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commenti alla Parola della domenica e riflessioni

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XXVII domenica tempo ordinario – anno C – 2022

Abacuc – icona russa XVIII sec.

Ab 1,2-3; 2,2-4; 2Tim 1,6-8.13-14; Lc 17,5-10

“Fino a quando Signore implorerò e non ascolti, a te alzerò il grido ‘Violenza!’ e non soccorri? Perché mi fai vedere l’iniquità e resti spettatore dell’oppressione?”

Dimande sospese esprimono il grido del profeta, rivolto verso Dio. La legge stravolta, i giudizi tramutati in truffa, l’egemonia dei corrotti e dominatori avidi di potere è esperienza drammatica che pone in crisi la fede. Fino a quando Signore? Abacuc esprime una sofferenza ed una sete di giustizia non solo del singolo ma a livello collettivo. Il profeta ha il coraggio di formulare domande autentiche che sono sfida ad una fede acquietata e sicura.

La risposta di Dio indica un termine: l’ingiustizia e l’oppressione non sono l’ultima parola e non prevarranno. “…certo verrà e non tarderà”.  Nel tempo della prova è richiesto al giusto l’affidamento dell’attesa anche nel non comprendere: ‘soccombe colui che non ha l’animo retto, mentre il giusto vivrà per la sua fede’.

Senza facili risposte al male al giusto è indicata la via di mantenersi nell’attesa del Dio fedele. Credere non esime dalla domanda, dalla crisi, dal dubbio. La fede rimane sospesa e aggrappata alla fedeltà di colui che non verrà meno alle sue promesse. Ed è promessa di vita.

‘Accresci in noi fede’ è preghiera rivolta dagli apostoli a Gesù. Se aveste fede quanto un granello di senape… L’immagine che Gesù usa per indicare la fede è quella del più piccolo tra i semi. Il seme racchiude qualcosa che sarà ma ancora non si vede, è promessa ed è piccolo elemento che esige cura e coltivazione. L’esempio del servo che si accosta al seme delinea l’attitudine del credente. E’ da ricordare che nel vangelo servo è Gesù stesso che ha inteso la sua vita nell’ascolto del Padre e nel dono agli altri.

Riconoscere di essere ‘semplice servo’ (non ‘inutile’, ma unicamente servo), è passaggio per intendere la vita non nella dialettica servo-padrone, ma in una relazione che pone al centro l’ascolto, l’attenzione, la cura, il dono.

“quando avrete fatto tutto quello che vi è stato ordinato, dire: siamo servi inutili. Abbiamo fatto quanto dovevamo fare”. Vivere al seguito di Gesù la via del servizio è orizzonte che libera.

Alessandro Cortesi op

Fino a quando?

Ci sono situazioni dimenticate e che invece dovrebbero avere attenzione e suscitare l’indignazione e la domanda del profeta: fino a quando?

La regione del Tigray è situata al Nord dell’Etiopia nell’area del Corno d’Africa e confina con l’Eritrea. Nel 2018, il Fronte Popolare di Liberazione del Tigray (TPLF), primo partito tra la popolazione si rifiutò di confluire in un partito unico nazionale secondo la proposta del Primo Ministro Abiy Ahmed. La situazione di tensione creatasi si è aggravata con il rinvio delle elezioni nazionali al sopraggiungere della pandemia. Il primo ministro ha continuato il suo governo e per contrasto il Fronte Popolare TPLF ha organizzato elezioni nella regione in modo indipendente. La reazione del governo centrale è stata quella di dichiarare illegali le elezioni di interrompere i finanziamenti al Tigray, costringendo ad uno stato di isolamento.

Da qui l’inizio di un conflitto armato agli inizi di novembre 2020 che ha provocato la morte di decine di migliaia di persone con violenze perpetrate contro la popolazione civile e crimini contro l’umanità attuati da entrambi le parti. Da allora si è aggravata la crisi umanitaria che si è protratta nel tempo del Covid-19 con conseguenze devastanti per la popolazione. Difficoltà di accesso alle risorse, mancanza di alimenti, mancanza di servizi igienici e sanitari in una realtà di sovrappopolamento di alcune aree. Anche le regioni confinanti di Amhara e Afar son state colpite perché sono stati interrotti i collegamenti e chiusi i confini con conseguenze che hanno colpito soprattutto le popolazioni più fragili. Con la situazione di guerra e di pandemia sono anche state chiuse le scuole: i bambini e le bambine sono stati così esposti alle forme diverse di sfruttamento e violenza. 2.1 milioni di bambini e bambine sono in stato di bisogno. Migliaia di persone hanno cercato riparo uscendo dalle zone del conflitto: si calcolano due milioni di sfollati e, nonostante la chiusure dei confini, più di 60.000 persone hanno cercato rifugio in Sudan.

A fine 2021 si delineava un panorma desolante: ““Il grande paese, sede dell’Unione africana e oasi, fino a poco tempo fa, di stabilità e sviluppo in mezzo a un’immensa area di conflitti e tirannie che va dal Sudan allo Yemen, dalla Somalia al Sud Sudan passando per l’Eritrea,  è riuscito in poco più di dodici mesi a dilapidare un patrimonio geopolitico, economico, sociale e morale costruito a fatica negli ultimi decenni”. (L.Attanasio, Dopo un anno di atrocità nel Tigray ora l’Etiopia sogna finalmente la pace, “Domani” 26 dicembre 2021)

La situazione sanitaria conseguente al conflitto ha dimensioni catastrofiche. Secondo una testimonianza di Joseph Belliveau, Direttore Esecutivo di MSF Canada: “Oggi, la maggior parte del sistema sanitario del Tigray giace in rovina, vandalizzato e saccheggiato dai soldati. La distruzione è così completa che, durante il mio recente incarico di cinque settimane nel Tigray, non ho trovato una sola stanza in una singola struttura sanitaria al di fuori delle principali città che non fosse stata saccheggiata”. (D.Tommasin, Tigray. Resoconto della catastrofica situazione sanitaria, 20 agosto 2022).

Una tregua umanitaria di cinque mesi da marzo a agosto 2022 è da poco conclusa e il 20 settembre da parte degli eritrei è iniziata una offensiva che si connota come la più dura dall’inizio del conflitto. L’Agenzia Fides riportando una fonte locale riferisce: «L’esercito eritreo sta richiamando i riservisti e arruolando moltissimi giovani da mandare al fronte. Stanno cercando di conquistare Axum, Adigrat, Shire e di entrare a Macallè».

Un rapporto della commissione d’inchiesta dal Consiglio per i diritti umani dell’Onu ha accusato le parti in conflitto di aver commesso «crimini di guerra» e «contro l’umanità». Kaari Betty Murungi, presidente della commissione, ha affermato anche che gli aiuti sarebbero stati usati dal governo di Addis Abeba (Etiopia) come arma di guerra contro i tigrini, che sono cittadini etiopici: «La diffusa negazione e l’ostruzione all’accesso ai servizi di base, al cibo, all’assistenza sanitaria e a quella umanitaria, stanno avendo un impatto devastante sulla popolazione civile. La crisi umanitaria nel Tigrai è scioccante, sia in termini di portata che di durata». (cfr. P.Lambruschi, Tigrai, l’Etiopia non si ferma «Anche la Francia coinvolta», “Avvenire” 25 settembre 2022).

I bombardamenti del territorio ad opera dell’esercito governativo sono condotti con droni che provengono da ditte francesi collegate al governo della Francia. Appare in tal modo l’ipocrisia degli stati occidentali che fomentano le guerre diffuse con il commercio di armi.

Il responsabile dell’Organizzazione Mondiale della Sanità, Adhanom Gebreyesus, ha accusato i Paesi occidentali di trascurare la situazione nel Corno d’Africa nel considerare la crisi umanitaria del Tigray “meno importante di quella ucraina” (Eritrea, truppe di Asmara attaccano il Tigray , “Africa” 21 settembre 2022).

A fronte di queste situazioni di guerra, violenza e crisi umanitarie in cui in Tigray cinque milioni di persone sono in situazione di carestia di mancanza di cibo e di assistenza sanitaria essenziale, nell’indifferenza e nell’oblio dei Paesi occidentali interessati al commercio delle armi porta ancora a formulare la inquietante domanda: “fino a quando?”

Alessandro Cortesi op     

“Caro Abacuc… hai ragione tu di urlare verso un Dio che sembra dormire quando la violenza trafigge la terra e i suoi abitanti. Nel contempo urla un po’ anche al nostro indirizzo perché nessuno dimentichi di portare il suo mattone e di esprimere la propria fede nel giorno che verrà preparandolo con cura. Il domani è il raccolto del seme che abbiamo deposto oggi nel grembo della terra e della storia. Responsabilità, impegno, lotta, cura… in cui anche noi diveniamo umili partner di Dio nel costruire la pace. Caro Abacuc a tal punto sei sordo da non aver ascoltato la risposta di Dio? Egli dice infatti: “Fino a quando, uomo, implorerò e non ascolti, a te alzerò il grido: «Violenza!» e non soccorri? Perché mi fai vedere l’iniquità e resti spettatore dell’oppressione? Ho davanti rapina e violenza e ci sono liti e si muovono contese. Non ha più forza la legge, né mai si afferma il diritto. L’empio infatti raggira il giusto e il giudizio ne esce stravolto”. (tratto da T. Dall’Olio, Abacuc sentinella del silenzio di Dio, “Mosaico di pace” giugno 2005)

XXVI domenica tempo ordinario – anno C – 2022

Am 6,1.4-7; 1Tim 6,11-16; Lc 16,19-31

Un ricco, senza nome, e un povero, Lazzaro  (‘El azar’ significa ‘Dio aiuta’) sono posti uno di fronte all’altro nella parabola di Luca. La parabola richiama ad aprire gli occhi e lasciarsi toccare dalla sofferenza dei poveri. E’ anche proposta a praticare uno stile di vita in ascolto della Parola di Dio: essere discepoli di Gesù richiede di liberarsi dalla ricchezza come dominio e dal senso di autosufficienza che essa porta nella vita. Se la ricchezza non è condivisa diventa fonte di ingiustizia e indurisce il cuore.

All’inizio della parabola due quadri sono posti in parallelo: da un lato la vita del ricco spensierato e gaudente, nel lusso e nei piaceri. Alla porta di quella casa, fuori, sta un povero, Lazzaro accerchiato dai cani randagi. Il momento della morte porta ad un rovesciamento della situazione: Lazzaro è portato dagli angeli accanto ad Abramo mentre il ricco è immerso nei tormenti.

La parabola non intende essere un insegnamento su ciò che vi sarà dopo la morte e su questo riprende motivi dell’immaginario ebraico sull’aldilà: il seno di Abramo e una situazione di sofferenza e pena. Nel contrapporre la diversa situazione di Lazzaro e del ricco è forte il  richiamo rivolto a coloro he ascoltano ad interrogarsi sulla responsabilità nella loro vita, ad essere vigilanti nel presente.

