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commenti alla Parola della domenica e riflessioni

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XXII domenica del tempo ordinario – anno B – 2021

Dt 4,1-2.6-8; Gc 1,17-18.21-22.27; Mc 7,1-8.14-15.21-23

I farisei criticano Gesù perché i suoi discepoli prendono cibo con mani immonde, cioè non lavate: li accusano di non osservare le prescrizioni della legge, la tradizione degli antichi. Dal punto di vista storico c’è una presentazione parziale dei farisei che al tempo di Gesù coltivavano una profonda tensione spirituale ed erano vicini a quanto Gesù diceva. Tuttavia nei vangeli i farisei sono presentati come paradigma di una religiosità costruita sull’esteriorità e nutrita di ipocrisia: la polemica con loro non è da leggere come un rifiuto di una spiritualità fondata sull’alleanza e sulla predicazione profetica ma va contro una attitudine universale che rinchiude la fede entro un sistema religioso. Il fariseismo è quindi atteggiamento presente in ogni tradizione e in ogni tempo. E’ questo il problema che viene posto a Gesù: l’osservanza di prescrizioni del rito e di norme è un fine o un mezzo?   

Nel rispondere Gesù porta la questione al suo centro: pone la domanda sul rapporto con Dio e  le tradizioni frutto di elaborazione umana, e apre la questione dell’obbedire a ciò che Dio chiede e di non seguire precetti di uomini.

Gesù si schiera contro l’ipocrisia, atteggiamento raffinato che porta a scambiare i fini con i mezzi, e porta a dare un primato alla preoccupazione scrupolosa di osservanze al posto di un ascolto di Dio nel percorrere un cammino di fedeltà.

E’ questa la linea costante nei profeti nel loro richiamare ad un culto non esteriore, di gesti sacrali e di osservanze di precetti, ma attuato nella vita nel cambiamento del cuore. Per questo Gesù riprende il rimprovero di Isaia: “Questo popolo mi onora con le labbra, ma il suo cuore è lontano da me. Invano essi mi rendono culto insegnando dottrine che sono precetti di uomini (Is 29,13).

Se il cuore sta presso Dio praticare un autentico culto significa vivere relazioni nuove con gli altri, di giustizia, di cura, di ospitalità. Riferire la vita a Dio implica prendere le parti dei poveri: “Smettete di presentare offerte inutili, l’incenso è un abominio per me (…)  Cessate di fare il male, imparate a fare il bene, ricercate la giustizia, soccorrete l’oppresso, rendete giustizia all’orfano, difendete la causa della vedova” (Is 1,13-17).

Gesù smaschera la pretesa presente in ogni tipo di fariseismo che esaurisce la fede (come incontro e coinvolgimento personale nell’affidamento a Dio) ad un sistema religioso controllato da istituzioni che pretendono di avere un controllo assoluto riguardo al rapporto con Dio: limitare il culto a Dio ad una questione di osservanze e precetti che non implicano un rapporto nuovo con gli altri. Il comandamento di Dio richiede un culto della vita ossia impegno in una prassi di giustizia e di custodia dell’altro.

Gesù suggerisce anche che la sede del bene e del male non sta nelle cose in se stesse, ma è nel cuore dell’uomo, là dove si decide per il bene o per il male. Questo dice lo sguardo positivo, ottimista e buono verso tutte le realtà della vita umana: tutto viene da Dio e non può esser cattivo o impuro in sè. Nello stesso tempo pone davanti ad una radicale esigenza di responsabilità. Puro e impuro derivano dalle scelte che hanno la loro sede nel ‘cuore’ e si concretizzano in azioni. Gesù riporta al profondo del cuore e pone ognuno ad interrogarsi in modo libero e responsabile.

Alessandro Cortesi op

Ipocrisia

Ipocrisia è termine che trae la sua radice etimologica nel saper giudicare in modo puntuale e con profondità (da krinein, giudicare). Ma il termine nella Grecia classica fu utilizzato nell’ambito teatrale per cui l’hypocrites è un attore che sa proporre in modo convincente il suo ruolo, attuando quindi una recitazione attraente. E’ quindi connesso alla capacità di immedesimazione in un personaggio e nel saperlo rendere credibile agli occhi degli spettatori. Da qui si è attuato uno spostamento di significato dall’ambito della recitazione fino a rendere la parola sinonimo di una capacità di finzione, quindi di simulazione e presentazione di un volto che non è il proprio autentico volto. Nel contesto contemporaneo che vede lo sviluppo di una società connessa alla rappresentazione alcuni sociologi hanno rilevato come sia in atto un processo diffuso di assunzione di ruolo da mantenere come una maschera nelle diverse situazioni della vita. Ognuno diviene così attore di una grande rappresentazione offrendo una o più maschere. Questo gioco di ruoli può corrispondere al consenso proveniente dagli altri vicini o lontani (si pensi ai social media), oppure può anche derivare dalla paura di assumere una responsabilità nel manifestare autenticamente la propria interiorità, le proprie incertezze e ricerche, il proprio volto con i suoi limiti, imperfezionie con le sue attese, aperture, speranze.

Proprio in questi giorni nell’udienza generale di mercoledì 25 agosto papa Francesco ha parlato dell’ipocrisia offrendone una breve descrizione ed affrontando la questione dell’ipocrisia nella chiesa: “Cosa è l’ipocrisia? Si può dire che è paura per la verità. L’ipocrita ha paura per la verità. Si preferisce fingere piuttosto che essere sé stessi. È come truccarsi l’anima, come truccarsi negli atteggiamenti, come truccarsi nel modo di procedere: non è la verità. “Ho paura di procedere come io sono e mi trucco con questi atteggiamenti”. E la finzione impedisce il coraggio di dire apertamente la verità e così ci si sottrae facilmente all’obbligo di dirla sempre, dovunque e nonostante tutto. La finzione ti porta a questo: alle mezze verità. E le mezze verità sono una finzione: perché la verità è verità o non è verità. Ma le mezze verità sono questo modo di agire non vero. Si preferisce, come ho detto, fingere piuttosto che essere sé stesso, e la finzione impedisce quel coraggio, di dire apertamente la verità. E così ci si sottrae all’obbligo – e questo è un comandamento – di dire sempre la verità, dirla dovunque e dirla nonostante tutto. E in un ambiente dove le relazioni interpersonali sono vissute all’insegna del formalismo, si diffonde facilmente il virus dell’ipocrisia. Quel sorriso che non viene dal cuore, quel cercare di stare bene con tutti, ma con nessuno…” Francesco, Udienza generale 25 agosto 2021)

“L’ipocrita è una persona che finge, lusinga e trae in inganno perché vive con una maschera sul volto, e non ha il coraggio di confrontarsi con la verità. Per questo, non è capace di amare veramente – un ipocrita non sa amare – si limita a vivere di egoismo e non ha la forza di mostrare con trasparenza il suo cuore. Ci sono molte situazioni in cui si può verificare l’ipocrisia. Spesso si nasconde nel luogo di lavoro, dove si cerca di apparire amici con i colleghi mentre la competizione porta a colpirli alle spalle. Nella politica non è inusuale trovare ipocriti che vivono uno sdoppiamento tra il pubblico e il privato. È particolarmente detestabile l’ipocrisia nella Chiesa, e purtroppo esiste l’ipocrisia nella Chiesa, e ci sono tanti cristiani e tanti ministri ipocriti. Non dovremmo mai dimenticare le parole del Signore: “Sia il vostro parlare sì sì, no no, il di più viene dal maligno” (Mt 5,37). Fratelli e sorelle, pensiamo oggi a ciò che Paolo condanna e che Gesù condanna: l’ipocrisia. E non abbiamo paura di essere veritieri, di dire la verità, di sentire la verità, di conformarci alla verità. Così potremo amare. Un ipocrita non sa amare. Agire altrimenti dalla verità significa mettere a repentaglio l’unità nella Chiesa, quella per la quale il Signore stesso ha pregato” (ibid.).

Alessandro Cortesi op

XIII domenica tempo ordinario – anno B -2021

Sap 1,13-15; 2,23-24; 2Cor 8,7.9.13-15; Mc 5,21-43

Nel vangelo di oggi Marco pone in risalto il potere di Gesù sulla morte e sulla malattia. I due episodi vedono protagoniste Giairo il capo della sinagoga – la sua figlia di dodici anni era morta – e la donna che soffriva da dodici anni di emorragie. Al centro sta la loro fede che apre ad una salvezza come dono di vita e guarigione dal male. I due incontri sono intersecati l’uno nell’altro facendo così scorgere i parallelismi e il messaggio centrale.

Giairo si getta ai piedi di Gesù e ‘lo pregava con insistenza’. L’invito, rivoltogli quando tutto sembra ormai finito, è ‘Non temere continua solo ad aver fede’.

Gesù comunica alla bambina esanime la sua forza di vita: ‘Talità kum, Io ti dico alzati’: è questo già annuncio della risurrezione. La risurrezione è infatti ‘alzarsi dalla morte’ ed in questi termini Marco nel suo vangelo la descrive. Tutti i parenti sono presi da stupore e proprio lo stupore è l’atteggiamento dei testimoni della risurrezione. Marco intende dirci che la forza della risurrezione è vittoria sul potere della morte ed è comunicata da Gesù a coloro che a lui si affidano con tutto il cuore.

In modo analogo Gesù accoglie il gesto della donna malata e impaurita che aveva cercato di toccare il suo mantello, e le dice ‘Figlia, la tua fede ti ha salvata. Va’ in pace e sii guarita dal tuo male’. Anche qui Marco pone in luce la fede di chi si accosta a Gesù, portando a lui ogni incapacità e dolore. E’ un affidamento senza riserve perché da lui ci si sa accolti: Gesù non  esclude nessuno. Mentre la folla attorno lo premeva da ogni lato Gesù si accorge che qualcuno lo aveva toccato e risponde a questo desiderio e attesa d’incontro. La fede – suggerisce Marco in questa narrazione – non è l’esaltazione della folla, ma è affidamento profondo, che attraversaincontro personale di chi cerca di toccare il lembo del mantello per venire a contatto con Gesù. Fede è ricerca sofferta, movimento del cuore di chi si consegna nella propria povertà. E Gesù riconosce la grandezza di questa fede che salva: “Figlia, la tua fede ti ha salvata”.

Alessandro Cortesi

Uguaglianza e doni

“Non si tratta di mettere in difficoltà voi per sollevare gli altri, ma che vi sia uguaglianza”. L’appello di Paolo alle comunità in vista di una colletta è paradigmatico di una attitudine concreta in vista di scelte che traducano nella vita l’orientamento della fede in Cristo. La scoperta insita nel venir incontro all’indigenza di chi ha bisogno è sorprendente perché apre a scorgere che mai la direzione dell’aiuto e del dono è unica e univoca. Un dono raccolto e dato genera una circolarità inattesa, conduce a scoprire che nella relazione aperta si attua uno scambio e il dono portato si incontra a questo punto con un dono ricevuto. Tale orizzonte può essere considerato in rapporto alla situazione mondiale di fronte alla crisi sanitaria in atto.

Per giungere a stroncare la diffusione della pandemia si dovrebbe poter vaccinare almeno il 70% della popolazione mondiale (7,9 miliardi di persone). Al momento attuale tuttavia solamente il 10,5 % circa di essa è stato vaccinato e si tratta per la stragrande maggioranza della popolazione dei paesi più ricchi del pianeta. L’enorme sforzo della ricerca compiuto dallo scoppio della  pandemia nel predisporre vaccini in grado di limitare il contagio e le morti è stato in gran parte vanificato dal ritardo con cui la Banca Mondiale ha destinato fondi per poter provvedere dei vaccini i paesi meno sviluppati e più poveri del pianeta. Da qui lo sviluppo di varianti e di un contagio che si è diffuso soprattutto tra i non vaccinati. I paesi privi di scorte di vaccini costituiscono infatti anche i luoghi di sviluppo delle varianti che certamente non rimangono chiuse entro ambiti regionali e risultano essere nuovi fonti di pericolo a livello mondiale.

“Mentre i paesi ricchi, con ampio accesso ai vaccini, seguono con inquietudine i segni del suo inevitabile impatto, sperando che l’immunizzazione possa rallentarne l’ascesa, la grande minaccia arriva dal divario globale di accesso ai vaccini, rivelatore della crescita di iniquità nel livello di salute” (E.Tognotti, L’egoismo suicida sul piano vaccini, La Stampa 25 giugno 2021).

L’esperienza della pandemia dovrebbe spingere ad uscire da visioni egoistiche e miopi, nella considerazione di una immunizzazione valida solo per alcuni quando si nutre disinteresse per gran parte della popolazione povera mondiale. La salute costituisce non solo un bene di vita in termini anche economici ma potrebbe essere scoperta come l’autentico bene comune in cui attuare quella uguaglianza che genera possibilità di vita buona per tutti. Non a caso i gesti di Gesù erano così attenti alla salute delle persone, e l’invito di Paolo apre anche nuovi orizzonti. Laddove facendo uguaglianza si pensa di arrecare un dono, si apre la scoperta di un passaggio di doni che aprono la vita stessa al suo senso profondo nella relazione e nel farsi carico dell’altro.  

