la parola cresceva

commenti alla Parola della domenica e riflessioni

Archivio per la categoria “Commenti letture”

XXIX domenica tempo ordinario – anno B – 2018

IMG_1429 2.jpgIs 53,10-11; Eb 4,14-16; Mc 10,35-45

Una delle pagine del secondo-Isaia, profeta del tempo dell’esilio di Israele, presenta l’enigmatico profilo del ‘servo di Jahwe’. Dietro a questo appellativo sta una figura difficile da cogliere, perché da un lato può essere riferito ad una collettività, forse ad Israele nella sua storia di popolo oppresso e colpito. D’altra parte alcuni tratti del servo sono riferimenti ad un individuo singolo. Il servo di Jahwé è un uomo che subisce rifiuto e oppressione, e per l’esempio della sua vita vissuta in fedeltà a Jahwé è sottoposto a tortura disprezzo e sofferenza fino alla morte. “Disprezzato e reietto dagli uomini, che ben conosce il patire”.

L’autore di questa pagina accosta il ritratto di quest’uomo offeso e privato di dignità e bellezza all’immagine di una pianta appena nata in mezzo al deserto. Benché attorno a lui domini la violenza e l’offesa, che non portano vita, ma morte, aridità appunto, la sua testimonianza è per contro un segno carico di fecondità per altri. E’ come una radice in terra arida. Egli sperimenta la contraddizione e il rifiuto ma fa sorgere una vita nuova per tutti. “vedrà una discendenza, vivrà a a lungo”. Il suo soffrire è letto come luogo di salvezza per altri, come il rito di sacrificio che costituiva esperienza della vicinanza di Dio che offre salvezza e perdona i peccati. Con la sua vita compie il progetto di salvezza di Dio. Dio infatti è liberatore e desidera salvezza per tutti. Accoglie la fedeltà di qualcuno, di un piccolo ‘resto’ rimasto fedele, per riproporre per tutti il suo dono di salvezza. “Il giusto mio servo giustificherà molti, egli si addosserà la loro iniquità”.

Questa figura del servo di Jahwè è stata vista dai primi cristiani che leggevano le Scritture ebraiche come una prefigurazione del cammino di Gesù: la sua via appare come quella del ‘servo di Jahwè’.

Nel dialogo presentato da Marco al cap 10, Gesù risponde ad una esigenza di due discepoli che lo seguivano sulla strada: “Maestro, noi vogliamo che tu ci faccia quello che ti chiederemo… concedici di sedere nella tua gloria uno alla tua destra e uno alla tua sinistra”. Sorprende innanzitutto cogliere come Giacomo e Giovanni, i più vicini a Gesù, poco comprendano della sua via e del suo progetto. Marco è attento a sottolineare tale incomprensione e durezza di cuore.

Nelle parole di risposta di Gesù ai due desiderosi dei primi posti si fa riferimento a due simboli, il calice e il battesimo, indicazione velata del cammino di Gesù “Potete bere il calice che io bevo , o ricevere il battesimo che io ricevo”. Il calice nella Bibbia indica la situazione che gli empi devono subire. Nel salmo 75 si legge: “nella mano del Signore è un calice ricolmo di vino drogato, fino alla feccia ne dovranno sorbire ne berranno tutti gli empi della terra” (Sal. 75,9). E’ un segno che rinvia alla collera e alla condanna da parte di Dio nei confronti degli empi. Ma anche il calice è il segno della comunione con Dio e dell’offerta a lui del ringraziamento per la salvezza. Nei riti e nel momento dei pasti il calice significava tale comunione e tale offerta. Il simbolo del calice rinvia al fatto che Gesù ha preso su di sé la condizione di chi è più lontano, dell’empio e che la sua vita è nell’orizzonte della solidarietà con tutti, ed è una consegna radicale a Dio suo Padre e per gli altri.

L’immagine del battesimo o immersione indica lo sprofondarsi in una situazione di morte e di prova. Nel salmo 69,3 si legge: “affondo nel fango e non ho sostegno, sono caduto in acque profonde e l’onda mi travolge; sono sfinito dal gridare e riarse sono le mie fauci: i miei occhi si consumano nell’attesa del mio Dio”. Gesù entra nel buio della morte e condivide tale condizione.

Ai suoi dice che non sta a lui concedere i posti nel regno: il ‘regno’ è dono del Padre e non dipende da quanto gli uomini pretendono o progettano. I due discepoli manifestano sicurezza e ingenuità nel dire ‘noi possiamo compiere questo cammino. Ancora non comprendono e sono chiusi nei loro schemi di affermazione.

Gesù intende condurli a concepire la vita e ad orientare le lor domande secondo orizzonti totalmente nuovi: “Voi sapete che coloro che sono ritenuti capi delle nazioni le dominano e i loro grandi esercitano su di esse il potere. Fra voi però non è così; ma chi vuol essere grande tra voi si farà vostro servitore, e chi vuol essere il primo tra voi si farà servo di tutti”.

La vita di Gesù si sintetizza in queste parole, la strada che egli sta percorrendo è quella del servizio e del dono di sè. Nella sua prassi egli attua la missione del ‘servo’.

“Il Figlio dell’uomo infatti non è venuto per essere servito ma per servire e dare la propria vita in riscatto per molti”. Figlio dell’uomo rinvia ad una figura presentata nel libro di Daniele che viene a giudicare con il potere di Dio (Dan 7,13): il potere di Dio è una forza debole e diversa rispetto alle attese umane: si rende presente nel servire.

Gesù propone ai suoi un modo alternativo di vivere i rapporti con gli altri e nella stessa comunità chiamata a scoprire il senso del servizio: ‘fra voi non è così…’. In contrasto con la ricerca dei primi posti Gesù invita ad una libertà nuova, alla ricerca della gratuità.

Alessandro Cortesi op

Kyrill - Bartolomeo

Inquietudini e rotture ad Oriente

Nelle chiese ortodosse sta accadendo qualcosa di importante e grave, una rottura che ha dimensioni e conseguenze difficilmente calcolabili per la vita dei popoli e per il cammino delle chiese. L’11 ottobre il Sinodo di Costantinopoli, presieduto dal patriarca Bartolomeo I, ha deciso “di procedere alla concessione dell’autocefalia della Chiesa ucraina”. Bartolomeo che è primus inter pares tra i capi delle chiese che costituiscono la Chiesa ortodossa orientale ha preso questa decisione in un quadro segnato dalle vicende storiche del passato e del presente.

Le motivazioni di tale scelta affondano le radici in una storia lontana e nelle vicende più recenti. Il cristianesimo giunse in Russia con la conversione del principe Vladimir di Kiev nel 988. Da Kiev quindi dall’Ucraina la fede cristiana si diffuse in Russia. Nei secoli l’importanza della chiesa russa è cresciuta soprattutto a seguito della caduta dell’impero bizantino quando Costantinopoli nel 1453 fu conquistata ai turchi. Mosca assurge così al ruolo di terza Roma nel cristianesimo. Nel 1589 il metropolita di Mosca si proclama patriarca della Chiesa russa e nel 1686 prende l’eredità del patriarcato di Kiev.

Nel 1991 dopo lo smembramento dell’Urss, la Chiesa ortodossa ucraina, legata a quella russa, si è divisa in tre parti: la parte più numerosa è composta dalla chiesa ortodossa ucraina sotto la giurisdizione del patriarcato di Mosca; la Chiesa ortodossa ucraina dell’autoproclamato patriarcato di Kiev guidata da Filarete; una piccola chiesa autocefala, la chiesa ortodossa autocefala ucraina di Macario. La decisione di Bartolomeo I comporta di fatto la revoca di una decisione del 1686 che poneva Kiev sotto la giurisdizione di Mosca (cioè il Patriarca di Mosca aveva il diritto di ordinare il Metropolita di Kiev), affermado che la lettera sinodale dell’anno 1686 fu “rilasciata per le circostanze dell’epoca”. Viene quindi proclamata “la sua dipendenza canonica dalla Chiesa Madre di Costantinopoli”. Le ultime due chiese (di Filarete e Macario) verrebbero così a formare la nuova Chiesa autocefala; ma questa, senza la Chiesa ucraina-russa rimarrebbe monca.

La Chiesa russa aveva preannunciato che, nel caso Costantinopoli avesse approvato la richiesta di indipendenza del patriarcato di Kiev, avrebbe proclamato lo scisma, cioè la rottura della comunione eucaristica con Costantinopoli. Così Kirill, patriarca di Mosca e di tutte le Russie, ha “sospeso la Comunione eucaristica” con Costantinopoli, annunciando la decisione durante il Sinodo del 15 ottobre u.s., a Minsk in Bielorussia. “Con nostro grande dolore”, si legge nella Dichiarazione del Patriarcato di Mosca, “i membri del Santo Sinodo hanno ritenuto impossibile continuare ad essere in comunione eucaristica con il Patriarcato di Costantinopoli”.

Le decisioni prese e la situazione di rottura prodotta avranno profonde conseguenze nei rapporti all’interno dell’ortodossia e nel quadro più ampio del mondo cristiano, e non sono senza risvolti di tipo politico.

Tutto ciò avviene infatti in un momento in cui il Cremlino dopo l’annessione della Crimea nel 2014 sta conducendo una politica imperialistica in Ucraina dove è in corso una guerra nella regione del Donbass.

“Da parte sua, il presidente ucraino Petro Poroshenko ha legato le sue fortune politiche all’ottenimento della “autocefalia”. E, se il ministro degli esteri russo Serghiei Lavrov ha detto che la decisione dell’11 ottobre è “una provocazione organizzata dal patriarca Bartolomeo col diretto sostegno di Washington”, Putin ha convocato il Consiglio russo di sicurezza per valutare le conseguenze della contestata “autocefalia ucraina”. E la “prima Roma”? Sul suo versante, di fronte al tremendo dissidio Mosca-Costantinopoli, si trova in croce”. (Luigi Sandri, A oriente incombe lo scisma,“Trentino” 15 ottobre 2018).

Tra voi però non è così…  la parola del vangelo rimane sfida per una testimonianza di Gesù credibile nel difficile presente.

Alessandro Cortesi op

 

Annunci

XXVIII domenica tempo ordinario – anno B – 2018

01-img-20170711-wa0002

 (Francesco Bonsignori, attr. – Verona 1455-1519 – Venezia – Ca’ d’oro)

Sap 7,7-11; Eb 4,12-13; Mc 10,17-30

“Maestro buono, che cosa devo fare per avere la vita eterna?” Questa domanda è rivolta a Gesù da ‘un tale’. Un volto senza nome che potrebbe forse raffigurare ogni profilo di persona in ricerca, toccata dal desiderio di trovare un senso profondo per la propria vita. Si tratta di ‘un tale’ educato nella tradizione religiosa, osservante della legge. E’ un uomo con apertura sincera e buono. Gesù manifesta sentimenti di accoglienza e benevolenza: “Fissatolo lo amò…”. Nell’incontro si fa strada una proposta: “una cosa sola ti manca: va’ vendi quello che hai e dallo ai poveri e avrai un tesoro in cielo; poi vieni e seguimi”. Gesù propone di compiere un passo che non riguarda una osservanza ma coinvolge tutta la vita: gli chiede di intendere la vita nel seguirlo attuando una libertà nuova. Gli indica la via di una povertà scelta con libertà nel farsi solidale con i poveri. Indica la via per entrare così in rapporto con lui condividendo il suo cammino: è una liberazione da quanto appesantisce per ‘venire e seguirlo’.

Nella tradizione questa pagina è stata letta spesso come esempio di una chiamata rivolta solo a qualcuno. Nel quadro del vangelo risulta invece una proposta di Gesù rivolta a tutti coloro che desiderano seguirlo: dopo aver parlato del progetto di Dio sul rapporto tra uomo e donna nel cap. 10 Marco pone questo episodio che tocca il rapporto con i beni. Quel tale “se ne andò via afflitto perché aveva molti beni”. Quel tale sperimenta la difficoltà nel seguire Gesù e nell’accogliere la radicalità della sua proposta. Questa scena invita a vivere un rapporto diverso e nuovo con i beni. La salvezza, il senso della vita, non è da riporre nelle ricchezze: “Quanto difficilmente coloro che hanno ricchezze entreranno nel regno di Dio… è più facile che un cammello passi per la cruna di un ago, che un ricco entri nel regno di Dio”.

