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commenti alla Parola della domenica e riflessioni

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II domenica tempo ordinario – anno C – 2019

IMG_2642.JPGIs 62,1-5; 1Cor 12,4-11; Gv 2,1-12

Il IV vangelo parla di ‘segni’: e Cana è il primo tra i segni. I segni rinviano sempre ad altro, indicano, orientano e suscitano l’apertura per una ricerca ed un cammino. La gioia delle nozze a Cana per il IV vangelo è un segno e insieme molti segni: indica una gioia che attraversa gli incontri umani e ne offre un orizzonte più ampio, la gioia per la presenza di Gesù messia atteso.

Il primo segno a Cana è Gesù che partecipa ad un banchetto di nozze: è segno di una fiducia di Gesù verso l’amore umano, nella sua concretezza e vivezza, quale luogo di comunicazione con Dio. L’amore umano, in tutte le sue molteplici forme, è luogo di apertura all’altro, di uscita da sé, di ospitalità ricevuta e data, di cura e tenerezza, di cammino insieme, di crescita nella scoperta del proprio limite di fronte all’altro, di apertura a relazioni più ampie nella dimensione di un noi con confini aperti: è luogo di incontro con Dio.

A Cana però viene a mancare il vino. La bellezza e l’abbondanza dell’amore è esperienza fragile, sempre esposta alla mancanza. Nel racconto quando il vino viene a mancare è presentata la ‘madre di Gesù’. E sorge un dialogo che lascia interdetti: “Che ho da fare con te, donna”. parole di richiesta di distanza oppure un ritrarsi di fronte ad una proposta che Gesù è restio ad accogliere. Anche questo è un segno…

La chiama ‘donna’, termine che ritorna nel vangelo ogni volta in cui Gesù incontra le donne, sino al momento in cui sotto la croce consegna il discepolo che egli amava alla madre: ‘Donna, ecco tuo figlio’. La donna ai piedi della croce diviene segno della chiesa – come anche nella tunica tutta di un pezzo – a cui Gesù affida i discepoli in un rapporto di reciproco affidamento.

Gesù alla madre, che assume il volto di Sion, dell’Israele popolo dell’alleanza, dice che non è ancora giunta la sua ‘ora’. E’ parola chiave ‘ora’ nel IV vangelo. ‘non era ancora giunta la sua ora’ è quasi un ritornello ripetuto in diversi momenti e indicazione insistente di un’ora verso cui tutto converge (Gv 7,30; 8,20;12,23.27). Un’ora di tempo ma che va oltre il tempo: è evento in cui si raccoglie l’intero cammino di Gesù. L’ora centrale della vita di Gesù è la croce e coincide con l’ora della glorificazione. La gloria di Dio, in modo paradossale, si manifesta nel volto del crocifisso. Alla vigilia della Pasqua l’ultima cena è aperta dalle parole: ‘sapendo che era giunta la sua ora di passare da questo mondo al Padre, dopo aver amato i suoi che erano nel mondo li amò sino alla fine’ (13,1). L’ora di Gesù è ora dell’amore fino alla fine, punto di convergenza di tutti i segni. I suoi gesti orientano così verso la croce: la gloria si identifica con l’amore vissuto fino alla fine. Gesù a Cana si rifiuta di compiere un gesto che susciti meraviglia perché tutto va letto in rapporto a quell’ora.

La madre risponde con l’invito ai servi: ‘Qualsiasi cosa vi dica, fatela. E’ il medesimo invito rivolto dal faraone di Egitto al popolo d’Israele nel racconto di Giuseppe: “Andate da Giuseppe e qualunque cosa vi dica, fatela!” (Gn 41,55). Giuseppe sarà colui che procura il pane nel tempo della carestia, Gesù porta il vino. E di Giuseppe si offre questa descrizione nel racconto: “Potremo trovare un uomo come costui in cui vi sia lo spirito di Dio?” (Gn 41,38). Quello che sembra un rifiuto da parte di Gesù apre invece ad un percorso nuovo in cui entrare. Si tratta di accogliere il segno.

L’acqua contenuta in sei pesanti giare per la purificazione nell’essere distribuita diviene vino. Sono giare per compiere le osservanze prescritte dalla legge. Anch’esse sono un segno: indicano il limite della legge per condurre all’incontro con Dio. Sono rinvio ad una inadeguatezza: sono sei infatti e non sette numero del compimento. Ma sono estremamente capienti. E quell’acqua di cui vengono riempite diviene vino. La legge trova il suo senso profondo nel portare vita e speranza di incontro nuovo. La parola e la presenza di Gesù portano una abbondanza non calcolabile di vita, di gioia. Un vino così buono suscita lo stupore di chi dirigeva il banchetto. Il segno di Cana è così segno di un incontro, la gioia dell’amore ricambiato, e la gioia che non viene meno perché portata da quel vino che rallegra il banchetto.

 “Ora prendetene e portatene a colui che dirige il banchetto”: un piccolo particolare presenta una variazione nella narrazione. Proprio ‘ora’ comincia ad attuarsi il momento di una alleanza degli ultimi tempi, la promessa di incontro con Dio. Lo sposo nel racconto non è nominato e in questo silenzio c’è un velato riferimento al volto nascosto di Dio, presenza silenziosa e da scorgere come la gloria stava racchiusa nella nube.

Il ‘banchetto di grasse vivande, di vini eccellenti, di cibi succulenti, di vini raffinati’ sta al cuore dell’annuncio dei profeti (Is 25,6). Il vino buono e raffinato è anche traccia che alimenta la speranza nel venire del messia. “Ritorneranno a sedersi alla mia ombra, faranno rivivere il grano, coltiveranno le vigne, famose come il vino del Libano” (Os 14,7) : “Ecco verranno giorni – dice il Signore – in cui chi ara s’incontrerà con chi miete e chi pigia l’uva con chi getta il seme; dai monti stillerà il vino nuovo e colerà giù per le colline. Farò tornare gli esuli del mio popolo Israele, e ricostruiranno le città devastate e vi abiteranno; pianteranno vigne e ne berranno il vino e ricostruiranno le città devastate e vi abiteranno; pianteranno vigne e ne berranno il vino, coltiveranno giardini e ne mangeranno il frutto. Li pianterò nella loro terra e non saranno mai divelti da quel suolo che io ho concesso loro, dice il Signore tuo Dio” (Am 9,13-15; cfr. Ger 31,12).

Il segno di Cana parla di tutte queste speranze è anche segno di gioia. I profeti parlavano dell’incontro di Dio che prova gioia per il suo popolo come sposo davanti alla sposa: “Come un giovane sposa una vergine, così ti sposerà il tuo creatore; come gioisce lo sposo per la sposa, così il tuo Dio gioirà per te” (Is 62,4-5). E’ questa la gioia cantata dal terzo Isaia: “Nessuno ti chiamerà più Abbandonata, né la tua terra sarà più detta Devastata, ma sarai chiamata Mia Gioia e la tua terra Sposata, perché il Signore troverà in te la sua delizia e la tua terra avrà uno sposo” (Is 62,1-5)

E’ un segno che pone in cammino per accogliere l’amore di Dio nel volto di Gesù. Il suo primo segno porta una gioia nuova, la gioia del tempo del messia, è lui il vino nuovo e buono che “rallegra il cuore dell’uomo” (Sal 104,15).

Il segno di Cana è così una epifania / manifestazione che invita ad un cammino di fede, a leggere i segni, ad accogliere la gioia. “Questo, a Cana di Galilea, fu l’inizio dei segni compiuti da Gesù; egli manifestò la sua gloria e i suoi discepoli credettero in lui”. La sua gloria è presente nella gioia dell’amore, nel servizio alla gioia di un incontro, nell’offrire vita in abbondanza.

Alessandro Cortesi op

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Ospitalità e cena del Signore

Entriamo in questi giorni nella settimana di preghiera per l’unità dei cristiani:  è un’occasione per scoprire gli orizzonti di ospitalità a cui siamo chiamati. E’ il Signore Gesù che invita i suoi discepoli e discepole all’ascolto della sua Parola e allo spezzare il pane nella cena. E uno dei punti più critici di questa ospitalità da ricevere innanzitutto dal Signore e offrire agli altri è l’ospitalità eucaristica nella cena del Signore.

Nella vita di Gesù proprio la sua apertura ospitale negli incontri era capace di suscitare nei cuori delle persone a cui si avvicinava un’esperienza di riconoscimento e di liberazione: in termini biblici ciò è espresso con la parola fede. Non necessariamente quella fede che esprime affidamento esplicito a Dio, ma tensione fondamentale dell’esistenza alla vita e a scorgere una luce in essa, a trovare forza per camminare per indirizzare lo sguardo verso un futuro nuovo, per coltivare un’attesa.

Riflettendo sull’ospitalità di Gesù, il gesuita teologo Christoph Theobald osserva: “Quando si reca alla tavola di Simone il fariseo (cf. Lc 7,36-50), si tratta per lui fin da subito di un’ospitalità aperta. Nelle scene evangeliche, quasi mai Gesù si trova in un faccia a faccia. Sempre interviene un terzo: in casa di Simone, è la donna che sopraggiunge e gli bagna i piedi con le sue lacrime  e li asciuga con i suoi capelli…  In definitiva, qual è la posta in gioco di questa ospitalità? È la rivelazione di ciò che la tradizione biblica chiama «fede». Non ancora una fede esplicita in Dio, ma la fede come espressione ultima dell’essere umano, quell’atto fondamentale, del tutto elementare, che scommette sulla vita. Ne vale la pena, c’è di mezzo la vita; essa manterrà la promessa. Nessuno di noi ha scelto di esistere siamo stati tutti messi al mondo, e ciascuno deve riconciliarsi con il fatto di esistere in certe condizioni precise, di tipo sociale, culturale, nazionale, religioso, politico, con i loro limiti terribili: le disuguaglianze di ogni sorta, i confronti che esse producono, le immagini altrui che ci aggrediscono, e via dicendo. L’ospitalità è il luogo della riconciliazione con se stessi. E nessuno può farlo al posto di un altro. Ecco allora il miracolo della reciprocità. Un essere ospitale può generare in me questo atto di fede: la mia esistenza vale la pena di essere vissuta…”. (…) “Perché l’ospitalità è l’espressione ultima di una speranza di non violenza di fronte alla violenza, ora, questa violenza c’è, a tutti i livelli, … più in profondità, tra i concittadini di una stessa società” (C.Theobald,Lo stile della vita cristiana, Qiqajon 2015).

L’esperienza cristiana trova radice nell’esperienza di ospitalità di Gesù e si esprime nella memoria dell’ultima cena, nello spezzare insieme il pane segno dell’ospitalità donata. Ma il banchetto eucaristico non diviene esperienza di ospitalità per le divisioni delle chiese e per le rotture della comunione. La grande contraddizione è vissuta in particolare da chi vive per esempio l’esperienza del matrimonio, come esperienza di amore che conduce a vivere una comunione fondamentale e profonda e contemporaneamente non può condividere l’eucaristia perché appartenente a chiese diverse tra le quali non è riconosciuta la piena comunione.

Ma proprio le cosiddette ‘coppie miste’ sono profezia di quella comunione che è più profonda e supera le differenze: la loro comunione domestica anticipa già la comunione ecclesiale e ne rivela il volto più autentico, quello dell’amore che va avanti come nel movimento del ‘discepolo che Gesù amava’ nel suo correre più veloce di Pietro e nel suo vedere e credere.

Con riferimento alla riflessione in atto nelle chiese della Germania, in cui la questione si presenta in modo vivo e urgente, osserva il docente di teologia dei sacramenti Andrea Grillo: “I vescovi tedeschi, a maggioranza, hanno visto che qui la Chiesa entra in una sorta di contraddizione. Da un lato nega la comunione, perché le Chiese di appartenenza non sono in comunione. D’altra parte riconosce che la comunione nuziale è, per certi versi, più avanzata e più esplicita della stessa comunione eucaristica. Proprio qui, a me pare, la ospitalità eucaristica dovrebbe essere intesa non come una benevola concessione che le singole Chiese possono fare a membri esterni di partecipare alla pienezza dei propri riti, bensì come profezia ecclesiale che riconosce, in coppie miste, la presenza di una chiesa unita e capace di comunione, anticipata dalla vita domestica, che sta in anticipo rispetto alla coscienza istituzionale. Ciò che le Chiese non riescono a riconoscere come comunione, un uomo e una donna possono viverlo appieno, nonostante la loro appartenenza ecclesiale differente” (Andrea Grillo, Ospitalità eucaristica, “Messaggero cappuccino”, nov-dic 2018).

