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commenti alla Parola della domenica e riflessioni

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II domenica tempo ordinario – anno B – 2018

IMG_20241Sam 3,3-10.19; 1Cor 6,13-15.17-20; Gv 1,35-42

La storia di Samuele, un giovinetto che si apre alla chiamata di Dio nella sua vita è posta in un tempo di silenzio di Dio: “la parola del Signore era rara in quei giorni, le visioni non erano frequenti” (1Sam 3,1). Gli occhi di Eli si andavano indebolendo e non riusciva più a vedere.

In un tempo di aridità Dio chiama e un giovane si dispone all’ascolto e si apre una storia nuova. Dio irrompe in modo inatteso e Samuele è inviato ad essere profeta, uomo della parola. La chiamata di Dio è rivolta a chi dal punto di vista umano non ha particolari doti. Samuele è il figlio della preghiera di Anna che a Dio aveva implorato: “lo offrirò al signore per tutti i giorni della sua vita” (1Sam 1,11). Il suo nome reca in sé il segno del dono e della promessa. La sua vita è segno di grazia e di restituzione: “lo chiamò Samuele perché, diceva, al Signore l’ho richiesto” (1Sam 1,20).

Dio guarda ai piccoli e a lui rivolge la chiamata nel pronunciare il suo nome e lo invia. Samuele si rende pronto con disponibilità: ‘Parla Signore, il tuo servo ti ascolta’. Tutta la sua vita sarà sotto il segno della parola con un cuore docile: “non lasciò andare a vuoto” le parole di Dio (cfr. 1Sam 3,19). La chiamata di Dio si rende vicina e comprensibile attraverso incontri e voci umane: la presenza paziente e saggia di Eli, che si tira indietro e lascia spazio ad un ascolto e ad un’apertura del cuore davanti a Dio, orienta il giovane Samuele. Eli non pretende di sapere, non lo rinchiude in schemi prefissati. Apre cammini di libertà. E rimane disponibile al disegno di Dio.

Anche nella pagina del IV vangelo c’è un racconto di chiamata: è l’incontro dei primi discepoli con Gesù, posto nel quadro dei primi sette giorni dell’attività di Gesù. Una evocazione dei sette giorni della creazione: la Sapienza di Dio, la sua Parola, sta operando una nuova creazione.

L’incontro è suscitato dall’indicazione del Battista: ‘Ecco l’agnello di Dio’ … e due dei suoi discepoli sentendolo parlare così, si misero a seguire Gesù. Gesù è indicato come agnello: è questo un simbolo che evoca l’alleanza e il cammino dell’esodo di Israele. La vita di Gesù è inoltre accostata a quella del profeta, il servo di JHWH: ‘era come agnello condotto al macello, come pecora muta di fronte ai suoi tosatori e non aprì bocca’ (Is 53,7).

A chi inizia a seguirlo Gesù pone una domanda decisiva, ‘Che cosa cercate?’, un itinerario che sarà sviluppato lungo tutto il vangelo. Dopo la morte di Gesù Maria, nel giardino dove si reca per visitare il sepolcro, sarà sorpresa dalla voce dell’ortolano che le chiede: ‘Chi cerchi?’. Il IV vangelo si dipana quindi tra queste due domande fondamentali e accompagna nel passaggio dall’una all’altra: il ‘che cosa cercate?’ all’inizio si compie nella domanda ‘chi cerchi?’ alla fine. Domande che rimangono aperte per chiunque legge queste pagine.

I discepoli rispondono a Gesù con un’altra domanda: ‘Maestro dove dimori?’. Sono spinti da una curiosità e da una ricerca. ‘Dimorare’ rinvia ad un rapporto di comunione di vita: così ‘rimanere’ rinvia a quel rimanere dei tralci nella vite, a cui Gesù invita come modalità di vivere il rapporto con lui ‘perché senza di me non potete far nulla’ (Gv 15,4-5).

Gesù non propone una dottrina, né li rinchiude in una serie di obblighi ma chiede loro di seguirlo. Seguire Gesù si connota come uno stare dietro a lui per aprirsi ad un vedere nuovo: ‘Venite e vedrete’. Li invita così ad una condivisione. Da quell’ora di quel giorno la vita dei due discepoli diverrà un vivere insieme con Gesù, un rimanere in lui. La sua dimora è la sua presenza. La fede è essenzialmente un cammino insieme a lui. E Giovanni annota… ‘quel giorno rimasero con lui’. Chi scrive ha un ricordo preciso di quando ciò avvenne: forse un riferimento ad un’esperienza personale che ha segnato l’esistenza in un’ora decisiva?

In questa pagina è presentata un’altra sottolineatura: l’incontro con Gesù si attua in una rete di legami quotidiani: Andrea e Simone sono fratelli, poi Filippo incontra Natanaele e gli dice ‘Abbiamo trovato … Gesù, figlio di Giuseppe di Nazaret’. La chiamata di Gesù si fa vicina nel tessuto di rapporti, di vicinanza. Gesù è il figlio di Giuseppe, e nel contempo di lui hanno parlato Mosè e i profeti. La ricerca che inizia nel rimanere con Lui è itinerario per continuare a fissare lo sguardo su di lui. Ma per primo è lui che ha fissato lo sguardo su di noi e chiama per nome. Dà un nome che è fiducia, segno di fedeltà, ed anche invio a divenire il nome che abbiamo ricevuto.

Alessandro Cortesi op

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“Vengo in mezzo a voi perché voglio portare nei miei i vostri occhi – io ho guardato i vostri occhi –, nel mio il vostro cuore. Voglio portare con me i vostri volti che chiedono di essere ricordati, aiutati, direi “adottati”, perché in fondo cercate qualcuno che scommetta su di voi, che vi dia fiducia, che vi aiuti a trovare quel futuro la cui speranza vi ha fatto arrivare fino a qui.

Sapete cosa siete voi? Siete dei “lottatori di speranza”! Qualcuno non è arrivato perché è stato inghiottito dal deserto o dal mare. Gli uomini non li ricordano, ma Dio conosce i loro nomi e li accoglie accanto a sé. Facciamo tutti un istante di silenzio, ricordandoli e pregando per loro. [silenzio] A voi, lottatori di speranza, auguro che la speranza non diventi delusione o, peggio, disperazione, grazie a tanti che vi aiutano a non perderla”

(papa Francesco, Incontro con i migranti – Bologna hub di via E.Mattei – 1 ottobre 2017)

Chiamata

“Il Centro Astalli esprime profondo cordoglio per l’ultima tragedia nel Mar Mediterraneo.  Si teme un’ecatombe: stando alle testimonianze dei superstiti, il gommone su cui erano stati imbarcati dai trafficanti conteneva 100 persone.

Assistiamo attoniti all’ennesimo oltraggio alla vita umana. Un doppio oltraggio: per le condizioni disumane in cui uomini e donne sono costretti a morire e per un’indifferenza sempre più dilagante da parte di istituzioni nazionali e sovranazionali e purtroppo anche della società civile.

Il Centro Astalli chiede a istituzioni nazionali ed europee una tempestiva azione umanitaria di ricerca e soccorso in mare per le imbarcazioni in difficoltà, consentendo approdo sicuro in un porto europeo e l’istituzione immediata di un canale d’evacuazione dalla Libia per i migranti in transito e in detenzione in un Paese in cui dignità, sicurezza e diritti umani non sono garantiti”.

E’ questo l’ultimo appello (9.01.2018) emesso dal centro Astalli dei gesuiti di fronte all’ultima strage di migranti nel Mediterraneo. E’ un appello a soluzioni praticabili, possibili. Ed esprime il senso di tristezza per la sordità dei paesi europei di fronte a quanto sta avvenendo, per l’indifferenza rispetto alle condizioni di tanti uomini e donne che affrontano le fatiche e i drammi della migrazione.

In questo tempo in cui le parole di umanità sono rare e così anche la parola di Dio è rara perché non ascoltata, c’è un grido che proviene in modo incessante innanzitutto da chi è vittima di una condizione del mondo segnata da ingiustizia e iniquità.

Un missionario da anni in Niger ricorda che guardare l’Europa dal Sud capovolge i criteri di giudizio, fa imparare tante cose: “ecco la fortuna che mi ha accompagnato in tutti questi anni fino ad oggi. La fortuna di ‘sguardare’ il mondo dal Sud che poi è un altro mondo, un mondo che apre gli occhi sulla realtà che ci avviluppa. È solamente dal punto di vista dei poveri che si può scoprire la verità delle cose e della storia. Vivere a Sud di Lampedusa, l’isola diventata il simbolo della frontiera tra l’Italia e l’Africa, mi ha insegnato tante cose. Una di queste è la scoperta che la frontiera dell’Italia mi ha seguito, si trova nel Niger, ad Agadez” (M.Armanino, L’Italia torna in Africa. La vergogna di un italiano in Niger,Avvenire” 9 luglio 2018).

In una  situazione internazionale segnata dal crescere di una retorica della forza e dalla violenza praticata in molti modi, sconcerta anche l’utilizzo di armi fabbricate in Italia nei bombardamenti aerei sulle zone abitate da civili in Yemen come ha rilevato un’inchiesta del New York Times e come è stato denunciato dalla Rete italiana per il disarmo e da altre associazioni (cfr. R.Beretta, Yemen e armi ai sauditi: coerenza nordica, ipocrisia italica e i suoi giannizzeri, http://www.unimondo.org)

In un tempo di visioni corte c’è chi suggerisce visioni diverse. E non manca la voce di Dio che si fa vicina in modi sempre nuovi. E’ una voce che è appello di umanità.

E’ possibile rimanere ciechi e non cogliere le esigenze del vangelo e renderlo motivo per giustificare egoismi e chiusure, per mantenere lo status quo, per coltivare indifferenza e ingiustizie. Oggi la chiamata di Dio è da scorgere nelle chiamate di uomini e donne che chiedono dignità.

La voce di Dio si rende presente in chi grida speranze e attese che oggi naufragano in un mare divenuto muro di separazione e di allontanamento. Chiama ad un ascolto che provoca credenti e non credenti per scoprire le radici di un’umanità vissuta nella benevolenza, nell’ascolto dell’altro e nel perseguire rapporti giusti nella pace. Per vivere la fede come cammino in cui l’incontro con Dio si compie nell’ascolto di chi soffre.

Alessandro Cortesi op

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Battesimo di Gesù – 2018

IMG_2243Is 55,1-11; 1Gv 5,1-9; Mc 1,7-11

Marco pone l’episodio del battesimo di Gesù al Giordano all’inizio del suo vangelo. Dopo una breve presentazione del Battista, Marco dice Gesù che fu battezzato da Giovanni.

Il battesimo proposto da Giovanni era un gesto di preparazione e di attesa: indicava l’impegno a cambiare vita nel confessare i propri peccati, in vista di un intervento imminente di Dio da temere come giudizio.

