la parola cresceva

commenti alla Parola della domenica e riflessioni

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XXIII domenica tempo ordinario – anno A – 2017

IMG_2622Ez 33,7-9; Sal 94,1-2.6-9; Rm 13,8-10; Mt 18,15-20

La vita credente – come la vita umana stessa – sorge dall’ascolto. La vita di ognuno nasce da una parola accolta e che precede. Il profeta come sentinella è chiamato a vivere un ascolto della Parola di Dio e ne è poi reso responsabile. Non deve lasciare che il suo cuore divenga di pietra, sia ‘indurito’. L’ascolto è disponibilità a scorgere quanto Dio sta compiendo, il suo agire nella storia. Il suo opposto è l’atteggiamento di sfida, il voler mettere alla prova Dio, senza fidarsi di lui: “mi misero alla prova pur avendo visto le mie opere’ (salmo 94). Il profeta invece è sentinella: sta in ascolto nei confronti della Parola e vive una responsabilità nei confronti degli altri. L’ascolto conduce a farsi carico della vita degli altri: è atteggiamento del cuore che genera attenzione e solidarietà. “Figlio dell’uomo, io ti ho costituito sentinella per gli israeliti; ascolterai una parola dalla mia bocca e tu li avvertirai da parte mia”.

La pagina del vangelo – tratta dalla sezione del vangelo di Matteo che raccoglie insegnamenti di Gesù sulla comunità – parla dell’ascolto della parola del Signore per vivere uno stile di vita fraterna anche nella difficoltà. “Se tuo fratello commette una colpa, va’ e ammoniscilo fra te e lui solo; se ti ascolterà avrai guadagnato il fratello. Matteo prende le mosse da un detto di Gesù (della fonte Q; cfr. Lc 17,3), l’invito a perdonare l’offesa di un fratello. Passa poi alla situazione di un fratello che ha peccato. Pone il problema del farsi responsabili di accompagnare un fratello che ha sbagliato. L’accento allora non cade sul giudizio di chi ha sbagliato o sulla condanna dell’errore. E’ invece posta la questione su come si possa costruire una comunità di persone che pure sbagliano.

La correzione fraterna è percorso che guarda in faccia ciò che è male e ciò che è bene, che non confonde, eppure pone lo sguardo alla possibilità delle persone di cambiare e ravvedersi. E’ un percorso lento e difficile che può vedere diversi momenti e non è immediato. Parlare con il fratello è primo passo, poi insieme ad altri, poi davanti alla comunità. Se non c’è ascolto ‘consideralo come un pagano e un pubblicano’. E’ un invito a non stancarsi nel tentare di percorrere diverse strade, per guadagnare il fratello e costruire rapporti nuovi, a farsi carico di chi sbaglia perché nessuno vada perduto (cfr. Mt 18,12-14).

Il fratello non deve essere umiliato quando il suo errore è reso manifesto. La presenza di due testimoni può essere motivo di consapevolezza del peccato. Se anche davanti alla comunità non c’è riconoscimento l’ultima parola non è l’esclusione. Il riconoscimento di una situazione momentaneamente di estraneità può aprire a nuove possibilità perché la volontà del Padre è che nessuno vada perduto. L’ascolto è la via nella quale costruire la comunità. Alla sua comunità Matteo indica che il rifiuto ad ascoltare la Parola di Dio e la parola degli altri non costruisce.

Seguono poi tre detti di Gesù: il primo indica la comunità come responsabile di ‘legare e sciogliere’, di interpretare la parola del Signore e di leggerne le esigenze momento per momento. Tale compito non è esclusivo ma affidato all’intera comunità. Il secondo detto riguarda la preghiera: il Padre senza dubbio ascolta e risponde alla preghiera compiuta insieme. Qui Matteo vede probabilmente la situazione della comunità che insieme prega e supplica per chi ha sbagliato. Il terzo detto è una parola di fiducia. Gesù promette di essere presente laddove la comunità si riunisce nel suo nome, unita nell’affidamento a lui. Gesù riprende qui un insegnamento dei rabbini che dicevano che Dio si fa vicino dove due o tre si riuniscono per leggere insieme la legge, per ascoltare la Parola di Dio. Al centro della comunità che Gesù voleva sta l’ascolto e l’incontro con la Parola di Dio che nella sua persona si è resa vicina.
Alessandro Cortesi op

14Ascolto

Anche se non è ancora suonata la campanella del primo giorno di scuola, che fra poco ritornerà a scandire orari e insieme attese, gioie, ansie e fatica di insegnanti e alunni, l’organizzazione scolastica è in pieno movimento in vista dell’anno che inizia. Sono giorni, questi delle prime settimane di settembre, in cui la scuola è di fatto ricominciata.

A più riprese in tempi recenti è stata sollevata la questione della scarsa preparazione in ambito linguistico degli studenti che escono dalla scuola (cfr. la lettera di seicento docenti universitari) e, come accade in questi casi, facilmente le colpe vengono riversate su alcuni settori dell’itinerario scolastico.

Oltre a ciò nel periodo estivo in cui si delinea la composizione delle classi per il nuovo anno, si è aperto un altro motivo di discussione, la questione delle cosiddette ‘classi ghetto’ con la concentrazione, soprattutto nella scuola primaria, di alunni stranieri o di chi presenta particolari difficoltà in alcune classi rispondendo spesso a pressioni di genitori desiderosi di avere i propri bambini in sezioni privilegiate e mettendo in seria difficoltà alcuni insegnanti tra altri.

Il problema ha visto un dialogo a distanza tra un maestro Franco Lorenzoni autore del bel libro I bambini pensano grande. Cronaca di una avventura pedagogica, (ed. Sellerio 2014) e l’attuale ministra all’Istruzione Valeria Fedeli.

Osserva Lorenzoni: “Tra le informazioni che l’Invalsi restituisce alle scuole c’è un dato relativo alla composizione delle classi. Normalmente le classi di una stessa scuola dovrebbero essere simili, cioè avere al proprio interno alunni più ricchi e più poveri, alunni più preparati e altri meno. In molte scuole, soprattutto al sud, non avviene. I dati Invalsi dicono che la variabilità tra le classi, che dovrebbe aggirarsi intorno al 5-6 %, in Italia è intorno al 14% e al Sud tocca il 27%, più del quadruplo del valore fisiologico. In più di un terzo delle scuole, dunque, si realizza una vera e propria segregazione per cui molti alunni sono raggruppati per condizioni socio-economiche simili. (…) Da anni viene rilevato quanto in Italia, a differenza di altri paesi europei, sia bloccato l’ascensore sociale a partire dall’accesso ad una istruzione di qualità. Qui accade qualcosa di peggio. I più poveri, deprivati ed emarginati per diverse ragioni, sono invitati a scendere direttamente in cantina e a non muoversi da lì (…) Moltissime sono le insegnanti e gli insegnanti e non pochi i dirigenti che ogni giorno si spendono con dedizione per dare le migliori opportunità a tutti. Proprio per dare spazio e respiro a chi nella scuola ci crede la invito a interrompere con provvedimenti drastici e controlli questa odiosa discriminazione, spesso assecondata e taciuta”. (Ministra, basta classi ghetto, ‘Invece Concita’ rubrica La Repubblica, 5 luglio 2017 – il giorno dopo la ministra Fedeli ha risposto a Repubblica (Basta con le classi ghetto) scrivendo: “La variabilità fra classi è un dato che ha a che fare con la ‘democrazia’ di una scuola. Classi troppo omogenee, con alunne e alunni ‘raggruppati’ per ‘bravura’, rappresentano un fenomeno contrario ai principi della nostra Costituzione, che va arginato… Lavorare in classi disomogenee, come dice lei, è più difficile. Ma la missione della scuola è quella di fare di ogni differenza una ricchezza… Perché la povertà educativa è la madre di tutte le povertà. La scuola è l’unico agente possibile del cambiamento e saremo al suo fianco. Cominciando dalle periferie, dove le scuole possono diventare avanguardie di sperimentazione educativa. Partendo da esempi che già esistono e facendone un modello. Per non lasciare davvero indietro nessuna e nessuno.”)

Lorenzoni ha scritto al riguardo parole che offrono chiarezza per affrontare tali questioni con riflessione ed equilibrio in un articolo dal titolo ‘Per una scuola dell’ascolto’. A proposito delle difficoltà di apprendimento della lingua osserva: “Insegno nella scuola elementare da 38 anni e mi domando ogni giorno come aiutare bambine e bambini ad arricchire il loro pensiero e il loro linguaggio. Noi maestre e maestri ci accorgiamo subito, in prima elementare, quanto il numero di parole a disposizione di ciascun bambino sia profondamente e ingiustamente diverso. Pare che dalla nascita ai 7 anni si impari una nuova parola ogni ora, ma questo non è vero per tutti. La ricchezza del lessico dipende da molti fattori: da quanto è pescoso il mare linguistico familiare, da quanto ascolto ricevono in casa i più piccoli e da quanto tempo è stato dedicato loro da genitori, fratelli o amici nell’intessere domande, dialoghi e conversazioni ricche di vocaboli e argomentazioni. Dispiace allora constatare che, mentre alcune famiglie straniere prestano grande attenzione e pretendano dai loro figli costanza e impegno nello studio, un numero sempre maggiore di famiglie italiane non credono più alla scuola come luogo di crescita culturale. Trent’anni di continuo dileggio e insulto pubblico verso la cultura ‘che non dà da mangiare’ da tempo stanno regalandoci i loro frutti avvelenati”

E ancora, riconoscendo come la scuola sperimenti la fatica di affrontare i compiti enormi dell’integrazione e dell’accompagnamento di tanti disagi culturali e sociali, afferma:

“La scuola primaria fatica tanto, è vero. Da anni noi maestre e maestri affrontiamo ad esempio l’enorme compito di accogliere, integrare e cercare di includere una grande quantità di bambini che provengono da famiglie straniere. Sono circa il 20% a livello nazionale, ma in molte classi sono più della metà. Accanto a loro ci sono una quantità sempre crescente di bambini e ragazzi che portano dentro la scuola disagi dovuti alle più diverse ragioni, accentuati dalla crisi e dalle tante difficoltà di ogni genere che investono molte famiglie”.

La costruzione di parole quali tasselli di una lingua come luogo di comunicazione e di riconoscimento di dignità sarebbe il compito primario e ineludibile della scuola che da anni subisce un continuo attacco quale istituzione inutile che non procura vantaggi nell’ottica di un mondo appiattito sulla dimensione del mercato, nell’inseguimento di un successo presentato nelle forme della visibilità mediatica o nel fare soldi facili con furbizia, nella linea del prevalere dei dotati e dell’esclusione di chi è fragile o povero. Dove la capacità di pensare e di attitudine critica è considerata uno svantaggio.

“Costruire una lingua comune, articolata, ricca e capace di dare dignità alla voce di tutti è un compito enorme che ci sforziamo di adempiere e per il quale – certo! – molte volte le nostre competenze ci paiono insufficienti. Lo sforzo è titanico, perché si tratta di andare controcorrente rispetto a ciò che accade nella società, trasformando le nostre classi assai disomogenee in piccole comunità dove cerchiamo di valorizzare tutti. Tutti, perché questo è ciò che prescrive la Costituzione nel suo articolo 3, che invita con forza a superare gli ostacoli che trasformano le disuguaglianze in discriminazione. Ora una comunità si costruisce, a mio avviso, quando si rompono gli stereotipi, cresce la curiosità reciproca e riusciamo a non lasciare indietro nessuno. Ed è su questo terreno, nel grande sforzo di includere tutti, che cresce e si affina l’uso della lingua, che è prima di tutto relazione. Non mi convince la contrapposizione tra la scuola seria dei contenuti e la scuola buona della cura e delle relazioni. La lingua, proprio la lingua, è il territorio in cui queste due esigenze si intrecciano, perché non c’è arricchimento di linguaggio senza fiducia reciproca e buona considerazione di sé. Un bambino continuamente giudicato come inadeguato smetterà presto di esprimere il suo pensiero faticando con le parole”.

Mi ha colpito, in questa riflessione di un maestro capace di ascolto dei bambini, soprattutto l’accento sull’importanza della scuola come luogo in cui confrontarsi con i grandi testi difficili della letterature, del sapere, in cui sperimentare la curiosità della ricerca che conduce a vivere in prima persona l’indagine sulle cose. In tale orizzonte la scuola è occasione di incontro e confronto unico dove proprio la possibilità di ascolto dell’altro non ha limiti ed esclusioni ed è lì in quei momenti in cui viene data parola e si ascolta la parola dell’altro che solo può nascere un tipo di società ben diversa dall’aggregato dei sordi e dei muti piegati sul proprio cellulare e incapaci di raccontare di esprimere un sentimento, di riproporre il percorso di una scoperta. Ma soprattutto incapaci di scoprire che costruire una lingua comune è itinerario mai concluso che vive dell’attitudine di apertura a scorgere la ricchezza di nuovi linguaggi, lo stimolo che giunge dall’intendersi nelle differenze. impegno per la dignità di ognuno.

