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commenti alla Parola della domenica e riflessioni

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XVI domenica tempo ordinario – anno C – 2019

Abramo tre angeli part. Chagall NizzaGen 18,1-10a; Col 1,24-28; Lc 10,38-42

Nella sua vita Abramo vive un’esperienza inattesa e sconvolgente: l’incontro con un Dio che passa come ospite, si fa accogliere e dà inizio ad una vita nuova. Il racconto di quanto accade alle querce di Mamre nell’ora più calda del giorno è espressione di tale evento. Dio si fa incontro presso l’albero e vicino alla tenda. In una prima parte l’accoglienza, nella seconda un colloquio.

Alle querce di Mamre Abramo ospita tre visitatori. “Egli alzò gli occhi e vide che tre uomini stavano in piedi presso di lui”. Non riconosce chi sono. Ma presta loro la sua ospitalità: si mette a correre, lui vecchio nell’ora più calda del giorno: “Appena li vide corse loro incontro…”. Va poi da Sara nella tenda per chiederle di preparare delle focacce. I gesti dell’ospitalità sono sinceri, generosi, immediati. Dopo la prima parte del racconto in cui è Abramo che agisce di più, la seconda parte concentra l’attenzione su Sara e sulla tenda. Sara riceve la promessa di un figlio. E’ una promessa che la fa ridere perché era qualcosa di impossibile (e il nome Isacco verrà da questo riso). E la parola che giunge è: “C’è forse qualche cosa di impossibile al Signore?’. Il Dio visitatore è Dio che suscita vita. L’ospitalità che allarga i pali della tenda alla presenza di ospiti sconosciuti è esperienza in cui si genera una fecondità desiderata e inattesa perché proprio nell’ospitalità si fa esperienza del venire di Dio nella vita. E Jahwè può aprire fecondità inaudite e conosce i segreti dei cuori.

Betania, villaggio vicino a Gerusalemme, era luogo dove Gesù trovava accoglienza presso la casa di amici: Lazzaro, Marta, Maria. Betania è luogo dell’amicizia vissuta, e del riposo che l’amicizia offre. Luca, racconta una scena in questa casa subito dopo la parabola del buon samaritano, da leggere insieme, scorgendo continuità tra la domanda ‘maestro che cosa devo fare per ereditare la vita eterna?’, la parabola del samaritano e l’episodio di Betania.

L’atteggiamento di Marta tutta presa dai molti servizi è presentato spesso come contrapposto a quello di Maria, seduta ai piedi di Gesù. E’ stato così dato risalto la scelta migliore di Maria, la contemplazione in contrasto con l’attività. Ma tale lettura è limitata e forse fuorviante.

Un lettura diversa può essere fatta in una lettura nel contesto: nel capitolo 9 Luca narra la partenza verso la Passione (Lc 9,51). Gesù poi presenta a più riprese le condizioni poste a chi intende seguirlo (9, 57-62), sceglie i settantadue e li invia indicando loro uno stile di vita (10, 1-20), dice che il Padre si rivela ai piccoli (10, 21-24). Racconta poi al dottore della legge la parabola del samaritano (10,29-37), poi visita le sorelle e infine lascia ai suoi la preghiera del Padre Nostro. Il racconto con gradualità delinea il profilo dei discepoli autentici.

Nella parabola del samaritano Gesù aveva indicato quello straniero come colui che sa provare compassione e si è fatto prossimo. Si era fermato e ‘aveva visto’ quell’uomo da soccorrere lungo la strada: ciò che persone religiose avevano pur visto, ma senza fermarsi. Il samaritano aveva agito concretamente ponendo gesti di cura e vicinanza: aveva compreso di essere lì e in quell’ora prossimo a quell’uomo sofferente. Per Gesù ciò che sta al centro e dà senso alla vita è questa cura e questo servizio, il farsi prossimi perché il Dio della Bibbia è Dio che scende a liberare.

Nella casa di Betania, Marta e Maria divengono così quasi due aspetti di un unico profilo che è la vita del discepolo. Il discepolo che accoglie e dona amicizia a Gesù. Esse esprimono così il volto di chi si fa prossimo. Marta è ‘presa dai tanti servizi’. Accanto a lei Maria ascoltava la parola di Gesù. E’ il medesimo atteggiamento dell’indemoniato ‘che stava seduto ai piedi di Gesù’ in attesa di essere liberato (Lc 8,35). Luca non intende contrapporre la contemplazione all’azione, ma nei gesti e negli incontri di Betania ricorda l’essenziale di una vita con Gesù che si delinea come ascolto e come servizio, come prossimità vissuta al Signore e agli altri nei gesti della cura.

Ogni autentica attività di servizio sgorga dall’ascolto della Parola e ogni ascolto significa stare seduti ai piedi di Gesù, gesto proprio del discepolo per vivere quanto lui stesso ha vissuto. La vita del discepolo è indicata nella compresenza di ascolto e servizio. L’ascolto di Gesù si compie in gesti concreti di prossimità. Il servizio vive e si rende possibile nell’ascolto, degli altri e di Dio, in una ospitalità aperta.

Una lettura femminista di questo passo biblico ha aperto anche nuove considerazioni nel pensare alla situazione originaria delle chiese e alla presenza delle donne così come voluto da Gesù nel suo convocare attorno a sè una comunità di uguali: A parere di Elisabeth Schlüsser Firoenza, i due “tipi” costituiti da Marta e Maria non sono in riferimento alla vita attiva e alla vita contemplativa, ma sono due compiti: la “diaconia” e l’“ascolto della Parola”. Il verbo greco diakonèin indica appunto il “servire” e Marta attua un servire che non è preparazione di un pasto. Esso va interpretato allora come il servizio ecclesiale, la diaconia. Dietro la figura di Marta si nasconde quindi il riferimento alla donna responsabile del servizio della comunità cristiana. E la sua protesta a Gesù è perché è lasciata sola con quelle responsabilità. Importante è che la scena avviene nella casa che è proprio il luogo originario delle prime comunità cristiane (e non il tempio e la chiesa!).

«La chiesa domestica era l’inizio della chiesa in una determinata città o in una regione; offriva spazio per la predicazione della Parola, per il culto, come pure per la mensa comune, sociale ed eucaristica … La chiesa domestica, per la sua ubicazione, offriva uguali opportunità alle donne, perché tradizionalmente la casa era considerata la sfera propria delle donne e le donne non erano escluse dalle attività che vi si svolgevano … la sfera pubblica nella comunità cristiana era nella casa e non fuori. La comunità era ‘nella casa di lei’. Perciò sembra che la domina della casa in cui si riuniva l’ekklesía avesse una responsabilità di primo piano per la comunità e per le riunioni nella chiesa domestica… In conclusione: la letteratura paolina e gli Atti ci permettono ancora di riconoscere che le donne avevano il loro posto fra i missionari e i leaders più eminenti del movimento cristiano primitivo. Erano apostole e ministri come Paolo e alcune erano sue collaboratrici. Insegnavano, predicavano e gareggiavano nella corsa per l’evangelo. Fondarono chiese domestiche e, come eminenti ‘patrone’, usarono la loro influenza a favore di altri missionari e cristiani. Se paragoniamo la loro funzione direttiva con il ministero delle diaconesse venute più tardi, colpisce il fatto che la loro autorità e il loro ministero non erano limitati alle donne e ai bambini e non erano esercitati solo in ruoli e funzioni specificamente femminili» (E.Schüssler Fiorenza, In memoria di lei, 201-202).

Alessandro Cortesi op

immagine-pixellataInvisibili

In Italia le conseguenze di norme governative che mirano ad ottenere facile risonanza mediatica senza risolvere i problemi della povera gente stanno producendo una nuova categoria di persone: i cosiddetti ‘invisibili’, quelli che non devono stare da nessuna parte, gli sgomberati e gli esclusi, senza differenza tra provenienze etniche o geografiche. Sono le vittime della politica delle ruspe. Sono i centomila invisibili che progressivamente occupano le pieghe marginali della vita sociale e delle nostre città, con sofferenze che non si possono comprendere e con conseguenze devastanti per la stessa vita sociale.

“Italiani e immigrati, rom e sinti, il popolo degli almeno centomila invisibili che nessuno riuscirà mai a censire, già finiti o destinati a finire nei prossimi mesi sotto la ruspa di Matteo Salvini. (…) Persone di ogni etnia che, anche se prese in carico dai servizi sociali dei Comuni nell’immediatezza degli sgomberi, dopo un’accoglienza temporanea in dormitori o case famiglia finiscono per tornare in strada o in altre occupazioni abusive. Nessuno dunque sa veramente quanti siano gli invisibili che abitano le strade delle periferie, i portici delle stazioni o i giardini pubblici. Quel che è certo è che la raffica di sgomberi senza alcun piano preventivo di ricollocamento ordinata da Matteo Salvini, dalle baraccopoli-ghetto degli immigrati ai centri di accoglienza, dalle occupazioni di palazzi ai campi rom, ne ingrossa le file. Creando tutto fuorché sicurezza. L’unico numero certo è quello che si riferisce ai migranti ed è una delle medaglie che Salvini si appunta fiero al petto. In un anno di sua presenza al Viminale, gli immigrati nel circuito dell’accoglienza sono scesi da 167.000 a 107.000. Sessantamila persone fuori da strutture grandi e piccole, che si sommano alle diecimila che già vivevano nelle baraccopoli in Calabria e in Puglia”. (Alessandra Ziniti, Centomila invisibili, “La Repubblica” 17 luglio 2019)

E’ questo il quadro di un Paese in cui non si sta attuando alcuna scelta per governare la complessità dei problemi, ma si rincorre l’acclamazione di chi ha bisogno di illusioni, la rabbia di chi vuole presentato un capro espiatorio colpevole dei propri disagi, il plauso per chi sa essere il più sbruffone, bullo con i deboli e imbonitore di folle delle piazze virtuali.

In questo clima in cui prevale la barbarie e il cinismo del linguaggio e delle azioni si sono levate in questi giorni voci insolite, che provengono dal silenzio, allarmate e sofferenti, che richiamano ad un rispetto dei riferimenti fondamentali di umanità e di accoglienza soprattutto per chi è più vulnerabile: sono le voci dei monasteri di clarisse e carmelitane che hanno scritto al presidente Mattarella, ricordando che “solo la paziente arte dell’accoglienza reciproca può mantenerci umani e realizzarci come persone”.

“Tramite voi chiediamo che le istituzioni governative si facciano garanti della loro dignità, contribuiscano a percorsi di integrazione e li tutelino dall’insorgere del razzismo e da una mentalità che li considera solo un ostacolo al benessere nazionale. Accanto alle tante problematiche e difficoltà ci sono innumerevoli esempi di migranti che costruiscono relazioni di amicizia, si inseriscono validamente nel mondo del lavoro e dell’università, creano imprese, si impegnano nei sindacati e nel volontariato. Queste ricchezze non vanno svalutate e tante potenzialità andrebbero riconosciute e promosse. La nostra semplice vita di sorelle testimonia che stare insieme è impegnativo e talvolta faticoso, ma possibile e costruttivo. Solo la paziente arte dell’accoglienza reciproca può mantenerci umani e realizzarci come persone. Siamo anche profondamente convinte che non sia ingenuo credere che una solidarietà efficace, e indubbiamente ben organizzata, possa arricchire la nostra storia e, a lungo termine, anche la nostra situazione economica e sociale. È ingenuo piuttosto il contrario: credere che una civiltà che chiude le proprie porte sia destinata ad un futuro lungo e felice, una società tra l’altro che chiude i porti ai migranti, ma, come ha sottolineato papa Francesco, «apre i porti alle imbarcazioni che devono caricare sofisticati e costosi armamenti». Ciò che ci sembra mancare oggi in molte scelte politiche è una lettura sapiente di un passato fatto di popoli che sono migrati e una lungimiranza capace di intuire per il domani le conseguenze delle scelte di oggi” ( Clarisse e Carmelitane scalze di Monasteri italiani, Noi, sorelle, preoccupate e in preghiera per questo Paese e i migranti senza voce, “Avvenire” 14 luglio 2019)

La mentalità di razzismo, di esclusione, di rifiuto di gestire con criteri di giustizia e solidarietà la situazione di tanti non è solo emergenza in Italia. Di fronte alle scelte dell’amministrazione Trump negli USA si sono pronunciati i vescovi soprattutto in considerazione delle condizioni di numerosi bambini spaventose e inaccettabili. In una lettera a Trump il presidente dei vescovi statunitensi, il cardinale Daniel Di Nardo a nome della Conferenza episcopale scrive: «possiamo e dobbiamo rimanere un Paese che offre rifugio ai bambini e alle famiglie in fuga dalla violenza, dalle persecuzioni e dalla povertà estrema».

«Questa indicibile conseguenza di un sistema di immigrazione fallito, insieme alle crescenti segnalazioni delle condizioni disumane in cui versano i bambini sotto la custodia del governo federale alla frontiera statunitense, scuotono la coscienza e richiedono un’azione immediata».

