla venuta del messia.

Nei vangeli si parla a più riprese di banchetti, a Cana, in casa di Levi nella casa di Simone il pubblicano dove irrompe la donna peccatrice, nella casa di Zaccheo, da Marta e Maria. Anche la moltiplicazione dei pani diventa banchetto. Gesù visse poi in una cena pasquale il drammatico momento di addio ai suoi prima della sua morte. Così pure nei racconti delle apparizioni vi è insistenza sul ‘mangiare insieme’ in vari contesti.

Anche nelle parole Gesù l’immagine del banchetto ritorna con insistenza, nella parabola del grande banchetto (Lc 14) in quella delle vergini stolte e sagge (Mt 25).

Così pure nelle parole rivolte al centurione, pagano lodato per la sua fede, a cui Gesù annuncia un venire di popoli lontani a partecipare alla mensa con Abramo Isacco e Giacobbe nel regno dei cieli: “molti verranno dall’oriente e dall’occidente e siederanno a mensa con Abramo, Isacco e Giacobbe nel regno dei cieli” (Mt 8,10-11).

La parabola degli invitati al banchetto (Mt 22,1-14) risulta dall’unione di due parabole distinte. Il contesto è quello del confronto di Gesù con le autorità giudaiche presso il tempio di Gerusalemme. La prima parabola presenta l’invito alla festa di nozze e il rifiuto degli invitati. La seconda è centrata sull’abito della festa. Il riferimento alla città data alle fiamme e alla violenza può essere rinvio alla presa di Gerusalemme nel 70 d.C. La parabola può quindi essere una lettura dei rapporti tra comunità cristiana e autorità ufficiali giudaiche. Ed è un testo con molteplici rinvii allegorici: il padrone che invita è Dio, i servi sono i profeti, gli invitati il popolo d’Israele…

Di fronte all’invito la risposta è il rifiuto e la violenza. Gli invitati non si lasciano toccare dalla chiamata. Sono insensibili. I servi sono allora inviati dal re verso ‘coloro che sono ai crocicchi delle strade ‘: ‘tutti quelli che troverete chiamateli alle nozze’.

Si ripropone l’insegnamento: ‘i pubblicani e le prostitute vi precedono nel regno di Dio (Mt 21,31). Il Padre ama chi si apre alla consapevolezza di essere salvato. Chi si crede giusto non avverte l’urgenza di cambiamento. Chi è troppo concentrato sui propri meriti, fino a condannare gli altri ed essere intollerante non può aprirsi ad accogliere la grazia di Dio. Matteo presenta la chiamata di Dio che fa entrare ‘buoni e cattivi’: Dio ama non allontanando i peccatori, ma offrendo misericordia.

La scena del banchetto si tramuta rapidamente in un luogo di giudizio: un invitato senza la veste adatta viene espulso dalla sala. La veste può essere indicazione di un dono ricevuto come il velo che si riceveva nei banchetti, ma che è stato rifiutato. Una manifestazione di autosufficienza e di disdegno nel respingere un dono offerto. Nel linguaggio biblico poi la veste costituisce la dimensione dell’agire, la coerenza tra fede e vita (in Ap 19,8, la veste di lino, data alla sposa dell’agnello, indica ‘le opere giuste dei santi’). Matteo è molto sensibile nel denunciare una fede proclamata a parole ma che non trova riscontro nella pratica: ‘Non chiunque mi dice Signore, Signore, entrerà nel regno dei cieli, ma colui che fa la volontà del Padre mio che è nei cieli’ (Mt 7,21).

La via per partecipare al banchetto dell’incontro con Dio è accoglienza di un dono che genera resposnabilità e impegno ad un amore concreto. Fare la volontà del Padre non è rivendicare l’appartenenza di gruppo o una sicurezza derivante dal ruolo religioso ma si attua nel compiere scelte e gesti di cura e servizio verso gli altri.

Alessandro Cortesi op

IMG_0994.JPGRifiuto

Il World Population Prospects – documento che fornisce stime e proiezioni relative alla situazione demografica mondiale elaborato ogni due anni dalla Divisione per la popolazione dell’ONU – nell’edizione del 2017 (pubblicata il 21 giugno u.s.) presenta le stime di crescita per il 2050. Queste indicano un aumento di 100 milioni di individui rispetto alle ultime previsioni e ciò soprattutto in ragione della crescita demografica che si registra in Africa e India. Le previsioni indicano 8,6 miliardi nel 2030, e 9,8 miliardi nel 2050.

La Cina conta attualmente 1,4 miliardi di persone (il 19% della popolazione mondiale) e l’India 1,3 miliardi (il 18% della popolazione mondiale). La previsione è che nell’arco dei prossimi sette anni la popolazione indiana supererà quella cinese.

Tra i dati rilevanti del Prospetto è da cogliere come tra i dieci Paesi più popolosi del mondo la Nigeria vedrà un incremento tra i più alti. Si stima che la popolazione di questo Paese africano supererà nel 2050 quella degli Stati Uniti, divenendo così il terzo Paese nel mondo per numero di abitanti.

Con India e Nigeria il 50% della concentrazione della crescita demografica mondiale dal 2017 al 2050 sarà nei seguenti Paesi: Congo, Pakistan, Etiopia, Tanzania, Usa, Uganda e Indonesia. L’Europa per contro vedrà una diminuzione della popolazione nei prossimi anni con un progressivo invecchiamento.

Il fatto che la crescita demografica maggiore sia concentrata nei Paesi più poveri del mondo pone serie difficoltà al perseguimento di alcuni Obiettivi di sviluppo sostenibile indicati dall’ONU, in particolare l’obiettivo di ridurre la povertà e la lotta alla fame, come pure lo sviluppo dell’educazione e la riduzione delle disuguaglianze. Il processo di invecchiamento della popolazione può portare ad esigenze rilevanti di assistenza, pensioni e fondi di protezione sociale con conseguenze di aumento della pressioni fiscale.

Alla luce di questo quadro di previsioni demografiche la regione del Mediterraneo costituisce quindi una delle regioni, e non l’unica, che nel mondo continuerà ad essere segnata da una forte pressione migratoria sui paesi europei. Il mare Mediterraneo, nel quadro di una considerazione geografica, costituisce una sorta di lago le cui sponde uniscono Africa Europa e Asia. Pone in comunicazione e mette a stretto contatto i Paesi del Sud del mondo ad alta crescita demografica e i Paesi europei. La disparità dello sviluppo demografico costituirà un elemento importante di spostamento dei popoli.

La logica del rifiuto, della chiusura e dell’innalzamento di barriere con il pensiero che questa sia la soluzione a flussi migratori in un quadro di tale vicinanza geografica e di disparità di crescita demografica è un indirizzo che non solo non risolve il problema nel presente, ma non apre nemmeno a possibili vie per affrontare la complessità di tale fenomeno nel futuro.

Negli ultimi giorni si è assistito ad una convocazione organizzata ai confini della Polonia di migliaia di persone mobilitate in una manifestazione di opposizione all’accoglienza di stranieri e con la paura dell’islamizzazione ‘perchè l’Europa resti cristiana’. La cosa più sconcertante è stata la motivazione religiosa e l’atmosfera di preghiera con il rosario in mano di questa manifestazione. Tale iniziativa appare come un tradimento non solo del vangelo ma anche del senso stesso di una preghiera che richiama lo sguardo a Maria che ha cantato il Magnificat, il canto degli impoveriti che pongono la loro fiducia nel Signore che guarda a chi è tenuto fuori dei confini: “ha deposto i potenti dai troni ha innalzato gli umili, ha ricolmato di beni gli affamati, ha rimandato i ricchi a mani vuote”. Identificare la fede cristiana con una tradizione culturale è stato sempre nella storia processo generatore di incomprensione del vangelo stesso e di sventure per l’espereinza dei credenti e per i popoli.

Olivier Poquillon, frate domenicano francese, segretario della Commissione degli episcopati della Comunità europea (Comece) in una recente intervista in occasione del convegno Re-thinking Europe, ha ricordato: “La questione delle frontiere, delle identità ci fa ricordare quando l’impero romano ha cominciato a perdere forza e a costruire il limes, le frontiere attorno a lui, impiegando tutto se stesso nella difesa delle periferie, svuotando il suo centro. Oggi l’Unione Europea corre lo stesso rischio, perdere il senso della sua missione, che è un progetto di pace e di impegno positivo per il bene comune. (…) non si tratta di difendere una torta con la paura che diventi piccola se porzionata in troppi pezzi, ma di imparare a fare delle torte insieme”.

E ancora: “Se una politica funziona per i più deboli, funziona sicuramente per tutti. Il contrario non è sempre vero. Prendersi cura dei più vulnerabili, dei più poveri è essenziale per costruire il progetto europeo (…) Il motto dell’Europa è l’unità nella diversità. Diversità di culture, diversità di lingue, diversità di storie. La storia dell’Europa è segnata dalle guerre e la guerra esiste ancora alle nostre porte e in Europa, in Ucraina. Essere solidali oggi significa trovare soluzioni comuni. (…)”

Ha infine richiamato ad una dimensione pratica della politica: “La politica è una buona notizia se si mette dalla parte del bene comune. Non è più tempo di enunciare dei grandi principi, ma è il tempo di metterli in pratica”.

La Conferenza degli istituti missionari italiani (Cimi) in un recente documento  del 14 settembre 2017 ha preso una decisa posizione di fronte al recente accordo tra Italia e Libia :

“… l’Italia si è accordata con le milizie e la guardia costiera di al-Sarraj per bloccare i migranti nell’inferno libico dove sono torturati, stuprati o destinati a morire nel deserto di sete, come ha denunciato l’Onu. (…)

Noi missionari condanniamo con forza questo accordo scellerato che sarà pagato così pesantemente dai popoli africani, a noi così cari. Questo costituisce per noi missionari il naufragio dell’Europa come patria dei diritti.

«Il dramma che i migranti e i rifugiati stanno vivendo in Libia – afferma il rapporto dei Medici senza frontiere, del 7 settembre scorso – dovrebbe scioccare la coscienza collettiva dei cittadini e dei leader dell’Europa».

Questa è una politica miope, in vista delle elezioni, per salvare il nostro benessere di occidentali. Noi missionari chiediamo un’altra politica verso i paesi dell’Africa:

– l’apertura di corridoi umanitari per chi fugge da situazioni drammatiche;

– un embargo sulla vendita di armi italiane agli stati africani;

– una seria politica economica verso questi paesi con forti investimenti, non ai governi, ma alle realtà di base per permettere ai popoli d’Africa di rimettersi in piedi;

– la sospensione delle nostre politiche predatorie nei confronti dell’Africa, ricchissima di materie prime;

– la sospensione degli Epa (Accordi di partenariato economico) che la Ue ha imposto ai paesi africani e che creeranno ancora più fame.

Infine ci auguriamo che la legge sullo Ius Soli, bloccata in Senato, venga subito approvata per permettere a minorenni nati in Italia da genitori immigrati residenti da almeno 5 anni o ad alunni nati all’estero che abbiano completato 5 anni di scuola in Italia, di sentirsi cittadini a pieno titolo. Solo così lentamente e con fatica costruiremo quella “convivialità delle differenze” che ci permetterà di trovarci ricchi delle nostre differenze. O il mondo sarà così o saremo destinati a sbranarci vicendevolmente. Noi missionari crediamo che non c’è umanità se non al plurale»”.

Alessandro Cortesi op

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XXIII domenica tempo ordinario – anno C – 2016

IMG_0518_2Sap 9,13-18; Fm 9-10.12-17; Lc 14,25-33

Gesù nel suo cammino ha chiamato altri a seguirlo e ha loro proposto un rapporto particolare con lui e alcune condizioni fondamentali per stare con lui. Luca raccoglie in una pagina una serie di insegnamenti di Gesù sulla sequela.

Richiama a questo dato essenziale: Gesù chiama a seguirlo. Non presenta come maestro una dottrina da imparare, non offre una proposta di carriera e di affermazione o di guadagno, non si pone nemmeno come fondatore di un nuovo gruppo. La sua proposta è un invito a condividere un cammino, ponendo i propri piedi sulle sue tracce. Invita ad essere coinvolti nella sua strada. Seguirlo è chiamata ad una condivisione e ad una relazione particolare con lui. Chiede di vivere la docilità ad ascoltare la parola di Dio con fedeltà, nel percorso intero della vita.

Un secondo aspetto da cogliere: Gesù si presenta con autorità in questa richiesta. Si tratta dell’autorevolezza di chi vive una testimonianza in mood radicale, per questo la sua pretesa suscita stupore. Le esigenze presentate a chi desidera seguirlo richiedono una decisione chiara e definitiva. Essere discepoli si attua nel seguire. La strada che Gesù apre è cammino per ognuno e nelle diverse fasi della vita. Seguirlo implica ogni giorno rimanere in ascolto della parola di Dio.