Questa immagine può trovare varie spiegazioni: forse cammello indica una corda utilizzata dai marinai, così la cruna può esser rinvio ad una porta stretta della città di Gerusalemme detta ‘cruna d’ago’ da cui si passava quando le altre porte erano chiuse forse. Il messaggio al cuore di quest’immagine è il richiamo a seguire di Gesù non affidandosi alle proprie forze. Per questo i discepoli vivono smarrimento e paura: “e chi mai si può salvare?” Gesù indica loro l’affidamento senza riserve a Dio, per trovare solo in lui la forza per vivere rapporti nuovi. Non nasconde loro che la pretesa di considerare la salvezza un progetto umano è fallimentare: affidare la salvezza alle ricchezze è impossibile: “Impossibile presso gli uomini, ma non presso Dio! perché tutto è possibile presso Dio”: è questo il grande annuncio dell’opera del Dio.

Il senso autentico della vita non si ritrova come esito di conquista o ricompensa di sforzi e meriti, non proviene dall’osservanza dei comandamenti, ma è radicalmente dono, è agire gratuito di Dio che invita ad un cammino a seguire e trasforma la vita suscitando la nostra libertà. Non è solo un bene da attendere nel futuro ma è esperienza possibile sin dal presente nella vita quotidiana. Per tutti coloro che seguono Gesù c’è un lasciare, un uscire, e un ritrovare, uno scoprire relazioni nuove nella condivisione: “non c’è nessuno che abbia lasciato casa o fratelli o sorelle o madre o padre o figli o campi a causa mia e a causa del vangelo, che non riceva già al presente cento volte tanto in case e fratelli e sorelle e madri e figli e campi, insieme a persecuzioni, e nel futuro la vita eterna”.

E’ importante sottolineare una variazione in questa frase: manca il riferimento al ‘padre’ nella seconda parte. Nel quadro della società fortemente patriarcale in cui Gesù vive egli indica che la sua comunità, la nuova famiglia che raduna con chi lo segue non dovrà riproporre le forme del dominio e della superiorità, ma porsi in modo alternativo secondo uno stile di fraternità di uguali.

“La Parola di Dio è viva, efficace…” ascoltare la Parola di Dio è fonte di vita per i credenti. Essa è viva e opera nella nostra vita.

Alessandro Cortesi op

IMG_1047.JPG

(palla d’altare usata nella messa in cui mons.Oscar Romero fu ucciso – ora a Barcellona)

San Romero d’America

Domenica prossima insieme a Paolo VI sarà ufficialmente proclamato santo Oscar Arnulfo Romero, ucciso il 24 marzo 1980. Sono due volti di testimoni del vangelo in questo tempo. In modi diversi, per cammini diversi nella loro esistenza hanno incontrato Gesù Cristo che li ha chiamati ad un servizio ai poveri. E’ bene ricordare alcuni aspetti dell’esperienza e spiritualità di Romero.

Romero visse nella sua vita un progressivo cambiamento che ha i tratti di una conversione: a partire da quando era vescovo a Santiago de Maria e in particolare quando fu ucciso il gesuita Rutilio Grande insieme a due contadini nel 1977. Era un periodo durissimo per il Salvador. L’oligarchia al potere si serviva dell’esercito e degli squadroni della morte per opprimere i contadini e soffocare ogni movimento di reazione nel sangue. La persecuzione si rivolse anche contro la parte della chiesa che stava dalla parte del popolo. La presa di consapevolezza della vita degli oppressi fu per Romero motivo di cambiamento della vita.

La sua vita si mosse nel senso della accoglienza al suo vescovado e all’hospitalito. Si trovò a vivere la compassione di fronte alle vittime di violazioni e della violenza.

Cristo insiste nelle sue apparizioni: Toccatemi, sono io! Sono lo stesso Cristo storico che, attraverso la Pasqua di morte e risurrezione, vivo incarnato sulla terra. Sono il Cristo salvadoregno. Cristo vive nel Salvador. Cristo vive in Guatemala. Cristo vive in Africa. Il Cristo storico. Dio fatto uomo vive in tutti i tempi della storia, in tutti i popoli del mondo. Questa è la caratteristica del Cristo vivo e presente”. (Omelia del 2 aprile 1978)

Le sue omelie divennero momento di denuncia delle ingiustizie nel ricordo dei nomi delle vittime, delle situazioni in cui avvenivano le violazioni, di elencazione dei nomi degli esecutori delle violenze. Intese la sua vita nela solidarietà al popolo degli oppressi: “non abbandonerò questo popolo”.

Quando disprezziamo il povero, coloro che raccolgono caffè, cotone o tagliano la canna da zucchero, il contadino che va in gruppo peregrinando  a lavorare cercando il sostentamento  per tutto l’anno, fratelli pensiamo, non lo dimentichiamo, in loro c’è il volto di Cristo. Volto di Cristo presente nei torturati e maltrattati nelle carceri. Volto di Cristo presente nei bambini che muoiono di fame perché non hanno da mangiare. Volto di Cristo presente nel bisognoso che chiede di aver voce nella chiesa”. (Omelia del 26 novembre 1978)

Fino alla supplica nei giorni precedenti alla sua uccisione: «In nome di Dio, in nome di questo popolo sofferente i cui lamenti salgono fino al cielo ogni giorno più tumultuosi, vi chiedo, vi supplico, vi ordino, in nome di Dio, cessi la repressione!».

Così Romero parlava di seguire Gesù nella sua incarnazione, proponendo un coinvolgimento radicale della vita:

Questo è l’impegno dell’essere cristiano: seguire Cristo nella sua incarnazione. E se Cristo è il Dio maestoso che si fa uomo umile fino ad accettare la morte degli schiavi e vive con i poveri, così deve essere la nostra fede cristiana. Il cristiano che non vuole vivere questo impegno di solidarietà con il povero, non è degno di chiamarsi cristiano”. (Omelia del 17 febbraio 1979)

“Monsignor Romero aveva chiara coscienza che doveva riconoscere le stimmate sofferenti del Cristo nei volti dei poveri del suo popolo. La sua opzione per loro è l’angolo concreto e storico che ci permette di comprendere il suo impegno e il suo messaggio, il suo appello alla pace basata sulla giustizia, la sua lettura del Vangelo” (G.Gutierrez, L’assassinio di Romero, “Il giorno” 26 aprile 1980).

Così lo ricorda Jon Sobrino: “Noi concludiamo dicendo che mons. Romero è già stato canonizzato. E ricordiamo i principali momenti di questa sua canonizzazione. Mons. Casaldaliga, appresa la notizia del suo martirio, scrisse il poema “San Romero de América, pastor y mártir nuestro”, concludendo con una certezza: «Nessuno farà tacere la tua ultima omelia». (…) Il popolo, su pobrería (celebre espressione di dom Pedro Casaldáliga, ndt), lo amò come raramente si ama un’autorità, un vescovo. Lo piansero come solo si piange un padre. Oggi, 33 anni dopo, molti continuano ad amarlo veramente. In El Salvador, lo amano in maniera diversa da come amano altri santi popolari canonizzati. Lo amano e lo ricordano in modo speciale i sopravvissuti ai massacri, mogli e madri di mariti e figli assassinati e desaparecidos, familiari di vittime di cui nessuno si ricorda. E senza sapere esattamente cosa significhi “canonizzazione”, “culto pubblico”, “intercessione”, si rallegrano che un papa proclami il suo nome solennemente e dica a tutto il mondo che Monsignore è stato una persona buona. Sono contenti. E questa non è piccola come espressione di canonizzazione” (J.Sobrino, San Romero di America, “Adista documenti” 1.06.2013).

Alessandro Cortesi op

La messa incompiuta. Le omelie di un vescovo assassinato EDB, Bologna 2014.

Ettore Masina, L’arcivescovo deve morire. Oscar Romero e il suo popolo, Il Margine, Trento 2011

Piergiorgio Cattani (ed.), Romero, santo dei poveri. Il martirio di un vescovo convertito dal popolo, Il Margine, Trento 2015

Antonio Angeli, Il Cristo di Romero. La teologia che ha nutrito il Martire d’America», EMI, Bologna 2010

Jon Sobrino, Romero, martire di Cristo e degli oppressi», EMI, Bologna 2015

Maria Clara Bingemer, Oscar Romero. Martire della liberazione, Messaggero, Padova 2015

XXVII domenica tempo ordinario – anno B – 2018

IMG_1254Gn 2,18-24; Eb 2,9-11; Mc 10,2-16

Il capitolo 2 di Genesi è racconto che non intende ricostruire un passato primordiale, ma pone la domanda sul senso della vita umana e del cosmo. Nella vicenda della creazione in filigrana si deve cogliere il senso di un cammino che è il cammino umano. L’essere uomo è presentato nella sua condizione di solitudine e di desiderio di vivere in relazione con altre creature. E’ posto in un giardino, un mondo di creature belle che stanno attorno a lui e a cui è chiamato a dare un nome entrando in relazione. Nel racconto di Genesi l’uomo ha ricevuto il compito di dare un nome alle altre creature: “il Signore Dio plasmò dal suolo ogni sorta di animali selvatici e tutti gli uccelli del cielo e li condusse all’uomo, per vedere come li avrebbe chiamati”. Dare il nome è azione di chi è custode e si prende cura con attenzione. Ma emerge una apertura costitutiva del cuore a rapportarsi a qualcuno di ‘simile a lui’. “Così l’uomo impose nomi a tutto il bestiame, a tutti gli uccelli del cielo e a tutti gli animali selvatici, ma per l’uomo non trovò un aiuto che gli corrispondesse”. C’è una sete di incontro che va oltre la presenza delle creature e della presenza di Dio stesso.

Nel cuore umano è presente il bisgono di un tu, qualcuno capace di pronunciare il suo nome: ‘l’uomo non trovò un aiuto che gli fosse simile’. Sperimenta la mancanza di qualcuno che ‘gli stia di fronte’ capace di dialogo, di reciprocità. “E il Signore Dio disse: “Non è bene che l’uomo sia solo: voglio fargli un aiuto che gli corrisponda”. Viene così descritto il dono di un altro a lui simile, una presenza che ‘sta di fronte’. E’ dono di Dio, e Dio agisce nel sonno di Adamo. “Allora il Signore Dio fece scendere un torpore sull’uomo, che si addormentò; gli tolse una delle costole e richiuse la carne al suo posto. Il Signore Dio formò con la costola, che aveva tolta all’uomo, una donna e la condusse all’uomo”. Al suo risveglio si trova di fronte una presenza nuova, segno di gratuità. E’ presenza inattesa e insperata: è parte di lui e nello stesso tempo è diversa: gli sta di fronte. ‘carne della mia carne, osso dalle mie ossa’: così canta Adamo.

Questo dono è accolto con gioia e meraviglia: “…la si chiamerà donna perché dall’uomo è stata tolta”. I nomi che indicano uomo (ish) e donna (isha) sono uguali e nello stesso tempo diversi. La medesima radice che indica una comunanza nella medesima vita e nel contempo una differenza che indica l’impossibilità di pensare l’altro come uguale a se stesso ed apre all’avventura del riconoscimento dell’alterità e delle diversità per vivere un incontro nello starsi di fronte.

Da questo dono al principio sorge la chiamata a percorrere la storia dell’incontro. “Per questo l’uomo abbandonerà suo padre e sua madre e si unirà a sua moglie, e i due saranno una carne sola”. La ‘carne’ che l’uomo e la donna sono chiamati a compiere è una vita, non è una teoria. E’ unità sempre da ricercare nella differenza e nel dialogo.

Dall’essere simili e diversi sorge la bellezza e la fatica della comunicazione. Bellezza perché da lì inizia l’avventura dell’inconro che porta ad uscire dalla terra, dalla casa di origine, da se stessi. Come nel cammino di Abramo è cammino di uscita e di fede. Fatica perché lo stare di fronte all’altro implica un cambiamento, l’apprendimento a non voler riddurre l’altro a sè. Il riconoscimento di essere simili carne della mia carne, può divenire incomprensione della diversità e della libertà dell’altro.

