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Un drammatico incontro, una domanda sul volto di chiesa

Colpisce la notizia che nei prossimi giorni a Milano il Papa incontrerà il card. Martini, malato e costretto ad una parola sussurrata.

Aldo Maria Valli in un articolo uscito in “Europa” 30 maggio 2012, parla di questo incontro cogliendo in esso una dimensione drammatica. Valli accenna alla lettera della guida del movimento ‘Comunione e Liberazione’ don Julian Carrón. Un testo sconcertante. Su questa lettera oggi l’associazione ‘Noi siamo chiesa’ ha pubblicato una  presa di distanza dettata da spirito ecclesiale e coraggio di parola.

La lettura di questa lettera alla luce degli eventi delle notizie relative alle vicende di affari e politica della Regione Lombardia degli ultimi tempi, delle vicende del Consiglio regionale e del suo presidente, genera ancor più sconcerto e inquietudine.

Ma certamente l’incontro di Benedetto XVI con il card. Martini assume un valore simbolico che va a toccare una domanda sul futuro. Che ne sarà della linea segnata dal Concilio Vaticano II? Quali vie saprà prendere una Chiesa provocata dagli eventi ad un cambiamento che potrebbe – potrebbe – essere via salutare di ripresa dell’annuncio del settembre di cinquant’anni fa da parte di Giovanni XXIII: una chiesa di tutti e in particolare dei poveri?

Don Virginio Colmegna richiama nel suo blog ‘Sconfinando’ – e proprio in questi giorni – la bellissima immagine suggerita da don Tonino Bello, la chiesa del grembiule. Un ideale a cui tanti aspirano.

Condivido tutte le sue parole. O meglio ‘quasi tutte’. L’unica riga che mi suscita perplessità è il suo accenno all’incontro mondiale delle famiglie di questi giorni a Milano come espressione di una chiesa povera, ospitale e fraterna. Certamente molti che stanno giungendo a Milano in questi giorni recano in se stessi questa attesa ed anche questa testimonianza.

Ma una chiesa per essere veramente  ‘chiesa del grembiule’ anziché puntare sui grandi eventi della visibilità mediatica, di conferma della sua influenza sulla società, dovrebbe poter dimostrare maggior capacità di accoglienza verso tanti volti feriti proprio nell’esperienza affettiva, per le famiglie che hanno vissuto rotture, per le inquietudini di chi ha vissuto separazioni, per chi ha ricostruito una vita di coppia e  famiglia avendo alle spalle percorsi interrotti. E così pure dovrebbe offrire attenzione e parole e gesti di vicinanza, di apertura per chi vive le forme della convivenza, facendosi non giudice implacabile, ma compagna delle ricerche di percorsi verso un amore vissuto con libertà e responsabilità. E tutto questo nelle scelte, nelle parole, negli atteggiamenti e nelle pieghe del quotidiano. (a.c.)

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da Aldo Maria Valli, Martini aspetta Ratzinger, in Europa 30 maggio 2012

“Tra le tante persone che tra venerdì e domenica stringeranno la mano al papa, in occasione della sua visita a Milano per l’incontro mondiale delle famiglie, ci sarà anche un anziano malato, che si muove a fatica aiutandosi con un bastone e parla con un filo di voce. Il suo nome è Carlo Maria Martini. (…)

è difficile non attribuire al faccia a faccia tra questi due ottantacinquenni un che di drammatico.
 Ratzinger e Martini hanno interpretato e continuano a interpretare due modi diversi di amare la Chiesa, e ora si trovano entrambi, nell’ultima parte della loro vita, al capezzale di questa sposa malata e oltraggiata, colpita nella sua dignità non soltanto da chi mette in piazza i suoi segreti più indecorosi, ma anche, e prima ancora, da chi l’ha trasformata nel terreno di coltura di affarismo e carrierismo. (…)

Nel giovedì santo Benedetto XVI ha chiesto ai preti la fedeltà alla dottrina e ha detto che la disobbedienza non è una strada. Lo ha detto rispondendo esplicitamente ai preti austriaci e di altri paesi europei che hanno scelto di dire no a Roma su questioni come il celibato dei presbiteri e la consacrazione ministeriale delle donne. Anche questi preti, come certi corvi vaticani, si sono risolti a violare le leggi della Chiesa pur di introdurre un elemento di dibattito e di obbligare Roma a fare i conti con la realtà. È vero, la disobbedienza non è una strada. Ma è anche vero che l’obbedienza da sola non basta, specie quando la sposa dà tanti segni di smarrimento.
Quali parole avranno il successore di Pietro e quello di Ambrogio? E quanto su di loro peserà la triste lettera indirizzata da don Julian Carrón, guida di Comunione e liberazione, per raccomandare Scola al papa? In quella lettera, trafugata dal corvo e rivelata dal libro di Nuzzi, Carrón distrugge con una vera e propria manganellata l’operato di Martini e Tettamanzi a Milano. La lettera l’abbiamo conosciuta attraverso una via sbagliata, ma ora che la conosciamo non possiamo fingere che non sia mai esistita.

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tratto dal sito www.noisiamochiesa.org

La lettera di Carrón, che sponsorizza la nomina di Scola a Milano, liquida in modo arrogante gli episcopati di Martini e Tettamanzi ed esprime una concezione anticonciliare di Chiesa

Con spirito ecclesiale e parresia, diciamo di non riconoscerci nell’idea di fede e di Chiesa di Gesù Cristo che emerge dalla lettera inviata nel marzo del 2011 da don Julìan Carrón, presidente di Comunione e Liberazione,  a mons. Bertello, nunzio apostolico in Italia, in vista della nomina del successore del Card. Tettamanzi. Questa lettera è stata ampiamente diffusa online e anche sul sito di Noi Siamo Chiesa. Essa ha provocato sconcerto e sofferenza in un’area vasta del cattolicesimo e del clero  ambrosiano.

Di questa lettera possiamo forse condividere  alcune riserve sull’introduzione del nuovo Lezionario nella Diocesi ambrosiana. Il resto è  una serie  di luoghi comuni e di falsità  che fanno pensare che l’autore sia davvero all’oscuro di come la vita della Diocesi di Milano si sia svolta dal 1980 in poi e che l’impostazione ideologica  del movimento che presiede faccia velo su qualsiasi cosa. In particolare riteniamo  fuori dalla realtà dei fatti e anti-evangeliche :

– le accuse all’insegnamento teologico in campo biblico e sistematico (“si discosta in molti punti dalla Tradizione e dal Magistero, soprattutto nelle scienze bibliche e nella teologia sistematica”);

– le accuse agli interventi nel campo della giustizia sociale in chiave politica unilaterale (gli arcivescovi Martini e Tettamanzi hanno fatto scuola in proposito a livello internazionale fornendo riflessioni e strumenti concreti di grande respiro);

– le accuse al dialogo interculturale ed interreligioso condotto in modo da ridurre il cristianesimo alle logiche del relativismo. Le “cattedre dei non credenti” e gli interventi nel campo del dialogo interreligioso, della bioetica e delle relazioni familiari proposti dal 1980 ad oggi sono state esempi  considerati e seguiti in tante altre realtà del mondo cattolico in Italia e nel mondo.

– l’enfatizzazione dei movimenti e il giudizio indirettamente negativo sulle parrocchie come la conseguenza di una concezione “di parte” della vita della Chiesa.

