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commenti alla Parola della domenica e riflessioni

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XX domenica – tempo ordinario A – 2017

IMG_0371Is 56,1.6-7; Rom 11,13-15.29-32; Mt 15,21-28

“Gli stranieri, che hanno aderito al Signore per servirlo e per amare il nome del Signore e per essere suoi servi, li condurrò sul mio monte santo…”

Il tempio è casa di preghiera per tutti i popoli: sarà aperto, nella visione di Isaia e diverrà luogo di incontro anche con con gli stranieri che hanno aderito al Signore. Nel tempo dell’esilio, a contatto con popoli stranieri Israele scopre che il disegno di salvezza e alleanza è aperto per tutti. L’incontro con Dio non esclude ma va al di là dei confini che dividono i popoli: anche popoli stranieri potranno partecipare alla gioia.

Il rapporto con lo straniero è ambivalente in Israele. Da un lato implica sospetto e timore: bisogna guardarsi dagli stranieri per non venir meno alla fedeltà al Dio della liberazione e del patto, e non cadere nel grande peccato l’idolatria. D’altra parte la presenza dello straniero è un segno e memoria che fonda la stessa fede. E’ ricordo della condizione di oppressione e schiavitù vissuta in Egitto, come stranieri disprezzati, ed è memoria della condizione dell’esodo, del cammino in cui Israele ha incontrato la presenza vicina di Dio.

L’alleanza e l’elezione non sono privilegi, ma recano in sé una missione ed un’apertura per tutti i popoli. È questo l’approfondimento che proviene dalla dolorosa esperienza dell’esilio. Il disegno di pace di Dio ha orizzonti universali.

L’incontro con lo straniero ricorda sempre che Dio è ‘altro’, è ‘straniero’ lui stesso: il Dio diverso da ogni creatura, si fa vicino nella presenza che chiede accoglienza. L’ospitalità in questo contesto è terra sacra, spazio di fede.

Nella pagina del vangelo è narrato l’incontro di Gesù con una donna straniera, cananea, nel territorio pagano, di Tiro e Sidone. La donna si presenta a Gesù con una richiesta e un’invocazione. L’incontro si fa occasione per un insegnamento sulla salvezza oltre i confini d’Israele. Gesù è venuto per radunare i figli dispersi di Israele. La donna straniera gli dice che anche i cagnolini si cibano delle briciole che cadono dalla tavola dei loro padroni – con questo termine erano indicati così i pagani -. Il testo riflette le difficoltà presenti nella comunità di Matteo nell’accogliere i non-ebrei. Le parole di Gesù indicano l’orizzonte in cui egli si mosse: ‘non sono stato inviato che alle pecore perdute della casa di Israele’. E’ quanto Gesù stesso chiede ai dodici (Mt 10,5). Gesù presenta nella sua compassione il modo di agire di Dio che si prende cura, così quando guarda le folle, pecore perdute e senza pastore (Mt 9,36).

La donna non accampa diritti, non chiede il pane dei figli ma chiede ma dice che ce n’è per i figli ed anche per altri. Nelle sue parole sta la comprensione profonda che la presenza di Gesù è vicinanza della misericordia di Dio per tutti. Gesù scorge nella sua richiesta una fede grande, oltre i confini di Israele e per questa fede dice che la figlia della donna è guarita. La guarigione diviene segno di una salvezza per tutti non solo per i giudei ma anche per i pagani.

Gesù loda la fede di questa donna pagana piena di coraggio che con la sua preghiera lo costringe e lo apre ad un orizzonte nuovo. Questa pagina fa scorgere la scoperta della prima comunità che la predicazione di Gesù fedele al Dio d’Israele nel contempo è per tutti, anche per i pagani e stranieri. Paolo esprimerà tutto questo con le parole: ‘Non c’è più giudeo né greco; non c’è più schiavo né libero; non c’è più uomo né donna, perché tutti voi siete uno in Cristo Gesù’ (Gal 3,28).

C’è una fede che si fa presente in percorsi diversi. Gesù loda la fede di questa donna e la indica come ‘davvero grande’. Le strade della fede sono diverse, celate nell’interiorità. E non vi sono limiti di appartenenza religiosa etnica e culturale alla forza della fede. Questa donna anonima straniera è testimonianza della forza del vangelo che ogni uomo e donna avverte nel profondo al di là delle fedi e delle appartenenze culturali.

Alessandro Cortesi op

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Straniero

«Le scarpe hanno una relazione plastica con l’essere umano. È il contrario dell’idea di stabilità: le togli quando torni a casa, le indossi quando esci. È simbolo di movimento, cammino, viaggio. Per i musulmani, poi, ha un significato speciale: le tolgono all’ingresso delle moschee perché non sono pulite, portano con sé la sporcizia della strada. Ho scelto un simbolo concreto della sofferenza di cui fanno esperienza i rifugiati, arrivati da chissà dove a piedi, un simbolo reale della violazione delle leggi e dell’indifferenza per la geografia. Le scarpe si portano dietro l’impatto di tutto quello che hanno calpestato»

Con queste parole un artista siriano Thaer Maarouf spiega la sua scelta di aver inviato le scarpe usate dai migranti siriani giunti in Europa attraverso la Turchia e i Balcani a dodici responsabili dei governi europei e non solo. Un ricordo, un monito, una provocazione artistica…

Intervistato da “Il manifesto” (Chiara Cruciati, Dodici scarpe in cerca di asilo, “Il manifesto” 13 agosto 2017) Maarouf ha descritto le reazioni ricevute in risposta: «Non mi attendevo alcuna reazione dai governi Ma la risposta di quello spagnolo è stata incoraggiante: mi hanno inviato una lettera in cui danno i dettagli della loro assistenza ai rifugiati e dei piani futuri. Il governo britannico invece ha rispedito il pacco indietro, senza dare alcuna spiegazione. A carico del destinatario: ho pagato io per il loro rifiuto». Così pure ha fatto il governo del generale Al-Sisi in Egitto.

Nell’omelia per la festa di santa Rosalia a Palermo il 25 luglio scorso il vescovo Corrado Lorefice ha parlato della mancanza di futuro come nuova peste dei nostri giorni ed ha accostato nella sua riflessione lo sguardo a due esodi: ha parlato innanzitutto dell’esodo dei giovani siciliani costretti ad abbandonare la propria terra a causa della mancanza di lavoro e di opportunità nella vita sociale:

“L’esodo dalla Sicilia sta diventando una necessità storica terribile, che priva la terra del suo nutrimento decisivo. E ad alimentare un territorio, una città, sono i desideri, i progetti, la voglia di fare, le idee e le aspirazioni delle giovani generazioni che si avvicendano nel corso dei decenni e dei secoli. Senza la linfa ideale e rinnovata di questo ardore, senza il sapore di questo sogno, non c’è domani. Ma senza lavoro vero, dignitoso, costruttivo, teso a cambiare il mondo, non c’è domani”.

Ha poi parlato dell’esodo dei migranti che lasciano le terre del Nordafrica e dell’Africa subsahariana e raggiungono le coste della Sicilia.

“E mentre si compie quest’esodo doloroso, Palermo e la Sicilia tutta sono il porto ideale di un altro esodo, di dimensioni planetarie, quello dei popoli del Sud del pianeta – dei nostri fratelli africani e del Medio Oriente – che giungono in Europa in cerca di rifugio e di opportunità di vita. Non dobbiamo nasconderci però dietro i luoghi comuni o le visioni distorte di molta politica. La molla ultima di questo esodo biblico, al di là di ogni consapevolezza di chi parte, è il desiderio di giustizia”

Ha raccontato di questi due esodi per contrastare una diffusa attitudine a contrapporli, a metterli l’uno contro l’altro, riversando la colpa della mancanza di lavoro ai poveri che giungono dai Sud del mondo. Ed ha così parlato dell’idiozia che permea tanti discorsi vani e tante reazioni che riempiono le pagine dei quotidiani e alimentano paura e razzismo: “sarebbe un grave errore contrapporre i due esodi, quello dei nostri giovani e quello dei popoli del Sud. Chi ha una responsabilità politica ed è purtroppo miope e ignorante può farlo. Noi no. Noi no. Pensare che sia l’arrivo di tanti fratelli dal Sud del mondo a togliere il lavoro ai nostri giovani è una totale idiozia. Al contrario: l’esodo epocale dall’Africa attraverso il Mediterraneo è l’appello, e soprattutto l’opportunità che la storia ci offre, per ribaltare il perverso assetto del mondo e della sua economia; per creare nuove possibilità e nuove speranze proprio grazie all’accoglienza e all’integrazione dei tanti che giungono e che già oggi sono un polmone del lavoro e dello stato sociale in Italia”.

Due esodi da non contrapporre ma in cui scorgere gli appelli che giungono dalla storia in cui è presente una chiamata di Dio da accogliere, per un cambiamento, per una conversione. Sono appelli soprattutto a non perdere di vista i riferimenti fondamentali di una vita autenticamente umana.

Enzo Bianchi si è interrogato sulle vicende dei migranti presentata come una emergenza da affrontare. Con sguardo critico ha capovolto il mantra di questi tempi secondo cui l’emergenza è costituita da un’invasione in atto. E’ piuttosto un’altra la grande emergenza da fronteggiare. Ciò che manca è una visione chiara del dovere umanitario di soccorrere e la responsabilità per pensare, con quell’arte politica che è la prudenza, modalità di inserimento e di lavoro che implicano una impostazione di scelte economiche, un cambiamento di stili di vita e una scelta chiara di progettare insieme una società solidale, in cui al centro vi sia la dignità di vita di ogni persona e la scelta di ospitalità. L’emergenza più radicale è perdere di vista tali orizzonti:

“L’emergenza riguarda la nostra umanità: è il nostro restare umani che è in emergenza di fronte all’imbarbarimento dei costumi, dei discorsi, dei pensieri, delle azioni che sviliscono e sbeffeggiano quelli che un tempo erano considerati i valori e i principi della casa comune europea” (Enzo Bianchi, I migranti e il dovere di restare umani, “La Repubblica” 11 agosto 2017).

Alessandro Cortesi op

XIX domenica tempo ordinario – anno A – 2017

IMG_0414.JPG1Re 19,9.11-13; Rom 9,1-5; Mt 14,22-33

Sul monte Oreb Elia sta vivendo un passaggio drammatico della sua vita: la sua critica agli adoratori degli idoli in nome della fede in Jahwè l’aveva condotto a scontrarsi contro i sacerdoti di Baal. Per questo si era trovato solo, visto come presenza scomoda anche dal popolo e dal suo re. Il profeta è così rifiutato e costretto a fuggire.

Solo, nel deserto, vive l’esperienza di un Dio che si fa vicino. Avverte la presenza di Dio là dove nessuno può pensarlo, nel deserto, nella sua desolazione e solitudine, nel silenzio delle cose e del cuore. Non nel terremoto, non nel fuoco, non nel vento impetuoso. Elia scorge la presenza di Dio nella ‘voce di un leggero silenzio’. Da quel silenzio, da quel soffio giunge a lui la promessa di futuro e l’invito a riprendere il cammino.

Il Signore non era né nel terremoto, né nel fuoco, né in tutte le manifestazioni eclatanti che corrispondono al bisogno di una divinità potente e capace di prodigi, proiezione delle aspirazioni umane di forza, potere e violenza.

Dio si fa a lui vicino in modo impercettibile, in punta di piedi. Non è il Dio del meraviglioso e di ciò che sconvolge. Incontrarlo esige di ascoltare la voce del silenzio. Non è là dove si pensa che egli sia, ma si comunica lontano dai luoghi del potere religioso, nella vita di chi è desolato e solo.

Anche il racconto di Matteo parla di una tempesta di una traversata, di fede. E’ un racconto carico di simboli. Il mare infuriato, segno del male nella vita umana. La barca segno di una comunità. La navigazione segno della vicenda faticosa della comunità nella storia. Nella tempesta che infuria (dove il male rinvia al male nelle sue diverse forme) la paura prende tutti coloro che stanno sulla barca. Gesù stesso si fa vicino ai cuoi e dice loro: ‘Coraggio, sono io, non abbiate paura’. Chiede di ricordarsi di lui e della sua promessa di vicinanza . Il suo nome è Emmanuele ‘Dio con noi’ e la sua promessa ‘Sarò con voi tutti i giorni fino alla fine del mondo’.

In questa pagina Matteo racconta così l’esperienza pasquale, l’incontro con Gesù. Pietro, il primo dei dodici, figura a cui Matteo dà particolare attenzione nel suo vangelo in rapporto a tutta la comunità, si getta incontro e sta per affogare nelle acque. Gesù lo afferra e richiama proprio lui alla fede: ‘Uomo di poca fede perché hai dubitato?’. Pietro è uomo di poca fede chiamato ad essere riferimento della comunità perché scopre che non le sue forze contano ma il suo affidarsi unicamente in Gesù, alla sua parola che vince violenza e morte con la mitezza.

Sulla barca la paura è vinta da una parola di coraggio rivolta da Gesù. Si fa incontro per primo per accompagnare i suoi, mentre vivono disorientamento e paura. La sua presenza mite ha autorità sul mare: ‘Taci, calmati’ sono le sue parole. E’ invito ad un silenzio nuovo… Come nell’esodo Israele aveva visto aprirsi il mare fuggendo dalla violenza del faraone così ora Gesù fa vivere l’esperienza di una liberazione nell’incontro con lui.

