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commenti alla Parola della domenica e riflessioni

Archivio per la categoria “Commenti letture”

II domenica del tempo ordinario – anno A – 2020

IMG_6518.JPGIs 49,3.5-6; 1Cor 1,1-3; Gv 1,29-34

Il tempo ordinario è tempo in cui condurre un cammino per ritornare a Gesù, scorgere il suo volto, imparare a seguirlo, ad essere sue discepoli e discepoli lungo la sua via.

Un’espressione ripetuta nella pagina del vangelo è ‘rendere testimonianza’. Giovanni Battista nel IV vangelo rende testimonianza perché ‘vede’ in modo più profondo e sa indica la presenza di Gesù: ‘in mezzo a voi sta uno che voi non conoscete’ (Gv 1,26). Testimonianza è così rinviare ad un incontro. Il IV vangelo lega insieme il gesto del battesimo con l’invito a conoscere Gesù: ‘sono venuto a battezzare con acqua perché egli fosse fatto conoscere ad Israele’ (Gv 1,31). La prima testimonianza del Battista è quella dell’amico: annuncia qualcuno che viene dopo di lui ma che sta prima e il gesto che egli propone, l’immersione nel Giordano indica un’attesa: ‘Ecco colui del quale io dissi: dopo di me viene un uomo che mi è passato davanti, perché era prima di me. Io non lo conoscevo…’ (1,30). Il Battista riconosce il suo limite e la sua incapacità. Indica Gesù rinviando ad una scoperta da attuare in un incontro. Gesù è presenza da scoprire: viene dopo ma egli era da prima. In Gesù si fa vicina la Parola di Dio, e su di lui rimane lo Spirito. ‘Io non lo conoscevo, ma colui che mi ha inviato a battezzare con acqua mi aveva detto: l’uomo sul quale vedrai scendere e rimanere lo Spirito è colui che battezza in Spirito santo’ (1,33)

Il Battista è testimone perché risponde ad una chiamata di Dio e per dono del Padre può riconoscere Gesù come colui che battezza in Spirito Santo.

Gesù è presentato come uomo nuovo: la sua umanità è ripiena dello Spirito che si ferma e rimane su di lui. Risuonano così pagine del Primo testamento: ‘Su di lui si poserà lo Spirito del Signore, Spirito di sapienza e di intelligenza…’ (Is 11,2) ‘Ecco il mio servo… ho posto il mio spirito su di lui’ (Is 42,1).

Gesù è conosciuto così da Giovanni come colui che vive nello Spirito: la dimensione più profonda della sua vita sta in questo respiro che è il soffio di Dio. La sua missione è comunicazione della forza dello Spirito a noi: seguendo lui si viene immersi nello Spirito e si apre una nuova creazione. Come all’inizio della creazione lo Spirito aleggiava sulle acque (Gen 1,2) e come dopo il diluvio una colomba annuncia sopra le acque un mondo nuovo così ora la colomba – vista da Giovanni sopra Gesù – indicare la presenza dello Spirito e l’inizio di una storia nuova. La testimonianza di Giovanni riguarda l’identità di Gesù: ‘E io ho visto e ho reso testimonianza che questi è il Figlio di Dio’ (Gv 1,34).

Il discepolo è colui che rende testimonianza ed è chiamato a vedere con occhi nuovi, con gli occhi della fede. Giovanni Battista indica Gesù come l’agnello: ‘Ecco l‘agnello di Dio che toglie il peccato del mondo’. Gesù è venuto a liberare questa realtà di tenebre, il ‘mondo’ quale dominio dell’egoismo, ricerca del possesso, superbia (cfr. 1Gv 2,16). L’agnello è immagine che rinvia alla pasqua. La via del discepolo sarà seguire Gesù fino alla sua pasqua di morte e risurrezione.

Alessandro Cortesi op

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Testimoni di gentilezza

Ogni anno le chiese cristiane di una regione del mondo preparano il materiale della Settimana di preghiera per l’unità dei cristiani. E’ questa una settimana di incontro e preghiera comune: il Concilio Vaticano II ha sottolineato l’importanza di coltivare il cammino ecumenico: “Siccome oggi, sotto il soffio della grazia dello Spirito Santo, in più parti del mondo con la preghiera, la parola e l’azione si fanno molti sforzi per avvicinarsi a quella pienezza di unità che Gesù Cristo vuole, questo santo Concilio esorta tutti i fedeli cattolici perché, riconoscendo i segni dei tempi, partecipino con slancio all’opera ecumenica” (Unitatis Redintegratio 4).

Quest’anno la settimana si svolgerà dal 18 al 25 gennaio ed è inaugurata dalla giornata per l’approfondimento e lo sviluppo del dialogo tra cattolici ed ebrei anticipata al 16 gennaio. Le chiese cristiane di Malta e Gozo hanno predisposto la traccia per quest’anno richiamando ad una storia di vicinanza di Dio e di accoglienza umana. Il testo base della settimana è quello di Atti degli apostoli in cui è narrato il naufragio di Paolo nel suo viaggio in catene verso Roma e il suo approdare nell’isola di Malta dove – è questo il titolo ripreso come linea guida di preghiera – ‘ci trattarono con gentilezza’ (At 28,2).

In questi anni in cui si perpetua il dramma dei migranti che cercano rifugio in viaggi su barconi e gommoni verso l’Europa, in una regione, come Malta che condivide con gli altri Paesi europei la chiusura, l’incapacità di pensare in termini progettuali l’accoglienza, le chiese di Malta propongono alla meditazione comune dei cristiani la pagina del naufragio di Paolo, un racconto in cui dopo tante peripezie nel mare «tutti giunsero salvi a terra» (At 27, 44). Non è stato così per tante e tanti che hanno perso la vita nel Mediterraneo in questi anni. Ma il messaggio che giunge per questa settimana di preghiera provoca a considerare le chiamate di Dio a vivere il vangelo che ci giungono dalla storia e dagli oppressi.

Paolo è in catene ma anche in questa condizione di prigioniero mentre sta per essere condotto a Roma la missione di Dio continua. Sulla barca sono indicate presenti 276 persone. Tra di esse vari gruppi: i soldati, i marinai e i prigionieri. I più vulnerabili sono i prigionieri in catene. Nel mare in tempesta tutti sperimentano la condizione di debolezza di fronte allo scatenarsi delle forze della natura. I prigionieri sono nella condizione di essere condannati ad una esecuzione sommaria. Ma nel tumulto del mare e dei cuori Paolo comunica la sua testimonianza e la sua fede che la vita di tutti è nelle mani di Dio. Tutti ne sono incoraggiati e condividono insieme il pane aprendosi ad una fiducia che viene dalle sue parole. “Nessuno di voi perderà neppure un capello” (At 27, 34; cfr Lc 21, 18). E’ questa la testimonianza di Paolo che indica il disegno di salvezza di Dio per tutta l’umanità. Su quella barca Paolo spezza il pane insieme a coloro che erano tra i medesimi pericoli ‘dopo aver reso grazie’: un gesto di condivisione e nel contempo anche un gesto di eucaristia, in cui vivere la comunione nel chiedere al Signore forza nella prova e nello scoprire la comunione degli uni con gli altri al di là dei confini di separazione.

Persone diverse per tanti motivi si trovano ad approdare, dopo la tempesta, ad una medesima destinazione dove incontrano gesti di ospitalità, attorno al fuoco, benché le loro lingue siano diverse. Gli abitanti dell’isola di Malta offrono ai naufraghi, che sono stranieri, una accoglienza fatta di cura e di attenzione: ‘ci trattarono con gentilezza’. Per questa loro particolare gentilezza si attua un raduno ed un incontro che si manifesta come esperienza di ospitalità. La provvidenza di Dio si rende vicina e manifesta nell’ospitalità dei maltesi, nella loro apertura ad accogliere gli sconosciuti naufraghi che avevano fatto approdo alla loro isola, con gesti di ospitalità.

“L’ospitalità è una virtù altamente necessaria nella ricerca dell’unità tra cristiani. (…) La nostra stessa unità di cristiani sarà svelata non soltanto attraverso l’ospitalità degli uni verso gli altri, pur importante, ma anche mediante l’incontro amorevole con coloro che non condividono la nostra lingua, la nostra cultura e la nostra fede”. (Sussidio, Introduzione, p.9)

L’ospitalità è al cuore della testimonianza e del messaggio di Gesù. E’ una via in cui scoprire che la nostra vita sorge e si sviluppa in un essere accolti e vive della responsabilità di ricevere e dare accoglienza. Nella gentilezza dell’ospitalità si rende presente lo stile di Gesù: chi coltiva un cuore ospitale e scelte di ospitalità attua il superamento dell’indifferenza, attitudine di chi non guarda e non è sensibile alle sofferenze degli altri.

Oggi vivere ospitalità con gentilezza è una tra le sfide maggiori nel mondo segnato dalle migrazioni di tanti che cercano aiuto e protezione e cure. “Questo racconto ci interpella come cristiani che insieme affrontano la crisi relativa alle migrazioni: siamo collusi con le forze indifferenti oppure accogliamo con umanità, divenendo così testimoni dell’amorevole provvidenza di Dio verso ogni persona?” (Sussidio, Introduzione, p. 10)

Alessandro Cortesi op

Qui è possibile scaricare il Sussidio del Centro Pro Unione

Battesimo del Signore – anno A – 2020

baptismIs 42,1-4.6-7; Sal 28; At 10,34-38; Mt 3,13-17

L’episodio del battesimo di Gesù da parte del Battista è uno dei punti fermi della ricostruzione del cammino storico di Gesù nella sua vita. Ed è un passaggio che sin dagli inizi fece difficoltà alle prime comunità cristiane: indicare Gesù come Messia e presentarlo come unito alla folla di coloro che si recavano da Giovanni Battista per essere immersi nel Giordano, Gesù quindi come discepolo, Gesù come parte di un popolo in attesa di perdono, nell’accogliere l’invito alla conversione è certamente un dato che pone difficoltà. Il racconto di Matteo riprende sostanzialmente quello di Marco da cui dipende.

‘Gesù vide i cieli squarciarsi’: non è rinvio ad un evento prodigioso ma è un modo per esprimere il significato profondo di quel momento: una apertura si attua nel rapporto con Dio. I cieli chiusi sono metafora usata dai profeti per esprimere il silenzio di Dio (Is 51,9-10): ora i cieli si aprono.

In quel momento è presentata una missione nella forza dello Spirito. Lo Spirito scende su Gesù come colomba (Mc 1,10): come Mosè quando risalì dal mare e ricevette il dono dello Spirito secondo il racconto dell’Esodo. Gesù, risalendo dalle acque ripropone il cammino di liberazione dell’esodo, il farsi vicino di Dio, che sta all’origine della vita di un popolo chiamato ad un cammino di libertà e servizio. Gesù come Mosè, guida questa cammino all’incontro con Dio.

Lo Spirito gli è donato per una missione: la sua identità è indicata nell’essere il Figlio diletto nel quale Dio si compiace: ‘diletto’ è chiamato il ‘servo’ di Isaia (42,1). Gesù è così presentato come Figlio, messia (con riferimento al salmo 2,7): è il Figlio amato che nella sua vita attua la missione di quel profeta di cui Isaia aveva parlato. E’ questo un momento in cui a Gesù si rende chiara la sua missione di portare la bella notizia dell’amore perdonante di Dio a tutto il popolo, senza esclusioni.

La versione di Matteo, che riprende il testo di Marco, aggiunge sottolineature proprie. Indica innanzitutto che Gesù sceglie liberamente e chiede di farsi battezzare da Giovanni. Poi inserisce in aggiunta un dialogo tra Gesù e il Battista in cui si dà spiegazione del significato di questo gesto di immersione: Gesù si fa battezzare ‘per realizzare ogni giustizia’. Per Matteo la ‘giustizia’ è un dono di Dio, è la sua fedeltà di amore e di cura. Sarà questo il cuore dell’annuncio di Gesà nel discorso della montagna: ‘cercate prima il regno di Dio e la sua giustizia’. In questo gesto di penitenza Gesù viene a compiere la legge ma nel contempo manifesta una giustizia che sta oltre la legge ed è dono di Dio. Si manifesta come il ‘servo’. In lui tutti avranno perdono per la giustizia che è fedeltà di Dio al suo amore, misericordia senza limiti.

