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XVI domenica tempo ordinario – anno B – 2021

Ger 23,1-6; Ef 2,13-18; Mc 6,30-34

“Venite in disparte, in un luogo solitario, e riposatevi un po’”. E’ l’invito di Gesù agli apostoli “che si riunirono attorno a Gesù e gli riferirono tutto quello che avevano fatto e insegnato”.

L’esito di tutto questo ‘fare e insegnare’, sembra dire Marco, e con esso il senso di tutta l’attività degli apostoli, sta nel riposo, a cui Gesù li invita, in disparte.

Sta qui racchiuso un importante elemento del seguire Gesù e dello stare con lui. Gesù, nei momenti in cui veniva cercato e quando le folle lo circondavano, si ritirava tutto solo, in un luogo solitario (cfr. Mc 1,35; 6,46). In questi momenti Gesù viene ritratto da Marco nella sua preghiera, che è innanzitutto distanza dalla visibilità, allontanamento da modi sbagliati di cercarlo, generate da attese di gesti eccezionali, dalla ricerca di un capo da  esaltare. Gesù vivve invece silenzio e nella intimità lasciando spazio alla relazione che è radice della sua vita, l’incontro con l’‘Abbà’.

In questi passaggi di distanza e ascolto Gesù chiama anche i suoi accanto a sé, a condividere la sua scelta di chi non è venuto per farsi servire, ma per servire e quindi scendere, farsi piccolo. Li chiama non all’azione ma al riposo, in  disparte. Non si tratta solamente di un invito al riposo dopo la fatica, ma più profondamente l’aprire loro lo sguardo su ciò che costituisce la radice e la sorgente di ogni loro fare e insegnare, quella relazione viva personale ed intima con il Padre.

In questo si può cogliere il senso profondo della preghiera che Gesù desidera trasmettere ai suoi: la sua preghiera è un tempo di incontro, fatto non di parole, di rituali, di particolari attività, ma un tempo donato, segnato dal riposarsi, dall’attitudine a ricevere, dalla gratuità che sorge dal riconoscimento che ogni cosa viene dal Padre e dalla consapevolezza che l’unica cosa richiesta è l’abbandono fiducioso a lui. Il ‘luogo solitario’ evoca il deserto, luogo biblico della prova, ma anche luogo in cui, senza orpelli e difese, si può vivere l’incontro con Dio nell’amore. E’ lo spazio del fidanzamento tra Dio e il suo popolo e di cambiamento nell’accogliere il dono di un rapporto con lui non più da servi, ma da amici con il Dio dell’amore.

In questo brano compare anche un’espressione assi significativa: “(Gesù) vide molta folla e si commosse per loro, perché erano come pecore senza pastore, e si mise ad insegnare molte cose”. Lo stringersi delle viscere è sentimento propriamente femminile nel ‘sentire’ dentro di sé sofferenze e angustie dei figli. La compassione di Gesù nei confronti delle folle reca i tratti del coinvolgimento profondo. Non è sguardo paternalistico di assistenza. Gesù è coinvolto nella condizione di coloro in cui egli si identifica. E’ espressione che nella Bibbia è riferita alle ‘viscere di misericordia’ del Padre: “Non è forse Efraim un figlio caro per me, un mio fanciullo prediletto? Infatti, dopo averlo minacciato me ne ricordo sempre più vivamente. Per questo le mie viscere si commuovono per lui, provo per lui profonda tenerezza” (Ger 31,20)

E’ questa l’attitudine del pastore che accompagna , si fa solidale perché conosce le sue pecore e condivide con loro l’esistenza e si prende cura di ognuna di esse: è Dio che “come un pastore egli fa pascolare il gregge e con il suo braccio lo raduna, porta gli agnellini sul petto e conduce pian piano le pecore madri” (Is 4,11; cfr Dt 32,11). L’autentico pastore di un gregge disperso e senza guida è Jahwè. Gesù guarda alle folle che lo cercano come gregge disperso e in attesa di guida e cura.  Nel suo sguardo si rende presente quanto la prima comunità  ha colto dello stile di Gesù. Nella sua vita attua quanto era stato promesso: “Il Signore, il Dio della vita in ogni essere vivente, metta a capo di questa comunità un uomo che li preceda nell’uscire e nel tornare, perché la comunità del Signore non sia un gregge senza pastore” (cfr. Num 27,16-17). Il suo andare e insegnare è per un grande raduno di affaticati e  oppressi perché trovino in lui la serenità del riposo. Nell’incontro con lui si incontra la cura e tenerezza del Dio della compassione.

Alessandro Cortesi op

Compassione e tre situazioni del presente

Tre notizie di oggi possono essere motivo di riflessione per ascoltare il vangelo come lampada ai nostri passi in questo tempo.

A vent’anni di distanza dai terribili fatti di Genova del luglio 2001, momento di sospensione della democrazia e di azioni di tortura e di violenza sistematica e indiscriminata, abbiamo visto scorrere davanti ai nostri occhi gesti orrendi di disumanità nelle carceri italiane nelle registrazioni filmate di violenze e torture procurate contro carcerati da interi reparti di polizia muniti di casco e manganelli a santa Maria Capua Vetere. In tante altre carceri si sono attuate situazioni analoghe attestate da testimonianze dirette, in particolare nel tempo della pandemia. Ma questa volta le immagini hanno reso evidente quanto avrebbe dovuto risultare manifesto anche prima ed era stato tenuto nascosto anche con tentativi di oscurare prove e depistare le indagini intraprese.

Sono violazioni sconcertanti della carta costituzionale, sono episodi che dovrebbero suscitare non tanto un moto di odio e rivalsa generalizzata nei confronti della polizia penitenziaria, ma una profonda indignazione per le responsabilità dei vertici – a tutti i livelli politici e di comando -che hanno promosso e consentito tale situazione generalizzata di violazione di diritti umani e di violenza pari a quella dei regimi dittatoriali. Un profondo sconcerto deriva anche dal pensare che nessuno di coloro che hanno perpetrato tali azioni di violenza su persone che dovevano difendere abbiano pensato di rifiutarsi ad ordini anticostituzionali e disumani. A fronte di questo indegno spettacolo appare urgente riscoprire che la pena e il carcere non debbono essere intesi quale ambito di castigo e repressione, di violenza e vendetta, ma luoghi della possibile maturazione del consapevolezza  degli atti ingiusti compiuti, occasione di riabilitazione e di apertura anche alla speranza. La distanza e la non conoscenza delle situazioni genera indifferenza, durezza, insensibilità, cioè il contrario della compassione che è attitudine radicata profondamente nel cuore e richiede di essere coltivata e curata. C’è un grande lavoro da compiere nella maturazione culturale, negli ambiti educativi, nella realizzazione di politiche concrete per evitare che la deriva giustizialista che ha preso piede in Italia abbia ancora sviluppo.

Una seconda notizia proviene dalla prossima votazione in aula del Parlamento del finanziamento da parte dell’Italia alla Libia perché gestisca il controllo delle migrazioni. La questione è posta nei termini di rifinanziamento degli accordi di cooperazione ma di fatto questi accordi sono un modo per esternalizzare il compito di mantenere con tutti i mezzi i migranti al di fuori dei confini europei. Ormai innumerevoli sono le denunce sulle condizioni disumane in cui sono costretti i migranti nei centri di detenzione in Libia, fatti oggetto di orribili crimini. Altrettante sono le denunce sui respingimenti illegali e sulle violazioni ai trattati internazionali ed alla convenzione di Ginevra da parte della cosiddetta guardia costiera libica che è composta di milizie violente e senza regole a cui è stata data copertura istituzionale. Nel giorni scorsi è stato sconcertante vedere le immagini di una motovedetta libica giunta a sparare contro una barca di migranti e ad inseguirla al fine di farla naufragare. Ricorrono anche le notizie verificate di omissioni di soccorso in mare.

Si avverte anche a tal riguardo l’urgenza di un soprassalto di umanità nel riconoscere la dignità inviolabile di migranti che cercano un futuro fuggendo situazioni di miseria, di guerra, di crisi climatiche. E ciò implicherebbe una chiara scelta di rifiuto del finanziamento alla Libia, senza tentennamenti e proposte svianti tese ad evitare una assunzione di responsabilità nella direzione di politiche nuove e diverse miranti non al respingimento ma all’accoglienza e integrazione dei migranti. Provare compassione non è un sentimento di anime belle ma è base della possibilità di vivere insieme riconoscendo l’esistenza dell’altro. Si avverte l’urgenza di politiche di migrazione lungimiranti, che prevedano possibilità di ingressi regolari, programmazione nell’ambito del lavoro in cui vi sarebbe tanta necessità di manodopera e di diverse presenze che certamente esigono anche una equa retribuzione. Al momento attuale risulta innanzitutto fondamentale porre una fine alla orrenda pagina di storia che segna questi decenni in cui nel Mediterraneo è stata compiuta e continua ad essere in atto una strage di uomini donne e bambini, lasciati annegare nell’indifferenza e nella complicità con i torturatori e i trafficanti di essere umani. E sarebbero da ricordare le parole di papa Francesco pronunciate nel suo viaggio di ritorno dal recente viaggio in Irak (11 marzo 2021): “La migrazione è un diritto doppio: diritto a non migrare, diritto a migrare. Questa gente non ha nessuno dei due, perché non possono non migrare, non sanno come farlo. E non possono migrare perché il mondo ancora non ha preso coscienza che la migrazione è un diritto umano”.

Una terza notizia riguarda la questione della discussione al Senato del ddl Zan che prevede  misure di prevenzione e contrasto della discriminazione e della violenza per motivi fondati sul sesso, sul genere, sull’orientamento sessuale, sull’identità di genere e sulla disabilità. Certamente ogni legge potrebbe esigere miglioramenti ma è da scorgere come questa iniziativa sorga dal fatto che in Italia si è registrata negli ultimi anni una preoccupante crescita di episodi di violenza indirizzata contro persone LGBTI e disabili.  E’ questo un segnale della deriva di barbarie in atto nel cuore della vita quotidiana e che causa sofferenze e drammi nella vita di tante persone. A tutto questo è importante e urgente reagire con una azione educativa e formativa innanzitutto.