“E’ lecito ad un uomo ripudiare la propria moglie?” Gesù è posto di fronte alla provocazione di chi vuole metterlo di fronte alla legge e alle sue determinazioni che non considerano la vita e peraltro si pongono in un’ottica di discriminazione per cui l’uomo solo può ripudiare la moglie. La sua risposta è rinvio al progetto di Dio, che rinvia a quel principio dei racconti di Genesi, in cui è offerto non tanto la fissazione di una legge ma è delineato l’orizzonte ultimo a cui tendere. Richiama alla responsabilità del cuore. Dio ha un progetto di amore per ogni uomo e donna e Gesù invita a vivere la fedeltà verso ciò che Dio ha congiunto nello scoprire la propria responsabilità in questo incontro con Dio e con gli altri. Richiama così il disegno originario di Dio quale orizzonte di fondo che nessuna esperienza compie in pienezza ma a cui è chiamata a tendere in fedeltà alle sue chiamate.

Alessandro Cortesi op

IMG_1023

Incontro e chiusure

In un puntuale commento ai primi libri di Genesi sui racconti della creazione Lidia Maggi (Maschio e femmina Dio lo creò, “Esodo” 3,2018) sottolinea come la parola di Genesi ‘Facciamo l’essere umano a nostra immagine e somiglianza…” (Gen 1,26) possa essere interpretata nel senso di scorgere nel ‘noi’ plurale, soggetto del ‘facciamo’, come comprendente l’opera di Dio creatore e generatore di vita e l’opera stessa dell’essere umano chiamato a farsi in un divenire continuo. Quindi un riferimento a Dio e all’umanità contemporaneamente. Non si nasce umani, ma lo si diventa scoprendo la relazione che è chiamata nella vita. Il capitolo 2 di Genesi parla così dell’umanità impastata di terra (Adam da adamah/terra), in relazione con la terra, e situata in un legame con l’altro. L’impatto con la differenza e il cammino dell’incontro si attuano nella vita di coppia, nello stare di fronte all’altro, riconoscendone la diversità: “La creatura umana ha bisogno di un tu orizzontale, qualcuno che possa incontrare, in una relazione di riconoscimento e differenza” (ibid.).

Nell’incontro è presente una apertura ma anche l’ombra della crisi, quando il rapporto è inteso nel senso del dominio, dell’esclusività, del non riconoscimento dell’altro, della pretesa di ridurre l’altro/a a se stessi. L’esperienza di coppia come pure di ogni relazione può essere luogo di scoperta di un progetto di Dio del divenire umani, nell’incontro che cambia, che fa uscire da sé, in un esodo di liberazione, oppure può divenire il luogo di una chiusura che erige muri, esclude presenze e disumanizza:

“Nell’esperienza di coppia si può sperimentare una sterilità ben più tragica di quella biologica, quando l’io rimane ancorato a se stesso, quando l’in-contro avviene senza un’uscita dal sé originario (padre e madre). La coppia, come esperienza di eccedenza del sé, più che immagine radicale di tutte le altre alterità e del dinamismo della relazione, può deformarsi in esperienza difensiva di chiusura. La coppia, dogmatizzata, moralizzata, rischia di non rimandare più a quel laboratorio di passioni che si espandono, a quel giardino dove si impara un alfabeto che l’umanità è chiamata a parlare anche altrove. Se viene meno la dialettica dell’in-contro – e può venir meno persino in nome di Dio! – la coppia torna a vivere l’esperienza del bastare a se stessa. (…) Non è proprio questo un nodo del nostro presente? Dove l’esperienza di coppia perde il mondo, ripiegandosi in un’intimità, (…) incapace di scommettere sulla condizione relazionale dell’umanità intera, sulla sua irriducibile pluralità. La coppia funziona se c’è differenziazione, ma non solo al proprio interno; se non pretende di avere l’esclusiva sull’esperienza di alterità” (ibid.).

Intendere i rapporti nell’egoismo che chiude e impedisce l’incontro è la malattia mortale che contagia i nostri giorni. Esperienze di incontro, di novità di vita condivisa sorgono nelle periferie a ricordarci che l’avventura dell’incontro è possibile in termini nuovi quando vi è ascolto del grido dei poveri nella storia.

L’esperienza di Riace, un paese disabitato e abbandonato che negli ultimi vent’anni è tornato a vivere in virtù dell’incontro con gli immigrati è stato esempio di questa ‘possibilità dell’impossibile’. Ma in questi giorni il suo sindaco Mimmo Lucano è stato posto agli arresti domiciliari per la sua opera di accoglienza.

La Rete dei 164 Comuni Solidali italiani (Re.Co.Sol.) ha manifestato sconcerto a fronte di tale decisione del Gip: «Che nella Locride in cui la ‘ndrangheta spadroneggia si arresti Domenico Lucano è paradossale. Quando il sindaco di Riace fu accusato di molteplici reati non esitammo a schierarci dalla parte del sindaco certi della sua innocenza. Oggi nelle parole del Gip ne troviamo la conferma, Lucano non avrebbe colpe. Ma nel corso delle indagini sarebbero emerse altre irregolarità che oggi hanno portato all’arresto del sindaco di Riace» (da http://viedifuga.org/)

«Lucano – continua il comunicato della Rete – viene accusato di avere cercato di impedire, senza nessun vantaggio personale o economico ma per un senso morale di giustizia che degli esseri umani finissero nel limbo della clandestinità. Invece di un premio per la sua umanità, in una Italia in cui cresce l’intolleranza e si restringono gli spazi di libertà, riceve le manette. Noi continuiamo a stare con l’Italia che si oppone alle leggi razziali e all’odio. Con i tanti amministratori che sul territorio combattono una pericolosa deriva xenofoba e razzista. Domenico Lucano è colpevole del reato di integrazione. A lui, a Riace e all’Italia che non si arrende la nostra incondizionata vicinanza e solidarietà» (ibid.).

Riace è simbolo di una possibilità di intendere la vita umana non nella chiusura di riduzione dell’altro a se stessi, ma nell’apertura alla novità che sorge dall’incontro laddove c’è accoglienza. Per questo la solidarietà a Mimmo Lucano e a tutti coloro che collaborano alla sua esperienza oggi è scelta irrinunciabile per chi pensa che il futuro dell’umanità sia possibile se si costruisce convivenza solidale nel farsi carico delle sofferenze degli altri.

Alessandro Cortesi op

XXVI domenica tempo ordinario – anno B – 2018

IMG_0771Nm 11,25-29; Gc 5,1-6; Mc 9,38-48

Il libro dei Numeri nel racconto del cammino dell’Esodo si sofferma su un episodio particolare. Mosè si era scelto settanta uomini fra gli anziani di Israele perché lo aiutassero nel condurre il popolo d’Israele. Scelti per un compito di guida essi ricevono il dono dello spirito di profezia. “il Signore scese nella nube e parlò a Mosè: tolse parte dello spirito che era su di lui e lo pose sopra i settanta uomini anziani; quando lo spirito si fu posato su di loro, quelli profetizzarono, ma non lo fecero più in seguito”. Ma altri due di cui vengono indicati i nomi, Eldad e Medad, che non erano nel numero dei settanta, ricevono anch’essi il dono dello spirito e ‘si misero a profetizzare nell’accampamento’. Questo agire al di fuori dell’ordine stabilito suscita disorientamento e reazione. Giosuè si reca da Mosè per chiedere di impedirli, ma si sente rispondere: “Sei tu geloso per me? Fossero tutti profeti nel popolo del Signore e volesse il Signore porre su di loro il suo spirito!”.

Mosè sa leggere la libertà dello Spirito e indica l’atteggiamento da mantenere di fronte all’agire di Dio che va oltre gli schemi umani. “Fossero tutti profeti nel popolo del Signore”. Laddove c’è un dono di Dio si tratta di accoglierlo e riconoscerlo. Non si può racchiudere lo Spirito e soffocare la sua iniziativa con la pretesa di rinchiudere l’agire di Dio dentro programmi umani. Mosè chiede disponibilità per quanto lo Spirito liberamente suscita anche al di fuori di confini stabiliti. Il racconto indica anche la promessa che tutti siano profeti nel popolo del Signore: profeti, cioè testimoni e portatori della Parola. Mosè sa scorgere nella profezia di Eldad e Medad l’azione dello Spirito che soffia dove vuole e fa sorgere profeti, presenze che indicano la via di Dio.

Ai discepoli che riferiscono a Gesù: ‘maestro abbiamo visto uno che scacciava i demoni nel tuo nome e glielo abbiamo vietato, perché non era dei nostri’. Gesù dice “Chi non è contro di noi è per noi”. Anche i discepoli di Gesù non riconoscevano come ‘uno dei nostri’ uno che agiva attuando liberazione di chi era oppresso ed era al di fuori del gruppo dei ‘nostri’. Gesù li richiama ad avere un animo largo, a rimanere in ricerca per riconoscere i segni della presenza dello Spirito, ad essere aperti ad accogliere la sua iniziativa al di là di schemi di appartenenza. Andando oltre la divisione di chi è dei nostri in contrapposizione agli altri, gli estranei, gli stranieri: “non c’è nessuno che faccia un miracolo nel mio nome e subito possa parlare male di me: chi non è contro di noi è per noi”. Richiama a riconoscere, nel dialogo e nella compagnia, ogni seme di profezia presente nella storia.

La breve sentenza che segue indica che la vita al seguito di Cristo si riconosce non tanto da atti di religiosità e di culto, quanto piuttosto nell’impegno e nei gesti quotidiani dell’esistenza: “chiunque vi avrà dato da bere un bicchiere d’acqua nel mio nome, perché siete di Cristo, vi dico in verità che non perderà la sua ricompensa”. Ogni piccolo e quotidiano gesto di cura nei confronti di un altro, che è immagine di Dio, non andrà perduto. In ogni azione vissuta con gratuità è presente un raggio della vita di Dio che è dono e relazione di amore. Le chiamate dello Spirito giungono a noi nei gesti semplici di gratuità e cura. In essi è presente l’agire dello Spirito che diviene chiamata a riconoscere la sua presenza e ad assumere uno stile di vita secondo il vangelo.

Le parole di Gesù riportate poi da Marco riguardo allo scandalo (… se ti è motivo di scandalo) sono un forte invito a tagliare tutto ciò che può essere di impedimento e di inciampo (scandalo) nel cammino che Gesù chiede. E’ una esigenza che presenta una particolare radicalità. Rompere con ogni realtà di male e di peccato è richiesta per seguire Gesù e vivere questo cammino nell’attenzione agli altri, soprattutto ai piccoli.

Anche la lettera di Giacomo ha parole dure rivolte ai ricchi che opprimono il giusto: non si può vivere nel disinteresse per gli altri ma ogni tesoro diverrà ruggine se non è inteso secondo la logica della responsabilità e della condivisione per gli altri e con i poveri. Il grido dei poveri e degli sfruttati è ascoltato da Dio.

Alessandro Cortesi op

IMG_0707.JPGNoi e loro

Comunque era veramente come una persona normale, anche se era uno scheletro, poteva sembrare uno di Galirano o al massimo di Rutulano. Ma l’uomo aveva dovuto subito rimettersi la mano sugli occhi perché era accecato. Dovevano entrare in Comune, che era in piazza a parlare col sindaco. Da dove stavamo sentivamo i commenti delle persone. “sono più poveri di come eravamo noi” ha detto una signora con i vestiti da campagna, di fianco a noi. Non mi ricordavo chi era, anche se l’avevo vista tante volte (…) Zi’ Concetta portava un fico alla bocca, lo masticava e poi sputava la pelle. Scuoteva la testa. “E che è?’ Noi non eravamo così. Questi fanno schifo. (p.70)

Nel bel romanzo ‘E tu splendi’ di Giuseppe Catozzella (Feltrinelli 2018) sono particolarmente evocative le pagine che descrivono la scena in cui il gruppo degli stranieri, scoperti nascosti all’interno della torre normanna dove erano stati ospitati segretamente, entrano tremanti e impauriti nella piazza del paese, avvolti nei loro stracci: la folla dei paesani incuriositi sta a guardare e commenta l’impatto con coloro che sono presenze estranee e minacciose nella loro miseria.

