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XXXIII domenica del tempo ordinario – anno B – 2018

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Dn 12,1-3; Eb 10,11-14; Mc 13,24-32

In tempi di persecuzione sorse in ambito ebraico la letteratura apocalittica, o di rivelazione: utilizzava particolari visioni, immagini e simboli, descrizioni di sconvolgimenti del mondo e del cielo, descrizioni di battaglie e conflitti per parlare della vicinanza di Dio nella prova, del suo rivelarsi. Eventi di angoscia e terrore venivano raccontati, ma all’interno di essi stava un messaggio di speranza e di attesa.

A tale genere di scritti appartiene la pagina di Daniele in cui viene presentata una enigmatica figura, quella del ‘figlio dell’uomo’ in un contesto di sconvolgimento del cosmo e con allusione ad eventi nel tempo ultimo in cui la storia giunge al suo termine.

“In quei giorni, dopo quella tribolazione, il sole si oscurerà e la luna non darà più il suo splendore, e gli astri si metteranno a cadere dal cielo, e le potenze che sono nei cieli saranno sconvolte. Allora vedranno il Figlio dell’uomo venire sulle nubi con  grande potenza e gloria”

Sono molteplici i tratti di questo ‘figlio dell’uomo’: per un lato può essere letto come figura personale, appartenente al mondo di Dio, con funzione di giudice; per altro una figura collettiva, che racchiude una moltitudine e indica così il destino dell’Israele fedele.

Appare nei tempi ultimi, ed ha un potere eterno conferito da un vegliardo. La sua è funzione di giudizio nei confronti dell’umanità e della storia. Il suo regno si differenzia dai tanti imperi che si sono succeduti ed hanno dominato nel corso dei secoli perché durerà in eterno e non sarà mai distrutto. Nel giudizio il male viene definitivamente eliminato, e si attua la vittoria definitiva del bene. I santi sono coinvolti nel compito di giudici della storia (Dan 7,22).

Ad una prima lettura questa pagina può suscitare timore e inquietudine, ma al suo cuore sta un profondo messaggio di speranza. E’ stata infatti scritta nel II secolo a.C. al tempo dell’oppressione di dominatori che imposero ad Israele l’adozione di costumi dei pagani e il rinnegamento della fede.

Il messaggio di speranza è rivolto al popolo con annuncio di una vita oltre la morte, una vita risvegliata in Dio per chi è stato fedele: “Vi sarà un tempo di angoscia, come non c’era mai stato dal sorgere delle nazioni fino a quel tempo; in quel tempo sarà salvato il tuo popolo, chiunque si troverà scritto nel libro. Molti di quelli che dormono nella polvere si risveglieranno: gli uni alla vita eterna e gli altri alla vergogna e per l’infamia eterna” (Dan 12,1-3)

Nel tempo della persecuzione Daniele diffonde un messaggio per resistere e richiamando il valore della fedeltà. L’ultima parola è quella di Dio che affida il potere di giudizio alla figura del ‘figlio dell’uomo’.

La prima comunità cristiana conosceva questa immagine e la utilizzò per indicare Gesù come figlio dell’uomo: davanti a lui si scorge la sua vita come proveniente da Dio e nei suoi gesti è visto l’irrompere dei tempi ultimi.

Gesù indica ai suoi che la storia non è senza orizzonte ma è indirizzata verso un futuro di speranza. Il tempo ultimo non sarà la fine, ma tempo di incontro e invita  scorgere i segni di un’estate vicina. “Dal fico imparate questa parabola: quando già il suo ramo si fa tenero e mette le foglie, voi sapete che l’estate è vicina; così anche voi, quando vedete accadere queste cose, sappiate che egli è vicino, alle porte…”

In queste parole sta racchiusa una promessa e un orientamento al futuro. Gesù promette che tornerà e sarà compimento della novità della risurrezione, la comunione per sempre con Dio e con gli altri: “… sappiate che egli è vicino, alle porte…”. Accogliere la promessa di Gesù apre ad un  futuro che si fa av-venire: è lui, il risorto, che conduce al Padre ed alla comunione.

L’esempio del fico è richiamo allora ad attenzione e responsabilità nel tempo presente: “quando il suo ramo si fa tenero e mette le foglie voi sapete che l’estate è vicina…”. Sin da ora si possono scorgere segni di novità, di fioritura che annuncia una nuova stagione di gioia  disseminati nella storia. Sono segni da scorgere pur nelle contraddizioni e nelle difficoltà del tempo.

Nel tempo della storia già ci sono segni della presenza di colui che tornerà. Nel tempo sta crescendo come seme il ‘regno’: è la presenza stessa di Gesù che ha preso su di sè la storia umana ed inaugura nuovi rapporti umani e Gesù per questo ai suoi chiede di scrutare i ‘segni dei tempi’.

La vita cristiana si pone tra l’attenzione al presente nello scorgere i segni del regno e l’attesa del compimento della promessa. ‘Vieni Signore Gesù’: con questa invocazione le prime comunità esprimevano la loro attesa e la loro speranza. “Il cielo e la terra passeranno, ma le mie parole non passeranno”.

Alessandro Cortesi op

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Tempo

Momo è la protagonista dell’omonimo romanzo di Michael Ende (ed Longanesi 1993, orig. ted. 1973). E’ una bambina vestita con una larga giacca che si presenta in una città senza nome senza conoscere la sua età, forse 8 forse 10 anni, provenendo da un orfanotrofio. Vive in un antico anfiteatro romano. Momo ha un cuore buono e il suo sguardo sa soffermarsi sui volti e cose cogliendo sfumature che fanno vivere: ha capacità di ascolto e un’apertura che suscita la fantasia e genera pace attorno a sè. Nella città senza nome quando qualcuno ha dei problemi diviene usuale l’invito: “Ma va’ da Momo che ti passa!”.

Alcune persone che incontra diventano suoi amici particolare, come Beppo spazzino, da cui apprende l’importanza di spazzare la strada dalle foglie, un colpo alla volta, senza fretta e con pazienza, scorgendo così il senso di ogni momento e di ogni passo nella vita da affrontare con un preciso ritmo: passo- respiro-colpo di scopa-passo-respiro-colpo di scopa. Così Beppo, mentre spazza, nel silenzio dell’alba, lascia spazio ai suoi pensieri che cercano di distanziarsi da ogni falsità. E poi Gigi Cicerone, improbabile guida turistica dell’antico anfiteatro che usa la sua parlantina per proporre storie inventate ai turisti che lo seguono ammirati dal suo cappello con visiera, ed è capace di scherzi e risate spensierate. E così altri tra cui Mastro Hora che abita nella Casa di Nessun Luogo all’interno Vicolo di Mai dove sono collezionati orologi classici, pendole, orologi da taschino, cucù, altri segnatempo di ogni genere e tipo. Lì per andare veloce bisogna camminare piano.

Momo non compie grandi cose, sta in ascolto e diviene poco alla volta presenza che nella città guarisce conflitti, consola, riesce a dar valore a chi sembra non avere nessuna capacità. I ritmi di una vita in cui vi è spazio per pensare agli altri lasciano tempo per la spensieratezza, per il gioco, per il lavoro che accetta i limiti e insieme per la festa.

Tuttavia il clima di serenità è turbato dall’arrivo degli uomini grigi, strani personaggi, vestiti tutti uguali e con il volto oscuro. Il loro progetto, che cercano di attuare con metodi subdoli, è quello di impadronirsi del tempo. Il tempo rubato dagli uomini grigi agli abitanti della città alla fine è il tempo della gratuità e della bellezza, il tempo della cura e delle cose inutili che però danno respiro ai cuori. Gli uomini grigi intuiscono che la presenza di Momo  è la più grave minaccia ala loro strategia di rubare il tempo inducendo alla logica di un consumo senza limiti, ad un’efficienza che non guarda più in faccia le persone,e  le fa divenire struemnti e merce di un grande ingranaggio che mira a far diventare ricchi e al denaro tutto assoggetta. Gli uomini grigi si presentano infatti come agenti della ‘cassa di risparmio del tempo’ e cercano di convincere a risparmiare sempre più tempo. I minuti, le ore, i giorni risparmiati verrebbero restituiti dopo il sessantaduesimo anno con gli interessi.

Ma rubando così il tempo rendono irrealizzabile ciò che è più bello nella vita, che si compie nel tempo perduto, in un gesto gratuito, nella bellezza condivisa, come il tempo impiegato per stare accanto a qualcuno o  solamente ascoltare, o per svolgere il proprio compito quotidiano senza angustia.

“Come voi avete occhi per vedere la luce, e orecchie per sentire i suoni, così avete un cuore per percepire il tempo. E tutto il tempo che il cuore non percepisce è perduto, come i colori dell’arcobaleno per un cieco o il canto dell’usignolo per un sordo.”

La favola di Momo è una riflessione sul senso del tempo. Sul valore del tempo dedicato con gratuità, agli altri, a tutto ciò che fa respirare la vita e che non può essere assoggettato ad una logica di consumo, di dominio, di efficienza e produzione. Il tempo come luogo di incontro e di respiro della vita.

“Esiste un grande eppur quotidiano mistero. Tutti gli uomini ne partecipano ma pochissimi si fermano a rifletterci. Quasi tutti si limitano a prenderlo come viene e non se ne meravigliano affatto. Questo mistero è il tempo. Esistono calendari ed orologi per misurarlo, misure di ben poco significato, perché tutti sappiamo che talvolta un’unica ora ci può sembrare un’eternità, ed un’altra invece passa in un attimo… dipende da quel che viviamo in quell’ora. Perché il tempo è vita. E la vita dimora nel cuore.”

Alessandro Cortesi op

 

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XXII domenica tempo ordinario – anno B – 2018

IMG_E0951Dt 4,1-8; Gc 1,17-27; Mc 7,1-23

“…Perché i tuoi discepoli non si comportano secondo la tradizione degli antichi?” Nel vangelo di Marco i farisei sono presentati come gruppo in forte polemica con Gesù. Per certi versi Marco opera una caricatura della spiritualità farisaica, legata alla Legge, alla fedeltà quotidiana all’alleanza, ad esprimere la fede in atti concreti e visibili. Per certi aspetti il loro impegno era espressione di coerenza e vicino a quanto Gesù stesso proponeva. Ma Marco nell’indicare i farisei sottolinea un modo di opporsi a Gesù proprio di persone religiose, ma che vivono una religiosità centrata su di sé, escludente e incapace di aprirsi al dono di grazia. Marco scorge che vi è un rifiuto della proposta di Gesù che giunge proprio da persone religiose, che non comprendono il suo annuncio e vi si oppongono perché destabilizza un modo di intendere la religione. I farisei divengono così paradigma di un modo di vivere la religione in termini di esteriorità, di egoismo, di preoccupazione per sé e di indifferenza agli altri. Sono chiusi alle sofferenze del prossimo e per loro le norme stanno al di sopra dell’attenzione alle persone. L’osservanza delle prescrizioni, l’esecuzione dei riti, sono così slegati dall’attenzione agli altri. Vi è al fondo una pretesa di stare nel giusto in rapporto a Dio ed una mentalità di autoaffermazione che esclude e si pone in una condizione di autosufficienza e di superiorità.

