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Ascensione del Signore – anno A – 2020

IMG_8348At 1,1-11; Efes 1,17-23; Mt 28,16-20

Nella risurrezione Gesù è ‘innalzato’: dopo la risurrezione è in una vicinanza nuova e piena con il Padre. Nel racconto di Atti la presenza del Padre è evocata dall’immagine della ‘nube’ che ‘lo sottrasse’ allo sguardo dei discepoli. La nube è segno della presenza nascosta di Dio, inafferrabile e ricorda che Dio rimane velato e al di là della nostra portata.

L’umanità di Gesù è coinvolta in questa comunione nuova. Nella sua vita è stato uomo che ha vissuto per gli altri. Con la risurrezione il Padre conferma che la vita spesa per gli altri di Gesù è manifestazione del volto dell’Amore che vince la morte. Gesù è preso dal Padre e condotto ad essere ‘signore’.

Il movimento della salita richiama il salire al trono del re cantata nel salmo: ‘applaudite popoli tutti… ascende Dio tra le acclamazioni…Dio è re di tutta la terra… Dio siede sul suo trono santo’ (Sal 46): Jahwè che si innalza su tutti i popoli, unifica tutti. L’innalzamento di Gesù è visto come attuarsi del regno di Dio. la sua esperienza è movimento di discesa nel farsi servo. Nel suo scendere si rende visibile il volto di Dio dell’amore. Per questo ‘Dio l’ha innalzato e gli ha dato il nome che è al di sopra di ogni altro nome’ (Fil 2,9).

Al momento di essere elevato Gesù benedice i suoi discepoli. C’è un rapporto profondo tra l’essere elevato di Gesù e la benedizione che è rivolta ai suoi discepoli.

Gesù richiama i suoi a non lasciarsi prendere da vane curiosità sui tempi e sui momenti in cui si costituirà il ‘regno di Israele’. Piuttosto chiede loro di attendere rimanendo in ascolto della promessa del Padre, quella di essere battezzati in Spirito Santo.

Indica di rimanere a Gerusalemme, luogo della passione morte e risurrezione e di attendere al promessa del Padre. Li invita ad impegnarsi nella testimonianza fino agli estremi confini della terra. Il salire di Gesù rinvia al tempo della comunità, chiamata ad incontrarlo in modo nuovo: è il tempo dell’attesa ma anche tempo in cui lo Spirito verrà come ‘forza che li investe dall’alto’.

Nel racconto di Matteo gli undici videro Gesù si prostrarono ma alcuni dubitavano. Gesù affida ad una comunità fragile ila sua promessa e l’invio. Dice loro: “Andate… fate discepoli tutti i popoli, battezzandoli”. Gesù invia ad immergere la propria vita e quella dei popoli nella vita di Dio che ha il volto della comunione dell’ospitalità e dell’amicizia. L’invio a fare discepoli non sorge da una istanza ad aumentare il numero degli appartenenti al gruppo, ma richiama al seguire il cammino seguito da Gesù stesso, camino di dono e servizio.

Spinge fuori la comunità in una responsabilità di incontro, di relazione nel quaggiù: ‘perché state a guardare il cielo?’. La promessa è una vicinanza nuova che si apre nel vuoto di una assenza: ‘ecco io sono con voi tutti i giorni, fino alla fine del mondo’.

Alessandro Cortesi op

img_8233Sarò con voi tutti i giorni…

Dopo la fine dell’emergenza stanno riprendendo le celebrazioni delle messe nelle chiese. In questo periodo molte sono state le esperienze nuove che sono state attuate. Il fatto che nel periodo del lockdown siano venute meno le attività pastorali e le celebrazioni comunitarie in particolare l’eucaristia, ha prodotto una serie di reazioni diverse.

Talvolta ha regnato lo smarrimento evidenziatosi in molti modi. Si sono da un lato sviluppate nuove forme di preghiera e celebrazione nell’ambito domestico o tentativi di creare nuove modalità comunitarie di condivisione a distanza, d’altro lato si è assistito ad una sorta di rincorsa a riempire spazi percepiti troppo vuoti utilizzando i mezzi della comunicazione (TV, dirette facebook, registrazione di celebrazioni poi inviate) forse non accettando il messaggio dell’interruzione e del sostare che il tempo del confinamento ha proposto.

Proprio tali modalità hanno accentuato la differenza tra i presbiteri che continuavano a celebrare la messa e una comunità che, pur coinvolta, viveva nella condizione di assistere. E’ apparsa anche chiara la difficoltà delle comunità di individuare altre forme di celebrazione che non fossero la messa.

Nella diversità delle esperienze e dei tentativi si è assistito da un lato al riemergere di un vocabolario (ad esempio la ‘messa privata’ – ved. riflessione di Andrea Grillo al proposito) e di forme che fanno riferimento a mentalità preconciliari con tendenze di forte clericalizzazione e con accento sulla dimensione sacrale. D’altra parte è stato anche un periodo di creatività, di esperimenti attuati con spirito di disponibilità nell’attenzione del legame profondo tra celebrazione e vissuto personale e comunitario.

Raccolgo in questo momento di passaggio tre voci, tra le tante possibili, che offrono diversi spunti e domande proprio in questa fase in cui si attua un prudente nuovo inizio. In esse si può scorgere da un lato il richiamo a lasciarsi interrogare profondamente dai segni del tempo che abbiamo vissuto e stiamo vivendo (Mario Menin), la provocazione a scorgere dimensioni inedite della vita di fede in un tempo nuovo (René Poujol) e la proposta di un futuro che non potrà essere un ritorno a ciò che era prima (Derio Olivero).

Mario Menin, missionario saveriano, nel suo articolo ‘Chiese vuote. Per chi suona la campana?’ s’interroga sulle chiese vuote e legge quanto sta avvenendo come un segno che dovrebbe interrogare per un cambiamento della vita della chiesa. L’emergenza della pandemia ha solamente reso più evidente un processo già in atto da tempo:

“Perché non riconoscere allora nelle chiese vuote un segno di quanto potrà succedere in un futuro non molto lontano, se non riformeremo – più evangelicamente – le nostre comunità? E perché prendersela con il coronavirus, che ha soltanto evidenziato – in modo certamente disgraziato – lo svuotamento già in corso? Eppure di segnali d’allarme ne avevamo ricevuti dal Concilio Vaticano II in poi, specialmente in Europa e in gran parte dell’Occidente, dove molte chiese, monasteri e seminari si sono svuotati o chiusi. Li abbiamo snobbati come non rivolti a noi e alle nostre comunità. Ci siamo, invece, ostinati ad attribuire lo svuotamento a cause esterne, soprattutto al fenomeno della secolarizzazione – nelle sue varie dimensioni e tappe –, senza renderci conto, come recentemente asserito da papa Francesco, che ‘non siamo più in un regime di cristianità…’. Forse questo tempo di chiese vuote può aiutarci a far emergere il vuoto nascosto nelle nostre comunità, le nostalgie liturgiche tridentine, che rendono più problematico il riaggancio della Chiesa alla società di oggi e il recupero del ritardo “di duecento anni” denunciato dal card. Martini”.

L’analisi di Menin suggerisce di maturare consapevolezza di un cambiamento d’epoca che pur vede una forte resistenza in quanti cercano di mantenere i caratteri di una chiesa che si concepisce nel quadro di un regime di cristianità, preoccupata di potere, di privilegi, dell’inseguire un modello di comunità centrato sui preti secondo la visione tridentina, anziché coltivare una disponibilità ad una riforma. Indica concretamente la via di un riconoscimento di ministerialità diffusa:

“Dove sono due o tre riuniti nel mio nome, io sono in mezzo a loro”. Esse ci insegnano che i problemi delle nostre comunità non sono tanto la mancanza di vocazioni o la scarsità di preti, quanto un nuovo modo di essere Chiesa, dove la ministerialità dei laici, delle donne e delle famiglie, sia riconosciuta come costitutiva della Chiesa stessa. Per questo dovremmo prendere più sul serio, anche in Italia, le proposte del Sinodo Panamazzonico”.

René Poujol, giornalista francese, in un aritcolo nel suo blog dal titolo ‘E se qualcuno preferisse altro alla messa?’, facendo riferimento alla situazione del suo Paese ne delinea i tratti e traendo spunto dalle parole del filosofo Denis Moreau prosegue la riflessione invitando a laciarsi interrogare profondamente dal’esperienza in atto (riprendo la traduzione dal sito http://www.finesettimana.org:

“Il 26 aprile, sul suo profilo Facebook, il filosofo Denis Moreau, di cui avevo accolto con favore il libro “Comment peut-on être catholique?” pubblicato nel 2018, pubblicava una strana confessione. Cito: ‘Dall’inizio del confinamento, da semplice fedele quale sono, non posso più assistere alla messa domenicale, esattamente come chiunque altro. Non ho mai perso una messa della domenica da più di 30 anni. Ma, onestamente, devo proprio ammettere che non mi manca poi così tanto non poter assistere alla messa di persona e fare la comunione’. Siamo onesti: prosegue affermando di dover, per il futuro, imparare ‘a desiderare e amare un po’ di più la messa domenicale’. Ma lo dice per meglio sottolineare quanto gli paia essenziale che la Chiesa sappia trarre tutte le conseguenze da quanto molti cattolici stanno vivendo durante queste settimane di confinamento.

(…) La diminuzione – per non dire il crollo – della pratica per quanto riguarda la messa domenicale, nel nostro paese, non è più da dimostrare. Sono colpito dal numero dei giovani cattolici, che pure sono credenti, che riconoscono, in privato, di annoiarsi alla messa e di andarci talvolta solo per dovere. (…)

Le settimane di confinamento che abbiamo vissuto sono state segnate, per molti cattolici, da una fioritura di pratiche spirituali, a volte nuove nella loro vita: preghiera personale, riscoperta delle Scritture, in particolare del Vangelo, liturgie familiari, partecipazione a reti “spi” [Software in the Public Interest] via internet, creazione di comunità “virtuali” magari effimere, il seguire le messe alla televisione, su internet o sulle reti sociali, relazioni multiple non esclusivamente di tipo liturgico mantenute con preti o diaconi della parrocchia, riflessioni condivise sul ‘dopo’… Di che alimentare, per alcuni, il desiderio di prolungare o di approfondire, in futuro, delle esperienze che si sono rivelate ricche di senso. Al punto da trascurare domani la messa domenicale? Non necessariamente, ma forse di comprendere, di sentire nel più profondo di se stessi, che la ‘mancanza’ provata era innanzitutto di natura comunitaria più che sacramentale nel senso classico del termine. Di che alimentare molti interrogativi – temibili – nelle diocesi dove la diminuzione drastica del clero è ormai evidente. Ma perché non delineare anche delle piste di ripresa? (…) Questo confinamento ci obbliga in qualche modo ad immaginare ciò che sarà la Chiesa del dopo, quella che dovrà imparare a vivere con pochi preti, meno eucaristie, sacramenti meno accessibili e più raramente dispensati. E con mia grande sorpresa, io che sono piuttosto pessimista per natura, trovo che ciò che sta succedendo nella Chiesa di Francia dia piuttosto ragioni di speranza. È in questo senso che bisogna intendere il titolo di un mio precedente post: Déconfiner les églises ou déconfiner l’Eglise? (Por fine alla chiusura delle chiese o alla chiusura della Chiesa?). Forse i nostri vescovi e i nostri preti potrebbero, a partire dal 2 giugno, l’indomani della Pentecoste, invitarci a discuterne!”.