Alessandro Cortesi op

XXVIII domenica tempo ordinario – anno A – 2020

Is 25,6-10; Fil 4,12-14.19-20; Mt 22,1-14

“Preparerà il Signore degli eserciti per tutti i popoli, su questo monte, un banchetto di grasse vivande, un banchetto di vini eccellenti, di cibi succulenti, di vini raffinati. …Eliminerà la morte per sempre, il Signore Dio asciugherà le lacrime su ogni volto”.

Isaia utilizza l’immagine del banchetto per parlare di un incontro dei popoli che è visto come orizzonte finale della storia. Il monte di Sion sarà luogo del convergere di tanti cammini e Dio stesso avrà preparato un cibo da condividere tra tutti. Questo ritrovarsi nella festa e nella gioia di una tavola dove mangiare insieme è immagine di un futuro in cui la morte sarà eliminata: l’azione di Dio è vita, dono di gioia e di incontro. Il Signore che prepara un banchetto di cibi buoni e abbondanti per tutti è anche colui che elimina la morte e toglie il velo che copre la faccia dei popoli. Apre la possibilità di una vista nuova, di incontro e di vita. L’immagine del banchetto nella Bibbia è poi stata utilizzata quale segno collegato alla venuta del messia che porta a compimento la promessa di Dio.

Nei vangeli si parla spesso di pasti a cui Gesù partecipò: alle nozze a Cana (Gv 2, 1-11), con i pubblicani e peccatori a casa di Matteo (Mt 9,10-13), nella casa di Simone in cui Gesù incontra la donna peccatrice (Lc 7,36-50), a casa di Zaccheo (Lc 19,1-9), attorno alla tavola a casa di Marta e Maria (Lc 10,38-42), la condivisione sui prati verdi della Galilea quando i pani vennero distribuiti (Mc 6,30-44; 8,1-9). Gesù visse poi in una cena il momento di addio ai suoi prima della sua morte. E’ poi una costante nei racconti pasquali l’insistenza sul ‘mangiare insieme’: con i due di Emmaus (Lc 24,30) e sulla riva del lago di Tiberiade (Gv 21,4-13).

Anche nel suo insegnamento Gesù spesso richiama l’immagine del banchetto ad es. nella parabola del grande banchetto (Lc 14,16-24), in quella delle vergini stolte e sagge con sullo sfondo una cena di nozze (Mt 25,1-12) e quando si trova ad ammirare la fede del centurione ricorda ancora questo stare a mensa con Abramo Isacco e  Giacobbe, in un banchetto futuro che raduna tutti i giusti da provenienze diverse: “In verità vi dico, presso nessuno in Israele ho trovato una fede così grande. Ora io vi dico che molti verranno dall’oriente e dall’occidente e siederanno a mensa con Abramo, Isacco e Giacobbe nel regno dei cieli” (Mt 8,10-11).

La parabola degli invitati al banchetto (Mt 22,1-14) è posta nel contesto della discussione polemica di Gesù con le autorità giudaiche presso il tempio di Gerusalemme. E’ un momento di scontro in cui Gesù pone la sua critica contro coloro che vivono la religione come motivo di potere, senza attuare un cambiamento della vita, cioè una religione senza affidamento a Dio, ma ridotta a fatto identitario o a norme che escludono e rendono indifferenti. Le parole di Gesù vengono riprese dalla comunità di Matteo in un tempo successivo di scontro e polemiche tra comunità e giudaismo: il riferimento alla città data alle fiamme può essere un rinvio ai tragici eventi del 70 d.C. E’ peraltro certamente una parola rivolta ai capi dei sacerdoti e i farisei e notabili del popolo (Mt 21,45; 21,23).

In essa sono riunite due parabole con diverse accentuazioni La prima è quella del banchetto in cui gli invitati non accolgono l’invito, la seconda riguarda l’invitato senza la veste adatta per la festa.

Un re dopo aver preparato un banchetto manda i suoi servi a chiamare gli invitati. La risposta non è solo di rifiuto ma anche di indifferenza, di disprezzo e violenza. Gli invitati hanno altro di cui occuparsi sono in una condizione di sicurezza e di indifferenza: sono coloro che vivono la religione come una condizione di privilegio e di sicurezza e hanno perso di vita l’incontro con Dio stesso. E’ questa una parola di denuncia verso coloro i capi dei sacerdoti e notabili. A fronte di una mancata accoglienza del suo invito il padrone invia ancora i servi a chiamare ‘coloro che sono ai crocicchi delle strade ‘ e ‘tutti quelli che troverete chiamateli alle nozze’.

L’agire di Gesù manifesta come il Padre ami chi vive una condizione di peccato e si apre alla consapevolezza di essere salvato. Coloro invece che si credono giusti vivono una profonda difficoltà a cogliere la verità della loro vita di fronte a Dio, non avvertono l’esigenza di lasciarsi accogliere e perdonare da Dio. Gesù critica questa religiosità falsa indicandola come ‘ipocrisia’: è l’atteggiamento di chi solo manifesta una religiosità fatta di gesti esteriori per essere ammirati dagli uomini ma non coltiva il coinvolgimento interiore della fede (Mt 6,6.7.16). Matteo presenta la chiamata di Dio che fa entrare ‘buoni e cattivi’: Dio ama non allontanandosi dai peccatori, ma assumendo su di sé il peccato e perdonando, offrendo misericordia.

La scena del banchetto si tramuta rapidamente in una scena di tribunale: c’è un invitato che non ha la veste adatta e viene espulso dalla sala. Nel linguaggio biblico la veste indica il comportamento degli uomini, l’agire, la coerenza tra fede e vita (in Ap 19,8, la veste di lino, data alla sposa dell’agnello, indica ‘le opere giuste dei santi’). Partecipare al banchetto è incontro con Dio che richiede un cambiamento della vita nei gesti, nelle scelte, nel modo concreto di condurre la vita.

Nel vangelo di Matteo è costante la critica di una religiosità che si nutre solo di proclamazioni senza riferimento alla vita: ‘Non chiunque mi dice Signore, Signore, entrerà nel regno dei cieli, ma colui che fa la volontà del Padre mio che è nei cieli’ (Mt 7,21).

La parabola richiama che la via per partecipare al banchetto dell’incontro con Dio è l’operare seguendo Gesù in modo concreto aprendosi alla fraternità. In ciò si fa la volontà del Padre: non nel rivendicare una appartenenza di gruppo o una sicurezza derivante dal ruolo religioso ma nel compiere scelte e gesti di cura e accoglienza verso l’altro (Mt 16,27; 25,31-46).

Alessandro Cortesi op

Invito

La tradizione palestinese del wajib prevede che le partecipazioni ad un matrimonio siano recapitate personalmente e direttamente a ciascuno degli invitati. Centinaia di inviti casa per casa: famiglie amiche, zii e zie, cugini e cugine, familiari di diverso grado.

Nel film di Annemarie Jacir, che nel titolo richiama tale tradizione, è questo il compito a cui si dedica Abu Shadi, stimato insegnante arabo che si prepara a diventare preside, alla vigilia del matrimonio della figlia Amal in un periodo che si avvicina al Natale.

Shadi, suo figlio, architetto che da anni ha lasciato la Palestina e vive a Roma, è rientrato a Nazareth per aiutarlo nell’impegno della distribuzione degli inviti. Il film descrive le numerose visite condotte in ottemperanza a tale dovere. Padre e figlio si recano su per ripide scale o in mezzo a popolosi condomini, presso conoscenti e amici entrando nelle diverse case e ambienti di vita.

Le visite accompagnano a cogliere la vita di una rete di relazioni di famiglie e amici. Nel percorrere ampie strade congestionate dal traffico o strette vie di una Nazareth contemporanea paradigma di diversità e complessità, si illuminano frammenti di piccole storie personali o familiari intrecciate e collocate nella storia più grande del conflitto tra palestinesi e israeliani che segna pesantemente le esistenze e la vita cittadina.

Le scelte del figlio Shadi di rimanere a vivere lontano, in Italia, la sua convivenza con la sua compagna che ha un padre dell’OLP, il suo stesso lavoro, ma anche il suo modo di vestire non corrisponde alle attese del padre, anzi incontra un lui un profondo e sofferto rifiuto. Nel distribuire gli inviti emergono progressivamente differenze sia per la distanza generazionale sia per un diverso modo di guardare e affrontare la realtà. Si vengono anche a conoscere aspetti nascosti della storia familiare in cui la madre da tempo ha lasciato la famiglia. Ora, attesa per il matrimonio imminente, vive all’estero con un nuovo marito che proprio in quei giorni sta per morire.

“E’ con la saggezza che si costruisce una casa ed è con la comprensione che la si fortifica”: questa è la frase posta nell’invito di nozze di Amal. Emerge una tensione di fondo tra l’assuefazione di Abu Shadi nel dover vivere in una condizione di oppressione e di sudditanza in una situazione di dolore e conflitto accettato con rassegnazione e il senso di rivolta e di libertà del figlio che non intende accettare e non riesce a comprendere quanto realtà di ingiustizia e conflitto possano condizionare la quotidianità.

Su tutto prevale tuttavia una profonda nostalgia per una sintonia e complicità vissuta in un tempo lontano, una stagione della vita felice: si fanno strada progressivamente parole di sincerità e di autentica comunicazione tra figlio e padre. E si delinea anche il profilo più autentico dell’interiorità di un padre che soffre la solitudine e il senso di impotenza di fronte alla complessità della vita: malato di cuore e nel contempo capace di una sensibilità all’altro celata da una ruvidezza.

Il film di Annemarie Jacir è motivo per riflettere sul significato dell’invito a partecipare ad una festa di nozze, paradigma di intreccio di vite e storie, momento dell’esperienza umana che rinvia all’intreccio delle relazioni nella loro complessità gioie e interruzioni. E’ anche rinvio a scorgere la nostalgia di incontro che ogni festa di nozze con i suoi inviti reca con sè. “Il regno dei cieli è simile a un re, che fece una festa di nozze per suo figlio. Egli mandò i suoi servi a chiamare gli invitati alle nozze…”

Alessandro Cortesi op

Link al film: Annemarie Jacir, Wajib – Invito al matrimonio 2017

Lettura di una immagine

La parabola del banchetto e degli invitati – Codex aureus Epternacensis (f 77v)

L’immagine va letta dal basso verso l’alto. In basso a sinistra sono raffigurati i poveri e gli ammalati, invitati da un servo e con fatica raggiungono la sala del banchetto. Nella fascia in alto a sinistra si ritrovano i poveri (indicati con la scritta pauperes) seduti con chi li ha invitato (homo quidam) ad una tavola apparecchiata e con i cibi. Nella fascia centrale – con riferimento alla versione della parabola di Luca (Lc 14,18-20) a destra si può vediamo l’uomo invitato che ha comprato un campo e un altro con i suoi buoi. Il terzo invitato si vede in basso a destra insieme con la sua sposa perché si è sposato e si scusa di non poter accettare l’invito alle nozze. I tre che rifiutano l’invito si voltano in un’altra direzione, mentre i poveri tendono verso l’alto. Il servitore in piedi accanto al tavolo sulla destra arriva portando il cibo e nella mano sinistra regge un bastone bianco girato verso il basso. Questo gesto, insieme alla parte del tavolo vuoto alla destra dell’ospite, sta ad indicare che l’invito è stato ripetuto.

Nella figura dell’ospite è racchuso il riferimento a Dio stesso, che ha invitato tutte le persone a sé. Chi viene invitato per primo si scusa e si giustifica di non poter partecipare perché ha cose migliori e più importanti da fare. D’altra parte, i poveri accettano volentieri l’invito. Con fatica e con l’aiuto ma tutti sostenuti dalla grazia di Dio, sono arrivati alla mensa del Signore. La tavola preparata a festa, le scodelle d’oro e il pane segnato con una croce indicano la mensa eucaristica e la comunione in cielo. Il povero seduto accanto al padrone di casa viene preso per mano. Un gesto che esprime il desiderio di Dio di avere accanto a sé tutti coloro che invita e lo sguardo di amore che rivolge perché si giunga ad accogliere il suo invito di comunione. (ac)

XX domenica tempo ordinario – anno A – 2020

suor Elena Manganelli, monaca agostiniana guarigione della figlia della donna sirofenicia(Icona realizzata da suor Elena Manganelli, monaca agostiniana, sul brano evangelico della guarigione della figlia della donna sirofenicia)

Is 56,1.6-7; Rom 11,13-15.29-32; Mt 15,21-28

“Gli stranieri, che hanno aderito al Signore per servirlo e per amare il nome del Signore… li condurrò sul mio monte santo e li colmerò di gioia nella mia casa di preghiera …il mio tempio si chiamerà casa di preghiera per tutti i popoli”

All’incontro con il Dio dell’alleanza sono accolti gli stranieri. Questa apertura è fondamentale nel percorso della fede d’Israele: se da un lato non si deve confondere la propria fede con i culti degli stranieri venendo meno alla fedeltà al Dio dell’esodo e dell’alleanza, dall’altro la presenza dello straniero in Israele costituisce un segno importante. Il popolo d’Israele è stato straniero e schiavo in Egitto ed è chiamato a continuare il cammino, non come possessore della terra, ma nella gratitudine a Dio.