I farisei criticano Gesù perché i discepoli prendono cibo senza lavarsi le mani, il che era una prescrizione religiosa e igienica. Gesù risponde a questa critica affrontando la questione del rapporto tra quello che Dio vuole da noi e le tradizioni che sono frutto di elaborazione umana. Gesù si oppone decisamente all’ipocrisia: è questo l’atteggiamento raffinato di chi anziché vivere la fedeltà a Dio in rapporti di giustizia pone la sua preoccupazione nell’adempimento di pratiche religiose ritenendo che questo sia tutto. I profeti richiamavano con forza che l’autentico culto doveva essere compiuto nella vita e stare in rapporto ad un impegno concreto di giustizia nei rapporti con gli altri e denunciavano un modo di rapportarsi a Dio che dava spazio al culto, ma senza coinvolgimento del cuore e perdendo di vista il centro della fede come rapporto che coinvolge la vita: “Questo popolo mi onora con le labbra, ma il suo cuore è lontano da me. Invano essi mi rendono culto insegnando dottrine che sono precetti di uomini (Is 29,13).

Il cuore nella mentalità ebraica è il centro della persona. “Smettete di presentare offerte inutili, l’incenso è un abominio per me, noviluni, sabati, assemblee sacre, non posso sopportare delitto e solennità. I vostri noviluni e le vostre feste io detesto, sono per me un peso (…) Le vostre mani grondano sangue. Lavatevi purificatevi, togliete il male delle vostre azioni dalla mia vita. Cessate di fare il male, imparate a fare il bene, ricercate la giustizia, soccorrete l’oppresso, rendete giustizia all’orfano, difendete la causa della vedova” (Is 1,13-17)

Gesù pone la medesima domanda: dove sta il cuore, ossia il centro delle decisioni della persona? Se il cuore sta presso Dio allora il culto dovrebbe risultare un modo di vivere in cui si attua un nuovo modo di relazione con gli altri, e al primo posto sta lo sguardo alle persone a cui Dio, difensore del povero, dello straniero e della vedova, rinvia. Non ci può essere contrasto o dissociazione tra il riferimento a Dio e lo sguardo agli altri, soprattutto a coloro che non hanno sostegni e difese, ai poveri. Gesù smaschera la deviazione di ogni tipo di fariseismo religioso, il trasporre tradizioni di uomini quale esigenza divina divenendo indifferenti alle persone, alla loro sete di liberazione e di vita.

“Trascurando il comandamento di Dio, voi osservate la tradizione degli uomini”: la durezza di queste parole dovrebbe rimanere monito ad ogni tentazione sempre presente di non mantenere il riferimento alla parola di Dio, alla sua richiesta di un culto come giustizia per i poveri, criterio primo e irrinunciabile della nostra esistenza.

C’è un secondo aspetto da cogliere nella risposta di Gesù alla questione sul puro e sull’impuro: “Ascoltatemi tutti e intendete bene: non c’è nulla fuori dell’uomo che, entrando in lui possa contaminarlo; sono invece le cose che escono dall’uomo a contaminarlo”. Bene e male non stanno nelle cose in se stesse. Le cose in se stesse non sono buone o cattive. E’ invece la persona che decide per il bene o per il male nel modo in cui utilizza le cose. .

Così dicendo Gesù dice che tutte le cose in se stesse sono buone ma possono essere utilizzate in vario modo, per il bene o per il male. In sé non hanno radice di male. Tutto viene da Dio e per questo non può esser cattivo o impuro in sé. E’ chiamata in gioco la responsabilità umana che non può essere delegata ad altri. Gesù critica quindi una religiosità che fa rimanere tranquilli perché si osservano alcune pratiche esteriorie  non s’interroga sull’orientamento del cuore. E indica come il rapporto con Dio sia un dialogo vivente in cui non si è mai concluso di domandare cosa è bene davanti a lui e in rapporto agli altri.

Puro e impuro rinviano allora ad una vita di fedeltà a Dio che trova espressione in una prassi che ha radice in un ‘cuore’ rivolto al Signore. Gesù richiama all’interiorità, a quella sorgente profonda da cui ogni comportamento della vita ha origine. Pone ogni persona davanti nella situazione di responsabilità, nell’esigenza di rispondere a se stessa e agli altri, davanti a Dio. E’ un messaggio di libertà e di fiducia perché apre ad accogliere la presenza di Dio, che solo può liberarci dall’egoismo e da ogni tipo di idolatria.

Alessandro Cortesi op

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C’è un tipo di responsabilità a cui oggi siano chiamati in modo particolare, che unisce insieme il rispondere agli altri, in particolare a chi soffre per l’ingiustizia e l’iniqua distribuzione dei beni della terra e la vita stessa del pianeta: è la responsabilità ecologica che si scopre inscindibilmente legata alla responsabilità sociale. I mutamenti climatici in atto stanno dimostrando come un certo modello di sviluppo che viene presentato come elemento di miglioramento delle condizioni di vita dei popoli incide profondamente sugli equilibri ecologici. Così la devastazione della terra, lo sfruttamento senza limite delle risorse, si riflette nello sfruttamento e nell’impoverimento di popolazioni e persone.

Nel Messaggio per la 13ª Giornata Nazionale per la Custodia del Creato che si terrà il 1° settembre 2018 la commissione episcopale per i problemi sociali e il lavoro insieme alla commissione per l’ecumenismo e il dialogo richiamano a Coltivare l’alleanza con la terra.

Ricorda il simbolo dell’arcobaleno di Gen 9,12. L’arco nel cielo richiama il dono della terra come spazio abitabile: Dio promette un futuro in cui l’umanità e gli altri viventi possano fiorire nella pace

In contrasto a questa visione di alleanza e di pace è richiamata la situazione del nostro presente: “Anche gli ultimi mesi hanno visto diverse aree del paese sconvolte da eventi metereologici estremi, che hanno spezzato vite e famiglie, comunità e culture – e le prime vittime sono spesso i poveri e le persone più fragili. Le stesse storie narrate da tanti migranti, che giungono nel nostro paese chiedendo accoglienza, parlano di fenomeni inediti che colpiscono – in modo spesso anche più drammatico – aree molto distanti del pianeta”.

Di fronte all’ampiezza del degrado può insorgere un senso di impotenza e di disperazione. Il Messaggio richiama ad un’attitudine di attenzione e di prevenzione fatta di pazienza e di un quotidiano operare che investe l’ambito politico e le scelte economiche. E viene sottolineato come la cura del creato sia da collegare ad una cura per gli altri, per il popolo e ad una dimensione spirituale: “…la sfida non interessa solo l’economia e la politica: c’è anche una prospettiva pastorale da ritrovare, nella presa in carico solidale delle fragilità ambientali di fronte agli impatti del mutamento, in una prospettiva di cura integrale. Occorre ritrovare il legame tra la cura dei territori e quella del popolo, anche per orientare a nuovi stili di vita e di consumo responsabile…”

“Ma c’è anche una prospettiva spirituale da coltivare: papa Francesco ricorda che “la pace interiore delle persone è molto legata alla cura dell’ecologia e al bene comune, perché, autenticamente vissuta, si riflette in uno stile di vita equilibrato unito a una capacità di stupore che conduce alla profondità della vita” (Laudato Si’, n.225)”.

Tali sfide sono da affrontare con la cura che parte dai comportamenti quotidiani e dalla lucidità nel saper leggere le cause profonde di fenomeni quali il cambiamento climatico e le migrazioni che segnano il nostro presente.

“é importante operare assieme, perché possiamo tornare ad abitare la terra nel segno dell’arcobaleno, illuminati dal “Vangelo della creazione”.

Alessandro Cortesi op

XXXII domenica tempo ordinario – anno A – 2017

IMG_1319.jpgSap 6,12-16; 1Tess 4,13-18; Mt 25,1-13

Le lampade, l’olio e la porta sono le immagini della parabola delle giovani stolte e sagge. Alla fine del suo vangelo nel capitolo 25, prima del racconto della passione e morte di Gesù Matteo raccoglie alcune parabole sulla vigilanza. La missione di Gesù è tutta orientata al regno di Dio. I segni del suo inizio sono già presenti nel suo agire di liberazione. Ma c’è una attesa da maturare. Il regno è il nuovo mondo di rapporti che l’amore di Dio vicino e accolto genera per tutti. Gesù ha manifestato nel suo agire la vicinanza di Dio a chi è ‘pietra scartata’. Ha detto con la sua vita che l’umanità non è più sotto il dominio dell’egoismo, del male e della morte, ma c’è speranza di vita e liberazione per tutti. Il regno è come un seme e il tempo della chiesa è tempo dell’attesa.

