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commenti alla Parola della domenica e riflessioni

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II domenica di Natale – anno A – 2020

IMG_6452Sir 24,1-4.8-12; Efes 1,3-6.15-18; Gv 1,1-18

Al cuore della prima pagina del IV vangelo sta l’espressione ‘E il Verbo si fece carne e venne ad abitare in mezzo a noi’. Più esattamente si potrebbe tradurre ‘pose la sua tenda in mezzo a noi’.

La tenda, chiamata la ‘dimora’, aveva accompagnato il percorso dell’esodo ed era il luogo in cui risiedeva la ‘gloria’ di Jahwè (cfr. Es 26,1-14): in essa era posta l’arca dell’alleanza con le tavole della legge. Tenda e arca sono simboli che rinviano all’alleanza e all’opera di liberazione di Dio sceso per liberare il suo popolo. Tale luogo era pensato come la sede in cui Dio aveva il suo trono sedendo sopra: “Davide…si alzò e partì con tutta la sua gente… per trasportare di là l’arca di Dio, sulla quale è invocato il suo nome, il nome del Signore degli eserciti, che siede in essa sui cherubini” (2Sam 6,2).

La tenda è vissuta da Israele come ‘luogo dell’incontro’: “a questa tenda del convegno posta fuori dell’accampamento, si recava chiunque volesse consultare il Signore” (Es 33,9). La tenda è segno della presenza di Dio che accompagna il cammino d’Israele dall’Egitto verso la terra promessa. Sopra la tenda sostava la nube simbolo della presenza di Dio. La nube da un lato rivela e dall’altro mantiene velato; con la tenda indica la vicinanza del Dio altissimo che parlava con Mosè ‘come un uomo parla con un altro’.

Dio rimane l’inaccessibile, l’Altro dalla creatura, ma la tenda è luogo segno di incontro con Lui che si rende vicino ogni volta che si ascolta la sua Parola: ‘Io sono il Signore tuo Dio’. “Se due si riuniscono insieme per dedicarsi alle parole della Torah, la shekinah (la dimora) è presente” (Pirkê Abot III 3; cfr. Mt 18,20).

I profeti indicheranno che Dio non abita in qualche luogo particolare, ma abita il suo popolo: Dio sta in mezzo a Israele per adempiere la sua promessa: ‘Io sarò con te’ (Es 3,12) e la sua presenza è per costruire il suo popolo. Anche il tempio, sede dell’arca dell’alleanza nel tempo della stabilità dopo il cammino nel deserto, è solamente un segno. “Gioisci, esulta, figlia di Sion, perché ecco io vengo ad abitare in mezzo a te… nazioni numerose aderiranno in quel giorno al Signore e diverranno suo popolo ed egli dimorerà in mezzo a te” (Zac 2,14).

“il Verbo ha posto la sua tenda in mezzo a noi” è espressione che rinvia a tali riferimenti. La Parola si è resa vicina nella presenza umana di Gesù. “Dio nessuno l’ha mai visto: proprio il Figlio unigenito che è nel seno del Padre, lui lo ha raccontato” (Gv 1,18). Nel volto di Gesù il IV vangelo legge il farsi vicino della Parola di Dio: ha posto la sua tenda in mezzo a noi, nella umanità, la carne. Gesù spiega e fa vedere nel suo volto umano la gloria di Dio il Padre.

Il Verbo fatto carne è la nuova tenda di una alleanza, non frutto di opera umana, ma dono da accogliere: “a quanti però l’hanno accolto ha dato il poter di diventare figli di Dio; a quelli che credono nel suo nome, i quali non da volere di carne, né da volere di sangue, ma da Dio sono stati generati” (Gv 1,12-13). La nascita di Gesù è vista dal IV vangelo nel mistero profondo della vita di Dio. Quella vita segnata dalla fragilità dell’esistenza umana (la carne) è ‘tenda’ in cui incontrare il volto di Dio, la sua Parola. “In lui era la vita e la vita era la luce degli uomini… e noi vedemmo la sua gloria, gloria come di unigenito dal Padre” (Gv 1,4.14).

Alessandro Cortesi op

Madonna di Fiesole.jpg

Sguardi di umanità

E’ stata una scoperta particolare qualche anno fa. I restauratori dell’Opificio delle pietre dure di Firenze durante un sopralluogo nel vescovado di Fiesole hanno posto attenzione a quest’opera, una terracotta policroma, modellata nella creta con materiali particolarmente preziosi, indicazione di una ricca committenza. Si tratta di un modello utilizzato poi per altre repliche realizzate da questo prototipo. La Madonna di Fiesole è così stata sottoposta a restauro e presentata nel 2008. E’ apparso come la sua fattura, dipinta a freddo, fosse particolarmente raffinata al punto da condurre ad una attribuzione a Filippo Brunelleschi, il grande architetto fiorentino progettatore della cupola della Cattedrale di s. Maria del Fiore e del portico dell’Ospedale degli Innocenti. Brunelleschi fu anche scultore: si era formato in età giovanile in una bottega di scultori e aveva collaborato all’altare argenteo di san Jacopo di Pistoia. La terracotta è collocabile agli inizi del Quattrocento e risente dello stile di Brunelleschi come appare da un raffronto con il crocifisso di santa Maria Novella. Potrebbe essere un’opera giovanile successiva al concorso del 1401 sulle porte del Battistero e prima delle grandi opere di architettura.

Forse l’opera venne trasferita a Fiesole dopo la cacciata di Piero de’ Medici e della sua famiglia, avvenuta il 9 novembre 1494, a seguito del saccheggio del giardino di San Marco e delle altre proprietà Medicee. Risultano infatti scalpellati gli stemmi medicei alla base. La Madonna potrebbe essere stata recuperata da qualcuno e condotta a Fiesole in tale circostanza.

Nella terracotta Maria è raffigurata con volto giovane e delicato. Il suo sguardo si perde nell’orizzonte ma la sua testa è chinata dolcemente ad incontrare il volto del bambino e a sfiorare con il suo zigomo la fronte riccioluta, su cui scendono capelli dorati, di Gesù. La scultura evoca i pensieri di Maria in rapporto al suo figlio. Gesù è raffigurato nel movimento dello stringersi alla mamma. Anche nel suo sguardo traspare un velo di tristezza, quasi un movimento di ritrarsi. E’ proprio della tradizione iconografica cristiana raffigurare la madre il bambino, con una evocazione degli eventi della morte di Gesù, letta insieme  al mistero della risurrezione. Nel suo volto si delinea già l’ombra del dramma della sua vita, ma nel contempo l’abbandono in Dio e la decisione serena che guida la sua esistenza: una tenerezza che racconta la misericordia di cui la croce è segno supremo. Il bambino si stringe alla madre e quasi si rannicchia sotto il manto di lei che lo copre avvolgendone il corpo, non a coprirlo interamente, ma lasciandolo in parte nudo. Le sue gambine scoperte si intrecciano con la mano di Maria che ne tiene una come se stesse accarezzandola mentre l’altra le si appoggia dolcemente. E l’altra mano di Maria sorregge Gesù facendosi arco e appoggio al suo corpo. La nudità del bambino è indicazione della sua umanità, del suo condividere la fragilità di ogni creatura. Gesù si stringe alla mamma quasi aggrappandosi a lei e alla sua veste: una veste particolarmente preziosa, decorata con oro. Maria è raffigurata con sul capo una corona di cui sono andate perdute le punte risultando così come un cerchio che tiene fissato il suo velo. E così il suo volto manifesta i tratti di una giovane donna. Gesù appare nella sua fragilità, nella nudità del suo essere bambino, nella vulnerabilità di chi cerca rifugio e protezione con lo sguardo che sembra esprimere sentimenti diversi: paura, desiderio di sottrarsi al male e ai pericoli, senso di affidamento e ricerca di sicurezza ed anche riposo sereno nelle braccia della madre. Un dialogo silenzioso avvolge la scena di questo stare insieme, intrecciati e facendosi dono di tenerezza e di sostegno l’uno all’altra.

Il gruppo scultoreo è poggiato su una base rettangolare, in cui appaiono archetti intrecciati in stile gotico e sui lati degli stemmi che sono stati cancellati. Ai piedi la scritta ‘O mater Dei memento mei’, ‘Madre di Dio ricordati di me’: una preghiera che sgorga dal soffermarsi ad incontrare lo sguardo del bambino e della giovane madre.

Alessandro Cortesi op

 

 

 

 

 

 

Immacolata Concezione – anno A – 2019

Cranach,_adamo_ed_eva,_uffizi-1(Lucas Cranach il vecchio, Adamo e Eva – 1528 – Uffizi)

Gen 3,9-15.20; Ef 1,3-12; Lc 1,26-38

“Rallegrati, piena di grazia: il Signore è con te”. In queste poche parole, in un saluto, è racchiusa l’esperienza di Maria, donna capace di responsabilità e impegno perché segnata da un amore ricevuto e accolto.

“Rallegrati” non esprime riconoscimento di una sorta di grandezza o di virtù da parte di Maria: è piuttosto espressione di un amore immeritato che ha avvolto la sua vitae di cui lei si rende consapevole. E’ indicazione di un’esperienza di grazia che genera stupore e ringraziamento. Ed insieme senso di restituzione di tutto a Dio. La vita di Maria è posta nel segno di una gratuità che lei in modo adulto accoglie responsabilmente facendone orizzonte di sequela di Gesù e di servizio. Non nella logica dell’assoggettamento e di una femminilità vissuta nei termini di sottomissione e rassegnazione, ma con il coraggio proprio dei poveri di Jahwè che percorrono e accompagnano cammini di liberazione. Maria si scopre amata e per questo inviata ad essere testimone di un amore che guarda ai piccoli, che rovescia i potenti dai troni, che innalza gli umili, che ribalta una storia dominata dai violenti e dai prepotenti e inaugura una storia nuova. E’ l’amore di Dio.

Nel volto di Maria si può scorgere la bellezza di chi è amato da Dio e accoglie questo dono con senso di gratitudine e con creatività e decisione, facendosi terreno di accoglienza e dando spazio alla fecondità di questo amore. Una zolla di terra capace di dare spazio ad un seme di vita.

“Ho udito la tua voce nel giardino: ho avuto paura, perché sono nudo…” La nudità di Adamo nel giardino è il segno di uno stare di fronte nella sincerità e nella trasparenza. Di fronte al suo ‘tu’, Adam, l’umano fatto di terra, si scopre nudo, scoperto, capace di gioire della trasparenza di corpi che s’incontrano senza nascondimenti. La nudità esprime la bellezza dell’amore in cui proprio l’incontro dei corpi manifesta il desiderio di consegna del proprio io ad un ‘tu’ che sta di fronte, incontrato come presenza che accoglie vicina e diversa. E’ esperienza di trasparenza nell’intimità della vita. Nella loro nudità Adamo e Eva scoprono di potersi affidare reciprocamente e di poter consegnare l’un l’altra la propria fragilità senza paure, senza riserve. E’ la bellezza dell’amore che sulla terra è traccia ineludibile di Dio.

Tuttavia la nudità diviene un ostacolo, elemento che genera paura quando il rapporto s’incrina con falsità, sospetto e tradimento. Quando non è trasparente, quando si vuole nascondere qualcosa: nell’immagine di Adamo che di fronte a Dio ha paura perché si trova ad essere nudo sta racchiuso il messaggio su di una rottura del rapporto. E’ un atteggiamento di insincerità, tentativo di nascondere un sospetto. E’ ricerca di coprirsi e di mascherare nel trovarsi a disagio con la propria fragilità, nel voler nascondere una distanza ed una rottura.