Una terza voce in questo dibattito proviene dalle parole appassionate del vescovo Derio Olivero di Pinerolo, che ha vissuto personalmente la malattia del Covid-19 passando attraverso le diverse fasi della cura fino ad essere ricoverato nel reparto di terapia intensiva e vivendo momenti drammatici che egli stesso ha raccontato dopo la guarigione.

Tornato alla sua diocesi ha scritto una lettera in cui invita ad un ritorno a celebrare che non potrà essere come prima, ma che auspica come un momento di ripensamento e rinnovamento radicale, con una attenzione nuova alle relazioni e a costruire tessuto di apertura, attenzione e cura per le persone superando barriere e confini:

“Non basta tornare a celebrare per pensare di aver risolto tutto. “Non è una parentesi”. Non dobbiamo tornare alla Chiesa di prima. O iniziamo a cambiare la Chiesa in questi mesi o resterà invariata per i prossimi 20 anni. (…) in modo netto e chiaro vi dico che non voglio più una Chiesa che si limiti a dire cosa dovete fare, cosa dovete credere e cosa dovete celebrare, dimenticando la cura le relazioni all’interno e all’esterno. Abbiamo bisogno di riscoprire la bellezza delle relazioni all’interno, tra catechisti, animatori, collaboratori e praticanti. Abbiamo bisogno di creare in parrocchia un luogo dove sia bello trovarsi, dove si possa dire: ‘Qui si respira un clima di comunità, che bello trovarci!’. E all’esterno, con quelli che non frequentano o compaiono qualche volta per “far dire una messa”, far celebrare un battesimo o un funerale. Sogno cristiani che amano i non praticanti, gli agnostici, gli atei, i credenti di altre confessioni e di altre religioni. Questo è il vero cristiano. Sogno cristiani che non si ritengono tali perché vanno a Messa tutte le domeniche (cosa ottima), ma cristiani che sanno nutrire la propria spiritualità con momenti di riflessione sulla Parola, con attimi di silenzio, momenti di stupore di fronte alla bellezza delle montagne o di un fiore, momenti di preghiera in famiglia, un caffè offerto con gentilezza. Non cristiani ‘devoti’ (in modo individualistico, intimistico, astratto, ideologico), ma credenti che credono in Dio per nutrire la propria vita e per riuscire a credere alla vita nella buona e nella cattiva sorte. Non comunità chiuse, ripiegate su se stesse e sulla propria organizzazione, ma comunità aperte, umili, cariche di speranza; comunità che contagiano con propria passione e fiducia. Non una Chiesa che va in chiesa, ma una Chiesa che va a tutti. Carica di entusiasmo, passione, speranza, affetto. Credenti così riprenderanno voglia di andare in chiesa. Di andare a Messa, per nutrirsi. Altrimenti si continuerà a sprecare il cibo nutriente dell’Eucarestia. Guai a chi spreca il pane quotidiano (lo dicevano già i nostri nonni). Guai a chi spreca il ‘cibo’ dell’Eucarestia.”

Riflessioni importanti per vivere con consapevolezza il momento che stiamo vivendo.

Alessandro Cortesi op

 

VI domenica di Pasqua – anno A -2020

img_8269At 8,5-8.14-17; Sal 65; 1Pt 3,15-18; Gv 14,15-21

“Filippo, sceso in una città della Samaria, cominciò a predicare loro il Cristo… Frattanto gli apostoli seppero che la Samaria aveva accolto la parola di Dio e vi inviarono Pietro e Giovanni… imponevano loro le mani e quelli ricevevano lo Spirito Santo”.

Nel cammino di Filippo sono da cogliere alcuni aspetti. Innanzitutto il luogo: la Samaria era una regione considerata eretica, abitata da un popolo che si era separato dalla tradizione religiosa giudaica con il suo centro a Gerusalemme. I giudei nutrivano nei confronti di samaritani sentimenti di ostilità (Sir 50,25-26; cfr. Gv 4,9.20). In Samaria infatti si erano spostati cinque popoli pagani con il loro culto idolatrico (cfr. 2 Re 17,24-41; cfr. Gv 4,18). Proprio in Samaria, il territorio pagano ed eretico, la Parola è accolta: ‘imponevano loro le mani e ricevevano lo Spirito Santo’. Il primo messaggio di questa pagina riguarda la libertà dello Spirito, l’abbattimento di ogni barriera di tipo culturale e religioso.

Un secondo elemento: l’agire di Filippo è descritto come un parlare di Gesù: ‘cominciò a predicare loro il Cristo’ (cfr. At 18,5). I primi apostoli parlano di Gesù: è il messia atteso, il liberatore. Filippo indica una via e riprende lo stile di Gesù di farsi accanto e di spiegare la Parola. Segue la spinta dello Spirito quando scenderà sulla strada, salirà sul carro del funzionario etiope, ascolterà le sue domande e lo aiuterà a comprendere quello che leggeva (cfr. At 8,26-40). In Samaria Filippo ‘recava la buona novella del regno di Dio e del nome di Gesù Cristo’. Il vangelo è dono che fa scoprire l’azione dello Spirito già presente nei cuori.

Un terzo elemento: la presenza dello Spirito viene riconosciuta con l’imposizione delle mani, e genera un’esperienza di gioia. ‘E vi fu grande gioia in quella città’ (At 8,8). La predicazione di Filippo e degli altri apostoli apre ad una esperienza ‘gioiosa’. Proprio nei momenti di prova e delusione i discepoli vivevano la paradossale esperienza della gioia e dello Spirito santo (At 13,52; cfr. 1Cor 1,23). Il regno di Dio è infatti ‘pace e gioia nello Spirito Santo’ (Rom 14,17) e la gioia stessa è uno dei frutti dello Spirito (Gal 5,22).

Nella pagina del vangelo Gesù promette lo Spirito e lo indica con due nomi. Egli sarà un altro ‘paraclito’ (consolatore), e lo Spirito di verità. Lo Spirito è presenza che sta accanto e prende le difese, colui che nel tempo della storia guida la comunità all’incontro con Gesù. Lo Spirito è il ‘grande suggeritore’ che ricorda e mantiene la memoria su quanto Gesù ci ha comunicato. La promessa dello Spirito è indicata insieme al dono di uno stare accanto: ‘non vi lascerò orfani’. E’ promessa che apre una speranza. La presenza dello Spirito è un nuovo modo di rimanere accanto di Gesù risorto.

Lo Spirito poi introduce a tutta la verità e glorifica Gesù come Figlio. L’azione dello Spirito sta nel guidare al Figlio come presenza che rivela il Padre e fa spazio ad una comunione nuova. Lo Spirito di verità richiama alla verità vivente che non è un deposito di nozioni ma Gesù stesso. Ma lo Spirito non è solo ripetitore perché guida verso una verità ancora non incontrata pienamente. Con la sua forza interiore accompagna ad attualizzare quanto Gesù ha insegnato. Fa scoprire i modi concreti per tradurre il suo vangelo nel tempo e nei diversi contesti della vita e della storia.

Alessandro Cortesi op

img_8240Soffi dello Spirito

Nello scorrere dei giorni anche nelle nostre Samarie è possibile riscontrare come lo Spirito soffia ancora. Ma è un soffio leggero, il cui alito spesso viene ostacolato e compresso da ben altri soffi, da arie mefitiche che inquinano il presente.

L’abbiamo sperimentato in questi giorni nella gioia provata per la libertà riacquistata da Silvia Romano, giovane cooperante internazionale rapita in Kenia e tenuta in ostaggio in Somalia per un anno e mezzo. La gioia dell’incontro di una donna liberata con la sua famiglia che pensava di averla perduta è stato un soffio di libertà. Ma su questo evento e sulla sua persona si sono riversate parole e gesti irripetibili, espressioni di ignoranza senza limiti, di odio e rancori, di disprezzo che pongono in risalto il grave problema di una barbarie presente in mezzo a noi che pervade gli animi.

Bene ha osservato Annalisa Camilli (Avremmo dovuto fermarci sulla soglia di quell’abbraccio, “Internazionale” 13 maggio 2020):

“Avremmo dovuto fermarci lì, sulla soglia di quell’abbraccio tra una madre e una figlia che si ritrovano, dopo aver temuto per lungo tempo di essersi perdute. (…) Invece comincia un linciaggio ai danni dell’ostaggio liberato: le autorità forniscono ai mezzi d’informazione particolari che non avrebbero dovuto essere resi pubblici, come il colloquio tra la ragazza e la psicologa nel volo del ritorno, e la sua conversione all’islam (…) Il suo velo diventa l’insopportabile simbolo di uno scontro di civiltà che va in scena ancora una volta sul corpo di una donna, trasformato in un terreno di battaglia, con tutto l’armamentario ideologico, ormai quasi prevedibile, della peggiore islamofobia (…) Sono i meccanismi tradizionali di colpevolizzazione delle vittime, spesso accusate di aver causato o favorito l’abuso e la violenza subita. C’è sempre quello sguardo feroce che le mette sotto esame alla ricerca di un pretesto per dire: “Te la sei cercata” (…) È già successo a molti ostaggi, soprattutto alle donne, di subire questa colpevolizzazione”.

Questa è la contraddizione che viviamo: il percepire soffi dello Spirito che aprono spazi di libertà, che fanno scorgere nell’oppressione la forza della vita e dell’amore, che decentrano e conducono a scorgere bellezza e profondità dell’esistenza umana, e d’altra parte forze che soffocano e spengono aperture e luci presenti.