Giovanni Battista ha i tratti di un profeta che chiama a penitenza tutti, anche gli impuri, al di là delle pratiche dei sacrifici e del tempio: chiede solo di rivolgersi a Dio. Il luogo in cui battezzava, il deserto, ricordava l’esperienza dell’esodo ed invitava a rinnovare quell’esperienza di fede.

Giovanni indica qualcuno ‘più forte’: ‘Io vi ho battezzati con acqua ma egli vi battezzerà con lo Spirito Santo’. Le sue parole evocano così le profezie di un tempo messianico in cui lo spirito di JHWH scende in modo nuovo: ‘Dopo questo io effonderò il mio spirito sopra ogni uomo e diverranno profeti i vostri figli e le vostre figlie…’ (Gl 3,1-5).

Marco presenta Gesù come uno tra i tanti che ascoltano la predicazione del Battista. Si reca nel deserto per ricevere ‘un battesimo di conversione per il perdono dei peccati’. E’ un gesto di condivisione e solidarietà: Gesù condivide il cammino di chi attende salvezza e liberazione.

E Gesù si fa immergere da Giovanni. Marco rende partecipe il lettore di un’esperienza propria di Gesù usando una serie di simboli: ‘Uscendo dall’acqua vide aprirsi i cieli e lo Spirito discendere su di lui come una colomba’. I cieli si aprono, scende lo spirito come colomba, risuona una voce. La scena richiama tratti delle manifestazioni di Dio nel Primo testamento e dei racconti di vocazione. In questo momento si attua una rivelazione dell’identità di Gesù e per lui inizia un cammino, nella consapevolezza di una chiamata e di un invio. Il Padre conferma il gesto di Gesù. Tutta la sua vita è un discendere un immergersi nel dono di sé, e nel servizio sulla via della croce. Il Figlio ha il volto del servo di JHWH.

“Se tu squarciassi i cieli e scendessi” (Is 63,16-19) era l’invocazione dei profeti rivolta a Dio. Nell’aprirsi dei cieli Marco intende indicare che in Gesù si apre una nuova comunicazione tra Dio e l’umanità.

La colomba evoca la tenerezza del Padre: la colomba si china sui suoi piccoli. E’ anche rinvio alla nuova creazione. Nella prima creazione lo Spirito ‘covava’ come colomba sulle acque (Gen 1,2) e lo spirito del Signore è annunciato come dono che si posa sul messia (Is 11,2). La colomba diviene simbolo di tutto di questo: ‘Lo spirito del Signore è su di me’ (Is 61,1-2)

La voce che risuona offre il significato dell’evento. ‘Tu sei il Figlio mio prediletto, in te mi sono compiaciuto’. E’ richiamo al salmo 2,7, un salmo regale in riferimento al Messia atteso. Gesù è indicato come il Figlio in rapporto unico al Padre: è il prediletto. Si richiama così il volto di Isacco, il figlio ‘unico’, che passa attraverso la sofferenza e la prova.

Il figlio in cui il Padre si compiace ha il volto del servo che attraverso le sofferenze vivrà fino alla fine la fedeltà al Padre e agli uomini mostrando l’amore di Dio: il suo volto reca i tratti del servo sofferente presentato da Isaia: ‘Ecco il mio servo che io sostengo, il mio eletto in cui mi compiaccio. Ho posto il mio spirito su di lui’ (Is 42,1).

La voce del Padre costituisce così una proclamazione di fede della comunità di Marco. In Gesù, solidale con i peccatori, si scorge il ‘servo’ che dona la sua vita. Ed è guida in un cammino che rinnova l’esodo, come Mosè che attraverso le acque aprì la via della liberazione per tutto un popolo. Gesù esce dalle acque: in lui si scorge il volto di un Dio comunione che si comunica per accogliere la storia umana e il creato.

Alessandro Cortesi op

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Come la pioggia e la neve

La pioggia e la neve di un inverno che ha fatto tornare la neve sui monti e che rende la terra impregnata di acqua e umidità, sono cose di questo mondo, fatto di stagioni e di climi diversi. Sono elementi di natura e di vita. Sono spesso parte del panorama quotidiano che non attira attenzione se non per la necessità di dover prendere l’ombrello in un giorno piovoso, per uno sguardo fugace alle vette innevate da lontano che per un  attimo suscita il pensiero di poter fare una sciata tra gli abeti carichi di neve.

E tutto scorre via, ciò che si muove attorno a noi, le cose piccole, i colori, i suoni, le forme, nel daffare di tutti i giorni, come scorre la pioggia e come si scioglie la neve senza che resti traccia sul suolo o nei cuori. Eppure tutte queste cose recano memoria e similitudine, sono timido invito a risvegliarsi da una cecità che si insinua poco alla voltae prende dentro.

…come la pioggia e la neve così la tua parola… Sono via da percorrere e passaggio su cui sostare. Se non si lascia spazio a quanto sta attorno a noi, se non ci si lascia toccare dalle cose non si matura la capacità di ascolto, e di sguardo su profondità inattese della vita stessa. Il senso del nostro cammino, non sta chissà dove, ma si cela nelle pieghe del quotidiano, nell’aprirsi alla chiamata che viene dalla terra stessa. C’è un mondo nel quale siamo da accogliere e custodire, a cui lasciare sazio nello sguardo, nel toccare, nell’ascoltare, nel sentire…

“Questo mondo di terra, di cielo, di acque, di piante, di animali tu ce l’hai preparato Signore, e ce l’hai consegnato nelle mani perché lo custodissimo. Era la nostra casa ed è tuttora – anche inquinata – la nostra abitazione, la nostra patria e non già il nostro esilio come una falsa ascetica ci ha voluto far credere (…) Questa è la patria bella che tu ci hai dato. Poi (ha un po’ragione anche la falsa ascetica), allontanandoci da te, ci siamo allontanati anche dal nostro mondo e la patria si è fatta un poco esilio; non tanto, tuttavia da non poterlo ancora chiamare e sentire patria nostra, anche se una patria ancora più nostra e vera ci attende alla fine della vita…

… la nostra preghiera per la terra si fa preghiera per noi: per il nostro rispetto, la nostra armonizzazione, la nostra consonanza. Dacci rispetto per ogni animale e ogni pianta; facci comprendere che non solo la rosa è bella, ma anche i rovi e le ortiche dei fossi; e non soltanto la farfalla, ma anche il bruco che rosica le foglie e il lombrico che, umile e paziente, scava le sue gallerie sotto la terra rendendola più soffice e più fertile. E dacci cuore per amare le rose e le spine, la rugiada e anche il fango. (…)

Quest’ascolto del mondo che entra da tutte le porte del corpo, è una premessa, una preparazione, una pedagogia che ci introduce all’ascolto di te. Perché l’attitudine all’accoglienza non s’improvvisa; e, se non sappiamo ascoltare i suoni, i rumori, e i mormorii del mondo, non sapremo neanche ascoltare la tua voce che è più sottile della brezza dell’aria” (A.Zarri, Quasi una preghiera, Einaudi 2012, 183-185). “Tutti i luoghi sono il luogo dell’incontro; e proprio perché sei il Dio di tutti i luoghi ciascuno può prenderti per sé e può sentirti come suo” (ibid.).

Alessandro Cortesi op

Epifania del Signore – 2018

Balthasar

Rinvio ai commenti:

Epifania del Signore – 2017

Epifania del Signore – 2016

Epifania del Signore – 2015

Epifania del Signore – 2013

Domenica della Santa Famiglia – anno B – 2017

IMG_1752.jpg(pagina aggiornata il 30.XII.2017 – mi scuso per l’errore – ac)

Gen 15,1-6; 21,1-3; Ebr 11,8.11-12.17-19; Lc 2,22-40

‘Quando venne il tempo della loro purificazione secondo la legge di Mosè (Maria e Giuseppe) portarono il bambino a Gerusalemme per offrirlo al Signore… Quando ebbero tutto compiuto secondo la legge del Signore, fecero ritorno in Galilea alla loro città di Nazaret’.

In questo andare e tornare da Gerusalemme, in attenzione alle prescrizioni della legge, è descritto l’incontro nel tempio con il vecchio Simeone e con la profetessa Anna, due anziani presentati come persone in attesa e capaci di accogliere una profonda novità nella loro vita.

La fragilità di una vita appena nata, la freschezza di un bambino entra in una storia segnata dalla vecchiaia e la rinnova. Al centro di questo incontro la chiave per comprenderne il significato sta nelle parole del cantico di Simeone.

Queste sono richiamo ad antichi annunci del profeta Isaia: “Allora si rivelerà la gloria del Signore e ogni uomo la vedrà” (Is 40,15); “io ti renderò luce delle nazioni perché porti la mia salvezza fino alle estremità della terra” (Is 49,6); “i popoli vedranno la tua giustizia, tutti i re la tua gloria” (Is 62,2).

Sono memoria di una storia di attesa e di speranza. Simeone non indica qualcosa di futuro che deve venire, ma guarda al presente e si rivolge al bambino che tiene tra le braccia: l’attesa della salvezza ha ora un nome, è qualcuno, è quel bambino, avvolto in fasce, segno debole in cui si rende vicina la debolezza dell’amore di Dio entrata nella storia per cambiare e donare salvezza e speranza per tutti: ‘i miei occhi hanno visto la tua salvezza, preparata da te per tutti i popoli…’

Maria e Giuseppe hanno portato a Gerusalemme il loro bambino per consegnarlo a Dio: sta qui il compimento autentico della legge, una consegna, una restituzione. E quel bambino è luce per Israele e per tutti i popoli. Simeone riconosce in quel volto il compiersi delle promesse sul Messia. Indica il percorso della vita di Gesù: la sua vita sarà sotto il segno della debolezza dell’amore, sarà un ‘segno di contraddizione’. Passando per il cammino della sofferenza e subendo il rifiuto, integrando nella sua via le conseguenze della malvagità umana, e la stessa condanna ingiusta, Gesù ha reso la morte stessa, che contraddice il disegno di vita di Dio, luogo di accoglienza e di manifestazione dell’amore.

La narrazione di Luca è poi attraversata da un corrente di stupore: non solo il padre e la madre di Gesù si stupivano delle cose che si dicevano di lui (cfr. Lc 2,33), ma anche Simeone ed Anna, pur nella vecchiaia hanno occhi che si lasciano muovere dalla meraviglia. La capacità di stupirsi è propria di chi non è chiuso nella propria autosufficienza ma è aperto alla vita come consegna e dono. Accogliere il volto di un Dio che si fa vicino nel segno di un bambino inerme è sfida ad una conversione su come vivere la fede.

Maria e Giuseppe hanno consegnato Gesù il figlio. Abramo, il primo credente, ha vissuto il cammino drammatico dell’affidamento a Dio di Isacco, il figlio della promessa. Ed è questo anche il cammino di fede di ogni persona, di ogni comunità e di ogni famiglia: affidare al Signore la propria vita, i propri figli, perché tutto partecipi al venire di Gesù per servire e dare la vita per tutti, al suo dono di salvezza per tutti i popoli.