Ad Adamo ed Eva, padre e madre dei viventi, nudi, narra Genesi, Dio procurerà delle tuniche di pelle per coprirsi: il Dio che vuole la vita e l’amore, nonostante l’insincerità dell’uomo, nonostante l’incapacità ad accogliere con fiducia il suo dono, apre cammini in cui poter recuperare sincerità e amore di fronte all’altro.

“In lui ci ha scelti prima della creazione del mondo per essere santi e immacolati di fronte a lui nella carità”. C’è un disegno di benedizione sulla vita umana e sul cosmo. L’inno agli Efesini ricorda che c’è un sogno di Dio su ogni volto: ed è un sogno di benedizione, di partecipazione alla sua vita, di santità. Sta qui la radice per scorgere in ogni volto un luogo di benedizione e per chiedere al Signore di essere strumenti perché ogni persona possa scoprire questo sguardo di amore nel cuore della sua esistenza, nonostante ogni contraddizione, ogni abbandono, ogni sofferenza per non essere amati. In lui, in Cristo che si è dato per tutti, Dio ci ha scelti. Siamo inseriti in una corrente di sguardo benevolente e amoroso che solo fa sorgere vita e vita per altri.

Alessandro Cortesi op

viva-vittoria-bergamo-1024x768(le piazze di alcune città italiane sono state tappezzate nella giornata del 25 novembre con coperte multicolori per sensibilizzare contro la violenza di genere: qui una installazione a Bergamo)

Violenza, sfruttamento, individualismo

Leggendo i quotidiani degli ultimi giorni non si può non sostare con preoccupazione a fronte a due fenomeni che si presentano con drammatica evidenza: il dato sulla violenza contro le donne in Italia e il fenomeno dello sfruttamento del lavoro che continua e alimenta gli affari delle grandi marche della moda.

Sono novantacinque le donne uccise in Italia dall’inizio dell’anno. Nel 2018 le vittime sono state 142. Dal 2000 ad oggi sono state 3.230. Circa la metà per mano del proprio compagno o ex compagno, in un contesto quindi familiare. Manifestazioni di violenza si accompagnano a maltrattamenti, ad oppressioni e umiliazioni, a stalking, e sono condotte in modo trasversale senza differenze tra Nord centro e Sud Italia. Le vittime e gli aggressori provengono da tutte le classi sociali e dalle più diverse condizioni economiche. La rete dei centri anti-violenza, in una sua analisi comparando i dati Istat e quelli raccolti direttamente, ha evidenziato che la percentuale più alta delle forme di violenza subita dalle donne ascoltate presenta situazioni di violenza psicologica (73,6 per cento). Le denunce sono aumentate ma non sono sufficienti le misure di tutela. I Centri antiviolenza non hanno sostegni adeguati. Avanzamenti nella legislazione come la legge sullo stalking del 2009, e quella sul femminicidio del 2013 non hanno portato ad una decisa diminuzione della violenza.

Appare come il femminicidio sia una piaga in particolare del nostro Paese che denota non più una situazione di emergenza ma un fenomeno continuativo. La violenza esercitata sulle donne non può essere relegata ad una vicenda privata, ma assume una valenza sociale. L’intera società deve sentirsi interpellata e individuare misure per reagire e predisporre itinerari educativi. Alla base del fenomeno sta una idea malata di possesso dell’altro, la dipendenza da una comprensione androcentrica e patriarcale della vita, una comprensione narcisistica della personalità, l’incapacità di rispettare l’autonomia e la libertà dell’altro, il rifiuto di affrontare la fatica nel costruire giorno per giorno relazioni adulte. Le questioni in gioco sono l’educazione alla parità, al rispetto dell’altro, l’accettazione della differenza, la capacità di confronto e dialogo, soprattutto una comprensione nuova della propria identità in relazione e poi il superamento di visioni discriminatorie, di stereotipi e pregiudizi. La violenza sulle donne è uno dei versanti dell’affermarsi della violenza in un contesto in cui si esalta il ripiegamento su un proprio io incapace di guardare all’altro e di lasciarsi porre in discussione dalle diversità dell’altro.

Proprio in considerazione di tale questione di un ‘io’ incapace di aprirsi alla considerazione dell’altro da sé, Matteo Zuppi, cardinale di Bologna, osserva: “Oggi le appartenenze sono piuttosto digitali, comunque più individualistiche e frammentarie, condizionate da opportunità, affinità iniziali e non verificate, oppure contingenze. Cosa diventa un individualismo di questo genere se non crescono parimenti la responsabilità, la capacità di discernimento e di visione che sono possibili solo in un rapporto con il prossimo?”

Un egocentrismo che si connota come aspirazione senza limiti porta a drammatiche conseguenze nella vita sociale: “L’egocentrismo – io penso – ha pretese senza limite, perché il vero limite, che non riesco mai a superare da solo, sono io stesso: quell’io su cui punto tutte le mie risorse. L’egocentrismo ci persuade che staremo bene solo assecondando il nostro io, anche a costo di rovinare i rapporti con le persone più care. Così finiamo per scegliere la parte e non il tutto, lo spazio e non il tempo, la difesa delle cose piuttosto che la costruzione dei rapporti” (Matteo Maria Zuppi con Lorenzo Fazzini, Odierai il prossimo tuo. Perché abbiamo dimenticato la fraternità. Riflessioni sulle paure del tempo presente, Piemme 2019)

C’è anche un egocentrismo di un mondo che alimenta il suo produrre nello sfruttamento degli altri: “L’Italia fonda una parte rilevante della sua qualità manifatturiera sul lavoro schiavizzato in distretti industriali che, per tradizione ormai di oltre mezzo secolo, si occupano di realizzare in nero e in condizioni spesso disumane confezioni, cuciture, rifiniture, ma anche scarpe, abiti, cinture, prodotti dell’alta moda”. Così Roberto Saviano introduce un suo articolo in cui denuncia la situazione diffusa a nord al centro e al sud dello sfruttamento di lavoro schiavizzato che alimenta l’industria dell’alta moda, delle grandi marche che esportano in tutto il mondo (Quegli operai sfruttati nella fabbrica ‘grandi firme’, “La Repubblica” 18 novembre 2019) .

Dopo aver fatto riferimento a recenti situazioni concrete in cui sono stati scoperti lavoratori in nero che lavoravano in condizioni di sfruttamento per due/tre euro l’ora osserva: “Il lavoro italiano schiavizzato è stato totalmente rimosso dal dibattito pubblico sovranista perché andrebbe a smontare il suo principale cavallo di battaglia ideologico, svelando che non sono gli immigrati clandestini che arrivano in Italia a far abbassare il prezzo del lavoro e quindi a reintrodurre la schiavitù. Da più di cinquant’anni in molte zone del Meridione d’Italia (ma anche in Veneto) esiste un sistematico sfruttamento della manodopera di qualità da parte di tutto il sistema della moda, ma nonostante articoli, reportage, denunce e impegno dei sindacati, non si riesce in alcun modo a mutare la situazione”.

“la responsabilità di molte aziende dell’alta moda è totale: sono consapevoli — anche se legalmente al riparo — che la qualità della loro merce è frutto di condizioni di lavoro terribili e di uno sfruttamento costante. Solo da loro possono venire scelte in grado di cambiare questa situazione. Il populismo tace per convenienza, i riformisti temono di far scappare le aziende, quindi i salari, quindi i voti. Insomma, la solita verità italiana”.

Forme diverse di violenza e sfruttamento sono presenti in un contesto in cui sarebbe indispensabili maturare la consapevolezza della dignità di ogni volto perché in esso sta una benedizione originaria ed una chiamata fondamentale alla relazione.

Alessandro Cortesi op

Santa famiglia – anno C – 2018

Salterio-inizio-del-XIII-secolo-British-Library(Salterio sec. XIII – British Library)

Sir 3,2-6.12-14; Col 3,12-21; Lc 2,41-52

“voi mogli state sottomesse ai mariti come si conviene nel Signore. Voi mariti amate le vostre mogli e non inaspritevi con esse. Voi figli obbedite ai genitori in tutto…”

La Scrittura è Parola di Dio scritta da mani d’uomo e porta con sé i tratti della cultura in cui i vari testi sono nati. Questo testo reca in sè il condizionamento del modo di concepire i rapporti in una società fortemente maschilista come quella ebraica del I secolo d.C., una cultura distante dal modo attuale di concepire i rapporti tra uomo e donna, tra genitori e figli.

Nel tentativo di cogliere il messaggio centrale della Parola di Dio oltre i condizionamenti culturali c’è un’espressione che offre uno squarcio importante: “come il Signore vi ha perdonato, così fate anche voi” (Col 3,13). Pur rimanendo condizionato dalla mentalità del proprio tempo l’autore di questa lettera individua un criterio di riferimento per intendere i rapporti nel contesto familiare e lo ritrova nel rinvio a Gesù, nel movimento di dono e perdono che ha guidato la sua esistenza.

Così nella lettera agli Efesini si legge: “Come la chiesa sta sottomessa a Cristo, così anche le mogli siano sottomesse ai loro mariti. E voi, mariti, amate le vostre mogli come Cristo ha amato la Chiesa” (Ef 5,24-25).

Gesù nel radunare una comunità attorno a sé indicava nuovi orizzonti per la vita di una famiglia nova, fatta di sorelle e fratelli. Ciò si poneva quale critica radicale rispetto ai rapporti di potere presenti nella società e contestava le forme patriarcali: ‘nessuno tra voi si chiami padre…’. I rapporti dovevano essere di fratelli e sorelle: una comunità di uguali quindi, ma in cui sono da riconoscere le diversità di ognuna e ognuno con il proprio nome, nella differenza.

Il riferimento a Cristo, al centro allora dell’esortazione della lettera paolina, conduce ad intendere i rapporti come Cristo ha vissuto la sua vita e le relazioni. Ha dato se stesso per coloro che ha amato, per tutti coloro che ha chiamato a seguirlo, vivendo la cura per gli altri e non sottomettendosi ad alcun potere umano, fino al dono totale della sua vita. Questa è la radice di una attitudine di incontro e di dialogo reciproco.

Il criterio di riferimento fondamentale da cui trae vita l’esperienza della fede è quindi: ‘come Cristo ha amato la chiesa’. L’esortazione a ‘sottomettersi’ viene così ad essere trasformata dall’interno, a significare tutt’altro che accettazione di un dominio. Essa esprime invece l’orientamento a vivere la propria vita in libertà e nella fedeltà alla chiamata all’amore. E forse dovrebbe in tale senso essere addirittura cambiata nelle traduzioni per non suscitare ambiguità cariche di conseguenze negative. Sappiamo infatti che queste, come altre espressioni analoghe, hanno generato nella vita delle comunità cristiane attitudini e stili di rapporti tra uomo e donna e tra genitori e figli ben lontane dal vangelo e la Scrittura è diventata strumento per mantenere strutture di dominio legate alla mentalità patriarcale presenti non solo al tempo di Paolo, ma tutt’oggi persistenti.

Al cuore del vangelo sta l’indicazione di rapporti segnati dalla gratuità e dal dono. Tutt’altro che dominio e sottomissione. Il modo per vivere fedeltà a Cristo e vivere in lui è accogliere l’altro, l’altra, da pari, e secondo una logica di fraternità e sororità. Nell’uguaglianza e riconoscendo le differenze.

La pagina di Luca parla della famiglia di Nazaret, ma non certo per offrire un esempio di vita familiare. Tutto è orientato a far risaltare le parole di Gesù: ‘Non sapevate che io devo occuparmi delle cose del Padre mio?’ Espressione che può essere anche tradotta: “Non sapevate che io devo stare nella casa del Padre mio?”. Al cuore della pagine sta la scoperta del cuore dell’esperienza di Gesù nel rapporto con il Padre suo.