La sua risurrezione ha sconfitto ogni male, e porta la pace. Al cuore di questo racconto sta l’invito ad avere fiducia: non la paura ma la fiducia è il tratto di una comunità che nella tempesta e nella notte sa di essere tra le mani di un Dio buono, che libera e rende responsabili di liberazione.

Alessandro Cortesi op

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Silenzio

Erling Kagge è norvegese, originario di una terra dove gli spazi e la natura aiutano ad apprezzare le forme del silenzio. Kagge è anche desideroso di avventure e di esplorazioni. E’ stato il primo uomo a raggiungere il Polo sud in solitaria. A questa meta ha anche aggiunto altri due approdi simbolici raggiunti nelle sue esplorazioni: il Polo Nord e la vetta dell’Everest. Quasi un percorso che ha toccato le estermità della terra.

La cosa interessante è che da queste avventure ha ricavato una riflessione sul silenzio quale esperienza fondamentale per la vita umana e tanto più importante in un tempo in cui gli spazi del silenzio sono ridotti al minimo e quasi annullati.

Nel suo agile libro Il silenzio (Einaudi, 2017) strutturato in trentatre brevi capitoli a forma di risposte a domande, si sofferma sui vari significati del silenzio e su quanto esso comporti per la vita a partire dalle impressioni vissute in situazioni particolari. Sono esperienze spesso estreme vissute in solitudine in luoghi dove il silenzio è stato assaporato e sperimentato nel contatto unico con la natura e nella distanza rispetto ai rumori della civiltà umana.

E’ un libro che parla di silenzio come esperienza per comprendere se stessi ma anche per capire il mondo, momento di liberazione rispetto ad un prevalere del rumore, della pervasività di immagini, parole e musica che occupano l’intera vita delle persone, nell’illusione mantenere collegati ma spesso con l’esito di favorire un’incapacità a relazionarsi alle cose e agli altri proprio per l’impossibilità di avere spazi di silenzio e di ascolto. Ascoltare il silenzio è anche contrasto con il frastuono che impedisce di pensare. Il far venir meno i rumori apre spazi sconfinati e possibilità nuove per l’interiorità e per il rapporto con le cose e con gli altri.

“Cercare il silenzio, non per voltare le spalle al mondo, ma per osservarlo e capirlo. Perché il silenzio non è un vuoto inquietante, ma l’ascolto dei suoni interiori che abbiamo sopito.”

Kagge descrive così le sue esperienze di silenzio di un esploratore e giramondo. Si potrebbe derivare un’impressione dalla lettura del suo breve libro: che il silenzio risulti quasi quale un prezioso tesoro  e scoperta riservata a ricche élite che hanno la possibilità di dedicarsi per mesi o anni ad avventure di esplorazione verso il Polo o nelle salite alle vette estreme dell’Himalaya. Per fortuna nel libro si trovano qua e là annotazioni che rinviano alla possibilità – purtroppo così spesso trascurata e negletta – di ricercare e trovare il silenzio nelle pieghe della vita ordinarie e nelle ore del quotidiano. Per tutti. Non quale privilegio di pochi ma ricchezza nascosta nelle esistenze ordinarie. “Io ho dovuto camminare per moltissimi chilometri, ma so che è possibile trovare il silenzio ovunque”.

Non mancano luoghi per ricuperare il senso dei rumori che ci raggiungono, talvolta per liberarsene e per evitarli, per accogliere lo spessore delle parole che sono scambiate, per non accettare la schiavitù di una vita costretta in un frastuono disseminato che non lascia occasioni per ascoltare.

Ho trovato queste conclusioni in sintonia con un’osservazione espressa in una recente intervista da Timothy Radcliffe ex maestro generale dell’Ordine domenicano rispondendo alla domanda se il cristianesimo aspira alla pace interiore: «È un punto cruciale. Abbiamo vite complesse, attraversiamo crisi e conflitti e delusioni, la pace interiore è fondamentale. Gesù dice: “Vi do la pace, vi porto la mia pace”. Che è quella che dobbiamo tenere al centro delle nostre vite. Servono postura, respirazione, e silenzio. Il silenzio è molto importante. In Israele abbiamo fondato una comunità, un luogo di pace a metà fra un kibbutz, un villaggio musulmano e un centro cristiano. Accadeva attorno al 1968 quando ero studente. Era una casa del silenzio: tutte e tre le religioni erano riunite lì per osservare il silenzio. Il nostro stile di vita richiederebbe almeno un’ora al giorno di silenzio» (A.Elkann, Timothy Radcliffe, Nella vita moderna ci vorrebbe un’ora di silenzio al giorno, “La Stampa” 23 luglio 2017).

Ascoltare la voce del silenzio è sfida importante in un tempo occupato di rumori, chiacchiere e infinite sollecitazioni che non lasciano più il tempo per ritrovare i ritmi e la direzione di un cammino umano che ha bisogno di lentezza al posto di velocità, di profondità al posto di superficiale apparire, di mitezza rispetto all’arroganza del potere.

Alessandro Cortesi op

 

 

 

 

Coraggio

 

Silenzio

 

 

Letture di Pasqua

Buona Pasqua!

(Pasqua 2017 – celebrazione della chiesa copta etiope – Atene)

“…. Alla spicciolata Stella, io e gli altri amici prendemmo la via del ritorno. Quando fui a casa mantenni la promessa e in quei fogli che Marco mi aveva consegnato al termine della mia visita all’eremo trovai una bellissima sorpresa. Un tentativo di riscrivere la messa, ardito e rigoroso, in un linguaggio capace, almeno a me così sembrò, di dare freschezza a messaggi spesso coperti da uno strato di polvere insopportabile.

Lessi d’un fiato il Credo:

“Credo in Dio onnipotente nell’amore, che ha dato vita all’Universo, che ci ha messo nel cuore la nostalgia delle cose invisibili.

Credo in Gesù Cristo figlio di Dio, cresciuto nella casa di Maria e di Giuseppe, per mezzo di Lui tutti gli uomini, gli animali e le cose sono redenti.

Per essere compagno nella sofferenza e nella gioia e santificare la vita ha posto la sua tenda in mezzo a noi, nascendo da Maria di Nazareth, sorella nel silenzio e nella fede. Fu appeso alla croce e divenne fratello fino alla morte, caricandosi di tutti i peccati e dell’immenso dolore del mondo.

Al tempo di Pilato e di Caifa, infatti morì e fu sepolto. Ma il terzo giorno è risuscitato: lo testimoniano Maria di Magdala, le donne che lo accompagnarono e lo amarono nella vita e poi i suoi discepoli.

E i viandanti di Emmaus lo riconobbero quando divise il pane con loro.

Oggi lo sentiamo presente nella nostra vita e condividiamo con tutti l’attesa del ritorno; quando verrà a portare la pace ai vivi e ai morti. E tergerà le lacrime dai loro occhi. Non ci sarà più la morte, né lutto, né lamento, né affanno perché le cose di prima sono passate.

Credo nello spirito creatore e creativo che ci comunica la vita del Padre e del Figlio, che apre la bocca dei Profeti, dà speranza ai poveri, coraggio ai sofferenti, lo Spirito d’amore che soffia dove vuole e chiama ad essere le cose che non sono.

Vivo nella comunità dei credenti, cattolica nella santità e nel peccato, che cammina nella storia, insieme ai messaggeri della resurrezione che in ogni angolo della terra ti raccontano con la preghiera e con la carità. Fedeli alla terra e allo stesso tempo pellegrini.

Professo il battesimo della Tua grazia e della Tua compagnia per il superamento e il perdono dei peccati. Ed attendo il ritorno del Signore, la risurrezione dei morti e la vita sel mondo che verrà. Amen”

Lo rileggo ancora, con calma, dentro il silenzio ormai pieno di questa notte in questo strano paese sospeso tra realtà e immaginazione. E’ bello, è proprio bello, caro Marco!”

(da Mariano Borgognoni, Le primavere nascono d’inverno, ed.Cittadella 2016, 52-53)

“la radice di quella passione era mia madre. Dovunque vivessimo c’erano sempre fiori, era come un segno di eleganza e dignità, nella povertà della nostra esistenza girovaga. Se c’è qualcosa di regale su questa terra è proprio la sobrietà e la misura. Almeno io la penso così. La mancanza di ricchezza non mi è mai pesata.

Caro dottore, deve sapere che l’inverno offre la possibilità di avere degli straordinari fiori profumati. Perché non mette a dimora il calicanto o qualche tipo di dafne o i viburni che le daranno dei fiori di un rosa confetto molto delicati e resistenti? O anche tutte queste specie assieme, spazio ne ha a sufficienza. E se vuole allungare la stagione mescoli dei bulbi di bucaneve con perenni dai fiori precoci come l’alliboro. Avrà una fioritura rigogliosa e profumata. Niente di meglio per iniziare bene la giornata. La cosa affascinante del giardinaggio è questa santa alleanza tra uomo e natura, bisogna saper assecondare la natura, prenderla per il verso giusto, saperla ascoltare. E’ un’arte complessa quella del giardinaggio, gli impazienti non la possono mai praticare né all’opposto i pigri. Chiede capacità di attendere e perseveranza, conoscenza di un linguaggio diverso e rispetto. Fiducia nella forza della vita e speranza, con solo un piccolo spolvero di ottimismo, che il troppo addormenta, ma quel poco è come se fosse avvertito dalla natura come un far credito alle sue forze e perfino a qualche sorpresa e a un po’ di fantasia. Nel giardinaggio non tutto può essere previsto, c’è un imponderabile che ci insegna a non sentirci onnipotenti. Chi pratica questo vizio velenoso prima o poi ne paga il prezzo. Ma forse le ho rivelato troppi segreti, dottore, non pretendo che faccia altrettanto con la medicina!”

Sabato Felici aveva preso una paginata di appunti. Faceva così per tutte le cose che lo interessavano. Tornammo in salotto per un caffè forte fatto con la macchinetta napoletana.”

(da Mariano Borgognoni, Le primavere nascono d’inverno, ed.Cittadella 2016, 102-103)

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“Le donne del vangelo, invece, sono guidate dalla consolazione del Signore a entrare davvero nel mistero ed è quindi il loro atteggiamento che dobbiamo attentamente considerare (…)

… Gesù aggiunge ancora una frase: ‘Versando quest’olio sul mio corpo lo ha fatto in vista della mia sepoltura’. Maria di Betania rappresenta, mi sembra, il sì dell’umanità alla morte di Gesù. Non è Pietro che dice a Gesù: ‘Tu non farai questo’, ma è l’umanità che dice a Gesù: ‘Ti ringrazio Signore, e ti lodo e ti onoro per l’amore con il quale darai la vita per noi’. E’ la partecipazione dell’umanità alla morte del Signore. Partecipazione che è passiva e umiliante, se volete, per chi desidera essere sempre al primo posto. Umiliante per Pietro e per Giuda, umiliante per tutti noi, che vorremmo sempre fare qualcosa per il Signore, ma a cui il Signore dice in realtà: voi credete di fare qualcosa per me, ma se aveste il cuore illuminato dall’amore, come questa donna, capireste che sono io che sto facendo qualcosa per voi. Questa donna sta accettando il mio amore di salvatore: è l’unica che ha capito il Vangelo. Il Vangelo è l’amore di salvezza, è per questo che sarà predicato.

La buona novella appare quindi, qui, in una persona che è riuscita a capire che il Vangelo non è gloriarsi di far qualche cosa per il Signore, ma ringraziare perché il Signore fa qualcosa per noi poveri. I primi poveri da aiutare siamo noi. Questa donna, dunque, è il simbolo dell’umanità che si è lasciata amare da Gesù nella sua passione. E’ il simbolo della realtà di Maria: questa donna compie in maniera ‘intuitiva’ questo gesto, ma chi lo compie pienamente – lo sappiamo da Giovanni – è Maria, la quale come madre accetta l’assurdo che suo figlio soffra per lei (…) E’ lei che dice il suo ‘sì’, non un ‘sì’ per fare qualcosa, ma un ‘sì’ per lasciarsi fare…”

(da C.M.Martini, I vangeli. Esercizi spirituali per la vita cristiana, ed. Bompiani 2017, 297-307)

“E allora ho preso a dire, forse balbettando: “la mia fede? E’ ben povera cosa la mia fede. E’ una fede semplice, povera, elementare. Quello che posso dire è che non potrei mai vivere senza sentirmi legato a Gesù Cristo. Credo in tutto quello che ha detto, trovo stupendo tutto quello che ha fatto, è per me motivo di profonda pace quello che ha promesso. Mi sembra che le sue parole sulla croce: ‘Nelle tua mani consegno la mia vita’ siano le parole più belle che uno possa ritrovarsi sulle labbra. C’è il consegnarsi di chi si sente piccolo nelle mani buone di qualcuno che è soltanto amore”

(da Luigi Pozzoli, Quel poco di fede che mi porto dentro. Il sacerdote e lo scrittore. Pagine scelte, ed Paoline 2010)

II domenica di Quaresima – anno A – 2017

(Giovanni Bellini, Trasfigurazione, 1478 part.)