Luca raccoglie alcune condizioni per chi segue Gesù: la prima riguarda il mettere lui al primo posto. “se uno viene a me e non ‘odia’ suo padre, sua madre…” Il termine ‘odiare’ richiede una lettura attenta ed un’interpretazione. L’uso di questo termine proviene dall’assenza nelle lingue semitiche del modo di dire ‘amare di meno’: per esprimere un amore non totalizzante è quindi usato il verbo ‘odiare’. Le parole di Gesù non sono per l’odio ma per amare: chiede di amare non solo i vicini e gli amici ma anche i nemici. Inoltre Gesù richiama anche la cura dei rapporti familiari prima e al di sopra di un culto separato dalla vita (Mt 15,3-6): la sua critica è dura contro coloro che facevano un’offerta al tempio e con questo si ritenevano esonerati dall’onorare il padre e la madre e facendo così “annullavano la parola di Dio”. Gesù chiede a chi lo segue di porre la relazione con lui e di riferire tutta la vita a lui. Il seguire lui viene prima di ogni altra cosa: non contrasta gli affetti più cari, ma vivere lo stile da lui testimoniato conduce a vivere in profondità tutti i rapporti e apre la vita nella logica del dono e del servizio.

La seconda condizione è la scelta di andare dietro a lui ‘portando la croce’: la croce è sintesi dell’intero progetto di vita di Gesù, la sua scelta di essere uomo per gli altri fino alla fine. La croce è strumento di tortura e di violenza e di dolore, segno della violenza umana. Gesù è rimasto fedele ad una vita intesa come servizio anche sulla croce. Ha testimoniato che anche lì, nel luogo della morte, è possibile rimanere fedeli all’amore. Per lui la croce è luogo in cui ha attuato il dono di sé e la solidarietà fino in fondo con tutti, con gli umiliati e i sofferenti. La croce diviene quindi indicazione di un cammino che non viene meno all’affidamento di sé a Dio e all’amore per gli altri, anche laddove sembra impossibile, nella sofferenza e del dolore. Scrivendo il vangelo Luca, con riferimento ad una comunità che vive la fatica di continuare una fedeltà nel tempo, aggiunge una precisazione importante: seguire Gesù non è questione di momenti eccezionali ma di quotidianità. Le scelte di ogni giorno, i gesti quotidiani sono luogo in cui attuare la sequela di Gesù: “se qualcuno vuole venire dietro a me, rinneghi se stesso, prenda la sua croce ogni giorno e mi segua” (Lc 9,23; cfr Mt 10,38).

La torre da costruire e la guerra da preparare, sono due immagini che indicano innanzitutto la libertà e la consapevolezza che Gesù chiede ai suoi discepoli. Contro ogni tipo di superficialità e di avventatezza chiede un coinvolgimento dell’esistenza in tanti aspetti. Rinunciare ai beni indica una attitudine di libertà. Non è richiesta di non usare i beni necessari alla vita, ma è indicazione di uno stile di non appropriamento della vita e di tutti i beni nell’indifferenza verso gli altri. E’ lo stile dei miti e dei poveri. Farsi borse che non invecchiano è l’immagine che invita a scoprire come l’unica vera ricchezza è la condivisione.

Alessandro Cortesi op

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Borse che non invecchiano

Il 27 agosto 1999, quindici anni fa, moriva Hélder Câmara, arcivescovo di Olinda-Recife uno dei vescovi latinoamericani che partecipò al Vaticano II e visse la scelta di una chiesa povera per i poveri nel contesto latinoamericano. Nato nel 1909 in una famiglia numerosa entrò in seminario e fu ordinato sacerdote nel 1931. Cresciuto in ambiente piuttosto conservatore visse una conversione nella sua vita a partire dal 1952, anno in cui fu nominato vescovo ausiliare di Rio de Janeiro. Diviene noto a quel tempo come il ‘vescovo delle favelas’ e la sua testimonianza si diffuse. Promosse poi la nascita della Conferenza episcopale brasiliana quale organo di servizio e coordinamento.

Partecipò al Vaticano II. Al Concilio ispirò il ‘Patto delle catacombe’ di cui fu redattore, un invito ai fratelli nell’episcopato a condurre una vita di povertà e ad essere una Chiesa serva e povera. Un testo di presa di impegno in cui i vescovi firmatari affermano la loro decisione a vivere essi stessi la povertà reale delle maggioranze e a soffrire il disprezzo generato da questa povertà reale. Una assunzione di impegno da parte di chi, proprio per la sua responsabilità, dovrebbe vivere per primo e esigenze del vangelo e attuare una cambiamento radicale rispetto ad un modo di intendere la chiesa come una società di potere e di suddivisioni gerarchiche. Le sue note nel tempo del Concilio sono state pubblicate nel libro “Roma, due del mattino” (San Paolo 2011).

Nel 1964, anno del golpe che diede inizio al regime militare in Brasile, viene nominato arcivescovo di Recife, nel Pernambuco, una tra le regioni più povere del Brasile. Dom Hélder, così volle sempre essere chiamato aveva un particolare stile di sobrietà e di attenzione alle persone, con tutti coloro che incontrava: il tratto tipico del suo farsi incontro stava nell’ascolto.

Tale sua impostazione si ritrova nella conferenza di Medellin nei cui documenti si legge: «Vogliamo che la nostra Chiesa latino-americana sia libera da legacci temporali, da connivenze e ambiguo prestigio; che, “libera in spirito rispetto ai vincoli della ricchezza”, sia più trasparente e forte nella sua missione di servizio» (n. 18). Molti suoi scritti e discorsi furono raccolti da amici e pubblicati nel libro Rivoluzione nella pace (ed. Jaca Book 2013)

Il suo stile si pone come radicalmente distante dalle forme dell’uso del potere del denaro, di ricerca di visibilità, di affermazioni di superiorità e di privilegio, di clericalismo ancor così presenti e diffuse nella chiesa soprattutto nelle sue strutture di vertice. Diceva: “Quando do da mangiare a un povero mi chiamano santo ma quando chiedo perché i poveri non hanno cibo, allora mi chiamano comunista”. Quest’espressione è stata ripresa da Francesco, vescovo di Roma, pochi mesi fa nel dialogo con alcuni giovani belgi: “Ho sentito che una persona ha detto: con tutto questo parlare dei poveri, questo Papa è un comunista! No, questa è una bandiera del Vangelo, la povertà senza ideologia; i poveri sono al centro del Vangelo di Gesù”.

Così dom Helder parlava del suo sogno: “Ho molta fiducia nei piccoli, nei deboli che si uniscono in movimenti nonviolenti, senza aver bisogno di prestigio, sia nei nostri che nei vostri paesi, piccoli gruppi senza potere che si mettono d’accordo per affermare senza odio, senza violenza alcuna, ma anche senza codardia, per affermare che bisogna arrivare a condizioni giuste e umane nelle relazioni tra pesi ricchi e paesi poveri, tra le grandi compagnie ed i nostri paesi… E Dio che ama gli umili, i deboli, i piccoli; non abbandonerà questo mondo. E’ lui la forza della nostra debolezza!. Partire è anzitutto uscire da sé. Rompere quella crosta di egoismo che tenta di imprigionarci nel nostro io. Partire è smetterla di girare in tondo intorno a noi, come se fossimo al centro del mondo e della vita. Partire è non lasciarsi chiudere negli angusti problemi del piccolo mondo cui apparteniamo: qualunque sia l’importanza di questo nostro mondo l’umanità è più grande ed è essa che dobbiamo servire. Partire non è divorare chilometri, attraversare i mari, volare a velocità supersoniche. Partire è anzitutto aprirci agli altri, scoprirli, farci loro incontro”.

Alessandro Cortesi op

Pentecoste – anno C – 2016

Il Salterio Hunterland, Pentecoste, Miniatura del XII secolo, Folio 15v, Università di Glasgow, Scozia UK(Pentecoste, Miniatura del XII secolo, Salterio Hunterland, f. 15v, Università di Glasgow)

At 2,1-11; Sal 103; Rom 8,8,17; Gv 14,15-16.23b-26

Il dono della legge è per Israele segno di alleanza per la vita. Le parole della legge possono permeare l’esistenza e sono eco dell’unica parola dono di fedeltà, il ‘sì’ pronunciato da Dio, promessa di vicinanza e di reciproca appartenenza: ‘voi siete mio popolo’.

Nel racconto della pentecoste alcuni elementi rinviano alla narrazione del dono della Legge al Sinai: il monte allora era fumante, il Signore scese nel fuoco e iniziò un dialogo tra Dio e Mosè con la presenza di una voce dal cielo (Es 19,16-19).

Così nella pagina degli Atti degli apostoli il rumore, il fuoco e le parole sono simboli che richiamano quell’evento di alleanza. Quanto avviene nell’esperienza di Pentecoste è in legame all’esperienza di Israele: la legge dello Spirito ora è riversata nei cuori.

Accanto a questi riferimenti altri elementi ricordano il racconto del battesimo di Gesù: ‘il cielo si aprì… e scese lo Spirito Santo… e vi fu una voce dal cielo…’ (Lc 3,21-22). Ciò che Gesù visse al momento del suo battesimo al Giordano, è ora esperienza della comunità nella Pasqua.

Tanti richiami simbolici sono così usati per introdurre nell’esperienza indicibile e interiore dello Spirito che investe la prima comunità: ‘tutti furono ripieni di Spirito Santo’. Dopo la Pasqua la comunità impaurita vive un evento nuovo inatteso di raduno e di coinvolgimento. Il racconto offre parole per un’esperienza indicibile. I discepoli che avevano abbandonato Gesù avvertono l’irrompere di un incontro che è forza di vita, di apertura e coraggio: come fuoco e vento che spinge ad aprire porte e finestre e uscire. Scoprono in se stessi una capacità nuova di comunicazione. Il ‘parlare’ in altre lingue è segno della pluralità e della differenza in cui la comunità nasce.

Nel racconto di Babele la diversità delle lingue era stato esito di una dispersione. Di fronte alla pretesa di un impero simboleggiato dalla torre, quale unico dominio di una sola lingua, l’azione di Dio genera differenza. Il disegno di Dio non è quello di un’uniformità imposta: ‘scendiamo dunque perché nessuno comprenda più la lingua dell’altro’ (Gen 11,7). A Babele cessarono allora di costruire la città la cui cima doveva toccare il cielo.

A Gerusalemme, nel giorno di Pentecoste Luca vede compiersi la possibilità del ‘farsi intendere’ nel modo proprio dell’altro: ‘com’è che li sentiamo ciascuno parlare la nostra lingua nativa?’. Lo stupore non proviene tanto dalla diversità delle lingue ma perché l’altro, lo sconosciuto e straniero, parla in modo comprensibile, fa risuonare echi di lingua materna, si fa intendere. I lontani divengono vicini. Tra lingue diverse non ci sono muri invalicabili ma ponti di traduzione.

E’ questo il segno proprio della presenza dello Spirito: è l’esperienza della prima comunità di ‘parlare’, con le parole e con la vita, è l’instaurarsi di una autentica comunicazione. La ‘parola’ diviene così ambito dell’intendersi. Lo Spirito Santo riempie i cuori, rende presente quel ‘parlare’ affettuoso di Dio all’umanità di alleanza, di appartenenza, come al Sinai.

Secondo il IV vangelo lo Spirito è il dono offerto nel giorno della risurrezione di Gesù. ‘nello stesso giorno, il primo dopo il sabato’. E’ esperienza che esprime la pasqua. Gesù passato dentro la morte, innalzato sulla croce è presente in modo nuovo, nello Spirito.

Il IV vangelo evidenzia come Cristo risorto dona lo Spirito ai suoi: il suo ‘alitare’ sui discepoli è soffio di una nuova creazione e comunica la sua vita nuova. In filigrana si può leggere la scena della Genesi in cui il primo Adamo tratto dalla terra ricevette il respiro di Dio (Gen 2,6).

Il gesto di Gesù è accompagnato dalla parola: ‘Ricevete lo Spirito Santo’. Lo Spirito, soffio, è forza di vita inafferrabile, è ‘respiro’ di vita presente nella creazione e Cristo vivente lo comunica come presenza: consolatore, suggeritore, maestro che farà ricordare. Lo Spirito guiderà alla verità tutta intera, all’incontro con Cristo ancora da scoprire nel corso della storia umana.

Nella creazione, nella storia dei popoli, nella vita personale lo Spirito è all’opera, spinge a non rinchiudere il ricordo di Gesù in una memoria sbiadita o lontana, invita a cercarlo e a lasciarsi incontrare da Lui.