All’età di dodici anni, Gesù è prsentato da Luca nel momento di passaggio alla maturità: è la casa del Padre il luogo in cui Gesù, e con lui ogni discepolo e discepola, deve stare. Maria ritrova Gesù giovinetto nel tempio e ascolta questa parola in riferimento alla casa del Padre: è una indicazione già rivolta alla risurrezione. Luca presenta la risurrezione come salita di Cristo alla casa del Padre e tutto il vangelo si conclude nel tempio come nel tempio era iniziato. La casa del Padre, è la missione del Padre, il rapporto con Lui che implica un rapporto nuovo con gli altri. La casa del Padre apre ogni casa umana ad un orizzonte nuovo di rapporti, spalancando ogni ristretto confine di chiusura e di appartenenza.

Alessandro Cortesi op

Fitzwilliam Museum Cambridge, Book of Hours, Ms 69, 15° sec.

Fitzwilliam Museum Cambridge, Book of Hours, Ms 69, 15° secolo

Cambiare prospettiva

Questa immagine insolita della natività apre a considerare come spesso il nostro modo di leggere la Scrittura e di riflettere sulla fede è segnata da pregiudizi che suddividono i ruoli e inseriscono ogni persona nei quadri di una precomprensione determinata da pensieri di genere.

E’ infatti un’immagine che capovolge l’immaginario consueto di pensare alla natività, e i modelli in cui questo momento è stato raffigurato nella storia dell’arte. E’ una miniatura tratta da un libro d’ore (Fitzwilliam Museum Cambridge, Book of Hours, Ms 69, 15° secolo): si chiamavano così libri che si diffusero soprattutto dopo l’invenzione della stampa e che raccoglievano preghiere insieme ai salmi e all’ufficio della beata vergine Maria. Erano arricchiti con miniature talvolta di grande raffinatezza artistica e videro grande diffusione non come libri liturgici ufficiali, ma quali testi che alimentavano la preghiera.

In questa miniatura il bambino Gesù è presentato in fasce in braccio a Giuseppe che lo culla con tenerezza e affetto tra le sue mani. E Maria, seduta con sulle gambe un’ampia coperta rossa che viene a scendere occupando ampio spazio è raffigurata seduta in atteggiamento di lettura, con un libro in mano: è il libro della Torah e sono i testi dei profeti. E’ ripresa del motivo dell’ascolto di Maria ad una chiamata che le giunge dall’ascolto della Parola di Dio accolta nella Scrittura.

L’attività del leggere e del meditare è quindi appropriata a Maria e a Giuseppe uomo è attribuita la attitudine della cura e dello sguardo a Gesù bambino.

Ma forse altri particolari possono essere evidenziati nella composizione, quali i movimenti del bue e dell’asino. Il primo, con una campana al collo, tutto rivolto verso Maria dal recinto in cui è posto a pascolare e il secondo che si affaccia quasi ad afferrare con il suo morso l’aureola di Giuseppe nel tentativo di assaggiarla. C’è la partecipazione di questi animali che rinviano alla reinterpretazione della versetto di Isaia che parlava della durezza del cuore nel riconoscere Dio come Signore: “Il bue conosce il suo proprietario e l’asino la greppia del suo padrone, ma Israele non conosce, il mio popolo non comprende” (Is 1,3).

In un tempo in cui alla fine del XV secolo le donne accedevano sempre più al contatto con la Scrittura soprattutto per mezzo dei Libri delle ore in cui trovavano stampati i testi e potevano pregare con le parole dei salmi, questa immagine richiama a quel rapporto tra le donne la Bibbia e la profezia che da questo rapporto è sgorgato nella vita della testimonianza cristiana nei secoli.

Su questo un bel libro da leggere, raccolta di saggi presentati ad un convegno tenutosi l’anno scorso in occasione dei 500 anni della Riforma, è Bibbia, donne profezia. A partire dalla Riforma (a cura di A.Valerio e L.Tomassone, Nerbini 2018). E richiama anche oggi al rapporto tra donne e Scrittura e all’esigenza di una rilettura delle Scritture superando gli stereotipi di genere ancora così presenti.

Alessandro Cortesi op

IV domenica di avvento – anno B – 2017

Pulpito-Duomo-di-Barga(Pulpito – Duomo di Barga)

2Sam 7,1-5.8-12.14.16; Rom 16,25-27; Lc 1,26-38

Natale è questione di casa e dell’abitare. L’abitare di Dio in mezzo all’umanità. La casa non di pietre ma di volti.

Davide (2Sam 7,12ss) è il re che aveva avuto il progetto di costruire un tempio a Dio. Natan uomo di Dio gli comunica però che il progetto di Dio è diverso: non sarà lui a costruire una casa a Dio ma sarà Dio stesso a costruire a lui un casato, gli dona una discendenza. La presenza di Dio non è racchiudbile in una costruzione, in un segno di grandezza e di splendore di pietre. si rende vicino nel volto di qualcuno, in una relazione, in un figlio. La casa ha un senso se è luogo di incontro, se reca la presenza di volti e presenze. Una casa per Dio non è questione di costruzioni di pietra o di idee, ma è questione di relazioni, di vita.

Natale è annuncio di un nome. La presenza del messia in Israele è attesa, è sguardo rivolto ad un salvatore e liberatore. La sua vita è in rapporto ad altri, al cammino di tutto un popolo chiamato ad incontrare Dio in un’alleanza che orienta al futuro. Tali attese erano espresse nelle figure del sacerdote e del re. Luca indica che Maria è legata alla discendenza sacerdotale (Lc 1,5) e accenna alle promesse fate al re Davide: “il Signore gli darà il trono di David, suo padre… e il suo regno non avrà fine” (Lc 1,32-33). Gesù è così indicato come il messia, che compie queste promesse. Ha il volto del messia, presenza di liberazione e salvezza per i poveri.

Natale è anche storia di una donna: Maria è la ‘nuova Sion’. Nell’esodo una nube copriva la tenda. Questa seguiva lo spostarsi dell’accampamento nel deserto (Es 13,21) ed era segno della presenza vicina di Dio e ricordo dell’alleanza. Quella presenza trovò simbolo nel tempio, sulla collina di Sion. Luca rinvia all’immagine della nube per raccontare ciò che Dio ha operato nel venire di Gesù: lo Spirito santo agisce in Maria: “Lo Spirito santo verrà su di te, e la potenza dell’Altissimo ti coprirà con la sua ombra; e perciò quello che nascerà santo sarà chiamato figlio di Dio” (Lc 1,35). Così a Pentecoste lo Spirito è donato alla comunità radunata. Maria è una tra i ‘poveri di JHWH’, partecipe del resto d’Israele che pone fiducia totalmente in Dio. In mezzo a questo popolo Dio si fa vicino nella vita di Gesù.

Sono così evocate le antiche parole del profeta: “Farò restare in mezzo a te un popolo umile e povero; confiderà nel nome del Signore il resto d’Israele” (Sof 3,12-13). Il ‘resto santo d’Israele’ una piccola comunità di coloro che vivono con fiducia e umiltà davanti a Dio (cfr. Sof 2,3). Maria vive tutto ciò quale attitudine profonda. E’ una fiducia forte e tenera, che non s’impone e sa guardare oltre.

Prepararsi a Natale forse sta solo in questo, lasciare che lo Spirito susciti un cuore aperto per incontrare una presenza… Maria ha vissuto questa ricerca e questo affidamento. E’ la prima credente, è donna che si fa voce dei poveri: ‘ha rovesciato i potenti dai troni, ha innalzato gli umili’…

Alessandro Cortesi op

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Concerto

Un brano musicale può offrire motivo di meditazione e di sosta nel Natale seguendo il linguaggio proprio della musica: il Magnificat in re maggiore BWV 243 di Johann Sebastian Bach (1685-1750).

Nel 1723 Bach era giunto a Lipsia con l’incarico di Kantor presso la Thomaskirche. La figura del Kantor costituiva uno dei ruoli rilevanti del sistema sociale e scolastico luterano. Il Kantor, spesso dotato di titoli universitari spettava una funzione di insegnamento di varie discipline da quelle scientifiche, a quelle umanistiche e al catechismo, oltre all’introduzione alla musica. Era inoltre direttore del coro della scuola. Il suo impegno prevedeva la composizione di una cantata ad ogni cerimonia festiva e insegnare canto e musica strumentale agli allievi della Thomasschule. Nel primo Natale che Bach trascorse a Lipsia preparò il Magnificat in re maggiore che rimase una delle sue opere maggiori.

E’ una cantata sacra per orchestra, con cinque solisti (due soprani, un contralto, un tenore e un basso) ed un coro a cinque voci. Il testo latino riprende il cantico di Maria del Vangelo di Luca (Lc 1, 46-55).

Maria ringrazia Dio perché ha compiuto “grandi cose”. Lei umile serva è stata guardata con benevolenza e ha potuto generare il Messia. Maria canta l’opera di Dio in rapporto al mistero dell’incarnazione. E si attua così una contrapposizione tra la sua piccolezza e la voce di ‘tutte le generazioni, che la chiameranno beata’. La lode è rivolta a Dio perché ha soccorso il suo popolo e ha mostrato il suo volto di misericordia.

La Cantata è suddivisa in dodici parti. L’inizio è segnato dalla lode Magnificat intonato dal coro. Tra gli strumenti dell’orchestra si distingue il suono squillante delle trombe. L’invocazione ripetuta esprime la lode al creatore ed ha un tono di solennità e di ampiezza nell’avvolgere ogni cosa.

Subito dopo fa seguito il brano Et exultavit spiritus meus in Deo salutari meo: violini e viole introducono il motivo dell’esultanza. E’ una melodia in cui il soprano solista modula le note della gioia nel cuore di Maria nei confronti di Dio fonte di salvezza, con l’accompagnamento dell’orchestra.

Il terzo movimento – Quia respexit humilitatem ancillae suae – è ancora interpretato dal soprano solista, con l’accompagnamento del suono dell’oboe e basso continuo. Senza interruzioni la cantata prosegue. Omnes Generationes. E’ questo momento corale, in cui in un coinvolgimento di tutte le voci il coro ripete e rimbalza il riferimento a tutti i popoli e a tutti i tempi che riconoscono in Maria la graziosa. Una contrapposizione emerge con forza: Maria umile serva verrà chiamata beata nella storia tutta.

Al riferimento all’umiltà di Maria segue il Quia fecit mihi magna qui potens est et sanctum nomen eius: è questa una parte intonata dal basso accompagnato dall’organo. La solennità del suono dell’organo imprime alle ‘grandi cose’ (magna) una sottolineatura propria con accento all’opera di Dio. E’ una voce maschile a cantare le grandi cose di Dio, evidenziando la forza divina e la santità del suo nome. Organo e basso concludono questa sezione.

Segue un delicato duetto tra contralto e tenore: è un passaggio accompagnato da violini e flauti in cui l’espressione Et misericordia a progenie in progenies timentibus eum viene ripresa in un continuo scambio nel rincorrersi delle voci e nel dialogo tra voci e strumenti.

Interviene poi il coro che sostenuto da trombe e timpani sottolinea l’agire del Signore con potenza Fecit potentiam in brachio suo, dispersit superbos mente cordis sui. Il ritmo è sostenuto, ritmato e rapido. Il cantico di Maria esprime l’agire di Dio che a partire dal passaggio del mar Rosso e in ogni cammino della liberazione ha spiegato la potenza del suo braccio, e ha disperso i superbi nei pensieri del loro cuore. L’intervento delle percussioni sottolinea tale agire che ribalta le pretese umane.