Giovanni Battista proponeva questo gesto di immersione nelle acque del fiume Giordano come un gesto di penitenza, segno dell’impegno ad una conversione: Gesù accoglie tale proposta del profeta del deserto che propone un volgersi a Dio distante dalle pratiche del tempio, dal sacerdozio e dal sistema dei sacrifici.

E’ questo il primo passo della missione di Gesù come messia del servizio e di un rapporto con Dio vissuto nella pratica della vita come dono. La scelta di Gesù di farsi immergere nelle acque è indicazione della sua via: intende la sua vita sulle tracce del servo e si fa solidale con il cammino dell’umanità in attesa di salvezza.

Alessandro Cortesi op

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Acqua

“27. (…) Conosciamo bene l’impossibilità di sostenere l’attuale livello di consumo dei Paesi più sviluppati e dei settori più ricchi delle società, dove l’abitudine di sprecare e buttare via raggiunge livelli inauditi. Già si sono superati certi limiti massimi di sfruttamento del pianeta, senza che sia stato risolto il problema della povertà.

28. L’acqua potabile e pulita rappresenta una questione di primaria importanza, perché è indispensabile per la vita umana e per sostenere gli ecosistemi terrestri e acquatici. Le fonti di acqua dolce riforniscono i settori sanitari, agropastorali e industriali. La disponibilità di acqua è rimasta relativamente costante per lungo tempo, ma ora in molti luoghi la domanda supera l’offerta sostenibile, con gravi conseguenze a breve e lungo termine. Grandi città, dipendenti da importanti riserve idriche, soffrono periodi di carenza della risorsa, che nei momenti critici non viene amministrata sempre con una adeguata gestione e con imparzialità. La povertà di acqua pubblica si ha specialmente in Africa, dove grandi settori della popolazione non accedono all’acqua potabile sicura, o subiscono siccità che rendono difficile la produzione di cibo. In alcuni Paesi ci sono regioni con abbondanza di acqua, mentre altre patiscono una grave carenza.

29. Un problema particolarmente serio è quello della qualità dell’acqua disponibile per i poveri, che provoca molte morti ogni giorno. Fra i poveri sono frequenti le malattie legate all’acqua, incluse quelle causate da microorganismi e da sostanze chimiche. La dissenteria e il colera, dovuti a servizi igienici e riserve di acqua inadeguati, sono un fattore significativo di sofferenza e di mortalità infantile. Le falde acquifere in molti luoghi sono minacciate dall’inquinamento che producono alcune attività estrattive, agricole e industriali, soprattutto in Paesi dove mancano una regolamentazione e dei controlli sufficienti. Non pensiamo solamente ai rifiuti delle fabbriche. I detergenti e i prodotti chimici che la popolazione utilizza in molti luoghi del mondo continuano a riversarsi in fiumi, laghi e mari.

30. Mentre la qualità dell’acqua disponibile peggiora costantemente, in alcuni luoghi avanza la tendenza a privatizzare questa risorsa scarsa, trasformata in merce soggetta alle leggi del mercato. In realtà, l’accesso all’acqua potabile e sicura è un diritto umano essenziale, fondamentale e universale, perché determina la sopravvivenza delle persone, e per questo è condizione per l’esercizio degli altri diritti umani. Questo mondo ha un grave debito sociale verso i poveri che non hanno accesso all’acqua potabile, perché ciò significa negare ad essi il diritto alla vita radicato nella loro inalienabile dignità. Questo debito si salda in parte con maggiori contributi economici per fornire acqua pulita e servizi di depurazione tra le popolazioni più povere. Però si riscontra uno spreco di acqua non solo nei Paesi sviluppati, ma anche in quelli in via di sviluppo che possiedono grandi riserve. Ciò evidenzia che il problema dell’acqua è in parte una questione educativa e culturale, perché non vi è consapevolezza della gravità di tali comportamenti in un contesto di grande inequità.

31. Una maggiore scarsità di acqua provocherà l’aumento del costo degli alimenti e di vari prodotti che dipendono dal suo uso. Alcuni studi hanno segnalato il rischio di subire un’acuta scarsità di acqua entro pochi decenni se non si agisce con urgenza. Gli impatti ambientali potrebbero colpire miliardi di persone, e d’altra parte è prevedibile che il controllo dell’acqua da parte di grandi imprese mondiali si trasformi in una delle principali fonti di conflitto di questo secolo”.

Nella lettera enciclica Laudato si’ di papa Francesco  la questione dell’acqua è affrontata come una tra le emergenze che compongono il quadro di ciò che sta accedendo nella casa della Terra, in quella casa comune che è l’ambiente (LS 27-31) .

Una tra le conseguenze più drammatiche della mancanza di risorse idriche è lo scoppio di conflitti a motivo dell’acqua: l’Istituto Agenzia Italiana Sviluppo Sostenibile (Asvis) ha rilevato come 844 milioni di persone nel mondo non hanno accesso all’acqua potabile e 2,3 miliardi non hanno servizi igienici di base (dati 2018).

I cambiamenti climatici producono un aumento della temperatura e da qui hanno luogo i processi di desertificazione e di abbandono di regioni segnati dalla siccità da parte di intere popolazioni (i cosiddetti migranti climatici). A seguito del cambiamento climatico le guerre per l’acqua stanno diventando una emergenza. Il World Resources Institute in un report “Water, peace and security” (Wps), pubblicato il 5 dicembre 2019 a Ginevra ha presentato al riguardo uno studio che rileva come l’acqua diverrà nel prossimo futuro una delle cause principali di conflitto e emigrazione.

“Le crisi idriche stanno aumentando in tutto il mondo e saranno solo aggravate dai cambiamenti climatici. Comprendere la dimensione idrologica di tali crisi non è sufficiente per trovare soluzioni accettabili: dobbiamo anche comprendere le loro implicazioni sugli esseri umani e sui sistemi sociali, economici e politici, spesso mal equipaggiati per affrontare tali crisi in modo efficace e cooperativo”, ha dichiarato Eddy Moors, rettore dell’ Ihe delft Institute for water education. (Ivan Manzo, Nel 2020 previsti conflitti per l’acqua in India, Iran, Iraq, Mali, Nigeria, Pakistan; 27 dicembre 2019)

Nella Laudato sì c’è un invito a vivere il senso profondo del rapporto con le cose da leggere come creazione (LS 76): “Per la tradizione giudeo-cristiana, dire “creazione” è più che dire natura, perché ha a che vedere con un progetto dell’amore di Dio, dove ogni creatura ha un valore e un significato. La natura viene spesso intesa come un sistema che si analizza, si comprende e si gestisce, ma la creazione può essere compresa solo come un dono che scaturisce dalla mano aperta del Padre di tutti, come una realtà illuminata dall’amore che ci convoca ad una comunione universale”.

E’ anche ricordato come nelle cose vi sia una presenza divina che è continuazione dell’azione creatrice (LS 80): “Lo Spirito di Dio ha riempito l’universo con le potenzialità che permettono che dal grembo stesso delle cose possa sempre germogliare qualcosa di nuovo: «La natura non è altro che la ragione di una certa arte, in specie dell’arte divina, inscritta nelle cose, per cui le cose stesse si muovono verso un determinato fine. Come se il maestro costruttore di navi potesse concedere al legno di muoversi da sé per prendere la forma della nave» (Tommaso d’Aquino)”.

Il rapporto con gli elementi della terra e con le cose è così luogo di incontro con Dio (LS 233): “L’universo si sviluppa in Dio, che lo riempie tutto. Quindi c’è un mistero da contemplare in una foglia, in un sentiero, nella rugiada, nel volto di un povero. L’ideale non è solo passare dall’esteriorità all’interiorità per scoprire l’azione di Dio nell’anima, ma anche arrivare a incontrarlo in tutte le cose”. A questo proposito è citato un mistico islamico maestro spirituale Ali Al-Khawwas: “C’è un “segreto” sottile in ciascuno dei movimenti e dei suoni di questo mondo. Gli iniziati arrivano a cogliere quello che dicono il vento che soffia, gli alberi che si piegano, l’acqua che scorre, le mosche che ronzano, le porte che cigolano, il canto degli uccelli, il pizzicar di corde, il fischio del flauto, il sospiro dei malati, il gemito dell’afflitto”.

“…la terra è essenzialmente una eredità comune, i cui frutti devono andare a beneficio di tutti” (LS 93). Ed è proposta una direzione che non si limita a singole azioni limitate ma ad un nuovo modo di intendere la vita e a scegliere nuovi e diversi paradigmi secondo una visione culturale ecologica (LS111): “La cultura ecologica non si può ridurre a una serie di risposte urgenti e parziali ai problemi che si presentano riguardo al degrado ambientale, all’esaurimento delle riserve naturali e all’inquinamento. Dovrebbe essere uno sguardo diverso, un pensiero, una politica, un programma educativo, uno stile di vita e una spiritualità che diano forma ad una resistenza di fronte all’avanzare del paradigma tecnocratico”.

Alessandro Cortesi op

 

 

 

II domenica di Natale – anno A – 2020

IMG_6452Sir 24,1-4.8-12; Efes 1,3-6.15-18; Gv 1,1-18

Al cuore della prima pagina del IV vangelo sta l’espressione ‘E il Verbo si fece carne e venne ad abitare in mezzo a noi’. Più esattamente si potrebbe tradurre ‘pose la sua tenda in mezzo a noi’.

La tenda, chiamata la ‘dimora’, aveva accompagnato il percorso dell’esodo ed era il luogo in cui risiedeva la ‘gloria’ di Jahwè (cfr. Es 26,1-14): in essa era posta l’arca dell’alleanza con le tavole della legge. Tenda e arca sono simboli che rinviano all’alleanza e all’opera di liberazione di Dio sceso per liberare il suo popolo. Tale luogo era pensato come la sede in cui Dio aveva il suo trono sedendo sopra: “Davide…si alzò e partì con tutta la sua gente… per trasportare di là l’arca di Dio, sulla quale è invocato il suo nome, il nome del Signore degli eserciti, che siede in essa sui cherubini” (2Sam 6,2).

La tenda è vissuta da Israele come ‘luogo dell’incontro’: “a questa tenda del convegno posta fuori dell’accampamento, si recava chiunque volesse consultare il Signore” (Es 33,9). La tenda è segno della presenza di Dio che accompagna il cammino d’Israele dall’Egitto verso la terra promessa. Sopra la tenda sostava la nube simbolo della presenza di Dio. La nube da un lato rivela e dall’altro mantiene velato; con la tenda indica la vicinanza del Dio altissimo che parlava con Mosè ‘come un uomo parla con un altro’.

Dio rimane l’inaccessibile, l’Altro dalla creatura, ma la tenda è luogo segno di incontro con Lui che si rende vicino ogni volta che si ascolta la sua Parola: ‘Io sono il Signore tuo Dio’. “Se due si riuniscono insieme per dedicarsi alle parole della Torah, la shekinah (la dimora) è presente” (Pirkê Abot III 3; cfr. Mt 18,20).

I profeti indicheranno che Dio non abita in qualche luogo particolare, ma abita il suo popolo: Dio sta in mezzo a Israele per adempiere la sua promessa: ‘Io sarò con te’ (Es 3,12) e la sua presenza è per costruire il suo popolo. Anche il tempio, sede dell’arca dell’alleanza nel tempo della stabilità dopo il cammino nel deserto, è solamente un segno. “Gioisci, esulta, figlia di Sion, perché ecco io vengo ad abitare in mezzo a te… nazioni numerose aderiranno in quel giorno al Signore e diverranno suo popolo ed egli dimorerà in mezzo a te” (Zac 2,14).

