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commenti alla Parola della domenica e riflessioni

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XIII domenica tempo ordinario – anno B – 2018

IMG_0083.JPGSap 1,13-15; 2,23-24; 2Cor 8,7.9.13-15; Mc 5,21-43

“Dio non ha creato la morte e non gode per la rovina dei viventi. Egli infatti ha creato tutte le cose perché esistano; le creature del mondo sono portatrici di salvezza, in esse non c’è veleno di morte”

Non c’è veleno di morte nelle cose. Queste recano l’impronta di una benedizione che le rende portatrici di salvezza. La riflessione sapienziale cerca di leggere nella realtà del mondo il segno della presenza di Dio: scorge una bontà di fondo connessa alla radice profonda di ogni cosa e legge questa bontà come derivante da una sorgente di vita buona. C’è una benedizione che sta alla radice e che viene da una volontà di bene propria del Dio amante della vita. E tuttavia l’esperienza pone davanti anche le forze della morte che contraddicono e deturpano ogni bellezza. Ma tale costatazione non conduce ad attribuire a Dio stesso progetti di rovina per i viventi, ma a ribadire che il suo è disegno di amore e di vita. Dio non gode della rovina, la sua presenza è di bontà e di salvezza: tutto ciò che è espressione del male suscita una domanda aperta che tale rimane e non accetta facili soluzioni. Ma essa non può far venire meno, nell’affidamento a Lui, la certezza fondata sulla sua Parola e sulla promessa che il Dio della vita rimane fedele al suo dono di alleanza.

Gesù ha manifestato nei suoi gesti il volto di Dio della vita: nel suo agire si è posto in deciso contrasto nei confronti di ogni forza di morte e di malattia. Due donne sono al centro di due episodi riportati nella pagina di Marco: la figlia di Giairo di soli dodici anni, e una donna segnata dalla sofferenza di un’infermità prolungatasi negli anni. Al centro sta la fede che viene riconosciuta da Gesù come forza di salvezza.

Giairo si getta ai piedi di Gesù e ‘lo pregava con insistenza’. Gesù lo invita: ‘Non temere continua solo ad aver fede’. Gesù giunge alla sua casa. Risponde alla richiesta insistente, decide di essere presente: il suo stile è quello di andare e visitare. Nella casa rivolge alla figlia di Giairo la parola: ‘Talità kum, Io ti dico alzati’: è questo già annuncio efficace della risurrezione. La risurrezione è infatti ‘alzarsi dalla morte’. Tutti i parenti sono presi da stupore, come nel racconto di Marco lo saranno i testimoni della risurrezione. In questo incontro Marco presenta un grande annuncio: nei gesti di Gesù è presente la forza della risurrezione quale vittoria sul potere della morte. Gesù rende partecipi coloro che a lui si affidano con tutto il cuore del movimento della sua risurrezione.

Una donna senza nome, di cui si descrive solo la malattia e il timore si avvicina a Gesù. Impaurita aveva cercato di toccare il suo mantello. Mentre la folla attorno a lui lo premeva da ogni lato Gesù si accorge che qualcuno lo aveva toccato. E’ un tocco particolare, non è come quello di chi lo spinge: è un lambire la sua veste, il suo mantello nell’attesa di chi si affida. Gesù la riconosce e le dice ‘Figlia, la tua fede ti ha salvata. Va’ in pace e sii guarita dal tuo male’. Riconosce la fede di quella donna come forza di salvezza. Nel tentativo di toccare il suo mantello quella donna ha raccontato la semplicità della fede e la profondità di un consegnarsi. Ha compreso che Gesù proprio nel suo cammino di povertà è più forte della malattia che esclude ed emargina. E Gesù risponde a questo sincero desiderio d’incontro. La fede è ben altro rispetto all’esaltazione della folla che cerca miracoli. E’ piuttosto incontro personale, affidamento profondo e nascosto e si fa strada nella ricerca sofferta, nel cuore di chi consegna a Gesù la propria vita e cerca un contatto personale con lui. Fede è così far propria la scelta di povertà di Gesù.