La parabola narra di una festa di nozze. La festa e lo sposalizio rinviano alla grande intuizione dei profeti che Dio è sposo e ama il suo popolo Israele con amore appassionato. “Ti farò mia sposa per sempre, ti farò mia sposa nella giustizia e nel diritto, nella benevolenza e nell’amore, ti fidanzerò con me nella fedeltà e tu conoscerai il Signore” (Os 2,18.21-22) “Anche se i monti si spostassero e i colli vacillassero, non si allontanerebbe da te il mio affetto, né vacillerebbe la mia alleanza di pace; dice il Signore che ti usa misericordia” (Is 54,1-10)

Nel rito del matrimonio ebraico la sposa con le amiche attendeva al tramonto l’arrivo dello sposo per iniziare il corteo verso la casa di quest’ultimo dove si svolgeva il banchetto delle nozze. La parabola richiama l’esperienza della festa e fa emergere una contrapposizione tra la luce e il buio: al tramonto è necessario tenere accese le lampade per accogliere lo sposo. Ma il suo ritardo scombina i piani. Giunge il sonno che fa assopire le amiche della sposa. Il sonno è come una forza che impedisce il vegliare. E’ da notare che tutte si addormentano. Quando giunge la voce “Ecco lo sposo” tutte preparano le lampade. La luce delle lampade vince il buio della notte e prepara l’incontro con lo sposo. L’olio elemento per illuminare ricorda il simbolo dell’unzione di re e profeti. E’ segno di ospitalità e fraternità: “Ecco quanto è buono e quanto è soave che i fratelli vivano insieme. E’ come olio profumato sul capo che scende sulla barba, sulla barba di Aronne, che scende sull’orlo della sua veste” (Sal 133,1-2). L’olio è anche simbolo di gioia e abbondanza. Solo alcune giovanette, amiche della sposa, hanno olio per tenere accese le lucerne. E’ forse riferimento all’atteggiamento del saggio: “Neppure di notte si spegne la sua lucerna” (così i Proverbi delineano la donna saggia Prov 31,18). Le lampade sono segno di prontezza e disponibilità: “Non si accende una lucerna per metterla sotto il moggio, ma sopra il lucerniere, perché faccia luce a tutti quelli che sono nella casa.” (Mt 5,14-16). La porta chiusa e la porta aperta sono due risvolti del medesimo messaggio: la porta è aperta per chi vive l’attesa dell’incontro. Anche nel ritardo è esperienza di gioia e tempo di responsabilità. Nella vita spesso le contraddizioni e delusioni mettono alla prova e la capacità di resistere viene meno. La fede è esperienza di attesa che si fa responsabilità: lasciare che fluisca l’olio dell’ospitalità, della fraternità, della benedizione, nelle piccole cose del quotidiano.

Alessandro Cortesi op

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Olio

“La ruota del mulino, la grande ruota ad acqua, serve a far funzionare le due macine di granito, che, accoppiate, ruotano a loro volta, verticalmente, ma con moto anche di rivoluzione e traslazione su un fondello, limitato da un orlo di ghisa (…) Dal piano superiore del frantoio una certa quantità di olive, che in questa stagione sono in parte brune in parte ancora verdi, è fatta cadere, attraverso una tramoggia, direttamente sotto la macina. Si forma così, dopo una prima frantumazione, una poltiglia spessa, granosa e ruvida, di colore bruno-rossastro, dove però è ancora possibile distinguere, a occhio nudo, una infinità di piccoli pezzi verde-chiari e altri color legno, quello dei noccioli. La poltiglia viene ficcata, a mano, dentro cestini di cocco bassi e rotondi, che si chiamano viscoli, oppure fiscoli, o anche bruscole… I viscoli sono collocati l’uno sull’altro, in una prima pressa, e una colonna d’acciaio, sorgendo dal basso, spreme il primo olio, che comincia ad uscire grasso, quasi pastoso, a goccia a goccia, adagio e faticosamente. La polpa che rimane è ancora buonissima, vien tolta mano dai viscoli e ammucchiata: dal mucchio poi ributtata, con le pale, sotto le macine. E’ la seconda, e ultima, frantumazione” (Mario Soldati, Da leccarsi i baffi, Memorabili viaggi in Italia alla scoperta del cibo e del vino genuino a cura di Saverio Novelli, ed. Deriveapprodi, Roma, 278-287)

La descrizione di Mario Soldati della preparazione dell’olio nella masseria di Cesare Garboli, traduttore e filologo suo amico, è un brano di letteratura che riporta alla materialità e simbolicità del rito della frangitura.

L’olio è frutto di una spremitura che vede la sua origine lontano nei giorni e nelle stagioni, nella paziente cura di quell’albero generoso che è l’olivo, capace di resistere a intemperie nel tempo e il cui legno ricurvo e nodoso è rinvio ad una sopportazione lenta del tempo e delle sue prove. L’olio è anche legato alla fragranza e alla bellezza. La cultura dell’olio attraversa le del Mediterraneo recando con sé immaginari diversi, riti collettivi, sapienze maturate nei secoli di lavorazione e di utilizzo. L’olio è stato non solo condimento ma base di alimentazione per contadini e ricchezza di vita per molti.

Come non dimenticare l’immagine straziante della contadina palestinese aggrappata ad un olivo secolare mentre le ruspe trascinano via fusti di olivi per spianare i campi e renderli luogo di costruzione di muri di separazione di cemento? Come non ripensare ad immagini di epoche non lontane quando nelle piane siciliane e pugliesi ettari di uliveti venivano rasi al suolo per fare posto alle nuove costruzioni di industrie che avrebbero portato progresso, emancipazione e lavoro (si pensi a certi filmati d’epoca sulla costruzione dell’Ilva di Taranto…)?

Oggi sostare sui significati dell’olio, in questi giorni di raccolta delle olive e di frangitura con l’arrivo dell’olio nuovo, può essere occasione per riflettere su quel messaggio comune pronunciato insieme da due voci profetiche del nostro tempo, Bartolomeo, il ‘patriarca verde’ e Francesco che nella Laudato sì ha proposto le linee di una conversione ecologica della vita umana: “Facciamo… appello, a quanti occupano ruoli influenti, ad ascoltare il grido della terra e il grido dei poveri, che più soffrono per gli squilibri ecologici” (messaggio per giornata del creato 1 settembre 2017)

L’olio dovrebbe riportarci alla capacità di ascoltare e coltivare stupore. Quel sentimento che si prova al gocciare dell’olio nuovo, al suo colore verdastro che traspare dalle bocce in cui viene versato, mentre i raggi bassi del sole attraversano gli olivi nel tempo di autunno, o quando si avverte il pizzicore amaro che lascia in bocca quando viene assaggiato ungendo il pane fresco.

E’ lo stupore di Ildegarda di Bingen, davanti al verde del creato, alle piccole cose capaci di recare in sé per l’occhio attento una meraviglia propria ed una fessura sull’oltre, quell’energia di vita che fa crescere e fiorire le piante e copre di verde campi e boschi.

Tante persone ordinarie sanno ancora stupirsi nel loro quotidiano leggendo la natura come creazione, luogo di un incontro, sacramento di presenza. E’ la capacità di coltivare gioia nel coltivare un fazzoletto di terra davanti a casa, nel dare acqua alle piante su di una terrazza, nel custodire i fiori del balcone con semplicità. E’ la capacità di sentirsi responsabili per lasciare ad altri la possibilità di gustare la vita e la bellezza delle cose terrene in contrasto con una riduzione di tutto alla realtà virtuale. L’olio nelle sue trasparenze di verde è riflesso di questo ricordo.

Alessandro Cortesi op

XXVIII domenica tempo ordinario – anno A – 2017

IMG_0972.JPGIs 25,6-10; Fil 4,12-14.19-20; Mt 22,1-14

“Preparerà il Signore degli eserciti per tutti i popoli, su questo monte, un banchetto … di cibi succulenti, di vini raffinati. …Eliminerà la morte per sempre, il Signore Dio asciugherà le lacrime su ogni volto”.

L’immagine del banchetto sta ad indicare un incontro dei popoli nel condividere un cibo preparato per tutti da Dio stesso. Questo banchetto è il simbolo di un futuro caratterizzato dalla presenza della vita e senza più la morte. L’azione di Dio è vita, dono di gioia. Il Signore che prepara un banchetto è anche colui che elimina la morte, apre la possibilità di incontro nella felicità della condivisione e dello stare insieme. L’immagine del banchetto viene anche collegata alla venuta del messia.

Nei vangeli si parla a più riprese di banchetti, a Cana, in casa di Levi nella casa di Simone il pubblicano dove irrompe la donna peccatrice, nella casa di Zaccheo, da Marta e Maria. Anche la moltiplicazione dei pani diventa banchetto. Gesù visse poi in una cena pasquale il drammatico momento di addio ai suoi prima della sua morte. Così pure nei racconti delle apparizioni vi è insistenza sul ‘mangiare insieme’ in vari contesti.

Anche nelle parole Gesù l’immagine del banchetto ritorna con insistenza, nella parabola del grande banchetto (Lc 14) in quella delle vergini stolte e sagge (Mt 25).

Così pure nelle parole rivolte al centurione, pagano lodato per la sua fede, a cui Gesù annuncia un venire di popoli lontani a partecipare alla mensa con Abramo Isacco e Giacobbe nel regno dei cieli: “molti verranno dall’oriente e dall’occidente e siederanno a mensa con Abramo, Isacco e Giacobbe nel regno dei cieli” (Mt 8,10-11).

La parabola degli invitati al banchetto (Mt 22,1-14) risulta dall’unione di due parabole distinte. Il contesto è quello del confronto di Gesù con le autorità giudaiche presso il tempio di Gerusalemme. La prima parabola presenta l’invito alla festa di nozze e il rifiuto degli invitati. La seconda è centrata sull’abito della festa. Il riferimento alla città data alle fiamme e alla violenza può essere rinvio alla presa di Gerusalemme nel 70 d.C. La parabola può quindi essere una lettura dei rapporti tra comunità cristiana e autorità ufficiali giudaiche. Ed è un testo con molteplici rinvii allegorici: il padrone che invita è Dio, i servi sono i profeti, gli invitati il popolo d’Israele…

Di fronte all’invito la risposta è il rifiuto e la violenza. Gli invitati non si lasciano toccare dalla chiamata. Sono insensibili. I servi sono allora inviati dal re verso ‘coloro che sono ai crocicchi delle strade ‘: ‘tutti quelli che troverete chiamateli alle nozze’.

Si ripropone l’insegnamento: ‘i pubblicani e le prostitute vi precedono nel regno di Dio (Mt 21,31). Il Padre ama chi si apre alla consapevolezza di essere salvato. Chi si crede giusto non avverte l’urgenza di cambiamento. Chi è troppo concentrato sui propri meriti, fino a condannare gli altri ed essere intollerante non può aprirsi ad accogliere la grazia di Dio. Matteo presenta la chiamata di Dio che fa entrare ‘buoni e cattivi’: Dio ama non allontanando i peccatori, ma offrendo misericordia.

La scena del banchetto si tramuta rapidamente in un luogo di giudizio: un invitato senza la veste adatta viene espulso dalla sala. La veste può essere indicazione di un dono ricevuto come il velo che si riceveva nei banchetti, ma che è stato rifiutato. Una manifestazione di autosufficienza e di disdegno nel respingere un dono offerto. Nel linguaggio biblico poi la veste costituisce la dimensione dell’agire, la coerenza tra fede e vita (in Ap 19,8, la veste di lino, data alla sposa dell’agnello, indica ‘le opere giuste dei santi’). Matteo è molto sensibile nel denunciare una fede proclamata a parole ma che non trova riscontro nella pratica: ‘Non chiunque mi dice Signore, Signore, entrerà nel regno dei cieli, ma colui che fa la volontà del Padre mio che è nei cieli’ (Mt 7,21).

