la parola cresceva

commenti alla Parola della domenica e riflessioni

Archivio per la categoria “Commenti letture”

XXV domenica tempo ordinario – anno A – 2017

IMG_0620.JPGIs 55,6-9; Fil 1,20c-27a; Mt 20,1-16a

“Quanto il cielo sovrasta la terra tanto le mie vie sovrastano le vostre vie, i miei pensieri sovrastano i vostri pensieri”. Il cielo è lontano dalla terra: è una distanza incolmabile che diviene segno di una differenza irriducibile. Dio non è a misura dell’uomo. La sua presenza non è riconducibile ai pensieri umani. C’è una ricerca da condurre e un silenzio di rispetto e stupore da mantenere: i suoi pensieri non sono i nostri pensieri. Il pensare umano non può pretendere di trattenere e avere in mano i disegni di Dio.

Ricordare questa distanza è il primo passo della fede, la condizione per non ridurre Dio entro i piccoli schemi e le pretese umane. Le vie di Dio non sono le nostre vie. La parola del profeta invita quindi a cercare il Signore, ad invocarlo mentre è vicino. Se c’è da un lato distanza e alterità, d’altro lato Dio è il vicinissimo: il Dio signore della creazione e della storia è anche nello stesso tempo il Dio che si dà ad incontrare, che si fa trovare da chi lo cerca. E’ questa una ricerca da condurre là dove ci sono gesti di bene, nel far crescere il bene. Nel libro di Amos si legge: “Cercate il bene e non il male, se volete vivere e solo così il Signore… sarà con voi” (Am 5,14)

La ricerca di Dio esige una disponibilità ad accogliere i suoi pensieri e camminare nelle sue vie. Il Dio a cui ritornare è Dio della misericordia e del perdono, è il Dio della parola che come pioggia scende ad irrigare, a portare vita ed energia per far germogliare tutti i semi buoni dell’esistenza.

La parabola dei lavoratori chiamati a lavorare nella vigna non è da leggere come insegnamento sui rapporti di lavoro. Invece, come tutte le parabole, è parola che narra il regno di Dio e fa scorgere alcuni tratti del volto del Padre.

Un padrone di casa esce di casa a diverse ore della giornata per trovare lavoratori per la sua vigna: più operai sono chiamati a lavorare nei diversi momenti. Al termine della giornata tutti sono pagati con la medesima ricompensa e i primi si lamentano per essere stati pagati come gli ultimi. Essi ‘mormorano’ dice Matteo: è evocazione del mormorare di Israele nel deserto, quando si levò la protesta contro Dio perché non assecondava le esigenze e i progetti del popolo.

La questione allora non è sui rapporti di lavoro, ma sul modo di vivere la relazione con Dio stesso. Alle lamentele il padrone della parabola risponde dicendo: ‘Amico’. Sta forse qui il centro di tutta la parabola: l’incontro con Dio è essere coinvolti in una condivisione di vita, è amicizia donata, chiamata per un affidamento sincero. Chi lavora nella vigna è reso partecipe dell’amore di Dio per la sua vigna (simbolo del popolo d’Israele e della cura di Dio nell’alleanza: cfr Is 5)

La mormorazione è segno di non comprendere i pensieri di Dio, la sua bontà. Di qui nasce l’invidia nei confronti degli altri. L’agire del Padre che Gesù delinea nelle parole e scelte del padrone della vigna è agire di grazia e di perdono. ‘Non posso fare delle mie cose quello che voglio? Oppure tu sei invidioso perché io sono buono?’ Non ha limiti la sua bontà: per i primi come per gli ultimi la cosa importante è il rapporto nuovo l’incontro con lui. Il padrone della vigna dà a ciascuno quanto pattuito, è quindi giusto. Ma non si ferma qui: supera la giustizia sconfinando oltre. Il suo sguardo è di misericordia verso tutti. E’ preoccupato non di altro se non della relazione con lui: di far entrare nella sua amicizia. Oltre ogni merito. Il regno di Dio è dono per tutti, è scoperta di rapporti nuovi possibili, di accoglienza e di fraternità. La parabola capovolge modi di pensare Dio secondo misure umane, anche di tipo religioso, nella logica del dare-avere, del merito e della ricompensa. Dio che perdona è il Dio del cuore largo, in cui c’è spazio e non vi è esclusione.

Questo stile della misericordia dovrebbe generare una ricerca e un cambiamento. Dovrebbe essere lo stile da cercare sempre nella vita della comunità che segue Gesù: in questo sta – ce lo suggerisce la seconda lettura – il comportarsi ‘da cittadini degni del vangelo’.

Alessandro Cortesi op

IMG_1834.JPG

Vigna

E’ periodo di vendemmia. Una vendemmia che quest’anno per le temperature alte dell’estate e per la siccità giunge anticipata. E’ tempo di  raccolta del generoso frutto della vigna albero forte e nodoso. La vigna piange a primavera nell’aprirsi delle gemme, si veste di un abito di foglie e verde nell’estate e vive l’inverno nel ridursi ad essere tronco con esili rami piegati e, dopo la potatura, legati in attesa di nuova vita.

La vendemmia è festa: è accorrere di tante mani, di voci che si rincorrono tra i filari nel gettare i grappoli d’uva nei secchi pronti per la spremitura. Per molti è lavoro. Duro e sfruttato. E’ spesso riunione di famiglia che ritorna ai campi, eredità di un mondo di nonni e avi che dalla terra traevano di che vivere. E’ festa di ricordi, forse anche occasione di riscoperta di quel rapporto con la terra che oggi è venuto meno, ma che non rinvia ad un passato lontano, piuttosto ad un futuro di nuovo rapporto da ripensare e ricostruire, nel rispetto e nella cura di chi sa che il patto con la terra giunge da lontano e non può venir meno.

Le vendemmia è anche un segno dell’autunno, di questo momento in cui si raccoglie ciò che la terra dona. Ricordo di una generosità che possiamo guardare con stupore. L’autunno è il tempo della maturità e del tramonto che si avvicina preparando il buio che attraversa l’inverno. Ma ancora lo splendore di mattinate fresche con l’aria che pizzica nel risplendere di colori che prolungano l’estate si fa invito a sperare. L’autunno è tempo di raccolta: dopo lunga preparazione, ma anche di nuovo inizio. Nella fine sta l’inizio. L’autunno rinvia ad una esigenza di riposo dopo l’agitazione e gli estremi dell’estate con i picchi della calura e le giornate lunghe a non finire mai. In questo desiderio di riposo, nel progressivo anticiparsi dell’ora del tramonto, sta anche un inizio nuovo. E’ tempo che porta a maturità ma non è fine. E’ fragile promessa come dai frutti maturi i semi divengono annuncio di nuovi inizi. La vendemmia è segno di una speranza che parla di momenti di festa e di ritrovo: il vino è quel sovrappiù che racconta della gioia di uno stare insieme nella pace.

Leggo in questi giorni una bella riflessione che è preghiera di Francesco, nell’udienza generale di mercoledì 20 settembre sulla speranza. La riporto con l’invito ad aprirsi alla speranza nel tempo della vendemmia, nel tempo dell’autunno.

“Pensa, lì dove Dio ti ha seminato, spera! Sempre spera.

Non arrenderti alla notte: ricorda che il primo nemico da sottomettere non è fuori di te: è dentro. Pertanto, non concedere spazio ai pensieri amari, oscuri. Questo mondo è il primo miracolo che Dio ha fatto, e Dio ha messo nelle nostre mani la grazia di nuovi prodigi. Fede e speranza procedono insieme. Credi all’esistenza delle verità più alte e più belle. Confida in Dio Creatore, nello Spirito Santo che muove tutto verso il bene, nell’abbraccio di Cristo che attende ogni uomo alla fine della sua esistenza; credi, Lui ti aspetta. Il mondo cammina grazie allo sguardo di tanti uomini che hanno aperto brecce, che hanno costruito ponti, che hanno sognato e creduto; anche quando intorno a sé sentivano parole di derisione.

Non pensare mai che la lotta che conduci quaggiù sia del tutto inutile. Alla fine dell’esistenza non ci aspetta il naufragio: in noi palpita un seme di assoluto. Dio non delude: se ha posto una speranza nei nostri cuori, non la vuole stroncare con continue frustrazioni. Tutto nasce per fiorire in un’eterna primavera. Anche Dio ci ha fatto per fiorire. Ricordo quel dialogo, quando la quercia ha chiesto al mandorlo: “Parlami di Dio”. E il mandorlo fiorì.

Ovunque tu sia, costruisci! Se sei a terra, alzati! Non rimanere mai caduto, alzati, lasciati aiutare per essere in piedi. Se sei seduto, mettiti in cammino! Se la noia ti paralizza, scacciala con le opere di bene! Se ti senti vuoto o demoralizzato, chiedi che lo Spirito Santo possa nuovamente riempire il tuo nulla.

Opera la pace in mezzo agli uomini, e non ascoltare la voce di chi sparge odio e divisioni. Non ascoltare queste voci. Gli esseri umani, per quanto siano diversi gli uni dagli altri, sono stati creati per vivere insieme. Nei contrasti, pazienta: un giorno scoprirai che ognuno è depositario di un frammento di verità.

Ama le persone. Amale ad una ad una. Rispetta il cammino di tutti, lineare o travagliato che sia, perché ognuno ha la sua storia da raccontare. Anche ognuno di noi ha la propria storia da raccontare. Ogni bambino che nasce è la promessa di una vita che ancora una volta si dimostra più forte della morte. Ogni amore che sorge è una potenza di trasformazione che anela alla felicità.

Gesù ci ha consegnato una luce che brilla nelle tenebre: difendila, proteggila. Quell’unico lume è la ricchezza più grande affidata alla tua vita.

E soprattutto, sogna! Non avere paura di sognare. Sogna! Sogna un mondo che ancora non si vede, ma che di certo arriverà. La speranza ci porta a credere all’esistenza di una creazione che si estende fino al suo compimento definitivo, quando Dio sarà tutto in tutti. Gli uomini capaci di immaginazione hanno regalato all’uomo scoperte scientifiche e tecnologiche. Hanno solcato gli oceani, hanno calcato terre che nessuno aveva calpestato mai. Gli uomini che hanno coltivato speranze sono anche quelli che hanno vinto la schiavitù, e portato migliori condizioni di vita su questa terra. Pensate a questi uomini.

Sii responsabile di questo mondo e della vita di ogni uomo. Pensa che ogni ingiustizia contro un povero è una ferita aperta, e sminuisce la tua stessa dignità. La vita non cessa con la tua esistenza, e in questo mondo verranno altre generazioni che succederanno alla nostra, e tante altre ancora. E ogni giorno domanda a Dio il dono del coraggio. Ricordati che Gesù ha vinto per noi la paura. Lui ha vinto la paura! La nostra nemica più infida non può nulla contro la fede. E quando ti troverai impaurito davanti a qualche difficoltà della vita, ricordati che tu non vivi solo per te stesso. Nel Battesimo la tua vita è già stata immersa nel mistero della Trinità e tu appartieni a Gesù. E se un giorno ti prendesse lo spavento, o tu pensassi che il male è troppo grande per essere sfidato, pensa semplicemente che Gesù vive in te. Ed è Lui che, attraverso di te, con la sua mitezza vuole sottomettere tutti i nemici dell’uomo: il peccato, l’odio, il crimine, la violenza; tutti nostri nemici.

Abbi sempre il coraggio della verità, però ricordati: non sei superiore a nessuno. Ricordati di questo: non sei superiore a nessuno. Se tu fossi rimasto anche l’ultimo a credere nella verità, non rifuggire per questo dalla compagnia degli uomini. Anche se tu vivessi nel silenzio di un eremo, porta nel cuore le sofferenze di ogni creatura. Sei cristiano; e nella preghiera tutto riconsegni a Dio.

E coltiva ideali. Vivi per qualcosa che supera l’uomo. E se un giorno questi ideali ti dovessero chiedere un conto salato da pagare, non smettere mai di portarli nel tuo cuore. La fedeltà ottiene tutto.

Se sbagli, rialzati: nulla è più umano che commettere errori. E quegli stessi errori non devono diventare per te una prigione. Non essere ingabbiato nei tuoi errori. Il Figlio di Dio è venuto non per i sani, ma per i malati: quindi è venuto anche per te. E se sbaglierai ancora in futuro, non temere, rialzati! Sai perché? Perché Dio è tuo amico.

Se ti colpisce l’amarezza, credi fermamente in tutte le persone che ancora operano per il bene: nella loro umiltà c’è il seme di un mondo nuovo. Frequenta le persone che hanno custodito il cuore come quello di un bambino. Impara dalla meraviglia, coltiva lo stupore.

Vivi, ama, sogna, credi. E, con la grazia Dio, non disperare mai” (Francesco)

Alessandro Cortesi op

 

Annunci

XXIV domenica tempo ordinario – anno A – 2017

IMG_0791Sir 27,30-28,9; Rom 14,7-9; Mt 18,21-35

Il Siracide (II secolo a.C.) è un libro che raccoglie una eredità sapienziale, espressa in forma di brevi sentenze, proverbi, massime. Le affermazioni sono spesso raggruppate attorno a temi comuni. Preoccupazione che guida il testo è accompagnare a cogliere che l’autentica sapienza si sintetizza nella Legge e nel culto che ha il suo centro nel tempio.Una parola importante riguarda il perdono. “Perdona l’offesa al tuo prossimo ed allora per la tua preghiera ti saranno rimessi i peccati… non aver rancore verso il prossimo, ricordati dell’alleanza con l’Altissimo e non far conto dell’offesa subita”

Il Levitico richiamava a rifuggire la vendetta: ‘non coverai nel tuo cuore odio contro il tuo fratello… non ti vendicherai e non serberai rancore contro i figli del tuo popolo ma amerai il tuo prossimo come te stesso. Io sono il Signore’ (Lev 19,17.18). Il prossimo è colui che appartiene al popolo, chi condivide la medesima fede, il vicino. Il rifiuto della violenza è superamento della logica della vendetta, della rappresaglia e del taglione. Anche Giuseppe perdona i fratelli e così nelle storie di Davide e Saul è presente questo motivo. Il testo del Levitico presenta l’invito al perdono del fratello ed è tappa di un percorso che attraversa la Bibbia.