L’idea  anacronistica e illiberale che CL e don Carrón hanno del Magistero e della Tradizione e la mancanza di rispetto umano e culturale che  mostrano nei confronti dei due episcopati e, indirettamente, delle persone di Martini e Tettamanzi sembrano davvero i dati più evidenti che emergono dalla lettera. Nessuno di noi intende “beatificare” Carlo Maria Martini e Dionigi Tettamanzi e i loro episcopati. Più volte, sempre pubblicamente e con chiarezza, siamo intervenuti in modo critico  su aspetti della gestione pastorale della Diocesi e abbiamo sperato in posizioni più esplicitamente coerenti  col Concilio. Ma ciò non ci ha mai impedito di riconoscere l’impegno per la ricerca dei modi migliori per una efficace evangelizzazione e di manifestare stima verso le persone dei nostri due Pastori, anche  riconoscendo loro una certa  indipendenza nei confronti dei peggiori diktat della CEI e del Vaticano. E’ una posizione ben lontana dalla denigrazione di un’intera esperienza pastorale che compare nel testo riservato di Carrón. Sarebbe bene che il nuovo arcivescovo, invece di tacere come ha fatto fino ad ora, dicesse cose esplicite sugli episcopati dei suoi predecessori, prendendo esplicitamente le distanze da quanto  è scritto nella lettera.

La Facoltà Teologica di Milano poi non è censurabile a livello di ortodossia, ma, semmai, per quanto concerne la sua scarsa incidenza culturale e pastorale nella società.

Quanto scrive complessivamente don Carrón dimostra come egli non abbia compreso quanto, per esempio, dice san Paolo ai cristiani della Galazia: “quello che conta non è la circoncisione o la non circoncisione, ma la fede che si costruisce attraverso l’amore” (5,6). Molti esponenti di CL sono ben lontani dall’aver capito il senso profondo di queste parole paoline e quanto universale sia il Vangelo di Gesù Cristo: anche le pagine di Carrón lo manifestano chiaramente.

Siamo sicuri che un numero molto ampio di credenti, non solo della diocesi, condividono queste nostre parole, molto preoccupati di queste derive ecclesiali che non valorizzano minimamente la bellezza e la bontà delle parole evangeliche e offrono della Chiesa di Gesù Cristo nella sua componente cattolica un’immagine che le nuoce profondamente”.

NOI SIAMO CHIESA Milano, 30 maggio 2012

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Qui di seguito la riflessione di don Virginio Colmegna, presidente della Fondazione Casa della carità Angelo Abriani di Milano, già direttore della Caritas Ambrosiana dal 1993 al 2004. Fu il cardinale Carlo Maria Martini a chiedergli allora di dar vita alla Casa della carità. Sorta nel quartiere periferico di Crescenzago, la Casa accoglie e offre aiuto quotidiano e gratuito a tante persone in difficoltà. La riflessione è tratta dal suo blog ‘Sconfinando‘.
“Inutile nasconderlo: quanto sta succedendo tra le mura del Vaticano inquieta profondamente. Le notizie creano sconcerto, ma lo fanno anche le modalità con cui vengono raccontati questi episodi, con dovizie di particolari e, a volte, con una sottesa, compiaciuta ironia. Anch’io mi interrogo su quanto sta succedendo e anch’io, come tutti gli onesti che lo chiedono, vorrei che si facesse chiarezza individuando responsabilità che non possono essere solo del maggiordomo.

Ma permettetemi anche di spiegare perché questi episodi non sconvolgono in nessun modo la mia Fede, dubbiosa e interrogata da altre vicende umane che incontro ogni giorno nel dolore, nella sofferenza e nella fragilità delle persone con cui condivido un pezzo di strada. La Chiesa è lì, in questi volti, in queste storie di vita. Mi ricordo la bella immagine lasciataci in Casa della carità dal cardinal Dionigi Tettamanzi commentando la parabola del buon samaritano e invitandoci a soffermarci a riflettere sul locandiere e sulla locanda dove ci si prende cura del malcapitato: “La Chiesa è lì”, ci disse.

Il Vangelo di questi giorni raccontava un episodio nel quale i ricchi depongono come offerta denaro tintinnante e superfluo mentre una povera vedova dona i due spiccioli che sono tutto quello che ha. (Vangelo di Marco, 12, 41-44). Gesù indica questa donna come la protagonista di un racconto di Fede che ancora affascina e sorprende. Questo è lo “scandalo” che dovrebbe inquietare, che ha affascinato il mio entusiasmo giovanile, che mi fa essere prete appassionato. E che, tutt’oggi, mi fa cogliere la speranza disseminata nei tanti sotterranei della storia, quella che non esclude nessuno, che pone al centro la gioia della povertà evangelica ed è lontana mille miglia dalle logiche di potere. È l’ingenuità della fede, la spiritualità che non cresce negli intrighi di palazzo e nelle logiche di corte medioevale.

L’immagine di una Chiesa presa dagli intrighi che si specchia in una società sempre più allo sfascio, povera di valori ed eticamente vuota, scandalizza. Al tempo stesso, però, sollecita a testimoniare la bellezza e la semplicità della vita evangelicamente vissuta. Quella per cui continuo a pregare, ogni giorno, nell’Eucarestia, anche per la Chiesa, per il Papa e per il nostro vescovo. Quella per cui tante persone stanno accorrendo a Milano in questi giorni per l’Incontro Mondiale delle Famiglie, portando con sé la richiesta di una Chiesa fraterna, ospitale e lontana dal potere.

Oggi più che mai, non c’è bisogno di una Chiesa che aiuti i poveri, ma di una Chiesa povera, di quella che don Tonino Bello chiamava “la Chiesa del Grembiule”: solo così si può dare ragione della speranza che, ci rivela la Bibbia, è in ciascuno di noi e  ci fa sentire aperti, in attesa del futuro”.

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I Diari di Schillebeeckx al Concilio Vaticano II

A completamento del post sul contributo di E. Schillebeeckx al Concilio Vaticano II riporto questo articolo di Riccardo Burigana, tratto da L’Osservatore Romano del 30 maggio 2012 che presenta l’edizione delle Note al Concilio del domenicano olandese con il titolo La versione di Schillebeeckx, Il Vaticano II nel diario del domenicano olandese. Come i tanti Diari dei protagonisti del Concilio anche questo apre interessanti finestre per la comprensione dell’ingente lavoro e impegno non solo dei padri conciliari ma accanto a loro di tanti teologi e collaboratori dell’assemblea conciliare e per la considerazione del Vaticano II che ha posto la chiesa in stato conciliare nel coinvolgimento di tanti percorsi intellettuali ed esistenziali. (a.c.)

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“Cosa ci dicono della storia del concilio Vaticano II le pagine del diario di Edward Schillebeeckx (The Council Notes of Edward Schillebeeckx 1962-1963, a cura di Karim Schelkens, Leuven, Peeters, 2011, pagine XXx + 77, euro 28)? Offrono un contributo nuovo alla ricostruzione del dibattito teologico del concilio? E della partecipazione dei vescovi olandesi?

Del Vaticano II il domenicano olandese Schillebeeckx è considerato uno dei protagonisti, fin dalla Fase preparatoria quanto l’episcopato olandese è ricorso a lui per la redazione di contributi che hanno favorito la formulazione di proposte per il rinnovamento della Chiesa. Schillebeeckx ha giocato un ruolo fondamentale soprattutto nella lunga estate del 1962 che ha preceduto la solenne apertura del concilio l’11 ottobre. In quella estate Schillebeeckx, sollecitato da alcuni vescovi olandesi, redige una serie di osservazioni ai primi schemi inviati ai padri proprio in vista dell’inizio del Vaticano II; in queste osservazioni, che sono il risultato di un lavoro a più mani, Schillebeeckx mette in evidenza la distanza tra gli schemi della Fase preparatoria e alcune posizioni della riflessione teologica contemporanea.

Con queste osservazioni Schillebeeckx non formula quindi semplicemente delle critiche agli schemi della Fase preparatoria ma presenta delle istanze teologiche delle quali egli stesso si era fatto promotore a partire da una rilettura di Tommaso d’Aquino. Queste osservazioni hanno avuto una straordinaria circolazione nella prima sessione del Vaticano II grazie all’opera dei vescovi olandesi, la maggioranza dei quali viveva “in terra di missione” che hanno influenzato un gran numero di padri e di periti, anche grazie alle diverse traduzioni che sono state preparate dai vescovi olandesi.