Pensare all’ospitalità eucaristica come anche all’ospitalità in sé, spesso dimentica quella ospitalità di cui Gesù era capace e che è punto di riferimento per scorgere come non è una chiesa che ospita un’altra, ma tutti e tutte siamo ospiti al banchetto del Signore. E’ il Signore che apre spazi di comunione e accoglie e invita alla cena. E il suo ospitare non si pone nei termini di un premio da consegnare a fronte di meriti e fedeltà, ma è riconoscimento e accoglienza che spinge ad aprirsi alla vita innanzitutto, agli altri, ad una speranza al cuore del proprio cammino. Allora eucaristia non è punto di arrivo, ma punto di partenza.

Può essere d’aiuto soffermarsi sull’esperienza umana semplice e quotidiana: la condivisione di un pasto insieme non è solamente punto di arrivo di percorsi familiari ricchi di affetto e di amicizie consolidate, ma costituisce possibilità di incontro con persone che giungono estranee o è addirittura occasione di condivisione al di là delle differenze e delle ostilità, momento che scioglie cuori induriti e conduce a superare le opposizioni e a riconoscere l’altro nella sua verità.

Ancora Andrea Grillo osserva: “L’eucaristia non è solo culmine di una identità già acquisita, ma anche fonte di una identità da costruire, da strutturare, che trova alimento in questa “pratica di comunione sacramentale” per pellegrini in cerca della pienezza. Questa consapevolezza teologica deve diventare, allo stesso tempo, modo di celebrare e modo di vivere l’eucaristia. (…) Tutti, e sottolineo tutti, sono ospiti. Chi presiede, chi proclama, chi canta, chi serve, chi risponde. Tutti sono ospiti perché tutti compiono una sola azione il cui titolare non è altro che Cristo e la sua Chiesa, di cui nessuno è esclusivo rappresentante (…) Quello che ricevi nel sacramento devi farlo diventare il tuo stile di vita: una cultura della ospitalità e della accoglienza non è il caso limite di una coscienza ecclesiale, ma la norma piantata al centro della celebrazione eucaristica. Che riconcilia i diversi e abbatte i muri”. (ibid.)

Alessandro Cortesi op

 

 

 

 

Annunci

Battesimo del Signore – anno C – 2019

IMG_2460.JPGIs 40,1-11; Tt 2,11-14; 3,4-7; Lc 3,15-16.21-22

“Io vi battezzo con acqua, ma viene uno che è più forte di me, al quale io non sono degno di sciogliere neppure il legaccio dei sandali: costui vi battezzerà in Spirito Santo e fuoco”

Giovanni il Battista presenta colui che deve venire come ‘il forte’ e si fa eco delle parole con cui Isaia parlava della figura del messia, ‘forte, potente come Dio’ (Is 9,5). E nel dire ‘viene uno che è più forte di me’ richiama anche le benedizioni rivolte al messia: ‘Benedetto colui che viene nel nome del Signore’ (Sal 118; cfr. Zac 9,9: ‘Ecco Sion, a te viene il tuo re…’).

I quattro vangeli canonici riportano un fatto agli inizi della vita pubblica di Gesù: il battesimo al Giordano per opera di Giovanni il battezzatore. La predicazione di Giovanni e la sua scelta di ritirarsi in una zona desertica per proporre un gesto di penitenza e di cambiamento di vita s situano nell’atmosfera di attesa di un messia liberatore. In Israele era viva l’attesa di un rinnovamento religioso e di un regno di giustizia e di pace e di una presenza.

Per le prime comunità cristiane questo ricordo di Gesù che si associa al gesto di purificazione proposto da Giovanni, è motivo di profonda difficoltà. Eppure esso rimane ricordato perché momento vissuto con una particolare importanza nella vita di Gesù.

Per Luca questo passaggio che apre l’attività pubblica segna un momento di manifestazione dell’identità e della missione di Gesù. Per esprimere questo opera un lettura teologica esprimendo il significato del battesimo di Gesù. Tre elementi racchiudono il messaggio di questo momento: il cielo aperto, la colomba, la voce dal cielo. Luca sottolinea che ‘tutto il popolo veniva battezzato’: Gesù entra in una storia di una comunità partecipando ad una vicenda di popolo. Gesù sceglie di stare in mezzo ad una folla che riconosce la condizione di peccato e vive l’attesa.

Gesù è presentato da Luca mentre prega. E nella preghiera si attua l’incontro con lo Spirito Santo. Nella preghiera Gesù si lascia condurre dallo Spirito.

Il cielo aperto indica un passaggio, una apertura appunto tra due mondi lontani e senza comunicazione. Dio sta in cielo e gli uomini la terra. E la preghiera di Israele era nutrita dell’invocazione: ‘se tu squarciassi i cieli e scendessi…’. La colomba è indicata da Luca come rinvio alla presenza dello Spirito di Dio effuso sul messia. Anche qui c’è un richiamo alla profezia di Isaia: “Su di lui si poserà lo Spirito del Signore, Spirito di sapienza e di intelligenza, Spirito di consiglio e di fortezza, Spirito di conoscenza e di timore del Signore” (Is 11,2) E la colomba indicava anche l’intero popolo d’Israele (Sal 68,14; Os 7,11). Luca vede in Gesù la vicenda di tutto un popolo.

La voce divina rinvia al salmo 2,7: “Tu sei mio figlio, oggi ti ho generato”. Nel salmo il riferimento era alla cerimonia di intronizzazione del re in Israele. Dio interviene ponendo sul trono il re-messia visto come figlio adottivo. Ora in Gesù Luca indica che si può incontrare colui che è Figlio. La voce che viene dall’alto propone un testo di Isaia che indica il servo del Signore: “Ecco il mio servo che io sostengo, ecco il mio eletto in cui pongo la mia compiacenza” (Is 42).

Nei simboli del cielo, della colomba e della voce in una sapiente tessitura di testi del Primo testamento, pone la vicenda di Gesù in rapporto alla alleanza mai revocata, alle promesse di Dio, ed offre anche i tratti della sua identità. E’ il Figlio, servo. La sua vita è in rapporto con un popolo e in lui si attua la speranza presente in Israele di un Messia. Si uniscono le linee dell’attesa del re messia secondo la promessa fatta a Davide (2Sam 7), e di quella del profeta servo, figura evocata da Isaia, segnato dalla sofferenza, e capace di liberazione per gli altri offrendo se stesso. Il servo di Jahwè opera infatti liberazione:.

Per tre volte nel vangelo di Luca tornerà il riferimento alla voce dall’alto. la prima volta al momento del battesimo al Giordano, poi nella trasfigurazione ed al calvario, quando Gesù si rivolge al Padre e a lui si affida.

Gesù immergendosi nelle acque del Giordano riceve l’invio per la sua missione ad essere il messia servo che dà la vita per gli altri. Questo momento è letto da Luca come la sua presentazione al mondo: una epifania. Il centurione romano, pagano, lo riconoscerà sotto la croce: ‘egli era veramente un uomo giusto’ (Lc 23,47).

Alessandro Cortesi op

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Epifanie

“Oggi, come abbiamo ascoltato quando si leggeva la lettura divina, il Signore e Salvatore nostro è stato battezzato da Giovanni nel Giordano; e non è una piccola solennità: è grande, anzi grandissima. Quando il nostro Signore si è degnato di farsi battezzare, lo Spirito Santo è sceso su di lui in forma di colomba, e si è udita la voce del Padre che diceva: «Questi è il mio Figlio diletto, nel quale mi sono compiaciuto» (Mt 3, 17)”.

Così inizia una sua predica Cromazio di Aquileia, che divenne vescovo di Aquileia nel 388. Aquileia era una chiesa che aveva vissuto profondamente la persecuzione al tempo degli imperatori Decio Valeriano e Diocleziano, tra III e IV secolo ed era stata scossa anche dalla eresia ariana come tante chiese di quel periodo.

Cromazio è partecipe di quella chiesa che aveva vissuto un tempo di fioritura negli ultimi decenni del IV secolo al punto che Girolamo nelle sue Cronache la descrive come un coro dei beati. E Girolamo parla anche della famiglia in cui Cromazio era cresciuto e dove erano presenti profondi ideali condivisi dai fratelli e sorelle.

Cromazio era nato nel 345 e ordinato presbitero, poi ricevette la ordinazione episcopale da Ambrogio. Fu responsabile di una regione amplissima che andava dal Nordest italiano all’Ungheria, la decima regione. Morì al tempo della discesa dei Goti e degli Unni nei primi anni del V secolo.

Nelle sue prediche si avverte un’eco della spiritualità che animava la chiesa di Aquileia. Così nel sermone 34 sull’epifania (SCh 154), egli legge nell’evento del battesimo di Gesù un momento di rivelazione del volto di Dio trinitario, Padre Figlio e Spirito. E il battesimo del Signore è interpretato come apertura dei cieli, possibilità di nascita nuova nel dono dello Spirito che viene dato a tutti i credenti.

“Oh, che grande mistero in questo battesimo celeste! Il Padre si fa udire dal cielo, il Figlio era visto in terra, lo Spirito Santo appariva in forma di colomba. Non esiste, infatti, battesimo né remissione dei peccati, dove non c’è la verità della Trinità; e non c’è remissione dei peccati se non si crede la perfetta Trinità. Il battesimo della Chiesa è unico e vero; viene amministrato una sola volta, quando uno viene immerso una sola volta e diventa puro e nuovo; puro perché depone la sozzura del peccato; nuovo perché risorge a nuova vita dopo aver deposto la vecchiezza del peccato. Il lavacro di questo battesimo rende l’uomo più bianco della neve, non nella pelle del corpo, ma nello splendore della mente e nella purezza dell’anima. Nel battesimo del Signore si sono aperti i cieli, affinché mediante il lavacro della rigenerazione si aprisse ai credenti il regno dei cieli, secondo la sentenza del Signore: «Se uno non nasce di nuovo dall’acqua e dallo Spirito Santo, non entrerà nel regno dei cieli» (Gv 3, 5). Entra dunque chi nasce di nuovo e chi non trascura di custodire il battesimo; e così non entra chi non nasce di nuovo”

Parla così del battesimo di Gesù come dono di salvezza perché l’umanità possa rinascere:

“Il nostro Signore, essendo venuto per dare un nuovo battesimo per la salvezza del genere umano e per la remissione di tutti i peccati, prima si è degnato di sottoporsi al battesimo non tanto per liberare sé stesso dai peccati, poiché non aveva commesso alcun peccato, bensì per santificare le acque del battesimo, affinché cancellasse i peccati di tutti i credenti che erano nati di nuovo mediante il battesimo di rigenerazione. Perciò egli è stato battezzato nell’acqua, affinché noi fossimo purificati da tutti i peccati. Egli è sceso nell’acqua perché noi fossimo purificati dalla macchia delle colpe. Egli ha ricevuto il lavacro della rigenerazione, perché noi rinascessimo dall’acqua e dallo Spirito Santo…”

Cromazio così unisce il battesimo di Gesù al battesimo dei cristiani richiamando alle parole di Paolo che legge il battesimo come inserimento della vita in Cristo:

“Il battesimo di Cristo ci lava dalle macchie dei peccati e ci rinnova per la vita della salvezza. Ascolta quanto dichiara l’apostolo: «Quanti siete stati battezzati in Cristo, vi siete rivestiti di Cristo» (Gal 3, 27). E aggiunge: «Per mezzo del battesimo siete stati sepolti in lui nella morte, affinché come Cristo è stato risuscitato da morte, così anche voi camminiate in novità di vita» (Rm 6, 4). Mediante il battesimo moriamo al peccato, però viviamo con Cristo; veniamo sepolti alla vita antica, però risorgiamo a vita nuova; ci spogliamo dell’uomo vecchio, però indossiamo l’abito dell’uomo nuovo. Il Signore nel battesimo ha voluto compiere ogni giustizia, perché ha voluto farsi battezzare perché anche noi ci facessimo battezzare; ha ricevuto il lavacro della rigenerazione, perché nascessimo di nuovo alla vita”.

Cromazio scorge come Gesù Cristo nel suo essere Figlio di Dio, santifica le acque e ne fa strumento di salvezza. E così è Giovanni il battezzatore ma è lui stesso ad essere battezzato cioè santificato. Nel battesimo Gesù riceve una immersione ma è egli stesso che battezza:

Giovanni ha battezzato il nostro Signore e Salvatore, però è stato battezzato anche lui da Cristo, perché questi ha santificato le acque, e da queste acque quello è stato santificato. Cristo ha dato la grazia, Giovanni l’ha ricevuta; questo ha deposto i peccati, quello li ha rimessi perché Giovanni era uomo, mentre Cristo era Dio. È proprio di Dio rimettere i peccati, come è stato scritto: «Chi può rimettere i peccati se non Dio soltanto? » (Mc 2, 7). Perciò Giovanni disse a Cristo: «Io devo essere battezzato da te e tu vieni da me?» (Mt 3, 14). Giovanni, infatti, aveva bisogno del battesimo, perché non poteva essere senza peccato; mentre Cristo non poteva avere bisogno del battesimo perché non aveva commesso peccati. Di conseguenza, in quel battesimo il Signore e Salvatore nostro aveva cancellato prima di tutto i peccati di Giovanni e poi quelli di tutto il mondo. E così disse: «Lascia fare! Conviene che noi adempiamo ogni giustizia» (Mt 3, 15)”.