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Parole

Le parole sono ancora oggi luogo di scoperta: sono le piccole grandi scoperte di chi vive l’insegnamento spesso in situazioni di difficoltà e di scarso riconoscimento, o in realtà marginali. Le parole provenienti dai bambini aprono alla meraviglia della loro fecondità. E’ il caso di Franco Lorenzoni maestro elementare nel paese di Giove in Umbria che ha raccolto la sua esperienza in un libro dal titolo I bambini pensano grande (ed. Sellerio 2014):

“Ho desiderato raccontare un anno di vita di una quinta elementare del piccolo paese umbro dove insegno da molti anni perché ascoltando nascere giorno dopo giorno parole ed emozioni, ragionamenti, ipotesi e domande, che emergevano dalle voci delle bambine e dei bambini con cui ho lavorato per cinque anni, ho avuto la sensazione di trovarmi di fronte a scoperte preziose, che ci aiutano ad andare verso la sostanza delle cose e verso l’origine più remota del nostro pensare il mondo”. (F.Lorenzoni, I bambini pensano grande, Sellerio 2016).

Il racconto si dipana lungo la durata di un anno scolastico, che chiude il tempo della scuola elementare. Alcuni capitoli sono intessuti sul dialogare tra gli scolari: quasi una riproposizione della più antica scuola dove, proprio nel dialogo, Socrate lasciava spazio alla scoperta e al venire della parola. Ma ciò avviene come una danza: “Anche se ha l’ambizione di dilatare il tempo, l’atto educativo vive solo nel presente, come la danza” (p.192).

Al centro sono i bambini e le bambine che pensano, ed emerge la consapevolezza del compito educativo come un togliere ostacoli, lasciare che il ‘pensare grande’ possa trovare spazio, e la fertilità propria dei bambini si esprima soprattutto dando occasione che tocchino con mano le cose.

Cronaca di un’avventura, dove qualcosa avviene, qualcosa irrompe nel miracolo della parola, nell’accompagnare il formarsi di parole in un bambino e bambina che cresce. La preziosità del suo vivere non sta solo nel grande che sarà, ma nel bambino che nel momento presente è.

E’ ancora l’esperienza delle parole che sorgono come poesia in cui la parola dice la vita e non fa sentire nessuno ‘fuori’, come nei seminari di poesia di Chandra Livia Candiani in diverse scuole elementari di Milano che cita Paul Celan: “Non vedo alcuna differenza tra una poesia e una stretta di mano.” “La poesia porta a scuola la parola viva, quella che dice le cose che di solito sono fuori scuola. Quand’ero piccola, ho scritto spesso temi che venivano valutati con una scritta blu ‘fuori tema’ o perfino: ‘gravemente fuori tema’. Era una frustrazione tremenda. Mi faceva sentire fuori mondo, fuori gente, eppure è proprio questa ferita che adesso mi aiuta a incontrare chi è letteralmente fuori mondo, fuori patria.

“Il silenzio mi passava tra le vene / sembra infinito il silenzio”. Sono le parole di un bambino di nove anni scritte negli incontri di poesia. Un libro ha raccolto questa esperienza e alcune poesie bambini. “Molti vengono da paesi stranieri, molti vivono qui scomodi. C’è un silenzio dietro queste voci, un silenzio che gli ha permesso di parlare. Questo silenzio è esposizione massima al rumore delle vite degli altri. Di cosa si fidano bambini? Si fidano del silenzio di indirizzi, di indicazioni di giudizi, si fidano del non sapere prima, si abbandonano al viaggio insieme. Per mano. Senza rete”.

Non si comunica infatti solamente parlando una lingua diversa ma partecipando al mondo interiore dell’altro, vivendo empatia e com-passione. La ‘parola’ non è solo strumento di comunicazione ai fini dell’utilità, ma fiore e frutto che in se stessa rivela l’esistenza di radici profonde e nascoste. E’ spazio dell’intendersi, di riconoscimento di senso della propria vita, di comunione con l’altro. La parola è ponte con chi è diverso per cultura, lingua, religione e nella diversità può essere dono, per scoprire le aperture nuove a cui conduce l’incontro. La parola spesso non emerge al termine di una faticosa elaborazione ma giunge, come dono, magari al culmine di una lunga attesa.

La parola, al centro dell’esperienza della scuola, è mare di navigazione in cui scorgere nuovi orizzonti e la possibilità di incontri. E’ porto che mai può essere ridotto ad un chiuso rifugio ma è da scorgere nell’infinito spazio del mare aperto. La parola, quando reca in sè espressione di esistenza e riconoscimento si fa breccia per passaggi nuovi, per scoperte e legami. In se stessa è soffio dello Spirito, da ascoltare, da cui lasciarsi prendere: «Dunque, per ascoltare/avvicina all’orecchio/la conchiglia della mano».

“L’universo non ha un centro,

ma per abbracciarsi si fa così:

ci si avvicina lentamente

eppure senza motivo apparente,

poi allargando le braccia,

si mostra il disarmo delle ali,

e infine si svanisce insieme,

nello spazio di carità

tra te

e l’altro”.

(da Chandra Livia Candiani, La bambina pugile ovvero la precisione dell’amore, Einaudi 2014)

Pentecoste è evento di parola: è il sorgere della comunità dall’accoglienza della Parola, che scende come fuoco, annuncio di risurrezione e incontro nuovo con Cristo vivente. E’ evento di parola nello scambio di parole nuove capaci di legami, cariche di riconoscimento per l’altro, diverse nella pluralità.

Alessandro Cortesi op

Epifania del Signore – 2016

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“Alzati rivestiti di luce, perché viene la tua luce, la gloria del Signore brilla su di te… cammineranno i popoli alla tua luce…”.

La pagina di Isaia apre uno squarcio sul nostro presente: movimenti di popoli, gente che cammina portando in braccio i propri figli, fiumane di volti che arrivano da lontano. Ma in questa pagina questo movimento è visto con gioia: è il disegno di Dio nella storia l’incontro di popoli e questo è luce che viene, è segno della gloria di Dio che si chiama pace. Nel nostro presente c’è una chiamata nascosta che invita ad un cambiamento profondo nel concepire la vita e nella scelta di stili diversi. Con occhi nuovi…

Gli occhi dei Magi erano occhi che scrutavano le stelle: occhi aperti all’interrogazione che proviene dal volgere lo sguardo in alto, oltre il proprio orizzonte e al di là dei percorsi soliti e riconosciuti, oltre le inferriate. Occhi curiosi e che danno peso alle cose, ai percorsi dell’interrogarsi umano, alla ricerca in tutti i campi del sapere che è sempre apertura di luce. Occhi sensibili alla luce e ai suoi messaggi.

Gli occhi dei Magi hanno saputo scorgere nella luce della stella un invito, si sono lasciati provocare dall’intraprendere un cammino nuovo, si sono messi in viaggio. L’oriente il luogo in cui si leva il sole non è tanto un luogo geografico, quanto un atteggiamento interiore di chi si leva, si lascia alzare da una luce accolta e inseguita. Sono immagine di tutti coloro che nella storia non hanno accettato le risposte già date, ma hanno preso sul serio l’avventura della responsabilità. Per contrasto il re Erode e con lui tutta Gerusalemme sono turbati: è terribile pensare che sono turbati color che hanno in mano le Scritture, che studiano e possono guidare i popoli. Il cammino dei magi, il loro presentarsi a chiedere senza arroganza è uno stile diverso, fa vacillare certezze acquisite, genera paura e turbamento perché il potere può essere scalfito, perché la vita di Erode e di tutta la città con lui viene minacciata di cambiamenti senza previsione.

Gli occhi dei Magi vivono la contentezza di ritrovare la luce della stella: sono aperti a cogliere i segni all’interno di una ricerca che li mantiene aperti e in ascolto, non chiusi all’interno di mura ben salde delle loro certezze e del loro potere. Il loro accogliere il cammino è l’atmosfera per poter ritrovare sempre nuova luce. E la luce li guida a chinarsi davanti ad un bambino, in braccio a sua madre. Matteo nel suo vangelo ci dice che questo è il punto di approdo, luogo di una grandissima gioia.

Aprendo i loro scrigni si scoprono essi stessi accolti e guardati. Il dono non è quello che fanno ma quello che ricevono: perché quel bambino dice loro che il volto di Dio si rende vicino nei piccoli, in un’umanità fragile e dimenticata, bisognosa di tutto, come un bambino. E’ il volto di un bambino indifeso e inerme, tenuto in braccio a sua madre il luogo dove la luce si fa volto. Ma quella luce è dentro ogni ricerca e spinge per altre strade a ripartire a tornare al quotidiano.

Vitrail dans l'Église de la Réconciliation, Taizé

Vitrail dans l’Église de la Réconciliation, Taizé

I magi incontrano così il volto di un re, di un messia, del servo che da’ la sua vita: l’oro regale, l’incenso, e la mirra profumo della sepoltura già indicano i tratti del volto di questo bambino, che rimarrà ‘piccolo’, emarginato e trattato senza pietà anche quando sarà grande. Ma anche indicano le caratteristiche di re sacerdoti e sposa (la mirra del Cantico de Cantici profumo della sposa) che non appartengono come esclusiva a nessun popolo e a nessuna chiesa, ma sono doni per i lontani, portati da loro che si scoprono riconosciuti come preziosi.

Il volto del bambino è luce di uno sguardo che riprende ogni luce del cielo, Ma anche forse ogni luce è in qualche modo riflesso di questo suo sguardo. E’ il suo sguardo, luce che fa uno con tutti i piccoli segni di luce che hanno guidato il cammino di questi cercatori di stelle che Matteo ricorda nel suo vangelo, ma che guidano anche i cercatori di stelle che sono le persone in ricerca oggi. Forse sperduti, forse con più interrogativi che risposte dentro al cuore, forse spaesati di fronte alle certezze ed alla immobilità dei diversi poteri.

mantegna-adorazione-dei-magiAndrea Mantegna, adorazione dei magi

Gli occhi dei magi, sono occhi che si sono fatti riflesso di quello sguardo innamorato, che spia attraverso le inferriate, sguardo di pietas: giungono ad un bambino, ma quel bambino è Gesù, come anche la luce che proviene da tutte le luci, da tutti gli sguardi che attendono di essere incrociati con sguardo capace di attenzione, di ascolto di riconoscimento.  La provocazione per noi sta nell’accogliere: accogliere le luci di ogni ricerca, accogliere i volti feriti manifestazione, farsi vicino del Deus humanissimus: “avevo fame e mi avete dato da mangiare, ero forestiero e mi avete ospitato…”.

Alessandro Cortesi op

XXVII domenica del tempo ordinario B – 2015

DSCN0967Gn 2,18-24; Eb 2,9-11; Mc 10,2-16

Il racconto di Genesi, con un linguaggio composto di elementi simbolici e narrativi, cerca di presentare il senso della vita degli esseri umani sulla terra: più che un racconto delle origini può essere letto e accostato come una grande pagina di riflessione sapienziale che pensa al futuro: la domanda che sta al cuore di queste pagine è: come potrebbe e dovrebbe essere la vita degli esseri umani? Quale il loro rapporto con la realtà in cui sono posti? Quale il senso profondo della loro esistenza nella relazione con Dio scoperto come liberatore e insieme creatore di ogni cosa? Il racconto ha alcuni aspetti momenti di concentrazione su aspetti particolari, una serie di messe a fuoco.

Una prima messa a fuoco è sulla condizione dell’essere umano nel rapporto alle cose, alla realtà del mondo in cui è situato. Nel ‘giardino’ dove è posto gli è affidato il compito di dare un nome agli esseri viventi. Ha un compito di parola, che proprio per questo è anche di custodia nel pronunciare e dare un nome. Dare il nome significa un rapporto fatto di conoscenza delle cose, della loro natura, delle loro potenzialità, della loro preziosità. E’ riconoscimento delle altre creature come dono con cui entrare in relazione. All’essere umano in tale quadro sta il compito di aprirsi alla consapevolezza di essere parte: partecipe di un mondo in cui non può e non deve fare da padrone. E’ invece responsabile, soggetto di una chiamata che proviene da Dio ad essere depositario di un affidamento, custode e pastore di un mondo affidato, a cui rispondere con l’impegno della vita. Non un dominatore, ma un custode chiamato a coltivare e custodire.

Tutto ciò è posto nel quadro di un disegno di Dio che va contro la solitudine: ‘Non è bene che l’essere umano sia solo’. E’ posta così in risalto una ricerca profonda: ‘l’uomo non trovò un aiuto che gli fosse simile’. Sta qui una seconda messa a fuoco di questa pagina. La solitudine dell’essere umano è ferita che implica apertura a rapportarsi a qualcuno simile a lui, in una relazione di parola e di libertà.

Nel mondo bello a lui affidato l’essere tratto dalla terra (adam da adamah), partecipe della terra che è sorella e madre, vive il desiderio di qualcuno che ‘gli stia di fronte’. Tutti gli altri esseri viventi sono importanti, ma c’è una relazione unica possibile con una presenza altra e simile: una presenza che sola sta nella parità con lui, di fronte a lui, capace di dialogo, di accoglienza, di intesa. A questo punto è narrato il dono dell’altra persona: anch’essa creatura, uguale in tutto, simile, ma radicalmente diversa, proveniente da un dono insondabile di Dio. Opera di Dio mentre l’Adam, il partecipe della terra, dormiva. Il sonno di Adam è il modo poetico per indicare come l’altra creatura come lui non sia qualcosa proveniente dall’uomo, ma può essere solo presenza accolta come dono, non programmabile e vicina. Il narratore non parla di uomo e donna ma dell’umano.

