la parola cresceva

commenti alla Parola della domenica e riflessioni

Archivio per la categoria “Commenti letture”

XXXIII domenica tempo ordinario – anno A – 2017

IMG_1495.jpgProv 31,10-13.19-20.30-31; 1Tess 5,1-6; Mt 25,14-30

La parabola dei talenti si legge nel capitolo 25 del vangelo di Matteo. E’ il discorso cosiddetto escatologico, che concerne le ‘cose ultime’: la venuta del Signore Gesù alla fine dei tempi che richiede vigilanza e attesa (la parabola delle dieci vergini, Mt 25,1-13), il giudizio sulla storia (l’azione del re che separa le pecore dai capri: Mt 25,31-46).

Messaggio centrale di questo capitolo è l’urgenza della decisione: tutta la storia va verso un incontro per essere con il Signore, per entrare in una festa di comunione. L’esperienza cristiana è attesa, si attua in un tempo supplementare. Il Signore viene come sposo.

La parabola dei talenti potrebbe essere piuttosto definita la parabola dei tre servi: si svolge in tre movimenti. All’inizio l’affidamento dei beni da parte del padrone a tre suoi servi, poi il diverso comportamento dei tre durante l’assenza del padrone, infine la parte più estesa, il rendiconto al ritorno del padrone dal viaggio. La distribuzione dei beni è compiuta dal padrone ‘secondo le capacità di ciascuno’. Tutto converge verso il finale. Appare un contrasto tra la lode dei servi, detti ‘buoni e fedeli’ e il rimprovero verso il terzo che è stato inoperoso e per paura ha nascosto sotto terra il talento a lui affidato. Un talento era unità di misura per metalli preziosi, ed indicava decine di chili d’oro; a livello monetario equivaleva a circa 6000 dramme o denari quando la retribuzione giornaliera di un operaio era circa di un denaro al giorno.

La parabola nella tradizione è stata letta come richiamo a porre a frutto le proprie capacità e le qualità umane: i talenti sono stati identificati con i doni naturali o di formazione che devono produrre risultati. Da qui nel linguaggio comune il termine ‘talenti’ sta ad indicare le doti di una persona e le sue capacità.

Certamente l’esigenza dell’impegno è un messaggio presente nella parabola ma questa interpretazione è sviante e piega la parabola ad una logica di efficienza e di successo. Gesù insiste su altro.

Nella parabola è da cercare il vertice verso cui tutto il racconto è orientato, che si può individuare nel dialogo tra il padrone e il terzo servo. Il dialogo con i primi due serve da preparazione, per contrasto. Il terzo servo viene rigettato non perché ha compiuto qualcosa di sbagliato. Piuttosto trova rimprovero perché non ha fatto nulla e soprattutto e in modo particolare perché è rimasto succube della paura. Il rapporto con chi gli aveva affidato una così grande ricchezza è stato da lui inteso nella logica della paura e della sottomissione.

Gesù parlava di cose comprensibili a chi udiva: un rapporto di ricchi e di lavoratori, di padrone e di servi. Con l’accenno ai talenti volge però il riferimento ad un altro piano e presenta il comportamento sconcertante del padrone che innanzitutto affida ricchezze così spropositate e inoltre dice ai servi: ‘entra nella gioia del tuo padrone’. L’appellativo ‘servo buono e fedele’ è espressione che va ben oltre la possibilità di relazione tra un padrone e i suoi servi. Gesù intende rinviare al volto di Dio e alla relazione con lui. Chiede a chi lo ascolta di intendere in modo nuovo il rapporto con Dio stesso. I talenti non sono allora le doti di ciascuno, o le ricchezze, piuttosto il dono gratuito e non quantificabile che viene da Dio.

I talenti indicano l’affidamento di un dono spropositato che richiama ed esige responsabilità: il dono di una comunione. Il terzo servo non ha compreso proprio questo: l’autentica ricchezza affidatagli stava nella fiducia, nell’essere accolto in un rapporto oltre ogni paura, oltre ogni esigenza. Si è invece lasciato imprigionare dal sospetto che gli ha impedito di vivere. Rimane chiuso in un’idea di Dio quale padrone esigente e terribile che lo rende incapace di agire: “So che sei un uomo esigente, che mieti dove non hai seminato e raccogli dove non hai sparso”. Ha considerato il talento non come dono ma lo trattiene come cosa estranea, non sua, da restituire senza nemmeno toccarla. Non comprende che il talento affidatogli è segno di una relazione. Non si apre a scorgere che nel talento stava il segreto di un affidamento perché potesse vivere la sua vita con la libertà dei figli, con la creatività di chi mette in circolo i doni.

La parabola è allora un richiamo a vigilare: l’attesa del Signore chiede di cambiare modo di pensare a Dio il Padre, chiede di uscire dalla paura che è contraria alla fede.

I talenti allora possono essere letti come le occasioni innumerevoli della vita nel tempo dato e negli incontri e opportunità di scelta: Dio il Padre affida a ciascuno la vita, ricchezza inesauribile in cui poter vivere tale affidamento. Il disegno del Padre sta nel far entrare i suoi figli nella gioia di una comunione di vita per sempre. Nel tempo della storia i discepoli sono chiamati a vivere la fedeltà non come rapporto contrattuale, fatto di paura, ma come accoglienza delle innumerevoli occasioni per essere creativi nel suo amore. Con gratitudine e responsabilità consapevoli di un dono.

Alessandro Cortesi op

IMG_1515

Talenti

Concetta Candido è un’operaia torinese. Il suo nome è stato ripreso dalle cronache nel giugno scorso. In un giorno di inizio estate nella sede dell’Inps di Torino Concetta ha appiccato il fuoco a se stessa riportando ustioni molto gravi.

Aveva in quel periodo ricevuto il licenziamento da una pseudo cooperativa, di quelle riconosciute legalmente ma che risultano essere sistemi riconosciuti legalmente per sfruttare il lavoro. E si era trovata nella triste situazione di iniziare la trafila burocratica di chi ha perso il lavoro mentre a casa le bollette continuavano a giungere, i debiti aumentavano e le giornate si facevano sempre più pesanti.

La sua storia ha suscitato scalpore e ha colpito molti. Gad Lerner ne ha scritto un libro pubblicato da pochi giorni (Concetta, ed. Feltrinelli). In esso articola una lettura della deriva in atto nel mondo del lavoro in Italia: “La deroga generalizzata dalle conquiste sindacali del secolo scorso si ripercuote a ogni livello con effetti nefasti che nessuna rivoluzione tecnologica sembra in grado di contenere. Basti osservare la prima conseguenza di lunga durata della riforma detta Jobs Act, una volta esaurito il triennio di esonero contributivo concesso alle aziende che assumevano nuovi dipendenti a tempo indeterminato, con un risparmio di 8060 euro il primo anno, e 3250 euro nei successivi 24 mesi. Scaduti nel 2017 i termini di questa imponente defiscalizzazione a carico dell’erario (oltre 10 miliardi), in più del 90% dei casi le nuove assunzioni risultano essere a tempo determinato, cioè precarie”.

E’ in atto una trasformazione che vede venir meno e frantumarsi le acquisizioni di difesa dei lavoratori e porta sempre più ampie fasce di persone a precipitare nella disperazione, senza sostegni e disorientate tra uffici e obblighi sempre nuovi. L’analisi di Lerner fotografa una realtà di drammi personali e sociali per lo più nascosti che richiederebbero invece attenzione diffusa e una progettualità nuova per mondo del lavoro:

“Chi perde il lavoro ha scarsissime probabilità di trovarne un altro a parità di tutele o di reddito. Chi lo cerca per la prima volta, e non dispone di un’alta specializzazione, mette in conto di doversi scordare il posto fisso. Del resto, anche le nuove forme di lavoro autonomo, l’incentivo propagandistico al fai-da-te, mascherano pratiche di autosfruttamento servile in concorrenza feroce con i propri simili. L’esercito della manodopera di riserva è un vasto contenitore di solitudini e frustrazioni che solo i meccanismi spontanei di reciproco sostegno familiare, e il rapido consumo di risorse patrimoniali accumulate dalle generazioni precedenti, proteggono dalla minaccia dell’indigenza” (G.Lerner, Concetta, Feltrinelli).

Quarant’anni fa, in questi giorni, moriva Giorgio la Pira. Può essere motivo di riflessione riascoltare la sua voce di professore di diritto che aveva assunto l’impegno politico a partire dalla sua chiamata ad essere testimone del vangelo. Per lui politica significava cura per le diverse dimensioni in cui si esplica la vita delle persone: la possibilità di una casa, del lavoro, della scuola, della vita sociale e comunitaria.

In una lettera a Fanfani del 27 Novembre 1953 così scriveva: “è mezzanotte, non prendo sonno, e sento la necessità di rispondere subito a qualche punto essenziale della tua lettera odierna. Anzitutto: vedi caro Amintore; io non sono un “sindaco”; come non sono stato un “deputato” o un “sottosegretario”: non ho mai voluto essere né sindaco, né deputato, né sottosegretario, né ministro (ricordi l’offerta di De Gasperi?). Quanto al “sindaco” mi pare che il mio telegramma di una quindicina di giorni fa parla chiaro. E la ragione di tutto questo è così chiara: la mia vocazione è una sola, strutturale direi: pur con tutte le deficienze e le indegnità che si vuole, io sono, per la grazia del Signore, un testimone dell’Evangelo… mi sarete testimoni (eritis mihi testes) mia vocazione. la sola. è tutta qui! Sotto questa luce va considerata la mia “strana” attività politica: non bisogna dimenticare che durante i tempi più acuti e dolorosi del fascismo è stata questa mia vocazione di “testimonianza a Cristo” a mettermi in prima linea nella trincea del più aspro combattimento. E se poi, necessariamente, i cattolici italiani mi misero in prima linea nella vita politica – costringendomi! – quella vocazione di testimonianza fu, almeno come ideale, la sola stella della mia azione. Veniamo ora al “sindacato”: figurati, se io posso rinunziare alla verità ed alla giustizia per servire alla lettera della legge: e poi: quale legge? Guardare senza operare alle iniquità che si nascondono sotto i velami della legge? Summum jus summa iniuria dicevano i romani; e S. Tommaso: non est lex sed corruptio legis: non è legge ma corruzione della legge! Osservare duemila sfrattati senza intervenire in qualsivoglia modo? Quali iniquità: leggi che hanno un solo destinatario: il disgraziato, il povero, il debole; per caricare su di lui altri pesi ed altre oppressioni (legge sfratti, fatta alla insegna D.C.)! Osservare novemila disoccupati senza intervenire in qualsivoglia modo? Senza stimolare, per vie diritte e per vie storte, un governo apatico, quasi ignaro del dramma quotidiano del pane di novemila disoccupati? Non c’è danari: quale formula ipocrita e falsa: non c’è danari per i poveri la formula completa e vera! Siamo un paese povero: altra formula ipocrita: siamo un paese povero pei poveri, è la formula vera!”.

Riflettere oggi sui talenti potrebbe condurre a pensare a tutti i mezzi da usare per redistribuire il lavoro e per difendere la dignità di tutti coloro che lavorano. Ed è lavoro sia quello riconosciuto e retribuito sia ogni forma di lavoro non retribuito e non riconosciuto come tale, per esempio nella vita domestica. Talenti possono essere anche le occasioni in cui è richiesta creatività per progettare un mondo del lavoro con maggiore equità, non costruito su privilegi ed esclusioni dei più fragili. Talenti sono anche i doni che non si identificano con il profitto e il denaro quali fini assoluti, ma sono la vita delle persone, delle loro famiglie quali tesori non da sfruttare ma da custodire e coltivare con cura.

Alessandro Cortesi op

Annunci

XXXII domenica tempo ordinario – anno A – 2017

IMG_1319.jpgSap 6,12-16; 1Tess 4,13-18; Mt 25,1-13

Le lampade, l’olio e la porta sono le immagini della parabola delle giovani stolte e sagge. Alla fine del suo vangelo nel capitolo 25, prima del racconto della passione e morte di Gesù Matteo raccoglie alcune parabole sulla vigilanza. La missione di Gesù è tutta orientata al regno di Dio. I segni del suo inizio sono già presenti nel suo agire di liberazione. Ma c’è una attesa da maturare. Il regno è il nuovo mondo di rapporti che l’amore di Dio vicino e accolto genera per tutti. Gesù ha manifestato nel suo agire la vicinanza di Dio a chi è ‘pietra scartata’. Ha detto con la sua vita che l’umanità non è più sotto il dominio dell’egoismo, del male e della morte, ma c’è speranza di vita e liberazione per tutti. Il regno è come un seme e il tempo della chiesa è tempo dell’attesa.