“il Verbo ha posto la sua tenda in mezzo a noi” è espressione che rinvia a tali riferimenti. La Parola si è resa vicina nella presenza umana di Gesù. “Dio nessuno l’ha mai visto: proprio il Figlio unigenito che è nel seno del Padre, lui lo ha raccontato” (Gv 1,18). Nel volto di Gesù il IV vangelo legge il farsi vicino della Parola di Dio: ha posto la sua tenda in mezzo a noi, nella umanità, la carne. Gesù spiega e fa vedere nel suo volto umano la gloria di Dio il Padre.

Il Verbo fatto carne è la nuova tenda di una alleanza, non frutto di opera umana, ma dono da accogliere: “a quanti però l’hanno accolto ha dato il poter di diventare figli di Dio; a quelli che credono nel suo nome, i quali non da volere di carne, né da volere di sangue, ma da Dio sono stati generati” (Gv 1,12-13). La nascita di Gesù è vista dal IV vangelo nel mistero profondo della vita di Dio. Quella vita segnata dalla fragilità dell’esistenza umana (la carne) è ‘tenda’ in cui incontrare il volto di Dio, la sua Parola. “In lui era la vita e la vita era la luce degli uomini… e noi vedemmo la sua gloria, gloria come di unigenito dal Padre” (Gv 1,4.14).

Alessandro Cortesi op

Madonna di Fiesole.jpg

Sguardi di umanità

E’ stata una scoperta particolare qualche anno fa. I restauratori dell’Opificio delle pietre dure di Firenze durante un sopralluogo nel vescovado di Fiesole hanno posto attenzione a quest’opera, una terracotta policroma, modellata nella creta con materiali particolarmente preziosi, indicazione di una ricca committenza. Si tratta di un modello utilizzato poi per altre repliche realizzate da questo prototipo. La Madonna di Fiesole è così stata sottoposta a restauro e presentata nel 2008. E’ apparso come la sua fattura, dipinta a freddo, fosse particolarmente raffinata al punto da condurre ad una attribuzione a Filippo Brunelleschi, il grande architetto fiorentino progettatore della cupola della Cattedrale di s. Maria del Fiore e del portico dell’Ospedale degli Innocenti. Brunelleschi fu anche scultore: si era formato in età giovanile in una bottega di scultori e aveva collaborato all’altare argenteo di san Jacopo di Pistoia. La terracotta è collocabile agli inizi del Quattrocento e risente dello stile di Brunelleschi come appare da un raffronto con il crocifisso di santa Maria Novella. Potrebbe essere un’opera giovanile successiva al concorso del 1401 sulle porte del Battistero e prima delle grandi opere di architettura.

Forse l’opera venne trasferita a Fiesole dopo la cacciata di Piero de’ Medici e della sua famiglia, avvenuta il 9 novembre 1494, a seguito del saccheggio del giardino di San Marco e delle altre proprietà Medicee. Risultano infatti scalpellati gli stemmi medicei alla base. La Madonna potrebbe essere stata recuperata da qualcuno e condotta a Fiesole in tale circostanza.

Nella terracotta Maria è raffigurata con volto giovane e delicato. Il suo sguardo si perde nell’orizzonte ma la sua testa è chinata dolcemente ad incontrare il volto del bambino e a sfiorare con il suo zigomo la fronte riccioluta, su cui scendono capelli dorati, di Gesù. La scultura evoca i pensieri di Maria in rapporto al suo figlio. Gesù è raffigurato nel movimento dello stringersi alla mamma. Anche nel suo sguardo traspare un velo di tristezza, quasi un movimento di ritrarsi. E’ proprio della tradizione iconografica cristiana raffigurare la madre il bambino, con una evocazione degli eventi della morte di Gesù, letta insieme  al mistero della risurrezione. Nel suo volto si delinea già l’ombra del dramma della sua vita, ma nel contempo l’abbandono in Dio e la decisione serena che guida la sua esistenza: una tenerezza che racconta la misericordia di cui la croce è segno supremo. Il bambino si stringe alla madre e quasi si rannicchia sotto il manto di lei che lo copre avvolgendone il corpo, non a coprirlo interamente, ma lasciandolo in parte nudo. Le sue gambine scoperte si intrecciano con la mano di Maria che ne tiene una come se stesse accarezzandola mentre l’altra le si appoggia dolcemente. E l’altra mano di Maria sorregge Gesù facendosi arco e appoggio al suo corpo. La nudità del bambino è indicazione della sua umanità, del suo condividere la fragilità di ogni creatura. Gesù si stringe alla mamma quasi aggrappandosi a lei e alla sua veste: una veste particolarmente preziosa, decorata con oro. Maria è raffigurata con sul capo una corona di cui sono andate perdute le punte risultando così come un cerchio che tiene fissato il suo velo. E così il suo volto manifesta i tratti di una giovane donna. Gesù appare nella sua fragilità, nella nudità del suo essere bambino, nella vulnerabilità di chi cerca rifugio e protezione con lo sguardo che sembra esprimere sentimenti diversi: paura, desiderio di sottrarsi al male e ai pericoli, senso di affidamento e ricerca di sicurezza ed anche riposo sereno nelle braccia della madre. Un dialogo silenzioso avvolge la scena di questo stare insieme, intrecciati e facendosi dono di tenerezza e di sostegno l’uno all’altra.

Il gruppo scultoreo è poggiato su una base rettangolare, in cui appaiono archetti intrecciati in stile gotico e sui lati degli stemmi che sono stati cancellati. Ai piedi la scritta ‘O mater Dei memento mei’, ‘Madre di Dio ricordati di me’: una preghiera che sgorga dal soffermarsi ad incontrare lo sguardo del bambino e della giovane madre.

Alessandro Cortesi op

 

 

 

 

 

 

S.Famiglia di Gesù, Maria e Giuseppe – anno A

Gesù altalenaSir 3,2-6.12-14; Col 3,12-21; Mt 2,13-15.19-23

Il capitolo 2 di Matteo presenta in contrapposizione la ricerca dei Magi nell’andare incontro al Messia, e l’ostilità di Erode che uccide i bambini di Betlemme. Al centro vi sono due sogni di Giuseppe in cu riceve indicazione di fuggire in Egitto e poi di ritornare. Alla fine la famiglia giunge a Nazaret. Ai progetti di morte di Erode si contrappone un annuncio di vita e l’indicazione di una via di salvezza.

I vari momenti sono accostati a citazioni di testi profetici legate ai luoghi: l’Egitto, Betlemme-Rama, Nazareth. Matteo intende così suggerire il senso della nascita di Gesù. Gesù compie il cammino che era stato quello di Israele. Si rinvia all’esodo dall’Egitto, e si insiste sul ‘nome’ di Gesù: ‘il figlio’ e il ‘nazareno’. Un chiave di lettura di queste pagine è un versetto del libro di Osea: “dall’Egitto ho chiamato mio figlio” (Os 2,15).

Erode ha i tratti di un nuovo faraone, rappresentante di un potere politico fautore di progetti di morte. Il cammino di Giuseppe che segue le indicazioni dell’angelo ripropone la vicenda del popolo di Israele perseguitato in Egitto che vive l’uscita dall’oppressione. Proprio nel deserto Israele sperimentò la vicinanza di Dio liberatore: “tu dirai al faraone: Dice il Signore: Israele è il mio primogenito. Io ti avevo detto: lascia partire il mio figlio perché mi serva!” (Es 4,22-24) E’ promessa confermata a Davide: ‘Io gli sarò padre ed egli mi sarà figlio’ (2Sam 7,14). Matteo vede Gesù che ripercorre nella sua vita il cammino della fede di Israele: egli è così il ‘figlio’ che compie la volontà del Padre identificandosi nel popolo di Dio.

Nella scena di persecuzione dei bambini di Betlemme, Matteo rilegge un testo del primo Testamento (Ger 31,15): nella deportazione al tempo della conquista babilonese viene ricordato il pianto di Rachele, moglie di Giacobbe, nel vedere i suoi figli oppressi e uccisi. “Rachele piange i suoi figli, e non vuole essere consolata per i suoi figli, perché non sono più”. Dice il Signore: “Trattieni il tuo pianto, i tuoi occhi dalle lacrime, perché c’è un compenso alle tue fatiche – oracolo del Signore -: essi torneranno dal paese nemico”. La strage voluta da Erode è opera di un potere impaurito e coinvolge ‘tutti’. Gesù, nuovo Mosè, non è accolto nel suo essere profeta e messia.

La narrazione si conclude con una nuova tappa: Giuseppe con Gesù e sua madre rientrano dall’Egitto a Nazareth, in Galilea. Così si specifica che Gesù è nazareno, ‘consacrato’ (come Sansone ‘nazir = consacrato, cfr. Gdc 13,5.7) ed è messia quale ‘germoglio’ dal tronco di Iesse (in ebraico ‘nezer’; cfr. Is 11,1).

Gesù ha i tratti del profeta come Mosè, ed è accostato a Giacobbe, figura singola ed insieme collettiva (Giacobbe porta infatti il nome del popolo, Israele). Giacobbe-Israele scese infatti in Egitto e tornò come popolo numeroso (Gen 46,3). Il cammino della famiglia di Gesù in Egitto ripercorre i passi di Israele-Giacobbe.

Di Giuseppe si ripete ‘prese con sé il bambino e sua madre’: è uomo ‘giusto’, cioè ‘fedele’, disponibile a stare davanti a Dio e a rimanere accanto a Maria. Giuseppe ascolta e ‘prende con sé’. Ascoltare la Parola e farsi carico di coloro che Dio affida: sono i due aspetti della vita della famiglia di Nazareth. Gesù è ‘il figlio’ che rivela il volto del Padre nel suo cammino umano. Nazareth, nell’essere luogo del quotidiano, della vita semplice, delle relazioni umane, è la via scelta da Dio per rivelarsi.

Alessandro Cortesi op

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Dall’Egitto ho chiamato mio figlio…

Secondo i dati dell’anno sono 272 milioni i migranti internazionali. Tra di essi circa 24 milioni sono i rifugiati oltre confine e i richiedenti asilo. Si tratta di un numero rilevante ma da considerare in rapporto alla percentuale della popolazione che è stabile o al massimo si muove all’interno del proprio Paese: si tratta del 96 % della popolazione mondiale. Questi numeri sfatano un mito presente nella propaganda di alcune forze politiche per cui saremo di fronte ad una invasione ed in presenza di numeri esorbitanti.

E’ anche da tener conto che le direttrici dei movimenti migratori sono diverse. La maggior parte conducono verso paesi in via di sviluppo: 2/5 dei migranti si dirige verso paesi poveri. Color che cercano rifugio fuori dal loro Paese per più di 4/5 si dirigono verso paesi poveri. Non è vero quindi che la migrazione è unicamente diretta dal Sud verso i Paesi ricchi del Nord del mondo.

Un altro dato da rilevare è che i movimenti migratori sono molto presenti nel quadro internazionale: le barriere e chiusure esistono in modo selettivo e sono rivolte ai migranti più deboli, coloro che cercano asilo, persone che non possono prestare lavori qualificati.

In Italia negli ultimi tre anni vi è stata una forte diminuzione degli ingressi di migranti a causa degli accordi europei con la Turchia nel 2016 e a seguito di un memorandum stilato tra governo italiano e Libia (benché questo Paese sia in una condizione di guerra civile e siano documentate le continue e terribili violazioni di diritti umani nei centri di detenzione dei migranti di quel paese). Ma ciò non significa che siano diminuite le persone che cercano rifugio. Il numero delle vittime nei viaggi in mare è aumentato anche per l’impedimento all’azione delle ONG che operavano nel Mediterraneo. La situazione di chi rimane bloccato nei campi profughi in Grecia nell’isola di Lesbo ad esempio, in Turchia, o di chi viene riportato in Libia sono disumane. Tale quadro che corrisponde a scelte politiche e ad indifferenza conduce a pensare che non vi sia intenzione di corrispondere ai grandi impegni di protezione dei diritti umani espressi nei Trattati internazionali ed in particolare nell’Europa che ha conosciuto l’orrore delle due guerre mondiali e le sofferenze dei profughi. Piuttosto la preoccupazione sembra orientata a lasciare fuori, a non fare arrivare, a non aiutare… un orientamento di disumanità e di barbarie.