Con riferimento alla foto del migrante che ha trovato la morte insieme alla sua figlia nel tentativo di attraversare il Rio grande scrive: «Questa immagine grida giustizia al cielo e mette a tacere la politica… Chi può guardare questa immagine e non vedere i risultati dei fallimenti di tutti noi nel trovare una soluzione umana e giusta alla crisi dell’immigrazione? Purtroppo questa immagine mostra la situazione quotidiana dei nostri fratelli e sorelle. Non solo il loro grido raggiunge il cielo. Raggiunge tutti noi e ora deve raggiungere il nostro governo federale. Tutte le persone, indipendentemente dal loro Paese d’origine o dal loro status giuridico, sono fatte a immagine di Dio e devono essere trattate con dignità e rispetto».

Mons. Raffaele Nogaro, parlando delle norme in vigore e in via di approvazione in Italia in una intervista ha detto: «Sono indignato verso alcune norme, volute dal governo e approvate dal Parlamento, che sono violente, che calpestano la dignità degli esseri umani e offendono la vita umana. Purtroppo le parole brutali del ministro Salvini sul tema della sicurezza vengono accolte con simpatia da molti cattolici, ma anche da tanti preti e diversi vescovi». (…) «Non è possibile affermare la sicurezza di alcuni compromettendo la vita e la dignità di altre persone che sono in difficoltà, come i migranti. Il primo decreto sicurezza, e ora anche questo decreto bis, se verrà approvato, condannano i poveri e i migranti. Ma condannano anche coloro che li salvano e li difendono. E lo fanno creando ed alimentando menzogne sull’opera delle persone e delle organizzazioni di buona volontà, come le ONG. Per questo dico che l’unica via è la disobbedienza civile a queste leggi ingiuste» (Luca Kocci, Monsignor Nogaro: ‘Disobbedienza civile contro le leggi ingiuste’, “Il manifesto” 17 luglio 2019).

In questa situazione del mondo nel cuore dell’estate di quest’anno 2019 ascoltiamo le pagine dell’ospitalità di Abramo e della accoglienza di Gesù nella casa di Marta e Maria quale richiamo al cuore del vangelo da attuare nella nostra vita.

Alessandro Cortesi op

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XV domenica tempo ordinario – anno C – 2019

20180423_123307_DD527F21Deut 30,10-14; Col 1,15-20, Lc 10,25-37

‘Chi è il mio prossimo?’ è la domanda di un dottore della legge a Gesù che introduce il racconto: un uomo attaccato dai briganti, percosso è lasciato moribondo sulla strada tra Gerico e Gerusalemme, e viene soccorso da un samaritano. E’ una pagina che non finisce di provocarci e di riportarci al centro del vangelo stesso.

Gerico era città residenza della tribù di una tribù di sacerdoti distante circa 30 chilometri da Gerusalemme. La strada copre un dislivello di circa 1000 metri dai 350 sotto il livello del mare di Gerico ai 740 sopra di Gerusalemme. Il samaritano, appartenente ad un popolo considerato non solo straniero, ma anche eretico e nemico è l’unico che si ferma a soccorrere quell’uomo ferito sulla strada.

Il suo passaggio avviene dopo che altri erano già passati e avevano visto, ma erano andati oltre: Luca indica i loro profili: un sacerdote prima, un levita poi, persone religiose, anzi custodi del sacro. Il primo forse scendeva dopo aver svolto il suo servizio settimanale nel tempio di Gerusalemme; il secondo aveva compiuto la sua mansione di inserviente o di cantore nel tempio. Erano persone osservanti e religiose.

Luca dice che essi ‘videro’ ma è un vedere che non li ha spinti a fermarsi, è un vedere distante e impermeabile alla sofferenza concreta di un uomo. Per questo proseguono il cammino sull’altro lato della strada. Luca non spiega perché non si sono fermati: forse perché il contatto con il sangue o con un morto rendeva impuri, e impediva di compiere azioni di culto, forse perché l’uomo era uno sconosciuto ed avevano paura.

A questo punto la parabola ha un punto di svolta: ‘Invece un samaritano, che era in viaggio, passandogli accanto lo vide e ne ebbe compassione’: una persona considerata un eretico, uno straniero, un nemico, di fronte a quell’uomo che soffriva sulla strada, ‘lo vide’ e pur non essendo dei ‘suoi’ si ferma e lo soccorre.

E’ un vedere diverso da chi era passato prima di lui: il samaritano riconosce in lui un uomo. E – aggiunge Luca – ‘ne ebbe compassione’, avvertì una sofferenza che lo prese nelle viscere. ‘ne ebbe compassione’ è verbo di una sofferenza profonda, interiore, che guarda all’altro e diviene propria. Il samaritano è immagine di un Dio che’soffer nelel viscere’ come donna che sente dentro di sè le angustie di propri figli e si china facendo proprie le sofferenze dell’uomo.

La com-passione non si limita ad essere sentimento interiore, ma si fa azione concreta con una particolare sottolineatura sul carattere personale della cura: ‘gli si fece vicino, gli fasciò le ferite versandovi olio e vino; poi, caricatolo sopra il suo giumento, lo portò ad una locanda e si prese cura di lui ‘. E’ l’elencazione di una serie di gesti, concreti, mirati a soccorrere, ma che hanno al centro la persona di ‘lui’.

Quell’uomo è per il samaritano un ‘tu’ di cui prendersi cura. Così nelle parole rivolte all’albergatore ‘Abbi cura di lui…’. Questa pagina è la presentazione forse più alta di cosa significa la fraternità cristiana: prendersi cura dell’altro, riconoscere nell’altro non un nemico, ma un uomo da soccorrere.

Il prossimo non è solamente chi appartiene al proprio gruppo, al proprio clan, alla propria confessione religiosa, cioè chi è vicino. Gesù capovolge la domanda che all’inizio gli era stata posta dal dottore della legge in due modi: innanzitutto rende chiaro che il samaritano non si è chiesto ‘chi è il mio prossimo’ ma ha scoperto nell’inatteso del cammino a chi egli stesso si trovava ad essere vicino. Nel volto di uno sconosciuto riconosce il volto di un uomo che soffre e ha bisogno di cura.

In secondo luogo non accetta di definire ‘il prossimo’ ma rinvia alla responsabilità personale: ‘chi è stato il prossimo di colui che è incappato nei briganti?’. La domanda fondamentale non è tanto quindi ‘chi è il mio prossimo?’, ma ‘a chi tu sei prossimo?’: è possibile scoprire la prossimità solamente nel prendersi cura di qualcuno: ‘non chi dice Signore Signore entrerà nel regno dei cieli, ma chi fa la volontà del Padre mio che è nei cieli’ (Mt 7,21).

C’è ancora un altro messaggio della parabola: in questo chinarsi del samaritano in filigrana si intravede il volto stesso di Cristo che si china su di noi, ci rialza, ci aiuta a guarire e ci accompagna a ‘tornare alla vita’.

I gesti del prendersi cura vissuti da chiunque, al di fuori di chiese e appartenenze religiose, sono l’unica parola credibile e significativa su Dio. In essi infatti è già presente il volto del Dio ‘samaritano dell’uomo’, che scende ed ha cura di ogni persona, guardando alle sue ferite e alla sua debolezza. Nell’edificio costruito sulla strada di Gerico – il caravanserraglio del buon samaritano – un pellegrino medioevale ha scritto: ‘se persino sacerdoti e leviti passano oltre la tua angoscia, sappi che il Cristo è il buon samaritano: egli avrà compassione di te nell’ora della tua morte e ti porterà alla locanda eterna’.

Alessandro Cortesi op

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Barbarie in mezzo a noi

“Chi stiamo diventando? Uno degli argomenti chiave nella complessa questione delle migrazioni riguarda la presunta minaccia alla nostra identità che l’afflusso di una certa tipologia – etnica, religiosa, reddituale – di stranieri rappresenterebbe per la società italiana. Ma attualmente a preoccupare maggiormente non dovrebbe essere un’ipotetica futura “sostituzione” dell’italianità – qualunque cosa significhi questo termine – con elementi estranei alla storia e alla cultura del nostro Paese, quanto piuttosto un già avvenuto mutamento nel modo di pensare, di parlare e di agire fino a pochi anni fa patrimonio largamente condiviso. Per anni ho insistito preoccupato sui piccoli passi quotidiani verso la barbarie: ormai vi siamo immersi, così che sentimenti ed emozioni di cui un tempo ci si vergognava, almeno in pubblico, ora sono esibiti come trofei di guerra”.

Così s’interroga Enzo Bianchi in un articolo dal titolo La compassione perduta (La Repubblica, 10 luglio 2019). Stiamo assistendo nella comunicazione pubblica e nelle prese di posizione da parte di uomini di governo a forme di autentica criminalizzazione della solidarietà e di denuncia di ogni sentimento di umana compassione quale deriva di buonismo da condannare ed eliminare in nome di una attitudine cinica ed egoistica della vita.

Se una malattia può essere indicata quale contagio in atto nella società italiana ed oltre in questo periodo storico essa potrebbe essere indicata come contagio della malvagità e dell’incapacità a farsi prossimi. Vengono meno fondamentali pilastri del vivere insieme quali l’umana vicinanza ad ogni situazione di difficoltà e infermità.

Ancora Enzo Bianchi osserva: “Abbiamo paradossalmente difficoltà a diventare prossimi dell’altro: diventiamo con facilità prossimi virtualmente, e moltiplichiamo la nostra prossimità virtuale con contatti “liquidi”, inversamente proporzionali alle relazioni concrete, “solide”. E così la morte della prossimità è vissuta come negazione o “morte del prossimo”. Ma negli ultimi anni, in Italia come in molti paesi dell’Occidente, la situazione è ulteriormente precipitata: ci si vanta della spietatezza verso i più deboli, siano essi i poveri “di casa nostra”, gli immigrati o gli appartenenti a determinate etnie. La solidarietà, lo storico “mutuo soccorso”, il sostenersi tra esseri umani segnati dalla sofferenza, il “patire insieme” si è tramutato – dapprima nel linguaggio e poi nei comportamenti – in una ricerca ossessiva dello “star bene da soli”, senza gli altri, anzi, contro di loro. Se questo però è tragicamente il quadro prevalente, quello che si impone nei ragionamenti urlati di certa politica come dei mass media, non dobbiamo rassegnarci a trasformare questa deleteria tendenza maggioritaria in un sentimento universale.”

La radice di questa tendenza sta nell’incapacità di vedere: c’è un vedere indifferente preoccupato solamente di propri obiettivi, siano essi occupazioni della vita siano orientamenti a vivere anche una religione che non passa attraverso l’incontro e la solidarietà con l’altro e la ricerca di giustizia. E’ questa un tipo di religione che certamente tradisce i principi etici fondamentali di ogni grande tradizione religiosa ‘fai agli altri quello che desideri sia fatto a te’, ma che in particolare si pone agli antipodi della proposta di Gesù di Nazareth che indica nei gesti del samaritano un modo di vivere la fede autentica che vive l’autentico rapporto con Dio nel riconoscendo il volto dell’altro sofferente come prossimo.

Sorprende quindi come dalle indagini sociologiche emerga come molti frequentatori delle messe domenicali nutrano atteggiamenti di chiusura e ostilità verso chi soffre, nella ingiusta e non vera contrapposizione tra ‘i nostri’ e ‘loro’, con affermazioni ormai diffuse di palese egoismo, con scelte anche politiche ben precise (la Lega risulta essere il primo partito votato tra i cattolici praticanti… ): elementi che dovrebbero far riflettere soprattutto chi ha responsabilità pastorali e condurre a porre in crisi modalità di vita nelle comunità che fanno giungere a tale lontananza e infedeltà al nucleo del vangelo stesso. Guardare in faccia questa crisi potrebbe portare ad impostare un cambiamento radicale dei percorsi di formazione e dello stile di vita delle nostre comunità così pure del modo stesso di concepire la fede che Gesù chiede.

Papa Francesco, pochi giorni fa, nella messa celebrata con i rifugiati nell’anniversario della sua visita a Lampedusa (8 luglio 2019), ribadendo con chiarezza l’ispirazione evangelica che lo guida nonostante le profonde critiche e ostilità anche dall’interno della chiesa per questa sua insistenza, ha ribadito come i migranti oggi innanzitutto sono da guardare come persone umane ed ha sottolineato come essi sono divenuti il simbolo di tutti gli scartati di una società che vive inseguendo forme di idolatria del denaro e del benessere esclusivo:

“il mio pensiero va agli “ultimi” che ogni giorno gridano al Signore, chiedendo di essere liberati dai mali che li affliggono. Sono gli ultimi ingannati e abbandonati a morire nel deserto; sono gli ultimi torturati, abusati e violentati nei campi di detenzione; sono gli ultimi che sfidano le onde di un mare impietoso; sono gli ultimi lasciati in campi di un’accoglienza troppo lunga per essere chiamata temporanea. Essi sono solo alcuni degli ultimi che Gesù ci chiede di amare e rialzare. Purtroppo le periferie esistenziali delle nostre città sono densamente popolate di persone scartate, emarginate, oppresse, discriminate, abusate, sfruttate, abbandonate, povere e sofferenti. Nello spirito delle Beatitudini siamo chiamati a consolare le loro afflizioni e offrire loro misericordia; a saziare la loro fame e sete di giustizia; a far sentire loro la paternità premurosa di Dio; a indicare loro il cammino per il Regno dei Cieli. Sono persone, non si tratta solo di questioni sociali o migratorie! “Non si tratta solo di migranti!”, nel duplice senso che i migranti sono prima di tutto persone umane, e che oggi sono il simbolo di tutti gli scartati della società globalizzata”.