La parabola narra di una festa di nozze. La festa e lo sposalizio rinviano alla grande intuizione dei profeti che Dio è sposo e ama il suo popolo Israele con amore appassionato. “Ti farò mia sposa per sempre, ti farò mia sposa nella giustizia e nel diritto, nella benevolenza e nell’amore, ti fidanzerò con me nella fedeltà e tu conoscerai il Signore” (Os 2,18.21-22) “Anche se i monti si spostassero e i colli vacillassero, non si allontanerebbe da te il mio affetto, né vacillerebbe la mia alleanza di pace; dice il Signore che ti usa misericordia” (Is 54,1-10)

Nel rito del matrimonio ebraico la sposa con le amiche attendeva al tramonto l’arrivo dello sposo per iniziare il corteo verso la casa di quest’ultimo dove si svolgeva il banchetto delle nozze. La parabola richiama l’esperienza della festa e fa emergere una contrapposizione tra la luce e il buio: al tramonto è necessario tenere accese le lampade per accogliere lo sposo. Ma il suo ritardo scombina i piani. Giunge il sonno che fa assopire le amiche della sposa. Il sonno è come una forza che impedisce il vegliare. E’ da notare che tutte si addormentano. Quando giunge la voce “Ecco lo sposo” tutte preparano le lampade. La luce delle lampade vince il buio della notte e prepara l’incontro con lo sposo. L’olio elemento per illuminare ricorda il simbolo dell’unzione di re e profeti. E’ segno di ospitalità e fraternità: “Ecco quanto è buono e quanto è soave che i fratelli vivano insieme. E’ come olio profumato sul capo che scende sulla barba, sulla barba di Aronne, che scende sull’orlo della sua veste” (Sal 133,1-2). L’olio è anche simbolo di gioia e abbondanza. Solo alcune giovanette, amiche della sposa, hanno olio per tenere accese le lucerne. E’ forse riferimento all’atteggiamento del saggio: “Neppure di notte si spegne la sua lucerna” (così i Proverbi delineano la donna saggia Prov 31,18). Le lampade sono segno di prontezza e disponibilità: “Non si accende una lucerna per metterla sotto il moggio, ma sopra il lucerniere, perché faccia luce a tutti quelli che sono nella casa.” (Mt 5,14-16). La porta chiusa e la porta aperta sono due risvolti del medesimo messaggio: la porta è aperta per chi vive l’attesa dell’incontro. Anche nel ritardo è esperienza di gioia e tempo di responsabilità. Nella vita spesso le contraddizioni e delusioni mettono alla prova e la capacità di resistere viene meno. La fede è esperienza di attesa che si fa responsabilità: lasciare che fluisca l’olio dell’ospitalità, della fraternità, della benedizione, nelle piccole cose del quotidiano.

Alessandro Cortesi op

IMG_1363.JPG

Olio

“La ruota del mulino, la grande ruota ad acqua, serve a far funzionare le due macine di granito, che, accoppiate, ruotano a loro volta, verticalmente, ma con moto anche di rivoluzione e traslazione su un fondello, limitato da un orlo di ghisa (…) Dal piano superiore del frantoio una certa quantità di olive, che in questa stagione sono in parte brune in parte ancora verdi, è fatta cadere, attraverso una tramoggia, direttamente sotto la macina. Si forma così, dopo una prima frantumazione, una poltiglia spessa, granosa e ruvida, di colore bruno-rossastro, dove però è ancora possibile distinguere, a occhio nudo, una infinità di piccoli pezzi verde-chiari e altri color legno, quello dei noccioli. La poltiglia viene ficcata, a mano, dentro cestini di cocco bassi e rotondi, che si chiamano viscoli, oppure fiscoli, o anche bruscole… I viscoli sono collocati l’uno sull’altro, in una prima pressa, e una colonna d’acciaio, sorgendo dal basso, spreme il primo olio, che comincia ad uscire grasso, quasi pastoso, a goccia a goccia, adagio e faticosamente. La polpa che rimane è ancora buonissima, vien tolta mano dai viscoli e ammucchiata: dal mucchio poi ributtata, con le pale, sotto le macine. E’ la seconda, e ultima, frantumazione” (Mario Soldati, Da leccarsi i baffi, Memorabili viaggi in Italia alla scoperta del cibo e del vino genuino a cura di Saverio Novelli, ed. Deriveapprodi, Roma, 278-287)

La descrizione di Mario Soldati della preparazione dell’olio nella masseria di Cesare Garboli, traduttore e filologo suo amico, è un brano di letteratura che riporta alla materialità e simbolicità del rito della frangitura.

L’olio è frutto di una spremitura che vede la sua origine lontano nei giorni e nelle stagioni, nella paziente cura di quell’albero generoso che è l’olivo, capace di resistere a intemperie nel tempo e il cui legno ricurvo e nodoso è rinvio ad una sopportazione lenta del tempo e delle sue prove. L’olio è anche legato alla fragranza e alla bellezza. La cultura dell’olio attraversa le del Mediterraneo recando con sé immaginari diversi, riti collettivi, sapienze maturate nei secoli di lavorazione e di utilizzo. L’olio è stato non solo condimento ma base di alimentazione per contadini e ricchezza di vita per molti.

Come non dimenticare l’immagine straziante della contadina palestinese aggrappata ad un olivo secolare mentre le ruspe trascinano via fusti di olivi per spianare i campi e renderli luogo di costruzione di muri di separazione di cemento? Come non ripensare ad immagini di epoche non lontane quando nelle piane siciliane e pugliesi ettari di uliveti venivano rasi al suolo per fare posto alle nuove costruzioni di industrie che avrebbero portato progresso, emancipazione e lavoro (si pensi a certi filmati d’epoca sulla costruzione dell’Ilva di Taranto…)?

Oggi sostare sui significati dell’olio, in questi giorni di raccolta delle olive e di frangitura con l’arrivo dell’olio nuovo, può essere occasione per riflettere su quel messaggio comune pronunciato insieme da due voci profetiche del nostro tempo, Bartolomeo, il ‘patriarca verde’ e Francesco che nella Laudato sì ha proposto le linee di una conversione ecologica della vita umana: “Facciamo… appello, a quanti occupano ruoli influenti, ad ascoltare il grido della terra e il grido dei poveri, che più soffrono per gli squilibri ecologici” (messaggio per giornata del creato 1 settembre 2017)

L’olio dovrebbe riportarci alla capacità di ascoltare e coltivare stupore. Quel sentimento che si prova al gocciare dell’olio nuovo, al suo colore verdastro che traspare dalle bocce in cui viene versato, mentre i raggi bassi del sole attraversano gli olivi nel tempo di autunno, o quando si avverte il pizzicore amaro che lascia in bocca quando viene assaggiato ungendo il pane fresco.

E’ lo stupore di Ildegarda di Bingen, davanti al verde del creato, alle piccole cose capaci di recare in sé per l’occhio attento una meraviglia propria ed una fessura sull’oltre, quell’energia di vita che fa crescere e fiorire le piante e copre di verde campi e boschi.

Tante persone ordinarie sanno ancora stupirsi nel loro quotidiano leggendo la natura come creazione, luogo di un incontro, sacramento di presenza. E’ la capacità di coltivare gioia nel coltivare un fazzoletto di terra davanti a casa, nel dare acqua alle piante su di una terrazza, nel custodire i fiori del balcone con semplicità. E’ la capacità di sentirsi responsabili per lasciare ad altri la possibilità di gustare la vita e la bellezza delle cose terrene in contrasto con una riduzione di tutto alla realtà virtuale. L’olio nelle sue trasparenze di verde è riflesso di questo ricordo.

Alessandro Cortesi op

XXXI domenica tempo ordinario – anno A – 2017

IMG_1271.JPGMal 1,14-2,2; 1Tess 2,7-9.13; Mt 23,1-12

I filatteri, detti tefillim (preghiere) sono piccoli astucci di cuoio a forma di cubo: al loro interno custodiscono rotolini di pergamena con su scritti brani biblici. Vengono legati alle braccia, alle mani e sul capo durante la preghiera. Le frange, zizit, sono trecce di tessuto legate alla veste, o applicate al mantello della preghiera (tallit): un segno a ricordo dei comandamenti del Signore. I posti nella sinagoga sono i luoghi della preghiera nella assemblea. Filatteri, frange, posti nelle sinagoghe… sono tutti elementi esteriori della preghiera e del culto. Come tanti segni religiosi in ogni tradizione rinviano ad un coinvolgimento della vita. Sono simboli che dovrebbero rendere presente l’esigenza di una fede che permea la vita: “Questi precetti che oggi ti do ti stiano fissi nel cuore… te li legherai alla mano come un segno, ti saranno come un pendaglio tra gli occhi, e li scriverai sugli stipiti della tua casa e sulle tue porte” (Dt 6,8-9)

Se i simboli rimangono solo esteriorità si riducono a forme vuote senza riferimento all’esistenza. Perdono il loro senso, anzi generano sviamenti profondi. I profeti in Israele hanno richiamato contro questa continua tentazione, il piano inclinato di una religione dell’esteriorità senza che la vita ne risulti toccata. La fede non può ridursi ad apparati esteriori, a liturgie vuote. Esige coinvolgimento dell’interiorità. I profeti per questo criticano un culto svuotato e chiedono scelte di giustizia quale autentico culto a Dio.

Così Amos si fa voce dell’esigenza di Dio per gli ‘spensierati di Sion’: “Io detesto, respingo le vostre feste e non gradisco le vostre riunioni; anche se voi mi offrite olocausti, io non gradisco i vostri doni … Piuttosto scorra come acqua il diritto e la giustizia come un torrente perenne” (Am 5,21-24). Così Isaia: “Smettete di presentare offerte inutili, l’incenso è un abominio per me; noviluni, sabati, assemblee sacre, non posso sopportare delitto e solennità… le vostre mani grondano sangue. Lavatevi purificatevi, togliete il male dalle vostre azioni, dalla mia vista. Cessate di fare il male imparate a fare il bene, ricercate la giustizia, soccorrete l’oppresso, rendete giustizia all’orfano, difendete la causa della vedova” (Is 1,11,17)

Gesù riprende questa critica e la fa propria: “essi dicono e non fanno. Legano infatti fardelli pesanti e difficili da portare e li pongono sulle spalle della gente, ma essi non vogliono muoverli neppure con un dito. Tutte le loro opere le fanno per essere ammirati dalla gente”. E’ una critica rivolta a coloro che hanno funzione di guida: pongono pesi insopportabili per gli altri, impongono obblighi, norme e prescrizioni. Ma essi vivono l’ipocrisia di una religiosità fatta di cose esteriori senza coinvolgimento della vita. Non vivono rapporti di accoglienza e solidarietà con i poveri. Il rapporto con Dio invece si compie nell’attenzione e custodia verso chi è svantaggiato e impoverito.

Gesù descrive anche quale modo di vivere i rapporti pensa per la sua comunità che da lui è proposta come fraternità di uguali: “non fatevi chiamare rabbì, perché uno solo è vostro maestro e voi siete tutti fratelli”. E’ un cambiamento radicale rispetto ad una concezione per cui c’è chi comanda e chi è suddito, c’è dominio e strumentalizzazione delle persone.

La fraternità e sororità conviviale che Gesù propone è comunità dove ognuno ha un volto: vi sono differenze di doni e ognuno è chiamato a mettersi a servizio degli altri. Ma c’è un unico maestro e guida: il suo gesto di lavare i piedi come maestro dovrebbe rimanere fondamentale. Gesù si oppone a chi pretende di farsi guida mettendosi al posto di Dio, secondo la logica del dominio, venendo meno all’ascolto dell’unico Padre e dell’unico maestro. Chi pretende di essere guida viene meno all’essere discepolo: proprio del discepolo è rimanere dietro, intendere la propria vita come un seguire, in un cammino in cui riconoscersi non dominatori ma fratelli.

Per la sua comunità Gesù indica uno stile alternativo: è stile che richiede consapevolezza di essere in cammino, al seguito dell’unico maestro che si è fatto povero e ha detto ‘Io sono in mezzo a voi come colui che serve’. Gesù ai suoi prospetta l’atteggiamento di chi vive non nell’autosufficienza ma nella ricerca. E’ lui ‘unico maestro che ha vissuto la vita come ascolto del Padre e così chiede ai suoi: rimanere in ascolto di Dio e degli altri . E’ la via di chi trova la sua guida nella Parola che rinvia sempre oltre i gretti confini delle nostre certezze e di chiusure identitarie.

Anche i segni più belli che rinviano alla Parola di Dio possono risultare svuotati, anche il culto può divenire luogo in cui si manifesta l’ingiustizia. Le parole di Gesù provocano a vivere un rapporto con Dio che passa per la concretezza di scelte e gesti di custodia e solidarietà con i poveri.

Alessandro Cortesi op

luterani cattolici 2017 Trentolavanda dei piedi reciproca tra vescovi luterani e cattolici – Cattedrale di Trento 11 ottobre 2017

Lavanda dei piedi in Duomo a Trento fra l'arcivescovo Lauro Tisi e il vescovo luterano Karl-Hinrich Manzke

Riforma

Cinquecento anni fa, il 31 ottobre 1517, a Wittenberg, in Sassonia, il monaco Martin Lutero affisse al portone della chiesa della residenza dell’Elettore alcuni fogli con su riportate le famose 95 tesi dal titolo ‘Disputa circolare per chiarire l’efficacia delle indulgenze’. Gli storici dibattono se questo gesto sia stato effettivamente compiuto come lo tramanda la tradizione o se le tesi fossero una serie di questioni che come nell’uso della vita accademica del tempo, venivano fatte oggetto di proposta e discussione nel vivace ambiente universitario. Esse in ogni modo furono un fattore detonante nel quadro di un risentimento crescente in ambito tedesco contro la diffusa pratica dell’offerta delle indulgenze in cambio di un pagamento che riduceva la salvezza ad una questione di commercio.

Quel momento per Lutero significava esigenza di ritorno alla Scrittura, proposta di rapporto diretto con la Parola quale fonte del cristianesimo, scoperta della centralità della grazia nella via del credente in rapporto con un Dio misericordioso, nei termini di fiducia assoluta e di gratitudine. Indicava infine un ritorno alla chiesa delle origini, purificata dalle contaminazioni con il potere mondano e dall’imitazione delle strutture del dominio: una comunità di sorelle e fratelli, con diverse funzioni ma senza superiorità o privilegi.