Segue un brano in cui la voce unica del tenore sottolinea il ribaltamento operato da Dio che ha deposto i potenti dai troni e ha esaltato gli umili: Deposuit potentes de sede, et exaltavit humiles. I violini insieme sottolineano lo stile di Dio che innalza gli umili. Un assolo di flauti e violoncello introduce il momento successivo. Il Magnificat continua in un dialogo condotto tra i suoni vellutati dei flauti e il contralto: si canta l’azione di Dio che guarda agli affamati e manda a mani vuote ricchi (Esurientes implevit bonis et divites dimittit inanes).

Segue una parte in cui il trio di due soprani e un contralto cantano la liberazione di Israele: Suscepit Israel puerum suum. Mentre intervengono gli oboi, è condotto un adagio intenso e meditativo. Basso e tenore si inseriscono a dialogare con le voci femminili con tutti e cinque i solisti coinvolti. Il tono è maestoso e grave nell’evidenziare la parola e la promessa di Dio ai padri: Sicut locutus est ad patres nostros Abraham et semini eius in saecula. E’ ricordata la promessa di Dio ai padri.

A conclusione con la partecipazione dell’intero corpo orchestrale, il coro esegue il Gloria Patri, gloria Filio gloria et Spiritui sancto, lode alla Trinità che termina nella ripresa dell’inizio. La melodia del Magnificat conduce a chiudere il percorso della lode con le parole sicut erat in principio et in saecula saeculorum fino all’ultima parola: un Amen solenne.

Alessandro Cortesi op

 

Letture di Pasqua

Buona Pasqua!

(Pasqua 2017 – celebrazione della chiesa copta etiope – Atene)

“…. Alla spicciolata Stella, io e gli altri amici prendemmo la via del ritorno. Quando fui a casa mantenni la promessa e in quei fogli che Marco mi aveva consegnato al termine della mia visita all’eremo trovai una bellissima sorpresa. Un tentativo di riscrivere la messa, ardito e rigoroso, in un linguaggio capace, almeno a me così sembrò, di dare freschezza a messaggi spesso coperti da uno strato di polvere insopportabile.

Lessi d’un fiato il Credo:

“Credo in Dio onnipotente nell’amore, che ha dato vita all’Universo, che ci ha messo nel cuore la nostalgia delle cose invisibili.

Credo in Gesù Cristo figlio di Dio, cresciuto nella casa di Maria e di Giuseppe, per mezzo di Lui tutti gli uomini, gli animali e le cose sono redenti.

Per essere compagno nella sofferenza e nella gioia e santificare la vita ha posto la sua tenda in mezzo a noi, nascendo da Maria di Nazareth, sorella nel silenzio e nella fede. Fu appeso alla croce e divenne fratello fino alla morte, caricandosi di tutti i peccati e dell’immenso dolore del mondo.

Al tempo di Pilato e di Caifa, infatti morì e fu sepolto. Ma il terzo giorno è risuscitato: lo testimoniano Maria di Magdala, le donne che lo accompagnarono e lo amarono nella vita e poi i suoi discepoli.

E i viandanti di Emmaus lo riconobbero quando divise il pane con loro.

Oggi lo sentiamo presente nella nostra vita e condividiamo con tutti l’attesa del ritorno; quando verrà a portare la pace ai vivi e ai morti. E tergerà le lacrime dai loro occhi. Non ci sarà più la morte, né lutto, né lamento, né affanno perché le cose di prima sono passate.

Credo nello spirito creatore e creativo che ci comunica la vita del Padre e del Figlio, che apre la bocca dei Profeti, dà speranza ai poveri, coraggio ai sofferenti, lo Spirito d’amore che soffia dove vuole e chiama ad essere le cose che non sono.

Vivo nella comunità dei credenti, cattolica nella santità e nel peccato, che cammina nella storia, insieme ai messaggeri della resurrezione che in ogni angolo della terra ti raccontano con la preghiera e con la carità. Fedeli alla terra e allo stesso tempo pellegrini.

Professo il battesimo della Tua grazia e della Tua compagnia per il superamento e il perdono dei peccati. Ed attendo il ritorno del Signore, la risurrezione dei morti e la vita sel mondo che verrà. Amen”

Lo rileggo ancora, con calma, dentro il silenzio ormai pieno di questa notte in questo strano paese sospeso tra realtà e immaginazione. E’ bello, è proprio bello, caro Marco!”

(da Mariano Borgognoni, Le primavere nascono d’inverno, ed.Cittadella 2016, 52-53)

“la radice di quella passione era mia madre. Dovunque vivessimo c’erano sempre fiori, era come un segno di eleganza e dignità, nella povertà della nostra esistenza girovaga. Se c’è qualcosa di regale su questa terra è proprio la sobrietà e la misura. Almeno io la penso così. La mancanza di ricchezza non mi è mai pesata.

Caro dottore, deve sapere che l’inverno offre la possibilità di avere degli straordinari fiori profumati. Perché non mette a dimora il calicanto o qualche tipo di dafne o i viburni che le daranno dei fiori di un rosa confetto molto delicati e resistenti? O anche tutte queste specie assieme, spazio ne ha a sufficienza. E se vuole allungare la stagione mescoli dei bulbi di bucaneve con perenni dai fiori precoci come l’alliboro. Avrà una fioritura rigogliosa e profumata. Niente di meglio per iniziare bene la giornata. La cosa affascinante del giardinaggio è questa santa alleanza tra uomo e natura, bisogna saper assecondare la natura, prenderla per il verso giusto, saperla ascoltare. E’ un’arte complessa quella del giardinaggio, gli impazienti non la possono mai praticare né all’opposto i pigri. Chiede capacità di attendere e perseveranza, conoscenza di un linguaggio diverso e rispetto. Fiducia nella forza della vita e speranza, con solo un piccolo spolvero di ottimismo, che il troppo addormenta, ma quel poco è come se fosse avvertito dalla natura come un far credito alle sue forze e perfino a qualche sorpresa e a un po’ di fantasia. Nel giardinaggio non tutto può essere previsto, c’è un imponderabile che ci insegna a non sentirci onnipotenti. Chi pratica questo vizio velenoso prima o poi ne paga il prezzo. Ma forse le ho rivelato troppi segreti, dottore, non pretendo che faccia altrettanto con la medicina!”

Sabato Felici aveva preso una paginata di appunti. Faceva così per tutte le cose che lo interessavano. Tornammo in salotto per un caffè forte fatto con la macchinetta napoletana.”

(da Mariano Borgognoni, Le primavere nascono d’inverno, ed.Cittadella 2016, 102-103)

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“Le donne del vangelo, invece, sono guidate dalla consolazione del Signore a entrare davvero nel mistero ed è quindi il loro atteggiamento che dobbiamo attentamente considerare (…)

… Gesù aggiunge ancora una frase: ‘Versando quest’olio sul mio corpo lo ha fatto in vista della mia sepoltura’. Maria di Betania rappresenta, mi sembra, il sì dell’umanità alla morte di Gesù. Non è Pietro che dice a Gesù: ‘Tu non farai questo’, ma è l’umanità che dice a Gesù: ‘Ti ringrazio Signore, e ti lodo e ti onoro per l’amore con il quale darai la vita per noi’. E’ la partecipazione dell’umanità alla morte del Signore. Partecipazione che è passiva e umiliante, se volete, per chi desidera essere sempre al primo posto. Umiliante per Pietro e per Giuda, umiliante per tutti noi, che vorremmo sempre fare qualcosa per il Signore, ma a cui il Signore dice in realtà: voi credete di fare qualcosa per me, ma se aveste il cuore illuminato dall’amore, come questa donna, capireste che sono io che sto facendo qualcosa per voi. Questa donna sta accettando il mio amore di salvatore: è l’unica che ha capito il Vangelo. Il Vangelo è l’amore di salvezza, è per questo che sarà predicato.

La buona novella appare quindi, qui, in una persona che è riuscita a capire che il Vangelo non è gloriarsi di far qualche cosa per il Signore, ma ringraziare perché il Signore fa qualcosa per noi poveri. I primi poveri da aiutare siamo noi. Questa donna, dunque, è il simbolo dell’umanità che si è lasciata amare da Gesù nella sua passione. E’ il simbolo della realtà di Maria: questa donna compie in maniera ‘intuitiva’ questo gesto, ma chi lo compie pienamente – lo sappiamo da Giovanni – è Maria, la quale come madre accetta l’assurdo che suo figlio soffra per lei (…) E’ lei che dice il suo ‘sì’, non un ‘sì’ per fare qualcosa, ma un ‘sì’ per lasciarsi fare…”

(da C.M.Martini, I vangeli. Esercizi spirituali per la vita cristiana, ed. Bompiani 2017, 297-307)

“E allora ho preso a dire, forse balbettando: “la mia fede? E’ ben povera cosa la mia fede. E’ una fede semplice, povera, elementare. Quello che posso dire è che non potrei mai vivere senza sentirmi legato a Gesù Cristo. Credo in tutto quello che ha detto, trovo stupendo tutto quello che ha fatto, è per me motivo di profonda pace quello che ha promesso. Mi sembra che le sue parole sulla croce: ‘Nelle tua mani consegno la mia vita’ siano le parole più belle che uno possa ritrovarsi sulle labbra. C’è il consegnarsi di chi si sente piccolo nelle mani buone di qualcuno che è soltanto amore”

(da Luigi Pozzoli, Quel poco di fede che mi porto dentro. Il sacerdote e lo scrittore. Pagine scelte, ed Paoline 2010)

IV domenica di Avvento – anno A – 2016

img_2248(Giovanni Pisano, Madonna col bambino, Museo nazionale di san Matteo – Pisa)

Is 7,10-14; Rom 1,1-7; Mt 1,18-24

Al re al trono Isaia prefigura la nascita di un nuovo re giusto dal nome ‘Emmanuele’ (Dio in noi), un autentico erede di Davide, non come Acaz stesso e i re infedeli che ponevano la loro fiducia in alleanze di imperi più forti.

La dinastia di Davide continuerà e l’Emmanuele sarà esempio di abbandono fiducioso in Dio. Isaia delinea così il figlio di Acaz, Ezechia, come Emmanuele, re con i tratti di pietà e fedeltà a Dio. Questa promessa indica un orizzonte che va oltre (cfr. Is 11,1-16). Dio stesso stabilirà il regno del messia (l’unto, il consacrato) come situazione di pace, oltre ogni orizzonte di spazio e di tempo: ‘grande sarà il suo dominio e la pace non avrà fine’ (Is 9,5-6). Isaia annuncia anche un ‘resto’, un piccolo gruppo che troverà stabilità nell’appoggiarsi nel Dio fedele e solo in lui. “In quel giorno il resto di Israele… non si appoggeranno più su chi li ha percossi, ma si appoggeranno sul Signore, sul Santo d’Israele, con lealtà” (Is 10,20).

Questo testo apre così all’attesa di un futuro in cui si attua la promessa di Dio a Davide in un cammino di popoli. Isaia indica un segno, ed una speranza oltre i confini del tempo: Dio interviene nella storia con segni che indicano il suo disegno di salvezza.

Matteo ha presente questi testi profetici quando scrive il suo vangelo. Nel volto di Gesù coglie il compimento di promesse e attese. L’annuncio dell’angelo a Giuseppe è presentato per far entrare Gesù nella discendenza di Davide. Così è ripreso lo schema classico di un annuncio di nascita: c’è la presenza di un messaggero, la chiamata per nome, l’invito a superare le difficoltà; il rinvio ad un segno e indicazioni su chi sta per nascere (cfr. Gdc 13,1-24).

Lo Spirito Santo è all’opera sin dal momento dell’inizio della vita di Gesù. Un messaggero comunica a Giuseppe di ‘non temere’ e di lasciarsi coinvolgere nell’opera di Dio. Giuseppe giusto, cioè fedele, vive una duplice fedeltà, a Maria a cui è legato e alla chiamata di Dio. Si abbandona nella fede a Dio che lo chiama.

