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XXIX domenica tempo ordinario – anno C – 2019

IMG_5279Es 17,8-13; 2Tim 3,14-4,2; Lc 18,1-8

L’esperienza dell’uomo biblico è fondamentalmente quella di essere custodito dalla presenza di Dio: è scoperta che il cammino della vita non è conquista e opera delle forze umane, anche se così a volte può sembrare. Piuttosto la nostra esistenza è sospesa nella cura di Colui che è creatore del cielo e della terra e custode della nostra storia.

Le mani aperte di Mosè sul monte esprimono questa apertura di accoglienza: pur in un quadro di battaglia che riporta ad un contesto di violenza diviene tuttavia simbolo della dipendenza totale dalla custodia di YHWH. Quando Mosè alzava le mani in segno di preghiera Israele era più forte. La vita e il futuro di Israele dipende dal riconoscimento della presenza di Dio. La preghiera viene così presentata come uno stare alla presenza di Dio per poter avere vita e futuro.

Pregare inoltre non è esperienza solitaria, ma è esperienza di solidarietà con altri, è portare avanti la vita di un popolo.

“Alzo gli occhi verso i monti da dove mi verrà l’aiuto? Il mio aiuto viene dal Signore che ha fatto il cielo e la terra. Non lascerà vacillare il tuo piede… il Signore è il tuo custode”

Nella seconda lettura l’invito rivolto a Timoteo specifica il contenuto del pregare. Timoteo è esortato a rimanere saldo in ciò che ha appreso cioè nella lettura e ascolto della Scrittura. In essa soffia lo Spirito di Dio. La preghiera si nutre dell’ascolto della Scrittura, ed è via per mantenere la vita orientata in Cristo e illuminata dalla sua Parola. In tale ascolto si matura quella preparazione per ogni opera buona, per poter annunziare la parola in modo significativo nella situazione in cui siamo inseriti.

La parabola del giudice e della vedova del vangelo di Luca esigono di essere lette come denuncia di una profonda esperienza di ingiustizia: Non vano lette come metafora in cui il giudice rappresenterebbe Dio e la vedova colei che prega rivolgendosi a Lui.

Nella parabola il racconto delinea un giudice che rinvia continuamente il momento in cui prendere in considerazione la causa di una vedova. E’ un comportamento iniquo, e la vedova è la figura del debole, senza difese e senza appoggi umani. Il suo coraggio e la sua insistenza superano il senso di impotenza e la delusione che interviene in queste vicende. Luca descrive la vedova come una donna che non smette di andare dal giudice dicendo ‘Rendimi giustizia contro il mio avversario’. E’ condizione del tempo di Gesù contro cui Gesù prova un moto di ripulsa e denuncia e la condizione del nostro tempo.

L’insistenza della vedova non viene meno di fronte all’ingiusta attesa a cui è sottoposta che ha i tratti di un’angheria. Non viene fiaccata nemmeno dalla delusione per non essere ascoltata. E’ questo un episodio di vita. E’ sintesi di tante esperienze quotidiane vissute o in riferimento a situazioni lontane segnate dall’indifferenza e dall’ingiustizia. Situazioni che possono condurre alla delusione, al senso di impotenza fino ad incattivirsi. Ad un certo punto però nella parabola il giudice cede alle insistenze: ‘le renderò giustizia, perché non venga a seccarmi’ espressione che si potrebbe anche leggere così: ‘le farò giustizia perché alla fine non mi colpisca in faccia’. Luca qui accenna alla giusta rabbia degli oppressi di fronte alla prepotenza a cui sono sottoposti. E’ la descrizione di un ascolto, alfine, da parte di un giudice iniquo solamente perché teme che la vedova lo danneggi.

La domanda che sorge è allora: ci sarà un fine a questa situazione di ingiustizia? O è tutto inutile? Il rischio vicino è quello della rassegnazione e del lasciare tutto andare senza alcuna attesa. Sarà stabilita la giustizia (parola che ritorna a più riprese nella parabola)?

Il centro della parabola sta nell’annuncio che ‘il Signore’ – ed il riferimento va al Risorto – opererà e farà giustizia. E’ annuncio del regno di Dio come diversità rispetto alla situazione di oppressione: Dio è fedele alle sue promesse e ascolta il grido dei poveri che gridano a lui.

Alla sua comunità che viveva ormai a distanza di tempo dalla vicenda storica di Gesù Luca dice che vale la pena continuare ad impegnarsi sapendo che il signore farà giustizia. Gesù chiede di ‘pregare sempre senza incattivirsi’.

A questo deve condurre la preghiera: aprirsi all’alterità di Dio, entrare nell’incontro con Lui. La preghiera non è esperienza che si vive per cambiare Dio, piuttosto è ascolto prolungato della Parola per cambiare il nostro cuore. La preghiera conduce all’attesa che disarma le nostre aspettative e proiezioni: Dio è fedele alle sue promesse che non corrispondono alle nostre richieste. E’ sempre più grande dei nostri pensieri e del nostro cuore. Entrare nella preghiera non è questione di metodi o di pratiche magiche ma significa camminare in una relazione che coinvolge l’intera esistenza.

Dio rimane fedele, anche se l’attesa è faticosa, anche se sembra che la preghiera non trovi ascolto, anche se la domanda che attraversa i cuori dei giusti oppressi è ‘fino a quando Signore?’: “Per te ogni giorno siamo messi a morte, stimati come pecore da macello. Svegliati perché dormi Signore? Destati non ci respingere per sempre. Perché nascondi il tuo volto, dimentichi la nostra miseria e oppressione?” (Sal 44,23-25).

Pregare è momento per scoprire la nostra responsabilità per operare in vista dellla giustizia per un mondo nuovo. Dietrich Bonhoeffer così esprime questa attesa:

“Le parole d’un tempo devono perdere la loro forza e ammutolire, e il nostro essere cristiani
 consisterà oggi solo in due cose: pregare e praticare ciò che è giusto tra gli uomini. Non è nostro compito predire il giorno ma quel giorno verrà in cui degli uomini saranno chiamati nuovamente a pronunciare la parola “Dio” in modo tale che il mondo ne sarà cambiato e rinnovato”. Pregare e operare la giustizia sono i due movimenti del credente.

La parabola ofre anche un messaggio sul volto del discepolo: chi crede è colui che non viene meno alla fede, non smette di invocare, di sperare: sempre, senza stancarsi. La vedova è esempio del credente che non ha altri sostegni, che ha fiducia in ‘Colui che non usa parzialità e non accetta regali, rende giustizia all’orfano e alla vedova, ama il forestiero e gli dà pane e vestito’ (Dt 10,17-18). E’ lo stare di queste persone, come la vedova, che non è riconosciuta ed è calpestata nei suoi diritti, a mantenere la preghiera che porta avanti il mondo.