Gesù non condanna la ricchezza di per sé e il suo agire è orientato ad eliminare le condizioni di povertà e miseria. Ma ha parole dure contro la spensieratezza e l’indifferenza di chi non si apre alla sofferenza degli altri e non vive la condivisione. L’autentica felicità non proviene dall’accumulo dei beni, anzi questo genera ricchezza disonesta. Gesù propone di cercare relazioni nuove di cura, di accoglienza, con gli altri, con Dio: i beni vanno usati quale strumento per rapporti nuovi di giustizia, di bene condiviso. Non si deve essere preoccupati dell’accumulo diventando così stolti (cfr. Lc.12,20) e ciechi di fronte all’indigenza e alla fatica di chi soffre. La presunzione e la superficialità del ricco sono considerati da Luca come un ostacolo insormontabile a comprendere la via che Gesù indica ai suoi. Luca indica la via della povertà quale scelta per seguire Gesù.

La parabola continua in una seconda parte in cui vi è un dialogo. Il ricco tra i tormenti chiede ad Abramo di poter avvisare i suoi fratelli, perché non abbiano a subire la medesima sorte e Abramo risponde: “Hanno Mosè e i profeti: li ascoltino… Se non ascoltano Mosè e i profeti, anche se uno risuscitasse dai morti non si lascerebbero convincere”.

Sta qui il vertice dell’intera parabola: Mosè e i profeti indicano le Scritture. Abramo richiama ad un ascolto della Scrittura nella quotidianità e uscendo dalla mentalità del miracolo. Non è questione di miracoli sorprendenti e di invii celesti: c’è un ascolto della volontà di salvezza di Dio per tutti, della sua chiamata ad essere fratelli e sorelle, da attuare nel quotidiano. Solo l’ascolto della Parola di Dio conduce a superare l’insensibilità e la chiusura generata dalle ricchezze. La vita così può cambiare. La parabola non va intesa come espressione di un volto di Dio che condanna e punisce ma è parola aperta, provocazione ad aprire gli occhi superando indifferenza e distrazione verso chi soffre ed è talvolta vicino ma tenuto lontano, fuori della porta. E’ sfida alla responsabilità, a scoprire l’urgenza di agire con scelte di condivisione e solidarietà. 

Alessandro Cortesi op

Ricchezza e povertà

Secondo il Global Wealth Report del Credit Suisse Research Institute nel 2021 la ricchezza globale è cresciuta ma essa è concentrata solamente nell’ 1% della popolazione mondiale. Sono 62,5 milioni coloro che detengono patrimoni milionari.

I Paesi a basso e medio reddito insieme rappresentano il 24% della ricchezza. Il Nord America poco più del 50% del totale e la Cina il 25%. Africa, Europa, India e America Latina rappresentano insieme l’11% della crescita della ricchezza globale. America Nord e Cina hanno registrato tassi di crescita più alti (circa il 15%) mentre l’Europa è la più bassa (1,5%).   

A fronte di tale situazione globale cresce il rischio di povertà in Italia. E’ quanto si ricava dai dati dell’ultimo Report di Eurostat. La povertà colpisce in particolare bambini e lavoratori e si prevede un aggravamento nell’anno in corso 2022. Le tabelle su povertà e disuguaglianza curate dell’Istituto europeo indicano che nel 2021 le persone a rischio di povertà (con reddito inferiore al 60% di quello medio disponibile), erano più del 20 per cento della popolazione (11,84 milioni). Se si allarga la considerazione alle famiglie che vivono condizioni di vita minime a rischio di esclusione sociale le persone in difficoltà cono circa 15 milioni (25,2% della popolazione). La situazione dei bambini presenta contorni anche peggiori. Sono il 26,7% i bambini sotto i 6 anni a rischio povertà, con tendenza all’aumento rispetto all’anno precedente (667 mila bambini) Se si considerano le famiglie a rischio di esclusione sociale, i  bambini sotto i 6 anni in difficoltà costituiscono il 31,6% (con aumento dal 27% del 2020).

I dati dell’Eurostat confermano quanto indicato anche dall’Istat sulla povertà riguardo all’anno 2021. Poco più di 1,9 milioni di famiglie (7,5% del totale) e circa 5,6 milioni di individui (9,4% come l’anno precedente) vivono in condizione di povertà assoluta. Sono dati che indicano continuità con l’aumento verificatosi nel 2020 nel tempo della pandemia. L’11,1% della popolazione vive in povertà relativa e le famiglie a rischio esclusione sociale sono circa 2,9 milioni. (Cfr. Andrea Carli, Dall’Istat all’Eurostat: è sempre più allarme povertà in Italia, Il Sole 24 ore”, 25 agosto 2022).

Il rischio di povertà o di esclusione sociale è maggiore in particolar modo per le donne. Secondo Eurostat negli Stati Membri UE 64,6 milioni di donne vivono in condizioni di povertà, mentre gli uomini sono 57,6 milioni. Dall’inizio della pandemia le donne hanno subito le più pesanti conseguenze di impoverimento nella sfera socio-economica a causa della sospensione delle attività di lavoro e culturali. La pandemia ha portato ad una riduzione dei servizi pubblici sociali costringendo le donne a farsi carico di un surplus di lavoro di assistenza e cura. La povertà femminile incide anche sui bambini perché sono coinvolte anche le condizioni di vita dei figli. Nel 2020 il 42,1% della popolazione UE costituita da famiglie monoparentali con figli a carico era a rischio di povertà (di queste famiglie l’85% ha per capofamiglia una donna). La povertà femminile costituisce anche l’esito di una discriminazione che accompagna la vita delle donne. A più alto rischio di povertà sono le madri sole, le donne sopra i 65 anni, le donne disabili, quelle con un basso livello di istruzione o migranti. La povertà femminile costituisce un fattore su cui si innesta la violenza di genere – per l’impossibilità di lasciare il partner violento – e lo sfruttamento che si attua in modalità diverse.

Recentemente il Parlamento Europeo con la Risoluzione 5 luglio 2022, n. 274 ha posto attenzione sul tema della parità di genere, notando il problema del divario retributivo e la condizione di povertà delle donne in Europa. Parità di genere è infatti uno dei valori fondamentali della UE, e l’obiettivo di eliminazione della povertà costituisce una delle priorità del Piano d’azione del pilastro europeo dei diritti sociali che punta a ridurre il numero di persone a rischio di povertà di almeno 15 milioni entro il 2030, di cui almeno 5 milioni di bambini.

Il Parlamento evidenziando il problema del divario retributivo più in generale ha portato all’attenzione la condizione di povertà che segna la vita delle donne in Europa. Per questo invita gli Stati membri a prevedere salari minimi, a condurre una lotta contro i posti di lavoro precario, a promuovere un corretto equilibrio tra vita professionale e vita privata. Inoltre indica di porre attenzione a servizi pubblici di alta qualità negli ambiti dell’educazione e cura della prima infanzia, dell’assistenza agli anziani e non autosufficienti. Invita a proteggere le donne dalla povertà energetica, a favorire l’imprenditoria femminile e l’accesso ai finanziamenti, a riformare i sistemi pensionistici considerando le differenze tra le modalità di lavoro delle donne e degli uomini e le pratiche di lavoro non retribuite.

Alessandro Cortesi op

XXV domenica tempo ordinario – anno C – 2022

Am 8,4-7; 1Tim 2,1-8; Lc 16,1-13

“Ascoltate questo, voi che calpestate il povero e sterminate gli umili del paese”. Amos, pastore di Samaria, vide la sua vita rivoluzionata dalla chiamata di Dio che lo spinse ad essere profeta in una situazione di profonda ingiustizia nel suo tempo. Si pose così a servizio di quella parola accolta come forza irresistibile che lo inviava a difendere i deboli e gli sfruttati, e a denunciare l’iniquità generata dai ricchi senza scrupoli. La sua predicazione richiama a rifuggire l’idolo della ricchezza, la rincorsa a guadagni procurati con lo sfruttamento dei poveri, in modo disonesto, nel disprezzo verso i lavoratori comprati e venduti per il valore di un paio di sandali.

Lo sdegno di Amos manifesta la sua attualità oggi in una condizione globale segnata da un sistema economico in cui il dominio del denaro, l’indifferenza dei signori dell’economia alle sofferenze dei poveri, genera insopportabili disuguaglianze e ingiustizie. E’ richiamo ad una conversione, a volgersi a Dio che si china sugli sfruttati e si sdegna di fronte a chi disprezza il povero.

La parabola di Gesù sull’amministratore scaltro trae spunto da una reale situazione del suo tempo: un amministratore, a rischio di essere allontanato dal suo padrone, decide di procurare favori con la frode a clienti che poi gli sarebbero stati riconoscenti in futuro.

Gesù non intende suggerire comportamenti di corruzione e frode. Il punto centrale della parabola sta nel notare che quanti cercano i soldi e il benessere sono abili oltre ogni misura nell’escogitare modi per giungere al loro fine. E quando sono di fronte al pericolo di perdere ricchezze o carriera manifestano furbizia e abilità per mantenere i propri privilegi. Sono questi ‘i figli di questo mondo’ dove qui il termine mondo indica la ricerca di una sicurezza che si risolve nei termini del denaro, del potere, del dominio. Gesù per contrasto richiama ‘i figli della luce’, i suoi discepoli, a comprendere che il momento presente richiede urgenza, capacità di essere pronti, scegliere con decisione quanto è più importante, in direzione contraria a chi insegue solo il denaro e la ricchezza. E’ questione di ‘farsi amici’, non con la frode e la disonesta ricchezza, ma con la passione per gli altri. Richiama alla capacità di decisione pronta di quell’amministratore e presenta l’alternativa che sta davanti ai suoi discepoli: o Dio o Mammona. Non si può servire a due padroni così diversi. ‘Mammona’ indica stabilità economica, proprietà, successo finanziario, gli averi: ha una assonanza con il termine che indica fede (ebraico ‘aman’, da cui ‘amen’). Mammona in tal modo assume i contorni di un assoluto a cui tutta la vita viene orientata. Gesù indica una direzione contraria: il senso della vita umana non può risolversi nell’avere e nel denaro. Va cercato invece nell’incontro con Dio che si attua nell’incontro con gli altri, in un ‘farsi amici’ in un cammino di solidarietà e condivisione. Tale alternativa è scelta tra due amori che non possono esser composti insieme. Mantenersi fedeli al Dio che ascolta il grido del povero, è questione che tocca tutti gli aspetti dell’esistenza e chiede scelte concrete e urgenti.