Erano elementi che affondavano le loro radici in orientamenti di scuole teologiche, di spiritualità e di dibattiti presenti in forme diverse in età medioevale e divengono motivi carichi di novità che conducono al formarsi di chiese confessionali separate, con pesanti conflitti, lotte e costruzione di una propria identità in contrapposizione all’altro. Da allora la storia dell’Europa è cambiata con forti implicazioni sociali e politiche. Comprendere la Riforma è essenziale pe comprendere questa storia.

La celebrazione degli anniversari centenari di questo momento iniziale della Riforma sono stati nel passato esclusiva occasione delle chiese protestanti nella linea di affermazione di una identità della letta in contrapposizione alla chiesa romana.

Dopo il concilio Vaticano II il contesto è mutato. Questo quinto centenario si colloca in un tempo nuovo, in cui si va sempre più attuando il passaggio ‘dal conflitto alla comunione’. La presenza di papa Francesco a Lund l’anno scorso all’inizio della celebrazione della Riforma è stato un segno dello Spirito che apre percorsi nuovi. Ed egli ha ringraziato Dio “per i doni che la Riforma ha portato alla Chiesa”.

La Federazione Luterana Mondiale e il Pontificio Consiglio per la Promozione dell’Unità dei Cristiani hanno pubblicato un documento comune. Si dicono «grati per i doni spirituali e teologici… Si è trattato di una commemorazione condivisa non solo tra noi ma anche con i nostri partner ecumenici a livello mondiale. Allo stesso tempo, abbiamo chiesto perdono per le nostre colpe e per il modo in cui i cristiani hanno ferito il Corpo del Signore e si sono offesi reciprocamente nei cinquecento anni dall’inizio della Riforma ad oggi. Noi, luterani e cattolici, siamo profondamente riconoscenti per il cammino ecumenico che abbiamo intrapreso insieme negli ultimi cinquant’anni. (…)

Tra le benedizioni sperimentate durante l’anno della Commemorazione vi è il fatto che, per la prima volta, luterani e cattolici hanno visto la Riforma da una prospettiva ecumenica. Ciò ha reso possibile una nuova comprensione di quegli eventi del XVI secolo che condussero alla nostra separazione. Riconosciamo che, se è vero che il passato non può essere cambiato, è altrettanto vero che il suo impatto odierno su di noi può essere trasformato in modo che diventi un impulso per la crescita della comunione ed un segno di speranza per il mondo: la speranza di superare la divisione e la frammentazione. Ancora una volta, è emerso chiaramente che ciò che ci accomuna è ben superiore a ciò che ci divide”.

Due osservazioni per un impegno futuro si potrebbero suggerire: una riguardante i rapporti tra le chiese, una in relazione alla vicenda dell’umanità. La prima consiste nell’esigenza di giungere a trarre le conseguenze anche sul piano della vita di chiesa del fondamentale accordo raggiunto a livello teologico con “Dichiarazione congiunta sulla dottrina della giustificazione” del 31 ottobre 1999. Esse potrebbero condurre al riconoscimento della ospitalità eucaristica, esigenza avvertita profondamente nelle comunità e famiglie.

La seconda osservazione riguarda la testimonianza e l’azione per la costruzione di una convivenza umana nel futuro. La testimonianza dei cristiani è sollecitata come mai prima d’ora a perseguire l’eliminazione delle disuguaglianze e ingiustizie esistenti anche in regioni in cui è significativa la presenza di chiese cristiane. L’orientamento a proporre un nuovo modo di vivere l’economia che non produca iniquità e sfruttamento va di pari passo con una scelta chiara per la pace nella linea del disarmo nucleare e della eliminazione delle guerre. Inseguendo tali orizzonti c’è da camminare insieme.

Alessandro Cortesi op

 

XXX domenica tempo ordinario – anno A – 2017

IMG_1245.JPGEs 22,21-27; 1Tess 1,5-10; Mt 22,34-40

“Maestro qual è il più grande comandamento della legge? Gesù rispose: Amerai il Signore Dio tuo con tutto il cuore con tutta l’anima e con tutta la mente. Questo è il più grande e il primo dei comandamenti. E il secondo è simile al primo: amerai il prossimo tuo come te stesso”

Un dottore della legge voleva mettere alla prova Gesù e gli pone una questione su cui era aperto il dibattito teologico tra diverse scuole e orientamenti e facilmente potevano sorgere conflitti. Gesù accetta la sfida, non la sfugge. Ma la rende occasione per offrire un orizzonte proprio. La questione del più grande comandamento rinvia alla questione del senso della vita. Nella risposta d Gesù si mescola insieme comandamento e amore, fedeltà alla legge e compimento della legge nella gratuità dell’amore.

Al centro della sua risposta sta l’indicazione dell’amore espresso nei termini dell’‘agape’. Un amore che non può tener separato sguardo a Dio e sguardo all’altro, il prossimo. Agape è termine caratteristico e proprio nel Nuovo Testamento. Amare secondo i tratti dell’agape implica uno stile è attuazione dell’amore come dono e gratuità. Rispetto alla concezione di amore come forza che spinge a prendere e possedere e trattenere per sé, l’agape è apertura ad altro in cui è al centro la dimensione della gratuità e del dono.

L’agape è un amore che va incontro all’altro non per colmare un vuoto, non per impossessarsi di qualcosa o di qualcuno ma nella gratuità dell’accoglienza e della condivisione. E’ sguardo che pone cura verso chi non è amabile: non tiene per sé ma si spezza per… Agape indica dono e ‘gratuità’. E’ il modo di amare proprio di Dio, che apre orizzonti nuovi. Apre il desiderio umano, forza dell’amore, ad essere desiderio che prende su di sé le attese degli altri, giungendo a fare della propria vita un pane spezzato. Dio solo ama così e quando possiamo sperimentare tale tipo di amore è perché si rende presente un dono che non viene da noi.

Nella risposta di Gesù sono uniti insieme due orizzonti dell’amare: amare Dio non può compiersi senza il riconoscimento dell’altro come prossimo.

Imparare ad amare secondo la prospettiva indicata da Gesù – ‘ama il Signore, ama il prossimo come te stesso’ – è la grande questione dell’esistenza cristiana. E’ domanda che inquieta il pensare ma chiede in primo luogo cambiamento di vita. Agape è disponibilità a superare ogni ripiegamento che chiude e porta a trattenere, i beni, gli altri, la vita stessa. Nella società del ‘mercato globale’ dove tutto si desidera e compra o dove tutto si perde ed è inavvicinabile, le parole di Gesù sono una provocazione a vivere la gratuità come stile, da tradurre in percorsi quotidiani, in modo discreto, nella consapevolezza che è frutto di un dono, opera di Dio che agisce nei cuori.

Alessandro Cortesi op

IMG_1215(Gianfranco Meggiato, Il gardino delle muse silenti – 2017)

La guerra disfatta dell’umanità

Cent’anni fa, in questa fine del mese di ottobre, erano i giorni della disfatta di Caporetto. In quel tempo si manifestava in modo eclatante il disastro a cui la guerra conduce. Quella guerra come tutte le guerre. Caporetto significa 11.000 morti, 29.000 feriti, circa 300.000 prigionieri, circa 300.000 sbandati.

Quella guerra proclamata con la retorica della conquista, del nazionalismo e con l’illusione della brevità, della repentina avanzata per ampliare i confini, rivelò nell’autunno del 1917, se non fossero stati sufficienti gli anni precedenti, anche sul fronte italiano il suo lato più oscuro. La morte e la devastazione, la condizione miserevole della ritirata, intere popolazioni costrette a lasciare le loro terre, profughi ridotti in condizioni di miseria e inedia. I civili furono 250.000 in fuga e nei mesi successivi aumentarono a 600.000 rifugiati. Fu poi quell’autunno l’inizio di sofferenze, umiliazioni e fame, per i prigionieri condotti nei campi di concentramento e ai lavori forzati nelle regioni del Nord e dell’Est.

Nulla come le scritture di persone comuni può testimoniare anche da parte di illetterati la disumanizzazione a cui la guerra conduce. In quegli anni essi lasciarono affidati alle lettere a casa, alle cartoline e ai diari il racconto delle condizioni della trincea o dell’inabissamento nelle caverne di neve, i patimenti quotidiani e le speranze di ritornare. La scrittura si impose come imperativo di fronte alla tragedia per poter ricordare la sofferenza insopportabile e per poter resistere alla disumanità.

Tante di queste voci di testimoni sono state raccolte in un libro da Antonio Gibelli (La guerra grande. Storie di gente comune, ed. Laterza 2015, 3 ed) la cui lettura accompagna a scorgere ciò che della guerra non si vede e non si percepisce da lontano. Alcune di queste voci riportano ai giorni di Caporetto e della rotta. Così nei quaderni di Giovanni Bussi, un sarto piemontese della regione delle Langhe:

“Quando fui sul fronte capii che stavo vivendo una grande esperienza, che sarebbe stata una cosa importante, che forse saremmo andati a finire male, che bisognava scrivere tutto. Ho iniziato il diario all’inizio della mia guerra”.

“Io ho solo 19 anni, non ho istruzione, non ho mai avuto una casa mia, ma nella mia ignoranza comprendo tutto l’atroce dramma di questa gente che causa la guerra e di chi la fa fare, deve abbandonare tutto il suo avere e le proprie case e andarsene esule verso l’ignoto. Partono attaccando i buoi al carro sul quale salgono le donne, i vecchi e i bimbi e nel quale hanno messo qualche cosa da mangiare e un po’ di robe personali, gli uomini marciano a piedi alla guida dei carri, imboccano la strada maestra dove vi sono già altri che vanno con carri e altri svariati mezzi di trasporto. Marciano per uno o due chilometri, poi non si può più andare avanti, la strada è ingombrata, per proseguire bisogna staccare i carri, farli rotolare nella scarpata. Poi prelevano, da ciò che avevano caricato, le cose più necessarie e se ne fanno un fagottino per uno e seguitano marciare portandosi dietro i buoi e i cavalli, ma poi è giocoforza abbandonare anche il bestiame che se ne va per i campi. Per qualche tempo le famiglie marciano unite ma poi, nella confusione, perdono contatto, il marito perde di vista la moglie, il bimbo la madre, ecc. e così il dramma di questo terribile esodo è al completo”.

In altri memoriali si possono scorgere i processi di degradazione umana e di malvagità a cui la guerra conduce. Vincenzo Rabito, di origini siciliane, ‘inalfabeta’ come egli stesso si definisce, così descrive la sua metamorfosi da giovane – giunto alla trincea come ragazzo del ’99 – a spietato esecutore e macellaio senza più sentimento umano e impazzito. I suoi appunti sono testimonianza del suo divenire quasi spettatore della trasformazione di se stesso, da giovane timido in un’altra persona assuefatta ad uccidere e alla brutalità.

“E cosí, amme, tutta la paura che aveva, mi ha passato, che antava cercando li morte magare di notte, che deventaie un carnifece. Impochi ciorne sparava e ammazava come uno brecante, no io solo, ma erimo tutte li ragazze del 99, che avemmo revato [eravamo arrivati] piancendo, perché avemmo il cuore di picole, ma, con questa carnifecina che ci ha stato, deventammo tutte macellaie di carne umana”. “Tutte erimo redotte senza penziero, erimo tutte inrecanoscibile, erimo tutte abandonate del monto [abbandonati dal mondo, ossia usciti dai confini del mondo umano]”.

E’ un paradosso che proprio in quei giorni gli fosse proposta una medaglia al valore. Ma è questo il lato oscuro della guerra quello che nessuno vede e conosce se non chi l’ha sperimentata, Da qui sorge quel forte o flebile grido: ‘mai più’ ripetuto da chi ha toccato con mano la guerra come imbarbarimento dell’umanità, come ‘inutile strage’.

La guerra ‘grande’ del 1914-18 fu la prima guerra del secolo breve che rivelò la potenza devastatrice di un tecnologia che cambiava i connotati del combattimento dei secoli precedenti. Non un affrontarsi di eserciti sul campo, ma il coinvolgimento di popolazioni intere. La guerra come seminagione di morte con utilizzo di nuovi mezzi della tecnologia (la mitragliatrice, i cannoni), in balia di comandanti impreparati e insensibili, inebriati da nazionalismi e da miti di grandezza e di potere.

Alcuni diari evidenziano gli aspetti nascosti di tale esperienza come fallimento dell’umanità. Così nei Diari di Giuseppe Manetti, detto Beppe, mezzadro toscano del comune di Bagno a Ripoli, nato nel 1884. Il 13 giugno del 1917 scriveva: “Il posto dove siamo si chiama il vallone di Doberdò: bisognerebbe vedere quante baracche che ci sono quanti ricoveri quanti lavori di offesa e di difesa qua si è creato unaltro nuovo mondo trasformato tutto dalla natura di un terreno civile in una natura artificiale bellica poveri omini tutti i vostri studi come male li ai adoprati [adoperati]! Io sono qui e posso essere nelle ultime ore di vita edamiei bambini cosa li lascierò? altro che della fame perché tutto ciò che noi, ei nostri padri avevano prodotto siamo venuti a distruggerli qua su distruggerli sopra a questi monti quanto siamo in civili!”.