La via per partecipare al banchetto dell’incontro con Dio è accoglienza di un dono che genera resposnabilità e impegno ad un amore concreto. Fare la volontà del Padre non è rivendicare l’appartenenza di gruppo o una sicurezza derivante dal ruolo religioso ma si attua nel compiere scelte e gesti di cura e servizio verso gli altri.

Alessandro Cortesi op

IMG_0994.JPGRifiuto

Il World Population Prospects – documento che fornisce stime e proiezioni relative alla situazione demografica mondiale elaborato ogni due anni dalla Divisione per la popolazione dell’ONU – nell’edizione del 2017 (pubblicata il 21 giugno u.s.) presenta le stime di crescita per il 2050. Queste indicano un aumento di 100 milioni di individui rispetto alle ultime previsioni e ciò soprattutto in ragione della crescita demografica che si registra in Africa e India. Le previsioni indicano 8,6 miliardi nel 2030, e 9,8 miliardi nel 2050.

La Cina conta attualmente 1,4 miliardi di persone (il 19% della popolazione mondiale) e l’India 1,3 miliardi (il 18% della popolazione mondiale). La previsione è che nell’arco dei prossimi sette anni la popolazione indiana supererà quella cinese.

Tra i dati rilevanti del Prospetto è da cogliere come tra i dieci Paesi più popolosi del mondo la Nigeria vedrà un incremento tra i più alti. Si stima che la popolazione di questo Paese africano supererà nel 2050 quella degli Stati Uniti, divenendo così il terzo Paese nel mondo per numero di abitanti.

Con India e Nigeria il 50% della concentrazione della crescita demografica mondiale dal 2017 al 2050 sarà nei seguenti Paesi: Congo, Pakistan, Etiopia, Tanzania, Usa, Uganda e Indonesia. L’Europa per contro vedrà una diminuzione della popolazione nei prossimi anni con un progressivo invecchiamento.

Il fatto che la crescita demografica maggiore sia concentrata nei Paesi più poveri del mondo pone serie difficoltà al perseguimento di alcuni Obiettivi di sviluppo sostenibile indicati dall’ONU, in particolare l’obiettivo di ridurre la povertà e la lotta alla fame, come pure lo sviluppo dell’educazione e la riduzione delle disuguaglianze. Il processo di invecchiamento della popolazione può portare ad esigenze rilevanti di assistenza, pensioni e fondi di protezione sociale con conseguenze di aumento della pressioni fiscale.

Alla luce di questo quadro di previsioni demografiche la regione del Mediterraneo costituisce quindi una delle regioni, e non l’unica, che nel mondo continuerà ad essere segnata da una forte pressione migratoria sui paesi europei. Il mare Mediterraneo, nel quadro di una considerazione geografica, costituisce una sorta di lago le cui sponde uniscono Africa Europa e Asia. Pone in comunicazione e mette a stretto contatto i Paesi del Sud del mondo ad alta crescita demografica e i Paesi europei. La disparità dello sviluppo demografico costituirà un elemento importante di spostamento dei popoli.

La logica del rifiuto, della chiusura e dell’innalzamento di barriere con il pensiero che questa sia la soluzione a flussi migratori in un quadro di tale vicinanza geografica e di disparità di crescita demografica è un indirizzo che non solo non risolve il problema nel presente, ma non apre nemmeno a possibili vie per affrontare la complessità di tale fenomeno nel futuro.

Negli ultimi giorni si è assistito ad una convocazione organizzata ai confini della Polonia di migliaia di persone mobilitate in una manifestazione di opposizione all’accoglienza di stranieri e con la paura dell’islamizzazione ‘perchè l’Europa resti cristiana’. La cosa più sconcertante è stata la motivazione religiosa e l’atmosfera di preghiera con il rosario in mano di questa manifestazione. Tale iniziativa appare come un tradimento non solo del vangelo ma anche del senso stesso di una preghiera che richiama lo sguardo a Maria che ha cantato il Magnificat, il canto degli impoveriti che pongono la loro fiducia nel Signore che guarda a chi è tenuto fuori dei confini: “ha deposto i potenti dai troni ha innalzato gli umili, ha ricolmato di beni gli affamati, ha rimandato i ricchi a mani vuote”. Identificare la fede cristiana con una tradizione culturale è stato sempre nella storia processo generatore di incomprensione del vangelo stesso e di sventure per l’espereinza dei credenti e per i popoli.

Olivier Poquillon, frate domenicano francese, segretario della Commissione degli episcopati della Comunità europea (Comece) in una recente intervista in occasione del convegno Re-thinking Europe, ha ricordato: “La questione delle frontiere, delle identità ci fa ricordare quando l’impero romano ha cominciato a perdere forza e a costruire il limes, le frontiere attorno a lui, impiegando tutto se stesso nella difesa delle periferie, svuotando il suo centro. Oggi l’Unione Europea corre lo stesso rischio, perdere il senso della sua missione, che è un progetto di pace e di impegno positivo per il bene comune. (…) non si tratta di difendere una torta con la paura che diventi piccola se porzionata in troppi pezzi, ma di imparare a fare delle torte insieme”.

E ancora: “Se una politica funziona per i più deboli, funziona sicuramente per tutti. Il contrario non è sempre vero. Prendersi cura dei più vulnerabili, dei più poveri è essenziale per costruire il progetto europeo (…) Il motto dell’Europa è l’unità nella diversità. Diversità di culture, diversità di lingue, diversità di storie. La storia dell’Europa è segnata dalle guerre e la guerra esiste ancora alle nostre porte e in Europa, in Ucraina. Essere solidali oggi significa trovare soluzioni comuni. (…)”

Ha infine richiamato ad una dimensione pratica della politica: “La politica è una buona notizia se si mette dalla parte del bene comune. Non è più tempo di enunciare dei grandi principi, ma è il tempo di metterli in pratica”.

La Conferenza degli istituti missionari italiani (Cimi) in un recente documento  del 14 settembre 2017 ha preso una decisa posizione di fronte al recente accordo tra Italia e Libia :

“… l’Italia si è accordata con le milizie e la guardia costiera di al-Sarraj per bloccare i migranti nell’inferno libico dove sono torturati, stuprati o destinati a morire nel deserto di sete, come ha denunciato l’Onu. (…)

Noi missionari condanniamo con forza questo accordo scellerato che sarà pagato così pesantemente dai popoli africani, a noi così cari. Questo costituisce per noi missionari il naufragio dell’Europa come patria dei diritti.

«Il dramma che i migranti e i rifugiati stanno vivendo in Libia – afferma il rapporto dei Medici senza frontiere, del 7 settembre scorso – dovrebbe scioccare la coscienza collettiva dei cittadini e dei leader dell’Europa».

Questa è una politica miope, in vista delle elezioni, per salvare il nostro benessere di occidentali. Noi missionari chiediamo un’altra politica verso i paesi dell’Africa:

– l’apertura di corridoi umanitari per chi fugge da situazioni drammatiche;

– un embargo sulla vendita di armi italiane agli stati africani;

– una seria politica economica verso questi paesi con forti investimenti, non ai governi, ma alle realtà di base per permettere ai popoli d’Africa di rimettersi in piedi;

– la sospensione delle nostre politiche predatorie nei confronti dell’Africa, ricchissima di materie prime;

– la sospensione degli Epa (Accordi di partenariato economico) che la Ue ha imposto ai paesi africani e che creeranno ancora più fame.

Infine ci auguriamo che la legge sullo Ius Soli, bloccata in Senato, venga subito approvata per permettere a minorenni nati in Italia da genitori immigrati residenti da almeno 5 anni o ad alunni nati all’estero che abbiano completato 5 anni di scuola in Italia, di sentirsi cittadini a pieno titolo. Solo così lentamente e con fatica costruiremo quella “convivialità delle differenze” che ci permetterà di trovarci ricchi delle nostre differenze. O il mondo sarà così o saremo destinati a sbranarci vicendevolmente. Noi missionari crediamo che non c’è umanità se non al plurale»”.

Alessandro Cortesi op

XXXIII domenica tempo ordinario – anno C – 2016

img_1891Mal 3,19-20; 2Tess 3,7-12; Lc 21,5-19

‘Malachia’, l’ultimo libro del gruppo dei profeti è libro anonimo: Malachia significa infatti ‘mio messaggero’, colui che annuncia la parola del Signore: “ecco manderò il mio messaggero” (Mal 3,1).

Nei sei annunci del profeta che compongono il libro è presentata una polemica contro il modo in cui i sacerdoti in Israele svolgono il culto (1,6-2,9) è vista invece positivamente l’attitudine di popoli pagani che nel loro culto riconoscono il Dio del cielo: “dall’oriente e dall’occidente grande è il mio nome tra le genti” (1,11).

Malachia scorge la possibilità di accogliere stranieri nel popolo di Dio se essi riconoscono il Dio d’Israele. E’ in polemica con la scelta della chiusura, rappresentata da Esdra nel post-esilio (cfr. Esd 7) secondo cui nessuno straniero fuori del popolo d’Israele poteva essere ammesso al tempio.

Malachia riprende invece le aperture del terzo Isaia che si allargano ad orizzonti universali: “Gli stranieri che hanno aderito al Signore per servirlo, e per amare il nome del Signore, e per essere suoi servi, quanti si guardano dal profanare il sabato e restano fermi nella mia alleanza li condurrò sul mio monte santo e li colmerò di gioia nella mia casa di preghiera… perché il mio tempio si chiamerà casa di preghiera per tutti i popoli” (Is 56,6-7). Il tempio stesso non dev’essere segno della esclusione ma luogo di riconciliazione ed accoglienza.