“Nella mia esperienza con i bambini so che il linguaggio si arricchisce leggendo insieme ad alta voce un bel testo, anche difficile, scrivendo lettere ad amici lontani a cui dobbiamo fare immaginare il mondo in cui viviamo e, soprattutto, ascoltando le parole che affiorano, a volte a fatica, in un cerchio di ascolto e narrazione in cui si parla liberamente di sé o si confrontano ipotesi, si abbozzano teorie, ci si contraddice e si argomenta intorno alle più diverse esperienze vissute possibilmente con tutto il corpo. Ma perché ciò accada dobbiamo essere capaci di far sentire a tutti che la voce di ogni bambina e bambino è importante, necessaria. Solo così è possibile dare dignità al pensiero di ciascuno, nessuno escluso”. (tratto da F.Lorenzoni, Per una scuola dell’ascolto, 17 febbraio 2017)

Alessandro Cortesi op

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XXVI domenica tempo ordinario – anno C – 2016

britainunrefugeesummitjpeg-4dcb2_1474281689-kfve-u1090728418398htb-990x556lastampa-it(Londra, 19 settembre 2016 – giubbotti salvagente allineati a Parliament Square mentre si svolgeva il Summit dell’ONU sui rifugiati)

Am 6,1.4-7; 1Tim 6,11-16; Lc 16,19-31

Amos denuncia gli spensierati, seduti in letti d’avorio, che canterellano, bevono il vino in larghe coppe e si ungono con gli unguenti più raffinati. Contro questo stile di vita colpevolmente insensibile alla miseria di chi viveva nell’oppressione e nella miseria, Amos grida il suo disappunto: ‘finirà l’orgia dei buontemponi’.

La parabola del ricco e del povero Lazzaro, il cui nome ‘El azar’, significa ‘Dio aiuta’, è racconto proprio del vangelo di Luca, attento in modo particolare alla questione del rapporto con i beni e della ricchezza in relazione alla chiamat a seguire Gesù. Luca è preoccupato per la situazione della sua comunità e richiama ad uno stile di vita di attenzione ai poveri e di scelta della povertà.

In radice è una scelta alternativa rispetto ad una concezione della vita di autosufficienza e di potere. E’ per Luca condizione fondamentale dell’essere discepoli di Gesù: ‘Così chiunque di voi non rinunzia a tutti i suoi averi, non può essere mio discepolo’ (Lc 14,33). Se non si attuano scelte di sobrietà e un impegno di condivisione, si cade in pretese di potenza, si vive senza lasciarsi toccare dalla miseria dell’altro, con il cuore indurito che impedisce l’incontro.

All’inizio la parabola offre due quadri contrapposti: la situazione del ricco spensierato. La sua esistenza è chiusa come in una bolla, ed è cieco perché immerso totalmente nella sua ricchezza al punto da non accorgersi di ciò che gli accade intorno, della situazione di vita di chi sta alla sua porta. E’ ignaro del dolore di chi soffre vicino a lui. Per contro Lazzaro, povero, coperto di piaghe, allontanato dalla casa dove si banchettava lautamente, accerchiato dai cani randagi.

Il momento della morte comporta un totale rovesciamento della situazione: Lazzaro è portato dagli angeli accanto ad Abramo mentre il ricco è immerso nei tormenti. Lazzaro è presentato nel seno di Abramo in una comunione di vita di cui Abramo è il padre. E il ricco invece sperimenta la rovina.

Scopo di tale descrizione non è formulare una dottrina sull’aldilà dopo la morte. L’accento va piuttosto al presente. L’oggi è luogo in cui si decide della propria vita nell’orizzonte di un senso che troverà pienezza nel per sempre della vita in Dio. Luca in particolare invita ad una vigilanza nel presente: “Guai a voi, ricchi, perché avete già ricevuto la vostra consolazione! Guai a voi, che ora siete sazi, perché avrete fame” (Lc 6,24-25).

Nel vangelo non c’è una condanna semplicistica e manichea della ricchezza, come se i beni e il benessere siano cattivi in se stessi: al contrario il disegno di Dio sta nell’eliminare povertà e miseria che sono mali che rendono la vita meno umana e sono autentica oppressione. Il regno di Dio annunciato da Gesù è possibilità di nuova di vita, di salute e benessere per ogni persona. Gesù reagisce con forza all’indifferenza, al vivere senza pensiero per l’altro. Comprende che la povertà non è condizione di destino, ma è frutto di scelte e di una iniquità che fa rimanere nell’indifferenza alcuni e nella sofferenza altri.

I beni sono affidati, e sono via per attuare l’incontro con gli altri: è questo il cuore della chiamata umana a vivere insieme agli altri. Il rapporto con i beni esige perciò una vigilanza particolare: va vissuto con un atteggiamento di riserva e di attenzione. Le ricchezze non possono assorbire ogni energia e la vita non va asservita alla logica dell’accumulo. E’ questa la linea dello stolto (cfr. Lc.12,20). La presunzione e la superficialità del ricco sono considerati da Luca come un ostacolo insormontabile a comprendere la via che Gesù indica ai suoi.

La seconda parte della parabola presenta un dialogo tra il ricco e Abramo nell’aldilà. Il ricco chiede ad Abramo di andare ad avvisare i suoi cinque fratelli, perché non abbiano a subire la medesima sorte. La risposta di Abramo è: “Hanno Mosè e i profeti: li ascoltino… Se non ascoltano Mosè e i profeti, anche se uno risuscitasse dai morti non si lascerebbero convincere”.

E’ questo il punto focale verso cui tutto il racconto converge: Mosè e i profeti rinviano alle Scritture. Abramo, padre dei credenti, richiama all’ascolto. Non è questione quindi di miracoli sorprendenti e di invii celesti. La fede come incontro con Dio si attua nell’incontro con gli altri. La volontà di comunione, al centro del disegno di Dio per tutta l’umanità, può essere ascoltata e messa in pratica nella ordinarietà della vita. Non mancano possibilità, vicine e alla portata di tutti: ‘hanno Mosè e i profeti’. L’ascolto, secondo Luca, è atteggiamento fondamentale che può far fiorire un modo diverso di rapportarsi agli altri. E’ ascoltare della voce dei profeti. E’ anche un ascolto del grido dei poveri.

Alessandro Cortesi op

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Miniature e racconto

Il codice di Echernach è un antico codice miniato del XI secolo prodotto nella abbazia di Echternach (Lussemburgo) tra il 1030 e il 1050 circa. Attualmente è conservato al Museo nazionale di Nürnberg. E’ un magnifico esemplare artistico dell’epoca degli Ottoni. Nel manoscritto è copiata la versione della vulgata (la traduzione latina di Girolamo del II secolo d.C.) dei quattro vangeli ed è riportato il canone di concordanza di Eusebio.

Nel codice sono presenti alcune pagine miniate, su sfondo dorato: sedici pagine sono miniate a pagina intera. Inoltre vi sono cinque miniature degli evangelisti.

Prima del testo del vangelo di Luca il codice riporta le immagini di alcune parabole di Gesù, una per pagina, i lavoratori nella vigna (Mt 20,1-16), dei vignaioli omicidi (Mc 12,1-12; Lc 20,9-19), del grande banchetto (Lc 14,15-24), del ricco e di Lazzaro (Lc 16,19-31).

La miniatura nella pagina della parabola dell’uomo ricco e Lazzaro presenta una vivace descrizione della narrazione. Nella scena del primo registro in alto si distingue una tavola apparecchiata attrono alla quale siedono tre figure in abiti nobili e colorati e si distingue la pinguedine del personaggio in abito rosso ricamato che sta ricevendo una pietanza dal servo. Quest’ultimo è raffigurato con un abito corto, adatto al servizio. In uno spazio separato, alla destra, fuori dalle mura della casa, appare la figura di Lazzaro, nudo, coperto di piaghe, solo, con due cani ai suoi piedi che gli leccano le piaghe: segno di una pietà possibile agli animali che non vede riscontro negli uomini e segno pure di desolazione. La sua posizione non è eretta ma rannicchiata, inginocchiato, nella nudità che esprime visivamente una condizione umana di degrado, con le mani lazate e protese in un gesto di implorazione.

Nel registro sottostante altre due scene sono accostate: il momento della morte di Lazzaro con l’uscita della animula dal suo corpo. Questa è raccolta da due angeli alati, dalle forme molto belle e splendenti, che attraversano il cielo di un blu intenso mentre si distendono uscendo da un’area segnata da cerchi colorati di rosso e di blu, allusione alla sfera della vita divina di luce e di colore. La scena accanto è un’immagine del paradiso e compare il motivo del grembo di Abramo, motivo diffuso soprattutto nelle raffigurazioni dei giudizi dei portali delle cattedrali medioevali. Abramo appare come un vegliardo con attorno tante presenze e che reca in braccio tanti. E’ un luogo di vita in cui si può scorgere la presenza di acqua e di piante e al centro la figura di Abramo seduto sui cieli con accanto dodici animule dall’aspetto gioioso. Abramo reca in braccio un’altra figura quasi fosse un bambino nelle sue braccia.

Nel registro in basso la prima scena a sinistra descrive la morte del ricco, disteso e ancora ben vestito, coricato su di un letto appoggiato su un pavimento in cui ancora c’è l’acqua, simbolo della vita. Da lui sta uscendo l’animula come fosse contorta e questa viene subito presa da diavoli scuri e trasportata, a destra,  da un’altra figura di colore scuro con piedi raffigurati come zampe di animale. Nella scena di destra c’è una rappresentazione dell’inferno che si contrappone al grembo di Abramo: una figura legata è attroniata da presenze inquietanti che appaiono attorniate da lingue di fuoco rosso. Non c’è più acqua simbolo della vita, ma terra e fuoco.

Può essere interessante suggerire un accostamento proposto negli studi esegetici: il nome di Lazzaro riprenderebbe in forma abbrevaiata il nome del servo di Abramo, Eliezer di Damasco: a lui fu detto ‘non costui sarà tuo erede’. E’ quindi figura ritenuta esclusa dall’alleanza. Mentre il ricco sarebbe il discendente di Abramo, Lazzaro è tenuto fuori dalla porta, escluso. Ma Lazzaro, nella parabola di Gesù, viene accolto nel grembo di Abramo. Ad affermare che la nuova alleanza non è per un’esclusione ma per un’accoglienza nuova di vita, in una partecipazione piena al cammino di Abramo. Per la sua disponibilità di fede fu capace di accogliere. Il grembo di Abramo diventa così annuncio di una chiamata all’ascolto e segno di una alleanza che è per una solidarietà di tutta l’umanità, così come nel suo grmabo c’è spazio per tutti e per una vita nell’essere tenuti come in braccio..

Le immagini del codice di Echternach possono essere un aiuto in questa lettura.

Alessandro Cortesi op

XVI domenica tempo ordinario – anno C – 2016

IMG_0265_2Gen 18,1-10; Col 1,24-28; Lc 10,38-42

“il Signore apparve ad Abramo alle Querce di Mamre, mentre egli sedeva all’ingresso della tenda nell’ora più calda del giorno”. L’incontro con il Signore nella vita di Abramo è evento che irrompe in diversi modi. Qui è venire inatteso nel quotidiano: nell’ora del mezzogiorno, presso la tenda, la sua casa, nel giungere di tre sconosciuti.

Negli ospiti che Abramo accoglie offrendo ristoro una visita di Dio tocca la sua vita. Di fronte a questi stranieri Abramo scorge la presenza di Dio: “Mio signore, se ho trovato grazia ai tuoi occhi, non passare oltre senza fermarti dal tuo servo”.

I gesti di Abramo sono quelli dell’ospitalità: procura riposo agli stranieri, li pone al centro dell’attenzione, fa preparare il cibo e vi provvede, lo condivide nel mangiare insieme.

Gesù nella casa di Betania vive l’ospitalità amica. Nella casa di Betania si respira l’atmosfera di accoglienza della tenda di Abramo. Dopo la parabola del samaritano l’episodio di Betania completa la risposta alla domanda ‘maestro che cosa devo fare per ereditare la vita eterna?’ (Lc 10,25-42).

Nella parabola lo straniero è l’unico capace di fermarsi e ‘vedere’ il volto del sofferente, e agisce concretamente ponendo gesti di cura e vicinanza. Ciò che vale veramente è il servizio e la cura. Nella casa di Betania Marta continua questo stile di azione: è ‘presa dai tanti servizi’. Accanto a lei Maria ‘ascoltava’ la parola di Gesù.