E ancora: “A viverci in mezzo ai bravi soldati si capisce ogni giorno di più che grandissimo sacrificio sia questa grande guerra – scrive il 5 ottobre 1917 –. Chi non dà la vita ha già dato parte del sangue. Se non lo ha dato forse lo darà, e dà in ogni modo i più begli anni della sua fiorente gioventù oppure sacrifica l’affetto fortissimo di padre e di figlio. E lo stento continuo quotidiano, la fatica aumenta perché le forze diminuiscono, l’isolamento forzato – il rancio che anche lui è sempre quello e sempre quello (quando c’è), tutto rende la vita difficile, dura e monotona! E così ben si capisce che in questa lotta inumana tutti patiscono, tutti danno una parte di sè stessi che raramente si potrà recuperare”.

Una lotta disumana in cui tutti soffrono: questo è la guerra.

Oggi non lontano da noi, in Siria, in Irak, in Afghanistan e così nelle regioni dell’Africa subsahariana la guerra è esperienza che continua da anni e anni, con il coinvolgimento di soldati anche bambini, con milioni di profughi, migliaia di vittime soprattutto civili.

Nel cuore dell’Europa in questi giorni assistiamo ad un affermarsi di nuovi nazionalismi e chiusure identitarie nel crescere di attitudini di egoismo e indifferenza verso altri popoli. Proclami e gesti di xenofobia, di razzismo, semi di una cattiveria che s’infiltra e dilaga nei linguaggi quotidiani, nel disprezzo dell’altro, nell’offesa ripetuta e escludente.

Amare Dio e il prossimo appare orizzonte negato dalla malvagità che la guerra, cent’anni fa la guerra ‘grande’, oggi la guerra diffusa spezzettata, comportano. E con esse la seminagione del disprezzo dell’altro, dell’esclusione e del rifiuto che continuano.

La guerra è esperienza di contrasto: quel male così grande ha aperto a molti che l’hanno sperimentato, ai più che ne hanno sofferto la tragedia, a impegnarsi per la pace, a non ripetere quello che è stato. Oggi è urgente non lasciare spazio a fenomeni che sappiamo essere produttori di guerra e che sono sin d’ora fattori di disumanizzazione. Amare Dio e il prossimo è rinnovare tale consapevolezza e scorgere tale responsabilità in un impegno quotidiano.

Alessandro Cortesi op

Caporetto 1917 soldati italiani catturati da soldati tedeschi nelle trincee RareHistoricalPhotos.com .jpg

XXIX domenica tempo ordinario – anno A – 2017

IMG_1077Is 45,1.4-6; 1Tess 1,1-5; Mt 22,15-21

Al tempo di Gesù la Palestina era sotto l’occupazione e il controllo politico della potenza dell’impero romano. Tra le molte tasse che la popolazione subiva oltre alla tassa per il tempio e le varie gabelle che rendevano la vita difficile, c’era anche una tassa dovuta all’imperatore. Era l’odiosa tassa che ricordava il peso della potenza occupante romana e andava pagata con monete particolari. Nelle monete era infatti scolpita l’effigie dell’imperatore. Da qui il rinvio alla questione dell’immagine del Cesare, l’imperatore, che al tempo di Gesù era Tiberio Cesare, nella moneta del tributo.

A Gesù viene posta una questione per metterlo alla prova: è una questione sul dovere di pagare le tasse all’imperatore. Una questione delicata perché dietro a questo gesto poteva esserci il riconoscimento del dominio dei pagani. Ma anche era questione delicata perché ogni affermazione che fosse stata diretta a non riconoscere l’autorità romana poteva generare l’accusa di ribellione.

E’ interessante notare che Gesù non possiede con sé la moneta er pagare il tributo, e chiedendola a color che stanno sfidando mostra già la loro ipocrisia. La fa infatti mostrare da loro stessi. “Mostratemi la moneta del tributo! Ed essi gli presentarono un denaro.

Le sue parole poi presentano poi una tensione: “Egli domandò loro: Di chi è quest’immagine e l’iscrizione? Gli risposero: di Cesare! Allora disse loro: rendete dunque a Cesare quello che è di Cesare e a Dio quello che è di Dio”.

In primo luogo queste parole indicano una distinzione tra ciò che appartiene a Cesare, la sfera della politica, e ciò che compete a Dio. A Cesare vanno pagate le tasse perché la moneta reca la sua immagine. Le monete portano l’effigie dell’autorità imperiale e a tale autorità si deve rispondere nel riconoscimento delle competenze proprie. E’ affermazione di una separazione. C’è una sfera del potere distinta e distante da quella specificamente religiosa. Gesù è ben distante dal riconoscere Cesare come un potere a cui inchinarsi, ma rinvia a restituire ciò che compete.

C’è poi nella risposta di Gesù c’è un altro aspetto su cui riflettere: che cosa intendeva dicendo che c’è qualcosa che compete a Dio nel dare a lui ciò che è di Dio? Che cosa è da riferire a Lui?

Se le monete portano l’effigie di Cesare e al potere statale va riconosciuta autorità per quel che riguarda ambiti particolari della vita umana questo non è tuttavia un riferimento assoluto, non copre né può pretendere di assorbire tutta la vita umana senza riserve e critica.

C’è un luogo in cui è posta l’immagine di Dio per poter dare a Dio quello che è di Dio? Se nelle monete imperiali appare l’effigie di Cesare vi è un luogo dove è presente l’effigie di Dio?

Nel volto di ogni persona vivente sta il luogo dell’immagine di Dio. A Dio allora compete non solo una sfera tra altre della vita umana ma è da dare a Dio la totalità dell’esistenza, pur riconoscendo che vi sono dimensioni della vita in cui si attua una responsabilità e competenze proprie. Non è tuttavia un riferimento assoluta che possa escludere il riferimento fondamentale a Dio.

Immagine è la categoria al centro di questo confronto tra Gesù e i discepoli dei farisei. E’ rinvio a Gen 1,26: ‘Facciamo l’uomo a nostra immagine somigliante…’, espressione che indica la creazione stessa dell’uomo come evento di un rapporto unico. ‘Dio creò l’umano a sua immagine, a immagine di Dio lo creò, maschio e femmina li creò’ (Gen 1,27)

Uomo e donna nella loro diversità, e nell’unità che costituisce l’umano, sono costituiti ad immagine del Dio che nella creazione si apre nel dono di sé, comunica vita lasciando spazio all’altro.

I discepoli di Gesù allora sono invitati a due attenzioni: in primo luogo non dovranno mai confondere l’immagine di Dio con l’immagine di Cesare. La presenza di Dio, sempre più grande non si lascia identificare o rinchiudere in una forza politica o in un dominio umano e culturale. La sua signoria sta oltre ogni realizzazione umana e non viene esaurito da un potere umano.

In secondo luogo discepoli sono chiamati a riconoscere l’immagine di Dio presente in ogni persona. Questo esige un riferimento totale della vita. Ciò apre ad una libertà di coscienza di fronte ad ogni potere politico di cui riconoscere ambiti precisi di competenza ma che non potrà mai porsi come assoluto. Ci sono ambiti della vita che prevedono riferimenti penultimi. L’autorità politica non potrà mai pretendere di esaurire tutta l’intera esistenza delle persone.

Le parole di Gesù sono una sfida a riconoscere che gli ambiti propri della politica, dell’economia, della società non escludono il riferimento a Dio. Ma anche Gesù indica che Dio non può essere ridotto ad un potere che si sostituisce a Cesare o si si pone sul medesimo piano del dominio politico.

Le questioni della politica sono ricondotte ad essere spazio dell’umano, spazio ‘penultimo’.

Alessandro Cortesi op

IMG_1192Catalogna

E’ una giornata di grande incertezza per la Catalogna. Oggi se Carles Puigdemont non proclamerà una dichiarazione di indipendenza potrà evitare che il governo centrale spagnolo intraprenda il procedimento per la sospensione dell’autonomia. Si presentano giorni di grande inquietudine.

Dalla Catalogna giungono in questi ultimi tempi notizie che rendono compartecipi di una grande tensione che attraversa questo paese. La regione è una tra le più vivaci della penisola iberica da tanti punti di vista. Barcellona, la sua capitale, è centro che testimonia una particolare vivacità culturale ed economica, e vive le contraddizioni di ogni grande città affacciata sul Mediterraneo in questo tempo. Città cosmopolita, di arte e cultura, incrocio di commerci, popolata di giovani universitari, snodo di turismo internazionale. E’ città che vede una coloritura multiculturale pur con sacche di povertà, forte immigrazione e situazioni di difficoltà nell’ambito del lavoro. A seguito dell’attentato alle Ramblas a fine agosto vi è stata nella popolazione una risposta di netto rifiuto della violenza e della logica dello scontro tra le religioni e ciò ha costituito un esempio.

In questi ultimi tempi la Catalogna ha vissuto alcuni passaggi che hanno estremizzato una tensione da tempo è maturata con irrigidimenti delle diverse parti e forzature.

Un sentimento forte di identità culturale autonoma legata alla propria tradizione linguistica, il catalano, unito alla consapevolezza di eredità culturali e storiche ha nel tempo condotto ad una richiesta di maggiore autonomia politica rispetto allo Stato centrale che ha anche visto parziali riconoscimenti. Ciononostante è cresciuta non solo una richiesta di ulteriore autonomia ma si è fatta strada la rivendicazione di indipendenza rispetto alla Spagna. Alcune scelte operate dall’attuale governo della regione sono state condotte in violazione dell’ordinamento costituzionale, sulla base del principio di autodeterminazione politica dei popoli.

La popolazione della Catalogna è però profondamente divisa al suo interno e tale frattura attraversa le famiglie, i gruppi sociali e la chiesa. Parte della popolazione pur essendo favorevole all’autonomia non condivide la prospettiva indipendentista: voci di costituzionalisti e intellettuali hanno manifestato preoccupazione a fronte di scelte che si sono poste al di fuori della legalità costituzionale e ordinaria. La richiesta legittima di autonomia ed il suo perseguimento per via democratica ha caratteri diversi dalla rivendicazione di un diritto all’indipendenza ed alla secessione. La convocazione e le modalità di svolgimento del referendum del 1 ottobre sono state dichiarate incostituzionali dalla Corte.

Le violenze perpetrate dalla Guardia civil per impedirne lo svolgimento sono state d’altra parte una violenza indebita e sproporzionata. Un’espressione di violenza che ha portato una ferita profonda, ha esacerbato gli animi e ha polarizzato le posizioni. Dopo la dichiarazione di indipendenza, poi sospesa, a seguito dei risultati del referendum molte imprese e banche hanno annunciato il loro trasferimento in sedi al di fuori della regione. Madrid, secondo quanto previsto dall’articolo 155 della Costituzione democratica del 1978, potrebbe sospendere l’autonomia regionale.

La situazione è complessa e come in tutte le situazioni complesse la cosa più urgente e necessaria sta nel rifuggire ogni soluzione di tipo semplicistico e che non tiene conto delle gravi questioni in gioco.

Anche le comunità cristiane sono divise a loro interno con una radicalizzazione di scelte. La fede richiede per sua intrinseca dinamica un impegno nella società ed una presa di posizione nelle questioni della vita civile e politica, tuttavia la sfida sempre presente sta nel mantenere uno sguardo capace di distinguere pur nell’impegno ineludibile a prendere posizione. Identificare tout court un orientamento di fede con una precisa opzione politica necessariamente derivante dalla fede sfocia in forme di integrismo: vi sono state nella storia e possono presentarsi anche oggi in modi nuovi.

Il teologo Salvador Pié Ninot in un articolo apparso sul quotidiano catalano “La Vanguardia”, facendo riferimento a vari manifesti apparsi in questo tempo, di tenore indipendentista, ha messo in guardia di fronte a tale rischio (S. Pié Ninot, Signos de integralismo catolico en Catalunia, “La Vanguardia” 29 settembre 2017): “Si deve tener presente che l’insegnamento della chiesa ha funzione di affermare i principi etici di riferimento lasciando ad ogni persona le decisioni possibili nelle loro concretizzazioni. Tali concretizzazioni necessariamente plurali sono il frutto ragionato di una opzione prudenziale e politica. (…) Come si è giustamente criticato l’avallo ecclesiastico maggioritario al nazional-cattolicesimo di un momento storico del nostro paese, è importante tener presente che il Vaticano II ha sottolineato ‘la giusta autonomia del mondo’. Per questo appoggiare una o l’altra opzione politica concreta, per quanto uno possa avere simpatie personali per essa, sta fuori da tale novità decisiva della autonomia del mondo”.

L’affermazione che non sta alla chiesa in quanto tale essere protagonista pubblica, attuando in tal modo una confusione con la comunità politica, è indicazione di un difficile cammino. C’è una distinzione da mantenere tra orientamenti di fondo che provengono dalla fede e le opzioni politiche che vanno poste non in modo assoluto e soprattutto non identificate come direttamente e necessariamente derivanti dalla fede stessa. Se una scelta è doverosa come impegno è peraltro importante coglierne i limiti. Di fronte alla complessità del vivere insieme, che è la questione della politica, sempre più è richiesto uno sguardo capace di distinguere e non confondere i piani. Si ripete la questione posta a Gesù sulla moneta da dare a Cesare quale sfida aperta per noi oggi.