Cromazio conclude la sua predica con un riferimento al Primo testamento e legge il rapporto tra il battesimo di Ges e il passaggio del Giordano da parte di Israele. Quel passaggio fu apertura per una libertà nuova. Ora nelle acque si apre una via per una nuova terra promessa e la guida è Gesù:

“Un tempo la grazia del battesimo è stata enunciata misticamente: appunto quando il popolo, guadando il Giordano, è stato introdotto nella terra promessa. Perciò come allora – prima che il Signore venisse – al popolo fu aperta una via nel Giordano per entrare nella terra promessa, così ora mediante le stesse acque del fiume Giordano è stato aperto per la prima volta il tracciato della via celeste, percorrendo la quale raggiungeremo quella beata terra promessa, cioè la promessa del regno celeste. Gesù figlio di Nave fu il loro condottiero nel Giordano, mentre per mezzo del battesimo è diventato per noi guida della salvezza eterna Gesù Cristo Signore, l’unigenito Figlio di Dio che è benedetto nei secoli dei secoli. Amen”.

In un tempo prossimo a quello di Cromazio Ambrogio a Milano (340-397, vescovo dal 374) scrive un inno che introduce a scorgere la liturgia della sua chiesa. Ambrogio rende in poesia i riferimenti alle Scritture e attraverso il canto propone un modo di entare nel mistero della fede. Nell’inno legge insieme il mistero dell’epifania di Gesù, del battesimo e delle nozze di Cana. L’inno si apre con una invocazione a Gesù verità, luce, vita, pace. E’ lui che fa risplendere nel cielo gli astri e le stelle. Ed è invocazione che evoca al preghiera dei salmi:

O Tu che illumini superno / i globi degli astri splendenti, / pace vita verità luce, / Gesù, ascolta chi t’invoca.

Viene poi ricordato il primo mistero del manifestarsi di Gesù nel suo discendere nelle acque al momento del battesimo: Col mistero del tuo battesimo / le acque del Giordano, a ritroso / per tre volte un tempo fluenti, / in questo giorno consacrasti.

La memoria della storia della salvezza si unisce al giorno in cui la liturgia si svolge: il giorno presente è tempo che unisce insieme l’evento di Gesù e la vita di coloro che sono riuniti per celebrare.

Poi Ambrogio si sofferma sulla stella che ha guidato i magi nel loro cammino e vede in quella luce l’annuncio e la guida opera di Cristo nella vita dei sapienti che si recano a Betlemme, e ancora vi è insistenza sull’oggi che unisce il presente con l’annuncio a Maria e il cammino dei magi:

Fulgente in cielo, con la stella / di Maria il parto nunziasti; / in questo giorno ad adorarti / i magi al presepe guidasti..

Nel suo Commento al vangelo di Luca Ambrogio scrive:  “Dove c’è Cristo, la stella si fa nuovamente vedere e indica la via. Questa stella è la via, e Cristo è la via, perché Cristo è la stella. Dove c’è Cristo, c’è anche la stella; egli, infatti, è la stella fulgida del mattino. Egli si manifesta con la sua stessa luce” (Comment. In Lc II 45).

Infine Ambrogio legge l’episodio delle nozze di Cana come terza manifestazione di Gesù Cristo, riprendendo così il testo del IV vangelo: “(A Cana) Gesù manifestò la sua gloria” (Gv 2, 11).

Nelle anfore di acqua ricolme / sapore di vino infondesti; / ne attinse il servo ben conscio / di non averle sì riempite. / Vedendo l’acqua imporporarsi / ed a tutti infondere ebbrezza, / stupì al mutar degli elementi / da una ad un’altra sostanza..

E subito dopo ricollega a questo momento la moltiplicazione dei pani:

Mentre a cinquemila persone / si dividono cinque pani,/ sotto i loro avidi denti / in bocca cresce il nutrimento. “Era moltiplicato il pane / a misura ch’era gustato; / chi, ciò vedendo, stupirà / del perenne fluir delle fonti?/ Fra le mani di chi lo spezza / a profusione scorre il pane; / tutti i frammenti non spezzati / di là si dileguano intatti”.

Come a Cana così nella moltiplicazione dei pani la distribuzione del vino e del pane è segno che esprime un dono che risponde a desideri e attese e dona vita.

Ambrogio quindi legge insieme le tre epifanie, manifestazioni di Gesù nella visita dei magi, nel battesimo, e nella festa di Cana. (Inni natalizi di Sant’Ambrogio, ed. Interlinea, 1996).

Le Epifanie del Signore

O Tu che illumini superno
i globi degli astri splendenti,
pace vita verità luce,
Gesù, ascolta chi t’invoca.

Col mistero del tuo battesimo
le acque del Giordano, a ritroso
per tre volte un tempo fluenti,
in questo giorno consacrasti.

Fulgente in cielo, con la stella
di Maria il parto nunziasti;
in questo giorno ad adorarti
i magi al presepe guidasti.

Nelle anfore di acqua ricolme
sapore di vino infondesti;
ne attinse il servo ben conscio
di non averle sì riempite.

Vedendo l’acqua imporporarsi
ed a tutti infondere ebbrezza,
stupì al mutar degli elementi
da una ad un’altra sostanza.

Mentre a cinquemila persone
si dividono cinque pani,
sotto i loro avidi denti
in bocca cresce il nutrimento.

Era moltiplicato il pane
a misura ch’era gustato;
chi, ciò vedendo, stupirà
del perenne fluir delle fonti?

Fra le mani di chi lo spezza
a profusione scorre il pane;
tutti i frammenti non spezzati
di là si dileguano intatti.

(sant’Ambrogio, Inni)

Alessandro Cortesi op

Epifania del Signore – anno C – 2019

IMG_2475Is 60,1-6; Ef 3,2-6; Mt 2,1-12

“alcuni Magi vennero da oriente a Gerusalemme e dicevano: «Dov’è colui che è nato, il re dei Giudei? Abbiamo visto spuntare la sua stella e siamo venuti ad adorarlo»”

La grande pagina di Matteo propone all’inizio i profili di uomini in ricerca. Vengono da lontano e si interrogano. Sono uomini che si lasciano smuovere dalle loro domande e dalle loro ricerche e si mettono in cammino. Seguono le stelle e inseguono una stella che fa riferimento ad un volto. E’ un incontro il segreto nascosto al cuore della loro ricerca di segni.

“All’udire questo, il re Erode restò turbato e con lui tutta Gerusalemme”. Alla ricerca e al cammino dei magi fa riscontro e contrasto il turbamento e la paura del re Erode e di una città che attorno a lui si chiude. Erode che teme per il suo potere rimane bloccato e a differenza dei magi il suo rimanere fermo è indicazione della sua durezza e indisponibilità a cambiare.

“Riuniti tutti i capi dei sacerdoti e gli scribi del popolo, si informava da loro sul luogo in cui doveva nascere il Cristo. Gli risposero: «A Betlemme di Giudea, perché così è scritto per mezzo del profeta”. Il racconto nel suo dipanarsi svela un’altra contraddizione: da un lato i magi, soggetti di ricerca e di domanda. Dall’altro gli scribi che avevano le chiavi della Scrittura ed hanno elementi per partire verso gli orizzonti che la Scrittura indica. Ma la loro è una lettura di padroni, di immobili funzionari. Il loro rimane un sapere che coinvolge solo la testa e non il cuore, non si fa cammino né scelta che cambia la vita.

Dietro alla richiesta di Erode ai magi di informarlo sul bambino non sta la sincera apertura ma l’ipocrisia di chi trama per non perdere i suoi privilegi.

“Udito il re, essi partirono. Ed ecco, la stella, che avevano visto spuntare, li precedeva, finché giunse e si fermò sopra il luogo dove si trovava il bambino. Al vedere la stella, provarono una gioia grandissima” Matteo dipinge il viaggio dei magi con i termini del sentimento di gioia. Hanno inseguito un segno sin dal suo sorgere e sono stati capaci di rimanere in cammino nonostante la fatica e il venir meno di luce. E la stella si ferma sopra il luogo del bambino, indica una presenza.

“Entrati nella casa, videro il bambino con Maria sua madre, si prostrarono e lo adorarono. Poi aprirono i loro scrigni e gli offrirono in dono oro, incenso e mirra”.

Nella casa si situa il punto di arrivo del cammino dei magi, inseguitori di stelle e capaci di ricerca. Il segno ha guidato il loro sogno. La casa è luogo dell’ordinario e delle vicende umane. Nella casa il bambino e sua madre: una scena di quotidianità. I magi portano i loro doni. Manifestano in quei segni – che riflettono dal basso il dono della stellaaccolto e inseguito – il profilo di quel bambino. Gesù, volto del Dio umanissimo, porta la vicinanza di Dio stesso in quel volto piccolo, di bambino. E’ lui stella dono di luce: il suo cammino sino al dono di sè come uomo-per-gli-altri è risposta alla ricerca di senso che ha guidato il cammino dei saggi dal’oriente.

Questo racconto di Matteo apre lo sguardo alla vita di Gesù come riferimento di ogni cammino che cerca il volto di Dio, la luce della vita, a partire da lui. Nella casa, nel volto umano di un bambino. Non si potrà giungere a Dio se non per la via dell’incontro con l’umano. Prostrandosi e adorando.

I magi recano i doni, e ricevono il dono di una presenza, per fare ritorno per un’altra strada, lontano dagli intrighi e dalle chiusure della città di Erode.

… per un’altra strada fecero ritorno al loro paese. E’ un’altra strada quella da intraprendere, una volta vissuta la gioia di un incontro che illumina la vita in modo nuovo e ne svela il senso: piegarsi di fronte a chi è piccolo per riconoscervi una presenza che apre l’esistenza ed è risposta alle attese più profonde.

Alessandro Cortesi op

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Cammini e porti chiusi  

Da 13 giorni nel Mediterraneo stanno navigando due navi la Sea-watch3 e la Sea-eye. Sono navi di Organizzazioni Non Governative che nonostante la criminalizzazione attuata contro di loro, operano ancora tra mille difficoltà per offrire aiuto ai naufraghi nel mare. Queste navi hanno offerto il loro aiuto a persone che sarebbero certamente affogate nel mare di questo inverno. A bordo hanno accolto 49 persone, tra cui donne e bambini piccoli. 32 persone sono state salvate dalla Seawatch3 il 22 dicembre, altre 17 sono state salvate dalla Sea-Eye il 29 dicembre. Sono persone provate, non solo per le sofferenze nel tragitto che li ha visti ad un certo punto in balia delle onde a chiedere aiuto, ma anche dalle precedenti esperienze in Libia, dove una recente missione condotta da UNHCR ha descritto la situazione come luogo di ‘orrori indescrivibili’. Queste due navi da giorni vagano nel mare senza avere ottenuto il permesso di poter attraccare in un porto sicuro. Malta, Italia, Francia, Spagna, Germania hanno negato loro approdo. Trenta comuni tedeschi si sono offerti per accogliere i migranti, ma prima essi devono poter sbarcare, così pur l’Olanda si è dichiarata disponibile ad accogliere una parte di essi. L’Agenzia Dell’ONU per i rifugiati ha reiterato richiesta agli Stati europei di offrire un porto sicuro di sbarco escludendo la possibilità di chiedere collaborazione alla Libia che con fondati motivi è ritenuta un luogo non sicuro. Al momento la Commissione europea sta faticosamente cercando di condurre negoziati.

E’ scandaloso che sulla pelle di questi poveri si stia giocando un rimpallo di responsabilità e un braccio di ferro tra i Paesi europei. Questo rifiuto di accoglienza e chiusura costituisce un fallimento dell’umanità, un segno del degrado a cui si è giunti nel non tener fede a principi e diritti riconosciuti in trattati e costituzioni. L’affermazione dei sovranismi e delle chiusure autarchiche è un processo che la storia ha già presentato proprio in Europa nei tempi bui delle leggi razziali e delle discriminazioni e oggi si sta rinnovando. In Italia la disumanità di scelte e dichiarazioni del ministro dell’interno e il seguito vociante di tanti è specchio di un degrado che contagia le coscienze nel disprezzo dei diritti umani. E’ riproposizione del turbamento di Erode e di una città impaurita, incapace di scorgere nei volti fragili di un bambino con sua madre una promessa di vita e non una minaccia, incapace di anteporre altro alla brama di una mal compresa sicurezza e di un successo vacuo e che presto rivelerà la sua vanità.