Il sonno di Adam indica un agire libero e gratuito di Dio e un non sapere: il dono che egli si trova di fronte al suo risveglio implica l’accettazione di un non comprendere (che è rinuncia al possesso). La presenza nuova rimane mistero di gratuità. La isha’ (donna in ebraico) di fronte a ish (uomo) – uguale e diverso essere umano – è presenza scoperta, ritrovata accanto, inattesa e insperata. Anch’essa tratta dalla terra ma che condivide – cioè uguale e non dipendente – l’interiorità e la corporeità di Adam. Adam così reca in sè un mistero di privazione e di completamento. L’uomo tratto dalla terra, dovrà ricercare e ritrovare in isha’ una parte di sé al di fuori di sè per costituire insieme una umanità più grande. Dovrà accettare di non essere completo se non nella relazione e insieme a chi è volto di alterità. Per ricevere un dono dovrà accettare una mancanza e riconoscere un limite.

Isha’ è tratta dalla costola di ish, cioè partecipa della medesima vita, dalla, stessa terra: la ricerca e il desiderio di ish in rapporto a isha’ sarà d’ora in poi ricerca di divenire se stesso, possibile solo nell’apertura all’altra. Isha’ nello stesso tempo è anche diversa da ish: sta di fronte. E’ possibile specchiarsi, riconoscere un volto, ma è impossibile identificarsi perché è presenza altra, il suo volto implora ‘non uccidere’.

E’ simile, ‘carne della mia carne, osso dalle mie ossa’ canta l’uomo, nell’inno di gioia dopo il risveglio dinanzi ad una scoperta meravigliosa che spalanca l’esistenza. Ma quest’inno nasconde anche un profondo malinteso. L’uomo parla a se stesso, non si rivolge a chi gli sta di fronte. ‘Carne della mia carne’, nell’esteriorità nella dimensione corporea, ‘osso delle mie ossa’ simile nell’interiorità. Sono parole che racchiudono la bellezza e la fatica della comunicazione. Tuttavia in queste parole di meraviglia dell’uomo si può cogliere un’incapacità a comprendere il dono ricevuto. Intende infatti questa presenza altra come tutta funzionale a se stesso: ‘carne della mia carne’ nega la alterità, sottolinea soprattutto la somiglianza, il ‘mio’, non riconosce la diversità. Si pone come centro e vede la donna come prolungamento di sé e quasi una parte. Ed è questo un errore che segna la vicenda dei rapporti tra uomo e donna. L’uomo non accetta di non sapere, pretende di essere capace di comprendere sino in fondo e non si mantiene nel limite di quel sonno in cui ha ricevuto l’altra in dono.

Da questo dono e disegno che sta al principio sorge la vocazione all’incontro a cercare nel cammino della vita di vivere una relazione fragile (la fragilità sta dietro al termine ‘carne’), nello starsi di fronte come ‘diversi’ e come ‘simili’: ‘Per questo l’uomo abbandonerà suo padre e sua madre e si unirà a sua moglie, e i due saranno una carne sola’. ‘Per questo’ è annotazione che riconosce la consuetudine della vita. E’ traducibile nell’espressione ‘Poiché le cose stanno così’. ‘Poiché le cose stanno così’, continua l’autore, è necessario abbandonare le relazioni che sino a questo momento aveva dato rifugio e sicurezza. lasciare il padre e la madre, presenze rassicuranti, implica anche evitare che l’altro sostituisca le presenze conosciute. Congiungersi all’altro apre ad un cammino nuovo, diventare allora una carne sola. ‘Carne’ rinvia alle diverse dimensioni della corporeità, dell’interiorità, dell’affettività, ma anche al limite e fragilità di questo cammino. L’uomo e la donna si ricercheranno per formare insieme una vita in tensione a scorgere continuamente la chiamata di Dio sulla relazione.

Nella pagina del vangelo i farisei si accostano a Gesù e gli pongono una questione: ‘È lecito ad un marito ripudiare la propria moglie?’. La Torah prevedeva solamente per il marito la possibilità di allontanare la moglie nei casi in cui avesse riscontrato in lei «qualcosa di vergognoso» (lett. «un atto di nudità»); in tale situazione doveva però darle un atto di divorzio (secondo la normativa di Dt 24,1-4) che le consentiva di unirsi ad un altro uomo senza dover essere tacciata di adulterio. Nel dibattito al tempo di Gesù sono conosciuti diversi orientamenti d’interpretazione di tale questione. Per una tra le autorità del tempo, Shammai, questo ‘qualcosa di vergognoso’ doveva riguardare solo un atto di adulterio della donna, per Hillel poteva riferirsi a qualsiasi cosa che nella donna risultasse sgradita al marito.

Il dibattito sollevato di farisei con Gesù non verteva quindi sulla questione del ripudio, ma sulle cause che permettevano al marito di allontanare la donna. Ciò può trovare conferma nel testo parallelo di Matteo, dove i farisei chiedono a Gesù: ‘È lecito a un uomo ripudiare la propria moglie per qualsiasi motivo?’ (Mt 19,3).

Gesù risponde solamente rinviando a Mosè: ‘che cosa vi ha ordinato Mosè?’ i farisei controbattono: ‘Mosè ha permesso di scrivere un atto di ripudio e di rimandarla’. A questo punto Gesù osserva: ‘Per la durezza del vostro cuore egli scrisse per voi questa norma’. La norma allora viene da Mosè non per una sua iniziativa, ma a causa della ‘durezza del cuore’: è la sklêrokardia, la causa di tale prescrizione. Mosè per adattarsi al cuore duro che esprime mancanza di amore, conseguenza del peccato (Ez 36,26) ha proposto quella norma.

Le parole di Gesù rinviano ad un ‘principio’. Riprende la Scrittura: ‘Ma all’inizio della creazione Dio li fece maschio e femmina; per questo l’uomo lascerà suo padre e sua madre e si unirà a sua moglie e i due diventeranno una carne sola’. In questa risposta compare il riferimento a due passi di Genesi – due testi della Torah quindi – posti insieme. Il primo è tratto dal racconto sacerdotale della creazione, il secondo da quello jahwista. Dio ha creato l’uomo e la donna come due esseri uguali e complementari (Gen 1,27) e li ha chiamati ad unirsi in modo tale da formare quasi un’unica carne (Gen 2,24). Da qui la conclusione: ‘Così non sono più due, ma una sola carne. Dunque l’uomo non divida quello che Dio ha congiunto’. Nel disegno del principio uomo e donna sono chiamati ad intendere la propria vita nell’orizzonte dell’unione e l’uomo non può separare ciò che Dio ha unito in tale modo.

Nella spiegazione poi data in privato ai discepoli, l’evangelista introduce un altro detto: ‘Chi ripudia la propria moglie e ne sposa un’altra, commette adulterio verso di lei; se la donna, ripudiato il marito, ne sposa un altro, commette adulterio’. Queste parole pongono in primo piano non tanto la separazione quanto la seconda unione che costituisce l’adulterio. E’ anche sottolineato che la medesima regola è rivolta all’uomo e alla donna. Uomo e donna sono visti in una prospettiva di parità. Una precisazione che si scontrava con il privilegio nella tradizione ebraica di un ripudio da attuare dalla parte maschile e forse opportuna in un contesto (come quello romano), in cui anche le donne avevano la facoltà di divorziare.

La discussione sul divorzio infine si chiude con una scena in cui compare la presenza di bambini: Gesù chiede ai discepoli di non impedire ai bambini di andare da lui e propone questi piccoli come modello per chi vuole entrare nel regno di Dio.

Gesù rinvia a quel progetto del principio e richiama ognuno alla responsabilità del cuore che è lo stare della coscienza di fronte a Dio. Ciò implica aprirsi all’azione del ‘Dio che congiunge’, che ha un progetto di alleanza per ogni uomo e donna. Gesù invita a vivere la fedeltà verso ciò che Dio ha congiunto nello scoprire la propria responsabilità in questo incontro con Dio e con gli altri.

Questa parola di Gesù va letta nel quadro progressivo della sua presa di posizione  con una serie di passaggi: innanzitutto richiama la Sacra Scrittura, in particolare in rapporto alla storia della creazione (Gen 1,26 e 2,24) che parla del matrimonio come di una alleanza con Dio. Evidenzia il comandamento per cui l’uomo non deve disfare ciò che Dio ha unito. Nella casa infine, con i suoi discepoli, affronta la questione dell’adulterio: è da tener conto che il contesto in cui questi testi sorgono è quello di una tradizione in cui solamente l’uomo poteva attuare il divorzio e non la donna. La parola di Gesù esige di essere interpretata non nel quadro di un diritto che chiude e si pone come giogo insopportabile (cf. Mt 11,9; At 15,10), ma come parola di salvezza che apre all’esperienza della misericordia e al futuro. Al cuore del suo messaggio sta la bella notizia del regno di Dio e tutte le sue parole vanno lette in questo orizzonte.

DSCN1227(Andrea Roggi, L’amore apre i cuori e la nostra mente – 2015 – Spello)

Alcune riflessioni per noi oggi

La recente enciclica di Francesco, ‘Laudato si’, ha pagine di grande intensità sul progetto di Dio per l’umanità all’interno della creazione. In un passo, riprendendo riflessioni provenienti da varie regioni del mondo afferma (n.85): “Dio ha scritto un libro stupendo, «le cui lettere sono la moltitudine di creature presenti nell’universo». I Vescovi del Canada hanno espresso bene che nessuna creatura resta fuori da questa manifestazione di Dio: «Dai più ampi panorami alla più esili forme di vita, la natura è una continua sorgente di meraviglia e di reverenza. Essa è, inoltre, una rivelazione continua del divino». I vescovi del Giappone, da parte loro, hanno detto qualcosa di molto suggestivo: «Percepire ogni creatura che canta l’inno della sua esistenza è vivere con gioia nell’amore di Dio e nella speranza». Questa contemplazione del creato ci permette di scoprire attraverso ogni cosa qualche insegnamento che Dio ci vuole comunicare, perché «per il credente contemplare il creato è anche ascoltare un messaggio, udire una voce paradossale e silenziosa». Possiamo dire che «accanto alla rivelazione propriamente detta contenuta nelle Sacre Scritture c’è, quindi, una manifestazione divina nello sfolgorare del sole e nel calare della notte». Prestando attenzione a questa manifestazione, l’essere umano impara a riconoscere sé stesso in relazione alle altre creature: «Io mi esprimo esprimendo il mondo; io esploro la mia sacralità decifrando quella del mondo» (Paul Ricoeur)”.

Può essere d’aiuto la lettura di una poesia di Elisabeth Green, teologa battista (da Il filo tradito. Vent’anni di teologia femminista, Torino, Claudiana 2011), con uno sguardo femminile al volto di Dio stesso:

Dio è seduta e piange. / la meravigliosa tappezzeria della creazione / che aveva tessuto con tanta gioia è mutilata, / è strappata a brandelli, ridotta a cenci: / la sua bellezza è saccheggiata dalla violenza

[…] guardate! / tutto ritesse con il filo d’oro della gioia, / dà vita a un nuovo arazzo, / una creazione ancora più ricca, ancora più bella / di quanto fosse l’antica! / Dio è seduta, tesse con pazienza, con perseveranza / e con il sorriso che sprigiona come un arcobaleno / sul volto bagnato dalle lacrime.

E ci invita a non offrirle soltanto i cenci / e i brandelli delle nostre sofferenze / e del nostro lavoro./ ci domanda molto di più; / di restarle accanto al telaio della gioia, / e a tessere con lei l’arazzo / della nuova creazione.

Inizia in questi giorni il Sinodo dei vescovi sulla famiglia. La speranza di molti è che da questo momento sgorghi un messaggio di apertura, di comprensione e di misericordia per poter intendere l’esperienza delle relazioni affettive come un cammino in cui è sempre presente una speranza e una parola di bene da parte di Dio, nella complessità dei percorsi esistenziali e biografici nella loro gioia e bellezza ed anche nelle loro ferite, ritardi, fallimenti. In una recente intervista il card. Walter Kasper ha ribadito l’importanza di leggere anche le Scritture con attitudine che sappia interpretarle nel senso della misericordia e del perdono. Sono queste le chiavi per leggere ogni parola di Gesù donata non come norma che opprime e rinchiude ma come notizia di vita e speranza per la vita e per intendere la vicinanza del regno di Dio:

“Personalmente ritengo che prendere una parola del Vangelo per difendere una propria tesi è una sorta di fondamentalismo, un nuovo fondamentalismo che si fa con una parola. Che non si può sciogliere il matrimonio è cosa chiara e assodata, eppure ci sono passi biblici che menzionano una qualche “eccezione” alla parola del Signore sulla indissolubilità del matrimonio, e cioè nel caso di pornèia (il capitolo 19 di Matteo) e nel caso di separazione a motivo della fede (la prima lettera ai Corinzi, capitolo sette). Tali testi indicano che i cristiani in situazioni difficili hanno conosciuto già nel tempo apostolico un’applicazione flessibile della parola di Gesù”. (Ma le eccezioni sono previste anche nei passi del Vangelo, intervista a Walter Kasper, a cura di Paolo Rodari, La repubblica 1 ottobre 2015).