Nell’ultimo capitolo del libro Malachia presenta il motivo dell’attesa di un ‘giorno del Signore’: il suo sguardo va ad un messaggero che deve preparare la via e identifica lo individua nella figura di Elia: ‘ecco io invierò il profeta Elia prima che giunga il giorno grande e terribile’ (Mal 3,23). Nella tradizione ebraica infatti Elia non era morto ma  trasferito in cielo e si attendeva così il suo ritorno: avrebbe infatti accompagnato il popolo a prepararsi alla venuta di Dio (2Re 2,11). Malachia descrive così il ‘giorno del Signore’ – immagine che si ritrova in Amos, profeta dell’VIII secolo (Am 5,18-20) – con le immagini del fuoco e della paglia consumata, indicando un intervento finale di Dio che capovolge una storia di ingiustizia e prevaricazione (Mal 3,5). Se il fuoco consuma e distrugge ogni ingiustizia e oppressione, in contrasto è descritta la luce che invade la vita dei ‘cultori del nome di Dio’ che troveranno gioia: per essi ‘sorgerà il sole di giustizia con raggi benefici e voi uscirete saltellanti come vitelli di stalla’ (Mal 3,20).

Gesù a Gerusalemme, nell’area del tempio, riprende tali riferimenti al ‘giorno del Signore’ : ‘Verranno giorni in cui tutto quello che ammirate non resterà pietra su pietra che non venga distrutta” (Lc 21,6). Gli chiedono allora: ‘quando accadrà questo e quale sarà il segno che ciò sta per compiersi?” (Lc 21,7). Di fronte a tale domanda, ancora una volta Gesù invita ad evitare le false questioni e la curiosità, espressione di una mentalità magica, tesa a vedere segni eclatanti, per tenere in mano il futuro. Invita invece a vivere la vigilanza. Ciò significa assumere la responsabilità nel tempo. In contrasto con la richiesta di evidenze tranquillizzanti le parole di Gesù sono provocazione ad operare scelte in fedeltà a lui, sulla strada da lui indicata. Le prove, le difficoltà, le incertezze e la persecuzione stessa saranno occasione di rendere testimonianza e di scoprire la presenza dello Spirito nel cuore.

Dopo la distruzione del tempio opera dell’esercito di Tito nell’anno 70 la comunità di Luca ricorda l’invito di Gesù: ‘quando sentirete parlare di guerre e rivoluzioni non terrorizzatevi… non sarà subito la fine”. Fu quell’evento certamente la fine di un mondo. La questione posta da Gesù sta nel vivere il presente nella consapevolezza di essere protesi ad un compimento, opera di Dio sulla storia. Il regno di Dio si manifesterà alla fine ma sin d’ora cresce in ogni scelta e gesto capace di esprimere la via di Gesù. Si radica qui una fiducia fondamentale per tutti coloro che accolgono la chiamata resistere, a perseverare, nell’affidarsi a Gesù e nell’impegno a compiere il bene: “Nemmeno un capello del vostro capo perirà. Con la perseveranza salverete le vostre anime”.

Alessandro Cortesi op

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(Camerino, i vigili del fuoco mettono al riparo una tela di Giovanbattista  Tiepolo situata in una chiesa  danneggiata dal terremoto)

Arte e macerie

Mentre dalle macerie del terremoto dell’Umbria vengono salvate le opere d’arte che, pur danneggiate, costituiscono un messaggio di ciò che può rimanere ed essere seme di nuova ricostruzione in rapporto ad un’eredità di bellezza consegnata, altri terremoti scuotono la vita dei popoli, ed in essi l’arte si fa voce esile di ricordo, di memoria, di risveglio…

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L’artista Banksy ha girato un video in cui suggerisce a modo di promozione pubblicitaria da parte di una compagnia di turismo la proposta di una nuova meta per un viaggio da programmare nella striscia di Gaza. E’ una tragica e dolorosa presentazione delle oportunità che prevede tale viaggio: località esclusive, con vicini attenti e vigilanti, con molte possibilità di sviluppo economico della zona…

L’arte dello street artist ha trovato tra le macerie causate dai bombardamenti gli spazi in cui offrire messaggi evocativi  laddove si direbbe non vi sia spazio per altro se non per la desolazione. Sono graffiti che annunciano speranza laddove regna isolamento e disperazione, e tracciano parole incerte che cercano di risvegliare un torpore di chi non schierandosi in conflitti tra chi ha il potere e gli impoveriti, pensando così di tranquillizzare la propria coscienza, di fatto appoggia il più forte e giustifica ingiustizia e oppressione. “Se ci laviamo le mani, nel conflitto tra chi ha tutto il potere e chi ne è senza, ci poniamo dalla parte dei potenti, non rimaniamo neutrali”banksy_gaza_frase

Banksy così disegna giostre di luna park che dondolano attorno ad una torre di controllo del muro di separazione e di apartheid, trova spazi tra edifici diroccati per tratteggiare il volto della dea Niobe che piange i propri figli, con allusione all’antico mito,

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raffigura accanto ad un gomitolo di ferro intrecciato, resto informe di un bombardamento, il profilo di un gatto ponendo la domanda: ‘questo gatto ha trovato con chi giocare, e i nostri figli?’banksy_gaza2

 

Eron, street artist italiano, originario di Rimini, ha realizzato una sua opera nel febbraio 2016 per L’Istituto dell’Enciclopedia Italiana Treccani con il titolo “Soul of the Sea”: in essa sul relitto di un’imbarcazione distrutta dal naufragio ha ritratto volti di donne e bambini. L’immagine è stata pubblicata dall’Economist e dal Chicago Tribune come miglior foto del giorno nel mondo. Eron ci riporta con gli spruzzi delle sue bombolette indirizzati sulla chiglia di un barcone naufragato nel Mediterraneo, il ricordo di volti, di chi sulla quella barca era vivente, con i tratti quasi evocativi di una natività, o del sogno di un bambino. Sono volti evocati come diafani fantasmi, stampati su relitti di imbarcazioni, quasi effetto naturale di una ruggine che evoca la memoria.

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Così le sculture poste sul fondo marino, opera di Jason deCaires Taylor artista britannico nel primo museo subacqueo – il Museo Atlantico a Lanzarote – provocano a pensare al viaggio di tanti migranti che nel loor morire hanno trasformato il mare Mediterraneo in una tomba e costituiscono rivelazione della barbarie in cui siamo immersi nell’Europa fortezza in cui si diffondono sentiemnti di rifiuto e disprezzo dei poveri.  Lo scatto di un selfie di una coppia senza volto sullo sfondo del mare – che è però solcato dai barconi di migranti – è tragico contrasto tra la serenità della vita e la promessa di vita racchiusa nel profilo della donna incinta e la realtà di morte e disperazione del percorso della migrazione.

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Le sculture di Taylor rinviano alla ‘Zattera di Medusa’, famoso dipinto di Jean Louis Théodore Géricault del 1818, opera elaborata con riferimento al naufragio che all’epoca ebbe ampia risonanza della fregata francese Medusa, in cui si salvarono solo quindici membri dei 150 della ciurma abbandonati ad una zattera di fortuna menre il resto dell’equipaggio si era riparato nelle scialuppe. Il dipinto divenne aspra denuncia contro l’esclusione dei più deboli, e aspra critica verso la monarchia francese del tempo, aprendo una nuova epoca della storia dell’arte.jean_louis_theodore_gericault_-_la_balsa_de_la_medusa_museo_del_louvre_1818-19

 

13508973_1028008983953524_945599645069166963_nLa scultura di Taylor di una folla che cammina, sul fondo del mare, fatta di individui isolati, distratti e apparentemente connessi, con i volti fissi sul proprio ipad, ma con gli occhi chiusi, è richiamo a prendere consapevolezza della cecità dilagante di fronte alle macerie di un’umanità perduta. Il mare dei naufragi è luogo in cui persone vive divengono figure anonime senza riconoscimento. Nel mare dell’indifferenza di quanti si muovono insieme verso una direzione senza meta, senza capacità di fermarsi e di accorgersi, la vita degli altri diviene insignificante. L’arte si fa messaggio di denuncia di un mondo in cui c’è indifferenza e distruzione e si fa anche appello a scorgere vie per emergere da tale immersione: se l’arte non è in grado di cambiare il mondo può essere voce affidata alla fragilità della materia per scuotere le coscienze.

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Alessandro Cortesi op

XXXIII domenica – tempo ordinario A – 2014

DSCN0617Prov 31,10-13.19-20.30-31; 1Tess 5,1-6; Mt 25,14-30

Le letture di questa domenica, la penultima dell’anno liturgico, guidano ad un interrogarsi sulla vita, su quanto è veramente importante, sul senso dell’esistenza. Sono invito a scorgere la vicenda umana come fedeltà alla terra tesa all’incontro definitivo con Dio che ci ha affidato il dono del tempo e si è affidato a noi. E’ uno sguardo a quanto sta alla fine, che richiama tuttavia al presente come occasione per compiere il nome ricevuto, per accogliere le molteplici chiamate della quotidianità e il senso profondo della storia umana.

Avverrà come a un uomo che chiamò e consegnò… Chiamare e consegnare sono le due coordinate entro cui è posta la vicenda dei servi della parabola. Chiamati a custodire non solo e non tanto dei beni, ma più profondamente a custodire un rapporto, anche nell’assenza. Il padrone di casa affida loro qualcosa ma in realtà si affida a loro. I servi sono depositari di una consegna che racchiude un affidamento originario. Il loro rimanere in quella casa li pone in una condizione non di possessori, ma di affidatari. I beni sono loro dati non in proprietà, ma per una custodia attenta e li provocano a riconoscere il valore di quanto hanno ricevuto, a divenirne responsabili. Sono chiamati da quel momento a vivere l’assunzione di un peso e l’opportunità di una risposta: posti in una situazione di responsabilità di fronte al loro padrone. Chiamò e consegnò: questi due verbi indicano un dinamismo che è una storia di relazione fatta di attesa e di un compito offerto.

E’ questa la condizione della comunità che segue Gesù: il cammino inizia da una chiamata, si radica in una relazione che attraversa la storia. Anche se il tempo dell’attesa si prolunga non viene meno la chiamata, piuttosto essa si rinnova in modi sempre nuovi nelle differenti stagioni della vita nel quotidiano. Da qui il sorgere della responsabilità. Le cose prestate non sono da custodire gelosamente bloccati dalla paura, ma da coltivare come doni che possono portare frutto abbondante. E’ posta in gioco la capacità di essere creativi e inventivi. La parabola sottolinea così un tratto della vita dei discepoli di Gesù chiamati a vivere la risposta ad una consegna: tanto o poco non importa, ciò che è importante è scoprire la responsabilità nell’incontro.