Ben Sira nel II secolo rilegge il testo del Levitico e ne offre una interpretazione nel quadro del suo tempo: ne scorge infatti una nuova prospettiva. Il perdono si radica nel rapporto stesso con Dio. La scelta dell’uomo verso il suo simile è un atto che affonda le radici in una relazione di dono: diviene riflesso e continuazione dell’agire di Dio. Dio darà il suo perdono a chi avrà perdonato l’offesa subita: ‘Perdona l’offesa al tuo prossimo e allora per la tua preghiera ti saranno rimessi i peccati. Se non hai misericordia per il tuo simile, come osi pregare per il tuoi peccati? Ricordati dei comandamenti e non aver rancore verso il prossimo, ricordati dell’alleanza con l’Altissimo e non far conto dell’offesa subita’. Siracide quindi collega il perdono al rapporto con Dio. Il giusto deve agire tenendo come riferimento l’agire di Dio, che è agire di misericordia, come dirà il libro della Sapienza.

Anche al tempo di Gesù la questione del perdono era viva: qualche maestro indicava un limite al perdono da dare al fratello. Per questo Pietro interroga Gesù per verificare cosa pensa e porre la sua parola a confronto con quella di altri maestri: si deve perdonare fino a sette volte? “Pietro si avvicinò a Gesù e gli disse: Signore, quante volte dovrò perdonare al mio fratello, se pecca contro di me? Fino a sette volte? Gesù gli rispose: Non ti dico fino a sette, ma fino a settanta volte sette…” Gesù rinvia ad una misura della misericordia che non ha limite, che non può essere posta entro angusti orizzonti.

A questo punto Matteo riporta una parabola. Il punto focale di questa sta nella comprensione senza limiti del padrone. E’ un messaggio sul volto di Dio stesso e sull’agire di Gesù che lo rende vicino. Sta qui la sua preoccupazione fondamentale, aprire a cogliere il modo di agire di Dio, che non è secondo i modelli dell’egoismo e della violenza.

Il servo che ha un debito va dal padrone e gli chiede semplicemente un rinvio per avere più tempo per sanare il debito. Il padrone non solo accetta la richiesta di pazientare ma di sua iniziativa e in modo gratuito gli ‘condona’ tutto il debito. Sta qui il passaggio fondamentale della parabola: Gesù presenta il perdono come movimento che ha la sua origine da Dio capace di condonare perché ama oltre ogni limite. In una seconda scena il servo è tratteggiato con il volto duro e irreprensibile, senza pietà di chi esige invece un pagamento dovutogli da un altro servo. E’ incapace di fare altrettanto con un suo debitore, non prolunga il dono ricevuto senza meriti. Il dono ricevuto poteva essere motivo di cambiamento. Poteva portarlo a superare la logica del dovuto.

La parabola originaria di Gesù viene riletta nella comunità di Matteo e presentata con accentuazioni della dimensione ecclesiale ed in riferimento agli ultimi tempi. Il re che condona diecimila talenti è colui che poi giudica, e viene così evocato il giudizio finale. Il servo che non ha condonato cento denari – una cifra incommensurabile rispetto ai diecimila talenti – è destinato a subire un supplizio drammatico.

Matteo ha a cuore un messaggio sul dono di Dio e sulla responsabilità della comunità di Gesù. Il tempo della chiesa è un frattempo, un tempo che sta in mezzo, tra un perdono ricevuto da Dio, da accogliere con gratitudine, e un cammino per imparare a perdonare agli altri. Matteo ci dice innanzitutto che il perdono è in radice dono del Dio di misericordia ed il suo ‘condono’ sta all’origine della nostra vita: il tempo della chiesa è occasione di percorsi di riconciliazione.

La comunità trova qui uno dei suoi tratti peculiari: è chiamata ad essere spazio di riconciliazione, in cui porre al centro l’agire di Dio. E’ chiamata ad essere responsabile di perdono. E’ una scelta che supera la giustizia e che tuttavia non calpesta la giustizia: ‘Se voi perdonerete agli uomini le loro colpe, il Padre vostro celeste perdonerà anche voi’ (Mt 6,14).

Alessandro Cortesi op

IMG_0820

Giustizia che ristora

Alcuni libri parlano in modo particolare: sono quelli che nascono da parole che recano dentro di sé il peso dell’esistenza, che conducono ad avvicinarsi alle ferite profonde della vita. Uno di questi è Il libro dell’incontro. Vitime e resposnbili dlela lotta armata a confronto, Il Saggiatore 2015) curato da Guido Bertagna, Adolfo Ceretti e Claudia Mazzucato: un gesuita che ha lavorato a Milano nel carcere di san Vittore, un docente di criminologia, una docente di diritto penale.

Il libro è resoconto di una serie di incontri condotti a partire dal 2009. I curatori, in qualità di mediatori, hanno creato l’opportunità di incontro tra alcune vittime o loro familiari e alcuni responsabili della lotta armata in Italia negli anni ’70 e ’80. Circa sessanta sono le persone che vi hanno in qualche modo partecipato. Ad ogni incontro si dava spazio per un ritrovarsi difficile, doloroso in cui vittime e responsabili stavano gli uni di fronte agli altri. Potevano scambiare parole, sguardi oppure rimanere in silenzio. Queste parole, questi silenzi sono stati consegnati ad un libro.

Accanto alla testimonianza di questo itinerario in cui le voci raccolte rimangono racchiuse nell’anonimato, e solo in alcuni casi è indicato chi le ha pronunciate, il volume raccoglie una serie di approfondimenti e riflessioni.

Sullo sfondo sta il riferimento ad una intuizione che considera l’esigenza umana di giustizia non come vendetta ma come riparazione e cammino di verità: un cammino doloroso e faticoso di incontro e apertura al futuro.

“la locuzione restorative justice non era ancora in uso in quel lontano 1993… e ancora oggi in tantissimi ignorano che esiste qualcosa che prende il nome di ‘giustizia riparativa’.” (Claudia Mazzucato, 252). Il modello nella giustizia riparativa, in tempi recenti ha visto un complesso percorso di concretizzazione in Sudafrica nell’esperienza della Commissione Sudafricana per la Verità e la Riconciliazione, esperienza che rimane sullo sfondo quale via ispiratrice dell’impegno.

“Una giustizia che non si fermi all’accertamento dei fatti e delle responsabilità né all’arido conteggio delle sanzioni e dei risarcimenti, e nemmeno all’esteriorità di proclamati pentimenti pentimenti e perdoni (o non perdoni) ma riesca in qualche modo a ‘riparare’ il tessuto personale e sociale lacerato, e a migliorare il futuro di tutti, è un ideale tanto impegnativo quanto ambizioso, a cui però non possiamo rinunciare se della ‘giustizia’ vogliamo continuare ad avere, a coltivare e a promuovere un’idea degna del senso ultimo dell’essere umano” (Valerio Onida, 133)

Questo itinerario di incontri non si prefiggeva un esito già stabilito, non cercava un perdono difficile da definire nei suoi contorni. Piuttosto la fatica da cui l’iniziativa prese origine stava nella ricerca di un ascolto reciproco, di un ricomporre la memoria, di uno scorgere la possibilità di stare davanti all’altro in attitudine di riconoscimento, nel superare l’attitudine a rendere l’altro una cosa, un simbolo, ad andare oltre l’opposizione amico-nemico. Con la pesante domanda nel cuore: “Quanta verità siamo disposti ad ascoltare?” (185).

“Le aule giudiziarie in certi casi hanno già dato tutto quello che potevano dare. E allora noi abbiamo una missione. La società non sa, forse non vuole sapere. Ma noi abbiamo bisogno della parola di tutti. Abbiamo bisogno di una storia che smetta di scriversi con le stesse parole. E’ difficile ma dobbiamo dimostrare di essere stati in grado di dialogare con l’altro. Dobbiamo custodire una memoria viva per andare oltre l’incubo dei mostri e ritrovare le persone.” (58)

E la tensione drammatica di questo stare davanti all’altro, tra vittime e responsabili emerge da alcune voci:

“Occorre essere consapevoli che un male di ieri non diventa un bene oggi. Non si può pretendere di appartenere alle categorie di ex assassini o ex vittime. Si rimane per sempre tali, e radicalmente diversi, e questo pur rispettando a dignità umana di chi ha commesso il crimine.” (88)

“Ogni volta che vi ascolto parlare penso a un dramma nel dramma, questo terribile e drammatico spreco di risorse umane che questa stagione ha portato. Non soltanto lo spreco di risorse umane di coloro che sono stati uccisi e non ci sono più, ma anche le vostre, voi. Sprecare intelligenze come le vostre rimane una delle ferite più grandi di questa storia.” (152)

“Se devo spiegare perché ho ucciso, è come se uccidessi per la seconda volta. E’ un dramma: non c’è un perché.” (80)

“Se mio papà fosse ancora qui, sono sicuro che sarebbe qui con noi.” (159)

“La memoria di quegli anni è di incubi notturni, e io non volevo andare a dormire.” (59)

E’ un testo che conduce a riflettere su passaggi da compiere nella vita di ognuno e nella vicenda di una comunità politica:

“Il ‘ricercatore della memoria’ è chi volge lo sguardo indietro, per ricostruire un sé lontano, qualche volta una giustificazione, per scoprire cos’è stato, come s’è evoluto. L’ ‘indagatore di connessioni’, invece, ha lo sguardo in avanti, si fa carico del proprio vissuto per cercare di capire cosa è oggi la sua identità. Indagare connessioni produce l’effetto dell’ascolto plurale di una polifonia di voci. La memoria da condividere è una memoria irriducibilmente diversa, la quale chiede, – per essere riconosciuta – uno sguardo ‘strabico’: mettiamo a fuoco il passato per guardarlo con lo sguardo di oggi. Camminiamo in una tensione continua. Stiamo all’incroci dei venti, dove le correnti si prendono tutte.” (184)

Il libro dell’incontro mostra che è possibile intraprendere percorsi nuovi, che una giustizia, diversa da come è intesa spesso nel senso di vendetta, ma anche oltre le vie ordinarie, apre nuovi orizzonti. Sono orizzonti di riconciliazione, di possibilità di liberare dal reato anche le vittime, di scoperta di possibilità di dare senso al dolore, di ripartire nel generare nuovi tipi di relazione.

“E se si potesse fare di una ferita così profonda la ragione non di una vendetta (pubblica o privata) ma di una nuova possibilità di convivenza?” (Luigi Manconi, Postfazione, 405)

“Ecco. Noi testimoniamo che un’altra strada è possibile, ma adesso non tocca più a noi, tocca a voi che incontrate e ascoltate.” (204)

Alessandro Cortesi op

 

XXIII domenica tempo ordinario – anno A – 2017

IMG_2622Ez 33,7-9; Sal 94,1-2.6-9; Rm 13,8-10; Mt 18,15-20

La vita credente – come la vita umana stessa – sorge dall’ascolto. La vita di ognuno nasce da una parola accolta e che precede. Il profeta come sentinella è chiamato a vivere un ascolto della Parola di Dio e ne è poi reso responsabile. Non deve lasciare che il suo cuore divenga di pietra, sia ‘indurito’. L’ascolto è disponibilità a scorgere quanto Dio sta compiendo, il suo agire nella storia. Il suo opposto è l’atteggiamento di sfida, il voler mettere alla prova Dio, senza fidarsi di lui: “mi misero alla prova pur avendo visto le mie opere’ (salmo 94). Il profeta invece è sentinella: sta in ascolto nei confronti della Parola e vive una responsabilità nei confronti degli altri. L’ascolto conduce a farsi carico della vita degli altri: è atteggiamento del cuore che genera attenzione e solidarietà. “Figlio dell’uomo, io ti ho costituito sentinella per gli israeliti; ascolterai una parola dalla mia bocca e tu li avvertirai da parte mia”.

La pagina del vangelo – tratta dalla sezione del vangelo di Matteo che raccoglie insegnamenti di Gesù sulla comunità – parla dell’ascolto della parola del Signore per vivere uno stile di vita fraterna anche nella difficoltà. “Se tuo fratello commette una colpa, va’ e ammoniscilo fra te e lui solo; se ti ascolterà avrai guadagnato il fratello. Matteo prende le mosse da un detto di Gesù (della fonte Q; cfr. Lc 17,3), l’invito a perdonare l’offesa di un fratello. Passa poi alla situazione di un fratello che ha peccato. Pone il problema del farsi responsabili di accompagnare un fratello che ha sbagliato. L’accento allora non cade sul giudizio di chi ha sbagliato o sulla condanna dell’errore. E’ invece posta la questione su come si possa costruire una comunità di persone che pure sbagliano.

La correzione fraterna è percorso che guarda in faccia ciò che è male e ciò che è bene, che non confonde, eppure pone lo sguardo alla possibilità delle persone di cambiare e ravvedersi. E’ un percorso lento e difficile che può vedere diversi momenti e non è immediato. Parlare con il fratello è primo passo, poi insieme ad altri, poi davanti alla comunità. Se non c’è ascolto ‘consideralo come un pagano e un pubblicano’. E’ un invito a non stancarsi nel tentare di percorrere diverse strade, per guadagnare il fratello e costruire rapporti nuovi, a farsi carico di chi sbaglia perché nessuno vada perduto (cfr. Mt 18,12-14).

Il fratello non deve essere umiliato quando il suo errore è reso manifesto. La presenza di due testimoni può essere motivo di consapevolezza del peccato. Se anche davanti alla comunità non c’è riconoscimento l’ultima parola non è l’esclusione. Il riconoscimento di una situazione momentaneamente di estraneità può aprire a nuove possibilità perché la volontà del Padre è che nessuno vada perduto. L’ascolto è la via nella quale costruire la comunità. Alla sua comunità Matteo indica che il rifiuto ad ascoltare la Parola di Dio e la parola degli altri non costruisce.

