la parola cresceva

commenti alla Parola della domenica e riflessioni

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Domenica di Pasqua – 2018

IMG_2458At 10,34.37-43; Col 3,1-4; Gv 20,1-9

Il mattino di pasqua è segnato da due movimenti: vedere e correre. Maria di Magdala si reca al sepolcro ‘e vide…’: la pietra era stata ribaltata dal sepolcro. C’è un vedere profondo che scorge il luogo della morte non chiuso ma aperto ad una novità inaudita. La pietra ribaltata è segno che esprime questo vedere interiore.

Pasqua è dono di un vedere che va oltre i segni e giunge a sorgere orizzonti che solo nell’amore si possono aprire. La morte non è l’ultima parola nella vicenda di Gesù, ma la sua vita donata genera nuova apertura.

Da qui inizia un altro movimento : quello del correre. Il vedere si comunica nel correre. Maria corre da Simon Pietro e dall’altro discepolo. E da qui ha inizio una nuova corsa, quella di Simon Pietro stesso e del discepolo che Gesù amava: ‘correvano insieme tutti e due’.

E’ un correre che congiunge il luogo della morte il sepolcro e la comunità, i discepoli: dal sepolcro ai discepoli, dai discepoli al sepolcro. Maria vide e corse, Simon Pietro e l’altro discepolo correvano insieme.

E poi ancora un vedere: giunge per primo il discepolo e vide, ma non entrò. Poi giunse Simon Pietro che ‘entrò nel sepolcro e vide….’. I segni sono le bende per terra e il sudario, posto sul capo, non con le bende per terra, ma poggiato a parte. Bende e sudario ben piegati in ordine sono ancora segni di chi ha voluto lasciare tutto a posto prima di andarsene dal luogo di fissità e di morte.

Eppure il sepolcro vuoto e i segni non sono la prova della risurrezione. Solamente un vedere nuovo può andare al di là dei segni e scorgere che la presenza di Gesù d’ora in poi sarà da incontrare in modo nuovo, non più come prima, soprattutto non racchiusa nel buio e nella morte. Entrò anche il discepolo ‘e vide e credette’.

image001Il correre e rincorrere del giorno dopo il sabato sorge da un vedere e sfocia in altro un ‘vedere’: ‘e vide e credette’. E’ l’inizio di un cammino nuovo, quello del credere, di un movimento di correre a testimoniare che la vita non può essere trattenuta e che Gesù sarà da incontrare vivente, mettendosi in cammino, ricercando la sua chiamata nella vita.

Colu che ‘vide e credette’ era il discepolo che Gesù amava. E’ capacedi un vedere nuovo che non ha più bisogno di segni. Credere è fidarsi, e dare spazio agli occhi del cuore, allo sguardo proprio dell’amore. C’è un vedere che precede e giunge prima e sa attendere.

Questo racconto tuttavia si chiude con una osservazione: “Non avevano infatti ancora compreso la Scrittura, che egli cioè doveva risuscitare dai morti”.

Credere movimento della vita e fa tornare alla scrittura, la storia dell’incontro di Dio che fa alleanza e si comunica nella storia. C’è un’incomprensione che avvolge tutti, incapaci di credere. Vedere in modo nuovo e credere è un cammino. Eppure c’è un riferimento: ritornare alle Scritture, al disegno di salvezza di Dio e al dono dell’alleanza. Doveva risorgere: perché doveva? Chi ha scritto questo ricordo, come testimone di Gesù, richiama la radice dell’esperienza di Maria e dell’altro discepolo, quello che Gesù amava, ed anche di Pietro perdonato. L’amore non può rimanere rinchiuso e sconfitto, la fedeltà di Dio apre primavere inattese e novità dove pietre pesanti appaiono definitiva chiusura. La novità della risurrezione è fedeltà di un disegno di vicinanza di Dio che solo può aprire la vita al suo fiorire nell’incontro.

Alessandro Cortesi op

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Domenica di Pasqua – anno A – 2017

At 10,34.37-43; Col 3,1-4; Gv 20,1-9

Il lungo discorso di Pietro nella casa del pagano Cornelio è una sintesi della prima predicazione cristiana ed espressione di una apertura nuova: ‘sto rendendomi conto che Dio non fa preferenze di persone’. Al centro sta Gesù e la sua vita, annuncio di pace per tutti. Di lui si ricordano i momenti del suo passare: il rapporto con Giovanni Battista, il battesimo, i suoi gesti nella forza dello Spirito. ‘Essi lo uccisero appendendolo a una croce, ma Dio lo ha risuscitato al terzo giorno e volle che apparisse, non a tutto il popolo, ma a testimoni prescelti da Dio’. Crocifisso dagli uomini ma risuscitato da Dio, il Padre. Gesù si è dato ad incontrare, vivente, a testimoni ‘che hanno mangiato e bevuto con lui dopo la risurrezione’.

Da questa testimonianza sorge la fede: con la sua morte si è aperta una nuova storia, una speranza di vita nuova. Incontrando il pagano Cornelio, Pietro impara ancora qualcosa di nuovo per lui. Il dono di Dio non è riservato ad alcuni ma è per tutti: ‘ci ha ordinato di testimoniare che egli è il giudice dei vivi e dei morti costituito da Dio’. Pietro porta la bella notizia, ma in modo inaspettato è lui ad essere evangelizzato: scopre quella bella notizia in atto nella casa di Cornelio. E’ liberazione dal peccato e dalla morte per chiunque si affidi al condannato della croce, per chiunque vive nella sua esistenza ciò che Gesù ha vissuto.

Due serie di verbi attraversano la pagina del IV vangelo: sono verbi di movimento – recarsi, correre, uscire – e verbi di vedere – vide che la pietra…, …vide le bende… vide e credette. Andare, correre, vedere sono le azioni del giorno dopo il sabato, ma sono anche espressione di ogni cammino dell’incontro con Cristo risorto. Questo si attua nell’uscire, nel ricercare, nel vedere.

Maria di Magdala si reca al sepolcro al mattino ‘quando era ancora buio’: la sua ricerca inizia nell’oscurità esteriore e interiore. E’ legata al passato, non c’è luce nel suo cuore. La sua è una triste ricerca del Gesù ricordato prima della passione, in un passato ormai chiuso. Il suo percorso dovrà aprirsi ad una apertura nuova del vedere ‘vide che la pietra era stata tolta dal sepolcro’. Inizia una corsa ‘andò da Simon Pietro e dall’altro discepolo quello che Gesù amava e disse: Hanno portato via il Signore dal sepolcro e non sappiamo dove l’hanno posto…”. Il suo vedere si ferma alla constatazione. Il suo cammino si aprirà solo quando si sentirà chiamata per nome: solo allora apre il cuore ad una disponibilità nuova, la luce vince il buio del suo animo (cfr Gv 20,11-18).

Simon Pietro, il primo tra gli apostoli è ritratto nel suo uscire e correre: uscì insieme all’altro discepolo… correvano insieme. Ma nella corsa viene preceduto. Tuttavia è atteso e per primo entra nel sepolcro. Vede ma non sa interpretare i segni. I segni – dice il IV vangelo – non sono sufficienti per la fede. Pietro, il primo, deve lasciarsi guidare anche lui: c’è chi giunge prima e sa vedere oltre. E’ il vedere dell’altro discepolo, il discepolo che Gesù amava. Non ‘il prediletto’ ma colui che è consapevole di un amore unico e grande. Il suo vedere è il vedere dell’amore.

Il discepolo che Gesù amava corre così, insieme a Pietro, ma anche diversamente da lui. Lo attende, lo fa entrare per primo ma il suo vedere precede e apre orizzonti nuovi. Di lui si dice ‘ e vide e credette’: il suo sguardo è un vedere dentro e oltre i segni. E’ il vedere del credere. Parte dai segni ma va oltre nell’amore. Vede i teli ma il sepolcro luogo di morte ormai non è il posto di Gesù. La sua presenza è da cercare e incontrare nella vita.

Il brano si chiude con una osservazione: ‘non avevano infatti ancora compreso la Scrittura, che egli cioè doveva risuscitare dai morti’. Chi ascolta questa pagina è condotto a tornare alle Scritture. Il IV vangelo si chiuderà con una indicazione di cammino: ‘beati coloro che pur senza aver visto crederanno’.

Alessandro Cortesi op

Vedere

Il 12 aprile 1963 in un telegramma inviato a mons. Angelo Dell’Acqua, segretario di Stato, Giorgio La Pira, allora sindaco di Firenze, così scriveva: “Abbia bontà trasmettere Santo Padre questo messaggio. Grazie beatissimo Padre, a nome del popolo fiorentino e vorrei anche dire a nome di tutti i popoli della terra. Avete davvero, come l’Angelo dell’Apocalisse, incatenato e gettato nell’abisso il demone della guerra ed avete fatto fiorire per sempre sulla terra l’ulivo della pace. I secoli che verranno e le generazioni che verranno ricorderanno come inizio dell’era nuova del mondo questo giovedì santo 1963 nel quale Giovanni XXIII proclamò e quasi decretò la pace perpetua e l’unità fraterna dei popoli. Questa non è retorica o poesia. E’ la constatazione di un altro segno dei tempi che indica l’introduzione del genere umano nella stagione storica nuova della primavera e della mietitura. Il grano della grazia sta per diventare in tutto il mondo campo ricco di spighe che già biondeggiano…”(G.La Pira, Lettere a Giovanni XXIII. Il sogno di un tempo nuovo, ed. san Paolo 2009, 404).

Fa impressione leggere queste espressioni a distanza di più di cinquant’anni da quel 11 aprile 1963 data di pubblicazione dell’enciclica Pacem in terris in cui Giovanni XXIII parlava della guerra come ‘follia’ e indicava orizzonti per un cammino di pace dei popoli. Le parole di La Pira cozzano contro la contraddizione delle devastazioni e delle violenze che abbiamo vissuto in questo mezzo secolo contrappuntato da guerre e genocidi sino ai nostri giorni nel dramma della Siria, un meraviglioso paese distrutto.

Sembrano parole di un sognatore. Eppure egli coglieva lì, in quel  testo che interrompeva secoli di giustificazione della guerra, un seme di grazia, gettato sulla terra, capace di fecondità nella storia umana. E’ parola di profezia, non di poesia come retorica, ma poesia quale parola creatrice di novità.

Oggi siamo più disincantati, più consapevoli della tragicità del presente e della distruzione attuata e possibile da parte degli esseri umani. Ciò che non può venir meno è il vedere fine dei profeti, il richiamo dei poeti, come ricorda Franco Arminio:

“E’ molto grave che il mondo abbia dichiarato un vero e proprio embargo verso i poeti. Il mondo dei disperati che vogliono distrarsi odia i disperati che invece cantano la loro disperazione. Fra le tante guerre in corso, strisciante e non dichiarata, c’è quella che vede i poeti come vittime. (…) Gli uomini non possono tollerare che esistano creature che hanno gli occhi, il cuore e le parole, ma che nulla hanno da spartire con loro”. (F.Arminio, Cedi la strada agli alberi. Poesie d’amore e di terra, Chiarelettere 2017, 143).

Con lo sguardo rivolto a orizzonti che coinvolgono l’intera umanità siamo rinviati ad interrogarci personalmente su come vivere il nostro uscire, andare, vedere. La poesia può essere guida:

“Abbiamo bisogno di contadini,

poeti, gente che sa fare il pane,

che ama gli alberi e riconosce il vento.