Alessandro Cortesi op

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Il grido dei traditi

“Uno sguardo puro, una stretta di mano sicura, la determinazione delle sue idee politiche. Questa era Hevrin Khalaf. Che indossasse abiti civili, o da ragazza la divisa militare — come fanno tante donne curde che hanno scelto sì la politica attiva, provenendo però dalla battaglia sul campo — aveva uno stile che non passava inosservato.” (Marco Ansaldo, Hevrin, nemica di Erdogan La paladina dei diritti uccisa in un’imboscata, “la Repubblica” 14 ottobre 2019)

Hevrin Khalaf aveva 35 anni. Si batteva per la coesistenza pacifica fra curdi, cristiano-siriaci e arabi. Apparteneva a quel popolo di donne curde che si sono proposte al mondo come esempio di lotta per una convivenza sociale e politica nel riconoscimento dei diritti. E’ stata uccisa in questi giorni da milizie della Free Syrian Army assoldate dall’esercito turco, in una strada controllata dai turchi che hanno iniziato la conquista del territorio del Kurdistan siriano. Un’esecuzione sommaria mentre questa attivista, tra i fodnatori del Partito del Futuro siriano, che difendeva i diritti umani stava cercando di raggiungere la città di Qamishli. Per il dittatore turco Tayyp Erdogan questa donna era una terrorista come il popolo curdo ritenuto una minaccia alla sicurezza dello stato turco.

Le donne curde hanno lanciato un messaggio che ha il tenore di un grido lanciato nell’abbandono e nel tradimento subito in un contesto internazionale distratto e a Stati preoccupati solo di interessi  e vantaggi interni mentre è in atto il massacro del popolo curdo. Hanno presentato una serie di richieste: dalla fine dell’invasione della Turchia al prevenire la pulizia etnica, al fermare la vendita delle armi alla Turchia:

“Vi stiamo scrivendo nel bel mezzo della guerra nella Siria del Nord-Est, forzata dallo Stato turco nella nostra terra natale. Stiamo resistendo da tre giorni sotto i bombardamenti degli aerei da combattimento e dei carri armati turchi. Abbiamo assistito a come le madri nei loro quartieri sono prese di mira dai bombardamenti quando escono di casa per prendere il pane per le loro famiglie. Abbiamo visto come l’esplosione di una granata Nato ha ridotto a brandelli la gamba di Sara di sette anni, e ha ucciso suo fratello Mohammed di dodici anni”.

“Hevrin era, piuttosto, una delle figure più rappresentative di quello che oggi sono i nuovi curdi. Attenta ai diritti delle donne, inclusiva, favorevole a uno Stato laico e rispettoso del cittadino, multietnico, liberale. Si batteva per la coesistenza pacifica di tutti: curdi, turchi, cristiano-siriaci e arabi. Aveva una laurea in ingegneria. Aveva 35 anni”. (Marco Ansaldo, Hevrin, nemica di Erdogan La paladina dei diritti uccisa in un’imboscata, “la Repubblica” 14 ottobre 2019).

Così si legge nel Rapporto che Amnesty International ha pubblicato nel febbraio 2019 con il titolo “Obiettivo: silenzio. La repressione globale contro le organizzazioni della società civile

“Oggi le organizzazioni della società civile e i difensori dei diritti umani che hanno il coraggio di contestare apertamente leggi ingiuste e pratiche di governo inique, che sfidano il sentire diffuso nell’opinione pubblica o di chi occupa posizioni di potere e reclama giustizia, uguaglianza, dignità e libertà sono sempre di più sotto attacco.

(…) negli ultimi dieci anni sia emersa a livello mondiale una tendenza preoccupante che vede l’introduzione e l’uso da parte degli stati di leggi mirate a interferire con il diritto alla libertà di associazione e a ostacolare il lavoro delle organizzazioni delle società civile e dei suoi membri.

(…) Chiunque critica le autorità in questi paesi, chi esprime pubblicamente opinioni non allineate con le idee politiche, sociali o culturali prevalenti è a rischio. Troppo spesso queste persone sono costrette ad abbassare i toni, ad autocensurarsi, a ridimensionare le proprie iniziative, a dedicare le scarse risorse disponibili a inutili formalità burocratiche, venendo altresì escluse da finanziamenti. Nei casi peggiori, le organizzazioni della società civile vengono chiuse e i suoi esponenti trattati come criminali e incarcerati per il solo fatto di difendere i diritti umani. Queste norme restrittive sono in realtà il riflesso di tendenze politico-culturali più ampie, diffuse attraverso una narrazione tossica che demonizza “l’altro”, alimentando sentimenti come la colpa, l’odio e la paura,e creando un terreno fertile per la loro attuazione, che viene giustificata nell’interesse della sicurezza nazionale, dell’identità e dei valori tradizionali”.

Il medesimo documento di Amnesty ricorda anche: “La Dichiarazione sui difensori dei diritti umani riconosce in particolare l’importanza delle persone che si adoperano, individualmente e in associazione ad altri, per attuare i diritti umani e il diritto di tutti a costituire, aderire e partecipare ad organizzazioni, associazioni o gruppi della società civile e promuovere o difendere i diritti umani come pilastro fondamentale di un sistema di diritti umani internazionale. Quando fu adottata, nel 1998, la Dichiarazione spostò la “percezione del progetto sui diritti umani: da compito affidato principalmente agli stati e alla comunità internazionale a compito che riguarda tutti noi, singoli individui e gruppi collettivi, che formiamo la società. La Dichiarazione riconosce che la giustizia sociale, le pari opportunità e la pari dignità senza forme di discriminazione, così lungamente attese e meritate da ciascuno di noi, possono essere attuate mettendo gli individui e i gruppi nelle condizioni di difendere, impegnarsi e mobilitarsi per i diritti umani”.

Alessandro Cortesi op

 

 

XXXII domenica tempo ordinario – anno B – 2018

10-l-obolo-della-vedova-povera(mosaico – s.Apollinare nuovo Ravenna)

1Re 17,10-16; Eb 9,24-28; Mc 12,38-44

Un delicato gesto di ospitalità è narrato nel capitolo 17 del primo libro dei Re. Il racconto è situato nel Nord d’Israele, territorio ai confini, abitato da popoli pagani. Una vedova si affretta per rispondere alla richiesta di un po’ d’acqua da parte del profeta Elia lì giunto inatteso; quando poi le chiede anche un pezzo di pane la donna risponde di avere solamente “un pugno di farina e un po’ d’olio per me e per mio figlio… andrò a cuocerla, la mangeremo e poi moriremo”. In questi rapidi accenni sta il riferimento ad una situazione di grave penuria. E’ ricordo di un tempo di siccità e carestia dopo la divisione dei regni di Giuda e di Israele (2Re 6,25-29). L’invito del profeta è a confidare in Dio. Elia le disse “Non temere, perché dice il Signore: la farina della tua giara non si esaurirà e l’olio dell’orcio non si svuoterà”.