Marta e Maria vanno viste insieme: in quella casa sono entrambi tese all’accoglienza. Nei loro volti sta l’indicazione di due attitudini da non separare e da tenere unite per vivere l’incontro con Gesù. Vivono insieme, in modi diversi, il servizio e l’ascolto. Ogni servizio autentico sorge dal lasciar spazio ad un parola presente nel profondo della vita e ogni ascolto è vuoto se non si traduce in prassi di servizio. Ricordando anche che una sola cosa è essenziale: le parole di Gesù richiamano a quanto è necessario per non farsi prendere dall’affanno.

Quale l’autentica cosa necessaria? Non la vita contemplativa come migliore rispetto alla vita attiva, non la contrapposizione tra chi sta in silenzio e prega e chi opera e si dà da fare. La cosa necessaria, l’unica, è intendere la vita nell’incontro, maturare uno sguardo capace di scorgere che decentra ed apre all’irruzione dell’Altro e all’incontro con i volti. La vera sorgente di fecondità della vita nonsta  nel proprio affannarsi, che talvolta genera orgoglio, non nel sentirsi a posto e appagati per l’efficienza del proprio organizzare, e neppure nel silenzio di un ascolto che rischia sempre di essere disincarnato, disimpegnato,vissuto nell’indifferenza per chi fatica, nel non farsi carico di scelte operative.  Nasce invece qualcosa di nuovo solo dalla presenza di un Altro nella vita che irrompe come ospite. In questo scorgere il limite della nostra vita, nell’accogliere il vuoto e la mancanza nel nostro esistere sorge la disponibilità di accogliere, si apre la possibilità della scoperta che l’incontro con Dio si fa vicino, si rende esperienza possibile nell’incontro con gli altri. La fede che ne sgorga è fede umile, si concepisce come cammino nella mancanza, nell’apertura all’Atro e agli altri, si scopre quale incontro che non oppone Dio e mondo, aldilà e aldiqua, materia e spirito. E’ la fede capace di vedere come il tessuto della vita stessa reca in sé i tratti della vita di Dio ed è chiamata ad ascoltare la sua chiamata all’ospitalità.

Alessandro Cortesi op

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Ospite

Per Edmund Jabès autore de Il libro dell’Ospitalità (Cortina, Milano 1991) l’ospitalità è esperienza che permette alle persone umane di incontrarsi e di riconoscersi: “L’ospitalità è crocevia di cammini”. “Ti benedico, ospite mio, mio invitato poiché il tuo nome è colui che cammina. / Il cammino è nel tuo nome / L’ospitalità è crocevia di cammini”.

Fondamentale, in questo cammino dell’ospitalità, è l’attitudine di chi riconosce un vuoto in sé, una mancanza che non ha nome e non sa nemmeno quali siano le direzioni del desiderio si fa attesa: “Davvero ospitale è, fino in fondo, l’Attesa”.

Ospitanti e ospitati: forse per scorgere le frontiere dell’ospitalità è in primo luogo richiesto di scorgere la nostra condizione esistenziale di ospitati. Solo da questo riconoscimento può germogliare la capacità di vivere l’apertura dell’accogliere. Ci si deve infatti guardare dal viverla come offerta paternalistica di ricchi, nella nascosta preoccupazione di non farsi minacciare. Ospitalità può divenire esperienza che de-centra e si fa condivisione della medesima condizione umana. Scoperta che lo straniero è rivelatore delle profondità di se stessi e di dimensioni inedite della vita: stranieri a se stessi.

La tenda di Abramo è così metafora dell’ospitalità perché si lascia attraversare da ciò che viene e da chi viene: “una certa rinuncia incondizionata alla sovranità è richiesta a priori” (J.Derrida).

Per rimanere tale, e quindi capace di essere gesti di pace l’ospitalità deve mantenere il senso dell’estraneità. C’è un disagio che sorge di fronte allo sconosciuto, allo straniero. Ignorare le emozioni suscitate nell’incontro e nel percepire diversità sarebbe cadere nella falsa logica dell’assimilazione dell’inconsistenza delle differenze, del confermare solo la propria identità. Il venire di un altro porta sempre sconcerto. Forse sta qui la ragione del fatto che medesima è la radice latina per i due termini ‘ospite’ e ‘nemico’ (hospes – hostis): “questa ambiguità deriva dalla presunzione di un diritto, quello dell’appartenenza al luogo che abitiamo come fosse originariamente nostro, e la possibilità di ospitare non confermasse in fondo altro che il nostro possesso. E se così non fosse?” (S.Tarter, Evento e ospitalità. Lèvinas Derrida e la questione straniera, Cittadella, Assisi 2004,104).

Alessandro Cortesi op

IV domenica di Pasqua anno C – 2016

09_03_02.jpg(Apocalisse: i martiri ricevono la veste candida – affresco Cattedrale di Anagni cripta)

At 13,14.43-52; Ap 7,9.14b-17; Gv 10,27-30

Il passaggio dell’annuncio del vangelo ai pagani costituisce una svolta epocale nella storia del cristianesimo. La predicazione della prima comunità cristiana restò inizialmente entro i confini di comunità giudaiche, percepita come interna ad un gruppo particolare nel quadro dei diversi giudaismi che popolavano il I secolo. Ad un certo punto l’annuncio della fede in Cristo si apre al mondo dei pagani. E’ una svolta nella storia, un evento complesso, carico di implicazioni sino ad oggi e che continua ad interpellarci in vari modi.

La comprensione della figura di Gesù, del suo agire e della sua morte si apre ad orizzonti nuovi. In tale apertura si attua anche una comprensione nuova del disegno di Dio. In tutto il Primo Testamento, l’alleanza aveva il tratto di dono di salvezza per tutti i popoli attraverso la chiamata unica di Israele. La scelta di Paolo e Barnaba è in continuità con la fede ebraica, ne risulta un approfondimento: è ispirata dal coraggio che la Parola di Dio suscita e sorge dalla fedeltà ad essa. Ma è presente anche un contrasto, una prima rottura che pesa sulla storia successiva.

“Paolo e Barnaba ad Antiochia di Pisidia con franchezza dichiararono: ‘Era necessario che fosse annunziata anche a voi (ebrei) la parola di Dio, ma poiché la respingete e non vi giudicate degni della vita eterna, ecco noi ci rivolgiamo ai pagani”.

Paolo e Barnaba rivolgono l’annuncio ad Israele che mantiene un ruolo fondamentale nella storia della salvezza. Questa apertura di universalità trae radice nelle benedizioni di Dio non solo per Israele ma per tutte le nazioni. La stessa chiamata fondamentale per Israele è quella di essere il tramite di un dono di salvezza e di vita che progressivamente coinvolga i popoli e le genti straniere. Il popolo d’Israele sorge da una scelta gratuita quando era vittima e oppresso. Vive una elezione originaria finalizzata non ad un privilegio, ma ad un servizio per tutti i popoli. In Isaia la benedizione è rivolta al popolo degli egiziani e degli assiri: “Benedetto sia l’Egiziano, mio popolo, l’Assiro opera delle mie mani e Israele mia eredità” (Is 19,25). Il salmo 87 invita a vedere tutti i popoli della terra come cittadini a pieno titolo della città santa: “L’uno e l’altro è nato in essa e l’Altissimo la tiene salda. Il Signore scriverà nel libro dei popoli: Là costui è nato” (Sal 87,4-6).

Ad Antiochia si attua una svolta che trova il suo fondamento nel disegno di Dio richiamato dalla citazione di Is 49,6: ‘Ti ho posto come luce delle nazioni, perché tu porti la salvezza sino all’estremità della terra’. La figura del servo di Jahwè è vista come presenza di luce, inviato per un annuncio sino ai confini della terra, oltre i limiti dell’appartenenza ad un popolo o ad una religione.

Le parole di Paolo e Barnaba sono indicazione dell’apertura propria della Parola contro tutte le forme di religiosità che intendono chiuderla. L’incontro con Dio sta oltre le costruzioni e strutture religiose umane.

Paolo e Barnaba ad Antiochia fanno esperienza di come la parola di Dio sia fonte di gioia e di forza. Il loro discorso è compiuto con coraggio, attitudine della libertà del credente anche nelle difficoltà: i pagani si rallegravano e glorificavano la parola di Dio… i discepoli erano pieni di gioia e di Spirito santo. L’apertura dell’annuncio ai pagani è opera dello Spirito che conduce a vivere la gioia e la serenità profonda anche nelle momento della prova.

Questo itinerario offerto a tutti trova espressione nell’immagine del gregge e del pastore: “le mie pecore ascoltano la mia voce e io le conosco ed esse mi seguono. Io do loro la vita eterna e non andranno mai perdute e nessuno le rapirà dalla mia mano”. Nella parte iniziale della similitudine Gesù parla di altre pecore: ‘E ho altre pecore che non sono di quest’ovile; anche queste io devo condurre; ascolteranno la mia voce e diventeranno un solo gregge e un solo pastore’ (Gv 10,16-17)

‘Vita eterna’ non è realtà lontana e distante. Indica piuttosto la risposta alla sete più profonda che ogni persona porta nel cuore: il desiderio di essere accolti e amati, di vivere la pace nell’incontro, con Dio fonte della vita.

La pagina dell’Apocalisse presenta la visione di una moltitudine immensa, che nessuno poteva contare. Il dono di salvezza non è per pochi ma abbraccia ogni nazione, razza popolo e lingua. “Tutti stavano in piedi davanti al trono e all’agnello, avvolti in vesti candide e portavano palme nelle mani”. La moltitudine tiene tra le mani il segno della vittoria: tutti costoro sono i testimoni che hanno vissuto la fatica della prova, la tribolazione, e provengono da ogni direzione. Il testo reinterpreta il salmo 23, canto rivolto a Dio come pastore d’Israele. “L’agnello sarà il loro pastore e li guiderà alle fonti della vita”. La visione si chiude con una parola di consolazione: “Non avranno più fame, né avranno più sete, né li colpirà il sole, né arsura di sorta, perché l’Agnello che sta in mezzo al trono sarà il loro pastore e li guiderà alle fonti della vita. E Dio tergerà ogni lacrima dai loro occhi”.

La presenza di Cristo risorto, agnello inerme e donato, apre ad una comunione nuova che si estende a comprendere tutta l’umanità. Per la prima comunità cristiana il vangelo è forza che apre speranza di vita per tutti.

Alessandro Cortesi op

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Coraggio

Una notizia di questi ultimi giorni è che la rivista americana ‘Fortune’ ha inserito il nome di Domenico Lucano, sindaco di Riace, tra i 50 leader più influenti del mondo attuale. La presenza di questo nome è dovuta alle scelte politiche e alle attuazioni svolte nel paese di Riace in Calabria, al cuore della Locride, paese colpito dal fenomeno dello spopolamento, in una zona tristemente nota per il controllo delle ‘ndrine della ‘ndrangheta locale. Domenico Lucano ha perseguito un progetto di apertura e di speranza. L’arrivo di stranieri, profughi e rifugiati a causa delle migrazioni non è stato visto come problema da cui difendersi ma come opportunità per pensare un futuro nuovo per un borgo a rischio spopolamento. Su circa duemila residenti la popolazione degli immigrati è divenuta in pochi anni di alcune centinaia di persone.

Il paese luogo di presenza dell’antica cultura greca con i famosi bronzi di Riace – portati anch’essi lontano – si è trasformato negli ultimi quindici anni in un paese di accoglienza di etnie, tradizioni, culture, lingue diverse. Le case lasciate vuote da chi se n’andava trovavano nuova possibilità di utilizzo quale accoglienza per le famiglie di rifugiati.

Alcuni simboli ricordano l’orientamento di fondo di un progetto che mira a dare vita nuova con la valorizzazione dell’artigianato, di forme nuove di lavoro, di valorizzazione del turismo e dell’accoglienza. Nella piazza principale una porta “africana” ricorda il rapporto con l’Africa. In un’aiuola una sagoma nera di donna rinvia alle statuette tribali e indica la speranza.

Riace si è così trasformata in un paese in cui una nuova società è andata formandosi con presenza di attività artigianali di somali, afghani, nigeriani con promozione di lavori sociali, di nuove attività commerciali e con l’arricchimento della scuola per la presenza di nuovi bambini, e nella presenza di volti di origini diverse e di religioni diverse. A Riace l’accoglienza di uomini, donne, famiglie di altri paesi è divenuta così occasione di lotta alle mafie locali e promozione di lavoro e di vita sociale.

La progettualità sostenuta da Mimmo Lucano si pone in una linea di coraggio e di libertà: “questo modello si basa su un’economia solidale, sui valori di sostegno reciproco della civiltà contadina. Inoltre penso che abbiamo una responsabilità verso quei Paesi del sud del mondo a lungo depredati dall’Occidente. Per questo ospitare chi fugge dall’Africa è un dovere”.