Come ricorda ancora Enzo Bianchi è questo un tempo di resistenza, in cui porre in atto tutte le risorse di intelligenza, disponibilità, azione per poter essere oggi capaci dei gesti del samaritano e per saper dare sostegno e forza a tanti che si trovano ostacolati proprio nel loro vivere quel vedere e fermarsi e agire propri di un cammino che conduce all’incontro vero con Dio e con gli altri che apre il senso profondo della vita umana.

“È necessario uno sforzo di autentica resistenza non solo per sostenere in prima persona l’etica della compassione, ma anche per saper discernere, riconoscere, dare voce a chi la solidarietà verso i proprio fratelli e sorelle in umanità non ha mai smesso di mostrarla e continua a farlo nel silenzio di tanti o addirittura nel dileggio dei molti”.

Alessandro Cortesi op

XIV domenica tempo ordinario – anno C – 2019

IMG_4702Is 66,10-14c; Gal 6,14-18; Lc 10,1-12.17-20

Il profeta ‘terzo Isaia’ descrive Gerusalemme come una madre gioiosa per la ricchezza di figli. In contrasto a questi figli vi sono i malvagi, i ‘fratelli che odiano’ pur appartenenti al medesimo popolo: sono coloro che non credono alla parola di Dio. Una divisione attraversa il popolo di Israele, per la presenza di disonestà, per un culto di idolatria. Viene descritta la stortura di un modo di vivere che tiene insieme un presunto culto con un agire malvagio. A tale comportamento iniquo si oppone la tenerezza di Dio che invita a rallegrarsi con Gerusalemme: “Rallegratevi con Gerusalemme, esultate per essa quanti l’amate… vi sazierete delle sue consolazioni” (Is 66,10-11). E’ una gioia che supera e vince la malvagità di chi cerca il male.

L’invito a gioire con Gerusalemme madre ricca di figli trae così ragione dal riferimento a Dio che agisce con tenerezza. Viene delineato un tratto femminile del volto di Dio che ama oltre ogni limite e con apertura universale: “Si dimentica forse una donna del suo bambino, così da non commuoversi per il figlio del suo seno? Anche se ci fosse una donna che si dimenticasse, io invece non ti dimenticherò mai. Ecco, ti ho disegnato sulle palme delle mie mani” (Is 49,15-16).

Il ‘terzo Isaia’ testimonia che le promesse di Dio sono di accoglienza per tutti i popoli della terra quale dono di amore che si estende oltre i confini: “Io verrò a radunare tutti i popoli e tutte le lingue; essi verranno e vedranno la mia gloria” (Is 66,18). Il cammino dell’umanità come un grande pellegrinaggio, è orientato a riconoscere di Dio come signore.

Queste pagine sono indirizzate ad una comunità in un tempo difficile dopo l’esilio. Vi sono diffuse idolatria e iniquità. La tentazione sarebbe quella di rinchiudersi e di escludere gli altri. Viene invece proposto un orizzonte di speranza. Dio ha un disegno di accoglienza sull’umanità. Questa è chiamata a vivere nell’incontro dei popoli e tutta la storia viene vista come un grande cammino che avrà come sito l’incontro dei popoli nella casa di Dio, dove scoprirsi accolti e dove sperimentare la gioia vera.

“Pace a questa casa!” è il saluto che devono portare coloro che sono inviati da Gesù. Pace è non solo un saluto ma una offerta di orientamento di tuta la vita. Pace significa rapproti nuovi in cui riconoscere il volto dell’altro in una fraternità da costruire.

“È vicino a voi il regno di Dio”: il regno di Dio si connota come una realtà di incontro, in cui si scopre la vicinanza di Dio e la possibilità di rapporti nuovi sin dal presente. E’ possibilità di accoglienza e condivisione, è apertura ad una vita in pace che significa non senza problemi, ma nell’attuazione di rapporti nella giustizia.

Gesù mette in guardia i suoi dal rimanere affascinati da grandi risultati. Non è importante la visibilità e efficacia del proprio agire, è invece essenziale il rapporto con Dio su cui la vita viene basata: “Non rallegratevi però perché i demòni si sottomettono a voi; rallegratevi piuttosto perché i vostri nomi sono scritti nei cieli” Il nome biblicamente è il cuore della persona: il nome scritto nei cieli è trovare il proprio luogo nell’amore di Dio che rende capaci di scelte di dono e servizio.

Alessandro Cortesi op

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Amazzonia, un luogo teologico

Nell’ottobre 2017 è stato annunciato un sinodo per l’Amazonia che si terrà nel prossimo ottobre. E’ già stato pubblicato un documento preparatorio al Sinodo (Instrumentum Laboris – IL). Recentemente  a fine giugno un gruppo di teologi si è incontrato in un Simposio teologico (Red Pan Amazonicas) per preparare il tema del sinodo: Amazzonia: nuovi cammini per la chiesa e per un’ecologia integrale.

L’Amazzonia, una delle regioni del mondo più segnate dallo sfruttamento dei beni naturali e dall’impoverimento delle popolazioni indigene che lì risiedono è anche un luogo significativo per orientamenti nuovi che interessano l’intera chiesa e la società umana.

Nel Simposio – di cui si può leggere la relazione di sintesi qui – è stato affermato che l’Amazzonia è un ‘luogo teologico’, una regione dalla quale proviene un’interpellazione di Dio ed un luogo di esperienza pasquale.

La proposta emersa dal Simposio è che il prossimo sinodo assuma l’orientamento di una triplice conversione: pastorale, ecologica e sinodale, riconoscendo la partecipazione di ogni battezzato al popolo di Dio.

E’ richiama il testo dell’Instrumentum Laboris 122: “Il processo di conversione a cui è chiamata la Chiesa implica disimparare, imparare e riapprendere. Questo percorso richiede uno sguardo critico e autocritico che ci permetta di identificare ciò che abbiamo bisogno di disimparare, ciò che danneggia la casa comune e il suo popolo. Abbiamo bisogno di fare un percorso interiore per riconoscere gli atteggiamenti e le mentalità che impediscono il collegamento con se stessi, con gli altri e con la natura”.

E’ quanto mai necessario superare una mentalità colonizzatrice ed aprirsi alla ricerca di una incarnazione reale del vangelo e del volto amazzonico della chiesa.

“Nel proporre i popoli amazzonici come soggetti di inculturazione, assumiamo la guida di Papa Francesco per “superare la rigidità di una disciplina che esclude e allontana, da una sensibilità pastorale che accompagna e integra (IL 126b; AL, 297 e312)”.

“proponiamo un’incarnazione più reale in tutte le attività, espressioni, linguaggi (IL 107) che abbandona una tradizione coloniale monoculturale, clericale e impositiva per assumere senza timore le diverse espressioni culturali”.

Si pone in particolare l’urgenza di passare da una ‘pastorale della visita’ ad una ‘pastorale della presenza’ “con ministri autoctoni, in modo tale che la chiesa sia una chiesa con volto amazzonico e in stretto dialogo con le culture e le religioni del popolo”.

Viene suggerito così al sinodo di ordinare al ministero presbiterale uomini sposati con esperienza cristiana che servano la comunità a partire dalla propria professione e vita familiare.

Dall’ascolto della realtà della vita dei popoli dell’Amazzonia si può cogliere la missione essenziale delle donne. “In questo senso proponiamo di riconoscere la loro leadership, promuovendo varie forme ministeriali di servizio e autorità, e in particolare, la riflessione sul diaconato delle donne nella prospettiva del Vaticano II (vedi LG 29, AG 16 IL 129 c2)”

“…’l’Amazzonia rappresenta una pars pro toto, un paradigma, una speranza per il mondo’ (IL 37). I principali problemi dell’umanità sono evidenti in Amazzonia. ‘L’Amazzonia ci invita a scoprire il compito educativo come servizio integrale per tutta l’umanità in vista di una” cittadinanza ecologica (LS, 211)’ (IL 96)”.

Alessandro Cortesi op

 

 

 

 

 

 

XIII domenica tempo ordinario – anno C – 2019

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1 Re 19.16.19-21; Gal 5,1.13-18; Lc 9,51-62

Eliseo è chiamato a seguire Elia che su di lui getta il suo mantello. La sua vita cambia: questo gesto apre il suo cammino ad essere profeta: sarà uomo di Dio senza paura nei confronti dei potenti: la sua missione sarà stare sotto la parola di Dio, ed esserne annunciatore. Il mantello è segno di una chiamata e di un invio ed anche di passaggio di responsabilità e di dono. D’ora in poi Eliseo lascia il suo lavoro, il seguire i buoi che guidava nell’aratura e si pone al servizio di Elia, divenendo suo discepolo.

Alla morte di Elia, Eliseo raccoglierà il suo mantello (2Re 2,13-14), e con esso aprirà ancora le acque, segno che la parola di Dio è parola di liberazione per tutti, per chi si sente estraneo e lontano, oltre i confini (2Re cap. 5; cfr. Lc 4,27). Quel mantello che egli ricevette apre la strada a rivivere il percorso di liberazione dell’esodo, un percorso personale, e che si fa servizio per gli altri.

“mentre stavano compiendosi i giorni in cui Gesù sarebbe stato tolto dal mondo si diresse decisamente verso Gerusalemme.. mentre andavano per strada un tale gli disse…”

La strada verso Gerusalemme è momento centrale della vita di Gesù per l’evangelista Luca: non solo egli cammina, ma tutto nella sua vita si fa proposta alla comunità da lui raccolta attorno a sé per mettersi in cammino, per uscire dalle tranquille sicurezze.

La fede biblica respira dell’esperienza del camminare, nel deserto. Ed è scoperta della presenza di un Dio vicino pellegrino con il suo popolo. Nel cammino si incontra Dio che spinge ad andare sempre oltre, ad aprirsi al futuro come suo dono.

I primi cristiani parlano di Gesù come ‘colui che è passato facendo del bene…’ (cfr. At 10,38). Il camminare di Gesù con noi è cammino di compagnia e di vicinanza: nel dialogo si fa strada la possibilità di riconoscerlo presente e che si fa vicino nell’incontro con gli altri.

Luca dice che Gesù ‘fece il viso duro’ e si diresse verso Gerusalemme: va verso Gerusalemme dove subirà ostilità e il rifiuto da parte del potere politico e religioso. Ma lì avverrà anche la risurrezione il suo salire al Padre e lì saranno gli inizi della comunità.

Sulla strada varie persone chiedono a Gesù di seguirlo; Gesù stesso rivolge l’invito ‘seguimi’. Seguire Gesù non è un tipo particolare di conoscenza né osservanza di un codice di comportamenti o regole. Indica piuttosto un rapporto, un mettersi in cammino nella condivisione di vita con lui.

Gesù chiama a seguirlo con urgenza e con una sorprendente radicalità. L’apertura al futuro non lascia spazio alle chiusure e alle nostalgie del passato. Non è garanzia di sicurezze ma invito a condividere la precarietà, la povertà della sua vita. E’ chiamata ad un’esistenza che non si lascia imprigionare dalla morte (‘Lascia che i morti seppelliscano i loro morti’). E’ infine richiesta una dedizione che coinvolge tutta l’esistenza: “Nessuno che ha messo mano all’aratro e poi si volge indietro, è adatto per il regno di Dio”. L’aratro preso e da cui non ci si può volgere indietro è richiamo a scelte di fiducia profonda anche nelle difficoltà.

Alessandro Cortesi op

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Seguire

Raccolgo dai quotidiani di questi giorni alcune voci che aiutano ad interrogarsi oggi su cosa significa seguire Gesù, con la sua promessa di speranza e di accoglienza. Cosa significa questo oggi per noi?

«La mia vita è stata facile, ho potuto frequentare tre università, sono bianca, tedesca, nata in un Paese ricco e con il passaporto giusto. Quando me ne sono resa conto ho sentito un obbligo morale: aiutare chi non aveva le mie stesse opportunità». Così ha parlato Carola Rackete 31 anni, tedesca, la capitana della Sea Watch. «Basta, ho deciso di entrare in porto a Lampedusa. So a cosa vado incontro ma i 42 naufraghi a bordo sono allo stremo. Li porto in salvo». Ma questo gesto è rischioso: rischia infatti una incriminazione per favoreggiamento di immigrazione clandestina, il sequestro della nave e una multa da 50 mila di euro.