C’è chi ha sollevato la questione sull’identità di genere ritenendola portatrice di una sorta di ideologia che si imporrebbe per autorità statale. Tale nozione peraltro è presente nei trattati europei da tempo ed è anche nozione utilizzata sin dal 1998 in una norma nazionale come lo «Statuto delle studentesse e degli studenti della scuola secondaria» (Dpr 249/1998) che richiama all’ “educazione alla consapevolezza e alla valorizzazione dell’identità di genere” insieme alla maturazione da parte degli studenti del “senso di responsabilità e della loro autonomia individuale”.

Ma al di là di considerazioni che potrebbero aprire approfondimenti su tanti aspetti specifici dei temi in gioco appare sconcertante scorgere come questo decreto, già approvato alla Camera, divenga occasione di basse strategie di affermazione e luogo di contrattazione tra forze politiche alla ricerca di consenso, strumentalizzando un passaggio di discussione parlamentare e conducendo così a trascurare l’attenzione ai diritti, all’esistenza, al terribile carico di sofferenze che segnano la vita delle persone. Una approvazione di questo decreto costituirebbe una chiara affermazione di difesa di diritti e una occasione per contrastare l’atmosfera di intolleranza, di violenza e di rifiuto dell’altro che ammorba l’atmosfera del nostro Paese in questo triste momento storico. Anche a questo proposito compatire significa non attitudine paternalistica ma riconoscimento di dignità e agire concreto per la giustizia.   

Alessandro Cortesi op 

VI domenica – tempo ordinario – anno B 2021

Lv 13,1-2.45-46; 1Cor 10,31-11,1; Mc 1,40-45

La malattia della lebbra nel mondo di Gesù era considerata ‘primogenita della morte (Gb 18,13). Uno storico del tempo, Giuseppe Flavio, scrive: “I lebbrosi stavano sempre fuori della città; dal momento che non potevano incontrare nessuno, non erano in nulla diversi da un cadavere”. Alla malattia veniva attribuita una valenza di tipo religioso e quindi di rapporto col peccato: alla sofferenza del malato si associava così l’ignominia di un esclusione religiosa e sociale (Lev 13-14). Per questo era compito dei sacerdoti constatare che qualcuno avesse contratto tale malattia e, in caso di guarigione, il lebbroso guarito doveva compiere un atto cultuale. Questi elementi sono rilevanti per scorgere la portata del gesto di Gesù nell’incontrare un lebbroso. 

Gesù si lascia avvicinare da un lebbroso, di cui non è riportato il nome, anche forse per il carattere di spersonalizzazione che la malattia comportava – e comporta ancora – nella vita di una persona.  Gesù si lascia coinvolgere nella sofferenza di quell’uomo e lo accoglie non come malato ma nella unicità del suo volto e ascoltando il grido della sua sofferenza.

Di fronte al lebbroso che lo invoca ‘se vuoi, puoi guarirmi’, Gesù reagisce con atteggiamento che secondo una prima interpretazione è reazione di ira. La sua collera è nei confronti del male che sfigura le persone e le conduce ad essere tenute fuori e respinte. D’altra parte – secondo un’altra possibile versione – Gesù fu ‘mosso a compassione’. Il verbo indica un altro movimento rivolto alla persona e non al male: un sentimento di commozione di essere ‘preso nelle viscere’ – indice della profondità dell’amore di Dio (Os 11,9; Is 49,15). Ma proprio questo movimentio interiore genera un agire, apre a gesti di vicinanza.

Gesù oltrepassa i confini di separazione detatti dalle norme della legge e tocca il lebbroso: compie un gesto che trasgredisce le determinazioni della legge ma nello stesso tempo riporta al cuore della legge perché restituisce quel malato alla sua umanità, gli apre percorsi di vita e di relazione. Lo rende accolto e riconosciuto. La parola e il gesto di Gesù indicano che l’attuazione della Legge consiste nell’amore. Tutto ciò suscita il rifiuto delle autorità religiose che vedono messo in discussione un modo di impostare la religione nei termini di un sistema rigido e chiuso dove la norma diviene idolo che non porta a guardare in faccia le persone.

Stendendo la mano sul lebbroso Gesù evoca il gesto di Mosé nel percorso dell’esodo, passaggio dalla schiavitù alla libertà per Israele. Nel toccare il lebbroso esprime il suo coinvolgimento nella sofferenza di quell’uomo. nel toccare quell’uomo malato anche Gesù è toccato e si lascia coinvolgere nella sofferenza della malattia. Per Gesù la malattia non ha per nulla a che fare con il peccato e i suoi gesti sono tutti intesi a liberare dalla malattia ed anche dalla percezione di essere lontani da Dio. La sua vicinanza narra il volto di Dio che ha a cuore la vita dei suoi figli. Gesù rende puro quell’uomo liberandolo dalla condizione di esclusione dovuta alle leggi del puro e dell’impuro. La guarigione diventa esperienza della possibilità di un modo nuovo di vivere le relazioni e il rapporto stesso con Dio.

Dopo la guarigione Gesù invita il lebbroso a compiere quanto prescritto dalla legge nel recarsi dai sacerdoti e gli chiede il silenzio ma quello: ‘iniziò ad annunciare molte cose e a diffondere la parola’ (Mc 1,45). Marco suggerisce in tal modo due grandi messaggi. Innanzitutto presenta il volto di Gesù come profeta che lotta contro il male e intende la sua missione nel ridare dignità agli esclusi. Ma anche suggerisce il profilo del discepolo che ha incontrato Gesù e da quell’esperienza fa iniziare un cammino nuovo e una comunicazione di vita agli altri.

La narrazione iniziata con l’avvicinarsi del lebbroso che usciva dalla sua situazione di marginalità ed esclusione si conclude con l’immagine di ‘Gesù non poteva entrare più palesemente in città, ma stava fuori in luoghi deserti’. Gesù ha preso su di sè la condizione propria del lebbroso e dice che Dio solo si può incontare fuori dell’accampamento. Ma ora ‘venivano da lui da ogni parte’. in tal modo Marco fa comprendere che Gesù è messia sofferente, come il lebbroso colui ‘di fronte al quale ci si copre la faccia’ e umiliato (Is 53,3-4), ma  nella sua via è possibile trovare apertura ad un modo nuovo di vivere che non esclude e riconosce dignità ai volti delle vittime e dei poveri.

Alessandro Cortesi op

Senza riconoscimento

La figura del lebbroso senza nome è paradigma di una condizione spersonalizzata: è figura indistinta, identificata con la malattia che marca la sua vita, senza alcun riconoscimento e per questo anche escluso, tenuto fuori da ogni considerazione di dignità. Non è chiamato per nome, non ha un volto in cui incontrare gli occhi: non è più persona da riconoscere in primo luogo nella sua unicità e nella sua esistenza indipendentemente dall’afflizione o dalla disabilità che reca con sè e lo fa soffrire. Nell’essere indicato come ‘lebbroso’ quella persona viene sottoposta ad un processo di spersonalizzazione, pari all’essere ridotta ad un numero e posta fuori della condizione umana: e per questo da mantenere fuori dell’accampamento e tener lontano perché fonte di contagio. Tanto più dolorosa è la situazione del lebbroso quanto più il suo male, che lo fa soffrire viene visto come l’esito di una sua colpa, o un destino ineluttabile di cui non si riconoscono le responsabilità umane nella catena delle cause della malattia.

Il lebbroso è paradigma dei tanti poveri, la cui condizione è sinonimo della loro vita senza più riconoscimento di singolarità, di storie, di desideri, di relazioni e di speranze. Lebbrosi, senza nome, sono i senza fissa dimora che dormono in angoli protetti dei centri cittadini. Ad alcuni di loro in questi giorni sono state sottratte e gettate via le coperte in alcune città italiane. Lebbrosi, senza riconoscimento, sono le vittime, 91 giovani migranti, di uno tra gli ultimi naufragi al largo della Libia pochi giorni fa tra il 9 e il 10 febbraio. Novantuno, quasi tutti minorenni, sedici, diciassette anni uomini, provenienti dalla regione segnata da carestie e violenze Al Fashir e Nyala, nel nord del Darfur, in Sudan. Di loro restano i nomi, le foto di alcuni, ma tutti avevano in cuore una speranza, aveva una famiglia che ora li piange, affetti e sogni.

Così conosciamo il nome di Mostafa di origini marocchine morto a Torino nei giorni scorsi mentre dormiva al freddo. E come lui altri, ad Arzachena in Sardegna nel periodo di Natale, ed un ghanese domenica scorsa a Formigine, nel Modenese. Nelle città si discute di decoro e di sicurezza ma non ci si pone il problema di scoprire i nomi e le storie di chi vive senza dimora, ai margini, visti come scarto da evitare, da tener fuori dalla visuale per non laaciarsi interrogare su cambimenti possibili nel pensare la vita comune. Tenuti fuori dell’accampamento, spesso vittime di una crisi sanitaria e sociale che segna più pesantemente chi ha meno sostegni, risorse e capacità. Ma proprio la loro presenza è provocazione a guardare il mondo dalla parte della loro esperienza, delle loro storie. Riconoscere i nomi e ricordarli è primo passo per scorgere una responsabilità che ci sta davanti e che si pone a livello di costruzione di un vivere insieme in cui sia restituita dignità ai volti.   

“Veniamo da anni di sbreghi, vuoti, ritardi. Sono cresciute le disuguaglianze, le povertà assolute e relative, la disoccupazione, la riduzione o lo smantellamento dei servizi in nome di una logica economica che ha generato paure, fragilità ma anche un sordo risentimento che sfocia spesso in forme di odio e di vero e proprio razzismo. (…) Il nodo, tuttavia, resta politico. La solidarietà non può sostituire il diritto. Lo slancio delle persone, delle associazioni, del privato sociale, non può surrogare l’impegno politico per eliminare le cause strutturali della disuguaglianza e dell’ingiustizia. «Chiedo a Dio che ci regali più politici che abbiano davvero a cuore la società, il popolo, la vita dei poveri (…). La politica, tanto denigrata, è una vocazione altissima, è una delle forme più preziose della carità perché cerca il bene comune». Sono parole di Papa Francesco, contenute nella Evangelii Gaudium. Parole che sottoscrivo in pieno e alle quali mi permetto umilmente di aggiungere che la politica ritrova la sua “altissima vocazione” –che più che mai, in questi giorni, è chiamata a cercare – quando sa guardare il mondo con gli occhi dei poveri e nella prospettiva della strada. Lasciandosi toccare e turbare dalla domanda che la strada incessantemente rivolge: «Cosa puoi fare affinché tutte le persone abbiano una casa, un lavoro, una dignità e smettano di sentirsi un numero, una cosa, una merce di scarto?»” (Luigi Ciotti Siamo tutti Mostafa fratello clochard, “La Stampa” del 9 febbraio 2021)

Alessandro Cortesi op

XXV domenica tempo ordinario – anno A – 2020

Is 55,6-9; Fil 1,20c-27a; Mt 20,1-16a

La parabola dei lavoratori nella vigna non intende dare indicazioni su come pagare i dipendenti o su come impostare i rapporti di lavoro. Come tutte le parabole di Gesù è un racconto che intende provocare ad accogliere il ‘regno di Dio’ cioè il farsi vicino di Dio che inaugura un mondo di rapporti nuovi.