L’azione di Domenico Lucano riconosciuta a livello internazionale è una parabola laica del ‘coraggio’ di annunciare la Parola, quel coraggio che portava ad aprire la possibilità che la Parola si diffondesse oltre i confini chiusi di appartenenze, di sistemi culturali o religiosi. La parresia di Paolo e Barnaba è forse riconoscibile oggi in queste scelte di coraggio che aprono possibilità di convivenza nuove, che respirano la libertà di realizzare una società nuova, in contrasto a tanta aria irrespirabile di rifiuto, chiusura e violenza che sta diffondendo. La parresia è la franchezza di scelte di libertà che aprono vie al diffondersi di quella Parola che è per la vita delle persone: ‘Ti ho posto come luce delle nazioni, perché tu porti la salvezza sino all’estremità della terra’.

Alessandro Cortesi op

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XXIV domenica – ordinario B – 2015

gesu_pietroIs 50,5-9; Sal 114; Gc 2,14-18; Mc 8,27-35

Una figura dal profilo affascinante ed enigmatico è presentata in alcuni testi del secondo Isaia, al tempo della fine dell’esilio: è il servo di Jahwè. Si tratta di un singolo? E’ figura per indicare tutto l’Israele fedele? Ha il profilo un profeta, fedele al Dio dell’alleanza, e per questo subisce persecuzione, disprezzo, violenza. La sua vita è nell’ascolto della parola di Dio: “Il Signore Dio mi ha aperto l’orecchio”. Tale azione di Dio conduce ad intendere la vita secondo questa chiamata. Anche nella sofferenza e nella solitudine vive una fiducia profonda: “il Signore Dio mi assiste… è vicino chi mi rende giustizia”. E’ questa fiducia l’unica forza per sostenere opposizione e dolore. Giunge al punto di subire violenza senza rispondere con la violenza ma attuando una profonda solidarietà con tutti, proprio per testimoniare la sua fede in Dio: “Ho presentato il mio dorso ai flagellatori… non ho sottratto la faccia gli insulti e agli sputi”.

‘La gente chi dice che io sia?… e voi chi dite che io sia?’. Il motivo di fondo per cui Marco ha scritto il suo vangelo ruota attorno alla questione sull’identità di Gesù di Nazareth riconosciuto come il Cristo, messia. La domanda di Gesù segna una svolta: è posta per la strada e proprio a metà del vangelo. Si collega al cammino di Gesù, verso Gerusalemme, ma rinvia immediatamente al cammino da percorrere per chi lo vuole conoscere, perché da lì si apre il cammino del seguirlo.

‘Tu sei il Cristo’, è la risposta di Pietro. Pietro così presenta l’identità di Gesù, peraltro espressa anche dalle voci dei demoni negli episodi di guarigione – nella sinagoga di Cafarnao nella guarigione dell’indemoniato, e di fronte agli ‘spiriti impuri’ (3,11-12) -. Sin dall’inizio del vangelo Marco è indicata l’identità di Gesù come Cristo, e come Figlio (Mc 1,1). Al momento del battesimo al Giordano con il Battista la voce dal cielo lo aveva espresso: con capacità narrativa Marco la fa udire solo da Gesù, ma la rende palese anche al lettore: “Tu sei il mio Figlio l’amato…’.  L’intero vangelo si snoda così attorno alla grande domanda: chi è Gesù? E’ l’uomo dai tratti del profeta, percorre strade in fedeltà radicale al Padre, come figlio e servo. La sua vita è orientata alla cura per il bene di chi incontra: in questi tratti si delinea il profilo del messia.

Nella sua risposta Pietro riconosce Gesù come messia, portatore dell’intervento di Dio, cogliendo in lui le promesse rivolte a Davide che animavano la speranze di Israele. Tuttavia subito dopo Gesù impone di non parlare di lui a nessuno. La medesima reazione di fronte agli spiriti impuri. E’ richiesto un silenzio, che apre ancora una domanda.

La grande questione per Marco sta sulla modalità dell’essere messia per Gesù. Da questo momento infatti Gesù ‘cominciò ad insegnare che il Figlio dell’uomo doveva soffrire molto, ed essere rifiutato dagli anziani, dai capi dei sacerdoti e dagli scribi, venire ucciso e dopo tre giorni risorgere’. E’ un annuncio, il primo di tre, sulla strada verso Gerusalemme, che racchiude in sintesi il ‘vangelo’ di Gesù. Sono parole cariche di evocazioni all’esperienza dei profeti. Rifiutati per la loro fedeltà alla Parola di Dio, testimoni sottoposti a persecuzione e condanna. Gesù si pone nel cammino dei profeti e vive la consapevolezza che questa fedeltà alla sua missione lo potrà condurre al rifiuto e a subire la sofferenza.

In filigrana Marco presenta i testi del servo sofferente di Isaia: ‘Doveva soffrire molto…’. C’è un ‘doveva’ nella vita di Gesù, che apre domande. Non si tratta di una necessità determinata da un Dio malvagio che vuole la sofferenza. E’ piuttosto indicazione di una fedeltà di Gesù fino alla fine proprio in rapporto al Padre e al suo disegno di amore. La sua missione e testimonianza lo conduce ad assumere anche la sofferenza. Non risponde alla violenza con la violenza. Vive invece fino in fondo il dono dicendo che l’amore è più forte di ogni altra cosa. Non cerca la sofferenza e la croce ma la subisce per restare fedele all’annuncio del regno. L’orientamento della sua vita sta nel vivere la fedeltà al Padre e all’umanità nella debolezza e nell’amore che si fa dono e servizio.

Gesù è, secondo Marco, ‘messia’, ma in un modo paradossale. Non corrisponde alle attese di un messia del potere, politico e nazionalistico. E’ invece messia che salva nel reagire al rifiuto e alla violenza con la nonviolenza e con il dono di sé divenendo uomo-per-gli-altri. La sua vita umana racconta il volto stesso di Dio, ne è rivelazione ed è una vita che porta salvezza.

Gesù indica la sua via come cammino a cui partecipare: chiama a ‘stargli dietro’. A Pietro che lo rimprovera dice ‘sta dietro a me Satana’. Satana è figura per indicare tutto ciò che divide. Pietro non accetta la logica della croce come scelta dell’amore e del dono di sé. Gesù lo invita a ‘mettersi dietro’ nel cammino e smaschera modi di pensare non ‘secondo Dio’. Non è sufficiente riconoscere Gesù come messia. E’ indispensabile – e sta qui il cuore della preoccupazione di Marco nel suo vangelo – seguire Gesù nel suo cammino. Solo allora si può scoprire la sua identità che coinvolge e cambia la vita. ‘Lungo a strada’ Gesù interrogava i suoi: d’ora in poi ritorna pressante l’insistenza sulla strada ad indicare che si potrà conoscere Gesù non per sentito dire, ma solamente facendo proprio il suo cammino e seguendolo sulla strada da lui tracciata.

“Che giova, fratelli miei, se uno dice di avere la fede ma non ha le opere? Forse che quella fede può salvarlo? Se un fratello o una sorella sono senza vestiti e sprovvisti del cibo quotidiano e uno di voi dice loro: ‘Andatevene in pace, riscaldatevi e saziatevi’, ma non date loro il necessario per il corpo, che giova? Così anche la fede, se non ha le opere è morta in se stessa”

La lettera di Giacomo è ricca di avvertimenti sui rischi reali nel venir meno ad una vita di fede autentica e sincera: “Religione pura e senza macchia davanti a Dio nostro Padre è questa: soccorrere gli orfani e le vedove nelle loro afflizioni e conservarsi puri da questo mondo” (Gc 1,27). Non esiste fede in Dio senza un rapporto nuovo, di giustizia, che promuova solidarietà con la vedova l’orfano e il forestiero.

Nella lettera ritorna con insistenza il richiamo all’attenzione ai poveri, a porre al centro della vita la parola della Scrittura: ‘Amerai il prossimo tuo come te stesso’ (Gc 2,8). “Come il corpo senza lo spirito è morto, così anche la fede senza le opere è morta” (Gc 2,26; cfr. 2,17.20.24). L’insistenza sulle ‘opere’ è sempre in rapporto alla relazione con gli altri richiesta dal vangelo. Le ‘opere’ sono così intese come il germogliare di una fede che può attuarsi solamente nella relazione. La vita cristiana può svilupparsi solo nella dimensione comunitaria e in rapporto all’altro. Le ‘opere’ sono il segno del carattere solidale e comunitario della stessa esperienza della fede.

DSCN0992Alcune riflessioni per noi oggi

Le letture di quest’oggi che trovano il loro centro nel riferimento a Gesù Cristo riportano all’essenziale: volgere lo sguardo a Gesù, seguire Lui.

Ci si può chiedere cosa signfiica seguire Gesù nel tempo della migrazione. Il riferimento alla concretezza è ineludibile. Un editoriale di Avvenire di Toni MIra dal titolo ‘Accogliere i profughi nel nome della legge’ del 9 giugno 2015 è richiamo ad una duplice attenzione, al vangelo e alla legge:

“Verità e legalità. Il nuovo polverone sollevato da alcuni governatori di Regioni del Nord a guida o trazione leghista, giunto all’intollerabile arma della pressione ricattatoria sui Comuni che intendono rispettare le regole – quelle dello Stato italiano e quelle dell’etica dell’accoglienza – richiede soprattutto chiarezza su questi due punti. Verità sui numeri, sugli accordi presi, perfino verità (e onestà) sulle parole, sul “di che cosa si parla”. Verità su che cosa significa, di fronte ai profughi, agire «nel nome della legge». Partiamo proprio da qui. Partiamo da chi sta arrivando sulle nostre coste. I cosiddetti “invasori”. Si tratta di richiedenti asilo, di persone che fuggono da guerre, violenze, persecuzioni. Sono loro che ora chiedono di essere accolti. Ce lo chiedono i loro occhi, ce lo impongono le norme europee e italiane, in primo luogo la Costituzione, all’articolo 10: «Lo straniero, al quale sia impedito nel suo paese l’effettivo esercizio delle libertà democratiche garantite dalla Costituzione italiana, ha diritto d’asilo nel territorio della Repubblica secondo le condizioni stabilite dalla legge». Un diritto, dunque, che tutti devono rispettare, a partire da chi ha più responsabilità. Che, oltretutto, non può confondere le acque. Non è corretto, infatti, dire che una Regione non può accogliere questi richiedenti asilo perché già ospita tanti immigrati. Perché in questo caso si tratta di migranti per altri motivi, in gran parte economici.

Comodo e cinico, troppo comodo e troppo cinico, utilizzare migranti contro profughi. Ai numeri precisi forniti dal Viminale, che denunciano la grande disparità di accoglienza dei richiedenti asilo tra Sud e Nord, non si può replicare con numeri che riguardano un altro fenomeno. Verità, dunque, rispetto dei diritti umani e del diritto italiano. E anche degli accordi presi. In primo luogo quello firmato da Governo e Regioni il 10 luglio 2014, che prevede la ripartizione dei richiedenti asilo in proporzione alla popolazione italiana residente e ai finanziamenti del Fondo sociale europeo. Un accordo, non una decisione unilaterale del Governo. Ma che ora – questa volta, sì, in modo unilaterale – tre Regioni del Nord vorrebbero violare. Anzi lo stanno già violando visto che proprio Lombardia e Veneto sono lontane dai numeri previsti. E, lo ripetiamo, non si possono giustificare tirando in ballo le “presenze” di immigrati che lavorano come operai in aziende basate nel loro territorio”.

Volgere lo sguardo a Gesù. E’ un impegno che ricorda ai cristiani la chiamata ecumenica: un cammino possibile da ricercare che passi dal conflitto alla comunione. E’ proprio questo – ‘Dal conflitto alla comunione’ – il titolo di un documento redatto dalla Commissione luterano-cattolica per l’unità, pubblicato il 17 giugno 2013, in vista del 2017 data di inizio della Riforma di Lutero con la diffusione delle 95 tesi nel 1517. Il documento evidenzia: “La memoria storica ha avuto delle conseguenze concrete per le relazioni interconfessionali. Per questa ragione è nel contempo così importante e così difficile un ricordo ecumenico comune della Riforma luterana. Ancor oggi molti cattolici la associano principalmente con la divisione della Chiesa, mentre molti cristiani luterani associano la parola «Riforma» specialmente con la riscoperta del Vangelo, la certezza della fede e la libertà. Sarà necessario prendere sul serio entrambi questi punti di partenza al fine di mettere in relazione reciproca le due prospettive e porle in dialogo” (n.9). (…)Quello che è accaduto nel passato non si può cambiare, ma può invece cambiare, con il passare del tempo, ciò che del passato viene ricordato e in che modo. La memoria rende presente il passato. Mentre il passato in sé è inalterabile, la presenza del passato nel presente si può modificare. In vista del 2017, il punto non è raccontare una storia diversa, ma raccontare questa storia in maniera diversa” (n.16).