La parabola dei talenti è divenuta sinonimo di un modo di concepire la vita dando il primato all’esigenza di porre a frutto capacità e competenze umane. Tale linea interpretativa rischia di perdere di vista il messaggio centrale e di piegare la parabola ad una logica di efficienza e di produttività propria del mondo capitalistico. Lo sviluppo del racconto conduce in altre direzioni: il suo vertice non sta nell’esigenza di produrre e di moltiplicare le ricchezze. Sta piuttosto nel dialogo tra il padrone e l’ultimo servo: i primi due ricevono un elogio per la loro immaginazione nell’aver reso fecondo quanto avevano ricevuto. Il terzo servo invece viene rigettato non perché ha compiuto qualcosa di sbagliato ma perché ha vissuto prigioniero della paura e si è chiuso ad orizzonti di libertà. Talmente impaurito da avere nascosto, mettendolo sotto terra il talento ricevuto. Il rapporto con il padrone è stato da lui concepito non come uno spazio di responsabilità e di creatività, ma un’esperienza di oppressione, di blocco, di morte. Il seppellimento del talento è metafora di una scelta di morte e non di vita.

Gesù introduce con questa parabola un appello ad intendere la vita scoprendo il volto di Dio della consegna e dell’affidamento: è una parola sul volto di Dio. ‘Entra nella gioia del tuo padrone’ è l’invito rivolto ai servi. Tale parola va ben oltre la possibilità umana di relazione tra un padrone e i suoi servi: Gesù introduce qui un insegnamento sul regno e conduce così ad intendere in modo nuovo il rapporto con Dio stesso. I talenti costituiscono una realtà donata: un talento indicava decine di chili d’oro, una ricchezza spropositata. Racchiudono quindi l’affidamento di un dono senza misura che diviene appello ad una risposta e ad una responsabilità. Il servo che non ha compreso la ricchezza del rapporto con quel padrone non comprende nulla del volto di Dio Padre. Vive nella paura e si lascia rinchiudere in un’idea preconcetta (un volto di Dio pensato ad immagine dei padroni terreni) che lo rende incapace di agire: “So che sei un uomo esigente, che mieti dove non hai seminato e raccogli dove non hai sparso”. Ha considerato il talento come ricchezza da conservare, non carica di una attesa e di un affidamento di speranza. Non comprende che il talento affidatogli è segno di una relazione a cui rispondere con tutta la sua vita. Con riconoscenza e creatività. E’ questa la gioia a cui Gesù intende aprire i cuori di chi lo ascolta.

300px-FusiAlcune osservazioni per noi oggi

La paura è uno dei tratti del nostro tempo. La paura che blocca, intristisce, rende incapaci di immaginazione creativa. E’ la paura di perdere qualcosa, ed è la paura di sottostare alle regole di un sistema economico che si pone come nuovo impero. La creatività si oppone alla paura. Come vincere le paure diverse che impediscono oggi di accogliere il presente con senso di responsabilità di fronte agli altri, come dare spazio alla creatività per individuare soluzioni nuove di fronte ai problemi e difficoltà della vita? Come passare dalla mentalità di possessori impauriti alla logica di chi deve custodire in modo creativo una realtà preziosa ricevuta, anche nel cammino della chiesa?

“Stende la sua mano alla conocchia e le sue dita tengono il fuso. Apre le sue palme al misero, stende la mano al povero”. I gesti della tessitura, segno dell’attenzione al quotidiano di un lavoro paziente e respira della vita della casa, e i gesti di attenzione al povero, che costruiscono la relazione con gli altri. Sono i movimenti di una vita fatta di operosità concreta, di lavoro, di costruzione di rapporti nella consapevolezza che siamo tutti legati. Sono queste le immagini della quotidianità, segni di una fedeltà alla terra, all’attenzione rivolta alle piccole cose. Nel profilo di una donna – forse anche simbolo della sapienza, ma anche rinvio alle attività quotidiane di tante donne conrete – sono indicati i gesti di custodia e di costruzione di rapporti. Come una casa fatta di presenze e di volti. E’ l’indicazione di una spiritualità delle cose, dove nell’uso delle mani, nei gesti di ogni giorno si incontra lì vicino, non in luoghi lontani, la presenza di Dio e della sua chiamata. Questa attenzione al quotidiano, la scelta di dare spazio alle cose, a tutto ciò che possiamo fare con le mani è via di una spiritualità che dà spessore all’umano come luogo di fedeltà a Dio.

Paolo alla comunità di Tessalonica indica un tempo che si conclude. Le doglie giungono improvvise. Il Signore tornerà. Il suo giorno sarà incontro e compimento di una lunga attesa. E così richiama a vivere il presente mantenere desta l’attesa, orientando le proprie scelte in ciò che rimane, che umanizza la vita ed è più importante. E’ un invito a recuperare il senso di una fede orientata al futuro e non solo ripiegata sulle costruzioni del presente: è la prospettiva liberante che relativizza le cose e pone al giusto posto ogni costruzione umana. E’ richiamo ad uno sguardo di speranza.

Alessandro Cortesi op

XXVIII domenica tempo ordinario anno A – 2014

DSCN0455Is 25,6-10 ; Sal 22; Fil 4,12-14.19-20; Mt 22,1-14

La chiave di lettura per entrare nella pagina del vangelo è costituita dalla prima lettura di Is 25: “Preparerà il Signore degli eserciti per tutti i popoli, su questo monte, un banchetto di grasse vivande, un banchetto di vini eccellenti, di cibi succulenti, di vini raffinati. … Eliminerà la morte per sempre, il Signore Dio asciugherà le lacrime su ogni volto”. Un banchetto è un’immagine della convivialità, della festa, della pienezza di vita. Un banchetto con cibi e bevande dove l’invito è aperto e l’abbondanza del cibo è indicazione di una accoglienza aperta. E’ presente l’essenziale ma anche si condivide il sovrappiù della gratuità. E’ un’immagine di vita che espriem anche la promessa di un superamento della morte.

Il banchetto e la festa sono immagini atte ad esprimere una attesa che attraversa le pagine della Bibbia: l’attesa di un futuro in cui si svelerà il volto di Dio che fa alleanza e non viene meno anche nella morte dei suoi fedeli (cfr. Sal 16). Questa pagina di Isaia delinea anche orizzonti di incontro nuovo. Non è solamente un futuro riservato al popolo di Israele. L’esperienza di questo popolo è chiamata a diventare luogo di una attrazione e di una apertura inedita che coinvolge i popoli diversi della terra. E’ un banchetto per tutti i popoli, oltre i confini delle divisioni, preparato da Dio stesso. Il volto di Dio che ne emerge è quello di un Dio che vuole la vita del suo popolo, e sconfigge la morte in modo definitivo. La morte è non solo la morte del singolo ma tutto ciò che impedisce la relazione, la possibilità di fare festa insieme.

E’ un’attesa che interpreta le più profonde attese umane e si pone sotto il segno della comunione. La storia va verso un incontro con Dio che vince su tutte le forze che conducono alla disgregazione e alla morte. “Si dirà in quel giorno: Ecco il nostro Dio, in lui abbiamo sperato perché ci salvasse…”. La salvezza è cammino faticoso segnato dalla speranza, è attesa sostenuta dalla tensione verso il giorno in cui si vedrà il senso dello sperare: in quel giorno si scoprirà il volto di Dio in cui si è riposta la fiducia. Un volto in cui rallegrarsi e vivere la gioia di stare alla sua presenza. Una gioia che si estende e che raccoglie. La presenza di Dio infatti raduna e convoca attorno a sè.

La pagina di Matteo è complessa nella sua articolazione. Esige di essere letta tenendo conto che Matteo innanzitutto si riferisce allo scontro di Gesù con le autorità giudaiche presso il tempio di Gerusalemme (Mt 22,1-14). Tenendo sullo sfondo questo ricordo dell’ostilità che segna la vita di Gesù, Matteo elabora anche un messaggio rivolto rivolto alla sua comunità che viveva un tempo diverso, una comunità che sperimentava la tensione e la rottura nei confronti della comunità ebraica, in particolare dopo il 70, anno della distruzione di Gerusalemme e del tempio da parte dell’esercito romano. Alla luce di questi elementi si può cogliere come la questione sia un giudizio che si compie di fronte ad un progetto di Dio che è progetto di vita piena e di accoglienza nei confronti non solo di Israele ma di tutti i popoli.

Matteo così unisce insieme due parabole diverse nel contesto di uno scontro. La prima è quella del banchetto in cui gli invitati non accolgono l’invito, la seconda è quella dell’invitato senza la veste adatta per la festa. E’ importante tener presente che sono due narrazioni, con due vertici diversi e con due messaggi che vanno posti insieme, ma anche visti distinti: l’orizzonte di una storia segnata dall’invito di Dio che si denota come invito ad una festa e non viene meno e chiama tutti. L’orizzonte di una esigenza di superamento dell’indifferenza, del disinteresse e della violenza per vivere la responsabilità di fronte ad un appello che suscita libertà.

Al centro della prima parabola sta infatti un riferimento al banchetto finale del messia: le nozze del figlio del re. E’ uno sguardo al punto finale della storia e al disegno di salvezza di Dio. L’indifferenza delle persone invitate e il loro comportamento violento rinvia al rifiuto che la comunità di Matteo vive nell’annuncio in rapporto a Israele; la descrizione delle uccisioni e della città data alle fiamme può essere evocazione della distruzione di Gerusalemme nel 70 d.C. Così infine l’invito delle persone ai crocicchi delle strade evoca l’invio ai pagani e la loro accoglienza nella comunità cristiana, una accoglienza ed una risposta di tutti coloro che erano considerati esclusi dalla salvezza. Nella parabola s’interseca quindi la parola di Gesù e, insieme ad essa, quella della prima comunità cristiana che vedeva acuirsi lo scontro con le autorità ufficiali giudaiche.

La prima parabola si snoda attorno all’immagine del banchetto preparato da un re che invia i suoi servi a chiamare gli invitati. Di fronte a questo dono gratuito la risposta è l’atteggiamento di indifferenza e di rifiuto. Al secondo invito la risposta è quella del disprezzo e della reazione violenta. E’ il dramma del rifiuto nei confronti di un invito ripetuto, di un’offerta gratuita di partecipazione al banchetto che è una festa di nozze, di alleanza. I servi inviati riprendono il motivo dei servi inviati della parabola dei contadini violenti. Forse c’è qui allusione all’invio da parte di Gesù dei discepoli ricordato da Matteo al cap. 10. E poi un secondo invio potrebbe essere memoria della missione dopo la Pasqua. Il v. 7 (“il re si adirò e, avendo mandato il suo esercito, fece perire quegli assassini e incendiò la loco città”) può essere allusione alla vicenda drammatica della distruzione di Gerusalemme dell’anno 70 d.C. Una sorta di lettura degli eventi cogliendo in essi da un lato la dinamica di un rifiuto, dall’altra la persistenza di un progetto di Dio nell’offrire invito ad una festa di alleanza. Il terzo invio dei servi è allora verso ‘coloro che sono ai crocicchi delle strade ‘ con la richiesta: ‘tutti quelli che troverete chiamateli alle nozze’.