In questi giorni una testimonianza toccante è stata quella di Pietro Ichino, giuslavorista di Milano, che in una sua lettera in memoria della moglie che l’ha lasciato dopo lunga malattia ha così scritto (“www.pietroichino.it” del 9 maggio 2020):

“In questi due ultimi anni nei quali la mia vita è stata legata a quella di Costanza ancor più di quanto non fosse stata nei precedenti, per tutte le svariate necessità dell’assistenza diurna e soprattutto notturna, in molti mi hanno chiesto come facessi a sopportare questo grande sacrificio. (…) Mi ero impegnato a essere per Costanza le gambe che aveva perduto, gli occhi al posto dei suoi che non funzionavano più, e nell’ultimo periodo anche le braccia e le mani per lavarsi, pettinarsi, vestirsi, portare il cibo alla bocca; questo ben presto ha creato tra me e lei, dopo 45 anni di matrimonio, un’intimità che non avevamo mai vissuto. (…)

Riguardando indietro a questi ultimi due anni nei quali la malattia ha infierito più duramente su Costanza, e di riflesso su chi la assisteva, non ho solo una memoria di sofferenza: è stato forse il periodo più ricco e intenso di tutto il nostro matrimonio, che pure, nell’arco dei quasi cinquant’anni della sua durata, è stato straordinariamente ricco di vita e di lavoro comune. (…)

Così quella regola del cercare il bene nascosto in tutte le pieghe della vita, che in questo nostro ultimo caso pareva subire una evidente eccezione, o pareva addirittura non poter essere menzionata senza assumere il significato di un’irrisione alla sofferenza, si è invece rivelata ancora una volta tangibilmente vera. Se mi è consentito utilizzare una parola grossa, la “fede” in quel bene nascosto si è rivelata non solo frutto di speranza, non solo immaginazione di una consolazione promessa altrove, ma conoscenza – nel senso più profondo del termine – di qualche cosa di molto concretamente tangibile”.

Soffi dello Spirito che aprono sentieri di libertà e di intensità di vita, da scorgere con gratitudine e custodire perché in essi è racchiuso un tesoro prezioso. La loro è una forza serena, che pur non toglie la preoccupazione e l’angoscia per le correnti di populismo, di odio, di volgarità che attraversano il nostro presente.

Alessandro Cortesi op

 

 

 

 

 

V domenica di Pasqua – anno A – 2020

img_8199At 6,1-7; 1Pt 2,4-9; Gv 14,1-12

Tommaso che chiede a Gesù l’indicazione di una via. E’ una domanda importante e rivela un po’ la fisionomia interiore di Tommaso, l’apostolo che desidera vedere e che si pone in ricerca: ‘non sappiamo dove vai e come possiamo conoscere la via?’ la risposta di Gesù è invito a guardare al suo cammino, alla sua vita come ‘via’. E aggiunge che il suo andare è per preparare un posto: ‘Io vado a prepararvi un posto; quando sarò andato e vi avrò preparato un posto, ritornerò e vi prenderò con me perché siate anche voi dove sono io’. Gesù indica innanzitutto una via, non come sistema di dottrina o di morale, ma come rapporto vivo in un incontro.

Suggerisce poi che la sua via, l’orientamento fondamentale di tutta la sua vita è il preparare una accoglienza allargata: è l’orizzonte di una comunità e di una comunione. Il suo essere ‘via’ si collega all’altra immagine: Gesù è la porta, per entrare ed uscire in quell’incontro caratterizzato come ‘venire al Padre’. C’è il cuore di una comunione nella vita di Gesù, il suo essere nel Padre e in relazione con il Padre, che viene comunicato come dono che coinvolge nel profondo e genera una comunione nuova.

Il cammino di Gesù è tutto orientato al Padre, ed in lui si ‘fa vedere’ il volto invisibile del Padre. Il Padre stesso si cela e si manifesta nelle sue opere, nei segni della cura e del servizio di una esistenza vissuta come essere uomo-per-gli-altri. Il prologo del IV vangelo dirà perciò che Gesù è Parola, Verbo ‘rivolto verso il Padre’.

Gesù manifesta il volto del Padre, la sua ‘gloria’ nel suo affrontare la morte: la croce è esito della sua fedeltà all’amore. Per giungere al Padre la via è il dono di sé. Al centro della vita cristiana sta l’incontro con Dio, il Padre misericordioso. Non è volto autoritario di dominio e di imposizione, ma il volto amante di chi conosce i gesti della tenerezza, di chi si consegna fino in fondo a noi..

La prima lettera di Pietro, scritto battesimale per comunità che vivevano nella prova, richiama all’essere chiesa come uno ‘stringersi a Cristo’. Gesù risorto è pietra viva e fondamento di una costruzione composta di tante presenze, pietre vive. E l’autentico culto a Dio si attua nella vita, nel costruire una convivenza nella forza dello Spirito: “Stringendovi a Cristo, pietra viva, rigettata dagli uomini, ma scelta e preziosa davanti a Dio, anche voi venite impiegati come pietre vive per la costruzione di un edificio spirituale, per un sacerdozio santo, per offrire sacrifici spirituali graditi a Dio… “.

Nel cammino dell’esodo, nel deserto, il popolo d’Israele aveva scoperto che Dio liberatore lo aveva chiamato quale ‘stirpe eletta, regale sacerdozio, nazione santa (Es 19,6) per testimoniare la sua presenza nella storia. Pietro riprende questo riferimento e parla della comunità come sacerdozio santo, stirpe eletta. Tutti nel popolo di Dio sono perciò ‘sacerdoti’, resi responsabili di una terra affidata (quindi ‘re’). Unico fondamento è Cristo pietra scartata dai costruttori, ma divenuta pietra d’angolo (Sal 118,22-23; cfr. Mt 21,42-43). E’ lui la base di un edificio che vive nello Spirito.

La comunità di Gesù non dovrà mai perdere di vista che suo fondamento è il crocifisso, lo scartato e oppresso e le logiche di relazione nella comunità dovranno essere quelle del servizio e della comune dignità. Ogni tentativo di evitare questo scandalo – il paradosso della gloria che si rende presente nella croce e nello svuotamento – utilizzando i modi di affermazione del potere e del dominio, e la violenza stessa, sarà un tradimento del suo Signore. La comunità ha così il volto di un popolo che vive nello Spirito ed è chiamato a percorrere i passi del suo unico Signore: è lui la via vivente e la patria del nostro cammino.

Nella comunità – ci ricorda la prima lettura – ci sono diversi doni e servizi. E questi ministeri sono anche da individuare in base delle esigenze storiche per lasciar correre il disegno di Dio. Un gruppo di nuovi predicatori della Parola viene strutturato in vista di un servizio a ‘quelli di lingua greca’. Il disegno di Dio non mira alla formazione di un gruppo contrapposto ad altri, ma alla salvezza, vita in abbondanza sin da qui e ora, per tutta l’umanità. Ogni servizio non proviene da un privilegio, ma da un dono ricevuto e da vivere per la crescita degli altri, sempre al di là di confini e recinti che spesso poniamo nel nostro pensare alla chiesa.

Alessandro Cortesi op

He Qi(immagine dell’artista He Qi)

Ministeri: un dibattito attuale

E’ viva oggi e in molti ambienti ecclesiali percepita come urgente la questione di un ripensamento del ministero e dei ministeri nella chiesa.

Il Concilio Vaticano II ha condotto un profonda revisione della teologia del ministero. I punti fondamentali della revisione conciliare possono essere brevemente elencati.

Si lascia una visione del ministero centrato su una dimensione in riferimento a Cristo e di tipo ontologico: il prete come riferimento principale nel suo agire in persona Christi.

Il ministero ordinato è posto nel quadro della considerazione della dignità messianica di tutto il popolo di Dio (LG 20.24), quindi nella cornice di una considerazione di chiesa come comunità in cui tutte e tutti hanno una medesima dignità fondata sul battesimo e vi è un sacerdozio battesimale che si esplica nei diversi servizi ministeri e carismi. Questi sono da intendere nell’orizzonte dell’edificazione di una comunità che si apre al disegno di salvezza di Dio per tutta l’umanità.

Il Concilio poi considera i processi di un divenire storico dei vari ministeri in funzione di mantenere la trasmissione del vangelo ricevuto. Si riconosce che le figure che hanno storicamente espresso il ministero ordinato sono mutate nel corso del tempo.

Il Vaticano II compie anche un altro passaggio: riconosce la sacramentalità dell’episcopato ed offre una lettura del carattere collegiale del ministero episcopale stesso.

A questa visione rinnovata dell’episcopato è legata la considerazione dei ministeri del presbiterato e diaconato che nel Concilio sono letti in rapporto con la pienezza del saramento dell’ordine nella consacrazione episcopale, non secondo la logica di una gradazione gerarchica, ma nella linea di collaborazione al servizio della chiesa locale.

Il Vaticano II centra poi la sua riflessione ecclesiologica nel considerare i tre aspetti di Gesù Cristo, sacerdote, re e profeta quali doni e compiti affidati a tutto il popolo di Dio (nel capitolo II di Lumen gentium) e letti in modo specifico relativamente al servizio dei vescovi, dei presbiteri e di tutti i fedeli.

In tale quadro si attua un superamento della concezione tridentina del sacerdote quale riferimento principale per articolare una riflessione sul ministero nella considerazione di una ecclesiologia del popolo di Dio, quale segno e strumento di salvezza per tutta l’umanità.

In tale impostazione va posta oggi sia la questione specifica dell’ordinazione e del diaconato delle donne sia una considerazione più ampia del pensare a diverse forme di ministerialità nel popolo di Dio (pur in considerazione del blocco posto alla questione sull’ordinazione delle donne da parte di Giovanni Paolo II nel 1994 con la lettera apostolica Ordinatio sacerdotalis). Ma la ricerca teologica che s’interroga sulla traduzione del vangelo nei diversi contesti storici non può fermarsi e non può non ascoltare le attese delle comunità e la richiesta della via da seguire.

Il Vaticano II nella decisione di re-istituire il diaconato permanente non ha inteso compiere un’operazione solo di ripristino di un’antica istituzione, che attraversa la pratica ecclesiale del primo millennio, ma ha inteso più profondamente ripensare una articolazione del ministero che giungeva dalla tradizione introducendo una figura nuova in risposta alle esigenze storiche del tempo e della vita delle comunità cristiane.

Così oggi l’esigenza di pensare a figure ministeriali in cui le donne in particolare, e con loro tanti fedeli, siano riconosciute per il servizio che già operano in tante comunità e luoghi diversi si porrebbe in un orizzonte di accoglienza della tradizione e nel contempo di ascolto delle esigenze del tempo e della maturazione umana storica e di sensibilità in cui si rendono presenti le chiamate di Dio.

Sarebbe un’opera di ascolto dei segni dei tempi. Sarebbe anche un operare attivo per contrastare forme diverse di clericalismo insistentemente indicate da papa Francesco come in una recente omelia mattutina santa Marta (5 maggio us): “il clericalismo (che) si mette al posto di Gesù … la rigidità (che)… allontana dalla saggezza di Gesù… e toglie la libertà. E tanti pastori fanno crescere questa rigidità nelle anime dei fedeli, e questa rigidità non ci fa entrare dalla porta di Gesù”.