Alessandro Cortesi op

IMG_1988.jpg(Pietro Bugiani – Preghiera)

L’equivoco della famiglia

“L’equivoco della famiglia” (ed. Laterza 2017) è titolo di un libro di Chiara Saraceno sociologa torinese, impegnata da anni nella ricerca attorno alle questioni relative alla famiglia e alle sue trasformazioni.

Una prima sottolineatura che il libro evidenzia sin dal titolo è l’equivoco a cui il termine famiglia facilmente conduce. Più che di famiglia si dovrebbe parlare di forme diverse di famiglia, di famiglie al plurale. C’è un carattere dinamico dell’istituto familiare nel tempo. Nelle diverse epoche e contesti la famiglia ha avuto diverse funzioni. “Gli studi antropologici ed etnologici, e da ultimo di storia sociale, hanno mostrato la varietà di esperienze familiari nel passato, contemporaneamente indicando l’impossibilità di ricostruire una vicenda unitaria di trasformazioni, all’interno della quale rintracciare il filo unitario della famiglia” (L’equivoco, 5).

Oggi è difficile determinare un confine alle definizioni e esperienze di famiglia. Se un aggettivo si addice alla condizione delle famiglie oggi è quello di essere s-confinate: “Le famiglie, infatti, si trovano a esistere contemporaneamente nello spazio stretto delle definizioni normative e in quello più indefinito delle relazioni ed esperienze concrete, che spesso eludono le definizioni e i confini normativi” (L’equivoco, 17). Ma le famiglie sono s-confinate anche per la condizione di un’epoca in cui la mobilità geografica impone in diversi modi alle famiglie confini mobili, si pensi alle famiglie migranti, o con coniugi di nazionalità diversa, o alle famiglie in cui qualcuno si trova a vivere altrove per lavoro o studio.

Anche in conferenze Chiara Saraceno ha avuto modo di esplicitare l’idea che non esiste un unico modello di famiglia formulato sulla base di un presunto paradigma naturale. La famiglia è istituzione umana che risente degli influssi della storia e dei movimenti sociali e legata a contenuti e regole che nel tempo hanno subito e subiscono cambiamenti.

“La famiglia esiste dove c’è appartenenza non solo dal punto di vista biologico ma anche affettivo, e dove è presente un radicamento che genera relazione e accoglienza. Tuttavia ciò non si manifesta allo stesso modo in tutte le società umane, acquisendo un significato diverso a seconda del contesto sociale e culturale”. (Leggere la città, Pistoia 2017)

Oggi la famiglia trova espressione soprattutto nella dimensione affettiva e dell’amore. Non sempre non dappertutto è stato così. Lo sposarsi per motivi economici o per accordi di famiglie di origine o per altre ragioni sociali è stato il modo in cui le famiglie si sono formate nel passato.

“Il matrimonio ha attraversato profondi mutamenti nel corso delle ultime tre generazioni, soprattutto a causa dei cambiamenti nelle aspettative per la vita di coppia e l’educazione dei figli: è così passato da un fatto basato sul rispetto e sulla fedeltà coniugale, con finalità quasi esclusivamente riproduttive, a uno dei tanti, possibili modi di convivenza sociale, più legato a un sentimento di amore e di affettività che non alle sole ragioni pratiche” (ibid.)

“Era già avvenuto nei paesi nordici ed anche in Francia e in Germania, dove ormai da diversi decenni il matrimonio aveva perso il ruolo di rito di passaggio, per divenire piuttosto rito di conferma. Non si va a vivere insieme come coppia solo dopo che ci si è sposati. Piuttosto, ci si sposa dopo aver sperimentato qualche anno di vita insieme e sempre più spesso anche dopo aver avuto uno o più figli… siamo quindi di fronte ad un importante cambiamento culturale, oltre che comportamentale, del significato del matrimonio e della sua collocazione nella vicenda della coppia. Rimane da vedere se ciò comporterà anche un indebolimento del matrimonio in quanto tale o solo una sua trasformazione… Considerare, come fa qualcuno, la diffusione delle convivenze senza matrimonio un indicatore di deresponsabilizzazione e incertezza è semplicistico. Al contrario, può essere la conseguenza di una maturata consapevolezza che non basta sposarsi per essere capaci di vivere insieme e lavorare a un progetto di vita comune” (L’equivoco, 19-20)

Proprio il cambiamento culturale relativo alla considerazione della finalità e fondamenti del matrimonio con accento sulla componente della libertà di scelta ispirata dall’amore e in vista di una solidarietà condivisa ha condotto a considerare la possibilità di unione di coppie dello stesso sesso. Da qui il riconoscimento anche giuridico delle coppie omosessuali.

“Le innovazioni giuridiche che in molti paesi hanno portato al riconoscimento giuridico delle coppie omosessuali, e i dibattiti che le hanno accompagnate in tutti i paesi, sono la prova di quanto le definizioni di famiglia e di coppia siano un costrutto insieme culturale e legale, basato sul sentire condiviso circa ciò che è buono e accettabile nei rapporti interpersonali insieme più intimi e socialmente rilevanti, un ‘comune sentire’ che cambia da una società e da un’epoca all’altra” (L’equivoco, 24)

La vita delle famiglie fa riferimento alla vita e la vita precede e va oltre le configurazioni giuridiche benché il riconoscimento giuridico abbia una particolare importanza:

“C’è famiglia ogni volta che, al di là delle definizioni giuridiche, ci si prende responsabilità duratura l’uno verso gli altri. Responsabilità di accudimento, solidarietà e reciprocità”. (Intervista Bergamonews)

La vita delle famiglie è segnata oggi da violenze nascoste e pervasive, da rapporti nei quali una parte spesso le donne si trovano ad essere vittime di non riconoscimento, di oppressione e di violenze psicologiche e fisiche. I modelli di genere non solo riguardanti la sessualità, ma la divisione del lavoro e i ruoli sociali potenzialmente sono produttori di violenza

“La famiglia ha anche un lato oscuro. L’aspetto oscuro si crea proprio perché la famiglia è un luogo di intrecci affettivi emotivi molto profondi che possono generare anche grandi violenze. Queste violenze hanno una radice anche in modelli di genere maschile e femminile asimmetrici e stereotipati, che andrebbero cambiati” (Intervista Bergamonews)

“La violenza sulle donne è la drammatica punta dell’iceberg di rapporti tra uomini e donne basati su modelli di genere polarizzati, che forniscono grammatiche delle relazioni, mappe di navigazione dei rapporti, falsate, che non aiutano ad affrontare gli imprevisti e le delusioni” (L’equivoco, 144)

Viene indicata la prospettiva di una disponibilità generativa quale via per costruire famiglia nella varietà delle forme, ma nella responsabilità di far spazio e accompagnare altri nel cammino della vita:

“Ciò che dovrebbe importare, dal punto di vista non solo della coesione sociale, ma anche dello sviluppo della capacità umana di ciascuno è che venga coltivata, sostenuta e riconosciuta la disponibilità ad instaurare rapporti di responsabilità e reciprocità duraturi, soprattutto nei confronti delle nuove generazioni, ma anche di quelle che l’età ha reso fragili. Senza disponibilità generativa, ovvero senza la disponibilità e capacità di dare spazio ad altri, accompagnandoli nel mondo perché possano percorrere la propria strada, non si dà famiglia, qualunque sia la forma che essa prende” (L’equivoco, 9).

Alessandro Cortesi op

 

 

 

IV domenica di avvento – anno B – 2017

Pulpito-Duomo-di-Barga(Pulpito – Duomo di Barga)

2Sam 7,1-5.8-12.14.16; Rom 16,25-27; Lc 1,26-38

Natale è questione di casa e dell’abitare. L’abitare di Dio in mezzo all’umanità. La casa non di pietre ma di volti.

Davide (2Sam 7,12ss) è il re che aveva avuto il progetto di costruire un tempio a Dio. Natan uomo di Dio gli comunica però che il progetto di Dio è diverso: non sarà lui a costruire una casa a Dio ma sarà Dio stesso a costruire a lui un casato, gli dona una discendenza. La presenza di Dio non è racchiudbile in una costruzione, in un segno di grandezza e di splendore di pietre. si rende vicino nel volto di qualcuno, in una relazione, in un figlio. La casa ha un senso se è luogo di incontro, se reca la presenza di volti e presenze. Una casa per Dio non è questione di costruzioni di pietra o di idee, ma è questione di relazioni, di vita.

Natale è annuncio di un nome. La presenza del messia in Israele è attesa, è sguardo rivolto ad un salvatore e liberatore. La sua vita è in rapporto ad altri, al cammino di tutto un popolo chiamato ad incontrare Dio in un’alleanza che orienta al futuro. Tali attese erano espresse nelle figure del sacerdote e del re. Luca indica che Maria è legata alla discendenza sacerdotale (Lc 1,5) e accenna alle promesse fate al re Davide: “il Signore gli darà il trono di David, suo padre… e il suo regno non avrà fine” (Lc 1,32-33). Gesù è così indicato come il messia, che compie queste promesse. Ha il volto del messia, presenza di liberazione e salvezza per i poveri.

Natale è anche storia di una donna: Maria è la ‘nuova Sion’. Nell’esodo una nube copriva la tenda. Questa seguiva lo spostarsi dell’accampamento nel deserto (Es 13,21) ed era segno della presenza vicina di Dio e ricordo dell’alleanza. Quella presenza trovò simbolo nel tempio, sulla collina di Sion. Luca rinvia all’immagine della nube per raccontare ciò che Dio ha operato nel venire di Gesù: lo Spirito santo agisce in Maria: “Lo Spirito santo verrà su di te, e la potenza dell’Altissimo ti coprirà con la sua ombra; e perciò quello che nascerà santo sarà chiamato figlio di Dio” (Lc 1,35). Così a Pentecoste lo Spirito è donato alla comunità radunata. Maria è una tra i ‘poveri di JHWH’, partecipe del resto d’Israele che pone fiducia totalmente in Dio. In mezzo a questo popolo Dio si fa vicino nella vita di Gesù.

Sono così evocate le antiche parole del profeta: “Farò restare in mezzo a te un popolo umile e povero; confiderà nel nome del Signore il resto d’Israele” (Sof 3,12-13). Il ‘resto santo d’Israele’ una piccola comunità di coloro che vivono con fiducia e umiltà davanti a Dio (cfr. Sof 2,3). Maria vive tutto ciò quale attitudine profonda. E’ una fiducia forte e tenera, che non s’impone e sa guardare oltre.

Prepararsi a Natale forse sta solo in questo, lasciare che lo Spirito susciti un cuore aperto per incontrare una presenza… Maria ha vissuto questa ricerca e questo affidamento. E’ la prima credente, è donna che si fa voce dei poveri: ‘ha rovesciato i potenti dai troni, ha innalzato gli umili’…

Alessandro Cortesi op

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Concerto

Un brano musicale può offrire motivo di meditazione e di sosta nel Natale seguendo il linguaggio proprio della musica: il Magnificat in re maggiore BWV 243 di Johann Sebastian Bach (1685-1750).