Un padrone di casa a diverse ore della giornata esce di casa per prendere a giornata lavoratori per la sua vigna. La vigna è nella Bibbia l’immagine del popolo di Dio, rinvia  ad una vicenda di amore e di cura tra il coltivatore e la vigna stessa che è la storia dell’incontro tra Dio e l’umanità.

Gli operai sono chiamati in diversi momenti, dall’alba sino al tramonto e a tutti è promessa la medesima paga. Ma al termine della giornata qualcosa di strano interviene. Il padrone comincia a pagare per primi gli ultimi. Non solo ma paga anche gli ultimi con la stessa paga dei primi. I primi allora si lamentano: questo modo di agire del padrone appare come una palese ingiustizia. Il racconto costruisce così uno spaesamento. A questo punto Gesù introduce il suo invito a scorgere come la sua parola è invito a scorgere il volto di Dio stesso. Il suo racconto non riguarda una sorta di morale del lavoro, ma vuole indicare il volto di Dio come buono.

I servi che lavoravano dal mattino iniziarono a mormorare: ‘mormorare’ è un verbo importante nella Bibbia, usato ad indicare la protesta contro Dio di Israele nel deserto perché di fronte alla fame e alla fatica veniva meno la fiducia nelle promesse. Il mormorare rivela così un atteggiamento che ha che fare con il rapporto con Dio stesso: una mancanza di fiducia, una incomprensione della sua vicinanza e promessa.

Di fronte a questo ‘mormorare’ il padrone risponde con una parola di amicizia e si rivolge a chi si lamenta chiamandolo ‘amico’. Sta qui il centro della parabola che intende proporre di accogliere il volto del Padre: sotto il profilo del padrone è da scorgere la presenza di un Dio che nutre verso di noi lo sguardo di un amico. Con lui non è questione di un rapporto da dipendenti, ma da amici: a lui sta a cuore un incontro di affidamento.

‘Non posso fare delle mie cose quello che voglio? Oppure tu sei invidioso perché io sono buono?’ Al fondo della lamentela del servo sta una non comprensione dell’autentico volto di Dio. Egli per questo nutre un senso di competizione e di invidia nei confronti degli altri. Gesù racconta in questa parabola un volto di Dio semplicemente buono che offre a ciascuno non tanto una paga ma la preziosità di un incontro che non ha prezzo, va oltre ogni tesoro: è il dono di sé stesso. Un Dio che si prende a cuore tutti, i primi come gli ultimi, preoccupato che tutti possano incontrarlo e sperimentare lo stile della misericordia.

Il padrone della vigna dà a ciascuno la paga che aveva stabilito, ma va oltre la giustizia e vive un atteggiamento di misericordia: agli ultimi come ai primi. Coloro che mormorano non comprendono che la passione di questo padrone della vigna – dietro al quale si nasconde il volto del Padre – è che si possa attuare un incontro in cui ciascuno vive di ciò che è sufficiente. La fede diviene allora accoglienza di tale dono. Gli ultimi, che Dio desidera incontrare, sono tutti coloro che non possono vantare diritti e meriti. Il regno di Dio è dono per tutti, è novità di rapporti nuovi, è chiamata a percorrere le vie della fraternità e a superare ogni invidia.

Gesù in questa parabola esprime una critica profonda verso i modi di pensare Dio secondo misure umane, anche di tipo religioso, secondo la logica di dare-avere, del merito e della ricompensa. Apre ad affidarsi al Dio della gratuità e dell’amicizia, sorgente di un nuovo rapporto con gli altri. La via della misericordia è indicata come lo stile di vita della comunità che segue Gesù.

Alessandro Cortesi op

Compassione

Profonda emozione ha causato la notizia dell’uccisione a Como di don Roberto Malgesini che si dedicava alla vicinanza e alla cura dei poveri e dei migranti a Como. Le sue braccia aperte fissate in una foto consegnata alla stampa sono segno di una disposizione del cuore e di orientamento di tutta la sua esistenza.

Aveva maturato la sua scelta di vivere il servizio di presbitero nella chiesa proprio quale modo per esprimere la sua risposta ad una chiamata che avvertì a porsi a servizio dei poveri. Si era presentato a fare esperienza alla Casa della Carità a Milano provenendo da Como: era quella la casa voluta dal vescovo Martini quale eredità del suo servizio episcopale e segno di attenzione agli ultimi. Per un anno ha fatto il pendolare seguendo l’accoglienza degli ospiti nella sezione delle docce. Poi è tornato a Como deciso a ‘servire il Signore negli ultimi’.

Don Virginio Colmegna direttore della Casa della carità così lo ha ricordato (Intervista a Virginio Colmegna, a cura di Paolo Lambruschi, “Avvenire” 16 settembre 2020): «Era venuto per una passione per il Vangelo, è importante dirlo. La sua era una scelta di viverlo partendo dalle realtà degli ultimi. Aveva, e lo ha conservato, un grande entusiasmo e ci ha trasmesso il senso di stare insieme alle persone più fragili cercando una relazione”. Ed ha aggiunto “la sua è la santità della porta accanto, della normalità. Era una persona generosa”. Qualcuno ha osservato che don Roberto non era presente nei social, non era attivo con tweet o altro, ma era presente nel contatto diretto, quotidiano, che non ricerca visibilità e non pretende di avere riconoscimenti come leader o come eroe.

Chi lo conosceva ne ricorda il tratto mite, la discrezione e l’asciuttezza di parole, la concretezza propria di un uomo di montagna. Il suo impegno vissuto in modo fattivo e senza pretese di efficientismo generava condivisione e coinvolgimento di altri: erano gli studenti che lo accompagnavano nel portare colazioni e conforto ai senza fissa dimora ed erano tutti coloro che lo accompagnarono quando a Como, pochi mesi fa, furono chiusi dall’amministrazione i luoghi di accoglienza e in molti si presentarono in piazza con una coperta sotto il braccio quale segno di resistenza alla deriva di disumanità che stava conquistando le città italiane.

Ancora don Colmegna ha osservato: «Questa morte ci dice che è necessario continuare a prendersi cura delle persone più fragili, segnate anche dalla sofferenza psichica, che non possono essere abbandonate da sole sulla strada. Una riflessione che diventa ancora più forte dopo il tempo del Covid”. Don Roberto ha vissuto una vita donata ed ha espresso un tratto di quel volto del Dio della compassione e della cura che sta al cuore del vangelo.

Alessandro Cortesi op

Interrogarsi sulla salvezza

E’ uscito il libro Salvezza e compassione di Dio nella storia umana, ed. Nerbini, Firenze 2018, pp.160

Temi trattati:

Vulnerabilità dell’umanità e salvezza da Dio della compassione / Attese umane e dono di salvezza  in Cristo / Salvezza in Cristo e pluralismo delle religioni / Dialogo sul fine vita: tra teologia e istanze etiche / Ricerche di spiritualità dei giovani oggi

Chi desidera può richiederne copia inviando il proprio recapito all’indirizzo: info@domenicanipistoia.it

Domenica delle palme e della passione del Signore – anno B – 2018

IMG_2635.JPGIs 50,4-7; Fil 2,6-11; Mc 14,1-15,47

La liturgia della domenica delle palme introduce alla settimana della memoria della passione e di Pasqua, mistero di morte e di vita, di sofferenza e di amore.

Marco narra la passione di Gesù scorgendo in essa il mistero della sua identità. L’intero vangelo, è annuncio di Gesù, come messia atteso: ‘figlio di Dio’ è titolo del re messia (Salmo 2,7).

Tuttavia lungo il vangelo chi esprimeva affermazioni sull’identità di Gesù veniva messo a tacere: non solo i demoni (1,24; 3,11), ma anche gli apostoli (9,7.9). Marco sa bene che vi è possibilità di costruire un’immagine falsa di Gesù, proiettando in lui le attese di un messia di potenza e dominio.

Nel racconto della passione Gesù è presentato nella sua vulnerabilità. Prova paura e angoscia, vive la debolezza e lo sfinimento. Marco fa scorgere anche la solitudine di Gesù quando tutti lo abbandonano e fuggono (Mc 14,50).

Così nella preghiera nell’orto degli ulivi Gesù pronuncia le parole: “Abbà Padre, allontana da me questo calice”. Marco segue Gesù quando sta in silenzio di fronte al sommo sacerdote: “Non rispondi nulla?… Ma egli taceva e non rispondeva nulla” (14,60), e di fronte a Pilato (14,5). Lo presenta nella sua incapacità a portare il legno della croce caricato sulle spalle dei condannati. Gesù non ce la fa ed è aiutato da Simone di Cirene, di passaggio, che fu costretto a portare quel peso (14,21). Infine sono riportate le parole di scherno e offesa contro di lui sotto la croce: dicevano “ha salvato altri, non può salvare se stesso! Il Cristo, il re d’Israele, scenda ora dalla croce, perché vediamo e crediamo” (14,32-33). Il credere come risposta alle opere di potenza viene contrapposto al credere che nasce dalla Pasqua. E’ un credere che passa attraverso una conversione radicale e che diventa seguire Gesù stesso nel suo cammino: solo la via della croce è la via della risurrezione e della vita.