In particolare il riconoscimento di un specifico ministero di donne diaconesse ordinate – richiesto peraltro da una significativa maggioranza durante l’ultimo sinodo dei vescovi sull’Amazzonia – si porrebbe in continuità con il diaconato permanente quale servizio specifico che si pone nell’orizzonte della fedeltà al vangelo e del servizio pastorale e nel contempo dell’attenzione alla prassi di servizio concreto per l’umanità nelle sue sofferenze.

Ma le nuove e diverse situazioni sociali, le differenti esigenze pastorali oggi nelle regioni del mondo, e di una chiesa divenuta mondiale, presentano un’urgenza avvertita a livello diffuso di introdurre e riconoscere nuove forme di ministerialità: il diaconato delle donne è una di queste ma non è l’unico orizzonte su cui continuare a svolgere una ricerca in ascolto del vangelo e della storia.

Continuamente il seguire Gesù spinge a scorgere come attuare in modi nuovi ciò che la prima comunità di Gerusalemme ebbe il coraggio di vivere proprio in rapporto ad un ascolto delle chiamate di Dio nelle vicende storiche.

Alessandro Cortesi op

IV domenica di Pasqua anno A – 2020

IMG_8125At 2,14.36-41; 1Pt 2,20-25; Gv 10,1-10

L’immagine del pastore è una figura di relazione: la sua esistenza è legata al gregge in una condivisione di destino. Nella memoria di Israele la stessa origine del popolo affondava le sue radici nell’esperienza di tribù nomadi di pastori: nella sua più antica tradizione la pasqua stessa, centro della spiritualità di Israele, era festa che inaugurava lo spostamento di pastori e greggi all’inizio della primavera nella ricerca di nuovi pascoli. Così nei Salmi Dio stesso è invocato come pastore: ‘Il Signore è il mio pastore… mi rinfranca mi guida per il giusto cammino’ (Sal 23,1.3). Ed anche i profeti parlano dello sguardo di Dio come quello di un pastore che si prende cura, e nel contempo rivolgono una critica radicale ai capi religiosi del popolo che si approfittano del gregge e cercano solo il proprio potere. “Ecco io stesso cercherò le mie pecore e ne avrò cura. Come un pastore passa in rassegna il suo gregge quando si trova in mezzo alle sue pecore che erano state disperse, così io passerò in rassegna le mie pecore e le radunerò da tutti i luoghi dove erano disperse nei giorni nuvolosi e di caligine.” (Ez 34,11-13) L’autentico pastore di Israele è Dio stesso: va alla ricerca della pecora perduta e riconduce all’ovile quella smarrita, fascia quella ferita e cura quella malata (cfr. Ez 34,16).

Gesù nel IV vangelo presenta se stesso come pastore e richiama la contrapposizione tra chi ha cura del gregge e i pastori mercenari che sfruttano il gregge come ladri e briganti. Il vero pastore è riconosciuto nella sua voce dalle pecore. La grande immagine del pastore e delle pecore rinvia così al rapporto personale di ognuno nel popolo di Dio con Gesù stesso che conosce per nome tutte e tutti coloro che il Padre gli ha dato. L’immagine richiama così alla profondità unica di questa relazione. Gesù chiama i suoi ‘piccolo gregge’ (Mt 25,31-32) e tuttavia la sua missione sta nell’aprire percorsi nuovi per far uscire da chiusure e orizzonti limitati, per scorgere accoglienza e apertura ad altri, fuori e oltre confini e ovili, secondo l’orizzonte di una comunione che si allarga: un solo gregge e un solo pastore.

Gesù presenta se stesso anche come porta delle pecore. La porta è il luogo di passaggio, di attraversamento per entrare e uscire. Sottostà forse un riferimento alla ‘porta delle pecore’ nel tempio di Gerusalemme, un passaggio per entrare nel tempio. Gesù testimonia di essere lui stesso luogo di passaggio, per un incontro con Dio che si attua nel suo corpo: “Distruggete questo tempio e in tre giorni lo farò risorgere… egli parlava del tempio del suo corpo” (Gv 2,19-22). E’ Gesù il nuovo tempio non fatto da mani d’uomo (cfr. Mc 14,58). Dà la vita per le sue pecore, ha cura per ognuna, soprattutto per le più deboli e stanche e guarda anche quelle che non sono di quest’ovile: “E ho altre pecore che non sono di quest’ovile…” (Gv 10,16).

Alessandro Cortesi op

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Le attese dell’umanità, gregge abbandonato…

Vorrei riprendere e porre all’attenzione oggi l’appello lanciato il 30 aprile dalla Commissione Giustizia e Pace dei Missionari Comboniani in questo momento.

“In questo tempo dolorosissimo per l’umanità intera afflitta dalla pandemia, come missionari, portiamo nel cuore il grido dei tantissimi impoveriti che sale a Dio da ogni angolo del mondo. Dall’Amazzonia alle baraccopoli africane, dai fratelli e sorelle migranti nei lager libici e nei campi profughi delle isole greche che cercano di scappare in mare rifiutati dall’Italia e dall’Europa, a quelli che tentano la rotta balcanica.

In questi giorni sono in corso vere e proprie lotte per il cibo a Nairobi, Ougadougou, Johannesburg. Ma anche qui in Italia, molte più persone sentono i crampi della fame e bussano alle nostre Caritas. Come non riconoscere in questi crocifissi il volto di Gesù di Nazaret? (Mt 25,31-46)

Abbiamo notato la tempestività del comunicato con cui avete rivendicato la libertà di culto nei confronti del governo e vi chiediamo la stessa determinazione e prontezza di intervento laddove la carne di Cristo è trafitta nei più poveri e abbandonati.

Ribadiamo convintamente che l’Eucarestia rappresenta la fonte e il culmine della vita cristiana e sentiamo l’urgenza di ritrovarci insieme come comunità attorno all’altare della parola e del pane spezzato. Proprio per questo siamo convinti che la celebrazione eucaristica continua nell’accoglienza dei migranti, nella pratica della giustizia sociale, nella promozione della pace e dei diritti umani, nell’impegno con gli ultimi.

Ci uniamo alle parole profetiche di Papa Francesco il quale ci ricorda che il virus peggiore da combattere è quello dell’indifferenza e durante l’omelia della seconda domenica di Pasqua afferma: «Mentre pensiamo a una lenta e faticosa ripresa dalla pandemia, si insinua il vero pericolo: dimenticare chi è rimasto indietro. Il rischio è che ci colpisca un virus ancora peggiore, quello dell’egoismo indifferente… quel che sta accadendo ci scuota dentro: è tempo di rimuovere le disuguaglianze, di risanare l’ingiustizia che mina alla radice la salute dell’intera umanità!».

Questa pandemia ci insegna che è tempo propizio per iniziare una nuova storia e avere lo stesso coraggio e la stessa parresia degli apostoli che hanno abbandonato il cenacolo, dove erano rinchiusi per paura, per uscire ad annunciare il Vangelo della vita.

Cari Vescovi, non rimanete in silenzio e gridate insieme a tanti uomini e donne:

– lo scandalo della strage di Pasquetta quando morivano nel Mediterraneo 12 migranti dimenticati dall’Italia e dall’Europa;

– lo scandalo dell’aumento della produzione di armi nel mondo (i dati di questa settimana del SIPRI, l’Istituto Internazionale di Ricerca sulla Pace di Stoccolma, parlano di spese di 1.900 miliardi di dollari, il valore assoluto più alto dalla fine della Guerra Fredda) che continuano ad alimentare guerre in Libia, Yemen, Camerun, Siria e affamano intere popolazioni togliendo risorse da investire nel settore sanitario per lottare contro il coronavirus;

– lo scandalo della crisi alimentare mondiale (gli ultimi dati del rapporto FAO della scorsa settimana parlano di 135 milioni di persone nel mondo alla fine del 2019 in situazione di insicurezza alimentare acuta) che si aggrava oggi a causa del Covid-19 ma che non sente salire con determinazione l’appello alle autorità politiche ed economiche per un intervento eccezionale in soccorso agli ultimi”. (…)

Riguardo alla strage di Pasquetta rinvio alle coraggiose inchieste di Nello Scavo, giornalista di “Avvenire”, negli articoli di mercoledì 22 aprile sui primi risultati dell’inchiesta sulla strage di Pasquetta nel Mediterraneo , di mercoledì 29 aprile sulla ricostruzione dei nomi e volti delle vittime della strage di Pasquetta, di giovedì 30 aprile sui respingimenti segreti di migranti verso la Libia operati da Malta in violazione di norme fondamentali del diritto internazionale.

Mentre in prima pagina su “La Repubblica” del 1 maggio si dà ampio risalto alla notizia  di un nuovo maxi-contratto per Fincantieri per realizzare le nuove fregate della Marina militare USA, indicandolo come un fattore di sviluppo dell’economia italiana, suggerisco di cogliere come tale commessa non porterà nessun posto di lavoro in Italia, ma è in continuità con accordi che dal 2009 hanno sottratto all’Italia fondi e investimenti possibili. Ma ancor più rattrista, proprio in questo momento storico, l’esaltazione dell’industria militare. Riguardo all’urgenza di riconversione a fini civili della industria militare italiana indico questa riflessione di Giorgio Beretta: G.Beretta, Difesa e sanità: due modelli da rivedere, “Il Mulino” 1/20.

Il Rapporto Globale sulle Crisi Alimentari della FAO, pubblicato il 21 aprile 2020, riporta che “alla fine del 2019, 135 milioni di persone in 55 paesi e territori sono state esposte a insicurezza alimentare acuta* (fase IPC/CH 3 o superiore). Inoltre, nei 55 paesi in crisi alimentare esaminati nel rapporto, nel 2019 75 milioni di bambini sono risultati affetti da rachitismo e 17 milioni da deperimento”.

Alessandro Cortesi op

 

III domenica di Pasqua anno A – 2020

IMG_7915At 2,14-33; 1Pt 1,17-21; Lc 24,13-35

Come e dove incontrare Gesù Cristo dopo la sua risurrezione? Questa è la domanda che guida Luca nel suo racconto dell’incontro di Emmaus. Sia Luca che scrive, sia la sua comunità non hanno conosciuto direttamente Gesù e sono passati molti anni dalla sua morte. L’incontro con lui è ancora possibile? Il cammino dei due di Emmaus diviene un esempio ed una provocazione. Anche per noi oggi.

La scena di due discepoli che si allontanano dalla città di Gerusalemme apre il racconto. Lontano della città dove si è svolta un’ingiustizia e un assassinio. E’ un percorso di allontanamento, di desolazione e delusione. Le loro speranze sono crollate, i loro cuori sono chiusi. E discorrevano e discutevano: non si sa di più delle loro parole ma forse erano parole di delusione, colme di senso di fallimento e disincanto, forse anche di protesta per un sogno tradito.