Emerge la contrapposizione contro chi ‘non è dei nostri’. L’altro, colui che sta fuori la cerchia rassicurante e riconoscibile della comune appartenenza è visto come il nemico, come un pericolo da allontanare e da eliminare anche se inerme e senza forze: è qui individuabile la radice di ogni discriminazione ed esclusione, la paura che non si espone all’incontro e che non vuole affrontare la grande sfida dell’altro. Il volto del povero in particolare ricorda la condizione di ogni uomo e donna come creatura di bisogno e di appello.

Le voci degli abitanti del paese in cui Pietro, il bambino protagonista del romanzo, trascorre un’estate di scoperte, esperienze, incontri e memoria – Arigliana, cinquanta case di pietra e duecento abitanti – sono l’esempio della reazione di fronte agli altri, gli immigrati poveri. Questi sono percepiti come presenze estranee, diverse, non appartenenti al mondo dei ‘nostri’. Ma ‘i nostri’ nel racconto appaiono come popolazione  frammentata e segnata dallo sfruttamento e dall’imposizione dei pesi della corruzione e del malaffare, divisa tra dominatori e sfruttati, la maggior parte di essi costretti a sottostare a regole non scritte che li mantengono nell’impoverimento e nella dipendenza di schiavi. Gli stranieri provenienti dai luoghi della miseria e della guerra giungono inattesi, fanno insorgere scomode domande, e, in un clima di sospetto e rifiuto, vengono prima lasciati ai margini poi, immediatamente, usati e sfruttati. Ma proprio da loro sorgerà un barlume di speranza e di gioia in un paese segnato da un equilibrio dettato dal dominio dei più forti e dei più scaltri.

Eppure la loro presenza è tenuta a distanza. La paura la fa da padrona, quella paura espressa nelle parole: ‘noi non eravamo così’. Si percepisce la domanda che l’altro apre sulla propria esistenza, sull’identità di un ‘noi’ che proviene dalla condizione della povertà e continua anche a viverci, percependosi però lontano e diverso da quelli che si avvertono come miserandi e puzzolenti: “questi fanno schifo”.

La logica del noi contro di loro, genera così una avversione che impedisce di comprendere come proprio da quegli straccioni, usciti alla luce dopo settimane trascorse nel buio di un antro per nascondersi, può sgorgare la musica straordinaria che conduce a sognare in una notte di stelle un intero paese e accompagna a riscoprire la semplicità dello stare insieme. E da loro proverrà anche la spinta ad iniziare con entusiasmo un progetto nuovo in cui mettere insieme energie e braccia per collaborare nel costruire qualcosa di inedito, frutto di un’opera di tutti, non ‘noi’ contro di ‘loro’, ma ancora insieme, aprendosi alla novità imprevedibile e impossibile che sgorga dall’ascolto e dall’incontro.

Il romanzo tuttavia ricorda anche la distruzione nel fuoco di quel tentativo di costruire un ‘noi’ in cui riconoscersi ‘come gli altri’ e ‘insieme agli altri’ nella medesima ricerca di dignità, di lavoro, di gioia di stare insieme. Lo spettacolo devastante della distruzione richiama all’aridità del nostro presente e nel medesimo tempo alla forza della vita, che continua a celarsi nelle pieghe dell’esistenza, da scorgere con occhi di bambini, anche nella morte e nella delusione di sforzi falliti, e porta a ricordare ciò che fa divenire umani, che spinge a scorgere la fecondità di un modo nuovo di intendere l’incontro con l’altro.

Alessandro Cortesi op

XXV domenica tempo ordinario – anno B – 2018

IMG_0943Sap 2,12.17-20; Gc 3,16-4,3; Mc 9,30-37

La domanda sull’ingiustizia e sul male prodotto dalla malvagità umana attraversa i libri biblici. Il libro della Sapienza ne è testimonianza: si sofferma sull’atteggiamento di chi trama per eliminare il giusto, ne ricerca i motivi che generano opposizione e violenza. Il giusto è di imbarazzo agli empi e si oppone alle loro azioni. La sua vita è un rimprovero manifesto e continuo. In queste parole sta racchiusa insieme e nella contrapposizione la vicenda dei giusti e dei malvagi che cercano di eliminarli: ‘Condanniamolo a una morte infamante’. E’ la storia del tramare degli ingiusti che pretendono di essere padroni della storia e dominatori degli altri uomini. Avvertono come il comportamento di chi cerca un operare nella giustizia sia per loro una denuncia silenziosa: non solo contrasta i loro disegni ma li mette in discussione. La loro sfida è rivolta nei confronti di Dio stesso: ” Se infatti il giusto è figlio di Dio, egli verrà in suo aiuto e lo libererà dalle mani dei suoi avversari. Mettiamolo alla prova con violenze e tormenti, per conoscere la sua mitezza “.

Nella sua lettera Giacomo denuncia il desiderio scriteriato di possedere e di affermarsi a scapito degli altri: l’altro è visto come un concorrente e nemico. L’invidia e la brama di possesso stanno all’origine di guerre e conflitti: “Siete pieni di desideri e non riuscite a possedere; uccidete, siete invidiosi e non riuscite a ottenere; combattete e fate guerra!”. A questo modo di vivere che è disordine di una vita dominata dal desiderio e dall’invidia è contrapposto un altro modo di vivere proveniente da un dono di sapienza: la sapienza che viene dall’alto genera pace, mitezza, capacità di comprensione nel non pretendere di affermare se stessi a scapito degli altri, e misericordia. Avere sapienza per Giacomo non significa sapere tante cose, ma attuare scelte di vita e di relazione seminando la pace. La sapienza è così un modo di guardare se stessi, gli altri le cose e genera uno stile di vita fecondo, di giustizia e di relazioni buone. “Per coloro che fanno opera di pace viene seminato nella pace un frutto di giustizia”. La giustizia è frutto presente già nell’opera faticosa di chi semina e promuove la pace: proviene da un dono e segue all’opera di chi promuove la pace. La vera sapienza non è di chi vuole imporre con l’aggressivitàe  la violenza la sua ragione, ma di chi fa opera di pace. Giacomo indica una via di sapienza che interroga le relazioni tra le persone e i popoli. Proprio di chi ha scoperto il segreto che rende una vita saporosa e capace di frutti sta nel costruire pace, nel tessere scelte che vanno contro ogni soluzione di violenza e di guerra nei rapporti umani.

Marco nel suo vangelo vede Gesù come colui che viene consegnato e ucciso dagli uomini sperimentando umiliazione e solitudine. Ma ‘dopo tre giorni risusciterà’: quella vita che agli occhi degli uomini era inutile e senza realizzazione, trova la conferma del Padre che pronuncia il suo ‘sì’ sulla vita di Gesù, il Figlio, nel risuscitarlo al terzo giorno. Gesù con il suo agire capovolge le attese dei suoi. I suoi non comprendono e le loro preoccupazioni rimangono fisse alla ricerca di affermazione e di superiorità sugli altri. Per la strada si interrogano su chi è il più grande. “Di che cosa stavate discutendo per la strada?. Ed essi tacevano”. Gesù affronta questa incomprensione ponendo un segno e una parola: “Sedutosi, chiamò i Dodici e disse loro: «Se uno vuole essere il primo, sia l’ultimo di tutti e il servitore di tutti». E, preso un bambino, lo pose in mezzo a loro e, abbracciandolo, disse loro: «Chi accoglie uno solo di questi bambini nel mio nome, accoglie me”. Nel mezzo pone un bambino e lo abbraccia. Chiede ai suoi quindi di vivere una logica diversa rispetto alle attese che nutrivano: camminare nel farsi servitori degli altri, non superiori e padroni, e richiama all’accoglienza dei piccoli. I bambini sono coloro che hanno bisogno di aiuto e sostegno, paradigma di tutti coloro a cui non sono riconosciuti diritti e tenuti ai margini. Gesù li pone invece al centro. Accogliere Gesù e il Padre sta in relazione al porre nel mezzo e accogliere i piccoli.

Alessandro Cortesi op

IMG_1056.JPGQuale vertigine

“I ragazzi che sfidano la morte e troppo spesso restano uccisi ci chiamano in causa. Come se, volendo mostrare a tutti l’ultima impresa da loro compiuta, scalare un centro commerciale, lanciarsi nel vuoto, attraversare i binari della ferrovia, ci chiedessero di essere visti, conosciuti, considerati. Dietro il più temerario degli autoscatti e sotto l’apparente vanagloria di certi gesti estremi, si nasconde una domanda drammatica: io sono qui? E tu, dimmi, dove sei? Per sentirsi accettati questi giovani hanno bisogno di un riscontro collettivo che non trovano né in casa, né a scuola, né in famiglia. Allora ricorrono ai social: senza i selfie scattati insieme agli amici e subito diffusi in Rete, alcuni forse non riuscirebbero neppure a vivere. Cercano un pubblico. In un mondo dove sembra esistere soltanto quello che risulta illuminato dalla luce dei riflettori, pretendono un posto”. Così Eraldo Affinati riflette sulle drammatiche notizie di adolescenti che sfidano in modi diversi la morte rimanendone vittime, alla ricerca di un brivido, di una vertigine o nella distrazione per un selfie in condizioni estreme. Conclude il suo articolo (E.Affinati, Diamogli la vertigine, “Avvenire” 18 settembre 2018) richiamando le parole del papa Francesco: “Purtroppo, nella realtà che abbiamo sotto gli occhi, molti quindicenni trascorrono ore di fronte allo schermo, privi di qualsiasi bussola di orientamento, nel grande mare informatico dove c’è tutto e il suo contrario. Di ben altro essi avrebbero invece bisogno. Ancora una volta è stato papa Francesco a ricordarcelo, poco più di un anno fa, al Convegno della Diocesi di Roma: «I nostri ragazzi cercano in molti modi la ‘vertigine’ che li faccia sentire vivi. Dunque, diamogliela!».”

Proprio Francesco incontrando i giovani a Palermo, il 15 settembre u.s. nella sua visita ha ricordato la figura di 3P, padre Pino Puglisi, ucciso dalla mafia perchè ricercava la giustizia e richiamava i giovani alla vertigine di una vita vissuta nel servizio e nell’onestà: “Camminare, cercare, sognare… Un ultimo verbo che aiuta per ascoltare la voce del Signore è servire, fare qualcosa per gli altri. Sempre verso gli altri, non ripiegato su te stesso, come quelli che hanno per nome “io, me, con me, per me”, quella gente che vive per sé stessa ma alla fine finisce come l’aceto, così cattivo…”

“Noi siamo bravi a fare distinzioni, anche giuste e fini, ma a volte dimentichiamo la semplicità della fede. E cosa ci dice la fede? «Dio ama chi dona con gioia» (2 Cor 9,7). Amore e gioia: questo è accoglienza. Per vivere non si può solo distinguere, spesso per giustificarsi; bisogna coinvolgersi. Lo dico in dialetto? In dialetto umano: bisogna sporcarsi le mani! Avete capito? Se voi non siete capaci di sporcarvi le mani, mai sarete accoglienti, mai penserete all’altro, ai bisogni altrui. Cari, «la vita non si spiega, si vive!». Lasciamo le spiegazioni per dopo; ma vivere la vita. La vita si vive. Questo non è mio, l’ha detto un grande autore di questa terra. Vale ancora di più per la vita cristiana: la vita cristiana si vive. La prima domanda da farsi è: metto le mie capacità, i miei talenti, tutto quello che io so fare, a disposizione? Ho tempo per gli altri? Sono accogliente con gli altri? Attivo un po’ di amore concreto nelle mie giornate?

Oggi sembra tutto collegato, ma in realtà ci sentiamo troppo isolati, distanti. Adesso vi faccio pensare, ognuno di voi, alla solitudine che avete nel cuore: quante volte vi trovate soli con quella tristezza, con quella solitudine? Questo è il termometro che ti indica che la temperatura dell’accoglienza, dello sporcarsi le mani, del servire gli altri è troppo bassa. La tristezza è un indice della mancanza di impegno [dice compromesso”], e senza impegno voi non potrete mai essere costruttori di futuro! Voi dovete essere costruttori del futuro, il futuro è nelle vostre mani! Pensate bene questo: il futuro è nelle vostre mani. Voi non potete prendere il telefonino e chiamare una ditta che vi faccia il futuro: il futuro devi farlo tu, con le tue mani, con il tuo cuore, con il tuo amore, con le tue passioni, con i tuoi sogni. Con gli altri. Accogliente e al servizio degli altri”.