Nel 1723 Bach era giunto a Lipsia con l’incarico di Kantor presso la Thomaskirche. La figura del Kantor costituiva uno dei ruoli rilevanti del sistema sociale e scolastico luterano. Il Kantor, spesso dotato di titoli universitari spettava una funzione di insegnamento di varie discipline da quelle scientifiche, a quelle umanistiche e al catechismo, oltre all’introduzione alla musica. Era inoltre direttore del coro della scuola. Il suo impegno prevedeva la composizione di una cantata ad ogni cerimonia festiva e insegnare canto e musica strumentale agli allievi della Thomasschule. Nel primo Natale che Bach trascorse a Lipsia preparò il Magnificat in re maggiore che rimase una delle sue opere maggiori.

E’ una cantata sacra per orchestra, con cinque solisti (due soprani, un contralto, un tenore e un basso) ed un coro a cinque voci. Il testo latino riprende il cantico di Maria del Vangelo di Luca (Lc 1, 46-55).

Maria ringrazia Dio perché ha compiuto “grandi cose”. Lei umile serva è stata guardata con benevolenza e ha potuto generare il Messia. Maria canta l’opera di Dio in rapporto al mistero dell’incarnazione. E si attua così una contrapposizione tra la sua piccolezza e la voce di ‘tutte le generazioni, che la chiameranno beata’. La lode è rivolta a Dio perché ha soccorso il suo popolo e ha mostrato il suo volto di misericordia.

La Cantata è suddivisa in dodici parti. L’inizio è segnato dalla lode Magnificat intonato dal coro. Tra gli strumenti dell’orchestra si distingue il suono squillante delle trombe. L’invocazione ripetuta esprime la lode al creatore ed ha un tono di solennità e di ampiezza nell’avvolgere ogni cosa.

Subito dopo fa seguito il brano Et exultavit spiritus meus in Deo salutari meo: violini e viole introducono il motivo dell’esultanza. E’ una melodia in cui il soprano solista modula le note della gioia nel cuore di Maria nei confronti di Dio fonte di salvezza, con l’accompagnamento dell’orchestra.

Il terzo movimento – Quia respexit humilitatem ancillae suae – è ancora interpretato dal soprano solista, con l’accompagnamento del suono dell’oboe e basso continuo. Senza interruzioni la cantata prosegue. Omnes Generationes. E’ questo momento corale, in cui in un coinvolgimento di tutte le voci il coro ripete e rimbalza il riferimento a tutti i popoli e a tutti i tempi che riconoscono in Maria la graziosa. Una contrapposizione emerge con forza: Maria umile serva verrà chiamata beata nella storia tutta.

Al riferimento all’umiltà di Maria segue il Quia fecit mihi magna qui potens est et sanctum nomen eius: è questa una parte intonata dal basso accompagnato dall’organo. La solennità del suono dell’organo imprime alle ‘grandi cose’ (magna) una sottolineatura propria con accento all’opera di Dio. E’ una voce maschile a cantare le grandi cose di Dio, evidenziando la forza divina e la santità del suo nome. Organo e basso concludono questa sezione.

Segue un delicato duetto tra contralto e tenore: è un passaggio accompagnato da violini e flauti in cui l’espressione Et misericordia a progenie in progenies timentibus eum viene ripresa in un continuo scambio nel rincorrersi delle voci e nel dialogo tra voci e strumenti.

Interviene poi il coro che sostenuto da trombe e timpani sottolinea l’agire del Signore con potenza Fecit potentiam in brachio suo, dispersit superbos mente cordis sui. Il ritmo è sostenuto, ritmato e rapido. Il cantico di Maria esprime l’agire di Dio che a partire dal passaggio del mar Rosso e in ogni cammino della liberazione ha spiegato la potenza del suo braccio, e ha disperso i superbi nei pensieri del loro cuore. L’intervento delle percussioni sottolinea tale agire che ribalta le pretese umane.

Segue un brano in cui la voce unica del tenore sottolinea il ribaltamento operato da Dio che ha deposto i potenti dai troni e ha esaltato gli umili: Deposuit potentes de sede, et exaltavit humiles. I violini insieme sottolineano lo stile di Dio che innalza gli umili. Un assolo di flauti e violoncello introduce il momento successivo. Il Magnificat continua in un dialogo condotto tra i suoni vellutati dei flauti e il contralto: si canta l’azione di Dio che guarda agli affamati e manda a mani vuote ricchi (Esurientes implevit bonis et divites dimittit inanes).

Segue una parte in cui il trio di due soprani e un contralto cantano la liberazione di Israele: Suscepit Israel puerum suum. Mentre intervengono gli oboi, è condotto un adagio intenso e meditativo. Basso e tenore si inseriscono a dialogare con le voci femminili con tutti e cinque i solisti coinvolti. Il tono è maestoso e grave nell’evidenziare la parola e la promessa di Dio ai padri: Sicut locutus est ad patres nostros Abraham et semini eius in saecula. E’ ricordata la promessa di Dio ai padri.

A conclusione con la partecipazione dell’intero corpo orchestrale, il coro esegue il Gloria Patri, gloria Filio gloria et Spiritui sancto, lode alla Trinità che termina nella ripresa dell’inizio. La melodia del Magnificat conduce a chiudere il percorso della lode con le parole sicut erat in principio et in saecula saeculorum fino all’ultima parola: un Amen solenne.

Alessandro Cortesi op

 

III domenica di Avvento – anno B – 2017

Pieter Bruegel il vecchio predica di san Giovanni Battista 1566 Museo delle Belle arti Budapest(Pieter Bruegel il vecchio, Predica di Giovanni Battista, 1566, Museo Belle Arti Budapest)

Is 61,1-11; 1Tess 5,16-24; Gv 1,6-8.19-28

La terza parte del libro di Isaia è opera di uno o più profeti nel periodo dopo l’esilio. Viene ripreso l’annuncio di consolazione e di speranza del secondo Isaia (Is 40-55) profeta della fine dell’esilio che, leggendo gli eventi, indicava la strada di un nuovo esodo.

Dopo il ritorno dall’esilio però l’esperienza dell’ingiustizia e dell’oppressione genera delusione. Il terzo Isaia medita sulla storia come luogo in cui Dio si rivela e propone un annuncio di speranza: nonostante le contraddizioni e il male Dio non abbandona il suo popolo. Il suo agire è come madre: “Come un figlio che la madre consola, così anch’io vi consolerò… (Is 66,13-14; cfr. Is 49,14s). Lo sguardo del profeta si spinge ad indicare un tempo definitivo e finale, annunciando la speranza di cieli nuovi e terra nuova.

Tratto specifico della sua teologia è l’apertura universale: la salvezza comprende tutti i popoli della terra. In un futuro nuovo i popoli apparterranno a Dio che ama di amore eterno: “Li chiameranno ‘popolo santo’, ‘redenti dal Signore’, e tu sarai chiamata ‘ricercata’ e ‘città non abbandonata’ (Is 62,11-12).

Il profeta avverte la chiamata a portare il lieto annuncio ai poveri, il ‘vangelo’ come bella notizia di gioia a chi ha il cuore ferito, vive in condizione di oppresso, è prigioniero. La lieta notizia è annuncio di un tempo di misericordia del Signore. L’intera pagina è pervasa della gioia: il profeta inviato dovrà consolare, versare olio di letizia e canto di lode.

Un tempo nuovo si apre: Israele sarà ‘popolo di sacerdoti’ e anziché umiliazione si vivrà l’esperienza della gioia e la possibilità di ricostruire città abbandonate. Ed anche lo straniero, avrà posto a questa gioia. La pagina si conclude con l’immagine dello sposo che si prepara per incontrare la sposa, rinvio al rapporto tra Dio fedele e il popolo d’Israele. E’ anno di giubileo (Lev 25,8-17) di liberazione degli schiavi, di condono del debito e redistribuzione delle terre. Il profeta si presenta come annunciatore di questo evento, un anno di misericordia del Signore.

La visione si allarga a cogliere la fecondità dell’agire di Dio: al centro sta l’immagine del giardino in cui il Signore fa germogliare giustizia e lode davanti a tutti i popoli. Il dono di vita di JHWH coinvolge Israele e tutti i popoli.

Gesù nel suo discorso inaugurale nella sinagoga di Nazareth, riprende queste parole presentandosi come il profeta inviato ad annunciare il tempo della grazia (Lc 4,16-21).

Anche nella pagina del vangelo i temi centrali sono la gioia e la testimonianza. La figura di Giovanni Battista compare sin dal prologo di Giovanni. Il venire della Parola, luce che illumina ogni uomo è preparata da un testimone: ‘venne come testimone per rendere testimonianza alla luce, perché tutti credessero per mezzo di lui. Egli non era la luce ma doveva render testimonianza alla luce… “

Nel quarto vangelo l’azione del ‘testimoniare’ è orientata alla figura di Gesù, e rinvia ad un’esperienza diretta di incontro con lui. Il battista parla di sé dicendo che non è lui il messia e indica “in mezzo a voi sta uno che voi non conoscete”.

La sua testimonianza si situa in un’atmosfera di ostilità e opposizione. ‘I giudei’ nel IV vangelo sono simbolo di chi è preoccupato di sé e del proprio potere. Da essi Giovanni Battista viene interrogato con sospetto: le tenebre della presunzione e dell’autosuffi-cienza si contrappongono alla luce. Giovanni dice la sua identità fragile, rivolta ad altro, non autosufficiente: è solamente ‘voce’ … di colui che grida nel deserto: raddrizzate la via del Signore…’ -. Il gesto dell’immersione nelle acque del Giordano, il battesimo da lui proposto, è segno di preparazione ad un intervento di Dio stesso, segno di attesa e di disponibilità ad un cambiamento della vita. Tutta l’attenzione è fatta convergere su Gesù.

Nei tratti del Battista si delinea il profilo del credente che nelle difficoltà vive la gioia del testimone e sta in rapporto con Gesù lasciandosi coinvolgere nella conoscenza di lui che significa incontro e cambiamento della vita.

La gioia è il motivo centrale di questa terza domenica di avvento: è una gioia motivata dall’attesa perché ‘il Signore viene’: “Rallegratevi sempre nel Signore: ve lo ripeto rallegratevi, il Signore è vicino” (Fil 4,4-5).

Alessandro Cortesi op

Nacimiento_de_San_Juan_Bautista_(Artemisia_Gentileschi).jpg(Artemisia Gentileschi, Nascita di Giovanni Battista – 1635)

Testimone di luce

Artemisia Gentileschi, pittrice del XVII secolo, dipinse questa tela a olio nel 1635, mentre era a Napoli. Commissionata dal vicerè di Napoli, il conte duca Olivares, questa tela era parte di una serie di dipinti sulla vita del Battista. E’ un’opera della maturità di quest’artista che come donna visse tutte le difficoltà per affermarsi con le sue capacità di pittrice in un mondo dominato da uomini. Vittima di violenza in giovane età non smise di lottare per realizzare con la sua arte la capacità e la sensibilità propria delle donne. In questo quadro Artemisia offre una sua personale interpretazione della figura del Battista fissando il momento della nascita.