Gen 12,1-4a; 2Tim 1,8b-10; Mt 17,1-9

Quaresima è tempo per pensare l’esperienza di credenti come un viaggio. La fede è cammino: uscita da sicurezze per vivere accogliendo una chiamata di Dio. Nelle domeniche di questo periodo sono delineati alcuni tratti di tale cammino: la tentazione, la bellezza e la passione, la ricerca e la sete, l’apertura alla luce, la scoperta della vita come dono, la via della croce. In questa domenica sono indicati i caratteri del viaggio e del legame tra via della croce e risurrezione: ‘sul monte Gesù manifestò la sua gloria e indicò agli apostoli che solo attraverso la passione si giunge alla risurrezione’.

Il cammino di Abramo è storia di fede suscitata dalla chiamata del Dio della promessa. ‘Va’, lascia…’: Abramo sulla base di questa parola abbandona una situazione conosciuta e si apre ad un futuro nascosto nelle mani di Dio. ‘Farò di te un grande popolo e ti benedirò… in te si diranno benedette tutte le famiglie della terra’. La sua vita si allarga a relazioni nuove: sarà benedizione per altri in una dimensione che oltrepassa i confini del prevedibile. E’ chiamato a superare la fatica del non vedere, la delusione, il dubbio passo dopo passo, non una volta ma quale costante del suo cammino. L’affidamento a Dio non è di un istante ma deve rinnovarsi. Le vie di Dio non sono le vie dell’uomo. Nella vicenda di Abramo è così delineato il cammino di ogni credente.

Al cuore del vangelo di Matteo il racconto della trasfigurazione fa intravedere il senso del cammino di Gesù. In questo racconto è racchiusa la testimonianza pasquale: il crocifisso è risorto. Il volto del messia che segue la via della passione è il medesimo volto del risorto. La sua risurrezione è vittoria del male e della morte ed acquista il suo senso se si guarda alla via del dono e del servizio che Gesù ha percorso in fedeltà al Padre. Gesù incontra fallimento e rifiuto ma viene confermato da Dio perché la sua vita è stata segnata dall’amore.

Matteo situa questa pagina subito dopo l’annuncio della passione e dopo le parole di Gesù ai discepoli per seguirlo sulla via in cui troverà ostilità e rifiuto fino alla morte. Gesù sta camminando verso Gerusalemme ma il suo volto sul monte risplende di luce: le sue vesti divengono splendenti. Matteo riprende riferimenti al libro di Daniele che parla dei tempi ultimi: “ecco, mi apparve un uomo vestito di lino con i fianchi cinti da oro puro. Il suo corpo era come il crisolito, il suo aspetto come la folgore, i suoi occhi come fiamme di fuoco… appena udii il suono delle sue parole caddi stordito con la faccia a terra” (Dan 10,6). La luce che avvolge il monte è un aiuto per scorgere il senso profondo del cammino di Gesù.

Gesù è presentato insieme a Mosè ed Elia che conversano con lui. Questo ricordo rinvia all’intero percorso di Israele, la legge e i profeti. Elia (2Re 2,11) come Enoc (Gen 5,24) era figura attesa alla fine dei tempi. Tutto il contesto poi rinvia al deserto, dove Mosè sul monte Sinai visse l’esperienza dell’incontro con Dio e il dono della legge.

Il monte, lo splendore, la nube, la voce richiamano l’esodo e il manifestarsi della vicinanza di Dio (la sua gloria) che accompagnava il cammino del popolo nel segno della nube: “Allora la nube coprì la tenda del convegno e la gloria del Signore riempì la dimora. Mosè non poté entrare nella tenda del convegno, perché la nube dimorava su di essa e la gloria del Signore riempiva la dimora…la nube del Signore durante il giorno rimaneva sulla dimora, e durante la notte vi era in essa un fuoco, visibile a tutta la casa d’Israele, per tutto il tempo del loro viaggio’ (Es 40,34-38)

L’umanità di Gesù è ora tenda e dimora in cui si rende vicino l’amore del Padre. In questo momento Pietro si rivolge a Gesù e chiamandolo ‘Signore’ titolo del risorto, riconosce già nel volto di colui che si prepara a vivere la via della croce il profilo del risorto. Il riferimento alle tende fa pensare alla festa delle capanne, ricordo dell’esodo, festa di attesa messianica. Nelle parole di Pietro che esprime il desiderio di fermarsi, di costruire tre tende, sta l’annuncio che ormai i tempi del messia sono giunti (2Pt1,16-18).

Il racconto della trasfigurazione di Gesù sul monte è quindi ricco di teologia. Può essere il ricordo di un momento intenso di preghiera, ma è anche racconto pasquale: intende esprimere ed annunciare una testimonianza sull’identità di Gesù. Al momento del battesimo la voce divina aveva indicato l’identità di Gesù come messia (Mt 3,17). Sulle acque del lago i discepoli lo riconoscono come messia: ‘tu sei veramente il figlio di Dio’ (Mt 14,33). Anche Pietro lo riconosce come Figlio di Dio, cioè messia (Mt 16,16). Il messia ha il volto di colui che percorre la via del dono e del servizio ed è il risorto.

Questo racconto non solo parla di chi è Gesù, ma racchiude anche un messaggio sul volto dei discepoli: questi sono coloro che sono chiamati a seguire Gesù sulla medesima via. Sono coloro che avvertono il desiderio di fermarsi: ‘è bello per noi stare qui’, ma sono inviati a stare nel cammino. I discepoli infine sono coloro che accolgono l’invito: ‘Ascoltatelo’.

La quaresima può essere tempo in cui lasciare spazio al silenzio ed alla povertà dell’ascolto della Parola di Dio ed al seguire Gesù.

Alessandro Cortesi op

(René Magritte, La Reponse imprévue, 1933)

Credere, andare, vedere oltre

Nel 1960 l’artista francese Magritte dipingeva un quadro che intitolò “l’atto di fede” (L’acte de foi). Circa trent’anni prima aveva dipinto un altro quadro in cui compare il medesimo motivo della porta a lui caro, che intitolò La réponse imprévue. In esso è raffigurata una porta chiusa contornata da una parete color rosso mattone. La porta è ben chiusa e tuttavia uno squarcio la rende vuota al suo interno. E’ infatti sfondata e si può cogliere come oltre quel limite ci è un altro spazio. Il pavimento della stanza infatti continua oltre la soglia. Ma lo spazio al di là è solo parzialmente visibile perché un’ombra buia impedisce di scorgere cosa vi sia oltre. La porta chiusa nella pittura di Magritte intende esprimere una dimensione della realtà entro la quale si realizza la nostra percezione che è bloccata. La maniglia sigilla questa chiusura.

Tuttavia questa porta non impedisce di guardare al di là, perché uno squarcio la sfonda e le linee della rottura disegnano una sorta di umano ritagliato senza precisione. L’apertura è così invito ad oltrepassare la porta stessa con lo sguardo, ad andare al di là, a scorgere dimensioni più lontane, oltre le chiusure e i muri.

Se La Reponse imprévue fa intravedere uno spazio nero, insondabile, oltre la porta, il dipinto del 1960, L’acte de foi rappresenta un diverso orizzonte. Ancora compare il motivo del muro e della porta. Qui la porta è di un interno di casa signorile, laccata di bianco, ancora è contornata da un muro rosa. Ma la porta è sfondata questa volta non su uno spazio d’ombra, ma su un balconcino delimitato da una ringhiera che si affaccia su un cielo notturno. Oltre il balcone un cielo e un mare – forse? – indistinto dal cielo, e sullo fondo il profilo di un esile spicchio di luna. Un cielo notturno sta al di là della porta chiusa. E’ possibile osservarlo solamente attraverso lo squarcio della porta sfondata, andando oltre la sagoma disegnata. Oltre la porta c’è ancora un’oscurità, ma in questo dipinto è oscurità notturna, illuminata.

La pittura di Magritte non è pittura di definizioni o di risposte; è piuttosto arte che richiama al valore delle immagini che non sono al servizio delle parole ma rivendicano la loro autonomia: un linguaggio diverso dalle parole, evocativo di percorsi unici. Le immagini non fungono a rappresentazione di pensiero ma  sono pensiero esse stesse, tentativo di andare oltre le illusioni, allegoria che dà a pensare. Nella porta sfondata è racchiuso un invito ad andare oltre, a volgere lo sguardo ad una realtà che ha dimensioni più profonde di quella che trattiene il nostro quotidiano. Oltre ad essa c’è una oscurità da affrontare, ma anche la prospettiva di una luce verso cui andare. E’ invito a partire, a solcare la soglia per entrare in orizzonti che sembravano chiusi e che invece sono aperti oltre il reale a portata di mano. E’ anche invito a vivere la fede come oltrepassamento per non lasciarsi rinchiudere entro un mondo dove tutto sembra sia chiaro e spiegato entro confini determinati.

L’Acte de foi può essere una immagine che fa scorgere la dimensione della fede come viaggio, come un andare oltre. E d’altra parte indica come la fede stessa sia immersione in un ‘oltre’ fatto di oscurità, ma anche di spazi sconfinati solcati da luce, pur nella notte, per entrare in una realtà più autentica di quella che appare a portata di mano e che delimita e racchiude. Richiesta di superamnto di barriere. La porta sfondata evoca un passaggio di sfondamento per liberarsi dall’illusione, per scorgere la molteplicità che sta dentro al reale, per non lasciarci rinchiudere nel dominio di parole ma lasciarsi guidare dalla luce.

(René Magritte, L’acte de foi, 1960)

Domenico Pompili, vescovo di Rieti, zona toccata dal terremoto dell’estate e autunno 2016 ha scritto una lettera pastorale intitolata “L’atto di fede” riflettendo su come vivere la condizione di chi è stato segnato fortemente dall’esperienza dei lutti, della distruzione e della paura del terremoto. Verso la conclusione di questa lettera riprende il riferimento al quadro di Magritte annotando: “in questo attraversare in prima persona le macerie di un mondo da ricostruire siamo anche, noi per primi, a guardare la vita dalla prospettiva di quella porta sfondata. Pronti a quel salto non garantito che è l’atto di fede adulta. Più vicini alla verità, più capaci di sentire nelle fibre del nostro essere che si può vivere, con dignità e umanità, senza muri, ma non senza fede. Che poi è corda, legame, senso della connessione di tutto con tutto. Sapere che ogni nostro gesto, parola, silenzio porta inevitabilmente qualcosa nell’universo, dà forma al mondo.” (D.Pompili, L’atto di fede, Lettera pastorale 2017)

Alessandro Cortesi op

 

 

V domenica tempo ordinario – anno A – 2017

img_2058(foto di Francesca Cortesi)

Is 58,7-10; 1Cor 2,1-5; Mt 5,13-16

“Voi siete il sale della terra… voi siete la luce del mondo”. Il simbolo del sale attraversa la Bibbia e presenta significati diversi. Ha infatti usi negativi come segno del giudizio di Dio e distruzione (Sodoma e Gomorra, la moglie di Lot Dt 29,22; Gen 19,26; Sap 10,7). In positivo il sale è elemento indispensabile alla vita (Sir 39,26) e segno di forza (Ez 16,4), ma è soprattutto un simbolo di relazione: nel libro dei Numeri si parla di “un’alleanza di sale, perenne, davanti al Signore” (Num 18,19) e nel Levitico (Lev 2,13) si indica un rito: “dovrai salare ogni tua offerta di oblazione: nella tua oblazione non lascerai mancare il sale dell’alleanza del tuo Dio”. Il sale ricorda quindi il legame di alleanza tra Dio e il suo popolo. E’ simbolo di amicizia. Ancor oggi nel mondo orientale il segno di un’intesa è proprio il mangiare insieme pane e sale.

Sale è anche segno di vita (da cui ‘salario’, per sopravvivere) e di sapienza: “Il vostro parlare sia sempre con grazia condito col sale (della sapienza) per sapere come rispondere a ciascuno” (Col 4,6). ‘Buona cosa il sale; ma se il sale diventa senza sapore, con che cosa lo salerete? Abbiate sale in voi stessi e siate in pace gli uni con gli altri’ (Mc 9,50).

Gesù chiede ai suoi discepoli di essere luce e sale, non solo testimoni e annunciatori, ma segno di alleanza nella storia. Il sale rinvia ad un rapporto, come la luce che illumina perché si possa vedere: Matteo presenta anche una parabola che parla di città sul monte e di lucerna sul candelabro. Gesù chiama i suoi discepoli, dopo aver indicato loro la via delle beatitudini ad essere segno di alleanza con lo sguardo rivolto all’umanità. Li invia ad essere un segno che non s’impone, ma contagia e attrae. La comunicazione della fede, come incontro con Cristo, non è opera di indottrinamento ma di testimonianza, di fascino, di gioia: “risplenda la vostra luce davanti agli uomini, perché vedano le vostre opere buone e rendano gloria al Padre vostro che è nei cieli”

Sale e luce sono immagini di qualcosa che è presenza discreta, che non si nota ma sta a servizio di una realtà più grande, è per altri. Permeano la vita ma in modo nascosto a servizio di una realtà più grande. Parlano così della vita dei discepoli: anch’essi sono inviati a ‘stare dentro’ alla realtà, a non fuggire o essere indifferenti e distanti. Essere sale e luce è così seguire la via di Gesù che si fa solidale con la nostra storia. I discepoli lo potranno essere solamente se seguono lui povero, mite, misericordioso, operatore di pace, perseguitato, e sapranno fare con Lui esperienza di quella felicità presentata nelle beatitudini – che non elimina problemi e difficoltà – ed è affidamento nel rapporto con lui.