Maurizio Ambrosini studioso del fenomeno e attento osservatore annota: “Governare il fenomeno (delle migrazioni ndr) è una necessità. Nessun Paese può riuscirci da solo. Tre criteri dovrebbero imporsi: concertazione, distinzione, responsabilità. Concertazione significa dare corso ai due Global Compact, su immigrazione e asilo (per l’Italia, anzitutto, significa firmarli), e tradurli in regole condivise. Distinzione vuol dire ragionare su categorie specifiche, non sull’immigrazione in generale: domandarsi per esempio di quante lavoratrici le nostre famiglie avrebbero bisogno, e come accoglierle regolarmente. Responsabilità implica onorare le convenzioni internazionali, sull’asilo come sui minori, ripristinando i diritti umani come uno dei principi-guida delle politiche migratorie: non l’unico, ma nemmeno il minore e il più elastico” (M.Ambrosini, Chi cammina davvero. Migranti: la giornata ONU e i dati reali, “Avvenire” 18 dicembre 2019).

In Italia non ci sono segni da parte di chi ha responsabilità pubblica per impostare un progetto di governo di tale fenomeno con responsabilità, con sguardo realistico e nel rispetto dei diritti umani.

Il 18/12 una nota informale del servizio centrale Siproimi (rete del sistema di protezione internazionale e per minori stranieri non accompagnati che sostituisce gli SPRAR a seguito delle legi sicurezza) invoca la cessazione delle misure di accoglienza dei titolari di protezione umanitaria al 31/12/19. Un decreto del Ministero dell’Interno del 19/12 ingiunge l’esclusione a partire dal primo gennaio 2020 dei richiedenti asilo ancora presenti nei progetti Siproimi dai servizi di integrazione.

Normative di questo tipo rendono ancor più precaria la vita di coloro che richiedono asilo e hanno ottenuto permessi di protezione umanitaria. Rende per loro difficile ogni percorso di cura, di studio, di lavoro e integrazione. Li espone ad essere senza appoggi e sostegni nel percorso di integrazione sociale e li mette a rischio di divenire facili prede della malavita. Certamente li spinge in una condizione di esclusione sociale. La logica che guida tali scelte appare come un logica punitiva tesa a rendere loro la vita difficile se non impossibile.

Tali normative contraddicono peraltro le norme del sistema di accoglienza (SPRAR) versione 2018 espresse nelle direttive SPRAR (Manuale Operativo 2018) che indica l’obiettivo di una (ri)conquista dell’autonomia quale elemento comune a ogni tipologia di accoglienza, a prescindere dalle caratteristiche dei beneficiari. E indica altresì che tutti i servizi elencati devono necessariamente essere garantiti sempre, per tutti gli accolti…

In questi mesi si è potuto registrare il fallimento del cosiddetto decreto sicurezza (dlgs 132/18, convertito in legge 113/18) e del “sistema” che ne è derivato: unico effetto eclatante è l’aver prodotto una impressionante crescita della marginalità di persone che non possono accedere a nessuna forma di accoglienza, l’aver causato nuove forme di insicurezza.

La Rete Europasilo che riunisce enti e associazioni impegnati nel settore, ha diramato in questi giorni un appello in cui sono presentate alcune puntuali richieste che appaiono sempre più urgenti nell’attuale contesto:

– il ritiro immediato della circolare del 18.12.19 e del decreto 132/18;

– il ripristino del sistema Sprar, del suo carattere di sistema unico per richiedenti e titolari di protezione, pubblico e nazionale e del suo regime di sussidiarietà tra enti locali e terzo settore;

– il superamento della “volontarietà” nell’accesso degli enti locali al bando;

– il ripristino di un piano di ripartizione nazionale che consenta una programmazione nazionale e una equa distribuzione di responsabilità e risorse.

Papa Francesco, nel Messaggio per la 105 giornata del Migrante e del Rifugiato 2019 ha scritto: “Non si tratta solo di migranti: si tratta di non escludere nessuno. Il mondo odierno è ogni giorno più elitista e crudele con gli esclusi. I Paesi in via di sviluppo continuano ad essere depauperati delle loro migliori risorse naturali e umane a beneficio di pochi mercati privilegiati. Le guerre interessano solo alcune regioni del mondo, ma le armi per farle vengono prodotte e vendute in altre regioni, le quali poi non vogliono farsi carico dei rifugiati prodotti da tali conflitti. Chi ne fa le spese sono sempre i piccoli, i poveri, i più vulnerabili..”

Non si tratta solo di migranti: si tratta della nostra umanità. Si tratta dell’umanità che intendiamo costruire di ciò che vogliamo essere ora e in futuro…

Alessandro Cortesi op

Novena di Natale

Una riflessione nella novena di Natale a partire da Mt 1,18-24:

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Il vangelo di Matteo narra la nascita di Gesù scegliendo il punto di vista di Giuseppe. E’ questa una scelta importante perché pone in risalto una presenza che rimane per tanti aspetti nascosta e discreta.

Questa sera possiamo sostare su alcuni tratti del profilo di Giuseppe, uomo che amava Maria e che fu suo compagno in una vera storia di amore e di disponibilità ad accogliere la chiamata di Dio nella loro vita.

Così don Tonino Bello scriveva in una sua lettera a Giuseppe:

“Dimmi, Giuseppe, quand’è che hai conosciuto Maria? Forse un mattino di primavera, mentre tornava dalla fontana del villaggio con l’anfora sul capo e con la mano sul fianco, snello come lo stelo di un fiordaliso?
O forse un giorno di sabato, mentre con le fanciulle di Nazareth conversava in disparte, sotto l’arco della sinagoga? O forse un meriggio d’estate, in un campo di grano, mentre abbassando gli occhi splendidi, per non rivelare il pudore della povertà, si adattava all’umiliante mestiere di spigolatrice?
Quando ti ha ricambiato il sorriso e ti ha sfiorato il capo con la prima carezza, che forse era la sua prima benedizione e tu non lo sapevi?”

Con questo sguardo di meraviglia di fronte all’amore suggerisco di cogliere in Giuseppe tre atteggiamenti che la pagina del vangelo pone in risalto.

Giuseppe è innanzitutto indicato come uomo giusto, un uomo capace di avere uno sguardo di affetto e fiducia anche quando incontra la difficoltà, quando si frappone nel rapporto con Maria la possibilità di un sospetto, di un’ombra che intacca la trasparenza di un affetto.

Questo sguardo positivo, capace di fedeltà nel rapporto è un atteggiamento di cui fare tesoro oggi in cui viviamo una realtà sociale in cui è tanto presente il sospetto continuo verso l’altro, il rancore, e l’ostilità che conduce a chiudersi. Giuseppe è uomo giusto, capace di quella fedeltà che è la caratteristica dello stile di Dio che non viene meno alle sue promesse, che non smette di amare. Giuseppe è un cuore nonviolento, capace di tenerezza.

Giuseppe è poi indicato in questo racconto di Matteo come uomo capace di sognare: il sonno è esperienza che nella Bibbia nasconde il riferimento ad una chiamata che proviene da Dio e che raggiunge qualcuno nel momento in cui si è inermi e abbandonati. E il sogno indica un momento di comunicazione. Giuseppe si rende disponibile ad accogliere la chiamata che a lui giunge nel sogno. E’ uomo capace di sognare, cioè di comprendere il cammino della sua vita alla luce non tanto di suoi progetti, ma dalla parola che proviene dai messaggeri di Dio, dalle chiamate della vita. Oggi viviamo con difficoltà questa attenzione e questa apertura propria di Giuseppe, presi come siamo da una frenesia a volte nel progettare e impostare la nostra vita senza ascoltare le chiamate di Dio che sono il suo sogno sulla storia e sulle persone e che ci giungono dai messaggeri quotidiani, dalle persone e situazioni della vita.

Infine Giuseppe è indicato più volte come uomo che prende con sé… è inviato a prendere con sé Maria e Gesù, è invitato a dare il nome a Gesù prendendolo con sé… è questa forse la sintesi più bella della vita nel seguire Gesù. Gesù per primo ci prende con sé: il suo nome significa che Dio è vicino e prende con sé la nostra storia, per liberare i poveri. E noi siamo chiamati a prendere con sé coloro che Dio ci affida nella vita, negli incontri e nelle situazioni di una storia che fa incontrare oggi persone diverse, popoli diversi. Siamo ancora chiamati a prendere con noi gli altri…

Alessandro Cortesi op – San Domenico di Fiesole – 18.12.2019

IV domenica di Avvento – anno A – 2019

santa famiglia autore Jean Pierre Augier(Santa famiglia – Jean Pierre Augier)

Is 7,10-14; Rom 1,1-7; Mt 1,18-24

Isaia, sacerdote appartenente all’aristocrazia di Gerusalemme, narra di un’esperienza profonda avuta nello svolgere il suo servizio nel tempio: una chiamata a divenire profeta. La data era attorno al 740 a.C. a Gerusalemme. Isaia descrive questa chiamata come una visione: il presentarsi di un angelo che accostò alle sue labbra un carbone ardente preso dall’altare dei sacrifici: le sue labbra così purificate sono luogo di un annuncio della parola del Signore. Isaia percepì questa chiamata e rispose: ‘Eccomi manda me’.

Da quel momento visse l’invio ad affrontare con la forza della parola profetica il potere del tempo, in particolare il re Acaz d’Israele. Isaia annuncia la futura nascita di un ‘Emmanuele’ (nome che significa ‘Dio in noi’), un re giusto, erede di Davide, che si comporterà in modo ben diverso dai re infedeli, come Acaz alla ricerca di sicurezze e appoggi umani. La dinastia di Davide continuerà e l’Emmanuele sarà esempio di abbandono fiducioso in Dio. Il ‘resto d’Israele’, il piccolo gruppo che continuerà la storia del popolo dell’alleanza troverà la sua stabilità non inseguendo progetti di dominio o alleandosi con gli imperi militari, ma scoprirà il senso della sua esistenza nella fede appoggiandosi sul Dio liberatore: “In quel giorno il resto di Israele… non si appoggeranno più su chi li ha percossi, ma si appoggeranno sul Signore, sul Santo d’Israele, con lealtà” (Is 10,20).

La figura di un Emmanuele storicamente è da identificare nel figlio di Acaz, Ezechia, che sarà un re fedele a Dio. Ma Isaia parla dell’ Emmanuele con parole così ricche di speranza (cfr. Is 11,1-16) da far intravedere in questa figura l’intervento di Dio stesso che stabilisce il regno del messia (l’unto, il consacrato da Dio) come situazione nuova di pace, in un tempo ultimo con caratteri di definitività, senza fine: ‘grande sarà il suo dominio e la pace non avrà fine’ (Is 9,5-6). L’attesa di un futuro re, che come germoglio spunterà dalla discendenza di Davide e sarà luce delle genti percorre il Primo Testamento (Gen 49,10; Num 24,17). Un altro profeta Michea rileggendo Isaia e vede l’ideale del messia collegato alla figura di un re unico alla fine dei tempi:

“E tu Betlemme di Efrata così piccola … da te mi uscirà colui che deve regnare in Israele; le sue origini sono dall’inizio del tempo, dai giorni più remoti” (Mi 5,1)

Isaia quindi indica in questo bambino un segno, ed in esso il rinvio ad una speranza oltre i confini del tempo: è segno di un disegno di salvezza di Dio nella storia.

Il vangelo di Matteo conosce bene questa tradizione. Presenta Gesù come compimento di quelle promesse descritte da Isaia. Le origini di Gesù sono narrate riprendendo gli schemi degli annunci di nascita nel Primo testamento (ad esempio la nascita di Sansone in Gdc 13,1-24): la presenza di un angelo, la chiamata per nome, l’indicazione di una difficoltà da superare, il rinvio ad un segno e alcuni tratti del bambino che nascerà.