Proprio per il rilievo del contributo di Schillebeeckx ai lavori conciliari alle prime fasi del Vaticano II appare particolarmente meritoria l’edizione degli “appunti” del domenicano olandese relativi alla sua partecipazione alle prime due sessioni (1962-1963). Si tratta di appunti più che di un vero diario, che raccolgono osservazioni su più giorni, scritti in olandese, con maggiore ampiezza nella prima sessione e in modo assai più riassuntivo e parziale nella seconda. Infatti le pagine della seconda sessione riguardano essenzialmente il dibattito sullo schema sulla Chiesa, in particolare sulla votazione dei cinque quesiti orientativi. Le note di Schillebeeckx contengono giudizi talvolta lapidari come quando commenta la fine della prima sessione con la sola parola “gregoriano”, mentre altre volte si hanno delle vere e proprie riflessioni su cosa è accaduto.

Da questo punto di vista particolarmente interessanti sono le sue annotazioni del 20 novembre 1962, prima e dopo la votazione sulla prosecuzione del dibattito sullo schema sulle fonti della rivelazione in aula conciliare: la maggioranza dei padri ha votato per rimuovere lo schema dall’agenda conciliare, ma non si sono raggiunti i due terzi dei voti previsti dal Regolamento per far approvare qualunque decisione.   In quel giorno, in cui in tanti si pongono interrogativi sul futuro del concilio, Schillebeeckx cerca di capire la composizione degli schieramenti, facendosi ipotesi su maggioranze e minoranze in concilio. Lo stesso giorno riceve la richiesta da parte del cardinale Bernard Alfrink, arcivescovo di Utrecht, per la redazione di un nuovo schema, segno che, nonostante l’esito della votazione, ormai la sorte dello schema sulle fonti della rivelazione è segnato. Nella serata del 20 novembre, secondo gli appunti di Schillebeeckx, è chiaro che solo un intervento del Papa può liberare il concilio da uno schema che «è stato redatto direttamente contro il testo progressista della Divino afflante Spiritu di Pio XII». Nel commentare, il giorno dopo, la decisione di Giovanni XXIII di ritirare lo schema dalla discussione in concilio Schillebeeckx annota con orgoglio di aver previsto, in un articolo del 7 ottobre, una maggiore attenzione alla teologia “nord-occidentale europea” che si sta realizzando in concilio proprio con questa decisione di Papa Roncalli.

Le note sono arricchite dalla pubblicazione, in appendice, di un testo di Schillebeeckx su una riunione di padri e periti il 19 ottobre 1962; a questa riunione prendono parte, tra gli altri, monsignor Hermann Volk, vescovo di Magonza, monsignor Leon-Arthur Elchinger, vescovo ausiliare di Strasburgo, e i gesuiti Henri de Lubac e Karl Rahner e il belga Gerard Philips. Si tratta di uno degli incontri tra vescovi e teologi francesi, tedeschi, belgi e olandesi che cercano una soluzione condivisa per proporre dei testi alternativi a quelli redatti nella Fase preparatoria e quindi è particolarmente utile avere un’ulteriore fonte su questa fase della storia del Vaticano II.

Questa edizione delle note di Schillebeeckx comprende il testo originale e una traduzione inglese, a cura di Karim Schelkens, al quale si devono le note che arricchiscono queste pagine, aiutando così il lettore a orientarsi tra i molti nomi e i molti fatti ai quali Schillebeeckx fa riferimento spesso con brevi accenni. Il testo è preceduto da una prefazione di Mathijs Lamberigts, autore di numerosi e documentati studi sul Vaticano II, e da un’introduzione di Erik Borgman; si tratta di due testi che affrontano il tema dell’importanza dei diari per la storia del Vaticano II e propongono una prima riflessione sul ruolo di Schillebeeckx al concilio, mostrando come sia più che opportuno proseguire nelle ricerche per il recupero delle fonti su coloro che hanno preso parte al Vaticano II, non solo i padri conciliari, per una migliore comprensione del contributo offerto dai tanti che hanno contribuito alla redazione dei documenti conciliari e alla loro prima recezione.

Il diario di Schillebeeckx, pur nella sua brevità, rappresenta una fonte interessante per cogliere la complessità del dibattito teologico in concilio e del rapporto tra questo dibattito e la bimillenaria tradizione della Chiesa”.

Vaticano e dintorni

In riferimento alle vicende che hanno scosso in questi giorni il Vaticano vorrei riprendere due articoli di Luigi Sandri, vaticanista e già inviato dell’Ansa, che non si fermano al gossip da romanzo giallo e che ricostruiscono con ordine e chiarezza la situazione. Mi sembra che in essi siano evidenziati elementi importanti per dare un’interpretazione di eventi che sconcertano soprattutto tutti coloro che vivono l’esperienza della fede e la vita ecclesiale nel desiderio di seguire Gesù e di partecipare ad una comunione di persone che imparano ogni giorno a seguirlo, ben lontani dal pensare la chiesa come una struttura di potere e di finanza che appare ben lontana dallo spirito evangelico.

Mi sembra importante la breve nota del card. Martini apparsa sul Corriere della Sera del 27 maggio: “La Chiesa, dopo le notizie di cronaca di queste ore che parlano del «corvo» in Vaticano, deve con urgenza recuperare la fiducia dei fedeli. (…) Lo scandalo ha sempre una natura triplice: c’è chi lo riceve, chi lo fa, chi ne approfitta; ma la Chiesa può guardare oltre e leggere in senso positivo quanto è emerso. La Chiesa perda i denari, ma non perda se stessa. Perché quanto è accaduto può avvicinarci al Vangelo e insegnare alla Chiesa a non puntare sui tesori della terra. (Matteo 6, 19-21)”.

Queste parole possono essere accostate alle osservazioni di Aldo Valli apparse su Europa del 29 maggio:

“Le domande sono di portata radicale. Perché il papa deve essere capo di stato? Perché il Vaticano deve avere una banca? Perché il successore del pescatore Pietro deve essere al centro di un sistema di potere? In Vaticano sono ore drammatiche. Mentre il povero Paoletto è in carcere, pesce piccolo catturato senza troppe difficoltà, diversi schieramenti si affrontano e si osservano. Perché anche tra i corvi non tutti sono puri di cuore e c’è chi vuole utilizzare la situazione per altre trame di potere. Finora la Santa sede sta reagendo nel modo più sbagliato. Con i gendarmi e il silenzio. Lo si è visto domenica in piazza San Pietro. Quando è arrivata la marcia per Emanuela Orlandi, persone insospettabili si aggiravano per osservare e fotografare. Come se i partecipanti alla manifestazione fossero malfattori da schedare. E il papa, che avrebbe potuto dire una parola come padre su una sua giovane cittadina scomparsa nel nulla e una famiglia distrutta dal dolore, è rimasto zitto nel giorno dedicato allo Spirito santo”.

Hans Küng in un’intervista a Repubblica del 28 maggio, offre una lettura da cui emerge come questi eventi siano sintomi di una crisi profonda dell’istituzione ecclesiale che esigerebbe una riforma della Chiesa da lui prospettata e presentata in un libro di recente uscito anche in Italia:

“Tutti questi eventi mi appaiono come sintomi della crisi di un sistema intero nel suo complesso. Io parlo del sistema della curia romana, del sistema romano delle cui caratteristiche negative soffre la Chiesa cattolica tutta, nel mondo intero. E naturalmente questi eventi contemporanei danno l  ́impressione di una incapacità papale. Di avere a che fare con un pontefice incapace. Su questo ho appena scritto un libro, Salviamo la Chiesa, in Italia sta per uscire (è già pubblicato da Rizzoli ndr.). Quel che mi sta a cuore è approfondire la problematica dell ́indispensabile riforma della Chiesa”.