Stare dentro le realtà come segno di un’amicizia al cuore della vita: è l’incontro con il Dio umanissimo che si prende cura dei piccoli: a questo siamo chiamati nel vivere la sequela di Gesù. Sta qui racchiuso un tratto della comunità che Gesù voleva: non preoccupata di se stessa, della propria grandezza di visibilità e di numeri, ma capace di ascoltare la sete di una umanità ferita e in ricerca ponendosi a servizio. Ricca solo di quel sale e di quella luce che non vengono dalle proprie forze ma da una relazione con Dio luce, da un dono di incontro e amicizia.

La prima lettura offre altre indicazioni importanti perché nelle tenebre brilli la luce: Isaia innanzitutto critica un tipo di religiosità che annulla il senso profondo del rapporto con Dio, la religiosità magica, vissuta in modo individualistico nella pratica di un culto separato dalla vita per ingraziarsi un Dio lontano.

Indica i tratti di una spiritualità diversa a cui Gesù stesso si riferisce: “brillerà la luce… se toglierai di mezzo a te l’oppressione”. Essere luce si concretizza nello sciogliere le catene, nel rompere i vincoli che tengono le persone schiave incapaci di libertà e crescita personale, è sguardo agli altri, impegno storico di vicinanza, di liberazione.

Nella pagina di Isaia è indicato anche un altro modo di essere luce, quello della condivisione: “nel dividere il pane con l’affamato, nell’introdurre in casa i miseri…”. “La tua luce sorgerà come l’aurora” se nella vita vi sarà condivisione. La fame, l’impossibilità di poter accedere al minimo per sopravvivere è terribile schiavitù e frutto di una ingiustizia contro cui lottare. E c’è anche una fame profonda del cuore a cui porre attenzione: “se sazierai l’afflitto nel cuore”. Il sogno di Dio sull’umanità, a cui i discepoli di Gesù sono inviati è un mondo in cui per tutti vi sia da mangiare e s’impari a condividere nell’ascolto delle sofferenze degli altri.

Alessandro Cortesi op

img_2449(Roma, chiesa di Santa Sabina)

Parole buone

Ci sono parole che curano, ci sono le parole della solitudine, ci sono le parole dei volti e ci sono le parole pesanti difficili: quelle del medico di fronte ad un paziente, degli amici accanto ad un malato. Ci sono le parole da leggere nei comportamenti incomprensibili degli adolescenti, e quella da scorgere nelle taciturne chiusure di chi è ferito, in segni ardui da decodificare. Ci sono le parole delle emozioni di chi ha subito traumi e violenza, ci sono le parole dell’ombra e quelle della luce. Ci sono le parole non dette che pure popolano le quotidianità dei rapporti e degli incontri.

Interrogarsi sulle parole diviene urgente oggi quando la comunicazione di tipo virtuale sta invadendo il nostro modo di comunicare. La facilità di invio di messaggi, il fascino dell’essere sempre connessi, ad ogni ora del giorno e della notte, in una rete che collega presenze lontane o vicine sta generando un genere inedito di comunicazione. Tante parole si incrociano, gettate, proferite, non pronunciate di fronte a volti, ma lanciate in uno spazio immateriale senza confini. Spesso sono parole dette nell’anonimato o con profili artefatti e illusori, in modo immediato e per lo più irriflesso.

Tanta aggressività e autentica violenza che percorre le nosre società trova un primo terreno di coltura proprio nell’arbitrio esercitato in uno spazio immateriale in cui non vi è apparentemente alcun limite, né fisico né di altro genere.

Le parole di odio seminate senza pensarci, le parole di notizie non verificate, le parole generatrici di sentimenti e opinioni senza fondamento, le parole che uccidono lanciate come pietre su persone indifese, le parole della calunnia o del dispregio: sono tutte queste le parole che si affollano e si moltiplicano, ridotte a chiacchiera. Talvolta sono parole ridotte quasi  a primordiali urli disarticolati, o ragionamenti cavilosi in cui regna solo l’aggressività e l’offesa e viene meno lo sguardo all’altro, il rispetto, come stare di fronte riconoscendo la dignità di un volto. Si assiste così ad una profluvie di parole, ad un eccesso anche di parlarsi in cui sempre meno si genera però il fiorire di relazioni. Chi ha praticato la comunicazione in rete suggerisce la pratica sana dell’interruzione del passaggio dal virtuale al reale. Ma davanti allo schermo di computer o di uno smartphone c’è sempre qualcuno, una persona che ha sentimenti e vive una storia. Allora, dove e come incontrare parole che curano?

A partire dall’esperienza di uno psichiatra che cerca di sondare i territori della comunicazione Eugenio Borgna s’interroga sulla parola. “Le parole non sono di questo mondo, sono un mondo a se stante, ma sono anche creature viventi, e di questo non sempre siamo consapevoli nelle nostre giornate divorate dalla fretta e dalla distrazione, dalla noncuranza e dalla indifferenza, che ci portano a considerare le parole solo come strumenti, come modi aridi e interscambiabili di comunicare i nostri pensieri. Ma le parole che ci salvano non sono facili da rintracciare, e come diceva Marina Cvaeteva, la grande scrittrice russa dilaniata dalla solitudine e dal dolore (le lettere meravigliose che ha scambiato con Rilke si leggono ancora oggi con lo stupore nel cuore), faticoso e febbrile è il lavoro necessario nel trovare parole che facciano del bene. Ma come trovare, e come rivivere, le parole che salvano, e creano relazione? La salvezza non può venire se non dall’ascolto, dall’ascolto del dicibile e dell’indicibile, che ci dovrebbe accompagnare in ogni momento della giornata, e in ogni situazione della vita” (Eugenio Borgna, Parlarsi. La comunicazione perduta, Einaudi 2015, 12-13).

L’affermarsi della comunicazione digitale ha comportato una diffusione di massa di conoscenze e di dati. Ha riempito le memorie di computer e ha in certo modo realizzato l’utopia di una biblioteca universale ‘a disposizione di mouse’ nei motori di ricerca e nelle banche dati. Ma l’infinità di parole (e immagini) che riempiono depositi di memoria, sono solamente flussi di dati che richiedono di essere verificati, intrecciati, posti insieme, interpretati. Hanno bisogno della messa in atto di una capacità di memoria non come deposito ma come attività e dinamismo interiore, che sappia porre in relazione e generi pensiero e scelte. Tutto questo richiede un tempo, il tempo della ricerca, il tempo della raccolta e della crescita. E’ questo il tempo di maturazione di critica e libertà, che viene negato dalla velocità richiesta dall’immediatezza dell’informazione in tempo reale.

Quanto oggi è più urgente da custodire è piuttosto la pazienza della costruzione. Questa esige la lenta formazione di parole che non siano frutto di tempi ridotti all’istante, ma esito di lento interrogarsi, di domande che hanno bisogno della mediazione di un ‘frattempo’, del rimanere in silenzio, senza risposte immediate. In questo contesto quante volte anche le parole della fede vengono ridotte a chiacchiera per corrispondere ad una comunicazione della fretta e dell’immediatezza o nella preoccupazione di raggiungere obiettivi indicati come il numero di ‘click’ o dei ‘like’.Dove e come cercare e incontrare parole che curano?

Viviamo un quotidiano in cui viene sempre meno la capacità del silenzio, del riflettere che anticipa sempre un parlare impastato di vita e che segue ogni parola significativa e profonda: “La parola e il silenzio si intrecciano l’una all’altra nel generare e nel ricostruire le premesse a una comunicazione che si allontani da quella delle chiacchiere quotidiane, e si avvicini alle esperienze fondamentali della vita: quelle che hanno come loro oggetto il tema delle attese e della speranza, del dolore e della malattia, del vivere e del morire…” (ibid. 30)

C’è una oppressione che si fa presente e viva oggi nelle parole svendute, nelle parole di violenza lanciate come pietre, nelle parole inutili provenienti da quel chiasso scomposto che popola ogni istante all’esterno e che trova riflesso in una irrequietezza interiore incapace di arrestarsi e ascoltare il suono del silenzio.

Il profeta, uomo della parola, coglie come oppressione s’identifica anche con un parlare senza senso del limite (empietà come arroganza e presunzione): dire parole buone è gesto esigente di un andare incontro all’altro nella sua fame e sete: “Se toglierai di mezzo a te l’oppressione, il puntare il dito e il parlare empio se aprirai il tuo cuore all’affamato, se sazierai l’afflitto di cuore, allora brillerà fra le tenebre la tua luce, la tua tenebra sarà come il meriggio”

Pochi giorni è giunta la notizia della morte di Christian Albini, all’età di 43 anni, un cristiano, un marito, un padre, un giovane,  insegnante di religione, responsabile del Centro di spiritualità della sua diocesi di Crema, innanzi tutto testimone di una fede ricca di apertura e di pensiero. Da anni, oltre a scrivere libri e su riviste (“Jesus” tra le altre), in particolare curava un blog a cui aveva dato il titolo “Sperare per tutti”. Era impegnato nel promuovere riflessione teologica legata alla vita con l’intento di ricercare nel nostro tempo ‘parole buone’ – come amava dire – capaci di edificare. Sperare per tutti nella ricerca di parole buone… Ho sempre apprezzato questa impostazione della sua ricerca e testimonianza, che respirava di un’attitudine serena sul mondo, gli altri, la chiesa, le vicende della vita: un’eredità preziosa, nel suo ricordo, per continuare a cercare e comunicare parole che curano.

Alessandro Cortesi op

 

XXVIII domenica tempo ordinario – anno C – 2016

img_0843_22Re 5,14-17; 2Tim 2,8-13; Lc 17,11-19

“Naaman siro scese e si lavò nel Giordano sette volte e la sua carne ridivenne come la carne di un giovinetto: egli era guarito”

Naaman, un ufficiale di provenienza siriaca, straniero al popolo d’Israele è un lebbroso guarito dal profeta. Eliseo non chiede a lui alcun gesto eccezionale solamente quello di scendere a lavarsi sulle rive del fiume Giordano. Chiede ascolto insieme ad un gesto ordinario simbolo di pulizia e purificazione. Naaman guarì. Preso da meraviglia chiede di portare con sé alcuni sacchi di quella terra santa perché si rende conto della grandezza del dono ricevuto e della preziosità di quel luogo. Si apre con cuore di povero alla consapevolezza di essere guarito perché una presenza più grande avvolge la sua vita: una presenza che sta dentro la terra. Per questo chiede di portare via un po’ di terra: ‘Ora so che non c’è Dio su tutta la terra se non in Israele’. Mentre c’erano tanti lebbrosi in Israele in quel tempo il profeta Eliseo si fa tramite di una guarigione che tocca Naaman, un uomo venuto da lontano, uno straniero (cfr Lc 4,27).

La vicenda di Naaman rimane un riferimento importante. Luca quando narra il primo annuncio di Gesù nella sinagoga di Nazaret lo ricorda: Gesù annuncia la sua missione di vicinanza ai poveri senza limiti ed esclusioni. Così pure Luca rinvia a quel gesto di Eliseo quando racconta dell’incontro di Gesù con dieci lebbrosi: la salvezza è per tutti e può sgorgare dal cuore umano, senza esclusioni. Gesù è uomo libero che nell’incontro si lascia stupire dalla fede che salva.

“Vennero incontro a Gesù dieci lebbrosi i quali, fermatisi a distanza, alzarono la voce dicendo: ‘Gesù maestro, abbi pietà di noi!… Uno di loro, vedendosi guarito, tornò indietro lodando Dio a gran voce; e si gettò ai piedi di Gesù per ringraziarlo. Era un samaritano”.

Anche qui si parla di guarigione. La lebbra, malattia che racchiudeva tutte le forme di patologie della pelle, era considerata in Israele una sorta di castigo di Dio, vista come malattia pericolosa (cfr. Lev 13-14). I lebbrosi erano costretti a vivere in condizioni di marginalità e lontananza Per questo: ‘fermatisi a distanza, alzarono la voce’. Il lebbroso non solo era un malato, ma era considerato come un uomo segnato dall’esclusione: da tener lontano dal consesso umano e lontano da Dio stesso. Gesù si comporta come uomo libero, supera barriere e distanze imposte da regole igieniche e religiose.

Luca è particolarmente attento a sottolineare i gesti di Gesù verso i malati: Gesù non ha timore di entrare a contatto, fino a toccare un lebbroso contro ogni regola (Lc 5,12-16). Nell’incontro con i dieci li invita ad affidarsi ad una promessa. Li ascolta nella loro richiesta e li invia presso i sacerdoti. Gesù è presentato da Luca come nuovo profeta, come Eliseo: solamente invita ad ascoltare una parola. Mentre obbediscono alla sua parola si compie per loro la purificazione. Dietro a questo termine usato da Luca è da scorgere come quell’invito di Gesù genera un’accoglienza un superamento della distanza in cui i lebbrosi erano tenuti rispetto a Dio. Non sono più impuri ma puri. E questo passaggio è evidenziato dalla guarigione. Solamente uno dei dieci, poi, ‘tornò lodando Dio a gran voce’, gettandosi ai piedi di Gesù per ringraziarlo. L’unico che ritorna diviene sotto la penna di Luca l’esempio del credente. Loda Dio perché ha sperimentato l’aprirsi della sua vita ad una dimensione nuova. E Luca, ora, precisa: ‘Era un samaritano’. Non era solamente lebbroso, ma anche straniero: doppiamente escluso e lontano dalla salvezza.