Seguono poi tre detti di Gesù: il primo indica la comunità come responsabile di ‘legare e sciogliere’, di interpretare la parola del Signore e di leggerne le esigenze momento per momento. Tale compito non è esclusivo ma affidato all’intera comunità. Il secondo detto riguarda la preghiera: il Padre senza dubbio ascolta e risponde alla preghiera compiuta insieme. Qui Matteo vede probabilmente la situazione della comunità che insieme prega e supplica per chi ha sbagliato. Il terzo detto è una parola di fiducia. Gesù promette di essere presente laddove la comunità si riunisce nel suo nome, unita nell’affidamento a lui. Gesù riprende qui un insegnamento dei rabbini che dicevano che Dio si fa vicino dove due o tre si riuniscono per leggere insieme la legge, per ascoltare la Parola di Dio. Al centro della comunità che Gesù voleva sta l’ascolto e l’incontro con la Parola di Dio che nella sua persona si è resa vicina.
Alessandro Cortesi op

14Ascolto

Anche se non è ancora suonata la campanella del primo giorno di scuola, che fra poco ritornerà a scandire orari e insieme attese, gioie, ansie e fatica di insegnanti e alunni, l’organizzazione scolastica è in pieno movimento in vista dell’anno che inizia. Sono giorni, questi delle prime settimane di settembre, in cui la scuola è di fatto ricominciata.

A più riprese in tempi recenti è stata sollevata la questione della scarsa preparazione in ambito linguistico degli studenti che escono dalla scuola (cfr. la lettera di seicento docenti universitari) e, come accade in questi casi, facilmente le colpe vengono riversate su alcuni settori dell’itinerario scolastico.

Oltre a ciò nel periodo estivo in cui si delinea la composizione delle classi per il nuovo anno, si è aperto un altro motivo di discussione, la questione delle cosiddette ‘classi ghetto’ con la concentrazione, soprattutto nella scuola primaria, di alunni stranieri o di chi presenta particolari difficoltà in alcune classi rispondendo spesso a pressioni di genitori desiderosi di avere i propri bambini in sezioni privilegiate e mettendo in seria difficoltà alcuni insegnanti tra altri.

Il problema ha visto un dialogo a distanza tra un maestro Franco Lorenzoni autore del bel libro I bambini pensano grande. Cronaca di una avventura pedagogica, (ed. Sellerio 2014) e l’attuale ministra all’Istruzione Valeria Fedeli.

Osserva Lorenzoni: “Tra le informazioni che l’Invalsi restituisce alle scuole c’è un dato relativo alla composizione delle classi. Normalmente le classi di una stessa scuola dovrebbero essere simili, cioè avere al proprio interno alunni più ricchi e più poveri, alunni più preparati e altri meno. In molte scuole, soprattutto al sud, non avviene. I dati Invalsi dicono che la variabilità tra le classi, che dovrebbe aggirarsi intorno al 5-6 %, in Italia è intorno al 14% e al Sud tocca il 27%, più del quadruplo del valore fisiologico. In più di un terzo delle scuole, dunque, si realizza una vera e propria segregazione per cui molti alunni sono raggruppati per condizioni socio-economiche simili. (…) Da anni viene rilevato quanto in Italia, a differenza di altri paesi europei, sia bloccato l’ascensore sociale a partire dall’accesso ad una istruzione di qualità. Qui accade qualcosa di peggio. I più poveri, deprivati ed emarginati per diverse ragioni, sono invitati a scendere direttamente in cantina e a non muoversi da lì (…) Moltissime sono le insegnanti e gli insegnanti e non pochi i dirigenti che ogni giorno si spendono con dedizione per dare le migliori opportunità a tutti. Proprio per dare spazio e respiro a chi nella scuola ci crede la invito a interrompere con provvedimenti drastici e controlli questa odiosa discriminazione, spesso assecondata e taciuta”. (Ministra, basta classi ghetto, ‘Invece Concita’ rubrica La Repubblica, 5 luglio 2017 – il giorno dopo la ministra Fedeli ha risposto a Repubblica (Basta con le classi ghetto) scrivendo: “La variabilità fra classi è un dato che ha a che fare con la ‘democrazia’ di una scuola. Classi troppo omogenee, con alunne e alunni ‘raggruppati’ per ‘bravura’, rappresentano un fenomeno contrario ai principi della nostra Costituzione, che va arginato… Lavorare in classi disomogenee, come dice lei, è più difficile. Ma la missione della scuola è quella di fare di ogni differenza una ricchezza… Perché la povertà educativa è la madre di tutte le povertà. La scuola è l’unico agente possibile del cambiamento e saremo al suo fianco. Cominciando dalle periferie, dove le scuole possono diventare avanguardie di sperimentazione educativa. Partendo da esempi che già esistono e facendone un modello. Per non lasciare davvero indietro nessuna e nessuno.”)

Lorenzoni ha scritto al riguardo parole che offrono chiarezza per affrontare tali questioni con riflessione ed equilibrio in un articolo dal titolo ‘Per una scuola dell’ascolto’. A proposito delle difficoltà di apprendimento della lingua osserva: “Insegno nella scuola elementare da 38 anni e mi domando ogni giorno come aiutare bambine e bambini ad arricchire il loro pensiero e il loro linguaggio. Noi maestre e maestri ci accorgiamo subito, in prima elementare, quanto il numero di parole a disposizione di ciascun bambino sia profondamente e ingiustamente diverso. Pare che dalla nascita ai 7 anni si impari una nuova parola ogni ora, ma questo non è vero per tutti. La ricchezza del lessico dipende da molti fattori: da quanto è pescoso il mare linguistico familiare, da quanto ascolto ricevono in casa i più piccoli e da quanto tempo è stato dedicato loro da genitori, fratelli o amici nell’intessere domande, dialoghi e conversazioni ricche di vocaboli e argomentazioni. Dispiace allora constatare che, mentre alcune famiglie straniere prestano grande attenzione e pretendano dai loro figli costanza e impegno nello studio, un numero sempre maggiore di famiglie italiane non credono più alla scuola come luogo di crescita culturale. Trent’anni di continuo dileggio e insulto pubblico verso la cultura ‘che non dà da mangiare’ da tempo stanno regalandoci i loro frutti avvelenati”

E ancora, riconoscendo come la scuola sperimenti la fatica di affrontare i compiti enormi dell’integrazione e dell’accompagnamento di tanti disagi culturali e sociali, afferma:

“La scuola primaria fatica tanto, è vero. Da anni noi maestre e maestri affrontiamo ad esempio l’enorme compito di accogliere, integrare e cercare di includere una grande quantità di bambini che provengono da famiglie straniere. Sono circa il 20% a livello nazionale, ma in molte classi sono più della metà. Accanto a loro ci sono una quantità sempre crescente di bambini e ragazzi che portano dentro la scuola disagi dovuti alle più diverse ragioni, accentuati dalla crisi e dalle tante difficoltà di ogni genere che investono molte famiglie”.

La costruzione di parole quali tasselli di una lingua come luogo di comunicazione e di riconoscimento di dignità sarebbe il compito primario e ineludibile della scuola che da anni subisce un continuo attacco quale istituzione inutile che non procura vantaggi nell’ottica di un mondo appiattito sulla dimensione del mercato, nell’inseguimento di un successo presentato nelle forme della visibilità mediatica o nel fare soldi facili con furbizia, nella linea del prevalere dei dotati e dell’esclusione di chi è fragile o povero. Dove la capacità di pensare e di attitudine critica è considerata uno svantaggio.

“Costruire una lingua comune, articolata, ricca e capace di dare dignità alla voce di tutti è un compito enorme che ci sforziamo di adempiere e per il quale – certo! – molte volte le nostre competenze ci paiono insufficienti. Lo sforzo è titanico, perché si tratta di andare controcorrente rispetto a ciò che accade nella società, trasformando le nostre classi assai disomogenee in piccole comunità dove cerchiamo di valorizzare tutti. Tutti, perché questo è ciò che prescrive la Costituzione nel suo articolo 3, che invita con forza a superare gli ostacoli che trasformano le disuguaglianze in discriminazione. Ora una comunità si costruisce, a mio avviso, quando si rompono gli stereotipi, cresce la curiosità reciproca e riusciamo a non lasciare indietro nessuno. Ed è su questo terreno, nel grande sforzo di includere tutti, che cresce e si affina l’uso della lingua, che è prima di tutto relazione. Non mi convince la contrapposizione tra la scuola seria dei contenuti e la scuola buona della cura e delle relazioni. La lingua, proprio la lingua, è il territorio in cui queste due esigenze si intrecciano, perché non c’è arricchimento di linguaggio senza fiducia reciproca e buona considerazione di sé. Un bambino continuamente giudicato come inadeguato smetterà presto di esprimere il suo pensiero faticando con le parole”.

Mi ha colpito, in questa riflessione di un maestro capace di ascolto dei bambini, soprattutto l’accento sull’importanza della scuola come luogo in cui confrontarsi con i grandi testi difficili della letterature, del sapere, in cui sperimentare la curiosità della ricerca che conduce a vivere in prima persona l’indagine sulle cose. In tale orizzonte la scuola è occasione di incontro e confronto unico dove proprio la possibilità di ascolto dell’altro non ha limiti ed esclusioni ed è lì in quei momenti in cui viene data parola e si ascolta la parola dell’altro che solo può nascere un tipo di società ben diversa dall’aggregato dei sordi e dei muti piegati sul proprio cellulare e incapaci di raccontare di esprimere un sentimento, di riproporre il percorso di una scoperta. Ma soprattutto incapaci di scoprire che costruire una lingua comune è itinerario mai concluso che vive dell’attitudine di apertura a scorgere la ricchezza di nuovi linguaggi, lo stimolo che giunge dall’intendersi nelle differenze. impegno per la dignità di ognuno.

“Nella mia esperienza con i bambini so che il linguaggio si arricchisce leggendo insieme ad alta voce un bel testo, anche difficile, scrivendo lettere ad amici lontani a cui dobbiamo fare immaginare il mondo in cui viviamo e, soprattutto, ascoltando le parole che affiorano, a volte a fatica, in un cerchio di ascolto e narrazione in cui si parla liberamente di sé o si confrontano ipotesi, si abbozzano teorie, ci si contraddice e si argomenta intorno alle più diverse esperienze vissute possibilmente con tutto il corpo. Ma perché ciò accada dobbiamo essere capaci di far sentire a tutti che la voce di ogni bambina e bambino è importante, necessaria. Solo così è possibile dare dignità al pensiero di ciascuno, nessuno escluso”. (tratto da F.Lorenzoni, Per una scuola dell’ascolto, 17 febbraio 2017)

Alessandro Cortesi op

XXII domenica tempo ordinario – anno A – 2017

IMG_0774Ger 20,7-9; Sal 62,2-6.8-9; Rm 12,1-2; Mt 16,21-27

Leggendo la sua storia in un momento di difficoltà, Geremia apre uno squarcio sull’interiorità della sua vicenda di uomo chiamato ad essere profeta. Propone una confessione dal tono intimo e appassionato. La sua vita è stata segnata da un incontro con Dio che l’ha cambiato. E’ chiamata che lo ha portato ad essere sentinella ma ciò ha sconvolto le sue attese e i suoi progetti umani fino ad affrontare il rifiuto e lo scherno. Vive così la tentazione di abbandonare tutto e di fuggire lontano; eppure avverte contemporaneamente il senso di una presenza che lo ha afferrato e a cui è legato. Non vi sono solo ostacoli dall’esterno, ma ora egli vive anche il rifiuto e si affaccia il pensiero di non parlare più nel nome del Signore. Nonostante la ritrosia a vivere ciò a cui è inviato, la Parola di Dio è come fuoco che brucia dentro di lui e lo spinge.

Gesù affida a Pietro un compito e Pietro non comprende. Gesù inizia a parlare della sua via su cui incontra il rifiuto, e l’ostilità. Non è tolta la sofferenza, ma questa è affrontata nella libertà. Le parole di Gesù a Pietro sono con probabilità una esplicitazione opera dalla comunità dopo l’evento della Pasqua. Gesù aveva preparato i suoi alla via che lo avrebbe condotto alla croce non tanto con predizioni, quanto con il suo atteggiamento, con alcune parole che i discepoli compresero solamente dopo, con la decisione della sua scelta nel vivere sino in fondo la scelta del servizio e l’annuncio di liberazione. La figura del figlio dell’uomo fa intravedere l’orizzonte della risurrezione e della gloria ricevuta da Gesù da parte del Dio fedele. La sua esistenza – ci dice Matteo – va letta alla luce della vicenda del figlio dell’uomo.

Matteo vede qui l’inizio di una fase particolare della vita di Gesù. Il suo insegnamento viene riservato alla cerchia dei discepoli chiamati a seguirlo. Le folle sono rimaste deluse perché quanto Gesù propone non corrisponde ad un’idea di messia vittorioso e potente. Gesù si concentra sulla comunità dei discepoli e indica la via. Il suo orientamento si pone in fedeltà al disegno di Dio, all’agire di liberazione e di vicinanza presente in tutta la storia della salvezza. Matteo richiama come Gesù vive la sua obbedienza al Padre in riferimento e compimento delle Scritture. Non si tratta però di adempiere una sorta di predizione, ma Gesù nella sua libertà vive in coerenza al disegno di salvezza di Dio. Gesù è presentato da Matteo come ‘figlio di Dio’ che va incontro alla sofferenza alla morte e alla risurrezione (l’espressione ‘il terzo giorno’ è richiamo al primitivo annuncio della risurrezione).