Più che l’anno della crescita

ci vorrebbe l’anno dell’attenzione.

Attenzione a chi cade, al sole che nasce

e che muore, ai ragazzi che crescono,

attenzione anche a un semplice lampione,

a un muro scrostato.

Oggi essere rivoluzionari significa togliere

più che aggiungere, rallentare più che accelerare,

significa dare valore al silenzio, alla luce,

alla fragilità, alla dolcezza”

(F.Arminio, Cedi la strada agli alberi, 12)

Alessandro Cortesi op

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

IV domenica di Quaresima – anno A – 2017

(Dipinto sulle pareti della Chiesa di Cristo salvatore – Brindisi – inaugurata nel 2016)

1Sam 16,1-13; Efes 5,8-14; Gv 9,1-41

‘La luce splende nelle tenebre ma le tenebre non l’hanno accolta’ (Gv 1,5.9). Il IV vangelo è segnato da una contrapposizione radicale tra il buio e la luce, simbolo della rivelazione. L’incontro di Gesù con il cieco nato, che dal buio passa a vedere, è uno dei sette ‘segni’ della prima parte del vangelo, che preparano il grande segno della morte e risurrezione. E’ ‘segno’ che rinvia oltre.

Tutto avviene in un sabato, che coincide con la festa ebraica delle capanne al principio dell’autunno, una festa di memoria del cammino nel deserto: il sommo sacerdote si recava alla piscina di Siloe ad attingere acqua per poi versarla sull’altare degli olocausti. Le mura di Gerusalemme erano illuminate con torce che squarciavano il buio della notte creando uno spettacolo suggestivo.

Le acque di Siloe erano ricordate nei testi di Isaia. Il profeta le aveva contrapposte quale simbolo di fede in Dio a quelle dell’Eufrate segno dell’impero assiro in cui il re d’Israele riponeva la sua fiducia per alleanze militari: ‘Questo popolo ha rigettato le acque di Siloe che scorrono tranquille… Per questo il Signore gonfierà contro di loro le acque dell’Eufrate, impetuose e abbondanti’ (Is 8,5-7).

Nel confronto Gesù si trova opposto ai ‘i Giudei’, preoccupati solo di un disegno di potere, esempio di mentalità chiusa in cui la legge religiosa è motivo di esclusione. Gesù prende le distanze dall’idea che la malattia provenga da Dio, quale punizione o retribuzione. La cecità è male da debellare, non punizione divina. Gesù si oppone anche ad una concezione fatalistica di fronte al male. Il suo agire è in contrasto con il male che opprime le persone e non le rende libere.

Gesù rivela in questo qualcosa di sé: è venuto per compiere le opere del Padre che lo ha mandato. La sua presenza è luce che si oppone al buio. La malattia diviene luogo per attuare vicinanza, solidarietà, gesti di liberazione. Sono queste le opere di Dio: “Né lui ha peccato né i suoi genitori, ma è così perché si manifestassero in lui le opere di Dio. Dobbiamo compiere le opere di colui che mi ha mandato finché è giorno; poi viene la notte, quando nessuno può più operare. Finché sono nel mondo, sono la luce del mondo” (Gv 9,3-5)

La guarigione del cieco è presentata come un’azione laboriosa. Avviene di sabato: è interpretata dai ‘giudei’ come infrazione della legge ma di fatto è compimento di liberazione, senso profondo del sabato stesso. Il cieco è accompagnato a recuperare il vedere fisico ma in questo cammino vive un’apertura ad nuovo modo di vedere interiore, della fede. Il IV vangelo lo presenta così quale esempio di un nascere a nuova vita: gli occhi gli sono aperti per opera di Gesù. Al centro sta l’incontro con lui.

Il cieco viene poi sottoposto ad un interrogatorio insistente mentre i Giudei si ostinano nella loro chiusura ed ottusità. Il cieco afferma che i suoi occhi ‘sono stati aperti’. Dapprima riconosce Gesù come uomo, poi lo indica come qualcuno che viene da Dio, infine scorge in lui il profeta. ‘ma i Giudei non vollero credere….’ (Gv 9,18). Nonostante le minacce di venire escluso dalla comunità, giunge a professare la sua fiducia: ‘proprio questo è strano, che voi non sapete di dove sia, eppure mi ha aperto gli occhi’ (Gv 9,30). La domanda su da dove proviene Gesù è un grande tema del IV vangelo (tornerà nel dialogo con Pilato). Il cieco  scorge in Gesù un provenire da Dio. Per questo viene cacciato.

Ma Gesù gli si fa accanto: ‘Tu credi nel Figlio dell’uomo? Egli rispose: e chi è Signore, perché io creda in lui? Gli disse Gesù: tu l’hai visto: colui che parla con te è proprio lui. Ed egli disse: Io credo Signore’ (Gv 9,35-37). Solo alla fine si rivolge a lui chiamandolo ‘Signore’ (Kyrios) che è il titolo del risorto e della Pasqua.

L’itinerario del cieco è un lento progredire nell’incontro: al principio sta un dono. E’ passaggio dal buio ad una luce che prende tutta la sua vita. L’incontro con Gesù gli apre un vedere Dio in modo nuovo e da qui apertura ad intendere la sua stessa vita in relazione a Gesù. Il cieco ‘cacciato fuori’ dai detentori dell’ortodossia religiosa è ‘aperto’ al vedere che indica un affidamento, il credere. La luce per lui è l’incontro con Gesù al quale egli affida la sua vita: ‘Io credo in te Signore’.

Alessandro Cortesi op

Occhi aperti

“… la lotta alle mafia riguarda tutti, e nessuno può chiamarsene fuori”. E’ stata questa la conclusione del discorso del presidente Sergio Mattarella alla “XXII giornata di memoria e dell’impegno in ricordo delle vittime innocenti delle mafie” svoltasi a Locri il 20 marzo con la presenza anche di don Luigi Ciotti.

Come tutti i suoi interventi anche questo non è stato un discorso di circostanza: le sue osservazioni sono state puntuali, dolenti, acute nel presentare le radici del fenomeno mafioso che attraversa non solamente alcune delle regioni italiane ma è ormai presenza capillare, diffusa, pervasiva che giunge a toccare tutti gli ambiti della società.

Le sue parole, frutto della sofferenza personale e della memoria del fratello Piersanti ucciso in un attentato di mafia per il suo impegno politico, sono state una freccia scoccata al centro della questione. E la reazione non si è fatta attendere: il giorno dopo sui muri della città di Locri in più punti sono comparse le scritte: ‘don Ciotti sbirro’… ‘meno sbirri…’.

Mattarella aveva infatti puntato l’attenzione su quella zona grigia di compromeso tra mafia e politica da azzerare. La ‘zona grigia’ è composta da tutte quelle aree in cui la criminalità – organizzata e non – si raccorda con ambienti politici. E’ la terra di mezzo di intrecci tra malaffare e politici consenzienti e di accordi che imbrigliano la pubblica amministrazione, la riducono al servizio di progetti mafiosi e tolgono così ossigeno alla vita quotidiana dei cittadini. La ‘zona grigia’ coinvolge tutti, anche chi non ha responsabilità politiche e non è criminale, ma asseconda comportamenti di corruzione, ingiustizie quotidiane, illegalità minuta, e soprattutto coltiva l’indifferenza di fronte a minacce, soprusi e malaffare. Questa non è solo la realtà delle regioni più segnate dalla presenza delle cosche mafiose ma ormai dell’intero Paese, di diverse regioni che in modo subdolo sono pervase da infiltrazioni mafiose.

Ma questo discorso vale anche per la chiesa, e dovrebbe far sorgere una domanda se al suo interno vengano o meno favorite scelte concrete di giustizia e comportamenti coerenti soprattutto nell’uso onesto del denaro, nella trasparenza dei bilanci, nella retribuzione equa del lavoro, nell’uso solidale dei beni, nel pagamento delle tasse.

Il teologo tedesco Johann Baptist Metz, poneva la domanda se il cristianesimo non avesse vissuto al suo interno una trasformazione nel far venire meno l’esigenza di Gesù nei confronti dei sofferenti innocenti per spostare l’attenzione sulla questione dei peccatori redenti e richiamava a volgersi a coltivare una ‘spiritualità degli occhi aperti’.

“per chi crede nel Dio biblico di Gesù, – scriveva Metz – credere significa sempre ‘vegliare’, ‘essere vigili’, ‘essere responsabili’ di fronte alle situazioni di volta in volta attuali del suo mondo. (…) il discorso cristiano di Dio può essere universale e non solo un problema di Chiesa, può diventare anche un problema dell’umanità solo quando è nella sua essenza un discorso che, sensibile alla sofferenza del diverso, alla ‘sofferenza degli altri’, è orientato alla giustizia e alla ricerca di essa. (…)

La dottrina cristiana della redenzione ha drammatizzato nel cristianesimo la questione della colpa ed ha alleggerito la questione della sofferenza. Ma ciò non ha paralizzato la sensibilità più elementare verso la sofferenza degli altri e non ha oscurato la visione biblica della grande giustizia di Dio, che tuttavia, ancora secondo Gesù, avrebbe dovuto estinguerne la fame e la sete? I cristiani non si sono allontanati troppo velocemente e troppo presto dalla provocazione biblica della questione della giustizia? (J.B.Metz, Mistica degli occhi aperti, Per una spiritualità concreta e responsabile, ed. Queriniana 2013, 17-20).

“L’esperienza cristiana di Dio è legata alla percezione del destino degli altri. Pertanto anche la mistica, nel suo nucleo centrale, non è una mistica degli occhi chiusi, ma degli occhi aperti sul dolore. Essa esige un particolare esercizio del vedere, un superamento delle nostre congenite difficoltà e dei nostri narcisismi creaturali. Chi dice ‘Dio’, si accolla la ferita della propria coscienza prodotta dall’infelicità degli altri”. (ibid.63)

Il presidente Mattarella a Locri ha parlato di ‘denaro, potere e impunità’ che alimentano la ‘zona grigia’ in cui le mafie si incrociano con la politica. Don Luigi Ciotti ha ribadito: “La mafia si annida nell’indifferenza, nella superficialità, nel quieto vivere, nel puntare il dito senza far nulla perché vuol dire venir meno ad un senso di responsabilità. Coraggio e umiltà non richiedono ‘eroismi’ ma generosità e responsabilità, consapevolezza e responsabilità. Dobbiamo ribellarci tutti all’impotenza”. Queste parole, insieme alla manifestazione promossa da ‘Libera-contro le mafie’, suscitando la rabbiosa reazione dei potentati malavitosi locali, hanno dimostrato di aver colto nel segno. E’ sempre più urgente oggi aprire gli occhi sulla malattia mortale rappresentata dal potere mafioso nella vita civile, ma anche essere vigili all’interno delle chiese per mantenere viva la memoria della sofferenza degli altri e l’esigenza di assumere la questione della giustizia come ‘memoria pericolosa’ nel presente e spinta di cambiamento.