Simone Morandini richiama l’istanza di riscoprire proprio in questi passaggi una prospettiva di etica civile: “Una prospettiva che tenacemente ricorda che anche nelle situazioni di tensione c’è un orizzonte di convivenza da salvaguardare. Che richiama all’esigenza di tutelare quel fondo comune che è l’esserci della civitas, anche laddove si fatichi a concordare sulle forme che essa potrà assumere. Che, d’altra parte, invita all’incontro e la valorizzazione delle differenze, come condizione perché la convivenza sia davvero buona”. (S.Morandini, Catalogna, oltre il paradigma gordiano, in Moralia Blog 9.10.2017)

Per il popolo catalano è l’augurio che questo momento estremamente difficile e di profonda divisione possa portare a maturare una chiara scelta nella linea del dialogo, di una trattativa nella giustizia e nell’ascolto di legittime aspirazioni, mantenendo riferimento alla Costituzione ed alle istituzioni democratiche. Carattere delle scelte politiche è individuare e perseguire il bene concreto e possibile, talvolta il male minore, rifuggendo da forzature e logiche di violenza da ogni parte. Forse questo doloroso momento può essere occasione per scorgere l’importanza di scegliere la via della mediazione – affrontando le reali questioni poste sul piano politico – difficile opera dell’agire di costruzione della convivenza. Anche quando tutto sembra essere senza soluzione.

Alessandro Cortesi op

XXVIII domenica tempo ordinario – anno A – 2017

IMG_0972.JPGIs 25,6-10; Fil 4,12-14.19-20; Mt 22,1-14

“Preparerà il Signore degli eserciti per tutti i popoli, su questo monte, un banchetto … di cibi succulenti, di vini raffinati. …Eliminerà la morte per sempre, il Signore Dio asciugherà le lacrime su ogni volto”.

L’immagine del banchetto sta ad indicare un incontro dei popoli nel condividere un cibo preparato per tutti da Dio stesso. Questo banchetto è il simbolo di un futuro caratterizzato dalla presenza della vita e senza più la morte. L’azione di Dio è vita, dono di gioia. Il Signore che prepara un banchetto è anche colui che elimina la morte, apre la possibilità di incontro nella felicità della condivisione e dello stare insieme. L’immagine del banchetto viene anche collegata alla venuta del messia.

Nei vangeli si parla a più riprese di banchetti, a Cana, in casa di Levi nella casa di Simone il pubblicano dove irrompe la donna peccatrice, nella casa di Zaccheo, da Marta e Maria. Anche la moltiplicazione dei pani diventa banchetto. Gesù visse poi in una cena pasquale il drammatico momento di addio ai suoi prima della sua morte. Così pure nei racconti delle apparizioni vi è insistenza sul ‘mangiare insieme’ in vari contesti.

Anche nelle parole Gesù l’immagine del banchetto ritorna con insistenza, nella parabola del grande banchetto (Lc 14) in quella delle vergini stolte e sagge (Mt 25).

Così pure nelle parole rivolte al centurione, pagano lodato per la sua fede, a cui Gesù annuncia un venire di popoli lontani a partecipare alla mensa con Abramo Isacco e Giacobbe nel regno dei cieli: “molti verranno dall’oriente e dall’occidente e siederanno a mensa con Abramo, Isacco e Giacobbe nel regno dei cieli” (Mt 8,10-11).

La parabola degli invitati al banchetto (Mt 22,1-14) risulta dall’unione di due parabole distinte. Il contesto è quello del confronto di Gesù con le autorità giudaiche presso il tempio di Gerusalemme. La prima parabola presenta l’invito alla festa di nozze e il rifiuto degli invitati. La seconda è centrata sull’abito della festa. Il riferimento alla città data alle fiamme e alla violenza può essere rinvio alla presa di Gerusalemme nel 70 d.C. La parabola può quindi essere una lettura dei rapporti tra comunità cristiana e autorità ufficiali giudaiche. Ed è un testo con molteplici rinvii allegorici: il padrone che invita è Dio, i servi sono i profeti, gli invitati il popolo d’Israele…

Di fronte all’invito la risposta è il rifiuto e la violenza. Gli invitati non si lasciano toccare dalla chiamata. Sono insensibili. I servi sono allora inviati dal re verso ‘coloro che sono ai crocicchi delle strade ‘: ‘tutti quelli che troverete chiamateli alle nozze’.

Si ripropone l’insegnamento: ‘i pubblicani e le prostitute vi precedono nel regno di Dio (Mt 21,31). Il Padre ama chi si apre alla consapevolezza di essere salvato. Chi si crede giusto non avverte l’urgenza di cambiamento. Chi è troppo concentrato sui propri meriti, fino a condannare gli altri ed essere intollerante non può aprirsi ad accogliere la grazia di Dio. Matteo presenta la chiamata di Dio che fa entrare ‘buoni e cattivi’: Dio ama non allontanando i peccatori, ma offrendo misericordia.

La scena del banchetto si tramuta rapidamente in un luogo di giudizio: un invitato senza la veste adatta viene espulso dalla sala. La veste può essere indicazione di un dono ricevuto come il velo che si riceveva nei banchetti, ma che è stato rifiutato. Una manifestazione di autosufficienza e di disdegno nel respingere un dono offerto. Nel linguaggio biblico poi la veste costituisce la dimensione dell’agire, la coerenza tra fede e vita (in Ap 19,8, la veste di lino, data alla sposa dell’agnello, indica ‘le opere giuste dei santi’). Matteo è molto sensibile nel denunciare una fede proclamata a parole ma che non trova riscontro nella pratica: ‘Non chiunque mi dice Signore, Signore, entrerà nel regno dei cieli, ma colui che fa la volontà del Padre mio che è nei cieli’ (Mt 7,21).

La via per partecipare al banchetto dell’incontro con Dio è accoglienza di un dono che genera resposnabilità e impegno ad un amore concreto. Fare la volontà del Padre non è rivendicare l’appartenenza di gruppo o una sicurezza derivante dal ruolo religioso ma si attua nel compiere scelte e gesti di cura e servizio verso gli altri.

Alessandro Cortesi op

IMG_0994.JPGRifiuto

Il World Population Prospects – documento che fornisce stime e proiezioni relative alla situazione demografica mondiale elaborato ogni due anni dalla Divisione per la popolazione dell’ONU – nell’edizione del 2017 (pubblicata il 21 giugno u.s.) presenta le stime di crescita per il 2050. Queste indicano un aumento di 100 milioni di individui rispetto alle ultime previsioni e ciò soprattutto in ragione della crescita demografica che si registra in Africa e India. Le previsioni indicano 8,6 miliardi nel 2030, e 9,8 miliardi nel 2050.

La Cina conta attualmente 1,4 miliardi di persone (il 19% della popolazione mondiale) e l’India 1,3 miliardi (il 18% della popolazione mondiale). La previsione è che nell’arco dei prossimi sette anni la popolazione indiana supererà quella cinese.

Tra i dati rilevanti del Prospetto è da cogliere come tra i dieci Paesi più popolosi del mondo la Nigeria vedrà un incremento tra i più alti. Si stima che la popolazione di questo Paese africano supererà nel 2050 quella degli Stati Uniti, divenendo così il terzo Paese nel mondo per numero di abitanti.

Con India e Nigeria il 50% della concentrazione della crescita demografica mondiale dal 2017 al 2050 sarà nei seguenti Paesi: Congo, Pakistan, Etiopia, Tanzania, Usa, Uganda e Indonesia. L’Europa per contro vedrà una diminuzione della popolazione nei prossimi anni con un progressivo invecchiamento.

Il fatto che la crescita demografica maggiore sia concentrata nei Paesi più poveri del mondo pone serie difficoltà al perseguimento di alcuni Obiettivi di sviluppo sostenibile indicati dall’ONU, in particolare l’obiettivo di ridurre la povertà e la lotta alla fame, come pure lo sviluppo dell’educazione e la riduzione delle disuguaglianze. Il processo di invecchiamento della popolazione può portare ad esigenze rilevanti di assistenza, pensioni e fondi di protezione sociale con conseguenze di aumento della pressioni fiscale.

Alla luce di questo quadro di previsioni demografiche la regione del Mediterraneo costituisce quindi una delle regioni, e non l’unica, che nel mondo continuerà ad essere segnata da una forte pressione migratoria sui paesi europei. Il mare Mediterraneo, nel quadro di una considerazione geografica, costituisce una sorta di lago le cui sponde uniscono Africa Europa e Asia. Pone in comunicazione e mette a stretto contatto i Paesi del Sud del mondo ad alta crescita demografica e i Paesi europei. La disparità dello sviluppo demografico costituirà un elemento importante di spostamento dei popoli.

La logica del rifiuto, della chiusura e dell’innalzamento di barriere con il pensiero che questa sia la soluzione a flussi migratori in un quadro di tale vicinanza geografica e di disparità di crescita demografica è un indirizzo che non solo non risolve il problema nel presente, ma non apre nemmeno a possibili vie per affrontare la complessità di tale fenomeno nel futuro.

Negli ultimi giorni si è assistito ad una convocazione organizzata ai confini della Polonia di migliaia di persone mobilitate in una manifestazione di opposizione all’accoglienza di stranieri e con la paura dell’islamizzazione ‘perchè l’Europa resti cristiana’. La cosa più sconcertante è stata la motivazione religiosa e l’atmosfera di preghiera con il rosario in mano di questa manifestazione. Tale iniziativa appare come un tradimento non solo del vangelo ma anche del senso stesso di una preghiera che richiama lo sguardo a Maria che ha cantato il Magnificat, il canto degli impoveriti che pongono la loro fiducia nel Signore che guarda a chi è tenuto fuori dei confini: “ha deposto i potenti dai troni ha innalzato gli umili, ha ricolmato di beni gli affamati, ha rimandato i ricchi a mani vuote”. Identificare la fede cristiana con una tradizione culturale è stato sempre nella storia processo generatore di incomprensione del vangelo stesso e di sventure per l’espereinza dei credenti e per i popoli.

Olivier Poquillon, frate domenicano francese, segretario della Commissione degli episcopati della Comunità europea (Comece) in una recente intervista in occasione del convegno Re-thinking Europe, ha ricordato: “La questione delle frontiere, delle identità ci fa ricordare quando l’impero romano ha cominciato a perdere forza e a costruire il limes, le frontiere attorno a lui, impiegando tutto se stesso nella difesa delle periferie, svuotando il suo centro. Oggi l’Unione Europea corre lo stesso rischio, perdere il senso della sua missione, che è un progetto di pace e di impegno positivo per il bene comune. (…) non si tratta di difendere una torta con la paura che diventi piccola se porzionata in troppi pezzi, ma di imparare a fare delle torte insieme”.

E ancora: “Se una politica funziona per i più deboli, funziona sicuramente per tutti. Il contrario non è sempre vero. Prendersi cura dei più vulnerabili, dei più poveri è essenziale per costruire il progetto europeo (…) Il motto dell’Europa è l’unità nella diversità. Diversità di culture, diversità di lingue, diversità di storie. La storia dell’Europa è segnata dalle guerre e la guerra esiste ancora alle nostre porte e in Europa, in Ucraina. Essere solidali oggi significa trovare soluzioni comuni. (…)”

Ha infine richiamato ad una dimensione pratica della politica: “La politica è una buona notizia se si mette dalla parte del bene comune. Non è più tempo di enunciare dei grandi principi, ma è il tempo di metterli in pratica”.

La Conferenza degli istituti missionari italiani (Cimi) in un recente documento  del 14 settembre 2017 ha preso una decisa posizione di fronte al recente accordo tra Italia e Libia :

“… l’Italia si è accordata con le milizie e la guardia costiera di al-Sarraj per bloccare i migranti nell’inferno libico dove sono torturati, stuprati o destinati a morire nel deserto di sete, come ha denunciato l’Onu. (…)

Noi missionari condanniamo con forza questo accordo scellerato che sarà pagato così pesantemente dai popoli africani, a noi così cari. Questo costituisce per noi missionari il naufragio dell’Europa come patria dei diritti.

«Il dramma che i migranti e i rifugiati stanno vivendo in Libia – afferma il rapporto dei Medici senza frontiere, del 7 settembre scorso – dovrebbe scioccare la coscienza collettiva dei cittadini e dei leader dell’Europa».

Questa è una politica miope, in vista delle elezioni, per salvare il nostro benessere di occidentali. Noi missionari chiediamo un’altra politica verso i paesi dell’Africa:

– l’apertura di corridoi umanitari per chi fugge da situazioni drammatiche;

– un embargo sulla vendita di armi italiane agli stati africani;

– una seria politica economica verso questi paesi con forti investimenti, non ai governi, ma alle realtà di base per permettere ai popoli d’Africa di rimettersi in piedi;

– la sospensione delle nostre politiche predatorie nei confronti dell’Africa, ricchissima di materie prime;

– la sospensione degli Epa (Accordi di partenariato economico) che la Ue ha imposto ai paesi africani e che creeranno ancora più fame.

Infine ci auguriamo che la legge sullo Ius Soli, bloccata in Senato, venga subito approvata per permettere a minorenni nati in Italia da genitori immigrati residenti da almeno 5 anni o ad alunni nati all’estero che abbiano completato 5 anni di scuola in Italia, di sentirsi cittadini a pieno titolo. Solo così lentamente e con fatica costruiremo quella “convivialità delle differenze” che ci permetterà di trovarci ricchi delle nostre differenze. O il mondo sarà così o saremo destinati a sbranarci vicendevolmente. Noi missionari crediamo che non c’è umanità se non al plurale»”.

Alessandro Cortesi op

XXVII domenica tempo ordinario – anno A – 2017

IMG_0920(Lando Landini, Uscì per assumere operai per la sua vigna…, Pistoia 1985, part.)

Is 5,1-7; Fil 4,6-9; Mt 21,33-43

“Il mio diletto possedeva una vigna sopra un fertile colle. Egli l’aveva vangata e vi aveva piantato scelte viti… Egli aspettò che producesse uva ma essa fece uva selvatica… Ebbene la vigna del Signore è la casa di Israele”.