Maria che darà alla luce un figlio, è invitata a scorgere che c’è un’opera dello Spirito santo nella sua vita, accoglie la volontà di Dio sulla sua vita: il suo cuore è spazio aperto oltre gli schemi umani. Come il sonno di Adamo anche il sonno di Giuseppe è luogo in cui opera Dio creatore. E come nel sogno dei magi si attua la guida di Dio vicino. Giuseppe è presentato come uomo giusto, cioè fedele. Nel profilo di Giuseppe si delinea così quello del credente, che vive la fatica del dubbio e l’abbandono della fede. Ed infine prende con sé Maria.

A Giuseppe è affidato il compito di dare il nome a Gesù, nome che significa ‘il Signore salva’. Emmanuele è nel vangelo di Matteo il nome di Gesù: ‘Dio con noi’, nome che riprende le promesse del Dio vicino in tutta la storia di salvezza. In questo nome è racchiuso il senso della vita di Gesù stesso. La salvezza è dono di vita, di perdono, di liberazione ed ha un nome che rinvia ad una presenza. Ed è un nome affidato.

Al cuore delle nostre esperienze sta un’attesa profonda, l’attesa di un nome, di qualcuno che solo può salvare. Quel ‘nome’ sta oltre ogni nostra attesa e possibilità, è dono ed è avvento, venire gratuito di Dio che libera e salva.

Alessandro Cortesi op

800px-robert_campin_-_l_annonciation_-_1425a(Robert Campin, Trittico di Mérode, 1427, Metropolitan Museum – New York)

La figura di Giuseppe compare, in modo insolito e originale, in una scena di annunciazione secondo lo stile fiammingo:  è il trittico Mérode (dal nome degli antichi proprietari) conservato ora al Metropolitan Museum di New York, attribuito alla bottega di Robert Campin. E’ un dipinto databile tra il 1422 e il 1430, periodo che in Italia vede attivi tra altri Masolino da Panicale, Masaccio, Paolo Uccello, Filippo Lippi.

Il trittico, elaborato con pittura a olio, è composto di tre pannelli, quello di sinistra nell’ambientazione di un giardino, quello al centro, con l’angelo e Maria in un salotto e quello a destra nell’interno della bottega di un artigiano con una finestra che affaccia su un panorama cittadino, su un piazza tipica di una città delle Fiandre, in cui si muovono persone prese dalle faccende della vita quotidiana.

Il pannello centrale raffigura la scena dell’annunciazione di Maria posta all’interno di una casa, nel contesto di una stanza in cui al centro sta un tavolo e Maria è raffigurata in posizione seduta a terra.

Un angelo con capelli ricci che scendono sule spalle, con la veste bianca e cintura azzurra da cui spuntano sulle spalle ali colorate con tinte variegate, appare come appena entrato e sembra che stia cercando di attirare a sé l’attenzione di Maria con un gesto di saluto mentre s’inginocchia. Maria, con i lunghi capelli sciolti, profondamente assorta nella lettura di un libro non sembra si sia accorta della sua presenza. L’arredo della sala e i dettagli delle vesti e degli oggetti presenti sono tratteggiati con una particolare cura. Si possono distinguere sullo sfondo un bacile sospeso e un asciugamano che reca i tratti di un velo della preghiera ebraica; Sullo sfondo una finestra con i battenti aperti, ma con un parapetto a grata fa intravedere il cielo e le nubi. Sopra la tavola, di forma rotonda, sono disposti un libro e un rotolo. Sono riferimento alle Scritture e al rotolo di Isaia con le profezie sul messia. Maria appare adagiata a terra con un’ampia veste di colore rosso e trova sostegno su di una panca davanti al camino. Regge tra le mani un libro proteggendolo con un velo che ne indica l’importanza e il valore. Dietro a lei un camino con la parete annerita davanti al quale una tavola traforata funge da protezione del fuoco. In un vaso poggiato sulla tavola è contenuto un giglio fiorito, simbolo di purezza, e su un candeliere una candela che si sta spegnendo fa salire alcune volute di leggero fumo. Dall’alto, attraverso i vetri di una finestra ovale giungono i raggi di una luce che attraversa la stanza e in questa luce compare la figura stilizzata di un omuncolo che regge la croce: è il simbolo della presenza di Gesù nel momento in cui l’angelo giunge ad annunciare a Maria il concepimento. I raggi attraversano il vetro senza danneggiarlo. La candela è spenta da questo soffio dello Spirito che giunge a lei recando una luce più grande di ogni lume terreno. L’atmosfera che regna su questo squarcio di vita quotidiana è quella di un profondo silenzio. Nel silenzio si compie qualcosa di grande, l’irrompere dello Spirito, l’azione di Dio e l’incarnazione del Verbo.

img516Nel pannello di destra Giuseppe è fissato mentre è al lavoro nella sua bottega di falegname che viene descritya come una stanza attigua della medesima casa. Anch’egli vestito con un abito di colore rsso, come Maria, assorto nel suo lavoro, appare ignaro di quanto sta avvenendo nella stanza vicina. E’ alle prese con una trivella e sta forando una tavola per predisporre una protezione di riparo del fuoco simile a quella che si trova nel caminetto. La bottega è occupata di strumenti di lavoro e sullo sfondo la finestra si apre sulla piazza della città. Ben in vista sono però due elementi che attraggono l’attenzione dell’osservatore, una trappola per topi sul tavolo di lavoro e un’altra trappola esposta al di fuori della finestra su un banco che aggetta al di fuori.

Dietro a questi oggetti sta un significato che il pittore vi ha racchiuso rendendoli chiave di lettura dell’intero trittico e suscitando così l’interesse di chi osserva.

Ma prima di individuare il loro senso si può porre attenzione alla parte sinistra del trittico, ambientata nel giardino che è cinto da mura e che conduce ad accedere con una porta che si apre all’ambiente centrale. Nel giardino sono raffigurati i profili dei committenti. Sono ricchi mercanti di Malines vestiti con abiti eleganti e la donna con il capo avvolto da un velo segno della condizione di donna sposata e un rosario tra le mani.

robert_campin_-_l_annonciation_-_1425Lo studio della composizione ha posto in risalto come la figura della donna e quella a lato in secondo piano, di un messaggero che giunge con un cappello di paglia in mano a portare un annuncio – raffigurato con l’abito dei messi comunali di Malines – siano figure aggiunte in un secondo tempo alla composizione. A questo punto si può indicare una possibile spiegazione dell’intero trittico.

Questo fu commissionato all’artista Campin prima del matrimonio del committente e solo a distanza di qualche tempo furono aggiunte da un altro pittore suo discepolo, Rogier van den Weiden, le figure della donna e del messo. La donna è la sposa del committente e il messo forse viene ad annunciare la prossima nascita di un loro figlio. Il dipinto sorge quindi come un ex voto per chiedere la protezione di Maria su questa nuova famiglia. E le sue dimensioni assai limitate (120×64 cm) confermano che era un dipinto non destinato ad una chiesa, ma ad un ambiente domestico in cui si pongono insieme sguardo al mistero dell’incarnazione e sguardo alla vita di una famiglia del tempo.

In tale contestualizzazione si può cogliere come nel dipinto il rinvio all’ambiente della casa e all’intervento di Dio si intrecciano e sono compresenti. La chiave di lettura diviene quell’elemento posto in risalto nella bottega di Giuseppe: la trappola per topi. Secondo un’interpretazione di Agostino infatti la croce di Gesù Cristo è trappola per il diavolo perché nell’umanità di Gesù stava nascosta la divinità che vinse la morte (Agostino, Sermo 263, De ascensione Domini). Tale simbolo diviene così figura della redenzione. Gesù trasse in inganno il diavolo celando la sua natura divina nella natura umana. E nella morte di Gesù si attuò la volontà di Dio di salvare l’umanità (cfr. Gregorio di Nissa, Oratio catechetica magna 24). Così il matrimonio di Maria e Giuseppe è velo che nasconde la realtà profonda dell’intervento di Dio nella vita umana. E’ come un riparo che tiene protetto il mistero della divinità di Gesù nascosta nella sua umanità e nella vita con Giuseppe e Maria nel silenzio di Nazareth. In tale senso è velo: così dal di fuori – dalla piazza – nel rapporto di Maria e Giuseppe le persone possono scorgere solamente un matrimonio umano, ma la loro è vicenda umana che racchiude una realtà più grande e diviene così trappola per il diavolo che viene ingannato. Infatti se si osserva bene l’oggetto che sta sulla finestra della bottega non è simile ad una una trappola per topi, come quella che sta sul banco, ma può essere letta come un letto matrimoniale. In quella casa chi guardava da fuori vedeva un matrimonio ordinario, (Meyer Schapiro, “Muscipula Diaboli,” The Symbolism of the Mérode Altarpiece, “The Art Bulletin” 27, 3,1945, 182-187).

A questa spiegazione si potrebbe aggiungere un proseguimento: il matrimonio di Maria e Giuseppe racchiude un mistero più grande nella loro unione che si dipana nella casa di Nazareth. Ma anche la famiglia dei committenti è toccata dal mistero dell’incarnazione. Nella loro vita insieme e nell’accogliere il messaggio di una nascita partecipano, nel giardino, alla vicenda di quella casa: nella loro unione e nel ricevere la notizia del giungere di un figlio possono cogliere nella trama della loro esperienza il celarsi della visita di Dio, di quell’annuncio che è salvezza per l’umanità e che è opera del Dio umanissimo presente e operante nelle trame della vita umana. E’ la presenza di un Dio nascosto che rinvia ad un cammino nell’andare oltre il velo, nel leggere i segni, nell’entrare nelle profondità del silenzio, nel non cadere nelle trappole di quanto immediatamente appare.

Alessandro Cortesi op

IV domenica di Avvento – anno C – 2015

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(Visitazione – Arcabas – palazzo arcivescovile Malines-Bruxelles)

Mi 5,1-4; Eb 10,5-10; Lc 1,39-48

Da Betlemme, piccolo villaggio della regione di Giuda vicino a Gerusalemme una donna sta per dare alla luce una nuova guida, un pastore che pascerà il gregge del popolo. Betlemme è luogo di provenienza di Davide, il re ideale, e l’attesa è per una guida portatrice di giustizia e pace. Un disegno di salvezza e di bene si svolge nella storia non attraverso la potenza umana e la violenza ma attraverso la forza della debolezza, nell’inermità. Betlemme è periferia della storia, è terra dei margini: da lì – annuncia il profeta – uscirà un ‘dominatore’ paradossale, senza armi e potere. Dal piccolo clan presente nella regione di Betlemme, chiamata Efrata, ‘la feconda’, nella sua insignificanza, secondo lo stile di agire di Dio lontano dalle logiche umane della potenza, Dio farà uscire colui che raduna e pasce con la forza del Signore. Un corpo in una storia di famiglia, di carne e sangue, di concretezza umana che attraversa la storia.

“Tu non hai voluto né sacrificio né offerta, un corpo invece mi hai preparato. Non hai gradito né olocausti né sacrifici per il peccato. Allora ho detto: ecco io vengo… per fare o Dio la tua volontà… Ed è appunto per quella volontà che noi siamo stati santificati, per mezzo dell’offerta del corpo di Gesù Cristo, fatta una volta per sempre.”