L’annuncio dell’angelo a Giuseppe è presentato da Matteo per inserire Gesù nella discendenza di Davide: Giuseppe stesso è chiamato ‘figlio di Davide’ e gli è attribuito il compito di dargli un nome, ‘tu lo chiamerai Gesù: egli infatti salverà il suo popolo dai suoi peccati’. La storia della salvezza è segnata dalla gratuità degli interventi di Dio, dall’opera dello Spirito Santo sin dal momento del concepimento di Gesù. A Giuseppe, uomo ‘giusto’ è richiesta la disponibilità ad accogliere l’invito a ‘non temere’ e lasciarsi coinvolgere nell’opera di Dio. ‘Giusto’ significa ‘fedele’: Giuseppe vive una duplice fedeltà: a Maria a cui è legato, e alla chiamata di Dio. Si abbandona nella fede ad un progetto che viene da Dio e che lo coinvolge nella responsabilità.

Maria è presentata da Matteo con il rinvio alla ‘giovane donna’ del testo di Isaia: ella accoglie la chiamata di Dio sulla sua vita. E’ un’indicazione di disponibilità nel rispondere all’azione di Dio. Il suo cuore è spazio aperto e disponibile al progetto di Dio che umanamente appare impossibile.

Giuseppe è presentato come ‘uomo giusto’, cioè fedele. Nel sogno riceve una chiamata di Dio: il sogno è spazio creativo dell’agire di Dio. Così nel sonno di Adamo Dio creatore aveva operato e nel sogno dei magi Dio si manifesta vicino e provvidente. Giuseppe è esempio del credente. Non gli è tolta la fatica del dubbio ma vive l’abbandono della fede. L’invito a ‘non temere’ è motivo per rendersi disponibile di fronte a Dio nel prendersi cura di chi Dio gli affida.

Giuseppe è così chiamato a dare il nome a Gesù, un nome che significa ‘il Signore salva’. La salvezza ha un nome, è dono. La presenza di Gesù nella vita e nella storia ha manifestato questo sogn di Dio nei suoi gesti e nelle sue parole . A Giuseppe è affidato di pronunciare quel nome rendendosi così testimone del disegno di Dio.

Alessandro Cortesi op

Banksy babbo Natale(Banksy, murale – Birmingham – ved. il video)

Presepe e presepi

Papa Francesco ha compiuto una breve visita a Greccio il 1 dicembre u.s. In quel luogo ha richiamato alla semplicità, al silenzio, alla preghiera e alla presenza nascosta dell’Emmanuele, Dio con noi, nella storia:

“Davanti al presepe scopriamo quanto sia importante per la nostra vita, così spesso frenetica, trovare momenti di silenzio e di preghiera. Il silenzio, per contemplare la bellezza del volto di Gesù bambino, il Figlio di Dio nato nella povertà di una stalla. La preghiera, per esprimere il “grazie” stupito dinanzi a questo immenso dono d’amore che ci viene fatto.

In questo segno, semplice e mirabile, del presepe, che la pietà popolare ha accolto e trasmesso di generazione in generazione, viene manifestato il grande mistero della nostra fede: Dio ci ama a tal punto da condividere la nostra umanità e la nostra vita. Non ci lascia mai soli; ci accompagna con la sua presenza nascosta, ma non invisibile. In ogni circostanza, nella gioia come nel dolore, Egli è l’Emmanuele, Dio con noi”.

Isabelle de Gaulmyn in un’articolo in “La Croix” del 15 dicembre 2019 (di cui riprendo la traduzione italiana dal sito http://www.finesettimana.org) proprio a proposito del presepe presenta una riflessione in rapporto alla situazione francese. Ricorda il significato profondo della scelta di Francesco, nel lontano 1223, di predisporre un presepe nello sconosciuto paese di Greccio tra le asperità del monte Lacerone. Da qui emerge una sfida a vivere lo sguardo a questo segno del presepe, alla memoria della natività di un bambino, come occasione di rinvio a quel ‘qui e ora’ della nostra vita in cui siamo anche noi chiamati a riconoscere una presenza nascosta del Dio vicino che continua a farsi incontro nei volti di quanti sono tenuti ai margini e dimenticati nelle nostre società:

“In questo periodo d’Avvento, difficile evitare i sinistri villaggi/mercatini di Natale. Non c’è città di Francia che sfugga a questo contagio. A parte, evidentemente, Strasburgo, dove la forza della tradizione conferisce loro una certa dignità, siamo condannati ad errare nei centri storici delle città tra casette di legno che imitano baite montane (ma che rapporto ci può essere con la nascita di un uomo avvenuta in Medio Oriente duemila anni fa?), guardando stancamente la distesa di cianfrusaglie inutili made in China, e mangiando la nostra mela caramellata tutta rossa. Per non parlare della musica, un “Vive le vent” (ndr.: canto sulle note di “Gingle bells”) ripetuto fino allo sfinimento, poiché ci si guarda bene dal mettere qualche cantico della Natività. Ben presto, nella folla compatta, l’odore di vin brulé e di cannella diventa insopportabile, a meno di berne abbastanza per dimenticare: dimenticare il Natale del nostro secolo, con i brillantini, gli abeti addobbati e la musica sdolcinata, ma senza la stella e il presepe. Dimenticare questo Natale senza Natale… Strappandomi a fatica da uno di questi mercatini di una grande città della Francia occidentale, pensavo con un briciolo di nostalgia a Greccio, quel villaggio sulla roccia, in una grotta sulle pendici dei monti Sabini che dominano la pianura di Rieti. Qui, secondo la tradizione, Francesco d’Assisi, nel 1223, ha “inventato” il primo presepe, la prima “stalla di Natale”. L’idea allora era quella di scoraggiare i pellegrini che sfidavano l’inverno per avventurarsi fino a Betlemme. Spiegare loro che potevano celebrare benissimo la venuta di Cristo anche sul monte Lacerone. Come ha fatto notare papa Francesco la settimana scorsa, quel gesto del santo di Assisi in un piccolo e povero villaggio di montagna, isolato e battuto dai venti, aveva qualcosa di terribilmente profetico. Era un modo per far sentire a tutta la popolazione che essa stessa era “coinvolta nella storia della salvezza, contemporanea dell’evento che è vivo e attuale nei più diversi contesti storici e culturali” (Lettera apostolica Admirabile signum. Il significato e il valore del presepio, 1° dicembre 2019). Non c’è bisogno di andare fino a Betlemme, è qui ed ora che questa cosa avviene! Come ha scritto in un bellissimo testo il filosofo ateo Alain, “davanti al bambino, non ci sono dubbi. Guardate il bambino. Quella debolezza è Dio. Quell’essere, che smetterebbe di esistere senza le nostre cure, è Dio” Les Dieux, di Alain (Emile-Auguste Chartier), Gallimard, 1985). Dove lo troviamo, il bambino, in quei falsi “villaggi di Natale”? Data l’imperversante laicità, si è ben lungi dall’idea di mettere un presepe tra le finte baite. Sicuramente, il bambino e il presepe bisogna andare a cercarli altrove. In quell’ospedale parigino, ad esempio, che la settimana scorsa, per mancanza di spazio, ha dovuto rifiutare una decina di giovani madri senzatetto che erano andate a rifugiarvisi con i loro bambini. E nelle maternità delle nostre grandi città, sopraffatte dalla quantità di donne che hanno partorito e che dormono nei corridoi. Nelle nostre strade, molto semplicemente, dove nascono sempre più  bambini: quest’anno sono già 146, e le associazioni caritative si trovano a dover distribuire culle portatili. Sono presepi poco estetici, bambini con nasi gocciolanti. madri esauste, sporcizia, puzza, freddo. Sono presepi che non fanno venire voglia di fermarsi, di ammirare, e neppure di commuoversi. Si vorrebbe piuttosto guardare da un’altra parte, imbarazzati.

Quei presepi sono scandalosi. Testimoniano con violenza la miseria e l’esclusione. Ci parlano di mancanza, capovolgono le nostre prospettive, ci ricordano i più poveri, i dimenticati. Quei presepi sono terribili, ma veri: a modo loro, anch’essi ci dicono che siamo implicati nella storia della salvezza. Qui ed ora”.

Alessandro Cortesi op

III domenica di Avvento – anno A – 2019

Giovanni BattistaIs 35,1-6.8.10; Gc 5,7-10; Mt 11,2-11

“Si rallegrino il deserto e la terra arida, esulti e fiorisca la steppa”. E’ un quadro di speranza e di coraggio. Il profeta sa leggere oltre il buio del presente il venire di una novità che irrompe nella storia e la cambia: ‘dite agli smarriti di cuore: Coraggio non temete’. E’ annuncio di un tempo in cui saranno allontanati tristezza e pianto.

L’immagine della strada esprime questo invito a sperare: nel deserto si apre una via appianata, su di essa cammina una colonna di persone liberate dalla prigionia che camminano verso la pace. Le esperienze di limite e sofferenza si mutano in gioia ritrovata: ‘lo zoppo salterà come il cervo, griderà di gioia la lingua del muto’. La strada appianata è cammino da percorrere primizia di un mondo nuovo in cui tutto ciò che opprime e chiude trova superamento e apertura..

Nella pagina del vangelo è delineato il profilo di Giovanni Battista in un momento di profonda crisi della sua vita. E’ stato imprigionato da Erode e dal carcere invia alcuni suoi discepoli ad interrogare Gesù: ‘sei tu colui che deve venire o dobbiamo attenderne un altro?’. Giovanni vive la fatica del dubbio: Gesù non sta attuando un rivolgimento della storia, non si sta imponendo con manifestazioni di potenza, non sta neppure realizzando quel giudizio che Giovanni attendeva e aveva presentato nella sua predicazione presso il Giordano. Il suo dubbio racchiude una inquietudine che fa vacillare la sua speranza.

Gesù risponde agli inviati del Battista e li invita a guardare il suo agire: nei suoi gesti di guarigione, di liberazione, di vicinanza ai poveri si sta rendendo presente ciò che Isaia vedeva come una promessa: “andate e riferite a Giovanni ciò che voi udite e vedete: I ciechi recuperano la vista, gli storpi camminano, i lebbrosi sono guariti, i sordi riacquistano l’udito, i morti risuscitano, ai poveri è predicata la bella notizia”.

Nell’agire di Gesù sta prendendo inizio quanto Isaia annunciava: la bella notizia che Dio sta dalla parte dei poveri e oppressi, si pone accanto a loro per liberarli.

I suoi gesti sono segni: quanto Isaia indicava è iniziato in un modo che non corrisponde alle attese umane. Dio non si manifesta con potenza e in modo sorprendente, non si pone nella logica delle potenze umane, ma si fa vicino a chi è più debole. Per questo Gesù dice: ‘beato colui che non si scandalizza di me’. Il suo essere ‘messia’ si attua nei gesti di vicinanza, di cura, di ospitalità. Gesù si mette dalla parte dei poveri e agendo così narra il volto di Dio.

I suoi gesti sono i segni di un mondo nuovo già iniziato. Esso cresce là dove qualcuno continua quello stile che è lo stile di Gesù, nonostante le contraddizioni e le difficoltà.

Vivere l’avvento è tenere insieme nella nostra vita il sogno di Isaia e il dubbio di Giovanni. Il sogno di Isaia ci aiuterà a tenere presente la speranza che illumina la nostra vita fondata sulla promessa di Dio. L’inquietudine di Giovanni ci aiuterà a vivere in verità la nostra fede, non come fuga dalla storia o illusione, ma facendo nostro lo stile di Gesù, prendendo le parti dei poveri e continuando a porre quei gesti che sono già inizio del regno di Dio.

Alessandro Cortesi op

Mattarella Sermig

Uomo forte?

Può essere occasione di riflessione approfondire i risultati del rapporto annuale del Censis sulla situazione italiana, presentato pochi giorni fa a Roma. Da tale indagine sociologica che annualmente offre una fotografia della realtà del Paese emerge un dato tra altri che fa pensare: il 48,2% della popolazione, il che significa quasi un italiano su due, ritiene che auspicabile un «uomo forte che tutto risolve» quale guida che prenda il potere. Si tratta di una posizione che sottolinea la sfiducia nelle istituzioni del Parlamento e dei procedimenti democratici. Si riscontra più diffusa tra persone con minor grado di istruzione e con basso reddito.