Alessandro Cortesi op

Lavoro

“… è paradossale che, in piena campagna elettorale, il discorso più esplicito sul lavoro e sulla tassazione come cuore del patto sociale sia stato fatto dal pontefice, non da qualche leader politico, neppure a sinistra” (Chiara Saraceno, Il lavoro negato e il patto fiscale, “La Stampa” 13 settembre 2022). Così Chiara Saraceno commenta un recente intervento di papa Francesco rivolto agli imprenditori di Confindustria nell’udienza del 12 settembre 2022.

La questione della dignità del lavoro e dei lavoratori, il richiamo all’equa remunerazione ed alla responsabilità sociale delle imprese, la messa in guardia da evitare forme di sfruttamento e di curare la sicurezza negli ambienti di lavoro. Ma anche una riflessione sul fatto che una disuguaglianza nelle remunerazioni tra dirigenti e lavoratori è elemento che immette fattori di disgregazione sociale e di ingiustizia e fa ammalare la stessa società. E ancora l’attenzione alle condizioni delle lavoratrici, il richiamo a non penalizzare e punire le donne nell’ambiente di lavoro quando rimangono incinte e quando hanno figli. Tutti questi sono stati temi toccati nel discorso del papa agli imprenditori

E’ stato un intervento centrato sulla responsabilità e sulla funzione sociale della tassazione che ha la funzione di garantire la possibilità di servizi sociali per tutti e di beni comuni, offrendo elementi di coesione della società: «Il patto fiscale è il cuore del patto sociale. Le tasse sono anche una forma di condivisione della ricchezza, così che essa diventa beni comuni, beni pubblici: scuola, sanità, diritti, cura, scienza, cultura, patrimonio».

Papa Francesco ha richiamato come vivere un rapporto con i beni nell’orizzonte della condivisione: “La ricchezza, da una parte, aiuta molto nella vita; ma è anche vero che spesso la complica: non solo perché può diventare un idolo e un padrone spietato che si prende giorno dopo giorno tutta la vita. La complica anche perché la ricchezza chiama a responsabilità”. Ha poi richiamato all’impegno a creare lavoro quale modalità in cui si può attuare condivisione della ricchezza: “lavoro per tutti, in particolare per i giovani. I giovani hanno bisogno della vostra fiducia, e voi avete bisogno dei giovani, perché le imprese senza giovani perdono innovazione, energia, entusiasmo. Da sempre il lavoro è una forma di comunione di ricchezza: assumendo persone voi state già distribuendo i vostri beni, state già creando ricchezza condivisa”. Ma in questo discorso un’immagine ha descritto meglio di ogni altro ragionamento la preoccupazione che dovrebbe guidare l’impegno di tutti nella società: il rinvio ai denari di Giuda contrapposti ai denari del samaritano. E’ l’uso del denaro che distingue la figura dell’imprenditore come mercenario e quella di chi assume l’attitudine del buon pastore: “Il buon samaritano (cfr Lc 10,30-35) poteva essere un mercante: è lui che si prende cura dell’uomo derubato e ferito, e poi lo affida a un altro imprenditore, un albergatore. I “due denari” che il samaritano anticipa all’albergatore sono molto importanti: nel Vangelo non ci sono soltanto i trenta denari di Giuda; non solo quelli. In effetti, lo stesso denaro può essere usato, ieri come oggi, per tradire e vendere un amico o per salvare una vittima. Lo vediamo tutti i giorni, quando i denari di Giuda e quelli del buon samaritano convivono negli stessi mercati, nelle stesse borse valori, nelle stesse piazze. L’economia cresce e diventa umana quando i denari dei samaritani diventano più numerosi di quelli di Giuda”.

Nel suo discorso papa Francesco non ha dimenticato di richiamare la condizione dei migranti: “Il problema dei migranti: il migrante va accolto, accompagnato, sostenuto e integrato, e il modo di integrarlo è il lavoro. Ma se il migrante è respinto o semplicemente usato come un bracciante senza diritti, ciò è un’ingiustizia grande e anche fa male al proprio Paese”. In queste settimane sono giunte notizie tremende delle sofferenze di chi è vittima delle crisi mondiali, dalla crisi del grano alle condizioni di miseria dovute al cambiamento climatico e alle guerre disseminate. Le migrazioni sono l’esito di crisi generate da un’economia di sfruttamento e di guerra. Famiglie con bambini sono rimaste senza soccorso durante il viaggio nel Mediterraneo, fino a morire di sete perché non vi è stata risposta per giorni e giorni alle richieste di soccorso: “sette rifugiati siriani, tra cui quattro bambini a bordo di due diverse imbarcazioni. Una è giunta a Pozzallo, in Sicilia. L’altra è ancora alla deriva e nessuno la soccorre” (Nello Scavo, I bimbi morti di fame e sete in mare «Il loro allarme ignorato per giorni, “Avvenire” 13 settembre 2022). C’è un’umanità sommersa che con il silenzio della morte grida e manifesta l’ingiustizia che pervade il mondo attuale. Più di 1.200 persone sono morte o disperse nei mesi di quest’anno durante i viaggi nel Mediterraneo cercando di raggiungere l’Europa. In tale situazione le politiche europee e dei singoli Stati sono orientate al respingimento, alla delega del controllo dei migranti a Paesi come la Libia – dove sono calpestati i diritti umani -, alla deliberata omissione di soccorso.

L’esigenza di nuova impostazione delle politiche migratorie che consenta accessi sicuri nel rispetto dei diritti e siano impostate nella prospettiva dell’integrazione, con politiche di programmazione del lavoro è un’urgenza ineludibile di umanità ed anche per il futuro della vita sociale.

Il richiamo alla giustizia nel mondo del lavoro, ponendo al primo posto l’attenzione per chi lavora e la cura per il pianeta è voce che interpella oggi più che mai. Così Francesco ha richiamato in un appello finale coloro che lo ascoltavano: “potete dar vita a un sistema economico diverso, dove la salvaguardia dell’ambiente sia un obiettivo diretto e immediato della vostra azione economica. Senza nuovi imprenditori la terra non reggerà l’impatto del capitalismo, e lasceremo alle prossime generazioni un pianeta troppo ferito, forse invivibile”.

Alessandro Cortesi op

XXIV domenica tempo ordinario – anno C – 2022

Es 32,7-11.13-14; 1Tim 1,12-17; Lc 15,1-32

E’ questo un periodo di ripresa, dopo l’estate. Ripresa delle scuole, del lavoro, delle attività sociali. Quest’anno la ripresa si situa in un momento di particolare preoccupazione e crisi da tanti punti di vista. Crisi climatica ed ecologica evidenziata  dalla siccità e dai tanti fenomeni atmosferici devastanti in Italia e varie parti del mondo. Crisi della guerra in Ucraina con le conseguenze sul piano economico e alimentare: è una crisi che ha riportato in auge la mentalità della violenza e della guerra. Crisi sociale che segue alla diffusione della pandemia con tante conseguenze sulle vite soprattutto dei più fragili. L’incertezza a livello politico generale genera tanti motivi di inquietudine. E veramente la preghiera in questo tempo di ripresa potrebbe essere quella essenziale del salmo di oggi: “Crea in me, o Dio, un cuore puro, rinnova in me uno spirito saldo”. Il cuore, centro di decisioni e orientamenti della vita è il luogo per ascoltare quanto il Signore indica nella storia difficile, nelle prove. E solo un cuore nuovo, fatto nuovo da Lui, può aprirsi a scoprire il dono dello Spirito che invia. Dalle letture di oggi possiamo ascoltare alcuni messaggi per la nostra vita.

La pagina dell’esodo ricorda la nostalgia sempre presente di farsi un idolo a cui sacrificare la libertà. Il vitello d’oro è simbolo della ricerca di soluzioni facili e immediate a bisogni immediati e richiusi in orizzonti ristretti. E’ il desiderio anche di una divinità a misura, strumentalizzabile e a portata di mano. E’ la storia di sempre della ricerca di una religione che non apre al rischio della fede:  “Non hanno tardato ad allontanarsi dalla via che io avevo loro indicato! Si sono fatti un vitello di metallo fuso, poi gli si sono prostrati dinanzi…”

L’esodo è cammino di uscita, di liberazione, che richiama a ritornare al ricordo della promessa, a vivere il rischio della fede in una relazione impegnativa con il Dio che si è compromesso nell’alleanza: “Ricòrdati di Abramo, di Isacco, di Israele, tuoi servi, ai quali hai giurato per te stesso e hai detto: “Renderò la vostra posterità numerosa come le stelle del cielo…”

La prima lettera a Timoteo esprime la consapevolezza che ogni forza proviene dal Signore Gesù, motivo di gratitudine da coltivare nel cuore: “rendo grazie a colui che mi ha reso forte, Cristo Gesù Signore nostro”. Non c’è quindi spazio per presunzione o vanto per chi ha sperimentato sulla sua vita uno sguardo di misericordia: “Cristo Gesù è venuto nel mondo per salvare i peccatori, il primo dei quali sono io. Ma appunto per questo ho ottenuto misericordia, perché Cristo Gesù ha voluto in me, per primo, dimostrare tutta quanta la sua magnanimità, e io fossi di esempio a quelli che avrebbero creduto in lui per avere la vita eterna”.

Nelle parabole del cap. 15 di Luca si può scorgere l’indicazione di un movimento di perdita, di ricerca e di ritrovamento. Dio, identificato con figure della vita, un pastore, una donna, un padre, si prende cura di ritrovare, accoglie il perduto, vive la gioia senza limiti della condivisione. “Rallegratevi con me, perché ho trovato la moneta che avevo perduto”.

In questo tempo di crisi ogni gesto di cura, di ricerca, di attesa, di festa ospitale è nell’orizzonte della promessa di Dio che ha cura di non perdere nessuno.

Alessandro Cortesi op

Non perdere

La guerra in atto in Ucraina ha condotto nel dibattito pubblico al venir meno del senso della complessità delle questioni: nella drammaticità della situazione, nella situazione di violazione del diritto internazionale, negli orrori perpetrati nell’uso della violenza è arduo assumere un’attitudine di approfondimento e di comprensione problematica di quanto accade. Per fermare la guerra, per ricondurre alla ragionevolezza, per non alimentare la spirale di un conflitto senza fine. E’ difficile ma è indispensabile assumere la fatica di leggere contesti culturali, religiosi e sociali senza lasciarsi sommergere dalla logica binaria di contrapposizioni frontali, di lotta del bene contro il male. L’attenzione da coltivare alla ricerca di cause, di contesti, di posizioni diverse all’interno dei popoli può essere percorso da compiere per non perdere tutte le risorse che possono nel dramma del presente far individuare aperture di pace.

Natalino Valentini, profondo conoscitore della cultura e spiritulità russa, in uno studio dal titolo Il patrimonio da salvare (Il Regno attualità 14,2022, 463-472) offre un’approfondita analisi di quanto sta accadendo in questi mesi. E propone interrogativi che conducono ad indagare la storia sociale e religiosa della Russia, in particolare la questione del rapporto tra Russia ed Europa come grande problema storico e culturale e del rapporto tra Russia e Asia: dalla tradizione culturale russa emerge infatti la tensione irrisolta ad essere appartenente all’Europa e dall’altra parte al mantenersi in rapporto all’Asia, il suo permanere Eurasia.