Pietro, il primo dei Dodici, reagisce con forza a questo insegnamento e lo rifiuta. Deve vivere un difficile passaggio: lasciarsi coinvolgere nel seguire Gesù è una sfida difficile. Stare dietro a lui è quanto Gesù gli aveva chiesto sin dall’inizio: ‘venite dietro a me’. C’è un cammino da compiere e un’autentica conversione: dalla fede nel ‘figlio di Dio’ alla fede nel ‘figlio dell’uomo’ che affronta la sofferenza per la fedeltà all’amore. Ci può essere una accoglienza teorica della presenza di Gesù come figlio di Dio, come messia, ma si tratta di andare oltre. Ciò implica andare al di là di un ‘pensare secondo gli uomini’. Nel dialogo con Pietro c’è l’opposizione di due modi di pensare il messia. Pietro rappresenta l’attesa di un messianismo di gloria e di affermazione. L’apparente buon senso e saggezza di Pietro, che si rifiuta di accettare la via della sofferenza e della morte è stoltezza per Dio. Il ruolo di Pietro è proprio quello di ricordare con la sua stessa presenza, come primo dei dodici, questo cammino della fede.

Seguire Gesù implica un cambiamento radicale: inoltre Matteo nel suo vangelo è attento al fatto che Gesù chiama a seguirlo come comunità. La comunità che Gesù desidera è una comunità che vive innanzitutto un rapporto profondo con lui, lo segue, non si lascia distrarre da altri criteri di riferimento. Questa comunità è capace di lasciarsi mettere in discussione dal rimprovero di Gesù, e lasciarsi cambiare da lui. Inoltre condivide la via di Gesù, ne fa il nucleo dell’annuncio e lo stile della sua vita, anche se questo va contro modelli dominanti e diffusi.

Alessandro Cortesi op

IMG_0556

Seguire

In un tempo di muri seguire Gesù significa scegliere di percorrere ponti, di sognare ponti. Una bella preghiera proposta nel Natale 2016 dalla comunità di san Niccolò all’Arena di Verona può aiutare ed essere traccia di cammino:

Ponti, non muri tra la testa e il cuore perché non ci sia un amore senza pensiero e un pensiero senza amore.

Ponti, non muri tra giovani e vecchi perché non ci sia un futuro senza memoria e una memoria senza futuro.

Ponti non muri tra religioni diverse perché non esista violenza in nome di Dio e la terra trovi il suo cuore pensante.

Ponti, non muri tra chiesa e mondo perché non ci sia una chiesa fuori dal mondo, chiusa nelle sue paure, e un mondo senza gioia.

Ponti, non muri tra politica ed economia perché ci sia una politica bella e una economia che guardi dalla parte dei poveri.

Ponti, non muri tra scuola e lavoro perché la cultura sia il pane quotidiano, il linguaggio della non esclusione.

Ponti, non muri tra educazione e libertà perché educare sia liberare dalla dipendenza e dalla rassegnazione.

Ponti, non muri tra confine e confine perché il mondo sia la casa di tutti e le porte siano aperte al vento.

Ponti, non muri tra mare e mare, tra oceano e oceano perché donne e bambini non sprofondino nell’abisso ma danzino il girotondo della vita.

Ponti, non muri tra Natale e Pasqua perché tutti possano rinascere e risorgere ogni giorno.

Ponti, non muri tra Dio e le persone perché tutti possano gustare l’abbraccio della tenerezza di Dio.

Ponti, solo ponti tra sguardo e sguardo, tra città e città.

Ponti, solo ponti! Un grande arcobaleno che congiunge terra e cielo, perché non ci può essere allegria nel cielo se non c’è amore sulla terra! Amen

XXI domenica tempo ordinario – anno A – 2017

IMG_0640Is 22,19-23; Rm 11,33-36; Mt 16,13-20

Al tempo del re Ezechia (718-687 a.C.), un maggiordomo del re, contestato da Isaia per la brama di grandezza viene destituito e al suo posto viene affidato ad un altro il compito di guidare gli abitanti di Gerusalemme, e il richiamo va a Davide, il re a cui è stata fatta la promessa di Dio. “Ti toglierò la carica, ti rovescerò dal tuo posto… in quel giorno chiamerò il mio servo Eliakim… sarà un padre per gli abitanti di Gerusalemme… gli porrò sulla spalla la chiave di Davide, se egli apre, nessuno chiuderà”. Una responsabilità è connessa a questo simbolo. Le chiavi aprono e chiudono. Sono simbolo di un mandato e di una responsabilità affidata.

La pagina del vangelo di Matteo narra un dialogo tra Gesù e Pietro. A lui è affidato un ruolo particolare come riferimento del gruppo dei dodici e della comunità che Gesù aveva convocato attorno a sé. E’ ripreso il motivo delle chiavi (16,19) con la citazione del versetto di Isaia: “a te darò le chiavi del regno dei cieli, e tutto ciò che legherai sulla terra sarà legato nei cieli e tutto ciò che scioglierai sulla terra sarà sciolto nei cieli”. E’ il segno di un affidamento, una responsabilità è consegnata connessa al legare e sciogliere.

Ricorre nel vangelo di Matteo il termine ‘chiesa’ e rinvia all’ebraico, ‘convocazione di chiamati’ (qahal), comunità che si riunisce in assemblea per il culto di Jahwè. Gesù indica questa comunità in un rapporto al messia. Su di lei le forze della morte, gli inferi, non potranno prevalere. La comunità è presentata come luogo di salvezza, su cui non avranno predominio le forze del male.

Nel quadro di un discorso apologetico il brano veniva posto alla base dell’affermazione indiscutibile di Gesù stesso come fondatore della chiesa: nella parola di affidamento delle chiavi avrebbe istituito la chiesa, fondandola su Pietro, e trasferendo poi le prerogative di Pietro ai suoi successori.

Il giuramento antimodernista del 1910 che riprende l’enciclica Pascendi, costituisce una sintesi di questa visione che alla domanda se Gesù avesse avuto intenzione di fondare la chiesa e fosse stato lui stesso ad edificarla sulla presenza di Pietro risponde in modo chiaro e affermativo: “Credo fermamente che la chiesa custode e maestra della parola rivelata è stata istituita immediatamente e direttamente dallo stesso Cristo vero e storico, mentre era tra di noi, e che essa è stata edificata su Pietro, principe della gerarchia apostolica, e sui suoi successori per sempre” (DS 3540).

Un approccio esegetico e storico critico dei testi del Nuovo Testamento ha condotto a cogliere una serie di problemi per una più approfondita interpretazione di questo passo. Sono emerse innanzitutto difficoltà dal punto di vista storico: i vangeli scritti dopo la Pasqua proiettano in una situazione precedente alcuni sviluppi di quanto le comunità vivono dopo la pasqua. I vangeli sono quindi già in se stessi interpretazione e attualizzazione di un passaggio tra il momento dell’esperienza di Gesù e una situazione post-pasquale. La chiamata dei Dodici è un segno simbolico attuato da Gesù ma non è finalizzata ad una trasmissione o delega di poteri, piuttosto è azione simbolica della raccolta delle dodici tribù di Israele, inizio dell’irrompere del regno di Dio al cuore della missione di Gesù.

Lumen Gentium (n. 5) esprime una visione consapevole di tali acquisizioni nell’indicare Gesù come fondamento della chiesa ma non parlando di lui come fondatore. Il Nuovo Testamento mostra che la chiesa vede i suoi inizi dopo la resurrezione di Gesù, sulla base dell’annuncio del regno, e sul fondamento dell’annuncio pasquale della risurrezione del crocifisso, per opera dello Spirito.

Il termine ekklesia ricorre solo due volte (in Matteo cap. 16 e 18) in testi sicuramente post-pasquali. Lo stesso Luca, che pur conosce e cita continuamente il termine chiesa negli Atti degli apostoli, non lo utilizza mai, neanche una volta, quando narra parole  e gesti di Gesù nel suo vangelo.

In Mt 16 è espressa la volontà di Gesù di edificare la chiesa in un orizzonte futuro: è futuro con rinvio alla sua morte e risurrezione. La chiesa sta quindi in un decisivo rapporto con questo passaggio e non viene prima. Nella visuale di Matteo la ekklesia è opera del Risorto che vive in eterno (cfr. Mt 28,20: ecco io sono con voi tutti i giorni …) e si pone nel legame con Gesù figlio di Dio, in un rapporto unico in quanto Gesù parla della ‘mia’ chiesa.

La chiesa è delineata in Matteo come raduno di tutti coloro che riconoscono come Pietro che Gesù è il Cristo il Figlio di Dio. Inoltre il legame con il messia indica anche il rapporto con il Gesù terreno e con la sua parola.

Matteo pone questo gesto di Gesù subito dopo la domanda ai suoi discepoli sulla sua identità: ‘La gente chi dice che sia il figlio dell’uomo?’. E’ lui il messia, debole, rifiutato ma a cui spetta il giudizio sulla storia – come richiama la figura del figlio dell’uomo. Simon Pietro riconosce che Gesù è messia e figlio. Ma a questo punto Pietro deve scoprire che quanto ha detto non proviene da sue capacità e forze ma è un dono: ‘né la carne né il sangue te l’hanno rivelato, ma il Padre mio che sta nei cieli’. E’ chiamato ad una conversione: il suo rapporto con Gesù proviene da un dono da accogliere nella disponibilità della fede. A lui, chiamato a vivere questo percorso, Gesù affida un compito in relazione alla comunità. La presenza di Pietro è segno. Ricorda la dipendenza da un dono ed anche che ogni responsabilità è affidamento, non per lui solo, ma per tutta la comunità che Gesù desidera.

Il rinvio alla roccia (kefa singifica roccia) è da accostare al discorso della montagna: Gesù aveva parlato della casa sulla roccia e della casa sulla sabbia. (“Eccomi, io pongo in Sion una pietra scelta, angolare, preziosa, da fondamento: chi vi crede non vacillerà” Is 28,16). Su questa costruzione nulla potrà portare distruzione. In Isaia è immagine di un nuovo popolo che ha inizio da un ‘resto’, un piccolo gruppo rimasto fedele: al centro della loro vita sta la fede, roccia su cu stare saldi. Matteo rilegge questi testi in rapporto alla comunità che Gesù voleva. Pietro Kefa è testimone che ha espresso la fede in Gesù e ha scoperto che la fede stessa non è conquista ma dono.

Pietro fa fatica ad accettare la via di Gesù così lontana dalle idee umane del potere. Gesù non è un messia che vuole conquistare un potere umano ma subisce la croce, dà la sua vita e passa per la sofferenza e la morte. A Pietro starà il compito di seguire Gesù e di esserne suo testimone, insieme con tutta la comunità che si raccoglie attorno a lui.

Nella chiesa continua la necessità di ‘legare e sciogliere’, sarà necessario continuare lo sforzo di cogliere quale sia la volontà di Dio nelle diverse situazioni umane. E’ funzione di responsabilità di tutta la comunità.

Nel libro dell’Apocalisse (Ap 3,7-13 nella lettera ad una delle sette chiese dell’Asia minore) ricorre l’immagine delle chiavi: “All’angelo della chiesa di Filadelfia scrivi: Così parla il Santo, il Verace, colui che ha la chiave di Davide: quando egli apre nessuno chiude e quando chiude nessuno apre”. Gesù risorto è riferimento centrale alla vita della comunità, continua ad essere vivo e operante ed è lui solo che ha la piena responsabilità sulla nostra vita.

Alessandro Cortesi op

IMG_0680

Chiavi

Nabi Samuel è un villaggio nella Cisgiordania distante circa 7 km e mezzo da Gerusalemme. E’ situato in un territorio particolare la cosiddetta seam-zone, l’area tra la Linea verde e il muro di separazione eretto da Israele per gran parte all’interno dei Territori occupati della Palestina. Nabi Samuel è uno tra i tanti villaggi che soffrono di una particolare condizione di isolamento: sono circa 7500 abitanti nell’intera Cisgiordania e 250 circa a Nabi Samuel.

Le condizioni di vita degli abitanti di queste enclaves è particolarmente penosa e difficile. Da quando nel 1967, con la guerra dei sei giorni, Israele ha occupato la Cisgiordania, Gerusalemme est, la Striscia di Gaza, il Golan e il Sinai egiziano si sono susseguite le conseguenze della occupazione e del progressivo ampliamento della colonizzazione israeliana, soprattutto la confisca di terre da destinare agli insediamenti ebraici, e la demolizione di case. Tutti questi fattori hanno reso la vita degli abitanti di questi villaggi sempre più difficile ed hanno generato un progressivo abbandono del villaggio da parte dei residenti.

In un recente reportage sulla situazione di Nabi Samuel riportato dall’agenzia Nena News la condizione dei residenti è presentata come quella di chi è costretto a vivere in gabbia: isolata rispetto all’Autorità Nazionale palestinese che non può condurvi l’amministrazione e segregata rispetto a Israele. La gran parte della popolazione non può recarsi a Gerusalemme ma può solamente accedere alla Cisgiordania attraverso un check-point dove spesso non è consentito o viene rallentato il passaggio di beni essenziali e delle ambulanze. Il villaggio inoltre non può essere raggiunto dagli altri residenti in Cisgiordania. Proprio lì l’associazione italiana Cospe sta svolgendo una attività di assistenza e solidarietà per sollevare dalla condizione di isolamento rispetto all’ambiente anche vicino.

Quest’anno ricorre l’anniversario di cinquant’anni dalla guerra dei sei giorni (giugno 1967-2017). Può essere singificativo leggere una riflessione di questo annivesario nell’articolo curato da Giorgio Bernardelli per il sito ‘Bocche scucite’ nel giorno di tale anniversario (L’infermiera israeliana che ha allattato il piccolo palestinese).