Paolo ai Corinti e alle chiese della Macedonia chiede di organizzare una colletta per aiutare la comunità di Gerusalemme che vive un momento di difficoltà. A Corinto era stato deciso l’invio di un aiuto economico ma l’organizzazione della colletta procedeva con lentezza: per questo Paolo invia Tito suo collaboratore con altri due per sollecitare e portare a compimento quell’opera (2Cor 8,6). Questo gesto di aiuto diviene motivo per presentare i motivi di fondo che determinano lo stile di rapporti cristiani tra le comunità e le persone.

La situazione dell’altro, anche lontano, nella difficoltà, costituisce un appello a condividere. Redistribuire i beni, fare uguaglianza, prendersi cura di chi ha meno sono richieste derivanti dal vangelo. Paolo ricorda che quest’opera generosa è per mettere alla prova la generosità dell’amore (agape). La colletta non è solamente un gesto di elemosina. La motivazione di questo gesto sta nel riferimento a Cristo. Ne è in gioco il rapporto con lui: “Conoscete infatti la grazia del Signore nostro Gesù Cristo: da ricco che era, si è fatto povero per voi, perché voi diventaste ricchi per mezzo della sua povertà”

L’uguaglianza che si realizza con il gesto della colletta costituisce così un’esperienza della grazia “Qui non si tratta di mettere in ristrettezza voi per sollevare gli altri, ma di fare uguaglianza”. Paolo suggerisce di scoprire la relazione nuova a cui apre l’incontro: dare e ricevere non sono a senso unico. Per gli uni significa condivisione di beni materiali, ma chi dà si trova investito di un dono; riceve un altro tipo di beni. Non si tratta quindi di un impoverimento ma di aprirsi allo scambio dei doni. E’ il miracolo della gratuità. Paolo parlando di questo scambio rinvia all’evento dell’incarnazione: ‘Da ricco che era si è fatto povero perché voi diventaste ricchi…’. L’incontro con Gesù, la fedeltà alla sua incarnazione si attua nelle relazioni di solidarietà e di condivisione.

Alessandro Cortesi

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La tua fede…

In un libro che ha avuto successo qualche anno fa i giovani italiani sono stati definiti in modo generale come ‘la prima generazione incredula’. Su questa linea si sono sviluppate indagini e analisi che hanno sottolineato l’individualismo e l’indifferenza come tratti principali di una generazione che per molti aspetti non vive attitudini proprie ma partecipa a movimenti in atto trasversali nelle diverse generazioni.

Tra coloro che si sono posti in attitudine di ricerca ed insieme in posizione di ascolto c’è Alessandro Castegnaro direttore dell’Osservatorio religioso del Triveneto. Il suo punto di vita è diverso ed manifesta una posizione critica di fronte a chi legge la condizione giovanile situandola entro le categorie di ateismo e incredulità. Osserva infatti movimenti profondi in atto nella sensibilità giovanile e ne sottolinea innanzitutto un aspetto dominante: la ricerca di autenticità nella ricerca di sé: tale orientamento, così importante per i giovani, non conduce necessariamente all’individualismo ma è cammino irto e difficile laddove il rapporto con la tradizione religiosa vede un mutamento radicale.

Osserva Castegnaro: “la stessa identità religiosa non viene semplicemente ‘trasmessa’, ma è oggetto di scelta e di costruzione. La tradizione religiosa non si pone dunque più come un insieme di credenze da assumere ‘chiavi in mano’, senza un lavoro e una appropriazione; non si pone più come un insieme di valori e di regole obbliganti, che si tratta di apprendere in casa o in parrocchia e di attuare poi nella propria vita, ricevendoli come un dovere. Il rapporto con le religioni cambia di forma.
Le religioni diventano uno spazio nel quale è possibile portare avanti le proprie esplorazioni, condurre incursioni, fare esperienze, per qualcuno trovare riposo o un momentaneo ristoro, a partire dal bisogno di comprendere se stessi e dalla personale ricerca di senso” (A. Castegnaro, Al di là del pessimismo, I giovani, la fede, la chiesa, Intervento all’assemblea USMI Vicenza 7 ottobre 2017)

Ciò che sta al primo posto nella preoccupazione dei giovani è la ricerca di se stessi, della propria identità nella fedeltà, questa sì perseguita con tenacia, ad essere autentici e non a lasciarsi definire da scelte compiute da altri e imposte su di loro. Vari aspetti del loro collocarsi in rapporto alla fede sono così evidenziati. In primo luogo essi si situano ‘fuori del recinto’. “Il recinto – dice ancora Castegnaro – è un fatto mentale. È l’idea che l’istituzione, anche quella religiosa, venga prima della persona, che la risposta venga prima della domanda, che la legge venga prima della coscienza, che l’obbedienza venga prima della libertà. Tutto questo non è più. Si tratta di un fatto avvenuto, qualcosa di cui si può solamente prendere atto. La fonte di ciò che permette di considerare plausibile, credibile, degna di rispetto e di attenzione una proposta religiosa di senso è traslocata dall’empireo intoccabile delle religioni nell’intimità spirituale delle persone”.