Il profeta e la vedova si pongono in ascolto della Parola del Signore. Il profeta è spinto a chiedere aiuto e cibo: il Signore parla nella vita dei suoi servi, è presente e guida anche nelle situazioni in cui sembra che egli sia lontano. Elia è uomo della parola che si rende disponibile nell’ascolto. Anche la vedova compie la Parola del Signore. E’ una straniera, non appartenente al popolo d’Israele, è una pagana, ma il suo gesto di ospitalità è manifestazione dell’agire di Dio, oltre ogni confine, rivela un ascolto di una parola che sta dentro di lei e suscita i suoi gesti.

Elia vive un momento drammatico della sua vita. Aveva contestato l’idolatria e il re (1Re 16,30) e, perseguitato, deve fuggire. In questo cammino, seguendo la ‘parola del Signore’ scopre la vicinanza di Dio nel gesto della donna povera. Mentre il re d’Israele sceglieva le vie della potenza e dell’idolatria il profeta incontra la presenza di Dio nel gesto di una donna vedova e straniera, e nell’ospitalità offerta scopre la fecondità della Parola di Dio: “La farina della giara non venne meno e l’orcio dell’olio non diminuì, secondo la parola che il Signore aveva pronunziata per mezzo di Elia” (1Re 17,16). Quel gesto dell’ospitalità è fessura di luce che rivela il Dio vicino che accoglie e si prende cura. Anche Gesù fa riferimento a questo gesto della vedova di Zarepta nel discorso nella sinagoga di Nazaret riportato da Luca (Lc 4,25-26): il gesto della straniera è indicato come segno della salvezza di Dio per tutti i popoli.

Una vedova povera è al centro anche di una breve scena risportata da Marco. E’ indicata da Gesù nel cuore del tempio. Mentre molti passano gettando offerte nel tesoro e lo fanno con ostentazione e desiderio di visibilità la donna povera getta nel tesoro “due monetine, che fanno un soldo”. Non ne tiene nemmeno una per sè: e quelle due monetine insieme facevano la più piccola somma di denaro. Non dà qualcosa di superfluo, ma “tutto quello che aveva, tutto quanto aveva per vivere”. Gesù la nota in mezzo ai tanti e non si lascia attirare da altri gesti se non da quello. La indica ai suoi. Quella donna povera, come la vedova di Zarepta, affida la sua vita, ciò che aveva per vivere. Gesù ai suoi indica di guardarsi bene da una religione del potere che si accompagna all’indifferenza per chi soffre: “Guardatevi dagli scribi, che amano passeggiare in lunghe vesti, ricevere saluti nelle piazze, avere i primi seggi nelle sinagoghe e i primi posti nei banchetti. Divorano le case delle vedove e pregano a lungo per farsi vedere”. Richiama poi al gesto della vedova, povera. In quel suo offrire sta racchiusa la fiducia nel Dio della vita e l’affidamento totale della fede. Gesù legge in quel gesto, che poteva passare inosservato, qualcosa di grande. L’autentica fede è nascosta nel cuore dei poveri; Gesù sa leggere i gesti della quotidianità come cose grandi a cui fare attenzione. Scorge in essi l’affidamento e un modo di intendere tutta la vita, non secondo la linea del possesso o della ricerca della propria grandezza ma nella consegna di sè: ed è questo essenziale per un incontro autentico con il Dio dei piccoli e dei poveri.

Alessandro Cortesi op

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Gesti

«Tenuto conto della gratitudine per l’ospitalità e la benevolenza che il popolo italiano ha mostrato nei nostri confronti e consapevoli, più di altri della sofferenza che l’abbandono e la solitudine provocano di fronte alle disgrazie della vita, i sottoscritti richiedenti asilo, ospiti delle varie strutture operanti nel territorio vercellese, si dichiarano disponibili a fornire qualunque forma di aiuto e sostentamento alle popolazioni così duramente colpite».

Così si legge in una lettera scritta da un gruppo di richiedenti asilo attualmente residenti a Vercelli. Sono rimasti colpiti nel venire a conoscenza delle situazioni di devastazione causate dal maltempo dell’ultimo periodo nel Nord e nel Sud Italia e hanno scritto al Prefetto per dire la loro disponibilità a fornire in qualche modo il loro aiuto: «A casa nostra saremmo già lì a dare una mano». Sono ragazzi provenienti da Paesi dell’Africa occidentale, e fanno parte dell’associazione ‘Noi von voi’ di Vercelli. Uno di loro ha detto: «ciò che è accaduto a tante persone in Italia mi ha toccato il cuore. So cosa significa perdere tutto, non avere più nulla. Io, come tanti altri immigrati, desidero aiutare chi sta soffrendo. Siamo pronti a partire per i luoghi disastrati e a coinvolgere chi ci sta accanto».

Sono questi i gesti, rintracciabili in brevi trafiletti a margine delle pagine di qualche giornale quotidiano (Chiara Genisio, I richiedenti asilo: possiamo dare una mano? “Avvenire” 6 novembre 2018), che fanno pensare perché aprono improvvisamente gli  occhi su modi di vivere l’attenzione all’altro alternativi rispetto alle chiusure e agli egoismi dilaganti.  Fanno scorgere raggi di luce in questo tempo segnato dal razzismo e dalla volgarità diffusa nel disprezzo dell’altro. Sono gesti che soprendono perché rivelano una sensibilità che sembra essere merce rara nel tempo della chiusura del ‘prima i nostri’ del ‘noi senza voi’, dell’ ‘io senza te’… Il nome della loro associazione è un programma. Si intitola infatti ‘Noi con voi’. Ma anche il loro gesto ripropone lo stile della vedova del vangelo: dà quello che ha per vivere… perché ha fatto esperienza di ciò che è essenziale nella vita. E per questo sa anche condividere e di fronte al dolore dell’altro sa mettere davanti ad ogni altra preoccupazione la cura per chi soffre e offre semplicemente la disponibilità nello stare accanto ed ‘esser lì a dare una  mano’.

Alessandro Cortesi op

 

XXIX domenica tempo ordinario – anno C – 2016

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Nicolaes Maes (1634-1693), Old woman praying, 1656 ca. – Rijksmuseum Amsterdam

Es 17,8-13; 2Tim 3,14-4,2; Lc 18,1-8

“Alzo gli occhi verso i monti da dove mi verrà l’aiuto? Il mio aiuto viene dal Signore che ha fatto il cielo e la terra. Non lascerà vacillare il tuo piede… il Signore è il tuo custode”.