Nabi Samuel è un villaggio che ricorda il dramma che stanno vivendo ormai da decenni le popolazioni palestinesi a distanza di cinquant’anni dalla guerra dei sei giorni e prima ancora a partire dalla data del 1948 ricordata dai palestinesi come la Nakba, la catastrofe, ossia l’allontanamento dalle loro case con l’esproprio dei propri campi e dei propri beni. Il 14 maggio 1948 avvenne la fondazione ufficiale dello Stato di Israele. A seguito della proclamazione iniziò la prima guerra fra arabi e israeliani conclusasi con una sconfitta degli arabi. Come conseguenza circa 700mila palestinesi furono costretti ad abbandonare le proprie case e a lasciare i villaggi. Altre decine di villaggi palestinesi subirono la distruzione e gli abitanti da allora furono costretti a vivere nei campi profughi.

Nelle risoluzioni 242 e 338, l’ONU ha chiesto a Israele di ritirarsi ai territori precedenti al ’67 (da qui prendono il nome ‘territori del 67’ i territori che erano stati ottenuti con la vittoria del 1948) ed ha riconosciuto invece le conquiste del 1948. Molte delle famiglie palestinesi già dopo la cacciata del 1948/49 hanno recato con sé le chiavi delle case abbandonate e che sono state poi occupate o distrutte.

La vicenda del villaggio di Nabi Samuel ricorda l’urgenza per ricercare una situazione di giustizia che offra un futuro di pace alla terra dove due popoli sono e saranno chiamati a vivere uno accanto all’altro e insieme, trovando modalità di accettazione dell’altro e di superamento di mezzo secolo di ostilità, violenze e oppressione.

Le chiavi di casa sono il simbolo di questo ricordo ed un richiamo a quell’esigenza di giustizia, che nonostante l’oppressione, non può rimanere tacitato. Le chiavi di casa conservate e consegnate da padri e madri ai propri figli e figlie costituiscono un filo che lega il passato e la responsabilità del presente nonostante tutte le delusioni e le situazioni insopportabili dell’occupazione e l’umiliazione a cui un intero popolo è sottoposto.

Sono chiavi che ricordano come la vita delle persone e dei popoli è legata alla casa, la casa che è il riparo dove ritrovarsi e riposare e la casa che è la patria dove trovare accoglienza rifugio, sicurezza. Le chiavi di casa potrebbero essere un forte simbolo di richiamo a ricercare una pace giusta, soprattutto con attenzione a chi è vittima più debole di una oppressione e violazione di diritti che spezza le vite delle persone.

«È possibile perseguire l’impegno per una soluzione pacifica delle controversie e dei conflitti. Si evitino da parte di tutti iniziative e atti che contraddicono alla dichiarata volontà di giungere ad un vero accordo e non ci si stanchi di perseguire la pace con determinazione e coerenza». Così si è espresso papa Francesco nel 2014, nel suo incontro con Shimon Peres a quel tempo presidente di Israele.

Le chiavi possono essere segno di questa ricerca di porte da aprire anche laddove sembra vi siano solo catenacci serrati.

Alessandro Cortesi op

 

 

XX domenica – tempo ordinario A – 2017

IMG_0371Is 56,1.6-7; Rom 11,13-15.29-32; Mt 15,21-28

“Gli stranieri, che hanno aderito al Signore per servirlo e per amare il nome del Signore e per essere suoi servi, li condurrò sul mio monte santo…”

Il tempio è casa di preghiera per tutti i popoli: sarà aperto, nella visione di Isaia e diverrà luogo di incontro anche con con gli stranieri che hanno aderito al Signore. Nel tempo dell’esilio, a contatto con popoli stranieri Israele scopre che il disegno di salvezza e alleanza è aperto per tutti. L’incontro con Dio non esclude ma va al di là dei confini che dividono i popoli: anche popoli stranieri potranno partecipare alla gioia.

Il rapporto con lo straniero è ambivalente in Israele. Da un lato implica sospetto e timore: bisogna guardarsi dagli stranieri per non venir meno alla fedeltà al Dio della liberazione e del patto, e non cadere nel grande peccato l’idolatria. D’altra parte la presenza dello straniero è un segno e memoria che fonda la stessa fede. E’ ricordo della condizione di oppressione e schiavitù vissuta in Egitto, come stranieri disprezzati, ed è memoria della condizione dell’esodo, del cammino in cui Israele ha incontrato la presenza vicina di Dio.

L’alleanza e l’elezione non sono privilegi, ma recano in sé una missione ed un’apertura per tutti i popoli. È questo l’approfondimento che proviene dalla dolorosa esperienza dell’esilio. Il disegno di pace di Dio ha orizzonti universali.

L’incontro con lo straniero ricorda sempre che Dio è ‘altro’, è ‘straniero’ lui stesso: il Dio diverso da ogni creatura, si fa vicino nella presenza che chiede accoglienza. L’ospitalità in questo contesto è terra sacra, spazio di fede.

Nella pagina del vangelo è narrato l’incontro di Gesù con una donna straniera, cananea, nel territorio pagano, di Tiro e Sidone. La donna si presenta a Gesù con una richiesta e un’invocazione. L’incontro si fa occasione per un insegnamento sulla salvezza oltre i confini d’Israele. Gesù è venuto per radunare i figli dispersi di Israele. La donna straniera gli dice che anche i cagnolini si cibano delle briciole che cadono dalla tavola dei loro padroni – con questo termine erano indicati così i pagani -. Il testo riflette le difficoltà presenti nella comunità di Matteo nell’accogliere i non-ebrei. Le parole di Gesù indicano l’orizzonte in cui egli si mosse: ‘non sono stato inviato che alle pecore perdute della casa di Israele’. E’ quanto Gesù stesso chiede ai dodici (Mt 10,5). Gesù presenta nella sua compassione il modo di agire di Dio che si prende cura, così quando guarda le folle, pecore perdute e senza pastore (Mt 9,36).

La donna non accampa diritti, non chiede il pane dei figli ma chiede ma dice che ce n’è per i figli ed anche per altri. Nelle sue parole sta la comprensione profonda che la presenza di Gesù è vicinanza della misericordia di Dio per tutti. Gesù scorge nella sua richiesta una fede grande, oltre i confini di Israele e per questa fede dice che la figlia della donna è guarita. La guarigione diviene segno di una salvezza per tutti non solo per i giudei ma anche per i pagani.

Gesù loda la fede di questa donna pagana piena di coraggio che con la sua preghiera lo costringe e lo apre ad un orizzonte nuovo. Questa pagina fa scorgere la scoperta della prima comunità che la predicazione di Gesù fedele al Dio d’Israele nel contempo è per tutti, anche per i pagani e stranieri. Paolo esprimerà tutto questo con le parole: ‘Non c’è più giudeo né greco; non c’è più schiavo né libero; non c’è più uomo né donna, perché tutti voi siete uno in Cristo Gesù’ (Gal 3,28).

C’è una fede che si fa presente in percorsi diversi. Gesù loda la fede di questa donna e la indica come ‘davvero grande’. Le strade della fede sono diverse, celate nell’interiorità. E non vi sono limiti di appartenenza religiosa etnica e culturale alla forza della fede. Questa donna anonima straniera è testimonianza della forza del vangelo che ogni uomo e donna avverte nel profondo al di là delle fedi e delle appartenenze culturali.

Alessandro Cortesi op

IMG_0607.JPG

Straniero

«Le scarpe hanno una relazione plastica con l’essere umano. È il contrario dell’idea di stabilità: le togli quando torni a casa, le indossi quando esci. È simbolo di movimento, cammino, viaggio. Per i musulmani, poi, ha un significato speciale: le tolgono all’ingresso delle moschee perché non sono pulite, portano con sé la sporcizia della strada. Ho scelto un simbolo concreto della sofferenza di cui fanno esperienza i rifugiati, arrivati da chissà dove a piedi, un simbolo reale della violazione delle leggi e dell’indifferenza per la geografia. Le scarpe si portano dietro l’impatto di tutto quello che hanno calpestato»

Con queste parole un artista siriano Thaer Maarouf spiega la sua scelta di aver inviato le scarpe usate dai migranti siriani giunti in Europa attraverso la Turchia e i Balcani a dodici responsabili dei governi europei e non solo. Un ricordo, un monito, una provocazione artistica…

Intervistato da “Il manifesto” (Chiara Cruciati, Dodici scarpe in cerca di asilo, “Il manifesto” 13 agosto 2017) Maarouf ha descritto le reazioni ricevute in risposta: «Non mi attendevo alcuna reazione dai governi Ma la risposta di quello spagnolo è stata incoraggiante: mi hanno inviato una lettera in cui danno i dettagli della loro assistenza ai rifugiati e dei piani futuri. Il governo britannico invece ha rispedito il pacco indietro, senza dare alcuna spiegazione. A carico del destinatario: ho pagato io per il loro rifiuto». Così pure ha fatto il governo del generale Al-Sisi in Egitto.

Nell’omelia per la festa di santa Rosalia a Palermo il 25 luglio scorso il vescovo Corrado Lorefice ha parlato della mancanza di futuro come nuova peste dei nostri giorni ed ha accostato nella sua riflessione lo sguardo a due esodi: ha parlato innanzitutto dell’esodo dei giovani siciliani costretti ad abbandonare la propria terra a causa della mancanza di lavoro e di opportunità nella vita sociale:

“L’esodo dalla Sicilia sta diventando una necessità storica terribile, che priva la terra del suo nutrimento decisivo. E ad alimentare un territorio, una città, sono i desideri, i progetti, la voglia di fare, le idee e le aspirazioni delle giovani generazioni che si avvicendano nel corso dei decenni e dei secoli. Senza la linfa ideale e rinnovata di questo ardore, senza il sapore di questo sogno, non c’è domani. Ma senza lavoro vero, dignitoso, costruttivo, teso a cambiare il mondo, non c’è domani”.

Ha poi parlato dell’esodo dei migranti che lasciano le terre del Nordafrica e dell’Africa subsahariana e raggiungono le coste della Sicilia.

“E mentre si compie quest’esodo doloroso, Palermo e la Sicilia tutta sono il porto ideale di un altro esodo, di dimensioni planetarie, quello dei popoli del Sud del pianeta – dei nostri fratelli africani e del Medio Oriente – che giungono in Europa in cerca di rifugio e di opportunità di vita. Non dobbiamo nasconderci però dietro i luoghi comuni o le visioni distorte di molta politica. La molla ultima di questo esodo biblico, al di là di ogni consapevolezza di chi parte, è il desiderio di giustizia”

Ha raccontato di questi due esodi per contrastare una diffusa attitudine a contrapporli, a metterli l’uno contro l’altro, riversando la colpa della mancanza di lavoro ai poveri che giungono dai Sud del mondo. Ed ha così parlato dell’idiozia che permea tanti discorsi vani e tante reazioni che riempiono le pagine dei quotidiani e alimentano paura e razzismo: “sarebbe un grave errore contrapporre i due esodi, quello dei nostri giovani e quello dei popoli del Sud. Chi ha una responsabilità politica ed è purtroppo miope e ignorante può farlo. Noi no. Noi no. Pensare che sia l’arrivo di tanti fratelli dal Sud del mondo a togliere il lavoro ai nostri giovani è una totale idiozia. Al contrario: l’esodo epocale dall’Africa attraverso il Mediterraneo è l’appello, e soprattutto l’opportunità che la storia ci offre, per ribaltare il perverso assetto del mondo e della sua economia; per creare nuove possibilità e nuove speranze proprio grazie all’accoglienza e all’integrazione dei tanti che giungono e che già oggi sono un polmone del lavoro e dello stato sociale in Italia”.

Due esodi da non contrapporre ma in cui scorgere gli appelli che giungono dalla storia in cui è presente una chiamata di Dio da accogliere, per un cambiamento, per una conversione. Sono appelli soprattutto a non perdere di vista i riferimenti fondamentali di una vita autenticamente umana.

Enzo Bianchi si è interrogato sulle vicende dei migranti presentata come una emergenza da affrontare. Con sguardo critico ha capovolto il mantra di questi tempi secondo cui l’emergenza è costituita da un’invasione in atto. E’ piuttosto un’altra la grande emergenza da fronteggiare. Ciò che manca è una visione chiara del dovere umanitario di soccorrere e la responsabilità per pensare, con quell’arte politica che è la prudenza, modalità di inserimento e di lavoro che implicano una impostazione di scelte economiche, un cambiamento di stili di vita e una scelta chiara di progettare insieme una società solidale, in cui al centro vi sia la dignità di vita di ogni persona e la scelta di ospitalità. L’emergenza più radicale è perdere di vista tali orizzonti:

“L’emergenza riguarda la nostra umanità: è il nostro restare umani che è in emergenza di fronte all’imbarbarimento dei costumi, dei discorsi, dei pensieri, delle azioni che sviliscono e sbeffeggiano quelli che un tempo erano considerati i valori e i principi della casa comune europea” (Enzo Bianchi, I migranti e il dovere di restare umani, “La Repubblica” 11 agosto 2017).

Alessandro Cortesi op

XIX domenica tempo ordinario – anno A – 2017

IMG_0414.JPG1Re 19,9.11-13; Rom 9,1-5; Mt 14,22-33

Sul monte Oreb Elia sta vivendo un passaggio drammatico della sua vita: la sua critica agli adoratori degli idoli in nome della fede in Jahwè l’aveva condotto a scontrarsi contro i sacerdoti di Baal. Per questo si era trovato solo, visto come presenza scomoda anche dal popolo e dal suo re. Il profeta è così rifiutato e costretto a fuggire.

Solo, nel deserto, vive l’esperienza di un Dio che si fa vicino. Avverte la presenza di Dio là dove nessuno può pensarlo, nel deserto, nella sua desolazione e solitudine, nel silenzio delle cose e del cuore. Non nel terremoto, non nel fuoco, non nel vento impetuoso. Elia scorge la presenza di Dio nella ‘voce di un leggero silenzio’. Da quel silenzio, da quel soffio giunge a lui la promessa di futuro e l’invito a riprendere il cammino.

Il Signore non era né nel terremoto, né nel fuoco, né in tutte le manifestazioni eclatanti che corrispondono al bisogno di una divinità potente e capace di prodigi, proiezione delle aspirazioni umane di forza, potere e violenza.