Così commenta Gad Lerner: “La disobbedienza civile con cui la Capitana ha deciso di sfidare il Capitano piccolo piccolo e il suo Decreto Sicurezza bis che criminalizza il soccorso in mare, è la più classica forma di omaggio alla legalità sostanziale, fondata sul rispetto delle norme internazionali sancite dal diritto del mare”. (Gad Lerner, L’onore di disobbedire, La Repubblica 27 giugno 2019)

Tutto ciò avviene mentre i giornali di tutto il mondo pubblicano la foto di un migrante al confine tra Messico e Usa trovato annegato sulla riva del Rio Grande con attaccata a sé la figlioletta. C’è chi si incammina verso un futuro mosso dalla forza della speranza e chi non vuole ascoltare il grido che proviene dalla disperazione.

“Questa Speranza — in nome della quale tanti uomini moriranno e tanti uomini uccideranno — è lo spirito messianico dei profeti, l’attesa e la preparazione dell’avvento del Messia, quella Terra Promessa verso la quale Mosé non si è stancato di guidare il suo popolo pur sapendo che egli stesso non vi avrebbe mai messo piede. Questo spirito religioso ebraico, questo guardare al futuro — che in qualche modo è già in atto nella traversata del deserto per raggiungerlo — assume una forma universalmente politica — pervasa di messianesimo — nel «sogno di una cosa» di cui parlava Marx, il sogno dell’umanità che rivendica la pienezza, la libertà, la vita vera o semplicemente la vita tout court , perché quella degli schiavi, degli oppressi, dei miserabili non è vita. Questa cosa sognata non si trova nel passato, in un Eden originario da cui l’umanità è stata scacciata, ma nel futuro, nel «non ancora». Come ci hanno insegnato a scuola, sperare è per definizione un verbo che vuole il futuro. E questo «non ancora», dice Virgilio morente nel grande romanzo di Broch, contiene l’«eppure già», perché il cammino verso la Terra Promessa è già Terra Promessa” (C.Magris, Elogio dell’uomo che spera, Corriere della sera 27 giugno 2019).

Questa speranza è spinta che nella vita ha un fragilissimo confine con la disperazione. E’ quella disperazione che ha guidato il gesto di un padre a gettarsi nella corrente del fiume con la figlia legata a sé dentro la sua stessa maglia. Ed è la disperazione incomprensibile ai grandi della terra e a chi comanda:

“Le parole. C’è questo tema dell’abisso che separa la Cosa dalle parole che chi comanda nel mondo — chi ha dunque la responsabilità, anche, di dire per tutti la parola appropriata — usa per indicare la Cosa. Donald Trump ha detto: “Stiamo mettendo le cose a posto, compresa la costruzione del muro”. È spaventosa, sarebbe imbarazzante se non fosse tragica, la convinzione di chi pensa che un muro, una barriera, un porto chiuso un divieto possano convincere Oscar e i milioni di persone che si buttano in acqua rischiando di morire coi propri figli in braccio, morendo con loro, a non farlo. Non sono capaci, i governanti, di indovinare la disperazione, di immaginare l’abisso”. (Concita Di Gregorio, Quanto male ci fa quella foto, La Repubblica 27 giugno 2019)

Anche in Italia ci sono i piccoli Trump, incapaci di scorgere le attese di speranza e gli abissi della disperazione:

“Provate a uscire — immaginate di farlo — andare in riva al mare, nuotare vestiti o salire su una barca che vi porta forse in un’altra terra, forse a morire. Ci andreste, stamani, stanotte, a nuoto, altrove? Vi mettereste vostra figlia nella maglia, se ha due anni e non sa nuotare? E cosa potrebbe indurvi a farlo, furbetti che non siete altro? Facile, eh? Provare a fottere le nostre leggi. I porti sono chiusi. Pensavate di fregarci? E invece guarda: siamo noi che freghiamo voi. Che soddisfazione. Applausi. Speriamo solo che nessuno dei Trump grandi e piccoli, al mondo, abbia mai bisogno di una mano che si tende, a mare. Speriamo che mettersi nei panni anziché esserci davvero, provare a immaginare, sia ancora un esercizio praticabile” (Concita Di Gregorio, ibid.).

«Grazie Carola! Grazie del peso dell’umanità di cui ti sei fatta carico nel mondo grande e terribile governato dell’egoismo». Così il parroco di Lampedusa don Carmelo La Magra ha salutato la decisione della capitana della Seawatch mentre trascorre le notti dormendo sul sagrato della chiesa in segno di solidarietà nell’attesa che la nave possa attraccare sull’isola.

«Chi ha a cuore le sorti del nostro Paese non se la prende con dei poveri disperati che sono allo stremo, ma si batte per cambiare le regole che fanno dell’Italia il capro espiatorio di un fenomeno, che esiste da sempre e che abbiamo il dovere di governare». Così si esprime Pietro Bartòlo, medico degli immigrati di Lampedusa. «Invece ho l’impressione che chi ha costruito gran parte del suo consenso facendo dell’immigrazione un problema, ha tutto l’interesse a che il problema resti così com’è, alimentando una campagna elettorale permanente» (A.Picariello, L’Europa intervenga ne ha il potere. Intervista a Pietro Bartolo, Avvenire 27 giguno 2019).

“Guardiamoci allo specchio, per una volta. E chiediamoci quanto già ci abbia avvelenato la disumanizzazione del nostro prossimo di cui parla Philip Zimbardo in «Effetto Lucifero», quanto vediamo di quel prossimo soltanto la dimensione numerica,vera anticamera dell’inferno che in fondo, come i nazisti ben sapevano, è la semplice negazione della singolarità umana. Così, ecco 40 sbarchi, 50 annegati, tutti uguali: ma è un inganno. Perché le notizie non sono mai tali e quali, come, ad esempio, non lo sono i bimbi sulle navi, ognuno con la sua originale paura del buio, il suo pupazzo preferito, il suo modo di dire mamma. Diverso da ciascuno e diverso dal piccolo siriano Alan, l’unico che, esanime su una spiaggia turca, «vedemmo»come fosse un bambino nostro; e che perciò ci reintegrò, sia pur per poco tempo, nei ranghi dell’umanità”. (G.Buccini, Navi e numeri. Il  rischio (inumano) di assuefarsi, Il Corriere della sera 25 giugno 2019)

Giovanni Ricchiuti, vescovo, presidente di Pax Christi, esprime la sua indignazione: “vorrei però condividere con voi la mia indignazione di fronte a quanto sta succedendo in questi giorni, con la nave Sea Watch, a cui è vietato l’ingresso nel porto di Lampedusa, con a bordo 42 migranti. Il Parroco di Lampedusa, don Carmelo La Magra, dorme sul Sagrato della chiesa fino a quando i profughi non scenderanno a terra in un porto sicuro. E il ministro degli interni gli ha risposto in tono irrisorio “Dorma bene!”. Il Vescovo di Torino, Mons. Nosiglia ha dato la disponibilità ad accogliere senza alcun onere per lo Stato le persone a bordo della nave, e il ministro degli Interni gli ha risposto: “Caro Vescovo, penso che Lei potrà destinare i soldi della Diocesi per aiutare 43 Italiani in difficoltà. Per chi non rispetta la legge i nostri porti sono chiusi”. Sono parole inaccettabili! Bene ha scritto il direttore di Avvenire, parlando di imprudenza, impudenza e arroganza! Come già detto più volte “io non ci sto!”. “Noi non ci stiamo!”. (Verba volant, giugno 2019)

Sono le voci, le parole, le sofferenze, le esistenze che chiamano a seguire Gesù oggi in questo tempo.

Alessandro Cortesi op

Corpo e sangue di Cristo – anno C – 2019

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Gen 14,18-20; 1Cor 11,23-26; Lc 9,11-17

Il gesto di un re misterioso, che offrì pane e vino ad Abramo è segno di una alleanza ed è gesto di riconciliazione: con la sua offerta permette ad Abramo e al suo clan di riposare. Ed infine benedice Abramo. Il pane e il vino di questo re di giustizia recano in sé i tratti dell’accoglienza e dell’ospitalità.

Anche Gesù compie gesti che significano condivisione, possibilità di ristoro, di partecipare nella pace ad un medesimo banchetto: ‘Gesù prese i cinque pani e i due pesci, e levati gli occhi al cielo, li benedisse, li spezzò e li diede ai discepoli perché li distribuissero alla folla. Tutti mangiarono e si saziarono…’.

I pochi pani divengono sufficienti per sfamare tutti, nel movimento che ha inizio dalla condivisione e su cui scende la benedizione. Tutti poterono mangiare fino ad essere saziati. Si tratta – è bene sottolinearlo – di una distribuzione. E questo gesto ha una rilevanza per comprendere il cammino di Gesù: subito dopo infatti Gesù presenta la sua missione: è il figlio dell’uomo che percorre la via che incontra il rifiuto e l’ostilità ma viene esaltato dal Padre (Lc 9,18-22) e si dirige decisamente verso Gerusalemme.

Nel gesto dei pani Luca ricorda l’episodio della manna nel deserto (Es 16,8.12; Num 11,21); anche Gesù è in un luogo deserto, vicino a Betsaida. E’ poi richiamata la moltiplicazione dei pani compiuta dal profeta Eliseo per i discepoli (2Re 4,42-44).

Gesù chiede di mettere a disposizione il poco e da lì fa iniziare un movimento di condivisione. Da qui si genera abbondanza per tutti e i discepoli sono coinvolti in questa distribuzione: ‘li benedisse li spezzò, e li diede ai discepoli perché li distribuissero alla gente. E mangiarono e si saziarono e dei pezzi avanzati ne portarono via dodici panieri’. La comunità è chiamata a centrare la sua attenzione verso ‘tutta questa gente’ di affamati e poveri e a vivere lo stupore di una sovrabbondanza che viene dal donare, dal far parte.

Luca inoltre rinvia all’esperienza della prima comunità che viveva l’eucaristia. I gesti di Gesù sono infatti gli stessi dell’ultima cena e dell’incontro con i due di Emmaus. Anche a Emmaus Gesù prende il pane, pronuncia la benedizione, lo spezza e lo porge ai discepoli.

La moltiplicazione/distribuzione dei pani allora, non è solo memoria del gesto di Gesù, che benedisse e i pani e i pesci dandoli poi a distribuire a tutta la folla. Questo segno rinvia all’eucaristia, alla sua presenza che continua nella comunità. Il pane condiviso è affidato ai discepoli: ‘date voi loro da mangiare’.

L’eucaristia trova il suo autentico senso e compimento nel condividere e nel far partecipare: non è solo un dare ma è un fare esperienza di essere solidali. L’eucaristia che la comunità è chiamata a vivere non è un momento intimistico, ma apre a relazioni nuove ad un modo di intendere la vita nella linea della condivisione.

Per questo Paolo nella lettera ai Corinzi rimprovera una comunità che vive divisioni al suo interno e poi mangia la cena del Signore. Ricorda l’autentico senso del mangiare insieme la cena del Signore: da lì devono nascere rapporti di accoglienza reciproca. E conclude ‘perciò, fratelli miei, quando vi radunate per la cena, aspettatevi gli uni gli altri’ (1Cor 11,33). E’ un invito attuale alle comunità ad ‘aspettarsi’, a guardare all’eucaristia come dono che apre ad accogliere senza porre confini ed esclusioni. E’ Gesù che ci invita alla sua cena e facciamo esperienza di essere ospitati e per questo capaci di ospitalità: un orizzonte che è ancora sogno e promessa da realizzare nella pratica di una ospitalità che coinvolga l’eucaristia e la vita.

Alessandro Cortesi op

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Ospitalità in un mondo in fuga

Il 20 giugno 2019 è la Giornata internazionale del rifugiato, promossa dalle Nazioni Unite. E’ un giorno che riporta in modo drammatico l’attenzione alla situazione di un mondo in fuga: il Rapporto annuale sui rifugiati nel mondo curato dall’UNHCR attesta che aumentano infatti anche nel 2018 le persone costrette ad abbandonare le loro case.

L’elemento che sorprende è che i Paesi che accolgono i profughi sono tra quelli più poveri del mondo. Cresce invece la chiusura da parte dei Paesi ricchi con costruzione di muri e barriere. Il tema delle migrazioni porta voti nelle campagne elettorali per chi si pone in posizione ostile. E nei paesi del Nord si irrigidiscono le norme riguardanti le migrazioni e vengono negati ai migranti diritti fondamentali sino a cancellare il diritto d’asilo.

In questi giorni 43 persone a bordo della nave Seawatch che li ha salvati nel Mediterraneo stanno attendendo di poter essere accolti in un porto sicuro di approdo che non viene concesso dal governo italiano: si tratta di naufraghi recuperati in mare e tra di essi possono esserci rifugiati o persone che chiedono asilo politico. Questa vicenda nel giorno mondiale del rifugiato è simbolo della negazione nel riconoscere diritti fondametali e della barbarie in cui stiamo scendendo.

