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commenti alla Parola della domenica e riflessioni

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Pentecoste – anno A – 2017

At 2,1-11; Sal 103; 1Cor 12,3b-7.12-13; Gv 20,19-23

Pentecoste, cinquanta giorni dopo la Pasqua, una delle feste principali per Israele (Deut 16,16), tra quelle del pellegrinaggio detta festa delle settimane: “Conterai sette settimane; da quando si metterà la falce nella messe comincerai a contare sette settimane; poi celebrerai la festa delle settimane per il Signore tuo Dio, offrendo nella misura della tua generosità e in ragione di ciò che il Signore tuo Dio ti avrà benedetto” (Deut 16,9-10; cfr. Num 28,26). Festa gioia nella luce dell’estate mentre si lavora alla mietitura.

In tale sfondo per Israele la festa assume il carattere di memoria della Torah, grande dono di Dio. Per questo è strettamente legata alla Pasqua. Il cammino di libertà che la Pasqua celebra si fa quotidiana fedeltà nell’accogliere la legge, la parola di Dio nella vita. Tutto è orientato al servizio al Signore: “Io sarò con te. Eccoti il segno che io ti ho mandato: quando tu avrai fatto uscire il popolo dall’Egitto, servirete Dio su questo monte” (Es 3,12).

Per questo nella tradizione ebraica la festa di pentecoste non è stabilita in una data precisa ma richiede il conto dei giorni, a partire da Pasqua: e proprio il contare i giorni reca in sè il rinvio all’attesa e ad esperire il presente nel segno della precarietà.

Il IV vangelo parla della discesa dello Spirito la sera del medesimo giorno di Pasqua. E’ dono di Gesù risorto in mezzo ai suoi. Gesù in mezzo ai discepoli ‘alitò su di loro e disse: Ricevete lo Spirito Santo’ (Gv 20,22). Il momento della morte di Gesù era stato presentato come l’ora in cui Gesù dopo aver amato i suoi fino alla fine consegna lo spirito (Gv 19,30). Il dono dello Spirito è così letto come dono dell’ora e dei quella morte che il IV vangelo fa scorgere come manifestazione della gloria di Dio. Paradossalmente è momento di umiliazione ma là si manifesta il volto di Dio che ama sino alla fine. La sera di quello stesso giorno – è il giorno della Pasqua – il dono si rende presente per la comunità riunita.

Lo Spirito è il soffio di vita e di presenza. Forza di rigenerazione, di apertura, di libertà. A Nicodemo Gesù aveva detto: “Il vento soffia dove vuole e ne senti la voce, ma non sai di dove viene e dove va: così è di chiunque è nato dallo Spirito” (Gv 3,8) Al maestro d’Israele aveva posto un orizzonte di rinascita: “se uno non rinasce dall’alto non può entrare nel regno di Dio… se uno non nasce da acqua e da Spirito, non può entrare nel regno di Dio” (Gv 3,3.5).

Il dono della Legge era per Israele parola di vita, chiamata che radunava il popolo nell’ascolto. Gesù nella sera di Pasqua alita sui suoi. Rinnova così il soffio della creazione, fa rinascere una comunità: è una ri-creazione in una corrente di vita che sarà quella del ‘rimanare’ in lui: “rimanete nel mio amore…”. Nella primavera di quel giardino luogo di un ‘sepolcro nuovo’ Gesù comunica il soffio di una vita nuova nella libertà dal male e dal peccato. E’ soffio che spinge ad andare e si fa invio a tutta la comunità a portare e tessere riconciliazione: ‘a chi rimetterete i peccati saranno rimessi’ (Gv 20,23). Al soffio della creazione si affianca il soffio della parola di perdono.

Gesù infrange le barriere della paura e dona il coraggio alla comunità dei discepoli per aprire le porte ed uscire. Il dono del soffio è dono di una legge nel cuore (Ger 31,31), presenza interiore che fa vivere con questa forza. E’ anche invio di una comunità. Non solo alcuni ma tutti nella comunità sono investiti di forza in riferimento alla speranza di Mosè: “fossero tutti profeti nel popolo del Signore e volesse il Signore dare loro il suo Spirito” (Num 11,29).

A Pentecoste lo Spirito è presenza che dona forza, rende capaci di annunciare e testimoniare l’opera di Dio e de-centra la nostra vita.

Alessandro Cortesi op

Spirito

Jean-Pierre Jossua (1930), teologo francese, direttore della rivista ‘Concilium’ dal 1970 al 1996, in un breve e denso libro autobiografico (Se il tuo cuore crede… Il cammino di una fede, Il pozzo di Giacobbe 2010) racconta la sua esperienza di credente. Non un credente tranquillo e senza interrogativi, neppure un credente irreggimentato in un’appartenenza irresponsabile e acritica. Piuttosto un credente in esilio, consapevole che fede sia esperienza personale generata nell’interscambio di un atto proprio di un io e di un noi insieme, e peraltro pienamente conscio del disincanto della modernità e dei limiti storici di una chiesa ancor troppo centrata su di sé.

Parla del suo percorso come di una progressiva scoperta a partire da un ‘sentimento di presenza’ che l’ha aperto progressivamente alla scoperta della portata dell’incarnazione come “prossimità di Dio in un’esistenza umana, ma anche come regime integralmente umano dei doni di Dio”.

Al sorgere dell’esperienza del credere in tale senso è seguita la scoperta di Gesù, esito di una lettura continua e approfondita dei vangeli condotta insieme ad altri . Ma questa scoperta si connota in modo particolare e viene sperimentata in una condizione di assenza e di interiorità.

Raccontando di questo passaggio Jossua giunge a parlare dello ‘Spirito di Dio’: “Tuttavia non ho ancora detto tutto. Gesù è presente nella mia ‘memoria’ come un riferimento o meglio: come una fonte permanente. Lo credo presente nell’atto con cui si fa comunitariamente ‘memoria’ di lui. Ma non ho una relazione attuale – immaginativa dialogica – con la sua persona. Perché questa relazione non struttura la mia fede?…. perché faccio esperienza di Gesù come di uno che è partito, che è assente. Una partenza, un’assenza indispensabili per instaurare il regime che corrisponde veramente alle promesse: quello della prossimità di Dio non più nell’ordine della visibilità, ma dell’interiorità. Il solo ordine che può assicurare la totale libertà del credente. (…) In lui, ciò che io credo e a cui mi appello è lo ‘Spirito’ di Dio, profondamente presente nella mia preghiera, nelle mie azioni, nel mio essere, più di qualsivoglia presenza esplicita. Perché io non ho un’esperienza vissuta dello Spirito, che mi consenta di identificarlo, ma la mia fede consiste nell’attribuire a lui, in una maniera diversa che a Gesù, tutto quello che ho detto finora e nell’abbandonarmi al movimento con cui credo che egli mi conduca…” (p.30).

C’è un segreto dello Spirito da scorgere nell’esistenza umana: è la sua prossimità interiore nell’assenza di Gesù. Il cammino credente vive di questa mancanza e di questa ferita. E’ dolore e ferita che rinvia a tutti i posti vuoti nella vita. Sono i posti di ognune e ognuno che ci manca perché ci ha lasciato, perché è andato avanti o anche perché, pur nel suo esser vicino, è sempre inaccessibile nella profondità della sua esistenza inattingibile. Questa ferita che segna l’umano è piena di nostalgia e di desiderio, movimenti insieme verso il passato e verso il futuro, tensione e attesa. E tutto ciò genera sguardo pensoso a scorgere tracce, memorie, rinvii ad una presenza che si fa interiore e coinvolgente, verso una sorgente nascosta.

Ancora Jossua osserva: “Essendo nato nel XX secolo non posso sentire né concepire la natura come una strada verso Dio… amando appassionatamente l’idea che il servizio del prossimo ha un valore assoluto, non ho mai sperimentato un atto di accoglienza come qualcosa che mi colleghi a Dio. Abito in un mondo profano ed è per questo che l’autonomia morale e l’agnosticismo religioso non mi sorprendono. Tuttavia, a partire dalla mia fede, ogni bellezza scoperta in un istante dell’universo o in una creazione umana, ogni scintilla di libertà o di bontà riconosciuta in un essere, ogni avvenimento felice e in particolare l’incontro con una persona, sono vissuti da me – senza essere alterati nella loro emozione e nel loro significato proprio, e rimanendo condivisibili con tutti – come altrettanti doni e segni posti nel cuore della mia relazione con Dio e che suscitano un’immensa gratitudine. E’ questa forma di relazione che posso chiamare Creazione e che collego al mi sentimento iniziale di una onnipresenza (…) Essa potrebbe essere paragonata a quella del poeta che ritrova, attraverso un contatto col reale nella sua semplicità, il cammino dell’unità e una parola vera, senza abolire una distanza ormai ineluttabile, anzitutto quella della vita ordinaria e della scienza. Ma percorrendo un cammino inverso: il cammino della fede che si accorda alla Sorgente nascosta per ritrovare il mondo” (pp. 16-17).