Qui di seguito due articoli di Luigi Sandri pubblicati in ‘Trentino’

“Guerra aperta nei gangli economico-finanziari della Santa Sede. Infatti, improvvisamente, ieri sera il professore Ettore Gotti Tedeschi è stato “sfiduciato” dal Consiglio di sovraintendenza dello Ior (l’Istituto per le Opere di religione, la “banca” vaticana), di cui era presidente. Interpellato dalle agenzie in merito alla clamorosa decisione, l’interessato ha detto: “Preferisco non dire nulla, altrimenti dovrei dire solo brutte parole”.

E’ troppo presto per conoscere le reali motivazioni di questo evento inaspettato. Si può dire, comunque, che esso si inquadra nel clima di aspri contrasti, ai vertici vaticani, sul come gestire le attività economiche e finanziarie dello Stato della Città del Vaticano, e della Santa Sede, e sul come rendere operative le norme di trasparenza annunciate ma, secondo molti, non totalmente attuate. E, sullo sfondo, probabilmente vi è un contrasto tra lo Ior e la Segreteria di Stato, guidata dal cardinale Tarcisio Bertone, classe 1934, o, più probabilmente, tra alcuni dirigenti della “banca” vaticana” e alcuni personaggi di primo piano delle gerarchie ecclesiastiche, o, ancora, per laceranti dissidi interni sia al Consiglio di sovraintendenza che alla Commissione cardinalizia di vigilanza, presieduta da Bertone.

Si riapre così una questione che la Santa Sede aveva sperato di chiudere quando, nel 2009, aveva scelto – e la decisione era stata soprattutto del Segretario di Stato – Gotti Tedeschi alla guida, diciamo così, dello Ior. Questo anomalo Istituto – più che una banca, infatti, è una fondazione – fu creato da Pio XII nel 1942, riordinando una materia che per certi aspetti risaliva a Leone XIII, a fine Ottocento, e per altri a Pio XI. Ignoto alla gente comune, lo Ior divenne famoso in Italia quando, nel 1982, fu accusato di essere implicato nel crack del Banco Ambrosiano di Roberto Calvi, il banchiere che, fin che visse – nel giugno dell’82 fu “suicidato” – sempre affermò che l’indebitamento del Banco era dovuto al fatto che lo Ior, il cui presidente allora era monsignor Paul Marcinkus, gli doveva ingentissime somme; “dovere” di restituzione sempre negato dalla Santa Sede. Ma Calvi aveva degli intrecci affaristici con la “banda della Magliana” nella quale stava emergendo Enrico De Pedis, detto Renatino; il gruppo voleva dunque che Marcinkus “restituisse” i denari e, non ottenendoli, nel giugno del 1983 avrebbe (il condizionale è d’obbligo: la magistratura sta ancora accertando, e le testimonianze in merito sono contraddittorie) rapito Emanuela Orlandi, figlia di un dipendente vaticano, per ricattare lo Ior e avere i pretesi denari.

Questo “giallo” è tornato di attualità perché il 14 maggio scorso le autorità italiane hanno aperto la tomba di De Pedis che si trovava nella cripta della basilica romana di Sant’Apollinare (e a tutt’oggi ci si domanda come poté il cardinale Ugo Poletti, allora vicario di Roma, permettere che il boss di una organizzazione malavitosa, assassinato nel 1990, fosse sepolto in una chiesa), e ciò al fine di verificare se si potesse sciogliere l’enigma, finora irrisolto, della fine della povera Emanuela.

Ma, tornando agli anni Ottanta, Marcinkus, per decisione delle autorità vaticane, non poté essere interrogato dalle autorità italiane che indagavano sul crack dell’Ambrosiano e sulle eventuali responsabilità dello Ior nella vicenda. Una politica “opaca” che sollevò allora molte perplessità per una decisione infine presa da papa Wojtyla.

Giovanni Paolo II, comunque, nel 1990 diede una nuova configurazione allo Ior, nella speranza – sottesa – che vicende come quelle legate a Marcinkus non si ripetessero mai più. Pare invece che, anche dopo la “riforma”, lo Ior abbia facilitato l’arrivo… dall’Italia, di importanti somme di denaro di assai dubbia provenienza. Chiamando allo Ior Gotti Tedeschi il Vaticano pensava di avere finalmente dato una svolta; ma, se così fu, e così (dall’esterno) sembrava essere, ci si domanda che cosa significhi l’affermazione del comunicato vaticano di ieri sera: quello al presidente è stato “un voto di sfiducia, per non avere egli svolto varie funzioni di primaria importanza per il suo ufficio”. Nei prossimi giorni ne sapremo di più. E’ certo, comunque, che questa vicenda è un nuovo tassello che avvelena il clima del pontificato in atto”.

Luigi Sandri in “Trentino” – 25 maggio 2012

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“Sono venuti a galla, in questi giorni, “misteri” o “segreti” del Vaticano, su vicende recentissime, o inglobanti gli ultimi tre decenni, che hanno per molti aspetti i risvolti di un romanzo giallo. Qui, però, non ci interessa occuparci di questa cronaca pruriginosa ma, se possibile, inquadrare alcuni dei problemi nodali che fanno da sfondo a queste vicende.

Il 14 maggio la magistratura italiana ha deciso la riapertura, nella cripta della basilica romana di Sant’Apollinare, della tomba di Enrico De Pedis, detto Renatino, boss della banda della Magliana (gruppo mafioso che prendeva il nome da un quartiere di Roma ove aveva la sue radici), assassinato nel 1990. Qualche persona aveva infatti affermato: “Se volete sapere la verità su Emanuela Orlandi, cercate nella tomba di De Pedis”. La ragazza, figlia quindicenne di un dipendente del Vaticano, era scomparsa a Roma nel giugno 1983: e, sempre secondo voci e testimonianze (tutte da verificare), la citata banda avrebbe rapito Emanuela per ricattare lo Ior (Istituto per le Opere di religione, la “banca” vaticana). Nel 1982 vi era stato il crack del Banco Ambrosiano di Roberto Calvi, “suicidato” a Londra; fallimento causato, secondo l’accusa, anche al fatto che monsignor Paul Marcinkus, presidente dello Ior, non intendeva restituire a Calvi denari che questi riteneva dovutigli; e la banda, collegato in qualche modo al banchiere, avrebbe così perso ingentissime somme.

La magistratura ha accertato che nella tomba vi erano effettivamente i resti di Renatino, ma, a quanto per ora si sa, nulla che rinviasse ad Emanuela. E allora? Un fatto, comunque, è certo: monsignor Pietro Vergari, e il cardinale Ugo Poletti – al tempo l’uno rettore del sant’Apollinare e l’altro, ormai defunto, Vicario di Roma – diedero il permesso, richiesto dai familiari del morto, di seppellire De Pedis nella cripta di quella basilica: un onore che, frequente nei secoli andati, nel Novecento era diventato rarissimo. Le autorità ecclesiastiche, si viene a sapere, ritennero che Renatino era stato “un grande benefattore dei poveri che frequentano la basilica”. Domanda: stante il “curriculum” del boss, ai prelati non venne un prudente dubbio sull’origine dei soldi di quel “benefattore”? Vergari – iscritto adesso dalla procura di Roma nel registro degli indagati, ma come “atto dovuto” – ha ribadito la correttezza della sua azione di un tempo, e aggiunto di “non avere nulla da nascondere”. Al di là dell’aspetto legale della vicenda, che spetta ai magistrati investigare, qualcosa stona nella vicenda, e fino a che non sarà data risposta convincente al perché di quell’improvvida autorizzazione, è vano lamentarsi per le voci  che adombrano legami infamanti per le gerarchie ecclesiastiche.