L’istituto di ricerca spiega tale dato rilevando «l’inefficacia della politica ed estraneità da essa». In esso è da leggere anche un disagio profondo delle fasce più deboli del Paese che di fronte alla crisi si sentono più indifese ed esprimono il bisogno di una soluzione in qualche modo miracolistica di una figura forte che risolva i loro problemi. Dall’indagine risulta infatti come per la maggior parte delle persone le attese per nuove opportunità nel mondo del lavoro hanno incontrato la delusione. Se da un lato cresce il numero degli occupati tuttavia le ore retribuite diminuiscono e benché diminuisca il numero dei disoccupati vi è insieme un numero rilevante di lavoratori part-time non per libera scelta ma perché costretti ad adattarsi a condizioni imposte. Un lavoratore su cinque opera in part time, e questa tipologia di lavoro è aumentata tra 2007 e 2018 di quasi il 40%. Il tema della disoccupazione per la quasi metà degli italiani dovrebbe costituire la questione più rilevante in ambito di scelte politiche. Il lavoro, secondo il rapporto, è problema più rilevante rispetto all’immigrazione ed alla criminalità su cui si accentrano le insistenze di quanti hanno interesse al crescere della paura.

L’indagine segnala la situazione di incertezza che segna la vita della maggior parte della popolazione nel Paese: a fronte di tale condizione le vie di uscita sono spesso il tentativo di individuare vie per arrangiarsi e per salvarsi da soli, e nel contempo crescono anche pulsioni antidemocratiche. Ciò ha profonde conseguenze sulla tenuta di un tessuto sociale che sempre più appare logorato e sfilacciato: il 75% della popolazione secondo l’indagine non si fida più degli altri con un crescita dell’atteggiamento di rancore e risentimento a fronte di situazione di ingiustizia percepite. La senatrice a vita Liliana Segre ha espresso la sua lettura di tale desiderio di un uomo forte al potere: «Non l’ha provato, il 48% non c’era quando c’era l’uomo forte al potere quindi parla di quello che non sa». Proprio in questi giorni la cancelliera tedesca Merkel ha compiuto la sua prima visita ad Auschwitz: «È successo. Dunque può succedere di nuovo», ha detto, citando Primo Levi. «Provo una vergogna profonda per i crimini barbari che sono stati commessi qui dai tedeschi: crimini che superano i limiti di ogni possibile comprensione… La necessità del ricordo non può essere messa in discussione: si tratta di una parte integrale della nostra identità, e lo resterà per sempre».

Così il prof. Giampaolo Azzoni pro-rettore dell’Univesrità di Pavia commenta il rapporto Censis: “Questo è un rapporto molto buio, persino l’energia positiva è definita “furore di vivere”. In generale c’è una costellazione di fenomeni negativi impressionanti: la crisi demografica, l’emigrazione di massa, il lavoro che non produce reddito, la sfiducia diffusa, l’ansia. Il dato dell’enorme crescita di ansiolitici, più 20%, è sconfortante… Dalla crisi del 2008 abbiamo visto venire meno alcune importanti certezze: il welfare, la sanità per gli anziani (avere un malato in casa può diventare una tragedia), la crisi del lavoro. Questa è la generazione che per la prima volta starà peggio dei propri genitori. Da qui l’incertezza e l’ansia di non farcela”. Alla domanda Quindi siamo senza speranze? risponde “No, ci sono due correttivi significativi che il Censis indica con due belle metafore: le “piastre di sostegno” e i “muretti… stanno a significare che lo scivolamento verso il basso è frenato sia da fenomeni macro, come le piastre, sia da fenomeni micro, i muretti, che svolgono la stessa funzione dei terrazzamenti liguri»… Le “piastre” rappresentano una presenza manifatturiera ancora forte in un’area come Lombardia, Veneto ed Emilia, dove lo scivolamento verso il basso non c’è… I “muretti” invece sono quelle soluzioni, magari locali e limitate ma che producono un movimento positivo antiscivolamento… Occorre adottare un atteggiamento di cura del legame sociale. Il bene fondamentale da preservare è quello. E c’è una correlazione strettissima tra sviluppo del paese e capitale sociale. Le reti di solidarietà ci salveranno. (“Gente sull’orlo di una crisi di nervi I legami sociali sono corrosi, saltati” intervista a Giampaolo Azzoni, a cura di Paolo Colonnello “La Stampa” 7 dicembre 2019).

Oltre alle piastre e ai muretti indicati sono da ricercare altri tipi di resistenze alla deriva possibile. Anche Giovanni Battista forse aspettava un ‘uomo forte’ capace di porre fine ad un mondo malato, ma la sua attesa fu messa in discussione da colui che si presentò con uno stile diverso, come annunciatore della buona notizia di Dio che prende le parti dei poveri, come un re che cavalca un asino, capace di dare la sua vita nel segno dell’accoglienza e della condivisione … I suoi gesti di vicinanza, accoglienza, liberazione, di riconoscimento degli scartati e dei deboli continuano ad essere sfida per costruire una società capace di coltivare fiducia nell’altro e l’utopia di una fraternità concreta, vero antidoto alle paure e ai rancori di ogni tempo.

Visitando il Sermig, Arsenale della Pace fondato a Torino da Ernesto Olivero e da sua moglie Maria che insieme a innumerevoli volontari hanno tramutato l’ex arsenale militare torinese in un luogo di costruzione di accoglienza, solidarietà e preghiera, nell’anniversario dei 55 anni dalla sua fondazione il presidente della Repubblica, Sergio Mattarella, ha detto: “Mentre giravo per vedere le novità riflettevo sulla parola arsenale, che è un luogo dove si lavora per produrre armi da guerra. Ma in questo arsenale si lavora per la pace che va difesa e consolidata con opere di pace e un impegno attivo. Questo è un momento di grandi cambiamenti che creano paure, disorientamenti, e generano contrapposizioni pericolose. La paura è contagiosa, ma anche la bontà e la pace lo sono. Le cose al Sermig in questi 55 anni sono state fatte insieme, si tratta di aprirsi agli altri e di far emergere la bontà in ciascuno”.

Alessandro Cortesi op

Immacolata Concezione – anno A – 2019

Cranach,_adamo_ed_eva,_uffizi-1(Lucas Cranach il vecchio, Adamo e Eva – 1528 – Uffizi)

Gen 3,9-15.20; Ef 1,3-12; Lc 1,26-38

“Rallegrati, piena di grazia: il Signore è con te”. In queste poche parole, in un saluto, è racchiusa l’esperienza di Maria, donna capace di responsabilità e impegno perché segnata da un amore ricevuto e accolto.

“Rallegrati” non esprime riconoscimento di una sorta di grandezza o di virtù da parte di Maria: è piuttosto espressione di un amore immeritato che ha avvolto la sua vitae di cui lei si rende consapevole. E’ indicazione di un’esperienza di grazia che genera stupore e ringraziamento. Ed insieme senso di restituzione di tutto a Dio. La vita di Maria è posta nel segno di una gratuità che lei in modo adulto accoglie responsabilmente facendone orizzonte di sequela di Gesù e di servizio. Non nella logica dell’assoggettamento e di una femminilità vissuta nei termini di sottomissione e rassegnazione, ma con il coraggio proprio dei poveri di Jahwè che percorrono e accompagnano cammini di liberazione. Maria si scopre amata e per questo inviata ad essere testimone di un amore che guarda ai piccoli, che rovescia i potenti dai troni, che innalza gli umili, che ribalta una storia dominata dai violenti e dai prepotenti e inaugura una storia nuova. E’ l’amore di Dio.

Nel volto di Maria si può scorgere la bellezza di chi è amato da Dio e accoglie questo dono con senso di gratitudine e con creatività e decisione, facendosi terreno di accoglienza e dando spazio alla fecondità di questo amore. Una zolla di terra capace di dare spazio ad un seme di vita.

“Ho udito la tua voce nel giardino: ho avuto paura, perché sono nudo…” La nudità di Adamo nel giardino è il segno di uno stare di fronte nella sincerità e nella trasparenza. Di fronte al suo ‘tu’, Adam, l’umano fatto di terra, si scopre nudo, scoperto, capace di gioire della trasparenza di corpi che s’incontrano senza nascondimenti. La nudità esprime la bellezza dell’amore in cui proprio l’incontro dei corpi manifesta il desiderio di consegna del proprio io ad un ‘tu’ che sta di fronte, incontrato come presenza che accoglie vicina e diversa. E’ esperienza di trasparenza nell’intimità della vita. Nella loro nudità Adamo e Eva scoprono di potersi affidare reciprocamente e di poter consegnare l’un l’altra la propria fragilità senza paure, senza riserve. E’ la bellezza dell’amore che sulla terra è traccia ineludibile di Dio.

Tuttavia la nudità diviene un ostacolo, elemento che genera paura quando il rapporto s’incrina con falsità, sospetto e tradimento. Quando non è trasparente, quando si vuole nascondere qualcosa: nell’immagine di Adamo che di fronte a Dio ha paura perché si trova ad essere nudo sta racchiuso il messaggio su di una rottura del rapporto. E’ un atteggiamento di insincerità, tentativo di nascondere un sospetto. E’ ricerca di coprirsi e di mascherare nel trovarsi a disagio con la propria fragilità, nel voler nascondere una distanza ed una rottura.

Ad Adamo ed Eva, padre e madre dei viventi, nudi, narra Genesi, Dio procurerà delle tuniche di pelle per coprirsi: il Dio che vuole la vita e l’amore, nonostante l’insincerità dell’uomo, nonostante l’incapacità ad accogliere con fiducia il suo dono, apre cammini in cui poter recuperare sincerità e amore di fronte all’altro.

“In lui ci ha scelti prima della creazione del mondo per essere santi e immacolati di fronte a lui nella carità”. C’è un disegno di benedizione sulla vita umana e sul cosmo. L’inno agli Efesini ricorda che c’è un sogno di Dio su ogni volto: ed è un sogno di benedizione, di partecipazione alla sua vita, di santità. Sta qui la radice per scorgere in ogni volto un luogo di benedizione e per chiedere al Signore di essere strumenti perché ogni persona possa scoprire questo sguardo di amore nel cuore della sua esistenza, nonostante ogni contraddizione, ogni abbandono, ogni sofferenza per non essere amati. In lui, in Cristo che si è dato per tutti, Dio ci ha scelti. Siamo inseriti in una corrente di sguardo benevolente e amoroso che solo fa sorgere vita e vita per altri.

Alessandro Cortesi op

viva-vittoria-bergamo-1024x768(le piazze di alcune città italiane sono state tappezzate nella giornata del 25 novembre con coperte multicolori per sensibilizzare contro la violenza di genere: qui una installazione a Bergamo)

Violenza, sfruttamento, individualismo

Leggendo i quotidiani degli ultimi giorni non si può non sostare con preoccupazione a fronte a due fenomeni che si presentano con drammatica evidenza: il dato sulla violenza contro le donne in Italia e il fenomeno dello sfruttamento del lavoro che continua e alimenta gli affari delle grandi marche della moda.

Sono novantacinque le donne uccise in Italia dall’inizio dell’anno. Nel 2018 le vittime sono state 142. Dal 2000 ad oggi sono state 3.230. Circa la metà per mano del proprio compagno o ex compagno, in un contesto quindi familiare. Manifestazioni di violenza si accompagnano a maltrattamenti, ad oppressioni e umiliazioni, a stalking, e sono condotte in modo trasversale senza differenze tra Nord centro e Sud Italia. Le vittime e gli aggressori provengono da tutte le classi sociali e dalle più diverse condizioni economiche. La rete dei centri anti-violenza, in una sua analisi comparando i dati Istat e quelli raccolti direttamente, ha evidenziato che la percentuale più alta delle forme di violenza subita dalle donne ascoltate presenta situazioni di violenza psicologica (73,6 per cento). Le denunce sono aumentate ma non sono sufficienti le misure di tutela. I Centri antiviolenza non hanno sostegni adeguati. Avanzamenti nella legislazione come la legge sullo stalking del 2009, e quella sul femminicidio del 2013 non hanno portato ad una decisa diminuzione della violenza.