Alessandro Cortesi op

II domenica – tempo ordinario anno A – 2017

img_1465Is 49,3.5-6; 1Cor 1,1-3; Gv 1,29-34

‘Rendere testimonianza’ è il verbo del discepolo. Tutta la sua vita sta appesa sul filo di un incontro. Giovanni Battista è così presentato paradossalmente come il discepolo: colui che rende testimonianza, che ‘vede’ e indica la presenza di Gesù anche se non lo conosce. Il suo annuncio è rivolto verso un altro: ‘in mezzo a voi sta uno che voi non conoscete’ (Gv 1,26). Invita ad un incontro, a conoscere Gesù: ‘sono venuto a battezzare con acqua perché egli fosse fatto conoscere ad Israele’ (Gv 1,31). La sua prima testimonianza è l’annuncio di qualcuno che viene dopo di lui. Il gesto dell’immersione nel Giordano esprime un’attesa: ‘Ecco colui del quale io dissi: dopo di me viene un uomo che mi è passato davanti, perché era prima di me. Io non lo conoscevo…’ (1,30). Giovanni Battista è testimone che sta sulla soglia, indica una presenza da scoprire. Non la possiede, non ricerca la sua grandezza ma è rivolto ad altro.

Gesù viene dopo il Battista, ma era da prima. E’ lui la Parola di Dio, il Verbo, che si è fatto carne ed è venuto ad abitare nella storia. Giovanni non lo conosceva ma accoglie nella sua vita la chiamata e l’invio di Dio ad essere testimone: “Io non lo conoscevo, ma colui che mi ha inviato a battezzare con acqua mi aveva detto: l’uomo sul quale vedrai scendere e rimanere lo Spirito è colui che battezza in Spirito santo” (Gv 1,33)

La sua azione è risposta e come i profeti scopre che nella sua vita c’è un invio: ancora per dono del Padre può riconoscere Gesù.

Gesù è presentato come uomo su cui lo Spirito si ferma e rimane: la sua vita è pervasa da questo soffio di vita. Risuonano in queste righe pagine del Primo testamento: ‘Su di lui si poserà lo Spirito del Signore, Spirito di sapienza e di intelligenza…’ (Is 11,2) ‘Ecco il mio servo… ho posto il mio spirito su di lui’ (Is 42,1).

Gesù viene così riconosciuto come uomo che vive nello Spirito: la sua vita affonda le sue radici nella comunione, con il Padre e con lo Spirito. Per questo comunica la forza del soffio di Dio a noi: con lui inizia un nuovo battesimo, una nuova creazione. Agli inizi lo Spirito aleggiava sulle acque (Gen 1,2) dopo il diluvio una colomba aveva annunciato ancora sopra le acque un mondo nuovo. Ora una colomba, vista da Giovanni sopra Gesù, indica l’inizio di una storia nuova.

La testimonianza di Giovanni è tutta centrata in questo incontro e rivolta al volto di Gesù: ‘E io ho visto e ho reso testimonianza che questi è il Figlio di Dio’ (Gv 1,34).

Il verbo ‘vedere’ ha una particolare importanza nel IV vangelo il discepolo è chiamato a ‘vedere’: ‘Dio nessuno l’ha mai visto, proprio il Figlio unigenito che è nel seno del Padre, lui lo ha rivelato’ (Gv 1,18). Gesù nel suo essere figlio spiega il Padre, lo racconta nella sua vita umana nei suoi gesti. Il suo agire è via per incontrare Dio stesso. E il discepolo è colui, colei che rende testimonianza e sperimenta questo vedere.

Giovanni Battista vede Gesù come l’agnello: ‘Ecco l‘agnello di Dio che toglie il peccato del mondo’. Il secondo Isaia aveva parlato del ‘servo di Jahwè’ come di un agnello: “Maltrattato si lasciò umiliare e non aprì la sua bocca: era come agnello condotto al macello, come pecora muta di fronte ai suoi tosatori e non aprì la sua bocca” (Is 53,7). Il ‘servo’ ha dato la sua vita in libertà per essere solidale fino in fondo con gli altri e per portarne i pesi, si è reso solidale con tutto un popolo e il tratto primo della sua vita è la nonviolenza. Il quarto vangelo narra che Gesù morì mentre nel tempio venivano sacrificati gli agnelli della Pasqua, (Gv 19,36). Agnello rinvia quindi al suo essere lui stesso il servo, alla antica Pasqua, la partenza dall’Egitto con il segno dell’agnello (Es 12).

Gesù è visto come agnello che si fa solidale: prende su di sé il peso del peccato, ciò che tiene lontani dall’accogliere il farsi vicino di Dio. Lo porta via, vivendo la sua vita come solidarietà e consegna fino alla fine come il ‘servo’ che non s’impone ma offre la sua vita in riscatto per molti (cfr Is 52,13-53,12). L’agnello è immagine che rinvia alla pasqua. La via del discepolo sarà seguire Gesù fino alla pasqua di morte e risurrezione.

Alessandro Cortesi op

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Prender su di sè

Sette minuti è un tempo breve, quasi insignificante. Ma dietro a sette minuti può celarsi un universo di pesi, sofferenze, fatiche. Può nascondersi lo sfruttamento e la lotta per la dignità. Il film “7 minuti” di Michele Placido e Stefano Massini (2016), girato su di una sceneggiatura scritta originariamente per il teatro da Stefano Massini, è ispirato ad una storia reale avvenuta a Yssingeaux in Francia nel 2012: ma è anche specchio tante storie che segnano il mondo del lavoro nel tempo della globalizzazione e della crisi.

Il film ambienta la scena in una fabbrica del centro Italia, nei giorni vicini alla festa del Natale. Tutto attorno, una città ingrigita dal freddo e dalla crisi economica che morde fa da contorno, un po’ distratta, un po’ partecipe nel seguire gli aggiornamenti dei servizi televisivi, in un intrecciarsi nervoso di vite diverse, specchio di tempi in cui la vita delle operaie esprime la vicenda di un mondo fatto di diversità, di conflitti, di paure.

Tra di loro infatti ci sono le immigrate, albanesi e africane, ci sono le anziane operaie che hanno trascorso una vita in quella fabbrica – tra di esse una è interpretata da Fiorella Mannoia al suo esordio cinematografico – vi sono donne giovani e mature con i loro drammi di povertà, di lotta per la vita, di violenza e ingiustizia subita magari in silenzio per non perdere lavoro e pane. La fabbrica in crisi, a rischio di chiusura, sta vivendo giornate decisive nella prospettiva di essere acquisita da parte di una compagnia straniera.

La manager francese, figura inquietante nella suo fare sbrigativo, nell’affettata cortesia dei modi, non riesce a nascondere il senso di superiorità e la sua indifferenza nel suo giungere in Italia per un affare da disbrigare il più velocemente possibile. La sua unica preoccupazione è concludere in tempi brevi e senza complicazioni la trattativa secondo modalità già sperimentate per non suscitare reazioni, per tornare in serata nel suo mondo familiare dorato, un mondo altro rispetto al mondo delle lavoratrici che sostano ai cancelli.

Il film ripercorre la lunga giornata che deve segnare la conclusione dell’accordo con i proprietari italiani desiderosi anch’essi di chiudere secondo il loro stile di gestione familistica italiana che ha unito paternalismo, mire di solo profitto e sottile sfruttamento contrabbandato per assistenzialismo. Un tempo colmo di tensione quello dell’attesa, che raccoglie attorno alla fabbrica tessile le paure e le speranze dei dipendenti, quasi tutte donne, e fa emergere tensioni e drammi, dubbi talvolta insolvibili tra necessità di lavorare e desiderio di lotta per la dignità propria e altrui.

La riunione tra la dirigenza e la manager francese si prolunga per tutta la mattinata fin oltre l’ora di pranzo, sfidando la resistenza delle delegate del consiglio di fabbrica che attendono in locali spogliatotio, squallidi e freddi, la loro portavoce, esasperate dall’attesa. Anche all’esterno i picchetti delle centinaia di dipendenti attendono notizie che possono determinare non solo i loro posti ma la vita delle loro famiglie, il loro futuro. Anche lì la preoccupazione appare solo quella di poter continuare a lavorare.

Il ritorno della portavoce Bianca, interpretata magistralmente da Ottavia Piccolo, tra le delegate con la richiesta di una decisione da prendere insieme nel tempo di due ore, segna l’inizio di un confronto drammatico. Le richieste dei nuovi acquirenti appaiono innocue, addirittura vantaggiose: la fabbrica non chiude, non vi saranno licenziamenti, né sono previste delocalizzazioni. L’unica richiesta posta in calce ad una lettera indirizzata ad una per una delle delegate sindacali è di approvare la riduzione della pausa pranzo di sette minuti. Un’inezia. Una riduzione che sui quindici minuti previsti potrebbe non fare alcun problema.

Ma dietro a quei sette minuti può celarsi un ricatto molto più profondo: quella pausa che decenni prima era di quarantacinque minuti si è venuta nel tempo restringendo sempre più. Può sembrare nulla e molte voci di queste donne che appaiono come immerse nell’acqua nel tentativo di non affogare nella lotta quotidiana per sostenere figli e casa, dove spesso mariti sono assenti o anch’essi senza lavoro e in cassa integrazione, fanno presenti le ragioni del perché non si possa rinunciare a tale offerta. Ne va della possibilità di lavorare, ne va del pane subito per le proprie famiglie. Ne va del superamento della grande paura di perdere il lavoro, di una chiusura immediata. Tutto nel quadro di considerazioni esistenziali, umane, legate al proprio presente e alle proprie situazioni personali. Eppure nel dialogare difficile, teso, in cui emergono invidie, spaccature, ferite ma in cui anche si rende vivo il dramma di violazioni sopportate e di ingiustizie patite in silenzio, si fa strada piano piano la consapevolezza che quei sette minuti sono un sorta di prova: un primo passo per saggiare quanto sono disposte a cedere pur di lavorare, quale dose di ingiustizia sono disposte a sopportare. Sono un modo per metterle l’una contro l’altra togliendo ogni ragione di solidarietà comune. Sembra nulla, ma tocca la dignità; reca in sé il boccone avvelenato di un lavoro inteso come concessione ed elemosina che non si può rifiutare ma solo accettare senza regole, ognuna per conto suo, e senza condizioni perché non c’è alternativa.

Le parole di queste donne sono talvolta disarticolate povere, preda di emozioni senza filtro, sono parole urlate insieme ad insulti tra scatti di rabbia e aggressività che trova via di sfogo nel pianto e nell’offesa, sono grida di oppressi. Sono espressione della sensibilità di chi da immigrata ricorda come prima cosa è salvarsi e poi pensare ai diritti e a tutto il resto, sono la disperata invocazione di chi sa che senza quello stipendio precipita nella marginalità con i figli, sono sconsolata confessione di ingiustizie patite e di umiliazioni sopportate pur di portare il pane a casa. La discussione spacca quella piccola assemblea di undici donne, ne provoca l’affiorare dei sentimenti più ostili e la sfiducia che giunge ad opporre le une alle altre.

Fino a minare la forza pacata della portavoce, Bianca, donna che dalla sua età matura sa vedere lungo e porta la sofferenza per la scelta drammatica in cui vede costretta lei stessa e le sue compagne, porta il peso della loro immaturità e della mancanza di consapevolezza, ed esprime una saldezza intensa e interiore, vissuta in un silenzio più forte di una protesta gridata.