Come nel Cantico dei cantici anche Isaia vede nella vigna un simbolo: la ‘vigna in fiore’ del Cantico evoca la bellezza affascinante della donna amata e così Isaia legge la vigna come la casa d’Israele. La vigna è quindi simbolo in cui si rispecchia la vicenda del popolo di Dio.

La vigna del diletto è situata su di un fertile colle e oggetto del lavoro di cura e coltivazione che l’amato ha svolto. Nonostante questa attenzione la vigna ha prodotto uva selvatica. Da qui la delusione e il fallimento delle attese. Anziché attuazione del diritto (mishpat) vi è spargimento di sangue innocente (mispah), al posto della giustizia (sedaqah) c’è il grido degli oppressi (se’aqah). Con giochi di parole Isaia propone nel simbolo della vigna infeconda il dramma dell’infedeltà d’Israele nei riguardi di Dio che ha avuto cura di lui.

L’attesa paziente di Dio che ha cura del popolo viene delusa. Il motivo della vigna ritorna nella letteratura profetica (cfr. Os 10,1). Geremia riprende il motivo dell’infedeltà d’Israele ma anche il desiderio di Dio di racimolare un resto disponibile ad ascoltarlo nonostante l’irresponsabilità dei cattivi pastori (Ger 2,21; 6,9; 12,10). Ezechiele usa tale metafora per parlare di Israele nell’esilio (Ez 17,1-10; 19,10-14) e richiama l’esigenza della fedeltà a JHWH (17,24).

Isaia presenta anche una prospettiva nuova in cui il Signore stesso richiama ad un ritorno e dice che la sua fedeltà non viene meno: “Io il Signore, ne sono il guardiano, a ogni istante la irrigo; per timore che venga danneggiata, io ne ho cura notte e giorno. Io non sono in collera. Vi fossero rovi e pruni, io muoverei loro guerra, li brucerei tutti insieme. O, meglio, si stringa alla mia protezione, faccia la pace con me, con me faccia la pace!” (Is 27,2-5)

La prospettiva finale è di pace, di riconciliazione e di speranza: un ritorno in cui sarà il Signore a raccogliere tutti i suoi figli dispersi e questi ‘si prostreranno al Signore, sul monte santo, in Gerusalemme’ (Is 27,13).

La parabola dei vignaioli omicidi – che è piuttosto una allegoria in cui ad ogni elemento corriponde un riferimento ‘altro’ – è posta da Matteo nei giorni ultimi di Gesù a Gerusalemme prima dell’arresto e della passione. In essa è ripreso chiaramente il riferimento alla vigna di isaia cap. 5. Ma essa è narrata come una storia di ostilità e rifiuto in cui si affaccia la violenza ripetuta prima sui servi inviati e fino all’eliminazione del figlio del padrone. La parabola si fa aspra denuncia del rifiuto dei capi del popolo che si ripete come infedeltà a Dio e all’alleanza. Ma in questa drammatica storia che in filigrana presenta la vicenda stessa di Gesù come giusto perseguitato e eliminato, c’è una fedeltà che si ripropone, la fedeltà del figlio.

Nella comunità di Matteo la parabola acquista un ulteriore significato: non è solo messaggio a quei capi religiosi di Israele che condannarono Gesù, ma è esempio di ogni rifiuto condotto da chi pretende di essere padrone, di chi non accoglie e rifiuta gli inviati da Dio con la violenza giungendo sino ad uccidere. La vigna sarà data ad altri vignaioli, eppure essa rimarrà sempre quella vigna di Israele, la vigna delle promesse senza pentimento da parte di Dio.

Il messaggio centrale della parabola sta nella riaffermazione della fedeltà di amore di Dio: nonostante il rifiuto non viene meno la cura e l’amore di Dio. Gesù è pietra scartata dai costruttori ma sarà pietra iniziale di una nuova costruzione. Matteo nella parabola descrive così il dramma di una storia della salvezza che vede in Gesù colui che è scartato, ma porta nuova vita e apre ad un futuro nuovo.

“Dio…, volgiti, guarda dal cielo e vedi e visita questa vigna, proteggi il ceppo che la tua destra ha piantato, il germoglio che ti sei coltivato” (Sal 80,9-16)

Alessandro Cortesi op

IMG_0921.JPG(Lando Landini, Uscì per assumere operai per la sua vigna…, Pistoia 1985, part.)

Vigna

La vigna è nome che tiene insieme l’uno e i molti. E’ composizione di elementi diversi. Le radici delle viti, i loro fusti, ed insieme le ampie ramificazioni, i tralci, e le grandi foglie a forma di cuore. La vigna è insieme uno e molteplicità. E’ coltivazione di un campo in cui s’intreccia fecondità della terra e lavoro umano. La vigna richiede particolare cura e attenzione: senza una attenta potatura le viti non producono i grappoli dell’uva. Le varie fasi della coltivazione, dalla coltratura del terreno alla legatura dei tralci alla ramatura sono opera che impegna nello scorrere delle diverse stagioni, nel tempo.

La vigna diviene così metafora di un grande processo di vita che unisce insieme la terra e l’uomo. Lo sguardo e la capacità umana incontrano la terra se ne fanno custodia e accompagnamento per una fecondità di vita. La vigna può essere vista come immagine che racconta dell’ambiente in cui viviamo, dei luoghi in cui insieme sulla terra si costruisce relazione. E’ una relazione che vede tante presenze: l’ambiente naturale, le persone che operano, tutti gli elementi che compongono un noi formato di elementi della terra e di presenze umane. E’ relazione anche con la creatività e la capacità di progettare e di creare.

La vigna insomma dice ‘noi’, un noi plurale e in relazione e dove la relazione coinvolge la vita stessa della terra. Racconta di storie in cui non c’è solo riuscita ma tanta fatica e attesa. Talvolta anche fallimento: una improvvisa grandinata, una stagione di siccità, una errata valutazione dei tempi di maturazione dell’uva può condurre a perdere parte o tutto il raccolto. La vigna parla di terra che restituisce con la sua generosità e di un operare umano che deve stare in ascolto dei ritmi della terra.

La vigna evoca anche la fiducia che nonostante il mancato frutto e stagioni andate male la cura e la continuità di coltivazione porteranno esito. La vigna parla di attaccamento e di speranza, di sguardo lungo su quanto può maturare nonostante la mancanza di risultato evidente e la delusione.

La vigna è anche luogo di lotta contro tutto ciò che costituisce minaccia alla sua vita: i parassiti, le malattie che attecchiscono e si diffondono. Nessuna parte di essa può considerarsi preservata e la malattia di una parte rischia di avere diffusione e di portare alla morte. Nella vigna l’attenzione a che ogni processo di corruzione non attecchisca e si diffonda dev’essere continua, quotidiana.

La vigna è metafora di un vivere in cui tutto è interrelato, come la città, ma con la sua collocazione in campo aperto, esposta alla luce del sole e ai venti che smuovono le foglie, in questo essere insieme di respiro della terra e sguardi di volti umani. E’ organismo vivente in cui c’è una linfa che attraverso le radici giunge fino ai pampini più esili, ed anche organismo vivente perché il lavoro che ruota attorno alla vigna è operare di molti che si incontrano e sono invitati a collaborare mettendo ognuno il suo tassello in un’opera comune e per un esito condiviso. Attenzione nel lavoro della vigna è non far restare nessuna parte trascurata o senza respiro, è far sì che l’acqua giunga e possa fecondare la linfa che scorre nei rami. E’ collaborazione infine nella vendemmia che è raccolta insieme di un dono da accogliere con gratitudine e del frutto di una fatica e di una attesa da vivere con gioia.

La vigna è metafora di un vivere non da isolati ma insieme…

Alessandro Cortesi op

XXVI domenica tempo ordinario – anno A – 2017

IMG_0894Ez 18,25-28; Fil 2,1-11; Mt 21,28-32

La parabola dei due figli a cui il padre chiede di andare a lavorare nella vigna apre all’interrogarsi sulla coerenza tra parole e azioni e sulla concretezza dell’agire. Il primo risponde ‘sì’, ma poi non va, il secondo dice ‘no’ poi invece decide di andare. L’andare è innanzitutto un movimento interiore, il farsi strada di una scelta, l’apertura del cuore ad un appello. I due figli rispondono in modo diverso: alla disponibilità espressa dal primo non corrisponde una azione conseguente. Al rifiuto del secondo segue invece un cambiamento e un operare concreto.

Matteo insiste su un punto a lui caro: seguire Gesù non è questione di proclamare parole ma si attua nel compiere la volontà del Padre: “Non chiunque mi dice Signore Signore, entrerà nel regno dei cieli, ma colui che fa la volontà del Padre mio che è nei cieli… “ (Mt 7,21-24).

Ascoltare e ‘fare’ la parola del Padre, metterla in pratica, è il cammino del discepolo. Nell’agire dei due figli si può scorgere un cambiamento possibile: c’è chi si mette in cammino, cambia e si lascia coinvolgere per andare nella vigna.

In questa parabola c’è una critica ad una religione solo esteriore fatta di parole. Viene denunciata l’ipocrisia di coloro che dicono e non fanno (Mt 23,3) attitudine tipica di chi vive una religiosità che si limita all’apparenza o a parole che non si concretizzano in scelte di vita. E’ richiamo quindi alla sincerità del parlare di fronte alla parola di Dio.

Nella parabola c’è anche un messaggio sul volto di Dio: la sua chiamata è per tutti, senza esclusioni, è invito aperto ad entrare nel regno dei cieli e a divenirne responsabili: lavorare nella vigna. Ma cambiare è difficile. Per questo ‘i pubblicani e le prostitute vi passano avanti nel regno di Dio’. Divengono essi esempio di chi ha avuto il coraggio di un cambiamento: “i pubblicani e le prostitute hanno creduto alla predicazione di Giovanni voi, al contrario, pur avendo visto queste cose, non vi siete nemmeno pentiti per credergli”. Giovanni trovò rifiuto nel mondo religioso ed invece trova accoglienza in chi giungeva da lontano. C’è chi riconosce la sua situazione di peccato ed ha un cuore disponibile. Si sono lasciati toccare dalla via della giustizia annunciata da Giovanni, da un annuncio che li interroga e questo diviene forza di cambiamento.

Sono loro esempi di cuore aperto all’accoglienza e a lascirsi coinvolgere con sincerità. Gesù ha incontrato persone tenute ai margini ed escluse dalla vita religiosa e sociale che di fronte a lui si sono sentite comprese e liberate.

Hanno scoperto una speranza nuova nella loro vita. Hanno sentito la sua fiducia nella possibilità di ricominciare. In lui pubblicani e prostitute, considerati fuori dalla salvezza e lontani da Dio, hanno fatto esperienza di essere accolti, toccati dalla misericordia ed hanno iniziato una vita nuova.

Questa pagina è richiamo ad un cambiamento, la conversione, esperienza non di un momento ma cammino sempre da ricominciare. E’ scelta di dire sì e compiere concretamente la volontà del Padre. Convertirsi è passare ad un modo nuovo di pensare a Dio, scoprire il suo sguardo di amore e il suo invio.

E’ credere e affidarsi ad un dono di vita oltre i nostri pensieri: Matteo vede nel movimento attorno al Battista una apertura di chi era ritenuto escluso. La predicazione di Giovanni fu una predicazione sulla via della giustizia: chiamava a un cambiare direzione e mentalità, per prepararsi ad un tempo nuovo. Gesù indica una via di misericordia e chiede di seguirlo in questo cammino.

Alessandro Cortesi op

IMG_0074.JPGSentimenti

Esplorare emozioni e sentimenti: potrebbe essere questo un impegno rilevante nel tempo in cui tutto è ridotto a calcolo e a programmazione e i vari aspetti della vita sono valutati nei termini freddi dell’utilità, dell’efficienza e dei risultati produttivi.

Gli stimoli che ci raggiungono con sempre maggiore intensità, soprattutto con i nuovi strumenti della tecnologia, generano reazioni diverse nelle giornate di piccoli e adulti. La nostra vita è così presa da una corrente di emozioni, movimenti immediati dell’animo alle tante sollecitazioni e informazioni cui spesso non si riesce a tener fronte. Sperimentiamo così la fatica di andare al di là delle reazioni immediate che sorgono da tali stimoli continui e pervasivi perché è difficile trovare modi e tempi per divenire consapevoli e per compiere una lettura di quanto si muove in noi.

Ma c’è un sottile confine e un lento lavorio che solo può far passare dall’emozione ai sentimenti. Solamente il tempo vissuto insieme e condiviso accompagna il bambino a rendersi conto delle proprie emozioni a non rimanerne schiacciato e a divenire capace di leggersi dentro, di ascoltare ciò che si muove nel cuore e orienta la vita. Perché cammini e scelte sono intrapresi a partire non da un astratto e freddo calcolo ma seguendo ciò che si nutre di passione e fa innamorare.

Il lavoro di educare le emozioni e farle divenire sentimenti esige la pazienza di ascolto di se stessi e degli altri, richiede il coraggio di guardare in faccia tutto ciò che inquieta, impaurisce, angustia o rende felici e leggeri. Imparare a leggere le emozioni richiede innanzitutto l’onestà verso se stessi di non nasconderle e l’apertura del parlarne di fronte ad altri. Trovare modo di esprimere le proprie emozioni aiuta a crescere. Così i bambini – ma anche gli adulti – che hanno opportunità di parlare delle proprie emozioni, di raccontarle e di guardarle negli occhi nel racconto, nel dialogo, nelle diverse forme di espressione non verbale si aprono ad orizzonti di responsabilità: farsi domande come ‘perché mi sento triste?, o ‘perché ho paura?’ oppure interrogarsi su emozioni positive come il sentirsi felici, il percepire tranquillità o il sentirsi amati maturano attitudini nuove. Aprono alla capacità di affrontare i diversi momenti della vita senza lasciarsi travolgere nel gorgo di stimoli subiti e non compresi. Sono passaggi di libertà.