E’ rilevato poi un elemento fondamentale riscontrabile nel legame tra fede  ortodossa e popolo russo, che vengono quasi a formare una cosa sola. Ma anche a tal proposito si apre la domanda: cosa oggi resta di quella grande tradizione spirituale? Quali cambiamenti ha vissuto la chiesa ortodossa russa passata attraverso la persecuzione sovietica?

“la critica antioccidentale rispolverata dal patriarca Cirillo in forte sintonia con una certa ideologia teologico-politica etnico-nazionalistica che gravita attorno a Putin (…) ha radici profonde nella cultura russa e ortodossa, che non ha dovuto attraversare le grandi sfide culturali della modernità. Così si è fatta strada un’idea politico-religiosa che ritrova la sua identità nella ‘santa Russia’, ma anche nel modello totalitario etno-filetico del Russkij mir, base giustificativa della stessa invasione”. E’ questa a giudizio di Valentini una distorsione ideologica che dal punto di vista religioso figura come un’autentica eresia in quanto tradimento della fede stessa denunciato da molteplici teologi ortodossi contemporanei.   

L’aggressione del 24 febbraio, violando il diritto interazionale, ha manifestato un fallimento della politica ma ha anche fatto emergere una profonda frattura che attraversa le chiese: la guerra insanguina le terre dell’antica Rus di Kiev che è cuore pulsante della tradizione spirituale dell’intera regione. A tal riguardo è richiamato l’insegnamento del grande teologo ortodosso Pavel Florenskij che indicava nella mancanza di ascolto la causa della frammentazione del mondo religioso cristiano.

Tra le conseguenze della guerra si può riscontrare il venir meno di ogni possibilità di discernimento e l’affermarsi della propaganda. In tale quadro inquinato si giunge ad identificare i capi politici e i dittatori con i popoli stessi che dominano. Anche all’interno dello stesso popolo russo, sottoposto ad un sistema oppressivo, è presente una opposizione alla guerra e con grandi difficoltà emergono segnali di resistenza.

Valentini annota come proprio la grande tradizione culturale russa, gli autori della tradizione spirituale e letteraria, il loro insegnamento e le loro opere custodiscono una ricchezza profonda di sapienza orientata alla pace. “Esemplari restano a riguardo gli scritti contro la guerra, la pena di morte, la violenza, la persecuzione e ogni forma di violazione della libertà e dignità umana  dei principali rappresentanti di questo pensiero cristiano che in molti casi hanno pagato con il gulag e con la vita, oppure con l’esilio, la loro coerenza e testimonianza”. Tra altri sono menzionati Pavel Florenskij, Sergei Bulgakov, Nikolai Berdjaev, Osip Mandel’stam, e i testimoni del dissenso tra cui Boris Pasternak, Vasilij Grossman, Aleksander Solzenicyn.

“Anche per queste ragioni avvertiamo con preoccupazione il rapido accrescersi e diffondersi delle diverse forme di ostilità, di ostracismo e persino di odio generalizzato e insulso nei confronti della ‘cultura russa’, che secondo alcuni andrebbe addirittura boicottata e persino ‘cancellata’” (ibid. 472).

La voce di questo studioso è un appello a non perdere quanto oggi è patrimonio di sapienza che nella barbarie del presente andrebbe custodito per ritrovare proprio in questo ascolto e ritrovamento le ragioni per orientare al cessare i combattimenti ed intraprendere una decisa ricerca della pace per le vie della pace.

Alessandro Cortesi op  

XXIII domenica tempo ordinario – anno C – 2022

Sap 9,13-18; Fm 9-10.12-17; Lc 14,25-33

Cosa vuol dire essere discepoli di Gesù? Sta qui la grande questione al cuore del cammino dei credenti. Luca è molto sensibile a tale domanda: nel suo racconto narra come nel suo cammino Gesù chiama a seguirlo in diversi modi: chiede di condividere la sua strada con scelte che coinvolgono l’intera esistenza. Essere discepoli è orientarsi a seguire lui e la strada di Gesù quale cammino sempre nuovo: seguirlo implica ricominciare sempre in fedeltà alla sua parola.

Alcune caratteristiche del seguire sono elencate in quest pagina. Una prima condizione è formulata nei termini duri di un distacco dai legami familiari in cui compare un verbo assai forte: “se uno viene a me e non odia suo padre, sua madre…” Il termine ‘odiare’ contrasta con l’intero insegnamento di Gesù riguardo all’amare vicini e amici ma anche i nemici. Aveva chiaramente richiamato a prendersi cura dei familiari quale modo di attuare un autentico culto (Mt 15,3-6): criticava infatti coloro che facendo un’offerta al tempio si ritenevano a posto, senza prendersi cura del padre e della madre e così “annullavano la parola di Dio”. Gesù quindi non chiede di odiare, ma di vivere un amore aperto. Mette in guardia dal chiudersi egoisticamente entro i legami familiari e chiede di non assolutizzarli. A chi lo segue Gesù indica di porre al primo posto la presenza di Dio a cui riferire tutta la vita.

La seconda condizione è andare dietro a lui e ‘portare la croce’: la croce racchiude in qualche modo l’intero percorso di Gesù. E’ uno strumento orribile di condanna e di tortura, è tuttavia proprio sulla croce e fino a quel momento Gesù ha manifestato il senso profondo della sua vita quale dono totale nell’amore. Chi segue Gesù è chiamato a vivere secondo questa logica di dono ogni giorno – è sottolineatura propria di Luca questo accento sul quotidiano-. Egli scrive in una comunità in cui si fa presente la fatica del cammino che continua ogni giorno (Lc 9,23; cfr Mt 10,38). Seguire Gesù non è questione di alcuni momenti particolari ed eccezionali ma è scelta che tocca le vicende ordinarie, il quotidiano nascosto e talvolta monotono.

La terza condizione è indicata da due immagini, la torre da costruire e la guerra da preparare: sono esempi tratti dalle vicende umane ed entrambi utilizzati per un messaggio di fondo. Gesù richiede per seguirlo l’attitudine a pensare, a valutare le proprie forze, a preparare ciò che si costruisce. L’impresa è ardua. Esige uno sguardo lungo e forse anche la scoperta che da soli con le nostre sole forze non ce la facciamo. Luca richiama come questa impresa richieda tutte le energie e tutti i beni: rinunciare ai beni significa condividere ed è scelta di farsi borse che non invecchiano, per aprirsi all’unica vera ricchezza dell’incontro con il Signore Gesù.

In fondo tutte queste condizioni si possono raccogliere in un unico appello a vincere la superficialità, ad intendere l’importanza della vita, ad operare scelte nella direzione del regno di Dio.

Alessandro  Cortesi op

Pane, dono, gratitudine

Il 1 settembre è nella Chiesa italiana Giornata nazionale per la custodia del Creato ed apre un mese – tempo del creato – dedicato all’attenzione e alla cura dell’ambiente. La CEI ha proposto un  documento di riflessione a partire dalla riscoperta del pane. Ne riporto alcuni brevi brani quale occasione per ascoltare il messaggio che giunge dal pane frutto della terra e del lavoro di tante persone in questo momento in cui anche a causa della guerra in Ucraina proprio il grano e il pane e vengono a mancare in tante regioni:

“Quante cose sa dirci un pezzo di pane! Basta saperlo ascoltare (…)  Ogni pezzo di pane arriva da lontano: è un dono della terra. (…) Quando Gesù prende il pane nelle sue mani, accoglie la natura medesima, il suo potere rigenerativo e vitale; e, dicendo che il pane è “suo corpo”, Egli sceglie di inserirsi nei solchi di una terra già spezzata, ferita e sfruttata. (…) Gesù, dopo aver preso il pane nelle sue mani, pronuncia le parole di benedizione e rende grazie. È la gratitudine il suo atteggiamento più distintivo, nel solco della tradizione pasquale. Essere grati è, dunque, l’attitudine fondamentale di ogni cristiano, è la matrice che ne plasma la vita… (…)

Chi non è grato non è misericordioso. Chi non è grato non sa prendersi cura e diventa predone e ladro, favorendo le logiche perverse dell’odio e della guerra. Chi non è grato diventa vorace, si abbandona allo spreco, spadroneggia su quanto, in fondo, non è suo ma gli è stato semplicemente offerto. Chi non è grato, può trasformare una terra ricca di risorse, granaio per i popoli, in un teatro di guerra, come tristemente continuiamo a constatare in questi mesi.  (…)

Prendere il pane, spezzarlo e condividerlo con gratitudine ci aiuta, invece, a riconoscere la dignità di tutte le cose che si concentrano in un frammento così nobile: la creazione di Dio, il dinamismo della natura, il lavoro di tanta gente: chi semina, coltiva e raccoglie, chi predispone i sistemi di irrigazione, chi estrae il sale, chi impasta e inforna, chi distribuisce. In quel frammento c’è la terra e l’intera società. Ci fa pensare anche a chi tende inutilmente la sua mano per nutrirsi, perché non incontra la solidarietà di nessuno, perché vive in condizioni precarie. (…)

Mangiare con altri significa allenarsi alla condivisione. A tavola si condivide ciò che c’è. Quando arriva il vassoio il primo commensale non può prendere tutto. Egli prende non in base alla propria fame, ma al numero dei commensali, perché tutti possano mangiare. Per questo mangiare insieme significa allenarsi a diventare dono. Riceviamo dalla terra per condividere, per diventare attenti all’altro, per vivere nella dinamica del dono. Riceviamo vita per diventare capaci di donare vita. (…) Torniamo, dunque, al gusto del pane: spezziamolo con gratitudine e gratuità, più disponibili a restituire e condividere.(…)”

Alessandro Cortesi op

XXII domenica tempo ordinario – anno C – 2022

Sir 3,17-18.20.28-29; Eb 12,18-19.22-24; Lc 14,1.7-14

“Figlio, compi le tue opere con mitezza, e sarai amato più di un uomo generoso.
Quanto più sei grande, tanto più fatti umile, e troverai grazia davanti al Signore”.

Il libro di Ben Sira, sapiente che scrisse il suo libro agli inizi II secolo a.C., fu tradotto dal nipote nel 132 circa: ricordando gli insegnamenti del nonno indica la via per vivere in fedeltà al Signore. In un tempo di prova per la fede e persecuzione lo scritto è indicazione di sapienza per non smarrire la consapevolezza della presenza del Signore nella vita, nel creato (cfr Sir 42,15-43,33) e nella storia (44,1-50,29).