Di tutt’altro genere sono gli interrogativi provocati da documenti riservati che, dai piani alti del Vaticano, da cinque mesi ogni tanto escono sulla stampa e che ora, insieme ad altri, sono raccolti in “Sua Santità”, un libro di Gianluigi Nuzzi. Un comunicato della Sala stampa della Santa Sede, il 19 maggio, affermava: “La nuova pubblicazione  non si presenta più come una discutibile – e obiettivamente diffamatoria – iniziativa giornalistica, ma assume chiaramente i caratteri di un atto criminoso». Le decine di documenti, la cui veridicità il Vaticano non ha smentito, sono stati fotografati o fotocopiati da uno o più personaggi, non sappiamo se laici o ecclesiastici, che hanno adito alle stanze più segrete del Palazzo apostolico e della Segreteria di Stato. Questi personaggi, apprendiamo, hanno avuto una crisi di coscienza, e per salvare la Chiesa romana da una fine ingloriosa, hanno deciso di violare la riservatezza propria del loro ufficio, e, perché la Chiesa sappia, di diffondere una serie di documenti che non riguardano, beninteso, la vita privata delle persone, ma i rapporti di potere all’interno delle mura leonine. In particolare, i testi resi noti rappresentano un attacco frontale al segretario di Stato, cardinale Tarcisio Bertone, ritenuto – da monsignori e da cardinali – incapace di gestire la sua alta carica, e orientato più a punire che a premiare chi, nella Cittadella, osa denunciare il marcio che si annida in vari settori legati all’economia.

Formalmente, le lettere di prelati e porporati cardinali allo stesso pontefice, sono rispettosissime verso di Lui, mentre però criticano Bertone. Ma nelle missive aleggia una domanda, indiretta ma prepotente: chi ha messo a guidare la Segreteria di Stato un cardinale che non aveva nessuna esperienza diplomatica? Fu, nel 2006, lo stesso Benedetto XVI, che, malgrado ne fosse da molti sconsigliato, volle accanto a sé chi per diversi anni era stato segretario della Congregazione per la dottrina della fede quando Joseph Ratzinger ne era prefetto.

Ma perché Oltretevere le crisi di coscienza esplodono adesso (diciamo, negli ultimi dodici mesi)? Perché – questa la nostra opinione – l’attacco diretto a Bertone, e indiretto a papa Benedetto, sono dei tasselli in vista del conclave. Nessuno sa quanto l’evento avverrà, e tutti augurano lunga vita all’85enne pontefice. Ma, intanto, bisogna prepararsi alla successione (che potrebbe avvenire anche con le dimissioni di Ratzinger). Depurati da elementi contingenti, i documenti “top secret” resi noti sono la spia di sorde lotte di potere, o, meglio, di scontri di mentalità nel Collegio cardinalizio: tra chi di fatto immagina il papato come una potenza di questo mondo, e chi lo vorrebbe evangelicamente convertito; tra chi difende lo status quo delle strutture ecclesiastiche e della pastorale, e chi sogna ardite riforme”.

Luigi Sandri in “Trentino” 24 maggio 2012

Domenica di Pentecoste anno B – 2012

At 2,1-11; Gal 5,16-25; Gv 15,26-27;16,12-15

Pentecoste. Festa che apre il cuore perché ci parla del soffio dello Spirito. E’ lo Spirito che dà la vita, presente nel respiro delle cose del creato. E’ lo Spirito che suscita la parola, che spinge i profeti. E’ lo Spirito grembo delle diversità chiamate alla relazione. E’ lo Spirito soffio dono della Pasqua che apre a scoprire la vita non da trattenere per se stessi ma come pro-esistenza da vivere per gli altri, da condividere.

Nella tradizione ebraica Pentecoste è festa della mietitura e memoria del dono della Torah, Parola e comunicazione. Luca, negli Atti degli apostoli vede come la vicenda della comunità di Gesù inizi con un dono dall’alto: lo Spirito come forza di trasformazione (fuoco) e di invio (vento che scuote). Inizia proprio come era iniziato il cammino di Gesù nel suo battesimo – e prima ancora al suo concepimento: ‘Lo Spirito santo scenderà su di te e la potenza dell’Altissimo ti coprirà con la sua ombra’ (Lc 1,35). La comunità di Gesù è legata a lui, la sua vita si ricalca sulla vita di lui. Luca sottolinea che la chiesa nasce a pentecoste, cioè nasce da un dono dall’alto, nasce nel segno della diversità e della pluralità di doni. Nasce come orientata alla comunione che accoglie la chiamata di Israele ad essere comunità convocata da Dio. Chiesa di chiese. E nasce con una apertura a tutta l’umanità su cui è presente lo Spirito che soffia oltre i limiti e muri di divisione.

“A quel rumore la folla si radunò e rimase turbata, perché ciascuno li udiva parlare nella propria lingua”. Il ‘miracolo’ delle lingue è il miracolo della comunicazione e della traduzione. La Pentecoste ci dice che la diversità non è un male, ma sta nel progetto di Dio: la diversità delle lingue, delle culture, dei cammini umani. Ci dice anche che le diversità non devono rimanere separate, senza rapporto, ma sono chiamate a comunicare, possono fiorire solo nell’incontro, e recano in se stesse l’ apertura a crescere, a scoprire il proprio limite, la provvisorietà e la ricchezza dello scambio. La vita è luogo della lotta amorosa di Dio che ci scardina dai nostri particolarismi e dalle nostre chiusure per aprirci a scoprire un dono più grande attraverso i doni dell’altro. Pentecoste è promessa di un’umanità capace di comunicare mettendo in rapporto lingue diverse. Il tempo della chiesa è tempo per aprire canali in cui la voce dell’altro possa essere compresa e accolta come familiare. Anche se questo implica fatica e si scontra con contraddizioni e rifiuti.

Pentecoste è una provocazione per il nostro tempo: un tempo in cui viviamo l’esperienza della diversità, delle lingue, delle culture, delle religioni e spesso avvertiamo tale situazione come problema e come fonte di paura. Pentecoste ci dice che in questa diversità sta un dono di Dio, una chiamata. Lo Spirito apre a nuovi percorsi di fede, a scoprire la chiesa non come appartenenza esclusiva ma come seme di una umanità in relazione. Pentecoste ci dice che lo spirito va inseguito là dove ci precede perchè dello Spirito è piena la terra e lo Spirito è presente in ogni uomo e donna. Le crisi che avvertiamo nel tempo presente sono una grande opportunità di scoperta del vangelo. Sappiamo farci cercatori di tracce dello Spirito, inseguitori di un andare oltre, verso una verità sempre più grande?

“Quando verrà lui, lo Spirito di verità, vi guiderà a tutta la verità, perché non parlerà da se stesso, ma dirà tutto quello che avrà udito e vi annuncerà le cose future”. Nel vangelo verità non è una nozione intellettuale da possedere e definire. Verità indica la persona stessa di Gesù. la verità allora non è qualcosa ma qualcuno. Per questo il IV vangelo parla dello Spirito come colui che guida nella verità. Nella verità si può solo essere accolti. Ciò significa  godere dell’ospitalità della presenza di Gesù. Il suo volto ed il suo amore per noi, ci fanno vedere il volto del Padre. Nonostante tutte le nostre pretese in questo cammino siamo ancora agli inizi. Possiamo essere guidati verso una verità ancora da scoprire nella sua interezza. Lo Spirito, presenza interiore, dono del Padre e del Figlio, è il grande suggeritore, la guida, la presenza che sorregge in questo incontro. Lo Spirito apre orizzonti nuovi di comprensione del volto di Dio e di accoglienza del suo amore.

Di qui si apre un camminare: “Camminate secondo lo Spirito…” è indicazione per vivere una vita che si lascia toccare dallo Spirito che fa uscire verso l’altro, guida ad ascoltare il suo soffio nella creazione, nella sete di giustizia, nel silenzio di chi prega, negli impegni per la libertà, nei gesti del servizio, nel riconoscere la dignità di ogni volto. C’è spazio per la speranza nella nostra vita è lo spazio che lo Spirito spalanca non come ingenua spensieratezza nelle difficoltà, ma come spinta a vivere nel buio della crisi e nel gelo di inverni civili ed ecclesiali sapendo che la forza della risurrezione è più forte di ogni morte ed apre porte  di liberazione.