L’elezione non è privilegio da conservare, ma è invio ad essere un segno tra tutti i popoli in vista di una convocazione dei popoli nella pace che è il disegno di Dio sulla storia umana. Lo straniero ricorda anche che Dio è ‘straniero’ lui stesso. Il Dio straniero, diverso da ogni creatura, si fa incontrare in chi chiede accoglienza.

Anche nella pagina del vangelo compare una straniera: è una donna di Canaan che si avvicina mentre Gesù è nel territorio dei pagani. Gli chiede con insistenza un gesto di liberazione. Chiede la liberazione di sua figlia. Di fronte all’insistenza dei discepoli che lo invitano ad esaudirla per farla smettere di gridare, Gesù risponde: ‘non sono stato inviato che alle pecore perdute della casa di Israele’.

Il testo riflette le difficoltà presenti nella comunità di Matteo nel vivere l’apertura ad accogliere i cristiani che provenivano dal paganesimo ma fa anche riferimento alla missione di Gesù che non ha inteso fondare un’altra religione ma raccogliere i perduti della casa d’Israele (Mt 10,5) come anche tutte le pecore perdute e senza pastore (Mt 9,36). La donna osserva che anche i pagani (i cagnolini) si cibano delle briciole che cadono dalla tavola dei loro padroni.Tutto si gioca sul ‘gusto delle briciole’.

Gesù legge nel cuore di questa donna una fede che la spinge a rivolgersi con coraggio, a  superare tante barriere. E lo ‘costringe’ ad oltrepassare confini ed esclusioni. La donna non pretende nulla, ma chiede ciò che non può essere negato nemmeno a chi è estraneo: non pr4tende di essere tra i figli ma si accontenta delle briciole: non chiede il pane dei figli ma si accontenta delle briciole per color che erano considerati esclusi, senza salvezza. Gesù scorge in questa donna una apertura inedita. E’ capace di oltrepassare i muri di tipo religioso e culturale.

La supplica della donna è portatrice di vita, apre strade nuove. Costringe Gesù ad un gesto che dice accoglienza dei pagani. Gesù loda la fede presente nel cuore di questa donna e legge in questa fede ‘davvero grande’ una forza che opera la salvezza. Questo brano è indizio della scelta presente nelle prime comunità di annunciare il vangelo a tutti, senza esclusione e senza restrizioni.

Queste letture sono un invito ad essere attenti alla forza nascosta della fede presente nei cuori e a vivere l’accoglienza dello straniero come esperienza della fede in Gesù Cristo.

Alessandro Cortesi op

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Lo straniero respinto e rifiutato

Scrive Filippo Miraglia, responsabile immigrazione dell’Arci ne “Il manifesto” del 9 agosto 2020: “…per rassicurare gli italiani e le italiane, in realtà alimentando l’allarme e i sentimenti anti immigrati, che tanto comodo fanno alla destra razzista, il governo ha deciso di concentrare, ricorrendo alle navi quarantena che sono il simbolo dell’isolamento di massa, della separazione forzata, della logica concentrazionaria. Richiamano vecchie ma sempre verdi soluzioni contro le minoranze, in questo modo moltiplicando, nel dibattito pubblico, i numeri reali e quindi anche la percezione di essere di fronte ad una emergenza. In realtà non sta accadendo nulla di straordinario o imprevedibile. I governi sanno cosa succede in Libia e quante sono le persone in mano alle milizie, da noi finanziate e sostenute. Poche migliaia, rinchiuse nei centri di detenzione governativi o “privati” che basterebbe evacuare, come ha chiesto l’Unhcr. Ma si preferisce puntare su respingimenti delegati alla cosiddetta guardia costiera e alla retorica vittimistica dell’Italia lasciata sola dall’Europa. D’altra parte sulla Tunisia grava una crisi economica pesantissima e i giovani, come nel 2011, vogliono sottrarsi ad un destino senza prospettive. Si tratta di poche migliaia di ragazzi che, se potessero partire per l’ Europa legalmente e in sicurezza, non rischierebbero la loro vita pagando per una soluzione incerta e pericolosa, come quella via mare. Se il governo, rompendo con l’ideologia proibizionista che impedisce agli stranieri di rivolgersi agli Stati per emigrare, emanasse un decreto flussi con una quota d’ingressi dalla Tunisia, si ridurrebbe al minimo il flusso irregolare, dando ai trafficanti un colpo mortale. Si tenta invece di replicare il modello libico, investendo sulla guardia costiera tunisina, alla quale delegare i respingimenti di massa, proibiti dalle norme nazionali e internazionali. (…) Il governo è di fronte ad una scelta tutta politica: continuare a sostenere che deve fronteggiare un’emergenza, alimentando le paure e favorendo la campagna razzista delle destre, o scegliere la strada dell’accoglienza diffusa e integrata sul territorio, intervenendo con le procedure sanitarie usate per tutti i cittadini. Temiamo però che si sceglierà la strada di alimentare la paura, come sta già avvenendo, amplificando con essa anche i problemi”.

La questione stranieri è divenuta ormai motivo principe da sfruttare nelle campagne elettorali. Anche quando non vi è emergenza, anche quando è ormai chiaro che politiche appiattite sulla dimensione della sicurezza e della discriminazione non producono nemmeno i risultati attesi da chi le propone ma coltivano degenerazioni e fenomeni criminali.

Nel frattempo il rapporto con gli stranieri, con coloro che hanno diverso colore della pelle anche se stranieri non sono, con tutti coloro che costituiscono minoranze e diversità, con gli stranieri poveri in particolare, cioè i migranti, si sta approfondendo una attitudine diffusa di sospetto, esclusione, razzismo.

Sinora un argine a tale barbarie sono state le determinazioni del diritto internazionale. Ma la situazione si sta deteriorando in modo preoccupante. L’Italia è triste esempio della delega ad altri nell’attuare pratiche che vanno contro i trattati internazionali, atti di discriminazione e disumanità. E’ ben nota la politica perseguita dall’Italia in Libia dove si mantengono carceri in cui si praticano orrori indicibili su uomini donne e bambini e dove le milizie che hanno il controllo della guardia costiera possono usufruire di soldi e attrezzature procurate dall’Italia per attuare respingimenti e deportazioni.

Meno conosciuta è la situazione sulla frontiera est dell’Italia da cui provengono un numero maggiore di migranti per la rotta che attraversa via terra i Balcani, anch’essi tra enormi difficoltà e sofferenze. Nell’ultimo periodo alcune inchieste giornalistiche ed alcune prese di posizione dell’ASGI hanno denunciato una situazione di respingimenti e deportazioni attuate in modo sistematico violando il diritto fondamentale dei migranti a richiedere asilo.

Migranti fermati alla stazione di Trieste o vicino al confine vengono riportati oltre il confine senza permettere loro di chiedere protezione internazionale. Numerose testimonianze raccolte da Amnesty International attestano maltrattamenti e torture perché il viaggio non termina nemmeno in Slovenia ma al di là dei confini europei in Bosnia, con interventi violenti della polizia croata e senza che sia consegnato a queste persone alcuna documentazione in modo tale che non rimanga alcuna traccia del respngimento. “Un accordo di “riammissione informale” viene abusato dall’Italia per respingere i migranti in Slovenia, da dove vengono poi rimandati con respingimenti a catena in Bosnia-Erzegovina o in Serbia” (Respingimenti illegali e violenze ai confini: un rapporto di Border Violence Monitoring Network Balcani, giugno 2020).

Su “L’Espresso” di domenica 2 agosto è stato pubblicato un dossier su questa vicenda di violenza ed illegalità che sorprende e indigna. Si tratta di autentiche deportazioni attuate su base di accordi tra Italia Slovenia e Croazia nei confronti di migranti che vengono espulsi fuori dai confini dell’unione, in Bosnia senza alcuna notifica.

L’Associazione per gli Studi Giuridici sull’Immigrazione (Asgi) ha denunciato tali operazioni come riammissioni con carattere illegali ed ha inviato una lettera al Ministero dell’Interno, con la richiesta di “non eseguire le riammissioni senza un previo esame delle situazioni individuali ed un effettivo coinvolgimento delle persone interessate, tenuto conto, comunque, dei trattamenti inumani e degradanti ai quali, in violazione del divieto inderogabile previsto dall’art. 3 della Convenzione europea dei diritti dell’uomo, le persone respinte vanno incontro lunga la rotta balcanica”.

Ad una precisa interrogazione su tale drammatica situazione il ministero dell’interno ha dichiarato ufficialmente che si possono respingere i richiedenti asilo. Un preoccupante segnale del venir meno di riconoscimento di diritti fondamentali.

Sono questi segni preoccupanti e drammatici della deriva culturale ed etica in cui stiamo vivendo ma anche dell’incapacità e della non volontà politica ad affrontare la questione epocale delle migrazioni e del rapporto con lo straniero. L’accoglienza dei migranti che fuggono da guerre, miseria e disastri ambientali – conseguenze di scelte politiche ed economiche globali – costituisce una delle linee di faglia del nostro tempo in cui si potrebbe impostare un nuovo modo di intendere i rapporti tra i popoli e individuare l’orientamento per la formazione di un nuovo mondo plurale, aperto, solidale.

Proprio per questo sono da ammirare e sostenere tutti coloro che si impegnano per difendere i diritti dei migranti, per aprire strade nuove e diverse. All’ultima udienza generale papa Francesco ha detto: “Mentre lavoriamo per la cura da un virus che colpisce tutti in maniera indistinta, la fede ci esorta a impegnarci seriamente e attivamente per contrastare l’indifferenza davanti alle violazioni della dignità umana” (udienza 12.08.20). Nel buio del presente va alimentata la speranza: ‘il mio tempio si chiamerà casa di preghiera per tutti i popoli’.

Alessandro Cortesi op

XIX domenica tempo ordinario – anno A – 2020

8532a56c-678a-4be9-b5ae-d8e451da03201Re 19,9.11-13; Rom 9,1-5; Mt 14,22-33

“Elia giunse al monte di Dio l’Oreb. Ed ecco il Signore passò davanti a lui…” Nel deserto, in un momento di solitudine e desolazione, Elia incontra Dio che gli si fa vicino. Non nel vento forte, non nel fuoco, non nel terremoto ma nel silenzio. Elia si era scontrato con i sacerdoti di Baal che proponevano un culto che rispondeva al desiderio di potenza e di dominio, e conduceva ad abbandonare il Dio dell’esodo e dell’alleanza per cercare sicurezze immediate. Elia si oppone ad un modo di vivere la religione che deresponsabilizza e si fa idolatria. Per questo si era trovato solo e pensava che la sua vita fosse sprecata. Ma proprio in questo momento in cui non ha altri sostegni vive la sconvolgente esperienza del farsi vicino di Dio. Un Dio dicreto che non è nel terremoto, non nel fuoco, non nel vento gagliardo ma nella ‘voce di un leggero silenzio’. Elia avverte una parola su di lui come promessa di futuro e invito a riprendere il cammino.

Dio si fa a lui vicino in modo inaspettato, in punta di piedi. Incontrarlo esige la capacità di ascoltare la voce del silenzio. In questo racconto c’è una critica a varie forme di intendere la religione, le forme della paura e del magico, ed anche alla pretesa di possedere Dio piegandolo a progetti umani. Elia scopre che il Dio che lo chiama è un Dio nascosto, Dio dell’esodo e del deserto: i suoi pensieri non corrispondono ai pensieri di grandezza e di dominio umani. E’ un Dio che spiazza, disorienta e sempre apre ad un ‘oltre’ e ad un ‘altrove’ verso cui andare, dove incontrarlo in modo nuovo. E’ un Dio che coinvolge e invia per una missione che cambia la vita. Anche Elia nel suo cammino di profeta è chiamato a convertirsi ad un volto di Dio che non corrisponde alle sue idee e a lui affidarsi.

La pagina del vangelo narra un altro momento di crisi: dopo la moltiplicazione dei pani Gesù costrinse ai discepoli a recarsi all’altra riva. E’ consapevole che il gesto della moltiplicazione dei pani può aprire a fraintendimenti: lo cercheranno non per divenire comunità che impara a condividere ma per usarlo per risolvere i propri interessi. Es inge i suoi altrove verso la riva dei pagani e lui rimane solo. Matteo a questo punto presenta così la crisi della comunità durante la tempesta nel lago. Riuniti sulla stessa barca i discepoli provano paura di fronte alla violenza del vento e delle onde. Ma Gesù stesso si fa loro incontro proprio in questo momento di paura e impotenza. Dice ai suoi: ‘Coraggio, sono io, non abbiate paura’. Il camminare sulle acque è nella Bibbia prerogativa di Dio (Gb 9,8) e le sue parole evocano l’’Io sono’ il nome di Dio stesso (Es 3,14). La sua parola è di fiducia e incoraggiamento: chiama all’incontro con lui. Anche quando afferra Pietro lo richiama alla fede: ‘Uomo di poca fede perché hai dubitato?’ E Pietro scopre di essere descritto dall’invocazione ‘Signore salvami’. C’è un desiderio di salvezza al cuore profondo dell’esistenza umana.