Significative infine le parole di Francesco a conclusione, quando, rivolgendosi ai presenti e tenedo presente che davanti a lui erano molti giovani cristiani ma anche giovani di altre religioni e agnostici, ha detto: “chiederò a Dio che benedica quel seme di inquietudine che è nel vostro cuore”.

Alessandro Cortesi op

XXIV domenica tempo ordinario – anno B – 2018

IMG_0945Is 50,5-9a; Sal 114; Gc 2,14-18; Mc 8,27-35.

“Il Signore Dio mi ha aperto l’orecchio e io non ho opposto resistenza non mi sono tirato indietro”. Il servo di Jahwè, è figura centrale ed enigmatica al cuore del libro del Terzo Isaia profeta del tempo dell’esilio: La sua è testimonianza di chi ascolta e segue la chiamata di Dio: “Il Signore Dio mi ha aperto l’orecchio”. Subisce disprezzo e persecuzione per la sua fedeltà al Signore e per questo subisce rifiuto e persecuzione. Nella sofferenza vive fino in fondo una fiducia senza riserve: “il Signore Dio mi assiste… è vicino chi mi rende giustizia”. La presenza vicina del Dio vicino gli dà la la forza per affrontare ingiustizia e violenza: “Ho presentato il mio dorso ai flagellatori… non ho sottratto la faccia gli insulti e agli sputi”. Il servo può essere identificato con la figura di qualche profeta, nella singolarità di una testimonianza che diviene esempio, ma può anche essere interpretato come figura che rinvia all’esperienza di tutto il popolo d’Israele. Racchiude infatti un riferimento collettivo, al popolo che nell’esilio vive la sofferenza ed è chiamato ad appoggiarsi a Dio che libera.

“Religione pura e senza macchia davanti a Dio nostro Padre è questa: soccorrere gli orfani e le vedove nelle loro afflizioni e conservarsi puri da questo mondo” (Gc 1,27). L’esperienza di fede appare connessa al rapporto con l’orfano, la vedova, e con il povero. Sono queste le persone a cui Dio guarda con benevolenza. Egli è chinato a liberare Israele nella condizione di debolezza e di schiavitù in Egitto. L’esperienza della liberazione da Dio diviene riferimento di cammino per tutto il popolo: farsi testimone della presenza liberatrice, attuare rapporti nuovi di giustizia. Vivere un rapporto autentico con Dio rinvia ad attuare rapporti di cura e solidarietà con la vedova l’orfano e il forestiero. Nella lettera di Giacomo un’esortazione ritorna con insistenza: “Che giova, fratelli miei, se uno dice di avere la fede ma non ha le opere?” i credenti sono chiamati a maturare un’attenzione particolare nei confronti dei poveri, e devono porre al centro della loro vita la parola della Scrittura: ‘Amerai il prossimo tuo come te stesso’ (Gc 2,8). Può esserci una fede morta perché privata di una traduzione nella prassi. Banco di prova della fede sta nella relazione con gli altri. Per Giacomo le ‘opere’ sono il germogliare di una fede che chiede di esprimersi in uno stile di rapporti e in una tensione di vita: l’insistenza sulla dimensione comunitaria della vita cristiana costituisce il nucleo del messaggio di questo testo. C’è insistenza su ambiti concreti della vita tra di essi l’uso dei beni e la solidarietà con i poveri contrastando una mentalità di accumulo e di indifferenza verso situazioni di ingiustizia.

A metà del vangelo di Marco emerge la domanda fondamentale che attraversa ogni pagina: chi è Gesù? Questa domanda è collocata in un preciso momento del vangelo: dopo gli entusiasmi provocati dai suoi gesti le folle restano deluse. Gesù non corrisponde alle attese di un messia politico e nazionalistico: non risponde ai desideri di soluzione immediata dei problemi o di ribaltamento politico e non asseconda una religiosità delle osservanze e del privilegio. Il suo agire si pone in una linea diversa. Ai suoi propone la strada del servire in modo concreto coinvolgendo tutta l’esistenza: “Il Figlio dell’uomo non è venuto per essere servito ma per servire e dare la sua vita in riscatto di molti”. A questo punto le folle se ne vanno e Gesù ‘sulla strada’ interroga i discepoli per guidarli ad un incontro difficile e ed esigente: si scontra con la durezza di cuore che impedisce di fidarsi di lui. Solo lui può aprire gli occhi e guarire aprendo la strada a seguirlo. Solo la forza della risurrezione sarà il dono di una luce nuova e della scoperta che ‘egli vi precede in Galilea’.

‘Chi dice la gente che io sia?… E voi chi dite che io sia?’ Alla domanda Pietro risponde “Tu sei il Cristo, cioè il messia, ma il problema che si apre è quale tipo di messia? Gesù inizia a parlare ai suoi di un messia che segue la strada del servizio fino alla sofferenza per rimanere fedele all’annuncio della vicinanza di Dio che inaugura un mondo di rapporti nuovi. Ciò contrasta radicalmente con le preoccupazioni di chi intende mantenere un potere politico o religioso.

“E cominciò ad insegnar loro che il Figlio dell’uomo doveva molto soffrire ed essere riprovato dagli anziani, dai sommi sacerdoti e dagli scribi, poi venire ucciso e, dopo tre giorni, risuscitare”.

Probabilmente queste parole sono state così elaborate dall’evangelista dopo la vicenda della passione e della risurrezione, ma rivelano la direzione della sua vita. La proposta della sua via che Gesù presenta anche ai suoi come cammino da condividere non è quindi una prospettiva di affermazione e potere ma è quella del dono della vita nella fedeltà all’amore, e per rimanere fedele è disposto sino a morire vittima di una violenza ingiusta. Ciò genera la reazione di Pietro e il conseguente rimprovero di Gesù: ‘tu non pensi secondo Dio ma secondo gli uomini’. Gesù richiama Pietro a stare dietro di lui, a mettersi nella posizione del discepolo che deve seguire: “Chi vuol venire dietro a me rinneghi se stesso, prenda la sua croce e mi segua… chi perderà la sua vita per causa mia e del vangelo, la salverà”.

La croce non è innanzitutto luogo del dolore come certa pietà della sofferenza ha portato ad intendere, ma luogo in cui si manifesta come l’amore è l’ultima parola. E’ il segno di una vita vissuta sino alla fine come dono di sé e servizio nell’amore.

Alessandro Cortesi op

182733395-be80c4cb-56cf-4d4b-be3f-bc2f5a395a26

Identità e paure

Chi sono? chi siamo? è domanda che attraversa la vita e quando viene posta nella tensione a cercare di darvi un risposta definitiva si scontra con la dura smentita che la vita nei suoi mutamenti pone. Siamo gli stessi, ma mai i medesimi. Identità è storia e narrazione come ricorda Paul Ricoeur: c’è un nucleo di riferimento che fa riconoscere un ‘io’ davanti ad un altro. Questo nucleo è ciò che indichiamo con identità, eppure, nel medesimo tempo, questo ‘io’ non è mai il medesimo, ma nel rapporto stesso, nel tempo diviene altro. E’ così mutevole, esposto ad un dare e ricevere con l’ambiente, con il mondo in cui vive, con tutto ciò che entra nella vita e soprattutto nella relazione con gli altri. Anche assumere atteggiamenti di chiusura e di rifiuto a lasciarsi contaminare da altri è un modo in cui costruire la propria vita, una via per non rimanere identici. Ci si può chiudere e inaridire in un isolamento che poco alla volta intristisce la vita fino a scelte di discriminazione e di violenza oppure si può affrontare il rischio e l’avventura dell’incontro accogliendo la provocazione che l’irruzione dell’altro porta nell’esistenza. Ci si può lasciar continuamente cambiare dagli incontri, trasformare dalle relazioni, affrontando gli inevitabili conflitti come occasioni nel cammino. Le diverse situazioni possono divenire luoghi di crescita, di scoperta di aspetti inediti del vivere, di possibilità nuove.

L’identità ha bisogno di confini, di una casa dove riconoscersi e abitare. Ma come la casa può essere un luogo appartato e separato o spazio di incontro, di apertura e di vita, così nella vita il confine del proprio io può divenire soglia di attraversamento nella consapevolezza che non si esiste da soli, che il cammino è sempre comune e nessuno è un’isola. La vita può aprirsi a dimensioni di bellezza e di senso se si percepisce che il rapporto con l’altro è al cuore di ogni esistenza ed è continuamente chiamata. Chi bussa alle porte è volto che può portare l’inatteso in un cammino di umanizzazione.

Identità è quindi non un dato fisso e immobile, ma è storia, incontro e scoperta che c’è un passaggio continuo nello scorrere dei giorni. Vi sono radici da distinguere: alcune sono le radici capaci di fecondità e se alimentate portano frutti buoni. Altri sono influssi sono inquinanti che conducono ad appassire, a non far frutto. Aggrapparsi a radici senza scorgere la vita che essere devono far scorrere impedisce ogni crescita. E’ così per i singoli ed è così per i popoli.

In questi giorni il Parlamento Europeo ha votato per avviare la procedura che mette in stato d’accusa uno Stato membro, l’Ungheria, che ha condotto scelte che minacciano gravemente e in modo persistente i valori fondanti dell’Unione tra l’altro riguardo ai diritti delle persone appartenenti a minoranze e i diritti fondamentali dei migranti, dei richiedenti asilo e dei rifugiati.

La relatrice di questa istanza è stata Judith Sargentini, deputata olandese dei Verdi, che nel Parlamento ha dichiarato: “Nella settimana in cui si discute lo stato dell’Unione, il Parlamento europeo invia un messaggio importante: difendiamo i diritti di tutti gli europei, compresi i cittadini ungheresi, e difendiamo i nostri valori europei. I leader europei devono ora assumersi le proprie responsabilità e smettere di guardare dall’esterno, poiché lo Stato di diritto viene distrutto in Ungheria. Per un’Unione costruita su democrazia, stato di diritto e diritti fondamentali, ciò è inaccettabile”. Judith Sargentini ha dietro di sé un percorso di impegno sociale e di militanza nel partito dei Verdi olandesi GroenLink. Ha ricevuto riconoscimenti per il suo impegno per il commercio equo e per il suo impegno a favore dei Paesi in via di sviluppo. Nel suo discorso al Parlamento europeo ha richiamato come le espressioni che rinviano ai diritti fondamentali non possono rimanere solo testi scritti su carta, ma devono essere tradotti in scelte che richiamano alla responsabilità di ciascuno ed esigono oggi scelte urgenti in Europa.

Vincere le paure non con la chiusura dei confini, non con la rivendicazione di pretese identità pure in opposizione all’altro è una sfida aperta. E’ sempre più urgente attuare scelte che affrontino la complessità di un mondo segnato da ingiustizie e indicare vie di costruzione di convivenza solidali: e c’è bisogno di persone che sappiano vivere in tal senso il servizio per il bene comune lasciandosi aprire le orecchie nell’ascolto dell’altro e della vita.

Alessandro Cortesi op

XXIII domenica tempo ordinario – anno B – 2018

IMG_E0907Is 35,4-7a; Gc 2,1-5; Mc 7,31-37

Un cieco che recupera la vista, un sordo che comincia a udire… sono immagini che parlano di un rovesciamento e di cambiamento. Una situazione nuova, umanamente impensabile, di apertura e di gioia si sta compiendo. Isaia, con lo sguardo del profeta usa queste immagini per indicare il capovolgimento che un tempo nuovo reca con sé: un mondo sta sorgendo in cui male e sofferenza non avranno posto. E’ una proposta fragile e potente ad un tempo: fragile perché può apparire frutto di una immaginazione che cerca di evadere dal peso del presente. Potente perché è sì un sogno, ma fondato sulla fede in Dio incontrato come colui che non abbandona e che sta vicino.