Gesù è il Messia che non scende dalla croce, e sulla croce si rivolge al Padre con il grido del salmo 22,2: “Dio mio, Dio mio, perché mi hai abbandonato”. Gesù fa sua la preghiera di chi nell’oppressione presenta a Dio il senso di abbandono. Riprende l’invocazione delle vittime della storia. Sappiamo che il salmo 22 si conclude in un inno di affidamento a Dio, come colui che esaudisce l’invocazione del giusto sofferente e non gli nasconde il suo volto. Gesù è messia che prende su di sé la debolezza e vive nel dono di sé fino alla fine.

Secondo il modo di pensare umano la potenza e la violenza di ogni potere hanno ragione; in modo paradossale Gesù inerme davanti al sommo sacerdote afferma la sua pretesa di essere lui il Figlio dell’uomo, figura del giudice degli ultimi tempi (cfr. Dan 7), colui che giudicherà il mondo e la storia (14,62).

Proprio nel momento della morte di Gesù, Marco annota due particolari: per la prima volta risuona una parola sull’identità di Gesù a cui non è imposto il silenzio “veramente quest’uomo era figlio di Dio”. Un pagano, soldato romano riconosce il volto del messia nel crocifisso che ha dato la sua vita per tutti. In quella vita donata è possibile scorgere il senso del cammino di Gesù come messia. E’ una parola che esprime il significato che Gesù stesso aveva dato alla sua vita e alla sua morte e che lui stesso aveva indicato ai suoi nei segni dell’ultima cena: “Questo è il mio sangue, il sangue dell’alleanza, versato per molti” (14,24).

La sua morte, esito di un complotto dei capi politici e religiosi, punto di conclusione di un’ostilità al suo annuncio del regno e al suo stile, è in radice fedeltà al Padre e alla missione di annuncio del regno. Gesù è messia venuto per servire (cfr. Mc 10,45).

Nel momento della sua morte – scrive Marco – ‘il velo del tempio si squarciò in due dall’alto in basso’. Di fronte al sommo sacerdote il discorso si era appuntato sul ‘tempio fatto da mani d’uomo’ e sul ‘tempio non fatto da mani d’uomo’ (14,58).

Marco presenta il Cristo, nel momento della morte, come colui che apre in modo nuovo all’incontro con Dio. Ogni barriera tra Dio e l’umanità è tolta, il velo che separa si apre. A tutti, a partire dal centurione pagano, è possibile proclamare quanto nel vangelo solamente la voce di Dio aveva annunciato: ‘Questi è il mio Figlio, l’amato’ (cfr Mc 1,11; 9,7). La morte di Gesù è inizio di una vita nuova.

Quel giovinetto che l’aveva seguito vestito solo di un lenzuolo perché voleva vedere le vicende della passione ed era fuggito via nudo (Mc 14,51-52), sarà il giovinetto seduto sulla destra del sepolcro, vestito d’una veste bianca che annuncia: ‘E’ risorto non è qui… vi precede in Galilea…là lo vedrete…’ (Mc 16,5).

Alessandro Cortesi op

IMG_2696.JPGLo sguardo e il grido

“Il primo sguardo di Gesù è uno sguardo messianico. Non è prima di tutto per il peccato degli altri, ma per la loro sofferenza” (J.B.Metz, Mistica degli occhi aperti. Per una spiritualità concreta e responsabile, ed. Queriniana 2013, 17). Così J.B.Metz sottolinea l’attitudine di Gesù e ne sottolinea l’importanza come riferimento fondamentale per tornare a lui e seguirlo. Nel corso della storia del cristianesimo ciò spesso è stato perso di vista. E’ stata promossa una religiosità di tipo privato senza attenzione al grido di sofferenza proveniente dalle vittime della storia, a tutti coloro che sono rimasti senza voce e dimenticati. Primo passo per assumere lo stile di Gesù è coltivare la memoria della sofferenza.

L’intero percorso di Gesù si colloca in ascolto della sofferenza delle vittime e di coloro che sono i dimenticati, gli esclusi della storia. “la passione di Cristo è inserita nella storia di passione degli uomini” (64). Gesù presenta una spiritualità in cui l’incontro con Dio non può realizzarsi nel volgere le spalle ai sofferenti e a chi è senza voce perché eliminato dalla violenza e dall’oppressione. Metz indica questa via come “una mistica biblica della giustizia; è la passione di Dio nel senso di compassione, di mistica pratica della compassione” (ibid. 18).

“Buddha medita, Gesù grida. La mistica delle tradizioni bibliche è, nel suo nucleo centrale, una mistica che cerca il volto, non è una natura priva di volto o una spiritualità cosmica dell’assoluta totalità. Buddha medita, Gesù grida. L’ultimo (quarto) viaggio di Buddha termina dopo le esperienze, per lui dolorosissime, sofferte dinanzi al dolore, al bisogno e alla morte degli uomini, con un ritorno alla meditazione che cerca redenzione. L’ultimo viaggio di Gesù finisce con un grido che cerca un volto: ‘Dio mio, Dio mio, perché mi hai abbandonato?’ Il centurione che si trovava di fronte a lui, avendolo visto spirare in quel modo, disse: ‘Davvero quest’uomo era Figlio di Dio!’” (ibid. 105-106).

Metz sottolinea che “chi di ‘Dio’ non deve chiudere gli occhi. Il cristianesimo non è un cieco incanto dell’anima, ma insegna una mistica degli occhi aperti” (ibid. 101). Vi sono modi di intendere la religione come allontanamento dalla sofferenza, o di sostituire tale attenzione con la preoccupazione solo per il peccato e la salvezza. Gesù ha vissuto la sua passione aprendo la via per intendere la vita nella compassione e nella passione per Dio che non dimentica la sofferenza.

La compassione è la via che Gesù ha mostrato nel grido sulla croce e la compassione è anche il tratto di una mistica che si fa pratica nel seguire Gesù: «una mistica degli occhi aperti che sa com-patire» (ibid. 81)

L’incontro con Gesù nel suo cammino di passione è luogo di inizio di una sequela che chiede di divenire esperienza pratica nella compassione e nella vicinanza. “il discorso cristiano di Dio può essere universale e non solo un problema di Chiesa, può diventare anche un problema dell’umanità solo quando è nella sua essenza un discorso che, sensibile alla sofferenza del diverso, alla ‘sofferenza degli altri’, è orientato alla giustizia e alla ricerca di essa” (ibid. 17). Solo una fede capace di memoria che si traduce in prassi di compassione è mistica di chi mantiene gli occhi aperti, di chi non volge le spalle al grido delle vittime e così si pone in cammino nel seguire il Cristo sofferente.

Alessandro Cortesi op

 

 

 

 

VI domenica tempo ordinario – anno B – 2018

Jesús+cura+a+un+leproso+4.jpgLv 13,1-2.45-46; 1Cor 10,31-11,1; Mc 1,40-45

Nel mondo antico il riferimento alla lebbra rinviava alle più diverse patologie dermatologiche. Fonte di timore soprattutto per i pericoli del contagio, la lebbra era definita nella Bibbia ‘primogenita della morte’ (Gb 18,13; cfr. Num 12,12). Così i lebbrosi erano particolarmente temuti e tenuti a distanza: non potevano entrare nelle città ma erano costretti a stare lontani ed isolati. La lebbra era anche connessa al religioso e considerata impurità. Era compito dei sacerdoti constatare tale malattia (Lev 13-14) e, nel caso di guarigione, accogliere il sacrificio richiesto quale ringraziamento (Lev 14,1-32).

La narrazione della guarigione di Naaman lebbroso e pagano, da parte del profeta Eliseo è indicata come un passaggio dalla morte alla vita, opera di Dio (2Re 5,7). E la guarigione dei lebbrosi è uno segni del tempo del messia (Mt 11,3-6).

Nel suo vangelo Marco narra l’incontro di Gesù con un lebbroso. Gesù si lascia avvicinare, lo tocca e gli parla. Entra a contatto con la sofferenza di quell’uomo, esprime la sua compassione e la sua libertà nel lasciarsi coinvolgere dal suo grido e dalla sua richiesta di aiuto.

Una variante del testo fa riferimento alla collera di Gesù davanti al male: ‘si turbò’ esprime la sua reazione di contrasto di fronte al male che disumanizza. Altre lezioni dicono ‘provò compassione’: è un sentimento di dolore profondo che investe il cuore (‘preso nelle viscere’). E’ ripresa del verbo indicante un sentimento di commozione tipicamente femminile usato per parlare del dolore di Dio: “Si dimentica forse una donna del suo bambino, così da non commuoversi per il figlio delle sue viscere? Anche se queste donne si dimenticassero, io invece non ti dimenticherò mai” (Is 49,15).

Avvicinando il lebbroso Gesù tocca un impuro, va oltre la prescrizione di tenersi a distanza da questi malati. Ma facendo questo va al cuore della legge: restituisce quell’uomo alla sua umanità, gli riconosce dignità innanzitutto come persona. Lo avvicina al di là della sua malattia e nella sua sofferenza. Lo riconsegna alla relazione. Nel suo agire Gesù manifesta una pretesa e una autorità. Con le sue parole e i suoi gesti afferma che compimento della Legge è l’amore. E’ questo che suscita opposizione e rifiuto da parte di chi ha paura del venir meno di un sistema religioso. Da qui ha inizio un movimento di ostilità verso Gesù da parte delle autorità (cfr. Mc 3,6) che lo condurrà alla morte.

Nell’accostare il lebbroso Gesù compie gesti di vicinanza e guarigione. Come la mano stesa da Mosé sulle acque e il braccio potente di Dio nel percorso dell’esodo. Il suo toccare il lebbroso è segno del suo coinvolgimento. Non teme di entrare a contatto e di toccare un impuro. E’ sensibile alla sofferenza. Prende su di sé la condizione che tiene esclusi. Dona accoglienza e restituisce al futuro.

Gesù invita quell’uomo guarito a non dire nulla a nessuno, ma egli ‘iniziò ad annunciare molte cose e a diffondere la parola’ (Mc 1,45). Marco qui presenta il profilo del discepolo come di chi ‘annuncia la parola’: nella sua vita ha accolto la liberazione da parte di Gesù, e si scopre restituito ad un rapporto nuovo con gli altri e con Dio.