L’esperienza dell’uomo biblico è fondamentalmente la scoperta che la propria vita è debole, segnata dal vacillare ma avvolta da una presenza. Dio si fa vicino, aiuta e custodisce. Lo sguardo si alza oltre i monti per scorgerlo: la presenza di Dio è percepita nell sua lontananza e alterità, oltre tutto ciò che è raggiungibile. Non è riducibile entro le dimensioni della terra e del cielo. Tuttavia è presenza vicina, capace di custodia.

Il cammino della vita umana è aperto ad una relazione che ne sta alla radice e l’avvolge. Non è opera propria, non è conquista o sforzo, anche se così a volte può sembrare nel pensare di essere autonomi e senza limiti. Piuttosto l’esistenza umana è nelle mani di chi sa prendersi cura, il creatore del cielo e della terra che custodisce la storia.

Un profondo senso di custodia sta alla base dell’affidamento del credente, scoperta di stare nelle mani di Dio come un bimbo svezzato che si addormenta in braccio alla mamma (Sal 130,2). Fede ha la sua radice nell’affidarsi, nel lasciarsi rasserenare, nell’abbandono tra le braccia di chi veglia e non vuole il male. Le mani di Dio che cullano i suoi piccoli sono immagine di cura e di vicinanza.

Ad esse corrispondono le mani di Mosè sul monte: quando Mosè alzava le mani in segno di preghiera Israele era più forte nella battaglia. Vita e futuro per Israele dipendono dal riconoscere la presenza di Dio. Le mani alzate sono espressione di apertura e riconoscimento. Dicono l’attitudine a ricevere e lo stare inermi, nell’atto di ricevere un dono di presenza e vicinanza. Le mani alzate di Mosè divengono così metafora del pregare, esperienza di uno stare alla presenza di Dio. Per poter andare avanti nella vita, per poter aver forza di resistere, per aprirsi al futuro. Mani che hanno bisogno di sostegno di altri per rimanere ferme, aperte nell’accoglienza: “Aronne e Cur, uno da una parte e l’altro dall’altra, sostenevano le sue mani. Così le sue mani rimasero ferme fino al tramonto del sole”

Timoteo, discepolo di Paolo, è invitato anch’egli a rimanere saldo in ciò che ha appreso, a non venire meno nella lettura e ascolto della Scrittura. In essa soffia lo Spirito di Dio. La preghiera si nutre dell’ascolto della Scrittura. E’ via per restare saldi e mantenere la nostra vita orientata in Cristo. L’ascolto della Scrittura è luogo in cui scorgere la presenza di un Dio amico nella storia di un popolo, con lo sguardo al cammino di tutti i popoli, verso lo shalom che è il disegno di Dio sull’umanità e il cosmo. Solo dall’ascolto matura il prepararsi per ogni opera buona, per poter annunziare la parola: a questo Timoteo è invitato oltre al di là di ogni opportunità e opportunismo.

Gesù vive nella sua vita l’esperienza della preghiera. Soprattutto Luca nel suo vangelo ne parla. Non tanto una preghiera liturgica ufficiale. Il pregare di Gesù si connota per il suo prendere le distanze dal rumore, dalla folla, da tutto ciò che è apparenza e successo. Si ritira in disparte in luoghi deserti, in un incontro di intimità e silenzio, insondabile. Lì Gesù è colto nel suo vivere l’esperienza di intimità con l’Abba e lì scorge la chiamata a vivere lo stile del regno e ad orientare tutta la sua esistenza in rapporto al Padre. Così quando i suoi discepoli gli chiedono di insegnare loro a pregare, Gesù li invita a non sprecare parole ma a coltivare il senso di una presenza di Dio Abba: lo stare alla sua presenza, in modo semplice senza inutili orpelli, chiedendo il venire del regno. Così in alcuni insegnamenti Gesù parla della preghiera come un dialogare, un rivolgersi a Dio, nonostante il suo silenzio.

“Gesù disse ai suoi discepoli una parabola sulla necessità di pregare sempre, senza stancarsi… Dio non farà giustizia per i suoi eletti che gridano giorno e notte verso di lui e li farà a lungo aspettare?”. La parabola del giudice e della vedova presenta una situazione di ingiustizia: un giudice non presta attenzione ad una povera donna sfruttata e rinvia l’appuntamento per ascoltarla. E’ un comportamento iniquo, e la vedova è debole, senza difese e appoggi umani. Il suo coraggio e la sua insistenza sono più forti della delusione, e non si stanca di recarsi dal giudice: ‘Fammi giustizia contro il mio avversario’. E’ un episodio che rinvia alla quotidianità di tanti sfruttati e inascoltati. Quando il giudice cede alle insistenze dice: ‘le renderò giustizia, perché non venga a seccarmi’ – che si può anche tradurre: ‘le farò giustizia perché alla fine non mi colpisca in faccia’ -. Luca accenna alla giusta rabbia degli oppressi di fronte alla prepotenza dei potenti. Alla fine il giudice iniquo presta ascolto.

Nella parabola si possono cogliere diversi messaggi: è innanzitutto una denuncia dell’indifferenza di chi ha potere verso i deboli. E’ anche attenzione alla grandezza della donna che nonostante l’ingiustizia continua a spendersi e non viene meno alla sua richiesta. Il suo centro tuttavia sta nell’annuncio del regno di Dio come diversità rispetto a quanto tale situazione: se quell’uomo ingiusto si è comportato così, giungendo a dare ascolto, molto di più, Dio, il fedele, ascolta e si china sui poveri che gridano a lui.

Così in un altro detto di Gesù riportato da Luca si legge: “Se voi che siete cattivi, sapete dare cose buone ai vostri figli, quanto più il Padre celeste darà lo Spirito santo a chi glielo domanda” (Lc 11,13). Gesù propone una differenza: Dio agisce in modo diverso da come gli uomini si comportano in modo cattivo e ingiusto. Provoca a pensare Dio non a misura dell’agire gretto e ingiusto, degli schemi umani.

Sta qui allora un profondo messaggio sul senso della preghiera. A questo essa deve condurre: ad aprirsi all’alterità di Dio, ad entrare nell’incontro con Lui in un’attesa che va oltre ogni aspettativa e spiazza rispetto alle immagini che abbiamo di Dio stesso: lui è sempre più grande dei nostri pensieri e del nostro cuore. Ecco perché la preghiera non è questione di metodi o di pratiche magiche ma un’esperienza di relazione che investe la vita e la pone in una nuova luce.