Quanto Isaia presenta non è esito di uno sforzo umano. E’ piuttosto il frutto di una azione potente di Dio. E’ il Dio dell’inatteso e l’inimmaginabile. E’ un cambiamento che coinvolge l’umanità e la natura stessa perché tutto è in relazione: il deserto si trasformerà in giardino, il suolo riarso si muterà in sorgenti d’acqua, fuggiranno tristezza e pianto e regneranno gioia e felicità. E’ un sogno ed una speranza che contrasta con la dura realtà del presente. E’ indicazione della certezza che la vita umana non è abbandonata alla solitudine ma è destinata ad una visita e ad un incontro. La gloria del Signore giungerà: ‘egli viene a salvarvi’. Sono immagini che raccontano la salvezza come dono di presenza di Dio che libera e salva. L’esperienza della vicinanza di Dio come liberatore è fondamento di una attesa nel suo ritorno per cambiare la storia, ed è invito rivolto agli smarriti di cuore nel momento della prova, nella fatica del cammino. Nel tempo dello smarrimento queste parole riportano all’evento dell’esodo, alla scoperta che una novità è possibile.

Nel vangelo Gesù è presentato nel suo agire e alcuni gesti riprendono le attese e le promesse dei profeti. Gesù incontra un sordomuto nel Nord della Galilea, in territorio pagano: riportando i gesti della guarigione Marco evangelista indugia sui diversi momenti. Gesù gli tocca le orecchie con le dita, pone a contatto la sua saliva con la lingua di colui che non può parlare, volge gli occhi al cielo. Infine sospira. E’ quasi un gemito che esprime la sua compassione per la condizione del sordomuto e la sua reazione di fronte al male che tiene chiuso l’uomo… “e disse ‘Effata’ cioè ‘apriti’. Subito gli si aprirono gli orecchi, si sciolse il nodo della lingua e parlava correttamente”.

Marco sottolineando questi particolari intende offrirci alcuni motivi per scorgere l’identità di Gesù e per entrare in rapporto autentico con lui. Innanzitutto i gesti di bene e di salvezza di Gesù sono non solo per il popolo d’Israele, per le pecore perdute della casa d’Israele, ma si aprono a coinvolgere tutti, oltre i confini del puro e dell’impuro. Nel territorio dei pagani Gesù apre un uomo alla parola.

In secondo luogo l’incontro con Gesù è liberazione e apertura. Una vita chiusa nella sofferenza di non poter comunicare con altri si apre alla parola ricevuta e donata, ad ascoltare e ad esprimere il proprio mondo interiore.

In terzo luogo Marco suggerisce che nel rapporto con l’umanità di Gesù, nel suo toccare, c’è una via per divenire pienamente ed essere se stessi: nel contatto esistenziale e corporeo con lui, passa la salvezza.

Infine Marco suggerisce anche che l’identità più profonda di un uomo e di una donna consiste nell’entrare in relazione, nel comunicare, nell’ascoltare e nel rivolgere la parola. Sono le parole dell’affetto e dell’amore quelle che fanno vivere.

Marco sottolinea che questa azione è compiuta da Gesù in disparte lontano dalla folla: la folla è spesso ostacolo ad un incontro autentico e personale con lui, addirittura allontana e fa da schermo. Ancora una volta questa pagina del vangelo ci parla dell’identità di Gesù: la sua presenza apre ad una comunicazione nuova, egli è colui che nell’incontro fa udire i sordi e parlare i muti. E’ lui che inaugura quel mondo nuovo sognato da Isaia. In lui possiamo intravedere anche la nostra identità di uomini e donne chiamati a stare nell’ascolto, di Dio e degli altri, chiamati a chinarci sulle sofferenze di chi è rinchiuso, chiamati a vivere l’apertura del comunicare.

Alessandro Cortesi op

IMG_0866.JPG

Apriti!

Nei primi giorni di agosto il Gran Jury della Pennsylvania ha pubblicato un rapporto in cui sono ampiamente documentati abusi sessuali compiuti da trecento preti nei confronti di migliaia di minori e giovani dagli anni ‘40 ad oggi. Si tratta di una inchiesta condotta in modo indipendente dalla magistratura dello Stato che presenta una serie di accuse circostanziate in cui emerge non solo la realtà di sopraffazione e abuso ma anche l’azione condotta da molti vescovi che, conoscendo la situazione, hanno coperto i colpevoli e hanno operato perché le vittime non trovassero ascolto. La preoccupazione per la buona fama della Chiesa prevaleva nel loro agire rispetto all’attenzione alla sofferenza delle vittime. I superiori responsabili non solo non facevano nulla ma nascondevano per salvaguardare i preti colpevoli.

Tale rapporto rivela una situazione che viene ad aggiungersi ad altre realtà in cui situazioni diffuse di abuso da parte del clero si sono attuate negli anni: agli inizi del 2000 emerse la situazione nella diocesi di Boston, poi in Irlanda, in Australia, in Cile. Tutte situazioni in cui abusi sessuali, di potere e di coscienza sono stati non solo perpetrati, ma anche coperti da vescovi e superiori, nascondendo la verità. A tutto ciò ha corrisposto una reazione da parte della s.Sede con una serie di misure e linee guida da seguire per contrastare tali situazioni.

Recentemente papa Francesco ha costretto a dimettersi da cardinale l’ex arcivescovo di Wahington Theodore McCarrick, di 88 anni e ha preso provvedimenti decisi sulla situazione della chiesa cilena dove l’accusa di aver protetto preti pedofili pende su cardinali come Ricardo Ezzati Andrello, arcivescovo di Santiago di 76 anni. Tutto ciò ha scatenato la reazione di quanti tendono ad opporsi alla linea di Francesco e alla sua esigenza di porsi dalla parte vittime.

In una Lettera al popolo di Dio pubblicata il 20 agosto 2018 Francesco scrive: “Il dolore di queste vittime è un lamento che sale al cielo, che tocca l’anima e che per molto tempo è stato ignorato, nascosto o messo a tacere. Ma il suo grido è stato più forte di tutte le misure che hanno cercato di farlo tacere o, anche, hanno preteso di risolverlo con decisioni che ne hanno accresciuto la gravità cadendo nella complicità. Grido che il Signore ha ascoltato facendoci vedere, ancora una volta, da che parte vuole stare… proviamo vergogna quando ci accorgiamo che il nostro stile di vita ha smentito e smentisce ciò che recitiamo con la nostra voce.”

Si tratta di situazioni che pongono profonde domande alla vita della chiesa: “Guardando al passato, non sarà mai abbastanza ciò che si fa per chiedere perdono e cercare di riparare il danno causato. Guardando al futuro, non sarà mai poco tutto ciò che si fa per dar vita a una cultura capace di evitare che tali situazioni non solo non si ripetano, ma non trovino spazio per essere coperte e perpetuarsi”.

Francesco usa parole forti per esprimere vergogna e pentimento: “Con vergogna e pentimento, come comunità ecclesiale, ammettiamo che non abbiamo saputo stare dove dovevamo stare, che non abbiamo agito in tempo riconoscendo la dimensione e la gravità del danno che si stava causando in tante vite. Abbiamo trascurato e abbandonato i piccoli”.

E ancora il richiamo è ad una presa di consapevolezza che coinvolga tutte le componenti della chiesa come popolo di Dio in un appello ad una nuova responsabilità: “La dimensione e la grandezza degli avvenimenti esige di farsi carico di questo fatto in maniera globale e comunitaria. Benché sia importante e necessario in ogni cammino di conversione prendere conoscenza dell’accaduto, questo da sé non basta. Oggi siamo interpellati come Popolo di Dio a farci carico del dolore dei nostri fratelli feriti nella carne e nello spirito. Se in passato l’omissione ha potuto diventare una forma di risposta, oggi vogliamo che la solidarietà, intesa nel suo significato più profondo ed esigente, diventi il nostro modo di fare la storia presente e futura, in un ambito dove i conflitti, le tensioni e specialmente le vittime di ogni tipo di abuso possano trovare una mano tesa che le protegga e le riscatti dal loro dolore (cfr Esort. ap. Evangelii gaudium, 228). Tale solidarietà ci chiede, a sua volta, di denunciare tutto ciò che possa mettere in pericolo l’integrità di qualsiasi persona. Solidarietà che reclama la lotta contro ogni tipo di corruzione, specialmente quella spirituale…”

Papa Francesco riconosce i ritardi individua le radici del male in “un modo anomalo di intendere l’autorità nella Chiesa (molto comune in numerose comunità nelle quali si sono verificati comportamenti di abuso sessuale, di potere e di coscienza) quale è il clericalismo”, per cui “dire no all’abuso significa dire con forza no a qualsiasi forma di clericalismo”.

La questione dello scandalo degli abusi sessuali perpetuati dal clero pone in discussione un modo di pensare e vivere la vita ecclesiale, il ruolo del ministero, i rapporti all’interno della comunità. La diffusione del male non può far dimenticare il bene di tanti che nella loro vita quotidiana vivono con fedeltà e coraggio il loro servizio, ma apre questioni ineludibili che devono essere affrontate.

Anne Marie Pelletier, teologa autrice di Una fede al femminile (ed. Qiqajon 2018), ha evidenziato in un puntuale intervento dal titolo Bisogna pensare la chiesa a più voci  una serie di questioni che si aprono ed esigono di essere affrontate con urgenza: ““l’imperiosa necessità che si impone oggi di rivedere radicalmente la nostra ecclesiologia. Perché è una maniera deficiente, squilibrata e presuntuosa di intendere e di vivere il potere presbiterale ad essere, in gran parte, a monte dei crimini di pedofilia e degli scandali di autorità. Una teologia piramidale della Chiesa ha sostenuto una identità di prete come cristiano d’élite, al di sopra degli altri battezzati, con giurisdizione sulla vita degli altri (…) Non possiamo più attenerci ad una ecclesiologia elaborata ed attuata esclusivamente dal clero. Bisogna che la Chiesa sia pensata a più voci. Tra cui evidentemente quella delle donne. Queste ultime hanno un’esperienza privilegiata, per così dire, delle ostentazioni di superiorità clericali e degli abusi d’autorità. Hanno anche un rapporto col potere diverso da quello degli uomini, che potrebbe utilmente ispirare l’istituzione”.
(in http://www.la-croix.fr 28 agosto 2018).

La questione “pedofilia del clero” costituisce una realtà che esige di essere guardata con chiarezza e denunciata con lucidità. Essa pone interrogativi che implicano cambiamenti necessari e ineludibili nel modo di concepire il ministero, nella formazione affettiva e umana di responsabili ed educatori, nelle modalità di nomina dei vescovi. Per tutto questo è importante accogliere e sostenere la linea indicata da papa Francesco – in questo momento attaccato da più parti in modo indegno – che con lucidità ha messo al primo posto l’ascolto della vittime e l’esigenza di un rinnovamento che tocca aspetti profondi della vita ecclesiale.

Alessandro Cortesi op

XXII domenica tempo ordinario – anno B – 2018

IMG_E0951Dt 4,1-8; Gc 1,17-27; Mc 7,1-23

“…Perché i tuoi discepoli non si comportano secondo la tradizione degli antichi?” Nel vangelo di Marco i farisei sono presentati come gruppo in forte polemica con Gesù. Per certi versi Marco opera una caricatura della spiritualità farisaica, legata alla Legge, alla fedeltà quotidiana all’alleanza, ad esprimere la fede in atti concreti e visibili. Per certi aspetti il loro impegno era espressione di coerenza e vicino a quanto Gesù stesso proponeva. Ma Marco nell’indicare i farisei sottolinea un modo di opporsi a Gesù proprio di persone religiose, ma che vivono una religiosità centrata su di sé, escludente e incapace di aprirsi al dono di grazia. Marco scorge che vi è un rifiuto della proposta di Gesù che giunge proprio da persone religiose, che non comprendono il suo annuncio e vi si oppongono perché destabilizza un modo di intendere la religione. I farisei divengono così paradigma di un modo di vivere la religione in termini di esteriorità, di egoismo, di preoccupazione per sé e di indifferenza agli altri. Sono chiusi alle sofferenze del prossimo e per loro le norme stanno al di sopra dell’attenzione alle persone. L’osservanza delle prescrizioni, l’esecuzione dei riti, sono così slegati dall’attenzione agli altri. Vi è al fondo una pretesa di stare nel giusto in rapporto a Dio ed una mentalità di autoaffermazione che esclude e si pone in una condizione di autosufficienza e di superiorità.