Alla fine la decisione esprime una resistenza, ma lascia aperta la domanda sulle condizioni del lavoro oggi. Quelle donne sono state caricate di un peso insopportabile: hanno preso su di sé non solo la preoccupazione per la loro vita ma nel loro faticoso confronto hanno assunto la vita di tante altre. … L’agnello ha preso su di sé il peccato del mondo. ‘Prendere su di sé’ è anche la storia di tanti che si fanno carico di altri nella loro vita…

Alessandro Cortesi op

 

XV domenica tempo ordinario – anno C – 2016

IMG_0233Deut 30,10-14; Col 1,15-20, Lc 10,25-37

“Questa parola è molto vicina a te, è nella tua bocca e nel tuo cuore, perché tu la metta in pratica”. Tutta la vita, suggerisce questa pagina del Deuteronomio può essere intesa come una grande ricerca, un movimento dettato dalla passione per ritrovare gli echi di una parola nascosta. Non è lontana benché tante ricerche di senso spingano a compiere viaggi e ad intraprendere percorsi faticosi: è parola interiore, dentro la bocca e nel cuore. E’ da dissotterrare da zone nascoste all’interno del vivere che domanda solo di essere ascoltato. Tornare alla parola è sfida che rinvia alle profondità e non alla velocità, alla pazienza dell’ascolto più che alla fretta del dire. La via del bene e la via del male: due orizzonti da cogliere con una parola che sta dentro la vita. Nella bocca e nel cuore: nelle profondità del cuore, sede delle decisioni esistenziali, ma anche nei messaggi provenienti dal corpo e dal contatto con tutto ciò che è fuori, stando sul confine del rapporto con persone e cose. E’ parola sorgiva, dentro la vita di ogni uomo e donna: è provocazione a scorgere come il suo ascolto non è rinchiuso in aree definite, in religioni o chiese. E’ motivo per mantenere la vita in apertura a scorgere sempre altrove, sempre più in profondità chiamate che vengono da Dio stesso e sono impastate della concretezza del vivere e delle situazioni della storia.

‘Chi è il mio prossimo?’ è la domanda del dottore della legge che intendeva mettere alla prova Gesù. La parabola è situata a Gerico, luogo del racconto della prostituta, l’esclusa, che accoglie i messaggeri di Giosuè e per questa sua accoglienza degli stranieri trova salvezza (Gs 2,1-14; 6,25). Come Giosué anche Gesù si reca a Gerico dove incontra Zaccheo, l’escluso, giudicato come peccatore, che lo accoglie nella sua casa (Lc 19,1-10). E nella parabola detta al dottore della legge l’ambientazione è ancora la strada da Gerusalemme a Gerico. Un uomo attaccato dai briganti, percosso e moribondo sulla strada, è soccorso da un samaritano. Il samaritano, nemico ed estraneo vede e si ferma di fronte a quell’uomo ferito sulla strada.

Il suo passaggio avviene dopo che altri avevano percorso quella medesima strada, avevano visto, ma erano passati oltre, dall’altra parte: un sacerdote prima, un levita poi, persone religiose, anzi custodi del sacro. Il primo forse scendeva dopo aver svolto il suo servizio settimanale nel tempio di Gerusalemme; il secondo aveva compiuto la sua mansione di inserviente o di cantore nel tempio. Erano due persone osservanti e religiose. Luca dice che ‘videro’ ma il loro modo di vedere li fa discostare, li porta a proseguire il cammino sull’altro lato della strada. Non spiega perché non si sono fermati: forse perché il contatto con il sangue o con un morto rendeva impuri, e impediva di compiere azioni di culto, forse perché l’uomo era uno sconosciuto.

A questo punto la parabola ha un punto di svolta: ‘Invece un samaritano, che era in viaggio, passandogli accanto lo vide e ne ebbe compassione’: una persona considerata un eretico, uno straniero, un nemico di fronte a quell’uomo che soffriva sulla strada, ‘lo vide’. E’ un vedere diverso da chi era passato prima di lui: il samaritano riconosce in lui un uomo. E – aggiunge Luca – ‘ne ebbe compassione’, avvertì una sofferenza che lo prese nelle viscere. E’ questo il verbo del soffrire femminile utilizzato nei vangeli per indicare la vicinanza di Dio alla nostra sofferenza umana. Il samaritano diviene immagine di Dio che si china e sente su di sé le sofferenze dell’uomo.

La com-passione si fa azione concreta con una particolare sottolineatura sul carattere personale delle sue attenzioni: ‘gli si fece vicino, gli fasciò le ferite versandovi olio e vino; poi, caricatolo sopra il suo giumento, lo portò ad una locanda e si prese cura di lui ‘. E’ l’elencazione di una serie di gesti, concreti, mirati a soccorrere, ma che hanno al centro la persona di ‘lui’. Quell’uomo è per il samaritano un ‘tu’ di cui prendersi cura. Così nelle parole rivolte all’albergatore ‘Abbi cura di lui…’.

E’ la presentazione forse più alta di cosa significa ascoltare la parola che non è lontana da noi è nel cuore e sulla bocca, al centro della vita. Prendersi cura dell’altro, riconoscere nell’altro non un nemico, ma un volto da soccorrere. Il prossimo non è qui un membro conosciuto del proprio gruppo, della propria confessione religiosa. Gesù capovolge allora la domanda: il samaritano non si è chiesto ‘chi è il mio prossimo’ ma ha ascoltato la vita, ha accolto la parola che gli giungeva dal cuore e dal vedere. Ha riconosciuto il volto di chi soffriva e aveva bisogno di cura. Gesù non dà quindi una definizione di ‘prossimo’ da inserire in un catechismo. Rinvia al profondo della coscienza: a quel vedere che è apertura alla vita, mistica degli occhi aperti (J.B.Metz) e assunzione di responsabilità personale. ‘a chi tu sei prossimo?’ E’ possibile offrire una risposta solo nel prendersi cura di qualcuno.

Nel chinarsi del samaritano in filigrana si intravede il volto stesso di Cristo che si china, rialza, ci aiuta a guarire e accompagna a ‘tornare alla vita’. I gesti del prendersi cura sono forse l’unica parola credibile e significativa su Dio. In essi infatti è già presente il volto del Dio ‘samaritano dell’uomo’, che scende ed ha cura. Nel caravanserraglio del buon samaritano presso Gerico un pellegrino medioevale ha scritto: ‘se persino sacerdoti e leviti passano oltre la tua angoscia, sappi che il Cristo è il buon samaritano: egli avrà compassione di te nell’ora della tua morte e ti porterà alla locanda eterna’.

Alessandro Cortesi op

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Harambee

‘Quando l’autobus si pianta’: è il titolo di un breve capitolo all’interno di un simpatico e agile libro che in questi mesi viene presentato in giro per l’Italia dal suo autore, politico italiano di origine emiliana, Matteo Richetti. In questo capitolo introduce una di quelle parole affascinanti e intraducibili che appartengono alle tradizioni proprie di popoli e culture: Harambee. Una parola ascoltata dallo zio, missionario per tanti anni in Kenya, che scrivendo a casa proponeva obiettivi per ‘fare insieme il nostro harambee’.

“Sì perché Harambee è la parola che si usa quando l’autobus va fuori strada. Dovete immaginarvi il Kenya dei villaggi, non dei villaggi turistici. Il Kenya quello reale in cui le strade sono terra battuta e non asfalto. Il Kenya di quando piove e il fango prende il sopravvento e la carreggiata non si vede più. E se si prende l’autobus, come fanno i re quarti della popolazione, pieno zeppo, uomini, donne, bambini, più poveri e meno poveri, attaccati anche all’esterno, può capitare che l’autobus si impantani e che il driver faccia scendere tutti, uomini, donne, bambini, più poveri e meno poveri e insieme si spinge al ritmo dell’harambee, ‘oh issa’. Tutti insieme e contemporaneamente, per portare a casa lo stesso risultato: rimettere l’autobus in carreggiata e arrivare insieme alla meta” (M.Richetti, Harambee. Per fare politica ci vuole passione, Guerini e associati 2016)

Caricando il malcapitato ‘sul suo giumento’ – un cavallo? o forse piuttosto un asino con cui camminava – forse si può pensare che anche il samaritano della parabola abbia vissuto tale gesto accompagnandolo con un ‘oh issa’. Il prendersi cura implica una fatica, vissuta nei termini di quella leggerezza propria di chi non fa calcoli ma si impegna e si dedica. Laddove la fatica pur presente non viene percepita perché animata dall’energia della passione. Harambee è un ‘oh issa’ detto insieme, una parola nascosta dentro al cuore e spesso inascoltata. Una sfida ad un tempo fatto di iper-velocità, di tempo reale e incapacità di vedere per l’incapacità di fermarsi, di andare lentamente. Harambee è parola da pronunciare insieme: anche forse il samaritano trovò qualcuno ad aiutarlo per caricare quell’uomo che riconobbe come lui, fragile e spossato, per portarlo al riparo. Insieme. Quanta nostalgia negli echi di tale parola da dire ritmicamente insieme: un ‘oh issa’ grido di profezia in un tempo di sgretolamenti di solidarietà, di sfilacciarsi di legami e di individualismi prepotenti.

Alessandro Cortesi op

II domenica di Pasqua – anno C – 2016

1O21644a.jpgMaestro della vita di Cristo – Bergamo – sec. XIII-XIV

At 5,12-16; Ap 1,9-11.12-13.17-19; Gv 20,19-31

“Io sono il primo e l’Ultimo e il Vivente. Io ero morto ma ora vivo per sempre e ho potere sopra la morte e sopra gli inferi”

Apocalisse è libro non di catastrofi ma di rivelazione: in un’epoca di violenza e di persecuzione è riflessione di speranza e di coraggio. Le comunità cristiane dell’Asia minore si sentono schiacciate dal sovrastare dell’impero di Roma. Lo scritto le invita a scorgere un disegno di Dio nella storia che vince il male che si presenta in forme diverse e sembra avere il predominio.

E’ quindi lettura della storia nella fede e in questo assume la vicenda di Gesù Cristo come chiave di lettura. Gesù è il vivente, il risorto: il primo e l’ultimo. Non è stato tenuto prigioniero dalla condizione della morte. Vi è stato immerso, e vi è passato. Ha ora potere su ogni potenza di morte e di male.

‘Io sono il vivente’ è una presentazione di Cristo stesso e racchiude una professione di fede. Tale presenza offre un orizzonte di speranza per tutta la storia. Se lui è il vivente il futuro dell’umanità non sta nella morte ma in una vita che sconfigge tutte le forze che si oppongono, di morte e di male.

Gli Atti degli apostoli presentano quadri della vita delle comunità dopo la Pasqua. Sono riassunti che indicano un ideale più che descrivere una realtà. Le comunità/chiese sono convocate dalla parola del Signore. Al centro vi è lo stare insieme: la loro vita genera gioia e ammirazione.

Si continua lo stile di Gesù di attenzione e cura: ‘portavano gli ammalati nelle piazze… tutti venivano guariti’. I malati, che solitamente erano nascosti allo sguardo, sono posti al centro. La sofferenza non è l’ultima parola della vita umana, la salvezza si rende già presente in gesti di cura e di attenzione. Salvezza si sperimenta come salute quando si ristabiliscono relazioni, nei gesti della benevolenza. Il farsi carico delle sofferenze è un tratto della comunità di Gesù. Luca vede nella guarigione un segno della salvezza che Cristo ha donato con la sua morte e la sua risurrezione per tutti.