In questo loro andare si fa vicino uno sconosciuto, che si accosta loro e rivolge loro una domanda, ponendosi con la disponibilità di chi ascolta. il dialogo inizia da una meraviglia mista a rimprovero ‘tu solo dei così forestiero in Gerusalemme da non sapere ciò che vi è accaduto in questi giorni?’ L’interrogare del viandante porta i due a scoprirsi essi stessi forestieri e li conduce anche ad una ricerca più profonda, a rileggere la storia e la loro storia.

Le sue domande li fanno a tornare ai giorni di Gerusalemme, li provocano a ricomporre passo passo tutti i tasselli degli eventi di cui sono stati protagonisti. E li elencano uno dopo l’altro, ma ancora immersi in un buio inestricabile senza riuscire ad individuare un filo ed una direzione. E in questo dialogo emerge la pazienza di quel viandante, la sua capacità di far emergere un po’ alla volta, senza imposizione, una speranza sopita, il senso di una attesa tradita, la nostalgia di un senso.

Il suo stare accanto a loro non impartisce spiegazioni dall’alto, non è paternalistico ammonimento: suscita un percorso interiore nei due che erano tristi, fa scavare nell’inquietudine, accompagna ad andare al fondo della tristezza e non offre risposte, soluzioni, o condanne. Lo sconosciuto che si è fatto loro accanto li accompagna a ricomporre un quadro della loro esperienza: avevano tutti gli elementi, ma incapaci di leggere i segni. Forse superficiali, forse stolti…

Come i loro occhi erano incapaci di riconoscere Gesù, così il loro sguardo era incapace di leggere dentro agli eventi. Al centro del loro ricordo sta la testimonianza delle donne: ‘ma alcune donne, delle nostre, ci hanno sconvolti; recatesi al mattino al sepolcro e non avendo trovato il suo corpo, sono venute a dirci di avere avuto una visione di angeli, i quali affermano che egli è vivo’.

Al centro un annuncio dell’impossibile, portato da chi non contava. Eppure i loro cuori non sono aperti all’accoglienza di questa parola. Gesù allora li accompagna a vivere due esperienze: il ripercorrere le Scritture e lo spezzare il pane insieme. Quel sondare le Scritture diviene guida per passare dalla cronaca a scorgere le profondità della vita nel quadro di una alleanza con il Dio vicino e fedele. E questo inizia a scaldare il cuore, a far passare dalla disperazione alla speranza.

E quando gli dicono ‘resta con noi perché si fa sera’, si ferma e a tavola, insieme, spezza il pane. Quel gesto rinvia a tutti i momenti in cui sono stati a tavola con Gesù, a quelle tavole dove tanti erano accolti, anche gli esclusi e i marginali. I due erano delusi: i loro sogni di realizzazione e di potere si erano infranti.

Nella locanda, in quel tramonto, sono ricondotti ad un potere diverso, quello di chi serve a tavola. E ricordano così anche l’ultima cena. L’incontro con il risorto diviene possibile in ogni gesto in cui il pane della propria esistenza è spezzato. Si aprirono allora gli occhi. I due si mettono in movimento. Il loro cammino va verso la comunità che avevano abbandonato con la pretesa di farcela da soli. E’ possibile incontrare il vivente, Gesù risorto, nella vita.

Alessandro Cortesi op

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Liberazione

“Noi speravano che fosse lui a liberare…”. Il cammino di Emmaus è un paradigma del cammino umano alla ricerca di liberazione. E’ espressione di attesa, di delusione, di fallimento, di apertura. Nella storia ci sono momenti che hanno rappresentato esperienze condivise in cui si è manifestato il senso di una liberazione che coinvolge insieme l’umanità in un cammino comune e condiviso.

Sono significative e da riascoltare le parole che Piero Calamandrei pronunciò in un discorso tenuto alla presenza di Ferruccio Parri nel 1954 soprattutto laddove parla della resistenza come di un movimento sorto da un anelito di liberazione presente nei cuori e che ha unito uomini e donne di diversa provenienza, formazione, tradizione. Nel riferirsi a quanto accadde in Italia dopo l’8 settembre 1943 ebbe a dire:

“Nessuno aveva ordinato l’adunata: questi uomini accorsero da tutte le parti, e si cercarono e si adunarono da sé… un’adunata spontanea e collettiva; un movimento di popolo, una iniziativa di popolo. (…) Ma questa chiamata fu anonima, non venne dal di fuori: era la chiamata di una voce diffusa come l’aria che si respira, che si svegliava da sé in ogni cuore, nei più generosi e nei più pigri, un’ispirazione che sussurrava dentro, che comandava dentro: Se sei un uomo, se hai dignità d’uomo, questa è l’ora!’ E fu una sorpresa consolante, una scoperta miracolosa il trovarsi dentro questa voce, questo misterioso tesoro che molti ignorano di custodire dentro di sé: questo inebriante accorgersi che la stessa voce aerea parlava contemporaneamente al centro di ogni coscienza e che in fondo ad ogni cuore c’era questa resurrezione della patria umana, in cui tutti gli uomini liberi si riconoscevano e si intendevano nella stesa lingua. Questi uomini di qualunque partito e di qualunque fede, dicevano prima di morire tutti la stessa frase: ‘muoio per un’idea’ (…) Ma che cos’era questa ‘idea’ che comandava di dentro, che nello stessi istante parlava dentro la coscienza di tutti, che per tutti era più forte della vita? Qualcuno ha parlato di partito, qualcuno ha parlato di chiesa. Sì, fu anche questo; ma non fu soltanto questo. Le fedi erano diverse e diversi erano i partiti; ma c’era una voce comune che parlava per tutti nello stesso modo: e la sentirono anche gli uomini che fino a quel momento non avevano appartenuto ad alcun partito o ad alcuna chiesa. Qualcuno ha parlato di ‘anima collettiva’, qualcuno ha parlato di ‘provvidenza’; forse bisognerebbe parlare di Dio: di questo Dio ignoto che è dentro ciascuno di noi, che parla contemporaneamente in tutte le lingue. (…) Quando io considero questo misterioso e miracoloso moto di popolo, questo volontario accorrere di gente umile, fino a quel giorno inerme e pacifica, che in una improvvisa illuminazione sentì che era giunto il momento di darsi alla macchia, di prendere il fucile, di ritrovarsi in montagna per combattere contro il terrore, mi vien fatto di pensare a certi inesplicabili ritmi della vita cosmica, ai segreti comandi celesti che regolano i fenomeni collettivi, come le gemme degli alberi che spuntano lo stesso giorno, come certe piante subacquee che in tutti i laghi di una regione alpina affiorano nello stesso giorno alla superficie per guardare il cielo primaverile, come le rondini di un continente che lo stesso giorno s’accorgono che è giunta l’ora di mettersi in viaggio. Era giunta l’ora di resistere; era giunta l’ora di essere uomini: di morire da uomini per vivere da uomini” ((dal discorso tenuto da Piero Calamandrei il 28 febbraio 1954 al Teatro Lirico di Milano, in P.Calamandrei, Uomini e città della resistenza, Laterza 2011).

Il 26 gennaio 1955 parlando agli studenti di Milano e presentando loro i tratti fondamentali della Carta Costituzionale Piero Calamandrei disse: “Quanto sangue, quanto dolore per arrivare a questa Costituzione! Dietro ad ogni articolo di questa Costituzione, o giovani, voi dovete vedere giovani come voi caduti combattendo, fucilati, impiccati, torturati, morti di fame nei campi di concentramento, morti in Russia, morti in Africa, morti per le strade di Milano, per le strade di Firenze, che hanno dato la vita perché la libertà e la giustizia potessero essere scritte su questa carta. Quindi quando vi ho detto che questa è una carta morta, no, non è una carta morta, è un testamento, un testamento di centomila morti. Se voi volete andare in pellegrinaggio nel luogo dove è nata la Costituzione andate nelle montagne dove caddero i partigiani, nelle carceri dove furono imprigionati, nei campi dove furono impiccati, dovunque è morto un italiano per riscattare la libertà e la dignità, andate lì o giovani, col pensiero, perché lì è nata la nostra Costituzione”.

Nei giorni in cui facciamo memoria della Liberazione dell’Italia dal fascismo e dalla guerra e viviamo un tempo segnato da desiderio di liberazione dal virus che genera dolore e morte, riflettere su queste parole aiuta ad ascoltare quella voce che parla al cuore di ogni uomo e donna e ad accogliere ispirazioni che soffiano dentro ed invitano ancor oggi a scorgere come ogni giorno è da ricercare e custodire liberazione da tutte le forme di oppressione.

Alessandro Cortesi op

Domenica II di Pasqua – anno A – 2020

Ev9mmF8DhH_McZ5lakaQtAahGZm0AsSeQy6Jj9ZZ-4awEtxkiaqFQR1ixhMrOb3oIZ8SfR45Iqt99vucPNxrOo3adhs6iX7LehtOvkEFzDp4LuSqVvrd1Bk_I0YvrPdpO8JyyCL82AV8v8LcMiniatura dal codex aureus – Echternach (ca. 1030-50)

At 2,42-47; Sal 117; 1Pt 1,3-9; Gv 20,19-31

I racconti di incontro con Gesù dopo la Pasqua esigono di essere letti non come  resoconti cronachistici, ma come narrazioni che esprimono in termini narrativi l’esperienza pasquale dei discepoli, un’esperienza che sorge da un’irruzione inattesa e insperata (il darsi ad incontrare di Gesù) e che peraltro coinvolge in un cammino ineriore personale e collettivo di cambiamento e trasformazione nella fede.

Gesù viene in mezzo ai suoi discepoli ed è riconosciuto come il vivente. E’ sera. Il luogo è la sala in cui i discepoli hanno condiviso con Gesù la cena prima della sua passione. Sono elementi importanti e simbolici: la sera rinvia al buio che accompagna la passione, così pure alla sera della cena, alla memoria vicina del mangiare insieme e dei gesti di Gesù. Ora non c’è più l’intimità e l’amicizia ma la paura e la chiusura delle porte e dei cuori. Il luogo è chiuso e i cuori dei discepoli sono bloccati nel loro disorientamento.

In questo contesto – che parla di una condizione di assenza di prospettiva, di impreparazione e di impotenza – ‘Gesù venne’. Gesù risorto oltrepassa le porte e i cuori chiusi e irrompe inatteso, presenza che si fa vicina in modo totalmente nuovo, inedito, soprendente. Ogni motivo di paura è vinto. Anche la morte non ha più potere. In tutti i racconti di incontro con Gesù dopo la sua morte il suo venire è inatteso e l’iniziativa è sua. La sua presenza non è preparata né programmata. Il suo venire non è costruzione interiore di chi ha elaborato la sua morte, ma è un irrompere fonte di stupore e insieme nuovo percorso esistenziale che coinvolge la fede. Gesù venne e si fermò: il suo ‘venire’ particolare, oltre le barriere. Sta qui un richiamo alla Pasqua ebraica, che secondo la tradizione dell’Esodo fu celebrata dietro le porte segnate dal sangue degli agnelli.