Alessandro Cortesi op

Quegli zainetti insanguinati

Tra le riflessioni lette in questi giorni sullo sconcertante atto di terrorismo compiuto ieri davanti ad una scuola a Brindisi intitolata a Francesca Morvillo Falcone, colpendo ragazze di sedici anni che si stavano recando a seguire le lezioni ho trovato di particolare profondità questa pagina di Alessandro D’Avenia pubblicata su La Stampa di oggi, in cui ricorda i suoi sedici anni e le figure di Giuseppe Falcone, di Paolo Borsellino, di Pino Puglisi e riporta parole cariche di attesa da parte di giovani che oggi hanno sedici anni, compagne di Melissa vittima dell’attentato e delle sua amiche ferite.  In queste sue parole ritrovo la capacità di esprimere non solo lo sconcerto, il senso di smarrimento di fronte ad un atto che colpisce giovani e li colpisce nel luogo della scuola, luogo di maturazione di futuro, di preparazione alla vita, di incontro e di trasmissione tra generazioni, ma anche una analisi che scorge l’importanza di riscoprire proprio nella scuola, proprio nella cura dei giovani, nei luoghi del formarsi,  la via per aprire ad un modo diverso di vivere, in cui le diverse mafie, le scelte di violenza trovino modo di opposizione non assecondando le logiche della violenza, o quelle dell’emozione che viene presto superata, ma sappiano coltivare una diffusa presa di consapevolezza che tocchi il quotidiano. Consapevolezza che la legalità inizi dai piccoli gesti a partire dal quotidiano, consapevolezza che nessuno può delegare la propria responsabilità nei confronti dell’altro e per la costruzione di città in cui la giustizia sia bene comune e da difendere insieme, consapevolezza che ogni volto è depositario di  dignità. Tutto questo si può fare dando importanza proprio alla scuola e a tutti i luoghi del sapere, dell’istruzione. Sono i luoghi della maturazione non solo di competenze utili e spendibili sul mercato (la famosa scuola ridotta alle tre ‘i’ – inglese impresa informatica) ma di tutto quel sapere che apre al senso della vita propria e degli altri e al vivere insieme.  Così D’Avenia ci ricorda il senso della vera crisi e la provocazione di riscatto che proviene da eventi come questi: “la vera crisi è avere abbandonato un Paese alla forza cieca dell’avidità, del potere, del compromesso, del silenzio omertoso, dello sberleffo, della disunione, del cabaret, della raccomandazione, della parola vuota. Questo ci ha indebolito sino a chiudere gli occhi: basteranno tre bombole di gas a risvegliarci? Il sangue dei martiri è da sempre il seme della rinascita. Lo sapevano bene quei tre uomini che ho visto morire nella mia città”. (a.c.)

Qui di seguito l’articolo da La Stampa 20/05/2012

Gli zaini insanguinati chiedono risposte e un futuro di giustizia

ALESSANDRO D’AVENIA
Sedici anni. Anche io li ho avuti. E quando ho visto quei libri aperti e che nessuno leggerà più, quegli zaini svuotati e abbandonati con il fardello di fatiche e sogni che accompagnano ogni sedicenne, quelle scarpe senza piedi che le portino sulle strade di una vita tutta incerta ma piena di prospettive e progetti, tutta da immaginare e assaporare, non ho potuto trattenere le lacrime. Le lacrime versate quando sedici anni li avevo io e nel giro di pochi mesi vidi nella mia città i rottami delle auto della strage di Capaci, le macerie di via D’Amelio, dove era saltato Borsellino, che incontravo tutte le domeniche nella mia parrocchia, e il sangue secco di Padre Pino Puglisi a Brancaccio, professore di religione del mio liceo. Credevo che non avrei mai più riassaporato lacrime della stessa sostanza, generate dallo stesso nonsenso. Avevano lo stesso sapore, anzi, erano ancora più amare. Perché al ricordo si è aggiunta l’evidenza che questo è accaduto in un luogo dove lavoro tutti i giorni: una scuola.

Una sedicenne che mi conosce per i libri mi ha scritto da Brindisi: «Io ero lì esattamente 10 minuti dopo la strage perché la mia scuola si trova a venti metri circa dal luogo maledetto. Oggi alle 18 tutti noi Brindisini scenderemo in piazza, ma non basta. Vogliamo che da tutt’Italia giunga il grido di forza di un popolo che si è stancato e che vuole ritrovare se stesso. Vogliamo che si dia appoggio alla gioventù e soprattutto a noi giovani del meridione che abbiamo il sole nel cuore ed il mare che ci palpita nell’anima. E non abbiamo paura». A lei fa eco un’altra ragazza: «Nella mia mente è nato il terrore. In Italia è nato ancora una volta disordine, angoscia, insicurezza. Più di quanto già non ce ne fosse. L’Italia ha perso ancora, siamo deboli. Parlo dal basso dei miei 16 anni, ma credo che ciò valga per ogni singolo giovane, uomo, anziano, che si senta realmente Italiano».

Questa volta a cadere non sono uomini coraggiosi che lottano consapevolmente, ma sono dei sedicenni che prendono un autobus per andare a scuola, quelli che accolgo in classe tutte le mattine e lottano per un’interrogazione, una fidanzata, un po’ di futuro. E li vedo lì ogni mattina, prima che la campanella squilli, a scambiarsi sbadigli, idee, sorrisi, racconti, con una vita tra le mani tanto fragile quanto forte. Quegli zaini, quei libri, quelle scarpe rimarranno immobili, come statue di una memoria pietrificata e tenteranno di pietrificare tutto il resto: sogni, speranze, fiducia. Quegli oggetti muti ci sussurreranno di ritirarci in silenzio fino a convincerci che tutto è inutile, che siamo soli, che lo Stato non riesce a difenderci, che non abbiamo nulla da sperare in un Paese ferito da una politica inefficace, ingorda e debole, preda facile di una malavita dai connotati terroristici o mitomaniaci, che sferra un attacco che non ha precedenti nel nostro Paese.
Portare il sangue in una scuola è un peccato originale in Italia. Non è come le altre stragi.
Abbiamo visto zaini schiacciati da scuole crollate per disastri naturali o incuria umana, ma non abbiamo mai visto zaini innocenti svuotati da una ferocia calcolata. Sono rimasto in classe, fermo, come se quell’aula in cui fare innamorare i ragazzi della verità, del bene, della bellezza e del sacrificio che comportano, fosse diventata un campo minato; e cattedra e banchi una trincea di sangue. Anche lì può arrivare la mano cruenta del terrore, per colpire alla cieca e lasciare, insegnanti e studenti insieme, orfani di un orizzonte che dia senso a quello studio, a quelle discussioni, a quelle parole. Ma che te ne fai di queste cose adesso? Non ci credi quasi più. Tu costruisci giorno dopo giorno e in un attimo tutto viene spazzato via. Quella speranza che a fatica hai seminato e sta germogliando in un filo d’erba viene bruciato dal fuoco di una bomba.

La paura ci fa tremare vene e polsi, ma «chi ha paura muore ogni giorno, chi non ha paura muore una volta sola» ripeteva Borsellino: sfidare questa paura che pietrifica e ci toglie ogni certezza è la sfida, adesso.