Appare come il femminicidio sia una piaga in particolare del nostro Paese che denota non più una situazione di emergenza ma un fenomeno continuativo. La violenza esercitata sulle donne non può essere relegata ad una vicenda privata, ma assume una valenza sociale. L’intera società deve sentirsi interpellata e individuare misure per reagire e predisporre itinerari educativi. Alla base del fenomeno sta una idea malata di possesso dell’altro, la dipendenza da una comprensione androcentrica e patriarcale della vita, una comprensione narcisistica della personalità, l’incapacità di rispettare l’autonomia e la libertà dell’altro, il rifiuto di affrontare la fatica nel costruire giorno per giorno relazioni adulte. Le questioni in gioco sono l’educazione alla parità, al rispetto dell’altro, l’accettazione della differenza, la capacità di confronto e dialogo, soprattutto una comprensione nuova della propria identità in relazione e poi il superamento di visioni discriminatorie, di stereotipi e pregiudizi. La violenza sulle donne è uno dei versanti dell’affermarsi della violenza in un contesto in cui si esalta il ripiegamento su un proprio io incapace di guardare all’altro e di lasciarsi porre in discussione dalle diversità dell’altro.

Proprio in considerazione di tale questione di un ‘io’ incapace di aprirsi alla considerazione dell’altro da sé, Matteo Zuppi, cardinale di Bologna, osserva: “Oggi le appartenenze sono piuttosto digitali, comunque più individualistiche e frammentarie, condizionate da opportunità, affinità iniziali e non verificate, oppure contingenze. Cosa diventa un individualismo di questo genere se non crescono parimenti la responsabilità, la capacità di discernimento e di visione che sono possibili solo in un rapporto con il prossimo?”

Un egocentrismo che si connota come aspirazione senza limiti porta a drammatiche conseguenze nella vita sociale: “L’egocentrismo – io penso – ha pretese senza limite, perché il vero limite, che non riesco mai a superare da solo, sono io stesso: quell’io su cui punto tutte le mie risorse. L’egocentrismo ci persuade che staremo bene solo assecondando il nostro io, anche a costo di rovinare i rapporti con le persone più care. Così finiamo per scegliere la parte e non il tutto, lo spazio e non il tempo, la difesa delle cose piuttosto che la costruzione dei rapporti” (Matteo Maria Zuppi con Lorenzo Fazzini, Odierai il prossimo tuo. Perché abbiamo dimenticato la fraternità. Riflessioni sulle paure del tempo presente, Piemme 2019)

C’è anche un egocentrismo di un mondo che alimenta il suo produrre nello sfruttamento degli altri: “L’Italia fonda una parte rilevante della sua qualità manifatturiera sul lavoro schiavizzato in distretti industriali che, per tradizione ormai di oltre mezzo secolo, si occupano di realizzare in nero e in condizioni spesso disumane confezioni, cuciture, rifiniture, ma anche scarpe, abiti, cinture, prodotti dell’alta moda”. Così Roberto Saviano introduce un suo articolo in cui denuncia la situazione diffusa a nord al centro e al sud dello sfruttamento di lavoro schiavizzato che alimenta l’industria dell’alta moda, delle grandi marche che esportano in tutto il mondo (Quegli operai sfruttati nella fabbrica ‘grandi firme’, “La Repubblica” 18 novembre 2019) .

Dopo aver fatto riferimento a recenti situazioni concrete in cui sono stati scoperti lavoratori in nero che lavoravano in condizioni di sfruttamento per due/tre euro l’ora osserva: “Il lavoro italiano schiavizzato è stato totalmente rimosso dal dibattito pubblico sovranista perché andrebbe a smontare il suo principale cavallo di battaglia ideologico, svelando che non sono gli immigrati clandestini che arrivano in Italia a far abbassare il prezzo del lavoro e quindi a reintrodurre la schiavitù. Da più di cinquant’anni in molte zone del Meridione d’Italia (ma anche in Veneto) esiste un sistematico sfruttamento della manodopera di qualità da parte di tutto il sistema della moda, ma nonostante articoli, reportage, denunce e impegno dei sindacati, non si riesce in alcun modo a mutare la situazione”.

“la responsabilità di molte aziende dell’alta moda è totale: sono consapevoli — anche se legalmente al riparo — che la qualità della loro merce è frutto di condizioni di lavoro terribili e di uno sfruttamento costante. Solo da loro possono venire scelte in grado di cambiare questa situazione. Il populismo tace per convenienza, i riformisti temono di far scappare le aziende, quindi i salari, quindi i voti. Insomma, la solita verità italiana”.

Forme diverse di violenza e sfruttamento sono presenti in un contesto in cui sarebbe indispensabili maturare la consapevolezza della dignità di ogni volto perché in esso sta una benedizione originaria ed una chiamata fondamentale alla relazione.

Alessandro Cortesi op

I domenica di Avvento – anno A – 2019

Sicilia_Monreale_Arca_Noè.jpg(mosaici sec. XII – Duomo di Monreale)

Is 2,1-5; Rom 12,11-14; Mt 24,37-44

“Come furono i giorni di Noè, così sarà la venuta del Figlio dell’uomo… non si accorsero di nulla finché venne il diluvio e travolse tutti: così sarà anche la venuta del Figlio dell’uomo… Vegliate dunque, perché non sapete in quale giorno il Signore vostro verrà… tenetevi pronti”.

Il tempo dell’avvento è orientato a volgere lo sguardo verso la venuta definitiva del Risorto che visita la nostra vita e tornerà. Anche nel vangelo di Matteo che sarà letto in questo nuovo anno liturgico, è riportato un discorso di Gesù sulla venuta del Figlio dell’uomo. Il Figlio dell’uomo, titolo per indicare Gesù risorto, ritornerà e non si potrà rimanere indifferenti: nel libro di Daniele (cap. 7) Figlio dell’uomo è figura che viene dall’alto in rapporto con ultimi tempi, in cui si attuerà un ‘giudizio’.

Matteo richiama la sua comunità a scorgere che questa ‘ora’ non è qualcosa di lontano e futuro, ma è già in atto nel presente ed esige un modo diverso di intendere la vita. Il ricordo dei tempi di Noè è significativo perché mentre tutto mangiavano e bevevano non accorgendosi di nulla, Noè si mise a preparare l’arca per salvare persone e animali dalle acque simbolo del male. Ci può essere un modo di vivere il presente nella spensieratezza, nella distrazione che rende insensibili, indifferenti. Noè fece attenzione ai ‘segni’ e si preparò cercando di raccogliere, di custodire, operando per la vita degli altri e prendendosi cura di tutta la creazione.

Gesù invita ad essere vigilanti, a tenere gli occhi aperti sulla vita e sulla storia: ci sono segni della presenza di Dio che esigono ascolto attento alle persone, agli eventi, capacità di leggere dentro. Vegliare è termine della cura, che indica l’attenzione al presente. Chi veglia è teso al futuro ma impegnato nel qui ed ora, è operoso nelle piccole cose del momento che sta vivendo. Il ‘giudizio’ consiste nelle scelte che compiamo noi nel tempo: già ora la nostra vita è un prendere posizione, uno stare orientati verso l’incontro con Cristo che viene e che verrà nelle scelte di liberazione e di lotta per la giustizia e la pace. L’attenzione è elemento fondamentale del credere: porre attenzione e cura indica il superamento di una logica di egoismo e ripiegamento su di sé, una cura oggi da pensare in relazione a tutto il creato, come Noè. Vegliare comporta quindi prendere sul serio il tempo e la storia. E’ essere pronti di fronte alle responsabilità di ogni giorno.

Vegliare è modo per vincere il sonno che appesantisce e impedisce l’azione. E’ una fatica da riprendere ogni giorno nuovamente: questo sonno è il grande pericolo della vita del credente. ‘Ormai è tempo di svegliarvi dal sonno’ è esortazione di Paolo nella lettera ai Romani, ‘gettiamo via le opere delle tenebre e indossiamo le armi della luce’.

Si tratta di non venir meno alla certezza che il sogno di Dio è la pace: ‘un popolo non alzerà più la spada contro un altro popolo, non si eserciteranno più nell’arte della guerra’. E’ pace che inizia qui e che ha il suo futuro nella riconciliazione che è dono di Dio stesso. E’ impegno ad inseguire la promessa di Isaia: ‘Forgeranno le loro spade in vomeri, le loro lance in falci’. A fronte di un mondo che vede la guerra come necessaria la Parola di Dio invita a denunciare la produzione, il commercio e l‘uso delle armi come contrari al disegno di Dio, fonti solo di disastri e sofferenze. Un’altra lotta è invece da condurre, quella contro l’indifferenza e la sonnolenza che impedisce di essere responsabili degli altri, di assumersi la cura per promuovere tutto ciò che umanizza e apre la vita all’incontro e alla liberazione.

Alessandro Cortesi op

mappa commercio armi mondoIl sentiero di Isaia

Nel 1963 Giorgio La Pira scriveva alle monache di clausura condividendo la sua lettura sulla storia del mondo sul crinale apocalittico delle armi nucleari. Il crinale che vedeva la possibilità concreta di una distruzione totale della vita sulla terra o, per contro, la scelta di una via diversa, l’opzione decisa senza tentennamenti per ricercare le vie della pace possibile. La visione di La Pira era uno sguardo profetico che non solo indicava una direzione ma era guida di un impegno storico concreto per il dialogo dei popoli. Espressione di un uomo preso dall’utopia del sogno di Isaia che accolse nella sua vita non come orizzonte irraggiungibile ma come fine verso cui tendere preparando il terreno, spendendosi nell’impegno e attuando cammini storici.

“Madre Reverenda, bisogna puntare con estrema decisione, con totale impegno sopra questa domanda: questa grazia della pace alla intiera famiglia umana deve essere concessa dal Padre celeste; il fiume di pace -di cui parla Isaia- deve irrigare con abbondanza la città degli uomini, come irriga la città di Dio (Apoc. 22): il Signore non può negare questa grazia così fondamentale dalla quale dipende l’esistenza della civiltà umana, del genere umano e, forse, dello stesso pianeta! Perché, Madre Reverenda, al punto in cui si trovano le cose, non c’è alternativa per i popoli: o la pace millenaria o la distruzione apocalittica della famiglia umana e della terra medesima provocata, (Dio non voglia!) dalla potenza sconvolgitrice – apocalittica davvero! – delle armi nucleari!
Queste affermazioni, Madre Reverenda, non sono mie: sono degli scienziati nucleari; sono delle massime guide politiche del mondo (si ricordi Kennedy); sono di Giovanni XXIII che con la Pacem in Terris consegnò ai popoli di tutta la terra il suo messaggio di salvezza e di speranza!

Questo, Madre Reverenda, è, perciò, il problema fondamentale del mondo, oggi: fare la scelta finale, apocalittica: scegliere, cioè, o la pace millenaria (che richiede un profondo mutamento in tutti i rapporti -e nel modo stesso di pensare!- degli uomini) o la distruzione davvero senza misura, che può condurre sino alla rottura degli stessi equilibri fisici sui quali si regge l’esistenza fisica del nostro pianeta (e non solo di esso).
Ed allora? Allora la risposta è evidente: – bisogna avere il coraggio (perché di questo si tratta!) di scegliere la pace e di agire a tutti i livelli (internazionali ed interni: militari, scientifici, tecnici, economici, sociali, culturali, politici e religiosi) in conformità a questa scelta. Ma per fare questa scelta ci vuole davvero un atto smisurato di fede: la fede di Abramo: spes contra spem! (…)

La «visione» di Isaia (2,1 ss.) e dei Profeti non appare più un’utopia: la pace universale, l’unità del mondo, la fraternità, la civiltà e l’ illuminazione biblica del mondo, non appaiono più «sogni» di poeti e «fantasie» di profeti: appaiono realtà storiche che cominciano a profilarsi, a «sagomarsi», nell’orizzonte storico della Chiesa e dei popoli! Basta guardare con amore, con preghiera, con attenzione, lo svolgersi irresistibile del piano di Dio nel mondo. Perché di questo, Madre Reverenda, dobbiamo essere persuasi: il Signore vuole che il Suo regno venga, come in cielo, anche in terra; che sulla terra – abitata dal Suo Unigenito e dalla Sua Chiesa! – si faccia la pace, splenda la luce, trionfi la grazia; che le «visioni» felici dei Profeti e le «visioni» felici dell’Apocalisse diventino – nel corso futuro dei millenni – la realtà benedetta nella quale si svolge la vita degli uomini, delle città, delle nazioni, dei popoli!”