La lettera agli ebrei presenta la vita di Gesù nel suo farsi dono con il suo corpo, la sua esistenza tutta, che mette fine alla logica del sacrificio. Ha compiuto la volontà del Padre offrendo se stesso, il suo corpo. Nel dono di sé ha reso partecipe tutti della vita stessa dell’unico ‘santo’, il Padre. La sua vita appare così come luogo di un ascolto – questo il senso di ‘obbedienza’ – nella coerenza fino alle sue estreme conseguenze, al Padre: fino alla morte è rimasto nell’attitudine di chi è figlio, in ascolto (cfr Eb 5,8). Questo suo esserci, in questo modo, fa di lui il nuovo Adamo: nella sua vita intesa come dono e servizio l’intera sua esistenza è trasformata e animata dallo Spirito (1Cor 15,46).

Accostarsi a Gesù richiede allora tener conto di questo: la corporeità donata nel suo passare, nei gesti e parole, è via per incontrarlo e per accogliere la bella notizia della sua vita: vita pienamente umana e per questo riflesso e racconto del volto di Dio. Fedeltà al vangelo è allora cammino in cui ogni incontro può essere occasione per prendersi cura. Ogni ‘corpo’ sofferente, escluso, maltrattato, reso prigioniero della sofferenza e del male, ci rende presente la chiamata di Dio che si è fatto vicino nel corpo di Gesù.

“benedetta tu fra le donne e benedetto il frutto del tuo grembo! …. Beata colei che ha creduto all’adempimento delle parole del Signore”.

Il grembo di due donne sta al centro della pagina di Luca: il grembo di Maria che porta Gesù e quello di Elisabetta che porta Giovanni. Il saluto di Elisabetta a Maria è benedizione. Queste parole evocano il salmo: ‘Il Signore ha giurato a Davide e non ritratterà la sua parola, il frutto delle tue viscere io metterò sul tuo trono’ (Sal 132,11). Elisabetta benedice con ammirazione: qualcosa sta avvenendo, una forza di fecondità nuova coinvolge i loro corpi. ‘A che debbo che la madre del mio Signore venga a me?’ un eco della domanda presentata da Davide nel trasferimento dell’arca dell’alleanza, luogo della presenza di Dio: “Davide in quel giorno ebbe paura e disse: come potrà venire da me l’arca del Signore?” (2Sam 6,9).

Al passaggio dell’arca Davide danzò, preso da entusiasmo, con libertà, per la gioia di accogliere il segno della presenza di Dio in mezzo al suo popolo. Luca vede in Maria la nuova ‘arca dell’alleanza’, luogo dell’incontro tra Dio e l’umanità. Dio si rende presente in mezzo al suo popolo nella vita fragile di un bambino. Tutto respira una gioia nuova testimoniata da una nuova danza: così Giovanni si muove e quasi salta, come Davide, nel grembo di Elisabetta: “Ecco, appena la voce del tuo saluto è giunta ai miei orecchi il bambino ha esultato (danzato) di gioia nel mio grembo. E beata colei che ha creduto nell’adempimento delle parole del Signore”

Maria è ‘colei che ha creduto’: ha accolto la chiamata di Dio, e ha continuato a credere nel cammino della vita: ‘beata’ non solo perché ha portato Gesù, ma perché l’ha accolto portandolo, dando a lui spazio nel suo cuore. Ha camminato come credente sulla strada seguendo lui. Maria è povera di Jahwè che si affida: ‘Beato chi teme il Signore e cammina nella sue vie’ (Sal 128,1-2) e ha seguito Gesù lungo la strada del credere: donna dell’ascolto. A chi si rivolse a Gesù dicendo ‘Beato il grembo che ti ha portato’, Gesù risponde “beati piuttosto coloro che ascoltano la parola di Dio e la mettono in pratica” (Lc 11,27-28).

Il concepimento di un figlio costituiva in Israele una benedizione segno della presenza di Dio. ‘Un corpo mi hai preparato’: al centro del Natale sta il corpo di Gesù, un corpo fragile, bambino che nasce in un contesto di esclusione e di allontanamento: è il corpo di un bambino, il ‘segno’ indicato ai pastori nella nascita, ed il corpo di Gesù disprezzato, appeso alla croce e sottratto al buio del sepolcro e della morte. Su questa vita, su questo corpo donato Dio ha pronunciato il suo sì.

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(Visitazione – He Qi)

Visitare

Capiterà a molti nei prossimi giorni delle feste di Natale, di fare visita a qualcuno. Natale resta, pur tra le ambiguità e contraddizioni di un momento asservito alla logica del consumo dominante, il momento dei ritrovi familiari, di visite e scambi dei regali. Proprio questa esperienza così ordinaria del visitare, del recarsi presso la casa di qualcuno, di varcare soglie nell’accogliere o salutare, si presta ad una lettura nelle sue pieghe nascoste.

Le nostre esperienze quotidiane trattengono profondità spesso inesplorate. Ogni visitare racchiude un mistero. Il movimento che spinge all’incontro tra chi visita e chi è visitato può essere letto come luogo in cui maturare uno stile coinvolgente la vita. E’ movimento che si pone in contrasto con l’indifferenza ed il ripiegamento stanco, cifra di un mondo proteso a chiudersi nella paura e nell’immobilismo che impedisce ogni uscire.

Visitare implica un partire, un lasciare qualcosa, ambienti familiari e consueti, per dare spazio ad un andare che conduce verso spazi e volti inediti non totalmente conosciuti ed apre ad un incontro nuovo. La visita inizia prima dell’entrare nella casa dell’altro, inizia da un desiderio che spinge ad uscire, si nutre di preparazioni e progetti, nel ricordo, nel pensiero: viene vissuta nel tempo di uno spostamento che è sempre viaggio seppur limitato e cammino di apertura a terre nuove inesplorate, a panorami inconsueti, ad incrociare altre lingue. Una volta vissuta, la visita continua in quel dolce emergere e confondersi di ricordi e di gesti che segue e coinvolge i movimenti del cuore.

Visitare è anche movimento che conduce a varcare soglie, ad affrontare la presenza di altri e ad entrare in un dialogo nuovo, fatto di ascolto, di parole scambiate, di gesti. L’iniziativa stessa di visitare qualcuno è segno dell’importanza della presenza di nomi, volti, storie, nella propria vita, di cui ci si sente parte, intrecciati.

E’ un spazio di gratuità, tempo speso e perso, donato. Quasi un varco che squilibra e contrasta talvolta un’esistenza solamente ripiegata nell’attenzione a sé. Presa in quella fretta che non è premura per l’altro, ma preoccupazione a rincorrere efficienza e risultati: il fare tante cose e sempre più perché il tempo manca.

Nella visita non si produce, piuttosto si genera accoglienza. Il tempo assume una colorazione diversa. I gesti ordinari dell’ospitalità, divengono segni di qualcosa non dicibile: lo spazio dato all’altro nel proprio cuore, nella propria vita. Si va a fare visita ad un malato, a chi vive lontano e non si incontra con facilità, ma si va a fare visita anche ad una persona amica come momento che esprime la gratuità nell’esistere, interruzione e pausa in ritmi segnati da frenesia. E’ emergere della nostalgia dell’incontro che è spinta ad andare e a resistere di fronte a tutto ciò che ruba il tempo per incontrare. Come i terribili ‘signori grigi’ nella vicenda di Momo narrata da Michael Ende, che sottilmente rubando il tempo del gratuito per renderlo solo funzione di efficienza e utilità svuotavano le vite rendendole grigie e asservite. Parabola di un mondo reso incapace di visitare l’altro.

Visitare è verbo dell’amicizia, è indicazione dell’ospitalità data e ricevuta. C’è chi si reca in visita per dovere professionale, ma anche chi fa visita per stare accanto, semplicemente senza nulla attendere o per portare aiuto e conforto. Per dire con il proprio esserci, la tenerezza umana che ci rende vicini, solidali, legati. Portando un fiore, recando una vicinanza: stare con il proprio corpo accanto ad altri è la protesta più grande alla religione dei sacrifici. Non sacrifici e offerte ma persone e corpi nella loro fragilità che scelgono di stare vicino, di farsi carico della vita dell’altro.

Nel tempo in cui cresce la semplificazione dell’opposizione e dell’odio che si nutre di sospetti e di pregiudizi verso l’altro, visitare può essere gesto da riscoprire e da seminare nei solchi di giornate feriali. Senza enfasi e senza inutili orpelli. Ma nella consapevolezza della profondità di un andare che è uscire ed è varcare soglie, vivere il tempo dato alle parole, nella capacità di ascoltare e di essere ascoltati, nello cambio di ospitalità che si attua in ogni visita.

Ritrovo come lo sguardo alla visitazione sia stato un elemento decisivo per la maturazione di una spiritualità che fa proprio della visita una tra le proprie dimensioni fondamentali: è in particolare la visita nell’incontro con l’altro che è il musulmano, intendendo la propria presenza come servizio e atto di visitazione. Si tratta dei testi di Christian de Chergé ritrovati e raccolti da un giornalista, Jean Pierre Flachaire: ne riporto uno rinviando ad una raccolta di altri testi presentati ad una conferenza a Marsiglia nel 2005 e pubblicati in appendice al libro “Più forti dell’odio” (a cura di G.Dotti, ed.Qiqajon 2006, pp.267-280). Il brano che segue è parte di una una lettera indirizzata ad una suora delle Missionarie d’Africa che si trovava nello Yemen nel 1977:

«Come non sentirmi interpellato da quello che hai cominciato a vivere lì, con le tue due sorelle? Questo isolamento per e con Lui; questo popolo che Lui persegue, con e attraverso noi: questo piccolo popolo sul quale si è intenerito, meravigliato, e che è stato, anche per Lui, portatore dello Spirito: “Ti rendo grazie, Padre, perché…”; questo servizio, così paragonabile a quello di Maria nella sua Visitazione: Maria, anche lei portava nel suo intimo, nel silenzio della contemplazione, un segreto che non spettava a lei rivelare (il che la rassicurava, perché non avrebbe saputo come fare il legame e che parole trovare per dire l’Inafferrabile); questa presenza, necessaria, a chi vuole ascoltare “l’altro”, salutare come Elisabetta, con quelle parole di annunciazione, con quei gesti di Vangelo che solo lo Spirito rivela e che restituiscono la Buona Novella a colui che la porta in sé (il suo segreto, dicevo!). In questi ultimi tempi mi sono convinto che questo episodio della Visitazione è il vero luogo teologico-scritturistico della missione nel rispetto dell’“altro” che lo Spirito ha già investito. Mi piace una frase di Sullivan che riassume molto bene tutto questo: “Gesù è ciò che accade quando Dio parla senza ostacoli nel cuore di un uomo”. In altri termini, quando Dio è libero di parlare e di agire senza ostacoli nella rettitudine di un uomo, quest’uomo parla e agisce come Gesù: c’era da aspettarselo! Cerca di essere “senza ostacoli” e non cesserai di meravigliarti… di eucaristizzarti (beh, non è molto eufonico!)».

Christian De Chergé parla dell’incontro con l’altro come l’esperienza grande dell’incontro con il musulmano in terra straniera. In un tempo in cui la violenza impedisce di visitare e di entrare nella casa dell’altro queste parole miti indicano una via: è la pazienza di preparare gli incontri, l’apertura ad ascoltare, la capacità di mettersi in viaggio ed entrare nella casa dell’altro, per scoprire che qualcosa di nuovo nasce. Nel conoscere che sempre è co-nascere non nasce solo qualcosa di nuovo ma si dà spazio ad una forza di fecondità che fa nascere qualcuno in modo nuovo.

Alessandro Cortesi op

visitazione

 

Immacolata concezione – 8 dicembre 2015

DSCN1201Gen 3,9-20; Sal 97; Ef 1,3-12; Lc 1,26-38

«Ti saluto, o piena di grazia, il Signore è con te» è il saluto che nel racconto di Luca il messaggero/angelo rivolge a Maria. Soggiace a queste parole il rinvio  a testi profetici, quali inviti a vivere una gioia in rapporto al venire di un tempo messianico:

“Gioisci, figlia di Sion, esulta, Israele, e rallegrati con tutto il cuore, figlia di Gerusalemme! Il Signore ha revocato la tua condanna, ha disperso il tuo nemico. Re d’Israele è il Signore in mezzo a te. Il Signore tuo Dio in mezzo a te è un salvatore potente” (Sof 3,14-17).