La scena finale del racconto presenta un rovesciamento: ‘Gesù non poteva entrare più palesemente in città, ma stava fuori in luoghi deserti’ (1,45). Ora è Gesù costretto a stare fuori della città. Ha preso su di sé la condizione del lebbroso. Marco invita a guardare Gesù stesso come il servo sofferente, irriconoscibile ‘percosso da Dio e umiliato’ colui ‘di fronte al quale ci si copre la faccia’ (Is 53,3-4). Il suo volto non è quello del messia dominatore si identifica con quello di coloro che sono tenuti in disparte. E’ il servo che prende su di sé la condizione di esclusione e annuncia l’accoglienza senza limiti del Padre. Marco così richiama ad una sequela che sia memoria di questa vicinanza agli esclusi della storia.

Alessandro Cortesi op

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Intoccabili

Il 26 dicembre 2013 un bambino di due anni si ammala a Meliandou, un villaggio della Guinea nell’Africa occidentale. Da quella prima scintilla si diffonde come un fuoco tra la paglia la epidemia di Ebola una malattia il cui contagio passa attraverso il contatto.

“Raccontare cosa sia stata ‘Ebola non è facile. Per Medici senza Frontiere un impegno enorme, oltre ogni aspettativa, qualcosa che ha toccato picchi che nessuno poteva prevedere. Per me sono state tre missioni estenuanti, decine di colleghi e migliaia di pazienti morti. Chiunque l’abbia incontrata sulla propria strada , medici, infermieri, malati, amici che hanno perso qualcuno di caro, le ha dato una definizione diversa. L’ha raccontata in maniera diversa. Io non so ancora come parlarne. Non ho una frase a effetto che cominci con ‘l’Ebola è…’ e qualcosa a seguire , che possa davvero spiegare”.

Dalla missione di Roberto, il dottor Robi, è nato un libro scritto da Valerio La Martire, dal titolo Intoccabili. Un medico italiano nella più grande epidemia di Ebola della storia (ed. Marsilio 2017). I suoi racconti conducono a sorgere ciò che nessuna immaginazione poteva toccare riportando le esperienze vissute a Monrovia. “Toccava il fondo di un inferno da cui nessuno è uscito indenne, neanche quelli che ce l’hanno fatta” ha detto l’autore.

“Mi chiedevo se riuscissi a ritagliarti un po’ di tempo, diciamo un mesetto, sai con l’Ebola siamo messi maluccio, Sierra Leone o Liberia, ancora non so, le cose si stanno muovendo rapidamente. Ce la faresti? Ah, come al solito, partenza il prima possibile. Giorni, ore…”

Da questo invito accolto in una telefonata inattesa ad agosto 2014, mentre stava recandosi al mare dopo una giornata di lavoro in ambulatorio, inizia una progressiva immersione in una realtà di morte e di vita.

“Quando si parte per una missione, una piccola parte di noi rimane ancorata al pensiero del ritorno, alla sicurezza di casa, alla sensazione che alla fine si tornerà indietro, magari prima del previsto. Penso sia qualcosa che accomuni tutti gli operatori umanitari che decidono di andare dove c’è bisogno. Eppure, ogni volta che torniamo decidiamo di ripartire e quella voce che ci consiglia di restare a casa finisce sempre inascoltata”.

Il dottor Roberto parte per rimanere trenta giorni in una missione difficile e poi affrontare i ventun giorni di quarantena al rientro. Il rischio del contagio era alto all’inizio per la poca conoscenza delle procedure e alla fine del periodo per la disinvoltura con cui si svolgevano le procedure ormai apprese.

“’Roberto ben arrivato, io sono Jackson’. Allungai la mano per stringerla, lui mi sorrise e non alzò il braccio. No touch mission. Missione dove il contatto è proibito. Lo sapevo, mi era ben chiaro, eppure stringere la mano è un riflesso incondizionato, qualcosa che è difficile ricacciare indietro”. Roberto giunge al centro di Elwa 3. Al centro giungevano malati da ogni parte in preda ai sintomi della malattia.

“No touch mission, non potevo toccare gli altri, non potevo toccare me stesso. Non potevo toccare i pazienti, cosa diavolo potevo fare? Strizzai gli occhi per togliere il sudore che mi colava dalle ciglia”.

La missione viene descritta nei suoi aspetti drammatici. Sono descritte le scene di persone che si accalcano nella richiesta di aiuto, che si accasciano nell’agonia mentre arrivano al Centro, o muoiono sui sedili delle auto in cui sono state accompagnate. Sono anche ricordati con senso di pietà i momento in cui i medici in tuta accompagnavano coloro il cui test era risultato positivo alla zona ad alto rischio, là dove esausti avrebbero solo cercato un posto dove sdraiarsi per morire. “Ti rendi conto di non averli guardati negli occhi, di non aver detto niente mentre la loro malattia veniva confermata”.

Viene anche raccontato nel libro la sensazione provata da medici e operatori quando al momento del ritorno a casa hanno scoperto che le persone, gli amici avevano paura di loro e li tenevano a distanza. Senza toccarli.

Così Luca in una lettera in cui cerca di ricostruire gli inizi dell’epidemia scrive: “L’Ebola è una malattia che ti punisce. Punisce e rende una colpa l’amore. La prima donna, quel caso zero che ha portato oltre confine la tragedia era una persona come te, qualcuno che vuole curare gli altri. E si è ammalata ed è morta per farlo. E quelle che ha contagiato erano donne che le volevano bene, che le sono state vicine nella fine”.

Valerio La Martire ripercorre nel suo libro le vicende, i pensieri, le emozioni e le fatiche di tanti operatori sanitari che si sono resi disponibili a porsi tra il contagio e le vittime, per fermare l’epidemia, e sono riportate le testimonianze di Roberto Scaini medico di Rimini, Alessia Arcangeli infermiera di Roma, Luca Fontana logista di Lodi, Umberto Pellecchia antropologo toscano, Fanshen Lionetto, medico di Bergamo. Tutti impegnati con Medici senza Frontiere in missioni a cui hanno ripetutamente partecipato. Per stare vicini agli intoccabili del nostro tempo.

Così scrive Alessia: “Quello che facciamo tocca le persone che curiamo e quelli che hanno visto gli altri guarire, tocca chi collabora con noi e impara un lavoro, tocca chi si sente di aver partecipato a qualcosa di importante, tocca quelli che erano lontani e si sono fatti un’idea più vera di quello che succedeva dove eravamo, tocca chi non ce l’ha fatta , ma comunque ha avuto qualcuno che si è preso cura di lui quando stava morendo… Io c’ero quando si combatteva l’Ebola in Africa Occidentale io c’era quando cercavamo di salvare quelle persone. E non si fa il conto di quante ne salviamo, però mi piace pensare che qualcuno si è salvato proprio perché io ero lì e allora tutto assume un senso e penso che ripartirò ogni volta che sarò in grado di farlo”.

L’epidemia dal 2013 al 2016 ha contagiato 28.646 persone e ha toccato i territori di Guinea Sierra Leone e Liberia. Circa un terzo dei contagiati sono stati accolti in un Centro MSF. Di queste 2478 sono stati guariti nei Centri di Medici senza Frontiere. L’Organizzazione Mondiale della Sanità ha dichiarato la fine ufficiale dell’epidemia il 9 giugno 2016.

Alessandro Cortesi op

X domenica tempo ordinario – anno C – 2016

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(La vedova di Nain – acquerello di Silvia Gastaldi)

1 Re 17,17-24; Gal 1,11-19; Lc 7,11-17

Un gesto di guarigione e di vita è al centro del racconto di 1Re 17: “il figlio della padrona di casa, la vedova di Sarepta, si ammalò. La sua malattia si aggravò tanto che egli cessò di respirare”.

La visita di Elia è percepita dalla vedova segnata dalla perdita del marito e ora del figlio come una accusa, una sorta di rimprovero: un ricordo di iniquità. La vedova reca in sé forse l’immagine di un Dio del giudizio e del castigo. Anche la malattia e la morte del figlio divengono rimprovero e senso di colpa per un suo peccato. Così la visita dell’uomo di Dio è vissuta dalla vedova come una accusa che pesa su di lei e aumenta il dolore.

Ma il messaggio profondo del racconto è l’annuncio che volontà di Dio non è la morte né il caricare di colpe i suoi figli e figlie. La vedova segnata dal dolore e dalla perdita è invece lei stessa che conduce a scorgere il volto di Dio della vita che dà respiro e conduce il profeta a scoprire la sua missione. La medesima vedova nel gesto della sua condivisione della poca farina e del poco olio rimasto nel tempo della carestia aveva vissuto l’accoglienza di Elia aprendo quell’incontro ad una fecondità inattesa: la farina non venne meno e l’olio non si esaurì.

Il racconto è narrazione di un dono di vita ma anche della scoperta dell’identità del profeta: non portatore di giudizio e di colpevolizzazione, ma chiamato a portare vita e non condanna. Chiamato a dare vita e non a togliere possibilità di respirare. Elia diviene profeta perché dona respiro e comunica il respiro di Dio. Invoca il respiro di vita per quel corpo del figlio della vedova e apre a scorgere un volto di Dio che non vuole la morte ma la vita. Dio del respiro e della liberazione per rapporti nuovi. Il testo sembra suggerire la fonte della vita: nella sua preghiera Elia dice: “Signore mio Dio vuoi fare del male anche a questa vedova che mi ha ospitato?”. Il gesto di ospitalità della vedova è seme di vita che coinvolge il profeta, il figlio, lei stessa, restituita alla relazione.

Nel gesto dell’uomo di Dio che invoca il respiro della vita è racchiuso il significato profondo della profezia. Essere profeta è annunciare che il Dio dell’alleanza è Dio del respiro, della vita, che si china ed è sensibile alla sofferenza del suo popolo. Nell’incontro con la vedova ad Elia si apre il senso del suo invio come profeta. E la vedova scorge un nuovo volto di Dio che non vuole il male, la malattia e la morte ma è soffio di vita. “La debolezza di una povera vedova diventa dunque grembo di profezia per una storia affamata e assetata di salvezza. Una vedovanza davvero feconda!” (Lidia Maggi, Le donne di Dio. Pagine bibliche al femminile, ed. Claudiana, 112)

“… ecco, veniva portato alla tomba un morto, unico figlio di una madre rimasta vedova; e molta gente della città era con lei”. La scena descritta nel racconto di Luca inizia con l’incrociarsi di due movimenti in direzioni contrarie: da un lato la processione della folla immersa nel dolore che segue il feretro del figlio della vedova. In senso opposto il movimento di Gesù con i discepoli e coloro che lo seguono. Due movimenti che riassumono cammini diversi: uno segnato dal pianto e dalla morte e l’altro in cui è presente uno sguardo sensibile, una parola di risurrezione ed una presenza di vita. L’incontro avviene sulla strada, ai crocicchi di un villaggio, Nain. E’ incontro inatteso, presentato come un confronto radicale tra morte e vita, tra il pianto e lo sguardo che si ferma e ‘vede’.