Dio si fa a lui vicino in modo impercettibile, in punta di piedi. Non è il Dio del meraviglioso e di ciò che sconvolge. Incontrarlo esige di ascoltare la voce del silenzio. Non è là dove si pensa che egli sia, ma si comunica lontano dai luoghi del potere religioso, nella vita di chi è desolato e solo.

Anche il racconto di Matteo parla di una tempesta di una traversata, di fede. E’ un racconto carico di simboli. Il mare infuriato, segno del male nella vita umana. La barca segno di una comunità. La navigazione segno della vicenda faticosa della comunità nella storia. Nella tempesta che infuria (dove il male rinvia al male nelle sue diverse forme) la paura prende tutti coloro che stanno sulla barca. Gesù stesso si fa vicino ai cuoi e dice loro: ‘Coraggio, sono io, non abbiate paura’. Chiede di ricordarsi di lui e della sua promessa di vicinanza . Il suo nome è Emmanuele ‘Dio con noi’ e la sua promessa ‘Sarò con voi tutti i giorni fino alla fine del mondo’.

In questa pagina Matteo racconta così l’esperienza pasquale, l’incontro con Gesù. Pietro, il primo dei dodici, figura a cui Matteo dà particolare attenzione nel suo vangelo in rapporto a tutta la comunità, si getta incontro e sta per affogare nelle acque. Gesù lo afferra e richiama proprio lui alla fede: ‘Uomo di poca fede perché hai dubitato?’. Pietro è uomo di poca fede chiamato ad essere riferimento della comunità perché scopre che non le sue forze contano ma il suo affidarsi unicamente in Gesù, alla sua parola che vince violenza e morte con la mitezza.

Sulla barca la paura è vinta da una parola di coraggio rivolta da Gesù. Si fa incontro per primo per accompagnare i suoi, mentre vivono disorientamento e paura. La sua presenza mite ha autorità sul mare: ‘Taci, calmati’ sono le sue parole. E’ invito ad un silenzio nuovo… Come nell’esodo Israele aveva visto aprirsi il mare fuggendo dalla violenza del faraone così ora Gesù fa vivere l’esperienza di una liberazione nell’incontro con lui.

La sua risurrezione ha sconfitto ogni male, e porta la pace. Al cuore di questo racconto sta l’invito ad avere fiducia: non la paura ma la fiducia è il tratto di una comunità che nella tempesta e nella notte sa di essere tra le mani di un Dio buono, che libera e rende responsabili di liberazione.

Alessandro Cortesi op

IMG_0449.JPG

Silenzio

Erling Kagge è norvegese, originario di una terra dove gli spazi e la natura aiutano ad apprezzare le forme del silenzio. Kagge è anche desideroso di avventure e di esplorazioni. E’ stato il primo uomo a raggiungere il Polo sud in solitaria. A questa meta ha anche aggiunto altri due approdi simbolici raggiunti nelle sue esplorazioni: il Polo Nord e la vetta dell’Everest. Quasi un percorso che ha toccato le estermità della terra.

La cosa interessante è che da queste avventure ha ricavato una riflessione sul silenzio quale esperienza fondamentale per la vita umana e tanto più importante in un tempo in cui gli spazi del silenzio sono ridotti al minimo e quasi annullati.

Nel suo agile libro Il silenzio (Einaudi, 2017) strutturato in trentatre brevi capitoli a forma di risposte a domande, si sofferma sui vari significati del silenzio e su quanto esso comporti per la vita a partire dalle impressioni vissute in situazioni particolari. Sono esperienze spesso estreme vissute in solitudine in luoghi dove il silenzio è stato assaporato e sperimentato nel contatto unico con la natura e nella distanza rispetto ai rumori della civiltà umana.

E’ un libro che parla di silenzio come esperienza per comprendere se stessi ma anche per capire il mondo, momento di liberazione rispetto ad un prevalere del rumore, della pervasività di immagini, parole e musica che occupano l’intera vita delle persone, nell’illusione mantenere collegati ma spesso con l’esito di favorire un’incapacità a relazionarsi alle cose e agli altri proprio per l’impossibilità di avere spazi di silenzio e di ascolto. Ascoltare il silenzio è anche contrasto con il frastuono che impedisce di pensare. Il far venir meno i rumori apre spazi sconfinati e possibilità nuove per l’interiorità e per il rapporto con le cose e con gli altri.

“Cercare il silenzio, non per voltare le spalle al mondo, ma per osservarlo e capirlo. Perché il silenzio non è un vuoto inquietante, ma l’ascolto dei suoni interiori che abbiamo sopito.”

Kagge descrive così le sue esperienze di silenzio di un esploratore e giramondo. Si potrebbe derivare un’impressione dalla lettura del suo breve libro: che il silenzio risulti quasi quale un prezioso tesoro  e scoperta riservata a ricche élite che hanno la possibilità di dedicarsi per mesi o anni ad avventure di esplorazione verso il Polo o nelle salite alle vette estreme dell’Himalaya. Per fortuna nel libro si trovano qua e là annotazioni che rinviano alla possibilità – purtroppo così spesso trascurata e negletta – di ricercare e trovare il silenzio nelle pieghe della vita ordinarie e nelle ore del quotidiano. Per tutti. Non quale privilegio di pochi ma ricchezza nascosta nelle esistenze ordinarie. “Io ho dovuto camminare per moltissimi chilometri, ma so che è possibile trovare il silenzio ovunque”.

Non mancano luoghi per ricuperare il senso dei rumori che ci raggiungono, talvolta per liberarsene e per evitarli, per accogliere lo spessore delle parole che sono scambiate, per non accettare la schiavitù di una vita costretta in un frastuono disseminato che non lascia occasioni per ascoltare.

Ho trovato queste conclusioni in sintonia con un’osservazione espressa in una recente intervista da Timothy Radcliffe ex maestro generale dell’Ordine domenicano rispondendo alla domanda se il cristianesimo aspira alla pace interiore: «È un punto cruciale. Abbiamo vite complesse, attraversiamo crisi e conflitti e delusioni, la pace interiore è fondamentale. Gesù dice: “Vi do la pace, vi porto la mia pace”. Che è quella che dobbiamo tenere al centro delle nostre vite. Servono postura, respirazione, e silenzio. Il silenzio è molto importante. In Israele abbiamo fondato una comunità, un luogo di pace a metà fra un kibbutz, un villaggio musulmano e un centro cristiano. Accadeva attorno al 1968 quando ero studente. Era una casa del silenzio: tutte e tre le religioni erano riunite lì per osservare il silenzio. Il nostro stile di vita richiederebbe almeno un’ora al giorno di silenzio» (A.Elkann, Timothy Radcliffe, Nella vita moderna ci vorrebbe un’ora di silenzio al giorno, “La Stampa” 23 luglio 2017).

Ascoltare la voce del silenzio è sfida importante in un tempo occupato di rumori, chiacchiere e infinite sollecitazioni che non lasciano più il tempo per ritrovare i ritmi e la direzione di un cammino umano che ha bisogno di lentezza al posto di velocità, di profondità al posto di superficiale apparire, di mitezza rispetto all’arroganza del potere.

Alessandro Cortesi op

 

 

 

 

Coraggio

 

Silenzio

 

 

XVIII domenica tempo ordinario – anno A – 2017

IMG_0210.JPGIs 55,1-3; Rom 8,35.37-39; Mt 14,13-21

“O voi assetati venite all’acqua, chi non ha denaro venga ugualmente”. Sono parole cariche di quell’utopia che fa marciare la storia: gli assetati anche senza denaro possano trovare acqua per dissetarsi. E’ il delinearsi di un mondo alternativo in cui Dio stesso è provvidenza per tutte le creature: ‘la tenerezza del Signore si espande su tutte le creature. Gli occhi di tutti sono rivolti a te in attesa e tu provvedi loro il cibo a suo tempo. Tu apri la tua mano e sazi la fame di ogni vivente’.

Acqua vino e latte sono simboli di libertà. La terra riconsegnata è ricca di nuova fertilità: una abbondanza di vita e di incontro pervade questa pagina. Dio è rimasto fedele al suo popolo e lo conduce ad un nuovo inizio. Egli stesso preparerà un banchetto e per tutti ci sarà posto: “…preparerà per tutti i popoli su questo monte un banchetto di grasse vivande, di vini eccellenti, di cibi succulenti e di bevande raffinate” (Is 25,6). Nutrimento, accoglienza, incontro nella pace: è desiderio al cuore di ogni esistenza ed è anche il realismo dell’utopia che genera storia nuova dove si accetta di rischiare in questa direzione.

Gesù accolse nella sua vita questo sogno: lo guidava nei suoi gesti. I pani distribuiti sono il segno di un modo nuovo di intendere l’esistenza. Non come accaparramento ma come condivisione. Ricordano il percorso dell’esodo, la sorpresa di scoprire che Dio provvede per tutto il popolo un cibo che non può essere trattenuto e accumulato, ma va raccolto e sufficiente per un giorno. Quei pani ricordano anche la promessa del banchetto promesso nei tempi ultimi, il grande incontro di popoli attorno ad una mensa dove per tutti c’è posto.

Matteo nel riportare i gesti di Gesù riporta anche quelli che la sua comunità vive nella memoria del risorto. Alzare gli occhi la cielo, pronunziare la benedizione, spezzare i pani sono i momenti un evento divenuto celebrazione. In questo modo la comunità di Matteo faceva memoria di Gesù e ripeteva il suo gesto di spezzare i pani per darli. E c’è una sottolineatura particolare: ai discepoli sono dati i pani perché essi stessi li distribuissero.

Non è un miracolo strepitoso, legato al desiderio di meraviglia e di eccezionalità propri di tanta sensibilità religiosa. E’ invece indicazione che nel quotidiano sono da scorgere miracoli che si attuano nell’indifferenza dei più. Il moltiplicare il cibo è frutto del distribuire. E’ un miracolo che si può ripetere nella quotidianità quando la vita e i beni vengono condivisi. E’ gesto che ricorda che Dio sogna un mondo in cui non vi sia chi soffre la fame e la sete. ‘Tutti mangiarono e furono saziati’.

La solidarietà nella lotta per l’equa distribuzione dei beni della terra è in questo senso opera eucaristica che dovrebbe impegnare la comunità cristiana proprio a partire dall’ascolto della parola nel presente della nostra storia. La distribuzione dei pani è anche rinvio ad un volto di Dio che ha cura di tutti i suoi figli: la testimonianza della comunità cristiana a questo dovrebbe mirare, a rendere visibile nei suoi gesti e nelle sue scelte la profezia di un mondo di condivisione.

Alessandro Cortesi op

 

IMG_0221.JPG

Pane

Ne Il sentiero dei nidi di ragno, di Italo Calvino ambientato nel ponente ligure nel tempo della seconda guerra mondiale, la resistenza è letta con gli occhi di un bambino. Pin, rimasto orfano, vive con la sorella, di nome Nera, che fa la prostituta in via del Carrugio lungo. Pin è una figura solitaria, alla ricerca di qualcuno che lo sappia comprendere e accogliere, lui che vivendo tra adulti non è più bambino e che tuttavia è tenuto a distanza dagli adulti che lo allontanano.

Viene arrestato e messo in carcere per aver rubato una pistola ad un soldato tedesco, e lì incontra Lupo rosso, combattente di un gruppo della Resistenza che lo aiuterà a fuggire insieme a lui. Ma anche Lupo rosso ad un certo punto lo abbandona. Ad un certo punto incontra un partigiano e sente la paura che lo afferra e lo porta a piangere:

““Chi va là!” dice l’uomo.
Pin non sa cosa rispondere, ha le lacrime che urgono, e ripiomba in un pianto totale, disperato.
L’uomo s’avvicina: è grande e grosso, vestito in borghese e armato di mitra, con una mantellina arrotolata a tracolla.
Dì, perché piangi?” dice.
Pin lo guarda: è un omone con la faccia camusa come un mascherone da fontana: ha un paio di baffi spioventi e pochi denti in bocca.
“Che cosa fai qui, a quest’ora?” dice l’uomo “ti sei perso?” 
(…)

“Lo conosci Lupo Rosso?” chiede Pin.
“Perdio, se lo conosco; Lupo Rosso è uno del Biondo. Io sono uno del Dritto. E tu come lo conosci?”
Ero con lui, con Lupo Rosso, e l’ho perduto. Siamo scappati di prigione. Abbiamo messo l’elmo alla sentinella. A me prima m’hanno frustato con la cinghia della pistola. Perché l’ho rubata al marinaio di mia sorella. Mia sorella è la Nera di Carrugio Lungo.”
L’omone in berrettino di lana si passa un dito sui baffi: “Già già già già… dice, nello sforzo di capire la storia tutta in una volta.. E adesso dove vuoi andare?”
“Non lo so”, dice Pin. “Tu dove vai?”
“Io vado all’accampamento.”
“Mi ci porti?” dice Pin.
“Vieni. Hai mangiato?”
“Ciliege” dice Pin.
“Ben. Tieni del pane”, e tira fuori di tasca il pane e glielo dà.
Ora camminano per un campo d’olivi. Pin morde il pane: ancora qualche lacrima gli cola per le guance e lui la inghiotte assieme al pane masticato. L’uomo lo ha preso per mano: è una mano grandissima, calda e soffice, sembra fatta di pane.

Quell’omone incontrato nel bosco, combattente partigiano, fa parte di un gruppo della resistenza e lo chiamano Cugino: in lui Pin incontra una presenza forte che non si delinea come figura eccezionale, anzi per ceri aspetti rischia di deluderlo come tutti gli altri adulti incontrati. Ma Cugino condivide con lui del pane, gli dà da mangiare e soprattutto lo tiene per mano e Pin sente in quella mano calda qualcosa come il pane.

Pin scopre nel Cugino un amico. Il pane che gli aveva dato è il pane dell’amicizia che suggella anche l’ultima pagina del romanzo nella scena in cui Pin e Cugino se ne vanno nel buio, tra le lucciole, tenendosi per mano.