L’attitudine fondamentale del sapiente sta nel percepire come tutto proviene da un dono di Dio: da qui l’invito a coltivare un senso di umiltà e percorrere i sentieri della mitezza. Sono le attitudini di chi rimane aperto al dono di Dio nella gratitudine, consapevole che ogni grandezza umana non può essere considerata possesso e ogni vanto non ha senso. Così il rapporto con gli altri va vissuto con la mitezza che è lo stile di Dio.

Anche Gesù offre insegnamenti a partire dal suo osservare il quotidiano. Vedeva come gli invitati sceglievano i primi posti ad un banchetto: “Quando sei invitato a nozze da qualcuno, non metterti al primo posto…”.

Gesù guarda chi sta agli ultimi posti e a chi rimane senza posto. E critica la corsa a prendere i primi posti ma anche ogni pretesa di essere più importante degli altri.

Gesù propone un capovolgimento della logica di affermazione della grandezza umana e della competizione. Propone un cambiamento radicale e chiede di vivere i rapporti secondo un altro orizzonte, nella fiducia che “quando viene colui che ti ha invitato ti dica: “Amico, vieni più avanti!”. E’ la fiducia di intendere la propria vita al cospetto di Dio che pronuncia la parola ‘amico’ accogliendo tutti.

Gesù non offre solamente un invito di contrasto all’affermazione e all’l’arrivismo, fondati sulla pretesa di una propria grandezza. Il messaggio profondo della parabola riguarda l’annuncio del volto di Dio. E’ ‘colui che ti ha invitato’  ed è l’unico che può dire ‘amico’. E’ il messaggio della grazia e della amicizia del Dio che chiama ‘amici’ i suoi commensali. Da qui sgorga la responsabilità di vivere nella propria vita la testimonianza di questa scoperta: “Quando offri un pranzo o una cena… invita poveri, storpi, zoppi, ciechi; e sarai beato perché non hanno da ricambiarti”. Gesù propone ai suoi di accogliere e condividere con chi sta agli ultimi posti e sperimentare la gratuità di un amore di Dio che chiede di essere tradotto in concreti gesti di condivisione gratuita. Invita così a chiamare ‘amici’ tutti coloro da cui non si può avere contraccambio: lo stile di Dio è mitezza gratuità.

Alessandro Cortesi op

Mitezza

Norberto Bobbio scrisse una breve riflessione in un momento di passaggio della sua vita, quando manifestò il suo orientamento a distaccarsi dalla politica scorgendo nella nuova situazione creatasi in Italia alla fine degli anni ’90 una  nuova fase che esigeva “un salto di qualità troppo alto per le sue gambe”.

Da un lato fu una presa di distanza dalla politica e proprio in tale frangente egli propose un approfondimento sulla virtù della mitezza che per un verso egli presentava come la virtù più antipolitica, e dall’altro proprio in questa riflessione egli propose una base indispensabile per la convivenza.

Nell’Elogio della mitezza il filosofo torinese distingue virtù forti e virtù deboli con l’osservazione che la mitezza è inserita nelle virtù deboli perché è tratto del modo di agire degli offesi, dei deboli, di chi non fa la storia e non lascia traccia del proprio nome. Il mite si distingue da chi è mansueto. Osserva Bobbio: “La mansuetudine, mi spiego, è una disposizione d’animo dell’individuo, che può essere apprezzata come virtù indipendentemente dal rapporto con gli altri. Il mansueto è l’uomo calmo, tranquillo, che non si adonta per un nonnulla, che vive e lascia vivere, e non reagisce alla cattiveria gratuita, per consapevole accettazione del male quotidiano, non per debolezza. La mitezza è invece una disposizione d’animo che rifulge solo alla presenza dell’altro: il mite è l’uomo di cui l’altro ha
bisogno per vincere il male dentro di sé”. (N.Bobbio, Elogio della mitezza, Edizioni dell’Asino, 2019, 21).

Riprende così una definizione di Carlo Mazzantini al proposito: “ la mitezza, egli diceva, è l’unica suprema “potenza” (badate, la parola “potenza” usata per designare la virtù che fa pensare al contrario della potenza, alla impotenza, se pur non rassegnata) che consiste “nel lasciare essere l’altro quello che è”. Aggiungeva: ‘Il violento non ha impero perché toglie a coloro ai quali fa violenza il potere di donarsi. Ha impero invece chi possiede la volontà, la quale non si arrende alla violenza, ma alla mitezza’”(ibid. 22).

Il mite non ha i comportanti dell’arrogante e del prepotente e tuttavia non è un remissivo: “Il remissivo è colui che rinuncia alla lotta per debolezza, per paura, per rassegnazione. Il mite, no: rifiuta la distruttiva gara della vita per un senso di fastidio, per la vanità dei fini cui tende questa gara, per un senso profondo di distacco dai beni che accendono la cupidigia dei più…”(ibid. 27). Il mite non rinuncia alla lotta, ma rinuncia alla competizione come ambito che non costruisce nulla ma tutto conduce a distruzione: “la mitezza è il contrario dell’arroganza, intesa come opinione esagerata dei propri meriti, che giustifica la sopraffazione. Il mite non ha grande opinione di sé, non già perché si disistima, ma perché è propenso a credere più alla miseria che alla grandezza dell’uomo, ed egli è un uomo come tutti gli altri. A maggior ragione la mitezza è contraria alla protervia, che è l’arroganza ostentata. Il mite non ostenta nulla, neanche la propria mitezza” (Ibid. 26). Così pure la mitezza si pone in contrasto alla prepotenza quale abuso di potenza che è ostentata e praticata.

Il mite rigetta la competizione e rifiuta di entrare nella spirale della violenza che genera vincitori e vinti: “Nella lotta per la vita è infatti l’eterno sconfitto. L’immagine che egli ha del mondo e della storia, dell’unico mondo e dell’unica storia in cui vorrebbe vivere, è quella di un mondo e di una storia in cui non ci sono né vincitori né vinti, e non ci sono né vincitori né vinti perché non ci sono gare per il primato, né lotte per il potere, né competizioni per la ricchezza, e mancano insomma le condizioni stesse che consentano di dividere gli uomini in vincitori e vinti” (ibid. 26-27). La mitezza si connota per Bobbio per essere un modo di essere verso l’altro “La mitezza non è né sottovalutazione né sopravvalutazione di sé, perché non è una disposizione verso se stessi ma, come ho già detto, è sempre un atteggiamento verso gli altri e si giustifica soltanto nell’“essere verso l’altro” (ibid. 29). Tale virtù si accompagna con le altre virtù della misericordia e della semplicità: “la mitezza può (non deve) essere una predisposizione verso la misericordia. Ma la misericordia è, come avrebbe detto Aldo Capitini, un’“aggiunta” (ibid. 30).

Bobbio infine suggerisce l’identificazione del mite con il nonviolento e al proposito egli guarda alla lezione di Capitini e di Gandhi: “Avete capito: identifico il mite con il nonviolento, la mitezza con il rifiuto di esercitare la violenza contro chicchessia. Virtù non politica, dunque, la mitezza. O addirittura, nel mondo insanguinato dagli odi di grandi (e piccoli) potenti, l’antitesi della politica”. (ibid. 33)

Alessandro Cortesi op

XXI domenica tempo ordinario – anno C – 2022

Is 66,18-21; Eb 12,5-7.11-13; Lc 13,22-30

‘Passava per città e villaggi insegnando e dirigendosi verso Gerusalemme’. Gesù è in cammino, nel suo viaggio verso Gerusalemme. Questa cornice è carica di significati: Gerusalemme è luogo della passione e della morte che si presentano ormai vicine. In questa parte del cammino in cui Luca presenta Gesù che sale  Gerusalemme egli inserisce la chiamata di Gesù ai suoi a seguirlo senza incertezze: e qui Luca raccoglie insegnamenti fondamentali indirizzati ai discepoli, a coloro che lo seguono su questa strada, metafora del senso della sua intera esistenza.

Ed è posta una domanda: “sono pochi quelli che si salvano?’. Era questione dibattuta nei circoli rabbinici: c’era chi proponeva una visione esclusiva di una salvezza per pochi, per altri la prospettiva si allargava. Gesù non risponde alla questione, ma sposta il problema, invita ad un coinvolgimento personale di coloro con cui parla. Indica il paragone di una casa dove c’è un padrone che ad un certo punto si alza e chiude e rinvia all’immagine di una porta: indica l’importanza di una fatica, rinvia ad una porta stretta e richiama la voce di chi bussa alla porta dicendo: “Signore, Signore aprici!”.

La porta per entrare nella casa è stretta e per entrarvi è richiesto impegno: è evocato lo sforzo di lotta nella tensione della gara, con i termini del combattimento. Con questi accenni Gesù invita a prendere posizione con responsabilità personale. C’è chi avanza pretese per aver mangiato e bevuto insieme, perché ‘hai insegnato nelle nostre piazze’ ma sono queste voci di chi ha compiuto iniquità nella vita: sono operatori di ingiustizia che dicono ‘Signore signore’. E’ il tipo di religiosità, ostentata e fatta di cose esteriori che non incide sulla vita e non attua scelte di condivisione e solidarietà. C’è una prima indicazione: Il passaggio è aperto per chi compie la giustizia e Gesù critica la pretesa di ‘salvarsi’ in virtù di una appartenenza religiosa e culturale che non coinvolge l’esistenza in scelte di giustizia.

Ma c’è anche una seconda indicazione: la porta è aperta. Richiede un atteggiamento completamente diverso ma offre un’apertura senza confini. Il riferiemnto ala porta stretta è forse a quella porta della città che rimaneva accessibile anche di notte quando le altre porte grandi erano chiuse. E’ infatti spalancata per chi, operando concretamente scelte di giustizia proviene da direzioni diverse e non programmate, da luoghi pensati lontani dalla salvezza: ‘E verranno da oriente e da occidente da settentrione e da mezzogiorno…’. I profeti indicavano che solamente scelte di attenzione ai più poveri sono la via per incontrare Dio: Gesù richiama tale orientamento. E’ la grande visione del profeta dell’esilio (il terzo Isaia) che parla di un grande raduno dei popoli quale progetto di Dio: “Così dice il Signore: Io verrò a radunare tutti i popoli e tutte le lingue…”. La porta stretta è aperta non per chi pretende di avere titoli di appartenenza o privilegi, ma per chi attua un cammino in fedeltà alla via di Gesù attuando solidarietà e giustizia.

Alessandro Cortesi op

August Macke, Veduta in una stradina – 1914 – Kunstmuseum Mülheim an der Ruhr

La porta stretta: diventare adulti

La porta stretta, è il titolo di un libro che raccoglie le tappe di un lungo viaggio attraverso autori fondamentali della cultura occidentale tra filosofia e letteratura, scritto da Umberto Curi, filosofo, per molti anni docente all’Università di Padova. La metafora della porta stretta del vangelo è utilizzata per indicare il passaggio all’età adulta – il sottotitolo infatti esplicita tale riferimento “Come diventare maggiorenni” – che in ogni  esistenza è passaggio complesso, segnato da lotta e fatica, e che non si esaurisce in un momento puntuale ma viene ad accompagnare l’intero itinerario della vita umana.