Gesù non passa indifferente e il suo cammino si lascia fermare quando il suo sguardo incrocia occhi di pianto. Il suo vedere sa scorgere le profondità di una sofferenza che lo tocca dentro. L’invito ‘non piangere’ sgorga da un vedere di chi sa fermarsi e guardare la vita prendendo su di sé la vita altrui. “Vedendola, il Signore fu preso da grande compassione per lei e le disse: ‘Non piangere!'”. Queste parole racchiudono l’esistenza intera di Gesù: nel suo cammino terreno Gesù vive la capacità di soffrire insieme, di avvertire su di sé la sofferenza di coloro che incontra. Compassione per lui è movimento di prendere su di sé, di avvertire come proprio quel dolore. La sua parola ‘non piangere’ è già indicazione che la vita di Dio è più forte della morte. Gesù compie quanto il salmo 56 attribuisce alla delicatezza di Dio: “I passi del mio vagare tu li hai contati, nel tuo otre raccogli le mie lacrime: non sono forse scritte nel tuo libro?”

L’invito a ‘non piangere’ accompagna alla parola ‘Io ti dico: Alzati’. Luca evidenzia l’autorevolezza di Gesù, la sua libertà nell’indicare e rendere presente l’agire di Dio. ‘Alzarsi’ infatti è verbo di risurrezione: in questo gesto è già evocato il risorgere di Gesù: la sua vita non è rimasta prigioniera della morte. La sua vita è stata un alzarsi perché restituita alla parola perduta dell’amore, al dono.

Luca sottolinea che il giovane si sedette e cominciò a parlare. Risorgere è poter comunicare, è possibilità di entrare in comunicazione con una parola. Gesù restituì il giovane alla madre. Risorgere è anche essere restituiti al rapporto. Ed è movimento che investe la vita sin dal presente, è esperienza in cui aprirsi ad un parlare di incontro e comunicazione: è anche esperienza di restituzione. Gesù restituisce ad una relazione che non è solo futuro, ma presente nuovo.

Il gesto di Nain può così essere letto come profezia del volto di Dio. Gesù annuncia il Padre che è Dio di compassione e di vicinanza, che non vuole la morte, ma alla vita. Il gesto di Gesù restituisce il figlio all’incontro e alla vita. Questa apertura è possibilità di vivere nella risurrezione già nel presente: sta qui il senso nascosto di un gesto che non è tanto miracolo meraviglioso da cui essere schiacciati nel senso del sacro, ma indicazione della possibilità di incontrare il Dio della vita nel presente. Quando qualcuno è restituito alla parola da offrire e ricevere, quando si attua la compassione che di fronte al dolore invita a non piangere già è presente profezia del Dio che asciuga ogni lacrima e desidera la vita per i suoi figli e figlie.

Gesù vive questo gesto facendo scorgere il senso della sua vita nell’incontro con una vedova: nel volto di quella vedova in lacrime è presente la parola del vangelo, quale bella notizia per la vita. Dio è presenza che restituisce per comunicare. Questo è possibile nella morte e oltre la morte. Risurrezione non è solamente annuncio di una condizione futura ma significa scorgere nel presente una vita in cui Dio visita. “Tutti furono presi da timore e glorificavano Dio dicendo ‘Un grande profeta è sorto tra noi’ e: ‘Dio ha visitato il suo popolo'”. Quella vedova senza appoggi e che rimane silenziosa, è donna segnata dalla povertà, dalla mancanza che suscita la vicinanza e compassione di Gesù. In quell’incontro si apre uno squarcio sulla visita quale movimento proprio di Dio: Gesù è profeta di un Dio che visita restituendo all’amore, alla relazione.

Alessandro Cortesi op

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Parole perdute

“Le parole perdute nascoste in fondo al cuore/ aspettano in silenzio un giorno migliore/un lampo di coraggio per tornare in superficie/un tempo felice, un tempo felice

Ritrovare te stesso, senza avere vergogna/di ogni tuo sentimento, in questa grande menzogna/dell’uomo reso libero ma schiavo del profitto/e intanto il tempo passa, passa (…)

Le parole perdute hanno camminato tanto/oltre le apparenze in eterno movimento/tra quello che vorremmo e quello che dobbiamo/con l’anima in conflitto per quello che non siamo

Le parole vissute le ritrovi nelle strade/aspettano in silenzio le belle giornate/e un lampo di coraggio per tornare in superficie/un tempo felice, un tempo felice

(…) amami amore mio, voglio crederci ancora/stringimi amore mio, ritornerà l’aurora/ritornerà l’aurora, ritornerà l’aurora/un tempo felice, ritornerà l’aurora”

‘Le parole perdute’ è titolo di una canzone di Fiorella Mannoia, cantautrice italiana, inserita in un’antologia di suoi pezzi del 2014. Come lei stessa ha avuto modo di affermare “questa canzone ha un testo più politico di quanto sembri. Solo apparentemente ‘Amami amore mio’ è riferito a un partner: è rivolto a tutti noi”.

L’invocazione ‘amami amore mio’ si accompagna al richiamo alle parole perdute. Sono queste parole nascoste in fondo al cuore, parole del cammino, parole che si impastano con la vita divenendo scelte e orientamenti di relazione, di incontro. Farle rivivere recuperandole dallo smarrimento in cui sono cadute esige atti di coraggio, pazienza per farle tornare in superficie. Le parole perdute sono le parole che esprimono nostalgia di relazione e recano con sé anche esigenza di impegno, disponibilità a far fatica, a rischiare per poter essere restituite alle voci, ai cuori, per divenire parole comuni, condivise.

Parole perdute sono tali per la presenza di schiavitù nuove, il dominio del profitto, l’assoggettamento ad una vita in cui vale solo il tirare dritti e non pensare agli altri, l’indifferenza del non fermarsi a guardare per scorgere nel volto dell’altro dell’altra, un volto simile, una richiesta di aiuto e un pianto.

Parole perdute sono quelle assenti in ogni gesto di violenza che si ripete in modo tragico contro le donne nel nostro presente, segni drammatici di immaturità nel vivere le relazioni, di incapacità di comunicare, di accogliere l’unicità e la libertà di chi sta di fronte.

Parole perdute sono quelle da recuperare non nel rinvio a mondi virtuali, ma nel reimparare un alfabeto ed una grammatica del quotidiano, nell’apprendere a sillabare nuovamente. E così dire parole amiche ormai dimenticate, pensate come inutili, parole nuove che aprono a cercare, e parole sconosciute accolte da voci che a volte sono solo cariche di pianto e sofferenze nascoste, da ascoltare, da accompagnare. Parole perdute sono quelle da restituire ad una vita in cui scoprire il legame profondo che tiene insieme ogni volto e il reale, per alzarsi alla capacità di stringersi insieme in un cammino dove ciò che è comune sia avvertito come proprio e profondo.

 “Amami amore mio, sono parole semplici/amami amore mio, noi resteremo complici/amami amore mio, che il tempo corre in fretta/stringimi amore mio, tienimi stretta.

Che i sogni si allontanano, ce li portano via/i sogni si allontanano, ce li portano via/stringimi amore mio, che siamo ancora in tempo/amami amore mio, noi siamo ancora in tempo/noi siamo ancora in tempo, noi siamo ancora in tempo/un tempo felice, felice”

Alessandro Cortesi op

San Domenico: compassione e fraternità

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(Pietro Cavallini, crocifissione)

Ci sono due caratteristiche del profilo e dell’esistenza di san Domenico che possono essere importanti per la nostra vita oggi.

Un primo aspetto è la sua capacità di cambiare nel corso della sua esistenza, di essere aperto a seguire le chiamate che egli coglieva come Parola di Dio nella sua vita nel rapportarsi alle sofferenze degli altri. I testimoni che l’hanno conosciuto sono concordi nel dire che uno di tratti propri della sua esperienza fu l’attitudine di compassione. Compassione è quella capacità di avvertire come propria la sofferenza e l’angustia dell’altro e dell’altra che s’incontra. Per san Domenico vivere la compassione significava non rimanere indifferente di fronte alle richieste che provenivano dalle persone che incontrava, richieste immediate, concrete, e attese di senso della vita. Non aveva paura di piangere per le sofferenze che pesavano sulla vita di chi incrociava la sua strada. In questo lasciarsi toccare dai pesi altrui coglieva una chiamata di Dio, una Parola che lo portava ad uscire, ad orientare in modi sempre nuovi la sua esistenza, a scorgere traduzioni possibili di quella tensione a testimoniare il vangelo nella concretezza di un tempo e di un luogo. Domenico scorgeva la Parola di Dio nelle parole umane: in quelle pronunciate come attesa e speranza nel dialogo a cui dedicava tempo, e le parole non dette del dolore e delle fatiche. Non rimaneva indifferente ma si lasciava coinvolgere.

Mi sembra questo un tratta particolarmente importante oggi in cui l’atmosfera preponderante è quella dell’indifferenza, del tenersi a distanza non solo da drammi di persone e popoli pensati come lontani, ma anche del non vedere e non farsi carico di chi è vicino. In tal senso quella di Domenico è spiritualità di occhi aperti e orecchie sensibili.

Un secondo tratto della vita di san Domenico è stato il suo orientamento a costruire fraternità e sororità. Al di là delle sua capacità e delle doti singolari la tendenza profonda del suo agire e delle sue scelte è stata sempre quella di costruire esperienze di condivisione e fraternità in cui al centro fosse la missione del vangelo. Fu desiderio di condivisione il suo far parte dei proventi nel vendere i suoi libri nel tempo della carestia. Ma fu ancora desiderio di comunità il partecipare alla vita dei canonici di Osma con il vescovo Folco. Ancora fu apertura alla condivisione la scelta di trovare un luogo e modalità per cui alcune donne che avevano abbandonato famiglie catare potessro vivere insieme sostenendosi. Fu quella condivisione di vita, insieme anche a laici il primo nucleo di quella che fu chiamata la ‘santa predicazione’, una comunità di vita e di preghiera unita dalla passione di vivere il vangelo e il suo annuncio. E infine fu desiderio di fraternità la sua lucida volontà di costruire un Ordine in cui fossero individuati strumenti per vivere insieme nel senso della fraternità guardando al futuro.