Sulla barca, di fronte alle forza del male simboleggiate dallo sconvolgimento del mare, la paura è vinta dalla parola di coraggio rivolta da Gesù ai suoi. Gesù si fa vicino e sostiene il cammino della sua comunità simboleggiato dalla barca dove tutti, nessuno escluso, sperimentano la fatica e il disorientamento. Il racconto rinvia ai prodigi dell’esodo quando Dio fece passare Israele attraverso il mare (Es 15,8.16). Gesù apre ai suoi ancora la strada dell’esodo, di liberazione per divenire popolo di Dio.

Al mare, che racchiude il rinvio alle forze del male e della morte, Gesù dice ‘Taci, calmati’. La sua è una parola autorevole più forte del male. Matteo in questo racconto delinea il profilo di Gesù risorto, come il più forte, colui che nella risurrezione ha sconfitto ogni male. E porta la pace. Gesù invita i suoi ad avere fede: il suo farsi vicino vince la paura, libera dal sentirsi dipendenti da forze capricciose e sconvolgenti, ed apre alla fiducia di sapersi tra le mani di un Dio buono, che ci libera da ogni male e rende responsabili di liberazione e di condivisione – come il segno dei pani aveva indicato – per gli altri.

Alessandro Cortesi op

 

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In questi giorni all’età di 104 anni è tornato alla casa del Padre Joseph Moingt, gesuita francese, uno dei maggiori teologi contemporanei.

Entrato a 23 anni nella Compagnia di Gesù dovette arruolarsi nell’esercito francese all’inizio della guerra e subì in seguito la prigionia dei tedeschi in campi tra la Germania e la Polonia. Terminata la guerra, nel 1949 fu ordinato prete e riprese gli studi. La sua tesi sotto la direzione di Jean Daniélou, approfondì temi della teologia trinitaria nella tradizione patristica, in Tertulliano in particolare e il suo studio divenne uno dei testi di riferimento fondamentali per la storia dei dogmi. Iniziò il suo insegnamento di storia dei dogmi e teologia dogmatica alla facoltà di Fourvière dei gesuiti presso Lione sin dal 1955. In quegli anni ebbe modo di partecipare a quell’ambiente intellettuale e spirituale in cui maturava la ‘nouvelle théologie’ che preparò per molti aspetti il rinnovamento del Concilio Vaticano. Vicino a amico di Michel De Certeau insegnò anche alla Ecole Pratique des Hautes dei gesuiti di Chantilly e al Centre Sèvres di Parigi, dal 1974 al 2002. E’ stato anche per molti anni direttore della rivista Recherche de sciences religieuses.

Il suo studio si è posto decisamente sulla linea del Vaticano II dopo il Concilio e nel tempo ha approfondito una riflessione sulla fede unita ad una sensibilità spirituale in ascolto della storia. Attraverso la conoscenza del pensiero cristiano nella storia è giunto a scorgere l’esigenza di ripensare sempre in modo nuovo il vangelo e di tornare lì per vivere la sequela di Gesù.

Nel 1993 ha pubblicato L’Homme qui venait de Dieu (Cerf, 1993), approfondendo una riflessione su Gesù e sul significato della fede in lui in rapporto alle domande e sensibilità del tempo contemporaneo. Poi ha fatto seguito la sua opera Dieu qui vient à l’homme (Cerf, 2002 e 2005). Nella sua ricerca ha sempre cercato di tener presente l’inquietudine propria della fede in particolare nel tempo presente in rapporto alla ricerca umana sul senso della vita. La sua profonda conoscenza della storia del pensiero cristiano lo spingeva ad attuare un ripensamento dei dogmi della fede cercando nuove formulazioni e interpretazioni in rapporto con la situazione contemporanea.

“Nei miei libri, tengo presenti i dogmi della Chiesa, ma li reinterpreto. Non li credo – non li ricevo – così come sono stati formulati, ma mi sforzo tuttavia di pensarli come sono stati creduti. […]. Tengo presente la fede […] che li ha ispirati” (Croire quand même, 178)

In tal senso ha vissuto un rapporto vivo e autentico proprio con la tradizione di cui era profondo conoscitore: “La Tradizione, quella vera, quella che è viva, non è ripetizione, ma incessante innovazione alla ricerca della Verità piena verso la quale lo Spirito Santo conduce i credenti” (Croire quand meme, 41).

Ed ha così messo insieme credere e dubitare perché non vi è autentica fede senza dubbio e ogni dubbio può essere motivo di nuovo cammino e ricerca nell’ascoltare e ricevere una parola sempre nuova verso una verità che sta sempre davanti e oltre.

“Io ho imparato a dubitare, perché è necessario conoscere per dubitare, e a credere, perché è necessario dubitare di ciò che si sa per conoscere ciò che si crede. Avevo imparato a credere e a parlare del Cristo accogliendo la tradizione della Chiesa; ho dovuto reimparare l’uno e l’altro interrogando direttamente il vangelo, con la preoccupazione di cercare la verità più che di ripetere una verità già data”. (L’homme qui venait de Dieu).

Insisteva sul rimanere ancorati alla Scrittura e sull’importanza di ritornare a trovare in essa la fonte del pensare teologico. Coltivava una tensione a comprendere mantenendo peraltro una attenzione al senso della fede di chi vive le fatiche e le gioie della vita ordinaria e quotidiana. Parlava così della religione del vangelo che sta “al cuore dell’umanità, in questo spazio spirituale strutturato dalle relazioni di carità. Dio vive lì. II suo cuore palpita lì, al cuore della nostra 
storia umana. Ecco la vera religione ‘in spirito e verità’” (L’Évangile sauvera l’Église, 145).

Il suo cammino intellettuale ed esistenziale si è svolto nel tentativo di ritornare al vangelo di Gesù facendo scorgere come alla base dell’esperienza cristiana sta una bella notizia di liberazione che implica un impegno di compagnia e di vicinanza alla causa dell’uomo: la causa di Dio è infatti la causa dell’uomo.

“Gesù (…) denuncia le pretese di dominio della religione (…) Nel suo relativizzare l’obbedienza alla legge religiosa dà tutta la sua forza alla legge etica (…) Le istituzioni religiose sono false mediazioni (…) Sono utili nella misura in cui indicano un cammino verso Dio, e sarebbe temerario rigettarle (…) ma non collegano direttamente a Dio anche se esse stesse e i fedeli lo credono” (Dieu qui vient à l’homme, t. 1, p. 387-391).

“Nel nostro tempo in cui rinascono in diversi luoghi del mondo violenti conflitti religiosi, è importante che il cristianesimo si segnali per ciò che lo differenzia da ogni altra religione, per il fatto cioè di non essere fondato sul sacro, sull’autorità di una legge e di una tradizione immemorabile e intoccabile, ma su un vangelo, una buona notizia, una parola di liberazione e di pace” (L’Évangile sauvera l’Église, 87-88).

Ciò per lui ha significato porsi in attenzione delle esperienze dei fedeli, delle difficoltà e delle obiezioni di chi ha abbandonato la chiesa. Da qui anche la sua critica ad un’amministrazione dei sacramenti staccata da una comunicazione della fede nel dialogo che coinvolge:

«La soluzione dei mali presenti non è rimediare all’amministrazione dei sacramenti, ma alla configurazione stessa della Chiesa che si è modellata nel corso dei secoli in vista di trasmettere una religione che Cristo non aveva istituito, con l’intenzione sicuramente di trasmettere così il Vangelo, ma dimenticando troppo presto che la parola evangelica, come ogni altra, si comunica attraverso il colloquio, il dialogo vivo che suscita nella comunità dei credenti e non attraverso i soli riti che la rappresentano. … Il rimedio ai nostri mali non può essere altro che ridare alla comunità dei credenti il libero uso della parola di fede e, per questo, costruire luoghi di Chiesa come luoghi di dialogo e di circolazione della predicazione evangelica» (Esprit, Église et Monde, 65).

Nel 2010 ha pubblicato Croire quand même. Libres entretiens sur le présent et le futur du catholicisme (ed Flammarion 2013).
 In questo testo esprime la sua convinzione di una urgenza di una “riforma radicale del cattolicesimo” a partire dal vangelo nel riconoscere ciò che è autenticamente umano accompagnando i percorsi e le inquietudini dei contemporanei.

Dall’incontro con Cristo sgorga un umanesimo nuovo che sta in rapporto alla pasqua di Gesù, la sua morte e risurrezione: si tratta di un umanesimo evangelico. E’ questa la proposta che Moingt vede essenziale per la vita della chiesa.

“Cristo passando per la morte e la risurrezione ha acquisito una dimensione di umanità universale, è diventato fratello di tutti (…) capace di una relazione personale con ciascuno (..) creando legami di fraternità con tutti (…) E’ promotore di un ‘io’ che è invitato ad integrarsi a un ‘noi (…) chiamato a d allargarsi a ‘tutti’ (….) questo umanesimo evangelico è caratterizzato dalla cancellazione delle frontiere e delle disuguaglianze (…) La rivelazione si manifesta così aperta sull’avvenire dell’umanità, nel senso che anch’essa viene, come la risurrezione, dalla fine della storia, da una storia che dev’essere fatta dagli uomini e per loro” (Dieu qui vient à l’homme, t. 1, 421-422)

Il regno di Dio si attua allora non in termini di pratiche religiose e cultuali ma nell’ambito della vita ordinaria, nelle relazioni e nell’impegno nel mondo:

“Il regno di Dio rientra … nell’ambito della ‘regola d’oro’, non in un dovere della religione, ma in un dovere dell’umanità ….. Questa regola, totalmente indeterminata, è consegnata al nostro desiderio, […] la via della salvezza è ampliamento del nostro senso di umanità. Ne emerge una preziosa conclusione: la salvezza è più vicina a una pratica umanistica che religiosa. …] L’umanesimo evangelico […] si pratica nel campo della secolarità” (Dieu qui vient à l’homme, t.2/2, 979).

“Non si tratta di adorare Dio in un culto ma di amare il prossimo in cui si trova l’assoluto di Dio (L’homme qui venait de Dieu, 483). “La carità diviene principio di salvezza e nessun atto di religione può sostituirla. Non si tratta di votarsi a Dio ma di dedicarsi al prossimo”. (ibid. 489).

Nel suo proporre un rinnovamento profondo della vita della chiesa scorge l’importanza della compagnia e del dialogo: 

“Penso che la salvezza della chiesa non sta nel rafforzare i ranghi del clero. Piuttosto si deve prima stabilire l’uguaglianza alla base ridare la parola di cui i fedeli godevano un tempo nella chiesa, lasciarla diffondere ampiamente perché i cristiani possano assumersi le loro responsabilità, cioè sentirsi responsabili della chiesa e della sua sopravvivenza nel mondo. Non credo da parte mia che la chiesa rischi di sparire per la mancanza di persone consacrate, per la mancanza di preti” (L’Évangile sauvera l’Église, 44)

Un aspetto rilevante di rinnovamento riguarda i ministeri che renderebbe possibile un riconoscimento del ruolo delle donne nella chiesa. A suo avviso la difficoltà fondamentale consiste nel superare un’impostazione teologica secondo la quale il ministero è stato pensato a partire dal riferimento al sacerdozio ministeriale. La sua proposta è quella di ripensare i ministeri a partire dal sacerdozio comune dei battezzati: da tale prospettiva è possibile la considerazione di una ministerialità nuova e differenziata in grado di includere tutte e tutti i fedeli e di non escludere alcune categorie.

“Vedo l’avvenire della Chiesa nelle piccole comunità, dove vi sarebbero cristiani e non cristiani, che insieme rifletterebbero sui loro problemi leggendo il Vangelo e imparerebbero così a vivere insieme seguendo Gesù: sarebbe già una vita nella Chiesa”.

In un’omelia pronunciata a 75 anni da quando fu accolto nella compagnia di Gesù diceva: “Gli rendo grazie per la sua pazienza ad insegnarmi il valore del tempo perduto ad ascoltare gli altri […]. Ciò di cui hai potuto impoverirti per altri va a tuo credito e ti arricchisce, Ecco che cosa ho imparato dalla mia lunga vita e di cui rendo grazie al Signore. Perché ogni perdita gratuitamente accettata è grazia, è sempre guadagno di grazia”.

Alessandro Cortesi op

VI domenica tempo ordinario anno A – 2020

IMG_6820Sir 15,16-21; Sal 118 1Cor 2,6-10; Mt 5,17-37 

Se vuoi osservare i suoi comandamenti, essi ti custodiranno…

Se vuoi… la Parola di Dio è appello ad una libertà che risponde. Al primo posto sta il ‘se vuoi…’ una porta socchiusa, della libertà. E, immediatamente legata sta la fiducia del rapporto personale: “se hai fiducia in lui, anche tu vivrai”. Da questo ‘se vuoi’ e dalla fiducia inizia un possibile cammino in cui la scoperta inattesa e sorprendente è quella di ‘essere custoditi’ dalle sue parole e il poter assaporare le profondità della vita. Entrare nel coinvolgimento di un sì libero: in questo passo di accogliere e consentire si attua l’abbandono della fede, e da qui trae origine un movimento nuovo.