Il percorso inizia da un’analisi della posizione di Kant riguardo all’uscita dalla condizione di minorità che viene presentata come coincidente con il pensare da sé (Selbstdenken): “Colui che pensa con la propria testa è anche colui che ha intrapreso il processo in cui consiste il diventare maggiorenni”.

Sono poi analizzate proposte che presentano l’uscita dalla minore età in rapporto all’emancipazione rispetto alla figura del padre come Edipo, i fratelli Karamazov, Kant, Freud…

Un’ampia parte del testo offre un esame della posizione cristiana in cui la decisione di seguire Cristo implica un movimento di svuotamento e d’altra parte assume il tratto prevalente del dono. Compare qui il riferimento alla kenosis, lo svuotamento di Cristo nel suo percorso esistenziale che manifesta il suo stare di fronte al Padre in modo nuovo e diviene la via indicata per chi intende seguirlo: “È dunque il Cristo il paradigma di un rapporto in cui il Figlio diventa in senso pieno maggiorenne, rendendosi ospitale alla parola e alla volontà del Padre, spingendo l’obbedienza fino al limite della kénosis”.

Una posizione diversa è quella di Bartleby, lo scrivano nel romanzo di Melville: la sua è una posizione di chi non si pone in modo polemico e non intende entrare in tale fatica, ma vorrebbe rimanere senza peso da sopportare nel suo stare nella vita: “Bartleby non può – né presume neppure lontanamente di farlo – competere con i «campioni» che si sono affrontati nel combattimento relativo ai modi più efficaci per raggiungere la piena maturità. Non intende misurarsi, più o meno polemicamente, con chicchessia. Non ha certezze da esibire, verità assolute da rivelare, convinzioni granitiche a cui rimandare. Vorrebbe semplicemente non portare il peso, essere ex-onerato dal dover fare o dire qualcosa che sia allineato all’orizzonte di senso e alla gerarchia di importanza dei suoi interlocutori”.

Il profilo di Bartleby in qualche modo riassume una situazione esistenziale di questo tempo. Interpreta da un lato una critica alla attitudine guerresca e di opposizione che intende il diventar maturi come uccisione del padre e dall’altro anche esprime l’attitudine di una distanza rispetto alla linea dello svuotamento di sè: “Posto di fronte all’alternativa fra ribellione e kénosis, fra parricidio e obbedienza, Bartleby lascia intendere che è la proposizione stessa del problema – come si esce dalla minorità – a non suscitare il suo interesse. Chiede soltanto di dormire, «con i re e i governanti della Terra». Costoro hanno saputo soltanto costruire per sé «luoghi desolati». Mentre un umile scrivano ci ha donato la forza tranquilla della mitezza. A chi ci incalza per farci diventare maggiorenni ha dimostrato che si può rispondere: «preferirei di no»”.

D’altra parte, di fronte a tale posizione che ha elementi di attrazione in quanto prospetta la via del non decidere a fronte di passaggi esigenti della vita (attraverso una porta stretta),  Curi osserva come: “L’alternativa forse più convincente alla seduzione insita nella figura stessa di Bartleby può forse essere individuata nel mito platonico della caverna. A condizione che esso non venga abusivamente interpretato – come è ormai consuetudine consolidata – come metafora di una compiuta teoria della conoscenza, ma se ne valorizzi invece la forte connotazione propriamente drammaturgica”.

Nel mito platonico viene evidenziato come il passaggio da una condizione di prigionia nel buio della caverna ad una libertà che consente di giungere alla luce, non si connota come passaggio che avviene una volta per tutte, ma prigionia e libertà rimangono intrecciate. Il dramma apre a considerare come il passaggio alla maturità si attua in un continuo scontro:

“La simultanea compresenza della cecità e della chiaroveggenza, del vedere e del non vedere, sia all’interno sia all’esterno della caverna, spiega per quale motivo mai, in nessun momento, neppure una volta che sia uscito dalla dimora sotterranea e abbia potuto fissare lo sguardo direttamente sul sole, mai il prigioniero sia in pace, ma piuttosto debba costantemente lottare, e dunque sia infine destinato a ritornare sottoterra per sviluppare un ancor più duro combattimento. La paidéia non solo non affranca definitivamente dalla necessità del conflitto: essa si limita a modificare i termini e le condizioni in cui si svolge una battaglia che resta inconcludibile. Perché anche questo scontro è, come la coppia cecità-chiaroveggenza, ineliminabile dalla anthropíne phýsis”.

Lo scontro è sempre presente e con esso la fatica nel passare continuamente dalla cecità alla luce. C’è una forza che conduce ad essere nella caverna, l’essere gettati nella vita senza uan propria decisione, ma anche è una forza esterna che può aprire a sciogliere lo sguardo verso la luce: è forza offerta da qualcun altro che ha vissuto il percorso di scioglimento di legami e del volgere lo sguardo alla luce ed aiuta altri a liberarsi e a compiere quel percorso che non si conclude: “dolore e cecità sono destinati a perdurare e a diventare ancora più intensi, mano a mano che si proceda verso l’uscita dalla dimora sotterranea”.

Il mito della caverna viene così inteso quale immagine del cammino verso la maturità, esigenza di passare da una porta stretta che richiede fatica e lotta e che non è mai concluso nei giorni della vita:

“in quanto possa essere interpretato come metafora del percorso che conduce verso la maturità, il mito ribadisce quanto già si è intravisto nelle stazioni del viaggio fin qui effettuato. Ci dice che la maggiore età non è l’incrollabile punto di arrivo del viaggio, non coincide con uno stato acquisito una volta per tutte. Ma che la nostra vita è, nel suo insieme, caratterizzata da un pólemos inesauribile, dal quale non si esce mai definitivamente vincitori una volta per tutte”.

Il riferimento evangelico alla porta stretta assume quindi possibilità di interpretazioni ampie e nuove se intesa come metafora di un percorso che implica sempre transizione, passaggio, che richiede decisione insieme al peso di dolore e incertezze. “Ciò a cui, presto o tardi, qualunque fase della vita, si è posti di fronte, è la necessità di una scelta, non limitata ad ambiti circoscritti, ma tale da coinvolgere totalmente noi stessi, la nostra stessa più profonda identità”.

Alessandro Cortesi op

Assunzione di Maria ss. – Messa della vigilia

1Cr 15,3-4.15-16; 16,1-2; 1Cor 15,54-57; Lc 11,27-28

In questa celebrazione della vigilia della festa dell’Assunzione si possono individuare tre motivi di riflessione.

Il primo è il riferimento al segno dell’arca. L’arca è immagine dell’alleanza. E’ il luogo in cui le tavole della legge sono custodite. L’arca accompagna il cammino d’Israele nel deserto e viene trasportata sino alla terra promessa e a Gerusalemme quale segno della presenza di Dio in mezzo al suo popolo.

L’immagine dell’arca è presente nella prima lettura: “Davide convocò tutto Israele a Gerusalemme, per far salire l’arca del Signore nel posto che le aveva preparato”. Il salmo 31 canta “Sì, il Signore ha scelto Sion, / l’ha voluta per sua residenza: / «Questo sarà il luogo del mio riposo per sempre: / qui risiederò, perché l’ho voluto».

Questa salita dell’arca a Gerusalemme è un riferimento importante per leggere la presenza stessa di Maria che custodisce in sé un mistero di alleanza e di vita. In Gesù si rende vicino il dono dell’alleanza che rinvia al patto dell’esodo e a tutto il cammino d’Israele. Maria nel suo portare in sé Gesù è così vista come arca dell’alleanza, che tiene insieme l’intero cammino di Israele, lei figlia di Sion, ed apre ad un incontro con il volto di Gesù che rende vicino la presenza dell’Abbà. 

Scrivendo alla comunità di Corinto Paolo indica un orizzonte di speranza di fronte all’interrogativo posto dalla morte: “Dov’è, o morte, la tua vittoria? Dov’è, o morte, il tuo pungiglione?». Il pungiglione della morte è il peccato e la forza del peccato è la Legge. Siano rese grazie a Dio, che ci dà la vittoria per mezzo del Signore nostro Gesù Cristo!”. Il dono di grazia derivante dall’offerta di Gesù che ha dato se stesso attuando un amore sino alla fine è aperura di un orizzonte che va oltre la morte ed è liberante da ogni schiavitù della legge.

Il vangelo di Luca riporta un dialogo: una donna della folla rivolgendosi a Gesù gli dice «Beato il grembo che ti ha portato e il seno che ti ha allattato!». Ma non si lascia irretire dall’ammirazione di chi lo accosta né dalle lodi che possono denotare una devozione sbagliata. Subito infatti ricorda un messaggio fondamentale a cui richiama tutte e tutti nella comunità. Gesù riconosce madre fratelli e sorelle in coloro che ascoltano e operano in rapporto alla Parola di Dio “Beati piuttosto coloro che ascoltano la parola di Dio e la osservano!”. Non si tratta solo di ascoltare ma di operare in scelte concrete di vita perché la Parola possa fare il suo corso.

Alessandro Cortesi op

Domande sul carcere

Festa dell’assunzione è festa di libertà, di redenzione, di compimento dell’umano. A fronte di tale orizzonte le esperienze di contrasto del presente conducono a riflettere su come accogliere il dono di vita nei drammi del quotidiano, laddove è presente la morte e la disumanità e come lasciare spazio a percorsi di vita e di umanizzazione.

“Se un giudice dice «ho fallito, il sistema ha fallito», senza aver paura di piangere pubblicamente lacrime sincere sulla bara di una ragazza di 27 anni morta suicida in cella inalando il gas del fornelletto su cui cucinava, c’è da fermarsi. Per la verità avremmo dovuto già fermarci da tempo a riflettere sulle troppe vite (quasi tutte di giovani detenuti per reati di poco conto) inghiottite dall’enorme buco nero delle carceri italiane, ma neanche i numeri impressionanti, 47 nel 2022, infrangono il muro dell’indifferenza generale” (Alessandra Ziniti, Le scuse del giudice e il fallimento delle carceri, “La Repubblica” 10 agosto 2022).

La lettera aperta scritta da un giudice dopo che una giovane donna si è tolta la vita in carcere raccoglie un grido di sofferenza ed un monito ma anche ripropone la questione del senso della giustizia, della disumanità del sistema carcerario. Vincenzo Semeraro, magistrato da molti anni, nella sua lettera ha scritto «So che avrei potuto fare di più per Donatella, non so cosa, ma so che avrei potuto».  “In carcere c’è un’umanità sterminata e le loro storie si assomigliano: sono fragili, fragilissimi, spesso provengono da famiglie altrettanto fragili. Entrano ed escono dal carcere di continuo. Nel caso di Donatella, il problema era il suo rifiuto ostinato a entrare in una comunità di recupero: ho sempre provato a convincerla, non ci sono riuscito. La verità è che è molto più facile entrare in carcere che in una comunità…” (Intervista a Viviana Dalosio, “Avvenire” 9 agosto 2022).