Il suo primo saluto di Gesù è un saluto di pace. E’ il primo dono della Pasqua in stretto legame con le piaghe delle mani e del costato mostrate ai discepoli. Chi ‘venne’ non è un altro: è il crocifisso risorto, con i segni delle ferite nel suo corpo. Offrendo la pace fa un gesto di rivelazione: ‘mostra’ loro le ferite. Nel IV vangelo la pace è connessa alla passione e risurrezione di Gesù (14,27; 16,33; 20,19-26). Non è la pace del mondo, non elimina la morte e la sofferenza. E’ pace dono di Gesù: ‘Io ho vinto il mondo’ (Gv 16,33).

I discepoli ‘gioirono’. Il secondo dono della Pasqua di Gesù è la gioia. E’ una gioia che non dimentica la croce, ma che proprio nella croce legge il manifestarsi di un volto di Dio come amore che si dona. In questo sta la ‘gloria’ di Dio che si comunica sulla croce. Là dove c’è pace e gioia sono presenti i segni del Risorto e vi sono tracce per poterlo incontrare.

Gesù invia i suoi, li rende partecipi di una missione “Come il Padre ha mandato me, anch’io mando voi… alitò su di loro e disse: Ricevete lo Spirito santo; a chi rimetterete i peccati saranno rimessi e a chi non li rimetterete resteranno non rimessi”. I discepoli sono inviati a continuare l’opera di Gesù, il motivo della sua vita. Gesù dona lo Spirito: la prima comunità è trasformata: è accompagnata a superare la chiusura per portare il perdono di Cristo, dono dello Spirito. Gesù chiede ai suoi, a tutti insieme non solo a qualcuno, di continuare la sua missione, di essere presenza di riconciliazione. E’ lo Spirito il grande protagonista dell’esperienza della fede e della testimonianza che da Pasqua inizia.

Ciò apre a noi una visione di speranza e di fiducia: in ogni percorso umano in cui la pace è ricercata per superare conflitti, laddove c’è gioia che vince chiusure e distanze, laddove c’è opera di riconciliazione lì vi sono tracce della presenza del Risorto che ha consegnato il suo Spirito.

Alessandro Cortesi op

Taddeo Gaddi, armadio di s.croce,1335-40

Taddeo Gaddi, armadio della sacrestia di s.Croce, Galleria dell’Accademia Firenze 1335-40

Ricostruire comunità

Gesù stette in mezzo… La prima esperienza della Pasqua per i discepoli fu quella di una ricostituzione della comunità insieme attorno ad una presenza che raduna, raccoglie e genera comunione laddove c’era stata dispersione, paura, disorientamento, chiusura.

Ci si può chiedere se questa esperienza non possa essere luce per ciò che stiamo vivendo nella crisi globale della pandemia: la domanda che si pone nel momento in cui si affaccia la possibilità sperata di un ripartire dovrebbe far riflettere sul fatto che non si può ripartire come se nulla fosse accaduto. E sarebbe prezioso far tesoro di quanto tale emergenza ci sta insegnando.

Il futuro dovrà vedere un comune impegno per una ricostruzione di un con-vivere universale che abbia chiara la consapevolezza della dimensione comunitaria del nostro vivere. Il mondo si è rivelato in questo frangente come un mondo collegato: persone e popoli diversi siamo interrelati, tutte e tutti partecipi di una medesima vicenda dell’unica famiglia umana. Ed insieme parte dell’unica casa comune dell’ambiente naturale.

Questa epidemia si è caratterizzata nella sua aggressività e letalità per il fatto di essere una malattia collettiva. E questo dato, nella sua evidenza quasi elementare tuttavia ha posto in discussione le modalità in cui è stata impostata la stessa struttura della sanità. Una sanità pensata in modo individualizzato per operare di fronte alla malattia pensata come condizione individuale si è trovata in grave difficoltà laddove la malattia ha invece presentato i connotati di un evento pubblico e collettivo. E’ stata questa la differenza di reazione nei modelli di sanità dei diversi Paesi ed anche in diverse regioni italiane. Una struttura concepita in modo privatistico non solo per il taglio delle risorse alla struttura pubblica e al privilegio offerto negli anni alla dimensione privata ma anche per la modalità di approccio alla malattia stessa si è trovata pur con il suo alto livello di qualità di fronte ad un’incapacità e ad un limite (in particolare nel rapporto tra assistenza ospedaliera, cura sul territorio e strutture di assistenza sanitaria non ospedaliere). Pensare la salute nei termini collettivi e di interrelazione implica una considerazione e scelte conseguenti sul piano della costruzione di una sanità orientata non al singolo ma alla comunità senza discriminazioni, privilegi ed esclusioni. Questa è una sfida aperta a diversi livelli per un possibile futuro.

Quattro proposte concrete in questi giorni sono state sollevate nella prospettiva di pensare ad un futuro nei termini di una tessitura di più profondi legami di comunità tra le persone.

La prima viene dal card. Tagle che ha proposto l’annullamento del debito dei paesi poveri. Il tempo che viviamo richiede una soluzione straordinaria di fronte alla condizione dei popoli più poveri del pianeta. Così ha detto in una sua omelia del 29 marzo u.s. commentando il brano evangelico della risurrezione di Lazzaro e prendendo spunto dalle parole di Gesù che inviata slegare e liberare Lazzaro facendolo uscire dalla tomba:

“Facciamo appello ai paesi ricchi: in questo momento potete rimettere i debiti dei paesi poveri, perché possano usare le loro scarse risorse per sostenere le loro comunità, invece che pagare gli interessi che voi imponete ai paesi poveri? Potrebbe la crisi del coronavirus portare a un giubileo, alla remissione del debito, perché quanti si trovano nelle tombe dell’indebitamento possano trovare vita? Slegateli, liberateli. Un’altra tomba: molti paesi spendono tanto in armamenti, in armi, per la sicurezza nazionale. Possiamo fermare le guerre? Possiamo smettere di produrre armi? Possiamo uscire da queste tombe e spendere questo denaro per una vera sicurezza? Ora ci rendiamo conto che non abbiamo abbastanza maschere, mentre ci sono pallottole in abbondanza. Non abbiamo abbastanza ventilatori, ma abbiamo milioni di pesos, dollari, euro spesi in un solo aeroplano per attaccare. Possiamo avere un cessate il fuoco permanente, e nel nome dei poveri, liberare risorse per la vera sicurezza, l’educazione, l’abitazione, l’alimentazione?”

La seconda proposta viene da papa Francesco in una sua lettera indirizzata ai movimenti popolari del 12 aprile 2020. Così egli scrive: “So che siete stati esclusi dai benefici della globalizzazione. Non godete di quei piaceri superficiali che anestetizzano tante coscienze. Ciononostante ne dovete subire sempre i danni. I mali che affliggono tutti, vi colpiscono doppiamente. Molti di voi vivono alla giornata, senza alcun tipo di tutela legale a proteggervi. I venditori ambulanti, i riciclatori, i giostrai, i piccoli agricoltori, gli operai, i sarti, quanti svolgono attività di assistenza. Voi, lavoratori informali, indipendenti o dell’economia popolare, non avete un salario stabile per far fronte a questo momento… E le quarantene sono per voi insostenibili. Forse è giunto il momento di pensare a un salario universale che riconosca e dia dignità ai nobili e insostituibili lavori che svolgete; capace di garantire e trasformare in realtà questa parola d’ordine tanto umana e tanto cristiana: nessun lavoratore senza diritti. Vorrei anche invitarvi a pensare al “poi”, perché questa tormenta finirà e le sue gravi conseguenze già si sentono. Non siete degli sprovveduti, avete la cultura, la metodologia, ma soprattutto la saggezza che s’impasta con il lievito di sentire il dolore dell’altro come proprio. Pensiamo al progetto di sviluppo umano a cui aneliamo, incentrato sul protagonismo dei Popoli in tutta la loro diversità e sull’accesso universale a quelle tre T che voi difendete: tierra, techo y trabajo, terra, tetto e lavoro”.

Il papa propone in questo frangente una misura concreta quale un reddito universale che sia riconoscimento per chi lavora in tante forme che non consentono uno stipendio e che non ha riconosciuti diritti fondamentali nell’ottica che sia garantito per tutti accesso alla terra, ad una casa e al lavoro.

La terza proposta è la regolarizzazione di tutti gli immigrati che lavorano in Italia ma non hanno una situazione regolare. E’ idea sostenuta in questi giorni da Tito Boeri: “ora se vogliamo davvero liberarci di questo maledetto virus, dobbiamo, volenti o nolenti, regolarizzare gli immigrati illegali che vivono nel nostro Paese. Tutti. Non solo quelli che devono lavorare in agricoltura. E non per ragioni umanitarie, ma per una pura e semplice questione di controllo del territorio e di sopravvivenza (…) Gli immigrati irregolari sono ormai più di 650 mila dato che prima la paura dei populisti e poi i populisti in carne e ossa hanno impedito per più di 10 anni che arrivassero regolarmente le persone di cui le famiglie e le imprese italiane avevano bisogno” (Tito Boeri, Per liberarci dal virus dobbiamo regolarizzare gli immigrati, “La Repubblica” 16 arile 2020).

La quarta è una proposta a livello italiano promossa da un gruppo di personalità il 7 aprile u.s. e ripresa da Livia Turco, già ministra e parlametare, che individua la possibilità di istituire un servizio civile pubblico di cura obbligatorio per essere preparati a fronte di emergenze che toccano così profondamente la vita sociale e di fronte alle quali nulla serve un approccio di tipo militaristico, ma in cui risulterebbe assai proficua una preparazione di tipo civile.