L’apertura del cuore in questo parlare della propria esperienza dello spirito, prossimità interiore di Dio, è ricca di motivi per pensare, soprattutto quando sottolinea che il cammino di fede nella sua esperienza si è alimentato e trova continuo nutrimento  proprio nel rapporto con tutto ciò che è lontano, diverso, anche talvolta contrastante, ben lungi da una cultura chiusa e paga di se stessa. Sono osservazioni che provengono da un teologo che si è dedicato a sondare la letteratura quale luogo della teologia e che, pioniere della ‘teologia letteraria’, ha aperto la via a scorgere come la letteratura offra grammatica e linguaggi per una meditazione della fede oltre i confini stabiliti.

Si è lascianto interrogare dalla ricerca presente in autori con convinzioni diverse, dall’inquietudine dell’assoluto presente nel cuore di credenti e agnostici, dalle parole pregne della vita dell’altro. E’ la fecondità dell’irruzione dello straniero nella vita: “La mia fede si nutre di ciò che le è straniero. Niente di peggio per lei di una cultura clericale bloccata sull’identico. Sul versante critico della teologia letteraria, gli scrittori e i poeti non cristiani (o cristiani altrimenti) mi hanno dato molto. Al di là del piacere della lettura, della lezione di scrittura, del risveglio dell’immaginazione e della capacità di sognare, nonché di una conoscenza crescente dell’uomo in sinergia con l’esperienza della vita – dono di ogni opera letteraria a coloro che veramente la amano – essi mi hanno offerto in maniera insostituibile un insegnamento sulla diversità dell’altro, compreso, amato e rispettato per quello che è” (pp.50-51).

A conclusione del suo breve scritto Jossua cerca di offrire pagine di preghiera tirando fuori dal profondo quello che ha da dire a Dio. Un aiuto a pronunciare parole sincere, ad esprimere un cammino del credere vacillante a fronte di tanta superficialità che attornia e pervade, un aiuto a lasciare lo spirito che respira nell’interiorità, invocare e far parlare la vita:

“Vorrei guardare con te mio Dio, i percorsi infinitamente complicati degli esseri, leggere come te le loro vite dall’interno. Non per curiosità ma per rendere loro giustizia. Sentire le ferite che hanno deviato il corso delle loro esistenze verso l’ottusità o la malvagità, le ragioni per cui alcuni sono stati fuorviati dall’assoluto e dal bene, o per cui altri, con tutti i doni, saranno votati allo scacco. (…) Io non aspiro al carisma di leggere nei cuori, spesso attribuito ai profeti e ai santi. Le poche intuizioni – psicologiche? spirituali? – che mi sono state donate non mi sembrano altro che dei risultati mediamente felici. Il sogno che ti dedico è piuttosto di raggiungere, per poco che sia, il tuo sguardo di misericordia” (pp. 116-117).

Alessandro Cortesi op

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XXIV domenica tempo ordinario anno C – 2016

img_1696(santo Domingo de Silos – chiostro – Emmaus part.)

Es 32,7-11.13-14; 1Tim 1,12-17; Lc 15,1-32

“Si avvicinavano a lui tutti i pubblicani e i peccatori per ascoltarlo. I farisei e gli scribi mormoravano: Costui riceve i peccatori e mangia con loro”. Farisei e scribi mormorano come Israele nel deserto. Mormorare è il lamento di chi preferisce la sicurezza di una schiavitù che rassicura al camminare nella libertà a cui Dio apre. Altri invece ‘si avvicinavano per ascoltarlo’. Farsi vicini nell’ascolto è il tratto di chi vive la vita come ricerca di libertà. Nel vangelo di Luca è questa la caratteristica del discepolo. Mentre Gesù condivide il pasto con gli esclusi, proprio loro, irregolari dal punto di vista sociale e religioso, sono i più disponibili ad ascoltare.

Gesù risponde al mormorare dei farisei con tre parabole. Tre storie tratte dalla quotidianità, che rinviano al volto di Dio. Con queste parole Gesù esprime il significato del suo agire. Nei suoi gesti c’è una pretesa ed un invito: Dio agisce come qualcuno che accoglie senza condizioni, al di là dei confini di esclusione. Gesù sta con chi è lasciato fuori, considerato escluso, condivide la loro sofferenza. Le parabole parlano di un pastore che va in cerca della pecora perduta, di una donna che cerca una moneta nella sua casa e di un padre che accoglie i figli allontanati. Tutte parlano di una perdita, di una attesa e ricerca e di un ritrovamento. Sono racconto di un volto di Dio che sperimenta una perdita ed una ricerca. Per chi si pone alla ricerca quanto è perduto vale più di tutto il resto. Gesù parla così del volto di Dio Padre, un padre dal volto materno, capace di tenerezza e commozione, che si china alla ricerca dell’uomo, che si fa vicino e ricerca l’incontro.

La parabola del padre può essere letta in tre momenti: la prima scena è un percorso di allontanamento e di autonomia. Il figlio minore chiede di andarsene dalla casa e incontra una risposta di libertà. E’ desideroso di sciogliere legami e vivere indipendenza. Ma in quell’esperienza sperimenta la deriva del fallimento di una libertà senza orizzonti fino a ritrovarsi solo. Prende così la decisione di ‘ritornare’ in quella casa che aveva lasciato, di cambiare decisamente direzione. Le ragioni di tale ritorno tuttavia sono quelle di una sicurezza quotidiana, di bastare a se stesso, di trovare da mangiare almeno come i salariati nella casa del padre. Il punto di svolta si pone a questo punto: è una ‘conversione’, un orientamento diverso che lo riconduce nella casa da cui era partito. Tuttavia quel figlio si aspetta un futuro secondo una soluzione del buon senso: non torna come figlio ma come servo e la richiesta che pensa in cuor suo è ‘trattami d’ora in poi come uno dei tuoi garzoni’. Quel padre è per lui ancora e solamente un padrone.

La seconda scena vede al centro la figura del padre: il suo sguardo è carico di attesa e speranza. Da lontano scorge il figlio che torna: nei suoi occhi consumati sta il senso della perdita e la tensione per ritrovarlo come figlio. E’ sguardo che sfonda gli orizzonti, nella fatica dell’attesa. Nel momento in cui vede il figlio che torna non c’è spazio per le parole: non si cura di ricevere espressioni di pentimento e nemmeno pretende scuse o motivazioni. Non pone nuove condizioni. Ciò che conta per lui è l’incontro. L’abbraccio diviene così parola di un amore che apre a ricominciare sempre e comunque. La sua parola è nel gesto. E’ un padre che non fa calcoli: gli si gettò al collo e lo baciò. I segni di quest’incontro sono i segni della festa, una gratuità riscoperta che coinvolge tutti. Sono così i segni della libertà, l’abito più bello, l’anello al dito, i calzari ai piedi.

L’abbraccio del padre trasforma una storia di morte in una storia di vita: ‘mangiamo e facciamo festa, perché questo mio figlio era morto ed è tornato in vita, era perduto ed è stato ritrovato’. Lascia alle spalle ciò che è passato e guarda alle cose nuove che germogliano.

La terza scena vede ancora al centro il padre. Questa volta è lui stesso a muoversi ed uscire. Ancora è suo il primo movimento. Esce per andare incontro, verso il figlio maggiore, chiuso e lontano nella sua invidia, nella gelosia e nel suo rancore. Il padre esce per pregarlo: anche quel figlio viveva nella medesima casa, ma ci stava da estraneo, con lo spirito del servo. Non aveva compreso ciò che contava di più, il senso del rapporto, una vita insieme. Anche verso di lui, in modo diverso, il padre si accosta con compassione, facendosi vicino alla sua sofferenza che lo induriva. Le sue parole sono invito a scoprire che è possibile stare in quella casa da figli, e che è possibile allora divenire fratelli: ‘figlio, tu sei sempre con me e tutto ciò che è mio è tuo; ma bisognava far festa e rallegrarsi, perché questo tuo fratello era morto ed è tornato in vita, era perduto ed è stato ritrovato’. Non c’è solamente in gioco il rapporto con lui, da figlio e non da servo, ma c’è un cammino possibile di apertura a scoprirsi fratello con l’altro. Gesù rinvia con questo racconto al volto di Dio, allo stile del suo agire. L’incontro in cui si passa dall’inimicizia alla fraternità è esperienza di incontro con Dio stesso.