Oggi il cammino dei magi è vissuto da tutti coloro che nei loro viaggi alla ricerca di luce per l’esistenza, luce che è pane, dignità, pace, vita buona, denunciano la disumanità di Erode, l’arroganza vuota del potere, l’ipocrisia di chi calpesta i piccoli. La stella indica che solo percorrendo cammini capace di andare incontro all’altro e nutriti di ricerca si potrà giungere a riconoscere la presenza di Dio nel volto dei piccoli, e a vivere quella gioia che è anticipo di salvezza donata e accolta.

Alessandro Cortesi op

 

Santa famiglia – anno C – 2018

Salterio-inizio-del-XIII-secolo-British-Library(Salterio sec. XIII – British Library)

Sir 3,2-6.12-14; Col 3,12-21; Lc 2,41-52

“voi mogli state sottomesse ai mariti come si conviene nel Signore. Voi mariti amate le vostre mogli e non inaspritevi con esse. Voi figli obbedite ai genitori in tutto…”

La Scrittura è Parola di Dio scritta da mani d’uomo e porta con sé i tratti della cultura in cui i vari testi sono nati. Questo testo reca in sè il condizionamento del modo di concepire i rapporti in una società fortemente maschilista come quella ebraica del I secolo d.C., una cultura distante dal modo attuale di concepire i rapporti tra uomo e donna, tra genitori e figli.

Nel tentativo di cogliere il messaggio centrale della Parola di Dio oltre i condizionamenti culturali c’è un’espressione che offre uno squarcio importante: “come il Signore vi ha perdonato, così fate anche voi” (Col 3,13). Pur rimanendo condizionato dalla mentalità del proprio tempo l’autore di questa lettera individua un criterio di riferimento per intendere i rapporti nel contesto familiare e lo ritrova nel rinvio a Gesù, nel movimento di dono e perdono che ha guidato la sua esistenza.

Così nella lettera agli Efesini si legge: “Come la chiesa sta sottomessa a Cristo, così anche le mogli siano sottomesse ai loro mariti. E voi, mariti, amate le vostre mogli come Cristo ha amato la Chiesa” (Ef 5,24-25).

Gesù nel radunare una comunità attorno a sé indicava nuovi orizzonti per la vita di una famiglia nova, fatta di sorelle e fratelli. Ciò si poneva quale critica radicale rispetto ai rapporti di potere presenti nella società e contestava le forme patriarcali: ‘nessuno tra voi si chiami padre…’. I rapporti dovevano essere di fratelli e sorelle: una comunità di uguali quindi, ma in cui sono da riconoscere le diversità di ognuna e ognuno con il proprio nome, nella differenza.

Il riferimento a Cristo, al centro allora dell’esortazione della lettera paolina, conduce ad intendere i rapporti come Cristo ha vissuto la sua vita e le relazioni. Ha dato se stesso per coloro che ha amato, per tutti coloro che ha chiamato a seguirlo, vivendo la cura per gli altri e non sottomettendosi ad alcun potere umano, fino al dono totale della sua vita. Questa è la radice di una attitudine di incontro e di dialogo reciproco.

Il criterio di riferimento fondamentale da cui trae vita l’esperienza della fede è quindi: ‘come Cristo ha amato la chiesa’. L’esortazione a ‘sottomettersi’ viene così ad essere trasformata dall’interno, a significare tutt’altro che accettazione di un dominio. Essa esprime invece l’orientamento a vivere la propria vita in libertà e nella fedeltà alla chiamata all’amore. E forse dovrebbe in tale senso essere addirittura cambiata nelle traduzioni per non suscitare ambiguità cariche di conseguenze negative. Sappiamo infatti che queste, come altre espressioni analoghe, hanno generato nella vita delle comunità cristiane attitudini e stili di rapporti tra uomo e donna e tra genitori e figli ben lontane dal vangelo e la Scrittura è diventata strumento per mantenere strutture di dominio legate alla mentalità patriarcale presenti non solo al tempo di Paolo, ma tutt’oggi persistenti.

Al cuore del vangelo sta l’indicazione di rapporti segnati dalla gratuità e dal dono. Tutt’altro che dominio e sottomissione. Il modo per vivere fedeltà a Cristo e vivere in lui è accogliere l’altro, l’altra, da pari, e secondo una logica di fraternità e sororità. Nell’uguaglianza e riconoscendo le differenze.

La pagina di Luca parla della famiglia di Nazaret, ma non certo per offrire un esempio di vita familiare. Tutto è orientato a far risaltare le parole di Gesù: ‘Non sapevate che io devo occuparmi delle cose del Padre mio?’ Espressione che può essere anche tradotta: “Non sapevate che io devo stare nella casa del Padre mio?”. Al cuore della pagine sta la scoperta del cuore dell’esperienza di Gesù nel rapporto con il Padre suo.

All’età di dodici anni, Gesù è prsentato da Luca nel momento di passaggio alla maturità: è la casa del Padre il luogo in cui Gesù, e con lui ogni discepolo e discepola, deve stare. Maria ritrova Gesù giovinetto nel tempio e ascolta questa parola in riferimento alla casa del Padre: è una indicazione già rivolta alla risurrezione. Luca presenta la risurrezione come salita di Cristo alla casa del Padre e tutto il vangelo si conclude nel tempio come nel tempio era iniziato. La casa del Padre, è la missione del Padre, il rapporto con Lui che implica un rapporto nuovo con gli altri. La casa del Padre apre ogni casa umana ad un orizzonte nuovo di rapporti, spalancando ogni ristretto confine di chiusura e di appartenenza.

Alessandro Cortesi op

Fitzwilliam Museum Cambridge, Book of Hours, Ms 69, 15° sec.

Fitzwilliam Museum Cambridge, Book of Hours, Ms 69, 15° secolo

Cambiare prospettiva

Questa immagine insolita della natività apre a considerare come spesso il nostro modo di leggere la Scrittura e di riflettere sulla fede è segnata da pregiudizi che suddividono i ruoli e inseriscono ogni persona nei quadri di una precomprensione determinata da pensieri di genere.

E’ infatti un’immagine che capovolge l’immaginario consueto di pensare alla natività, e i modelli in cui questo momento è stato raffigurato nella storia dell’arte. E’ una miniatura tratta da un libro d’ore (Fitzwilliam Museum Cambridge, Book of Hours, Ms 69, 15° secolo): si chiamavano così libri che si diffusero soprattutto dopo l’invenzione della stampa e che raccoglievano preghiere insieme ai salmi e all’ufficio della beata vergine Maria. Erano arricchiti con miniature talvolta di grande raffinatezza artistica e videro grande diffusione non come libri liturgici ufficiali, ma quali testi che alimentavano la preghiera.

In questa miniatura il bambino Gesù è presentato in fasce in braccio a Giuseppe che lo culla con tenerezza e affetto tra le sue mani. E Maria, seduta con sulle gambe un’ampia coperta rossa che viene a scendere occupando ampio spazio è raffigurata seduta in atteggiamento di lettura, con un libro in mano: è il libro della Torah e sono i testi dei profeti. E’ ripresa del motivo dell’ascolto di Maria ad una chiamata che le giunge dall’ascolto della Parola di Dio accolta nella Scrittura.

L’attività del leggere e del meditare è quindi appropriata a Maria e a Giuseppe uomo è attribuita la attitudine della cura e dello sguardo a Gesù bambino.

Ma forse altri particolari possono essere evidenziati nella composizione, quali i movimenti del bue e dell’asino. Il primo, con una campana al collo, tutto rivolto verso Maria dal recinto in cui è posto a pascolare e il secondo che si affaccia quasi ad afferrare con il suo morso l’aureola di Giuseppe nel tentativo di assaggiarla. C’è la partecipazione di questi animali che rinviano alla reinterpretazione della versetto di Isaia che parlava della durezza del cuore nel riconoscere Dio come Signore: “Il bue conosce il suo proprietario e l’asino la greppia del suo padrone, ma Israele non conosce, il mio popolo non comprende” (Is 1,3).

In un tempo in cui alla fine del XV secolo le donne accedevano sempre più al contatto con la Scrittura soprattutto per mezzo dei Libri delle ore in cui trovavano stampati i testi e potevano pregare con le parole dei salmi, questa immagine richiama a quel rapporto tra le donne la Bibbia e la profezia che da questo rapporto è sgorgato nella vita della testimonianza cristiana nei secoli.

Su questo un bel libro da leggere, raccolta di saggi presentati ad un convegno tenutosi l’anno scorso in occasione dei 500 anni della Riforma, è Bibbia, donne profezia. A partire dalla Riforma (a cura di A.Valerio e L.Tomassone, Nerbini 2018). E richiama anche oggi al rapporto tra donne e Scrittura e all’esigenza di una rilettura delle Scritture superando gli stereotipi di genere ancora così presenti.

Alessandro Cortesi op

IV domenica di Avvento – anno C – 2018

IMG_1565.JPGMi 5,1-4; Eb 10,5-10; Lc 1,39-48

“Così dice il Signore: E tu, Betlemme di Efrata, così piccola … da te mi uscirà colui che dev’essere il dominatore in Israele….

Il profeta Michea annuncia che da una piccola città della regione di Giuda, nel deserto, una donna incinta sta per dare alla luce un nuovo re Davide, colui che porterà la giustizia e la pace.

Questo annuncio di pace, allora come oggi, risuona ancora come sfida alla nostra responsabilità, e chiede di essere ripreso così come venne ripetuto nel vangelo di Matteo di fronte al potere di Erode: “E tu Betlemme così piccola… da te mi uscirà colui che dev’essere il dominatore d’Israele”. Dio interviene nella storia non con la potenza e la violenza ma nella piccolezza, scegliendo chi è inerme, ai margini. Questo annuncio apre ai poveri, agli esclusi, come i pastori, agli uomini in ricerca come i Magi, orizzonti di speranza e di cammino.

Due donne sono al centro della pagina di Luca che oggi ascoltiamo: Maria che porta Gesù e Elisabetta che porta Giovanni. Le parole di Elisabetta a Maria sono frammenti di un inno di benedizione: “benedetta tu fra le donne e benedetto il frutto del tuo grembo! …. Beata colei che ha creduto all’adempimento delle parole del Signore”.

Maria è indicata come ‘colei che ha creduto’: non solo ha vissuto accoglienza della parola di Dio, ma ha continuato a credere nei giorni della sua vita. E’ beata perché porta Gesù ma più perché l’ha accolto nel suo cuore. Ed ha intrapreso il cammino di seguire lui lungo la sua strada. Maria è figura di chi si affida: ‘Beato chi teme il Signore e cammina nella sue vie’ (Sal 128,1-2). ha ascoltato la Parola e da lì si è alzata per recarsi a visitare, per camminare verso il servizio.

Quando Elisabetta dice a Maria ‘a che debbo che la madre del mio Signore venga a me?’ ricorda una vicenda della Bibbia. Davide, mentre veniva trasferita l’arca dell’alleanza, segno della presenza di Dio in mezzo al popolo, è intimorito e chiede: “come potrà venire da me l’arca del Signore?” (2Sam 6,9). Ma al passaggio dell’arca inizia a danzare con sfrenatezza per la gioia di accogliere la presenza di Dio che si faceva vicina. Luca legge così in Maria la nuova ‘arca’, luogo di un incontro tra Dio e l’umanità. Non più un segno ma una presenza vivente. E in un clima di gioia. Nell’incontro di Elisabetta e Maria ha luogo una danza nuova. Giovanni, nel grembo sussulta: “Ecco, appena la voce del tuo saluto è giunta ai miei orecchi il bambino ha sussultato di gioia nel mio grembo. E beata colei che ha creduto nell’adempimento delle parole del Signore”

La seconda lettura ci ricorda il senso profondo dell’incarnazione: “Tu non hai voluto né sacrificio né offerta, un corpo invece mi hai preparato… Allora io ho detto ecco io vengo… per fare o Dio la tua volontà”. Gesù è venuto per compiere la volontà del Padre di vita, salvezza, di incontro. Al cuore del Natale sta un mistero di visita.