Come osserva lo psichiatra Eugenio Borgna “Le emozioni fragili, come le virtù deboli, hanno in sé stimmate lucenti e dolorose dell’umanità ferita, ed è questa a renderle così umane e così arcane”. E ancora “… non ci possono essere relazioni autentiche con gli altri se non quando ci sia in noi la percezione radente della natura profonda delle nostre emozioni che si rivela nella loro fragilità; e questa da una parte ci induce a nasconderle, a proteggerle, a difenderle, a farle crescere e a farle maturare nella solitudine dell’incontro con la nostra anima, e dall’altra ci porta a riconoscere le fragilità degli altri, a sentirle come nostre, a sorreggerle, a creare ponti che trascendano la nostra individualità, e ci immergano nella infinitudine dell’intersoggettività” (Eugenio Borgna , La fragilità che è in noi, Einaudi 2014).

Il passaggio di crescita è quando dall’emozione si passa ad una consapevolezza, a poter interpretare quanto si muove nell’animo. La maturazione di sentimenti si compie non d’un tratto, ma poco alla volta, passo dopo passo, in un lento e complesso cammino ed è uno dei tratti fondamentali che apre a vivere la relazione con gli altri. Per poter ascoltare le emozioni degli altri e per vivere una empatia nella fragilità. C’è una intelligenza emotiva che ha un suo alfabeto, da imparare insieme alla grammatica dei sentimenti. Nella vita è importante tenere insieme intelligenza e cuore. E’ questa grammatica ad offrire gli elementi di base per articolare parole pronunciate e gesti vissuti nel silenzio che non siano vuotei ma capaci di tessere comunicazione. “Abbiate in voi gli stessi sentimenti di Cristo Gesù …”

Alessandro Cortesi op

IMG_0818

XXV domenica tempo ordinario – anno A – 2017

IMG_0620.JPGIs 55,6-9; Fil 1,20c-27a; Mt 20,1-16a

“Quanto il cielo sovrasta la terra tanto le mie vie sovrastano le vostre vie, i miei pensieri sovrastano i vostri pensieri”. Il cielo è lontano dalla terra: è una distanza incolmabile che diviene segno di una differenza irriducibile. Dio non è a misura dell’uomo. La sua presenza non è riconducibile ai pensieri umani. C’è una ricerca da condurre e un silenzio di rispetto e stupore da mantenere: i suoi pensieri non sono i nostri pensieri. Il pensare umano non può pretendere di trattenere e avere in mano i disegni di Dio.

Ricordare questa distanza è il primo passo della fede, la condizione per non ridurre Dio entro i piccoli schemi e le pretese umane. Le vie di Dio non sono le nostre vie. La parola del profeta invita quindi a cercare il Signore, ad invocarlo mentre è vicino. Se c’è da un lato distanza e alterità, d’altro lato Dio è il vicinissimo: il Dio signore della creazione e della storia è anche nello stesso tempo il Dio che si dà ad incontrare, che si fa trovare da chi lo cerca. E’ questa una ricerca da condurre là dove ci sono gesti di bene, nel far crescere il bene. Nel libro di Amos si legge: “Cercate il bene e non il male, se volete vivere e solo così il Signore… sarà con voi” (Am 5,14)

La ricerca di Dio esige una disponibilità ad accogliere i suoi pensieri e camminare nelle sue vie. Il Dio a cui ritornare è Dio della misericordia e del perdono, è il Dio della parola che come pioggia scende ad irrigare, a portare vita ed energia per far germogliare tutti i semi buoni dell’esistenza.

La parabola dei lavoratori chiamati a lavorare nella vigna non è da leggere come insegnamento sui rapporti di lavoro. Invece, come tutte le parabole, è parola che narra il regno di Dio e fa scorgere alcuni tratti del volto del Padre.

Un padrone di casa esce di casa a diverse ore della giornata per trovare lavoratori per la sua vigna: più operai sono chiamati a lavorare nei diversi momenti. Al termine della giornata tutti sono pagati con la medesima ricompensa e i primi si lamentano per essere stati pagati come gli ultimi. Essi ‘mormorano’ dice Matteo: è evocazione del mormorare di Israele nel deserto, quando si levò la protesta contro Dio perché non assecondava le esigenze e i progetti del popolo.

La questione allora non è sui rapporti di lavoro, ma sul modo di vivere la relazione con Dio stesso. Alle lamentele il padrone della parabola risponde dicendo: ‘Amico’. Sta forse qui il centro di tutta la parabola: l’incontro con Dio è essere coinvolti in una condivisione di vita, è amicizia donata, chiamata per un affidamento sincero. Chi lavora nella vigna è reso partecipe dell’amore di Dio per la sua vigna (simbolo del popolo d’Israele e della cura di Dio nell’alleanza: cfr Is 5)

La mormorazione è segno di non comprendere i pensieri di Dio, la sua bontà. Di qui nasce l’invidia nei confronti degli altri. L’agire del Padre che Gesù delinea nelle parole e scelte del padrone della vigna è agire di grazia e di perdono. ‘Non posso fare delle mie cose quello che voglio? Oppure tu sei invidioso perché io sono buono?’ Non ha limiti la sua bontà: per i primi come per gli ultimi la cosa importante è il rapporto nuovo l’incontro con lui. Il padrone della vigna dà a ciascuno quanto pattuito, è quindi giusto. Ma non si ferma qui: supera la giustizia sconfinando oltre. Il suo sguardo è di misericordia verso tutti. E’ preoccupato non di altro se non della relazione con lui: di far entrare nella sua amicizia. Oltre ogni merito. Il regno di Dio è dono per tutti, è scoperta di rapporti nuovi possibili, di accoglienza e di fraternità. La parabola capovolge modi di pensare Dio secondo misure umane, anche di tipo religioso, nella logica del dare-avere, del merito e della ricompensa. Dio che perdona è il Dio del cuore largo, in cui c’è spazio e non vi è esclusione.

Questo stile della misericordia dovrebbe generare una ricerca e un cambiamento. Dovrebbe essere lo stile da cercare sempre nella vita della comunità che segue Gesù: in questo sta – ce lo suggerisce la seconda lettura – il comportarsi ‘da cittadini degni del vangelo’.

Alessandro Cortesi op

IMG_1834.JPG

Vigna

E’ periodo di vendemmia. Una vendemmia che quest’anno per le temperature alte dell’estate e per la siccità giunge anticipata. E’ tempo di  raccolta del generoso frutto della vigna albero forte e nodoso. La vigna piange a primavera nell’aprirsi delle gemme, si veste di un abito di foglie e verde nell’estate e vive l’inverno nel ridursi ad essere tronco con esili rami piegati e, dopo la potatura, legati in attesa di nuova vita.

La vendemmia è festa: è accorrere di tante mani, di voci che si rincorrono tra i filari nel gettare i grappoli d’uva nei secchi pronti per la spremitura. Per molti è lavoro. Duro e sfruttato. E’ spesso riunione di famiglia che ritorna ai campi, eredità di un mondo di nonni e avi che dalla terra traevano di che vivere. E’ festa di ricordi, forse anche occasione di riscoperta di quel rapporto con la terra che oggi è venuto meno, ma che non rinvia ad un passato lontano, piuttosto ad un futuro di nuovo rapporto da ripensare e ricostruire, nel rispetto e nella cura di chi sa che il patto con la terra giunge da lontano e non può venir meno.

Le vendemmia è anche un segno dell’autunno, di questo momento in cui si raccoglie ciò che la terra dona. Ricordo di una generosità che possiamo guardare con stupore. L’autunno è il tempo della maturità e del tramonto che si avvicina preparando il buio che attraversa l’inverno. Ma ancora lo splendore di mattinate fresche con l’aria che pizzica nel risplendere di colori che prolungano l’estate si fa invito a sperare. L’autunno è tempo di raccolta: dopo lunga preparazione, ma anche di nuovo inizio. Nella fine sta l’inizio. L’autunno rinvia ad una esigenza di riposo dopo l’agitazione e gli estremi dell’estate con i picchi della calura e le giornate lunghe a non finire mai. In questo desiderio di riposo, nel progressivo anticiparsi dell’ora del tramonto, sta anche un inizio nuovo. E’ tempo che porta a maturità ma non è fine. E’ fragile promessa come dai frutti maturi i semi divengono annuncio di nuovi inizi. La vendemmia è segno di una speranza che parla di momenti di festa e di ritrovo: il vino è quel sovrappiù che racconta della gioia di uno stare insieme nella pace.

Leggo in questi giorni una bella riflessione che è preghiera di Francesco, nell’udienza generale di mercoledì 20 settembre sulla speranza. La riporto con l’invito ad aprirsi alla speranza nel tempo della vendemmia, nel tempo dell’autunno.

“Pensa, lì dove Dio ti ha seminato, spera! Sempre spera.

Non arrenderti alla notte: ricorda che il primo nemico da sottomettere non è fuori di te: è dentro. Pertanto, non concedere spazio ai pensieri amari, oscuri. Questo mondo è il primo miracolo che Dio ha fatto, e Dio ha messo nelle nostre mani la grazia di nuovi prodigi. Fede e speranza procedono insieme. Credi all’esistenza delle verità più alte e più belle. Confida in Dio Creatore, nello Spirito Santo che muove tutto verso il bene, nell’abbraccio di Cristo che attende ogni uomo alla fine della sua esistenza; credi, Lui ti aspetta. Il mondo cammina grazie allo sguardo di tanti uomini che hanno aperto brecce, che hanno costruito ponti, che hanno sognato e creduto; anche quando intorno a sé sentivano parole di derisione.

Non pensare mai che la lotta che conduci quaggiù sia del tutto inutile. Alla fine dell’esistenza non ci aspetta il naufragio: in noi palpita un seme di assoluto. Dio non delude: se ha posto una speranza nei nostri cuori, non la vuole stroncare con continue frustrazioni. Tutto nasce per fiorire in un’eterna primavera. Anche Dio ci ha fatto per fiorire. Ricordo quel dialogo, quando la quercia ha chiesto al mandorlo: “Parlami di Dio”. E il mandorlo fiorì.

Ovunque tu sia, costruisci! Se sei a terra, alzati! Non rimanere mai caduto, alzati, lasciati aiutare per essere in piedi. Se sei seduto, mettiti in cammino! Se la noia ti paralizza, scacciala con le opere di bene! Se ti senti vuoto o demoralizzato, chiedi che lo Spirito Santo possa nuovamente riempire il tuo nulla.

Opera la pace in mezzo agli uomini, e non ascoltare la voce di chi sparge odio e divisioni. Non ascoltare queste voci. Gli esseri umani, per quanto siano diversi gli uni dagli altri, sono stati creati per vivere insieme. Nei contrasti, pazienta: un giorno scoprirai che ognuno è depositario di un frammento di verità.

Ama le persone. Amale ad una ad una. Rispetta il cammino di tutti, lineare o travagliato che sia, perché ognuno ha la sua storia da raccontare. Anche ognuno di noi ha la propria storia da raccontare. Ogni bambino che nasce è la promessa di una vita che ancora una volta si dimostra più forte della morte. Ogni amore che sorge è una potenza di trasformazione che anela alla felicità.

Gesù ci ha consegnato una luce che brilla nelle tenebre: difendila, proteggila. Quell’unico lume è la ricchezza più grande affidata alla tua vita.

E soprattutto, sogna! Non avere paura di sognare. Sogna! Sogna un mondo che ancora non si vede, ma che di certo arriverà. La speranza ci porta a credere all’esistenza di una creazione che si estende fino al suo compimento definitivo, quando Dio sarà tutto in tutti. Gli uomini capaci di immaginazione hanno regalato all’uomo scoperte scientifiche e tecnologiche. Hanno solcato gli oceani, hanno calcato terre che nessuno aveva calpestato mai. Gli uomini che hanno coltivato speranze sono anche quelli che hanno vinto la schiavitù, e portato migliori condizioni di vita su questa terra. Pensate a questi uomini.

Sii responsabile di questo mondo e della vita di ogni uomo. Pensa che ogni ingiustizia contro un povero è una ferita aperta, e sminuisce la tua stessa dignità. La vita non cessa con la tua esistenza, e in questo mondo verranno altre generazioni che succederanno alla nostra, e tante altre ancora. E ogni giorno domanda a Dio il dono del coraggio. Ricordati che Gesù ha vinto per noi la paura. Lui ha vinto la paura! La nostra nemica più infida non può nulla contro la fede. E quando ti troverai impaurito davanti a qualche difficoltà della vita, ricordati che tu non vivi solo per te stesso. Nel Battesimo la tua vita è già stata immersa nel mistero della Trinità e tu appartieni a Gesù. E se un giorno ti prendesse lo spavento, o tu pensassi che il male è troppo grande per essere sfidato, pensa semplicemente che Gesù vive in te. Ed è Lui che, attraverso di te, con la sua mitezza vuole sottomettere tutti i nemici dell’uomo: il peccato, l’odio, il crimine, la violenza; tutti nostri nemici.