Proprio come i rottami di Capaci, le macerie di via d’Amelio, il sangue sulla piazza di Brancaccio, quegli zaini abbandonati, quei libri macchiati, quelle scarpe svuotate, daranno una scossa a tanti uomini e donne, che non sanno cosa hanno finché non lo perdono. Da quella follia omicida dei primi Anni Novanta nacque una primavera di ribellione e di rinnovamento. E sarà proprio dalla scuola di Brindisi che spero di vedere sorgere una Scuola che le unisca tutte, scaturire la forza di una gioventù che non vorrà più scendere a patti con la noia e il qualunquismo. L’errore più grande è stato colpire una scuola e i giovani. Adesso non potremo più ignorare a che cosa veramente abbiamo rinunciato da troppo tempo: il futuro dei nostri ragazzi. Il terrore non ci paralizzerà, ma darà nuovo slancio ad un eroismo per troppo tempo compresso per affrontare una crisi già in atto da anni e che abbiamo accettato solo quando è diventata economica. Ma la vera crisi è avere abbandonato un Paese alla forza cieca dell’avidità, del potere, del compromesso, del silenzio omertoso, dello sberleffo, della disunione, del cabaret, della raccomandazione, della parola vuota. Questo ci ha indebolito sino a chiudere gli occhi: basteranno tre bombole di gas a risvegliarci? Il sangue dei martiri è da sempre il seme della rinascita. Lo sapevano bene quei tre uomini che ho visto morire nella mia città. Proprio loro continuano a darmi speranza: Falcone diceva che «la mafia è un fenomeno umano e come tutti i fenomeni umani ha un principio, una sua evoluzione e avrà quindi anche una fine» e la ricetta l’aveva proprio il suo collega Paolo Borsellino, le cui parole oggi rimbombano forti e dovrebbero essere pronunciate in ogni scuola alla prima ora di lunedì prossimo: «Se la gioventù le negherà il consenso, anche l’onnipotente e misteriosa mafia svanirà come un incubo». E proprio di onnipotenza parlava Padre Puglisi, ma quella vera: «La mafia è forte, ma Dio è onnipotente». Io non so se quella di Brindisi sia una strage mafiosa. Preferirei di no. Quello che so è che tocca proprio a noi, docenti e studenti, a scuola, indossare quelle scarpe svuotate, mettere in spalla quegli zaini abbandonati e leggere quei libri macchiati di sangue. Altrimenti dimenticheremo ancora una volta perché siamo arrivati sin qui e non sapremo rispondere alle domanda che ieri, Mia, sei anni e nipotina di un’amica, le ha posto: «Zia, perché mettono le bombe nelle scuole? Io a scuola non voglio più andare se mettono le bombe, voglio studiare, diventare grande e diventare una dottoressa come te».

Ascensione – lettura di un’immagine

Nella basilica di sainte Marie Madeleine a Vézelay in Borgogna eretta tra XII e XIII secolo, una volta superati i portali  dell’imponente facciata ed entrati nell’ampio nartece, s’incontra, come ingresso nello spazio della navata interna, il grande timpano sostenuto da una colonna centrale che presenta l’immagine di Cristo nella sua ascensione al cielo.

La figura di Cristo è scolpita al centro di una grande scena. Il volto è barbato, allungato, all’interno di un nimbo crociato e definito nei contorni dal discendere di una lunga capigliatura. Lo sguardo è immobile fisso nella contemplazione. Gesù Cristo appare in posizione maestosa, seduto su di un trono, ma segnato da un movimento che lo attraversa di sotto in su e rende il senso di una tensione verso l’alto e quasi di un vento che piega le sue vesti.

Il suo sguardo è immobile, proteso verso l’infinità, rinvio agli abissi dell’amore del Padre in cui Cristo centra la sua vita. La parte superiore del suo corpo squarcia le nubi ed apre uno spazio che si pone come varco verso l’alto. Nella durezza della pietra lo scultore ha saputo rendere il dinamismo di un movimento dai tratti vorticosi che si riflettono nelle pieghe dei panneggi. La figura di Cristo, imponente nella sua corporeità, è inserita all’interno di una mandorla che lo avvolge, con le braccia aperte ad evocare la posizione del crocifisso. Un simbolismo che pone insieme il rinvio alla croce e al cammino storico di Gesù come discesa, e la condizione di gloria di colui che è riconosciuto Signore e siede ora alla destra del Padre.

Le braccia spalancate si tendono verso gli apostoli raffigurati sotto di lui in un movimento che fa avvertire una apertura di accoglienza e di custodia. Esse fanno fuoriuscire dalla mandorla le due grandi mani (una di esse danneggiata) da cui si dipartono come dei raggi che raggiungono le teste degli apostoli. Allusione a quella corrente di vita e al dono dello Spirito che è dono della Pasqua e che proprio l’ascensione del Signore rende possibile: presenza nuova nella sua assenza. Gli apostoli sono raffigurati a gruppi di tre, ciascuno con un libro tra le mani, chiaro rinvio a quella Scrittura a cui il Risorto aveva rinviato loro nel condurli a rileggere la legge e i profeti, ma anche in riferimento al vangelo che essi sono inviati d’ora in poi ad annunciare con la loro esistenza. Alcuni di questi libri sono infatti tenuti aperti e quasi mostrati in segno di consegna ad altri. I dodici sono toccati dai raggi provenienti dalle mani del risorto, una allusione all’invio dello Spirito che il Signore invia dopo che elevato alla destra del Padre non lascia soli i suoi ma compie la promessa dell’invio dello Spirito di verità.

I dodici sono inviati ad annunciare il vangelo a tutti i popoli. L’ascensione è mistero di convocazione  di salvezza donata. Sotto di loro, nella scultura, si possono riconoscere una serie di figure simboleggianti le diverse culture e popolazioni e sull’arco superiore la raffigurazioni di popoli conosciuti. Ai piedi del Cristo in trono e che sale al cielo sta Giovanni Battista colui che ha scelto di diminuire perché Cristo crescesse. Il timpano all’ingresso della basilica apre ad un universo di luce, espresso nell’architettura dell’interno, pensata in modo tale da indirizzare la luce proveniente dalle aperture, in modo particolare nei giorni di passaggio dell’anno solare. Gesù Cristo è presentato come colui che apre alla luce  e vince le tenebre con la sua Pasqua e sta al centro del tempo. La sua figura esprime la ricapitolazione di tutte le attività umane (raffigurate nell’arco superiore) e del tempo umano e cosmico rappresentato dai segni zodiacali. Cristo, al centro del tempo, è colui che apre la missione degli apostoli e invia lo Spirito in vista di un disegno di salvezza per tutti i popoli e i tempi.  (a.c.)

Ascensione del Signore

At 1,1-11; Ef 1,17-23; Mc 16,15-20

Il vangelo di Marco finisce bruscamente. Le donne recatesi al mattino il primo giorno della settimana al sepolcro di Gesù, dopo aver ricevuto l’annuncio di ‘un giovane’ che dice loro ‘Non abbiate paura, voi cercate Gesù nazareno, il crocifisso. Non è qui…’ fuggirono via dal sepolcro perché erano piene di spavento e di stupore.

L’aggiunta di una pagina finale probabilmente redatta nel II secolo tende a mitigare il silenzio con cui finisce il vangelo. In qualche modo cerca di superare la paura e lo stupore che sono le ultime parole dello scritto di Marco. Per questo è un vangelo che fa difficoltà: parla della fuga dei discepoli e dell’affidamento di  un annuncio alle donne, incaricate di dire ai discepoli e a Pietro, ‘egli vi precede in Galilea…’. Una missione affidata alla cura delle donne. Un rinvio a Gesù che precede. Il ricordo della Galilea che è terra di confine, terra di periferia e di pagani…

La finale lunga di Marco esplicita così alcuni motivi della missione e riporta quanto Luca invece presenta due volte come narrazione nella sua opera: “dopo aver parlato con loro fu elevato in cielo”. Gesù nella sua Pasqua è elevato, portato in alto. Qui sta il nucleo di significato dell’ascensione, festa tutta centrata sull’evento pasquale e che parla di Gesù, dell’umanità, della chiesa e della speranza.