Alessandro Cortesi op

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Visitare

Visitare come movimento che fa passare dall’ascolto all’azione; visitare come cammino che porta in fretta verso gli altri; visitare come passaggio dalla paura e dalla sfiducia all’apertura che coinvolge non solo la sfera persoanle ma interroga l’indirizzo politico di comunità e popoli. In un tempo di sdoganamneto della cattiveria, di rifiuto dell’altro, di chiusure egoistiche e meschine, alcune parole di Francesco offrono indicaizoni preziose:

“L’agire di Maria è una conseguenza della sua obbedienza alle parole dell’Angelo, ma unita alla carità: va da Elisabetta per rendersi utile; e in questo uscire dalla sua casa, da se stessa, per amore, porta quanto ha di più prezioso: Gesù; porta il suo Figlio. A volte, anche noi ci fermiamo all’ascolto, alla riflessione su ciò che dovremmo fare, forse abbiamo anche chiara la decisione che dobbiamo prendere, ma non facciamo il passaggio all’azione. E soprattutto non mettiamo in gioco noi stessi muovendoci “in fretta” verso gli altri per portare loro il nostro aiuto, la nostra comprensione, la nostra carità; per portare anche noi, come Maria, ciò che abbiamo di più prezioso e che abbiamo ricevuto, Gesù e il suo Vangelo, con la parola e soprattutto con la testimonianza concreta del nostro agire. Ascolto, decisione, azione.” (papa Francesco, meditazione 31 maggio 2013)

“… viviamo in questi tempi in un clima di sfiducia che si radica nella paura dell’altro o dell’estraneo, nell’ansia di perdere i propri vantaggi, e si manifesta purtroppo anche a livello politico, attraverso atteggiamenti di chiusura o nazionalismi che mettono in discussione quella fraternità di cui il nostro mondo globalizzato ha tanto bisogno. Oggi più che mai, le nostre società necessitano di “artigiani della pace” che possano essere messaggeri e testimoni autentici di Dio Padre che vuole il bene e la felicità della famiglia umana (…)

Tenere l’altro sotto minaccia vuol dire ridurlo allo stato di oggetto e negarne la dignità. È la ragione per la quale riaffermiamo che l’escalation in termini di intimidazione, così come la proliferazione incontrollata delle armi sono contrarie alla morale e alla ricerca di una vera concordia. Il terrore esercitato sulle persone più vulnerabili contribuisce all’esilio di intere popolazioni nella ricerca di una terra di pace. Non sono sostenibili i discorsi politici che tendono ad accusare i migranti di tutti i mali e a privare i poveri della speranza. Va invece ribadito che la pace si basa sul rispetto di ogni persona, qualunque sia la sua storia, sul rispetto del diritto e del bene comune, del creato che ci è stato affidato e della ricchezza morale trasmessa dalle generazioni passate.”.(Papa Francesco, Messaggio per la gionata della pace 1 gennaio 2019)

Alessandro Cortesi op

 

 

 

 

Nella novena di Natale…

Marc Chagal albero di Iesse

Marc Chagall, L’albero di Iesse

Una riflessione a partire da Mt 1,1-17

La genealogia posta all’inizio del Vangelo di Matteo (1,1-17) è una serie di nomi segnati dal ritornello di un padre che generò un figlio. Attraverso questa genealogia passa la promessa messianica collegata alla discendenza di Giuda e di Davide. Matteo non intende fare opera di ricerca storica, ma in questa pagina offre un messaggio sul volto di Gesù come messia.

I nomi che compongono la genealogia sono in linea con l’intento di Matteo di collegare Gesù a Davide: nomi in serie di quattordici, da Abramo fino a Davide, e dall’esilio fino a Gesù. Tuttavia questa discendenza non appare lineare e senza interruzioni. L’elemento più appariscente è che la serie di generazioni si chiude con il riferimento a Giuseppe presentato come sposo di Maria «dalla quale è nato Gesù’ (Mt 1,16).

Si tratta di un albero genealogico composto quasi esclusivamente di nomi maschili che ha come esito ultimo di riferimento una donna che diviene madre. Giuseppe infatti, e il seguito del racconto di Matteo lo indicherà, scopre che il bambino che sta per nascere da Maria non viene da lui.

La genealogia di Matteo intende sottolineare che Gesù è figlio di Davide, proviene quindi dalla promessa che in Davide ha un punto di riferimento fondamentale. E’ Davide il re che aveva avuto l’idea di costruire un tempio al Dio d’Israele, ma il suo progetto viene posto in discussione dal profeta Natan che gli comunica il disegno diverso di Dio: non tu costruirai una casa a Dio, ma sarà Dio stesso che costruirà a te un casato. Se Davide pensava ad un tempio, ad un luogo per la presenza di Dio, il disegno di Dio rovescia questo pensiero e indica come il tempio in cui la sua presenza si farà vicina non sarà una costruzione, un luogo, un edificio sacro, ma sarà un volto, una discendenza, una presenza personale. «Gesù Cristo figlio di Davide, figlio di Abramo». Davide reca la promessa che veramente la gloria di Dio è la vita e il volto degli uomini e delle donne: la gloria di Dio è l’uomo vivente dirà Ireneo, la gloria di Dio è la vita dei poveri con cui Gesù si identifica.

Figlio di Davide quindi e figlio di Abramo. La vicenda di Gesù si colloca all’interno di una storia segnata dalle promesse di Dio e, con lo sguardo rivolto ad Abramo, con l’attenzione alla vicenda della fede che da Abramo ha inizio. Abramo è infatti padre perché primo di coloro che hanno accolto l’invito e la chiamata di Dio ‘Esci da te stesso, dal tuo paese, e va’ verso la terra che io ti indicherò’. Abramo, padre di tutti gli uomini e donne migranti che hanno lasciato e lasciano le loro case e le loro terre alla ricerca non solo di pane, di pascoli, di un futuro, di dignità, ma alla ricerca più profonda di quella promessa che sta al cuore della vita umana, promessa che è appello ad una fiducia capace di guardare le stelle del cielo e scorgervi lì il segno di Dio che vuole vita e discendenza e che si fa vicino nel dono di figlie e figli. Abramo grande padre dei credenti e amico di Dio (come è indicato nella tradizione islamica) perché presenza capace di relazione…

Nella genealogia presentata da Matteo appare tuttavia la prevalenza di nomi maschili. Ad indicare il limite di una struttura patriarcale che segna il modo di considerare la discendenza. Di padre in figlio, senza alcuna considerazione della presenza delle donne. Eppure prima di Maria in questa lunga serie di nomi, compaiono, quasi come fessure di interruzione, i nomi di quattro donne: Tamar, con riferimento alla storia narrata nel capitolo 38 di genesi, Rahab, la cui vicenda è raccontata nel capitolo 2 di Giosuè, Rut, di cui si racconta nel delizioso libretto che da lei prende il nome (Rut 3-4). La quarta donna è la moglie di Uria, cioè Betsabea (cfr. 2Sam 11,1-12,24). I nomi di queste donne sono connesse a situazioni ‘irregolari’ e peraltro a passaggi fondamentali per la discendenza che conduce a Gesù. Tamar, donna ridotta ad essere senza identità, rifiutata, ad un certo punto si finge prostituta in rapporto a Giuda. Quando Giuda scopre di essere lui il padre del bambino che deve nascere rendendosi conto dell’accaduto dirà: “ella è più giusta di me!”. Uno dei gemelli che da lei nasceranno sarà indicato come colui che si è aperto una breccia.

Raab, anche lei prostituta è la donna che a Gerico vive ospitalità incondizionata e salva i messaggeri degli israeliti, mettendo una corda, un filo rosso (e filo/corda in ebraico è termine che ha anche significato di speranza). Col suo agire trasforma la paura di entrare nella terra in coraggio, pone speranza dove c’era paura e incertezza. La tradizione rabbinica ebraica parlerà di Raab come moglie di Giosuè. Nella lettera agli Ebrei viene indicata come donna di fede: ‘Per fede, Raab, la prostituta, non perì con gli increduli, perché aveva accolto con benevolenza gli esploratori’ (Eb 11,31). Ella rende possibile ciò che appariva impossibile.

Rut è la straniera, del popolo di Moab, considerato maledetto da Israele, colei che segue la sua suocera Noemi, nella condizione di sventura, dicendo ‘il tuo popolo sarà il mio popolo, il tuo Dio sarà il mio Dio’, percorrendo le vie della solidarietà e della condivisione, anche di fronte al rifiuto, senza calcoli, e diviene colei che dà alla nascita il nonno di Davide i cui nome è Obed / Ebed il servo.

Betsabea è moglie del generale Uria, donna sola mentre il marito è in guerra, donna intraprendente, seducente, che riesce a farsi avvicinare da Davide e a raggiungere il potere. Darà a Davide il figlio Salomone dopo la morte del primo figlio. Anche lei entra nella vicenda della genealogia di Gesù.

Situazioni irregolari quindi, complesse e marginali, in cui s’intrecciano sentimenti, aperture e limiti. Ma ad una lettura più profonda quei nomi di donna fanno scorgere in una genealogia tutta maschile come il disegno e la promessa di Dio nella storia umana si fanno strada per vie che sono imprevedibili e diverse da schemi prestabiliti. E quelle nascite sono quindi secondo la giustizia di Dio, che rimane fedele alla sua promessa, come quella di Maria per cui anche Giuseppe sarà detto ‘uomo giusto’.

Quei nomi e storie di donne sono così anticipazioni e sono coerenti con la storia di Maria, anche lei protagonista di una maternità che può essere definita eterodossa (Giuseppe si interrogava come licenziarla in segreto…). Da loro nascono presenze che fanno parte del grande albero di vita che si conclude con un’altra interruzione e anomalia.

La genealogia infatti si conclude con Giuseppe, che non è presentato come padre, ma come sposo di Maria da cui è nato Gesù il Cristo. Gesù proviene da un storia pienamente umana, che respira della complessità delle vicende umane e d’altra parte non è solamente prodotto essa, ma la sua identità ha radici che orientano ad altrove. E Giuseppe è giusto perché non giudica ma si mantiene nel silenzio di chi s’interroga davanti ad un agire di Dio sempre da ricercare, ad un suo esserci al contempo presente e altrove, a colui che rimane altro e provoca all’abbandono della fede, a rinunciare alla pretesa di tenere Dio e il suo disegno dentro le nostre mani e i nostri progetti.

La lettura di questa densa pagina di nomi questa sera a noi può indicare due motivi di riflessione: il primo è che Dio si rende presente e chiama nella vicenda umana, al cuore di relazioni e di rapporti che sono quelli delle famiglie, dei popoli, degli alberi genealogici che legano l’umanità collegando a radici lontane e a volti sconosciuti. Siamo tutte e tutti partecipi di una storia in cui riconoscere una presenza di Dio che passa attraverso le relazioni, gli incontri, gli intrecci contorti e complessi delle famiglie umane. Gesù nasce all’interno di questa storia e si rende solidale con essa. Per questo oggi è così urgente riscoprire uno sguardo di accoglienza e ascolto dell’altro, dell’altro diverso, dell’altro povero che è visita di Dio.

Un secondo motivo di riflessione proviene dallo scorgere che in questa storia carica di pesantezza umana e di peccato, Gesù proviene da una vicenda segnata da alcuni passaggi in cui donne irregolari, con le loro scelte, con la loro fede, con la loro ostinatezza fanno procedere un disegno di promessa e di liberazione. La chiamata di Dio giunge dai margini, da chi è considerato esterno e lontano. Il volto di Dio di Gesù si rende vicino nei volti e nei nomi da ricordare, tutti, non perdendone alcuno. Gesù unisce a sé questa memoria di umanità ferita, fatta di storie scomode e non dimentica nessuno. Il suo profilo è quello di re messia, ma di un messia diverso. E a noi chiede la fede che è stata di Abramo, di Davide, di Rut, di Maria.

Alessandro Cortesi op – san Domenico di Fiesole, 17 dicembre 2018

 

III domenica di Avvento – anno C – 2018

IMG_2206Sof 3,14-18; Fil 4,4-7; Lc 3,10-18

‘Che cosa dobbiamo fare?’ E’ la domanda che varie categorie di persone rivolgono al Battista giungendo a lui da varie parti. Giovanni suggerisce percorsi per impostare la vita su orizzonti nuovi di senso. Non indica particolari pratiche e osservanze ma suggerisce scelte di condivisione: «Chi ha due tuniche, ne dia a chi non ne ha, e chi ha da mangiare, faccia altrettanto». Ai pubblicani indica una via di onestà nel loro compito: «Non esigete nulla di più di quanto vi è stato fissato». Ai soldati indica di rifuggire dall’uso della violenza, dall’uso del loro potere per maltrattare le persone: «Non maltrattate e non estorcete niente a nessuno; accontentatevi delle vostre paghe». Chiede di condividere i propri beni e il nutrimento perché tutti possano mangiare, vivere la giustizia, stare al proprio posto di lavoro immettendo nel proprio impegno una logica nuova. Anche Gesù proporrà ai suoi non tanto una serie di regole e norme, ma uno stile di nonviolenza e condivisione.