Gesù aveva detto ‘ se non vedete segni e prodigi, voi proprio non credete’ (Gv 4,48) e Tommaso vive l’attitudine di chi dice ‘ Se non vedo e non metto la mia mano… non crederò’.

Il IV vangelo offre così il racconto di un cammino del credere. Tommaso è figura di ogni discepolo che vive la fatica di aprirsi ad un nuovo modo di incontrare Gesù dopo la pasqua. Non è facile il percorso della fede e la crisi stessa è passaggio per aprirsi a nuove e più autentiche dimensioni del credere stesso.

Nella comunità c’è posto per tutti coloro che sono alla ricerca di segni, ad un credere ‘senza avere visto’. In questa pagina c’è una insistenza sul vedere: ‘ i discepoli gioirono al vedere il Signore’ (v.20). Gli dissero allora gli altri discepoli ‘abbiamo visto il Signore’ (v.25) ma egli disse loro ‘ se non vedo…’.

Tommaso vive in un crescendo di difficoltà riguardo al ‘vedere’ Gesù e questo è in rapporto al credere: ‘se non vedo… non crederò’. Le parole del risorto sono tutte concentrate su questo nesso: ‘guarda le mie mani…e non essere più incredulo ma credente… perché hai veduto hai creduto: beati quelli che pur non avendo visto crederanno’.

Tommaso si arrende infine ma ciò avviene di fronte ai segni delle ferite della passione, le mani, il costato. Credere è faticosa ricerca, ha bisogno di essere condotto da Gesù stesso e da lui solo. Conduce a superare l’attesa di segni. Gesù non rifiuta di offrire a vedere dei segni: ma questi sono i segni dei chiodi, i segni della sofferenza e della croce. I segni da rintracciare che a lui rinviano sono i segni della sofferenza di tutti i crocifissi della storia. E’ il crocifisso colui che è risorto, il medesimo.

Tommaso si apre ad una novità in quell’incontro – ‘Mio Signore e mio Dio’ -. C’è una beatitudine del credere senza vedere che è felicità possibile. Si può incontrare Cristo risorto ‘vedendo’ in modo nuovo: è un ‘vedere’ che va oltre i segni, nell’accogliere la testimonianza. Così termina il IV vangelo e si dice perché il vangelo stesso è stato scritto: ‘molti altri segni fece Gesù… ma non sono stati scritti: Questi sono stati scritti perché crediate che Gesù è il Cristo, il Figlio di Dio, e perché credendo, abbiate la vita nel suo nome’. Il vangelo è tutto orientato ad un percorso in cui incontrare Gesù. In questo incontro si può vivere un affidarsi a Dio per avere la vita. Credere non è qualcosa al di fuori dell’esistenza ma è cammino al cuore della vita, ha a che fare con la ricerca del senso profondo della stessa vita.

Alessandro Cortesi op

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I segni della tortura

La mamma di Giulio Regeni, ucciso dopo essere stato barbaramente torturato a fine gennaio in Egitto al Cairo, ha ricordato in questi giorni la sete di verità per la vicenda di questo giovane che ha subito una violenza ingiustificata e inaudita. Un cittadino italiano ma anche un cittadino del mondo e come tale vicino alla sorte di tanti altri: “Su mio figlio si è scaricato tanto male, tutto il male del mondo… Non possiamo dire, come ha detto il governo egiziano, che è un caso isolato… Non questo. Giulio, cittadino italiano, è un cittadino del mondo. Quello che è successo a Giulio non è un caso isolato rispetto ad altri egiziani, e non solo. Per questo continuerò a dire per sempre verità per Giulio”.

Parole che sfidano l’ipocrisia delle relazioni diplomatiche e chiedono risposte di onestà ad un governo: sono eco delle richieste di verità delle madri di plaza de Mayo in Argentina, di quelle dei 43 studenti  fatti sparire a Iguala in Messico nel settembre 2014 perché protestavano contro la corruzione, delle madri e sorelle di Ilaria Alpi, giornalista italiana uccisa in Somalia nel 1994, di Stefano Cucchi, ucciso dopo aver subito violenze e privazioni subito dopo l’arresto a Roma nel 2009, di Berta Caceres assassinata in Honduras per il suo impegno per i diritti dei popoli indigeni (a cui era stato assegnato il Nobel alternativo per l’ambiente nel 2015 Goldman Prize).

Ancora tanti altri, come il giovane ricercatore Giulio Regeni, in Egitto sotto la dittatura di Al-Sisi e altrove nel mondo, vengono arrestati senza motivo, fatti sparire, violentati, uccisi. Nel corpo torturato delle vittime di sistemi oppressivi, di governi che schiacciano le persone, di squadracce che usano metodi di annullamento del fisico e della psiche di innocenti, o di persone arrestate solamente per le loro idee e il loro impegno, continua oggi il mistero della croce e della risurrezione. In quei corpi martoriati c’è il volto di Cristo passato attraverso la tortura e la morte.

Credere nel risorto è  continuare nell’impegno quotidiano, fattivo, contro ogni ingiustizia, nella vicinanza a chi ha subito violenza, nella denuncia e nella richiesta di riconoscimento di diritti. In tutto questo c’è una questione di fede nel risorto.E’ credere nel sogno di Dio. Helder Camara, vescovo di Recife, così la esprimeva in un suo ‘credo’:

Io credo in Dio Padre di tutti gli uomini e che ad essi ha affidato la terra.

Io credo in Gesù Cristo venuto a darci coraggio,

a guarirci, a liberarci e annunciarci la pace di Dio con l’umanità

Io credo nello Spirito di Dio che lavora in ogni uomo di buona volontà

e credo che l’uomo vivrà della vita di Dio per sempre.

Io non credo al diritto del più forte, al linguaggio delle armi, alla potenza dei potenti.

Io voglio credere ai diritti dell’uomo, alle mani aperte,

alla potenza dei non-violenti.

Io non credo alla razza o alla ricchezza , ai privilegi, all’ordine stabilito.

Io voglio credere che il mondo intero sia la mia casa.

Io voglio credere che il diritto è uno, qui e là,

e che io non sono libero finché un solo uomo è schiavo

Io non credo che guerra e fame siano inevitabili e la pace impossibile.

Io voglio credere all’azione modesta,

all’amore a mani nude e alla pace sulla terra.

Io non credo che ogni sofferenza sia vana e che la morte sarà la fine.

Ma io oso credere sempre e malgrado tutto all’uomo nuovo.

Io non credo che il sogno dell’uomo resterà un sogno.

Io oso credere al sogno di Dio: un cielo nuovo una terra nuova dove la giustizia abiterà.

Amen.

Alessandro Cortesi op

XXX domenica – tempo ordinario anno B – 2015

CodexEgberti-Fol031-HealingOfTheBlindManOfJericho-2(miniatura dal Codex Egberti – abbazia di Reichenau 980/993)

Ger 31,7-9; Eb 5,1-6; Mc 10,46-52

“Ecco, li riconduco dalla terra del settentrione e li raduno dalle estremità della terra; fra loro sono il cieco e lo zoppo, la donna incinta e la partoriente: ritorneranno qui in gran folla. Erano partiti nel pianto, io li riporterò tra le consolazioni”.

La voce dei profeti nel tempo della stabilità è richiamo critico alla fedeltà alle promesse e all’alleanza con il Dio liberatore, nel tempo dell’esilio diviene voce di speranza. Le parole di Geremia fanno parte del ‘libro della consolazione’ (capp. 30-31): sono un invito alla gioia, nonostante il ricordo ancora vivo del pianto, nonostante le contraddizioni del presente e nella crisi. C’è un richiamo a quanto il Signore sta compiendo, un raduno ed un nuovo cammino che riconduce il popolo alla libertà.

Dall’esilio coloro che erano stati deportati possono ritornare alla terra. Si ripropone l’atmosfera dell’esodo. Allora Israele aveva sperimentato vicina la presenza di Dio liberatore, ora si trova a vivere un cammino nuovo che ripropone quel rapporto di alleanza e di fede.

La mano potente di Dio guida verso il futuro della promessa quale raduno in cui c’è accoglienza per color che fanno più fatica e non c’è esclusione. Come nell’esodo il cammino era verso una terra ricca e spaziosa così ora si apre una strada diritta dove non s’inciampa, verso fiumi d’acqua.

Ricondotti e riportati da JHWH nella terra, per tutti c’è possibilità di sostegno: “fra di essi sono il cieco e lo zoppo, la donna incinta e la partoriente”. Il pianto lascia lo spazio al canto di gioia e alla consolazione. Israele scopre in modo nuovo la vicinanza di Dio come presenza che guida e accompagna.

Anche il salmo 126 riporta alla medesima esperienza di uscita dalla schiavitù di Babilonia: “Quando il Signore ristabilì la sorte di Sion, ci sembrava di sognare. Allora la nostra bocca si riempì al sorriso, la nostra lingua di gioia… Allora si diceva tra i popoli: il Signore ha fatto grandi cose per loro”. L’esperienza di Israele diventa paradigma per altri e nella preghiera si delinea un’esperienza di un popolo che rinvia ad una liberazione con orizzonti universali.

Marco nel suo vangelo al termine del capitolo 10 pone il gesto di Gesù di guarigione di un cieco: lungo la strada, mentre Gesù esce da Gerico. E’ importante la collocazione di questo brano nella seconda parte del vangelo, dopo quel momento di svolta in cui Gesù aveva posto la domanda ‘la gente chi dice che io sia?’ e ‘voi, chi dite che io sia?’. Viene allora riconosciuto come il Cristo, il messia (8,29). Da quel momento in poi Marco presenta Gesù insieme ai suoi discepoli che lo seguono. Li istruisce sulla ‘via’ che egli stesso sta percorrendo. E’ la via di un messia diverso dalle attese di affermazione e dominio umano. Su questa via incontra l’opposizione, si manifesta consapevole dell’ostilità generata dal suo agire. Non si tira indietro di fronte alla possibilità di affrontare il conflitto e la sofferenza in fedeltà al suo mandato: il figlio dell’uomo è venuto per servire e dare la vita… (8,31-33; 9,30-32; 10,32-34).

Al capitolo 11 verrà presentato l’ingresso di Gesù a Gerusalemme, nei panni di un messia umile, che cavalca un asino ed entra nella città santa non come un guerriero ma disarmato messaggero di pace. A cerniera tra questi due capitoli è posta la guarigione di un cieco. Proprio alla vigilia dei giorni di Gerusalemme questo gesto indica che c’è bisogno di una luce diversa per vedere con occhi rinnovati quanto sta per accadere, il cammino di Gesù. Ma anche parla del cammino dell’autentico discepolo, di colui che segue Gesù sulla sua strada. Il volto del messia che si consegna nelle mani degli uomini è il volto di chi ha scelto la via del servire: è questa anche la via del discepolo.

Il cieco di Gerico presenta così il profilo dell’autentico discepolo – come saranno la donna che unse il capo di Gesù prima della passione e Giuseppe di Arimatea al momento della morte -. Mentre coloro che Gesù aveva chiamato a sé non capivano, discutevano chi tra loro fosse il più grande, avevano il cuore indurito, il cieco di Gerico figlio di Timeo, viene ad essere il discepolo a cui sono aperti gli occhi per un vedere nuovo.