Non la pretesa di una vita di cui già si sa tutto, proprietà e dominio rinserrato tra le mani, ma la disponibilità ad essere custoditi dalle parole dell’alleanza. Un sorprendente esproprio vissuto nella responsabilità: quello dell’essere accompagnati a vivere il senso profondo di ogni parola, che declina l’unica parola dell’alleanza e dell’incontro: ‘Io sono il Signore Dio tuo’.

Vivere la libertà del ‘se vuoi’ apre allora a scoprirsi guardati da occhi ‘che stanno su coloro che lo temono’ ed incontrare le parole del Signore come via per crescere, con fatica, accompagnati da una pazienza amica, in umanità autentica, in un cammino sempre aperto al futuro… vivrai.

Ma è anche cammino esigente, segnato dall’impegno del prendere parte e dello schierarsi di fronte al bene e al male. Non un esser custoditi perché svincolati dalla responsabilità piuttosto un esser custoditi nella responsabilità e gettati in essa. Resi capaci di camminare verso una vita che esprima le sue dimensioni più profonde proprio nella libertà e in scelte di responsabilità.

Paolo parla di una sapienza che non è di chi domina. I dominatori vengono ridotti al nulla e ogni loro sapere si rivela vano. Ma lo Spirito è presenza dono che comunica una sapienza che non viene meno. “lo Spirito infatti conosce ogni cosa, anche le profondità di Dio”. La sapienza di Dio si è resa vicina in Gesù, il crocifisso: ciò appare stoltezza e follia. Come pensare che da un condannato a morte provenga una parola di sapienza? Sta qui la pretesa del vangelo: è bella notizia che la vita donata e la morte di Gesù manifestano la sapienza di Dio.

Il crocifisso è il Signore della gloria, il medesimo, non un altro: in lui si può scorgere la sapienza di Dio, la sapienza dell’amore che secondo i criteri umani è stoltezza. Solo lo Spirito può far accogliere questo ‘vangelo’. Un vita spirituale è appunto vita nello Spirito, aperta al suo soffio. Lo Spirito conosce anche le profondità di Dio, solo Lui può far sì che siamo custoditi dalla parola della croce, stoltezza e debolezza, ma sapienza e potenza di Dio, in modo paradossale, perché è comunicazione dell’amore che salva.

Nel discorso della montagna si trovano una serie di affermazioni poste in parallelo: ‘avete inteso che fu detto, ma io vi dico…’. Gesù presenta un modo più radicale di vivere la fedeltà a Dio. ‘Se la vostra giustizia non supera quella degli scribi e farisei’. Gesù chiede ai suoi ‘giustizia’, da tradursi nei termini di una fedeltà sovrabbondante. Dio è giusto perché rimane fedele alle sue promesse così il giusto è colui che compie la parola di Dio.

Gesù chiede di superare la logica del dovuto, di chi pretende di essere a posto perché compie alcune norme o pratiche della legge. Gesù non richiede infatti l’attuazione di una misura stabilita ma indica un modo di vivere la fede con un coinvolgimento pieno, chiede di ‘portare a pienezza’. Le sue parole aprono una strada e sono sfida alla libertà. Toccano il cuore e chiedono radicalità. ‘ma io vi dico’.

C’è una pretesa che risuona in queste parola: deriva da una autorevolezza della vita stessa di Gesù. Gesù per primo ha seguto questa strada e il suo è appello perché la vita di coloro che lo seguono sia secondo le beatitudini non da schiavi sotto la legge ma da liberi fiduciosi nella grazia. Gesù pone una domanda alla coscienza, chiede un movimento del ‘cuore’ della persona. Non è esigenza di una perfezione lonatna dalla vita e impossibile, ma è invito ad orientare lo sguardare al Padre che è nei cieli e camminare in una consegna di sé senza riserve, lasciandosi guidare dalla sua parola.

Alessandro Cortesi op

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Radicalità

Spesso si pensa che la radicalità sia atteggiamento di chi compie scelte particolari e fuori dall’ordinario, di chi si impone con forte visibilità suscitando stupore, di chi vive in modo eccezionale esperienze non possibili ai più.

Cinquant’anni fa, il 12 febbraio 1980 Vittorio Bachelet vicepresidente del Consiglio superiore della magistratura, insigne giurista, docente dell’Università La Sapienza di Roma e cattolico impegnato presidente della Azione Cattolica Italiana, venne ucciso in un agguato delle Brigate Rosse proprio sulla scalinata dell’Università dopo aver concluso una lezione nella facoltà di scienze politiche.

Apparteneva ad una generazione particolare di giuristi; non era tra coloro che nel dopoguerra avevano scritto la Costituzione, ma faceva parte di coloro che avevano assunto il compito di far sì che la Costituzione venisse tradotta in modo coerente negli ordinamenti e nelle scelte ordinarie, diventasse la guida ispiratrice dello strutturarsi di una società italiana ancora profondamente segnata dalla pesante eredità del fascismo e da tante divisioni.

Vittorio Bachelet era profondamente radicato nella Costituzione e nel vangelo. Il suo atteggiamento, in anni di contestazione radicale e di inquietudini profonde che agitavano la società italiana era quello di mantenere ferma l’attitudine di dialogare, di accompagnare, di includere. Compito arduo e difficile in un tempo in cui veniva teorizzata l’eliminazione di chi non pensava in modo uguale e si diffondeva il mito della lotta armata.

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La radicalità di vita da lui testimoniata non era qualcosa di eccezionale: era piuttosto il suo impegno sereno nella vita della famiglia attento alle piccole cose di ogni giorno, la cura nell’organizzare da giurista le forme dell’organizzazione militare e della pubblica amministrazione secondo l’art 11 della Costituzione secondo cui ‘l’Italia ripudia la guerra’ (fu professore di diritto amministrativo a Pavia, Trieste e poi Roma), il rigore con cui da professore preparava le sue lezioni con sguardo fiducioso e attento ai suoi studenti, l’impegno ad assumere responsabilità nella chiesa per attuare il Concilio Vaticano II,  la pazienza nel dialogare con i figli che portavano a casa le obiezioni e i malesseri di una generazione che viveva i rivolgimenti profondi dell’epoca delle rivolte studentesche.

Nella celebrazione del suo funerale le parole di preghiera del figlio Giovanni, tornato dagli Stati Uniti dov’era a studiare, diedero espressione ai sentimenti che in quel momento erano presenti in una famiglia unita: «Vogliamo pregare anche per quelli che hanno colpito il mio papà, perché senza togliere nulla alla giustizia, che deve trionfare, sulle nostre bocche ci sia sempre il perdono e mai la vendetta, sempre la vita e mai la richiesta della morte degli altri».

Furono parole che diedero a pensare, che suscitarono stupore e lasciarono interdetti anche tanti del mondo laico. Furono parole che esprimevano la radicalità e la serenità del vangelo a fronte della logica disumana del terrorismo, svelandone la sua inconsistenza e indicando altresì la possibilità di un modo nuovo di concepire l’esistenza, secondo vie di giustizia e nella ricerca della vita e non della morte degli altri.

Così ricorda quel momento lo stesso Giovanni «Con mamma, mia sorella, gli zii decidemmo di provare a dire quello che avrebbe detto mio padre di fronte a persone non troppo abituate ad ascoltare il messaggio del Vangelo, per lui così importante. Purtroppo di funerali di Stato ce n’erano tanti in quel periodo e una volta, con il suo tono un po’ burlone, riferendosi a un paio di politici notoriamente non cattolici mi disse: ‘Certo sono situazioni tragiche, ma chissà che tutte ’ste messe non gli facciano bene…’. Noi tentammo di fargli fare una buona figura, riaffermando i valori della democrazia e della Costituzione a cui papà aveva dedicato la vita”. («Vi racconto papà Vittorio Bachelet» intervista a Giovanni Bachelet a cura di Giovanni Bianconi, “Corriere della Sera” 10 febbraio 2020).

Giovanni, ricordando la tensione di quegli anni – era il tempo dell’omicidio Moro avvenuto due anni prima, dice: “Proprio sotto l’attacco del terrorismo era necessario spegnere le strumentalizzazioni antidemocratiche, sebbene ci fosse la sensazione di trovarsi sul ciglio del burrone”.

E richiesto di un suo parere sul fatto che a distanza di molti anni gli assassini di Vittorio Bachelet, dopo aver scontato le pene previste sono tornati liberi, osserva: «Hanno fatto il percorso rieducativo previsto dall’articolo 27 della Costituzione, e ritengo che mio padre come Aldo Moro, due persone che hanno dato la vita per la Repubblica e lo Stato di diritto, non possano che rallegrarsi di ciò. L’incontro con i terroristi non l’ho mai cercato; l’ha fatto mio zio Adolfo, fratello di papà, che era un gesuita. A me è capitato casualmente, anni dopo, di stringere la mano alla donna che sparò a mio padre, e non ricordo particolari sensazioni. Nella legislatura in cui sono stato deputato, assieme a Sabina Rossa e Olga D’Antona (figlia e moglie di altre due vittime delle Br, ndr ) presentammo un disegno di legge per interrompere la prassi di pretendere dagli ex terroristi un contatto con i familiari delle persone colpite, a riprova del loro “sicuro ravvedimento”; proponemmo che ad accertare “il completamento del percorso rieducativo” fossero solo giudici e operatori penitenziari, senza mettere in mezzo i parenti delle vittime. Ma la proposta non venne nemmeno posta in discussione”. (ibid.)

Intervenendo a Palazzo dei Marescialli nel ricordo di Vittorio Bachelet come giurista il presidente Sergio Mattarella ha offerto importanti elementi per scorgere la testimonianza di radicalità nell’ordinario propria della testimonianza di Vittorio Bachelet (U.Magri, Vittorio Bachelet giurista mite assassinato perché dialogava, “La Stampa” 12.02.2020). Le Brigate Rosse lo individuarono come un nemico e quale bersaglio simbolico nella loro lotta. Per chi praticava la eversione armata Bachelet costituiva un grande pericolo, l’antitesi della teorizzazione dello scontro in cui l’avversario politico diviene nemico senza volto, privato della sua dignità e indicato come obiettivo da eliminare. Bachelet con il suo fare mite, con la sua cultura giuridica, con il suo profondo rispetto per l’altro, con il suo impegno e testimonianza era una denuncia dell’inconsistenza di una visione della vita umana nei termini di conflittualità e di guerra. “Dimostrava con la sua azione che è possibile realizzare una società più giusta senza mai ricorrere alla contrapposizione aspra e pregiudiziale. Era convinto che nell’impegno sociale, in quello politico, in quello istituzionale, proprio attraverso il dialogo fosse possibile ricomporre le divisioni, interpretando così il senso più alto della convivenza”. Proprio il suo essere uomo di dialogo costituiva la radicalità del suo vivere il riferimento al vangelo e nel contempo la fedeltà all’architettura di uno stato democratico e pluralistico.

La sua visione della politica era riassunta in questa espressione: la politica come “corresponsabile costruzione della città, in cui ognuno deve portare il contributo delle sue capacità in vista della costruzione di quel bene comune che rappresenta il fine relativamente ultimo della politica. Vi è infatti un modo diffuso di fare politica che non si limita alla partecipazione nei partiti e nelle istituzioni, ma che riguarda ad esempio il competente esercizio di un mestiere e di una professione, che rappresenta in sé un alto valore politico. L’impegno politico non è altro che una dimensione del più generale e essenziale impegno a servizio dell’uomo” (testimonianza di Giovanni Bachelet – Cesena 2011)

La radicalità del vangelo, che si esprime nella mitezza nonviolenta che offre possibilità di parola e di riconoscimento dell’altro fino alla fine, la radicalità di fedeltà alla Costituzione che pone tra i principi fondamentali la dignità della persona umana e la struttura democratica del convivere è una radicalità vissuta da Vittorio Bachelet non in gesti eccesionali, ma nella ordinario di un impegno quotidiano di semina che mantiene anche nel tempo del lutto e della tempesta la serenità e la semplicità di sguardo nutrito del vangelo e della Costituzione.

Così egli scriveva nel 1976: “non vi è forza politica che sempre – ma specialmente in un momento come questo – possa proporsi come orientamento e guida del paese se non ritrova i valori morali profondi della sua forza ispiratrice. Non si tratta solo degli scandali che turbano l’opinione pubblica: anche gli sbagli più gravi possono essere occasione di una ripresa morale quando l’ispirazione etica che guida e sostiene l’azione politica ha una forza capace di vincere nel bene il male. Si tratta di sapere se nella intricata e mutevole vicenda della nostra storia, e in particolare in quella del nostro paese, v’è un ideale di uomo e società capace d’incidere in questa storia e di orientarla a servizio dell’uomo; capace di costituire un punto di riferimento e una forza traente al di là di vittorie e sconfitte, di successi e di soluzioni subite: capace di confrontarsi su altre proposte e altri valori senza intolleranze ma senza lasciarsi intimidire; capace di affrontare non con operazioni di piccolo cabotaggio, ma con animo grande i temi essenziali della vita dell’uomo, della difesa della sua dignità, della sua famiglia, del suo lavoro, della sua cultura, della sua responsabilità, della sua libertà nella giustizia e nella pace”. (Vittorio Bachelet, Ritrovare una profonda ispirazione, “Coscienza”, 2/1976, 28 (in V. Bachelet, La responsabilità della politica. Scritti politici, a cura di Rosy Bindi e Paolo Nepi, Roma, AVE, 1992, 104-105).