Si precisa il senso del dialogo ecumenico: “Il dialogo ecumenico implica la rinuncia a schemi mentali che scaturiscono dalle differenze tra le confessioni e che le enfatizzano. Al contrario, nel dialogo i partner cercano di individuare in primo luogo ciò che hanno in comune e solo allora esaminano la rilevanza delle loro divergenze. Queste differenze, tuttavia, non vengono trascurate o minimizzate, perché il dialogo ecumenico è la comune ricerca della verità della fede cristiana” (34).

Nel documento si riprende la comune prospettiva maturata nella riflessione teologica ed espressa nella Dichiarazione congiunta sulla giustificazione.

In ‘Dal confitto alla comunione’ si legge a proposito dell’interpretazione di Lutero: “(106) L’iniziativa di Dio stabilisce una relazione salvifica con gli uomini; in tal modo la salvezza si attua per mezzo della grazia. Il dono della grazia può essere solo ricevuto e, dal momento che questo dono è mediato da una promessa divina, non può essere ricevuto se non mediante la fede, e non mediante le opere. La salvezza si attua soltanto per mezzo della grazia. Lutero, tuttavia, mise costantemente in evidenza che la persona giustificata compirà opere buone nello Spirito. (107). L’amore di Dio per gli uomini è incentrato, radicato e incarnato in Gesù Cristo. Perciò, l’espressione «solo per grazia» deve sempre essere spiegata con l’espressione «solo attraverso Cristo»”.

Il riferimento a Gesù Cristo nella nostra vita apre alla scoperta del dono di grazia che da lui solo riceviamo e della responsabilità che esso suscita per l’agire dello Spirito nei cuori. Ancora siamo in cammino per scoprire come il riferimento a Gesù e il centrarsi su di lui può essere motivo di speranza e nuova vita per il nostro tempo, aprendoci a passaggi dal conflitto alla comunione.

Alessandro Cortesi op

XXIII domenica – tempo ordinario B – 2015

DSCN1183Is 35,4-7a; Gc 2,1-5; Mc 7,31-37

L’aprirsi degli occhi di un cieco, le orecchie di un sordo che si schiudono, il saltare di gioia di uno zoppo, l’urlo dalla lingua di un muto: sono situazioni impensabili, capovolgimenti, interruzioni di esperienze di limite e dolore. Sono immagini di liberazione, di superamento di qualcosa che rinchiude. E’ scioglimento di quanto era legato, apertura a possibilità impensata di relazioni, inizio nuovo di vita. Da qui la possibilità di un’esperienza fatta di vedere, ascoltare, di voci e gesti, tessuta di gioia. Sono figure che indicano un tempo, un mondo nuovi, dove è posto un termine a condizioni di male e ad ogni sofferenza subita. Non è solo superamento del limite, ma anche fine dell’emarginazione a cui sordi, ciechi e zoppi, tutti i menomati, i feriti, tutti coloro che nella vita recano il peso di qualche handicap, sono costretti quali vittime. Sono immagini per indicare l’esito di un’azione di Dio che irrompe e fa sorgere l’inatteso e l’inimmaginabile.

La natura tutta è trasformata, il deserto si trasformerà in giardino, il suolo arido si muterà in sorgenti d’acqua, fuggiranno tristezza e pianto e regneranno gioia e felicità. Certamente questo testo può essere guardato come una grande illusione, una magnifica proiezione di un mondo alternativo pensato e sognato per fuggire il reale. Il sogno di un mondo diverso per chiudere gli occhi di fronte al dramma del presente, di fronte allo scandalo del male. La presentazione di una utopia immaginaria per dimenticare il peso della sofferenza. Per Isaia non è illusione delineata per negare la durezza e il male, ma è parola che parla di Dio, del suo stare contro ogni realtà che piega e fa soffrire. E’ parola su Dio e per questo diventa parola che indica un orizzonte di speranza radicato nella memoria di un incontro e di una promessa che viene da Dio. Tutte le immagini sono riferite ad un’attesa: verrà qualcuno, il Signore stesso di fronte al male non lascia soli i suoi figli e non dimentica: ‘egli viene a salvarvi’.

Le parole di Isaia sono invito a scorgere le tracce di una presenza pur nella consapevolezza del dramma del presente. Il Signore visita e apre il vero senso alla vita come gioia dell’incontro lottando contro tutto ciò che è male. Tutte le immagini indicate esprimono una salvezza posta non solo in un futuro da attendere ma in un venire già in atto nella presenza del Dio che libera e salva. E’ pagina che ricorda lo stile di Dio: nella storia di Israele è colui che si è fatto vicino, è venuto. Così verrà, ma è anche colui che continuamente viene. E’ una parola che incoraggia nell’attesa: Dio in questa storia agisce come liberatore, è presente in tutte le scelte che aprono e liberano, e sarà lui infine ad aprire il senso più profondo di questa storia e cambierà ogni lutto in gioia. E’ un invito rivolto agli smarriti di cuore. Il senso della storia diviene annuncio di lotta per operare per ogni genere di liberazione, per sanare, per guarire e aprire a comunicare nel presente. Isaia rinvia ad un futuro ma questo futuro coinvolge già il presente e sta in rapporto con la memoria del chinarsi di Dio nel liberare Israele.

Marco nel suo vangelo presenta Gesù che agisce: il suo profilo è quello del profeta che si oppone radicalmente al male. Gesù incontra malati e persone che vivono il peso di handicap e chiusure. Sono molteplici gli incontri di Gesù che si lascia toccare dal male che opprime uomini e donne. Non si rapporta a loro come il terapeuta di fronte a casi clinico, ma nell’incontro scorge un volto unico, una storia con attese e domande, anche inespresse, desideri e sofferenze nascoste. Entra in relazione e apre a comunicare: è una relazione concreta fatta di contatto, di sguardo, di parole. Nel suo agire si dimostra guaritore ferito, sensibile a lasciarsi toccare dalla fatica e dal dolore di chi gli sta di fronte. Ascolta e agisce come chi, con la sua sola presenza, nel suo stare accanto rende visibile nel suo agire il volto di Dio che vuole il bene, che è pura positività e si oppone ad ogni male: libera, apre futuro, scioglie ciò che è tenuto legato, a partire dalle esigenze di vita. La sua passione è che le persone possano vivere una vita piena.

Marco legge il gesto di guarigione di un sordomuto come momento in cui si fa manifesto un tratto dell’identità di Gesù, e si attua un compimento delle promesse dei profeti sul messia: un messia che assume la vulnerabilità e vi entra, e se ne fa partecipe. Egli stesso, nell’incontro con chi è ferito, viene cambiato, toccato e ferito. Nel toccare viene toccato e prende su di sé quella storia.

L’incontro tra Gesù e il sordomuto avviene in una regione a Nord della Galilea, un territorio pagano: i gesti di bene e di salvezza di Gesù sono non solo per ‘le pecore perdute della casa d’Israele’, ma si aprono oltre i confini. Gesù non opera una magia e nel racconto vi è insistenza tuttavia su alcuni gesti concreti: Gesù tocca le orecchie del sordomuto con le sue dita, poi con la saliva gli tocca la lingua, guarda al cielo. Marco sottolinea poi che emise un sospiro, quasi un gemito che sorga dalla compassione: “e disse ‘Effata’ cioè ‘apriti’. Subito gli si aprirono gli orecchi, si sciolse il nodo della lingua e parlava correttamente”. Il suo desiderio è che la vita di ognuno possa aprirsi: è un’apertura del cuore, di tutte le dimensioni della persona.

Per quel sordomuto, chiuso nel suo limite, incapace di comunicare e di dire la sua sofferenza, l’incontro con Gesù apre a poter entrare in relazione in modi nuovi: si apre una via per divenire se stesso. La salvezza donata passa attraverso e si rende presente nella risposta alle domande di una vita buona e dignitosa e si attua a cominciare dalla risposta alle attese di liberazione. Passa per un coinvolgimento che investe la corporeità. Gesù compie i gesti della guarigione in disparte lontano dalla folla: la folla è spesso ostacolo ad un incontro autentico e personale con lui, addirittura allontana e fa da schermo.

Traspare così qualcosa dell’identità di Gesù, visto come il messia, colui che fa udire i sordi e parlare i muti ed inaugura il tempo nuovo sognato da Isaia. Ma ci parla anche dell’identità del discepolo di Gesù, di chi si mette a seguirlo: il compimento di tale seguire sta nell’ascolto, di Dio e degli altri e sta nel comunicare, nel passare dalla chiusura del silenzio e della separazione all’apertura che è via di incontro e comunione.

DSCN1135Alcune riflessioni per noi oggi

Viviamo anche oggi un tempo di smarrimento, di incapacità di ascoltare e vedere. Le parole di Isaia ci invitano a ritornare a ripercorrere i passi dell’esodo, l’esperienza dello scoprire la vicinanza del Dio che viene e fa nuove le cose, e la promessa che la nostra storia è orientata ad un incontro con il Dio della vita. Un’immagine in questi giorni si è imposta ad occhi che non vogliono vedere ad orecchie chiuse: è l’immagine di un bambino, scivolato dalle mani dei genitori nella traversata del mare tra la Turchia e la Grecia verso l’isola di Kos in uno dei viaggi di fuga e speranza. Veniva da Kobane città devastata e segnata dalla guerra in Siria. Un’immagine sconvolgente perché piena di normalità: le scarpine ai piedi, i vestiti in ordine. Ma anche sconvolgente perché interroga la normalità di chi non si lascia toccare, non vede e non ascolta il grido delle vittime oggi. Dietro a quell’immagine sta la tragedia di milioni di persone che chiedono di essere viste e ascoltate da tutti noi. E’ denuncia dell’indifferenza ed è richiamo alla responsabilità che Dio ci affida per una storia in cui ogni vita possa aprirsi. Dietro a quel volto senza vita sta la domanda di tanti che chiedono aiuto, attenzione, solidarietà, scelte concrete per dare possibilità di fuggire da guerre e miseria. Interrogarsi su cosa significa salvezza per noi oggi può trovare vie di risposta solo a partire dalle vittime: extra victimas nulla salus.

L’aprirsi di un sordomuto alla parola e all’ascolto è un esempio del cammino di divenire persone: crescere in umanità è scoprire la relazione, imparare a comunicare, divenire capaci di ascolto e di rivolgere una parola che dia spazio alle parole degli altri e crei ponti. Divenire capaci di parole dell’amore è ciò che fa fiorire la vita. E’ tempo di inizio di scuola, tempo di ripresa delle attività: c’è un cammino educativo presente nella vita che non ha stagioni e non è mai concluso. E’ il cammino di una apertura ad uscire da quell’essere centrati su di sé e chiusi che oggi segna in modo pesante la vita. La sfida dell’educare oggi in ogni ambiente, con giovani e anziani è quella di una apertura a scoprire quanto ci lega agli altri e alla promessa di Dio, una promessa di relazione e comunione.

Aprirsi all’ascolto di Dio e degli altri implica una concretezza di scelte: la lettera di Giacomo provoca a mettere al primo posto coloro che nella vita non ce la fanno, tutti coloro che vivono in forme diverse chiusure e sordità. Tale incontro provoca a scoprire la vulnerabilità di ognuno e cogliere come proprio nella povertà riconosciuta si apre la possibilità della condivisione e della comunione che è il senso profondo della salvezza. Il mondo nuovo che i gesti di Gesù hanno indicato cresce nei piccoli gesti e nelle scelte del nostro quotidiano.

Alessandro Cortesi op

V domenica Quaresima – anno B – 2015

DSCN0725Ger 21,31-34; Eb 5,7-9; Gv 12,20-33

Il cammino di quaresima ci orienta verso l’ora di Gesù, l’ora della sua passione. E’ questa l’ora della alleanza. La lettura dal libro della consolazione di Geremia contiene la promessa di una alleanza nuova scritta nel profondo del cuore, una alleanza che compirà la parola di Jahwè ‘Io sono il Signore tuo Dio’ (Es 20,1): “Porrò la mia legge nel loro animo, la scriverò sul loro cuore. Allora io sarò il loro Dio ed essi il mio popolo”. Quella reciproca appartenenza, nucleo profondo dell’alleanza, sarà una realtà nuova interiore che investirà e trasformerà l’intimo dei cuori.