Sulla sinistra in secondo piano nella penombra si scorge la figura di Elisabetta che manifesta nella contrattura del volto la sofferenza del parto appena avvenuto. Vicino a lei una donna che l’assiste e davanti a lei Zaccaria appare seduto, l’ampia fronte stempiata. Chiuso nel suo mutismo, sta scrivendo su di un foglio il nome del bambino. La scena di destra è composta di più presenze, movimentata e viva. E’ il riflesso di una nascita in un tempo e in una ambiente contemporaneo all’artista, nella Napoli del ‘600, all’interno di un palazzo in cui sullo sfondo s’intravede un panorama sui monti, forse allusione al Vesuvio?

Il neonato Giovanni è accudito da alcune donne che sono vestite nelle fogge della Napoli di quel tempo. I loro movimenti denotano la gioia per la nascita, gli sguardi esprimono dialogo e scambio. I gesti esprimono la calma energia di chi sa prestare aiuto con modi forti e fermi nel tenere in braccio il neonato, nel lavarlo con l’acqua calda preparata e nel predisporre la fasciatura con le fasce tenute già tra le mani per avvolgerlo. Il dialogo dei volti parla di una curiosità e interesse attorno al piccolo che tende le mani in segno di aiuto. In particolare l’ancella di sinistra con la mano sotto il mento è fissata in una posa familiare e nello stesso tempo attenta e interrogativa. In quei gesti quotidiani, attorno a quel momento di vita venuta alla luce il dipinto fa emergere una luminosità particolare.

Artemisia offre un’interpretazione personale di un aspetto della figura di Giovanni, riprendendo sì la narrazione dell’infanzia secondo il vangelo di Luca, ma anche tenendo presente la descrizione del Batista che il IV vangelo offre: “venne come testimone per dare testimonianza alla luce”. La luce e l’ombra nel dipinto di Artemisia costituiscono un elemento rilevante che rende affascinante la composizione. Vi è infatti presentato un contrasto profondo tra lo scuro e la chiarità della luce. Ne risultano esaltati i colori degli abiti, le sfumature delle carnagioni, la luminosità degli sguardi.

La nudità avvolta di luce di Giovanni, al centro, tenuto da mani forti, costituisce il luogo del riflettersi di una luce, riverberata dalla camicia bianca dell’ancella inginocchiata sul catino nell’atto di sciacquare, che si riflette sui volti e sugli abiti delle altre donne a lui intorno. Nella sua vita il Battista è testimone di luce, quella luce che illumina ogni uomo e donna e rende i gesti quotidiani della cura luogo in cui scorgere una presenza di luce. L’incarnazione è annuncio che tutto l’umano, la relazione di sguardi e parole, i gesti del far crescere, la corporeità sono luogo di incontro con Dio. Battista è testimone di questa luce che illumina ogni volto.

Alessandro Cortesi op

 

 

 

 

 

II domenica di Avvento – anno B – 2017

IMG_1689.JPGIs 40,1-5.9-11; 2Pt 3,8-14; Mc 1,1-8

‘Consolate consolate il mio popolo…’. La parola del profeta invita il popolo a sollevarsi e a prepararsi per un ritorno. E’ la fine dell’esilio, della desolazione. Si apre un tempo nuovo, un cammino dai tratti di un secondo esodo. Nel deserto Dio sarà ancora guida e si attuerà un incontro nuovo. Dio è il signore della storia: è vano inseguire altri idoli che si rivelano inconsistenti (Is 41,29). In questo evento di liberazione si apre la comprensione di fede nell’unico Dio signore del creato e della storia: “Così dice il Signore, il re d’Israele, il suo redentore, il Signore delle schiere: Io sono il primo, io sono l’ultimo, oltre a me non c’è nessun altro Dio” (Is 44,6).

Un messaggero annuncia che Dio sta per intervenire e torna a camminare con il suo popolo così come nell’uscita dall’Egitto quando accompagnava gli spostamenti delle tribù di notte e di giorno nella nube e nel fuoco (Es 13,18.21). Si apre ora una ‘via sacra’, diritta come quelle dei templi di Babilonia, nuovo passaggio attraverso il mare. Immagine di liberazione e di novità. Memoria dell’esodo che non deve venir meno e si rinnova in tempi diversi. In essa Dio stesso si fa incontro e il popolo dovrà camminare ancora, con gioia, verso la promessa. ‘Il Signore che viene con potenza’ è il Dio dal volto della tenerezza che raccoglie le pecore madri e guarda gli agnellini. La via del ritorno dall’esilio è cammino di nuovo esodo verso la terra promessa.

All’inizio del suo vangelo Marco: dice subito che Gesù stesso è la bella notizia. L’amore del Padre si fa vicino nei suoi gesti e nelle sue parole. Vangelo è così annuncio di consolazione, e non solo. La bella notizia è un incontro con Gesù, inizio di un cammino per stare dietro a lui, per seguire i suoi passi, su quella strada da lui percorsa.

Nel suo inizio Marco richiama due testi di profeti: annunci del giorno del Signore, e indicazione di un messaggero che prepara la via. Introduce prima di Gesù la figura del Battista. Il suo profilo è descritto come ‘voce’ che prepara una svolta radicale, il giorno del Signore, l’intervento definitivo di Dio. E’ annuncio tutto rivolto ad un altro, ad una presenza vicina: è Gesù il più forte (cfr. Mc 3,22; Lc 11,22) che vince le opere di ‘colui che divide’, e battezza con Spirito Santo. E’ colui che viene a sconfiggere il male e donare lo spirito, dono degli ultimi tempi. Egli ‘viene’ e il Battista lo annuncia con una parola scarna, con lo stile sobrio del profeta del deserto. Al cuore della sua testimonianza sta appello alla conversione.

Sono inviti che si rinnovano: vivere l’incontro con Dio riscoprendo la precarietà e il cammino dell’esodo, ascoltare l’appello dei messaggeri che indicano Gesù come il veniente che lotta contro il male e dona lo spirito. Accogliere la bella notizia di Gesù apre ad un cambiamento della vita.

Alessandro Cortesi op

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Voce nel deserto

Si susseguono, come un gocciolamento da un lavandino rotto, episodi inquietanti di intimidazioni, gesti sguaiati, azioni violente. Sono i tratti di un ritornante fascismo che rispolvera antichi tragici simboli, nega i crimini attuati nella storia, offende la dignità di vittime innocenti di discriminazioni e persecuzione, recupera rituali di gruppo per alimentare arroganza e senso di dominio nella volgarità propria di espressioni e lugubri gesti. Sono le attitudini che si manifestano nelle curve degli stadi, in azioni provocatorie di gruppi e di singoli. Sono i messaggi di razzismo e xenofobia che coagulano nuove aggregazioni alla ricerca di consenso nei quartieri del disagio, nelle aree più degradate, ma anche nelle aree borghesi laddove si diffonde la paura. E la paura è incentivata ad arte da chi ha interesse a sollevare l’allarme sociale. Si rende presente nell’atteggiarsi prepotente, nell’insulto e nello svillaneggiamento, nell’offesa urlata sui social network con pesanti intimidazioni e minacce. Spesso tali manifestazioni vengono minimizzate e addirittura giustificate.

Sta crescendo da tempo in vari paesi europei un diffuso sentimento nutrito di stereotipi, che individua negli stranieri la causa dei mali di società frammentate, che denigra i poveri in quanto colpevoli della condizione di indigenza, che si scaglia contro i deboli, che sostiene forme di esclusione e di scarto scagliandosi contro i più fragili ed afferma in modi nuovi il mito della forza, l’uso della violenza, che riprende gli slogan contro gli ebrei e i rom della retorica nazista oltraggiando simboli e negando i crimini della storia.

Parole e gesti sono usati per intimidire, per impedire a giornalisti di compiere il loro lavoro, per scoraggiare chi è impegnato sul piano dell’accoglienza dei migranti. Anche in Italia si stanno susseguendo episodi in varie città, in situazioni diverse. Assommati gli uni agli altri non costituiscono più momenti isolati e insignificanti, prese di posizione momentanee di esaltati sguaiati. Sono invece da leggere come un sintomo ormai evidente della diffusione di una pericolosa malattia, il ritorno di una attitudine che non è limitata ad un’epoca del passato e chiusa. Il fascismo non è solamente un periodo della storia nazionale dei decenni del potere di Mussolini con i suoi esiti tragici da relegare ai libri di storia: è piuttosto una modalità di intendere i rapporti basata sul dominio, sulla mancanza di rispetto dell’altro, sull’eliminazione della libertà, sul prevalere della forza e dell’arroganza. E’ una malattia i cui germi sono ancora presenti nella nostra società. E il rinascente fascismo si nutre del silenzio di chi non reagisce e vive indifferenza o tacita assuefazione.

Mariapia Veladiano s’interroga con riferimento a fasce sociali, quelle dei più giovani, particolarmente vulnerabili a tale nuovo proselitismo: (Perché i giovani non capiscono la sostanza del fascismo, “La Repubblica” 5 dicembre 2017): “Fascismo è un’esperienza politica, sociale e umana illiberale e violenta. Un problema è che per i ragazzi la sostanza illiberale del fascismo è inimmaginabile. Non tanto perché crescono immersi nelle libertà fondamentali dell’individuo e del cittadino: parlano quando vogliono e di quel che vogliono, si spostano dove li porta il desiderio, si ritrovano, si aggregano e disaggregano. Protestano. Ma soprattutto perché si percepiscono illimitati. Questa libertà di espandersi non conosce il limite dato, ad esempio, dal divieto di turpiloquio, di offesa, di aggressività verbale. Semplicemente dal rispetto dell’altro. È per molti di loro inimmaginabile che tutto non sia assolutamente sempre ovvio nel momento in cui lo pensano buono per se stessi e così è per i loro genitori, per la politica, per la società. E quando un piccolo limite oggettivo si concretizza, come il numero chiuso a scuola o un’assemblea negata per giusto motivo, scatta la rabbia di lesa maestà e la rabbia è buona nemica del pensiero. Quanto alla sostanza violenta del fascismo, anche qui ci si scontra con qualcosa di diffuso che è la profonda accettazione sociale della violenza”.

L’accettazione della violenza costituisce il dato più grave contro cui reagire in modo lucido oggi. In tale propagazione si celano i germi di una malattia che intacca le società nei suoi strati più deboli e in quelli più arroccati sulle proprie sicurezze e si diffonde. A fronte di tutto questo forse è da pensare una reazione in cui la responsabilità diventa impegno sociale. E non solo nelle forme di manifestazioni pubbliche di piazza ma scegliendo con chiarezza l’impegno diffuso e capillare, nei luoghi quotidiani, quelli della scuola, dello sport, del lavoro, e trovando nuovi modi per limitare e annullare quella diffusione che attraversa il mondo della comunicazione virtuale. Mantenere uno sguardo attento a lottare contro il fascismo come attitudine violenta e illiberale è questione che interpella nella capacità di essere testimoni di una buona notizia che narra del sogno di Dio, la possibilità di fioritura di giustizia nei rapporti umani. Voce nel deserto è quella che annuncia la possibilità di scoperta del senso più profondo della vita non nella violenza e nella sopraffazione dei più forti e prepotenti, ma nella capacità di riconoscimento dell’altro e di convivenza nelle differenze. E’ questa una voce da lanciare nel deserto di tante solitudini oggi, per risvegliare sussulti di coscienze che appaiono preda di una nebbia che tutto avvolge e reca con sé violenza e devastazione.