Pin è tutto contento. È davvero il Grande Amico, il Cugino.
Il Cugino si rimette il mitra in spalla e restituisce la pistola a Pin. Ora camminano per la campagna e Pin tiene la sua mano in quella soffice e calma del Cugino, in quella gran mano di pane.
Il buio è punteggiato di piccoli chiarori: ci sono grandi voli di lucciole intorno alle siepi. (…)

“C’è pieno di lucciole”, dice il Cugino.
“A vederle da vicino, le lucciole”, dice Pin, “sono bestie schifose anche loro, rossicce.
“Sì”, dice il Cugino, “ma viste così sono belle.”
E continuano a camminare, l’omone e il bambino, nella notte, in mezzo alle lucciole, tenendosi per mano”.
 

Alessandro Cortesi op

 

 

 

XVII domenica tempo ordinario – anno A – 2017

IMG_0068.JPG1Re 3,5.7-12; Rom 8,28-30; Mt 13,44-52

“Concedi al tuo servo un cuore docile perché sappia rendere giustizia al tuo popolo e sappia distinguere il bene dal male…”

Salomone nella tradizione di Israele è il re sapiente, esempio di equità nel giudizio e nell’arte del governo. Nel suo profilo si riflettono i tratti di una profonda consapevolezza: il ruolo di guida del popolo è incarico ricevuto da Dio. Va condotto ponendosi di fronte a Lui. La concezione della regalità in Israele si basa sulla convinzione che il re è portavoce e luogotenente di Dio stesso. Per questo Salomone nello svolgimento di tale responsabilità non chiede potenza, ricchezze né gloria personale. E’ consapevole del limite e chiede solamente saggezza nel distinguere il bene dal male, chiede di farsi operatore di giustizia. La sua azione è in rapporto ad altri.

Al cuore della sua preghiera sta perciò la richiesta a Dio di un cuore docile. Il cuore è sede delle scelte in cui vengono soppesati bene e male per determinare gli orientamenti dell’esistenza. In questa richiesta è racchiusa la chiarezza del suo stare davanti al Signore e del suo impegno nei confronti di tutto un popolo: Salomone si affida a colui che conosce i cuori e si rende disponibile ad assumere su su di sé un compito ingente. La fedeltà a Dio stesso si attuerà per lui nel governare il suo popolo: ad esso dovrà rispondere. Il suo regnare non dovrà essere secondo le logiche del dominio, dello sfruttamento, della corruzione ma sarà chiamata a testimoniare la cura di Dio per il suo popolo.

Gesù parla del regno dei cieli e indica innanzitutto l’atteggiamento fondamentale per accoglierlo. Invita chi lo ascolta a mettersi in stato di ricerca. Senza soluzioni in mano, senza presunzioni vuote. Il regno dei cieli è scoperta di un dono e chi lo trova gioisce perché è realtà bella e preziosa che coinvolge la vita. E’ come un tesoro scoperto nel campo per cui vale la pena di vendere i propri beni per poter acquisirlo. Lasciare tutto il resto è scelta nell’orizzonte di una conquista più grande. E’ come la scoperta di un mercante che ha rincorso il sogno di trovare una perla di grande valore. Non smette di cercarla finché la trova. La perla, oggetto della sua attesa, è anche motivo della sua dedizione.

Cercare il regno di Dio innanzitutto: è quanto Matteo vede come essenziale della predicazione di Gesù. E parla dello stile con cui accogliere il regno: ‘con gioia’. E’ la gioia dell’uomo che “va, pieno di gioia, vende tutti i suoi averi e compra quel campo”. In questo passaggio di gioia sta il segreto di una vita che ha scoperto la proposta di Gesù.

Matteo raccoglie anche un’altra parabola di Gesù, quella della rete gettata: è un altro tratto del ‘regno dei cieli’ che va composto raccogliendone i tratti che le parabole ognuna a suo modo, offrono. Qui il regno è paragonato ad una rete gettata. Quanto si sta realizzando è raccolta e raduno. E’ impegno che esige pazienza, attesa: la selezione di pesci buoni e cattivi nella pesca si compie al ritorno a riva. Così la scelta di quanto è buono sarà alla fine e non spetta a noi. Nel presente l’impegno non è per eliminare ma per raccogliere, per radunare. Gettare la rete nel mare per raccogliere è gesto di affidamento e attesa.

Gesù vede in atto il processo di crescita del regno. Solo nel futuro, nelle mani di Dio si potrà vederlo compiuto. E propone a suoi di lasciarsi prendere da tale fiducia, per vivere ricerca, gioia, e impegno di chi sa resistere, nel presente.

Alessandro Cortesi op

IMG_0131.JPG

Governare

E’ di questi giorni un accorato appello di Alex Zanotelli, missionario comboniano, già direttore della rivista ‘Nigrizia’, tra i fondatori del movimento “Beati i costruttori di pace“, e missionario a Korogocho, la baraccopoli alla periferia di Nairobi capitale del Kenya. E’ un appello a rompere la coltre di silenzio che non permette che le sofferenze del continente africano giungano a conoscenza di un’opinione pubblica italiana distratta e indifferente, incapace di scorgere nella questione delle migrazioni l’esito di problemi da affrontare con lungimiranza e chiarezza delle cause. Così si legge nell’appello ‘Rompiamo il silenzio sull’Africa’:

“È inaccettabile per me il silenzio sulla drammatica situazione nel Sud Sudan (il più giovane stato dell’Africa), ingarbugliato in una paurosa guerra civile che ha già causato almeno trecentomila morti e milioni di persone in fuga. È inaccettabile il silenzio sul Sudan, retto da un regime dittatoriale in guerra contro il popolo sui monti del Kordofan, i Nuba, il popolo martire dell’Africa e contro le etnie del Darfur.

È inaccettabile il silenzio sulla Somalia in guerra civile da oltre trent’anni con milioni di rifugiati interni ed esterni. È inaccettabile il silenzio sull’Eritrea, retta da uno dei regimi più oppressivi al mondo, con centinaia di migliaia di giovani in fuga verso l’Europa. È inaccettabile il silenzio sul Centrafrica che continua ad essere dilaniato da una guerra civile che non sembra finire mai. È inaccettabile il silenzio sulla grave situazione della zona saheliana dal Ciad al Mali dove i potenti gruppi jihadisti potrebbero costituirsi in un nuovo Califfato dell’Africa nera.

È inaccettabile il silenzio sulla situazione caotica in Libia dov’è in atto uno scontro di tutti contro tutti, causato da quella nostra maledetta guerra contro Gheddafi. È inaccettabile il silenzio su quanto avviene nel cuore dell’Africa, soprattutto in Congo, da dove arrivano i nostri minerali più preziosi. È inaccettabile il silenzio su trenta milioni di persone a rischio fame in Etiopia, Somalia, Sud Sudan, nord del Kenya e attorno al Lago Ciad, la peggior crisi alimentare degli ultimi 50 anni secondo l’Onu.

È inaccettabile il silenzio sui cambiamenti climatici in Africa che rischia a fine secolo di avere tre quarti del suo territorio non abitabile. È inaccettabile il silenzio sulla vendita italiana di armi pesanti e leggere a questi paesi che non fanno che incrementare guerre sempre più feroci da cui sono costretti a fuggire milioni di profughi (lo scorso anno l’Italia ha esportato armi per un valore di 14 miliardi di euro!!).

Non conoscendo tutto questo è chiaro che il popolo italiano non può capire perché così tanta gente stia fuggendo dalle loro terre rischiando la propria vita per arrivare da noi. Questo crea la paranoia dell’ ‘invasione’, furbescamente alimentata anche da partiti xenofobi”.

L’appello si conclude con parole dure che richiamano alla tragedia della Shoah non lontana nel tempo e che ha visto la superficialità, l’assuefazione ad ignoranza e a forme di discriminazione, l’indifferenza, l’assenza di indignazione quali elementi che hanno lasciato spazio e alimentato il sorgere e svilupparsi della malvagità e della disumanizzazione. Non rimanere indifferenti e in silenzio è un primo passo:    

“Davanti a tutto questo non possiamo rimane in silenzio (i nostri nipoti non diranno forse quello che noi oggi diciamo dei nazisti?). Non possiamo rimanere in silenzio davanti a un’altra Shoah che si sta svolgendo sotto i nostri occhi».

A questa lettura può essere accostata l’analisi e la proposta di un grande progetto di sviluppo per il continente africano, che si fa urgente a fronte dei fenomeni in atto. Ne parla in un recente articolo Romano Prodi, ex commissario ONU per l’Africa (Senza un progetto europeo per l’Africa la tragedia sarà inevitabile, “Il Messaggero” 16 luglio 2017):

“L’emergenza si chiama Libia e, purtroppo, tale emergenza si può gestire solo con la pace in  questa nazione e con un’azione europea solidale. Entrambe sono ben lontane non solo dall’essere raggiunte ma anche dall’essere avvicinate. (…) In questi giorni è stato tuttavia messo in evidenza da tutti i media il fatto che l’Africa subsahariana aumenterà di oltre un miliardo di abitanti in poco più di una generazione,  mentre l’Europa ne perderà parecchie decine di milioni.

Al problema dell’immigrazione si deve perciò aggiungere la necessità di preparare un grande progetto di sviluppo per l’intero continente africano: è chiaro infatti che non siamo in ogni caso in grado di gestire le centinaia di milioni di potenziali immigranti.

L’attuale modello degli aiuti non riesce a rispondere allo scopo (…) La cancelliera tedesca ha recentemente posto sul tavolo questo problema ma non sono seguite ancora azioni concrete per mettere insieme, in una comune strategia, i fondi dell’Unione Europea con quelli delle strutture di cooperazione internazionale dei diversi paesi. È questo il solo modo per dar vita a un piano di intervento con i mezzi e le capacità sufficienti per promuovere il decollo di un continente che possiede tutte le risorse naturali ma non le capacità tecniche e politiche per provvedere al proprio sviluppo.

La necessità di un intervento unitario emerge dal fatto che nel continente africano esistono ben 54 diverse nazioni e che, senza un coordinamento delle loro politiche e senza la creazione di un mercato di vaste dimensioni, non si può nemmeno parlare di sviluppo. Il piano europeo deve prima di tutto apprestare le infrastrutture necessarie a costruire una moderna economia. Non solo strade e ferrovie ma nuove reti di telecomunicazione, di produzione e distribuzione dell’energia oltre a moderni e capillari sistemi scolastici e sanitari. (…) Stiamo andando in modo incosciente di fronte ad una tragedia che inevitabilmente renderà più insicuro e drammatico il futuro del nostro continente”.

Un cuore docile è proprio di chi si pone in ascolto, non inseguendo facili slogan e risposte precostituite, ma nella pazienza di affrontare con competenza le domande difficili e complesse che la vita presenta. Scegliere è difficile; implica ricerca, conoscenza delle situazioni, comprensione, capacità di distinguere ciò che è bene da ciò che è male, giungere a decisioni e poi attuarle. Non è facile attuare questo percorso.

Oggi nella complessità che caratterizza questo tempo più che mai si preferiscono le scorciatoie. Abbiamo tanti strumenti ma siamo incapaci di distinguere bene e male. Tanti mezzi non bastano per saper scegliere. Fare scelte di giustizia è difficile e faticoso. Alcune voci ci ricordano l’orizzonte e le scelte possibili che implicano anche a ripensare e modificare stili di vita quotidiani.

Alessandro Cortesi op

XVI domenica ordinario – anno A – 2017

DSCN1506Sap 12,13.16-19; Rom 8,26-27; Mt 13,24-43

Nelle parabole si parla di vita, di gesti quotidiani, di cose familiari. Chi ascoltava Gesù non si sentiva estraneo e distante da quello che raccontava. E nelle sue parole, che creavano ponti di ascolto e di commozione, emerge un annuncio di una realtà nuova e bella. Annuncia che è iniziato il tempo nuovo dell’intervento di Dio che porta speranza a chi non ne aveva più. Adempie la promesse dei profeti: ‘Egli ha preso le nostre infermità e si è addossato le nostre malattie’ (Is 53,4; cfr.Mt 8,17). Apre orizzonti di luce dove c’era solo buio. Gesù chiede fiducia in lui per iniziare a vivere il dono di questa novità (cfr Mt 8,5-17).

Nelle parabole si coglie traccia del suo stile: i, suo aprlare non è dall’alto, carico di supponenza e imposto con autorità. Il suo linguaggio respira della vita, richiama esperienza condivisa. Fa sentire che la vita di chi ascolta è importante e fa scorgere che proprio lì nel terreno del campo dell’esistenza è già racchiuso un segreto di vita nuova, un seme che può crescere, un incontro con Dio che cambia e genera cose nuove. Gesù invita così a scorgere nelle cose di tutti i giorni una profondità insperata. Non affronta difficili questioni religiose per addetti ai lavori. Le sue parole comunicano che proprio nell’esperienza di tutti i giorni è racchiuso un tesoro. la Parola di Dio non è lontana da te ma nella tua bocca e nel tuo cuore perché tu la metta in pratica. Le parabole fanno scorgere una vicinanza di Dio non da cercare in luoghi lontani dall’esistenza, ma già presente nel tessuto della vita. La sua vicinanza è chiamata e promessa. Per questo le parabole recano anche una provocazione. Parlano sempre del ‘regno di Dio’ e richiamano ad una chiamata.

Le tre parabole della pagina di Matteo richiamano tre aspetti del ‘regno’. Questa novità non si afferma senza fatica ma esige pazienza e attesa. Non corrisponde ad una sete di soluzioni magiche. Richiede uno sguardo che si lasci cambiare dallo stile di Dio. Grano e zizzania crescono insieme: il regno cresce ma c’è anche ciò che contrasta, minaccia e rischia di soffocare ciò che sta crescendo. Come il padrone del campo invita a pazientare per non rovinare tutto così Gesù fa intuire la necessità di uno sguardo lungo sulle cose e sulle situazioni.