E’ negato sempre più il diritto a muoversi, soprattutto a chi proviene dai paesi poveri mentre si sviluppano nuove forme di chiusura: l’esternalizzazione delle frontiere, il tentativo di fermare i flussi migratori prima che giungano ai confini, l’eliminazione delle ONG dai luoghi di salvataggio come nel Mare Mediterraneo.

Su di un totale di 70,8 milioni di rifugiati secondo i dati dell’Unhcr, i rifugiati internazionali sono 26 milioni. Sono in aumento rispetto al 2017. La maggior parte sono sfollati interni ai paesi dove sono in atto conflitti (41,3 milioni). E ad essi si aggiungono i richiedenti asilo (3,5 milioni).

I rifugiati provengono per lo più da luoghi dove sono in atto conflitti in paesi del terzo mondo, nei quali sono coinvolti i Paesi occidentali per i loro interessi economici e strategici ed altri Paesi ricchi come l’Arabia Saudita. Due rifugiati su tre provengono da cinque Paesi in particolare: Siria, Afghanistan, Sud Sudan, Myanmar, Somalia.

Così osserva Maurizio Ambrosini studioso del fenomeno delle migrazioni: “Uno dei maggiori successi culturali dei governi del Nord del mondo, e dei media che ne riflettono le posizioni, è quello di far credere che la grande massa delle persone in cerca di asilo prema alle porte dei Paesi sviluppati. (…)  I migranti forzati in genere non si sono preparati a partire, spesso non dispongono dei mezzi per effettuare lunghi spostamenti, e molti sperano di tornare a casa non appena il pericolo sia passato. Il dato fondamentale è che nove dei dieci Paesi che accolgono il maggior numero dei rifugiati nel mondo sono Paesi in via di sviluppo e globalmente ospitano l’84% di questa umanità dolente, spesso senza disporre delle risorse per assicurare loro un minimo di protezione.  (M. Ambrosini, ecco chi fa di più per i profughi e rifugiati, Avvenire 20 giugno 2019)

Tra i Paesi con maggior numero di rifugiati si trova la Turchia (3,7 milioni, in maggioranza dalla Siria), il Pakistan (1,4 milioni, maggioranza afghani) e Uganda (1,2 milioni, provenienti soprattutto da Sud Sudan e Repubblica Democratica del Congo).

L’Europa non è certo una delle principali mete di chi fugge, anzi. Tra i primi 10 Paesi per rifugiati accolti in percentuale a livello mondiale, dei paesi europei ci sono solo Malta e Svezia. La Germania, ha accolto poco più di un milione di rifugiati. Si delinea da questi dati un quadro molto diverso da quello presentato generalmente dai media secondo una propaganda che non si riesce a contrastare: l’Unione europea nel mondo è all’ultimo posto come meta raggiunta e l’Italia occupa le ultime posizioni.

“A questo punto occorre domandarsi come si colloca l’Italia. A dispetto delle narrative enfatiche e vittimistiche, la risposta è: lontano dalle prime posizioni. Il rapporto certifica la presenza in Italia di 295.599 richiedenti asilo e rifugiati a fine 2018, pari a circa 5 persone su 1.000 residenti. Per offrire qualche termine di paragone, non ci precede solo la Germania (1,1 milioni, più 300mila richiedenti asilo), ma anche la Francia (459mila) e la Svezia (318mila). E, in proporzione alla popolazione, sono davanti a noi parecchi altri Stati”. (Ambrosini, ibid)

Non è in atto alcuna invasione e l’Italia in particolare potrebbe far fronte alla situazione di immigrazione assumendo responsabilità senza lamentarsi di essere sottoposta all’egoismo degli altri Paesi dell’Unione europea. Ma le scelte politiche governative stanno andando in tutt’altra direzione, proponendo illusioni di una falsa sicurezza e generando sofferenze ed esclusione per persone che potrebbero invece essere accompagnate ad una progressiva positiva integrazione se sostenute e aiutate.

Così conclude Ambrosini la sua analisi riportando una testimonianza diretta: “A questa analisi vorrei aggiungere una testimonianza personale. La mia prima figlia da quattro anni lavora come responsabile di una Ong nel Kurdistan iracheno, dove si occupa di bambini e ragazzi rifugiati. Quando ascolto i lamenti sull’accoglienza dei rifugiati in Italia, non posso non pensare alle distese di tende e di baracche sovraffollate, lontane da tutto, che mi ha fatto visitare”.

La campagna nazionale Io Accolgo (www.ioaccolgo.it) promossa da molte organizzazioni ha proposto in questi giorni di usare come segno di solidarietà e vicinanza ai rifugiati un lembo dei teli dorati che vengono utilizzati per proteggere i naufraghi quando vengono tratti in salvo dal mare. Un piccolo segno, anche per dire che ‘ospitalità’ nel nostro mondo è parola ancora da imparare.

Alessandro Cortesi op

 

Ss. Trinità anno C – 2019

IMG_4241Prov 8,22-31; Rom 5,1-5; Gv 16,12-15

I vangeli attestano che un aspetto essenziale della vita di Gesù consiste nel suo rapporto con Dio, il Padre. Tutta la sua esistenza terrena può essere indicata con queste parole: “sono disceso dal cielo non per fare la mia volontà ma la volontà di colui che mi ha mandato” (Gv 6,38).

Soprattutto nel quarto vangelo è presentata la comunione tra Gesù e il Padre: Gesù è indicato come il Figlio che esprime e comunica la vita del Padre: egli è la Parola, la sapienza del Padre. Il loro rapporto è nella reciprocità e nel dono. Tutto viene dal Padre e colui che è la Parola tutto riceve dal Padre: ‘in principio era la Parola e la Parola era presso Dio e la Parola era Dio…’ (Gv 1,1). Questa Parola, sapienza del Padre, ha messo la sua tenda in mezzo a noi, si è fatta carne. Nella sua vita Gesù continua a rimanere nel Padre, in ascolto di lui, per compiere la missione da Lui ricevuta.

Ai suoi discepoli, prima di lasciarli, Gesù lascia la promessa di non lasciarli soli. Si apre un cammino nuovo per entrare più profondamente nell’incontro con lui. E il IV vangelo indica Gesù stesso come la verità: Io sono la via la verità e la vita’: ‘quando verrà lo Spirito di verità, egli vi guiderà alla verità tutta intera, perché non parlerà da sé, ma dirà tutto ciò che avrà udito e vi annunzierà le cose future. Egli mi glorificherà perché prenderà del mio e ve l’annunzierà. Tutto ciò che il Padre possiede è mio’ (Gv 16,14-15).

Gesù con la sua vita comunica il volto di Dio Padre come amore che giunge alla fine. Nella Pasqua di Gesù si possono cogliere i tratti del volto di Dio. Gesù, il Figlio è rivolto verso il Padre che lo ha mandato. Compiere la sua volontà è vivere fino in fondo il dono della sua vita consegnando se stesso. Gesù, il Figlio fatto uomo, ha vissuto la sua vita come ‘servire’ fino a lavare i piedi ai suoi discepoli e a dare la sua vita per tutti. Lo Spirito è dono della Pasqua, presenza di colui che ‘insegnerà ogni cosa’, in rapporto a Cristo. L’azione dello Spirito è ricordare ciò che Gesù ha fatto e ha detto.

La tradizione teologica cristiana ha cercato di esprimere tutto ciò parlando del volto di Dio come uno solo e come trinità di persone, Padre Figlio e Spirito santo. La trinità è mistero di amore, nell’unità e nella relazione. Si parla così di una medesima natura, per indicare l’unità, e di tre persone per indicare le relazioni dell’amore. Nella Trinità si guarda così all’unica vita che sgorga dal Padre, sorgente di ogni cosa, il Figlio, Parola che comunica il Padre e lo Spirito Santo, dono dell’amore.

La fede in Dio Trinità apre la possibilità di comprendere più profondamente la nostra identità e la nostra esistenza. Siamo costituiti ad immagine di Dio Trinità, chiamati alla comunione con lui e tra di noi. L’esperienza dell’incontro con l’altro è la via in cui scoprire le radici del nostro essere ad immagine di Dio.

La seconda lettura parla della pace, dono del Padre che viene a noi per mezzo di Gesù Cristo: la pace sta al centro del disegno del vangelo, e non è ‘qualcosa’ ma è qualcuno: è Lui, Gesù Cristo, la nostra pace. “Noi siamo in pace con Dio per mezzo del Signore nostro Gesù Cristo… L’amore di Dio è stato riversato nei nostri cuori per mezzo dello Spirito Santo che ci è stato dato”

La pace proviene dall’aprirci al dono della vita di Gesù Cristo ed è chiamata ad attuare scelte sulla via che Gesù ci ha indicato. ‘Noi siamo in pace per mezzo del Signore Gesù Cristo’. La pace diviene così già esperienza della comunione che lega Padre e Figlio e Spirito Santo ed orientamento alla comunione piena che è orizzonte ultimo del disegno di salvezza per tutta l’umanità.

Alessandro Cortesi op

IMG_4398Pace e segni dei tempi

Accogliere la pace quale incontro con Cristo risorto si traduce in percorsi di costruzione di una convivenza di giustizia, di riconciliazione e di pace. Recentemente un gruppo di cristiani del Triveneto ha intrapreso un cammino comune per riflettere sulla situazione del Paese e delle chiese nel contesto sociale e politico del presente. Il documento espressione di questo percorso (consultabile al link https://forumdilimena.com/) è ricco di spunti di interpretazione del tempo che stiamo vivendo e di motivi di impegno. Nella parte di analisi si evidenzia l’urgenza di non stare zitti a fronte della situazione sociale e politica:

“Stiamo vivendo tempi fuori dell’ordinario, uno di quei crocevia della storia in cui i contorni essenziali della convivenza vengono ridefiniti. Siamo da ciò obbligati a chiederci tutti: “Che futuro vogliamo per noi e per i nostri figli?”. Sappiamo che in periodi come questi ci sono rischi, ma anche nuove opportunità, e che queste ultime potranno realizzarsi solo se proviamo seriamente a riprendere in mano il nostro futuro”

Viene posta sin dall’inizio la domanda preoccupata se il futuro sarà democratico: “Per la prima volta nella nostra vita, in questi termini e con questa portata, non siamo più certi di poter escludere rischi di involuzione autoritaria”.

Si pone anche in risalto come la tendenza prevalente oggi è quella di costruire muri: “La disponibilità all’incontro con mondi diversi viene perciò sostituita dalla chiusura e dalla paura. Giorno dopo giorno ci troviamo impegnati a costruire muri piuttosto che a gettare ponti, a badare ai confini piuttosto che a creare relazioni”.

Si scorge il crescere di sensibilità che maturano un senso dell’identità non insieme ad altri, ma contro qualcuno e la ricerca di sicurezza individuando un colpevole: “I regimi autoritari spesso nascono e si irrobustiscono facendo credere ai cittadini che i loro problemi dipendono da un colpevole esterno. Si individua una minoranza poco accettata e priva di voce e la si incolpa di essere l’origine di tutti i nostri mali. Al legittimo bisogno di sicurezza non si risponde aumentando la sicurezza, ma additando un colpevole. Se il colpevole non c’è lo si inventa togliendogli quel po’ di protezione che aveva…”

Viene poi osservato il venir meno del senso di compassione, la capacità di sentire e prendere su di sé il dolore dell’altro: “Ma quello che, come cristiani, più ci colpisce e ci amareggia in certe posizioni, e ancor più nel fatto che vengano condivise, è la progressiva perdita del sentimento di compassione, quell’identificazione nel dolore dell’altro che è alla radice della nostra umanità e senza la quale non possiamo veramente vivere”.

Questa lettura della realtà prosegue con una osservazione della situazione delle chiese di cui si nota un ripiegamento per lo più nei problemi interni di tipo amministrativo: “Ci chiediamo qui come le nostre chiese possano sentirsi interpellate dai tempi. C’è oggi un bisogno particolare di calarsi nella vita e nella storia, perché siamo incamminati a vivere tempi straordinari e quando un assetto sociale e politico può venire messo in discussione le tradizionali divisioni dei compiti non reggono più: tutti sono chiamati a esprimersi”.

Viene auspicato una riflessione che coinvolga una chiesa aperta in cui sia possibile la discussione e in cui attuare un serio discernimento. Se da un lato un pluralismo di orientamenti nella vita è possibile ed anzi auspicabile tuttavia alcune opzioni non sono compatibili con il riferimento al vangelo: “Dall’ispirazione evangelica non discende meccanicamente una sola etica; una pluralità di opzioni è possibile anche muovendo da essa, ma non tutte sono compatibili con i suoi principi e ci sembra che siano proprio questi oggi a venire talvolta dimenticati. Bisogna perciò aprire la discussione”.

Nel documento si espongono le linee di una visione del futuro diversa da quella che oggi prevale, indicando nell’orizzonte europeo un riferimento fondamentale nonostante le delusioni e le inadempienze.