Il cieco sta lungo la strada a mendicare, il suo grido è una invocazione ed una indicazione: ‘Figlio di Davide, abbi pietà di me’. Figlio di Davide è titolo del messia e rinviava alle attese di un re giusto. Un re fedele a Dio, preso dalla cura ed attenzione per la vedova, l’orfano e lo straniero, per coloro non hanno altri sostegni e appoggi umani. Il regno di Dio è regno di giustizia e di pace, cioè una realtà nuova di rapporti in cui si rende presente lo stile di Dio che guarda all’umile e al povero e si attua un rapporto nuovo tra le persone non più di discriminazione ed esclusione ma di pace.

All’inizio del vangelo Marco aveva presentato il ‘regno’ come nucleo centrale di tutta la predicazione di Gesù: “Il tempo è compiuto, e il regno di Dio è vicino, convertitevi e credete al vangelo” (1,18)… “il regno di Dio… è come un granellino di senapa” (4,31). Bartimeo, cieco, coglie come il ‘regno’ si sta avvicinando a lui nella persona di Gesù.

La folla lo ostacola ma lo sguardo di Gesù lo raggiunge. “Egli, gettato via il mantello, balzò in piedi e venne da Gesù”. Cieco, vive l’esperienza di un affidamento a Gesù che sta passando, a lui grida appoggiando in lui le sua attese di salvezza e quando lo incontra lascia il suo mantello, simbolo della sua unica sicurezza, e lo segue.

Bartimeo diviene esempio del discepolo che non presume, non pretende i primi posti, ma invoca, nella sua condizione di mendicante. La sua richiesta è quella di vedere: un vedere di nuovo, ma anche un vedere in alto (anablepo): c’è un vedere nuovo che riconosce nel crocifisso, nell’innalzato il volto di colui che manifesta il volto stesso di Dio e lo rende vicino.

Gesù si accosta a lui e riconosce nel suo grido il luogo dell’attuarsi di salvezza: “Và la tua fede ti ha salvato”. Il cieco ritrova la capacità di vedere “Subito vide di nuovo e lo seguiva lungo la strada”. C’è una immediatezza del veder che conduce ad una continuità, un permanere nel seguire.

Discepolo è chi si pone a seguire Gesù lungo la strada che egli percorre verso Gerusalemme. Ma per questo è necessaria una luce nuova, uno sguardo capace di cogliere nei tratti del crocifisso i lineamenti del Dio che si china su di noi. Anche questo sguardo può essere solo suo dono, luce che cambia la nostra cecità e che rende possibile camminare sulle tracce lasciate da Gesù.

DSCF6057Alcune riflessioni per noi oggi

Nel tempo della crisi la voce dei profeti è invito a consolazione. Non è voce di una religiosità consolatoria che fa fuggire dal presente, ma è voce di consolazione che apre a scorgere il disegno di salvezza di Dio in una storia segnata dal pianto e dalla dispersione. Oggi il movimento dei popoli che lasciano terre a causa della miseria, della fame, della guerra è un movimento che può essere letto come raduno nuovo, per un nuovo incontro di popoli. L’esodo di Israele si ripete e ripropone negli esodi dei migranti. E’ esperienza storica che pone la questione di incontrare Dio, il suo disegno di alleanza per tutti i popoli, il raduno dalle estremità della terra per una convivenza di pace. Forse anche oggi abbiamo bisogno di ascoltare le voci di quei profeti del quotidiano che nei gesti dell’accoglienza ci ricordano come in questi esodi di popoli è presente una chiamata di Dio per un incontro nuovo con lui.

Il mendicante cieco è figura nel vangelo di Marco del discepolo che prese a seguire Gesù sulla strada. Possiamo chiederci a quale categoria di discepoli apparteniamo: a quella di coloro tra i dodici che si interrogano su chi è il più grande e si indignano per la richiesta di due tra loro che aspirano ai primi posti? o a quella del cieco, che per alzarsi lascia il mantello – dice Marco ‘balzò in piedi’ – e va verso Gesù. Siamo affetti da tante cecità che impediscono di vedere. Gridare verso Gesù di Nazaret è movimento di riporre al centro della nostra ricerca il volto di Gesù, nel suo camminare, nel suo passare.

“Va’ la tua fede ti ha salvato”: Gesù riconosce la fede del cieco di Gerico, una fede che lo conduce a vedere di per se stessa, subito. E’ stato presentato in questi giorni a Milano il primo volume dell’Opera omnia di Carlo Maria Martini, progetto promosso dalla Fondazione card. Martini insieme alla casa editrice Bompiani, intitolato Le Cattedre dei non credenti. Sono raccolti nel volume i testi di tutti gli interventi, svolti nelle 12 edizioni della Cattedra dal 1987 al 2002, un’esperienza originale di incontro e dialogo. Al termine di una di queste edizioni (la terza sessione) così si esprimeva il card. Martini parlando del credere (Credenti aggrappati sull’abisso, in Avvenire 20 ottobre 2015):

“Sono d’accordo con chi ha messo in luce la necessità sociale che ci spinge a coltivare in noi i due discorsi del non credente e del credente, quasi come esercizio professionale in un mondo pluralistico in cui, quando dico una cosa, devo sempre pensare: ma l’altro, come la penserà e quale risonanza avrà in lui? Vorrei però aggiungere che l’esercizio che viene proposto qui è più rischioso. È molto di più, cioè, di una necessità sociale in un mondo pluralistico; è originato veramente dal fatto che noi viviamo in parete, siamo in parete, abbiamo un baratro sotto di noi. E il credente si appoggia, perché vive in parete; quindi deve continuamente calcolare ciò che fa, cogliendo l’abisso che sta sotto di lui. Questo è, mi pare, il credente adulto, il quale si affida e continua a salire in parete, malgrado tutto, proprio perché misura completamente la realtà nella quale è immerso. (…) tocca al credente adulto e maturo – che ha riconquistato anche un po’ del vero spirito di infanzia (attraverso una rinascita, come è stato detto, ma certo attraverso un vero spirito di infanzia secondo il Vangelo) – comprendere a fondo il rischio del credere e il rischio del non credere”.

Gesù incontra il cieco lungo la strada. Sorge una domanda: quali le strade della nostra vita in cui scorgere il passare di Gesù? Quali le strade in cui invocare di poter vedere di nuovo e in alto? Sono le strade in cui il vedere nuovo si fa esperienza del seguire Gesù, una chiamata per ognuna e ognuno che si scopra mendicante…

Alessandro Cortesi op

II domenica di Pasqua – anno B – 2015

fc17-4(mosaico – Basilica san Marco Venezia)

At 4,32-35; 1Gv 5,1-6; Gv 20,19-31

La pagina degli Atti degli apostoli presenta un quadro della primitiva comunità cristiana ponendo al centro lo stile di una vita comune. Lo presenta secondo i tratti di un ideale da raggiungere. La fede in Gesù rialzato da Dio suscita un modo nuovo di concepire l’esistenza in una comunità di uguali. Il centro da cui scaturisce l’esperienza di questa comunità sta nella risurrezione di Gesù e nella responsabilità della testimonianza che da questo incontro proviene: “Con grande forza gli apostoli rendevano testimonianza della risurrezione del Signore Gesù”. La condivisione reale dei beni e la comunanza di vita sono la espressione concreta della fede e sua traduzione storica: “La moltitudine di coloro che erano venuti alla fede aveva un cuore solo ed un’anima sola e nessuno diceva sua proprietà quello che gli apparteneva, ma ogni cosa era fra loro comune… Nessuno infatti tra loro era bisognoso, perché quanti possedevano campi o case li vendevano”.

La prima lettera di Giovanni pone in risalto il medesimo stile che il brano degli Atti presenta in forma descrittiva: la fede nel Signore risorto genera un incontro segnato dall’amore, indicato come comunione, con lui e con gli altri: “Chiunque crede che Gesù è il Cristo, è nato da Dio; e chi ama colui che ha generato, ama anche chi da lui è stato generato”. L’incontro con il Cristo vivente conduce ad un modo nuovo di intendere la propria vita. Il riferimento radicale al Dio ‘colui che ha generato’ apre a scorgere il suo volto come fonte di vita, forza di generazione. Da qui sorge l’esigenza di un amore che si apra agli altri. E’ il volto di figli e figlie creati da Dio per camminare insieme.

Al centro del IV vangelo sta una beatitudine che tocca l’esperienza del cerdere: “Beati quelli che, pur non avendo visto crederanno”. L’intero IV vangelo offre diversi itinerari del credere: Tommaso in questa pagina è esempio di chi vive la fatica del credere e il suo cammino assume i tratti del percorso di ogni discepolo. E’ infatti accompagnato a passare da una fede ancora immatura, intesa come verifica di evidenze, bisognosa di miracoli, appoggiata sui segni e sul vedere, ad un credere che si affida alla testimonianza.

Giovanni, insiste su due aspetti particolari: nel presentare l’incontro nuovo dei discepoli con Gesù dopo la sua morte. Gesù è incontrato come colui che si pone in mezzo ai suoi, centro di nuovo raduno, e giunge in modo nuovo. Il Risorto è il medesimo Gesù incontrato prima della Pasqua, colui che ha vissuto la sofferenza e la morte. Non è un altro: la gloria della risurrezione non sta senza il passaggio attraverso la passione e la morte: “Detto questo, mostrò loro le mani e il costato”. La narrazione del suo presentarsi in questo modo risponde all’inquietudine di Tommaso: fa cogliere l’identità e la continuità tra la sua esperienza prima della Pasqua e la sua vita nella situazione nuova della risurrezione. Nel medesimo tempo è un presentarsi come diverso: la modalità del suo esserci non è più come quella di prima. Ora egli chiede di essere incontrato nella fede. La sua presenza è interiore, genera una gioia profonda nel cuore: l’incontro con lui sarà vissuto nell’accogliere la missione che egli affida e nel vivere i doni dello Spirito e della pace.

Gesù è il medesimo che ha percorso le strade della Palestina, che ha incontrato i suoi e ha annunciato il regno di Dio, morendo sulla croce, e nello stesso tempo egli è diverso, è il Risorto. Accompagna i suoi ad entrare in una nuova comunione con lui. Un incontro nello spirito e nel dono della pace e dell’invio. Si attua così un nuovo dono dello Spirito: come sul primo uomo Adamo Dio aveva alitato un soffio di vita (Gn 2,7), come sulle ossa aride della visione di Ezechiele era stato invocato il soffio dello Spirito per vivificare quei morti (cfr. Ez 37: “Dice il Signore Dio: Spirito vieni dai quattro venti e soffia su questi morti perché rivivano…), simbolo del rialzarsi del popolo d’Israele dopo le sofferenze dell’esilio, così ora il soffiare di Gesù sugli apostoli è dono dello Spirito che sgorga dalla Pasqua: una nuova creazione che ha inizio. Sulla croce l’ultimo respiro di Gesù era stato visto dall’evangelista quale consegna dello Spirito Santo (Gv 19,30: Ed egli chinato il capo donò lo Spirito). Ora lo Spirito è donato con la missione di continuare l’opera di Gesù del perdono dei peccati.