“Rallegrati…”; “…terrai nel grembo”; “…il Signore è con te”. Sono una ripresa del testo di Sofonia, con l’invito a gioire perché Dio viene in mezzo al suo popolo (indicato come ‘la figlia di Sion’) e si inaugura un nuovo regno; il regno di Dio stesso che giunge.

Si invita alla gioia come riflesso e accoglienza della gioia rinnovatrice di Dio. “Esulterà di gioia per te, ti rinnoverà con il suo amore, si rallegrerà per te con grida di gioia, come nei giorni di festa” (Zac 2,14). “Il Signore è in mezzo a te” è l’annuncio di Sofonia ripreso da Luca e riferito al concepimento di Gesù: “egli è in mezzo a te” è mutato in “avrai nel grembo”.

Il saluto è rivolto a Maria indicata come “piena di grazia”. Il verbo è utilizzato con il significato di “rendere grazioso”, “rendere degno di una trasformazione”, “rendere trasformato mediante la grazia”:  una azione proveniente da Dio e che continua . Il risultato non è solo un attributo ma un autentico ‘nome’ nuovo donato a Maria. Come nei racconti di chiamata ed invio nella Bibbia il nome nuovo è legato all’invio per una missione.

Le parole del messaggero ‘su te stenderà la sua ombra la potenza dell’Altissimo’ rievocano l’immagine della tenda, come nel cammino dell’esodo la nube copriva la tenda  con la ‘gloria di Dio’ (Es 40,34-38). Era nube che accompagnava il cammino della liberazione. La presenza del figlio annunciato a Maria richiama la presenza della gloria di Dio in mezzo al cammino di un popolo.

Maria nel suo percorso di prima credente rinvia al cammino della comunità chiamata a seguire Gesù: in lei si racchiude un richiamo per il cammino della chiesa. Chiamata a dire eccomi, chiamata a portare un dono e comunicarlo, non proprietaria di privilegi, ma a servizio della vita per tutti, testimone di luce donata e riflessa (mistero della luna).

Nel cammino della chiesa il Dio dela tenda è stato trasformato nel Dio del tempio e della stabilità: la vicenda di Maria richiama a vivere la disponibilità ad un cammino liberato da ogni laccio di tipo clericale e capace di libertà.

 

La donna incinta

Donna-incinta-Chagall.jpg

(Marc Chagall, La donna incinta, Amsterdam – Stedelijk Museum 1913)

Chagall in questo suo quadro del 1913 raffigura una donna nel momento della maternità. Il titolo è infatti ‘la donna incinta’.

Il contesto è quello della vita di un villaggio russo. In esso si svolge il corso  della vita quotidiana: il lavoro dei campi nel tempo della seminagione, l’attesa della pioggia e il volo degli uccelli. Si distinguono profili di uomini, tra cui il pastore e il contadino con il volto rivolto al cielo. E’ narrazione di lavoro e di ferialità, di relazioni ordinarie in cui emerge, grande al centro del quadro, la figura di una donna, che porta nel suo grembo un bambino. Tra terra e cielo, narrazione della vita come dono che unisce nei ritmi del tempo una storia più profonda.

Lo spicchio di una luna nel cielo colorata con tonalità diverse di verde, il medesimo colore che tinge il volto stesso e le spalle della figura femminile, appare a lato della donna incinta: è rinvio al ciclo della fertilità, così come le macchie di colore rosso possibili allusioni al sangue. La luna con il suo chiarore genera chiaroscuri su pareti di montagne che emergono a forma di piramidi e richiamano i profili spioventi dei tetti delle case: incroci e richiami di natura e cultura in un mondo interrelato. Accanto alla donna anche una capretta, saltellante in uno sfondo che unisce terra e cielo, anch’essa gonfia di latte e pronta ad allattare.

La sfera umana, quella animale e quella vegetale partecipano insieme dell’evento della maternità. Accanto alla  capra, al muoversi della vita del villaggio e sopra i tetti delle case, anche le nubi appaiono delineate con le forme arrotondate e rigonfie e riprendono le forme dei seni pronti ad offrire il latte, primo cibo per la vita.

La donna è raffigurata con i tratti del suo corpo trasformati dalla maternità. Le linee del viso angolose, una pezzuola sul capo, gli abiti variopinti della tradizione popolare, del lavoro dei campi e nella casa. Nel suo grembo, iscritto in un ovale che si offre come possibilità di visione interiore, al centro del quadro, la presenza del bambino. E’ raffigurato in piedi, in posa statuaria, già adulto eppure ancora nel grembo, piccolo a confronto della madre incinta, ma già grande. Allo spettatore, e solo a lui, è dato di scorgerlo, in una sorta di visione che evoca la tipologia di antiche icone del Padre che tiene inscritto nel suo seno il Figlio. La mano della donna suggerisce di concentrare l’attenzione sulla presenza del bambino accennando a lui con il dito della sua mano.

Un’immagine che racconta in modi evocativi lo stupore per la vita,  la novità del concepire, l’essere incinta di un donna nel quadro di una vita di relazioni, l’esperienza della attesa che trasforma il corpo.

Una storia fatta di terra e di cielo che lega insieme ed apre a scorgere un oltre nascosto, interiore e presente nella vita, segreto celato nella semplicità del quotidiano, degli umili della terra.

Alessandro Cortesi op

 

Assunzione di Maria

DSCN0887Ap 11,19. 12,1-6.10; 1Cor 15,20-26; Lc 1,39-56

“Ma Cristo è veramente risuscitato dai morti, primizia di risurrezione per quelli che sono morti. Infatti per mezzo di un uomo è venuta la morte, e per mezzo di un uomo è venuta la risurrezione. Come tutti gli uomini muoiono per la loro unione con Adamo, così tutti risusciteranno per la loro unione a Cristo”

Nel cap. 15 della lettera Paolo ai Corinzi conduce a riflettere sul senso della risurrezione di Cristo. Richiama innanzitutto il ‘vangelo’ che aveva comunicato alla comunità e da lui stesso ricevuto: una consegna che risale alle prime testimonianze della risurrezione. Il Cristo risorto è il medesimo Gesù che ha vissuto la passione ed è morto sulla croce. La fede cristiana si radica in un vicenda della storia, nell’incontro con Gesù uomo. E nasce il mattino di Pasqua quando la testimonianza delle donne apre ad un orizzonte nuovo che va al di là della storia: credere in Gesù Cristo è aprirsi a vederlo in modo nuovo nel suo farsi incontro a noi, lui che ha vinto la morte. L’evento della risurrezione è inscindibilmente legato alla morte, e di qui a tutta la vita di Gesù, al suo progetto testimoniato fino alla fine. Paolo afferma anche che la morte e la risurrezione di Gesù sono in profonda coerenza con le promesse di Dio, con il disegno di salvezza dipanatosi nel corso della storia del popolo dell’alleanza e racchiuso nelle Scritture, nel Primo testamento: l’espressione ‘secondo le Scritture’ ha questa valenza di riferimento al movimento globale di comunicazione da parte di Dio che ‘ha parlato’ nella storia.

Ancora, nel suo kerigma, Paolo ricorda che l’evento storico della morte non è stata l’ultima parola ma il ‘rialzarsi’ di Gesù dalla condizione di morte inaugura una situazione nuova, la possibilità di essere visto (‘apparve’, ‘fu visto’) dai testimoni che fecero esperienza dell’incontro con lui vivente dopo la sua morte.

La risurrezione investe la corporeità ma è realtà completamente nuova, non è un ritorno alla vita di prima; la risurrezione di Cristo è punto centrale della fede dei cristiani. Da qui sorgono tante domande: quale è il rapporto tra la risurrezione di Cristo e la nostra vita? La risurrezione di Cristo vince anche la nostra morte? E ancora, se i morti risuscitano qual è la condizione dei risorti? La risurrezione in che modo coinvolge la nostra corporeità?

Sono domande che Paolo tiene presente richiamando l’immagine del seme: “nessun seme rivive se prima non muore. E il seme che metti in terra, quello di grano o di qualche altra pianta, è soltanto un seme nudo, non la pianta che nascerà. Dio poi gli darà la forma che vuole, a ogni seme corrisponderà una pianta” (1Cor 15,35-38).

Il seme passa dalla condizione originaria al divenire pianta attraverso la morte e in questo cambiamento si attua una trasformazione: tutta la pianta è già nel seme eppure dopo il passaggio del morire nasce una nuova realtà, inedita, più bella, che esprime appieno tutte le potenzialità già presenti e nascoste nel seme. La risurrezione è in questo senso un evento di vita, un compimento di tutto ciò che la vita reca in se stessa. Paolo usa l’immagine della primizia: il primo frutto della primavera annuncia un raccolto molto più abbondante, che coinvolge tutta la realtà.

Non è solo compimento di vita per Gesù solo. La risurrezione di Cristo si collega alla risurrezione di ogni donna e uomo. Tutti hanno radice in Adamo. Adamo è figura presa ad indicare tutta l’umanità tratta dalla terra (adamah). Paolo vede l’intera umanità legata ad Adamo perché tutti muoiono e partecipano della condizione di precarietà propria di Adamo, tratto dalla terra (Gen 2,4). Tutti siamo simili ad Adamo. Ma Adamo è visto in relazione a Cristo e l’intera vicenda della storia è allora letta a partire dall’ultimo Adamo: Cristo – dice Paolo – è compimento di quel disegno di Dio iniziato nell’opera della creazione e presente sin dall’origine. Inizio e fine si congiungono e sono messi in rapporto. Nel soffiare lo spirito di vita in Adamo il Creatore volle costituire una immagine di se stesso per allargare il respiro dell’amore. ‘Facciamo l’uomo a nostra immagine somigliante’ (Gen 1,26) sono le parole che esprimono il progetto di Dio sull’uomo e sulla donna. Adamo è quell’immagine chiamata a compiere una somiglianza, a divenire simile a Dio stesso, il Dio comunione.

Ora sono ripresi tutti questi riferimenti: tutti siamo simili ad Adamo, perché tratti dalla terra, fragili, esposti alla morte, l’ultimo Adamo, l’Adamo finale è Gesù. Sul suo volto risplende la somiglianza più alta a Dio che aveva creato l’uomo per essere sua immagine. Ora possiamo accogliere la somiglianza di Gesù:

“Il primo uomo, Adamo è stato tratto dalla polvere della terra, il secondo, Cristo viene dal cielo. Finchè siamo su questa terra, siamo simili ad Adamo, fatto con la terra. Quando invece apparterremo al cielo, saremo simili a Cristo, che viene dal cielo. Come siamo simili all’uomo tratto dalla terra, così allora saremo simili a colui che è venuto dal cielo” (1Cor 15,47-49)

La celebrazione dell’assunzione di Maria al cielo è festa che richiama alla risurrezione di Cristo e al destino di tutti i credenti di risorgere in Cristo. Maria partecipa dell’umanità che ha in Adamo la sua origine ed è già assunta nella vita della risurrezione, segno di consolazione e di speranza per tutti. Cristo, dice Paolo, è come la primizia nella primavera della storia, inizio di un grande raccolto e la sua risurrezione coinvolgerà tutta l’umanità: ‘come tutti gli uomini muoiono per la loro unione con Adamo, così tutti risusciteranno per la loro unione a Cristo. Ma ciascuno nel suo ordine. Prima Cristo che è la primizia, poi, quando Cristo tornerà, quelli che gli appartengono’ (1Cor 15,23).