I farisei criticano Gesù perché i discepoli prendono cibo senza lavarsi le mani, il che era una prescrizione religiosa e igienica. Gesù risponde a questa critica affrontando la questione del rapporto tra quello che Dio vuole da noi e le tradizioni che sono frutto di elaborazione umana. Gesù si oppone decisamente all’ipocrisia: è questo l’atteggiamento raffinato di chi anziché vivere la fedeltà a Dio in rapporti di giustizia pone la sua preoccupazione nell’adempimento di pratiche religiose ritenendo che questo sia tutto. I profeti richiamavano con forza che l’autentico culto doveva essere compiuto nella vita e stare in rapporto ad un impegno concreto di giustizia nei rapporti con gli altri e denunciavano un modo di rapportarsi a Dio che dava spazio al culto, ma senza coinvolgimento del cuore e perdendo di vista il centro della fede come rapporto che coinvolge la vita: “Questo popolo mi onora con le labbra, ma il suo cuore è lontano da me. Invano essi mi rendono culto insegnando dottrine che sono precetti di uomini (Is 29,13).

Il cuore nella mentalità ebraica è il centro della persona. “Smettete di presentare offerte inutili, l’incenso è un abominio per me, noviluni, sabati, assemblee sacre, non posso sopportare delitto e solennità. I vostri noviluni e le vostre feste io detesto, sono per me un peso (…) Le vostre mani grondano sangue. Lavatevi purificatevi, togliete il male delle vostre azioni dalla mia vita. Cessate di fare il male, imparate a fare il bene, ricercate la giustizia, soccorrete l’oppresso, rendete giustizia all’orfano, difendete la causa della vedova” (Is 1,13-17)

Gesù pone la medesima domanda: dove sta il cuore, ossia il centro delle decisioni della persona? Se il cuore sta presso Dio allora il culto dovrebbe risultare un modo di vivere in cui si attua un nuovo modo di relazione con gli altri, e al primo posto sta lo sguardo alle persone a cui Dio, difensore del povero, dello straniero e della vedova, rinvia. Non ci può essere contrasto o dissociazione tra il riferimento a Dio e lo sguardo agli altri, soprattutto a coloro che non hanno sostegni e difese, ai poveri. Gesù smaschera la deviazione di ogni tipo di fariseismo religioso, il trasporre tradizioni di uomini quale esigenza divina divenendo indifferenti alle persone, alla loro sete di liberazione e di vita.

“Trascurando il comandamento di Dio, voi osservate la tradizione degli uomini”: la durezza di queste parole dovrebbe rimanere monito ad ogni tentazione sempre presente di non mantenere il riferimento alla parola di Dio, alla sua richiesta di un culto come giustizia per i poveri, criterio primo e irrinunciabile della nostra esistenza.

C’è un secondo aspetto da cogliere nella risposta di Gesù alla questione sul puro e sull’impuro: “Ascoltatemi tutti e intendete bene: non c’è nulla fuori dell’uomo che, entrando in lui possa contaminarlo; sono invece le cose che escono dall’uomo a contaminarlo”. Bene e male non stanno nelle cose in se stesse. Le cose in se stesse non sono buone o cattive. E’ invece la persona che decide per il bene o per il male nel modo in cui utilizza le cose. .

Così dicendo Gesù dice che tutte le cose in se stesse sono buone ma possono essere utilizzate in vario modo, per il bene o per il male. In sé non hanno radice di male. Tutto viene da Dio e per questo non può esser cattivo o impuro in sé. E’ chiamata in gioco la responsabilità umana che non può essere delegata ad altri. Gesù critica quindi una religiosità che fa rimanere tranquilli perché si osservano alcune pratiche esteriorie  non s’interroga sull’orientamento del cuore. E indica come il rapporto con Dio sia un dialogo vivente in cui non si è mai concluso di domandare cosa è bene davanti a lui e in rapporto agli altri.

Puro e impuro rinviano allora ad una vita di fedeltà a Dio che trova espressione in una prassi che ha radice in un ‘cuore’ rivolto al Signore. Gesù richiama all’interiorità, a quella sorgente profonda da cui ogni comportamento della vita ha origine. Pone ogni persona davanti nella situazione di responsabilità, nell’esigenza di rispondere a se stessa e agli altri, davanti a Dio. E’ un messaggio di libertà e di fiducia perché apre ad accogliere la presenza di Dio, che solo può liberarci dall’egoismo e da ogni tipo di idolatria.

Alessandro Cortesi op

IMG_1005Responsabilità

C’è un tipo di responsabilità a cui oggi siano chiamati in modo particolare, che unisce insieme il rispondere agli altri, in particolare a chi soffre per l’ingiustizia e l’iniqua distribuzione dei beni della terra e la vita stessa del pianeta: è la responsabilità ecologica che si scopre inscindibilmente legata alla responsabilità sociale. I mutamenti climatici in atto stanno dimostrando come un certo modello di sviluppo che viene presentato come elemento di miglioramento delle condizioni di vita dei popoli incide profondamente sugli equilibri ecologici. Così la devastazione della terra, lo sfruttamento senza limite delle risorse, si riflette nello sfruttamento e nell’impoverimento di popolazioni e persone.

Nel Messaggio per la 13ª Giornata Nazionale per la Custodia del Creato che si terrà il 1° settembre 2018 la commissione episcopale per i problemi sociali e il lavoro insieme alla commissione per l’ecumenismo e il dialogo richiamano a Coltivare l’alleanza con la terra.

Ricorda il simbolo dell’arcobaleno di Gen 9,12. L’arco nel cielo richiama il dono della terra come spazio abitabile: Dio promette un futuro in cui l’umanità e gli altri viventi possano fiorire nella pace

In contrasto a questa visione di alleanza e di pace è richiamata la situazione del nostro presente: “Anche gli ultimi mesi hanno visto diverse aree del paese sconvolte da eventi metereologici estremi, che hanno spezzato vite e famiglie, comunità e culture – e le prime vittime sono spesso i poveri e le persone più fragili. Le stesse storie narrate da tanti migranti, che giungono nel nostro paese chiedendo accoglienza, parlano di fenomeni inediti che colpiscono – in modo spesso anche più drammatico – aree molto distanti del pianeta”.

Di fronte all’ampiezza del degrado può insorgere un senso di impotenza e di disperazione. Il Messaggio richiama ad un’attitudine di attenzione e di prevenzione fatta di pazienza e di un quotidiano operare che investe l’ambito politico e le scelte economiche. E viene sottolineato come la cura del creato sia da collegare ad una cura per gli altri, per il popolo e ad una dimensione spirituale: “…la sfida non interessa solo l’economia e la politica: c’è anche una prospettiva pastorale da ritrovare, nella presa in carico solidale delle fragilità ambientali di fronte agli impatti del mutamento, in una prospettiva di cura integrale. Occorre ritrovare il legame tra la cura dei territori e quella del popolo, anche per orientare a nuovi stili di vita e di consumo responsabile…”

“Ma c’è anche una prospettiva spirituale da coltivare: papa Francesco ricorda che “la pace interiore delle persone è molto legata alla cura dell’ecologia e al bene comune, perché, autenticamente vissuta, si riflette in uno stile di vita equilibrato unito a una capacità di stupore che conduce alla profondità della vita” (Laudato Si’, n.225)”.

Tali sfide sono da affrontare con la cura che parte dai comportamenti quotidiani e dalla lucidità nel saper leggere le cause profonde di fenomeni quali il cambiamento climatico e le migrazioni che segnano il nostro presente.

“é importante operare assieme, perché possiamo tornare ad abitare la terra nel segno dell’arcobaleno, illuminati dal “Vangelo della creazione”.

Alessandro Cortesi op

XXI domenica tempo ordinario – anno B – 2018

IMG_0778.JPGGs 24,1-18; Ef 5,21-32; Gv 6,60-69

La grande assemblea di Sichem è momento di ritrovarsi di un popolo che ha compiuto il cammino dell’esodo. Entrati nella terra promessa, si presenta una nuova situazione che richiede una scelta. Su quali basi costruire un futuro comune? “Se vi dispiace di servire il Signore, scegliete oggi chi volete servire”. E’ sempre presente la possibilità di seguire idoli vani. La domanda di Giosuè giunge al termine di un discorso in cui sono state ripercorse le tappe di una storia in cui Israele ha incontrato Dio vicino e liberatore. Segue la risposta non di individui isolati ma di un popolo che si ritrova accomunato in una direzione di fondo e assume una attitudine di responsabilità. “Lungi da noi l’abbandonare il Signore per servire altri dèi! Perché il Signore nostro Dio ha fatto uscire noi e i nostri padri dal paese d’Egitto… Perciò anche noi vogliamo servire il Signore perché egli è il nostro Dio”. Il ‘noi’ di questa risposta indica una identità posta senza relazione, in modo egoistico e sganciato dall’assunzione del farsi carico degli altri. Essa trova le sue radici in una storia di liberazione e si orienta al futuro come fedeltà. Implica la scelta di vivere nella logica della liberazione e di farsi responsabili per gli altri popoli e per le vittime dell’oppressione. A Sichem si attua il passaggio della fede, è rinnovata l’alleanza: è una scelta di libertà per servire il Dio che si è fatto per primo incontro. Ma nel cammino di servire Dio il popolo sarà sempre rinviato allo sguardo del suo cammino di liberazione e ad assumere lo stile di Dio che ha ascoltato il grido delle vittime.

Nel IV vangelo le parole di Gesù provocano difficoltà e scandalo: “Questo linguaggio è duro chi può intenderlo?”. Gesù chiede di passare ad un nuovo registro di intendere nell’affidarsi allo Spirito: “E’ lo Spirito che dà la vita, la carne non giova a nulla; le parole che vi ho detto sono spirito e vita”. Le sue parole indicano un cammino di conversione. C’è un modo di intendere le cose e la vita secondo la carne dove tutto è basato sulle risorse e sull’intelligenza umana. Gesù propone un modo nuovo di conoscere che fa scorgere dimensioni nuove, nell’affidamento alla sua parola. Solo la forza dello Spirito rende possibile tutto questo. Lo Spirito insegnerà ogni cosa. Gesù chiede ai suoi di scorgere nel segno del pane la sua vita, la sua carne e il suo sangue versato per la vita del mondo.

Di fronte a queste parole annota Giovanni “molti dei suoi discepoli si tirarono indietro e non andavano più con lui”, ed anche i dodici vivono la difficoltà. ‘Volete andarvene anche voi?’. Simon Pietro risponde: ‘Signore da chi andremo, tu solo hai parole di vita eterna; noi abbiamo creduto e conosciuto che tu sei il santo di Dio’. Nell’esperienza del rapporto con Gesù, nell’accogliere la sua testimonianza nel suo percorso di vita si fonda la possibilità di affidarsi a lui e di seguirlo. Nelle parole di Pietro è racchiuso il senso di affidamento allo Spirito, quale atteggiamento di ‘credere e conoscere’ in modo nuovo Gesù.

Alessandro Cortesi op

DlSnuQBW0AAEMJh

Carne e sangue

Massimo Kothmeir, comandante della nave Diciotti, ha inserito questo disegno come immagine del suo profilo pochi giorni fa. E’ un’immagine che dice tante cose e che nasconde un dramma.

La vicenda della nave ‘Diciotti’ della Guardia costiera italiana in questi giorni fa indignare e provare vergogna. 177 persone, profughi provenienti da Eritrea Somalia e altri paesi, da giorni sono trattenuti, bloccati nel porto di Catania dopo che la nave era stata fermata al largo di Lampedusa per cinque giorni senza poter ricevere autorizzazione allo sbarco. A bordo migranti segnati da lunghi periodi di abusi e torture, che necessitano assistenza e cura dopo essere stati tratti in salvo nelle acque del Mediterraneo. Tra loro chi ha diritto a richiedere asilo. Ieri sera 27 minori sono stati fatti scendere.