“Come il Padre ha mandato me così anch’io mando voi”: l’invio degli apostoli ha le sue radici nella missione del Figlio da parte del Padre, affonda le sue origini nel mistero della vita trinitaria e vive nel soffio dello Spirito che è dono della Pasqua. ‘come il Padre così…’ non indica solo una somiglianza ma dice che l’invio dei discepoli trova la sua origine e forza nel primo movimento che sta al principio della vita di Gesù stesso: è la missione del Padre che genera l’invio e manda gli apostoli ad essere continuatori dell’opera di salvezza di Cristo. Testimoniare la pace, per i credenti è accogliere il dono della risurrezione e farsene responsabili nella storia.

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Alcune osservazioni per noi oggi

Una prima osservazione può essere fatta nel confrontarsi con pagine che presentano un quadro di orizzonte, e che ha tratti di indicazione di percorso, non pretesa di attuazione. La vita comune delle pagine degli Atti dice i tentativi delle prime comunità di accogliere una modalità di rapporti che può essere piena solamente nel regno di Dio. Il rischio di una lettura ingenua consiste nel rapportare alle traduzioni storiche quelle che sono indicazioni di prospettiva e di impegno. Condividere le proprietà è cammino esigente e da condurre e tuttavia non è facile e ha sue traduzioni diverse ed una sua gradualità anche in chi cerca seriamente di viverlo. Così il mettere ogni cosa in comune è prospettiva che può guidare l’impegno di tutta una vita e che rinvia a cammini sempre ulteriori.

Tale attitudine di lettura può essere un aiuto per intendere le profonde esigenze della vita evangelica rapportandole ad uno sguardo di realismo e di consapevolezza della precarietà e insufficienza della vita umana. Sta qui la radice dell’esperienza della misericordia.

Può essere questa una riflessione rilevante nel cammino in preparazione al Sinodo che si terrà ad ottobre sulla famiglia. Si tratta di individuare infatti vie per discernere la chiamata del vangelo in rapporto ad ogni scelta esistenziale, sia in quella del matrimonio, sia nelle forme diverse di sequela di Gesù, cogliendo soprattutto la dimensione di tensione e di precarietà, di imperfezione, sì, esattemente di imcompiutezza e lontananza dall’ideale – pur nell’orientamento e nel desiderio -, proprie di ogni percorso umano.

Nessuna di esse si pone come perfezione raggiunta o adempimento pieno della chiamata, ma come tensione ad una risposta basato sull’accoglienza di un dono, davanti a Dio e per l’umanità. Come per ogni condivisione e per sperimentare la vita comune, tutte le scelte orientate al vangelo hanno bisogno di cammino paziente, si aprono ad approfondimenti e necessitano di perdono e di vie di misericordia laddove vi siano percorsi interrotti, fallimenti, incapacità, fatiche. Il vangelo è bella notizia perché dono di Dio che fa sgorgare aperture inedite di vita nuova dove sembra che non ci sia possibilità di futuro.

Enzo Bianchi a tal proposito ha scritto in questi giorni: “Perché allora non si usa misericordia verso il matrimonio andato in frantumi, mentre non fa alcun problema se un religioso, monaco o frate, abbandona la sua comunità e contraddice i suoi voti? La rottura del legame matrimoniale è impossibile, mentre l’abbandono della vita religiosa sembra non turbare, e se il religioso è laico, la dimissione è concessa subito, senza alcun problema (…) Occorre dunque uno sguardo capace di makrothymía, di vedere e sentire in grande, per leggere l’uomo, le sue storie personali, di amore e di fatica, con l’occhio di Dio, in particolare con la sua misericordia e compassione”. (E.Bianchi, Al sinodo serve makrothymìa, Jesus aprile 2015)

In questi giorni è ricorso l’anniversario della uccisione di Dietrich Bonhoeffer (9 aprile 1945). La sua vicenda costituisce una forte testimonianza in un tempo di prova, della fedeltà al vangelo e della responsabilità nel vivere scelte in coerenza al vangelo anche quando queste pongono a rischio la propria vita. La sua fedeltà a Dio e nel contempo la fedeltà alla terra sono una delle maggiori eredità che Bonhoeffer ha lasciato, con il suo messaggio a scoprire un modo di vivere il vangelo non come religione che difende e protegge una vita al riparo da ogni rischio, ma come fede che rinvia alla testimonianza e ad una presenza capace di critica e responsabilità nel proprio tempo. Uno tra gli scritti di Bonhoeffer in cui tradusse questa istanza di responsabilità verso l’altro e la storia ha proprio come titolo ‘Vita comune’.

Viviamo tempi segnati da fenomeni inquietanti e nuovi: il terrore come strumento di guerra, la violenza pervasiva nelle forme dell’uso delle armi e nelle forme nascoste dell’economia che uccide, l’orrore come modalità di dominio nell’era mediatica. Le parole della prima lettera di Giovanni non ci appaiano come una pia illusione di sognatori: esse costituiscono il punto di riferimento fondamentale della nostra fede e della nostra vita. Anche nelle contraddizioni del presente i cristiani sono chiamati a porre al centro la Parola del Signore e a ri-centrare la loro vita sull’annuncio della risurrezione. L’evento della risurrezione è germe di un mondo nuovo che sta crescendo nella storia e che ci chiama ad essere responsabili.

Il massacro degli studenti di Garissa, ha alcuni tratti particolarmente atroci perché ha colpito un luogo come l’università dove si formano i giovani ad assumersi responsabilità di pensiero e di orientamento, per una responsabilità civile. Garissa inoltre era – e speriamo sarà ancora – una università dove convivevano insieme in modo pacifico giovani di diverse religioni, cristiani e musulmani, segno di un incontro possibile che ha il nome di ‘comunione’ e da favorire nelle forme del dialogo della vita quotidiana proprio nel tempo dell’offensiva dei fautori di intolleranza. Di fronte ai seminatori di morte siamo chiamati in modo nuovo a riporre al centro il riferimento alla risurrezione, anche ricordando quei 150 studenti non come un numero, ma dando un volto e scoprendo nei loro volti e sogni la forza di vita che essi comunicano: i loro nomi sono scritti nel libro della vita, non sono dimenticati dal Dio della compassione come seme di un sogno di convivenza in cui condividere la propria umanità.

Alessandro Cortesi op

II domenica tempo ordinario anno B – 2015

640px-Mathis_Gothart_Grünewald_022 - Versione 2(Mathias Grünewald – altare di Isenheim 1512-1516 – particolare)

1Sam 3,3-19; 1Cor 6,13-20; Gv 1,35-42

Il giovane Samuele scopre Dio si rende vicino nella sua vita con la sua parola. Samuele è figlio giunto come dono inatteso ad Anna, donna che non poteva avere figli, rimproverata dal sacerdote nel tempio perché con il suo pianto non aveva un comportamento decoroso. Samuele fa questa esperienza in un tempo in cui la parola del Signore era rara. Coglie poco alla volta con difficoltà e fatica la chiamata di Dio: “Mi hai chiamato, eccomi! Egli rispose: Non ti ho chiamato, torna a dormire! … Parla, Signore, perché il tuo servo ti ascolta”.

E’ una chiamata difficile da ricevere, e Samuele si apre poco alla volta ad intenderla, all’ascolto, anche grazie alla disponibilità di Eli. La scambia infatti per la voce del sacerdote, ma il medesimo Eli non si frappone, non lo distoglie con le sue parole, ma lo indirizza ad una parola altra, da accogliere anche per lui, anziano, sconosciuta. Lo invita così all’ascolto: “se ti chiamerà ancora dirai: Parla Signore perché il tuo servo ti ascolta”. Il volto di Dio è di un Tu che rivolge la sua parola e chiama per nome: a Samuele indica una missione, il senso della sua esistenza in un dialogo. Come con Abramo, e con Mosè. Anche Samuele raggiunto in modo inatteso vive una fatica per cogliere da dove provenga la voce che lo chiama.

“Ecco l’agnello di Dio che toglie i peccati del mondo… “. Il quarto vangelo non narra il battesimo di Gesù ma lo presuppone. Giovanni non battezza Gesù ma lo indica come l’agnello: un rinvio al suo cammino e alla croce. Il momento della morte di Gesù nel IV vangelo coincide con il tempo in cui nel tempio venivano sacrificati gli agnelli per la Pasqua, (Gv 19,36). Indicare Gesù come agnello così rinvia a signficato della Pasqua, e al cammino della liberazione dall’Egitto (Es 12). La vicenda di Gesù ha al cuore la pasqua. Il termine ‘agnello’ in aramaico (talja) indicava sia l’agnello sia il servo, e sa qui un altro rinvio alla figura del ‘servo di Jahwè’ di Isaia: “Maltrattato si lasciò umiliare e non aprì la sua bocca: era come agnello condotto al macello, come pecora muta di fronte ai suoi tosatori e non aprì la sua bocca” (Is 53,7). Il ‘servo’ prende su di sé il peccato del popolo con la nonviolenza ‘toglie il peccato del mondo’: ‘prende sulle spalle’ e ‘toglie via’, nel medesimo tempo. Porta i pesi degli altri e non pone pesi insopportabili sulle spalle degli altri.

Anche la pagina del vangelo parla di chiamate: vi sono i primi discepoli, che seguono Gesù. Che cosa cercate? E’ la prima domanda: la sequela si apre non con un discorso ma con un interrogativo. Così Gesù suscita un cammino e invita ad uno stare insieme. Seguirlo si radica su un cercare ed implica andare al fondo di un’inquietudine e di una attesa.

‘Che cosa cercate?’ è la grande domanda che attraversa il quarto vangelo. In ogni cuore c’è una sete profonda – come per la donna di Samaria al cap. 4 -. Gesù non mette al primo posto una sua risposta: piuttosto invita a stare nella ricerca, fa spazio ad una inquietudine, accompagna a porsi domande. Apre ad uno stare insieme. Oltre ogni pretesa di chiudere anche la sua presenza entro i ristretti confini di una ‘religione’ o di un tempio.

La strada conduce fino al giardino fuori del sepolcro alla fine del vangelo (Gv 20,11), quando il giardiniere sconosciuto rivolge a Maria di Magdala in lacrime una parola sconvolgente: ‘Donna, perché piangi? Chi cerchi?’. E’ chiamata per nome: ‘Maria’ e la domanda passa dal ‘che cosa’ al ‘chi’. L’intero vangelo si fa così itinerario da una ricerca di qualcosa alla ricerca di un tu, di una relazione ‘chi cerchi?’. E’ Gesù, la sua presenza, come parola di Dio al cuore di ogni ricerca umana.

Dove dimori? E’ un’altra domanda: racchiude non solo la ricerca della casa di Gesù, ma pone la questione su dove Gesù rimane. E Gesù ancora invita ad un cammino. ‘Venite e vedete’. Per accogliere lui è importante camminare, ‘venire’ e ‘vedere’, fare esperienza della sua vita, lasciarsi accogliere da lui. Si tratta di un coinvolgimento quotidiano dell’esistere, che apre ad un vedere nuovo.

Tutto questo avviene all’interno di una rete di relazioni. L’incontro con Gesù passa attraverso il tessuto delgli incontri. Sono gli incontri della quotidianità, della parentela e dell’amicizia: Andrea è fratello di Simone, Filippo è della città di Andrea, Filippo incontra Natanaele…. L’incontro con Gesù passa non attraverso voci magiche, eccezionali, ma nel tessuto delle parole, delle chiamate e delle relazioni di ogni giorno.