Alessandro Cortesi op

I domenica di Avvento – anno B – 2017

IMG_1663.JPGIs 63,16-17.19; 64,1-7; 1Cor 1,3-9; Mc 13,33-37

“Tu, Signore, sei nostro padre, da sempre ti chiami nostro redentore. Perché, Signore, ci lasci vagare lontano dalle tue vie e lasci indurire il nostro cuore, così che non ti tema?”

Il volto di Dio è presentato dal terzo-Isaia, profeta del dopo esilio, come colui che porta salvezza, redentore. Il vagare senza meta e il cuore indurito sono le due immagini che esprimono la condizione di chi si è dimenticato della presenza di Dio nella vita, della relazione che lega in una alleanza.

L’invocazione del profeta si fa preghiera: “Ritorna per amore dei tuoi servi, per amore delle tribù, tua eredità”. E’ una richiesta a ritornare guardando a coloro che si ricordano delle sue vie. E’ sottintesa implorazione a far ricordare quelle vie che sono state vie di liberazione. La richiesta di un ritorno di Dio si unisce al riconoscimento di aver vissuto il peccato come ribellione. Ma la fiducia nella vicinanza di Dio è più grande del peccato: Dio è colui che si fa incontro:

“Tu vai incontro a quelli che praticano con gioia la giustizia e si ricordano delle tue vie. Ecco, tu sei adirato perché abbiamo peccato contro di te da lungo tempo e siamo stati ribelli”.

L’invocazione si chiude con una immagine che richiama la creazione e la presenza di Dio padre di tutte le cose perché sorgente di ogni esistenza. L’argilla è solo materia informe nelle mani del vasaio. Deve riconoscere come tutto proviene dalle mani di chi la può plasmare e riplasmare di nuovo. Così la vita di una umanità tratta dalla terra che vive per l’opera e per il soffio di Dio: “Ma, Signore, tu sei nostro padre; noi siamo argilla e tu colui che ci plasma, tutti noi siamo opera delle tue mani”.

Dio ha i tratti di un tu che ‘va incontro’ a quanti praticano la giustizia e si ricordano delle sue vie.

Paolo, iniziando a scrivere alla comunità di Corinto di cui ha avuto notizie e a cui si appresta a rispondere a tante difficoltà e dubbi sollevati, innanzitutto ha parole di lode per i tanti e diversi doni che rendono quella comunità ricca di differenze: “non manca più alcun carisma a voi, che aspettate la manifestazione del Signore nostro Gesù Cristo”.

Paolo richiama ad un futuro manifestarsi di Gesù. Ogni impegno trova suo fondamento nella fedeltà di Colui che è fedele: “Egli vi renderà saldi sino alla fine, irreprensibili nel giorno del Signore nostro Gesù Cristo. Degno di fede è Dio, dal quale siete stati chiamati alla comunione con il Figlio suo Gesù Cristo, Signore nostro!”

‘Dio è fedele’. La sua fedeltà è in rapporto ad un sogno di comunione. Su questo deve fondarsi l’attesa dei Corinti verso il manifestazione di Cristo. C’è una chiamata nella vita dei cristiani ad un legame di comunione che lega insieme e avviene attraverso l’incontro con Gesù.

La parabola dei servi e del portiere è posta nel quadro del capitolo 13 di Marco, i cosiddetto discorso apocalittico: il richiamo di fondo al cuore di questo discorso è a vegliare, cioè vivere il tempo con consapevolezza e impegno.

C’è un ricordo della stanchezza degli apostoli che si addormentarono e non resistettero nel rimanere accanto a Gesù (Mc 14,37). Ma c’è anche un rinvio alla vita di una comunità che si stanca e non tiene il passo. Vegliare significa non perdere di vista il rapporto con Gesù. lo stare con lui. Gesù visse il tempo della sua vita nel rapporto profondo unico con l’Abba. Ha vissuto l’affidamento della fede e nel suo ‘vegliare’ sta la radice del suo agire.

Vegliare si oppone all’indifferenza, alla superficialità, alla disattenzione di sprecare il tempo. “Vegliate dunque: voi non sapete quando il padrone di casa ritornerà…”

Vegliate non è imperativo che mantiene sotto la minaccia e nella paura. E’ piuttosto il vegliare di chi sa che qualcuno sta giungendo e per questo il tempo assume un altro spessore. E’ annuncio del ritorno di colui che è passato facendo del bene, di Gesù che ha testimoniato nella sua vita il disegno di Dio di un mondo di fraternità. E’ invito a scorgere all’orizzonte di un presente contraddittorio i segni di un farsi vicino che non viene meno e porterà a compimento le promesse del Dio fedele. L’incontro con Gesù, la comunione, saranno l’ultima parola della storia. Nel tempo il vegliare si declina nello scorgere i segni, affrettare il venire, preparare il cuore.

Alessandro Cortesi op

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Vegliate

‘Vegliate’ è il grande invito dell’avvento: come chi nella notte attende una presenza amata che torni e bussi alla porta. Come chi veglia accanto a chi soffre.

E’ di questi giorni una notizia che ci ha drammaticamente riportato il contrasto tra la perdita di umanità, e la capacità dei poveri di saper vegliare anche laddove la malvagità sembra cancellare ogni respiro di dignità.

Una eritrea di 24 anni ha partorito un figlio, nato morto mentre era ancora in Libia, imprigionata, in attesa di potersi imbarcare nel viaggio della speranza verso l’altra sponda del Mediterraneo, verso l’Europa agognata. Ma dopo il parto è rimasta per tre giorni agonizzante, fino a morire prima dell’imbarco. I trafficanti hanno caricato il suo cadavere sul barcone ordinando a coloro che erano stati imbarcati di gettarlo in mare durante la traversata. Altre donne salite sul barcone non hanno obbedito a questo comando disumano. L’hanno vegliata fino all’approdo in Sicilia ad Augusta, dopo essere stati recuperati dalla ONG spagnola ‘Open arms’, il 25 novembre u.s. ‘Era nostra sorella’ hanno detto. Sono stati 431 i superstiti di questa navigazione.

L’hanno vegliata nel buio della notte e nel mare, nel buio della malvagità degli aguzzini e nel buio dell’indifferenza di un’Europa che non riconosce ai migranti dignità e sta conducendo una guerra per tenerli esclusi. Quel vegliare ha reso testimonianza della gratuità dell’umana compassione. Private di ogni cosa hanno saputo donare: la loro cura, la loro umanità, la loro speranza: ‘Qui troverà pace’ hanno anche detto. Hanno saputo scorgere negli occhi di una vittima lo specchio dell’essere tutti stranieri nel tempo dell’esistenza. Cosa che non riusciamo a vivere nell’Europa che si arrocca e sigilla le frontiere. Quel vegliare è un sussulto di umanità, un messaggio silenzioso a chi non sa più vegliare su volti umani che recano sofferenza.

Questo anonimo vegliare è segno profetico e dovrebbe risvegliare da un sonno che pesa sui nostri giorni. La navigazione umana è un viaggio comune in una attesa che chiederebbe di essere condivisa.

Alessandro Cortesi op

XXXIV domenica tempo ordinario – anno A – Cristo re dell’universo – 2017

IMG_1506Ez 34,11-17; 1Cor 15,20-16,28; Mt 25,31-46

La grande scena del re che giudica tutti i popoli conclude il quinto grande discorso del vangelo di Matteo, il capitolo 25 centrato sui temi dell’attesa, della responsabilità nel tempo, del restare svegli. “quando il Figlio dell’uomo verrà…”: il Figlio dell’uomo è tratteggiato nel suo venire.

Figlio dell’uomo è figura evocata dal profeta Daniele (Dan 7). Dopo aver offerto un panorama della storia umana in cui gli imperi che avevano dominato sui popoli crollano uno dopo l’altro, alla fine dei tempi scorge il giungere di una figura proveniente da Dio ‘simile a figlio dell’uomo’. E si apre un giudizio. In Dan 7,13-14 questa figura riunisce i tratti di una figura singolare e collettiva. In altri scritti conosciuti ai tempi di Gesù (le parabole di Enoch 45-57, IV Esdra) questa figura era interpretata in senso singolare. Matteo riprende questo titolo applicandolo a Gesù: è Gesù il ‘figlio dell’uomo’. E’ il medesimo che ha pronunciato il discorso della montagna, ha chiamato a seguirlo annunciando il regno dei cieli, ha raccolto attorno a sé una comunità, ha chiesto di mettere al centro i piccoli e di perdonare. E’ lui che ha inviato i suoi apostoli a dare gratuitamente ciò che gratuitamente hanno ricevuto.

All’inizio del suo vangelo Matteo aveva evocato un ‘nuovo principio’, riprendendo con questo termine la prima parola della Bibbia: una nuova ‘genesi’ è letta con riferimento a Gesù. La nascita di Gesù si situa in una storia orientata ad un incontro. Per questo Matteo legge i gesti di Gesù quale compimento delle promesse di Dio. La sua vita è segno della fedeltà di Dio. L’ultima pagina del vangelo – prima del racconto della passione – conduce a scorgere l’esito di questa storia: quando il figlio dell’uomo verrà…

Nella figura del figlio dell’uomo Matteo quindi delinea il profilo di Gesù mettendo insieme un venire alla fine dei tempi e il suo venire vicino, il suo cammino terreno di giusto che subisce una ingiusta condanna. Nel processo davanti al sommo sacerdote che lo interroga (Mt 26,64) Gesù risponde: ‘vedrete il Figlio sedere alla destra della potenza e venire sulle nubi del cielo’. Per Matteo allora figlio dell’uomo non è solo qualcuno che viene alla fine, ma è il veniente è quel Gesù che è venuto e viene. Qui per Matteo sta la ‘nuova creazione’: il venire di Gesù apre un incontro una comunione che investe tutta l’umanità. C’è un riferimento ad un tempo lontano, ad un futuro, ma anche c’è l’evocazione di un venire immediato, sin d’ora. Matteo invita la sua comunità a scorgere sin dal presente un venire vicino di Gesù. Questo presente è legato alla fine della storia. Non ci sarà il buio dell’assenza ma un incontro. Il cammino di tutte le genti è diretto verso quel momento.