Il trattenimento di persone e la restrizione di libertà personale non è ammessa dalla Costituzione se non per atto motivato dell’autorità giudiziaria (art. 13) e dalle Convenzioni internazionali. L’art. 3 della Convenzione europea per i diritti dell’uomo (Cedu) riporta: “Nessuno può essere sottoposto a tortura né a pene o trattamenti inumani o degradanti” e l’art 5 prevede i casi in cui una persona può essere privata della libertà, affermando il principio che: “Ogni persona ha diritto alla libertà e alla sicurezza. Nessuno può essere privato della libertà, se non nei casi seguenti e nei modi previsti dalla legge: …”.

Si è giunti a privare di fatto persone migranti della libertà, in violazione dei principi costituzionali, secondo il Garante dei detenuti in una lettera al Ministero dell’Interno. Questi ricorda che già nel 2016 l’Italia era stata condannata dalla Corte europea per i diritti dell’uomo per la mancanza di una giustificazione legale per il trattenimento di alcuni cittadini tunisini nel centro di Lampedusa e in alcune navi a Palermo.

Il trattamento riservato ai migranti non solo ostacola la possibilità di accedere alla procedura della richiesta di asilo, ma si configura come un trattamento disumano, che non si cura della vita delle persone, e rinnega quei principi umanitari di rispetto della dignità di ogni essere umano che hanno costituito la base di una cultura di riconoscimento dei diritti umani in Europa in particolare dopo le tragedie delle guerre mondiali. Il venir meno a principi fondamentali e il fatto che persone, le più deboli, siano utilizzate e rese strumento di ricatti o per risolvere conflitti politici a livello europeo o per aumentare i consensi a scopo elettorale suscita indignazione per la violazione dei diritti umani e per mancanza di umanità.

La stessa Guardia costiera è stata posta in seria difficoltà tra obbedienza alla propria missione di salvare vite umane e obbedienza al governo. A ciò si aggiunge la vergogna per la deriva culturale in atto. Sempre più l’Italia appare un Paese incapace di scorgere le reali dimensioni dei problemi, di affrontarli in modo costruttivo, di porre attenzione alle persone più deboli.

Il vescovo di Bologna Matteo Zuppi intervenendo alla FestAmbiente di Ripescia ha detto “L’emergenza conviene, c’è qualcuno che ci guadagna. Quando non c’è una politica seria non si possono risolvere i problemi. L’emergenza dei profughi conviene soltanto a chi non vuole decidere o a chi fa vedere che decide o che ha la soluzione”. L’Italia senza accoglienza diventa un museo (“La Repubblica” 19 agosto 2018).

Qui di seguito una testimonianza diretta che aiuta a guardare negli occhi la realtà, a scorgere le reali dimensioni di quanto stiamo vivendo al di là delle deformazioni di una comunicazione virtuale che toglie la possibilità dell’incontro umano e con esso della possibilità di sentire ancora la compassione per la carne di uomini e donne che soffrono. Partecipare a mangiare il pane carne e sangue di Cristo per chi è cristiano significa entare nella vita di colui che si è identificato con le vittime e con gli esclusi della storia, lui stesso vittima della violenza e del potere.

Il testo che segue è stato scritto da una operatrice di Terre des hommes presente allo sbarco dei minori ieri sera al porto di Catania e riportato dal sito Terre des hommes. E’ un aiuto a guardare ad una storia possibile, che pure è in atto nei gesti e nelle scelte di chi intende costruire la vita come percorso di un ‘noi’ solidale e non di egoismi in continua lotta, ben lontana e altra rispetto alla storia di vergogna e disumanità che si sta scrivendo in Italia in questi tempi:

“Ho trascorso nei centri di accoglienza per minori stranieri un po’ meno di 1000 giorni della mia vita negli ultimi quattro anni. Amo il mio lavoro e sono felice perché mi permette di avviare uno scambio, di entrare in relazione, di creare uno spazio di cura, di scoprire cose di sé e dell’altro.  Ieri però non sono stata così felice di presenziare a questo sbarco autorizzato su Facebook alle ore 18 circa. Vedendo quel video ho allertato i colleghi e mi sono messa la t-shirt bianca d’ordinanza, quella di Terre des Hommes, ancor prima di essere allertata. Abbiamo accolto 27 scheletrini, il più magro sarà stato un po’ più basso di me e sarà pesato una trentina di chili, la gamba con lo stesso diametro del mio polso. Abbiamo accolto 27 scheletrini, uno era tutto e solo orecchie. Abbiamo accolto 27 scheletrini, uno non riusciva a camminare perché era pieno di dolori. Abbiamo accolto 27 scheletrini, tre avevano delle bende lerce al polso, al piede e al braccio sparato. Abbiamo accolto 27 scheletrini, comprese due splendide fanciulle. Mentre li guardavo, seduti a terra e delimitati da transenne, mi sentivo la ricca e bianca signora europea che si reca la domenica pomeriggio allo zoo umano, così, per vedere l’effetto che fa. Il mio è un lavoro fatto di parole, come gli essere umani. Ieri sera eravamo in grosse difficoltà con la lingua, i fanciulli erano tutti eritrei tranne una ragazzina somala. Il mediatore non era potuto essere presente. A volte non restava che guardarci, domandarci con gli occhi “Ma quindi come va, come ti senti?”. “Ma tu chi sei? Perché mi guardi? Che vorresti dirmi?”. E mentre ci scambiavamo questi sguardi io pensavo, a dispetto della incredibile magrezza, della scabbia, delle orecchie a sventola, dei capelli arruffati di salsedine, delle bende lerce, del braccio sparato… pensavo che erano proprio belli. Mi ripetevo questo, “Che belli che siete”, e posso solo immaginare la mia faccia inebetita di fronte a tanta resilienza e, soprattutto, al permanere della capacità di fidarsi dell’altro. E in quei frangenti mi sono chiesta perché così tante persone siano arrabbiate e di cosa abbiano paura. Di due occhi che ti sorridono? Di due orecchie a sventola enormi? Di quattro ricci arruffati? Forse, del fatto che loro hanno perso la capacità di fidarsi dell’altro, forse perché non ce l’hanno mai avuta? Sono stati trasferiti tutti nel corso della nottata e mentre ero per strada e me ne tornavo a casa, orecchie a sventola mi ha riconosciuta dal pulmino su cui si trovava e mi ha salutato. L’ho salutato pure io. Penso che i sorrisi degli occhi, i saluti, il riconoscersi, valgano come un’altra bella storia. Come pure il non avere paura. Quella è la storia più bella, è la storia delle possibilità. Dei momenti in cui ciò che sarà non c’è ancora, se non nella tua testa, e sei pronto a lasciarti perturbare. Del tempo in cui tutto può ancora accadere se gli dai il giusto spazio. Dei giorni in cui non ti fai prendere dalla paura e rimani aperto a ciò che arriva. Di piccoli attimi di felicità”.

Alessandro Cortesi op

XX domenica tempo ordinario – anno B – 2018

IMG_0847Pr 9,1-6; Ef 5,15-20; Gv 6,51-58

“Vigilate dunque attentamente sulla vostra condotta, comportandovi non da stolti, ma da uomini saggi; profittando del tempo presente, perché i giorni sono cattivi… sappiate comprendere la volontà di Dio… siate ricolmi dello Spirito Santo”

La lettera agli Efesini inizia con uno sguardo sul disegno di Dio sul cosmo e sulla storia. E’ un disegno di bene e di benedizione aperto a ebrei e pagani. La chiesa è così indicata con l’immagine del corpo di cui Cristo è capo, costruzione in cui Cristo è pietra di fondamento. L’umanità è chiamata come sposa a vivere nella comunione. Il disegno di Dio è quindi disegno di grazia per costruire una comunità di fratelli e sorelle. Da questo dono sorge un nuovo modo di intendere la vita personale e collettiva: ‘vigilate’ è invito a leggere la vita alla luce di questo disegno.

‘Dio ci ha scelti in Cristo prima della fondazione del mondo’: il dono di benedizione genera un imperativo di responsabilità per gli altri. Il tempo assume una importanza particolare. Non siamo individui isolati ma coinvolti. Comportarsi in modo saggio significa vivere responsabilità e coraggio nel lasciarsi guidare dallo Spirito, nel costruire rapporti di cura. E’ lo Spirito il soggetto che costruisce la chiesa/umanità come comunione.

Nel IV vangelo Gesù a partire dal segno del pane passa ad un modo di parlare aperto: “in verità in verità vi dico, se non mangerete la carne del figlio dell’uomo e non bevete il suo sangue, non avrete in voi la vita. Chi mangia la mia carne e beve il mio sangue ha la vita eterna e io lo risusciterò nell’ultimo giorno”.

Partecipare alla vita è trovare il senso più profondo della propria esistenza. Essa respira di un orizzonte di eternità. La vita eterna non sta in un futuro lontano ma inizia sin dal presente. Prendere parte alla vita di Gesù: questo significa il mangiare la sua carne e bere il suo sangue: non si tratta di una garanzia connessa ad un atto di culto. Gesù chiede piuttosto ai suoi di vivere ciò che i segni indicano: il pane condiviso, il vino versato esprimono in modo simbolico quanto Gesù ha vissuto, indicano il suo darsi per gli altri in vista di una comunione con Dio e tra gli uomini. Gesù chiede di vivere dando testimonianza di come lui ha vissuto. La sua prassi solidale diviene strada per i discepoli. Sin d’ora si può vivere in una prospettiva di risurrezione se la vita viene intesa come esistenza nel servizio, pane spezzato per la vita del mondo. “Come il Padre, che ha la vita, ha mandato me e io vivo per il Padre, così anche colui che mangia di me vivrà per me”. Nei ‘giorni cattivi’ dell’egoismo e della cattiveria proclamata, tra i tanti gesti di disumanità e d’indifferenza il messaggio del vangelo annuncia e ricorda che la vita acquista senso solo nel dono per gli altri e nella costruzione di percorsi di pace: in questo è già presente la forza della risurrezione e della vita che rimane.

Alessandro Cortesi op

IMG_0768.JPGVigilare

In questi giorni l’Italia vive il lutto per la tragedia che ha colpito tante famiglie che hanno perso i loro cari nel crollo improvviso del ponte Morandi a Genova il 14 agosto u.s. Dovrebbe essere un tempo di presa di consapevolezza e di approfondimento di cosa significa ‘vigilare’ sulla vita, sui beni di tutti, sulla possibilità per ogni persona di essere custodita nelle vicende della vita quotidiana, nella possibilità di lavorare in sicurezza, di viaggiare serenamente, in una convivenza civile in cui al primo posto vi sia l’attenzione ai beni comuni e la responsabilità per altri.

Le rinnovate irresponsabili dichiarazioni alla ricerca di un capro espiatorio unite a espressioni sintomo di mancanza della più elementare cultura giuridica e di rispetto della Costituzione da parte di chi dovrebbe avere il compito di governare la collettività italiana in questi giorni manifesta un degrado che non tocca soalmente l’ambito delle infrastrutture ma ha dimensioni più profonde di degrado etico e civile che stiamo vivendo in tante forme.

Il crollo del ponte Morandi ha manifestato non solo la condizione di mancanza di cura e manutenzione per i beni pubblici e con essa l’incapacità di progettazione da parte di persone e enti competenti, ma nel suo simbolismo di disfacimento di una struttura tesa ad unisce sponde diverse e oluogo di attraversamenti, ha reso evidente quanto oggi stiamo vivendo come crollo di quanto unisce le sponde, i popoli, le culture. Il ponte crollato diviene simbolto di uno sfaldamento di legami e del tessuto connettivo della società e dei rapporti umani a tanti livelli. Uno sfaldamento esito di irresponsabilità, dominio della logica del profitto, occupazione del potere sfruttando il popolo, incapacità di coltivare quotidianamente la cura verso l’altro.

Vigilare nei giorni cattivi è motivo per scorgere l’importanza di costruire ponti, in spe contra spem, ben oltre i ponti come infrastrutture civili, i ponti della comunicazione, della solidarietà, della pietà per chi soffre, far sì che i ponti siano progettati, costruiti con competenza, mantenuti come luoghi di attraversamento contro il degrado culturale e sociale di un tempo oscuro.

Alessandro Cortesi op

 

Navigazione articolo