Questa parabola illumina i suoi gesti: la condivisione di tavola con gli esclusi è gesto che traduce lo stile di Dio, che non viene meno nel ricercare quanto è più prezioso: vivere accoglienza, costruire incontro. Tutti, in modi diversi sono attesi. Al cuore della fede sta un cammino di umanità per condividere, nel rapporto gli uni con gli altri, l’esperienza di essere accolti in una medesima casa.

Alessandro Cortesi op

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Libertà

«La libertà, Sancio, è uno dei più preziosi doni che i cieli abbiano mai dato agli uomini; né i tesori che racchiude la terra né che copre il mare sono da paragonare a essa; per la libertà, come per l’onore, si può e si deve mettere a repentaglio la vita» (M. de Cervantes, Il fantastico hidalgo don Chisciotte della Mancia, Rizzoli, 2005, 471).

Nel 1597 Miguel de Cervantes, a causa di rovesci economici finì in carcere. Fu proprio in tale circostanza della sua vita, mentre era in prigione a Siviglia, che si fece strada in lui l’intuizione della scrittura del Don Chisciotte. Al pari di tutte le grandi opere della letteratura nel profilo di un singolo viene riflessa la tensione di ogni uomo e donna verso una idealità di giustizia, di libertà, che Cervantes ebbe l’abilità di declinare con tratti di comicità e di profonda ironia. Il sorriso che la sua scrittura genera è colmo di comprensione dell’animo umano e della capacità di far scorgere anche una critica profonda alle pretese di esaltazione e di dominio.

Nel 1605 apparve la prima parte del Chisciotte, poi la seconda parte nel 1615. Cervantes articola in una serie di avventure la vicenda dell’ hidalgo don Alonso Quijano divoratore di letteratura cavalleresca che si immerge nelle vicende dei suoi miti sino a farsi viaggiatore con il suo compagno Sancho per liberare gli oppressi. Si delinea così un viaggio, a cui il cavaliere errante costringe Sancho nelle più dure prove e s’immerge egli stesso nella durezza della realtà, scorgendone i lati di disincanto e di violenza, sino a morire.

Questo viaggio ha al cuore un desiderio ed un messaggio di libertà: in fondo la grandezza dell’opera, come quella di tutti i grandi capolavori è riportare al senso di un viaggio, interiore ed esteriore, ed essere una parola rivelatrice dell’esistenza umana.

C’è nel don Chisciotte un movimento di uscita, una cavalcata, con Ronzinante e un asino, nel rincorrere ideali da attuare in una missione avvertita come chiamata interiore. E ricorre anche il motivo del ritorno a casa con la preoccupazione di vari personaggi che vogliono riportare l’hidalgo da dove era partito, e ricondurlo alla realtà, talvolta prendendosi gioco di lui. Don Chisciotte stesso partecipa alla vicenda delle vittime che intende liberare.

Il suo viaggio è percorso che coinvolge la vita, nel porre al primo posto la ricerca di una libertà quale scoperta di sè e quale impegno nel mettersi al servizio di una liberazione di altri, con la fantasia e l’ingenuità di chi lotta nonostante la durezza e le contraddizioni. Non senza ironia e con la disponibilità a sorridere anche di se stessi. In questo cammino si rende sempre più chiaro cosa sia l’autentica libertà, per sè e per altri, nell’incontro, come dice don Chisciotte a Sancho:

«La libertad, Sancho, es uno de los más preciosos dones que a los hombres dieron los cielos; con ella no pueden igualarse los tesoros que encierran la tierra y el mar: por la libertad, así como por la honra, se puede y debe aventurar la vida».

Alessandro Cortesi op

XIV domenica tempo ordinario – anno C – 2016

134320054-dae528b4-dad3-4dab-9be9-e56b3c63f0be(Codex Purpureus Rossanensis – manoscritto del V- VI secolo recentemente restaurato e che sta facendo ritorno a Rossano – CS)

Is 66,10-14; Gal 6,14-18; Lc 10,1-2.17-20

“Come una madre consola un figlio, così io vi consolerò”. Consolazione è parola che ritorna in modo insistente in questa pagina del terzo-Isaia: è l’espressione di una grande speranza, al cuore dell’esperienza di un profeta che nel tempo della fine dell’esilio ricorda la fedeltà di Dio, la sua tenerezza e richiama a fondare su questa sua presenza ogni azione del presente e ogni sguardo al futuro.

Nella lettera ai Galati Paolo presenta la vita del cristiano come cammino di libertà. Non si tratta di una libertà qualsiasi: certamente non una libertà dai tratti dell’individualismo e del possesso. Non è una ‘libertà posseduta’, quale dominio personale, in cui l’altro è percepito come limite. Essere stati liberati dal Cristo apre ad una libertà ‘per incontrare l’altro’, spinge a farsi carico, a prendersi cura.

Seguire Gesù è così un cammino aperto a chi non proviene dal popolo delle promesse, gli ebrei, ma dal mondo dei ‘pagani’, a chi è considerato lontano, estraneo ai confini religiosi. I Galati che avevano accolto il ‘vangelo’ annunciato da Paolo come forza liberante, ben presto si erano volti alla predicazione di chi intendeva riportarli alle condizioni della legge. Paolo in modo polemico reagisce contro chi chiedeva ai pagani la condizione di seguire l’osservanza della legge giudaica per essere cristiani. Sulla via di Damasco aveva scoperto che Cristo gli aveva donato la salvezza senza alcuna condizione e lo inviava a farsi testimone di possibilità di incontro anche per i pagani. Credere significa aprirsi alla riconoscenza e alla responsabilità per questo dono. La salvezza non è limitata a coloro che vivono nell’obbedienza alla legge. Paolo si è scoperto salvato con una libertà nuova: “quanto a me non ci sia altro vanto che nella croce del Signore nostro Gesù Cristo”.

L’invio di Gesù è rivolto ad ogni nazione e popolo per una convocazione nuova. Settantadue era il numero dei popoli che formavano il tessuto multicolore dell’umanità originaria (Gen 10). I discepoli sono chiamati a vivere la loro testimonianza senza appesantimenti inutili e vivendo un cammino che reca pace e annuncia il regno di Dio quale vicinanza di Dio che consola, che fa scorrere la pace, che prende in braccio.

Alcuni tratti di uno stile di missione e del profilo di chi è inviato possono essere posti in luce: il primo tratto è l’andare insieme, a due a due. C’è un’importanza particolare dell’incontro da condurre nel cammino. Essere insieme è occasione di dialogo, di confronto, come i due di Emmaus. Il secondo tratto è la preghiera: “pregate il padrone della messe…”. Lo sguardo di chi è mandato non dev’essere ripiegato ma aperto sul mondo in cui una messe sta crescendo. E’ simbolo di un operare di Dio che già è presente e chiama al lavoro di raccolta e raduno propria degli inviati. Un terzo tratto è la scelta della nonviolenza: “ecco, vi mando come agnelli in mezzo a lupi”. Come agnelli, capaci di stare anche in mezzo a lupi rifiutando la logica della violenza ma rimanendo al seguito di Gesù, che ha vissuto decisamente il contrasto forte alla violenza con la sua testimonianza fedele e inerme. L’annuncio da portare si connota per essere annuncio di pace: “In qualunque casa entriate, prima dite: Pace a questa casa!”. Un quarto tratto è la sobrietà e la libertà: “non portate borsa né sacca né sandali”. Il non essere appesantiti da troppe cose apre ad una condizione di passare con leggerezza, nella disponibilità al cammino e nell’apertura interiore a scorgere il bene. Un quinto tratto è il disinteresse: quando si è accolti, accettare la condivisione è occasione di scoprire il miracolo dell’ospitalità, e la stessa fede come via di dialogo ricordando il centro dell’annuncio che è il regno di Dio: “Quando entrerete in una città e vi accoglieranno, mangiate quello che vi sarà offerto, guarite i malati che vi si trovano, e dite loro: “È vicino a voi il regno di Dio”. Quando non si è accolti, non cercare di trattenere nulla. Infine un ultimo tratto è la serenità che conduce a gioire non per i risultati ma per la presenza di Dio che ha cura di noi: la vita è nelle sue mani: “Rallegratevi piuttosto perché i vostri nomi sono scritti nei cieli”.