E’ questo il primo messaggio, teologico, sul volto di Dio, della parabola: Dio rimane fedele, anche se l’attesa è faticosa, anche se sembra che le nostre parole, il grido umano non trovi ascolto, anche se la domanda che attraversa i cuori dei giusti oppressi è ‘fino a quando Signore?’: “Per te ogni giorno siamo messi a morte, stimati come pecore da macello. Svegliati perché dormi Signore? Destati non ci respingere per sempre. Perché nascondi il tuo volto, dimentichi la nostra miseria e oppressione?” (Sal 44,23-25). La preghiera diviene allora lotta. Non è richiesta di prevalere in battaglia – come per Israele contro Amalek – ma una lotta che passa dentro al cuore. La battaglia diviene metafora di un pregare faticoso e duro: Paolo al termine della lettera ai Romani chiede: ’vi esorto fratelli a combattere con me nella preghiera’ (Rom 15,30). E’ questo l’unico genere di combattimento che i cristiani sono chiamati a compiere: lo stare davanti a Dio nella fiducia e nell’insistenza a portare la voce delle vittime di questa storia e vivere, come preghiera davanti a Lui e per il mondo, la responsabilità di mettere le proprie forze a servizio degli altri.

Un altro messaggio della parabola riguarda il volto del discepolo: chi crede è come la donna: è fragile, senza potere, ma non viene meno nell’affidarsi non smette di invocare, di sperare: sempre, senza stancarsi. La vedova è esempio del credente che non ha altri sostegni, che ha fiducia in ‘Colui che non usa parzialità e non accetta regali, rende giustizia all’orfano e alla vedova, ama il forestiero e gli dà pane e vestito’ (Dt 10,17-18). Luca indica che il cammino del credente sta nel divenire povero per poter accogliere e lasciar fruttificare il dono della presenza di Dio nella sua vita.
Alessandro Cortesi op

in-preghiera-48.jpg(Michael Rosenberg, In preghiera, 2009, terracotta bianca refrattaria, legno, ghiaia giapponese, ulivo, http://www.michal.it/portfolio/details/in-preghiera-in-prayer/)

Pregare

L’esperiezna del pregare attraversa culture e religioni: è una delle esperienze che veramente accomunano l’umanità, nei modi più diversi nelle diverse fasi della sua storia. Dalla preghiera dei primitivi, alle più varie forme della preghiera che si esprime nel ringraziamento, nella lode, nella supplica, nel lamento. I luoghi del pregare possono essere i più diversi: sulle montagne, in luoghi solitari, di fronte ad uno spettacolo della natura, del sole e della notte, davanti alle stelle o nelle fasi della luna, nei pressi di alberi secolari, affrontando il vento e nella neve. Sono le più diverse anche le forme di pregare che investono il corpo, nelle diverse posizioni delle mani, con le braccia alzate o raccolte, nell’inchino e nella prosternazione, in piedi o nel raccoglimento composto da seduti, eretti o inclinati.

Uno studio monumentale sulla preghiera nella storia dell’umanità è stato scritto un secolo fa da Friedrich Heiler, Das Gebet, ora tradotto in italiano: La preghiera. Studio di storia e psicologia delle religioni, a cura di Martino Doni, Morcelliana. “Vedendo le cose più da vicino – scrive Heiler – sono tre gli elementi che formano la struttura interna dell’esperienza della preghiera: la fede in un Dio vivente e personale, la fede nella sua presenza reale e immediata, e la relazione drammatica nella quale l’uomo entra con Dio sperimentato come presente” (Heiler, Das Gebet, 1923 5ed., 489)

Ma c’è anche la preghiera di chi non crede, come ebbe a testimoniare Roberta de Monticelli, autrice di Le preghiere di Ariele (Garzanti 1992), testimonianza di un dialogo paradossale eppur bruciante con parole che dal cuore escono rivolte “a Te che non esisti…”.

E’ stato detto che “la preghiera, soprattutto la preghiera che non chiede è un frammento di Dio”: Paolo Ricca riprendendo questo pensiero aggiunge che forse non si può parlare di un frammento di Dio, ma certamente di un frammento che senza Dio non ci sarebbe. (P.Ricca, Prefazione a A.Zarri, Il pozzo di Giacobbe. Preghiere di tutte le fedi, Lindau 2014).

Ci si può chiedere in che misura l’esperienza del pregare che proviene da una radicale precarietà della vita possa essere oggi via per sostenere le mani gli degli altri e lasciar sostenere le nostre mani nel cammino dell’esistenza. L’esperienza del pregare con le parole degli altri (le grandi preghiere di altre tradizioni) e il far propria la preghiera ‘laica’ espressa dalla vedova, oppressa, nella parabola: ‘fammi giustizia…’ possono essere vie per mantenere alzate le mani di una umanità che cerca e spera.

Pregare è sempre esperienza nella concretezza della vita come ricorda Adriana Zarri ed un suo testo può essere bella conclusione di queste tracce di riflessione:

“Tu sai, Signore, che io amo pregarti seguendo i ritmi stagionali, perché la preghiera non è una petizione astratta o un parlare con te che prescinda dal momento di vita, dalle situazioni, dalle emozioni, dai colori che vedono i nostri occhi, dagli odori che vengono su dal suolo: le foglie macerate dalla pioggia, i funghi che nascono dai boschi, la dolce ovatta delle nebbie… Dacci dunque, Signore, di comprendere il messaggio segreto dell’inverno: di attendere la nuova primavera nel pensiero, nella speranza, nell’attesa dei cieli nuovi e delle terre nuove che tu farai risorgere dalle ceneri del mondo.”

Pregare non è dire preghiere:

pregare è rotolare

nel buio della tua luce,

e lasciarci raccogliere,

e lasciarci parlare

e lasciarci tacere

da te.

 

Pregare sei tu che preghi,

tu che respiri,

tu che mi ami;

e io mi lascio amare

da te.

 

Pregare è un prato d’erba,

e tu ci passi sopra.

 

Dacci preghiere folli 

che non sappiano 

la logica ferma del contabile 

 

Dacci preghiere inutili 

che non sappiano 

la ragionevolezza del mercato 

 

Dacci preghiere mute, 

irragionevoli, 

indicibili: 

bianche macerie rotolanti, 

assi schiodate, 

assurdità: preghiere 

di parole sconnesse e di silenzio; 

ceste vuote 

e ricolme di Te.

(Adriana Zarri)

Alessando Cortesi op

 

 

 

X domenica tempo ordinario – anno C – 2016

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(La vedova di Nain – acquerello di Silvia Gastaldi)

1 Re 17,17-24; Gal 1,11-19; Lc 7,11-17

Un gesto di guarigione e di vita è al centro del racconto di 1Re 17: “il figlio della padrona di casa, la vedova di Sarepta, si ammalò. La sua malattia si aggravò tanto che egli cessò di respirare”.

La visita di Elia è percepita dalla vedova segnata dalla perdita del marito e ora del figlio come una accusa, una sorta di rimprovero: un ricordo di iniquità. La vedova reca in sé forse l’immagine di un Dio del giudizio e del castigo. Anche la malattia e la morte del figlio divengono rimprovero e senso di colpa per un suo peccato. Così la visita dell’uomo di Dio è vissuta dalla vedova come una accusa che pesa su di lei e aumenta il dolore.