Si indica infine un senso di fiducia da recuperare quale motivo di impegno condiviso e capillare nella società: “C’è un fondamentale senso di fiducia che occorre recuperare; fiducia in noi stessi e nella possibilità di influenzare le scelte politiche; fiducia nelle istituzioni, da criticare, ma per migliorarle, non per distruggerle; fiducia nelle scienze e nelle competenze, senza nessuna delega, ma con molto dialogo; fiducia nell’altro e nella possibilità di relazionarci con culture diverse, riconoscendo la comune umanità e le specifiche ricchezze. Ricostruire, faticando magari, la speranza che un mondo migliore sia possibile. Combattere in questo modo la paura e l’insicurezza, senza rifugiarsi in un passato ideale che forse non è mai esistito e che mai più ritornerà. Le molte iniziative di società civile che in questo periodo animano l’Italia indicano che non si è disposti a restare passivi”.

“Oggi più che mai è necessario comprendere che il paese non è formato solo da singoli cittadini e dallo stato, ma anche da libere organizzazioni dei cittadini stessi; che vengono prima dello stato e sono indispensabili per il benessere e la costruzione di senso da parte delle persone. Esse rappresentano i luoghi di esercizio della fraternità nelle sue forme più immediate”.

Costruire la pace è impegno quotidiano che implica capacità di ascolto dei segni dei tempi e impegno nel presente soprattutto sapendo indicare le false vie di soluzione, le illusioni possibili e offrendo energie per aprire sentieri diversi di futuro, in cui la fraternità sia posta al centro del convivere e le comunità cristiane possano essere luoghi di responsabilità nella tessitura di pace.

Alessandro Cortesi op

Pentecoste – anno C – 2019

IMG_4378At 2,1-11; Sal 103; Rom 8,8,17; Gv 14,15-26

Pentecoste è festa che si radica nella festa ebraica dei cinquanta giorni dopo la Pasqua, festa delle primizie di primavera che celebra il dono della Legge a Mosè al Sinai e il dono della nuova alleanza promessa da Geremia (31,31-33) e da Ezechiele: ‘Vi darò un cuore nuovo, metterò dentro di voi uno spirito nuovo, toglierò da voi il cuore di pietra e vi darò un cuore di carne. Porrò il mio Spirito dentro di voi’ (Ez 36,26-27).

Nel racconto degli Atti degli apostoli Luca il riferimento va all’evento del Sinai: la legge è dono di alleanza che orienta la vita del popolo d’Israele. Le parole della legge sono da ritenere nel cuore e divengono indicazione di cammino. Sono orientamento per rimanere fedeli alla parola di alleanza, il sì pronunciato da Dio, che si rinnova come promessa di amore: ‘voi siete mio popolo’.

Il gran rumore, il fuoco e le parole sono elementi presenti nella narrazione degli Atti che richiamano l’evento del Sinai (Es 19,16-19: ‘il monte Sinai era tutto fumante, perché su di esso era sceso il Signore nel fuoco… Mosè parlava e Dio gli rispondeva con voce di tuono). Ma c’è anche un rinvio al racconto del battesimo di Gesù. la vita della comunità nella forza dello Spirito si collega ed è in continuità con la missione del servo di Jahwè che Luca vede nel momento del battesimo: ‘il cielo si aprì… e scese lo Spirito Santo… e vi fu una voce dal cielo…’ (Lc 3,21-22).

La descrizione di fenomeni esterni è simbolica e mira a far cogliere l’esperienza della prima comunità, quella di essere visitati dallo Spirito, forza proveniente da Dio: ‘tutti furono ripieni di Spirito Santo’. L’irrompere dello Spirito è dono dall’alto, che coinvolge la vita offrendo nuova forza e nuovo modo di leggere la realtà. E’ trasformazione dell’intimo e trova espressione in un’apertura di comunicazione nuova: il ‘parlare’ in altre lingue.

Le lingue diverse indicano la pluralità e l’incontro tra le diversità in cui la comunità stessa nasce. Ma contiene in sé anche altre evocazioni: ricorda infatti l’episodio di Babele. Lì le lingue diverse erano state conseguenza di una dispersione, compiuta da Dio che intendeva vanificare il disegno di un unico impero con una sola lingua, ossia la pretesa umana di unificare tutto sotto un grande potere assoluto. La diversità diveniva critica al dominio che si metteva al posto di Dio, quello della grande città e della torre. Il disegno di Dio sui popoli non è quello del dominio oppressivo, ma dell’incontro delle differenze. Tuttavia la dispersione comportava anche l’incapacità di comunicare e di comprendere la lingua dell’altro (Gen 11,7). Per questo cessarono di costruire la città la cui cima doveva toccare il cielo. Dopo la Pasqua, a Gerusalemme, Luca vede invece compiersi la possibilità del ‘farsi intendere’ ciascuno nella propria lingua: ‘com’è che li sentiamo ciascuno parlare la nostra lingua nativa?’. Vi è stupore perché l’altro, lo sconosciuto e straniero, parla in modo comprensibile e si fa intendere. I lontani divengono vicini.

Il ‘miracolo’ di Pentecoste per Luca è l’esperienza della prima comunità di ‘parlare’, con le parole e con la vita, l’instaurarsi di una autentica comunicazione. Lo Spirito Santo riempie i cuori: è compimento della promessa della nuova alleanza, richiamo al Sinai, a quel grande disegno di un ‘parlare’ affettuoso e vicino tra Dio e l’uomo, e novità della promessa di Cristo.

Nel IV vangelo il dono dello Spirito è evento che fa tutt’uno con la pasqua e proviene da Cristo: Il soffio di Gesù che alita sui discepoli è una nuova creazione: come Dio, al principio comunicò il suo respiro ad Adamo tratto dal fango (Gen 2,6). Il soffio è accompagnato dalle parole ‘Ricevete lo Spirito Santo’: lo Spirito è presenza personale: consolatore, grande suggeritore, colui che insegna e farà ricordare. Lo Spirito spinge a non rinchiudere il ricordo di Gesù in una memoria sbiadita o lontana, ci invita a cercare sempre e oltre, accogliendo la sua vita e ascoltando la sua voce.

Alessandro Cortesi op

IMG_4325Incontro e alberi

Pentecoste è festa di diverse lingue e di scoperta di rapporti nuovi. Pensando al dono della pentecoste come dono dello Spirito che fa comunicare in modo nuovo due motivi si impongono all’attenzione in questo tempo: la sfida dell’incontro nel mondo delle migrazioni e della reazione xenofoba e razzista. Accanto ad esso il motivo di un rapporto nuovo con la natura, proprio nel tempo della crisi climatica e ecologica, da cui apprendere modalità nuove di intendere l’incontro.

I vescovi del Lazio hanno scritto una lettera per Pentecoste in cui si richiama all’annuncio a Gerusalemme come “segno dell’incontro pacifico e gioioso dei popoli”.

“Purtroppo nei mesi trascorsi le tensioni sociali all’interno dei nostri territori, legate alla crescita preoccupante della povertà e delle diseguaglianze, hanno raggiunto livelli preoccupanti. (…) Sappiamo bene che in tutte queste dimensioni di sofferenza non c’è alcuna differenza: italiani o stranieri, tutti soffrono allo stesso modo. E’ proprio a costoro che va l’attenzione del cuore dei credenti… Vorremmo invitarvi ad una rinnovata presa di coscienza: ogni povero – da qualunque paese, cultura, etnia provenga – è un figlio di Dio. I Bambini, i giovani, le famiglie, gli anziani da soccorrere non possono essere distinti in virtù di un ‘prima’ o di un ‘dopo’ sulla base dell’appartenenza nazionale. Da certe affermazioni che appaiono essere ‘di moda’ potrebbero nascere germi di intolleranza e di razzismo che, in quanto discepoli del Risorto, dobbiamo poter respingere con forza. Chi è straniero è come noi, è un altro ‘noi’: l’altro è un dono. E’ questa la bellezza del vangelo consegnatoci da Gesù: non permettiamo che nessuno possa scalfire questa granitica certezza. (…)

Proviamo a vivere così la sfida dell’integrazione che l’ineluttabile fenomeno migratorio pone dinanzi al nostro cuore: non lasciamo che ci sovrasti una ‘paura che fa impazzire’ come ha detto papa Francesco, una paura che non coglie la realtà; riconosciamo che il male che attenta alla nostra sicurezza proviene di fatto da ogni parte e va combattuto attraverso la collaborazione di tutte le forze buone della società, sia italiane che straniere (…)

Non intendiamo certo nascondere la presenza di molte problematiche legate al tema dell’accoglienza dei migranti, (…) desideriamo tuttavia, ricordare che quando le norme diventano più rigide e restrittive e il riconoscimento dei diritti della persona è reso più complesso, aumentano esponenzialmente le situazioni difficili, la presenza dei clandestini, le persone allo sbando e si configura il rischio dell’aumento di situazioni illegali e di insicurezza sociale. Pertanto… sentiamo il dovere di rivolgere a tutti voi un appello accorato affinché nelle nostre comunità non abbia alcun diritti la cultura dello scarto e del rifiuto, ma si affermi una cultura nuova fatta di incontro, di ricerca solidale del bene comune, di custodia dei beni della terra, di lotta condivisa alla povertà. Invochiamo per tutti noi il dono incessante dello Spirito, che converta i nostri cuori per renderli solleciti nel testimoniare un’accoglienza profondamente evangelica e la gioia della fraternità, frutto concreto della Pentecoste”.

Stefano Mancuso, neurobiologo vegetale, in una recente intervista ha osservato che come esseri umani ignoriamo le piante per una questione culturale, ma dovremmo invece assumere un diverso atteggiamento:

“Come animali capiamo solo ciò che ci è simile. Mentre le piante hanno seguito un’evoluzione così divergente rispetto alla nostra specie che per noi sono incomprensibili. E invece potrebbero insegnarci tanto perché rappresentano l’85% della vita sulla Terra mentre gli animali solo un misero 0,3%. Questo ci fa capire che le decisioni prese dalle piante forse sono state molto più sagge e fruttuose rispetto a quelle prese dagli uomini. Ma il nostro problema con le piante nasce nel nostro cervello”.

Richiama così all’importanza del verde e delle piante per la vita globale del pianeta terra e dell’umanità stessa:

“quel verde ci rende unici rispetto a tutto il resto degli altri oggetti astronomici che conosciamo. Senza le piante non ci sarebbe l’acqua perché la temperatura della Terra sarebbe così elevata da farla evaporare. E poi è grazie alla traspirazione delle piante nella foresta amazzonica se si formano le nuvole, le perturbazioni e tutto i componenti del ciclo dell’acqua che a sua volta garantisce in tutto il mondo la pioggia, e quindi la vita, ciò che beviamo e mangiamo. Senza la vegetazione la Terra sarebbe come Marte”.

L’invito a piantare piante ovunque non è unicamente a scopo estetico o per fornire ossigeno a fronte dell’inquinamento, ma perché dalle piante potremmo imparare elementi essenziali per vivere insieme:

“La presenza delle piante è fondamentale per il nostro benessere. Non riusciamo neanche lontanamente a comprendere ciò che le piante fanno per noi. Quanto sono intelligenti (…) Prima di tutto hanno un’organizzazione molto diversa dalla nostra. Noi siamo organizzati in modo gerarchico verticale, mentre le piante in modo orizzontale diffuso e decentralizzato, come internet. Basterebbe questo a renderle il simbolo stesso della modernità. Sono molto più resistenti di noi e si basano sulla comunità con tutti gli esseri viventi. La cosa più straordinaria è che le piante non possono spostarsi da un luogo in cui sono nate. Possono sopravvivere solo se hanno un ecosistema completo e per questo tutta la loro evoluzione è basata sul mutuo appoggio, la simbiosi e la comunità, piuttosto che sulla competizione o sulla predazione come invece sono i rapporti animali”.

E’ proprio tale organizzazione a modo di rete, con legami ineludibili da mantenere, nella costituzione di una comunità, una casa comune con equilibri tra gli esseri viventi, il grande insegnamento da apprendere oggi piantando alberi e cercando di custodire il verde vicino a noi e con noi.

Abbracciare gli alberi (ed. Il Saggiatore), si intitola un libro dell’agronomo Giuseppe Barbera, che rinvia all’invito del­la poe­tes­sa Ra­tu­ri, rap­pre­sen­tan­te del mo­vi­men­to Chi­p­ko: Abbrac­cia gli al­be­ri / sal­va­li dal­l’ab­bat­ti­men­to / la pro­prie­tà del­le no­stre col­li­ne / sal­va­la dal sac­cheg­gio”. La lot­ta non vio­len­ta per resistere alla deforestazione, attuato dalle donne indiane ne­gli anni ‘70 è indicazione di un atteggiamento da coltivare. Gli alberi possono insegnarci qualcosa di essenziale alla vita comune: apprendere dagli alberi in un rapporto profondo con la natura è esigenza oggi per affrontare insieme la crisi sociale del nostro tempo e la crisi ecologica trovando in un nuovo rapporto con la natura vie per apire un futuro ad una convivenza umana non nel segno della distruzione ma nel legame degli uni con gli altri.