Lo straniero, che sperimenta il superamento della sua condizione di escluso e impuro, è l’unico che ripercorre il cammino per ringraziare. Vive nel suo cammino i due atteggiamenti propri del credente, dire il bene e ringraziare. Riconosce in Gesù l’agire di Dio e per questo dà gloria a Dio. Gesù riconosce la fede e lo invita ad andare: ‘Alzati e và, la tua fede ti ha salvato’. Tutti gli altri furono guariti in quanto ‘purificati’ dalla lebbra, ma solo lui, lo straniero fece l’esperienza di essere ‘salvato’, nel vivere l’apertura all’agire di Dio nelle parole e nei gesti di Gesù. Il Dio ‘Altro’ e straniero si fa incontro a noi nell’incontro con i volti di ogni ‘altro’ che incrocia la nostra strada.

Alessandro Cortesi op

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(Taccuino Sanitatis, Casanatense, XIV sec.)

Curare

Sin dall’antichità la cura della malattia ha spinto alla ricerca sulle cause delle infermità umane e sui rimedi possibili ai diversi mali. La malattia che giunge improvvisa, come forza sconosciuta che si diffonde in modo dilagante ha attirato l’attenzione e ha generato le più angoscianti paure. Dalle narrazioni di Tucidide della peste  nel Peloponneso nel 430 a.C, passando per il Decamerone di Boccaccio scritto nei tempi della peste nera a Firenze del 1348, sino a Manzoni che ricorda la peste del 1630, e ad Albert Camus la letteratura ha recato testimonianza dell’esperienza della malattia nella storia umana. Così anche l’arte ha condotto a raffigurazione l’attività del curare in rappporto al male che procura la morte. E’ una lotta tra la morte e la vita in cui malato, persone vicine che assistono e la presenza di chi cura, dei medici, sono tutte presenze in relazione.

Un passo decisivo nel sorgere della scienza medica si ha con la dissezione dei corpi e gli studi anatomici. Nel più antico teatro anatomico d’Europa nell’università di Padova, costruito nel 1594, si legge un’iscrizione che rinvia alla ricerca come orientamento a far crescere e fiorire la vita: hic est locus ubi mors gaudet succurrere vitae: Questo è il luogo in cui la morte gioisce nel porsi a servizio della vita.

Théâtre-anatomique-Padoue.JPGNel suo dipinto La lezione di anatomia del dottor Tulp del 1632 Rembrandt ha offerto una raffigurazione di tale passaggio decisivo per il sorgere di una scienza medica. Gli sguardi intensi dei discepoli del dottor Tulp, i gesti precisi e autorevoli delle mani che da un lato mostrano e dall’altro offrono spiegazione della configurazione anatomica di un braccio e della mano, convolgono lo spettatore in un sentimento di ammirazione, di interesse e fiducia per la ricerca e per questa osservazione sui corpi.

Rembrandt lezione di anatomia del dr Tulp 1632.jpg

Le risorse della scienza tuttavia erano assai limitate e scarsi erano gli strumenti  di diagnosi atti ad offrire cure in rapporto ad una conoscenza approfondita delle diverse patologie. Come ricaviamo dalle delicate descrizioni fissate dal pennello di Jan Steen, artista olandese attivo soprattutto negli anni tra il 1660 e 1670 la visita del medico è presentata in un aura di solennità pur nel quadro di ambientazioni domestiche e quotidiane. Il suo profilo è quello di un personaggio autorevole, i suoi gesti sono delicati: dalle persone malate e dai vari componenti della famiglia è guardato con ammirazione e stima e nei confronti dei pazienti si china con delicatezza.

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Jan_Steen_the Doctor's visit 1660-1670.jpg

SteenThe sick woman 1663-1666 Doctor_and_His_Patient-1.jpg Il suo sentire il polso o esaminare il colore delle urine sono alcuni gesti che indicano la ricerca di segni per scorgere rimedi alla malattia. Nel dipinto La malata d’amore, il medico forse coglie più per la sua sensibilità psicologica che non da altri indizi le ragioni del deliquio della giovane nobildonna.

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Francisco Goya (1746-1828) nel dipingere una sua opera  in ringraziamento al dottor Arrieta (1820) che gli ha salvato la vita, ne raffigura il volto che traspare preoccupazione, senso di impotenza e compassione mentre porge allo stesso Goya, che presenta il suo autoritratto mentre è spossato dalla febbre, un bicchiere per bere.

Francisco Goya autoritratto con il Dott. Arrieta 1820.jpg

Pablo Picasso (1871-1973) in un dipinto che risulta essere una sua opera giovanile, dipinta all’età di circa sedici anni, propone un suo sguardo sul significato della cura. Al capezzale di una donna malata è posta la figura del medico – forte è il contrasto tra il colore livido delle mani della malata e quelle del medico  – che con attenzione e rigore sta controllando il battito cardiaco. Dall’altro lato in piedi una suora della carità è raffigurata secondo i canoni della classica presentazione della virtù della carità come donna con in braccio un bambino che sta porgendo forse una bevanda calda come ristoro. Due figure che divengono paradigmi e metafore di scienza e carità appunto. Il titolo del dipinto è ‘scienza e carità’ e offre uno squarcio sulla compresenza nella cura di competenza scientifica e vicinanza umana e compassione.

Pablo Picasso 1897 scienza e carità 16 anni.jpg(Pablo Picasso, scienza e carità)

Ma è forse lo sguardo umoristico e disincantato di Norman Rockwell (1894-1978) artista e ilustratore statunitense, che può condurre al sorriso nel fissare l’espressione dei volti del ragazzo forse costretto alla prima sua visita dall’oculista, mentre il suo pensiero è rivolto alla partita di baseball che l’attende, o al bambino, in visita dal medico, attirato dal diploma di specializzazione incorniciato sulla parete verso il quale manifesta curiosità, e, forse, dubbio, sulle competenze del suo dottore…

  1956-the-optician.jpg(Norman Rockwell, The optician 1956)

Norman rockwell.jpg(Norman Rockwell, The patient 1959)

Alessandro Cortesi op

(Cfr. L’evoluzione della medicina nella storia dell’arte: https://www.youtube.com/watch?v=SKBl0Yk1erU)

XXVII domenica tempo ordinario – anno C – 2016

img_1834Ab 1,2-3; 2,2-4; 2Tim 1,6-8.13-14; Lc 17,5-10

“Fino a quando Signore implorerò e non ascolti, a te alzerò il grido ‘Violenza!’ e non soccorri? Perché mi fai vedere l’iniquità e resti spettatore dell’oppressione?” Queste parole cariche di angustia, di sentimento di impotenza, aprono il libro di Abacuc.

Il profeta si trova ad essere spettatore impotente di una realtà di ingiustizia e di illegalità, addirittura di stravolgimento della legge per cui crimini efferati e violazioni sono attuati in nome della stessa legge, che difende azioni inique. “Non ha più forza la legge né mai si afferma il diritto. L’empio infatti raggira il giusto e il giudizio ne esce stravolto”. Queste parole sono anche una sfida rivolta a Dio stesso. Il profeta rivolge una domanda ‘fino a quando?’ nello stare davanti a Lui. E’ anche attesa: ci sarà un limite o la situazione di iniquità è senza limite?

Abacuc riprende la sfida di Giobbe e allarga la visuale: si interroga sulle sofferenza collettiva che coinvolge i popoli. La domanda che egli pone è tale da mettere in discussione la fede nell’esistenza stessa di un Dio buono e santo. Questa domanda disorienta ogni sistema teologico costruito in modo tale per cui tutto è spiegabile e chiaro. E’ domanda che rimane sospesa.

La voce di Abacuc esprime il dramma al cuore dell’esperienza stessa della fede, reca in sé stessa il coraggio di affrontare tutto ciò che è scomodo, difficile, e fa tremare e vacillare. E’ coraggio di prendere sul serio il dramma e l’attesa della storia e del mondo. E’ indicazione di un modo di vivere la fede in cui lo sguardo agli altri, il farsi carico della vicenda di popoli e del mondo non è realtà estranea al rapporto con Dio.

Questo grido ‘fino a quando? …’ è parola di Dio. E’ una resa di fronte a ciò che non può avere spiegazione: la sofferenza dell’innocente rimane scandalo e oscurità. Lascia spazio al non comprendere, è espressione del dolore e dell’incapacità di mettere insieme la fiducia nel Dio buono e giusto con la corruzione e la violenza dilagante. Il libro di Abacuc invita a non risolvere tutto con facili esortazioni. Conduce a vivere lo stare davanti al Dio d’Israele nella debolezza della fede.

Abacuc presenta una risposta da Dio nella visione: essa attesta che l’ingiustizia non è la parola definitiva senso della storia, ma il disegno di Dio è diverso. Tale situazione avrà un termine. Al giusto che sa guardare oltre e lontano è data possibilità di rimanere fedele nelle contraddizioni del presente. Gli è proposta una visione ampia che nutre il coraggio della fedeltà: “È una visione che attesta un termine, parla di una scadenza e non mentisce; se indugia, attendila, perché certo verrà e non tarderà. Ecco, soccombe colui che non ha l’animo retto, mentre il giusto vivrà per la sua fede”.

Emerge qui la figura del ‘giusto’. Non si tratta di qualcuno che appartiene ad una sistema religioso, è piuttosto indicazione di chi agisce secondo umanità. E’ colui che ascolta il grido delle vittime e si prende carico di chi soffre: i suoi gesti sono in linea con l’agire del Dio d’Israele.

La sfida del credere è vivere il presente, con il cuore rivolto a Dio: il credere non esime dalla domanda, dalla crisi, dal dubbio. Nel vangelo di Luca credente è colui che vive in situazione di implorazione e di ricerca. ‘Aumenta la nostra fede’ è infatti l’invocazione che esprime la sua esistenza. Chi crede rivolge la sua vita a qualcuno, nella povertà. Riconosce la propria incapacità e debolezza; vive attesa e fatica. Il suo cammino non è esente da problemi, contraddizioni, difficoltà. Si confronta con le drammatiche domande della storia e della vita. Non è tolta la fatica di pensare e chi crede vive nel rischio della fede: è segnato continuamente dal pensiero che il suo cammino sia una illusione inutile.

Il cammino del credere non una questione di appartenenza culturale o di dottrina. E’ piuttosto coinvolgimento della vita in un movimento, in un andare. Prende inizio da una forza interiore che invita e spinge che è scoperta in atto nella vita e nella storia. E’ realtà piccola invisibile, forza che viene da altrove, è piccola. E’ come la crescita di un granellino di senapa, il più piccolo di tutti i semi.

Luca nel suo vangelo assimila il credente a chi serve a tavola. Risponde ad un incarico affidatogli. Il senso della sua vita e del suo agire sta nella relazione con qualcuno; non accampa diritti e pretese, ma riconosce di essere ‘semplice servo’ (non ‘inutile’, ma unicamente servo), di aver compiuto quel che gli era stato richiesto.

Nell’immagine di chi vive con profondità il servizio, che agisce e attende, l’accento non sta sul rapporto servo-padrone. Vivere la fede non è un rapporto di servi nei confronti del padrone. Gesù riprende un’esperienza del suo tempo: nell’attitudine del servire è nascosto un paradigma fondamentale della sua stessa vita. Di se stesso Gesù dice: ‘sto in mezzo a voi come colui che serve’. Lo dice – nel vangelo di Luca – nel contesto dell’ultima cena. Gesù diceva questo guardando a chi serviva a tavola, probabilmente compito delle donne. Esse divengono esempio del credente autentico. Attitudine propria di chi crede è l’ascolto, la coscienza della propria povertà esistenziale. Così pure la percezione di essere chiamato ad un impegno che conduce ad affidarsi, a vivere di fiducia.

Alessandro Cortesi op

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Semplicità

“Il beato padre Francesco, ricolmo ogni giorno più della grazia dello Spirito Santo, si adoperava a formare con grande diligenza e amore i suoi nuovi figli, insegnando loro con principi nuovi, a camminare rettamente e con passo fermo sulla via della santa povertà e della beata semplicità”. (Tommaso da Celano, Vita prima di san Francecso, XI 26). Così Tommaso da Celano, nel suo ritrarre Francesco d’Assisi, parla di lui sottolineando la capacità di essere educatore di altri con uno stile di semplicità.

Semplicità del cuore indica una attitudine che non ha nulla a che fare con l’impreparazione, la superficialità o la spontaneità senza riflessione. Per Francesco semplicità è impegnativo cammino di ricerca di ciò che è essenziale nell’esistenza. E’ tensione a non farsi distrarre nell’ascolto di una presenza di Dio che si fa vicina nella natura e nelle persone. Com’è racchiuso nella sua etimologia  – ‘sine plica’ – semplicità è essere senza pieghe, liberati da quegli ostacoli che impediscono di custodire e ricercare ciò che è realmente più importante e rischia di essere perso di vista o soffocato. La via della semplicità è quella dei poeti che non si lasciano sommergere dalle troppe parole, ma cercano di liberarsi dall’appesantimento di parole inutili,  e da quelle superflua per cercare parole vere. Il loro lavoro consiste nella faticosa concentrazione sull’essenziale, nel liberarsi da pesi inutili e dalla complicazione che impedisce di orientarsi. “Non dobbiamo essere sapienti e prudenti secondo la carne, ma piuttosto dobbiamo essere semplici, umili e puri” (Epistola ad Fideles II, 45)

Il modo di pregare e di contemplare di Francesco, e il suo modo di agire possono essere riassunti nell’attitudine di semplicità. Essa comporta un decentramento, la disponibilità ad uno sguardo non centrato su di sé, ma aperto all’altro. Semplicità si incontra con umiltà, con la scelta di stare legati alla terra della propria vita. Partecipi di una vita più grande di cui respirare l’ampiezza, e sensibili ad accontentarsi di poco. La semplicità è attitudine di chi non ha bisogno di troppe cose, e non ne diventa schiavo, ma di chi sa godere di tutte le cose belle e utili vivendo la leggerezza di liberarsi dal superfluo, di ciò che appesantisce e impedisce di muoversi.