Una ricerca interiore, intima, certamente si espone a tutti i rischi dell’intimismo, della soggettività incapace di aprirsi al confronto, dell’individualismo disinteressato dell’altro. Ma non necessariamente questi rischi sono esiti della ricerca interiore. Un secondo tratto proprio della sensibilità giovanile è quella della religione in stand by: essi non attuano un rifiuto di ostilità o di disinteresse, e neppure si sentono trascinati ad un impegno e coinvolgimento, eccettuati alcuni particolari settori. La maggior parte di essi lascia le questioni religiose sullo sfondo dell’esistenza, rinviando ad altri momenti domande che peraltro non sono cancellate. La condizione più diffusa è quella di presa di distanza dall’istituzione percepita come incapace di cogliere le proprie ricerche di senso, e a questa si accompagna il sentimento di indeterminatezza. Il non avere certezze non implica un aver chiuso con la dimensione religiosa, ma ne inaugura un diverso approccio.

Rilevando tali caratteristiche Castegnaro individua quella che egli definisce come ‘la terra di mezzo del credere’: “Quello che i giovani ci dicono è che oggi il credere non è così sicuramente associato all’idea di certezza come di solito pensiamo. C’è un vasto spazio, probabilmente maggioritario, una ‘terra di mezzo’ del credere, in cui prendono vita gradi, configurazioni e livelli del credere quanto mai frastagliati. Questa terra di mezzo si manifesta come indeterminatezza, incompletezza, indecidibilità e desiderio di credere più che in termini di ottusa incredulità. È una specie di possibilismo o di probabilismo, che da un lato appare esitante, ma dall’altro rappresenta un modo per tenere aperta la possibilità di esplorare lo spazio religioso. Come ha detto un giovane: ‘Io sono non credente, ma una cosa l’ho capita, a Dio bisogna lasciare la porta socchiusa’” (ibid).

L’esperienza dei giovani nel mondo contemporaneo chiede di essere accostata e letta con la cura e l’attenzione per scorgervi la provocazione che proviene da tale esigente ricerca di autenticità. Essa reca con sé l’esigenza di tempi diversi che sono tempi di attesa, di sospensione ma anche di maturazione: lo stare nell’incertezza affrontando la sfida di evitare le certezze facili è attitudine talvolta faticosa. I giovani testimoniano e comunicano la presa di distanza dall’istituzione percepita come incapace di dare testimonianza significativa di orizzonti per investire la vita. Sono disposti a vivere rispetto e ascolto per testimoni che operano scelte coerenti coinvolti in modo personale, spesso propri in forme non inquadrate nelle direttive della chiesa stessa.

Tutto questo pone in discussione i criteri tradizionali del credere connesso ad una appartenenza acritica alla chiesa, e la distinzione tra credere e non credere come dati opposti e contraddittori. In un’età dell’incertezza e del disincanto la sfida è quella di vivere la pazienza nell’entrare in dialogo laddove le porte sono socchiuse, perché cammini di autenticità possano maturare.

Così conclude Castegnaro invitando ad abitare anche la complessità del rapporto con i giovani e dell’esperienza del credere oggi: “Nel mondo contemporaneo infatti non si può evitare di essere coinvolti in un processo di individuazione del proprio credo, che assume forme complesse e ha bisogno di tempo” (ibid).

Alessandro Cortesi op

 

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Ricordare contro il silenzio

Vera-Jarach

Nel giorno della memoria… una intervista che dà a pensare: la testimonianza di Vera Vigevani Jarach

qui la sua intervista a La Stampa

Due testimoni: memoria e gratitudine

Due figure di domenicani che hanno condotto il loro impegno in diversi ambiti, della teologia e della lotta per i diritti umani, hanno concluso il loro cammino terreno.