Nella grande scena del giudizio il re è presentato come il pastore che raduna le sue pecore. Secondo il modulo letterario del parallelismo e del contrasto tutto il brano è strutturato in una contrapposizione che intende dare risalto al messaggio dell’accoglienza. La seconda parte è tutta orientata ad evidenziare per contrasto quanto è detto nella prima parte: ‘venite benedetti del Padre mio, prendete possesso del regno preparato per voi sin dall’origine del mondo’. Già nel principio c’è una promessa e un sogno del Padre: il regno è riferimento per dire un progetto di incontro e comunione.

La fine della storia sarà una grande accoglienza, e la parola definitiva sarà di comunione ‘Venite’. E’ un incontro non fatto di parole ma vissuto concretamente negli incontri con chi ha avuto bisogno. Il giudizio si compie nel rapporto con gli altri. Gesù s’identifica con l’assetato, il senza dimora, il rifugiato senza mezzi di sostentamento, il malato, il carcerato. Ci sono tutti coloro che hanno vissuto la vita con attenzione all’altro, anche senza sapere che nei loro gesti e nelle loro scelte incontravano Gesù. La domanda stupita che essi rivolgono al re suona infatti: “Quando ti vedemmo affamato e ti demmo da mangiare o assetato e ti demmo da bere? Quando ti vedemmo pellegrino e ti ospitammo, nudo e ti coprimmo? Quando ti vedemmo infermo o in carcere e venimmo a trovarti?”

Il regno non è conseguenza di una appartenenza religiosa, ma ‘viene’ laddove si risponde alla chiamata del povero. Dare da mangiare, dare da bere, offrire un tetto e assistenza, accogliere chi sta ai margini, sono i gesti della cura e della vicinanza al povero. Sono gesti in cui scoprire la propria nudità di poveri accanto ad altri.

Il re invita a venire nel suo regno. E’ questa una provocazione alla comunità di coloro che desiderano seguire Gesù. Questa è formata da tutti coloro che vivono rapporti nuovi di riconoscimento dell’altro e di fraternità e sororità: è il ‘regno’ già iniziato.

E’ Gesù il veniente, che continua a venire nei più piccoli dei fratelli (e sorelle): “tutto quello che avete fatto a uno dei più piccoli di questi miei fratelli e sorelle l’avete fatto a me”.

Alessandro Cortesi op

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Poveri

L’11 settembre 1962 in uno dei discorsi preparatori del Concilio Vaticano II papa Giovanni XXIII pronunziò queste parole “la chiesa vuole essere la chiesa di tutti, ma soprattutto la chiesa dei poveri”. L’accento di questa espressione cadeva non sull’impegno a prendersi cura dei poveri, ma ad essere la chiesa ‘dei poveri’. Il fatto stesso di essere chiesa, raduno e assemblea, è a partire dalla scelta di Dio di farsi povero nella storia umana nel cammino di Gesù.

Il card. Giacomo Lercaro di Bologna, durante la prima fase dei lavori del Concilio, presentò la proposta di impostare i lavori attorno al mistero del Cristo povero, ma tale idea non ebbe seguito. Da allora questo accento non è stato più ripreso forse anche le radicali esigenze di revisione che poneva ad una chiesa che si doveva scoprire chiamata non ad inseguire mire terrene ma a testimoniare lo stile del vangelo.

E’ stato Francesco, vescovo di Roma proveniente dall’America latina segnata dall’opzione preferenziale per i poveri, a riportare al primo posto l’attenzione a tale questione come sfida fondamentale per vivere il vangelo oggi: una delle sue affermazioni forti è stata: “i poveri sono la carne di Cristo.” La povertà non è questione astratta ma si rende presente in volti concreti:

“Conosciamo la grande difficoltà che emerge nel mondo contemporaneo di poter identificare in maniera chiara la povertà. Eppure, essa ci interpella ogni giorno con i suoi mille volti segnati dal dolore, dall’emarginazione, dal sopruso, dalla violenza, dalle torture e dalla prigionia, dalla guerra, dalla privazione della libertà e della dignità, dall’ignoranza e dall’analfabetismo, dall’emergenza sanitaria e dalla mancanza di lavoro, dalle tratte e dalle schiavitù, dall’esilio e dalla miseria, dalla migrazione forzata”. (Messaggio di indizione della I giornata mondiale dei poveri)

“La povertà ha il volto di donne, di uomini e di bambini sfruttati per vili interessi, calpestati dalle logiche perverse del potere e del denaro. Quale elenco impietoso e mai completo si è costretti a comporre dinanzi alla povertà frutto dell’ingiustizia sociale, della miseria morale, dell’avidità di pochi e dell’indifferenza generalizzata! Ai nostri giorni, purtroppo, mentre emerge sempre più la ricchezza sfacciata che si accumula nelle mani di pochi privilegiati, e spesso si accompagna all’illegalità e allo sfruttamento offensivo della dignità umana, fa scandalo l’estendersi della povertà a grandi settori della società in tutto il mondo” (ibid.)

La mano tesa dei poveri è appello ad uscire da sicurezze e comodità che rendono la vita ripiegata in un egoismo senza gli altri, in una indifferenza senza cura, in una religiosità del culto separato dalla vita.

In un recente libro Giovanni Ferretti, professore emerito di filosofia teoretica dell’Università di Macerata (Il criterio misericordia – Sfide per la teologia e la prassi della Chiesa, ed. Queriniana 2017) sottolinea come la dimensione del fenomeno della povertà nel mondo globalizzato con il dominio dell’economia finanziaria esiga oggi una consapevolezza particolare e divenga sfida centrale per la fede cristiana. Esige infatti di “riflettere in forma nuova sulla natura dell’apporto del Vangelo alla salvezza integrale dell’uomo – di tutto l’uomo e di tutti gli uomini – fin da questa vita terrena e ad operare di conseguenza” (ibid. p.143). Per questo la proposta di papa Francesco “sta operando un importante spostamento nella considerazione delle sfide del mondo moderno contemporaneo: dal primato della sfida della ragione illuministica moderna e post-moderna, che ha impegnato la Chiesa per più di due secoli, al primato della sfida della povertà e della disumanità dilagante nel mondo” (ibid. p. 142).

E’ quanto viene affermato in Evangelii Gaudium dove è delineato un magistero proprio dei poveri a cui prestare ascolto proprio per vivere la fede: “Per questo desidero una Chiesa povera per i poveri. Essi hanno molto da insegnarci. Oltre a partecipare del sensus fidei, con le proprie sofferenze conoscono il Cristo sofferente. È necessario che tutti ci lasciamo evangelizzare da loro” (Evangelii Gaudium, 198).

Francesco sottolinea innanzitutto che la povertà è una chiamata anzitutto a seguire Cristo: è un cammino che apre a riconoscere il limite e a non cadere nelle diverse forme dell’idolatria.

“Non dimentichiamo che per i discepoli di Cristo la povertà è anzitutto una vocazione a seguire Gesù povero. È un cammino dietro a Lui e con Lui, un cammino che conduce alla beatitudine del Regno dei cieli. Povertà significa un cuore umile che sa accogliere la propria condizione di creatura limitata e peccatrice per superare la tentazione di onnipotenza, che illude di essere immortali. La povertà è un atteggiamento del cuore che impedisce di pensare al denaro, alla carriera, al lusso come obiettivo di vita e condizione per la felicità. E’ la povertà, piuttosto, che crea le condizioni per assumere liberamente le responsabilità personali e sociali, nonostante i propri limiti, confidando nella vicinanza di Dio e sostenuti dalla sua grazia. […] Facciamo nostro, pertanto, l’esempio di san Francesco, testimone della genuina povertà. Egli, proprio perché teneva fissi gli occhi su Cristo, seppe riconoscerlo e servirlo nei poveri” (Messaggio per la I giornata dei poveri).

“Se, pertanto, desideriamo offrire il nostro contributo efficace per il cambiamento della storia, generando vero sviluppo, è necessario che ascoltiamo il grido dei poveri e ci impegniamo a sollevarli dalla loro condizione di emarginazione. Nello stesso tempo, ai poveri che vivono nelle nostre città e nelle nostre comunità ricordo di non perdere il senso della povertà evangelica che portano impresso nella loro vita”. (Messaggio per la I giornata dei poveri)

La condizione di povertà è da combattere per eliminare situazioni che sono degradanti per le persone. Tuttavia proprio nell’incontro con chi è più segnato dalla fatica, dalle difficoltà e dalla fatica del vivere si dà un incontro che porta a cambiare la vita. E’ ciò che viene testimoniato da tanti che si sono lasciati coinvolgere nella vita dei poveri, ascoltando voci e incontrando sguardi (cfr. Luis Antonio Tagle, Ho imparato dagli ultimi. La mia vita, le mie speranze ed. Emi 2016). L’incontro con i poveri è esperienza che cambia non solo il modo di intendere la vita, ma conduce a scorgere il mistero di Cristo che da ricco si fece povero…

“Come, concretamente, possiamo allora piacere a Dio? Quando si vuole far piacere a una persona cara, ad esempio facendole un regalo, bisogna prima conoscerne i gusti, per evitare che il dono sia più gradito a chi lo fa che a chi lo riceve. Quando vogliamo offrire qualcosa al Signore, troviamo i suoi gusti nel Vangelo. Subito dopo il brano che abbiamo ascoltato oggi, Egli dice: «Tutto quello che avete fatto a uno solo di questi miei fratelli più piccoli, l’avete fatto a me» (Mt 25,40). Questi fratelli più piccoli, da Lui prediletti, sono l’affamato e l’ammalato, il forestiero e il carcerato, il povero e l’abbandonato, il sofferente senza aiuto e il bisognoso scartato. Sui loro volti possiamo immaginare impresso il suo volto; sulle loro labbra, anche se chiuse dal dolore, le sue parole: «Questo è il mio corpo» (Mt 26,26). Nel povero Gesù bussa al nostro cuore e, assetato, ci domanda amore.”[…] Lì, nei poveri, si manifesta la presenza di Gesù, che da ricco si è fatto povero (cfr 2 Cor 8,9). Per questo in loro, nella loro debolezza, c’è una “forza salvifica”. E se agli occhi del mondo hanno poco valore, sono loro che ci aprono la via al cielo, sono il nostro “passaporto per il paradiso”. Per noi è dovere evangelico prenderci cura di loro, che sono la nostra vera ricchezza, e farlo non solo dando pane, ma anche spezzando con loro il pane della Parola, di cui essi sono i più naturali destinatari. Amare il povero significa lottare contro tutte le povertà, spirituali e materiali.” (omelia nella Giornata mondiale dei poveri 19 novembre 2017)

Alessandro Cortesi op

XXXIII domenica tempo ordinario – anno A – 2017

IMG_1495.jpgProv 31,10-13.19-20.30-31; 1Tess 5,1-6; Mt 25,14-30

La parabola dei talenti si legge nel capitolo 25 del vangelo di Matteo. E’ il discorso cosiddetto escatologico, che concerne le ‘cose ultime’: la venuta del Signore Gesù alla fine dei tempi che richiede vigilanza e attesa (la parabola delle dieci vergini, Mt 25,1-13), il giudizio sulla storia (l’azione del re che separa le pecore dai capri: Mt 25,31-46).