Siamo chiamati a cogliere la bellezza della proposta di Gesù che richiama il disegno originario di Dio e nel contempo vivere la responsabilità del cuore di fronte a Dio, per comprendere le sue chiamate anche nelle vicende talvolta faticose e difficili della nostra vita nella consapevolezza che “nella vita coniugale sono disseminati molti più ostacoli di quanti non ne ammetta la teologia del matrimonio oggi facilmente idealizzante” (Anne-Marie Pelletier)

La seconda lettura ha al suo centro la condiscendenza di Gesù: pur essendo figlio si è chinato su di noi, ha condiviso in tutto la nostra vita e le nostre fatiche. In questo senso è divenuto il fratello di ogni uomo e donna. Nel suo farsi servo rende possibile scoprire orizzonti nuovi di fraternità: è lui il bambino/servo di Dio che prende la condizione dei bambini, i senza dignità che egli abbraccia e pone al centro della comunità. Se lui è nostro fratello allora l’esperienza di famiglia diviene possibile in un orizzonte che allarga lo sguardo alla famiglia di Dio al suo disegno di relazioni nuove per tutta l’umanità.

Alessandro Cortesi op

XIX domenica – tempo ordinario – anno B – 2015

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1Re 19,4-8; Sal 33; Ef 4,30-5,2; Gv 6,41-51

Nella vicenda di Elia c’è un momento drammatico, di fuga, delusione, fino al desiderio di morte. Dopo uno scontro con i sacerdoti di Baal, il profeta che richiama la fedeltà a Jahwè contro ogni idolatria, è costretto a fuggire. La sua è fuga di un uomo solo. Prende su di sè le conseguenze del suo aver risposto alla chiamata di Dio. Nella fatica della prova, ormai sfinito interiormente giunge ad invocare un termine: “Ora basta Signore”. La sua è la preghiera di ogni sofferente, e di chi si trova a sperimentare le difficoltà di condurre a termine una chiamata accolta di cui non si coglie conferma. Il tempo nella prova diviene un peso impossibile da sostenere. Elia giunge al punto di desiderare la morte e si abbandona nel deserto al sonno.

Ma proprio durante questo momento che per certi aspetti è confine con la morte, Dio gli si manifesta vicino, eppur sempre nascosto. Una focaccia, cotta su pietre roventi ed un orcio d’acqua gli è portata in modo inatteso da una mano anonima, misterioso messaggero di Dio. E’ cibo donato, inatteso, e scoperto con stupore. Elia trova nel cibo la forza per non fermarsi in una situazione di morte, ma per andare avanti nella vita, pe continuare nel cammino. Quel cibo lo fa rialzare e gli fa così vincere la morte. Con la forza di quel cibo potrà camminare ancora sino al monte di Dio l’Oreb. E lì l’esperienza di incontro con Dio il cui volto si cela non nella potenza ma nella fragilità di un lieve silenzio. Dietro quel cibo sta anche una presenza di chi l’ha preparato, cuocendo raccogliendo l’acqua e facendosi vicino: è volto umano di nomade che ha scorto Elia esanime nel deserto? Nel gesto silenzioso e umano del dare pane, dell’offrire forza possibile di vita dove non c’è più speranza, del farsi pane per gli altri si rende attuale il volto di Dio.

Anche nella pagina del vangelo compare una contrapposizione tra cibo e morte, attorno al segno del pane: “Io sono il pane della vita. I vostri padri hanno mangiato la manna nel deserto e sono morti: questo è il pane che discende dal cielo, perché chi ne mangia non muoia”

Dopo il segno dei pani Gesù si ritira per fuggire al desiderio della folla di farlo re (cf. Gv 6,11-15) e tuttavia continuano a cercarlo. Reagisce di fronte a questo tipo di ricerca in vista della sazietà, indisponibile ad aprirsi al significato dei segni. Invita a scoprire la sua presenza come nutrimento, ‘pane disceso dal cielo’. La reazione è di sconcerto di fronte alla ‘normalità’ del suo essere uomo: ‘Costui non è forse Gesù, il figlio di Giuseppe? Di lui non conosciamo il padre e la madre? Come dunque può dire ‘sono disceso dal cielo’?’. Compare ancora il verbo ‘mormorare’, proprio di Israele nel deserto, stanco del cammino e colmo di nostalgia delle sicurezze d’Egitto (cf. Es 16,1-10; 17,1-7).

Di Gesù si sa da dove viene, chi sono i genitori, e non c’è fiducia. La sua umanità è troppo normale e non può corrispondere ad un idea di Dio della grandezza e della potenza. E’ l’incredulità di chi non si lascia mettere in discussione. Gesù presenta il primato dell’agire del Padre. Il suo essere inviato proviene dal Padre. Ancora dal Padre viene anche l’attrazione di chi crede verso Gesù.

La sua identità è racchiusa in due verbi: discendere e dare. Discendere dice la sua provenienza: Gesù proviene da altro, tutta la sua vita si radica in una relazione: il suo venire dal Padre. Dare è poi l’orientamento fondamentale della sua esistenza. Nel suo agire manifesta il volto di Dio di pura positività che dona e vuole vita per tutti i suoi figli. Il suo venire dal Padre ed il movimento del credere in lui si connotano come evento di gratuità. Riconoscere Gesù è aprirsi a un Dio che non vuole il male ma ha un disegno di vita e di compimento per ogni uomo e donna, capace di un amore che si mette in balia dell’umanità.

Il suo darsi non è stato solo nella croce, ma questo momento si colloca all’interno di tutta la vita di Gesù: il suo darsi è infatti scelta quotidiana, stile che innerva i suoi incontri, orientamento del cuore fondamentale.

Nello stesso tempo questo dono chiama all’ascolto e all’adesione: “Chiunque ha ascoltato il Padre e ha imparato da lui viene a me”. Gesù provoca ad entrare in un rapporto profondo con lui, il conoscere lui, e l’affidarsi al Padre. Chi entra in questo rapporto di fiducia – è questo il senso del credere – entra già da ora in una dimensione della vita in cui c’è comunione e speranza. La vita eterna non è un orizzonte futuro ma è realtà nel presente che si può sperimentare in rapporti nuovi e in una vita segnata dalla dimensione dell’amore che non viene meno.

Al popolo che mormorava nel deserto Dio aveva dato la manna; ora di fronte al mormorare della folla, Gesù dice: ‘Io sono il pane della vita’: al rifiuto oppone il dono di sé fino alla fine, il farsi pane per la vita del mondo. E conduce ad un approfondimento del segno dei pani. Parla di un pane che egli stesso dona: ‘Il pane che io darò è la mia carne’. Viene qui introdotto il termine ‘carne’ presente anche nel prologo del IV vangelo. E’ riferimento alla condizione di precarietà e debolezza umana. Gesù parla della sua carne “per la vita del mondo”. Da un lato il farsi vicino della Parola di Dio dall’altro la presenza di Dio vicina in modo paradossale nella debolezza della condizione umana.

Il capitolo 4 della lettera agli Efesini inizia la parte esortativa dello scritto in cui sono presentate una serie di indicazioni concrete di vita. La nuova vita dei cristiani è nel segno della chiamata di Dio: essi partecipano ad una sola fede e ad un solo Signore nel battesimo.

Vengono così indicati alcuni comportamenti di una esistenza ‘nuova’: la rinuncia alla menzogna motivata dalla consapevolezza che siamo membri gli uni degli altri, il non farsi prendere dall’ira, un atteggiamento nei confronti dei beni centrato sul lavoro e la condivisione: ‘chi era abituato a rubare non rubi più, anzi si dia da fare lavorando onestamente con le proprie mani per avere la possibilità di aiutare chi si trova nel bisogno’. Il lavoro vissuto con onestà trova la propria finalità nell’aiuto per gli altri. Il parlare poi deve essere sempre luogo di costruzione di rapporti.

Tutte queste indicazioni trovano sintesi nell’esortazione a ‘non rattristare lo Spirito santo. La vita del cristiano è una vita nello Spirito: è una condizione di cammino, in cui è possibile crescere, progredire, cambiare scoprendo orizzonti nuovi. La pagina si chiude con un invito a camminare nella carità. Chiamata della vita nello Spirito è vivere ogni ‘come Cristo ci ha amati’. “Scompaiano da voi ogni asprezza, sdegno, ira, grida e maldicenze con ogni sorta di malignità. Siate invece benevoli gli uni verso gli altri, misericordiosi, perdonandovi a vicenda come Dio ha perdonato a voi in Cristo”.

11050317_10207028863947707_5784040003828360689_nAlcune riflessioni per noi oggi

Morte e vita: il pane è elemento di vita, per la vita del mondo. Questo pane fa vivere e vincere la morte. Sono giorni in cui ricordiamo eventi di morte: la morte procurata dalla bomba atomica e dalle sue conseguenze su Hiroshima il 6 agosto 1945 e la morte come divisione che ha segnato la storia del XX secolo, in particolare nella costruzione del muro di Berlino nei primi giorni di agosto del 1961. Sono due eventi lontani eppure la loro memoria ci riporta al presente. Il commercio delle armi continua ad alimentare la fabbrica di morte, e nuovi muri vengono eretti per dividere popoli. Nuove forze di disgregazione e di esclusione stanno attraversando l’Europa al suo interno e la realtà mondiale.

Contro queste esperienze di morte – la morte delle armi sofisticate e la morte dei muri di divisione – oggi siamo invitati a accogliere il ‘pane che discende dal cielo che dà la vita al mondo’. Condividere il pane è il gesto che fa vincere la morte. Attuare sceltei in cui si porta silenziosamente speranza laddove ce’è stanchezza e desiderio di morte è esperienza che porta a continuare il cammino. Assumere lo stile di vita di Gesù, che si è fatto pane spezzato, è via per superare la condizione che ci rende morti e per portare vita al mondo.

Vincere il male con il bene è l’invito che sgorga dalla seconda lettura. Era questo uno dei temi cari a fr.Dalmazio Mongillo (1.09.1928-13.07.2005) nel suo approfondimento della vita morale da intendersi come vita nello Spirito e per questo capace di umanità ricca e profonda. A dieci anni dalla sua morte lo ricordiamo con una sua riflessione che richiama alla responsabilità profetica oggi: “Si può pensare che la Chiesa tutta intera è, nei confronti dell’umanità in cui e con cui vive, nella posizione in cui era il profeta nel popolo eletto. La profezia, nella nuova alleanza, è vocazione e carisma del popolo che deve vivere il rischio della anticipazione provocatrice di assetti umani più ricchi di umanità. Il limite degli interventi non ispirati da codesta condizione è percepito non da coloro che chiedono rassicurazione e conferma al possesso, al già, ma da quelli che nei presente concepiscono il fascino delle dimensioni nuove della libertà e della comunione. Codesta attesa è illusione presto delusa, in coloro che non lottano per pensare e realizzare con tutti il maturare delle possibilità concrete di fruirne. Coloro che hanno la nostalgia del nuovo sono sacrificati non privilegiati; sono chiamati, scelti, per cooperare al bene “concreto dell’umanità”. Soggetto della storia e della liberazione umana sono donne e uomini che vivono in sintonia con quel popolo che non oppone resistenza a lasciarsi condurre al bene di tutti, che persistono nell’aggredire le attese ispirate dall’istinto di morte quale che sia la forma sotto la quale si manifesta. Il potere della morte evidenzia i suoi limiti in coloro che, quando hanno individuato le vie della vita, avanzano in esse nonostante la lotta e le difficoltà”. (Allargare i confini della speranza, in “Tempi di fraternità”, 1976).

Alessandro Cortesi op

Corpo e Sangue del Signore – 2015

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Es 24,3-8; Eb 9,11-15; Mc 14,12-16.22-26

“… Mosè prese il sangue e ne asperse il popolo, dicendo: Ecco il sangue dell’alleanza, che il Signore ha concluso con voi sulla base di tutte queste parole”. Il sangue è segno della vita: Mosè versa il sangue di alcuni animali in parte sull’altare, il trono di Dio, in parte sul popolo d’Israele. E’ un gesto che segue l’ascolto del libro dell’alleanza. Il primato è della parola del Signore che ha parlato e continua a parlare. Quanto ha detto il Signore è inizio e fonte di ogni movimento di risposta e di accoglienza della sua presenza nella fede.