E alla domanda “Perché sente di non aver fatto abbastanza per lei?” così risponde: “Non riesco a togliermi dalla testa l’ultimo colloquio che abbiamo avuto, a giugno. Lei piangeva, raccontandomi dell’errore fatto comportandosi così in comunità. Si scusava, tentava di giustificarsi. Ripeteva di voler cambiare, di desiderare una vita normale: una casa, un lavoro, una famiglia. Mentre la sentivo parlare pensavo che sono le stesse aspirazioni che hanno tutti i giovani alla sua età, mentre quelli tossicodipendenti continuiamo a considerarli diversi. Alla fine della nostra chiacchierata si è alzata stringendomi la mano: «Grazie sai…» mi ha detto. E quelle parole non riesco a scordarmele. Se le avessi parlato dieci minuti in più, se avessi trovato altre parole per confortarla, se avessi tentato un’altra strada forse le cose non sarebbero finite così. Con la mia lettera, consegnata ai suoi familiari, ho voluto far sentire la mia voce, che credo debba essere quella di tutto il sistema: perché se una giovane donna di 27 anni si uccide in carcere è tutto il sistema penitenziario che ha fallito. Io mi metto in prima linea, ma ci riguarda tutti.”

Il succedersi di suicidi nelle carceri è motivo per una riflessione che dovrebbe coinvolgere non solo tutte le componenti che operano negli istituti di pena ma la società nel suo complesso. Il Rapporto sulle carceri italiane pubblicato a luglio dall’associazione Antigone delinea un panorama drammatico: il sovraffollamento medio delle celle è del 112% (ma in alcuni istituti supera il 150%), è raddoppiato il numero degli ergastolani negli ultimi 20 anni e 25 bambini sono in carcere con le loro mamme. Il numero dei suicidi quest’anno è un dato agghiacciante.

L’istituzione stessa del carcere così come è strutturata e pensata quale luogo di pena corporale in cui di fatto si attua una vendetta nei confronti di chi ha commesso reati e solo in forme assai limitate si offrono effettivi percorsi di reintegrazione, di riabilitazione e cambiamento della vita  va ripensato alla radice. “La prigione ti condanna a essere solo un corpo. Ma di questo corpo perdi il controllo. Nonostante il passaggio dalla pena come supplizio alla pena come rieducazione sia avvenuto, teoricamente, da ormai due secoli, in Italia la galera infligge ancora pene corporali” (Isabella De Silvestro, Ecco la vera pena corporale, la galera uccide i cinque sensi, “Domani” 6 giugno 2022)

E’ in atto anche una riflessione su abolire il carcere. Il libro dal titolo Abolire il carcere (di Luigi Manconi e altri) è una delle ultime espressioni di tale indirizzo. Elisabetta Zamparutti, componente del Comitato europeo per la prevenzione della tortura, delinea alcune direzioni affrontando il tema su ‘come’ cambiare: «Mettere in discussione il giudicare, in fondo richiamandosi anche al monito biblico sul “non giudicare”, perché occorre trovare forme di giustizia diverse che più che giudicare, condannare, separare, mettere in disparte siano orientate alla riparazione. Certo si deve partire dalla verità, dalla consapevolezza del danno procurato. Più che il sistema del giudizio va concepita una forma di acquisizione della verità che porti a una riparazione. Il carcere è l’espressione più crudele, ovunque ci siano istituti penitenziari, per quanto possano essere evoluti, comunque c’è una componente punitiva prevalente che pregiudica il suo uso a fini rieducativi, nonostante quello che abbiamo scritto nella Costituzione. L’impianto è quello di una giustizia portata a infliggere altro male rispetto al male commesso. Non c’è educazione che possa venire dalla punizione. Il cambio di paradigma deve essere da un pensiero violento a un pensiero nonviolento. Coltivando una concezione nonviolenta il carcere va superato». (…) Non siamo dei pazzi furiosi. Delle strutture di contenimento ci devono essere, ci sono situazioni in cui qualcuno è dannoso a sé stesso e agli altri e lo devi fermare. Quello che non ci deve essere è il preminente ruolo della punizione. Direi il carcere come eccezione e non come regola, non come punizione ma come contenimento. D’altronde, ci sono situazioni in cui ci si rende conto che il diritto penale viene usato per regolamentare problemi sociali, in carcere c’è una grande manifestazione di disagi sociali» (Il carcere è inutile. Abolirlo non è utopia” (Intervista a Elisabetta Zamparutti a cura di Roberto Davide Papini “Riforma” 22 luglio 2022).

Offrendo una lettura del sorgere storico dell’istituzione carceraria ed in riferimento al dettato della Carta costituzionale  Luigi Manconi indica che osare vie nuove per pensare la pratica  della giustizia all’interno di una società democratica è possibile:

“Realismo e misura impongono di trovare alternative, alla pena detentiva oggi così come all’istituzione carceraria domani. Perché osare è possibile. Sono state le leggi ordinarie, modificabili da qualsiasi maggioranza parlamentare, a introdurre l’idea che la risposta sanzionatoria dello Stato alla violazione delle leggi penali debba consistere nella privazione della libertà per un determinato periodo di tempo. E un simile concetto non lo si trova da nessun’altra parte e tantomeno nella Costituzione. È diventato senso comune e norma di legge, per una inveterata abitudine, che risale a qualche secolo fa e che è stata legittimata dall’autorità di Cesare Beccaria, preoccupato delle pene efferate con cui si sminuzzavano i corpi nell’Ancien régime. In quel contesto, dunque, il carcere era il male minore: una pena la cui «dolcezza» avrebbe fatto decadere le punizioni più feroci. D’altra parte, anche le antiche usanze, pur se nate come «rivoluzionarie», possono essere abbandonate se non corrispondono più alle domande della società. La nostra Costituzione, in uno dei suoi capolavori giuridico-letterari, dice che «le pene non possono consistere in trattamenti contrari al senso di umanità e devono tendere alla rieducazione del condannato». La pena detentiva troppo frequentemente corrisponde di per sé a un trattamento contrario al senso di umanità, al punto da generare il sospetto che essa sia — in sostanza — una pena inumana. E si dimostrerà ancora come sempre la pena detentiva — nella grande maggioranza dei casi — non tenda alla «rieducazione» del condannato, ma costituisca una sua degradazione fino a connotarne tragicamente il destino. D’altro canto, la Costituzione non parla mai di carcere, né di pena detentiva. Anche se i costituenti conoscevano solo il carcere (per averlo personalmente scontato durante il regime fascista) e la pena capitale, in modo saggio e miracolosamente lungimirante non aggettivarono le pene, lasciando campo libero a un legislatore che voglia cambiare radicalmente la fisionomia delle sanzioni penali. Siamo dunque autorizzati a osare”. (Luigi Manconi, Se il castigo è peggio del delitto, “La Repubblica” 26 maggio 2022).

Sono sollecitazioni che ci raggiungono dai drammi del presente e provocare una domanda su come attuare le vie di una giustizia che abbia il volto umano e si ponga nella direzione di riparare le ferite e riabilitare a percorsi di relazioni …

Alessandro Cortesi op     

XIX domenica tempo ordinario – anno C – 2022

Sap 18,3.6-9; Eb 11,1-2.8-19; Lc 12, 32-48

“Per fede, Abramo, chiamato da Dio, obbedì partendo per un luogo che doveva ricevere in eredità, e partì senza sapere dove andava… Per fede, anche Sara, sebbene fuori dell’età, ricevette la possibilità di diventare madre…”. L’ascolto di una chiamata di Dio nella vita apre ad un viaggio, ad un camminare, ad un andare oltre che si radica unicamente sulla promessa. Ed apre orizzonti imprevedibili, inattesi. Dio chiese ad Abramo di guardare le stelle nel cielo e di camminare sulla terra.

Guardare il cielo è sguardo all’oltre che rinvia sempre all’altro da incontrare costruendo sentieri di pace. Camminare sulla terra è abbandono di legami per uscire, ma è anche apertura a sentire che la terra è affidata per divenirne custodi. La terra dell’ambiente e la terra delle persone e dei popoli. Dio chiama a stringere nuovi legami di alleanza con il creato e di fraternità seguendo le vie della pace, lottando contro tutto ciò che provoca inimicizia.   

“Siate pronti, con le vesti strette ai fianchi e le lampade accese; siate simili a quelli che aspettano il loro padrone quando torna dalle nozze”. Essere pronti: questo chiede Gesù non tanto per instillare paura e per porre di fronte ad una minaccia. Indica invece come il cammino dei discepoli sta su una via di responsabilità nel presente. La prontezza è attitudine di chi veglia e si prende cura, di chi resiste alla distrazione, all’indifferenza, a tutto ciò che impedisce di maturare consapevolezza sulle situazioni e di agire. Essere pronti è proprio di chi è disponibile a partire aprendosi a chiamate inedite che si fanno strada tra le pieghe del quotidiano, nei volti e nelle situazioni. Essere pronti significa così custodire e ad essere responsabili. Oggi avvertiamo una chiamata particolare ad essere responsabili della casa comune del creato e della casa delle relazioni, da quelle più vicine a quelle dei popoli. Stare pronti significa allora maturare attenzione alle cose, alle persone, dare spazio a quell’ascolto che è prima forma di accoglienza.

Il padrone della parabola affida una casa e tornerà dalle nozze: la fedeltà nell’attesa è chiamata rivolta a chi si trova affidato un compito. Amministrare è pensare il rapporto con le cose e con gli altri non in termini di possesso ma di rispetto, di custodia, di cura. La terra non è dominio a disposizione di un uomo centrato su sé stesso e sul proprio potere. La terra è prestata. Oggi sperimentiamo il disastro di un rapporto con la natura inteso nel senso del dominio. La natura stessa non è proprietà, è dono da amministrare con attenzione, affidato ‘per coltivare e custodire’. Oggi vediamo anche l’orrore a cui conduce pensare i rapporti dei popoli secondo logiche imperialistiche, senza disponibilità a comprendere l’altro. Vi è un affidamento a cui rispondere con creatività e coraggio. Amare è scoprire affidamenti molteplici e reciproci. Essere pronti significa anche questo: essere aperti a riconoscere sempre che siamo per il Signore che ci affida la terra e gli altri e Lui per primo ha cura di noi.