In modi diversi, in ambiti diversi di impegno, hanno testimoniato la forza liberante del vangelo quale bella notizia per i poveri e hanno dedicato vissuto la loro fede con competenza e occhi aperti in attitudine di compassione con i cammini dell’umanità.

Père Henri BURIN DES ROZIERS

Il primo è Henri Burin des Roziers. Nato a Parigi nel 1930, in una famiglia dell’alta borghesia cattolica parigina. Così egli stesso racconta della sua adolescenza: “Da bambino e adolescente non leggevo molto la Bibbia e non ero un praticante fervente. Tuttavia conservo un ricordo molto forte delle visite alle famiglie povere della regione di Parigi che ho iniziato a fare alla fine dei miei studi secondari, con un gruppo di cristiani. La guerra stava finendo. Nel contatto con queste persone ho avvertito che lo slancio di solidarietà che mi spingeva era profondamente radicato in me. Era qualcosa che toccava la mia fede…”.

E’ poi arruolato nell’esercito francese e prende parte alla guerra di Algeria negli anni 1954-56. Dopo aver conseguito la laurea in diritto nel 1957 entra nell’Ordine domenicano in seguito ad un incontro con p. Congar. Così egli stesso ne parla: “Al ritorno dall’Algeria… grazie all’ottenimento di una borsa di studio mi sono recato a Cambridge per fare il dottorato in diritto. Lì ho incontrato p. Congar … aveva una fede assai profonda, un’immensa apertura di spirito e una grande libertà riguardo all’istituzione. Dopo aver ottenuto il mio dottorato in giurisprudenza tornai a Parigi. Avevo preso una decisione: sarei entrato dai domenicani: I miei genitori ne rimasero stupiti ma accettarono”.

Viene ordinato presbitero a Parigi nel 1963 e diviene assistente della facoltà di diritto negli anni della contestazione. Per più di dieci anni negli anni ‘70 svolge attività come operatore sociale a Annecy, lavorando con immigrati tunisini, lavoratori in piccole fabbriche e vittime di razzismo. Inizia a difenderli come avvocato nel tribunale del lavoro. Ma per il suo impegno a favore di barboni e nomadi è costretto ad abbandonare la parrocchia di Annecy. Proprio nel medesimo periodo l’incontro con alcuni esiliati brasiliani lo rende consapevole della situazione di questo paese latinoamericano. Nel 1978 viene inviato così in Brasile e da subito inizia la sua collaborazione con la Commissione della Pastorale della terra (CPT), organo della Conferenza nazionale dei vescovi del Brasile (CNBB).

“Nella regione del ‘Becco di pappagallo’ al sud dell’Amazzonia dove fui inviato dalla CPT presi coscienza della feroce oppressione che i più potenti – grandi proprietari fondiari, politici e rappresentanti della giustizia – esercitavano sui più deboli. Uomini e donne la cui vita valeva quanto un animale. E tuttavia quei poveri, quei prediletti di Dio lottano per la dignità e la giustizia, di fronte ad un sistema che li pone ai margini fino al punto di eliminarli fisicamente”.

Henri opera in Amazzonia ponendo a servizio la sua competenza giuridica nella difesa dei contadini che rivendicano il diritto alla terra. In Brasile circa quattro milioni di ‘senza terra’, sfruttati talvolta nel lavoro schiavo (la condizione per cui sono costretti a lavorare per ripagare la sussistenza che viene loro data), ripongono le loro attese alla fine della dittatura nella riforma agraria. Ma soprattutto in Amazzonia la situazione è particolarmente difficile per il dominio dei fazenderos, grandi proprietari terrieri che impediscono ogni cambiamento dello status quo. Henri Burin s’impegna per la liberazione di contadini imprigionati a causa delle loro proteste e rivendicazioni, o sottoposti a torture per aver occupato terre di latifondi.

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La sua lotta a fianco dei Sem Terra prosegue negli anni. Per la prima volta nel 2000 ottiene la condanna di un fazendero in un tribunale a Belem. Nel 2003 Henri è nominato membro della Commissione nazionale contro il lavoro schiavo. Subisce ripetutamente minacce di morte.

Negli anni, nonostante alcuni risultati positivi, la situazione non ha avuto cambiamenti rilevanti: i proprietari terrieri mantengono con la violenza e l’intimidazione i loro privilegi e la riforma agraria trova difficoltà nella sua attuazione. Henri de Roziers pur sotto la minaccia di morte incombente, e mentre attorno altri impegnati a difendere i Sem Terra, come suor Dorothy Stang nel febbraio 2005, vengono uccisi, continua l’opera di difesa dei più deboli.