E’ la semplicità scoperta con gioia da Francesco. Un brano della ‘Leggenda dei tre compagni’ ne è testimonianza: “Ma un giorno, mentre ascoltava la Messa, udì le istruzioni date da Cristo quando inviò i suoi discepoli a predicare: che cioè per strada non dovevano portare né oro, né argento, né pane, né bastone, né calzature, né veste di ricambio. Comprese meglio queste consegne dopo, facendosi spiegare il brano dal sacerdote. Allora, raggiante di gioia esclamò: E’ proprio quello che bramo realizzare con tutte le mie forze! E fissando nella memoria quelle direttive, s’impegnò ad eseguirle lietamente … Mise tutto il suo entusiasmo a bene intendere e realizzare i suggerimenti della nuova grazia. Ispirato da Dio, cominciò ad annunziare la perfezione del Vangelo, predicando a tutti la penitenza, con semplicità”. (Leggenda dei tre Compagni, 25)

Si può trovare traccia nelle parole della regola non bollata sul modo concreto in cui Francesco intendeva la semplicità. Si delinea lo stile chiesto ai suoi frati, ma che può essere stile di ognuno che si scopre nella vita servo semplice (e non inutile) in relazione con altri:

“Tutti i frati cerchino di seguire l’umiltà e la povertà del Signore nostro Gesù Cristo, e si ricordino che nient’altro ci è consentito di avere, di tutto il mondo, come dice l’apostolo, se non il cibo e le vesti e di questi ci dobbiamo accontentare. E devono essere lieti quando vivono tra persone di poco conto e disprezzate, tra poveri e deboli, tra infermi e lebbrosi e tra i mendicanti lungo la strada”. (Regola non bollata,  IX, 1-3)

C’è una semplicità da coltivare e riscoprire in un contesto culturale in cui prevalgono attitudini di conquista e di dominio, in cui la vita si trova appesantita di tante cose superflue che separano e conducono ad escludere. Semplicità è orizzonte per non  perdere di vista la dimensione dell’agire umano come servizio e aperto alla relazione.

Alessandro Cortesi op

XI domenica tempo ordinario – anno C – 2016

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(acquerello di Silvia Gastaldi)

2Sam 12,7-10.13; Gal 2,16-19.21; Lc 7,36-8,3

Dalla pagina del vangelo proviamo a raccogliere alcuni elementi che ci aiutano ad una riflessione per accogliere il vangelo nella vita.

Il quadro che fa da cornice alla scena narrata da Luca è la casa del fariseo Simone. Lo stare a tavola di commensali per un invito in cui anche Gesù è invitato a mangiare insieme.

Inattesa e improvvisa si presenta l’irruzione di una donna, subito presentata al lettore senza indicazione del nome ma nella sua condizione ‘una peccatrice di quella città’: “Ed ecco, una donna, una peccatrice di quella città, saputo che si trovava nella casa del fariseo, portò un vaso di profumo; [38] stando dietro, presso i piedi di lui, piangendo, cominciò a bagnarli di lacrime, poi li asciugava con i suoi capelli, li baciava e li cospargeva di profumo”. I suoi gesti sono gesti di gratuità, di accoglienza e di amore, propri di chi non considera convenienze sociali da rispettare o pudore da osservare. Sono gesti dello spreco senza calcolo e dell’amore appassionato, fatto di lacrime, carezze, contatto dei corpi.

La narrazione a questo punto fa entrare nel pensiero di Simone: “Vedendo questo, il fariseo che l’aveva invitato disse tra sé: ‘Se costui fosse un profeta, saprebbe chi è, e di quale genere è la donna che lo tocca: è una peccatrice!'”. Si tratta di un giudizio che mira a collocar le persone secondo categorie stabilite, applicando rigide regole di appartenenza: la donna è giudicata come peccatrice, e Gesù, invitato forse per metterlo alla prova e per verificare che tipo fosse, viene rapidamente escluso dall’essere considerato profeta.

A questo punto entra in gioco nel movimento dei personaggi la parola e il gesto di Gesù. Il gesto prima della parola. In quell’invito ‘Simone ho una cosa da dirti…’ si può scorgere una sorta di accompagnamento in disparte dalla tavola, per una comunicazione a tu per tu. Gesù non addita Simone in mezzo agli altri invitati e davanti alla donna stessa accusandolo di essere un giudice chiuso nei suoi pregiudizi, incapace di scorgere i cuori, meschino nella sua mentalità piccolo borghese. Gli indica solamente: ‘ho una cosa da dirti..’. Lo introduce nella delicatezza ad un dialogo che si svolge come pedagogia e accompagnamento a scorgere dimensioni inaudite dell’esistenza: “Gesù allora gli disse: «Simone, ho da dirti qualcosa». Ed egli rispose: «Di’ pure, maestro». [41] «Un creditore aveva due debitori: uno gli doveva cinquecento denari, l’altro cinquanta. [42] Non avendo essi di che restituire, condonò il debito a tutti e due. Chi di loro dunque lo amerà di più?». [43] Simone rispose: «Suppongo sia colui al quale ha condonato di più». Gli disse Gesù: «Hai giudicato bene»”. Gesù ha fiducia che Simone possa ascoltare, lo prende da dove si trova per condurlo un po’ più su…

A Simone Gesù racconta una parabola. Gli parla di cose familiari: una situazione di un creditore e due debitori. Gli fa ricordare forse situazioni vissute direttamente o a lui vicine data la realtà di crisi economica che segnava l’alta Palestina del I secolo e di cui molta gente soffriva le conseguenze. Chi amerà di più di fronte ad un debito condonato? E Simone risponde bene: chi aveva con quel creditore un debito più grande. E’ la legge dei rapporti economici, ed è anche per certi verso la legge della religione dive ci si rapporta a Dio come un grande creditore, con senso di un debito da estinguere. Dietro alla risposta di Simone sta la considerazione che un condono genera riconoscenza, fa passare dalla paura alla serenità, anzi genera sentimenti di benevolenza verso chi ha tolto un peso così pesante. Il debitore di tanti soldi vorrà bene a chi non lo ha costretto ad un pagamento impossibile, anzi lo ha lasciato andare libero. In questa parabola Gesù lascia aperta la domanda, e Simone risponde, ben conoscendo questa logica di economia e di soldi: lui, uomo della legge, sa risponde secondo la logica del dare/avere: ‘amerà di più colui a cui ha condonato di più’.

A questo punto il racconto porta a spostare lo sguardo su di un altro lato: sulla donna rimasta dietro, così come quando si era avvicinata da dietro, sulla donna che aveva il viso rigato di lacrime. E’ Gesù che richiama l’attenzione di Simone e l’attenzione di chi legge su di lei, che ora prende il centro della scena. Ma proprio in questo volgersi è da scorgere un cambiamento di punto di fuga dell’intera prospettiva. E’ uno spostamento richiesto anche a chi ascolta. C’è un ‘volgersi’ da attuare, un convertirsi da una logica religiosa in cui si proiettano le dinamiche umane del dare avere, ad un’altra logica, ad un altro punto prospettico. Ma questo movimento è aperto poco alla volta da Gesù e si dipana attraverso lo sguardo ai gesti della donna. Nel suo silenzio, nelle sue lacrime lei si muove secondo un’altra dimensione.

“E, volgendosi verso la donna, disse a Simone: «Vedi questa donna? Sono entrato in casa tua e tu non mi hai dato l’acqua per i piedi; lei invece mi ha bagnato i piedi con le lacrime e li ha asciugati con i suoi capelli. [45] Tu non mi hai dato un bacio; lei invece, da quando sono entrato, non ha cessato di baciarmi i piedi. [46] Tu non hai unto con olio il mio capo; lei invece mi ha cosparso i piedi di profumo”.

Vedi…tu e lei: Gesù introduce ad un confronto e costringe Simone ad entrare in crisi, ad interrogarsi, lui l’uomo delle definizioni, l’uomo della rigidità della dottrina e della collocazione delle persone tra onesti e peccatori. Una serie di constatazioni smascherano la sua . I gesti della donna, l’acqua offerta, le lacrime versate sui piedi, i baci, l’unzione con il profumo, sono elencati uno ad uno. In ciascuno di essi risuona la delicatezza, il coraggio, la sincerità, la gratuità, proprie di chi in quei gesti si manifesta con un profilo che non è quello della peccatrice, ma è quello di una donna che ama e non ha paura di dire il suo amore, esponendosi nella sua fragilità. E’ paradossalmente libera, lei che era additata e costretta a starsene al riparo da sguardi inquisitori e da parole velenose. Simone è lasciato a rispondere della sua inadempienza: aveva invitato Gesù nella sua casa, ma lo aveva invitato con la distanza di chi vuol mettere alla prova, di chi pensa di essere un giusto ma deve imparare ad amare.

“Per questo io ti dico: sono perdonati i suoi molti peccati, perché ha molto amato. Invece colui al quale si perdona poco, ama poco»”. Queste parole conducono a scostarsi dalla parabola raccontata a Simone: nella storia del creditore e dei due debitori l’amare dipende dall’aver ricevuto un dono. Ora Gesù dice a Simone: questa donna ha amato tanto e per questo le sono perdonati i peccati.

E’ il condono che genera l’amore o l’amore che è forza di ogni dono e contiene già in se stesso il manifestarsi di un volto di Dio che non è prigioniero dei calcoli, dei meriti e dell’efficienza? Gesù, guardando la donna, presenta un percorso che rivoluziona ogni pensiero religioso. “Poi disse a lei: «I tuoi peccati sono perdonati». [49] Allora i commensali cominciarono a dire tra sé: «Chi è costui che perdona anche i peccati?». [50] Ma egli disse alla donna: «La tua fede ti ha salvata; va’ in pace!»”.

I gesti della gratuità della donna sono segni della sua fede e sorgente del perdono, cioè del compimento della sua vita nel senso del dono e dell’incontro. Nei suoi gesti diceva la scoperta di un dono che la precedeva, da cui si era sentita accolta. Lei si manifesta capace di profezia, nello scorgere in Gesù il volto del profeta. Sapeva di essere accolta con la sua storia, con le sue ferite e questo le ha suggerito i gesti dell’amore senza riserve. Sa accogliere teneramente Gesù. In quella casa in cui il fariseo Simone aveva invitato Gesù ma non l’aveva ospitato nel cuore quella donna testimonia la consapevolezza che Gesù la poteva ospitare, lui che non aveva casa dove stare. Lei esprime tutto questo con gesti così umani da farsi espressione dello stile di Dio. Questa sua fiducia è sorgente della vita che lei recava in se stessa nascosta, la vita stessa di Dio. Gesù lo riconosce: la tua fede ti ha salvata. Il perdono di Dio ha i tratti dell’amore che genera ospitalità.

Alessandro Cortesi op

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(Pietro Bugiani 1905-1992)

Gesti quotidiani

Ci sono gesti, gesti quotidiani, che tessono senza far rumore le ore e i minuti nello scorrere dei giorni. Sono i gesti spesso nascosti, silenziosi, invisibili agli occhi di chi non si sofferma a scorgere le pieghe della vita ma è così preso da quanto abbaglia da non saper fermarsi.

Ci sono gesti che profumano di sapienze antiche, conservate nei palmi di mani consumate dal lavoro, che recano i segni e la lenta erosione del tempo. Gesti che sanno delicatamente trattenere in sè l’attenzione a ciò che fa cambiare la vita dal basso, non nella retorica o nella pretesa di apparire di un potere cercato in tanti modi, ma nella cura, nel custodire, nel saper inchinarsi a quanto piccolo racchiude in sè una traccia di oltre e di Altro, nelle nostre fragili esistenze.

Il gesto del custodire il basilico sacro è gesto ricordato da Vandana Shiva in un suo libro in cui parla dei gesti quotidiani delle donne indiane che tengono davanti alla porta di casa un vaso di basilico. E’ questa una pianta di porfumi e aromi, utile per cucinare, ma è anche ricordo, davanti alla soglia, calpestata dall’entrare  e uscire quotidiano, di qualcosa di più grande. Prendendosi cura del basilico quei gesti dell’innaffiare e del rispettarlo  recano in se stessi la cura e la custodia della terra. Sono gesti di riconoscimento della preziosità e del dono della terra. Vi è così  racchiusa una sproporzione: l’attenzione alla terra passa attraverso i gesti quotidiani di rispetto e cura per una piccola pianta.