Alessandro Cortesi op

Cura e parole

Nei giorni scorsi a causa di un incidente è mancato Luca Serianni, noto docente di storia della lingua italiana, attento scrutatore delle parole. Dal suo insegnamento condotto con passione emerge un messaggio di cura, per le persone, per le parole. Nell’ultima sua lezione nell’Aula Magna della Sapienza dove aveva per molti anni insegnato ebbe a dire davanti ai suoi studenti: “Ho avuto nel mio lavoro, come riferimento, il secondo comma dell’articolo 54 della Costituzione: ‘I cittadini cui sono affidate funzioni pubbliche hanno il dovere di adempierle con disciplina e con onore’. In questo senso, per me, voi rappresentate lo Stato”.

Disciplina e onore, quasi sinonimi di quella cura che iniziava dall’attenzione alle parole, come elementi della casa della lingua quale casa comune che consente legami di vita e di costruzione condivisa in relazioni sempre aperte. Parlare è infatti movimento di fiducia che lancia ponti verso l’altro, che costruisce un ‘noi’ in cui vi è una radicale attesa di essere compresi e di farsi comprendere. L’uso della parola è esercizio di preparazione, di coltivazione, di custodia di rapporti.

In quell’ultima lezione del giugno 2017 ebbe a dire parole importanti sull’insegnamento che egli aveva vissuto intensamente con riconoscenza verso suoi grandi maestri come Arrigo Castellani: «Insegnare è soprattutto trasmettere un certo modo di vedere le cose, da una generazione all’altra» Parlando così di chi ha scelto l’insegnamento affermava che ha «scommesso sui propri scolari, e in generale sui giovani, sulla loro capacità di apprendere quale che sia il punto di partenza» e «non può prendersi il lusso di essere pessimista». Così lo ricorda un suo allievo  Giuseppe Antonelli divenuto poi docente e collega: Passavamo un’ora a prendere ininterrottamente appunti, perché ogni parola era illuminante. Finivamo con un crampo alla mano e un sorriso stampato in faccia. Il tempo volava: perché da ogni parola traspariva la cura, la dedizione, la gioia per quello che stava facendo”. (G.Antonelli, Morto Luca Serianni, un linguista che illuminava con le parole, “Corriere della sera” 22 luglio 2022 ). Sono illuminanti le sue osservazioni espresse in un volume che raccoglie un dialogo sul senso della lingua in cui sottolineava l’importanza degli scritti di divulgazione. Sottolineava il ruolo delle parole e della lingua con sguardo a favorire un senso di comunità che riguarda tutti: insisteva “riguarda i “nuovi italiani”, ai quali bisogna assicurare tutti i diritti dei nativi, a partire dalla lingua”. “Nel caso della lingua italiana, avverto anche l’esigenza di un certo impegno civile: diffondere la padronanza della lingua e della sua storia è un modo per rafforzare il senso di appartenenza a una comunità”.  (da Il sentimento della lingua. Conversazione con Giuseppe Antonelli, il Mulino 2019; cfr. La lingua italiana è un diritto).

Accademico dei Lincei, trovava orientamento nella sua ricerca e nel suo insegnamento dalla convinzione di poter comunicare in modo semplice anhe il frutto più raffinato degli studi perché la parola potesse essere tessitura di una comunicazione capace di coinvolgere in un cammino comune di popolo che si forma con legami di solidarietà.

“La sua lezione di studioso si lega profondamente alla testimonianza di cristiano – così annota Andrea Riccardi – proprio nel valore della parola, parola degli uomini e delle donne, parole dei profeti, parola di Dio. Egli scrive in un libro, intitolato ‘Parola’: «L’importanza della parola, che può essere fonte di vita o di morte, di giustizia e di ingiustizia, di illuminante sapere o di cieca ignoranza è ben presente nelle tre religioni rivelate, che non a caso si definiscono ‘religioni del libro’…». Serianni è stato un uomo della parola: parola studiata, parola del credente, parola leale con gli amici e i colleghi, parola comunicata con la sapienza di decenni di studio e di confronto costante. Fragile e riservato, ha vissuto proprio abitato da questa forza della parola” (A.Riccardi, Serianni il ‘francescano’ ricco solo della parola, “Avvenire” 22 luglio 2022).

Alessandro Cortesi op

XVIII domenica tempo ordinario anno C

Qoh 1,2;2,21-23; Col 3,1-5.9-11; Lc 12,13-21

Il tema dell’uso dei beni e del senso della vita in rapporto ai beni sta al centro delle letture di questa domenica.

Qohelet, il predicatore ha uno sguardo disincantato e disilluso. Anche di fronte a tutto ciò che nella vita appare pienezza e successo. Qohelet denuncia la vanità, la condizione di essere come spuma nel mare che svanisce, come nebbia al mattino. Non solo il godimento delle ricchezze ma la vita nel suo complesso è colta nel suo essere passaggio momentaneo e presto dissolto. Non solo ma Qohelet osserva con realismo che anche chi ha lavorato con sapienza e successo dovrà lasciare i suoi beni ad altri che non hanno faticato. E questo appare cosa ingiusta ed è indicato come vanità. Qohelet conosce la bellezza della vita umana, ma è osservatore disincantato e denuncia le contraddizioni e l’inconsistenza di tante cose fino a dire che tutto è flebile.

Nella pagina di Luca Gesù è posto davanti ad una richiesta di farsi giudice in un caso di divisione di eredità. Ma si sottrae a questo. Lascia spazio alla responsabilità e all’autonomia delle scelte per quello che riguarda l’uso dei beni. Non indica codici di regole da seguire. Richiama invece ad un orientamento di fondo: “Fate attenzione e tenetevi lontani da ogni cupidigia perché, anche se uno è nell’abbondanza, la sua vita non dipende da ciò che egli possiede”. Tre parole possono essere colte in questo avvertimento. La prima è attenzione: Gesù richiama ad essere attenti, nelle piccole e nelle grandi cose. L’attenzione si oppone alla superficialità, alla faciloneria, al dare tutto per scontato, a quell’attitudine distratta che diviene indifferenza e disinteresse per le cose, per gli altri. La seconda parola è cupidigia: Gesù richiama a tenersi lontani dalla insaziabile tensione ad aver sempre di più, dal desiderio smodato di accumulare, dalla spirale che investe ogni energia e preoccupazione della ita nell’orizzonte delle cose da possedere. E’ in fondo una forma di idolatria che si manifesta nel porre i beni o il denaro come motivo di fondo dell’esistenza al di sopra di tutto. Una terza parola è dipendere: Gesù apre la domanda su qual è il criterio che orienta le scelte della vita. E indica che la vita non deve dipendere ai beni: in tal modo suggerisce uno sguardo nuovo da maturare sulla vita e sugli altri. Contrariamente ad un modo di valutare le persone in base a quello che hanno, ai loro beni o alle loro ricchezza di ogni tipo, Gesù indica un nuovo sguardo possibile che riconosce dignità e valore a tutti, in particolare a chi è privo di beni. E fa scorgere come ciò che si oppone all’accumulo e al dipendere dai beni è la scelta della condivisione, il porre al primo posto le relazioni e non le cose, l’impegno a condividere con chi non ha beni sufficienti per vivere.

Nella parabola che segue il ricco è testimone di una stoltezza che non valuta il senso del tempo e la fragilità della vita. In Siracide si può già trovare una descrizione del ricco preoccupato ad immagazzinare beni e ignaro di tutto: “C’è chi è ricco a forza di attenzione e di risparmio; ed ecco la parte della sua ricompensa: mentre dice: ‘Ho trovato riposo; ora mi godrò i miei beni’ non sa quanto tempo ancora trascorrerà; lascerà tutto ad altri e morirà” (Sir 11,18-19). Tale riferimento della tradizione sapienziale viene ripreso nella parabola di Gesù. Quel ricco è indicato come stolto perché non sa scorgere nel tempo un’occasione per rispondere alla chiamata del regno di Dio. E’ la stoltezza che fa gravitare la vita attorno ai beni – accumulare tesori per sé – e nell’indifferenza verso gli altri ed impedisce di arricchire presso Dio: è questo il grande rischio a cui Gesù chiede di porre attenzione per orientare la vita sulle vie della condivisione. 

Alessandro Cortesi op

Denaro in testa

‘Il denaro in testa’ è il titolo di un libro scritto dallo psichiatra Vittorino Andreoli qualche anno fa (Rizzoli, 2012).  La trattazione traeva spunto dall’osservazione che il denaro ha  un influsso rilevante sul comportamento umano. E d’altra parte evidenziava la strabordante importanza assunta dal denaro nella vita contemporanea nel suo divenire una entità di tipo sacrale da cui far dipendere tutto e a cui assoggettare ogni aspetto della vita. Tale dominio del denaro sulla vita delle persone fa sì che ogni cosa e persona siano ridotte ad un valore di tipo commerciale nell’illusione che tutto si possa comprare. E d’altra parte si accresce l’angoscia per raggiungere un possesso di beni da cui tutta la vita viene fatta dipendere:  “Il problema sta nella misura di tutte le cose. In questa società è il denaro, ma dovrebbe essere l’uomo: l’uomo nudo si potrebbe dire, senza portafoglio, liberato dal denaro, un oggetto che appartiene al mondo, alla società, non al singolo. E nulla di ciò che è fuori di noi può dare una gratificazione al nostro Io interiore” (p.69).

Altre analisi hanno posto in luce come il mondo contemporaneo sia sottoposto ad un fenomeno di riduzione di tutto al mercato, che si connota non come il mercato in cui ognuno scambia le merci che sono esito del proprio lavoro, ma un mercato dominato dal potere della finanza e dei pochi centri che manovrano i grandi capitali. 

La concentrazione delle grandi ricchezze in settori sempre più ristretti delle società, i fenomeni della privatizzazione di tutti i beni, in particolare dei beni comuni, ma anche di molti settori della vita sociale, come la sanità e la scuola stesse, l’impoverimento diffuso di intere generazione come quella dei giovani costretti ad una precarizzazione della vita, sono processi in atto che corrispondono a tale dominio del denaro divenuto una sorta di idolo del tempo. Anche l’economia delle guerre è determinata dagli interessi di detentori di grandi capitali che hanno interesse a promuovere la produzione e l’uso delle armi…

Le vie per resistere sono difficili da percorrere ma la prima forma di opposizione a tale forma di dominio può essere proprio aprire gli occhi sul bisogno fondamentale della nostra vita non solo di possesso ma di felicità nei termini di una vita buona nella condivisione con gli altri. Il senso della vita non può essere trovato al di fuori in cose o in possessi ma nelle relazioni, in una rinnovata fiducia nell’umano e nel coltivare luoghi di relazioni che pongano al centro non la produzione o il possesso del denaro, ma la ricchezza delle relazioni viventi, la cura, l’accoglienza, la condivisione di ciò che si ha in termini di beni materiali e immateriali, la custodia dei beni comuni.

Alessandro Cortesi op   

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