C’è chi vorrebbe subito separare subito e operare una selezione, per chiarire ciò che è buono e ciò che è cattivo. Dio agisce con la pazienza di chi si fida, con la pazienza di chi attende la crescita, con lo sguardo che sa volgersi lontano. Sogno di Dio è che alla fine anche la zizzania possa diventare grano ed essere lei stessa trasformata. Il Padre non vuole che nessuno vada perduto.

Il regno cresce in mezzo a fatiche e lotte, nella difficoltà, ma la fiducia va riposta nella fecondità del seme buono gettato.

La parabola del seme di senapa presenta anche una sproporzione: il granello di senapa è il più piccolo tra tutti i semi. A fronte di esso la grandezza dell’albero che può nascere appare senza misura. Il regno inizia in segni piccoli, in modo nascosto, invisibile ad occhi che non sanno fermarsi a cogliere la forza di un seme. Non si impone con mezzi grandiosi. Dio sceglie ciò che è debole, ciò che è piccolo e disprezzato.

La parabola del lievito porta a scorgere la crescita dell’impasto come lezione sulla preziosità del lievito che si disperde per una trasformazione che genera il pane. Il lievito è presenza nascosta che si disperde per far crescere tutta la pasta. Nella pasta della storia e dell’umanità c’è una presenza di dono che sta a servizio.

Gesù invita a non pensare una comunità isolata e che si contrappone. Indica a scorgere la fecondità di un piccolo seme e maturare la fiducia di vita uno stile di aiuto a crescere e sperare per gli altri. Suggerisce di non cercare il proprio interesse ma di perdersi nella realtà.

Alessandro Cortesi op

e8c00991b82c04793c23653845cf55fd_L.jpg

(murales in memoria di Paolo Borsellino e Giovanni Falcone realizzato per volontà dell’Associazione Nazionale Magistrati della sezione distrettuale di Palermo, sulla parete dell’IISS “Gioeni – Trabia” di Palermo, opera degli street artists siciliani Rosk e Loste)

Grano e zizzania

Tre notizie ed eventi di questi giorni richiamano al fatto che la zizzania si mescola drammaticamente al grano, talvolta essa si presenta come grano corrotto difficile da distinguere ma non meno pericoloso e dannoso. C’è un’opera da compiere per lasciare spazio al buon grano che non rimanga soffocato, con sguardo di speranza ma con occhi aperti a saper distinguere e non arrendersi ad una seminagione di male che è pervasiva e contrasta con la pazienza di Dio. Un punto è chiaro: non si deve confondere il male con il bene e non si deve cedere alla paura in questa lotta impegnativa. Ed anche nella devastazione è importante maturare la pazienza di chi ricostruisce.

Prima notizia: la mafia a Palermo ha danneggiato la statua commemorativa di Giovanni Falcone proprio nell’avvicinarsi della data del 19 luglio giorno di memoria dell’attentato di via D’Amelio che coinvolge la città di Palermo ma anche tutta l’Italia e chi persegue giustizia e legalità.

Paolo Borsellino dopo l’uccisione di Falcone sapeva che stava avvicinandosi la mano di chi l’avrebbe ucciso, 57 giorni dopo, insieme a uomini e donne della sua scorta al tramonto di una calda domenica di luglio in via D’Amelio davanti alla casa d sua madre. Una mano criminale collusa con responsabili più alti che appartenevano ad apparati dello Stato, lo colpì. Proprio lui che risultava scomodo e sgradito per aver scoperto collusioni e patti con i poteri criminali mafiosi per la spartizione del potere e di cui ancora dopo tanti anni non è stata fatta chiarezza. Come ha ricordato Rita Borsellino in una commossa testimonianza parlando seduta in carrozzella la sera del 18 luglio scorso, il magistrato Paolo, suo fratello, avvertì l’importanza di lasciare un testamento spirituale una consegna ai giovani che si radunarono nella grande manifestazione tenutasi dopo la morte di Falcone a Palermo. Fece di tuto per poter partecipare di persona a quel momento e lasciò ai giovani scout radunati il testo delle beatitudini, mettendo nelle loro mani di giovani quella speranza che aveva guidato la sua vita. Davanti alle forze del male l’aveva guidato la certezza – una certezza che si radicava nella sua fede – che valeva la pena di spendersi come un seme che muore sulla terra nella ricerca di ciò che è bene e giusto. La sua testimonianza autentica di fede e di uomo consapevole della sua responsabilità civica nel servire lo Stato e la convivenza civile si compiva in un impegno che guardava al giorno in cui la mafia sarebbe stata vinta. Come scrive il presidente del Senato Pietro Grasso in questo anniversario ricordando i tratti familiari e quotidiani del sorriso di Paolo Borsellino:

“Il 19 luglio è un giorno che racchiude in sé dolore, emozione e pensieri, ricordi, bilanci e promesse che trovano spazio all’ombra dell’ulivo piantato nel luogo in cui un tremendo boato trascinò con sé la vita di Paolo Borsellino, Emanuela Loi, Agostino Catalano, Vincenzo Li Muli, Walter Eddie Cosina e Claudio Traina. Il dolore e lo sconforto confondono e ridisegnano la nozione che abbiamo del tempo: ecco come venticinque anni – o cinquantasette giorni – sembrano interminabili e, al tempo stesso, volati via in un secondo. La quiete di una domenica qualunque d’estate si trasformò, in un istante, in una ferita che non potremo mai sanare. Non abbiamo dimenticato nulla di quella domenica palermitana, né della vita e dell’esempio degli uomini e delle donne vittime della furia omicida della mafia. Borsellino ha saputo, con la fermezza e la dedizione di un uomo innamorato del suo Paese, dare a tutti noi una grande lezione di coerenza e di senso del dovere. Il suo esempio è sopravvissuto all’esplosivo di Via D’Amelio, al tempo, alle calunnie, ai pezzi di verità mancanti: vive e si rafforza nei gesti di chi, ogni giorno, si impegna per la legalità e la giustizia; nella voce di quanti non rimangono più in silenzio; nel coraggio che serve per rifiutare compromessi e scorciatoie indebite; nella certezza che non cederemo mai fino a quando, e succederà, la mafia avrà una fine” (post di Piero Grasso su Facebook).

Rosaria Schifani, moglie di Salvatore, uno degli agenti della scorta di Giuseppe Falcone con lui ucciso nell’attentato di Capaci ha detto: “Ecco, forse la mafia pensava, si illudeva di potersi prendere lo Stato. Ma non è successo». E alla domanda a lei rivolta ‘Quando ha cominciato a sperare?’ così risponde: «A me di sperare l’ha detto Borsellino. Massacrato venti giorni dopo il nostro incontro, a casa sua, fra i suoi figli e la moglie, la signora Agnese. Lui sapeva che cosa gli sarebbe accaduto. La sua grandezza nelle sue parole: ‘Questa terra diventerà bellissima. Non te ne andare. Il futuro è come una scala, io non salirò i primi gradini, tu arriverai in cima…’. Una profezia. Agghiacciante» (intervista a Il Corriere della Sera: F.Cavallaro, Rosaria Schifani: ‘La mia speranza sono i figli delle vittime di mafia, Il Corriere della sera 21 maggio 2017).

***

La seconda notizia parla di una zizzania presente all’interno della chiesa cattolica in uno scandalo emerso da una inchiesta nella diocesi tedesca di Ratisbona: “La Germania è sotto choc per le conclusioni di un’inchiesta condotta su incarico della diocesi della città bavarese al confine austriaco, che ha fatto luce su una grave e tristissima vicenda di violenze contro almeno 547 bambini (500 casi di violenza fisica e 67 sessuale, la cifra è più alta delle vittime perché alcune di loro hanno subito entrambi gli abusi), a partire dal 1945, ma soprattutto negli anni Sessanta e Settanta, e con ultimi casi fino al 1992. A presentare il rapporto, a 7 anni dalle prime grandi denunce di ex allievi, è stato l’avvocato incaricato dell’indagine, Ulrich Weber. Il quale ha precisato che la cifra presentata è quella dei casi «altamente plausibili», ma, ha aggiunto, la cifra reale potrebbe essere di almeno 700. «Le vittime – si legge nel rapporto – hanno descritto la scuola elementare in Etterzhausen e Pielenhöfen come “carcere”, “inferno”, “campo di concentramento”». Se la scuola elementare è stata la più colpita, violenze si verificavano anche nel ginnasio (che in Germania comincia dopo la scuola elementare e finisce alla maturità), soprattutto nelle prime classi, ma in misura inferiore. «La violenza fisica – recita il documento – era quotidiana, praticata nei modi più brutali a una vasta parte degli allievi», con anche violenze psicologiche (umiliazioni, isolamento, divieto di comunicare) e per banali ragioni come semplici violazioni di regole, rendimento insufficiente o per «moventi personali» (…) a capo del coro dei Domspatzen è stato, dal 1964 al 1993, Georg Ratzinger, il fratello oggi novantatreenne del Papa emerito Joseph Ratzinger. Weber l’ha chiamato in causa anche per aver partecipato alla «cultura del silenzio», per cui «praticamente tutti i responsabili (della struttura ndr) erano almeno in parte a corrente». In particolare a Georg Ratzinger, ha detto l’avvocato, «va rimproverato di aver guardato da un’altra parte e non esser intervenuto pur essendo al corrente» delle violenze fisiche. (…)Nel rapporto viene criticato il modo in cui il cardinale Gerhard Ludwig Müller, che era vescovo di Ratisbona nel 2010, ha gestito la vicenda subito dopo le prime denunce, criticando il fatto di non aver cercato il dialogo con le vittime” (Giovanni Maria Del Re, Coro di Ratisbona: ‘Violenze o abusi su di 547 bambini’, “Avvenire” 19 luglio 2017)

Uno scandalo che ripropone situazioni già vissute in altre regioni del mondo e che vede realtà della chiesa cattolica sede di violenze e sopraffazioni attuando le medesime logiche di silenzio, di giudizi tesi a minimizzare, di trascuratezza e accondiscendenza, di insabbiamenti fino alla copertura consapevole dei colpevoli di tali obbrobriosi reati.

La peculiarità del caso Ratisbona sta nel fatto che si tratta della pubblicazione delle conclusioni di un’inchiesta avviata per iniziativa della diocesi stessa, non condotta dall’esterno. E’ espressione da un lato di una precisa volontà che si sta affermando all’interno della chiesa di fare chiarezza, di guardare in faccia il male e di chiamare per nome i reati commessi, dall’altra della situazione di violenza inferta alle persone più fragili e indifese come i bambini, del dolore di vite ferite per sempre, segnate da traumi inguaribili e delle molteplici responsabilità al riguardo.

Tale notizia dovrebbe essere occasione di un profondo ripensamento e di revisione nella chiesa. Queste inchieste devono aprire l’interrogativo sul perché si è reso possibile l’agire in modo continuativo e nella invisibilità di pedofili e violenti in luoghi educativi, senza alcuna reazione, senza denunce di ciò che stava accadendo. Si rende urgente anche una riflessione sulla configurazione e sul ruolo del prete, sui percorsi di formazione dei seminari, sulle modalità di intendere ed esercitare la funzione ministeriale come potere che conduce ad utilizzare e opprimere i più deboli. Marco Marzano osserva: “la Chiesa Cattolica si è trovata e si troverà in futuro decine di volte ad essere messa sul banco degli imputati per le azioni esecrabili di alcuni suoi membri. È venuto il momento per la grande istituzione di assumersi direttamente la responsabilità di tutto questo, di ammettere che quei crimini non sono solo il risultato del comportamento di alcune personalità malvage o perverse, ma anche in grande misura la conseguenza di un modello formativo, di un addestramento specializzato, di un’immagine del prete e del suo ruolo che l’istituzione ha costruito in secoli lontani (nei quali la pedofilia e le botte ai ragazzini non erano nemmeno reati) e che si rifiuta ostinatamente di cambiare, anche di fronte ad evidenze come quella di Ratisbona. Penso sia necessario quindi che la Chiesa non solo compia un profondo atto di contrizione e una richiesta di perdono, ma anche che avvii un gigantesco e pubblico processo di autocoscienza, di autocritica: qualcosa di simile a quello che hanno fatto i tedeschi dopo la fine del nazismo. Sarebbe un gesto liberatorio e straordinario, che porterebbe davvero la Chiesa nella modernità, riscattandosi da una delle sue pagine più buie. Ci pensi Francesco. Sarebbe un modo per entrare davvero nella storia”. (Marco Marzano, Adesso Francesco ha un dovere ribaltare la chiesa delle bugie, “Il Fatto Quotidiano” 19 luglio 2017).

***

205512796-58366d09-902b-4c46-86e6-a56bc28a7217La terza notizia è portata da alcune foto giunte dalla biblioteca di Mosul dopo che la città è stata riconquistata e le milizie di Daesh hanno abbandonato dietro di loro solamente macerie e devastazioni. Le foto impressionano perché un luogo di sapere e di custodia dei libri appare completamente distrutto dal fuoco e distrutto il patrimonio che esso conteneva. E’ un oltraggio alla storia e all’umanità ma anche una ferita profonda che mina le prospettive di futuro. Le foto ritraggono volti di giovani che raccolgono quanto resta dei libri e quanto è stato risparmiato dal fuoco distruttore. Uno tra di loro su di una sedia traballante ha preso tra le mani un antico strumento musicale e ha fatto risuonare note di bellezza all’interno della bruttura della devastazione tutto attorno. Il paziente lavoro di raccolta e di raduno è espressione di uno sguardo che non si lascia intimorire dal male ma che trova modo di impegno per costruire anche laddove sembra non vi sia alcuno spazio per il bene e per il futuro. Raccogliere le tracce di una storia antica, prendersi cura di un’eredità da cui si proviene è gesto che rivela la pazienza di chi garda lontano e dà spazio a quanto può essere seme per ricominciare in direzione contraria per una storia diversa dai percorsi della violenza e dell’ignoranza.

Alessandro Cortesi op

mosul

Navigazione articolo