Ma il messaggio profondo del racconto è l’annuncio che volontà di Dio non è la morte né il caricare di colpe i suoi figli e figlie. La vedova segnata dal dolore e dalla perdita è invece lei stessa che conduce a scorgere il volto di Dio della vita che dà respiro e conduce il profeta a scoprire la sua missione. La medesima vedova nel gesto della sua condivisione della poca farina e del poco olio rimasto nel tempo della carestia aveva vissuto l’accoglienza di Elia aprendo quell’incontro ad una fecondità inattesa: la farina non venne meno e l’olio non si esaurì.

Il racconto è narrazione di un dono di vita ma anche della scoperta dell’identità del profeta: non portatore di giudizio e di colpevolizzazione, ma chiamato a portare vita e non condanna. Chiamato a dare vita e non a togliere possibilità di respirare. Elia diviene profeta perché dona respiro e comunica il respiro di Dio. Invoca il respiro di vita per quel corpo del figlio della vedova e apre a scorgere un volto di Dio che non vuole la morte ma la vita. Dio del respiro e della liberazione per rapporti nuovi. Il testo sembra suggerire la fonte della vita: nella sua preghiera Elia dice: “Signore mio Dio vuoi fare del male anche a questa vedova che mi ha ospitato?”. Il gesto di ospitalità della vedova è seme di vita che coinvolge il profeta, il figlio, lei stessa, restituita alla relazione.

Nel gesto dell’uomo di Dio che invoca il respiro della vita è racchiuso il significato profondo della profezia. Essere profeta è annunciare che il Dio dell’alleanza è Dio del respiro, della vita, che si china ed è sensibile alla sofferenza del suo popolo. Nell’incontro con la vedova ad Elia si apre il senso del suo invio come profeta. E la vedova scorge un nuovo volto di Dio che non vuole il male, la malattia e la morte ma è soffio di vita. “La debolezza di una povera vedova diventa dunque grembo di profezia per una storia affamata e assetata di salvezza. Una vedovanza davvero feconda!” (Lidia Maggi, Le donne di Dio. Pagine bibliche al femminile, ed. Claudiana, 112)

“… ecco, veniva portato alla tomba un morto, unico figlio di una madre rimasta vedova; e molta gente della città era con lei”. La scena descritta nel racconto di Luca inizia con l’incrociarsi di due movimenti in direzioni contrarie: da un lato la processione della folla immersa nel dolore che segue il feretro del figlio della vedova. In senso opposto il movimento di Gesù con i discepoli e coloro che lo seguono. Due movimenti che riassumono cammini diversi: uno segnato dal pianto e dalla morte e l’altro in cui è presente uno sguardo sensibile, una parola di risurrezione ed una presenza di vita. L’incontro avviene sulla strada, ai crocicchi di un villaggio, Nain. E’ incontro inatteso, presentato come un confronto radicale tra morte e vita, tra il pianto e lo sguardo che si ferma e ‘vede’.

Gesù non passa indifferente e il suo cammino si lascia fermare quando il suo sguardo incrocia occhi di pianto. Il suo vedere sa scorgere le profondità di una sofferenza che lo tocca dentro. L’invito ‘non piangere’ sgorga da un vedere di chi sa fermarsi e guardare la vita prendendo su di sé la vita altrui. “Vedendola, il Signore fu preso da grande compassione per lei e le disse: ‘Non piangere!'”. Queste parole racchiudono l’esistenza intera di Gesù: nel suo cammino terreno Gesù vive la capacità di soffrire insieme, di avvertire su di sé la sofferenza di coloro che incontra. Compassione per lui è movimento di prendere su di sé, di avvertire come proprio quel dolore. La sua parola ‘non piangere’ è già indicazione che la vita di Dio è più forte della morte. Gesù compie quanto il salmo 56 attribuisce alla delicatezza di Dio: “I passi del mio vagare tu li hai contati, nel tuo otre raccogli le mie lacrime: non sono forse scritte nel tuo libro?”

L’invito a ‘non piangere’ accompagna alla parola ‘Io ti dico: Alzati’. Luca evidenzia l’autorevolezza di Gesù, la sua libertà nell’indicare e rendere presente l’agire di Dio. ‘Alzarsi’ infatti è verbo di risurrezione: in questo gesto è già evocato il risorgere di Gesù: la sua vita non è rimasta prigioniera della morte. La sua vita è stata un alzarsi perché restituita alla parola perduta dell’amore, al dono.

Luca sottolinea che il giovane si sedette e cominciò a parlare. Risorgere è poter comunicare, è possibilità di entrare in comunicazione con una parola. Gesù restituì il giovane alla madre. Risorgere è anche essere restituiti al rapporto. Ed è movimento che investe la vita sin dal presente, è esperienza in cui aprirsi ad un parlare di incontro e comunicazione: è anche esperienza di restituzione. Gesù restituisce ad una relazione che non è solo futuro, ma presente nuovo.

Il gesto di Nain può così essere letto come profezia del volto di Dio. Gesù annuncia il Padre che è Dio di compassione e di vicinanza, che non vuole la morte, ma alla vita. Il gesto di Gesù restituisce il figlio all’incontro e alla vita. Questa apertura è possibilità di vivere nella risurrezione già nel presente: sta qui il senso nascosto di un gesto che non è tanto miracolo meraviglioso da cui essere schiacciati nel senso del sacro, ma indicazione della possibilità di incontrare il Dio della vita nel presente. Quando qualcuno è restituito alla parola da offrire e ricevere, quando si attua la compassione che di fronte al dolore invita a non piangere già è presente profezia del Dio che asciuga ogni lacrima e desidera la vita per i suoi figli e figlie.

Gesù vive questo gesto facendo scorgere il senso della sua vita nell’incontro con una vedova: nel volto di quella vedova in lacrime è presente la parola del vangelo, quale bella notizia per la vita. Dio è presenza che restituisce per comunicare. Questo è possibile nella morte e oltre la morte. Risurrezione non è solamente annuncio di una condizione futura ma significa scorgere nel presente una vita in cui Dio visita. “Tutti furono presi da timore e glorificavano Dio dicendo ‘Un grande profeta è sorto tra noi’ e: ‘Dio ha visitato il suo popolo'”. Quella vedova senza appoggi e che rimane silenziosa, è donna segnata dalla povertà, dalla mancanza che suscita la vicinanza e compassione di Gesù. In quell’incontro si apre uno squarcio sulla visita quale movimento proprio di Dio: Gesù è profeta di un Dio che visita restituendo all’amore, alla relazione.