Il popolo era in attesa… Giovanni si situa nel cuore di una vasta attesa ed è colui che indica un altro. C’è una urgenza particolare di cambiare. Utilizza l’immagine della separazione del grano dalla pula: “…viene uno che è più forte di me, costui vi battezzerà in Spirito santo e fuoco. Egli ha in mano il ventilabro per ripulire la sua aia e per raccogliere il frumento nel granaio; ma la pula la brucerà con fuoco inestinguibile”.

Giovanni invita alla conversione per accogliere un messia vicino. Propone esigenze di fondo. presenta colui che deve venire nei tratti del ‘più forte’ che battezza in Spirito santo e fuoco. Per accoglierlo si deve eliminare la pula: tutto ciò che è inconsistente nella vita. ‘Pula’ è quanto non ha spessore come inseguire gli idoli che conducono la vita a perdersi per cose che non hanno valore (Os 13,3): sono cose senza consistenza, illusioni che riempiono la vita degli empi: ‘Gli empi sono pula che il vento disperde’ (Sal 1,4).

“Gioisci figlia di Sion, esulta Israele, e rallegrati con tutto il cuore. Re d’Israele è il Signore in mezzo a te, tu non vedrai più la sventura. Non temere Sion, non lasciarti cadere le braccia! Il Signore esulterà di gioia, ti rinnoverà con il suo amore, si rallegrerà per te con grida di gioia, come nei giorni di festa”

Il profeta Sofonia è attento al presente segnato dal male e sventura ma è capace anche di visione nuova: la città di Gerusalemme, sul monte Sion, e tutto il popolo, ‘la figlia di Sion’, sono trasfigurati. Il profeta vede in Gerusalemme un grembo fecondo. E scorge la presenza del Signore in mezzo al suo popolo come vita che cresce e si apre alla nascita in un grembo: in mezzo a te, cioè nelle tue viscere, nel tuo grembo. Dio stesso, in mezzo al suo popolo, prende con sé i giusti e dona loro la serenità e pace attesa. La gioia è possibile: è comunicazione della gioia stessa di Dio che viene per i ‘poveri del Signore’. Sono coloro che hanno posto la loro sicurezza nel nome di Jahwè. La sventura che è dolorosa esperienza umana non ci sarà più, il Signore raduna e apre vie nuove. Il ‘Dio che viene’ ha i tratti di chi sta vicino, addirittura come la presenza nascosta di un bambino di cui si attende la nascita. Non si vede ma c’è e tutto pone in attesa. E arreca gioia, genera uno stile di rapporti non appesantiti da angustia ma nutriti di affabilità e di speranza.

C’è una consapevolezza di presenza: ‘re d’Israele il Signore è in mezzo a te’. E Paolo fa eco ‘Siate sempre lieti perché appartenete al Signore’. Essere nel Signore significa poter vivere di una pace e nella certezza di una presenza che ha cura di noi: stare quindi anche nel dolore e nella crisi nella consapevolezza di non essere soli ma nella compagnia del Dio vicino.

Queste parole indicano una spiritualità della gioia da far crescere nel quotidiano anche di fronte ad una condizione di tristezza e di incupimento. Una speranza gioiosa è caratteristica di una fede segnata dalla promessa del Dio fedele, e dalla risurrezione che è forza di vita che già permea tutta la storia e la orienta non verso il buio e la morte ma verso la vita in Dio e la comunione con gli altri.

“Rallegratevi nel Signore, sempre: ve lo ripeto, rallegratevi. La vostra affabilità sia nota a tutti gli uomini. Non angustiatevi per nulla” (Fil 4,4).

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Giocoliere

Anche a me è capitato in questi giorni di trovarmi, bloccato in auto al semaforo, di intravedere, sopra i tetti delle auto assiepate, al fondo della fila, il saltellare e roteare di palline rimbalzanti verso il cielo. Una più in alto, poi velocemente le altre, una due tre quattro, una dopo l’altra, insieme, in lanci, con discese repentine e immediati rilanci.

Il gioco come interruzione al cuore della vita cittadina soffocata dallo smog e da ingorghi senza rimedio. Sotto quel gioco il volto di un giocoliere che per un attimo faceva irrompere un mondo altro, diverso dall’angustia per le scadenze e i ritardi sugli impegni e si disponeva a raccogliere gli spiccioli allungati dai finestrini nel breve intervallo tra la caduta dell’ultima pallina nelle sue mani e lo scattare del verde che faceva muovere il serpentone metallico che si disseminava in varie direzioni.

Ed è venuta alla mente la riflessione di grandi pensatori sul gioco: “Ci si libera nel gioco, e cioè giocando, dalla pressione dell’attuale sistema di vita e ridendo si riconosce che le cose non devono stare così come stanno e come viene asserito da tutti che così devono stare” (J.Moltmann, Sul gioco, Queriniana, Brescia, 19882, 25). “Per questo la creazione è un gioco di Dio, un gioco della sua sapienza senza fondo e origine. Essa è lo spazio per il dispiegamento della magnificenza di Dio” (ibid. 32).

Così Hugo Rahner osservava: “Tutto quanto è terreno è rimasto un mistero per la chiesa che ci insegna a spingere lo sguardo al di là delle cose visibili: sole, luna, olio e vino al di là della storia apparente verso ciò che Dio ha inteso, verso l’eterno. (…) proprio perciò la chiesa considera ogni cosa visibile come un incessante gioco di Dio, come un ‘atteggiamento del corpo’ in cui si esprime senza sosta la gioia dello Spirito santo” (H.Rahner, L’homo ludens, Paideia Brescia 1969, 52).

Alberto Caprotti in un bel pezzo su “Avvenire” (La lezione del giocoliere, Avvenire 13 dicembre 2018) racconta di una analoga scena, ma segnata ad un certo punto da un errore del giocoliere che si lascia cadere una pallina, e, deluso per aver fallito nella sua abilità, si ritira sullo spartitraffico non accettando i compensi già pronti tra le mani di chi già aveva abbassato il finestrino.

E così commenta: “Ammirazione, pietà, senso di inadeguatezza (la nostra), anche un pizzico di vergogna: difficile comprendere e descrivere cosa si prova quando qualcuno fa qualcosa di bello senza poterlo abbracciare, senza nemmeno potergli dire grazie. Che in questo caso sarebbe solo un modo per ammettere: ecco, questi sono i gesti che vorrei fare anch’io tutti i giorni, se il mio orgoglio me lo consentisse. Perché il giocoliere che ha rinunciato al compenso giudicandolo immeritato, e anziché fingere che non sia successo nulla si preoccupa di allenarsi per non sbagliare di nuovo, è una splendida metafora al contrario di quanto viviamo ogni ora. (…) Un giocoliere umile e perfezionista, in fondo è quello che ci servirebbe sempre: in casa, in ufficio, tra gli amici più cari, magari anche al governo. Un ragazzo che sa togliersi il cappello, un piccolo artista che, se sbaglia, cerca di rimediare e ci riprova fino a che non sa di essersi corretto, di aver imparato la lezione. Un carattere insomma, prima ancora che un fenomeno”.

E’ forse questo un ritratto possibile, a portata di mano, ordinario e vicino, di presenza che con le mani, la testa, il suo muoversi, riesce a portare la gratuità del gioco nel cuore della vita, anche dei suoi momenti più uggiosi e forse inutili. Il ritratto di chi non smette di imparare a compiere un semplice o difficile esercizio cercando di eseguirlo bene, nel migliore dei modi. Il ritratto di chi senza pretesa, e sapendo non prendersi troppo sul serio, arreca quella gioia che rende più leggera la vita e meno pesanti i suoi fardelli offrendo un piccolo aiuto, quanto dura il tempo di un semaforo rosso, per non angustiarsi e per scorgere nel gioco un richiamo alla gratuità che arreca gioia….

Alessandro Cortesi op

II domenica di Avvento – anno C – 2018

IMG_1847.jpgBar 5,1-9; Fil 1,4-6.8-11; Lc 3,1-6

“Deponi, o Gerusalemme, la veste del lutto e dell’afflizione, rivèstiti dello splendore della gloria che ti viene da Dio per sempre. Avvolgiti nel manto della giustizia di Dio…. Sarai chiamata da Dio per sempre: «Pace di giustizia» e «Gloria di pietà»…. Dio ha deciso di spianare ogni alta montagna e le rupi perenni, di colmare le valli livellando il terreno, perché Israele proceda sicuro sotto la gloria di Dio”.

Deponi la veste del lutto… rivestiti: sono gli inviti ad un momento di rinnovamento, di capovolgimento di situazione. Gerusalemme deve accogliere un nome nuovo che è ‘pace di giustizia’. E’ invito rivolto al popolo d’Israele per scorgere nella sua vicenda un operare di Dio che avvolge e veste in modo nuovo, che dona gioia al posto del lutto, che apre ad un cammino in cui Egli stesso prepara la via. Sono grandi immagini che stanno ad indicare la chiamata ad un incontro con Dio che si attua nella pace e nella giustizia. Ed è incontro da cui lasciarsi prendere, rivestire, lasciarsi avvolgere come da un manto.

Luca è attento alle date che indicano tempi e luoghi precisi: nell’anno decimoquinto dell’impero di Tiberio, mentre Ponzio Pilato era governatore della Giudea. E’ così descritto così il momento storico in cui Gesù si presenta sulla scena della vita palestinese nel I secolo, tra il 27 e il 30 d.C. Gesù nasce ed entra nella vicenda di una storia umana, inserito pienamente in una vicenda di popoli e in un contesto culturale concreto. Si inserisce in una storia più ampia di quella del popolo d’Israele, in rapporto quindi anche con gli altri popoli e i pagani.

Luca insiste nel parlare del governatore romano Pilato, in carica dal 26 al 36, dei vari re della Giudea, Erode Antipa, il suo fratellastro Filippo, che governava due province al Nord della Palestina e Lisania, re di una regione a Nord l’Abilene. Poi presenta le due più alte cariche della comunità giudaica, il sommo sacerdote Anna che fu deposto dai romani nel 15 d.C. e colui che fu sommo sacerdote in carica dal 15 al 36, Caifa, che avrà un ruolo insieme ad Anna nella condanna di Gesù. Luca presenta così Gesù nel quadro di una storia. La sua vicenda è irruzione della presenza di Dio nella storia degli uomini. E’ questo il senso dell’incarnazione che Luca intende far maturare nella sua comunità.

Luca presenta anche la figura di Giovanni Battista con i tratti ripresi da un brano del Secondo Isaia: “Una voce grida: ‘Nel deserto preparate la via al Signore… ogni valle sia colmata, ogni monte e colle siano abbassati” (Is 40,3-4). I profeti indicano così l’esperienza del ritorno dall’esilio: i monti sono abbassati, le valli colmate per fare spazio ad una via di ritorno e di libertà per il popolo del Signore. Questa via diritta ricorda le ‘vie sacre’ dell’antichità dove si svolgevano processioni verso il tempio, e diviene simbolo del percorso del popolo che cammina nella luce del suo Dio.

Luca introduce Giovanni indicandolo come “Voce di uno che grida nel deserto: Preparate la via del Signore, raddrizzate i suoi sentieri! Ogni burrone sia riempito, ogni monte e ogni colle sia abbassato”. Il Battista è annunciatore di una via da percorrere per incontrare il Signore. Il Battista predica un rito di immersione (battesimo) nell’acqua del fiume Giordano, per la remissione dei peccati: un tempo nuovo sta per iniziare e richiede un cambiamento della vita, un nuovo orientamento delle scelte. Gesù porterà l’annuncio di un dono gratuito di vita nuova per percorrere la via dell’incontro con Lui e con gli altri.

Paolo, scrivendo ai Filippesi, comunità a lui cara e verso cui prova profondo affetto, ricorda loro l’orizzonte a cui tende la vita della comunità: il giorno di Cristo Gesù. Il tempo da vivere è nell’attesa di un giorno che compirà questo tempo. E’ giorno del venire di Gesù, del suo tornare come Signore. Ma è questo anche il giorno che si attua nei giorni del presente, in cui la fatica da compiere è quella di scegliere ciò che è bene, non lasciarsi confondere. Paolo comunica alla comunità di Filippi la fiducia che anima i suo cammino. Al centro della sua vita sta la consapevolezza della gratuità dell’intervento di Dio, il dono della sua grazia: “Sono persuaso che colui il quale ha iniziato in voi quest’opera buona, la porterà a compimento fino al giorno di Cristo Gesù” Da qui sorge l’invito: “possiate distinguere ciò che è meglio ed essere integri e irreprensibili per il giorno di Cristo”.