Alessandro Cortesi op

Ascensione del Signore – anno C – 2019

ascensione.jpgAt 1,1-11; Eb 9,24-28; 10,19-23; Lc 24,46-53

L’intero vangelo di Luca è strutturato attorno al tema del viaggio. Gesù percorre la strada verso Gerusalemme e il suo viaggio è una salita, una ‘ascensione’. Gerusalemme è infatti posta sul colle di Sion e i pellegrini che andavano verso la città santa la vedevano da lontano come meta posta in alto. Tanti salmi cantano così l’ascensione verso Gerusalemme, al tempio di Dio ed erano usati mentre si saliva verso Gerusalemme. Luca nel suo vangelo presenta così il cammino di Gesù come salita a Gerusalemme: “Mentre stavano per compiersi i giorni della sua ascensione, Gesù si diresse decisamente verso Gerusalemme” (Lc 9,51). Nell’episodio della trasfigurazione, nel dialogo tra Mosè e Elia, essi “parlavano dell’esodo che Gesù avrebbe portato a compimento a Gerusalemme” (9,31).

Nel racconto della passione Gesù sale al Calvario e poi sulla croce. Il suo risvegliarsi dal sonno della morte, il suo ‘alzarsi’, è presentato da Luca nei termini di salita alla destra del Padre: “Gesù li condusse fuori verso Betania e, alzate le mani, li benedisse. Mentre li benediceva, si staccò da loro e fu portato verso il cielo. Ed essi, dopo averlo adorato, tornarono a Gerusalemme con grande gioia; e stavano sempre nel tempio lodando Dio” (Lc 24,52-53).

Ascendere è movimento di salita, ed esprime tutta la vita di Cristo: il suo percorso è una salita che Luca indica sfociare non solo fino a Gerusalemme ma ancora più in alto nello stare accanto al Padre. Il cielo, simbolo del divino, è la sfera in cui Gesù vive ora nella condizione del ‘vivente’ (è questo il titolo del risorto per Luca), colui che ha vinto la morte. Il suo ‘salire’ si compie portando con sé tutto al Padre. E salendo al cielo lascia una benedizione. Non rimane senza legame con i suoi e con la terra. Non sarà più presente, la comunità dovrà vivere nella sua assenza, nell’attesa di un ritorno, e d’ora in poi sulla terra si svolgerà la missione di coloro che sono investiti della forza dello Spirito Santo e sono chiamati a vivere un nuovo incontro con lui e nella speranza.

Nel movimento della ascensione quindi Luca legge la nuova vita di Gesù oltre la morte e il sorgere del cammino della chiesa: Gesù ora vive nella comunione con il Padre, e dona la forza dall’alto, il dono dello Spirito perché l’incontro con lui si attua nella sua assenza, attraverso i suoi testimoni.

Il movimento che lo porta in alto è inizio di un grande raduno. Il quarto vangelo esprime questo dicendo : ‘quando sarò innalzato da terra attirerò tutti a me’ (Gv 12,32). Colui che sulla croce era stato visto come il fallito, proprio sulla croce ha manifestato l’amore fedele fino alla fine. Nel dono di sé e nel farsi servo sta il senso più profondo della vita di Gesù e del cammino che Gesù indica ai suoi.

La lettera agli Ebrei vede nella corporeità di Gesù risorto una strada che si apre per un salita nel nuovo tempio, il tempio celeste che è comunione con Dio. Non ci sono più esclusi o condizioni particolari per entrarvi: Gesù con il suo sangue, cioè con la sua vita, ha aperto una strada nuova. E’ una via che è una persona: è Gesù, nella sua corporeità, la via nuova e vivente. “Avendo, fratelli, piena libertà di entrare nel santuario per mezzo del sangue di Gesù, per questa via nuova e vivente che egli ha inaugurato per noi attraverso il velo, cioè la sua carne…. Manteniamo senza vacillare la professione della nostra speranza, perché è fedele colui che ha promesso”.

La festa dell’ascensione è un aspetto della festa della Pasqua: indica un passaggio aperto per un incontro nuovo, di vita, con il Padre. E’ anche festa di speranza per la chiesa, comunità chiamata a non rimanere a guardare il cielo, ma ad impegnarsi sulla terra annunciando la presenza nuova del Signore e accompagnando all’incontro con Lui nello Spirito.

Alessandro Cortesi op

Vendita gomitoli onlineRancore e speranza

Qualche commentatore ha evidenziato come in Italia il grande vincitore delle elezioni europee sia stato non solo e non tanto un capo-popolo, che dirige un partito politico, quanto piuttosto un sentimento diffuso che ha fatto sì che molte persone si siano affidate alle illusorie promesse di chi si è presentato come salvatore. Non la paura è il sentimento predominante. E pure la paura è stata alimentata a piene mani con una presentazione dei problemi e della realtà deformate e capaci di suscitare allarme e opposizione di fronte all’altro, all’immigrato, al più povero. Ma più che la paura è il rancore l’atteggiamento dominante. E’ sentimento che viene coltivato e che da tanto tempo costituisce un legante di esperienze e persone assai diverse. Il rancore è proprio di chi avverte la propria situazione come segnata da disagio e da tradimenti e cerca di individuare un capro espiatorio colpevole della mancata realizzazione di aspirazioni o del venir meno di condizioni di privilegio, di benessere e o di soluzione al proprio disagio.

Il rancore alimenta anche quell’attitudine populista che si può sintetizzare nel sentimento di una bontà racchiusa nel popolo, depositario di ogni tipo di virtù, e di una colpa propria di una élite il cui carattere principale sarebbe l’egoismo. Una contrapposizione di bene e male considerati interamente separati da una parte e dall’altra senza possibilità di mediazione e di democrazia.

A partire dagli anni 80 in Italia a più riprese varie fasce della società si sono affidate a diverse figure percepite come ‘salvatori del popolo’ che hanno vissuto parabole di affermazione e di discesa talvolta in modo più lungo, altre volte in modo più rapido, ma sempre contrapponendo promesse di soluzioni mirabolanti ad effettive realizzazioni assai deludenti, quando non concluse nel malaffare e nella corruzione. E’ la vicenda di diversi populismi che hanno segnato la storia recente del paese e che hanno visto il crescere di entusiasmi talvolta con risultati anche elettorali mirabolanti, e il successivo spegnersi e appassirsi di tante esaltazioni a fronte dell’incapacità di affrontare la complessità del reale.

E’ questo forse il principale problema di una popolazione italiana in certe fasce sociali caratterizzata dalla preoccupazione di trattenere e non perdere una ricchezza percepita come privilegio senza responsabilità sociale, nemmeno verso le generazioni più giovani, in altre aree segnata duramente da condizioni di disagio e di venir meno progressivo di sostegni sociali in condizioni di povertà.

Il rancore e la chiusura vengono a costituire il comune denominatore di una società ripiegata e incapace di pensare un futuro diverso e altro rispetto a nostalgie di un passato ormai alle spalle. Caratteristiche di un invecchiamento che non pensa al futuro e non lascia spazio alle aspirazioni dei giovani.

A fronte di tale sentimento prevalente sarebbe da auspicare un nuovo sguardo e la maturazione di un atteggiamento diverso nei confronti della vita, degli altri, del futuro. E’ questo l’atteggiamento di chi nel cuore coltiva la speranza, che non fa ricadere su altri le colpe di ciò che va male. La speranza è attitudine di chi avverte la problematicità della situazione e non pretende soluzioni miracolistiche in termini di esclusione degli altri. E’ legata alla mitezza propria di chi percepisce il proprio limite e nello stesso tempo cerca di costruire passo passo senza affidarsi ad illusioni. Soprattutto è consapevole che solo in una rinnovata solidarietà sociale e nella consapevolezza di appartenere ad un’unica comunità umana è possibile affrontare le difficoltà del presente, ricercando le cause profonde delle sofferenze e cercando di costruire insieme. Chi spera non vive ‘contro’, con giudizi perentori sugli altri e non riconoscendo il proprio limite. Al contrario vive ‘per’, nella tensione a mettere energie al servizio di un progetto comune, ad aprire vie di pensiero e di prassi ad una vita buona per tutti. “Manteniamo senza vacillare la professione della nostra speranza”.

Alessandro Cortesi op

VI domenica di Pasqua – anno C – 2019

IMG_E4288At 15,1-2.22-29; Apoc 21,10-14.22-23; Gv 14,23-29

“In quei giorni alcuni venuti dalla Giudea, insegnavano ai fratelli questa dottrina: ‘se non vi fate circoncidere secondo l’uso di Mosè non potete essere salvi’. Poiché Paolo e Barnaba si opponevano risolutamente e discutevano animatamente contro costoro, fu stabilito che Paolo e Barnaba e alcuni di loro andassero a Gerusalemme dagli apostoli e dagli anziani per tale questione”.

La questione di cui si tratta riguarda un modo di pensare l’essere discepoli di Cristo. Secondo alcuni era necessario osservare le prescrizioni della legge giudaica: ‘se non fate questo… non siete salvi’. Era questa la posizione di chi rinchiudeva l’annuncio di Gesù nelle forme religiose di una legge. Per contro Paolo vedeva nell’esigere la circoncisione uno svuotamento del messaggio stesso di Cristo. La salvezza è radicalmente dono, non si realizza in base ad un’appartenenza o per l’osservanza di una legge, ma va accolta come evento di grazia di Dio che suscita la fede.

Paolo e Barnaba reagiscono affermando innanzitutto che la salvezza non dipende dall’uomo, da un’osservanza di una legge sia pure religiosa, ma è dono gratuito. Non sono richieste condizioni previe. L’agire di Dio in Cristo è al primo posto, e precede. Tutte le forme religiose rischiano di prendere il posto di questa azione di Dio.

Gesù era rimasto all’interno della tradizione ebraica. A lui non si era posto il problema del venir meno alle prescrizioni della legge. Certamente nei vangeli si trovano tracce dell’affermazione di Gesù che l’uomo è più importante del sabato e la polemica contro un’osservanza che svuota il senso profondo della legge (Mc 7,8-13.20-21).  Compaiono anche  alcune figure di pagani: Gesù risponde all’insistenza delle loro richieste riconoscendone la fede – come con la donna sirofenicia (Mc 7,24-30). Tuttavia per Gesù non si pose il problema del superamento delle osservanze giudaiche, ma sul suo sguardo di apertura e misericordia si fondano i passaggi successivi.

Alle prime comunità si presenta una situazione nuova nel sorgere di contatti nuovi con i pagani. Nel confronto con tale novità sorge una domanda inedita. E ne scaturisce l’esigenza di una decisione all’interno della prima chiesa. L’incontro è il luogo in cui si fa strada – per impulso dello Spirito – una comprensione più profonda delle esigenze del vangelo. Gli apostoli ritornano così al cuore dell’annuncio di Gesù: il regno di Dio è già in atto già nella storia e non si lega ad un tempio, ad una classe di sacerdoti, ad una terra particolare, ma è apertura all’Alterità di Dio, al suo amore per tutti, reso visibile nella vicenda di Gesù. In base a tale riferimenti nel dibattito si delinea una scelta di novità: era una rinuncia rispetto a ciò che sembrava essenziale – l’osservanza della legge giudaica – ma che essenziale non era rispetto alla gratuità della salvezza. E’ orientamento che si fa strada nell’incontro nelle case dei pagani (cfr. At 8; 10) e nell’esperienza dell’agire dello Spirito oltre i confini.

A Gerusalemme si attua così un passaggio decisivo agli inizi dell’esperienza cristiana. Cresce la comprensione della Parola di Dio, la tradizione cresce nell’esperienza di tutto il popolo di Dio, insieme: si attua non come ripetizione meccanica di quanto Gesù ha vissuto (anche perché impossibile), ma una attuazione sempre nuova della Parola che Gesù ha comunicato.

Di fronte alle nuove sfide oggi, nell’epoca del pluralismo, nell’incontro con gli ‘altri’, non credenti o credenti di altre religioni, le chiese cristiane sono chiamate a lasciare qualcosa che sembra essenziale, a rinunciare a forme di esclusivismo e di chiusura, a rivedere profondamente forme culturali e religiose talvolta scambiate per il vangelo.

Gesù promette il Consolatore, una presenza che si caratterizza per due azioni: il ricordare e l’insegnare – al futuro. “Il Consolatore, lo Spirito Santo che il Padre manderà nel mio nome, egli vi insegnerà ogni cosa e vi ricorderà tutto ciò che io vi ho detto”.

Riscoprire la presenza dello Spirito nel tempo della chiesa è esigenza mai conclusa. L’ascolto della Parola di Dio fa vivere non da prigionieri della paura o della legge, ma capaci di vivere la novità e la gioia per liberarsi continuamente dai templi di ogni potere e dalla schiavitù di ogni religione per aprirsi all’ospitalità verso l’altro.

Alessandro Cortesi op

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Fedeltà allo Spirito

Fedeltà allo Spirito è coraggio di non stare zitti di fronte alla disumanità.