Alessandro Cortesi op

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Parole perdute

“Le parole perdute nascoste in fondo al cuore/ aspettano in silenzio un giorno migliore/un lampo di coraggio per tornare in superficie/un tempo felice, un tempo felice

Ritrovare te stesso, senza avere vergogna/di ogni tuo sentimento, in questa grande menzogna/dell’uomo reso libero ma schiavo del profitto/e intanto il tempo passa, passa (…)

Le parole perdute hanno camminato tanto/oltre le apparenze in eterno movimento/tra quello che vorremmo e quello che dobbiamo/con l’anima in conflitto per quello che non siamo

Le parole vissute le ritrovi nelle strade/aspettano in silenzio le belle giornate/e un lampo di coraggio per tornare in superficie/un tempo felice, un tempo felice

(…) amami amore mio, voglio crederci ancora/stringimi amore mio, ritornerà l’aurora/ritornerà l’aurora, ritornerà l’aurora/un tempo felice, ritornerà l’aurora”

‘Le parole perdute’ è titolo di una canzone di Fiorella Mannoia, cantautrice italiana, inserita in un’antologia di suoi pezzi del 2014. Come lei stessa ha avuto modo di affermare “questa canzone ha un testo più politico di quanto sembri. Solo apparentemente ‘Amami amore mio’ è riferito a un partner: è rivolto a tutti noi”.

L’invocazione ‘amami amore mio’ si accompagna al richiamo alle parole perdute. Sono queste parole nascoste in fondo al cuore, parole del cammino, parole che si impastano con la vita divenendo scelte e orientamenti di relazione, di incontro. Farle rivivere recuperandole dallo smarrimento in cui sono cadute esige atti di coraggio, pazienza per farle tornare in superficie. Le parole perdute sono le parole che esprimono nostalgia di relazione e recano con sé anche esigenza di impegno, disponibilità a far fatica, a rischiare per poter essere restituite alle voci, ai cuori, per divenire parole comuni, condivise.

Parole perdute sono tali per la presenza di schiavitù nuove, il dominio del profitto, l’assoggettamento ad una vita in cui vale solo il tirare dritti e non pensare agli altri, l’indifferenza del non fermarsi a guardare per scorgere nel volto dell’altro dell’altra, un volto simile, una richiesta di aiuto e un pianto.

Parole perdute sono quelle assenti in ogni gesto di violenza che si ripete in modo tragico contro le donne nel nostro presente, segni drammatici di immaturità nel vivere le relazioni, di incapacità di comunicare, di accogliere l’unicità e la libertà di chi sta di fronte.

Parole perdute sono quelle da recuperare non nel rinvio a mondi virtuali, ma nel reimparare un alfabeto ed una grammatica del quotidiano, nell’apprendere a sillabare nuovamente. E così dire parole amiche ormai dimenticate, pensate come inutili, parole nuove che aprono a cercare, e parole sconosciute accolte da voci che a volte sono solo cariche di pianto e sofferenze nascoste, da ascoltare, da accompagnare. Parole perdute sono quelle da restituire ad una vita in cui scoprire il legame profondo che tiene insieme ogni volto e il reale, per alzarsi alla capacità di stringersi insieme in un cammino dove ciò che è comune sia avvertito come proprio e profondo.

 “Amami amore mio, sono parole semplici/amami amore mio, noi resteremo complici/amami amore mio, che il tempo corre in fretta/stringimi amore mio, tienimi stretta.

Che i sogni si allontanano, ce li portano via/i sogni si allontanano, ce li portano via/stringimi amore mio, che siamo ancora in tempo/amami amore mio, noi siamo ancora in tempo/noi siamo ancora in tempo, noi siamo ancora in tempo/un tempo felice, felice”

Alessandro Cortesi op

XXXII domenica tempo ordinario – anno B – 2015

elia-e-la-vedova(mosaico – Ivan Rupnik)

1Re 17,10-16; Eb 9,24-28; Mc 12,38-44

“La farina della giara non venne meno e l’orcio dell’olio non diminuì, secondo la parola che il Signore aveva pronunciato per mezzo di Elia”. C’è un non venir meno del poco condiviso. E’ questo il miracolo quotidiano, fatto di due pezzi di legna, farina, pane, focacce, olio. Sono le cose della vita, il necessario per cuocere, il cibo essenziale, senza orpelli e sofisticazioni. Nel poco condiviso, al di dentro di tale pochezza, in una terra lontana e dimenticata, sta un segreto di fecondità e di presenza di Dio: la farina non diminuisce, e l’olio rimane sufficiente. In quel poco, sorto dall’ascolto di una richiesta di aiuto che racchiudeva la parola di Dio, sta la forza di vita presente nelle mani dei poveri. Quella donna, vedova, aveva riconosciuto nello straniero inatteso una chiamata di Dio. L’aveva accolto affidandosi ad una richiesta che racchiudeva la parola di Dio. Aveva così spartito non solo ciò che aveva ma il tempo della sua vita, la sua speranza, il suo domani. Pur senza conoscerlo, lei donna straniera, di un popolo diverso da Israele, vedova, aveva riconosciuto il volto di Dio che non toglie ma dà la vita. Ella stessa ha agito ascoltando, condividendo.

Il luogo della vicenda è una terra di confine nei pressi di Sidone, al Nord d’Israele, territorio di margine, al confine con quello degli ‘altri’, i pagani, considerati i lontani dalla salvezza, reietti da Dio. Una vedova è protagonista di un gesto delicato e drammatico di ospitalità, Delicato, perché di fronte alla richiesta del profeta, subito si affretta per andare a prendere dell’acqua. E’ premura di chi ascolta una richiesta lasciando ogni altra occupazione. Ma è anche un gesto drammatico perché nel tempo di carestia la scelta di condividere apre una questione di vita e di morte. Alla richiesta di un pezzo di pane risponde di avere solamente “un pugno di farina e un po’ d’olio per me e per mio figlio… andrò a cuocerla, la mangeremo e poi moriremo”. E’ il tempo carestia e di miseria (cfr. 2Re 6,25-29). Elia si fa portavoce della parola di Dio: “Non temere, perché dice il Signore: la farina della tua giara non si esaurirà e l’olio dell’orcio non si svuoterà”.

Protagonista silenzioso, tra le righe del racconto è così Dio stesso, che si comunica e viene accolto nella parola del profeta vittima della carestia e nell’ascolto della vedova che spartisce ciò che ha. E’ volto di chi dà la vita e non la toglie e la fa sorgere dalle cose e dai gesti della quotidianità. Dalla scoperta di tale volto può sorgere un modo nuovo di intendere la vita. Come luogo di condivisione. In modi diversi Elia e la vedova stanno sotto la Parola di Dio. Elia si rivolge ad una donna che stava raccogliendo la legna perché il Signore l‘aveva spinto lì, e chiede alla vedova di portargli da mangiare perché così il Signore aveva parlato (1Re 17,8).