Alessandro Cortesi op

XXVII domenica tempo ordinario – anno C – 2019

granello-senapaAb 1,2-3; 2,2-4; 2Tim 1,6-14; Lc 17,5-10

“Fino a quando Signore implorerò e non ascolti, a te alzerò il grido ‘Violenza!’ e non soccorri? Perché mi fai vedere l’iniquità e resti spettatore dell’oppressione?”

La domanda del profeta: ‘Fino a quando?’ è denuncia dell’ingiustizia e della condizione di oppressione e violenza. Ed è anche implorazione a Dio. Domanda che rimane sospesa. “Fino a quando Signore?” È la preghiera anche dei salmi che rivolgendosi a Dio non possono non guardare allo scandalo del male e dell’ingiustizia. “Perché mi fai vedere l’iniquità e resti spettatore dell’oppressione?… Non ha più forza la legge né mai si afferma il diritto. L’empio infatti raggira il giusto e il giudizio ne esce stravolto”.

La triste esperienza della legge stravolta, dei giudizi tramutati in esaltazione della truffa, l’arroganza dei disonesti che schiacciano i deboli e la corruzione del giudizio, fa sorgere la drammatica domanda che investe la stessa fede e la spoglia di ogni presunzione e sicurezza.

Abacuc guarda non solo alle sofferenze di un singolo ma pone una domanda che tocca una realtà più ampia. Come può Dio, il santo, colui che ha occhi troppo puri per vedere il male, permettere che sia un popolo barbaro a compiere vendetta e che popoli malvagi vengano offesi da popoli ancora più malvagi? La sua domanda si pone nella linea della provocazione di Giobbe: disorienta le teologie che intendono tutto spiegare. La sua pagina è esemplare del coraggio del profeta che apre domande difficili e le rivolge a Dio stesso. Nell’annuncio della risposta di Dio viene indicato un termine: l’ingiustizia e la violenza non sono l’ultima parola. Ma è richiesto di attendere, di sperimentare una radicale fiducia in Dio.

Come tenere insieme la fiducia nel Dio buono e giusto e le tragedie storiche d’ingiustizia e oppressione? Abacuc invita ad avere il coraggio di lanciare verso Dio il grido che sorge dal dolore, a vivere l’attesa.

E’ la domanda che risuona nel grido di ogni credente che non volge le spalle ad Auschwitz. Ed è ancora e sempre la domanda che si leva come grido silenzioso di fronte alla barbarie, all’orrore, alla violenza.

Abacuc nel suo breve libro richiama l’atteggiamento del giusto: ‘soccombe colui che non ha l’animo retto, mentre il giusto vivrà per la sua fede’. Il giusto è colui che, senza scorciatoie, senza facili risposte al male, mantiene la sua fedeltà rivolta al Dio della vita. Trova la sua stabilità in tale affidamento.

La sfida del credere è vivere il presente, con il cuore rivolto a Dio senza far venir meno la domanda ‘fino a quando?’ Credere non è quindi percorso senza problemi. La fatica interiore del credente proviene dallo scorgere le contraddizioni della storia.

La fede rimane sospesa alla fedeltà di colui che non verrà meno alle sue promesse, che chiama a solidarietà con le vittime dell’ingiustizia.

Il vangelo richiama lo stile del credere: credere non è adesione ad una serie di dottrine, è invece incontro e cammino, coinvolgimento della vita in una relazione con Dio.  E’ affidamento. ‘Accresci la nostra fede’ è espressione di un cammino che sempre mantiene la ricerca. Non sono facilmente eliminati i problemi e le difficoltà del pensare, del confronto con la storia e la vita. Non sono eliminate le fatiche di vedere il suo cammino come una sorta di illusione inutile. Il credente è presentato nel vangelo di Luca come colui che non trova in sé la forza per affidarsi a colui che salva.

Per parlare della fede Gesù indica un granellino di senapa, il più piccolo di tutti i semi. La vita della fede non è opera umana, non è realtà che s’impone e nemmeno qualcosa di grande, è piuttosto lasciare spazio all’azione di Dio. Per questo la preghiera del credente è richiesta di cammino: “Accresci in noi la fede”. Chi crede è – dice Luca – come colui che risponde ad un incarico affidatogli. Sta qui il messaggio al centro della parabola del servo. Il senso della sua vita sta nella relazione con qualcuno che attende e a cui rispondere. Non è questione di diritti e pretese, ma riconosce di essere ‘semplice servo’ (non ‘inutile’, ma unicamente servo).

Nel rapporto con Dio il grande dono è poter assumere l’attitudine di Gesù che è stata quella del servo: e rimanere come lui. Nell’immagine qui utilizzata del servo, che agisce e attende, l’accento non sta sul rapporto servo-padrone quasi che l’atto di fede sia riconducibile ad un rapporto schiavistico e oppressivo della libertà. Piuttosto chi crede scopre come tutto ciò che è ed ha proviene da un dono e va messo a servizio di altri. Come Gesù che si è chinato per lavare i piedi dei suoi discepoli assumendo la condizione del servo. E indicando ai suoi: anche voi fate così.

Alessandro Cortesi op

 

foglie colori diversiCredere e giovani

“Molti parlano di un cristianesimo che nel vecchio continente ha ormai esaurito la sua traiettoria sociale, che non costituisce più la cultura comune, relegato ai margini della società e della storia. Ciò che un tempo è stata la culla della proposta cristiana oggi rischia – anche nella percezione di molti uomini del sacro – di trasformarsi nella sua tomba. Ampie quote di popolazione si starebbero spogliando poco a poco delle radici religiose, d’un legame di affinità durato per secoli, il cui segno più evidente viene individuato nella perdita della fede da parte delle nuove generazioni o nella loro indifferenza sulle questioni ultime o penultime dell’esistenza”.

Con questa osservazione Franco Garelli* indica il punto di partenza di una sua ricerca condotta in Italia sul tema del rapporto tra giovani e religione: F. Garelli, Piccoli atei crescono. Davvero una generazione senza Dio?, il Mulino, Bologna 2016.

Come anche il titolo dell’indagine indica, la domanda di partenza che guida la ricerca è se veramente ci si trovi di fronte ad una situazione di una ‘generazione incredula’ – come qualcuno afferma – o piuttosto siano da scorgere altri elementi in base ad una lettura più approfondita e maturare diverse sensibilità a fronte dell’esperienza dei giovani oggi in rapporto al credere. Facendo di tale indagine motivo per ripensare linguaggi e modalità di approccio all’esperienza del credere.

Circa il 30% dei giovani in Italia tra i 18 e i 29 anni si dicono ‘senza Dio’ e ‘senza religione’. E’ rilevata quindi la presenza di un’area dell’ateismo: “Quella dell’ateismo (anche a livello giovanile) si presenta comunque come una realtà variegata al proprio interno, comprendendo soggetti ‘non credenti’ di diversa natura e sensibilità”.

Tra questi vi sono coloro che “ritengono che «non occorra scomodare Dio per condurre una vita sensata»; che «è difficile credere o aver fede in precetti considerati poco plausibili o senza alcun fondamento scientifico»; che «con le conoscenze scientifiche che abbiamo adesso è davvero arduo credere nell’esistenza di un potere superiore che regoli tutto»; che «oggi, dopo tanti anni di evoluzione, di scienza, tecnologia e anche, perché no, di delusioni, è davvero complicato dire che esiste un Dio e che ci crediamo».”

Vi sono altri che considerano come fede e cultura contemporanea siano incompatibili. Altri ancora condividono un atteggiamento di negazione di Dio più per condizionamento e uniformità con il proprio ambiente che per maturate convinzioni personali. Una parte vive una reazione di ostilità spesso orientata nei confronti della chiesa dovuta ad esperienze negative vissute.

Ai volti diversi della non credenza si affiancano i volti assai variegati del credere che Garelli descrive riprendendo la metafora utilizzata dal card.Martini: «Accanto ai cristiani della linfa, vi sono quelli del tronco, della corteccia e infine coloro che come muschio stanno attaccati solo esteriormente all’albero».

Osserva il sociologo torinese: “Proprio la religiosità del ‘muschio’, e in parte della ‘corteccia’, sembra avere un buon seguito nelle attuali giovani generazioni, alla stessa stregua di quanto avviene nella popolazione adulta. Oltre un terzo degli italiani di età compresa tra i 18 e i 29 anni presentano infatti un profilo religioso sorprendente e curioso, tipico di quanti mantengono un’identità cristiana più per motivi culturali o etnici che spirituali, ritrovando a questo livello un riferimento che offre sicurezza in una società sempre più precaria. (…) Si tratta di giovani che si ritengono – per citare alcuni brani di intervista – «culturalmente cristiani, ma non praticanti né osservanti». Si tratta di una appartenenza più di tipo culturale e non derivante da scelte di tipo religioso.

Ciò che sorprende in questa area è che tale atteggiamento contrasta con la percezione che le scelte dei giovani siano maggiormente ispirate a criteri di autenticità e di libertà. Appare invece la tendenza ad un allinearsi in ambito religioso su linee tracciate dalla tradizione senza attitudine critica.

Un’altra fascia di giovani italiani, circa un sesto, è quella di coloro che sono impegnati in ambienti ecclesiali e di volontariato e che spesso hanno avuto esperienze positive di fede in famiglia e in ambienti formativi.

A conclusione della descrizione del panorama così evidenziato si può concudere che “la varietà religiosa non emerge solo dalle statistiche, ma appare sempre più un tratto che attraversa la cultura e le interazioni quotidiane dei giovani”. La percezione dei giovani è quella della normalità di vivere in un contesto religioso plurale, in cui le scelte dei singoli in questo ambito siano da rispettare senza che esse divengano motivo di ostacolo a percorsi di amicizia e relazione. E’ anche da rilevare un terreno di dialogo che appare presente: chi ha posizioni di negazione di Dio e della religione spesso si manifesta aperto a riconoscere la plausibilità di altre posizioni di chi vive la propria fede in modo convinto e pensa che sia possibile anche nella situazione della cultura attuale.

“L’apertura di parte dei non credenti nei confronti di una fede religiosa sembra comunque condizionata alla qualità della fede stessa. Qui emerge la particolare allergia dei giovani nei confronti di espressioni religiose ritenute perlopiù ambigue o incoerenti, che non sembrano rappresentare per il soggetto un principio vitale, apparendo più frutto di convenzioni sociali che di riflessione. È la religiosità fredda e asettica, che non smuove gli affetti, non interpella la coscienza contemporanea, più imposta dalla famiglia o dall’ambiente che fatta propria dal singolo… il vero bersaglio di molti giovani, siano essi credenti o meno. Mentre, per contro, la fede ritenuta plausibile è quella al centro di una scelta consapevole, che si esprime in un iter di ricerca senza confini di cui il soggetto si sente protagonista”.

La ricerca sociologica di Garelli manifesta come in Italia ciò che sta avvenendo sia da un lato una interruzione di canali di trasmissione dell’esperienza religiosa che ha generato una rottura. Ciò si accompagna ad una marcata diffidenza nei confronti della chiesa come istituzione. E questo dovrebbe essere motivo di riflessione considerazione a livello ecclesiale dell’aspetto di contro-testimonianza della fede e di inadeguatezza di una proposta che non incontra le inquietudini e domande dei giovani. D’altra parte si rileva come si manifesta una ricerca variegata di spiritualità: “la nozione di spiritualità divide l’insieme dei giovani. Una parte di essi sembra attenta a questa dimensione dell’esistenza, altri la interpretano come una risorsa per essere più armonici e solidali nella vita, altri ancora come una via soggettiva e più autentica per credere in Dio ed esprimere la propria fede religiosa, pur risultando aperti ad altri percorsi di senso”.

Si pone l’urgenza di guardare alla situazione dei giovani non secondo criteri del passato o nella considerazione di un mondo passato visto come l’età dell’oro. Oggi l’esperienza del credere non è più dovuta a pressioni sociali ma si pone come una opzione tra le tante e ciò richiederebbe un nuovo linguaggio nella comunicazione della fede ed un ascolto alle richieste di senso pur presenti spesso in forme implicite al cuore della vita dei giovani.

“Insomma, c’è una grande domanda di significato (talvolta più implicita che esplicita) che occorre saper riconoscere e interpretare. Una domanda che sembra attivarsi in particolari situazioni, a fronte di eventi che interpellano nel profondo le persone o di figure pubbliche dotate di un particolare spessore umano, etico e spirituale”.

L’attenzione che viene rivolta sia da credenti sia da non credenti ad alcune figure di testimoni credibili è motivo per pensare che oggi la comunicazione della fede è interpellata soprattutto sul piano della prassi e di una comunicazione che viva della testimonianza, fatta di accoglienza, capacità di vicinanza e di disponibilità ad accompagnare cammini.