“noi potremmo trasformare questa immagine in vari modi: ci prendiamo cura della terra andando a piedi invece di utilizzare l’automobile, abbassando la temperatura del riscaldamento in casa e così molti altri piccoli gesti avrebbero una valenza piccola e quotidiana, gesti che devono essere ripetuti giorno dopo giorno per portare frutto. Così è sempre stato nella vita delle donne…. Ma la cosa interesante del basilico sacro delle donne indiane è la sua sacralità: il collegamento del gesto quotidiano con quella dimensione che noi occidentali potremmo chiamare Dio” (A.Gaino, S.De Guidi, Prendersi cura. Di sè, degli altri, di Dio, ed. Gabrielli 2004)

Alessandro Cortesi op

V domenica di Pasqua – anno C – 2016

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(Paolo invia una lettera – Miniatura XII sec. – Biblioteca marciana Venezia)

At 14,21-27; Ap 21,1-5; Gv 13,31-33.34-35

“…dopo aver predicato il vangelo in quella città e aver fatto un numero considerevole di discepoli, ritornarono a Listra, Iconio e Antiochia rianimando i discepoli ed esortandoli a restare saldi nella fede”. Paolo e Barnaba vivono la loro predicazione nell’impegno a rianimare e esortare. E’ l’esperienza della prima comunità ma è anche esperienza di ogni credente, la fatica della prova, la difficoltà e il senso di spaesamento, talvolta di inutilità. Opposizioni esterne e incomprensioni all’interno segnano il cammino. E’ la storia di tutti coloro che cercano di annunciare la parola attuando con coinvolgimento personale le scelte di libertà che la parola stessa suscita. Paolo e Barnaba invitano a stare saldi.

Nella narrazione di Luca è forte l’insistenza sull’affidamento alla grazia di Dio, sul senso di fiducia nel Signore. E’ lui che apre nuove porte e strade e a noi richiede una disponibilità coraggiosa e libera a percorsi ancora inediti: “Non appena furono arrivati, riunirono la comunità e riferirono tutto quello che Dio aveva compiuto per mezzo loro e come aveva aperto ai pagani la porta della fede”. L’agire di Dio è nella linea di apertura, di nuove relazioni e incontri che segnano vie nuove di esperienza della fede.

La pagina dell’Apocalisse orienta lo sguardo sulla nuova Gerusalemme, la città santa nella visione di un nuovo cielo e una nuova terra. Il mare – simbolo di ogni forza del male – scompare e la città assume le sembianze di donna dallo sguardo luminoso pronta ad incontrare il suo sposo, capace di amore. E’ uno sguardo profetico che individua il fine della storia: esito della storia è la vita di una città che è luogo di relazione. L’incontro sarà il punto finale del cammino umano, ma è già germe di vita nuova. La città è costruzione umana, luogo del vivere insieme, incrocio di case strade e piazze dove si intrecciano relazioni… al centro della città, chiamata ‘dimora di Dio con gli uomini’ sta la presenza di colui che è indicato con il nome ‘Dio-con-loro’. Dio con noi è Emmanuele (Mt 1,23; Is 7,14), nome che rinvia alla promessa di Gesù risorto, ‘ecco io sono-con-voi tutti i giorni fino alla fine del mondo’ (Mt 28,20).

La visione di Apocalisse presenta una novità: le cose di prima sono passate, non c’è più la morte né lutto né lamento né affanno e un nuovo mondo è iniziato. Il progetto di Dio di incontrare l’umanità e di vivere la vita piena apre all’incontro e ad una realtà nuova che ha nome ‘pace’: ‘Tripudierò con Gerusalemme, gioirò con il mio popolo; mai più le lacrime mai più il lamento risuoneranno in lei. E costruiranno case e le abiteranno; e pianteranno vigne e ne mangeranno il frutto” (Is 65,19.21).

La pagina del vangelo indica la via che Gesù lascia ai suoi, il comandamento nuovo, alla vigilia della sua morte. Il quarto vangelo legge la morte sulla croce come ‘glorificazione’. Gesù manifesta la gloria di Dio proprio sulla croce: nel luogo del dolore e dell’infamia è rivelato il volto di un amore trasparenza dell’umano e che supera le dimensioni umane: ‘avendo amato i suoi … li amò sino alla fine’. Gesù lascia così ai suoi il nuovo comandamento che riassume e compie ogni altro comandamento: ‘amate come io vi ho amati’. Non chiede solo di seguire un esempio, ma di trovare in lui la forza di amare in questo modo, così pienamente umano da manifestare il volto di Dio stesso. Gesù indica la via dell’amore quale luogo in cui si rende concreto il seguirlo: ‘da questo tutti sapranno che siete miei discepoli, se avrete amore gli uni per gli altri’. Scegliere lo stile di Gesù è testimonianza di lui ed è anche modo per restare in lui: ma questo stare in lui si attua nella relazione che rinvia agli altri. L’incontro con Gesù passa attraverso la via umana dell’incontro e del dialogo, in un amare che ha i tratti dei gesti di Gesù nel dono e nel servizio

Alessandro Cortesi op

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Futuro

In un articolo dal titolo Riprendiamoci il nostro futuro (La Repubblica 20 aprile 2016) Michela Murgia legge le recenti analisi del presidente dell’Inps riguardanti la generazione dei trentenni italiani e ne scorge i segni di una crisi che investe un Paese piegatosi alle logiche di un sistema che ha svuotato la dignità del lavoro e sta togliendo non solo la speranza di una pensione ma lo stesso futuro a generazioni di giovani: “Quegli uomini e quelle donne non sono una generazione perduta, come li ha definiti icasticamente Boeri, perché sono qui, sono vivi, ci camminano accanto e saranno sempre di più: ciascuno è lì coi suoi sogni non realizzati, le scelte che con più sicurezze lavorative si sarebbero potute fare, i figli mai generati per la paura di non avere abbastanza per crescerli e la pensione dei genitori come estremo paracadute. In quella generazione depredata è l’Italia che si è perduta, sacrificando milioni di intelligenze, di idee e di potenzialità all’avidità di una parte del mondo industriale, quello che conta, convinto che la vita di quelle persone non sia una risorsa, ma un costo da abbassare fino a metterlo in concorrenza col più basso salario al mondo. Non è la pensione la speranza perduta dei trentenni: è il futuro.”

Il lavoro (trabajo) con la terra, e il tetto (la casa) sono le tre ‘t’ su cui Francesco, vescovo di Roma, ha richiamato l’attenzione in uno dei suoi discorsi dal tono profetico e di critica del sistema economico dominante: “La Bibbia ci ricorda che Dio ascolta il grido del suo popolo e anch’io desidero unire la mia voce alla vostra: le famose ‘tre t’: terra, casa (techo) e lavoro (trabajo) per tutti i nostri fratelli e sorelle. L’ho detto e lo ripeto: sono diritti sacri. Vale la pena, vale la pena di lottare per essi. Che il grido degli esclusi si oda in America Latina e in tutta la terra. Iniziamo riconoscendo che abbiamo bisogno di un cambiamento. Ci tengo a precisare, affinché non ci sia fraintendimento, che parlo dei problemi comuni a tutti i latino-americani e, in generale, a tutta l’umanità. Problemi che hanno una matrice globale e che oggi nessuno Stato è in grado di risolvere da solo”. (Discorso al II incontro mondiale dei movimenti popolari, 9 luglio 2015, Santa Cruz de la Sierra – Bolivia).

Terra, casa e lavoro sono gli ambiti su cui porre cura per una società in cui vi sia preoccupazione per la vita delle persone in contrasto con un sistema di capitalismo finanziario dove tutto è ridotto a merce secondo l’idolatria del denaro. Erano le medesime istanze di Giorgio La Pira che nella conversione vissuta nell’incontro concreto con i poveri era stato spinto a vivere una spiritualità fatta di scelte orientate a dare volto ad una città in cui le esigenze fondamentali della casa, del lavoro, della salute e delle relazioni fossero i criteri guida: “lavoro per chi ne manca, casa per chi ne è privo, assistenza per chi ne necessita, libertà spirituale e politica per tutti” (da appunti del 1961): “Se io sono uomo di Stato il mio no alla disoccupazione ed al bisogno non può che significare questo: che la mia politica economica deve essere finalizzata dallo scopo dell’occupazione operaia e della eliminazione della miseria: è chiaro! Nessuna speciosa obbiezione tratta dalle cosiddette ‘leggi economiche’ può farmi deviare da questo fine”.

Riprendersi il futuro: è questo un orizzonte che lega insieme fede e vita in un tempo segnato dalla pre-potenza di un sistema che schiaccia le persone privandole di quei diritti sociali che sono la radice della relazione, della possibilità di costruire città come luogo di incontro e di vita comune, soprattutto per i più deboli. Riprendersi il futuro è sfida non tanto a pensare ad una possibile pensione per sé, ma ad un orizzonte solidale di vita insieme contro tutto ciò che disintegra i legami tra persone e generazioni.

Alessandro Cortesi op

II domenica di Quaresima – anno C – 2016

0002.jpgGen 15,5-12.17-18; Fil 3,17-4,1; Lc 9,28b-36

“Venne la parola di Adonai ad Abramo nella visione”. La traduzione letterale del testo può aiutare a cogliere l’esperienza di Abramo. I profeti non solo ascoltano ma in qualche modo ‘vedono’ la Parola efficace di Dio venire incontro a loro, sono perciò veggenti  della Parola (cfr. 1Sam 9,11; 2Sam 24,11; 2Re 17,13): vedono perché coinvolti in un movimento di comunicazione che li prende e trasforma il loro sguardo. Dio stesso è il protagonista. Abramo, chiamato profeta (Gen 20,7) vive questa esperienza di incontro: senza figli chiede a Dio che cosa gli darà e vive la fatica di accogliere la promessa di Dio nella sua vita, la promessa della discendenza.

A questo punto Dio lo condusse fuori: Adonai è il Dio dell’esodo che trae fuori. Conduce Abramo a guardare le stelle. Egli credette al Signore che glielo accreditò come giustizia. Abramo vive un affidamento a Dio nella prova: per questo è il padre dei credenti (cfr. Rm 4,13.16-25). Credere per Abramo è porre in Dio la sua sicurezza, fidarsi di lui lasciando che sia Lui a disporre della sua vita.

Nel secondo racconto di questa pagina ancora Dio è presentato come colui che fa uscire: Ti ho fatto uscire da Ur dei Caldei per darti in possesso questo paese. Dio dona la terra ad Abramo: in questo sta  il segno di liberazione. Chi dona la terra è colui che riscatta dalla schiavitù. È la prima volta che la vocazione di Abramo è strettamente legata al possesso della terra, ma anche alla vicinanza di Dio come quella del parente più vicino.

Al tramonto Abramo è chiamato a porre animali squartati sulla terra, secondo un rito di alleanza tra popoli che stringono un patto. Il gesto di disporre gli animali divisi era seguito dal percorso dei contraenti che dovevano passare in mezzo agli animali. Esprimeva così una sorta di minaccia di ciò che poteva accadere in caso di infedeltà al patto stabilito (Ger 34,17-20). Ma quella notte solamente un forno di fuoco passa in mezzo agli animali. Nell’immagine del braciere fumante e della fiaccola fumante compare un riferimento all’alleanza del Sinai, quando il monte stesso divenne infuocato per la presenza di Dio (Es 19,16; 20,18; 24,17). Il fuoco è simbolo della presenza di Dio, inafferrabile come forza imprendibile e trascendente. Il rito esprime la relazione personale tra chi contrae alleanza. Abramo obbedisce e assiste in silenzio al passare di Adonai. Solamente Dio passa, Abramo sta solo a guardare. Nel fuoco è la presenza di Dio che passa: Dio solo si impegna a rimanere fedele all’alleanza non verrà meno. Per Abramo quella notte fu inizio dell’esperienza della fede come fuoco che brucia e investe nella gratuità la sua vita. La fede è relazione personale, incontro di vita in riferimento alla presenza del Dio della promessa che apre al futuro di una terra verso cui andare. Il Signore concluse questa alleanza con Abramo…alla tua discendenza io do questa terra dal fiume d’Egitto…al fiume Eufrate.

Luca pone il racconto della trasfigurazione dopo la professione di fede di Pietro che risponde alla domanda di Gesù Voi chi dite che io sia? (Lc 9, 20-21). A questo punto, e per la prima volta, è presentata la prospettiva della passione: Il Figlio dell’uomo, disse, deve soffrire molto, essere riprovato dagli anziani, dai sommi sacerdoti e dagli scribi, esser messo a morte e risorgere il terzo giorno (Lc 9, 22).

Gesù si rivolge a tutti: Poi, a tutti, diceva: Se qualcuno vuol venire dietro a me, rinneghi se stesso, prenda la sua croce ogni giorno e mi segua (Lc 9, 23). Luca sta forse pensando alla sua comunità che vive la fatica della fedeltà nel tempo al vangelo. Prendere la croce non è ricerca di sofferenza, ma sequela della via seguita da Gesù, condivisione del suo passare come colui che guarisce e risana. Si tratta di prendere la croce ‘ogni giorno’: è cammino che implica la durata e il saper ogni giorno ricominciare. Non solo i grandi momenti eroici, piuttosto la quotidianità, talvolta monotona e non eclatante dell’esistenza. La pagina della trasfigurazione va quindi letta come annuncio della passione di Gesù, e nel contempo annuncio anche della strada che i discepoli sono chiamati a seguire ogni giorno.

La croce di Gesù non è ricerca della sofferenza. E’ piuttosto via di fedeltà all’amore nel dono di sé. Gesù accetta di andare incontro all’ostilità e alla condanna, contestando l’ingiustizia e la violenza degli uomini in coerenza con tutte le scelte della sua vita. La sua stessa morte può essere letta come fedeltà al disegno di bene e di vita che Dio ha sulla storia.