Alessandro Cortesi op

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Di fronte alla violenza

Avvertiamo in questi tempi un crescere di violenza presente in modo pervasivo e in ambiti che possono essere considerati diversi e lontani. E’ la violenza di chi rivendica separazioni e nuove frontiere e rifiuta di affrontare la complessità delle questioni poste dalle migrazioni. E’ la violenza di guerre spesso dimenticate che hanno come ragioni il dominio sulle fonti energetiche e sulle risorse. E’ la violenza condotta in modo sistematico nello sfruttamento indiscriminato della terra. E’ la violenza che si manifesta in omicidi che vedono come vittime soprattutto le donne e denotano una mentalità maschilista di potere. C’è tuttavia un legame tra queste forme di violenza in cui scorgere un appello oggi a ricercare un nuovo stile del vivere che non separi gli ambiti di esperienza ma ne sappia cogliere i profondi collegamenti.

Vandana Shiva, testimone di una lotta per un diverso paradigma di vita ecologica e sociale, fondatrice della ‘Università della terra’ e autrice tra molti altri libri di Chi nutrirà il mondo? Manifesto per il cibo del terzo millennio e di Terra madre. Sopravvivere allo sviluppo ha riflettuto sul legame di diversi tipi di violenza: “un modello di patriarcato capitalista che escluda il lavoro delle donne e la creazione di ricchezza nella mente, aggrava la violenza escludendo le donne dai loro mezzi di sostentamento e alienandole dalle risorse naturali da cui i loro mezzi di sostentamento dipendono: la loro terra, i loro boschi, la loro acqua, i loro semi e la biodiversità. Le riforme economiche basate sull’idea di una crescita illimitata in un mondo limitato possono essere mantenute soltanto dal furto, da parte dei potenti, delle risorse degli inermi. Il furto delle risorse che è essenziale per la ‘crescita’ crea una cultura di stupro, lo stupro della terra, delle economie autosufficienti, lo stupro delle donne. L’unico modo in cui questa ‘crescita’ è ‘inclusiva’ è attraverso la sua inclusione di numeri sempre più vasti di persone nella sua cerchia di violenza. Ho ripetutamente sottolineato che lo stupro della Terra e lo stupro delle donne sono intimamente collegati, sia metaforicamente nel modellare visione del mondo, sia materialmente nel modellare le vite quotidiane delle donne. L’aggravamento della vulnerabilità economica delle donne le rende più vulnerabili a tutte le forme di violenza, comprese le aggressioni sessuali” (Riforme economiche e violenza contro le donne).

Recentemente l’esito del referendum in Gran Bretagna ha condotto a cogliere la diffusione del clima di paura e di desiderio di rinchiudersi e di erigere nuove frontiere di separazione e di difesa: ma ha anche evidenziato, in una campagna appiattita solamente su considerazioni di interesse economico, una mancanza fondamentale di pensieri grandi, di parole capaci di dare senso oltre allo stretto calcolo di vantaggi di corto respiro, capaci di far risuonare considerazione di significati profondi di altre dimensioni della vita tute insieme relazionate.

Ancora Vandana Shiva ricorda come la vita sia un tessuto fragile, non riducibile ad un oggetto da manipolare, ma una realtà che fiorisce nella relazione di diversi piani dell’essere, a tante e diverse dimensioni. «L’economia dei beni comuni è l’unica possibilità che l’umanità ha di sopravvivere. Le risorse del pianeta vanno tutelate, è una nostra responsabilità. L’economia va ridefinita»

C’è un legame profondo tra il rapporto umanità con la natura e i rapporti tra le persone e i popoli nell’incontro delle diversità e nella considerazione dell’altro: questa è forse la grande questione da considerare al cuore del sistema economico, della crisi dell’Europa in questo momento, della violenza che si diffonde e che denota incapacità a vivere la sfida dell’incontro. Uno sguardo attento a queste interrelazioni, a tali legami, scorgendo paradigmi alternativi di vita, è forse un orizzonte in cui scoprire oggi percorsi possibili di pace.

Alessandro Cortesi op

VI domenica tempo ordinario – anno A – 2014

Meister_der_Reichenauer_Schule_001(Maestro di Reichenau ca. 1010)
Sir 15,16-21; Sal 118 1Cor 2,6-10; Mt 5,17-37

“Se vuoi osservare i suoi comandamenti, essi ti custodiranno … Grande infatti è la sapienza del Signore; forte e potente, egli vede ogni cosa. I suoi occhi sono su coloro che lo temono, egli conosce ogni opera degli uomini”.
‘Se vuoi…’ la Parola di Dio è appello ad una libertà come risposta. Quando rispondiamo a qualcuno che chiama siamo invitati innanzitutto ad uscire dalla solitudine, ad aprirci all’altro nella nostra vita. E’ la possibilità di scoperta di una relazione. Rispondere è anche apertura a lasciarsi cambiare dalla parola che precede e invita.

Nell’invito ‘se vuoi…’ si socchiude una porta che apre il cammino verso una parola da accogliere e far propria. I cosiddetti ‘comandamenti’ nella tradizione biblica sono innanzitutto le parole dell’alleanza, le tracce di un incontro che si fa dialogo di vita, la declinazione della parola di amore: ‘Io sono il Signore della tua vita’. In questione non è l’osservanza di una legge anonima e oppressiva, ma un rapporto personale: “se hai fiducia in lui, anche tu vivrai”. Da questo ‘se vuoi’ e dalla fiducia inizia un possibile cammino in cui la scoperta inattesa e sorprendente è quella di ‘essere custoditi’ dalle parole che aprono e custodiscono nell’incontro con Dio e con gli altri: ‘Se vuoi osservare i suoi comandamenti, essi ti custodiranno’.

Il libro del Siracide, scritto a Gerusalemme alla fine del II secolo a.C., è pervaso da un senso di serenità nel guardare alla vita. L’autore, di cui conosciamo il nome, Jeshua ben Sira, rilegge i primi capitoli del libro della Genesi e vede in essi il delinearsi della vicenda umana guidata dallo sguardo di cura e provvidenza di Dio: ‘I suoi occhi sono su coloro che lo temono, egli conosce ogni opera degli uomini’. La figura femminile della sapienza presentata nella pprima parte del libro (1-23) guida la vita dell’uomo ad un percorso di libertà davanti al bene e al male per compiere la sua esistenza nelle vie del bene: ‘Egli ti ha posto davanti fuoco e acqua: là dove vuoi tendi la tua mano’.

Accogliere l’invito ‘se vuoi’ apre a scoprirsi custoditi e guardati da occhi ‘che stanno su coloro che lo temono’ ed incontrare le parole del Signore come via per crescere, accompagnati da una pazienza amica, per attuare scelte di umanità autentica, in un cammino sempre aperto al futuro. Nella nostra vita, dice il Siracide, c’è il seme di una promessa: ‘vivrai’. Ed è questo un seme che fiorisce nell’incontro tra dono e accoglienza, tra proposta e libertà, nell’accogliere la parola di Dio e nello schierarsi di fronte al bene e al male. E’ un esser custoditi per poter esprimere nelle scelte e nei gesti della vita di ogni giorno una risposta che si radica in uno sguardo di bene e viene accompagnata ad essere espressione di una vicinanza accolta.

Dopo la pagina delle beatitudini e subito dopo le due metafore del sale e della luce, Matteo inserisce nel suo vangelo una lunga pagina delle ‘antitesi’: ‘avete inteso che fu detto, ma io vi dico…’. Gesù si pone con autorevolezza di fronte alla legge e indica l’orizzonte in cui attuare alcune indicazioni.