Messaggio centrale di questo capitolo è l’urgenza della decisione: tutta la storia va verso un incontro per essere con il Signore, per entrare in una festa di comunione. L’esperienza cristiana è attesa, si attua in un tempo supplementare. Il Signore viene come sposo.

La parabola dei talenti potrebbe essere piuttosto definita la parabola dei tre servi: si svolge in tre movimenti. All’inizio l’affidamento dei beni da parte del padrone a tre suoi servi, poi il diverso comportamento dei tre durante l’assenza del padrone, infine la parte più estesa, il rendiconto al ritorno del padrone dal viaggio. La distribuzione dei beni è compiuta dal padrone ‘secondo le capacità di ciascuno’. Tutto converge verso il finale. Appare un contrasto tra la lode dei servi, detti ‘buoni e fedeli’ e il rimprovero verso il terzo che è stato inoperoso e per paura ha nascosto sotto terra il talento a lui affidato. Un talento era unità di misura per metalli preziosi, ed indicava decine di chili d’oro; a livello monetario equivaleva a circa 6000 dramme o denari quando la retribuzione giornaliera di un operaio era circa di un denaro al giorno.

La parabola nella tradizione è stata letta come richiamo a porre a frutto le proprie capacità e le qualità umane: i talenti sono stati identificati con i doni naturali o di formazione che devono produrre risultati. Da qui nel linguaggio comune il termine ‘talenti’ sta ad indicare le doti di una persona e le sue capacità.

Certamente l’esigenza dell’impegno è un messaggio presente nella parabola ma questa interpretazione è sviante e piega la parabola ad una logica di efficienza e di successo. Gesù insiste su altro.

Nella parabola è da cercare il vertice verso cui tutto il racconto è orientato, che si può individuare nel dialogo tra il padrone e il terzo servo. Il dialogo con i primi due serve da preparazione, per contrasto. Il terzo servo viene rigettato non perché ha compiuto qualcosa di sbagliato. Piuttosto trova rimprovero perché non ha fatto nulla e soprattutto e in modo particolare perché è rimasto succube della paura. Il rapporto con chi gli aveva affidato una così grande ricchezza è stato da lui inteso nella logica della paura e della sottomissione.

Gesù parlava di cose comprensibili a chi udiva: un rapporto di ricchi e di lavoratori, di padrone e di servi. Con l’accenno ai talenti volge però il riferimento ad un altro piano e presenta il comportamento sconcertante del padrone che innanzitutto affida ricchezze così spropositate e inoltre dice ai servi: ‘entra nella gioia del tuo padrone’. L’appellativo ‘servo buono e fedele’ è espressione che va ben oltre la possibilità di relazione tra un padrone e i suoi servi. Gesù intende rinviare al volto di Dio e alla relazione con lui. Chiede a chi lo ascolta di intendere in modo nuovo il rapporto con Dio stesso. I talenti non sono allora le doti di ciascuno, o le ricchezze, piuttosto il dono gratuito e non quantificabile che viene da Dio.

I talenti indicano l’affidamento di un dono spropositato che richiama ed esige responsabilità: il dono di una comunione. Il terzo servo non ha compreso proprio questo: l’autentica ricchezza affidatagli stava nella fiducia, nell’essere accolto in un rapporto oltre ogni paura, oltre ogni esigenza. Si è invece lasciato imprigionare dal sospetto che gli ha impedito di vivere. Rimane chiuso in un’idea di Dio quale padrone esigente e terribile che lo rende incapace di agire: “So che sei un uomo esigente, che mieti dove non hai seminato e raccogli dove non hai sparso”. Ha considerato il talento non come dono ma lo trattiene come cosa estranea, non sua, da restituire senza nemmeno toccarla. Non comprende che il talento affidatogli è segno di una relazione. Non si apre a scorgere che nel talento stava il segreto di un affidamento perché potesse vivere la sua vita con la libertà dei figli, con la creatività di chi mette in circolo i doni.

La parabola è allora un richiamo a vigilare: l’attesa del Signore chiede di cambiare modo di pensare a Dio il Padre, chiede di uscire dalla paura che è contraria alla fede.

I talenti allora possono essere letti come le occasioni innumerevoli della vita nel tempo dato e negli incontri e opportunità di scelta: Dio il Padre affida a ciascuno la vita, ricchezza inesauribile in cui poter vivere tale affidamento. Il disegno del Padre sta nel far entrare i suoi figli nella gioia di una comunione di vita per sempre. Nel tempo della storia i discepoli sono chiamati a vivere la fedeltà non come rapporto contrattuale, fatto di paura, ma come accoglienza delle innumerevoli occasioni per essere creativi nel suo amore. Con gratitudine e responsabilità consapevoli di un dono.

Alessandro Cortesi op

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Talenti

Concetta Candido è un’operaia torinese. Il suo nome è stato ripreso dalle cronache nel giugno scorso. In un giorno di inizio estate nella sede dell’Inps di Torino Concetta ha appiccato il fuoco a se stessa riportando ustioni molto gravi.

Aveva in quel periodo ricevuto il licenziamento da una pseudo cooperativa, di quelle riconosciute legalmente ma che risultano essere sistemi riconosciuti legalmente per sfruttare il lavoro. E si era trovata nella triste situazione di iniziare la trafila burocratica di chi ha perso il lavoro mentre a casa le bollette continuavano a giungere, i debiti aumentavano e le giornate si facevano sempre più pesanti.

La sua storia ha suscitato scalpore e ha colpito molti. Gad Lerner ne ha scritto un libro pubblicato da pochi giorni (Concetta, ed. Feltrinelli). In esso articola una lettura della deriva in atto nel mondo del lavoro in Italia: “La deroga generalizzata dalle conquiste sindacali del secolo scorso si ripercuote a ogni livello con effetti nefasti che nessuna rivoluzione tecnologica sembra in grado di contenere. Basti osservare la prima conseguenza di lunga durata della riforma detta Jobs Act, una volta esaurito il triennio di esonero contributivo concesso alle aziende che assumevano nuovi dipendenti a tempo indeterminato, con un risparmio di 8060 euro il primo anno, e 3250 euro nei successivi 24 mesi. Scaduti nel 2017 i termini di questa imponente defiscalizzazione a carico dell’erario (oltre 10 miliardi), in più del 90% dei casi le nuove assunzioni risultano essere a tempo determinato, cioè precarie”.

E’ in atto una trasformazione che vede venir meno e frantumarsi le acquisizioni di difesa dei lavoratori e porta sempre più ampie fasce di persone a precipitare nella disperazione, senza sostegni e disorientate tra uffici e obblighi sempre nuovi. L’analisi di Lerner fotografa una realtà di drammi personali e sociali per lo più nascosti che richiederebbero invece attenzione diffusa e una progettualità nuova per mondo del lavoro:

“Chi perde il lavoro ha scarsissime probabilità di trovarne un altro a parità di tutele o di reddito. Chi lo cerca per la prima volta, e non dispone di un’alta specializzazione, mette in conto di doversi scordare il posto fisso. Del resto, anche le nuove forme di lavoro autonomo, l’incentivo propagandistico al fai-da-te, mascherano pratiche di autosfruttamento servile in concorrenza feroce con i propri simili. L’esercito della manodopera di riserva è un vasto contenitore di solitudini e frustrazioni che solo i meccanismi spontanei di reciproco sostegno familiare, e il rapido consumo di risorse patrimoniali accumulate dalle generazioni precedenti, proteggono dalla minaccia dell’indigenza” (G.Lerner, Concetta, Feltrinelli).

Quarant’anni fa, in questi giorni, moriva Giorgio la Pira. Può essere motivo di riflessione riascoltare la sua voce di professore di diritto che aveva assunto l’impegno politico a partire dalla sua chiamata ad essere testimone del vangelo. Per lui politica significava cura per le diverse dimensioni in cui si esplica la vita delle persone: la possibilità di una casa, del lavoro, della scuola, della vita sociale e comunitaria.

In una lettera a Fanfani del 27 Novembre 1953 così scriveva: “è mezzanotte, non prendo sonno, e sento la necessità di rispondere subito a qualche punto essenziale della tua lettera odierna. Anzitutto: vedi caro Amintore; io non sono un “sindaco”; come non sono stato un “deputato” o un “sottosegretario”: non ho mai voluto essere né sindaco, né deputato, né sottosegretario, né ministro (ricordi l’offerta di De Gasperi?). Quanto al “sindaco” mi pare che il mio telegramma di una quindicina di giorni fa parla chiaro. E la ragione di tutto questo è così chiara: la mia vocazione è una sola, strutturale direi: pur con tutte le deficienze e le indegnità che si vuole, io sono, per la grazia del Signore, un testimone dell’Evangelo… mi sarete testimoni (eritis mihi testes) mia vocazione. la sola. è tutta qui! Sotto questa luce va considerata la mia “strana” attività politica: non bisogna dimenticare che durante i tempi più acuti e dolorosi del fascismo è stata questa mia vocazione di “testimonianza a Cristo” a mettermi in prima linea nella trincea del più aspro combattimento. E se poi, necessariamente, i cattolici italiani mi misero in prima linea nella vita politica – costringendomi! – quella vocazione di testimonianza fu, almeno come ideale, la sola stella della mia azione. Veniamo ora al “sindacato”: figurati, se io posso rinunziare alla verità ed alla giustizia per servire alla lettera della legge: e poi: quale legge? Guardare senza operare alle iniquità che si nascondono sotto i velami della legge? Summum jus summa iniuria dicevano i romani; e S. Tommaso: non est lex sed corruptio legis: non è legge ma corruzione della legge! Osservare duemila sfrattati senza intervenire in qualsivoglia modo? Quali iniquità: leggi che hanno un solo destinatario: il disgraziato, il povero, il debole; per caricare su di lui altri pesi ed altre oppressioni (legge sfratti, fatta alla insegna D.C.)! Osservare novemila disoccupati senza intervenire in qualsivoglia modo? Senza stimolare, per vie diritte e per vie storte, un governo apatico, quasi ignaro del dramma quotidiano del pane di novemila disoccupati? Non c’è danari: quale formula ipocrita e falsa: non c’è danari per i poveri la formula completa e vera! Siamo un paese povero: altra formula ipocrita: siamo un paese povero pei poveri, è la formula vera!”.

Riflettere oggi sui talenti potrebbe condurre a pensare a tutti i mezzi da usare per redistribuire il lavoro e per difendere la dignità di tutti coloro che lavorano. Ed è lavoro sia quello riconosciuto e retribuito sia ogni forma di lavoro non retribuito e non riconosciuto come tale, per esempio nella vita domestica. Talenti possono essere anche le occasioni in cui è richiesta creatività per progettare un mondo del lavoro con maggiore equità, non costruito su privilegi ed esclusioni dei più fragili. Talenti sono anche i doni che non si identificano con il profitto e il denaro quali fini assoluti, ma sono la vita delle persone, delle loro famiglie quali tesori non da sfruttare ma da custodire e coltivare con cura.

Alessandro Cortesi op

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