Abbi sempre il coraggio della verità, però ricordati: non sei superiore a nessuno. Ricordati di questo: non sei superiore a nessuno. Se tu fossi rimasto anche l’ultimo a credere nella verità, non rifuggire per questo dalla compagnia degli uomini. Anche se tu vivessi nel silenzio di un eremo, porta nel cuore le sofferenze di ogni creatura. Sei cristiano; e nella preghiera tutto riconsegni a Dio.

E coltiva ideali. Vivi per qualcosa che supera l’uomo. E se un giorno questi ideali ti dovessero chiedere un conto salato da pagare, non smettere mai di portarli nel tuo cuore. La fedeltà ottiene tutto.

Se sbagli, rialzati: nulla è più umano che commettere errori. E quegli stessi errori non devono diventare per te una prigione. Non essere ingabbiato nei tuoi errori. Il Figlio di Dio è venuto non per i sani, ma per i malati: quindi è venuto anche per te. E se sbaglierai ancora in futuro, non temere, rialzati! Sai perché? Perché Dio è tuo amico.

Se ti colpisce l’amarezza, credi fermamente in tutte le persone che ancora operano per il bene: nella loro umiltà c’è il seme di un mondo nuovo. Frequenta le persone che hanno custodito il cuore come quello di un bambino. Impara dalla meraviglia, coltiva lo stupore.

Vivi, ama, sogna, credi. E, con la grazia Dio, non disperare mai” (Francesco)

Alessandro Cortesi op

 

XXIV domenica tempo ordinario – anno A – 2017

IMG_0791Sir 27,30-28,9; Rom 14,7-9; Mt 18,21-35

Il Siracide (II secolo a.C.) è un libro che raccoglie una eredità sapienziale, espressa in forma di brevi sentenze, proverbi, massime. Le affermazioni sono spesso raggruppate attorno a temi comuni. Preoccupazione che guida il testo è accompagnare a cogliere che l’autentica sapienza si sintetizza nella Legge e nel culto che ha il suo centro nel tempio.Una parola importante riguarda il perdono. “Perdona l’offesa al tuo prossimo ed allora per la tua preghiera ti saranno rimessi i peccati… non aver rancore verso il prossimo, ricordati dell’alleanza con l’Altissimo e non far conto dell’offesa subita”

Il Levitico richiamava a rifuggire la vendetta: ‘non coverai nel tuo cuore odio contro il tuo fratello… non ti vendicherai e non serberai rancore contro i figli del tuo popolo ma amerai il tuo prossimo come te stesso. Io sono il Signore’ (Lev 19,17.18). Il prossimo è colui che appartiene al popolo, chi condivide la medesima fede, il vicino. Il rifiuto della violenza è superamento della logica della vendetta, della rappresaglia e del taglione. Anche Giuseppe perdona i fratelli e così nelle storie di Davide e Saul è presente questo motivo. Il testo del Levitico presenta l’invito al perdono del fratello ed è tappa di un percorso che attraversa la Bibbia.

Ben Sira nel II secolo rilegge il testo del Levitico e ne offre una interpretazione nel quadro del suo tempo: ne scorge infatti una nuova prospettiva. Il perdono si radica nel rapporto stesso con Dio. La scelta dell’uomo verso il suo simile è un atto che affonda le radici in una relazione di dono: diviene riflesso e continuazione dell’agire di Dio. Dio darà il suo perdono a chi avrà perdonato l’offesa subita: ‘Perdona l’offesa al tuo prossimo e allora per la tua preghiera ti saranno rimessi i peccati. Se non hai misericordia per il tuo simile, come osi pregare per il tuoi peccati? Ricordati dei comandamenti e non aver rancore verso il prossimo, ricordati dell’alleanza con l’Altissimo e non far conto dell’offesa subita’. Siracide quindi collega il perdono al rapporto con Dio. Il giusto deve agire tenendo come riferimento l’agire di Dio, che è agire di misericordia, come dirà il libro della Sapienza.

Anche al tempo di Gesù la questione del perdono era viva: qualche maestro indicava un limite al perdono da dare al fratello. Per questo Pietro interroga Gesù per verificare cosa pensa e porre la sua parola a confronto con quella di altri maestri: si deve perdonare fino a sette volte? “Pietro si avvicinò a Gesù e gli disse: Signore, quante volte dovrò perdonare al mio fratello, se pecca contro di me? Fino a sette volte? Gesù gli rispose: Non ti dico fino a sette, ma fino a settanta volte sette…” Gesù rinvia ad una misura della misericordia che non ha limite, che non può essere posta entro angusti orizzonti.

A questo punto Matteo riporta una parabola. Il punto focale di questa sta nella comprensione senza limiti del padrone. E’ un messaggio sul volto di Dio stesso e sull’agire di Gesù che lo rende vicino. Sta qui la sua preoccupazione fondamentale, aprire a cogliere il modo di agire di Dio, che non è secondo i modelli dell’egoismo e della violenza.

Il servo che ha un debito va dal padrone e gli chiede semplicemente un rinvio per avere più tempo per sanare il debito. Il padrone non solo accetta la richiesta di pazientare ma di sua iniziativa e in modo gratuito gli ‘condona’ tutto il debito. Sta qui il passaggio fondamentale della parabola: Gesù presenta il perdono come movimento che ha la sua origine da Dio capace di condonare perché ama oltre ogni limite. In una seconda scena il servo è tratteggiato con il volto duro e irreprensibile, senza pietà di chi esige invece un pagamento dovutogli da un altro servo. E’ incapace di fare altrettanto con un suo debitore, non prolunga il dono ricevuto senza meriti. Il dono ricevuto poteva essere motivo di cambiamento. Poteva portarlo a superare la logica del dovuto.

La parabola originaria di Gesù viene riletta nella comunità di Matteo e presentata con accentuazioni della dimensione ecclesiale ed in riferimento agli ultimi tempi. Il re che condona diecimila talenti è colui che poi giudica, e viene così evocato il giudizio finale. Il servo che non ha condonato cento denari – una cifra incommensurabile rispetto ai diecimila talenti – è destinato a subire un supplizio drammatico.

Matteo ha a cuore un messaggio sul dono di Dio e sulla responsabilità della comunità di Gesù. Il tempo della chiesa è un frattempo, un tempo che sta in mezzo, tra un perdono ricevuto da Dio, da accogliere con gratitudine, e un cammino per imparare a perdonare agli altri. Matteo ci dice innanzitutto che il perdono è in radice dono del Dio di misericordia ed il suo ‘condono’ sta all’origine della nostra vita: il tempo della chiesa è occasione di percorsi di riconciliazione.

La comunità trova qui uno dei suoi tratti peculiari: è chiamata ad essere spazio di riconciliazione, in cui porre al centro l’agire di Dio. E’ chiamata ad essere responsabile di perdono. E’ una scelta che supera la giustizia e che tuttavia non calpesta la giustizia: ‘Se voi perdonerete agli uomini le loro colpe, il Padre vostro celeste perdonerà anche voi’ (Mt 6,14).

Alessandro Cortesi op

IMG_0820

Giustizia che ristora

Alcuni libri parlano in modo particolare: sono quelli che nascono da parole che recano dentro di sé il peso dell’esistenza, che conducono ad avvicinarsi alle ferite profonde della vita. Uno di questi è Il libro dell’incontro. Vitime e resposnbili dlela lotta armata a confronto, Il Saggiatore 2015) curato da Guido Bertagna, Adolfo Ceretti e Claudia Mazzucato: un gesuita che ha lavorato a Milano nel carcere di san Vittore, un docente di criminologia, una docente di diritto penale.

Il libro è resoconto di una serie di incontri condotti a partire dal 2009. I curatori, in qualità di mediatori, hanno creato l’opportunità di incontro tra alcune vittime o loro familiari e alcuni responsabili della lotta armata in Italia negli anni ’70 e ’80. Circa sessanta sono le persone che vi hanno in qualche modo partecipato. Ad ogni incontro si dava spazio per un ritrovarsi difficile, doloroso in cui vittime e responsabili stavano gli uni di fronte agli altri. Potevano scambiare parole, sguardi oppure rimanere in silenzio. Queste parole, questi silenzi sono stati consegnati ad un libro.

Accanto alla testimonianza di questo itinerario in cui le voci raccolte rimangono racchiuse nell’anonimato, e solo in alcuni casi è indicato chi le ha pronunciate, il volume raccoglie una serie di approfondimenti e riflessioni.

Sullo sfondo sta il riferimento ad una intuizione che considera l’esigenza umana di giustizia non come vendetta ma come riparazione e cammino di verità: un cammino doloroso e faticoso di incontro e apertura al futuro.

“la locuzione restorative justice non era ancora in uso in quel lontano 1993… e ancora oggi in tantissimi ignorano che esiste qualcosa che prende il nome di ‘giustizia riparativa’.” (Claudia Mazzucato, 252). Il modello nella giustizia riparativa, in tempi recenti ha visto un complesso percorso di concretizzazione in Sudafrica nell’esperienza della Commissione Sudafricana per la Verità e la Riconciliazione, esperienza che rimane sullo sfondo quale via ispiratrice dell’impegno.

“Una giustizia che non si fermi all’accertamento dei fatti e delle responsabilità né all’arido conteggio delle sanzioni e dei risarcimenti, e nemmeno all’esteriorità di proclamati pentimenti pentimenti e perdoni (o non perdoni) ma riesca in qualche modo a ‘riparare’ il tessuto personale e sociale lacerato, e a migliorare il futuro di tutti, è un ideale tanto impegnativo quanto ambizioso, a cui però non possiamo rinunciare se della ‘giustizia’ vogliamo continuare ad avere, a coltivare e a promuovere un’idea degna del senso ultimo dell’essere umano” (Valerio Onida, 133)

Questo itinerario di incontri non si prefiggeva un esito già stabilito, non cercava un perdono difficile da definire nei suoi contorni. Piuttosto la fatica da cui l’iniziativa prese origine stava nella ricerca di un ascolto reciproco, di un ricomporre la memoria, di uno scorgere la possibilità di stare davanti all’altro in attitudine di riconoscimento, nel superare l’attitudine a rendere l’altro una cosa, un simbolo, ad andare oltre l’opposizione amico-nemico. Con la pesante domanda nel cuore: “Quanta verità siamo disposti ad ascoltare?” (185).

“Le aule giudiziarie in certi casi hanno già dato tutto quello che potevano dare. E allora noi abbiamo una missione. La società non sa, forse non vuole sapere. Ma noi abbiamo bisogno della parola di tutti. Abbiamo bisogno di una storia che smetta di scriversi con le stesse parole. E’ difficile ma dobbiamo dimostrare di essere stati in grado di dialogare con l’altro. Dobbiamo custodire una memoria viva per andare oltre l’incubo dei mostri e ritrovare le persone.” (58)

E la tensione drammatica di questo stare davanti all’altro, tra vittime e responsabili emerge da alcune voci:

“Occorre essere consapevoli che un male di ieri non diventa un bene oggi. Non si può pretendere di appartenere alle categorie di ex assassini o ex vittime. Si rimane per sempre tali, e radicalmente diversi, e questo pur rispettando a dignità umana di chi ha commesso il crimine.” (88)

“Ogni volta che vi ascolto parlare penso a un dramma nel dramma, questo terribile e drammatico spreco di risorse umane che questa stagione ha portato. Non soltanto lo spreco di risorse umane di coloro che sono stati uccisi e non ci sono più, ma anche le vostre, voi. Sprecare intelligenze come le vostre rimane una delle ferite più grandi di questa storia.” (152)

“Se devo spiegare perché ho ucciso, è come se uccidessi per la seconda volta. E’ un dramma: non c’è un perché.” (80)

“Se mio papà fosse ancora qui, sono sicuro che sarebbe qui con noi.” (159)

“La memoria di quegli anni è di incubi notturni, e io non volevo andare a dormire.” (59)

E’ un testo che conduce a riflettere su passaggi da compiere nella vita di ognuno e nella vicenda di una comunità politica:

“Il ‘ricercatore della memoria’ è chi volge lo sguardo indietro, per ricostruire un sé lontano, qualche volta una giustificazione, per scoprire cos’è stato, come s’è evoluto. L’ ‘indagatore di connessioni’, invece, ha lo sguardo in avanti, si fa carico del proprio vissuto per cercare di capire cosa è oggi la sua identità. Indagare connessioni produce l’effetto dell’ascolto plurale di una polifonia di voci. La memoria da condividere è una memoria irriducibilmente diversa, la quale chiede, – per essere riconosciuta – uno sguardo ‘strabico’: mettiamo a fuoco il passato per guardarlo con lo sguardo di oggi. Camminiamo in una tensione continua. Stiamo all’incroci dei venti, dove le correnti si prendono tutte.” (184)

Il libro dell’incontro mostra che è possibile intraprendere percorsi nuovi, che una giustizia, diversa da come è intesa spesso nel senso di vendetta, ma anche oltre le vie ordinarie, apre nuovi orizzonti. Sono orizzonti di riconciliazione, di possibilità di liberare dal reato anche le vittime, di scoperta di possibilità di dare senso al dolore, di ripartire nel generare nuovi tipi di relazione.

“E se si potesse fare di una ferita così profonda la ragione non di una vendetta (pubblica o privata) ma di una nuova possibilità di convivenza?” (Luigi Manconi, Postfazione, 405)

“Ecco. Noi testimoniamo che un’altra strada è possibile, ma adesso non tocca più a noi, tocca a voi che incontrate e ascoltate.” (204)

Alessandro Cortesi op

 

Navigazione articolo