* F.Garelli, E’ plausibile per i giovani d’oggi credere in Dio? in Francisco Sánchez Leyva, Credere e non credere a confronto. Per un’«apologetica originale, LAS 2019, 181-198; consultabile in “Note di pastorale giovanile”

Alessandro Cortesi op

 

 

XX domenica – tempo ordinario A – 2017

IMG_0371Is 56,1.6-7; Rom 11,13-15.29-32; Mt 15,21-28

“Gli stranieri, che hanno aderito al Signore per servirlo e per amare il nome del Signore e per essere suoi servi, li condurrò sul mio monte santo…”

Il tempio è casa di preghiera per tutti i popoli: sarà aperto, nella visione di Isaia e diverrà luogo di incontro anche con con gli stranieri che hanno aderito al Signore. Nel tempo dell’esilio, a contatto con popoli stranieri Israele scopre che il disegno di salvezza e alleanza è aperto per tutti. L’incontro con Dio non esclude ma va al di là dei confini che dividono i popoli: anche popoli stranieri potranno partecipare alla gioia.

Il rapporto con lo straniero è ambivalente in Israele. Da un lato implica sospetto e timore: bisogna guardarsi dagli stranieri per non venir meno alla fedeltà al Dio della liberazione e del patto, e non cadere nel grande peccato l’idolatria. D’altra parte la presenza dello straniero è un segno e memoria che fonda la stessa fede. E’ ricordo della condizione di oppressione e schiavitù vissuta in Egitto, come stranieri disprezzati, ed è memoria della condizione dell’esodo, del cammino in cui Israele ha incontrato la presenza vicina di Dio.

L’alleanza e l’elezione non sono privilegi, ma recano in sé una missione ed un’apertura per tutti i popoli. È questo l’approfondimento che proviene dalla dolorosa esperienza dell’esilio. Il disegno di pace di Dio ha orizzonti universali.

L’incontro con lo straniero ricorda sempre che Dio è ‘altro’, è ‘straniero’ lui stesso: il Dio diverso da ogni creatura, si fa vicino nella presenza che chiede accoglienza. L’ospitalità in questo contesto è terra sacra, spazio di fede.

Nella pagina del vangelo è narrato l’incontro di Gesù con una donna straniera, cananea, nel territorio pagano, di Tiro e Sidone. La donna si presenta a Gesù con una richiesta e un’invocazione. L’incontro si fa occasione per un insegnamento sulla salvezza oltre i confini d’Israele. Gesù è venuto per radunare i figli dispersi di Israele. La donna straniera gli dice che anche i cagnolini si cibano delle briciole che cadono dalla tavola dei loro padroni – con questo termine erano indicati così i pagani -. Il testo riflette le difficoltà presenti nella comunità di Matteo nell’accogliere i non-ebrei. Le parole di Gesù indicano l’orizzonte in cui egli si mosse: ‘non sono stato inviato che alle pecore perdute della casa di Israele’. E’ quanto Gesù stesso chiede ai dodici (Mt 10,5). Gesù presenta nella sua compassione il modo di agire di Dio che si prende cura, così quando guarda le folle, pecore perdute e senza pastore (Mt 9,36).

La donna non accampa diritti, non chiede il pane dei figli ma chiede ma dice che ce n’è per i figli ed anche per altri. Nelle sue parole sta la comprensione profonda che la presenza di Gesù è vicinanza della misericordia di Dio per tutti. Gesù scorge nella sua richiesta una fede grande, oltre i confini di Israele e per questa fede dice che la figlia della donna è guarita. La guarigione diviene segno di una salvezza per tutti non solo per i giudei ma anche per i pagani.

Gesù loda la fede di questa donna pagana piena di coraggio che con la sua preghiera lo costringe e lo apre ad un orizzonte nuovo. Questa pagina fa scorgere la scoperta della prima comunità che la predicazione di Gesù fedele al Dio d’Israele nel contempo è per tutti, anche per i pagani e stranieri. Paolo esprimerà tutto questo con le parole: ‘Non c’è più giudeo né greco; non c’è più schiavo né libero; non c’è più uomo né donna, perché tutti voi siete uno in Cristo Gesù’ (Gal 3,28).

C’è una fede che si fa presente in percorsi diversi. Gesù loda la fede di questa donna e la indica come ‘davvero grande’. Le strade della fede sono diverse, celate nell’interiorità. E non vi sono limiti di appartenenza religiosa etnica e culturale alla forza della fede. Questa donna anonima straniera è testimonianza della forza del vangelo che ogni uomo e donna avverte nel profondo al di là delle fedi e delle appartenenze culturali.

Alessandro Cortesi op

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Straniero

«Le scarpe hanno una relazione plastica con l’essere umano. È il contrario dell’idea di stabilità: le togli quando torni a casa, le indossi quando esci. È simbolo di movimento, cammino, viaggio. Per i musulmani, poi, ha un significato speciale: le tolgono all’ingresso delle moschee perché non sono pulite, portano con sé la sporcizia della strada. Ho scelto un simbolo concreto della sofferenza di cui fanno esperienza i rifugiati, arrivati da chissà dove a piedi, un simbolo reale della violazione delle leggi e dell’indifferenza per la geografia. Le scarpe si portano dietro l’impatto di tutto quello che hanno calpestato»

Con queste parole un artista siriano Thaer Maarouf spiega la sua scelta di aver inviato le scarpe usate dai migranti siriani giunti in Europa attraverso la Turchia e i Balcani a dodici responsabili dei governi europei e non solo. Un ricordo, un monito, una provocazione artistica…

Intervistato da “Il manifesto” (Chiara Cruciati, Dodici scarpe in cerca di asilo, “Il manifesto” 13 agosto 2017) Maarouf ha descritto le reazioni ricevute in risposta: «Non mi attendevo alcuna reazione dai governi Ma la risposta di quello spagnolo è stata incoraggiante: mi hanno inviato una lettera in cui danno i dettagli della loro assistenza ai rifugiati e dei piani futuri. Il governo britannico invece ha rispedito il pacco indietro, senza dare alcuna spiegazione. A carico del destinatario: ho pagato io per il loro rifiuto». Così pure ha fatto il governo del generale Al-Sisi in Egitto.

Nell’omelia per la festa di santa Rosalia a Palermo il 25 luglio scorso il vescovo Corrado Lorefice ha parlato della mancanza di futuro come nuova peste dei nostri giorni ed ha accostato nella sua riflessione lo sguardo a due esodi: ha parlato innanzitutto dell’esodo dei giovani siciliani costretti ad abbandonare la propria terra a causa della mancanza di lavoro e di opportunità nella vita sociale:

“L’esodo dalla Sicilia sta diventando una necessità storica terribile, che priva la terra del suo nutrimento decisivo. E ad alimentare un territorio, una città, sono i desideri, i progetti, la voglia di fare, le idee e le aspirazioni delle giovani generazioni che si avvicendano nel corso dei decenni e dei secoli. Senza la linfa ideale e rinnovata di questo ardore, senza il sapore di questo sogno, non c’è domani. Ma senza lavoro vero, dignitoso, costruttivo, teso a cambiare il mondo, non c’è domani”.

Ha poi parlato dell’esodo dei migranti che lasciano le terre del Nordafrica e dell’Africa subsahariana e raggiungono le coste della Sicilia.

“E mentre si compie quest’esodo doloroso, Palermo e la Sicilia tutta sono il porto ideale di un altro esodo, di dimensioni planetarie, quello dei popoli del Sud del pianeta – dei nostri fratelli africani e del Medio Oriente – che giungono in Europa in cerca di rifugio e di opportunità di vita. Non dobbiamo nasconderci però dietro i luoghi comuni o le visioni distorte di molta politica. La molla ultima di questo esodo biblico, al di là di ogni consapevolezza di chi parte, è il desiderio di giustizia”

Ha raccontato di questi due esodi per contrastare una diffusa attitudine a contrapporli, a metterli l’uno contro l’altro, riversando la colpa della mancanza di lavoro ai poveri che giungono dai Sud del mondo. Ed ha così parlato dell’idiozia che permea tanti discorsi vani e tante reazioni che riempiono le pagine dei quotidiani e alimentano paura e razzismo: “sarebbe un grave errore contrapporre i due esodi, quello dei nostri giovani e quello dei popoli del Sud. Chi ha una responsabilità politica ed è purtroppo miope e ignorante può farlo. Noi no. Noi no. Pensare che sia l’arrivo di tanti fratelli dal Sud del mondo a togliere il lavoro ai nostri giovani è una totale idiozia. Al contrario: l’esodo epocale dall’Africa attraverso il Mediterraneo è l’appello, e soprattutto l’opportunità che la storia ci offre, per ribaltare il perverso assetto del mondo e della sua economia; per creare nuove possibilità e nuove speranze proprio grazie all’accoglienza e all’integrazione dei tanti che giungono e che già oggi sono un polmone del lavoro e dello stato sociale in Italia”.

Due esodi da non contrapporre ma in cui scorgere gli appelli che giungono dalla storia in cui è presente una chiamata di Dio da accogliere, per un cambiamento, per una conversione. Sono appelli soprattutto a non perdere di vista i riferimenti fondamentali di una vita autenticamente umana.

Enzo Bianchi si è interrogato sulle vicende dei migranti presentata come una emergenza da affrontare. Con sguardo critico ha capovolto il mantra di questi tempi secondo cui l’emergenza è costituita da un’invasione in atto. E’ piuttosto un’altra la grande emergenza da fronteggiare. Ciò che manca è una visione chiara del dovere umanitario di soccorrere e la responsabilità per pensare, con quell’arte politica che è la prudenza, modalità di inserimento e di lavoro che implicano una impostazione di scelte economiche, un cambiamento di stili di vita e una scelta chiara di progettare insieme una società solidale, in cui al centro vi sia la dignità di vita di ogni persona e la scelta di ospitalità. L’emergenza più radicale è perdere di vista tali orizzonti:

“L’emergenza riguarda la nostra umanità: è il nostro restare umani che è in emergenza di fronte all’imbarbarimento dei costumi, dei discorsi, dei pensieri, delle azioni che sviliscono e sbeffeggiano quelli che un tempo erano considerati i valori e i principi della casa comune europea” (Enzo Bianchi, I migranti e il dovere di restare umani, “La Repubblica” 11 agosto 2017).

Alessandro Cortesi op

XIX domenica tempo ordinario – anno A – 2017

IMG_0414.JPG1Re 19,9.11-13; Rom 9,1-5; Mt 14,22-33

Sul monte Oreb Elia sta vivendo un passaggio drammatico della sua vita: la sua critica agli adoratori degli idoli in nome della fede in Jahwè l’aveva condotto a scontrarsi contro i sacerdoti di Baal. Per questo si era trovato solo, visto come presenza scomoda anche dal popolo e dal suo re. Il profeta è così rifiutato e costretto a fuggire.

Solo, nel deserto, vive l’esperienza di un Dio che si fa vicino. Avverte la presenza di Dio là dove nessuno può pensarlo, nel deserto, nella sua desolazione e solitudine, nel silenzio delle cose e del cuore. Non nel terremoto, non nel fuoco, non nel vento impetuoso. Elia scorge la presenza di Dio nella ‘voce di un leggero silenzio’. Da quel silenzio, da quel soffio giunge a lui la promessa di futuro e l’invito a riprendere il cammino.

Il Signore non era né nel terremoto, né nel fuoco, né in tutte le manifestazioni eclatanti che corrispondono al bisogno di una divinità potente e capace di prodigi, proiezione delle aspirazioni umane di forza, potere e violenza.

Dio si fa a lui vicino in modo impercettibile, in punta di piedi. Non è il Dio del meraviglioso e di ciò che sconvolge. Incontrarlo esige di ascoltare la voce del silenzio. Non è là dove si pensa che egli sia, ma si comunica lontano dai luoghi del potere religioso, nella vita di chi è desolato e solo.

Anche il racconto di Matteo parla di una tempesta di una traversata, di fede. E’ un racconto carico di simboli. Il mare infuriato, segno del male nella vita umana. La barca segno di una comunità. La navigazione segno della vicenda faticosa della comunità nella storia. Nella tempesta che infuria (dove il male rinvia al male nelle sue diverse forme) la paura prende tutti coloro che stanno sulla barca. Gesù stesso si fa vicino ai cuoi e dice loro: ‘Coraggio, sono io, non abbiate paura’. Chiede di ricordarsi di lui e della sua promessa di vicinanza . Il suo nome è Emmanuele ‘Dio con noi’ e la sua promessa ‘Sarò con voi tutti i giorni fino alla fine del mondo’.

In questa pagina Matteo racconta così l’esperienza pasquale, l’incontro con Gesù. Pietro, il primo dei dodici, figura a cui Matteo dà particolare attenzione nel suo vangelo in rapporto a tutta la comunità, si getta incontro e sta per affogare nelle acque. Gesù lo afferra e richiama proprio lui alla fede: ‘Uomo di poca fede perché hai dubitato?’. Pietro è uomo di poca fede chiamato ad essere riferimento della comunità perché scopre che non le sue forze contano ma il suo affidarsi unicamente in Gesù, alla sua parola che vince violenza e morte con la mitezza.

Sulla barca la paura è vinta da una parola di coraggio rivolta da Gesù. Si fa incontro per primo per accompagnare i suoi, mentre vivono disorientamento e paura. La sua presenza mite ha autorità sul mare: ‘Taci, calmati’ sono le sue parole. E’ invito ad un silenzio nuovo… Come nell’esodo Israele aveva visto aprirsi il mare fuggendo dalla violenza del faraone così ora Gesù fa vivere l’esperienza di una liberazione nell’incontro con lui.