L’ascensione ci parla innanzitutto di Gesù. E’ una ripresa dell’annuncio di Pietro (At 3,14): il santo e il giusto colui che voi avete crocifisso Dio lo ha innalzato alla sua destra (At 2,33). Gesù è innalzato alla destra. L’ascensione riguarda l’identità di Gesù: non è da dimenticare che l’innalzato nella posizione che spetta al re, ‘seduto alla destra’, è il medesimo che nella sua vita ha vissuto un abbassamento. Gesù è innalzato proprio perché è disceso e ha fatto della sua esistenza dono e servizio. Uno dei primi innni delle comunità cristiane ha espresso con grande forza questo duplice movimento: innalzato, elevato dal Padre proprio perché nella sua vita si è abbassato, ha fatto della sua vita un servizio fino alla morte. “per questo Dio lo ha esaltato e gli ha dato un nome che è al di sopra di ogni altro nome” (Fil 2,9). E sarà poi il IV vangelo ad approfondire il grande orizzonte della discesa e dell’ascesa vedendo in Gesù colui che è disceso dal Padre e al Padre risale (Gv 16,28). Disceso a servire lavando i piedi ai discepoli nel gesto dell’amore che si piega e prende tutta l’umanità e innalzato sulla croce che paradossalmente è momento di elevazione di attrazione proprio perché svelamento del volto di Dio come amore che si dona senza riserve.

Ma l’ascensione parla di Gesù anche perché ci dice che il suo corpo è ora presso il Padre, alla sua destra. Gesù porta con sé nella comunione in Dio tutto l’umano. In questo senso c’è un legame fortissimo tra quello che si celebra a Natale e l’ascensione. Lo esprime bene la liturgia bizantina che canta: “Tu che senza separarti dal seno paterno, o doclissimo Gesù, hai vissuto sulla terra come uomo, oggi dal monte degli Ulivi sei asceso nella gloria: e risollevando compassionevole, la nostra natura caduta, l’hai fatta sedere con te accanto al Padre. per questo le celesti schiere degli incorporei, sbigottite per il prodigio, estatiche stupivano e, prese da tremore, magnificavano il tuo amore per gli uomini”

E’ questo un messaggio di speranza per noi: l’umanità che noi siamo, tutto l’umano che compone la nostra vita è orientato ad una pienezza di vita, ad entrare in comunione con Dio oltre il male e la morte. Gesù elevato alla destra del Padre ci parla della speranza per la nostra umanità che ha condiviso con noi. Nel cammino di Gesù  possiamo rileggere il senso del cammino della nostra vita.

L’ascensione ci parla anche della chiesa: ‘andate in tutto il mondo e proclamate il vangelo ad ogni creatura’. Il tempo che si apre è tempo di assenza. Gesù non è più visibile, non può più essere incontrato come l’hanno incontrato i testimoni che l’hanno seguito sulle strade della Galilea. Ma questa assenza apre ad una presenza nuova. Gesù affida ai suoi di continuare i suoi gesti, di annunciare il vangelo al cuore della sua esistenza. Il compito dei discepoli sarà quello di lasciare spazio alla sua compagnia. “predicarono dappertutto mentre il Signore agiva insieme con loro e confermava la Parola con i segni che l’accompagnavano”. Gesù li invia a continuare quanto egli ha vissuto, l’annuncio della bella notizia del ‘regno’ (cfr Mc 1,12) e la testimonianza di segni di liberazione e di novità di vita (Mc 1,32-34). ‘Vedere’ i segni implica aprirsi ad uno sguardo della fede che porta ad interpretare la storia stessa alla luce della risurrezione. C’è d’ora in poi una presenza silenziosa che è il crescere della Parola, e i segni che il Signore offre. Ai discepoli sta il compito di continuare a seguire e di continuare a credere. In tal senso comunicare il vangelo implica un radicale affidamento a colui che è soggetto primo della loro missione: è il Signore che agisce e richiede la fede dei suoi per poter offrire segni della sua presenza. Non chiede loro particolari progetti di evangelizzazione: li chiama  ad essere solamente affidati a lui e continuare a seguirlo.

L’Ascensione ci parla anche del rapporto tra Gesù e il dono dello Spirito: Gesù elevato in alto è colui che fa discendere lo spirito. E’ ancora la liturgia bizantina che rimarca questo aspetto: “Il Signore è asceso nei cieli per mandare il Paraclito nel mondo. I cieli hanno preparato il suo trono, le nubi il carro su cui salire; stupiscono gli angeli vedendo un uomo al di sopra di loro. Il Padre riceve colui che dall’eternità, nel suo seno, dimora. Signore, quando gli apostoli ti videro sollevarti sulle nubi, gemendo nel pianto, pieni di tristezza, o Cristo datore di vita, tra i lamenti dicevano: O sovrano, non lasciare orfani i tuoi servi che tu, pietoso hai amato nella tua tenera compassione: mandaci, come hai promesso, lo Spirito santissimo per illuminare le anime nostre”.

Il dono dello Spirito è rinvio ad incontrare la presenza di Gesù nella storia. La vita del comunità del tempo non deve stare nell’atteggiamento di chi si fissa a guardare il cielo. Piuttosto è rinviata a  rivolgere attenzione e cura alla terra, a divenire responsabile del tempo e nel tempo dato, non sognando un altro tempo o altre condizioni, accogliendo le spinte dello Spirito. Il dono dello Spirito apre all’essere responsabili del vangelo e capaci di camminare in questa via di incontro nell’attesa di un compimento che verrà ma che è già dato ora come comunione.

Il ‘salire’ di Cristo appare come un abbandono e un’assenza, ma in profondità è una convocazione ed apertura sul tempo che si apre: un tempo abitato in cui scorgere le sue chiamate e la sua presenza che precede, un tempo in cui non farsi seguire ma in cui scoprire il seguirlo: seguire lui che ci precede.

C’è una ulteriore dimensione dell’evento dell’ascensione: l’orizzonte che apre all’attesa e alla speranza. E’ quanto viene espresso nella preghiera di colletta che evoca il rapporto profondo tra Cristo capo e la chiesa come corpo del suo Signore che attende di partecipare con Lui e in Lui  alla comunione e alla gioia nella vita per sempre: “Esulti di santa gioia la tua chiesa, Signore, per il mistero che celebra in questa liturgia di lode, perché in Cristo asceso al cielo la nostra umanità è innalzata accanto a te e noi, membra del suo corpo, viviamo nella speranza di raggiungere il nostro capo nella gloria”

A conclusione vorrei riprendere alcune espressioni di Jon Sobrino che sintetizzano una spiritualità nell’orizzonte dell’ascensione: “in quanto la fede è un camminare con una prassi per far scendere dall croce le vittime, la teologia è  intellectus amoris. In quanto la fede è un camminare con la speranza che Dio faccia giustizia e il carnefice non trionfi sulla vittima, la teologia è intellectus spei. In quanto la fede è un non poter smettere di camminare perché qualcosa anteriore a noi, ci muove a farlo (‘nel mio cuore c’era come un fuoco ardente, chiuso nelle mie ossa; mi sforzavo di contenerlo, ma non potevo’: Ger 20,9), la teologia è intellectus gratiae. (…) Il cristianesimo, se si vuole usare questo linguaggio, è ‘una religione del camminare nella storia’ (…) molte altre cose si potrebbero dire sull’identità cristiana nel nostro tempo, ma forse bastano due: ricordare ciò che è importante, senza banlizzarlo, ora che il nuovo sembra ricacciarlo nell’oblio (…), e camminare con l’ostinazione della speranza, che c’è una meta, senza banalizzarlo, trasformandolo in vagare. A questa parbaola viva che è Gesù Cristo, in ultima analisi si può dare soltanto una risposta personale… Ma il coraggio maggiore proviene da chi incoraggia con la sua vita reale, chi oggi assomiglia in vita e in morte a Gesù. Egli è il cammino di Dio in questo mondo di vittime e di martiri, ed è il cammino verso il Padre e il cammino verso gli esseri umani, soprattutto i poveri e le vittime di questo mondo” (Jon Sobrino, La fede in Gesù Cristo, Cittadella, 552-553).

Alessandro Cortesi op

 

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