“Non più zitti di fronte a sparate di un sempre più arrogante Ministro. No a chi si appropria dei segni sacri per smerciare proprie vedute disumane, antistoriche, opposte a messaggio evangelico. Chi è con lui non può dirsi cristiano perché ha rinnegato comandamento dell’amore» E’ questo il testo di un tweet – a cui associarsi – di Domenico Mogavero vescovo di Mazara del Vallo. Non è la sua l’unica voce che si è levata indignata a fronte dell’arroganza e della strumentalizzazione di simboli religiosi a scopi propagandistici effettuata da un politico cinico che trascorre il suo tempo a fare comizi trascurando il lavoro a cui dovrebbe rispondere e che nei suoi gesti dimostra spregio nei confronti delle vite umane atteggiandosi da bullo con i più deboli e seminando un quadro falsato della realtà per innescare i sentimenti di paura e illusione di soluzioni facili, immediate ai duri problemi del presente.

“Ci indigna profondamente l’utilizzo strumentale del rosario, baciato sabato scorso in piazza Duomo a Milano dal ministro dell’interno, chiedendo voti alla Madonna” è il commento dei missionari comboniani d’Italia, dopo che il ministro degli Interni dal palco di un comizio elettorale si è presentato con un rosario in mano. I missionari comboniani scrivono: “Noi siamo schierati. Portiamo nel cuore il Vangelo che si fa strada con le Afriche della storia. Che non scende a compromessi e strategie di marketing. Né elettorali né di svendita becera dei piccoli in nome del denaro. Ci rivolta dentro il richiamo ai papi del passato per farne strumento della strategia fascista dell’esclusione degli ultimi. Di chi bussa alle nostre porte chiedendo di aprire i porti. Come la nave Sea Watch di queste ore. Nave che accoglie chi scappa da mondi inquinati dai gas serra della nostra sete di materie prime per mantenere uno stile di vita sempre più insostenibile. Che pesa sulle spalle degli impoveriti”.

“Ci ripugna il richiamo alla vittoria elettorale in nome della madre di Gesù di Nazareth che cammina con gli ‘scarti’ del mondo per innalzare gli umili. Sempre dalla parte dei perdenti della globalizzazione dei profitti. La carne di Cristo sulla terra. ‘Ero forestiero e mi avete accolto‘ (Mt 25,35). Ci aggredisce l’arroganza d’invitare la gente a reagire durante le celebrazioni in chiesa di fronte ai preti che predicano ‘porti aperti’. Dettando legge in nome dei vescovi”.

“Il rosario è segno della tenerezza di Dio e viene macchiato dal sangue dei migranti che ancora muoiono nel Mediterraneo: 60 la settimana scorsa, nel silenzio dell’indifferenza dei caini del mondo”.

“Ci dà coraggio e ci fa resistere contro questa onda di disprezzo e disumanità, condividere il sogno di Dio: ridestare la speranza tra la gente che un mondo radicalmente altro, interculturale, aperto, inclusivo e solidale è urgente e dipende da ognuno di noi. Da chi non tace e, con la determinazione della non-violenza del Vangelo, grida con la sua vita che non ci sta con il razzismo dilagante di chi vuole stravolgere l’immagine vera del Dio della vita. I missionari comboniani ci sono. Alzano la voce. Scendono in strada, non fanno calcoli e stanno da una parte precisa. Quella degli oppressi da un’economia che uccide. Prima e sempre”

Una reazione esplicita di indignazione, di presa di distanza e di critica a politiche segnate da attitudini di violazioni della Costituzione e di disumanità è da condividere ed è più che mai urgente in un momento che prepara decisioni rilevanti per il futuro dell’Europa.

Alessandro Cortesi op

 

 

 

V domenica di Pasqua – anno C – 2019

IMG_4263At 14,21-27; Ap 21,1-5; Gv 13,31-33.34-35

Al centro della pagina di Atti è posto l’impegno di Paolo e Barnaba: “dopo aver predicato il vangelo in quella città e aver fatto un numero considerevole di discepoli, ritornarono a Listra, Iconio e Antiochia rianimando i discepoli ed esortandoli a restare saldi nella fede”.

Paolo e Barnaba danno forza ed esortano. Invitano a resistere nel tempo della difficoltà. E’ l’esperienza della prima comunità ma è anche esperienza delle comunità di ogni tempo: la fatica della prova, il senso di insufficienza e incapacità, talvolta di inutilità di fronte ad opposizioni esterne e incomprensioni nel momento in cui si vive la fedeltà alla parola di Dio e alle sue chiamate. E’ la storia di tutti coloro che cercano di essere testimoni ed annunciatori con scelte coraggiose e nella libertà che la parola stessa suscita.

Paolo e Barnaba invitano a restare saldi. La vita cristiana non toglie la prova, anzi questa è esperienza che prima o poi si presenta. Non proviene dal di fuori, ma spesso si presenta come emarginazione, sospetto, contrapposizione ad opera di chi è preoccupato di fissare il vangelo in una religione, da parte chi cerca strutture rassicuranti, da parte di chi non ascolta il soffio dello Spirito e i segni dei tempi, impedendo di aprire porte perché la parola possa fare il suo corso, perdendo di vista il vangelo stesso.

Nel libro degli Atti Luca insiste sull’atteggiamento centrale di affidarsi alla grazia di Dio e non su altre sicurezze. E’ la fiducia nel Signore che può far andare avanti. E’ lui che apre nuove porte e strade e a noi richiede una disponibilità coraggiosa e libera. E’ lui che apre le porte al cammino della parola. Importante è un cammino comune, il riferirsi alla comunità, e l’apertura ad uscire oltre i confini serrati da porte chiuse: “Non appena furono arrivati, riunirono la comunità e riferirono tutto quello che Dio aveva compiuto per mezzo loro e come aveva aperto ai pagani la porta della fede”.

La pagina dell’Apocalisse orienta a guardare la nuova Gerusalemme, una città. La città santa è presentata nel quadro di un nuovo cielo e una nuova terra. Il mare – simbolo di ogni forza del male – non c’è più e la città assume il profilo di donna: come sposa illuminata mentre è pronta ad incontrare il suo sposo.

Apocalisse – un libro scritto nel tempo della prova e della grande persecuzione – invita a guardare oltre. Spinge a fissare lo sguardo sul fine della storia: non un giardino (il paradiso) ma una città sarà il futuro della vita. La città è costruzione umana, luogo del vivere insieme, incrocio di natura e di cultura, di ambiente e di opera umana, è incontro, costruzione e presenza di relazioni.

Al centro della città, detta ‘dimora di Dio con gli uomini’ sta la presenza di colui che ha per nome “Dio-con-loro”. L’Emmanuele (Mt 1,23; Is 7,14) Gesù è il Dio con noi: è il nome che ricorda la promessa di Gesù risorto, ‘ecco io sono-con-voi tutti i giorni fino alla fine del mondo’ (Mt 28,20). Questa città reca in sé qualcosa di nuovo e luminoso: le cose di prima sono passate, non c’è più la morte né lutto né lamento né affanno: un nuovo mondo iniziato.

Apocalisse, nel tempo della prova, richiama al grande progetto di Dio che è disegno di incontro e di pace, secondo il sogno di Isaia: ‘Tripudierò con Gerusalemme, gioirò con il mio popolo; mai più le lacrime mai più il lamento risuoneranno in lei. E costruiranno case e le abiteranno; e pianteranno vigne e ne mangeranno il frutto” (Is 65,19.21)

La pagina del vangelo indica la via che Gesù lascia ai suoi, il comandamento nuovo. Nel quarto vangelo la morte di Gesù è presentata in modo paradossale e spaesante come momento di ‘glorificazione’. Gesù manifesta la gloria di Dio proprio sulla croce perché lì, nel luogo del dolore e dell’ingiusta condanna si fa visibile l’amore che giunge sino alla fine: ‘avendo amato i suoi … li amò sino alla fine’.

Gesù lascia così ai suoi il nuovo comandamento che riassume e compie ogni altro comandamento: ‘amate come io vi ho amati’. Non si tratta tanto o solamente di seguire un esempio, ma di trovare in lui la forza di amare in tale modo. Gesù indica la via dell’amore quale strada per essere suoi discepoli: ‘da questo tutti sapranno che siete miei discepoli, se avrete amore gli uni per gli altri’. Vivere così, come lui ha vissuto, è già partecipare alla sua gloria.

E’ invito ad affidarci a lui, ad accogliere l’amore che non tiene per sé. E’ anche invito a riconoscere coloro che attuano questa sua parola come gli autentici discepoli di Gesù e lasciarci cambiare.

Alessandro Cortesi op

IMG_4273      Michelangelo, I prigioni – 1513 ca – Firenze Galleria dell’Accademia

Città

“L’abitare per me deve avere tre caratteristiche: va rafforzato dalla condivisione, dalla cooperazione, dalla corresponsabilità. Affinché la ricchezza dei pochi non impoverisca gli altri, in determinismo possessivo, che può rendere la convivenza davvero difficile e frammentata”.

Così mons. Bregantini ha presentato una sua riflessione sulla città al Festival biblico, suggerendo che riflettere sulla domanda come costruire città vivibili oggi significa ritornare a pensare e a costruire un abitare che significhi appartenenza a comunità in cui ci si prende cura:

“L’abitare è paradigma della consapevolezza di appartenere a una comunità, dove ci si prende cura dell’arte del noi, come vera rivoluzione dei nostri giorni, per progettare insieme un futuro sostenibile, libero dalla corruzione, a servizio della prossimità, fatto di fiducia sociale solida e reciproca. Sono le città che visita san Paolo, cittadino europeo, come Gerusalemme, Atene e Roma. Sono l’icona della teologia, dell’antropologia e della politica. Cioè, la bellezza di chi sa pregare (la teologia), la forza di chi progetta e pensa, come ad Atene, e la chiarezza amministrativa, come per Roma. Se l’Europa guarderà a questo triplice intreccio, sarà capace di avere futuro vero e solidale.”

Il pensiero non può non andare al futuro dell’Europa in un momento di profonda crisi di ogni progetto comunitario, nel tempo del prevalere degli egoismi nazionali, degli isolamenti tribali. Le scelte di costruzione delle città passano per una costruzione di una casa comune che sempre più dovrebbe vedere le città come soggetti che riportano al centro la preoccupazione propria di questi luoghi di vita insieme, intrecciata, di diversità e uguaglianza, in cui i legami sono concretezza e in cui l’altro non è numero ma volto.

Come ricordava Giorgio La Pira, già sindaco di Firenze e uomo dedito alla costruzione della pace nel mondo, in uno storico discorso del 1967 le città richiamano all’urgenza, all’imperativo di non fare la guerra, di non cedere alla logica della violenza devastatrice. Perché le città sanno cosa significa la distruzione e l’orrore dei bombardamenti e della devastazione procurata dall’odio che rende i vicini nemici e i lontani figure senza volto né nome.

Le città conoscono il dramma dell’annullamento dell’altro e della morte e sanno che tutto questo è negazione della vita di uomini e donne che solo nell’incontro e nella riconciliazione possono ritrovare se stessi. Le città, nel mondo globale e nell’età della guerra globale, unendosi, legandosi in relazioni di solidarietà, dovrebbero essere così baluardo di costruzione di una casa comune.

Così ancora Bregantini: “Il senso di essere comunità, infine, si avverte forte e vero solo quando consideriamo che la città è fatta di volti, di storie, di nomi, di incontri e non di numeri. Dove tutti siamo destinatari e artefici del bene comune. Dove nessuno è dimenticato, oscurato, emarginato. Dove la libertà non fa a meno della verità. Dove non è offuscata la sete di futuro, di pace, di giustizia. Dove la cementificazione non contagia il cuore. Dove il piccolo, come i borghi, sono laboratori di valori, di antichi mestieri, di tradizioni, di culture che si fanno linguaggi identitari di un popolo, di un territorio. La mia proposta è che nasca nelle nostre diocesi una vera pastorale della città, mirata a fondare la cultura dell’incontro, dell’accoglienza, dell’attenzione all’altro. Una pastorale della fraternità, tra le mani di laici testimoni del Vangelo che include. Una pastorale della città che si fa essa stessa punto di riferimento per il nuovo umanesimo, per la difesa degli ultimi, per la società della gratuità, pane spezzato dell’essere per l’altro. Dove la piccola Nazaret vale come la grande Gerusalemme! Perché “Polis” non è altro che relazioni fraterne, libere e forti!”

La fraternità, la cultura dell’incontro, l’apprendistato all’accoglienza e alla convivialità con chi diverso apre a nuovi orizzonti la costruzione di un ‘noi’ sempre da fare nuovamente e sempre in cammino. L’ospitalità come orizzonte. Sono questi i tasselli oggi così mancanti e dimenticati – e da recuperare urgentemente e a cui dar respiro – di una passione per la comunità che dovrebbe animare scelte di vita di chiesa e scelte politiche per ciascuna e ciascuno nella concretezza del proprio ambito di agire quotidiano.

Alessandro Cortesi op

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