Alessandro Cortesi op

Yousuf, la moglie Faith e la loro bimba di sei mesi Per effetto del decreto sicurezza di Salvini, 26 migranti con permesso umanitario sono stati espulsi dal CARA di Capo Rizzuto

Pace di giustizia

A seguito dell’entrata in vigore del cosiddetto ‘decreto sicurezza’ voluto dal ministro Salvini le prime misure di applicazione del provvedimento sono state eseguite. Nella serata di venerdì 29 novembre 24 migranti, a cui era stato riconosciuta la protezione umanitaria e quindi il permesso di soggiorno per motivi umanitari, sono stati allontanati dalla struttura del Centro Accoglienza Richiedenti Asilo (CARA) di Isola Capo Rizzuto. Tra di essi una giovane coppia con una bambina di 5 mesi e quattro donne vittime di tratta.

Per loro si apre una situazione di incertezza e di abbandono: pur avendo diritto a restare in Italia avendo ricevuto la protezione umanitaria, non possono beneficiare né della prima accoglienza né del diritto di essere accolti nel sistema Sistema Protezione Richiedenti Asilo e Rifugiati (SPRAR). Per accogliere nell’emergenza queste persone si sono attivate a Crotone associazioni di accoglienza, la Croce e Rossa e la Caritas. Altre 200 persone che dovranno lasciare la struttura dovranno trovare soluzioni di fortuna accampandosi in baracche sotto i cavalcavia nei pressi di Crotone.

Le misure del governo italiano hanno anche cancellato il fondo per la salute dei migranti privando così della possibilità di assistenza e nel decreto fiscale è stata imposta una tassa sulle rimesse dei migranti (1,5 % su trasferimenti oltre i 10 euro extra UE) colpendo in tal modo il money-transfer che costituisce una delle vie di sostegno alle famiglie dei migranti che giungono direttamente alle situazioni in loco.

Le misure del governo colpiscono indifesi e innocenti ed esprimono una mentalità di cattiveria rivolta verso le persone più vulnerabili facendo della povertà una colpa: si aggiungono alle chiusure dei porti e alla campagna di delegittimazione delle ONG che soccorrono i naufraghi nel Mediterraneo (anche il 24 novembre u.s. sono giunti al porto di Pozzallo oltre 200 naufraghi, con donne e bambini, segno che le operazioni di salvataggio nel Mediterraneo sono necessarie con urgenza).

Di fronte a politiche di ingiustizia che colpiscono i più vulnerabili creando così nuove emergenze per alimentare la paura si rende necessaria una reazione di contrasto trovando nuove forme di solidarietà e accoglienza quale obiezione di coscienza della società civile. Per affermare i valori costituzionali, i diritti umani fondamentali.  Attraversare confini per cercare dignità e  lavoro, fuggire da miseria e violenza per chiedere asilo non è un crimine. Per chi è credente, opporsi con lucidità alla ‘legge della strada’ è via per attuare una fedeltà al vangelo che scorge come proprio il Natale significhi appello ad accogliere coloro per cui non c’era posto nell’albergo.

“Il presepe di cui qui si parla è vivente. Loro sono giovanissimi: Giuseppe ( Yousuf), Fede (Faith) e la loro creatura. Che è già nata, è una bimba e ha appena cinque mesi. Giuseppe viene dal Ghana, Fede è nigeriana, entrambi godono – è questo il verbo tecnico – della «protezione umanitaria» accordata dalla Repubblica Italiana. Ora ne stanno godendo in mezzo a una strada. Una strada che comincia appena fuori di un Cara calabrese e che, senza passare da nessuna casa, porta dritto sino al Natale. Il Natale di Gesù: Uno che se ne intende di povertà e grandezza, di folle adoranti e masse furenti, di ascolto e di rifiuto, del ‘sì’ che tutto accoglie e tutti salva e dei ‘no’ che si fanno prima porte sbattute in faccia e poi chiodi di croce. Giuseppe e Fede solo stati abbandonati, con la loro creatura, sulla strada che porta al Natale e, poi, non si sa dove. Sono parte di un nuovo popolo di ‘scartati’, che sta andando a cercare riparo ai bordi delle vie e delle piazze, delle città e dell’ordine costituito, ingrossando le file dei senza niente. Sono i senza più niente. Avevano trovato timbri ufficiali e un ‘luogo’ che si chiama Sprar (Sistema di protezione per richiedenti asilo e rifugiati) su cui contare per essere inclusi legalmente nella società italiana, apprendendo la nostra lingua, valorizzando le proprie competenze, studiando per imparare cose nuove e utili a se stessi e al Paese che li stava accogliendo. Adesso quel luogo non li riguarda più. I ‘rifugiati’ sì, i ‘protetti’ no. E a loro non resta che la strada, una strada senza libertà vera, e gli incontri che la strada sempre offre e qualche volta impone: persone perbene e persone permale, mani tese a dare e a carezzare e mani tese a prendere e a picchiare, indifferenza o solidarietà. Si può essere certi che il ministro dell’Interno, come i parlamentari che hanno votato e convertito in legge il suo decreto su sicurezza e immigrazione, non ce l’avesse con Giuseppe, Fede e la loro bimba di cinque mesi. Ma è un fatto: tutti insieme se la sono presa anche con loro tre, e con tutti gli altri che il Sistema sta scaricando fuori dalla porta. Viene voglia di chiamarla ‘la Legge della strada’. Che come si sa è dura, persino feroce, non sopporta i deboli e, darwinianamente, li elimina.” (Marco Tarquinio, Il presepe vivente Norma cattiva e parole al vento, “Avvenire” 2 dicembre 2018)

“prego che, quando le rive/ si allontaneranno fino a sparire/ e la nosra barca non sarà più/ che un puntino gettato/ fra onde ribollenti, pronte a inghiottirla,/ Dio guidi la nostra rotta./ perché tu sei un carico prezioso, Marwan,/ il più prezioso di tutti. / Vorrei che il mare lo sapesse. / Inshallah” (Khaled  Hosseini, Preghiera del mare, SEM, Milano 2018)

Alessandro Cortesi op

 

1 domenica tempo di Avvento – anno C – 2018

Luca

Ger 33,14-16; 1 Tess 3,12-4,2; Lc 21,25-36

Un nuovo anno liturgico, un tempo nuovo, nel segno dell’attesa di una venuta.

“In quei giorni farò germogliare per Davide un germoglio di giustizia; egli eserciterà il giudizio e la giustizia sulla terra. In quei giorni Giuda sarà salvato e Gerusalemme sarà chiamata: Signore-nostra-giustizia”.

Nell’immagine di un grande albero è narrata la genealogia di una famiglia. L’albero racchiude la storia di una comunità fatta di volti e nomi: la storia di popoli, con radici nascoste e profonde è la storia di tanti volti intrecciati nel tempo come i rami di un albero. Ogni identità sorge dall’intreccio di relazioni. Geremia vede lo sbocciare di un germoglio dall’albero della famiglia di Davide, il re della pace, il re ricordato da Israele come ideale riferimento di un tempo di benessere e pace. Il germoglio che nascerà dall’albero di Davide porterà un tempo nuovo, una nuova era di pace: è immagine di vita nuova e speranza.

E’ una presenza nuova, l’intervento del Signore nostra giustizia. Giustizia è sinonimo di ‘fedeltà’. Dio rimane fedele alle sue promesse. Il Dio fedele viene a prendere la difesa di chi è senza difesa, vittima dell’ingiustizia. Il suo venire non è quindi da guardare con paura ma è liberazione e salvezza. Per questo il salmo canta: “Ai miseri del suo popolo renderà giustizia, salverà i figli dei poveri, abbatterà gli oppressori. Nei suoi giorni fiorirà la giustizia e abbonderà la pace” (Sal 72,4.7)

Un seconda immagine è la strada: l’esperienza di fede del popolo di Israele prima e dei discepoli di Gesù sorge sulla strada. Abramo è chiamato a mettersi in cammino verso una terra nuova, Mosè guida Israele nel cammino verso la libertà, nell’esilio Israele scopre la possibilità di una via di ritorno nella gioia. “Fammi conoscere Signore le tue vie, insegnami i tuoi sentieri. Guidami nella tua verità…. Tutti i sentieri del Signore sono verità e grazia” (salmo 24). La strada è simbolo della vita, del tempo. Gesù chiama i suoi a seguirlo lungo la strada. Siamo invitati a riscoprire la Parola di Dio come lampada per i nostri passi e luce alla nostra strada.

Una terza immagine è il giorno. Luca nel discorso sulle ‘realtà ultime’ (cap. 21) utilizza un linguaggio apocalittico. Intende con esso indicare l’intervento di Dio che si comunica nella storia. Apocalisse significa rivelazione: “state bene attenti che i vostri cuori non si appesantiscano in dissipazioni… e che quel giorno non vi piombi addosso improvviso…” (Lc 21)

‘Quel giorno’ non è tanto riferimento ad un tempo cronologico ma ad una azione di Dio: nel Primo Testamento è il ‘giorno del Signore’, attesa del suo intervento nella storia. E’ attesa del ‘giudizio’ di Dio di salvezza in una storia carica di ingiustizie.

Lo stile di vita del discepolo è così descritto: “alzatevi e levate il capo, perché la vostra liberazione è vicina… vegliate e pregate in ogni momento”. Il discepolo è presentato come persona del giorno, che non si lascia prendere dalla sonnolenza della notte. Sta in piedi, si dà da fare coltivando la speranza. Vive il presente immerso nell’impegno perché già da ora hanno inizio le realtà ultime: oggi è il tempo della salvezza e nel presente viviamo l’attesa di Qualcuno che viene.

Paolo sintetizza i tratti di chi vive la fede nel Signore risorto: “il Signore vi faccia crescere e abbondare nell’amore vicendevole e verso tutti, come è il nostro amore verso di voi, per render saldi e irreprensibili i vostri cuori nella santità, davanti a Dio padre nostro, al momento della venuta del Signore nostro Gesù con tutti i suoi santi”.

Alessandro Cortesi op

Amal FathyLiberazione attesa

Se invece di essere impiccato
vieni sbattuto dentro
per non aver rinunciato a sperare
nel mondo, nel paese, nel popolo,
se devi farti dieci o quindici anni
oltre al tempo che ti rimane,
non dirai,
«Sarebbe stato meglio essere appeso a una corda
come una bandiera»…
Punterai i piedi e vivrai.
Potrebbe non essere esattamente piacevole,
ma è tuo solenne dovere
vivere ancora un altro giorno
per fare dispetto al nemico.

Una parte di te potrebbe sentirsi sola, là dentro,
come un sasso in fondo a un pozzo.
Ma l’altra parte
deve essere così coinvolta
nel vortice del mondo
che ti venga da tremare là dentro
quando fuori, a quaranta giorni di distanza, una foglia si muove.

Aspettare lettere mentre sei dentro,
cantare canzoni tristi,
o stare svegli tutta la notte a fissare il soffitto
è dolce ma pericoloso.
Guardati la faccia tra una rasatura e l’altra,
dimentica la tua età,
stai attento ai pidocchi
e alle notti di primavera,
e ricorda sempre
di mangiare ogni ultimo boccone di pane…
E inoltre non dimenticarti di ridere di cuore.

E chissà,
la donna che ami potrebbe smettere di amarti.
Non dire che non è una gran cosa:
è come un ramo verde spaccato
per l’uomo che è là dentro.

Pensare alle rose e ai giardini fa male,
pensare al mare e alle montagne fa bene.
Leggi e scrivi senza riposo,
e consiglio anche di tessere
e di costruire specchi.

Voglio dire, non è che non si possano passare
dieci o quindici anni dentro
e anche di più…
È possibile
fintanto che il gioiello
nella parte sinistra del tuo petto non perda la sua lucentezza.

Nazim Hikmet (1902-1963), poeta turco, scrisse questa poesia in riferimento alla sua esperienza di perseguitato politico e di prigionia. Per lunghi anni infatti fu prigioniero nel carcere di Bursa in Turchia. La sua poesia richiama al vivere giorno dopo giorno, resistendo al nemico e coltivando la speranza: “dimentica la tua età,… e ricorda sempre/ di mangiare ogni ultimo boccone di pane… “.

Con le sue parole conduce a pensare a tutti coloro che oggi nelle carceri di diversi paesi del mondo sono rinchiusi a causa delle loro idee politiche, o per un lavoro svolto nella promozione dei diritti e della libertà – gli avvocati come Amal Fathy in Egitto, moglie di un consulente legale della famiglia Regeni,  gli attivisti di diritti umani, insegnanti e giornalisti oggi in Turchia, o i perseguitati a motivo della loro fede religiosa – si pensi alla vicenda di Asia Bibi in Pakistan – o ancora a causa di una condizione di vita, dell’essere migranti – e il pensiero va alla Libia e alla condizione delle innumerevoli persone imprigionate e torturate oggi nei lager libici nell’indifferenza di un mondo preoccupato di allontanare i perseguitati dalla porta di casa.