La sua risurrezione ha sconfitto ogni male, e porta la pace. Al cuore di questo racconto sta l’invito ad avere fiducia: non la paura ma la fiducia è il tratto di una comunità che nella tempesta e nella notte sa di essere tra le mani di un Dio buono, che libera e rende responsabili di liberazione.

Alessandro Cortesi op

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Silenzio

Erling Kagge è norvegese, originario di una terra dove gli spazi e la natura aiutano ad apprezzare le forme del silenzio. Kagge è anche desideroso di avventure e di esplorazioni. E’ stato il primo uomo a raggiungere il Polo sud in solitaria. A questa meta ha anche aggiunto altri due approdi simbolici raggiunti nelle sue esplorazioni: il Polo Nord e la vetta dell’Everest. Quasi un percorso che ha toccato le estermità della terra.

La cosa interessante è che da queste avventure ha ricavato una riflessione sul silenzio quale esperienza fondamentale per la vita umana e tanto più importante in un tempo in cui gli spazi del silenzio sono ridotti al minimo e quasi annullati.

Nel suo agile libro Il silenzio (Einaudi, 2017) strutturato in trentatre brevi capitoli a forma di risposte a domande, si sofferma sui vari significati del silenzio e su quanto esso comporti per la vita a partire dalle impressioni vissute in situazioni particolari. Sono esperienze spesso estreme vissute in solitudine in luoghi dove il silenzio è stato assaporato e sperimentato nel contatto unico con la natura e nella distanza rispetto ai rumori della civiltà umana.

E’ un libro che parla di silenzio come esperienza per comprendere se stessi ma anche per capire il mondo, momento di liberazione rispetto ad un prevalere del rumore, della pervasività di immagini, parole e musica che occupano l’intera vita delle persone, nell’illusione mantenere collegati ma spesso con l’esito di favorire un’incapacità a relazionarsi alle cose e agli altri proprio per l’impossibilità di avere spazi di silenzio e di ascolto. Ascoltare il silenzio è anche contrasto con il frastuono che impedisce di pensare. Il far venir meno i rumori apre spazi sconfinati e possibilità nuove per l’interiorità e per il rapporto con le cose e con gli altri.

“Cercare il silenzio, non per voltare le spalle al mondo, ma per osservarlo e capirlo. Perché il silenzio non è un vuoto inquietante, ma l’ascolto dei suoni interiori che abbiamo sopito.”

Kagge descrive così le sue esperienze di silenzio di un esploratore e giramondo. Si potrebbe derivare un’impressione dalla lettura del suo breve libro: che il silenzio risulti quasi quale un prezioso tesoro  e scoperta riservata a ricche élite che hanno la possibilità di dedicarsi per mesi o anni ad avventure di esplorazione verso il Polo o nelle salite alle vette estreme dell’Himalaya. Per fortuna nel libro si trovano qua e là annotazioni che rinviano alla possibilità – purtroppo così spesso trascurata e negletta – di ricercare e trovare il silenzio nelle pieghe della vita ordinarie e nelle ore del quotidiano. Per tutti. Non quale privilegio di pochi ma ricchezza nascosta nelle esistenze ordinarie. “Io ho dovuto camminare per moltissimi chilometri, ma so che è possibile trovare il silenzio ovunque”.

Non mancano luoghi per ricuperare il senso dei rumori che ci raggiungono, talvolta per liberarsene e per evitarli, per accogliere lo spessore delle parole che sono scambiate, per non accettare la schiavitù di una vita costretta in un frastuono disseminato che non lascia occasioni per ascoltare.

Ho trovato queste conclusioni in sintonia con un’osservazione espressa in una recente intervista da Timothy Radcliffe ex maestro generale dell’Ordine domenicano rispondendo alla domanda se il cristianesimo aspira alla pace interiore: «È un punto cruciale. Abbiamo vite complesse, attraversiamo crisi e conflitti e delusioni, la pace interiore è fondamentale. Gesù dice: “Vi do la pace, vi porto la mia pace”. Che è quella che dobbiamo tenere al centro delle nostre vite. Servono postura, respirazione, e silenzio. Il silenzio è molto importante. In Israele abbiamo fondato una comunità, un luogo di pace a metà fra un kibbutz, un villaggio musulmano e un centro cristiano. Accadeva attorno al 1968 quando ero studente. Era una casa del silenzio: tutte e tre le religioni erano riunite lì per osservare il silenzio. Il nostro stile di vita richiederebbe almeno un’ora al giorno di silenzio» (A.Elkann, Timothy Radcliffe, Nella vita moderna ci vorrebbe un’ora di silenzio al giorno, “La Stampa” 23 luglio 2017).

Ascoltare la voce del silenzio è sfida importante in un tempo occupato di rumori, chiacchiere e infinite sollecitazioni che non lasciano più il tempo per ritrovare i ritmi e la direzione di un cammino umano che ha bisogno di lentezza al posto di velocità, di profondità al posto di superficiale apparire, di mitezza rispetto all’arroganza del potere.

Alessandro Cortesi op

 

 

 

 

Coraggio

 

Silenzio

 

 

Letture di Pasqua

Buona Pasqua!

(Pasqua 2017 – celebrazione della chiesa copta etiope – Atene)

“…. Alla spicciolata Stella, io e gli altri amici prendemmo la via del ritorno. Quando fui a casa mantenni la promessa e in quei fogli che Marco mi aveva consegnato al termine della mia visita all’eremo trovai una bellissima sorpresa. Un tentativo di riscrivere la messa, ardito e rigoroso, in un linguaggio capace, almeno a me così sembrò, di dare freschezza a messaggi spesso coperti da uno strato di polvere insopportabile.

Lessi d’un fiato il Credo:

“Credo in Dio onnipotente nell’amore, che ha dato vita all’Universo, che ci ha messo nel cuore la nostalgia delle cose invisibili.

Credo in Gesù Cristo figlio di Dio, cresciuto nella casa di Maria e di Giuseppe, per mezzo di Lui tutti gli uomini, gli animali e le cose sono redenti.

Per essere compagno nella sofferenza e nella gioia e santificare la vita ha posto la sua tenda in mezzo a noi, nascendo da Maria di Nazareth, sorella nel silenzio e nella fede. Fu appeso alla croce e divenne fratello fino alla morte, caricandosi di tutti i peccati e dell’immenso dolore del mondo.

Al tempo di Pilato e di Caifa, infatti morì e fu sepolto. Ma il terzo giorno è risuscitato: lo testimoniano Maria di Magdala, le donne che lo accompagnarono e lo amarono nella vita e poi i suoi discepoli.

E i viandanti di Emmaus lo riconobbero quando divise il pane con loro.

Oggi lo sentiamo presente nella nostra vita e condividiamo con tutti l’attesa del ritorno; quando verrà a portare la pace ai vivi e ai morti. E tergerà le lacrime dai loro occhi. Non ci sarà più la morte, né lutto, né lamento, né affanno perché le cose di prima sono passate.

Credo nello spirito creatore e creativo che ci comunica la vita del Padre e del Figlio, che apre la bocca dei Profeti, dà speranza ai poveri, coraggio ai sofferenti, lo Spirito d’amore che soffia dove vuole e chiama ad essere le cose che non sono.

Vivo nella comunità dei credenti, cattolica nella santità e nel peccato, che cammina nella storia, insieme ai messaggeri della resurrezione che in ogni angolo della terra ti raccontano con la preghiera e con la carità. Fedeli alla terra e allo stesso tempo pellegrini.

Professo il battesimo della Tua grazia e della Tua compagnia per il superamento e il perdono dei peccati. Ed attendo il ritorno del Signore, la risurrezione dei morti e la vita sel mondo che verrà. Amen”

Lo rileggo ancora, con calma, dentro il silenzio ormai pieno di questa notte in questo strano paese sospeso tra realtà e immaginazione. E’ bello, è proprio bello, caro Marco!”

(da Mariano Borgognoni, Le primavere nascono d’inverno, ed.Cittadella 2016, 52-53)

“la radice di quella passione era mia madre. Dovunque vivessimo c’erano sempre fiori, era come un segno di eleganza e dignità, nella povertà della nostra esistenza girovaga. Se c’è qualcosa di regale su questa terra è proprio la sobrietà e la misura. Almeno io la penso così. La mancanza di ricchezza non mi è mai pesata.

Caro dottore, deve sapere che l’inverno offre la possibilità di avere degli straordinari fiori profumati. Perché non mette a dimora il calicanto o qualche tipo di dafne o i viburni che le daranno dei fiori di un rosa confetto molto delicati e resistenti? O anche tutte queste specie assieme, spazio ne ha a sufficienza. E se vuole allungare la stagione mescoli dei bulbi di bucaneve con perenni dai fiori precoci come l’alliboro. Avrà una fioritura rigogliosa e profumata. Niente di meglio per iniziare bene la giornata. La cosa affascinante del giardinaggio è questa santa alleanza tra uomo e natura, bisogna saper assecondare la natura, prenderla per il verso giusto, saperla ascoltare. E’ un’arte complessa quella del giardinaggio, gli impazienti non la possono mai praticare né all’opposto i pigri. Chiede capacità di attendere e perseveranza, conoscenza di un linguaggio diverso e rispetto. Fiducia nella forza della vita e speranza, con solo un piccolo spolvero di ottimismo, che il troppo addormenta, ma quel poco è come se fosse avvertito dalla natura come un far credito alle sue forze e perfino a qualche sorpresa e a un po’ di fantasia. Nel giardinaggio non tutto può essere previsto, c’è un imponderabile che ci insegna a non sentirci onnipotenti. Chi pratica questo vizio velenoso prima o poi ne paga il prezzo. Ma forse le ho rivelato troppi segreti, dottore, non pretendo che faccia altrettanto con la medicina!”

Sabato Felici aveva preso una paginata di appunti. Faceva così per tutte le cose che lo interessavano. Tornammo in salotto per un caffè forte fatto con la macchinetta napoletana.”

(da Mariano Borgognoni, Le primavere nascono d’inverno, ed.Cittadella 2016, 102-103)

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“Le donne del vangelo, invece, sono guidate dalla consolazione del Signore a entrare davvero nel mistero ed è quindi il loro atteggiamento che dobbiamo attentamente considerare (…)

… Gesù aggiunge ancora una frase: ‘Versando quest’olio sul mio corpo lo ha fatto in vista della mia sepoltura’. Maria di Betania rappresenta, mi sembra, il sì dell’umanità alla morte di Gesù. Non è Pietro che dice a Gesù: ‘Tu non farai questo’, ma è l’umanità che dice a Gesù: ‘Ti ringrazio Signore, e ti lodo e ti onoro per l’amore con il quale darai la vita per noi’. E’ la partecipazione dell’umanità alla morte del Signore. Partecipazione che è passiva e umiliante, se volete, per chi desidera essere sempre al primo posto. Umiliante per Pietro e per Giuda, umiliante per tutti noi, che vorremmo sempre fare qualcosa per il Signore, ma a cui il Signore dice in realtà: voi credete di fare qualcosa per me, ma se aveste il cuore illuminato dall’amore, come questa donna, capireste che sono io che sto facendo qualcosa per voi. Questa donna sta accettando il mio amore di salvatore: è l’unica che ha capito il Vangelo. Il Vangelo è l’amore di salvezza, è per questo che sarà predicato.

La buona novella appare quindi, qui, in una persona che è riuscita a capire che il Vangelo non è gloriarsi di far qualche cosa per il Signore, ma ringraziare perché il Signore fa qualcosa per noi poveri. I primi poveri da aiutare siamo noi. Questa donna, dunque, è il simbolo dell’umanità che si è lasciata amare da Gesù nella sua passione. E’ il simbolo della realtà di Maria: questa donna compie in maniera ‘intuitiva’ questo gesto, ma chi lo compie pienamente – lo sappiamo da Giovanni – è Maria, la quale come madre accetta l’assurdo che suo figlio soffra per lei (…) E’ lei che dice il suo ‘sì’, non un ‘sì’ per fare qualcosa, ma un ‘sì’ per lasciarsi fare…”

(da C.M.Martini, I vangeli. Esercizi spirituali per la vita cristiana, ed. Bompiani 2017, 297-307)

“E allora ho preso a dire, forse balbettando: “la mia fede? E’ ben povera cosa la mia fede. E’ una fede semplice, povera, elementare. Quello che posso dire è che non potrei mai vivere senza sentirmi legato a Gesù Cristo. Credo in tutto quello che ha detto, trovo stupendo tutto quello che ha fatto, è per me motivo di profonda pace quello che ha promesso. Mi sembra che le sue parole sulla croce: ‘Nelle tua mani consegno la mia vita’ siano le parole più belle che uno possa ritrovarsi sulle labbra. C’è il consegnarsi di chi si sente piccolo nelle mani buone di qualcuno che è soltanto amore”

(da Luigi Pozzoli, Quel poco di fede che mi porto dentro. Il sacerdote e lo scrittore. Pagine scelte, ed Paoline 2010)

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