La pagina della lettera agli Ebrei, conduce a fissare l’attenzione su Cristo il Figlio che imparò l’obbedienza come ascolto radicale dalle cose che patì. Indica come in lui si compie l’alleanza promessa: “reso perfetto divenne causa di salvezza per tutti coloro che gli obbediscono.” Cristo una volta per tutte si è offerto con un amore capace di giungere fino alla fine per la salvezza. In lui si compie l’alleanza definitiva. Il suo essere sacerdote, figura di mediazione tra Dio e l’umanità, è di tipo nuovo rispetto al sacerdozio ebraico. Anzi ne costituisce un radicale superamento: Gesù è sacerdote di tipo nuovo non perché compie riti particolari, o perché appartiene ad una élite connessa al culto o alla guida della comunità, ma perché ha fatto della sua vita un dono, ha vissuto un orientamento al Padre, una obbedienza a lui in tutta la sua esistenza, in solidarietà con ogni uomo e donna. Il culto diviene il dono di sé, si rapporta alla vita e si compie nella compassione e nella giustizia.

Nella passione Gesù ‘offrì preghiere con forti grida e lacrime a colui che poteva liberarlo da morte e fu esaudito per la sua pietà’. Si può leggere questo drammatico versetto vedendo in esso l’indicazione della via seguita da Cristo, la sua fedeltà al Padre. Ed il Padre l’ha esaudito non perchè l’ha liberato dalla morte ma perché lo ha sostenuto nella fedeltà alla testimonianza dell’amore: il mistero di Dio è infatti l’amore debole e inerme che si dà fino alla fine. La salvezza per noi ha la sua origine nel dono di amore di Gesù.

Nella pagina del IV vangelo alcuni greci presenti a Gerusalemme cercano Filippo, uno dei discepoli di Gesù, con un nome di origine greca originario di Betsaida, e chiedono: ‘Vogliamo vedere Gesù’: il termine ‘vedere’ nel IV vangelo indica la tensione a cogliere la dimensione profonda degli eventi ed il loro significato. E’ domanda della comunità giovannea che esprime la tensione a cogliere il mistero profondo dell’identità di Gesù. Filippo si reca da Andrea e poi con lui da Gesù. Da qui si sviluppa un discorso di Gesù che parla della sua ‘ora’ e indica il suo cammino usando il paragone con il seme di grano che, se non cade in terra e non muore, rimane solo, ma se muore genera molto frutto. Gesù parla di sé e del mistero della sua vita, mistero di glorificazione e di morte nel contempo: “E’ giunta l’ora che sia glorificato il figlio dell’uomo. In verità, in verità vi dico: se il chicco di grano caduto per terra non muore rimane solo; se invece muore produce molto frutto. Chi ama la sua vita la perde e chi odia la sua vita in questo mondo, la conserverà per la vita eterna”

Appaiono parole chiave del IV vangelo: l’ora, la glorificazione, il morire, il perdere la vita, il servire, la vita eterna. Gesù riferendosi all’ora conduce a cogliere il senso della sua esistenza: l’ora della sua vita è il momento della sua morte. In quell’ora si consegna al Padre e si da’ per tutti, come colui che scende e serve. Consegnato nel tradimento, è in realtà egli stesso che, in libertà piena, si consegna per noi. La sua ora è ora di morte e tuttavia per il IV vangelo è un’ora di glorificazione, perché proprio lì, in quella morte, si manifesta il volto di Dio come amore.

Gesù intende la sua vita come una semina, e indica la sua morte come il momento di un perdersi che genera vita: “per questo sono giunto a quest’ora. Padre glorifica il tuo Nome”. Nel perdere la vita Gesù manifesta la vita di Dio, il suo volto come vita che si dona e sa che solo così si genera una vita abbondante: quell’ora apre ad una vita feconda, la vita eterna. La gloria di Gesù si rivela nel dono della sua vita e nell’amore sulla croce.

Quell’ora che a Cana non era ancora arrivata, che ‘sta venendo’ nell’incontro di Gesù con la donna di Samaria, adesso è giunta: “E’ giunta l’ora che sia glorificato il figlio dell’uomo”. Per il IV vangelo l’ora di Gesù è la grande trama su cui è tessuto l’intero scritto: tutto sta in tensione verso quell’ora. E’ l’ora della croce che si prolunga e comprende la passione la morte la risurrezione e l’ascensione di Gesù, la sua glorificazione. E’ l’ora in cui tutti volgeranno lo sguardo a colui che hanno trafitto; è anche l’ora in cui, quando sarà innalzato da terra, Gesù attirerà tutti a sé.

Alla domanda dei greci, che desideravano vedere Gesù, Gesù indica la croce come momento in cui tutti lo potranno vedere: sia i figli e discendenti di Abramo, sia i greci, i pagani, possono vedere in lui la gloria stessa di Dio, il volto di Dio come amore visibile nel profilo dell’innalzato.

L’ora di Gesù non è solo un momento cronologico nel corso della sua vita, ma si connota come un tempo che anticipa ogni futuro e indica l’orientamento di tutta la storia: l’ora di Gesù è tempo finale che irrompe nel presente e rende vicino la profondità dell’amore di Dio per l’umanità.

E’ l’ora della compagnia in cui Gesù apre la strada a coloro che lo hanno seguito e sono suoi servi. Quest’ora è avvertita in modo drammatico: Gesù vive paura ed angoscia di fronte a quest’ora ed invoca ‘Padre glorifica il tuo nome’. Il Padre è coinvolto e presente nell’ora di Gesù, e conferma la via che Gesù sta seguendo. Nel momento in cui è trafitto inizia quel movimento di attrazione e di coinvolgimento che si allarga: coloro che hanno visto la sua ‘gloria’ possono ‘vedere’ la sua vita e comprendere in modo nuovo la propria esistenza.

DSCF5546Alcune riflessioni per noi oggi

Come il seme di grano, se non muore rimane solo… Ascoltiamo queste lettura mentre siamo colpiti da notizie di attentati e atti terroristici: ultimi in ordine di tempo l’attentato contro cristiani radunati nell’Eucaristia domenicale a Lahore, e quello conclusosi con l’uccisione di molti turisti provenienti da ogni parte del mondo mentre si recavano a visitare il museo del Bardo a Tunisi.

Sono episodi e scelte di morte che si susseguono in questo tempo segnato da intolleranza, violenza, fondamentalismi. Sono momenti che evidenziano una guerra intestina al mondo islamico per guadagnare posizioni di dominio e controllo tra correnti di potere diverse che non si fanno scrupolo nell’utilizzo del fattore religioso per giustificare i loro atti criminali e mirano a suscitare quello scontro di civiltà su cui gruppi di potere e violenti possono lucrare. Sono momenti che suscitano le reazioni scomposte di chi alla violenza non sa fare altro che opporre la logica della guerra e dell’intolleranza, senza riflettere sull’inutilità di seminagioni di morte.

Ad una lettura forse più profonda tutti questi eventi segnalano l’emergere di scelte di morte che sono frutti velenosi di tanti semi di violenza e di guerra gettati a piene mani nella storia degli ultimi decenni in particolare. Decenni di bombardamenti in Afghanistan, l’illusione di esportare la democrazia senza interagire con culture diverse con l’uso delle armi e della guerra in Irak, il lungo sostegno e appoggio prima e il rapido abbandono poi di dittatori che avevano governato in molti paesi del Nordafrica, soprattutto il commercio di armi che ha alimentato e continua ad alimentare in modo criminale le strategie di chi le utilizza: sono tutti semi di morte gettati con abbondanza e senza scrupoli di sorta da parte occidentale, che prima o poi generano mostri.

E quando i mostri si avvicinano con le loro ombre e appaiono incombenti invadendo il nostro quotidiano ritenuto tranquillo e distante dai luoghi della violenza, non possiamo dimostrarci sorpresi o sconcertati. L’indifferenza e l’assenza di scelte politiche di fronte al fenomeno delle migrazioni dal sud del Mediterraneo, la tranquilla assuefazione alla produzione e al commercio delle armi sono altri aspetti delle gravi responsabilità dell’Occidente in genere e dei paesi europei, centrati sui propri interessi e ripiegati nell’alimentare un sistema economico che uccide. Sta qui il punto di un cambiamento radicale necessario e urgente.

Semi di morte contrapposti al seme di grano che solo se muore produce frutto. Il richiamo a pensare la vita come seme di grano che chiede di essere seminato, di andare perduto per generare fecondità nuova è una direzione diversa: è prospettiva di solidarietà e condivisione. In questo perdersi, nel considerare la propria vita legata ad altri e nella linea del servizio per tutta l’umanità, solamente può esserci un ritrovarsi. Nel concepire l’esistenza come consegna al Padre e agli altri sta una fecondità che non viene da nostre capacità ma da chi è la fonte della vita.

“Porrò l’alleanza nei cuori…” Viviamo oggi un senso più profondo della responsabilità personale, della autonomia nelle scelte, della rilevanza delle scelte derivanti dalla coscienza in tutto ciò che facciamo. Tuttavia assistiamo attorno a noi a continue manifestazioni di percorsi in cui è assente la consapevolezza di responsabilità nei confronti degli altri: i casi di corruzione emersi a più riprese negli ultimi tempi ed anche in questi ultimi giorni ne sono un sintomo.

Come osserva Alberto Vannucci, docente di Scienza Politica all’Università di Pisa: “A fronte di una politica in via di liquefazione, ben strutturate appaiono invece le reti di una corruzione spesso eletta a sistema e metodo di governo. Coerentemente col paradigma neoliberista, infatti, nei vari e assortiti comitati d’affari si realizza una privatizzazione del bene comune, convertito in potere d’acquisto e spartito tra i pochissimi partecipanti al gioco della corruzione”.

Tale osservazione dovrebbe rendere vigili e stare in guardia di fronte a linee di tendenza dell’attuale momento politico: “Dovrebbe poi destare qualche preoccupazione in più il fatto che il modello di ‘catena di comando’ che l’agenda politica delle riforme a tappe forzate prevede di applicare ad ogni livello – da quello di governo, a quello ‘manageriale’ della dirigenza amministrativa, fino alla Rai e alle scuole – ricalchi il modello-Incalza, che poi è analogo a quello della ‘cricca della Protezione civile’, fino agli scandali incensata come paradigma efficientista da imitare e replicare. Un ‘dominus’ sciolto da vincoli e impacci, forte di un’investitura politica – dall’alto o dal basso, a seconda del ruolo – cui si attribuiscono grandi poteri in assenza di contrappesi e strumenti efficaci di controllo” (da http://www.libertaegiustizia.it 18 marzo 2015).

Così ancora annota Roberta De Monticelli: “La corruzione della legge, il suo appiattimento sul fatto. La sola direzione nel rapporto fra l’ideale e il reale che chi è al potere conosca, in Italia, da troppo tempo, ma con un’accentuazione e un’accelerazione parossistica negli ultimi tempi. Che l’ideale si riduca al reale, che il diritto si schiacci sul potere e il dovere sulla forza di chi ce l’ha. Speriamo che non avvenga ancora . In ogni caso, l’autorità dell’Autorità anticorruzione ha una sola fonte: noi cittadini. Cosa avverrebbe se – Cantone non voglia – passasse invece la proposta di appiattire sulla realtà perfino uno straccio di ideale come quello, minimo, che chi a giudizio dei tribunali ha abusato del potere, debba lasciarlo almeno fino a prova contraria? Forse è bene almeno prenderne atto: sono le nostre coscienze, l’ultima barriera. Quando cederanno anche quelle, la differenza fra uno Stato e una combriccola di briganti non esisterà più. Forse non siamo mai stati così vicini a questo limite” (Abuso d’ufficio, niente scorciatoie, “Il Fatto quotidiano” 18 marzo 2015).

Il richiamo alla responsabilità personale e all’ascolto della coscienza, laddove Dio parla nella profondità del cuore, dovrebbe essere forse oggi uno degli appelli che emergono dall’ascolto del vangelo, di cui farsi voce e testimoni.

Alessandro Cortesi op

V domenica tempo ordinario – anno B – 2015

giobbe_0-jpg-crop_displayGeorges de la Tour, Giobbe e la moglie (Musée départemental des Vosges, Epinal)

Gb 7,1-4.6-7; 1Cor 9,16-19.22-23; Mc 1,29-39

Indignazione. E’ questo l’atteggiamento di Giobbe, uomo giusto improvvisamente sconvolto dalla sofferenza, di fronte alle parole di amici arrivati a lui per convincerlo con lunghi discorsi che il suo dolore ha una giustificazione e una ragione: le loro affermazioni sono ‘sentenze di cenere’,’un cumulo di frottole’ (13,4). Giobbe sperimenta la solitudine, tanto più nell’incomprensione degli stessi amici. Essi, se pure desiderano essergli vicini, sono tuttavia dipendenti da un modo astratto di pensare Dio e la vita umana. La solitudine di Giobbe rinvia ad un’esperienza più vasta, quella di tutti i sofferenti, i calpestati della storia. Giobbe è simbolo umano universale. La notte della malattia, che si dilata e non trascorre è simbolo dell’esistenza di molti. E le parole di Giobbe, senza ritegno, parlano dell’assurdità del male dell’incapacità di trovare spiegazioni ed anche dell’indifferenza dei più di fronte allo scandalo del dolore innocente. La sua indignazione è protesta rivolta anche contro coloro che atteggiandosi da consolatori religiosi non assumono il dolore altrui e non lo ascoltano, non lo prendono su di sè. L’invocazione: ‘Ricordati’ è indirizzata a Dio, un grido lanciato con un soffio di respiro che rinvia alla debolezza dell’esistenza: ‘Ricordati che un soffio è la mia vita’. Il libro di Giobbe è nella Bibbia una pagina sovvertitrice: è ribellione di fronte alle tranquille soluzioni teologiche sulla questione del male. Giobbe le discute e le disgrega; trova ingiustificabile ogni ‘perché’. Scopre un rapporto con Dio che sta al di là delle giustificazioni razionali, nell’arrendersi in un abbandno a Lui nella consapevolezza di lottare con Lui contro ogni male.