Tra le righe di questa pagina si presenta l’intuizione che ‘il Signore parla’ nella vita, è presente e guida anche nelle situazioni in cui sembra che egli sia lontano. Elia è uomo della parola (profeta) disponibile a questo ascolto. La vedova, senza nome, è presentata come una donna che compie la Parola del Signore: è una straniera, non appartenente al popolo d’Israele, una pagana. Tuttavia nel suo gesto di ospitalità compie la Parola di Dio. Nei gesti di dare da bere e da mangiare, nella farina e nell’olio, sta l’agire di Dio. Elia il, profeta scopre una donna che gli pone davanti la Parola di Dio nei gesti della quotidianità. Può così incontrare il volto di Dio vicino nei gesti della straniera.

Ci si può anche chiedere: perché la vedova è stata capace di accoglienza. Solamente perché lei stessa era vulnerabile, provava sula sua pelle la sete e la fame e questo le dava la possibilità di avvertire la vulnerabilità dello straniero giunto presso di lei. Ma questo è un tratto del volto di Dio. Un Dio vulnerabile che porta vita perché capace di compassione. Non il Dio che chiede sacrifici e toglie la vita, ma un Dio debole che condivide. Il gesto dell’ospitalità è epifania del Dio vicino che accoglie e si prende cura. Gesù nel discorso iniziale del suo ministero, nella sinagoga di Nazaret, fa riferimento a questo gesto della vedova di Zarepta (Lc 4,25-26).

Un’altra vedova è descritta nel vangelo di Marco. Gesù deve richiamare i discepoli a scorgere quel gesto nascosto, invisibile a chi poteva essere distratto dal rumore e dalla importanza di altre offerte più sostanziose. Indica una vedova povera che getta nel tesoro del tempio la più piccola moneta in corso a quell’epoca: ne aveva due rimaste e le getta tutte non trattenendo nulla. Non ricerca come tanti un riconoscimento e non vive l’offerta al tempio come offerta del superfluo, ma dà “tutto quello che aveva, tutto quanto aveva per vivere”. Nel suo gesto sta il suo futuro e il suo presente. Come la vedova di Zarepta affida la sua vita, ciò che aveva per vivere. Con questo gesto dice la fiducia nel Dio della vita e l’affidamento totale della fede. Gesù vede in questo gesto, che poteva passare inosservato, qualcosa di grande.

Ma nel contesto del vangelo di Marco questo gesto è posto accanto a parole di critica dura da parte di Gesù contro coloro che ‘divorano le case delle vedove’. E’ la religione del tempio, una religione costruita come sistema di potere che mantiene le persone schiave e sottomesse ad un Dio a cui si deve pagare, a cui si deve dare qualcosa per riceverne in cambio la protezione. E’ la religione di un sacro che impoverisce e toglie a quella donna tutto, anche ciò che aveva per vivere, mentre altri sfruttano la struttura del tempio e del suo sistema di offerte per ‘farsi vedere’, per affermare la propria grandezza.

La parola di Gesù è critica radicale ad un sistema religioso che anziché aprire al Dio della vita, propugna una divinità che genera devastazione e oppressione nelle vite e le priva di tutto. In tal modo denuncia non solo il narcisismo e la ricerca di visibilità di coloro che offrivano con grande fragore le loro offerte nel tempio per farsi vedere, ma smaschera il medesimo sistema costruito da un mondo sacerdotale per mantenere le persone in condizione di minorità, di paura e nel senso di colpa di fronte a un Dio che richiede e che toglie tutto. Il volto di Dio si manifesta invece nello sguardo di Gesù che scorge il gesto della vedova. E’ volto di un Dio che veglia, dona e desidera la vita dei suoi poveri, non certo colui che spoglia le case delle vedove esigendo prezzi per prestazioni religiose o per la sua grandezza.

DSCN1525Alcune riflessioni per noi oggi

Accogliendo uno straniero la vedova di Sarepta scopre di aver accolto una chiamata di Dio giuntale attraverso le parole del profeta. C’è una profezia da scorgere oggi nelle richieste che provengono dai profeti nascosti, sconosciuti. Nel chiedere acqua e pane c’è un mistero di fecondità possibile di vita, di apertura ad un ‘non venir meno’ di ciò che rende la vita possibile e bella (il pane e l’olio). La vedova condivide pane e olio: dietro a questi segni c’è la concretezza del cibo della mezzaluna del grano e dell’olivo, il Mediterraneo. Nel Mediterraneo oggi ancora si rende presente negli incontri dei popoli, nelle migrazioni, una chiamata di Dio.

L’autentica fede è nascosta nel cuore dei poveri. Gesù sa leggere i gesti della quotidianità come cose grandi a cui prestare attenzione. Spesso cerchiamo il di più, il superfluo, ma c’è un segreto nascosto nelle cose, da scoprire, che svela una traccia di Dio nascosta. Un non venir meno, nel poco, di ciò che è semplice, in quanto è essenziale per vivere… E’ il poco che non viene meno.

“così Cristo, dopo essersi offerto una sola volta per togliere il peccato di molti, apparirà una seconda volta, senza alcuna relazione con il peccato, a coloro che l’aspettano per la loro salvezza” (Eb 9, 28). C’è un segreto di attesa presente nella vita dei credenti in Cristo: attendere non qualcos’altro ma lui. Lui solo. Fa impressione leggere queste parole che parlano di una attesa di Cristo mentre le cronache riportano notizie di utilizzo del denaro per scopi superflui e per il sollazzo di uomini che hanno scambiato la religione come mezzo per la ricerca di glorie mondane, in Vaticano e negli ambienti della Curia romana. Tutto ciò mentre è in atto un’opera di riforma fortemente perseguita da Francesco. Marcello Sorgi in un suo commento (in ‘La Stampa’ 4 novembre 2015) ha richiamato una scena de film ‘Roma’ di Fellini, la sfilata dei monsignori, una scena considerata al tempo sacrilega e forse invece, per certi aspetti, profetica. “Guardatevi dagli scribi, che amano passeggiare in lunghe vesti, ricevere saluti nelle piazze, avere i primi seggi nelle sinagoghe e i primi posti nei banchetti. Divorano le case delle vedove e pregano a lungo per farsi vedere…

La pagina di Marco che riporta le parole di Gesù di critica verso coloro che divorano le case delle vedove e il suo sguardo capace di cogliere la grandezza di un gesto in cui la vita appare come libertà profonda, coraggio di spogliarsi e di scelgiere una povertà radicale nell’affidamento a Dio, è forte provocazione oggi. Siamo invitati a coltivare un modo alternativo di guardare le cose e di attuare scelte: per apprendere una capacità inedita di vedere. Imparare così a scorgere come una storia di fede profonda presente nelle pieghe e nei margini, non appariscente, è realtà grande agli occhi di Dio ed importante da seguire. In contrasto con sistemi, anche religiosi, costruiti su di un potere sacro che sfrutta l’immagine di un dio falso, che toglie la vita e non la dà, in cui la dimensione della fede è soffocata da tanti altri obiettivi, perduta ed anche dimenticata.

Alessandro Cortesi op

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