Il gesto di Mosè vuole indicare che un’unica corrente di vita lega l’esistenza dell’intero popolo e la presenza di Jahwè stesso. La vita di Dio quindi e quella di tutto un popolo, Israele, sono legate in modo profondo nell’alleanza quale dono di relazione: il rito esprime così la consapevolezza di una vita che proviene da Dio come dono. La parola ricevuta può trasformare e dare forza nel cammino, diviene criterio dei passi per la vita del popolo. Di fronte ad essa nasce un impegno e una scelta: ‘quanto il Signore ha ordinato, noi lo faremo e lo eseguiremo’. Per Israele ascoltare è possibile solamente nella misura in cui si entra in un coinvolgimento concreto di azione e di lasciarsi plasmare dalla Parola di Dio.

Gesù visse la sua ultima cena con i discepoli in un contesto pasquale, nell’approssimarsi della festa della pasqua. Al tempio avveniva l’uccisione degli agnelli poi la sera nell’ambito familiare la cena domestica. Pasqua: memoria dell’uscita dall’Egitto, della liberazione con i segni dell’agnello pasquale e degli azzimi.

La notte di pasqua celebrava il passaggio dell’angelo di Dio che aveva salvato gli israeliti in Egitto, passando sopra alle case segnate dal sangue dell’agnello: l’agnello divenne così uno dei segni centrali del rito della Pasqua ebraica. Il suo sangue aveva permesso l’uscita dalla schiavitù e l’inizio del cammino verso la libertà. Quella cena ripetuta ogni anno nel plenilunio della primavera, divenne memoriale: gli eventi dell’esodo erano rivissuti: : “in ogni generazione ognuno deve considerarsi come se lui fosse stato tratto dall’Egitto”. Chi celebra quel rito si scopre coinvolto in una storia di alleanza e di promessa.

Gesù riprende i gesti e le parole che costituivano il rito della cena pasquale ebraica, ma presenta il pane e il vino con alcune parole che sono state custodite nel ricordo delle prime comunità. Di queste parole ci sono giunte quattro versioni non identiche (Mc 14,22-25; Mt 26, 26-29; Lc 22,18-20; 1Cor 11, 23-25), con variazioni significative che indicano come esse fossero custodite come spiegazioni dei gesti e di tutta la vita di Gesù.

Il primo gesto di Gesù in quella sera è indicato nello spezzare il pane, un gesto carico di significato e che riportava ai gesti dei profeti nel venir incontro alle necessità dei poveri, ma anche ai gesti della condivisione attuati da Gesù in tutta la sua vita. La frazione del pane divenne indicazione nelle prime comunità di questo momento, e questo gesto da allora è stato ripetuto.

Gesù indica il pane come simbolo dell’intera sua esistenza, della sua persona: ‘prendete, questo è il mio corpo’. E’ consegna che anticipa il significato di quanto a breve si compirà, la sua morte sulla croce: tutta la sua esistenza viene indicata nei segni prima del pane spezzato e poi del vino distribuito.

‘Questo è il mio sangue, il sangue dell’alleanza che è versato per le moltitudini’. Nel sangue sta il segno dell’intera vita. Gesù riprende il riferimento al gesto di Mosè sul monte Sinai, quando versò il sangue come segno di alleanza sull’altare e sul popolo (Es 24, 6-8). Gesù ha inteso la sua vita come servizio e dono libero di sé, uomo per gli altri fino alla fine. La sua vita, vissuta nel farsi servo (Mc 10,45), è luogo di comunione nuova nella sua stessa persona.

L’annuncio del regno quale vicinanza di Dio ai poveri ha provocato nei suoi confronti il sospetto ed il rifiuto da parte del potere religioso e politico. Le parole dell’ultima cena esplicitano che la sua vita è donata al Padre ed è alleanza, vita donata in uno sguardo che va oltre ogni appartenenza di popolo e di lingua: ‘per le moltitudini’, cioè per tutti senza distinzioni (Is 53,11-12): è dono di alleanza. La sua morte è rivelazione dell’amore di Dio il Padre.

Gesù alla vigilia della sua morte conferma la sua speranza e il suo affidamento alla causa del regno. Nelle parole: “Amen, io vi dico che non berrò più del frutto della vite, fino al giorno in cui lo berrò nuovo, nel regno di Dio”, indica un orizzonte al di là della morte. La sua fiducia apre all’annuncio di un banchetto nuovo dove il vino sarà nuovo, e dove si compirà il regno di Dio, incontro con il Padre che dà vita, si pone accanto e vicino ai piccoli e raduna. Gesù rinvia i suoi a seguirlo sulla sua strada e ad intendere la vita come esistenza eucaristica, pane spezzato per gli altri.

DSCF5771Alcune riflessioni per noi oggi

“Una stanza arredata… lì preparate la cena per noi”. E’ questa l’indicazione di un luogo in cui celebrare la pasqua: Gesù rinvia i suoi ad individuare questo luogo. Una stanza arredata, una tavola apparecchiata è luogo in cui si vive lo stare insieme nella dimensione domestica. E’ luogo ordinario delle case, una stanza che con i suoi arredi consente di sostare, di mangiare insieme, di condividere. Così pure il gesto di apparecchiare la tavola è gesto quotidiano. I gesti semplici del preparare sono l’ambito in cui si può fare esperienza, senza enfasi, di quell’eucaristia dei giorni feriali in cui si spezza il pane che segna l’esistenza nel quotidiano. Abbiamo bisogno di luoghi dove sperimentare condivisione, in cui scoprire nell’incontro i percorsi di liberazione da tutto ciò che ci chiude e rende poco attenti. Attorno a tavole preparate non per escludere ma per lasciare posto possiamo scoprire la dimensione profonda del vivere come pane condiviso, segno della vita di Gesù data per le moltitudini.

“Non con il sangue di animali…” Cristo non ha compiuto un sacrificio con animali nel recinto sacro del tempio, ma ha compiuto nella sua obbedienza il dono di sé totale al Padre e ai suoi fratelli. E’ entrato nel santuario del cielo non per via di riti religiosi, ma offrendo se stesso, una volta per tutte. Nel rito dei ‘sacrifici’ secondo la tradizione di Israele si attuava non tanto un movimento dell’uomo verso Dio, ma l’esperienza di un rapporto nuovo, reso possibile da Dio stesso, suo dono. La lettera agli Ebrei riprende questo riferimento e afferma che Cristo non ha compiuto sacrifici di animali, ma autentico sacrificio è stato la sua vita donata, il suo ascolto radicale del Padre, la sua solidarietà nella compassione. Di qui il luogo in cui si celebra la liturgia più autentica per i credenti, è la vita. Unirsi a Gesù è possibile nel fare del proprio tempo, delle proprie energie e competenze un dono e un servizio, in rapporto al Padre e per la vita degli altri. Vi è qui l’indicazione preziosa di un superamento di un modo di intendere la spiritualità: il culto a Dio non è racchiuso in gesti estranei alla vita, nella sfera di un sacro separato dal vivere ordinario. L’incontro con Dio, che Gesù ci ha raccontato nel suo percorrere i sentieri della quotidianità, il rendere a lui culto è possibile nei luoghi ordinari e ‘profani’ dell’esistenza, nei gesti dell’umanità.

“Prendete questo è il mio corpo”: accosterei queste parole dell’ultima cena alle parole del Dario di Etty Hillesum nel campo di concentramento di Westerbork nel 1942-43: “Ho spezzato il mio corpo come se fosse pane e l’ho distribuito agli uomini. Perché no? Erano così affamati, e da tanto tempo… Si vorrebbe essere un balsamo per molte ferite” (Diario, 238-239). Il corpo è dimora, luogo di ospitalità nella consegna di sé ad altri. L’ospitalità è la condizione per aprire non ad un ‘essere per la morte’ ma ad un ‘essere per la nascita’, a cui il corpo stesso rinvia come dimora. La scoperta della propria corporeità è scoperta di una vocazione, chiamata ad essere dimora per la custodia e la consegna di vita. E’ scoperta della chiamata radicale ad una consegna al lasciar spazio all’altro, dove l’altro possa trovare dimora. E’ dono di una terra in cui scorgere la presenza di Dio nel profondo. Ancora Etty Hillesum: ‘la parte più profonda di me che per comodità io chiamo Dio’ (Diario, 176).

Un pane indicato come ‘corpo’ parla di Dio che si fa vicino nelle cose di terra, nella semplicità e nella povertà delle cose quotidiane. Parla di un Dio che si offre liberamente facendosi terra ospitale. Ed è invito a vivere la corporeità come chiamata del nostro vivere, parole, gesti, stare in mezzo a luoghi situazioni, incontri, nella piccolezza, nella scoperta di un dono da accogliere e condividere.

Alessandro Cortesi op

VI domenica di Pasqua – anno B – 2015

Ekta sn(Federico Zuccari, Il sogno di Pietro, Cappela paolina, Vaticano)

At 10,25-27.34-35.44-48; 1Gv 4,7-10; Gv 15,9-17

‘Alzati anch’io sono un uomo’. In queste parole di Pietro è racchiuso un passaggio fondamentale nel cammino di fede di Pietro e di ogni discepolo. E’ una scoperta e l’apertura di un orizzonte di spiritualità. Negli atti degli apostoli la spinta dello Spirito Santo ad uscire e ad entrare nella casa del pagano Cornelio è presentata come un sogno e una visione simbolica. Ma è una mozione del cuore: Pietro scopre così come Dio chiama ad uscire. Supera una spiritualità della distanza e della separazione. E’ invece chiamato ad incontrare, ad oltrepassare barriere, a non considerare nessuno escluso dallo sguardo di Dio. Quando poi entra in quella casa e si trova di fronte a Cornelio vive una seconda grande scoperta: ‘anch’io sono un uomo’. Pietro scopre che il loro cammino è comune: c’è una medesima condizione di umanità. Per questo sono vicini e solidali in nel medesimo cammino umano. E’ un cammino segnato dalla presenza dello Spirito che agisce nei cuori, suscita movimenti nuovi, apre a riconoscere proprio nell’incontro il luogo in cui incontrare la fede in Gesù risorto. Pietro, che avvertiva nella sua vita la responsabilità di testimone di Gesù e del vangelo scopre che lo Spirito agisce precedendo ogni attività umana ed ogni sua iniziativa. Il suo essere testimone si attua nel riconoscere l’agire di Dio che non fa preferenze e di persone. Scopre così che vi è chi segue Gesù perché segue i sentieri della giustizia, scopre che lo sguardo di Dio è molto più ampio di quello degli uomini. Chi nella sua vita è orientato alla ricerca del senso profondo dell’esistenza, chi ascolta la voce della coscienza dove Dio parla ad ogni uomo e dona, chi si lascia illuminare dalla luce della ricerca del bene, della giustizia, chi vive l’amore nei suoi aspetti di dedizione e servizio è accolto da Dio: Dio non fa preferenze. Chi pratica la giustizia nella sua esistenza attua la parola di Gesù anche senza averlo conosciuto. Pietro scopre così che lo Spirito di Gesù opera al di fuori delle frontiere in cui si cerca di definire la comunità. Questa pagina presenta non solo e non tanto la conversione di Cornelio, battezzato lui con tutta la sua famiglia, quanto piuttosto della conversione di Pietro, che si apre alla meravigliosa scoperta che Dio non fa preferenze di persone: il suo disegno di salvezza non è limitato ad un popolo o ad un gruppo.

Si apre un nuovo modo di intendere la missione: Pietro scopre che la missione non è una attività, un fare qualcosa ma la sua vita, la vita della comunità è coinvolta in un movimento che la precede e che l’anima: è la missione dello Spirito che sempre precede e spiazza. essere apostolo, mandato, non è un privilegio, non pone in una condizione di superiorità davanti agli altri. Nell’incontro con Cornelio scopre ‘anch’io sono un uomo’, e dicendo questo riconosce l’importanza di questo incontro per il suo stesso cammino.

tutto ha la sua radice e la sua origine in un dono. ‘Non siamo stati noi ad amare Dio’: è affermazione semplice, scarna, sconvolgente. Di fronte ad essa vengono meno tutte le pretese che la fede – in quanto risposta a questo amore – sia in qualche modo un possesso e un’opera umana. E’ questo il punto di arrivo e di partenza di ogni cammino che si confronti con il vangelo. La possibilità di trasmettere qualcosa di tutto ciò deriva fondamentalmente dalla consapevolezza, di stare dalla parte di chi riceve. E’ un altro modo per dire quanto Pietro nella pagina di Atti disse al centurione: ‘sono soltanto un uomo’.

‘Rimanere’ è idea che percorre tutto il IV vangelo. Al cuore della vita umana sta un desiderio di relazione, in Dio e con gli altri. L’immagine della vite, dove scorra un’unica linfa che unisce i tralci, esprime questa idea. Rimanere nell’amore di Gesù, come i tralci sono inseriti, è chiamata ad un incontro intimo e personale con Gesù: questa immagine suggerisce il tratto di un rapporto personale profondo e rinvia ad una responsabilità personale. C’è un rapporto unico di ogni uomo e donna con Cristo. Questo incontro diviene evento comunitario, di chiesa. Gesù supera ogni tipo di servitù ed usa sono i termini dell’amicizia:, annuncia che tutto quello che potrà essere vissuto rimanendo in lui, è frutto di una vita che viene da altrove e permea la nostra storia, incarnazione che continua. Seguire lui si apre allora ad essere esperienza che fa percorrere i cammini dell’amicizia e della relazione. Osservare i comandamenti si traduce nel rendere testimonianza dell’amicizia che si riceve da lui e diviene chiamata a comunicarsi.