Coloro che erano stati per primi invitati non si lasciano toccare dalla novità e preziosità dell’invito: sono stabiliti in una condizione di sicurezza che li rende insensibili. Dopo la parabola dei due figli e quella dei vignaioli omicidi anche questa parabola insiste sul dramma del rifiuto da un lato e dall’altro sull’accoglienza vissuta da chi è lontano: ‘i pubblicani e le prostitute vi precedono nel regno di Dio (Mt 21,31). C’è chi si apre all’annuncio del regno scoprendo la possibilità di cambiamento nella sua vita mentre chi si ritiene giusto e pretende di possedere il privilegio della conoscenza di Dio vive una chiusura che porta al fallimento. La chiamata di Dio è un invito aperto. “La festa di nozze è pronta ma gli invitati non ne erano degni; andate ora ai crocicchi delle strade e tutti quelli che troverete chiamateli alle nozze”. L’indegnità non è altro se non il rifiuto e il disprezzo, l’opposizione a mettersi in discussione. Ad ogni resistenza e difficoltà l’invito di Dio non si arresta, non viene meno, ma si allarga a comprendere altri, perché la sala sia piena di commensali. Fa entrare ‘buoni e cattivi’: Dio ama non allontanandosi dai peccatori, ma assumendo su di sé il peccato e perdonando, offrendo misericordia.

A questo punto inizia una seconda parabola da leggersi nella sua differenza rispetto alla prima: la scena cambia. Ad una festa di nozze c’è un invitato che non ha la veste adatta e viene espulso dalla sala e tale espulsione è rimarcata con un linguaggio di genere apocalittico, ricco di particolari che colpiscono l’immaginazione, a richiamare quale descrizione in negativo il messaggio centrale a cui tutta la scena è rivolta, ossia il richiamo alla responsabilità, l’esigenza di mettere in gioco la ibertà nell’accogliere un invito di Dio che è gratuito, aperto, ma non si compie senza coinvolgimento personale e libero.

Cosa significhi la veste è di difficile interpretazione: nell’Apocalisse (Ap 19,8) la veste di lino, data alla sposa dell’agnello, indica ‘le opere giuste dei santi’. In tutto il vangelo di Matteo inoltre è costante la critica ad una fede che si esaurisce in un dire senza coinvolgimento dell’esistenza, in una proclamazione senza rapporto con la vita quotidiana: ‘Non chiunque mi dice Signore Signore entrerà nel regno dei cieli, ma colui che fa la volontà del Padre mio che è nei cieli’ (Mt 7,21). Forse si può leggere la figura di questo invitato con una veste non adatta come qualcuno che non intende la sua vita in rapporto agli altri, uno che va per conto suo, indifferente al clima della festa e preoccupato solo per se stesso: non riconosce il dono e la responsabailità dell’essere invitato. E’ la logica di chi non pensa la sua vita ‘di fronte agli altri’ e con gli altri, nel partecipare ad un percorso comune ma vive in un orizzonte di chiusura ed egoismo, come chi si intrufola in una festa solamente per mangiare con abbondanza e rimpinzarsi ma non partecipa ad un incontro e non è coinvolto in una relazione. In fondo l’invitato senza la veste rappresenta un esempio di individualismo e di disinteresse verso gli altri. La veste bianca è così metafora di un rapporto con Dio che coinvolge la vita, che non si confonde con una religiosità piegata all’interesse e al soddisfacimento del proprio egoismo.

La prima parabola ha il suo vertice nel disegno del Padre: è un sogno di ospitalità che si allarga e cerca risposta di accoglienza. E’ una parola sul regno di Dio come dono di incontro, invito di Dio che chiama tutti e non fa distinzione. La seconda parabola unita alla prima sottolinea l’aspetto della responsabilità da vivere come movimento di relazione di fronte ad un dono di presenza e di incontro (è una festa di nozze, ed è un banchetto): si concentra sull’atteggiamento di chi risponde all’invito. Partecipare al banchetto implica aprirsi ad intendere in modo nuovo la vita, nell’apertura agli altri, nel vivere insieme la festa di incontro nella fraternità. In ciò si fa la volontà del Padre: non nel rivendicare una appartenenza di gruppo o una sicurezza derivante dal ruolo religioso ma nel compiere scelte e gesti di cura e di attenzione verso l’altro (Mt 16,27; 25,31-46).

La frase di chiusura, probabilmente un detto a sé stante, non è minaccia di una sorta di predestinazione: è piuttosto da accogliere, nel quadro della visuale teologica di Matteo, come un invito alla responsabilità di chi, come piccolo ‘resto’ fedele, sia in Israele, sia nella comunità cristiana, risponde alla chiamata di Dio con il coinvolgimento responsabile della vita, in vista di una testimonianza per tutti. Rimanendo chiaro che Dio desidera che ogni uomo e donna sia salvato (1Tim 2,4).

DSCN0503Alcune riflessioni per noi oggi

Isaia presenta il volto di un Dio che asciuga le lacrime dai nostri occhi. Il gesto dell’asciugare le lacrime dagli occhi è gesto delicato, spesso gesto di un papà o di una mamma quando, dopo piccoli incidenti, o in un momento di tristezza dei propri bambini, o anche al termine di un capriccio che ha portato alle lacrime, allontana tutto il male, pone fine a ciò che ha turbato e affretta il ritorno al sorriso, quasi a cancellare tutto ciò che ha tolto fiducia, serenità, speranza. Asciugare le lacrime dagli occhi è gesto di tenerezza. Ma è anche gesto intimo di chi sta stare accanto a chi soffre ascoltando il rumore dello scendere delle lacrime e le discosta con delicatezza, magari proprio con un discreto star accanto, facendo propria la fatica dell’altro. Dio asciuga le nostre lacrime e chiede a noi di essere capaci di questi gesti di delicatezza verso chi ci è vicino, sapendo leggere sofferenze spesso mute e nascoste, racchiuse nelle lacrime.

Una reazione degli invitati della parabola può essere provocazione al nostro modo di vivere: “quelli incuranti se ne andarono chi al proprio campo, chi ai propri affari”. E’ una reazione di indifferenza, ma anche di preoccupazione solo per ciò che è proprio, il proprio campo, i propri affari. E’ la chiusura di chi non vede altro orizzonte se non quello di un interesse centrato sul possedere, sulla ricchezza che può avere diverse dimensioni: c’è infatti ricchezzza di denaro, di possessi, ma anche di tempo, di salute, di competenze, di parola e disinteresse nell’accogliere voci che spingono a cambiare. La provocazione della parabola è quella di vincere questa indifferenza ripiegata solo su orizzonti di possesso.

La parabola presenta il regno di Dio come una festa. Fare festa insieme, trovarsi a condividere in semplicità il cibo e il tempo della festa. Sono esperienze ordinarie fondamentali della vita che spesso vengono perdute di vista in un rincorrere un’efficienza che cancella i tempi del gratuito. La festa è divenuto sinonimo di sballo o si identifica con banchetti organizzati nella logica dello spreco e della manifestazione di sovrabbondanza. Forse potremmo cercare di scoprire l’importanza della convivialità quotidiana e di creare occasioni di fare festa insieme, dove la festa sia luogo di semplicità, di condivisione di ciò che siamo, di ciò che abbiamo, tempo segnato dalla gratuità del condividere e di sguardo rivolto agli altri.

Alessandro Cortesi op

IV domenica di Avvento – anno A – 2013


20 Giotto - La Natività e l'annuncio ai pastoriIs 7,10-14; Sal 23; Rom 1,1-7 Mt 1,18-24

Tre caratteristiche della figura di Giuseppe possono essere guida per una riflessione su come vivere nella fede la festa di Natale ormai alle porte anche quest’anno.

Giuseppe è presentato da Matteo innanzitutto come un uomo giusto: “Giuseppe, suo sposo, poiché era uomo giusto…” . Nella Bibbia l’uomo giusto è l’uomo fedele, e la giustizia si esprime nel vivere la fedeltà alla legge come chiamata di Dio che si rende presente nella vita. Giuseppe è giusto perché fedele, uomo che sta in ascolto. Tuttavia la situazione in cui si trova lo conduce ad andare oltre l’osservanza della stessa legge. Giuseppe è giusto perché per lui Maria diviene più importante di se stesso: giusto quindi perché pensa alle persone davanti e prima della legge. La sua decisione di ‘ripudiare in segreto’ Maria va allora letta come attenzione profonda, anche nella sofferenza e nell’incomprensione, al volto dell’altro e come sincerità dell’amore che si fa concretezza di scelta. Giuseppe non intende esporre la vita di Maria al dispregio e alla condanna che poteva avvenire in tanti modi verso di lei. Il suo profilo ha i tratti della delicatezza del mite, che pensa all’altro come più importante di se stesso, che opera nel silenzio, non ripiegato nel rivendicare il proprio diritto e nel lamento per ciò che lo fa soffrire. E’ invece proteso a preservare l’altro nella fatica di comprendere cosa Dio chiedeva a lui in quella precisa situazione. E’ giusto, cioè attento a Maria, capace di rapporti di fedeltà. Per lui Maria è importante, più della legge, più dell’amore di se stesso, più della sua reputazione. Giusto è Giuseppe perché si fida, ed è capace di amore come uscita da sé, come sguardo a chi gli sta di fronte senza sospetto. Giuseppe è giusto perché capace di umanità autentica.