Una descrizione di chi oppresso si interroga sulla sua colpa è presentata dalla voce femminile di Dareen Tatour (1982-), poetessa palestinese imprigionata nel 2015 per aver pubblicato sui social media una poesia dal titolo “Resist, my people resist them”, (“Resist, my people, resist them. / Resist the settler’s robbery / And follow the caravan of martyrs.“) e accusata di istigazione alla violenza:

“(…) Non conosceranno mai la loro colpa …
poiché l’amore è il loro crimine
e per gli innamorati, la prigione è il destino.
Ho interrogato la mia anima,
fra dubbio e sbalordimento:
“Qual è il tuo crimine, anima mia?”.
Non lo so ancora.
Ho fatto una cosa sola:
svelare i miei pensieri,
scrivere di questa ingiustizia…
tracciare con l’inchiostro i miei sospiri …
Ho scritto una poesia…
La colpa ha vestito il mio corpo,
dalla punta dei piedi al capo.
Sono una poetessa in prigione,
una poetessa dalla terra dell’arte.
Sono accusata per le mie parole. (…)”

Non è facile alzare il capo nelle condizioni dell’oppressione e guardare alla liberazione futura e vicina. E’ stato questo alzare il capo a nutrire la speranza di coloro che non hanno rinunciato alla loro libertà anche quando attorno a loro tutto imponeva disperazione e degrado. ““alzatevi e levate il capo, perché la vostra liberazione è vicina…”

Alessandro Cortesi op

 

Gesù Cristo re dell’universo – anno B – 2018

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(Ermete Lancini, Gesù e Pilato, 1948 collezione privata)

Dn 7,13-14; Ap 1,5-8; Gv 18,33b-37

Il dialogo di Gesù con Pilato è una disputa drammatica. Si parla del regno innanzitutto e a Gesù è chiesto: ‘Tu sei il re dei Giudei?’

Il potere politico manifesta inquietudine e ansia di fronte a gesti e parole che possono minacciarlo. Gesù nel suo agire aveva risvegliato attese di liberazione e di riscatto. Il suo messaggio e la sua pratica di vita presentava aspetti di critica radicale all’ordine costituito: toccava le attese di spiritualità della gente e la sua testimonianza di vita chiedeva un nuovo modo di pensare i rapporti e la vita sociale. Gesù risponde alla domanda di Pilato indicando i tratti del suo regno: ‘il mio regno non è di questo mondo, se il mio regno fosse di questo mondo, i miei servitori avrebbero combattuto perché non fossi consegnato ai giudei’.

Accetta di essere indicato come re ma precisa che il suo regno viene da altrove, non può essere interpretato con le categorie proprie dei regni umani. E’ re diverso, non ha spada per difendersi non cerca un qualche dominio. Il suo regnare si compie nel darsi. Si è liberamente consegnato a chi è venuto per arrestarlo nella notte nell’orto degli Ulivi. L’assenza di spada, la sua inermità sono i segni del suo essere re: accetta di essere ‘consegnato’. Il regno di Gesù racchiude un messaggio nuovo di pace e di nonviolenza.

“Dunque tu sei re? Tu lo dici: io sono re. Per questo io sono nato e per questo sono venuto nel mondo: per rendere testimonianza alla verità. Chiunque è dalla verità, ascolta la mia voce”. La questione si sposta dall’essere re all’essere testimone della verità. La testimonianza della verità propria dei profeti in Israele è qui riproposta da Gesù. La verità connessa alla fedeltà dell’amore è tratto del volto di Dio amore fedele e saldo, su cui potersi appoggiare. Fede è trovare appiglio nela verità di Dio appoggio sicuro.

Gesù indica così la sua vita. Il regno è offerta di un nuovo rapporto con Dio: se Dio è il fedele ed è lui la verità, allora i rapporti con gli altri devono essere intesi in modo nuovo. Non nel dominio, nel potere, nella disuguaglianza, ma nella responsabilità nella pace e nella giustizia. Rapporti in cui ogni volto è da incontrare come fratello, sorella.

Nel racconto sembra che Pilato il rappresentante dell’imperatore, stia giudicando Gesù: di fatto il IV evangelista presenta un giudizio che si sta compiendo. Ma è Gesù che giudica, o meglio è di fronte a lui che si chiamati a prendere posizione.

“Allora Gesù uscì, portando la corona di spine e il mantello di porpora. E Pilato disse loro: ‘Ecco l’uomo!’. Al vederlo i sommi sacerdoti e le guardie gridarono: ‘Crocifiggilo, crocifiggilo!'”. Gesù è un re che ha inteso la sua vita come servizio fino alla fine. Chiede ai suoi di entrare nel regno facendo della propria vita un cammino di servizio e di attenzione solidale agli altri. ‘Ecco l’uomo’: Nei tratti di quest’uomo umiliato e offeso sta il volto autentico di ogni uomo e donna. Gesù si manifesta re proprio quando è il giudicato e il condannato. Il suo regno è dono di speranza e di pace per tutti coloro che sono vittime e schiacciati dalla storia. D’ora in poi sarà possibile incontrarlo tra i volti delle vittime e dei condannati della storia, perché lì si manifesta la vicinanza del Padre che prende le loro difese per inaugurare una nuova storia. Lo sguardo a Cristo re significa anche pensare alla responsabilità per lasciare spazio e far crescere il regno da lui iniziato nella nostra storia nelle concrete relazioni di ogni giorno.

Alessandro Cortesi op

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Quale regno oggi?

Festa di Gesù Cristo re dell’universo… Quale tipo di regno? Cosa significa oggi universo? Per rispondere a queste domande faccio riferimento ad alcune riflessioni raccolte in questi ultimi giorni.

Ernesto Olivero fondatore dell’Arsenale della Pace a Torino, si interroga sul tempo che stiamo vivendo abitato da aggressività, dalla rabbia, dall’odio che si diffonde dai social ai gesti della violenza (La pace è fragile ed è nelle nostre mani, Avvenire 15 novembre 2018).

“C’è tanta rabbia in giro, non siamo capaci di cogliere le sfumature della realtà, puntiamo il dito, cerchiamo un nemico facile. In fondo tutto questo ci rassicura, ci fa stare tranquilli nelle nostre certezze, ma alla fine ci blocca. Mai come oggi, ho capito che il male che vive dentro e fuori di noi può vincere. Il male che passa per bene, che può andare in prima pagina e affascinare. Il male che ti fa credere che ci siano condottieri capaci di risolvere ogni problema. Ma il male, cari amici, resta male e resta sulla coscienza di chi lo causa e di chi lo alimenta. E questo riguarda ognuno di noi. Mi chiedo in momenti così particolari che ruolo possiamo svolgere noi che, senza sentirci migliori degli altri, da tanto tempo stiamo provando a vivere la bontà come scelta del cuore e dell’intelligenza. Abbiamo scelto, anche tra le lacrime, di essere una porta aperta, per poter fasciare le mille situazioni di fatica, di disagio, di solitudine che ci hanno interpellato”.

(…) L’accoglienza non può essere improvvisata. Ha senso solo se amata, pensata, costruita insieme, governata. Ma è ciò che deve continuare a contraddistinguerci. Un Paese che costruisce muri è un Paese che soffoca, che non ha respiro, che chiude mente e cuore. Questa è una responsabilità di tutti. Chi non l’accetta si mette fuori da solo e rischia di creare i presupposti per un futuro terribile, di odio, di conflitto”.

Parlare di regno può significare allora guardare a questo tipo di rapporti nuovi in cui alla chiusura e al male si contrappone una ostinata testimonianza di uno stile alternativo, come ancora Olivero lo descrive: “Vorrei in modo semplice che ognuno di noi potesse testimoniare questo stile, per portare dialogo dove c’è contrapposizione, pacatezza dove c’è rabbia, braccia aperte dove ci sono pugni chiusi, disponibilità dove c’è insofferenza”.

In un’intervista la sociologa Danièele Hervieu-Léger (intervista di Olivier Pascal-Moussellard Pédophilie dans l’Eglise : “C’est tout le système clérical qu’il faut déconstruire” pleinjour.wordpress.com; traduzione http://www.finesettimana.org) partendo dalla considerazioen dello scandalo pedofilia nella chiesa parla della sfida che la chiesa si trova ad affrontare in una crisi, quella del tempo presente, paragonabile a passaggi epocali di secoli passati. Così la descrive:

“È gravissima. Di un’ampiezza paragonabile secondo me a quella che ha dato luogo alla Riforma nel XVI secolo o a quella che è stata indotta dalla Costituzione civile del clero nel 1790. Per comprenderla, bisogna riconsiderare la sua evoluzione nel tempo: risalire al XIX secolo, alla Rivoluzione, e allo scontro della Chiesa con lo sconvolgimento costituito dall’affermazione del diritto degli individui all’autonomia, che è il cuore della nostra modernità. Quest’ultima si è imposta prima di tutto sul terreno politico. La modernità con cui si scontrava la Chiesa allora era il riconoscimento dell’autonomia dei cittadini che faceva sì che la società sfuggisse alla regìa della religione. Questa rivendicazione di autonomia non ha mai smesso di ampliarsi e abbraccia oggi tanto la sfera intima che la vita morale e spirituale degli uomini e delle donne che, senza tuttavia necessariamente smettere di essere credenti, rifiutano la legittimità della Chiesa a dare norme in registri che ritengono debbano essere di competenza solo della loro coscienza personale”.


La sociologa individua due questioni fondamentali che richiedono una attenta revisione a fronte della crisi in atto:

“Il XIX secolo è il secolo in cui si inventa il modello familiare che conosciamo: quello della famiglia borghese centrata sulla coppia e sulla sua progenitura. È su questa cellula familiare eretta a “cellula di Chiesa”, che la Chiesa concentrerà al massimo i suoi sforzi di controllo. In che modo lo fa? Attraverso il controllo del corpo delle donne da un lato e l’esaltazione della figura del prete come uomo del sacro dall’altro”.

Danièle Hervieu-Léger delinea gli ambiti di un cambiamento avvertito con sempre più urgenza soprattutto nel superamento del sistema clericale e affrontando la questione femminile. In gioco è un modo nuovo di essere chiesa basato sul sacerdozio comune di tutti i fedeli:

“Il sistema clericale, a cui si imputano ormai le gravissime derive che esplodono oggi, non è riformabile. È questo stesso sistema che bisogna smantellare se si vuole inventare, se possibile, un’altra maniera di fare Chiesa. Quest’ultima non può più separare la ridefinizione radicale del sacerdozio come servizio della comunità e il riconoscimento pieno dell’uguaglianza delle donne in tutte le dimensioni, della vita della Chiesa, comprese quelle sacramentali. L’invito fatto ai preti di essere vicini ai loro fedeli, la nomina di qualche donna negli organismi del potere e perfino l’apertura dell’ordinazione ad alcuni uomini sposati debitamente selezionati non scongiureranno il disastro. Il problema che è sul tavolo è quello del sacerdozio di tutti i laici, uomini e donne, sposati o celibi a loro scelta. Una sola cosa è certa: la rivoluziona sarà globale o non sarà, e deve passare da una rifondazione completa del regime del potere nell’istituzione”.

Parlare di regno implica così anche affrontare la questione della riforma della chiesa che la situazione del presente sollecita in modo pressante.

Infine parlare di regno di Gesù Cristo oggi implica un riflettere sull’universo. In questi giorni si sta svolgendo a Milano un convegno nazionale promosso dall’Ufficio CEI per l’ecumenismo e il dialogo interreligioso sul tema «Un creato da custodire, da credenti responsabili, in risposta alla parola di Dio». L’orizzonte del regno è quello di un creato di cui scoprirsi parte e in cui scorgere che il grido dei poveri è indissolubilmente legato al grido della terra. Jürgen Moltmann in un suo messaggio al convegno ha scritto: «abbiamo bisogno di una nuova teologia della terra… la terra è nostra madre » e il patriarca ecumenico di Costantinopoli Bartolomeo ha ricordato «il manipolare e il controllare le limitate risorse umane del pianeta e la nostra avidità ci hanno alienato dal proposito iniziale della creazione».

Sono queste alcune implicazioni per riflettere oggi su come intendere che Gesù Cristo è re, non del dominio, ma che ha donato la sua vita nel servizio sino alla fine e chiama discepoli e discepole a scorgere come essere nel tempo responsabili del vangelo del regno.

Alessandro Cortesi op

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