Le due foto, una accanto all’altra che hanno occupato le prime pagine dei giornali nei giorni scorsi, della nuova nata dei reali d’Inghilterra, Charlotte Elizabeth Diana e della bambina nata durante il salvataggio di un gruppo di migranti sui barconi nel Mediterraneo, chiamata Francesca Marina, con rinvio a quel mare dove la mamma l’ha partorita e alle persone che l’hanno aiutata in quelle condizioni, è motivo di riflessione. Dio non fa preferenze di persone. Lo stile di Dio dovrebbe divenire stile di chi su questa terra cerca di prolungare la sua passione, la sua attenzione, il suo sguardo di amore che è per tutti, nessuno escluso. I volti di queste due bambine sono i volti della disparità di condizioni, sono la denuncia anche dell’ingiustizia che è frutto di scelte e di un sistema di iniquità che genera impoveriti. Ma sono anche appello ad una cura a cui i volti di due neonate richiamano perché evidenziano la medesima condizione umana, i medesimi sogni aspettative, promesse racchiuse in una nascita.

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Alcune riflessioni per noi oggi

Oggi, provocati dal pluralismo delle fedi e delle convinzioni, le parole di Pietro hanno una particolare attualità: ci invitano ad essere preoccupati di accogliere le spinte dello Spirito ad incontrare a scorgere nei diversi percorsi religiosi e culturali la presenza dello Spirito, a ricomprendere la stessa testimonianza come dialogo profetico oggi. C’è una accoglienza del vangelo che cresce nel tempo e nell’incontro con l’altro diviene occasione di una conversione insieme, sempre nuovamente da attuare.

Un documento recente del Pontificio Consiglio per il dialogo interreligioso (22 aprile 2015) indica come oggi più che mai, proprio nel tempo in cui la violenza e la barbarie si coprono di motivazioni religiose, è necessario attuare il dialogo, a partire dal dialogo della vita, possibile per tutti nella quotidianità:

“Gli avvenimenti di questi ultimi tempi fanno sì che molti ci chiedano: “C’è ancora spazio per dialogare con i musulmani?” La risposta è: si, più che mai. Prima di tutto perché la grande maggioranza dei musulmani stessi non si riconosce nella barbarie in atto. Purtroppo oggi la parola “religione” viene spesso associata alla parola “violenza”, mentre i credenti devono dimostrare che le religioni sono chiamate ad essere foriere di pace e non di violenza. Uccidere, invocando una religione, non è soltanto offendere Dio ma è anche una sconfitta dell’umanità. (…)In tale contesto siamo chiamati a rafforzare la fraternità e il dialogo. I credenti costituiscono un formidabile potenziale di pace, se crediamo che l’uomo è stato creato da Dio e che l’umanità è un’unica famiglia e, ancor di più, se crediamo come noi cristiani che Dio è Amore. Continuare a dialogare, anche quando si fa l’esperienza della persecuzione, può diventare un segno di speranza. (…) Dobbiamo avere il coraggio di rivedere la qualità della vita in famiglia, le modalità di insegnamento della religione e della storia, il contenuto delle prediche nei nostri luoghi di culto. Soprattutto la famiglia e la scuola sono le chiavi perché il mondo di domani si basi sul rispetto reciproco e sulla fraternità”.

Così Salvatore Natoli, filosofo, in una lettura laica, offre una chiave per entrare nell’incontro tra Pietro e Cornelio: È cristiano chi pratica giustizia e misericordia – almeno lo dovrebbe – ma lo stesso fa o può fare chi cristiano non è.Vi è, dunque, un sentimento di comune umanità che spinge gli uomini a essere d’ausilio gli uni per gli altri; il cristianesimo non fa altro che portare questa disposizione ad evidenza e la ribadisce a fronte della sua dimenticanza. Riconoscersi peccatori null’altro è che divenire consapevoli della nostra incapacità d’amare. Esiste, allora, un terreno comune che, a prescindere dalle diverse fedi, può permettere agli uomini di vivere gli uni per gli altri nella pace. A quest’esito si può giungere per diverse vie e ognuno può trovarne una sua propria, senza però mai pretendere che sia l’unica e vera. Dice, infatti, Pietro: «Forse che si può proibire che siano battezzati con l’acqua questi che hanno ricevuto lo Spirito Santo al pari di noi?» (Atti 10, 47). Notare: hanno ricevuto lo Spirito non da noi, ma «al pari di noi»…” (La salvezza è per tutti. E l’apostolo accettò una religione ‘laica’, in “Avvenire” 5 maggio 2015).

Alessandro Cortesi op

Domenica delle Palme e della Passione del Signore, anno B – 2015

agony in the garden 1465 National Gallery(Giovanni Bellini, agonia di Gesù nel giardino, 1459-1465, National Gallery)

Is 50,4-7; Fil 2,6-11; Mc 14,1-15,47

Nel suo racconto della passione Marco s’interroga in particolare sull’identità di Gesù, filo rosso dell’intero vangelo: vangelo è infatti la bella notizia di Gesù il suo annuncio del regno. Ma bella notizia è Gesù stesso, come viene suggerito sin dalle prime righe: “Principio del vangelo di Gesù Cristo figlio di Dio”. Gesù è presentato da subito con il profilo del messia: ‘figlio di Dio’ è titolo del re messia (ad esempio nel Salmo 2,7). Tuttavia nel corso del vangelo Marco è attento a precisare che quando qualcuno esprime un aspetto dell’identità di Gesù, viene messo a tacere: l’intimazione a tacere è rivolta ai demoni (1,24; 3,11), a persone guarite (Mc 1,44), agli apostoli (Mc 9,7.9). Marco è consapevole della possibilità di costruire un’immagine falsata di Gesù: sa che Gesù può essere confuso con attese di un messia ben diverso. Nel racconto della passione Marco è attento a presentare il volto di Gesù che porta a compimento la sua strada e manifesta quale tipo di messia compie con la sua esistenza.

Marco ritrae Gesù prima di essere arrestato nel momento della paura e dell’angoscia, in preda allo sfinimento ed alla debolezza umana. Lo descrive inoltre sempre più solo: anche gli apostoli lo lasciarono “Tutti allora abbandonatolo, fuggirono” (14,50). Nel momento drammatico nell’orto degli ulivi Marco ricorda la preghiera di Gesù: “Abbà Padre, allontana da me questo calice”. Lo fissa ancora in un silenzio che si fa più profondo di fronte al sommo sacerdote: “Non rispondi nulla?… Ma egli taceva e non rispondeva nulla” (14,60), e poi di fronte a Pilato (14,5). Ancora lo presenta nella sua incapacità a portare il patibulum della croce che veniva caricata sulle spalle ai condannati tanto che un certo Simone di Cirene fu costretto a portarlo (14,21). Infine Marco riporta le parole di sfida a lui rivolte sotto la croce: dicevano “ha salvato altri, non può salvare se stesso! Il Cristo, il re d’Israele, scenda ora dalla croce, perché vediamo e crediamo” (14,32-33). Il credere è qui inteso come risposta alle opere di potenza. E Marco lo contrappone ad un credere che nasce dalla croce: Gesù è messia che percorre la via della croce, che rimane fedele nella linea del servire e del dare la vita per… solo la via della croce è la via della risurrezione e della vita.

Gesù nel racconto della passione di Marco si mostra nel volto di messia che non scende dalla croce. Nel momento della morte si rivolge al Padre con le parole iniziali del salmo 22,2: “Dio mio, Dio mio, perché mi hai abbandonato”. E’ una preghiera drammatica, che dà voce alla solitudine e all’abbandono del giusto che soffre. Sono le prime parole di un salmo di lamento che tuttavia si conclude con le parole di un affidamento senza limiti a Dio, colui che esaudisce il grido del perseguitato e non gli nasconde il suo volto. Gesù è messia che prende su di sé la debolezza e vive la sua via come dono di sé fino alla fine.

Secondo il modo di pensare umano la potenza e la violenza di ogni potere hanno ragione; in modo paradossale Gesù inerme davanti al sommo sacerdote afferma la sua pretesa di essere lui il Figlio dell’uomo, figura del giudice degli ultimi tempi (cfr. Dan 7), colui che giudicherà il mondo e la storia (14,62).

Proprio nel momento della morte di Gesù, Marco annota due particolari: per la prima volta nel vangelo risuona una professione di fede senza che sia imposto il silenzio. Il centurione, un pagano, soldato dell’impero dice: “veramente quest’uomo era figlio di Dio”. E’ riconoscimento del volto del messia nel crocifisso venuto non per essere servito ma per servire e per dare la sua vita per tutti. E’ parola che interpreta il senso di tutta la vita di Gesù e la sua stessa morte, così come Gesù aveva indicato ai suoi: “Questo è il mio sangue, il sangue dell’alleanza, versato per molti” (14,24).

La sua morte è stata esito di complotto dei poteri politico e religioso, impauriti e inquieti di fronte a Gesù. Più profondamente la sua morte è momento ultimo della fedeltà radicale al suo essere messia venuto per servire (cfr. Mc 10,45).

Nel momento della sua morte – scrive Marco – ‘il velo del tempio si squarciò in due dall’alto in basso’. E’ un’indicazione simbolica, che corrisponde allo squarcio dei cieli, presentato al momento del battesimo di Gesù. La presenza di Dio non è separata, lontana, chiusa da barriere, ma l’incontro con Dio è possibile nel coinvolgimento sulla strada di Gesù, nell’incontro con la sua umanità. Di fronte al sommo sacerdote Gesù aveva contrapposto il ‘tempio fatto da mani d’uomo’ e il ‘tempio non fatto da mani d’uomo’ (14,58): Marco presenta il Cristo, nel momento della morte, come nuovo tempio, luogo vivente dell’incontro con Dio. Si può incontrare Dio e aprirsi al senso profondo della propria vita oltre ogni barriera. A tutti, a partire dal centurione pagano, è possibile proclamare quanto nel vangelo solamente la voce di Dio aveva annunciato: ‘Questi è il mio Figlio, l’amato’ (cfr Mc 1,11; 9,7). La morte di Gesù è fecondità di un incontro nuovo con Dio stesso, aperto a tutti.

Quel giovinetto che l’aveva seguito vestito solo di un lenzuolo perché voleva vedere le vicende della passione ed era fuggito via nudo (Mc 14,51-52), sarà il giovinetto seduto sulla destra del sepolcro, vestito d’una veste bianca che annuncia: ‘E’ risorto non è qui… vi precede in Galilea…là lo vedrete…’ (Mc 16,5).

2745957850Alcune riflessioni per noi oggi

Non si può ascoltare in questi giorni il racconto della passione senza andare con il pensiero alle vittime del volo Barcellona-Düsseldorf del 24 marzo u.s., schiantatosi sulle Alpi francesi, e ai familiari e amici. Un evento che ha sconvolto in questi giorni a livello diffuso, portando a identificarsi con coloro che improvvisamente hanno avuto la loro vita interrotta in modo così tragico e a considerare come i destini dei popoli, delle famiglie e delle persone sono inscindibilmente legati. Lo schianto dell’aereo A320 costituisce una tragedia europea che accomuna nel dolore e apre a quel senso profondo di solidarietà che scatta quando si avverte con più evidenza la medesima condizione umana e fragile e che dovrebbe essere presente anche in tutti gli altri momenti dell’esistenza. Ha portato anche a confrontarsi brutalmente con l’esperienza della morte quale evento che genera domande e rimane grande scandalo della vita umana. Con i primi chiarimenti su ciò che ha originato tale tragedia si è anche presentato l’interrogativo sulla morte causata dalla scelta umana maturata nel buio di una mente segnata dalla malattia e dalla depressione.

Non si può leggere il racconto della passione senza sentirsi partecipi dell’abisso del dolore che segna le vite di tutti coloro che si sono trovati improvvisamente a perdere i loro cari. Un’immagine di questi giorni può essere di aiuto a cogliere l’importanza di ascoltare il racconto della passione e di trovare in esso un annuncio di speranza: è l’immagine del volto sconvolto di Ulrich Wessel, preside del Joseph-König-Gymnasiums di Haltern am See, cittadina del Rheinland-Pfalz.