L’intera pagina va letta però con alcune avvertenze. La prima sta nell’accogliere l’affermazione posta all’inizio: “Non crediate che io sia venuto ad abolire la Legge o i Profeti; non sono venuto ad abolire ma a dare pieno compimento… finché non siano passati il cielo e la terra non passerà un solo iod o un solo trattino della legge”. La prima attenzione da avere sta quindi nel non intendere queste parole come una opposizione di Gesù alla legge ebraica, alla tradizione di Israele, al Dio dell’Antico Testamento. Leggere questa pagina nella logica della pura contrapposizione è grave errore: il vangelo contro la legge, il Nuovo Testamento contro l’Antico, la chiesa contro Israele, il Dio di Gesù contro il Dio di Mosè. Si tratta di quella logica della sostituzione così deleteria e che ha generato il sentimento di una superiorità nei confronti di Israele e di un atteggiamento di opposizione fino all’antisemitismo coltivato in ambienti cristiani. Non è quindi la logica della sostituzione o dell’abolizione ma quella del compimento che sta alla base delle parole di Gesù. Tutto il vangelo di Matteo risente di una discussione interna alla comunità di Matteo sulla questione di osservare o meno la legge di Mosè. Gesù non prende posizione in contrasto con la legge, ma fa andare alla radice di quei comandamenti, ne scorge l’appello che tocca l’interiorità di chi si pone in ascolto. Ciò che sta al cuore della sua preoccupazione è il regno dei cieli, il rapporto con Dio che è compassionevole e buono (Mt 5,45). Il desiderio di Dio è compassione giustizia oltre la legge stessa.
yellowchagallittle (Chagall, Crocifissione gialla)

Qui si collega una seconda avvertenza da mantenere. L’intero discorso è posto entro una insistenza ripetuta: ‘se la vostra giustizia non supererà quella degli scribi e farisei, non entrerete nel regno dei cieli’ (Mt 5,20). ‘State attenti a non praticare la vostra giustizia davanti agli uomini per non essere ammirati da loro’ (Mt 6,1). E’ questa una chiave di lettura dell’intera pagina sulle sei prescrizioni della legge. Al cuore del discorso sta l’esigenza di una ‘giustizia sovrabbondante’, in rapporto al ‘regno dei cieli’.

‘Scribi e farisei’ sono coloro che risultano preoccupati di una esecuzione religiosa puntuale ma senz’anima di prescrizioni, con uno sguardo non aperto agli altri e umile di fronte a Dio, ma ripiegato su di sè e appiattito sull’esteriorità. Di essi Gesù dirà: “Guai a voi, scribi e farisei ipocriti, che chiudete il regno dei cieli davanti agli uomini; perché così voi non vi entrate e non lasciate entrare nemmeno quelli che vogliono entrarci” (Mt 23,13). Essi perdono di vista il senso profondo dell’esperienza di fede come relazione di amore con Dio, e della legge stessa come parola che genera libertà e va accolta nel cuore. Non è un’imposizione oppressiva che genera schiavitù, ma parola che ispira a scelte responsabili e libere.

Se Dio è giusto perché rimane fedele e non viene meno alle sue promesse, ‘il giusto’ è colui che compie la parola di Dio in quanto accoglie l’incontro di alleanza e vi rimane nella fedeltà. Gesù chiede di superare quel modo di intendere la legge come pretesa di salvezza attraverso il compimento di norme, osservanze e pratiche puntuali. Non indica infatti una misura stabilita, ma richiama ad un ‘compimento’, ad un ‘portare a pienezza’. Non sono indicati i limiti, perché richiede coinvolgimento pieno della vita. Le sue parole divengono così apertura e orientamento, sfida alla libertà, indicazione di percorsi che toccano l’interiorità e che soprattutto vanno alla radice.

‘Ma io vi dico’: una pretesa risuona in queste parole e deriva da una autorevolezza della vita stessa di Gesù. E’ appello perché la vita di coloro che seguono le beatitudini non sia quella di schiavi sotto la legge – pronti a compiere il dovuto – ma di persone libere che accolgono in una adesione di coscienza a chiamata ad amare, in un movimento del ‘cuore’ la legge come relazione con Dio stesso, sua Parola. Allora non è sufficiente ‘non uccidere’ (Es 20,13; Dt 5,17), ma la provocazione di Gesù giunge alle radici della violenza che porta all’uccisione, l’insulto, il disprezzo dell’altro. Non è sufficiente ‘non commettere adulterio’ (Es 20,14; Dt 5,18) ma l’invito sta nello scorgere un modo di relazionarsi agli altri come pretesa di possesso dell’altro. Riguardo al ripudio della moglie (Dt 24,1-4) Gesù richiama una prospettiva che fa risalire alla volontà di Dio nella creazione, al significato profondo dell’incontro di uomo e donna e, in un contesto in cui solo l’uomo poteva ripudiare la moglie (darle il libello di ripudio) rendendole quasi impossobile la sopravvivenza, pone una parola di attenzione alla donna che richiama al senso originario del matrimonio come esperienza di amore fedele, non come proprietà di un’altra persona. E così sull’uso della parola indica uno stile di dirittura e coraggio.

Appaiono nel discorso tre grandi preoccupazioni di Gesù. Il cammino per il regno dei cieli non può essere vissuto se si segue una linea di scontro e di violenza contro gli altri: si richiede che il male venga riconosciuto e combattuto nelle diverse forme che si annidano nel cuore umano. In secondo luogo questo cammino si pone in alternativa ad una modalità di intendere i rapporti come possesso dell’altra persona. In terzo luogo la fede in Gesù richiede una parola trasparente e chiede una credibilità della persona senza richiamare Dio a testimone (il giuramento). Gesù propone di intendere il rapporto di riconciliazione con l’altro più sacro dell’offerta all’altare. Per realizzare l’incontro con Dio, la ‘giustizia sovrabbondante’, Gesù rinvia ad avvicinare l’altro. Non si può vivere un rapporto autentico con Dio dimenticandosi dell’altro. Tutta la legge per Gesù si riassume in un sola parola decisiva. Decisivo per lui è l’amore. L’amore di Dio si esprime nella concretezza e nella relazione con il prossimo e in tal senso il prossimo prende il posto della legge. “Amerai il Signore tuo Dio con tutto il cuore, con tutta l’anima con tutta la tua mente. Questo è il più grande e il primo dei comandamenti. E il secondo è simile al primo: Amerai il prossimo tuo come te stesso. Da questi due comandamenti dipendono tutta la Legge e i profeti” (Mt 22,37-40).

Anche Paolo parla di una sapienza che non è di chi domina. I dominatori vengono ridotti al nulla e ogni loro sapere si rivela vano. Ma è lo Spirito la presenza dono che comunica una sapienza che non viene meno. La sapienza di Dio, quella sapienza che si è raccontata nella vicenda del crocifisso: stoltezza, follia umana. Come pensare che da un condannato a morte provenga una parola di sapienza? Ma proprio la vita donata e la morte di Gesù sono manifestazione della sapienza di Dio, sapienza come amore che giunge al dono fino alla fine e che salva. Nel volto del crocifisso si è manifestata la sapienza di Dio, sapienza dell’amore. Secondo i criteri umani ciò appare come stoltezza. Paolo ricorda che solamente lo Spirito può rendere accoglienti di questo ‘vangelo’: Vita spirituale prende allora i caratteri di una vita aperta al soffio dello Spirito: “lo Spirito infatti conosce ogni cosa, anche le profondità di Dio”. Solamente lo Spirito può far sì che siamo custoditi dalla parola della croce, stoltezza e debolezza, ma sapienza e potenza di Dio.

Alessandro Cortesi op

XIII domenica tempo ordinario – anno C – 2013

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(nella foto: liberazione di un gheppio – foresta dell’Acquerino 12 maggio 2013)

1Re 19,16-21; Sal 15; Gal 5,13-18; Lc 9,51-62

“Siete stati chiamati a libertà…”. Scoprire che qualcuno ci chiama è un passaggio fondamentale nella vita umana. L’esperienza semplice eppure spesso piena di stupore di essere chiamati da qualcuno, e chiamati per nome, è sempre scoperta di essere riconosciuti nella unicità del proprio volto personale e della propria storia. Non siamo confusi in una massa anonima e indistinta, non siamo dimenticati senza un nome. Quando qualcuno chiama si genera un riconoscimento. In questo lasciar spazio all’altro sta la radice di un dialogo di persone, di una reciprocità di parola e di presenza.

L’essere chiamati per nome reca in sè la possibilità di crescere come uomini e donne, capaci di relazione. Nell’esperienza delle voci quotidiane che ci raggiungono, ascoltare il suono del proprio nome pronunciato con benevolenza apre a sperimentare il rinvio ad un senso profondo dell’esistenza come chiamata. Molte sono le chiamate che giungono dagli altri, e ci toccano in tanti modi: esigenze, doveri, richiami. E ci sono anche chiamate che recano il segnale di attenzione, cura, amore, riconoscimento, meraviglia di fronte ad un volto. E c’è anche una chiamata proveniente da quella parola inarticolata delle cose, della natura, del cosmo che pure è silenziosa invocazione e provocazione ad un ascolto e ad una risposta.

Scoprirsi chiamati è abbattimento del muro dell’indifferenza e del non riconoscimento. Chi chiama esce da una solitudine e apre spazi di incontro: nel pronunciare il nome comunica il senso di identità in relazione. Nel gesto così banale del sentir pronunciare il nostro nome sta la possibilità di scoperta dell’unicità della propria vita e dell’essere immessi in una rete di dialogo e di scambi di parola. Così ogni percorso di liberazione dalle varie forme di male sorge da una chiamata.