Nel 2013 è rientrato in Francia a causa dell’età e delle condizioni precarie di salute ed è morto a Parigi lo scorso 26 novembre all’età di 87 anni.

Negli ultimi anni si soffermò a lungo sulla figura di Bartolomeo de Las Casas “esempio eccezionale di conversione progressiva, paziente, riflessa, ai poveri, a coloro che alla sua epoca erano senza diritti, gli indios dell’America latina, schiavi dei coloni spagnoli”. Ogni giorno meditava sulla parola di Gesù: “Quello che fate a uno di questi piccoli, l’avete fatto a me” (Mt 25,31-46)

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In un’intervista a ‘La vie’ nel 2013 dopo aver narrato della sua esperienza elencava alcune indicazioni per la vita, sintetizzando in pochi punti i suoi consigli: “Abbandonatevi a Dio, coltivate il vostro giardino segreto, uno spazio personale dove ritrovarvi, siate coerenti con voi stessi, accettate le differenze, seguite il Cristo”. In particolare l’invito ad essere coerenti con se stessi merita attenzione.

Così egli sviluppa i tratti di tale invito: “Sentire che ciò che si fa è in coerenza con ciò che si pensa e dice, permette di essere in pace con se stessi. Si conosce così la gioia della libertà interiore. E’ fondamentale. Si è spesso prigionieri rinchiusi nei limiti delle convenzioni sociali o religiose. Di fatto ci si sente veramente liberi solamente se si è coerenti con se stessi: La difficoltà è liberarsi dai vincoli. Come fare? Formandosi delle convinzioni e rispettandole”.

Nei medesimi giorni è giunta la notizia della morte di Tiemo Rainer Peters, domenicano tedesco e teologo. Dopo un lunga malattia è morto il 25 novembre 2017 a Münster.

blog20150414-03Era nato il 13 ottobre 1938 a Amburgo. Entrato nell’Ordine domenicano nel 1960 aveva condotto i suoi studi dal 1961 al 1969 nel convento di Walberberg, centro di studi della provincia di Teutonia nella regione della Renania.

Nel 1975 ha conseguito il dottorato a Münster dove aveva condotto gli studi di specializzazione. La sua tesi diretta da Johann Baptist Metz verteva sulla presenza del ‘politico’ nella teologia di Dietrich Bonhoeffer . Peters continuò il suo servizio come docente di teologia, assistente di Metz a Bielefeld e nella Facoltà di Teologia cattolica di Münster. Dal 1979 al 2004 è stato docente di teologia sistematica e dal 1978 alla sua morte ha avolto il compito di assistente ecclesiale di un pensionato a Münster.

Con Johann Baptist Metz, Tiemo Rainer Peters è stato uno degli autori che hanno elaborato la proposta della nuova teologia politica e di una teologia dopo Auschwitz in ambito cattolico.

Ben diversa dalla teologia politica di Carl Schmitt che costituiva una ideologia di Stato tendente al totalitarismo, la nuova teologia politica afferma uno sguardo su Dio che non può essere condotto senza uno sguardo all’umanità e al mondo. A partire dalla sua ricerca su Bonhoeffer, Peters ha maturato la convinzione che la teologia non è fine a se stessa ma dev’essere consapevole di una propria responsabilità nel contesto sociale e politico. Egli stesso si pone nella svolta data da Bonhoeffer alla teologia stessa.

Nella sua collaborazione con Metz, Peters ha potuto sviluppare in particolare una riflessione cristologica dopo Auschwitz assumendo la questione di Dio a partire dalla sofferenza umana. E’ proprio questo il titolo di una raccolta di studi in suo onore pubblicata nel 1998 in occasione del suo 60 compleanno: “Christologie nach Auschwitz. Stellungnahmen im Anschluß an Tiemo Rainer Peters”.