Dinanzi al rifiuto Gesù decide di continuare il suo cammino nella consegna al Padre e agli altri: una vita spesa per gli altri, un pro-esistere. In una fiducia totale di attuare così la chiamata del Padre, il senso della sua vita: Nelle tue mani affido il mio spirito. La croce è così esito di una scelta di coerenza in un darsi che oltrepassa confini e divisioni di tipo politico e religioso. Luca presenta Gesù nella passione come il testimone, che subisce ingiustizia ma rimane fedele con uno sguardo di bene rivolto a tutti, anche ai nemici. Ha parole di perdono, non salva se stesso ma salva gli altri; dona speranza e salvezza a chi si rivolge a lui con fiducia: ‘oggi sarai con me nel paradiso’. In questo senso Luva presenta in gesù il volto di Dio come misericordia.

La trasfigurazione parla della passione ed insieme della risurrezione: è evento luminoso, esperienza di trasparenza. Mosè aveva il volto trasformato dalla luce nei momenti in cui aveva parlato con Dio faccia a faccia (Es 33,11); di lui si parla come del profeta che parlò con Dio ‘bocca a bocca’ (Num 12,7-8). Così pure Elia aveva incontrato Dio sul monte Oreb (1Re 19). Nello stesso modo si parla qui di Gesù nel suo rapporto con Dio, il Padre: il suo volto è trasfigurato.

Mosè Gesù e Elia, parlano del suo ‘esodo’: la morte di Gesù è evocata come ‘esodo’. Tutta la storia d’Israele sta sotto il segno dell’esodo: nel passaggio dalla schiavitù alla libertà, Israele scopre il volto di Dio come liberatore che fa alleanza. L’esodo di Gesù si innesta nell’esodo del popolo d’Israele e dell’umanità e apre alla vita della chiesa come cammino. Pietro che aveva riconosciuto Gesù il Cristo di Dio (Lc 9,20) è tra i testimoni chiamati a far suo questo cammino: li prese con sé e salì sul monte a pregare…. Sta qui il senso del cammino dei discepoli. Gesù li prende con sé perché si aprano ad incontrarlo in un modo nuovo di intendere la vita. La comunità dei discepoli non sarà un gruppo di potere teso a portare una visione politica e sociale da applicare alla storia ma una comunità di testimoni disponibili a lasciarsi trasfigurare da Lui, a guardare Lui solo che si fa incontrare nell’umanità e nella storia, a seguire la strada di servizio che Lui ha percorso.

Alessandro Cortesi op

 

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La notte di fuoco

Eric-Emmanuel Schmitt è un letterato, drammaturgo, autore di varie opere che hanno avuto un successo non solo letterario e teatrale – e rappresentate in più di cinquanta paesi – ma anche nella loro trasposizione cinematografica: si pensi tra le altre alla deliziosa storia di Monsieur Ibrahim e i fiori del Corano. Più recentemente ha scritto un romanzo dal titolo Il vangelo di Pilato (2000) in cui ripercorre la vicenda di Gesù e gli interrogativi del prefetto romano  rappresentante dell’impero nella Palestina degli anni 20 e 30 del I secolo.

In questi giorni esce l’ultimo suo libro che non è un romanzo ma si connota per essere un testo autobiografico, una narrazione personale e intima del suo percorso di incontro prima con il divino e poi della sua scoperta dei vangeli e di Gesù (Eric-Emmanuel Schmitt, La notte di fuoco, edizioni e/o, 2016).

La narrazione è accattivante perché parte dalla situazione in cui Schmitt viveva, nutrito di studi di filosofia e lontano dall’interrogarsi sul cristianesimo, come egli stesso testimonia: «Ho impiegato molto tempo a pormi il problema del cristianesimo sia perché sono nato alla fine di un secolo che ha accumulato tante guerre e genocidi da proibire ai suoi figli lucidi di credere ancora al bene, sia perché sono cresciuto ateo in una famiglia atea e sia perché ho fatto i miei studi di filosofia in una Parigi divenuta completamente materialista. Non avevo pertanto prestato attenzione alcuna a questa strana storia di un falegname, morto su una croce, costruita da un altro falegname.”

La storia richiama un tempo, il 1989 e un viaggio nelle terre di Algeria. Schmiti partecipa insieme ad un gruppo più vasto del progetto di recarsi nelle terre del massiccio dell’Hoggar in Africa, sulle tracce di Charles de Foucauld (1858-1916) con l’intento di girare un documentario sulla vicenda di questo grande testimone del vangelo che fece del deserto in terra di presenza musulmana il luogo del suo seguire Gesù in una scelta di essenzialità e povertà.

La magia del deserto coinvolge e attrae: “il deserto ci elevava fino ai cieli. Le stelle scintillavano così vicino che avrei potuto coglierle. Pendevano come grosse mele brillanti a portata di mano su quel frutteto chiamato Hoggar. Di notte il Sahara assume un’aria di festa. Mentre sotto il sole infligge l’ascesi, col buio diventa ricco, profuso, generoso, orientale, prodigo di un’orgia di gioielli realizzati dal più pazzo dei gioiellieri, collane, spille, diademi di diamanti, catene d’oro e braccialetti di scintille. Migliaia di stelle ornano lo scrigno di velluto color bistro, e l’argentea luna sovrana, come la regina del ballo, spande tutto intorno la sua imperiosa chiarezza. Ci eravamo allontanati dal fuoco per abituare le pupille alla luminosità degli astri. La terra lugubre amalgamava pianure, dune e rocce in uno stesso crogiolo cinereo. In mezzo ai quei pellegrini avvolti nelle coperte Jean-Pierre, in piedi, ci dava una lezione d’astronomia. Da scienziato all’osservatorio di Tolosa e docente all’università, insegnare in quell’aula stravagante lo faceva vibrare di emozione. Per la prima volta in vita sua poteva indicare una determinata stella con la coda dell’occhio o tracciare col dito sulla lavagna del cielo le linee che formavano una costellazione. Mai Orione, l’Orsa Minore o l’Orsa Maggiore avevano avuto quella consistenza e quella prossimità. In assenza di qualsiasi inquinamento luminoso dovuto alla civiltà il cosmo concedeva i suoi splendori. A me sarebbe bastato contemplarli…”

Tuttavia nello svolgersi di quel viaggio e nel procedere del lavoro avviene l’imprevedibile: Schmitt, allora ventinovenne, perde contatto con il gruppo e si ritrova solo a vagare disperso in un deserto che gli si rivela nei suoi aspetti più inospitali e drammatici. Si trova di fronte al rischio di perdere la vita, nella solitudine. Si scava una buca nel terreno e vi trascorre la notte. Così egli stesso ne narra: “Un giorno, discendendo da una montagna, mi sono messo alla testa della comitiva, impaziente e veloce, senza mai voltarmi indietro, incurante di verificare il tragitto. È capitato quanto, senza dubbio, cercavo: mi sono perduto. Alle sette di sera è piombata la notte, si è alzato il vento, il freddo ha riempito lo spazio, e mi sono trovato solo, a varie centinaia di chilometri dal vicino villaggio, senza né acqua né cibo, consegnato all’angoscia, promesso presto alla morte e agli avvoltoi. Invece di cadere nella paura, ho avvertito, distendendomi sotto un cielo carico di stelle, grandi come mele, il contrario della paura: la fiducia. Durante questa notte di fuoco, ho vissuto un’esperienza mistica, l’incontro con un Dio trascendente che mi placava, mi istruiva e mi dotava di una forza che non poteva provenire da me. Al mattino, come una traccia, in impronta, deposta nel più intimo di me, c’era la fede. Dono. Grazia. Meraviglia. Potevo morire con la fede o vivere con la fede”.

Il giovane drammaturgo conspevole delle sue capacità di pensiero e di scrittura si ritrova meravigliato e trasfigurato, lo sguardo immerso nelle stelle, la sua vita avvolta nel buio della notte nel deserto, nel suo silenzio che non lo impaurisce più come assenza, ma quale atmosfrea che reca il calore di una presenza.

Quella notte si trasforma per lui in una notte di fuoco. In quella notte sotto le stelle che costituiscono il panorama luccicante del deserto, vive l’incontro con l’assoluto che lo immette in una ricerca nuova. Riesce a ricongiungersi con il gruppo nei giorni successivi ma la sua vita è cambiata, segnata da un incontro. Ha vissuto la sua notte di fuoco e come Pascal riconosce il divino che brucia al di là di ogni percorso di ragionamento e di sapere. Blaise Pascal appuntò quel momento del 1654 facendosi cucire nella fodera della giacca quel foglietto memoriale della notte di fuoco, della sua scoperta del Dio di Abramo di Isacco di Giacobbe, Dio dei viventi che solo alla sua morte fu ritrovato.

In questo percorso Schmitt è spinto a fare della sua attività di scrittore il luogo in cui lasciar scorrere una parola che lo attraversa dentro, facendogli maturare una fede che lo poneva in rapporto con i cammini dell’umanità. In qualche modo anche Schmitt mantiene questa esperienza celata in una ricerca che da quel momento lo conduce a divenire curioso dei percorsi religiosi dell’umanità, fino ad accompagnarlo a leggere e rileggere i vangeli e a riconoscere in quell’esperienza del trascendente la presenza del Dio di Gesù.

“A lungo ho tenuto segreta la mia fede. Mi modificava in sordina. Mentre si scavava il suo alveo, la mia percezione del mondo si arricchiva: leggevo libri che spingevano alla spiritualità, sia orientale che occidentale, entravo nel giardino delle religioni dalla porticina di fondo, quella discreta, la porta dei poeti mistici, uomini ritrosi, lontani dai dogmi e dalle istituzioni, che sentono anziché prescrivere. Allo sguardo umanista con cui vedevo le credenze dei popoli si aggiungeva la fiamma interiore, quella che condividevo con individui di tutte le epoche e tutte le latitudini. Si tessevano fratellanze.

L’universo si ingrandiva. Tornato dallo Hoggar, lo scrittore embrionale che sonnecchiava in me da sempre si è seduto al tavolo ed è diventato lo scriba delle storie che lo attraversano. Sono nato due volte: la prima a Lione, nel 1960, e la seconda nel Sahara, nel 1989. Da allora si sono susseguiti romanzi, opere teatrali, novelle e racconti tracciati dalla mia penna sotto un cielo sereno, a volte con difficoltà, spesso con facilità, sempre con passione.

La notte ispirata mi aveva reso armonico: anziché andare ognuno per conto proprio, corpo, cuore e intelligenza vibravano di concerto. L’esperienza mi aveva conferito soprattutto una legittimità. Un talento rimane fatuo se si mette al servizio di se stesso, senza altro scopo che farsi riconoscere, ammirare o applaudire. Un autentico talento deve trasmettere valori che lo veicolano e lo superano. Dato che una sera ero stato il destinatario di una rivelazione, a mio modo di vedere avevo il diritto di prendere la parola…”

Finchè un giorno, nel dialogo con una giornalista, si sente provocato da una domanda che lo raggiunge e suscita in lui una risposta sincera improvvisamente gli fa trovare la forza di di riconoscere ed esprimere la radice della sua ricerca e del suo scrivere:

“«Come mai nelle cose che lei scrive risplendono tanto amore per la vita e tanta pace del cuore?» continuava a ripetere. «Per quale miracolo è capace di affrontare argomenti tragici senza compiacimento né pathos né disperazione?». La conoscevo, la apprezzavo, sapevo che era protestante, e di fronte alla sua insistente lucidità le ho confessato che avevo conosciuto Dio ai piedi del monte Tahat. «Ci ritornerebbe?» mi ha chiesto. «Ritornarci… Perché?». Una volta è sufficiente. Anche una fede è sufficiente. Quando uno si imbatte nella sollecitazione dell’invisibile bisogna che se la cavi con quel che gli è stato regalato. La cosa sorprendente di una rivelazione è che, malgrado la prova provata, si continua a essere liberi. Liberi di non vedere quello che è successo. Liberi di darne una lettura riduttiva. Liberi di allontanarsene. Liberi di dimenticarla. Non mi sono mai sentito così libero come dopo aver incontrato Dio, perché possiedo ancora il potere di negarlo.

Non mi sono mai sentito così libero come dopo essere stato manipolato dal destino, perché posso sempre rifugiarmi nella superstizione del caso. Un’esperienza mistica si rivela un’esperienza paradossale: la forza di Dio non annienta la mia, il contatto tra l’io e l’Assoluto non impedisce che poi l’io torni al primo posto, l’intensità perentoria del sentimento non sopprime affatto le deliberazioni dell’intelletto. «Il supremo passo della ragione sta nel riconoscere che c’è un’infinità di cose che la sorpassano. È ben debole, se non giunge a riconoscerlo». Sennonché spontaneamente la ragione non ha la minima umiltà, bisogna scuoterla. Pascal, razionalista supremo, filosofo, matematico e virtuoso dell’intelligenza, il 23 novembre del 1654 era stato costretto ad arrendersi: verso mezzanotte Dio l’aveva folgorato. Per tutta la vita, di cui ormai aveva scoperto il significato, aveva portato su di sé, nascosto nella fodera della giacca, il racconto sibillino di quella notte, che lui chiamava la notte di fuoco. «La fede è diversa dalla prova. La prima è umana, la seconda è un dono di Dio. Il cuore, non la ragione, sente Dio. E questa è la fede: Dio sensibile al cuore, non alla ragione ». Durante la mia notte nel Sahara non ho imparato niente, ho creduto”.”

Alessandro Cortesi op

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