DSCF5464Alcuni spunti di riflessione per noi oggi

Parlare e ascoltare. Eli indica a Samuele un ascolto da coltivare. Giovanni indica Gesù e intende la sua presenza accanto a lui nell’espressione: “egli deve crescere io diminuire” (Gv 3,30). Eli può essere visto come una figura di educatore, capace di favorire un ascolto non delle parole proprie ma della parola di Dio. Questa si fa presente nel cuore di ognuno, come chiamata a compiere il proprio nome, unico e originale, la via della propria vita che nessun modello o regola può predeterminare, ma che va soperta nel dare spazio alla parole: alle parole umane e a quella Parola di Dio racchiusa nel proprio nome, nella vita.

Di fronte alle situazioni di violenza e di disumanità che sperimentiamo si accresce il senso di urgenza di quell’accompagnare alla scoperta di vie di umanizzazione che è la funzione educativa. Ma educare non è imporre un proprio modello, non è riempire di parole già date, è piuttosto fare spazio, aprire le possibilità per una ricerca oltre le chiusure e la bruttura del presente: fare spazio per un cammino in cui sia possibile l’accoglienza e lo scambio di parole di relazione.

Fare l’insegnante – osserva Carla Melazzini in “Insegnare al principe di Danimarca” (ed. Sellerio 2011) libro testimonianza di un’esperienza di scuola con ragazzi difficili in quartieri degradati – vuol dire “dare significato alla parola”, aprire a quello scambio di parole che rende possibile la comunicazione con l’altro e il superamento della violenza. Da qui la necessità di saper “accogliere i silenzi, i veti, ma anche gli indizi, i suggerimenti, gli orientamenti da parte degli alunni, pena la perdita, appunto, della significanza”. L’educazione come cammino comune, non relazione di dipendenza ma scoperta insieme nel ridare parola, nel fare spazio per ascolto, nello scambio di parole.

Alessandro Cortesi op

parole rodari

II domenica di Pasqua anno A – 2014

DSCF2749At 2,42-47; 1Pt 1,3-9; Gv 20,19-31

La sera del primo giorno della settimana: è questo il contesto di un incontro che avviene superando le chiusure di una casa sbarrata e di cuori rattristati e ripiegati. I discepoli sono insieme riuniti e le porte chiuse per paura dei giudei. “Gesù venne, si fermò in mezzo a loro e disse…”. Gesù viene in modo inatteso, e sta in mezzo: raduna in modo nuovo la comunità, discepoli e discepole, e sta in mezzo. E’ lui il centro e richiama tutti, li convoca, coloro che lo avevano abbandonato e tradito, attorno a lui. Gesù mostra mani e costato: è il medesimo crocifisso, non è un altro. Eppure la sua condizione è nuova, diversa. Apre i discepoli ad un cammino: dalla paura alla gioia, dalla chiusura a ricevere il dono della pace, dall’essere prigionieri del loro abbandono all’essere inviati fuori, dal peso della loro indifferenza al sentirsi perdonati e divenire testimoni di un perdono da dare e ricevere. Vedendo il Signore i discepoli furono pieni di gioia. C’è un dato costante in tutti i racconti di incontro con Gesù risorto nei vangeli: l’iniziativa è sua, la sua presenza non è attesa e programmata, il suo venire è azione gratuita e sconvolge. Addirittura il suo venire e il suo farsi ‘vedere’ non è riconosciuto immediatamente.

L’iniziativa è inattesa, è un venire in cui Gesù è protagonista; il Signore è riconosciuto dai discepoli, a loro Gesù affida un compito. Il suo primo saluto è un saluto di pace. La pace è il primo dono della Pasqua: ma è una pace che reca i segni di un dono e che sgorga da ferite, le piaghe delle mani e del costato che Gesù mostra. In mezzo a loro non c’è un altro ma il medesimo crocifisso risorto. Non ci potrà essere incontro con Gesù risorto se non nell’incontro con la via del crocifisso: ed è il crocifisso vivente che raduna ancora una comunità. L’incontro con lui rinvia al suo cammino umano, al porsi l’interrogativo del perché della sua passione e morte.

La presenza di Gesù risorto che supera le porte chiuse e apre cuori impauriti è segno che ogni ragione di paura è stata vinta. Apre ad una gioia che è scoperta di una speranza nella vita: è possibilità di scorgere anche nelle vicende umane più violente e tragiche che quella del male e della morte non è l’ultima parola, che vi è un oltre, che il Risorto è vivente e ha vinto la morte e ogni male.

“Pace a voi! Come il Padre ha mandato me, anch’io mando voi… alitò su di loro e disse: Ricevete lo Spirito santo; a chi lascerete andare i peccati saranno lasciati andare”. L’incontro con il risorto non mantiene fermi, ma apre ad andare, è invio, spinta ad uscire, ad entrare nel movimento di Gesù che è sceso e si è chinato a lavare i piedi ai suoi: mandato dal Padre per scendere e servire… I discepoli sono inviati a continuare l’opera di Gesù, il motivo della sua vita. Non fare grandi cose, ma testimoniare un incontro. L’invio inizia da un dono di respiro, da un soffio di vita comunicato. Insufflò su di loro: è dono di respiro che richiama al soffio donato ad Adamo, alito di vita (Gen 2,7) e fa scoprire di essere nuovi, capaci di portare quel soffio accolto. E’ anche evocazione del dono dello Spirito che fa riprendere il cammino ad una comunità dispersa e delusa, così come Ezechiele presentò nella grande metafora della pianura di ossa aride che riprendono vita (Ez 37,9). E’ anche soffio che proviene dalla croce: quello è il momento in cui Gesù consegnò il respiro, lo Spirito, dono dell’ora e della glorificazione. La prima comunità sperimenta una trasformazione profonda, che non è opera dell’uomo: il passaggio dalla paura al coraggio dell’annuncio per portare il perdono di Cristo è dono dello Spirito. Gesù chiede ai suoi di continuare la sua missione. E’ lo Spirito il grande protagonista dell’esperienza della fede e della testimonianza che da Pasqua inizia.

Il risorto affida ai discepoli la missione di perdonare. Alla comunità di chiusa nella paura, a tutti, discepoli e discepole, è donata la libertà di scoprirsi perdonati e la capacità di comunicare un dono. Sono chiamati a portare perdono come dono del risorto a tutti, insieme a quella pace, contrassegnata dalle ferite delle mani e del costato. E’ affidata la capacità del perdono, cioè di fare pace non come equilibrio di terrore o tregua armata, ma come capacità di lasciar andare, sciogliere, rimettere e immettere nella storia forza di riconciliazione. Questo invio va letto in parallelo con Mt 18,21.25: “quante volte devo perdonare al mio fratello che pecca contro di me?”. La comunità di chi crede in Gesù si vede affidata la testimonianza del perdono da dare e ricevere, da portare come segno della pasqua e di speranza rivolta a tutti per dire che per ciascuno c’è possibilità di sperare. Una missione di misericordia ed una missione di perdono dato perché ricevuto.

Gesù mostrando mani e costato accompagna i discepoli a compiere un passaggio dal tradimento e abbandono, al riconoscersi perdonati e all’esperienza della gioia di una accoglienza nuova. Dove per Giovanni il peccato è cecità, incapacità di riconoscere Cristo come luce nella vita, quella luce che illumina ogni persona.

L’incontro con Tommaso pone la questione del credere in rapporto al vedere: ‘abbiamo veduto il Signore’. Ma Tommaso il gemello, non crede. E’ gemello Tommaso, gemello di Gesù perché più vicino a lui nel desiderio di coerenza fino in fondo. E’ Tommaso l’unico che è fuori e non si è fatto rinchiudere nella paura, l’unico che rischia. Ed è gemello anche di ogni credente: è quella di Tommaso una ricerca che conduce ad andare a fondo nel cammino del credere, che pone difficoltà. La sua incredulità è desiderio di entrare in una relazione autentica vivente, è richiesta di toccare il corpo di Gesù. Tommaso solleva la questione della fatica del credere. Il dubbio, la fatica fanno parte della fede. E Tommaso ci pone anche la questione di un credere che non sia solo questione intellettuale, di un sapere asettico o fonte di potere, ma coinvolga il corpo, la vita nella sua totalità. E’ desiderio il suo di contatto e relazione. E il corpo è luogo di relazione autentica. Ma è anche sfida quella di Tommaso ad un credere nel corpo: la nostra vita, il corpo non in una sola dimensione ma con tutti i suoi sensi, in tutti i momenti dell’esistenza fata di cose, di sentimenti, di percezioni, è luogo di relazione con il Vivente. Tommaso è anche esempio di un itinerario del credere che passa dall’esigenza di vedere ad un credere che non richieda evidenza ma si fondi sulla testimonianza: un vedere oltre i segni. ‘vide e credette’. Al centro sta il motivo del credere.

DSCF2055Questa pagina ci può aiutare a cogliere alcune sfide per noi

In questi giorni viviamo minacce di guerra, la situazione dell’Ucraina è carica di tensione, e assistiamo a situazioni di conflitti in cui sembra non ci sia possibilità di soluzione: in Siria, in Sud Sudan, in Repubblica del Centrafrica. Ma c’è una relatà di rapporti violenti che attraversa la nostra quotidianità, in una rincorsa a sopprimere l’altro per avere più spazi e per primeggiare. Il dono del risorto è la pace: sorge la domanda sulla repsonabilità dei credenti oggi. La pace pone in questione il nostro credere come capacità di immettere nella storia l’inaudito di una pace che viene dal crocifisso, che nella sua vita vissuta nella nonviolenza radicale, conrastando ogni forma di potere che schiaccia le persone offre una via per noi. Il suo invio a immettere energie di perdonoe pace nella storia è luogo del nostro credere.

“L’incredulità di Tommaso ha giovato a noi molto più, riguardo alla fede, che non la fede degli altri discepoli” è espressione di Gregorio magno. Tommaso apre la comprensione del percorso del credere come itinerario fatto di domande di dubbi. Ma il suo essere fuori a differenza degli altri chiusi nella paura sollecita a vivere il rischio del credere, la fatica di porre domande scomode, l’esigenza di essere critici e inquieti diventando per tutta la comunità motivo di crescita. Tommaso poi richiama ad vivere un credere che coinvolga la corporeità, che ci faccia scoprire il corpo del Signore nel corpo della Parola, nel corpo del pane spezzato, nel corpo della comunità, nel corpo dei sofferenti e dei feriti.

Il dono del Risorto che si pone in mezzo ai suoi è dono di respiro. Viviamo spesso un credere senza respiro, senza soffio di vita. O affannato in una ricerca di cose da fare, di attività da eseguire, o incapace di respirare l’aria pura da ricercare oltre i luoghi chiusi che ingabbiano la fede e le comunità. Incapaci di accogliere quel soffio che permea la creazione, quel soffio di vita presente in chi non è ripiegato su di sè, il soffio presente nelle parole dei profeti della nostra quotidianità, voci spesso inascoltate. Incontrare il risorto è scoprirsi inviati in una vita in ascolto dello Spirito. Il respiro apre e fa comunicare con una presenza nuova del Signore che non si lascia racchiudere nelle costruzioni di appartenenza culturali e sociali, né nelle costruzioni dottrinali, e precede e ci raggiunge da tutti luoghi e persone in cui soffia desiderio di liberazione, speranza, apertura.

Alessandro Cortesi op

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