Nella casa di Simone e Andrea Gesù entra, si accosta alla suocera di Simone che era a letto con la febbre, la solleva prendendola per mano. Con pochi essenziali tratti Marco quasi dipinge la scena di una guarigione. Gesù si fa vicino e si prende cura di chi in quella casa soffriva. Non rimane a distanza ma si accosta. Nei racconti dei gesti di guarigione di Gesù non c’è alcun soffermarsi sulle forze maligne o sull’origine del male.

Al centro della scena è l’agire di Gesù: il suo entrare nella casa, il farsi vicino, l’ascolto, il suo lasciarsi coinvolgere nella sofferenza dell’altro e la sua disponibiliità ad accogliere. In lui si rende vicina la potenza di Dio che vuole restituire l’uomo a se stesso, liberare le persone in tutte le dimensioni della vita. Gesù guarda sempre non tanto alla malattia ma alla persona; non invita a rassegnarsi di fronte al male, né esorta a soffrire.

Nei suoi gesti comunica che Dio si fa vicino nella cura e liberazione. Gesù prende per mano la scuocera di Pietro e la restituisce al suo quotidiano: vince così il male. Prendere per mano è segno di un contatto che coinvolge e lega insieme: è la compassione di Gesù, il suo farsi vicino e la sua cura rompe quel cerchio di solitudine e di isolamento che segna l’esperienza della sofferenza. Gesù fa propria la situazione di chi soffre e ne porta insieme il peso.

I gesti di Gesù si connotano come gesti di vicinanza, cura, liberazione: rendono presenti i segni annunciati dalle promesse dei profeti sui tempi del messia: “Allora si apriranno gli occhi dei ciechi, e si schiuderanno gli orecchi dei sordi. Allora lo zoppo salterà come un cervo, griderà di gioia la lingua del muto, perché scaturiranno acque nel deserto, scorreranno torrenti nella steppa” (Is 35,5; cfr. Is 26,19).

Questa breve scena è anche una parola sulla vita dei discepoli: la suocera di Pietro, guarita, dice Marco, si mise a servirli. E’ quasi la descrizione dell’esperienza del discepolo: nell’incontro con Gesù si attua una guarigione, una liberazione da tutto ciò che opprime, si apre una strada per seguire lui, nella scelta del servizio. Nell’agire di Gesù c’è un significato per la vita della comunità: solo chi ha fatto esperienza di essere guarito può sentire la sofferenza dell’altro e comunicare testimonianza; il discepolo è chi ha vissuto l’esperienza del venire accanto dell’ accostarsi di Gesù, della sua forza di liberazione. Ha scoperto Gesù in un incontro e si pone a seguirlo nella via del servizio (cfr. Mc 10,46-52).1009-c397-673-fresco-bizantino-en-la-ciudad-de-mistra

Alcune osservazioni per noi oggi

Gustavo Gutierrez, fondatore della teologia della liberazione, parte da Giobbe per chiedersi come è possibile parlare di Dio a partire dalla sofferenza dell’innocente (Parlare di Dio a partire dalla sofferenza degli innocenti, Queriniana Brescia, 1986). Il punto di partenza di ogni tentativo di parlare di Dio che sta al centro della fede dovrebbe essere proprio la sofferenza. E’ una provocazione a pensare in modo diverso e nuovo la fede e la stessa teologia: non un discorso elaborato fuori e indipendentemente dalla sofferenza concreta e lontano dai volti, ma un parlare che nasce da un ascolto e da un coinvolgimento: un parlare di Dio diverso e nuovo. Non potrà mai essere un discorso consolatorio, non potrà mai essere un discorso asettico. Potrà esserci solo insieme ad una prassi di vicinanza, di cura e di liberazione. Non sarà mai un discorso tronfio delle proprie conclusioni, ma una parola politica e mistica ad un tempo. “Solo sapendo tacere e sapendo compromettersi con la sofferenza dei poveri si potrà parlare loro della speranza. Solo prendendo sul serio il dolore dell’umanità, la sofferenza dell’innocente, e vivendo alla luce pasquale il mistero della croce, in mezzo a questa stessa realtà, sarà possibile evitare che la nostra teoloiga sia un discorso fatuo. Solo allora non meriteremo, da parte dei poveri di oggi, il rimprovero che Giobbe gettava in faccia ai suoi amici ‘siete tutti consolatori stucchevoli’ (Gb 16,2)” (ibid., 203).

Paolo nella seconda lettura dice ‘mi sono fatto tutto a tutti’: è una indicazione sull’atteggiamento di incontro e di apertura all’altro, scorgendo nell’incontro un’esperienza che decentra la propria vita. Non esiste solo la simpatia, attitudine spontanea di sintonia con chi è vicino per varie affinità. C’è anche un atteggiamento possibile nell’incontro, che è frutto di scelta e di educazione: è l’atteggiamento dell’empatia, nozione approfondita in particolare da Edith Stein (Il problema dell’empatia, Studium, Roma 1988).

“La parola chiave nella descrizione dell’atto di empatia è ‘rendersi conto’ (gewahren). Si tratta di un termine che fa parte dell’esperienza del mondo esterno in un senso si direbbe iniziale o dal lato del soggetto. […] Il ‘rendersi conto’ cui fa riferimento Edith Stein è l’osservare, l’accorgersi di qualcosa che ‘affiorando d’un colpo davanti a me, mi si contrappone come oggetto (come le sofferenze che ‘leggo sul viso dell’altro’)’. Dunque, c’è una sequenza, quasi simultanea, in cui l’altro/a e il suo dolore non sono immediatamente un evento che è lì, di fronte a me, ma si presentano nella forma dell’accadere di una rottura della continuità della mia esperienza” (L. Boella – A. Buttarelli, Per amore di altro. L’empatia a partire da Edith Stein, Raffaello Cortina, Milano 2000). Empatia, allora, significa essere pronti ad un evento di rottura. E’ uno spezzarsi della continuità dell’esperienza del singolo che genera un cambiamento un’apertura all’esperienza dell’altro.

Empatia è attitudine fondamentale nella cura, esperienza di ogni persone che si fa carico della cura come chi è medico o educatore, o insegnante e porta a considerare come impostare il rapporto nell’accoglienza della ferita che segna l’esistenza: “La tua ferita è comprensibile, intende forse dire il medico. Ciò che allo sguardo del mondo può apparire come sigillo di un mistero ostile, dal quale volgere gli occhi più in fretta che si può, nella luce della carità si rivela un segno di riconoscimento, la garanzia di un’intimità fra uomini così stretta che la ferita non appartiene più a nessuno in particolare, è una condizione possibile per chiunque in ogni momento. La ferita indica così l’umanità soprattutto la prossimità del sofferente, che è semplicemente colui che patisce quel dolore unico e indivisibile che accomuna tutti i viventi, anche coloro che nemmeno ci fanno caso” (Emanuele Trevi, Musica distante Meditazioni sulle virtù, Mondadori, Milano 1997). Le ferite dell’altro divengono feritoie, fessure per scorgere le proprie ferite e la fragilità che accomuna. Attraverso di esse può sbocciare l’esperienza della cura, il riconoscimento di comune umanità e l’aprirsi di cammini nuovi in cui farsi carico dell’altro.

Come Franco Battiato esprime nelle parole della sua canzone La Cura: “E guarirai da tutte le malattie,/ perché sei un essere speciale,/ ed io, avrò cura di te. […] / Ti salverò da ogni malinconia, / perché sei un essere speciale ed io avrò cura di te … / Io sì, che avrò cura di te”.

Alessandro Cortesi op

II domenica tempo ordinario anno B – 2015

640px-Mathis_Gothart_Grünewald_022 - Versione 2(Mathias Grünewald – altare di Isenheim 1512-1516 – particolare)

1Sam 3,3-19; 1Cor 6,13-20; Gv 1,35-42

Il giovane Samuele scopre Dio si rende vicino nella sua vita con la sua parola. Samuele è figlio giunto come dono inatteso ad Anna, donna che non poteva avere figli, rimproverata dal sacerdote nel tempio perché con il suo pianto non aveva un comportamento decoroso. Samuele fa questa esperienza in un tempo in cui la parola del Signore era rara. Coglie poco alla volta con difficoltà e fatica la chiamata di Dio: “Mi hai chiamato, eccomi! Egli rispose: Non ti ho chiamato, torna a dormire! … Parla, Signore, perché il tuo servo ti ascolta”.

E’ una chiamata difficile da ricevere, e Samuele si apre poco alla volta ad intenderla, all’ascolto, anche grazie alla disponibilità di Eli. La scambia infatti per la voce del sacerdote, ma il medesimo Eli non si frappone, non lo distoglie con le sue parole, ma lo indirizza ad una parola altra, da accogliere anche per lui, anziano, sconosciuta. Lo invita così all’ascolto: “se ti chiamerà ancora dirai: Parla Signore perché il tuo servo ti ascolta”. Il volto di Dio è di un Tu che rivolge la sua parola e chiama per nome: a Samuele indica una missione, il senso della sua esistenza in un dialogo. Come con Abramo, e con Mosè. Anche Samuele raggiunto in modo inatteso vive una fatica per cogliere da dove provenga la voce che lo chiama.

“Ecco l’agnello di Dio che toglie i peccati del mondo… “. Il quarto vangelo non narra il battesimo di Gesù ma lo presuppone. Giovanni non battezza Gesù ma lo indica come l’agnello: un rinvio al suo cammino e alla croce. Il momento della morte di Gesù nel IV vangelo coincide con il tempo in cui nel tempio venivano sacrificati gli agnelli per la Pasqua, (Gv 19,36). Indicare Gesù come agnello così rinvia a signficato della Pasqua, e al cammino della liberazione dall’Egitto (Es 12). La vicenda di Gesù ha al cuore la pasqua. Il termine ‘agnello’ in aramaico (talja) indicava sia l’agnello sia il servo, e sa qui un altro rinvio alla figura del ‘servo di Jahwè’ di Isaia: “Maltrattato si lasciò umiliare e non aprì la sua bocca: era come agnello condotto al macello, come pecora muta di fronte ai suoi tosatori e non aprì la sua bocca” (Is 53,7). Il ‘servo’ prende su di sé il peccato del popolo con la nonviolenza ‘toglie il peccato del mondo’: ‘prende sulle spalle’ e ‘toglie via’, nel medesimo tempo. Porta i pesi degli altri e non pone pesi insopportabili sulle spalle degli altri.

Anche la pagina del vangelo parla di chiamate: vi sono i primi discepoli, che seguono Gesù. Che cosa cercate? E’ la prima domanda: la sequela si apre non con un discorso ma con un interrogativo. Così Gesù suscita un cammino e invita ad uno stare insieme. Seguirlo si radica su un cercare ed implica andare al fondo di un’inquietudine e di una attesa.

‘Che cosa cercate?’ è la grande domanda che attraversa il quarto vangelo. In ogni cuore c’è una sete profonda – come per la donna di Samaria al cap. 4 -. Gesù non mette al primo posto una sua risposta: piuttosto invita a stare nella ricerca, fa spazio ad una inquietudine, accompagna a porsi domande. Apre ad uno stare insieme. Oltre ogni pretesa di chiudere anche la sua presenza entro i ristretti confini di una ‘religione’ o di un tempio.

La strada conduce fino al giardino fuori del sepolcro alla fine del vangelo (Gv 20,11), quando il giardiniere sconosciuto rivolge a Maria di Magdala in lacrime una parola sconvolgente: ‘Donna, perché piangi? Chi cerchi?’. E’ chiamata per nome: ‘Maria’ e la domanda passa dal ‘che cosa’ al ‘chi’. L’intero vangelo si fa così itinerario da una ricerca di qualcosa alla ricerca di un tu, di una relazione ‘chi cerchi?’. E’ Gesù, la sua presenza, come parola di Dio al cuore di ogni ricerca umana.