In questi giorni papa Francesco presso il Memoriale della pace a Hiroshima ha lanciato un appello in un contesto internazionale in cui la produzione e il commercio di armi stanno per crescere. Armi devastanti sono usate nelle guerre diffuse e regionali e si prevedono conflitti maggiori ad esempio per l’acqua e per i beni naturali.

“Mai più la guerra, mai più il boato delle armi, mai più tanta sofferenza!”. Queste le parole di Francesco dal Parco del Memoriale della Pace di Hiroshima, dove il 6 agosto 1945 fu sganciata la bomba atomica che generò morti innumerevoli – ottantamila nello scoppio e moltissimi altri poi – e scene infernali. “Desidererei umilmente essere la voce di coloro la cui voce non viene ascoltata e che guardano con inquietudine e con angoscia  le crescenti tensioni che attraversano il nostro tempo”

Nelle sue parole la considerazione che non solo l’uso delle armi, ma anche il solo loro possesso è minaccia alla pace e la denuncia del crimine dell’uso di tali armi.

“Uno dei desideri più profondi del cuore umano è il desiderio di pace e stabilità. Il possesso di armi nucleari e di altre armi di distruzione di massa non è la migliore risposta a questo desiderio; anzi, sembrano metterlo continuamente alla prova”.

“desidero ribadire che l’uso dell’energia atomica per fini di guerra è, oggi più che mai, un crimine, non solo contro l’uomo e la sua dignità, ma contro ogni possibilità di futuro nella nostra casa comune.”

Citando Pacem in terris di Giovanni XXIII ha affermato che la pace se non è costruita sulla verità e sulla giustizia rimane un suono di parole. E riprendendo il discorso di Paolo VI all’ONU il 4 ottobre 1965 ha detto: “Quando ci consegniamo alla logica delle armi e ci allontaniamo dall’esercizio del dialogo, ci dimentichiamo tragicamente che le armi, ancor prima di causare vittime e distruzione, hanno la capacità di generare cattivi sogni, “esigono enormi spese, arrestano progetti di solidarietà e di utile lavoro, falsano la psicologia dei popoli”

La pace è un edificio che va sempre costruito di nuovo e continuamente.

“Come possiamo parlare di pace mentre costruiamo nuove e formidabili armi di guerra? Come possiamo parlare di pace mentre giustifichiamo determinate azioni illegittime con discorsi di discriminazione e di odio?”

Due anni fa in un incontro con i giornalisti mentre si rincorrevano minacce di attacchi nucleari tra Usa e Corea del Nord offrì come regalo una foto scattata nel 1945 da Joseph Roger O’Donnell: ritraeva un ragazzo con in spalla il fratellino morto mentre attendeva di far cremare quel piccolo corpo senza vita. La foto era accompagnata da una breve didascalia: “il frutto della guerra”. “Qui, di tanti uomini e donne, dei loro sogni e speranze, in mezzo a un bagliore di folgore e fuoco, non è rimasto altro che ombra e silenzio”.

“Ricordare, camminare insieme, proteggere. Questi sono tre imperativi morali che, proprio qui a Hiroshima, acquistano un significato ancora più forte e universale e hanno la capacità di aprire un cammino di pace. Di conseguenza, non possiamo permettere che le attuali e le nuove generazioni perdano la memoria di quanto accaduto…”.

‘Forgeranno le loro spade in vomeri, le loro lance in falci’ è rimane promessa e progetto incompiuto a cui cercare di dare risposta con lucidità e concretezza oggi.

Alessandro Cortesi op

Cristo re – anno C – 2019

IMG_6115.JPG2Sam 5,1-3; Col 1,12-20; Lc 23,35-43

“Il Signore disse a Davide: tu pascerai Israele mio popolo, tu sarai capo in Israele. Vennero dunque tutti gli anziani d’Israele dal re in Ebron e il re Davide fece alleanza con loro davanti al Signore ed essi unsero Davide re sopra Israele”

Il 2 libro di Samuele, uno tra i libri storici del Primo testamento narra un passaggio critico nella storia di Israele. Si fa strada poco alla volta, tra le tribù stabilizzate nel sud della Palestina l’esigenza di avere un re, capace di comandare come negli altri popoli. Israele è popolo che ha le sue radici nella fede di Abramo chiamato a partire e ad andare seguendola chiamata di Dio; nell’esodo poi trova l’evento fondante della sua vita nel cammino di liberazione dall’Egitto. Ora in Canaan sorge un nuovo desiderio di avere un re. E’ un passaggio compiuto non senza polemiche e dibattiti. I popoli vicini conoscevano questa forma di governo: gli egiziani, gli hittiti, gli assiri, gli aramei, avevano occupato la scena del mondo medio orientale. Attorno al 1000 a.C. prima Saul poi Davide, in seguito alla sua opera di unificazione delle varie tribù e di organizzazione politica, furono scelti per essere re in Israele dando così inizio al periodo della monarchia.

Ma in Israele il re ha un profilo che lo distanzia dai modelli di capo politici e religiosi di altri popoli. L’unico re di Israele rimane Jahwè: il re non è perciò un capo che possa dominare e tanto meno una presenza divina da adorare e a cui rendere il culto come ad una divinità (si pensi alla figura dei faraoni nel mondo egiziano). Il re è pastore chiamato a guidare il popolo, in rapporto alla voce dell’unico Dio. Per questo il re è unto, investito di un mandato a procurare per tutti la pace e il benessere: in quanto portavoce di Dio dovrà porre innanzitutto attenzione al povero alla vedova e al forestiero, perché Dio si preoccupa dei più indifesi.

Alla figura del re si collega il movimento della speranza che il messia, l’unto che porterà liberazione e pace, sarà proprio un re. I profeti richiameranno contro i re infedeli a questo orizzonte denunciando tutte le situazioni in cui il regno viene inteso come dominio e allontanamento dalla fede in Jahwe.

Quando Gesù viene crocifisso l’accusa politica è quella di essersi fatto re: “i soldati lo schernivano e gli si accostavano per porgergli l’aceto e dicevano: se tu sei il re dei Giudei, salva te stesso’. C’era anche una scritta sopra il suo capo: Questi è il re dei Giudei.” Al contrario dello scherno dei soldati il malfattore sulla croce accanto a Gesù gli presenta una preghiera: ‘Ricordati di me quando entrerai nel tuo regno’. Al termine della vita di Gesù, nell’ora della croce, Gesù stesso manifesta come compie in modo paradossale la attesa del regnare di Dio. Gesù sta vicino a persone che sono gli ultimi, due malfattori: tutta la sua vita è stata un andare incontro ad esclusi e marginali. Mentre viene sfidato a porre gesti di potenza spettacolare, Gesù accoglie la preghiera di chi gli chiede ‘ricordati…’. L’ultimo gesto della sua vita è accoglienza e liberazione. Luca fa scorgere come Gesù sia un re diverso: non spadroneggia, non manifesta onnipotenza e forza, ma è inerme. Regna dalla croce. Il suo trono regale è il luogo dell’umiliazione dove vivere la dedizione e il servizio fino alla fine. La sua parola di perdono è parola creatrice: ibera dalla morte e fa entrare nel paradiso, il giardino (termine di origine persiana) dell’incontro con Dio. Il suo regno è dono e va accolto nella responsabilità a scorgere nella storia i segni della sua presenza e del suo crescere.

Alessandro Cortesi op

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Un regno diverso e alternativo

“La storia è, per definizione, tanto complessa, così ampiamente strutturata, così terrena da sembrare che possa fare poco rispetto ad essa la fede cristiana, la continuità della vita di un uomo come il Gesù storico. Se Egli finì nel fallimento della croce, per quanto attiene alla sua vita storica, la cosa migliore da fare sembra quella di rinunciare alla salvezza storica per rifugiarsi nella fede della risurrezione, nella salvezza spirituale ed individuale mediante la grazia e il sacramento che assicura una risurrezione, che solo alla fine rappresenterà una salvezza o una condanna della storia. Siffatta attitudine ignora il senso reale della risurrezione e fraintende la missione della Chiesa nei confronti della storia. La risurrezione, infatti, non è il trapianto del Gesù storico in un mondo posto al di là della storia. Non a caso, la risurrezione è espressa nel Nuovo Testamento come la riassunzione da parte di Gesù non tanto del suo corpo mortale quanto della sua vita trasformata; Gesù risorto prolunga la sua vita trasformata oltre la morte e le cose di questo mondo per convertirsi in Signore della storia, precisamente grazie all’incarnazione ed alla morte nella storia. Non abbandonerà mai più la sua carne e, con essa, il suo corpo storico, continuando ad essere vivo in esso affinché, una volta compiuto ciò che ancora manca alla propria passione, si compia anche ciò che manca alla sua risurrezione. Morte e risurrezione storica continuamente ripetendosi finché tornerà il Signore. Lo Spirito di Cristo continua ad essere vivo e ad animare il suo corpo storico come animò il suo corpo mortale e risorto”. (Ignacio Ellacuría, Conversione della Chiesa al Regno di Dio) 

Queste parole di Ignacio Ellacuria, uno dei martiri della UCA in Salvador, richiamano al senso profondo del regno di Dio nella predicazione e nella prassi di Gesù: il regno non è promessa di un aldilà che costituirebbe un altro mondo, da attendere dopo le pene di questa storia, con atteggiamento disilluso e passivo di fronte all’ingiustizia e al male presente. Il regno di Dio che Gesù ha annunciato inizia nei suoi gesti di liberazione e guarigione, si rende visibile nella condivisione di mensa con chi è escluso e tenuto lontano dai centri di potere, cresce nella scoperta del sogno di Dio di rapporti nuovi presentato nelle parabole, inizia nella fraternità e sororità di uguali che è la comunità che Gesù ha raccolto attorno a sè. E’ una comunità in cui non c’è dominio e superiorità, ma al centro sono posti i piccoli e la regola è il servizio.

E’ un mondo alternativo a quello pensato per i privilegiati e che esclude i poveri, al mondo in cui si fa la guerra per mantenere il dominio della ricchezza, è il sogno e la reale possibilità di una condivisione di tutti alla medesima tavola della vita per poter ricevere vita gli uni dagli altri, quella vita che proviene dal Dio che vuole la vita delle sue figlie e figli.

Un regno di giustizia e di pace che inizia laddove i rapporti ingiusti sono trasformati in rapporti nuovi, dove il pane distribuito si moltiplica, dove gesti di cura e di accoglienza divengono segni che quel seme sta crescendo ed è nascosto nel terreno quotidiano e ordinario della vita. Come il lievito nella pasta, come un seme nella, terra.

L’annuncio del regno di Dio rinvia quindi ad un aldiqua a cui essere fedeli cercando di lasciare spazio alla forza della risurrezione di colui che ha preso su di sé questa storia e la porta nelle sue ferite. Gesù s’identifica con i crocifissi di questa storia in cui continua la sua passione, presenza che provoca a conversione tutti. Accogliere il suo regno implica accogliere la propria chiamata e responsabilità per trasformare questo mondo scorgendo il volto del crocifisso negli oppressi che chiedono liberazione. Cieli nuovi e terre nuove iniziano ora e quello che sarà, il mondo della risurrezione, non sarà un altro mondo ma questo mondo trasformato nella pienezza di giustizia e di pace, di comunione con il Dio della vita. Orientarsi a questo esige la conversione della chiesa al regno di Dio.

Alessandro Cortesi op

 

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