“La pandemia ha dimostrato la necessità di grandi competenze per il bene comune. Di qui la proposta di rilanciare e ripensare il Servizio Civile come una forza nazionale giovanile con la missione di aiutare le fasce deboli della popolazione a fianco della Protezione Civile e di altre organizzazioni. Una forza dotata di una adeguata formazione. E costruita pensando anche alla fragilità del pianeta. In futuro altre emergenze economiche, ambientali e sanitarie saranno inevitabili. (…)non basta attribuire al meraviglioso volontariato, alla capacità di dedizione dei cittadini, alle organizzazioni del Terzo settore il compito di sollecitare in tale direzione. Bisogna mettere in discussione, scardinare, anche attraverso un dibattito pubblico, la scansione del tempo che caratterizza la nostra società e la considerazione pubblica riconosciuta ai vari lavori e alle forme di impegno sociale. Oggi abbiamo una scansione del tempo che considera la cura delle persone un tempo privato, il lavoro retribuito il tempo pubblico che fonda diritti e cittadinanza ed alimenta la nostra democrazia, il tempo della gratuità e del dono come tempo onorato e anche riconosciuto nella Costituzione nella sua funzione di sussidiarietà rispetto al pubblico e in talune leggi e politiche (La legge 328/2000 sulle politiche sociali con la pratica della co-progettazione e le recente riforma del Terzo Settore), ma confinato in un cono d’ombra affidato al buon cuore dei cittadini. Se, dunque, il tema cruciale oggi è promuovere la ‘comunità competente’ per la realizzazione dei beni comuni, il tempo della cura delle persone, il prendersi cura delle persone deve essere riconosciuto anche come tempo pubblico, ingrediente della democrazia e motore della cittadinanza. (…) Il Servizio Civile Universale e obbligatorio sarebbe una grande politica che aiuta la promozione delle competenze dei giovani nei beni comuni, a costruire concretamente la comunità e il welfare universalistico e comunitario”. (Livia Turco, Costruire la “comunità competente”. Sì all’obbligatorietà del servizio civile, “Avvenire” 16 aprile 2020).

Costruire comunità solidali è un orizzonte che ora più che mai si rende presente come chiamata di questo tempo.

Alessandro Cortesi op

Domenica di Pasqua – anno A – 2020

img_7779At 10,34.37-43; Col 3,1-4; Gv 20,1-9

Maria di Magdala è smarrita. Il suo uscire e partire avviene ancora nella notte ‘mentre era ancora buio’: la sua ricerca è un movimento di affetto e di nostalgia. E’ legata al passato e il buio assume una valenza simbolica come spesso nel IV vangelo. La luce può prendere il posto e chiede di essere accolta come l’alba al mattino. La sua è una ricerca addolorata del Gesù di prima. Maria rincorre il Gesù del passato e del ricordo. Solo la voce che la raggiunge pronunciando il suo nome la aprirà ad un nuovo inizio. Potrà incontrare Gesù non con i gesti di devozione nel luogo della morte, ma in una relazione vivente. Quando sente pronunciare il suo nome, quella voce conosciuta le dona luce nuova. Un nuovo giorno è iniziato. Il suo è il primo percorso del sorgere della fede. E’ lei la prima testimone.

C’è poi la corsa di Simon Pietro, il primo tra gli apostoli: anche lui corre, ma viene preceduto dal discepolo altro. Questi lo attende e per primo così Pietro entra nel sepolcro dove i segni parlano di una assenza. Vede i segni ma si ferma lì, non va oltre. I segni – suggerisce così il IV vangelo – non sono di per se stessi sufficienti per la fede. Pietro, responsabile nella comunità, è il primo ma il suo cammino nel credere è faticoso e il suo seguire Gesù è fatto di cadute, infedeltà e ritardi. Deve lasciarsi guidare da altri. C’è chi ha uno sguardo nutrito dall’amore, l’altro discepolo, che giunge prima ha uno sguardo che va oltre: il vedere dell’amore ha una precedenza e un’autorità unica che fa crescere tutti.

La terza ricerca è la ricerca stessa del discepolo che Gesù amava. Corre insieme a Pietro ma anche in modo diverso. E’ una ricerca che assorbe tutte le energie. Va di fretta. Di lui si dice ‘e vide e credette’. Anche lui che la testimonianza e sa attendere è il primo: il primo a vedere e credere. Parte dai segni ma non si ferma ad essi. Nei segni legge che quel luogo di morte ormai non è il posto di Gesù. Quei segni, i teli posati e il sudario piegato, sono da leggere in rapporto all’episodio di Lazzaro. Qui la pietra è tolta e i teli non avvolgono Gesù. Essi dicono che Gesù è uscito da solo dal luogo della morte. Gesù è il vivente e d’ora in poi lo si deve ricercare altrove, o meglio attendere il suo venire, nella vita, nell’amore. Lui stesso ci raggiunge attraverso la testimonianza: ‘beati coloro che pur senza aver visto crederanno’.

Il brano si chiude con una osservazione: ‘non avevano infatti ancora compreso la Scrittura, che egli cioè doveva risuscitare dai morti’.

Due serie di verbi in questa pagina indicano due movimenti della Pasqua: sono i verbi del movimento e quelli del vedere. Il giorno dopo il sabato viene ad essere così paradigma del cammino di incontro con il Cristo risorto nel movimento, nella fatica e nel dubbio che ogni credente vive.

Il racconto si conclude con un invito a ritornare alle Scritture, per scoprire lì, nella sua Parola, il farsi vicino del Dio dell’alleanza. Il suo agire è in  vista di liberare e rialzare dalla morte. La sua promessa apre ad una comunione nuova, ad una trasformazione della vita che sin d’ora ha inizio.

Alessandro Cortesi op

Un sostare nei giorni dell’epidemia – 24

IMG_7815Cliccando sul link qui sotto si apre un file con proposta per un momento di preghiera e riflessione (ved. i post precedenti per gli altri giorni).

Giorno 24 – 8 aprile 2020 – capitalismo

Domenica delle Palme – anno A – 2020

L'ingresso_di_Gesù_a_Gerusalemme_Codex_Purpureus_Rossanensis(Codex Purpureus Rossanensis – sec. VI – ingresso di Gesù a Gerusalemme)

Is 50,4-7; Fil 2,6-11; Mt 26,14-27,66

‘Ho presentato il dorso ai flagellatori, la guancia a coloro che mi strappavano la barba; non ho sottratto la faccia gli insulti e agli sputi. Il Signore Dio mi assiste, per questo non resto confuso’

La figura del ‘servo di Jahwè’, a partire da un riferimento ad un’espeirenza singolare racchiude il riferimento alla vicenda dell’intero popolo d’Israele come popolo. Il servo è quindi figura che racchiude in sé la dimensione collettiva: non si pone di fronte alla violenza con una violenza opposta ma si affida a Dio, e confida che Dio sta dalla parte delle vittime e degli oppressi. E’ così messaggero che annuncia la pace (Is 52,7): a costo della sua vita, la sua esperienza è fonte di pace. Il suo agire nonviolento è testimonianza del suo affidarsi A Dio che sconfigge e rende vana la violenza stessa.

Le prime comunità cristiane hanno visto questa figura come modalità per esprimere la vicenda di Gesù. Gesù nella sua passione come giusto sofferente continua e attua l’esperienza dell’intero popolo d’Israele.

Nel racconto della passione secondo Matteo si possono cogliere sette tappe da leggere alla luce delle parole che iniziano il racconto: ‘Voi sapete che fra due giorni è pasqua e che il Figlio dell’uomo sarà consegnato per essere crocifisso’ (Mt 26,2).

La Pasqua ebraica, evento di alleanza e rivelazione del Dio vicino, che ascolta il grido degli oppressi e scende a liberarli, è il contesto della narrazione ma anche la chiave di lettura. Matteo indica poi il tema della ‘consegna’. Gesù è tradito, consegnato: ma vi è una più profonda consegna da scorgere: Gesù si consegna al Padre e all’umanità: è il servo che giustificherà molti.

L’unzione di Betania, primo momento, è annuncio profetico della morte di Gesù. Seguono i preparativi e la cena pasquale, seconda scena: Gesù, tradito dai suoi (Mt 26,16.20), offre in libertà la sua vita: la sua vita è il ‘sangue dell’alleanza versato per tutti’ (Mt 26,28).

Il terzo momento è al Getsemani. In Gesù si delinea il profilo del giusto nella prova in rapporto con la sua comunità: ‘andò con loro… presi con sé Pietro e i due figli di Zebedeo… disse loro: … vegliate con me’ (Mt 26,26-38).

Segue la scena l’arresto: al centro è ancora Gesù che si rifiuta di percorrere la via della violenza che pure ha contagiato anche i discepoli (Mt 26,51-54).

Matteo presenta poi il processo giudaico (Mt 26,57-68) mentre Pietro vive il rinnegamento di Gesù (Mt 26,69-75): in questa sezione Gesù viene indicato con alcuni titoli che ne suggeriscono l’identità come messia: ‘d’ora innanzi vedrete il Figlio dell’uomo seduto alla destra di Dio e venire sulle nubi dell’altissimo’ (Mt 26,64).

La sesta scena è il processo romano, davanti a Pilato. La folla di Gerusalemme è strumentalizzata, Pilato si lava le mani e la moglie di lui interviene (Mt 27,19) indicando Gesù come ‘giusto’. A conclusione del processo vi è un altro passaggio di consegna: Pilato ‘lo consegnò ai soldati perché fosse crocifisso’ (Mt 27,26)

Al vertice della narrazione sta la crocifissione: Gesù è inerme e condannato, e non salva se stesso: per questo subisce lo scherno: ‘ha salvato gli altri, non può salvare se stesso’ (Mt 27,42). Accetta la morte senza salvare se stesso: ora è lui che si consegna. Ma proprio il momento della morte è presentato come una rivelazione di Dio, una grandiosa teofania. Le immagini proprie dell’apocalisse stanno ad indicare che la sua morte segna e cambia la storia, coinvolge il cosmo e tutta l’umanità. C’è chi rifiuta Gesù, c’è chi si apre ad una nuova fede come il centurione pagano e si attua un moviemnto di liberazione e uscita per tutta l’umanità: i morti escono dai sepolcri. Il salmo 22 – le cui prime parole sono pronunciate da Gesù sulla croce – è la preghiera di un giusto sofferente che invoca Dio e a lui si abbandona lasciando a lui l’ultima parola. Sulla croce Gesù nel suo grido manifesta un volto di Dio che soffre insieme ed è vicino nella sofferenza. Dio a cui affidare la vita proprio perché com-patisce fino in fondo.

Il racconto si chiude con la sepoltura e con l’indicazione di due gruppi davanti al sepolcro: le donne che vigilano con amore (Mt 27,61) e le guardie che vigilano in modo diverso, a servizio dei poteri, politico e religioso, che hanno ucciso Gesù (Mt 27,64-65).

Matteo presenta Gesù come il giusto che affida la sua vita al Padre e la dona a tutti: è messia che compie le Scritture nel ‘fare la pasqua con i suoi’.

Alessandro Cortesi op

Panaro-solidale-per-i-bisognosi-1000x600(Napoli, via santa Chiara, marzo 2020)

Dolore e speranza

La pandemia causata dal virus Covid-19 è giunta in Italia a partire dal mese di febbraio. La percezione della gravità della situazione non è stata subito avvertita. Dagli inizi del mese di marzo il governo ha determinato misure progressive di chiusura di ogni attività eccetto i servizi essenziali.