Mi sembra che questo elemento della sua vita sia particolarmente importante oggi in un tempo in cui sperimentiamo la fatica di esperienze di solidarietà e di condivisione comunitaria ai tanti livelli della vita sociale. A livello globale e internazionale viviamo oggi il venir meno dei legami e della attenzione al tessere percorsi di interrelazione, ma anche nel microcosmo di famiglie e comunità avvertiamo la fatica di custodire e promuovere legami di appartenenza reciproca e di impegno comune e condiviso in un contesto segnato da una parossistica prevalenza della preoccupazione per se stessi o tutt’al più per un piccolo gruppo.

Questi due aspetti della vita di Domenico mi appaiono come provocazione ad una riflessione nostra oggi e come un eredità che ci rende responsabili.

Alessandro Cortesi op

VI domenica tempo ordinario anno B

imageLev 13,1-2.45-46; 1Cor 10,31-11,1; Mc 1,40-45

“Ne ebbe compassione, stese la mano, lo toccò e disse: Lo voglio sii purificato”. Si potrebbe tentare di ripercorrere i gesti di Gesù espressi in questa successione nell’essenziale stile di Marco.

‘Ne ebbe compassione’. Gesù si trova di fronte alla presenza di un uomo affetto da lebbra. Giunge dal deserto, cioè a distanza dai centri della vita pubblica. E’ un uomo isolato per ragioni igieniche, tenuto separato dal ordone sanitario posto tra malati e sani, ma anche isolato per la sua condizione di impuro. La questione della purità sta al cuore di questo brano. Nel mondo di Gesù la questione della purità implicava una distanza e una preoccupazione di non avere nessun tipo di contatto con persone cose e situazioni impure, portatrici cioè di una forza che impediva il rapporto con Dio stesso. Oggi non percepiamo questo genere di separazione e tuttavia sappiamo bene cosa significa l’emarginazione: chi è tenuto fuori dalla convivenza sociale per motivi economici, sociali, religiosi, di provenienza culturale, etnica, di genere… non si parla più di purità o impurità ma viviamo nel tempo della grande separazione tra coloro che sono considerati ammissibili alla società umana e coloro che possono essere tenuti fuori, esclusi.

Gesù di fronte all’impuro prova compassione. La compassione è il sentimento che lo situa di fronte all’altro: ai suoi occhi quel malato era una persona e recava una sofferenza, insieme ad una richiesta di essere riammesso alla relazione. Aveva avuto anche il coraggio non solo di avvicinarsi, cosa vietata, ma anche di esprimere una profonda fiducia in Gesù: ‘se vuoi puoi guarirmi’. Gesù vive nei suoi confronti il sentimento proprio di Dio, il rapprendersi delle viscere, il sentire dentro di sé la sofferenza di quell’uomo non solo segnato dalla malattia ma anche tenuto escluso e a distanza, costretto ad una solitudine che diveniva addirittura percezione di essere allontanato da Dio. Gesù vive la compassione nel prendere su di sé e nel fare sua la sofferenza e la speranza di quell’uomo. In alcune versioni del testo evangelico questa espressione è resa con ‘andò in collera’. E’ l’indicazione della reazione di Gesù di fronte al male, alla malattia devastante e all’emarginazione di cui quell’uomo era vittima; ma anche indicazione della forza del sentimento, della passione che è al contempo di ira contro la malattia e di vicinanza a quell’uomo.

‘Stese la mano’. Il secondo gesto di Gesù è il gesto che colma una distanza. Tendere la mano è il gesto del soccorso, del protendersi vicino, del coprire lo spazio che lascia l’altro solo, per aprire un ponte di vicinanza e di aiuto. Tendere la mano è anche il gesto che indica un decentramento, un’apertura che diviene chinarsi e inchinarsi verso la mano che sta dall’altra parte, incerta e sta in attesa. Tendere la mano è gesto quotidiano del sollevare e dell’accompagnamento i bambini, della cura degli anziani, della cura per gli infermi a letto, del soccorso portato a chi non ha più forza per reggersi perché provato dal dolore. Tendere la mano è anche immagine per indicare un movimento interiore di sguardo che si fa partecipe e vicino. In questo gesto, che è gesto quotidiano, di un’umanità che si fa carico, Gesù dice che quell’uomo non deve rimanere chiuso nella solitudine, non deve rimanere prigioniero di un sistema che lo esclude. Dice anche e soprattutto che non deve sentirsi abbandonato da Dio, ma che Dio stesso gli si fa vicino. Il gesto di Gesù dello stendere la mano è così espressione del regno di Dio che è giunto e apre un mondo nuovo di relazioni possibili.

‘Lo toccò’. Gesù sceglie di toccare l’impuro. Questo gesto vietato dalla Legge è compiuto da Gesù che nel contatto si lascia contaminare e prende su di sé la condizione di impuro secondo le normative della Legge. Quell’uomo non è scomunicato, ma viene accolto, viene ristabilito in una relazione in cui scoprire che Dio lo accoglie. Il toccare è segno di una vicinanza fisica che indica l’accoglienza e il coinvolgimento, il suo farsi carico della sofferenza. Il tocco di Gesù è segnod elal tenerezza e della forza, della vicinanza e della solidarietò. E’ anche segno dell’importanza della corporeità nel contatto con gli altri, del suo non avere paura di toccare.

Gli disse: ‘lo voglio sii purificato’. C’è un gesto di vicinanza, di accoglienza, un gesto che parla da sé di una paradossale ospitalità. Gesù senza casa propria si fa luogo ospitale a chi era tenuto lontano ai margini. Il suo cuore e la sua vita si fanno spazio di condivisione ospitale. La parola accompagna i gesti: c’è un dono di gesti e un dono di parola. Ed è un comunicare in cui Gesù libera il cuore di quest’uomo, lo apre a scoprire che non è scomunicato, ma è benvoluto, accolto da Dio. Tutto questo avviene fuori dal tempio, non per opera del sistema religioso e Gesù invia il lebbroso purificato a riconoscere la purficazione avvenuta dai sacerdoti.

Gesù si sottrae ad avere forme di riconoscimento che rischiano di cogliere solo aspetti superficiali del suo agire. Non è tanto operatore di miracoli, ma profeta della accoglienza ospitale, profeta che si scaglia contro il male e contro la malvagità umana, motivata anche religiosamente, che genera emarginazione e solitudine. Ma anche, allontanando da sé la persona ormai liberata, la sottrae ad una sorta di dipendenza. Gesù vive incontri che generano percorsi di libertà.

L’ultima scena del brano presenta Gesù nei luoghi deserti: Gesù ha preso su di sé la condizione di colui che dai luoghi deserti lo aveva raggiunto. Ora si trova lui stesso in luogo desertico. Si è fatto carico nella solidarietà fino in fondo. Per una liberazione, per una storia di accoglienza. Nel deserto, nella solitudine della sua preghiera Gesù vive la sua esperienza pienamente umana di incontro con il Padre, di ascolto di Lui.

98a9e1b9bce5c8da045900de44a69c07-kp4E-U10401919742063LIF-700x394@LaStampa.itAlcune osservazioni per noi oggi

La mano tesa di Gesù a toccare il lebbroso ci riprta drammaticamente alle mani tese di tanti che si protendono a tirar fuori dai barconi fatiscenti immigrati che attraversano il mare, sfruttati e schiavizzati da chi guadagna sulla miseria di tanti. Il Mediterraneo, da mare nostrum, nostro, al plurale, di tutti, è divenuto frontiera invalicabile che separa chi è riconosicuto da chi non è considerato nella sua dignità di uomo e donna. Pretendere di difendere le proprie sicurezze nell’erigere muri di esclusione senza farsi carico dell’altro è il dramma che l’Europa oggi sta vivendo. Gli impuri da cui guardarsi oggi sono divenuti i miseri, i disperati, coloro che senza alcuna cosa propria cercano di accostarsi gridando la loro dipesrazione dai sud del mondo, dai paesi della fame, dello sfruttamento, della guerra. Cosa vuol dire oggi tendere la mano e toccare chi protende la propria mano e cerca di toccare una terra dove avere pane e riconoscimento di dignità? Sono anche coloro che per accogliere le regole economiche sono costretti ad una condizione di smantellamanto di ogni protezione sociale: cosa vuol dire oggi tendere la mano al popolo della Grecia che apre una provocazione a prendersi carico, ad una vicinanza solidale?

Paolo affronta una delle questioni che la comunità gli aveva presentato e che sintetizza nell’affermazione di una libertà percepita senza limiti: ‘Tutto è lecito’ (1Cor 10,23). Ricorda che la conoscenza gonfia d’orgoglio, ciò che costruisce è l’amore. Suggerisce così il criterio della edificazione: vivere la libertà è in vista costruzione di sé e della relazione con lo sguardo rivolto all’altro. Indica poi il criterio dell’attenzione alla coscienza dell’altro e della sua crescita e suggerisce una linea di comportamento dei credenti: “Sia dunque che mangiate, sia che beviate, sia che facciate qualunque altra cosa, tutto fate per la gloria di Dio” (1Cor 10,31) E’ un primo orientamento di tipo teologico. C’è poi il criterio della vicinanza alle persone, e di attenzione alle coscienze, una visione in cui al centro si pone non la ricerca del proprio interesse ma l’attenzione all’altro… perché possano salvarsi” (1Cor 10,33). Nelle parole di Kayla Mueller, la ventiseienne statunitense presa in ostaggio e uccisa nei giorni scorsi dall’Isis in Siria per portare soccorso alla popolazione vittima della guerra, si ritrova un’eco di questa tensione a vivere perche altri possano salvarsi. E’ confessione drammatica e toccante di poter vivere la condizione di libertà anche nella prigionia: “Sono arrivata ad un punto della mia esperienza in cui, in ogni senso della parola, mi sono arresa al creatore perchè letteralmente non c’era nessun altro… + mi sono sentita teneramente cullata nella caduta libera da Dio + dalle vostre preghiere. Mi è stata mostrata nel buio la luce + ho imparato che persino in prigione, uno può essere libero, ne sono grata. Sono arrivata a vedere che c’è del buono in ogni situazione, qualche volta dobbiamo soltanto cercarlo. Prego ogni giorno che, se non altro, abbiate sentito una certa vicinanza + anche un arrendersi a Dio+ abbiate formato un legame di amore + supporto tra di voi…” – trad. di Marina Palumbo (agb) della sua ultima lettera ai famigliari dalla prigionia-.