Metz, sulla scia di Karl Rahner, ha approfondito alcune linee fondamentali della ricerca teologica richiamando l’importanza della memoria, della narrazione e della solidarietà mistico-politica quali ambiti della teologia nel contesto contemporaneo. Ha così sottolineato la compassione quale attitudine centrale della fede cristiana. Si tratta di una compassione da vivere ad occhi aperti sulla realtà storica e sociale. Peters si pone nella medesima linea: “Io cerco nella mia attività accademica di lavorare in modo liberante e di rendere possibile un apprendere comunicativo”.

blog20150414-02“I teologi progressisti dopo il Concilio hanno chiaramente dimenticato o almeno trascurato qualcosa: che Dio non è solamente pensabile ma anche deve essere sperimentabile e vivibile; hanno dimenticato che non solo egli viene, ma ha una presenza nascosta; che la fede non solo apre alla riflessione critica, ma anche alla religione vissuta…”.

Peters reagisce contro una tendenza privatistica che egli riscontra nella teologia e nella politica, dando risalto al carattere pubblico e sociale dei contenuti della fede. In tale senso la spiritualità è politica ed ha il compito di impegnarsi nel contesto sempre più globale per aprire le possibilità di una politica capace di riconoscere la dignità di ogni persona umana.

Tiemo Rainer Peters è stato riconosciuto come maestro in sacra teologia nella medesima occasione, il 24 gennaio 2014, in cui un altro domenicano Gustavo Gutierrez ha ricevuto tale riconoscimento dall’Ordine domenicano. Entrambi sono testimoni di due teologie sorelle, la teologia della liberazione e la nuova teologia politica. In modi diversi hanno vissuto la loro ricerca teologica in rapporto alla sofferenza dell’umanità concreta e lasciandosi interrogare dalla passione del mondo, in vista della salvezza e della liberazione.

Alessandro Cortesi op

Per approfondire:

Claire Lesegretain, Le père Henri Burin des Roziers est mort, “La Croix” 28.11.2017

l’intervista raccolta da ‘La vie’ nel 2013: Henri Burin des Roziers: Défendre les pauvres a alimenté ma foi, propos recueillis par Jean-Claude Gerez publié le 29/11/2017

A questo link un’intervista televisiva

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U.Engel, In memoriam Tiemo Rainer Peters (17.10.1938-25.11.2017)

U.Engel, Nachruf Tiemo Rainer Peters

I domenica di Avvento – anno B – 2017

IMG_1663.JPGIs 63,16-17.19; 64,1-7; 1Cor 1,3-9; Mc 13,33-37

“Tu, Signore, sei nostro padre, da sempre ti chiami nostro redentore. Perché, Signore, ci lasci vagare lontano dalle tue vie e lasci indurire il nostro cuore, così che non ti tema?”

Il volto di Dio è presentato dal terzo-Isaia, profeta del dopo esilio, come colui che porta salvezza, redentore. Il vagare senza meta e il cuore indurito sono le due immagini che esprimono la condizione di chi si è dimenticato della presenza di Dio nella vita, della relazione che lega in una alleanza.

L’invocazione del profeta si fa preghiera: “Ritorna per amore dei tuoi servi, per amore delle tribù, tua eredità”. E’ una richiesta a ritornare guardando a coloro che si ricordano delle sue vie. E’ sottintesa implorazione a far ricordare quelle vie che sono state vie di liberazione. La richiesta di un ritorno di Dio si unisce al riconoscimento di aver vissuto il peccato come ribellione. Ma la fiducia nella vicinanza di Dio è più grande del peccato: Dio è colui che si fa incontro:

“Tu vai incontro a quelli che praticano con gioia la giustizia e si ricordano delle tue vie. Ecco, tu sei adirato perché abbiamo peccato contro di te da lungo tempo e siamo stati ribelli”.

L’invocazione si chiude con una immagine che richiama la creazione e la presenza di Dio padre di tutte le cose perché sorgente di ogni esistenza. L’argilla è solo materia informe nelle mani del vasaio. Deve riconoscere come tutto proviene dalle mani di chi la può plasmare e riplasmare di nuovo. Così la vita di una umanità tratta dalla terra che vive per l’opera e per il soffio di Dio: “Ma, Signore, tu sei nostro padre; noi siamo argilla e tu colui che ci plasma, tutti noi siamo opera delle tue mani”.

Dio ha i tratti di un tu che ‘va incontro’ a quanti praticano la giustizia e si ricordano delle sue vie.