Germanwings A320 abgestürzt - Haltern am SeePer primo si è trovato nella drammatica situazione di dover comunicare la notizia della morte di sedici alunni e di due insegnanti della sua scuola alle loro famiglie. Caricato di una responsabilità e di un peso insopportabile nell’incontrare il dolore e la disperazione di genitori e congiunti. Richiesto di riferire sulla situazione della scuola nella conferenza stampa tenuta nella cittadina di Haltern è intervenuto, tra il sindaco e la ministra della scuola, circondato da microfoni di fronte ai giornalisti, al centro di una sala del Municipio in cui era attesa una sua parola. Ben poco aveva da dire: solo i sui occhi lucidi, il volto disfatto, tirato e i capelli scomposti, parlavano. Dietro di lui, sulla parete, immobile, stava la scultura di un crocifisso, immagine illuminata del corpo di Gesù, le braccia aperte, i piedi inchiodati in parallelo e distesi, il capo inclinato sopra a tutto quel dolore. Quel crocifisso, immagine silenziosa sotto le capriate di legno della sala del Comune era una memoria: Gesù è entrato negli abissi umanamente incomprensibili della morte. La salvezza che ci ha portato non è avvenuta ‘nonostante la morte’, ma egli stesso è passato attraverso il buio e l’assurdità di una morte causata da scelte umane di violenza, di incomprensione, di ostilità, di irresponsabilità, di inconsapevolezza (‘… non sanno quello che fanno…’) e dentro a tale morte ha portato il seme di una fecondità nuova. Chi vive nel dolore della morte non rimane solo. La testimonianza di coloro che seguono Gesù è chiamata a seguirlo, ad essere vicini a chi sta nell’ombra di morte, a scorgere che anche l’abisso dell’assurdità del dolore è stato attraversato dalla presenza di Gesù che ha raccontato nella sua vita il volto di Dio che raccoglie il dolore e ogni pianto, non lo lascia nella solitudine e non lo dimentica. Nell’abisso della morte Gesù ha posto il seme di vita nuova.

Alessandro Cortesi op

IV domenica di Quaresima – anno B – 2015

Cima_da_Conegliano,_Cristo_in_pietà_sostenuto_dalla_Madonna,_Nicodemo_e_san_Giovanni_Evangelista_con_le_Marie,_bis

(Cima da Conegliano, Cristo in pietà sostenuto dalla Madonna, Nicodemo e Giovanni Evangelista con le Marie, Gallerie dell’Accademia – Venezia)

2Cr 36,14-23; Ef 2,4-10; Gv 3,14-21

La promessa di Dio attraversa la storia, ed è continuamente riproposta in una vicenda colma di contraddizioni e di interruzioni. La pagina che sintetizza il cammino di Israele tratteggia lo stile con cui Dio guida la storia. L’infedeltà del popolo, il non ascolto dei messaggeri, i profeti, vien così vista come causa nascosta dietro il disastro dell’esilio. Il Dio dei padri si prende cura con attenzione e passione. Il suo agire è in vista di salvezza e non viene meno, è senza riposo, non ha termine. Esso si attua con la chiamata di uomini e donne che divengono portatori della parola, richiami dell’alleanza. Messaggeri, figure di mediatori, chiamati ad essere protavoce, testimoni, richiami viventi ad una parola di promessa che non viene meno. L’agire di Dio è libero e non si lascia rinchiudere né dall’infedeltà, né dall’assenza di risposta. La vicenda dell’esilio è così letta come conseguenza di un rifiuto di accogliere l’alleanza proposta con premura e ripetutamente. E Dio non si stanca di offrire salvezza. Ad un certo punto suscita lo spirito di Ciro, re di Persia, un pagano, che con il suo editto di liberazione apre la possibilità al popolo d’Israele di uscire dall’esilio, di ritornare alla terra promessa. Ciro il re pagano, dominatore di un nuovo impero è visto come portavoce, suo malgrado, senza consapevolezza, di liberazione e di un cammino nuovo per il popolo d’Israele. L’editto del nuovo re che apre la possibilità di ritorno dall’esilio è così letto come un segno della premura di Dio stesso che ci raggiunge sempre dentro la storia e attraverso l’operare umano che fa procedere una storia di salvezza.

“Per grazia infatti siete salvati mediante la fede; e ciò non viene da voi, ma è dono di Dio; né viene dalle opere, perché nessuno possa vantarsene. Siamo infatti opera sua, creati in Cristo Gesù per le opere buone, che Dio ha preparato perché in esse camminassimo” L’autore della lettera agli Efesini insiste sull’azione di Dio: la salvezza giunge per grazia e proviene da un dono di misericordia. La salvezza non è prodotto umano, né è esito delle opere, ma un dono. E’ una prospettiva che contrasta ogni visione religiosa che pone al centro il merito dell’uomo e la grandezza dell’operare umano. Queste parole ci riportano al cuore dell’esperienza di fede, ad un essere creati secondo un disegno di bontà: ci ha creato per le opere buone. C’è un rovesciamento di ogni concezione che mette l’efficienza e il vanto umano al centro. La salvezza irrompe come dono da accogliere nella fede come affidamento. Non c’è alcun motivo di vanto nell’esperienza di fede: unico vanto possibile sta nello scoprire l’agire di Dio in se stessi e nella storia. Da qui sorge una storia nuova. ‘Camminare in opere belle’ è espressione che indica una direzione per divenire ciò che siamo. L’esperienza della fede non può essere confusa con una teoria che non tocca l’esistenza, o con una ideologia religiosa che garantisce lo status quo, si compie piuttosto nel coinvolgimento della vita: è un camminare. Ed è camminare in fedeltà ad un atto creativo: creati per un operare buono, di salvezza nella responsabilità per la vita degli altri, per la vita in tutte le sue espressioni.

Nicodemo, come tutti i personaggi nel IV vangelo, è una figura simbolo, un paradigma in cui molti altri si possono riconoscere. E’ il maestro di Israele che, di notte, si reca da Gesù. E’ uomo di studio, capace di insegnare ad altri, tuttavia è anche inquieto ricercatore, capace di lasciarsi colpire da una parola nuova: la parola e la libertà di Gesù non lo lasciano indifferente e per questo va ad incontrarlo. Di notte si reca da lui; la notte è elemento simbolico carico di signifcato nel Iv vangelo. Il buio è simbolo di chiusura e d’incapacità legata ad un sapere che chiude, ed anche di rifiuto. In questo buio sta però una ricerca incerta. Nicodemo è figura complessa perché interroga e vive un desiderio. Gesù lo spiazza: a lui, maestro maturo dice che è necessario rinascere, tornare bambini, ricominciare di nuovo. Lo disorienta perché gli dice che rinascere non è sforzo nostro, ma viene dal soffio dello Spirito, Esige solamente attitudine di accoglienza, apertura ad un dono, che viene dall’alto. Nicodemo così deve rinascere dall’alto e di nuovo. Da oltre e con un nuovo inizio. Non è opera sua, non è frutto del suo sapere. Dio ha tanto amato il mondo da dare il suo Figlio. Nel cuore di Dio sta la premura che nulla vada perduto, che sia data vita, che tutti abbiano la vita. Vedere il regno di Dio, entrare nel regno di Dio. Non c’è condanna ma premura per la vita. Ma questo implica un rinascere, un lasciarsi prendere dal soffio dello Spirito. C’è una passione di Dio di vita per tutti. La vita eterna non è una dimensione futura, ma esperienza che può iniziare sin d’ora.

Per rinascere la questione fondamentale è entrare in una relazione con Gesù nel suo dare la vta fino alla fine. A questo punto sta il riferimento all’innalzamento. Gesù innalzato è Gesù visto nel suo essere posto sulla croce. E’ un paradosso. Colui che è appeso sulla croce dal punto di vista umano è un uomo abbassato, ridotto all’umiliazione alla sofferenza e al disprezzo. Non è l’innalzato ma l’abbassato. Eppure, il IV vangelo legge la croce come luogo alto, dove si attua un innalzamento: proprio nel suo essere innalzato il crocifisso è in grado di radunare attorno a sé tutti coloro che possono fissare su di lui lo sguardo. Il luogo dell’abbassamento cela in modo paradossale l’essere posto in alto, un movimento così di innalzamento, e diviene luogo dello svelarsi della gloria in una esistenza donata. L’essere innalzato è segno di vita donata, come nel deserto il serpente innalzato da Mosè sull’asta fu motivo di salvezza per il popolo (Num 21,4-9). Fissare lo sguardo su di lui è motivo di speranza e di vita. Sulla croce secondo il IV vangelo Gesù diviene centro di un raduno che coinvolge vicini e lontani: per trovare e ricevere vita. E in quanto innalzato sulla croce mostra lì la ‘gloria’ di Dio, lo spessore della sua vita, il suo amore. E’ questa la vita che Gesù è venuto a portare, vita eterna: Gesù mostra sulla croce il volto di Dio che ama. Per questo a Nicodemo Gesù spiega che non è inviato per giudicare il mondo, ma perché il mondo sia salvato. E Nicodemo, sempre nel IV vangelo è indicato come uno tra coloro insieme a Giuseppe di Arimatea, che si presero cura del corpo di Gesù, dopo la sua morte, portando oli e profumo, mirra e aloe (Gv 19,39). Credere in Gesù si connota per il IV vangelo come adesione a lui che sulla croce ha mostrato il volto di Dio come amore che si dona fino alla fine.

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Alcune riflessioni per noi oggi

Compito dei profeti è leggere la storia cercando di cogliere la chiamata di Dio presente e la rivelazione continua che si attua all’interno di una storia segnata dalla promessa. Israele ha imparato a leggere anche negli eventi drammatici come l’esilio un richiamo ad una relazione con Dio che non viene meno. Anche oggi viviamo le contraddizioni di una storia in cui la violenza, il terrore, la sopraffazione e l’esclusione sono presenti. Ci sono forze che si oppongono alla ricerca di vita buona e rifiutano ciò che costituisce il desiderio umano, la ricerca della pace e della vita, di dignità, lavoro e relazioni. In questa storia siamo chiamati a denunciare tutto ciò che costituisce tenebra, ma anche a scorgere i segni di una chiamata, le proposte da parte di Dio che non vuole che nulla vada perduto, che è appassionato per la vita. Lo sguardo profetico dovrebbe condurci a scorgere le figure di chi porta avanti la storia di alleanza, progetti di pace, di riconoscimento della preziosità di ogni vita quali messaggeri che Dio non si stanca di suscitare perché la storia proceda verso un fine di salvezza e di vita.

Tiziano Terzani poco dopo il settembre 2001, quando l’attentato alle torri gemelle di New York segnò l’inizio di una nuova stagione di guerra, cercava di richiamare ad una lettura profonda della storia per scorgerne le esigenze di una conversione alla pace e alla trasformazione in radice delle attitudini di odio in orizzonti di incontro. In questa provocazione a cogliere il presente come motivo di ripensamento richiamava le intuizioni di Gandhi, parole che hanno ancora una attualità sorprendente in un tempo di rinfocolamento di nuovi odi e intolleranze: “Il nostro di ora è un momento di straordinaria importanza. L’orrore indicibile è appena cominciato, ma è ancora possibile fermarlo facendo di questo momento una grande occasione di ripensamento. E’ un momento anche di enorme responsabilità perché certe concitate parole, pronunciate dalle lingue sciolte, servono solo a risvegliare i nostri istinti più bassi, ad aizzare la bestia dell’odio che dorme in ognuno di noi e a provocare quella cecità delle passioni che rende pensabile ogni misfatto e permette, a noi come ai nostri nemici, il suicidarsi e l’uccidere. ‘Conquistare le passioni mi pare di gran lunga più difficile che conquistare il mondo con la forza delle armi. Ho ancora un difficile cammino dinanzi a me, scriveva nel 1925 quella bell’anima di Gandhi. E aggiungeva: ‘Finché l’uomo non si metterà di sua volontà all’ultimo posto fra le altre creature sulla terra, non ci sarà per lui alcuna salvezza’” (Tiziano Terzani, Lettere contro la guerra, Longanesi Milano 2002, 38).

Nicodemo è figura complessa ed anche contradittoria: esprime una orgogliosa chiusura nel suo essere sapiente, e nello stesso tempo è uomo che si lascia interrogare. Esprime forse la contraddizione e la fatica presente in ognuno. Riceve la provocazione a rinascere, a concepire la vita non come conquista ma come dono, ad uscire da costruzioni frutto di una sua pretesa autosufficienza e da un sistema di cui era divenuto un ingranaggio. E’ provocato da Gesù a lasciarsi prendere da un soffio nuovo, da un respiro che lo apre ad una novità inedita nella sua stessa vita: è lo Spirito. Forse Nicodemo potrebbe raffigurare una chiesa che deve scendere dai piedistalli delle proprie certezze, per lasciarsi rinnovare profondamente, per cambiare sia nelle strutture ma anche nella percezione che al centro deve mettere la imprendibilità dello Spirito che soffia dove vuole ed è da ricercare al di fuori degli ambiti scontati. Solo se ci si apre a vivere una libertà di pensare la vita cristiana non come mantenimento di una dottrina intangibile, ma come esperienza di affidamento a Dio appassionato dell’umanità, nella chiamata a comunicare vita e salvezza per le persone, sta la possibilità di futuro in fedeltà al vangelo per le comunità oggi.

Alessandro Cortesi op

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