Quando si è chiamati si genera una sospensione ed inizia un’attesa: l’appello è ponte gettato ad attendere una risposta che dia seguito alla parola e si faccia reciprocità. L’uomo è un ‘essere chiamato’: chiamato alla vita, continuamente segnato da chi fa appello al suo nome.

Al di dentro e al di là di tutte queste chiamate si fa vicina una chiamata di Dio, che in modi a noi impensabili, raggiunge ciascuno. E’ spesso nascosta, difficile da decifrare e riconoscere, e tuttavia sta alla radice di ogni chiamare ed essere chiamati.

Nella fede come risposta ad una parola che precede e coinvolge scopriamo che la nostra vita proviene da una chiamata radicale. E’ chiamata all’esistenza in un dialogo di incontro e di amore. Il nostro nome è più di un nome tra tanti altri perché reca in se stesso la cura e l’amore di chi per primo l’ha pronunciato come unico. Un nome racchiude anche la promessa di una chiamata che è invito a partecipare ad un incontro di figliolanza e di amicizia: proviene da un Tu in cui ognuno è riconosciuto.

Nelle parole di Paolo ai Galati è possibile riscontrare tre preziose indicazioni: la prima è che la nostra vita si situa in una chiamata che viene da Dio. Essere chiamati conduce ad aprirsi alla presenza che ci riconosce: Dio non è lontana entità senza legami, ma Tu amante, presenza viva di parola e comunicazione.

La seconda indicazione è che questa chiamata è per la libertà: esperienza da vivere nella storia. Libertà è la condizione di chi non dipende, non è schiavo e sottoposto, ma capace di orientare e scegliere la direzione del suo cammino, compiendo il proprio nome, facendo germogliare i semi deposti nella sua esistenza, rispondendo ai desideri di vita.

Infine Paolo suggerisce di aprirsi ad un modo di intendere la libertà non come ‘fare ciò che è dettato dalle voglie del momento’, ma come attitudine  ad intendere la vita nell’incontro e nel servizio. Siete stati chiamati a libertà – dice Paolo – purché questa libertà non divenga pretesto per una vita condotta nell’egoismo, ma sia lo spazio del servizio agli altri.

Potremmo leggere questo invito in parallelo con la seconda parte della pagina del vangelo di oggi. La richiesta di un seguire che presenta diverse esigenze è indicazione di una radicalità di orientamento non per la privazione e per la sottomissione ma per essere sciolti e liberi. E’ quasi un programma per una vita personale sciolta da tanti impedimenti a mettersi in un cammino esistenziale ed anche per una vita di chiesa sciolta e capace di leggerezza, libera.

Lasciare sicurezze che possono impedire l’apertura ad un rinnovamento – le volpi hanno le tane, il figlio dell’uomo non ha dove posare il capo -, non soffermarsi su tutto ciò che conduce alla morte per aprirsi alla vita – lasciate che i morti seppelliscano i loro morti -,  vivere un impegno coinvolgente e totalizzante – nessuno che mette mano all’aratro e si volge indietro è adatto al regno di Dio –. Sono tutte richieste per dare spazio a ciò che più è importante.

Leggerei in queste parole l’indicazione di una attitudine ben diversa da chi afferma la propria forza, capacità e autosufficienza di fronte a difficoltà e prove. Non sono un programma per eroi. In esse sta piuttosto l’indicazione di radicalità che qualificherei come radicalità mite. E’ la mitezza dell’ascolto, del riconoscere una chiamata di fiducia e di incontro. Mitezza è l’atteggiamento che di chi è ben consapevole della propria fragilità, e disponibile a vivere non nella preoccupazione di difendere ricchezze e privilegi, non nella chiusura in prospettive di morte, non nell’indecisione e nella continua lamentela e rimpianto. Una radicalità fatta di mitezza e di fiducia, per una vita in cammino verso una libertà da ricercare continuamente e mai pienamente raggiunta. Anche la libertà non è condizione di stato ma è continua chiamata: è orizzonte a cui tendere.

Tanti condizionamenti e tanti poteri palesi e occulti oggi impediscono di vivere percorsi di libertà. Dobbiamo sempre scoprire in modi nuovi che essere chiamati a libertà implica anche un appello a farsi compagnia di percorsi di liberazione di altri, perché siano svincolati da gioghi e pesi insopportabili – pesi di tipo politici, sociale, culturale, religioso – per scoprire le dimensioni del servizio e della relazione nella vita. Potremo chiederci in qual modo coltiviamo il senso di una libertà che è percorso personale ed in relazione con gli altri, in noi stessi e nei rapporti.

Seguire Gesù si attua come risposta ad una chiamata e si connota come cammino a divenire liberi, liberi da tante cose che rischiano di divenire impedimenti, e liberi per orientare la vita verso il servizio. Questo è forse il motivo per cui nei vangeli si dice che Gesù non era come scribi e farisei ma era uno che parlava e agiva con l’autorità che derivava dalla coerenza tra i suoi gesti e le parole, e dalla radicalità mite della sua vita, un uomo libero insomma.

Alessandro Cortesi op

Pentecoste – anno C – 2013

DSCF2226At 2,1-11; Sal 103; Rom 8,8-17; Gv 14,15-26

“E tutti furono colmati di Spirito santo e cominciarono a parlare in altre lingue”. Prima di parlare dello Spirito santo la comunità dei credenti in Gesù vive l’esperienza dello Spirito. Prima di esserci una parola c’è una vita. E’ un’esperienza interiore, che trasforma e cambia. Così dello Spirito è difficile dare definizioni: si possono piuttosto indicare le tracce del suo agire. Lo Spirito è indicato con immagini che rinviano oltre e fanno simbolo: come il soffio, il fuoco, la forza. Negli Atti è evidenziato un effetto del sua presenza silenziosa e nascosta nei cuori degli apostoli dopo la Pasqua: ‘cominciarono a parlare’. E il parlare è ‘in altre lingue’, ma è precisato che ognuno comprendeva nella propria lingua ciò che veniva detto: si tratta non tanto di una manifestazione stupefacente e miracolosa, quanto di un parlare capace di comunicare con altri lontani e diversi.

L’esperienza dello Spirito è accostata all’evento della parola, una parola coraggiosa, che sfida le chiusure e le paure e rende possibile la comunicazione nella diversità. Parlare in modo che ciascuno possa comprendere nella propria lingua è quel miracolo umano dell’intendersi superando le distanze, facendo incontrare le differenze, abbattendo i muri dell’incomprensione. E’ l’esperienza che genera sempre meraviglia e stupore quando accade – anche tra chi parla la medesima lingua e vive la fatica di comunicarsi parole autentiche. Il cuore umano vive la nostalgia di trovare intesa, armonia e unità e sa anche tutta la difficoltà di realizzare questo. Il comunicare in lingue diverse dice che questa unità non è imposizione, non dominio di qualcuno sugli altri, non è parola urlata che s’impone e fa tacere le parole diverse. Ma è possibilità di passaggio di parola che viene accolta e in tale ospitalità apre spazi al coabitare insieme di volti diversi. Non più stranieri e divisi ma interrelati insieme da una parola significativa. L’esperienza dello Spirito della prima comunità è avvertita come forza che viene dall’alto, vento forte e fuoco, che apre a comunicare e a fare comunità.

“Voi non avete ricevuto uno spirito da schiavi per ricadere nella paura ma avete uno spirito da figli adottivi per mezzo del quale gridiamo Abba Padre”

L’esperienza dello Spirito è accostata da Paolo ad un’esperienza di libertà: è un modo di intendere il rapporto con Dio non secondo le modalità di una religione dell’autorità e del sacrificio che lega e rende schiavi, ma secondo un affidamento nella relazione in cui scoprirsi innestati in un incontro di accoglienza e cura. ‘Abba Padre’ è grido di una presenza interiore, accolta e che apre a orizzonti nuovi di relazione, apre ad una comunione che ci riconduce all’origine e al senso dell’esistenza. L’esperienza del credere è allora incontro: non un percorso di ascesa di conoscenze, non un programma di ascesi, e nemmeno un metodo di preghiera o di pratica per raggiungere la divinità. Il credere è lasciare spazio ad un dono di presenza, ad un respiro che penetra e reca vita in ogni ambito: si può solo ricevere, come aria, soffio, ed apre alla libertà. Non schiavi ma liberi: dove ci sono percorsi di liberazione da ogni forma di schiavitù lì c’è lo spirito di Dio che mette in relazione, che fa entrare nel credere come esperienza di gratuità e gratitudine, come incontro con l’Abba, il Tu amante che ha cura dei suoi figli.