Alessandro Cortesi op

IV domenica di Avvento – anno B – 2014

Kebra+Nagast

(Etiopia – Axum – Arca dell’alleanza Chiesa di s.Maria di Sion)

2Sam 7,1-16; Sal 89; Rom 16,25-28; Lc 1,26-38

“Vedi io abito in una casa di cedro, mentre l’arca di Dio sta sotto i teli di una tenda”. Il re Davide scorge una sproporzione tra la sua casa, di legni pregiati, e il luogo dove risiede l’arca dell’alleanza, segno della presenza di Dio in mezzo al suo popolo. Da qui il progetto di costruire una ‘casa’, un tempio a Dio. E cerca sostegno per questo nel profeta. Il dialogo tra il re e Natan ruota attorno a tale questione. Dapprima Natan dimostra di accondiscendere all’idea e invita il re a procedere nell’intenzione di costruire un tempio, segno di grandezza e di potenza dove situare la presenza di Dio. Tuttavia nella notte avviene una svolta: “Ma quella stessa notte fu rivolta a Natan questa parola del Signore…”. Sta in queste parole racchiuso il percorso di un ripensamento e di un cambiamento. La chiamata ad essere profeta portatore della Parola di Dio spinge Natan a scorgere dove sta la fedeltà alla parola di Dio. Non deve assecondare i disegni di potenza del sovrano, magari per non avere noie nella sua vita. La parola di Dio sconvolge i piani di chi vuole rinchiudere il Dio della tenda e del cammino in progetti umani di potere.

“Forse tu mi costruirai una casa perché io vi abiti? Io infatti non ho abitato in una casa da quando ho fatto salire Israele dall’Egitto fino ad oggi, sono andato vagando sotto una tenda, in un padiglione. Durante tutto il tempo in cui ho camminato insieme con tutti gli israeliti, ho forse mai detto ad alcuno dei giudici d’Israele, a cui avevo comandato di pascere il mio popolo Israele, perché non mi avete edificato una casa di cedro?”. La parola di Dio sconvolge il profeta: è una protesta radicale contro un modo di intendere la relazione con il Dio dell’esodo e la svuota. Dio è stato già presente sinora in mezzo al suo popolo ma nei termini di una presenza precaria, solidale, vicina: tenda tra le altre tende, in cammino attraverso il deserto, disinteressato alla stabilità di palazzi, che pongono distanza e distacco dalla vita. In cammino, come il popolo nel deserto, capace di condivisione, partecipe dello spostarsi dell’accampamento, vicino.

La parola che irrompe nella notte è forte contestazione contro l’ideologia del tempio per cui la presenza di Dio andrebbe rinchiusa in una costruzione umana e intesa quindi secondo il modello di un potere che domina e si distanzia. La parola di Dio conduce Davide a confrontarsi con il volto diverso di un Dio che cammina in mezzo al suo popolo, con una presenza che rifiuta di essere imprigionata e strumentalizzata. Dio è il vivente.

In tale contesto sorge anche la promessa. Non sarà il re a costruire una casa a Dio, ma sarà Dio stesso a donare una discendenza, una casa a Davide, nei termini di un ‘casato’. Discendenza significa vita, figli, futuro. L’apertura ad un discendenza apre a considerare il rapporto con Dio come questione che investe la vita e le relazioni. L’incontro con Lui non può essere racchiuso in una costruzione e in un sistema fatto di pietre e di culto. La sua presenza è da ricercare nel volto di qualcuno, nel cuore nascosto dell’esistenza, nella vita. E’ dono che coinvolge e lega in un rapporto di accoglienza e ascolto. “Il Signore ti annuncia che farà a te una casa. Quando i tuoi giorni saranno compiuti, e tu dormirai con i tuoi padri, io susciterò un tuo discendente dopo di te, uscito dalle tue viscere, e renderò stabile il suo regno (…) Io sarò per lui padre ed egli sarà per me figlio…”

Non sarà il re Davide a costruire una casa a Dio, ma sarà Dio stesso a donare una discendenza a Davide. E’ promessa che lega e impegna, è un rinnovo di quel legame di alleanza che ha radici lontane e si collega alla grande parola ad Abramo: una terra e una discendenza come le stelle del cielo.

Luca rilegge questo capovolgimento dei progetti di Davide scorgendo in Gesù la realizzazione della promessa. Quella indicava il primato dell’iniziativa di Dio sulla vita e il suo disegno di salvezza sulla storia e Luca lo vede compiersi in Gesù: “il Signore gli darà il trono di David, suo padre e regnerà sulla casa di Giacobbe per i secoli (cfr. Is 9,6; 2Sam 7,12ss) e il suo regno non avrà fine” (Lc 1,32-33). Le promesse a Davide trovano in Gesù il loro senso: Gesù sarà re, eppure lo sarà in modo paradossale, secondo le promesse di Dio, in modo precario, solidale, vicino.

La presenza di Maria assume i tratti della ‘nuova Sion’. E’ casa, dimora vivente, portatrice di una presenza. La sua persona offre spazio all’esistenza di Gesù: “Lo Spirito santo verrà su di te, e la potenza dell’Altissimo ti coprirà con la sua ombra; e perciò quello che nascerà santo sarà chiamato figlio di Dio” (Lc 1,35).

La nube – rinvio all’immagine usata per indicare l’inafferrabile presenza di Dio nel cammino del deserto (Es 13,21), la sua gloria che scendeva a coprire la tenda dell’arca dell’alleanza (Es 33,9-10; 40,38; cfr. 1Re 8,10) – ora è vista posarsi su Maria. In questa immagine sta racchiuso il rinvio ad un agire dello Spirito. La storia di Maria è presa dallo Spirito, come a Pentecoste lo sarà la comunità radunata attorno a lei: è lei la ‘povera di Jahwè’, in rapporto al resto d’Israele. Maria compare così in stretto legame con le profezie sulla fedeltà di Dio e sulla promessa del suo essere vicino: ‘Io ti sarò accanto’ è il suo nome (Es 3,14). Dio non abita in costruzioni fatte dall’uomo ma la sua presenza vivente si attua nell’esistenza di coloro che vivono per lui, che ricevono da lui la loro vita e la affidano alle sue mani: è questa l’attitudine del ‘santo resto d’Israele’, dei ‘poveri di Jahwè’. In mezzo a questo popolo Dio si rende presente nella vita di Gesù.

La vicenda di Maria viene anche letta in rapporto con le promesse di gioia: Luca riprende il clima degli annunci di gioia per Sion: “Gioisci piena di grazia, il Signore è con te, in mezzo a te” (Lc 1,18). Questo saluto richiama i testi profetici di Sofonia:“Farò restare in mezzo a te un popolo umile e povero; confiderà nel nome del Signore il resto d’Israele” (Sof 3,12-13). “Il Signore tuo Dio in mezzo a te è un salvatore potente. Esulterà di gioia per te ti rinnoverà con il suo amore, si rallegrerà per te con grida di gioia, come nei giorni di festa… Soccorrerò gli zoppicanti, radunerò i dispersi, li porrò in lode e fama dovunque sulla terra sono stati oggetto di vergogna. In quel tempo io vi guiderò, in quel tempo vi radunerò…” (Sof 3,17.19-20). Il ‘resto d’Israele’ (cfr. Is 6,13; 11,11) sono coloro che non pretendono di tenere in pugno la propria vita ma la ricevono da Dio, e intendono la loro vita in questo rapporto con attitudine di fiducia e umiltà (cfr. Sof 2,3).

Al centro di questa pagina tutto converge verso Gesù e la figura di Maria, benchè appaia come la protagonista, è tutta orientata a far emergere l’identità di Gesù stesso, il suo cammino di messia. L’esperienza dell’incontro con Gesù come salvezza da Dio attraverso il profeta di Nazaret è così espressa dal suo nome: Gesù significa ‘Dio salva’.

DSCN0686Alcune riflessioni per noi oggi

Un progetto sulla casa intesa come la intendeva Davide come ‘tempio’ o un’attenzione alla presenza di Dio nella vita costituisce un passaggio che ci provoca anche oggi. E’ il passaggio che dovrebbe anche far cambiare le nostre comunità e i modi della testimonianza su Gesù, accogliendo in lui la ‘laicità di Dio’:

“Non smette di stupirmi questa ‘laicità di Dio’, il suo non pretendere luoghi speciali, spazi sacri, templi religiosi; e neanche di essere ricevuto da persone importanti, ragguardevoli, dalle autorità – come comunemente si dice – sociali, politiche e religiose. Che neppure si accorgono della nascitadi gesù: che è figlio dei poveri, uno dei tanti.” Le comunità cristiane, la chiesa nella sua ufficialità per essere credibili dovrebbero mostrarsi altrettanto umili, sobrie, non appariscenti, anzi alle volte nascoste per nutrire la forza della profezia e poi irrompere con passione, coinvolgimento, prese di posizione sullascena della storia. Una chiesa sacralizzata, separata, rinchiusa nei templi, come può parlare con credibilità della stalla di Betlemme? Bardata di paramenti, di vesti d’altri tempi in occasione di liturgie solo formalmente solenni; ornata di copricapo e fasce colorate; ridondante di titoli onorifici, come può parlare della semplicità della stalla di Betlemme? Coinvolta in affari di ristrutturazione di edifici, proprietaria di innumerevoli immobili, come può riferirsi ad un luogo, riparo per gli animali, impregnato dei loro odori? Per questo la chiesa parla poco di Gesù di Nazaret, perché provocatorio per se stessa e poco credibile per gli altri” (G.Di Piazza, Fuori dal tempio. La chiesa al servizio dell’umanità, Laterza 2011, 21-22)

Paolo nella conclusione della lettera ai Romani parla di un mistero avvolto nel silenzio da secoli e ora manifestato. E’ riferimento ad una salvezza rivelata in Cristo per tutta l’umanità, per coloro che sino ad allora erano considerati esclusi dalle promesse di Dio.

Questa visione aperta che vede in Gesù la possibilità di salvezza come vita piena per tutti i popoli oltre ogni divisione superando ogni prospettiva di esclusione è un passaggio ancora da compiere nel modo di intendere la fede. Credere in Gesù non implica entrare in una logica di adorazione di Dio in un tempio che si contrappone ad altri templi: Dio non chiede di essere adorato su uno o su un altro monte ma cerca adoratori in spirito e verità (Gv 4,23). La sfida che abbiamo davanti è quella di ‘uscire dalla religione del tempio’ per concepire il rapporto con Gesù come esperienza e via che apre ad accogliere ogni altro percorso della ricerca umana di senso e di vita piena, ogni apertura religiosa e umana. Si tratta di entrare nell’esperienza della solidarietà di un Dio che cammina insieme, di Gesù che si è fatto povero per noi (2Cor 8,7-9): da ogni percorso che cerca vie di umanizzazione possiamo imparare a cogliere un tratto nuovo non ancora compreso del disegno di salvezza e di misericordia di Dio.

La pagina di Luca è segnata da un’atmosfera di gioia. Indica una spiritualità della promessa e della gioia. E’ eco di quella semplicità propria dei poveri di Jahwè e di Maria donna capace di coraggio e di scelte di libertà e di liberazione, acapce di accogliere lo Spirito nella sua esistenza.

Prepararsi a Natale forse sta solo in questo, lasciare che lo Spirito susciti un’apertura del cuore e un’accoglienza ad un mistero di presenza, il dono di comunione del Padre che si fa vicino a noi in Gesù da incontrare al centro della nostra esistenza: l’incontro con lui genera una prassi nuova di solidarietà, di cammino insieme, di impegno per tutto ciò che è desiderabile e buono nel nostro tempo.

Alessandro Cortesi op

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