Dove dimori? E’ un’altra domanda: racchiude non solo la ricerca della casa di Gesù, ma pone la questione su dove Gesù rimane. E Gesù ancora invita ad un cammino. ‘Venite e vedete’. Per accogliere lui è importante camminare, ‘venire’ e ‘vedere’, fare esperienza della sua vita, lasciarsi accogliere da lui. Si tratta di un coinvolgimento quotidiano dell’esistere, che apre ad un vedere nuovo.

Tutto questo avviene all’interno di una rete di relazioni. L’incontro con Gesù passa attraverso il tessuto delgli incontri. Sono gli incontri della quotidianità, della parentela e dell’amicizia: Andrea è fratello di Simone, Filippo è della città di Andrea, Filippo incontra Natanaele…. L’incontro con Gesù passa non attraverso voci magiche, eccezionali, ma nel tessuto delle parole, delle chiamate e delle relazioni di ogni giorno.

DSCF5464Alcuni spunti di riflessione per noi oggi

Parlare e ascoltare. Eli indica a Samuele un ascolto da coltivare. Giovanni indica Gesù e intende la sua presenza accanto a lui nell’espressione: “egli deve crescere io diminuire” (Gv 3,30). Eli può essere visto come una figura di educatore, capace di favorire un ascolto non delle parole proprie ma della parola di Dio. Questa si fa presente nel cuore di ognuno, come chiamata a compiere il proprio nome, unico e originale, la via della propria vita che nessun modello o regola può predeterminare, ma che va soperta nel dare spazio alla parole: alle parole umane e a quella Parola di Dio racchiusa nel proprio nome, nella vita.

Di fronte alle situazioni di violenza e di disumanità che sperimentiamo si accresce il senso di urgenza di quell’accompagnare alla scoperta di vie di umanizzazione che è la funzione educativa. Ma educare non è imporre un proprio modello, non è riempire di parole già date, è piuttosto fare spazio, aprire le possibilità per una ricerca oltre le chiusure e la bruttura del presente: fare spazio per un cammino in cui sia possibile l’accoglienza e lo scambio di parole di relazione.

Fare l’insegnante – osserva Carla Melazzini in “Insegnare al principe di Danimarca” (ed. Sellerio 2011) libro testimonianza di un’esperienza di scuola con ragazzi difficili in quartieri degradati – vuol dire “dare significato alla parola”, aprire a quello scambio di parole che rende possibile la comunicazione con l’altro e il superamento della violenza. Da qui la necessità di saper “accogliere i silenzi, i veti, ma anche gli indizi, i suggerimenti, gli orientamenti da parte degli alunni, pena la perdita, appunto, della significanza”. L’educazione come cammino comune, non relazione di dipendenza ma scoperta insieme nel ridare parola, nel fare spazio per ascolto, nello scambio di parole.

Alessandro Cortesi op

parole rodari

XXVI domenica del tempo ordinario – anno C – 2013

410px-Meister_des_Codex_Aureus_Epternacensis_001Codex aureus Echternach
Am 6,1-7; Sal 145; 1Tim 6,11-16; Lc 16,19-31

Un ricco e un povero sono le due figure al centro della parabola di Luca. ‘Un tale’ ricco e un povero indicato, lui solo, con un nome, Lazzaro (El ‘azar, Dio ha aiutato). La prima parte della parabola è una provocazione forte a cogliere l’abisso tra la condizione del ricco che si dava a lauti banchetti e quella del povero, che, alla sua porta, aveva fame ed era desideroso di sfamarsi di quello che cadeva dalla tavola del ricco. Una contrapposizione che si capovolge nella condizione dopo la morte quando il ricco è raffigurato agli inferi tra i tormenti e il povero invece nel seno di Abramo. Un primo messaggio riguarda così il volto di Dio: Dio non tollera questa ingiustizia, per lui il povero, di cui nessuno si accorge e che soffre a causa dell’indifferenza è qualcuno che ha un nome. Il suo nome parla di Dio e dice la vicinanza di Dio che guarda al povero e si china su di lui.

Un muro di vetro separa il ricco dal povero, una barriera che non viene valicata: è questo il primo abisso indicato. Ma Dio non tollera tale abisso e l’abisso è raffigurato capovolto quando la distanza tra il ricco assetato e che pretende ancora di essere servito è rappresentata come incolmabile. La prima parte della parabola diviene così provocazione a rendersi conto delle situazioni scandalose che si danno per scontate. E’ una parola che non intende raffigurare l’aldilà, ma è rivolta al presente e provoca a rompere queste distanze. E’ parola forte che mira innanzitutto ad aprire gli occhi per rendersi conto dell’ingiustizia che nel presente viviamo. La grande colpa del ricco non è tanto ciò che fa, ma proprio il suo essere spensierato, il suo vivere in una condizione di indifferenza, preso dalla abbondanza di quanto ha e insensibile a chi non ha pur vicino a lui. La sua spensieratezza lo fa passare oltre senza guardare addirittura a chi sta soffrendo alla sua porta. E’ incapace di vedere, di accorgersi del povero davanti alla sua casa, e non gli fa problema la vicinanza scandalosa tra una sovrabbondanza di benessere che convive fianco a fianco con la miseria e il degrado.

Non sembra forse questa una sorta di fotografia della nostra società? La disuguaglianza che separa il Nord ricco dal Sud del mondo ma anche la separazione che fa convivere l’uno accanto all’altro diversi mondi nelle nostre città nei nostri quartieri, laddove diversi Sud si intersecano con diversi Nord, una disuguaglianza accettata come fatalità o non considerata perchè lo sguardo viene diretto altrove o perché nei cuori si innalzano muri di insensibilità. L’indifferenza e la paura sono le attitudini contagios e diffuse che spingono ad elevare barriere sempre più alte per non farsi provocare dalla presenza e dalla vicinanza di chi ci ricorda la povertà e la sofferenza. E’ presenza di persone, di sofferenze, di percorsi umani che esigono di essere innanzitutto guardati in faccia e farsi consapevolezza per superare l’abisso. Per avere il coraggio di valicare quell’abisso ed non vivere come quei “farisei che erano attaccati al denaro e si burlavano di lui”. Con le immagini popolari del ‘regno dei morti’ e del ‘seno di Abramo’ Gesù ricorda Dio che guarda ai suoi poveri e non li lascia abbandonati, ma anche pone in luce che il grande peccato è l’indifferenza, quella spensieratezza che impedisce di guardare all’altro, come Amos diceva: “guai agli spensierati di Sion, a quelli che si considerano sicuri sulla montagna di Samaria”.

Ma c’è una seconda parte della parabola che ne costituisce il centro a cui tutto converge: un dialogo tra il ricco e Abramo e la ripetuta risposta al ricco che chiede di avvisare suoi fratelli: “Hanno Mosè e i profeti, ascoltino loro”. Nella vivacità del dialogo tra gli inferi e Abramo, tutto converge su questo invito che riguarda il presente. Già ci sono le Scritture, Mosè e i profeti, già nel presente ci sono indicazioni per impostare la vita in modo da renderla una vita realizzata, già, senza bisogno di miracoli o di vicende eccezionali ci sono voci da ascoltare. Solamente tale ascolto fa uscire dalla bolla che chiude e separa e rende lontani. Può condurre ad una apertura degli occhi, ad accorgersi dell’altro, a non dimenticare i poveri. C’è una circolarità tra ascolto e vedere. Ascoltare Mosè e i profeti è indicazione che Dio sta parlando e indica la via di una vita riuscita in rapporti di giustizia e di accoglienza. Si può anche estendere questo riferimento a Mosè e ai profeti: in queste parole c’è un rinvio alla Scrittura ma è profezia anche il lamento di Lazzaro alle porte del ricco, è profezia la sofferenza dei poveri che non trovano risposta alla loro fame, è grido il lamento di una creazione sfruttata solamente per arricchire i più ricchi e che non viene vissuta come luogo di condivisione. L’ascolto dei profeti che non sono riconosciuti come tali perché non hanno un nome dovrebbe trovare spazio di accoglienza in chi cerca di far proprio il modo di guardare di Dio, di Dio che conosce i nomi dei suoi poveri. E’ quindi provocazione a camminare insieme, a rompere barriere di divisione tra le persone, ed è anche provocazione ad ascoltare quella Parola di Dio presente nelle parole umane di tutti coloro che sono in ricerca del senso della propria esistenza, di tutti coloro che non pretendono di essere giusti e che non vivono prigionieri della potenza o spensierati e indifferenti, ma sono affamati e bisognosi degli altri. L’ascolto che è capacità di accoglienza e custodia di parole diviene luogo in cui imparare a custodire gli altri, i loro desideri e speranze, la loro fame e sete, e a custodire la stessa creazione in tutti i suoi aspetti.

Due parole ascoltate recentemente mi hanno colpito e vorrei accostarle a questa lettura della pagina di Luca. Sono parole che ci parlano della nostra indifferenza di mondo ricco di fronte ai drammi di popoli segnati dalla povertà, e sono anche parole che ci ricordano di non rimanere indifferenti, indifferenti come ad Auschwitz e ignavi di fronte alle tragedie del nostro presente.

La prima è una parola di Francesco, vescovo di Roma, a Lampedusa nello scorso luglio, che ha richiamato all’indifferenza di fronte al dramma dei migranti poveri: “La cultura del benessere, che ci porta a pensare a noi stessi, ci rende insensibili alle grida degli altri, ci fa vivere in bolle di sapone, che sono belle, ma non sono nulla, sono l’illusione del futile, del provvisorio, che porta all’indifferenza verso gli altri, anzi porta alla globalizzazione dell’indifferenza. In questo mondo della globalizzazione siamo caduti nella globalizzazione dell’indifferenza. Ci siamo abituati alla sofferenza dell’altro, non ci riguarda, non ci interessa, non è affare nostro. Ritorna la figura dell’Innominato di Manzoni. La globalizzazione dell’indifferenza ci rende tutti “innominati”, responsabili senza nome e senza volto. «Adamo dove sei?», «Dov’è tuo fratello?», sono le due domande che Dio pone all’inizio della storia dell’umanità e che rivolge anche a tutti gli uomini del nostro tempo, anche a noi. Ma io vorrei che ci ponessimo una terza domanda: «Chi di noi ha pianto per questo fatto e per fatti come questo?», chi ha pianto per la morte di questi fratelli e sorelle? Chi ha pianto per queste persone che erano sulla barca? Per le giovani mamme che portavano i loro bambini? Per questi uomini che desideravano qualcosa per sostenere le proprie famiglie? Siamo una società che ha dimenticato l’esperienza del piangere, del “patire con”: la globalizzazione dell’indifferenza ci ha tolto la capacità di piangere”.
La seconda è da un articolo di questi giorni di Francesca Paci (La Stampa 24.09.13) che invita a non dimenticare la sofferenza dei bambini della Siria – ma a questo si potrebbe aggiungere l’invito a non distogliere lo sguardo dalle guerre come quella nel Congo, o dalle oppressioni dei palestinesi nei territori occupati da Israele -: “Intrappolata in una guerra civile che si consuma davanti ai nostri occhi sempre più cinicamente abituati all’orrore, la Siria sta morendo. Muoiono gli uomini e le donne nelle città sotto assedio, muoiono quelli che attraversano la frontiera gonfiando un esodo senza precedenti che ha già oltrepassato quota due milioni di profughi, muoiono i bambini e con loro, con le migliaia di bare in miniatura, con le oltre 3900 scuole distrutte, con il pallone da gioco sostituito dal caricatore del kalashnikov, muore il futuro. Secondo l’ultimissimo rapporto di Save the Children, presentato all’Assemblea Generale delle Nazioni Unite, almeno due milioni di piccoli siriani combattono ogni giorno un corpo a corpo invisibile con la fame. Solo nelle campagne alla periferia di Damasco uno su venti soffre di malnutrizione e il 14% è in condizioni gravi. (…) Nei suoi interventi in Siria e nei paesi confinanti, Libano, Giordania e Iraq, Save the Children ha finora raggiunto più di 600.000 persone, tra cui oltre 360.000 bambini, fornendo cibo, alloggio, vestiti, istruzione. Ma sembra un pozzo senza fondo. E l’emergenza corre più veloce degli aiuti che la tamponano appena. C’è un vecchio detto siriano, ricorda Desmond Tutu, che recita più o meno così “Anche un luogo angusto può contenere mille anime”. Il buco nero che è diventata la Siria ne contiene molte di più, grandi e piccolissime, e la difficoltà di accendere la luce non è una buona scusa per pretendere di non vederle”. Ancor oggi la grande omissione è quella di non vedere e siamo rinviati ad ascoltare Mosè e i profeti…

Alessandro Cortesi op

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