Il rapido diffondersi dell’epidemia soprattutto in alcune regioni del Nord Italia come la Lombardia ha provocato un numero ingente di morti. Al momento sono più di 12.000 coloro che sono deceduti a causa del virus. Questa pandemia ha innanzitutto portato grande dolore anche nell’impossibilità di accompagnare i defunti stando loro vicini al momento della morte o in un ultimo saluto incontrando le persone care e gli amici.

Lo stato di emergenza ha posto inoltre in risalto le condizioni di sofferenza di molte persone senza casa che non sanno dove trovare rifugio, dei carcerati costretti in ambiti dove le norme di distanza non possono essere rispettate, di molti stranieri profughi senza sostegni, di chi ha dovuto lavorare anche quando era palese il rischio di contagio perché le ragioni del profitto venivano anteposte all’attenzione alla salute.

La chiusura di ogni attività lavorativa sta inoltre generando grande sofferenza nelle famiglie e nella popolazione: molti hanno perso il lavoro, la maggior parte dei lavoratori sono stati messi in cassa integrazione o hanno preso un periodo di ferie. Solo per una parte è stato possibile intraprendere il lavoro in forma telematica (smart working) e molti operai hanno dovuto continuare a recarsi al lavoro senza che vi fossero garantite misure sanitarie.

In questo periodo medici e operatori della sanità hanno manifestato una grande dedizione esponendo le loro vite al rischio del contagio e molti tra di essi hanno perso la vita. A tutti livelli della vita sociale si sono moltiplicate le iniziative di solidarietà e vicinanza ai più deboli da parte della protezione civile e del volontariato.

Questa situazione suscita riflessioni e invita a pensare come potremo uscire rinnovati da questa crisi.

Innanzitutto la diffusione del virus ha condotto a comprendere la fragilità di un mondo con pretese di onnipotenza in cui prevalevano progetti di dominio e di guerra. Il nemico invisibile ha smascherato la debolezza di un mondo armato – con le armi della finanza e con le armi belliche – ma fragile, un gigante di argilla, che si è dovuto fermare nonostante anche i proclami di leader politici inetti che minimizzavano la gravità dell’epidemia in corso. Non abbiamo nemmeno la grammatica per parlare di questa situazione nuova di fragilità imprevista: si parla di guerra e si usa la terminologia del combattimento, ma l’epidemia è una condizione di contagio che richiede non la guerra ma la cura e fa scorgere l’altro non come nemico, ma come presenza importante a cui la propria vita è legata .

Questa emergenza ha così condotto a maturare una nuova consapevolezza che si era perduta: l’umanità a tutti i livelli è collegata e interrelata in modo inscindibile. Popoli diversi di ogni angolo della Terra vivono una vicenda in cui la possibilità di vita o di morte è strettamente legata agli altri. Abbiamo vissuto in questi ultimi anni una globalizzazione che ha generato ingiustizie ed esclusioni. L’interruzione della corsa al profitto che la pandemia ha prodotto apre ora gli occhi sul fatto che viviamo una medesima vicenda umana. Solamente scoprendosi legati insieme e ponendo attenzione gli uni agli altri si possono generare condizioni di salute e di possibilità di vita per tutti.

Studi scientifici hanno evidenziato come la diffusione del virus sia strettamente collegata al fatto che alcune specie animali portatrici del virus siano state costrette a mutare il loro habitat naturale a causa dell’intervento umano sulle grandi aree verdi e forestali e nella devastazione degli ecosistemi. Questa pandemia rivela che uno squilibrio si è generato a livello del rapporto tra umanità e ambiente e ciò ha generato conseguenze devastanti anche per la vita umana nel pianeta.

L’emergenza che stiamo vivendo dovrebbe essere motivo per rivedere profondamente il sistema economico e di impostazione delle attività umane che hanno prodotto un così grave squilibrio a livello della vita degli ecosistemi e nell’equilibrio con la vita della Terra.

Infine in questi mesi si può notare come si sia mossa una immensa corrente di dedizione e di solidarietà di fronte al grande dolore. E’ questo un segno di una potenzialità presente nel tessuto della vita sociale ed è motivo per imparare una lezione anche per il futuro che si aprirà, un futuro che vedrà intere fasce di popolazione in condizioni di debolezza e di impoverimento. Si tratta di scoprire come vivere nuovi rapporti improntati alla solidarietà tra le persone e i popoli, nel prendersi cura soprattutto dei più deboli e vulnerabili, nel riconoscimento di tutti: nessun volto umano può mai essere considerato scarto, da eliminare.

La scoperta che tutti siamo sulla stessa barca, che non ci si salva da soli ma solo insieme e facendosi carico dei più deboli, e che questo momento è una occasione per una scelta che determini un possibile futuro diverso per le nostre società è la lezione da apprendere in questo tempo di difficoltà e di tanto dolore.

Alessandro Cortesi op

 

 

V domenica di Quaresima – anno A – 2020

0A711DC2-39F3-42E8-9C55-09682AF5E42EEz 37,12-14; Rom 8,8-11; Gv 11,1-45

Nel capitolo 11 del IV vangelo il ‘segno’ della vita, dell’uscita dal buio del sepolcro, segue ai segni del vino a Cana, dell’acqua con la donna di Samaria, della luce nell’incontro con il cieco.

Gesù, informato he il suo amico Lazzaro è morto attende e non si reca subito da lui. In questo intende offrire un messaggio: ‘questa malattia non è per la morte ma per la gloria di Dio’. Il ‘segno’ della vita di Lazzaro è orientato a far comprendere che la persona di Gesù è presenza di vita. Nella sua presenza c’è il dono di un profumo che vince l’odore della morte. In lui si può incontrare la vicinanza del Padre che vuole la vita. Nel credere come affidarsi in lui, una vita nuova può essere scoperta sin da ora: ‘Chi crede è passato dalla morte alla vita’.

Gesù dice a Marta. ‘tuo fratello risusciterà’. E ciò costituisce una conferma della fede di Marta che gli risponde: ‘So che risusciterà nell’ultimo giorno’. Ma Gesù le propone un affidamento più profondo e radicale: ‘Io sono la risurrezione e la vita; chi crede in me, anche se muore vivrà’. Ogni segno nel IV vangelo è orientato a condurre all’unico grande segno in cui Dio rivela la sua gloria: la morte sulla croce di Gesù, ora di rivelazione del volto di un Dio che si è umanizzato e che s’incontra nell’amore.

Gesù propone a Marta non solo di vivere la fede nella risurrezione nell’ultimo giorno, ma di vivere sin d’ora un’esperienza di vita nuova nell’incontro con lui, nell’uscire dalle chiusure e camminare sulla sua via. Per Marta – e per ognuno di noi – è già ora presente la possibilità di una vita nuova, l’esperienza della risurrezione. Gesù guida Marta ad aprirsi non solo al superamento di una mentalità che vede la vita chiudersi con la morte ma la invita anche ad uscire fuori, come grida a Lazzaro ‘Vieni fuori’.

Gesù fa uscire Lazzaro dal sepolcro: nella mentalità semitica era questo l’ingresso nello Sheol, l’ambiente delle ombre: ‘Non gli inferi ti lodano Signore, né la morte ti canta inni; quanti scendono nella fossa non sperano nella tua fedeltà. Il vivente, il vivente ti rende grazie, come io faccio quest’oggi’ (Is 38,18-19).

Uscire fuori da ogni dominio e oppressione è possibile a chi scopre che in Gesù la morte è stata vinta e il dono della risurrezione, dono dell’incontro con lui è realtà già in atto nella nostra esistenza e già ha inizio nel presente.

Paradossalmente dopo il segno di Betania cresce l’opposizione contro di lui: proprio di fronte a gesti di vita si prepara la sua morte. Betania è così luogo di morte e di vita. Di fronte alla morte Gesù è turbato e reagisce opponendosi a tutto quello che essa comporta. Negli elementi presenti nel racconto si può scorgere già in filigrana l’annuncio della risurrezione di Gesù: le lacrime di chi piange alla tomba, il sepolcro e la pietra, le fasce, l’invito a ‘lasciar andare’. Il segno di Lazzaro rinvia così al segno definitivo, la morte di Gesù sulla croce. E’ questo il momento in cui si rende visibile il volto di Dio, la sua gloria come amore: nel suo morire, avendo amato fino alla fine, Gesù rende visibile una vita che va oltre la morte. La via di fedeltà all’amore e al servizio è strada che non va verso la chiusura e il buio ma va verso la vita.

Alessandro Cortesi op

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Respiro

Non attendere che Dio su te discenda/ e ti dica «Sono»./ Senso alcuno non ha quel Dio che afferma/ l’onnipotenza sua./ Sentilo tu nel soffio, onde Egli ti ha colmo/ da che respiri e sei/. Quando non sai perché t’avvampa il cuore:/ è Lui che in te si esprime. (18.05.1898 Viareggio – Rainer Maria Rilke – 1875-1926 – Poesie giovanili 1895-1898, a cura di G.Baioni A. Lavagetto, Einaudi, Biblioteca della Pléiade 1994)

E’ una riflessione amara e triste quella di questi giorni, di fronte ad uno scenario di morte. L’epidemia che divampa in tutto il mondo è impressionante perché toglie il respiro. Toglie il respiro a coloro che si trovano a lottare nei reparti di terapie intensiva per far entrare un po’ d’ossigeno nei polmoni incapaci, toglie il respiro a tutti coloro che si dedicano, con l’affanno e l’ansia di chi non ha mezzi sufficienti, nell’arginare la sofferenza dei malati. Toglie il respiro a chi rimane a casa, ingabbiato tra le mura domestiche nel desiderio e nella nostalgia dell’aria aperta. Toglie il respiro a chi si espone per motivi di lavoro, di servizio, di cura ad entrare in contatto con altri in un tempo in cui l’invisibile nemico si annida dove non sappiamo, in un piccolo particolare del quotidiano. Chi sta lottando nella malattia testimonia la durezza del cercare il respiro attimo per attimo. Chi sta vivendo l’interruzione del lavoro, di impegni avverte la sospensione dell’aria che dà vita nel venir meno delle risorse, nel pensiero di un futuro incerto e buio.

In questa ricerca di respiro che tutti avvolge indistintamente da origine e cultura, da colore della pelle e appartenenze sociali, da lingua e religione, da condizione di vita ci scopriamo uniti nella medesima umanità e nel legame che ci rende interdipendenti gli uni dagli altri. Un legame che fa avvertire il dolore dell’altro come proprio, la speranza dell’altro come propria, la sofferenza dell’altro come propria. E’ questo forse il respiro della compassione, respiro che è anelito di tanti, di tutti… respiro in cui si fa vicino non il Dio lontano delle religioni e dei sistemi teologici, ma il Dio della vita, il Dio da scrutare nel respiro della terra, nel fiato corto di chi fa più fatica, nel respiro di un’umanità ferita e in ricerca.

Alessandro Cortesi op

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