“Lo Spirito… vi insegnerà ogni cosa e vi ricorderà tutto ciò che io vi ho detto”

Due grandi azioni dello Spirito sono ricordate in queste parole di Gesù poste dall’autore del IV vangelo nei discorsi dell’ultima cena: insegnare e ricordare. Lo Spirito genera un duplice ricordo, uno rivolto al passato e uno rivolto al futuro. E’ ricordo di Gesù, di quello che ha fatto e ha detto. Ad una cosa sola i cristiani sono chiamati: essere testimoni dello stile di Gesù, in particolare di essersi svuotato nella sua vita per vivere fino in fondo un’esistenza rivolta verso… nell’ essere uomo per gli altri. L’annuncio dello spirito è collegato al richiamo sull’unico comandamento dell’amore. Ed è anche un ricordo rivolto al futuro: è profezia, ricorda che  la presenza di Gesù, il Risorto, non viene meno, ma rimane e accompagna verso un fine che non sarà di solitudine e abbandono, ma di incontro e di comunione. C’è una seconda azione dello Spirito: è quella di insegnare. E’ quanto viene espresso anche con le parole: “lo Spirito vi guiderà alla verità tutta intera” (Gv 16,13). Il IV vangelo la verità non è una conoscenza intellettuale da comprendere con la mente, è piuttosto accoglienza della persona di Gesù, del vangelo, nella propria vita e comunione con lui.

Vorrei collegare questi spunti di lettura ad alcune situazioni che viviamo:

Siamo oggi attoniti spettatori di una violenza generalizzata e diffusa nei diversi livelli della nostra vita, nelle guerre e nell’uso delle armi a livello dei rapporti tra popoli, e nel livello interpersonale nella violenza contro i più deboli, contro le donne, contro chi è percepito come diverso: gli stranieri, gli omosessuali, i disabili. La violenza è negazione della parola che conduce a rispettare, comprendere, riconoscere l’altro e a cercare vie di comunicazione. La violenza è alimentata laddove la parola diviene strumento di offesa e svuotata del suo significato. Lo Spirito è presenza che spinge a creare ponti là dove c’è incomunicabilità e sospetto. E’ presente lo spirito laddove la parola fa comunicare le persone, e le parole non sono usate in modo ipocrita e nascondono ingiustizie e sfruttamento dei poveri. E’ presente lo Spirito in tutti i percorsi umani in cui con fatica si cerca di mettere in comunicazione le diversità, laddove si opera per accogliere le differenze. Nella sfida rappresentata oggi dall’incontro tra popoli, persone diverse con culture e religioni differenti si parla spesso di integrazione da attuare, ma forse ancor più è da cercare l’interazione che porta a riconoscere, accogliere, scambiare doni e camminare insieme con l’altro.

Lo Spirito è presente nei cammini di liberazione, nelle attese di una vita che non sia schiacciata delle diverse forme di schiavitù. Nell’epoca della ingiustizia globale tante sono le attese di liberazione. Spesso siamo incapaci di volgere lo sguardo alle attese di liberazione di popoli che stanno soffrendo: penso ai milioni di rifugiati e profughi della Siria, ai palestinesi che vivono nei territori occupati  la fatica quotdiana di vivere una vita dignitosa e reagiscono con la nonviolenza alle violazioni dei diritti, alle attese di liberazione di giovani e donne nei paesi arabi, a chi subisce situazioni di guerra in Nigeria, in Congo e altre zone dell’Africa. Ma anche più vicino a noi, nella crisi economica tanti si sentono schiacciati da una condizione di schiavitù che stritola le vite dei singoli delle famiglie. Lo Spirito è presente in ogni attesa di libertà e genera cammini di libertà. Vivere nello Spirito non dev’esser emotivo di fuga dalla solidarietà con chi soffre, ma è oggi provocazione a rendersi vicini, a ‘stare presso’ dicendo la presenza del Consolatore nelle situazioni di oppressione, per aprire speranze di libertà, per gridare insieme Abba e per accompagnare in cammini di giustizia.

Lo Spirito è forza interiore per cammini comuni, condivisi, di una chiesa che sia capace di memoria e capace anche di profezia. Memoria: per non inseguire altri richiami ma rimanere fedele al centro della sua vita e della sua missione la presenza di Gesù, la sua vita, il suo stile. Profezia per non rinunciare mai ad indicare un orizzonte più grande della vita, un ultimo a cui ogni momento della nostra vita è diretto e sarà comunione e pienezza che raccoglie i frammenti delle nostre esistenze e raccoglierà anche ogni attesa ogni sogno, così come ogni piccolo gesto che ha costruito percorsi di incontro, di dono, di comunione.

Alessandro Cortesi op

XXII domenica del tempo ordinario – anno B – 2012

Dt 4,1-8; Sal 14; Gc 1,17-27; Mc 7,1-23

La questione al centro della discussione tra Gesù e i farisei e scribi verte sulla tradizione degli antichi. L’osservanza di molte pratiche ‘per tradizione’. La polemica è diretta e Marco presenta parole particolarmente dure di Gesù di fronte ad un modo di vivere la fede indicato come ipocrita. Anziché vivere l’ascolto del precetto di Dio si osservano tradizioni degli uomini: “Trascurando il comandamento di Dio, voi osservate le tradizioni degli uomini”.

“Non aggiungerete nulla a ciò che io vi comando e non ne toglierete nulla”. E’ l’indicazione di Deuteronomio circa la legge data da Dio come segno della vicinanza di Dio e di un rapporto con lui che va vissuto nell’esistenza. Ma ciò implica non aggiungere né togliere: non appesantire, ma rimanere fedeli all’essenziale. La tendenza presente nella tradizione ebraica era stata invece quella di articolare una serie innumerevole di precetti per proteggere la stessa legge, come una siepe attorno a qualcosa di prezioso da custodire. Ma è questa anche la tendenza in ogni tradizione religiosa: aggiungere e appesantire quanto è essenziale, e venir meno in tal modo ed eliminare ciò che sta al cuore. Precetti e tradizioni rischiano così di soffocare e sostituire quanto è consegnato da Dio come tesoro da custodire: la legge parola viva da ascoltare, come segno della sua vicinanza, della sua opera di liberazione e come legge di libertà, da vivere nel tempo.

Le parole di Gesù si concentrano sul richiamo all’essenziale, delineato come il comandamento di Dio. E’ importante evitare un rischio sempre presente nell’accostare testi come questo: leggervi cioè una contrapposizione di Gesù alla spiritualità ebraica, un rifiuto della fede dei padri e la proposta di una alternativa in senso di opposizione. Gesù vive la sua fede in piena fedeltà al cuore della legge,e  proprio per questo ne richiama il cuore e la radice profonda: il suo richiamo è indicazione di fondo su come intendere e vivere il rapporto stesso con Dio. Qui sta la carica di sovversione della sua parola di fronte al sistema religioso che pretende di possedere la legge stessa di Dio, la sua parola.

Ciò che è irrinunciabile va ricercato al di là di tante prescrizioni che possono essere tradizioni solamente degli uomini e che offuscano e fanno perdere di vista il centro. Ma non vi è solo la critica ad un modo di vivere una religiosità tutta concentrata sull’esecuzione di norme che fanno perdere di vista il senso profondo del rapporto con Dio. C’è un richiamo profondo al cuore dell’uomo. Non ha senso una osservanza di tradizioni che portano a considerare le cose in se stesse pure o impure.

La polemica si concentra sul modo di intendere la vita nell’opposizione di puro e impuro. Essa genera la mentalità di preservarsi dall’impurità e poter così giudicare gli altri, ritenendosi preservati e garantiti. Essa genera anche tutte le forme di discriminazione, di disprezzo dell’altro, di esclusivismo e di superiorità. Gesù richiama all’interiorità, alla coscienza. Richiama al primato di una fede vissuta come incontro e relazione e non come esecuzione di norme: il ‘cuore’, nel linguaggio biblico, è la sede delle decisioni, il luogo delle scelte e degli orientamenti di vita, il luogo in cui si unifica pensiero e vita, orientamento e azione. Non c’è nulla che può rendere impuro l’uomo dal di fuori, ma ciò che reca impurità proviene dal di dentro, dal cuore. Viene messa in questione la responsabilità personale e Gesù presenta una critica a quella tendenza di ogni tempo di delegare la responsabilità del male ad altro non assumendosi il peso di scelte e decisioni.