Alessandro Cortesi op

V domenica tempo ordinario – anno B – 2015

giobbe_0-jpg-crop_displayGeorges de la Tour, Giobbe e la moglie (Musée départemental des Vosges, Epinal)

Gb 7,1-4.6-7; 1Cor 9,16-19.22-23; Mc 1,29-39

Indignazione. E’ questo l’atteggiamento di Giobbe, uomo giusto improvvisamente sconvolto dalla sofferenza, di fronte alle parole di amici arrivati a lui per convincerlo con lunghi discorsi che il suo dolore ha una giustificazione e una ragione: le loro affermazioni sono ‘sentenze di cenere’,’un cumulo di frottole’ (13,4). Giobbe sperimenta la solitudine, tanto più nell’incomprensione degli stessi amici. Essi, se pure desiderano essergli vicini, sono tuttavia dipendenti da un modo astratto di pensare Dio e la vita umana. La solitudine di Giobbe rinvia ad un’esperienza più vasta, quella di tutti i sofferenti, i calpestati della storia. Giobbe è simbolo umano universale. La notte della malattia, che si dilata e non trascorre è simbolo dell’esistenza di molti. E le parole di Giobbe, senza ritegno, parlano dell’assurdità del male dell’incapacità di trovare spiegazioni ed anche dell’indifferenza dei più di fronte allo scandalo del dolore innocente. La sua indignazione è protesta rivolta anche contro coloro che atteggiandosi da consolatori religiosi non assumono il dolore altrui e non lo ascoltano, non lo prendono su di sè. L’invocazione: ‘Ricordati’ è indirizzata a Dio, un grido lanciato con un soffio di respiro che rinvia alla debolezza dell’esistenza: ‘Ricordati che un soffio è la mia vita’. Il libro di Giobbe è nella Bibbia una pagina sovvertitrice: è ribellione di fronte alle tranquille soluzioni teologiche sulla questione del male. Giobbe le discute e le disgrega; trova ingiustificabile ogni ‘perché’. Scopre un rapporto con Dio che sta al di là delle giustificazioni razionali, nell’arrendersi in un abbandno a Lui nella consapevolezza di lottare con Lui contro ogni male.

Nella casa di Simone e Andrea Gesù entra, si accosta alla suocera di Simone che era a letto con la febbre, la solleva prendendola per mano. Con pochi essenziali tratti Marco quasi dipinge la scena di una guarigione. Gesù si fa vicino e si prende cura di chi in quella casa soffriva. Non rimane a distanza ma si accosta. Nei racconti dei gesti di guarigione di Gesù non c’è alcun soffermarsi sulle forze maligne o sull’origine del male.

Al centro della scena è l’agire di Gesù: il suo entrare nella casa, il farsi vicino, l’ascolto, il suo lasciarsi coinvolgere nella sofferenza dell’altro e la sua disponibiliità ad accogliere. In lui si rende vicina la potenza di Dio che vuole restituire l’uomo a se stesso, liberare le persone in tutte le dimensioni della vita. Gesù guarda sempre non tanto alla malattia ma alla persona; non invita a rassegnarsi di fronte al male, né esorta a soffrire.

Nei suoi gesti comunica che Dio si fa vicino nella cura e liberazione. Gesù prende per mano la scuocera di Pietro e la restituisce al suo quotidiano: vince così il male. Prendere per mano è segno di un contatto che coinvolge e lega insieme: è la compassione di Gesù, il suo farsi vicino e la sua cura rompe quel cerchio di solitudine e di isolamento che segna l’esperienza della sofferenza. Gesù fa propria la situazione di chi soffre e ne porta insieme il peso.

I gesti di Gesù si connotano come gesti di vicinanza, cura, liberazione: rendono presenti i segni annunciati dalle promesse dei profeti sui tempi del messia: “Allora si apriranno gli occhi dei ciechi, e si schiuderanno gli orecchi dei sordi. Allora lo zoppo salterà come un cervo, griderà di gioia la lingua del muto, perché scaturiranno acque nel deserto, scorreranno torrenti nella steppa” (Is 35,5; cfr. Is 26,19).

Questa breve scena è anche una parola sulla vita dei discepoli: la suocera di Pietro, guarita, dice Marco, si mise a servirli. E’ quasi la descrizione dell’esperienza del discepolo: nell’incontro con Gesù si attua una guarigione, una liberazione da tutto ciò che opprime, si apre una strada per seguire lui, nella scelta del servizio. Nell’agire di Gesù c’è un significato per la vita della comunità: solo chi ha fatto esperienza di essere guarito può sentire la sofferenza dell’altro e comunicare testimonianza; il discepolo è chi ha vissuto l’esperienza del venire accanto dell’ accostarsi di Gesù, della sua forza di liberazione. Ha scoperto Gesù in un incontro e si pone a seguirlo nella via del servizio (cfr. Mc 10,46-52).1009-c397-673-fresco-bizantino-en-la-ciudad-de-mistra

Alcune osservazioni per noi oggi

Gustavo Gutierrez, fondatore della teologia della liberazione, parte da Giobbe per chiedersi come è possibile parlare di Dio a partire dalla sofferenza dell’innocente (Parlare di Dio a partire dalla sofferenza degli innocenti, Queriniana Brescia, 1986). Il punto di partenza di ogni tentativo di parlare di Dio che sta al centro della fede dovrebbe essere proprio la sofferenza. E’ una provocazione a pensare in modo diverso e nuovo la fede e la stessa teologia: non un discorso elaborato fuori e indipendentemente dalla sofferenza concreta e lontano dai volti, ma un parlare che nasce da un ascolto e da un coinvolgimento: un parlare di Dio diverso e nuovo. Non potrà mai essere un discorso consolatorio, non potrà mai essere un discorso asettico. Potrà esserci solo insieme ad una prassi di vicinanza, di cura e di liberazione. Non sarà mai un discorso tronfio delle proprie conclusioni, ma una parola politica e mistica ad un tempo. “Solo sapendo tacere e sapendo compromettersi con la sofferenza dei poveri si potrà parlare loro della speranza. Solo prendendo sul serio il dolore dell’umanità, la sofferenza dell’innocente, e vivendo alla luce pasquale il mistero della croce, in mezzo a questa stessa realtà, sarà possibile evitare che la nostra teoloiga sia un discorso fatuo. Solo allora non meriteremo, da parte dei poveri di oggi, il rimprovero che Giobbe gettava in faccia ai suoi amici ‘siete tutti consolatori stucchevoli’ (Gb 16,2)” (ibid., 203).

Paolo nella seconda lettura dice ‘mi sono fatto tutto a tutti’: è una indicazione sull’atteggiamento di incontro e di apertura all’altro, scorgendo nell’incontro un’esperienza che decentra la propria vita. Non esiste solo la simpatia, attitudine spontanea di sintonia con chi è vicino per varie affinità. C’è anche un atteggiamento possibile nell’incontro, che è frutto di scelta e di educazione: è l’atteggiamento dell’empatia, nozione approfondita in particolare da Edith Stein (Il problema dell’empatia, Studium, Roma 1988).

“La parola chiave nella descrizione dell’atto di empatia è ‘rendersi conto’ (gewahren). Si tratta di un termine che fa parte dell’esperienza del mondo esterno in un senso si direbbe iniziale o dal lato del soggetto. […] Il ‘rendersi conto’ cui fa riferimento Edith Stein è l’osservare, l’accorgersi di qualcosa che ‘affiorando d’un colpo davanti a me, mi si contrappone come oggetto (come le sofferenze che ‘leggo sul viso dell’altro’)’. Dunque, c’è una sequenza, quasi simultanea, in cui l’altro/a e il suo dolore non sono immediatamente un evento che è lì, di fronte a me, ma si presentano nella forma dell’accadere di una rottura della continuità della mia esperienza” (L. Boella – A. Buttarelli, Per amore di altro. L’empatia a partire da Edith Stein, Raffaello Cortina, Milano 2000). Empatia, allora, significa essere pronti ad un evento di rottura. E’ uno spezzarsi della continuità dell’esperienza del singolo che genera un cambiamento un’apertura all’esperienza dell’altro.

Empatia è attitudine fondamentale nella cura, esperienza di ogni persone che si fa carico della cura come chi è medico o educatore, o insegnante e porta a considerare come impostare il rapporto nell’accoglienza della ferita che segna l’esistenza: “La tua ferita è comprensibile, intende forse dire il medico. Ciò che allo sguardo del mondo può apparire come sigillo di un mistero ostile, dal quale volgere gli occhi più in fretta che si può, nella luce della carità si rivela un segno di riconoscimento, la garanzia di un’intimità fra uomini così stretta che la ferita non appartiene più a nessuno in particolare, è una condizione possibile per chiunque in ogni momento. La ferita indica così l’umanità soprattutto la prossimità del sofferente, che è semplicemente colui che patisce quel dolore unico e indivisibile che accomuna tutti i viventi, anche coloro che nemmeno ci fanno caso” (Emanuele Trevi, Musica distante Meditazioni sulle virtù, Mondadori, Milano 1997). Le ferite dell’altro divengono feritoie, fessure per scorgere le proprie ferite e la fragilità che accomuna. Attraverso di esse può sbocciare l’esperienza della cura, il riconoscimento di comune umanità e l’aprirsi di cammini nuovi in cui farsi carico dell’altro.

Come Franco Battiato esprime nelle parole della sua canzone La Cura: “E guarirai da tutte le malattie,/ perché sei un essere speciale,/ ed io, avrò cura di te. […] / Ti salverò da ogni malinconia, / perché sei un essere speciale ed io avrò cura di te … / Io sì, che avrò cura di te”.

Alessandro Cortesi op

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