Giuseppe, ed è una seconda caratteristica, è uomo capace di sognare: “mentre però stava considerando queste cose ecco, gli apparve in sogno un angelo del Signore e gli disse…” Il sonno è il momento unico e particolare del venir meno della lucidità razionale, dell’assopirsi del controllo sui propri sensi. E’ quindi metafora di una situazione in cui si è aperti al venire di qualcosa non proveniente da noi e che non sappiamo da dove giunge. Nella Bibbia è il momento in cui Dio interviene senza che sia possibile vederlo o renderci conto di ciò che compie senza di noi. Così il sogno nella Bibbia è luogo delle chiamate e i grandi sognatori sono colori che hanno saputo ascoltare le chiamate di un Dio inafferrabile e vicino e hanno saputo riconoscere i suoi messaggeri nelle presenze portatrici di orientamenti per la vita. Come nel sonno Adamo sperimentò il venire di Dio che gli pose davanti Eva, così Giuseppe nel sonno vive l’intervento di un messaggero che lo conduce ad accogliere Maria. Il sonno e la capacità di sognare sono segni di un ascolto che conduce a scoprire qualcun altro davanti a sé… Nel sogno gli si fa incontro una chiamata. Il sogno è spazio creativo della chiamata di Dio, come nel sogno dei magi si attua la guida di un Dio vicino. Giuseppe è così presentato come esempio del credente, che s’interroga ed è pensoso, ma aperto ad una storia che lo supera e in cui è chiamato ad essere coinvolto e a mettere tutta la sua generosità. Sperimenta la fatica del dubbio ma vive l’abbandono della fede. Trova nell’invito a ‘non temere’ la ragione per rendersi disponibile nuovamente ad una duplice fedeltà che lo coinvolge, di fronte a Dio per chi Dio gli affida. “Quando si destò dal sonno Giuseppe fece come gli aveva ordinato l’angelo del Signore…”

Infine Giusepe è presentato da Matteo come uomo invitato a non temere e a prendere con sé: “non temere di prendere con te Maria, tua sposa. Infatti il bambino che è generato in lei viene dallo Spirito santo”. Il messaggero gli indica una paura da superare, ed una responsabilità da assumere. C’è una paura da vincere perché l’ascolto delle chiamate di Dio apre ad un coinvolgimento personale, che non fa dipendere la vita da giudizi o dalle gratificazioni ma la pone nello stare davanti a Lui. E c’è una resposnabilità che è prendere con sé. Chi ‘prende con’ si fa carico, assume nella sua vita la vita dell’altro, si espone ad un peso di fronte al quale ci si sente inadeguati. A Giuseppe è affidato il compito di dare il nome a Gesù: ‘Tu lo chiamerai Gesù’, un nome che racchiude un’indicazione: ‘il Signore salva’. A Giuseppe è affidato di pronunciare quel nome rendendosi così presenza disponibile al disegno di Dio.

Alcune osservazioni per noi oggi.
Giuseppe, quela figura che nelle raffigurazioni artistiche della natività è spesso rappresentato in disparte, pensieroso, talvolta con sguardo trasognato e sognante, con la mano a reggere il capo appesantito o appoggiato ad un bastone, esposto al non capire e alla tentazione che gli si fa presso – nelle icone orientali – nei panni di una figura mostruosa, quel Giuseppe è la figura di ogni credente colto nella fatica deldell’accolgiere una chiamata che giunge atraverso le voci umane di messaggeri, che si fa incontro nelle intuizioni dei sogni e delle passioni, che apre a legami e incontri.

Ascoltiamo questa prola in un tempo in cui scopriamo sempre più la differenza tra le persone che ricercano una religiosità come appagamento a desideri individualistici e coloro che vivono da giusti davanti agli altri, giusti perché seguono quella spinta interiore e profonda della coscienza verso il bene e che pongono così la responsabilità verso l’altro prima di ogni prescrizione e legge: è Antigone la donna giusta, così come Tommaso Moro, e come tutti i giusti che nella storia, animati da una ispirazione di fede o seguendo la luce della propria coscienza dove si fa incontro la chiamata di Dio, hanno superato i limiti di una legge che garantiva tranquillità a scapito degli altri, o che impediva di riconoscere dignità e libertà, e si sono opposti ai regimi a scapito della propria sicurezza e della loro stessa vita.

In un tempo di assenza di sogni Giuseppe parla della vicenda di un sognatore. E i grandi sogni sono quelli che hanno fatto crescere la storia e hanno suscitato impegni personali e movimenti collettivi nella ricerca di libertà, di giustizia, di dedizione, di gratuità. Il sogno di Martin Luther King, il sogno di Nelson Mandela coltivato per ventisette anni nel carcere, ma anche i sogni che hanno guidato le scelte personali di cura, di dedizione, di impegno, di costruzione di comunità vive. E’ invito ad essere ancora capaci di sognare e lasciare quello spazio al venire di Dio che con il suo Spirito suggerisce strade sempre nuove e dà forza per camminare.

Vincere le paure e prendere con sé: sono due movimenti che hanno una particolare urgenza oggi, tempo della paura verso l’altro e tempo in cui si presenta sempre più chiaro che solo tesendo nuovi legami, solamente accogliendo la provocazione che viene dall’altro, potremo vivere un futuro in cui vi sia spazio per una umanità plurale che impara a vivere insieme. Le quotidiane vicende di discriminazione e disprezzo verso i poveri che lasciano le loro terre in cerca di accoglienza e trovano respingimento e rifiuto, sono espressione di una società che non fa i conti con le proprie paure, che cerca di fuggire la paura con la violenza, con il rifiuto, che ha paura in fondo di se stessa. Siamo chiamati a guardare in faccia le paure con il coraggio di scoprire il legame che ci unisce all’altro, a superarle nel ‘prendere con’, nel farsi capci di risposta e capaci di condividere il peso del vivere insieme. Viviamo oggi il tentativo di fuga da questa responsabilità di ‘prendere con’ la vicenda di persone e popoli. Il cammino di Giuseppe sta a ricordarci che la via della fede è la via di una autentica umanità che si attua nel prendere con sé l’altro.

Alessandro Cortesi op

XXII domenica del tempo ordinario – anno B – 2012

Dt 4,1-8; Sal 14; Gc 1,17-27; Mc 7,1-23

La questione al centro della discussione tra Gesù e i farisei e scribi verte sulla tradizione degli antichi. L’osservanza di molte pratiche ‘per tradizione’. La polemica è diretta e Marco presenta parole particolarmente dure di Gesù di fronte ad un modo di vivere la fede indicato come ipocrita. Anziché vivere l’ascolto del precetto di Dio si osservano tradizioni degli uomini: “Trascurando il comandamento di Dio, voi osservate le tradizioni degli uomini”.

“Non aggiungerete nulla a ciò che io vi comando e non ne toglierete nulla”. E’ l’indicazione di Deuteronomio circa la legge data da Dio come segno della vicinanza di Dio e di un rapporto con lui che va vissuto nell’esistenza. Ma ciò implica non aggiungere né togliere: non appesantire, ma rimanere fedeli all’essenziale. La tendenza presente nella tradizione ebraica era stata invece quella di articolare una serie innumerevole di precetti per proteggere la stessa legge, come una siepe attorno a qualcosa di prezioso da custodire. Ma è questa anche la tendenza in ogni tradizione religiosa: aggiungere e appesantire quanto è essenziale, e venir meno in tal modo ed eliminare ciò che sta al cuore. Precetti e tradizioni rischiano così di soffocare e sostituire quanto è consegnato da Dio come tesoro da custodire: la legge parola viva da ascoltare, come segno della sua vicinanza, della sua opera di liberazione e come legge di libertà, da vivere nel tempo.

Le parole di Gesù si concentrano sul richiamo all’essenziale, delineato come il comandamento di Dio. E’ importante evitare un rischio sempre presente nell’accostare testi come questo: leggervi cioè una contrapposizione di Gesù alla spiritualità ebraica, un rifiuto della fede dei padri e la proposta di una alternativa in senso di opposizione. Gesù vive la sua fede in piena fedeltà al cuore della legge,e  proprio per questo ne richiama il cuore e la radice profonda: il suo richiamo è indicazione di fondo su come intendere e vivere il rapporto stesso con Dio. Qui sta la carica di sovversione della sua parola di fronte al sistema religioso che pretende di possedere la legge stessa di Dio, la sua parola.

Ciò che è irrinunciabile va ricercato al di là di tante prescrizioni che possono essere tradizioni solamente degli uomini e che offuscano e fanno perdere di vista il centro. Ma non vi è solo la critica ad un modo di vivere una religiosità tutta concentrata sull’esecuzione di norme che fanno perdere di vista il senso profondo del rapporto con Dio. C’è un richiamo profondo al cuore dell’uomo. Non ha senso una osservanza di tradizioni che portano a considerare le cose in se stesse pure o impure.

La polemica si concentra sul modo di intendere la vita nell’opposizione di puro e impuro. Essa genera la mentalità di preservarsi dall’impurità e poter così giudicare gli altri, ritenendosi preservati e garantiti. Essa genera anche tutte le forme di discriminazione, di disprezzo dell’altro, di esclusivismo e di superiorità. Gesù richiama all’interiorità, alla coscienza. Richiama al primato di una fede vissuta come incontro e relazione e non come esecuzione di norme: il ‘cuore’, nel linguaggio biblico, è la sede delle decisioni, il luogo delle scelte e degli orientamenti di vita, il luogo in cui si unifica pensiero e vita, orientamento e azione. Non c’è nulla che può rendere impuro l’uomo dal di fuori, ma ciò che reca impurità proviene dal di dentro, dal cuore. Viene messa in questione la responsabilità personale e Gesù presenta una critica a quella tendenza di ogni tempo di delegare la responsabilità del male ad altro non assumendosi il peso di scelte e decisioni.

Il problema della tradizione degli antichi viene quindi spostato: ciò che si deve considerare non è tanto l’adempimento di prescrizioni ma l’orientamento del cuore: è una esigenza profonda che interroga sulla direzione di fondo dell’esistenza. E’ provocazione a vivere un rapporto con Dio che non si esaurisce nel compimento di prescrizioni ma esige un cuore nuovo, disponibile sempre a cambiare e a camminare nell’ascolto. Ciò che Gesù chiede è una fedeltà da scoprire e vivere in modo sempre nuovo. Certamente essa implica anche una traduzione concreta nell’ambito della vita e dei comportamenti ma non può esaurirsi in una serie di indicazioni, in un elenco di comportamenti. E’ un rapporto vivente con Dio, l’apertura ad un cammino nella ricerca di colui che cambia il cuore e lo rende capace di amare. Non un ripiegamento su di sé ma l’ascolto di quanto Dio chiede nell’interiorità del cuore e che esige di farsi vita. Ascolto in una relazione in cui ci si scopre toccati dallo sguardo di Dio che fa camminare nella libertà.

La lettera di Giacomo parla a questo proposito di legge di libertà: “Chi invece fissa lo sguardo sulla legge perfetta, la legge della libertà, e le resta fedele, … questi troverà la sua felicità nel praticarla”.

Alessandro Cortesi op

 

 

 

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