Il problema della tradizione degli antichi viene quindi spostato: ciò che si deve considerare non è tanto l’adempimento di prescrizioni ma l’orientamento del cuore: è una esigenza profonda che interroga sulla direzione di fondo dell’esistenza. E’ provocazione a vivere un rapporto con Dio che non si esaurisce nel compimento di prescrizioni ma esige un cuore nuovo, disponibile sempre a cambiare e a camminare nell’ascolto. Ciò che Gesù chiede è una fedeltà da scoprire e vivere in modo sempre nuovo. Certamente essa implica anche una traduzione concreta nell’ambito della vita e dei comportamenti ma non può esaurirsi in una serie di indicazioni, in un elenco di comportamenti. E’ un rapporto vivente con Dio, l’apertura ad un cammino nella ricerca di colui che cambia il cuore e lo rende capace di amare. Non un ripiegamento su di sé ma l’ascolto di quanto Dio chiede nell’interiorità del cuore e che esige di farsi vita. Ascolto in una relazione in cui ci si scopre toccati dallo sguardo di Dio che fa camminare nella libertà.

La lettera di Giacomo parla a questo proposito di legge di libertà: “Chi invece fissa lo sguardo sulla legge perfetta, la legge della libertà, e le resta fedele, … questi troverà la sua felicità nel praticarla”.

Alessandro Cortesi op

 

 

 

IV domenica tempo ordinario anno B – 2012

Dt 18,15-20; Sal 94; 1Cor 7,32-35; Mc 1,21-28

Si parla della ‘parola’ in queste letture. Parola, che rinvia all’ascolto. Parola di Dio e  parole umane. Parole poste in bocca al profeta dal Signore stesso. Una parola stava al cuore dell’attesa di Israele, connessa alla speranza di una presenza, di un profeta pari a Mosè, capace di portare parole messe sulla bocca proprio da Dio.

Non le promesse vuote, non la retorica stanca di discorsi religiosi autoritari che non toccano la vita. E nemmeno le rivendicazioni risentite e aggressive di coloro che si sentono puri, di coloro che dissentono ma in fondo mirano a visibilità, protagonismo e controllo degli altri. Non parole così, ma parole che respirano di vita, di compassione, speranza, con quello spessore che lascia spazio all’altro e richiama a cammini aperti, non già programmati.

Le parole sono spesso vuote perché troppo cariche del riferimento a chi le pronuncia, lacci lanciati per imprigionare e per tener legati, per dire risentimenti, e non per dire stupore e grazie. Ed anche le più belle parole religiose vengono allora svuotate, e non risuonano, ma sono rumore, ripetuto insistente, ma senza vita. Parole morte, parole che costruiscono gabbie. La parola è uno dei grandi strumenti del potere, per blandire, per convincere confondendo le idee, per mentire con costruzioni di parole ipocrite, per tenere schiavi.

Così Marco racconta il primo gesto di Gesù indicando la forza della sua parola legata ad un gesto. E soprattutto in un incontro nel quale Gesù prima che ad un malato si pone di fronte ad un uomo: un uomo legato, in attesa di essere sciolto per divenire se stesso. E’ un gesto di potenza e di liberazione: una potenza posta al servizio del restituire dignità.

C’è una potente critica ed una sottile ironia che soggiace a questa pagina. Tutto si svolge nella sinagoga. La sinagoga è luogo dell’assemblea, luogo del culto senza sacrificio che si svolgeva lontano dal Tempio di Gerusalemme ed aveva al centro l’ascolto e il commento della Parola. Proprio al centro del luogo dell’ascolto, della parola, Marco colloca un uomo posseduto da uno spirito impuro. La forza del male è al centro del luogo sacro e nel bel mezzo del tempo sacro. Non parla infatti, ma grida. La sue parole sono disarticolate e minacciose, senza silenzi. Lì, nel luogo dove si ascoltava la parola di Dio c’è qualcuno che è tenuto prigioniero. E Gesù lo libera, proprio lì al centro della sinagoga. C’è una religione che fa diventare prigionieri, che impedisce di parlare, di comunicare. Per liberarlo Gesù intima: ‘taci’. E’ un invito che si contrappone alla parola, a tutte le parole che non aprono liberazione. Ed invita al silenzio. Gesù blocca il grido che è espressione della violenza che opprime e il profluvio di parole che non generavano libertà e vita. E si oppone a tutto ciò che rendeva possibile la presenza di un uomo prigioniero al centro della sinagoga e permetteva che vi fosse di sabato qualcuno che rimaneva oppresso.

Le parole di Gesù improvvisamente riconducono a quelle promesse in cui si parlava di parole poste sulla bocca da Dio stesso, parole del profeta che liberano e portano vita. Parole che rinviano ad una esistenza coinvolta in quella parola, parola divenuta scelte, vita, parola fatta carne.

”Ma suscita scandalo, inquieta il fatto che si annunzi il regno di Dio e, nello stesso tempo, si abbia un modo di vivere paragonabile a quello della gente comune. Gesù ha insegnato la via di Dio con libertà, ed è proprio qui che suscita l’opposizione. Gli si rinfaccia di vivere secondo usi e costumi che fanno pensare che egli sia peccatore. Che non lo sia, per chi lo accusa sarebbe il male minore. Ma che non lo sia, che giochi il ruolo del profeta e che viva in una libertà che nessun uomo timoroso di Dio osava attribuirsi, tutto questo minaccia l’equilibrio sociale e religioso del giudaismo del I secolo. L’autorità e la libertà di Gesù spiegano i conflitti che saranno determinati dalla sua parola e che lo porteranno, da ultimo, alla condanna” (C. Duquoc, Gesù uomo libero)

E la sua parola rinvia alla sua pretesa. I vangeli riferiscono la sorpresa che la sua parola portatrice di liberazione, e proveniente da un uomo coerente generava: “Che è mai questo? Un insegnamento nuovo dato con autorità”. Dovremmo tradurre, in modo per noi significativo, il termine ‘autorità’ – spesso legato ad un ruolo di comando – con ‘libertà’. Gesù non s’impone per un suo ruolo: è spoglio di grandezze e di titoli da far valere. La sua autorità è una attitudine interiore tesa a portare avanti, a far crescere altri, ad aprire spazi di incontro e di assaporamento della vita: una autorità mite, la sua, come grandezza del cuore, che non detiene il potere come privilegio, ma trasforma il potere stesso della parola in un servizio. Soprattutto il suo cuore è nonviolento e i suoi gesti dicono la sua preoccupazione di fuggire le parole vuote, la retorica religiosa fatta di teologie paternalistiche e clericali. La sua autorità è allora l’altro nome della sua libertà: libertà interiore di vivere un orientamento dell’esistenza che non si piega di fronte a poteri e a convenienze. Libertà di cercare il Padre, di stare in ascolto di lui, di proclamare che il suo regno è vicino. Libertà di guardare le persone scorgendo tutto ciò che le tiene legate ed incapaci di esprimere parole di comunicazione. Uomo libero, Gesù. Capace di chiedere silenzio e di stare in silenzio smascherando le parole vuote.

La sua libertà interiore è silenziosa ma diviene parola che si fa udire. E c’è veramente allora una novità nella sua vita. Ha parole che comunicano la sua libertà, non parole che imprigionano in lacci di dipendenza e di incapacità a divenire umani.

Dalla sua parola nasce qualcosa che è percepito come novità: l’incontro con lui fa rinascere nel cuore, accompagna a sentirsi riconosciuti, ad avvertire parole che si posano sulla nostra vita non con il peso del giudizio, né con la superiorità di chi sa tutto, ma aprono, lasciano spazio a silenzi di accoglienza, non vogliono dire tutto. Piuttosto rendono leggeri e generano il desiderio di parlare a propria volta, di rispondere, magari nel silenzio e con la vita, con la gratitudine. Sono queste le parole importanti e che rimangono. E sono eco di quella parola che sa intimare ‘taci!’ alle forze che pretendono di tenere in mano la vita, di rinchiuderla e tenerla bloccata proprio lì nel luogo della memoria e dell’alleanza.

Parole di liberazione che fanno percepire e contagiano la libertà del profeta di Nazaret. E noi, come ascoltiamo le parole di Dio che ci parla in tanti e diversi modi nella nostra esistenza? Ci sono parole che ascoltiamo e diciamo cariche di vita? E come usiamo le nostre parole? Per rinchiudere o per aprire e liberare? E le parole sono espressione di libertà interiore o sono parole di paura e di sottomissione?

Alessandro Cortesi op

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