Paolo, iniziando a scrivere alla comunità di Corinto di cui ha avuto notizie e a cui si appresta a rispondere a tante difficoltà e dubbi sollevati, innanzitutto ha parole di lode per i tanti e diversi doni che rendono quella comunità ricca di differenze: “non manca più alcun carisma a voi, che aspettate la manifestazione del Signore nostro Gesù Cristo”.

Paolo richiama ad un futuro manifestarsi di Gesù. Ogni impegno trova suo fondamento nella fedeltà di Colui che è fedele: “Egli vi renderà saldi sino alla fine, irreprensibili nel giorno del Signore nostro Gesù Cristo. Degno di fede è Dio, dal quale siete stati chiamati alla comunione con il Figlio suo Gesù Cristo, Signore nostro!”

‘Dio è fedele’. La sua fedeltà è in rapporto ad un sogno di comunione. Su questo deve fondarsi l’attesa dei Corinti verso il manifestazione di Cristo. C’è una chiamata nella vita dei cristiani ad un legame di comunione che lega insieme e avviene attraverso l’incontro con Gesù.

La parabola dei servi e del portiere è posta nel quadro del capitolo 13 di Marco, i cosiddetto discorso apocalittico: il richiamo di fondo al cuore di questo discorso è a vegliare, cioè vivere il tempo con consapevolezza e impegno.

C’è un ricordo della stanchezza degli apostoli che si addormentarono e non resistettero nel rimanere accanto a Gesù (Mc 14,37). Ma c’è anche un rinvio alla vita di una comunità che si stanca e non tiene il passo. Vegliare significa non perdere di vista il rapporto con Gesù. lo stare con lui. Gesù visse il tempo della sua vita nel rapporto profondo unico con l’Abba. Ha vissuto l’affidamento della fede e nel suo ‘vegliare’ sta la radice del suo agire.

Vegliare si oppone all’indifferenza, alla superficialità, alla disattenzione di sprecare il tempo. “Vegliate dunque: voi non sapete quando il padrone di casa ritornerà…”

Vegliate non è imperativo che mantiene sotto la minaccia e nella paura. E’ piuttosto il vegliare di chi sa che qualcuno sta giungendo e per questo il tempo assume un altro spessore. E’ annuncio del ritorno di colui che è passato facendo del bene, di Gesù che ha testimoniato nella sua vita il disegno di Dio di un mondo di fraternità. E’ invito a scorgere all’orizzonte di un presente contraddittorio i segni di un farsi vicino che non viene meno e porterà a compimento le promesse del Dio fedele. L’incontro con Gesù, la comunione, saranno l’ultima parola della storia. Nel tempo il vegliare si declina nello scorgere i segni, affrettare il venire, preparare il cuore.

Alessandro Cortesi op

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Vegliate

‘Vegliate’ è il grande invito dell’avvento: come chi nella notte attende una presenza amata che torni e bussi alla porta. Come chi veglia accanto a chi soffre.

E’ di questi giorni una notizia che ci ha drammaticamente riportato il contrasto tra la perdita di umanità, e la capacità dei poveri di saper vegliare anche laddove la malvagità sembra cancellare ogni respiro di dignità.

Una eritrea di 24 anni ha partorito un figlio, nato morto mentre era ancora in Libia, imprigionata, in attesa di potersi imbarcare nel viaggio della speranza verso l’altra sponda del Mediterraneo, verso l’Europa agognata. Ma dopo il parto è rimasta per tre giorni agonizzante, fino a morire prima dell’imbarco. I trafficanti hanno caricato il suo cadavere sul barcone ordinando a coloro che erano stati imbarcati di gettarlo in mare durante la traversata. Altre donne salite sul barcone non hanno obbedito a questo comando disumano. L’hanno vegliata fino all’approdo in Sicilia ad Augusta, dopo essere stati recuperati dalla ONG spagnola ‘Open arms’, il 25 novembre u.s. ‘Era nostra sorella’ hanno detto. Sono stati 431 i superstiti di questa navigazione.

L’hanno vegliata nel buio della notte e nel mare, nel buio della malvagità degli aguzzini e nel buio dell’indifferenza di un’Europa che non riconosce ai migranti dignità e sta conducendo una guerra per tenerli esclusi. Quel vegliare ha reso testimonianza della gratuità dell’umana compassione. Private di ogni cosa hanno saputo donare: la loro cura, la loro umanità, la loro speranza: ‘Qui troverà pace’ hanno anche detto. Hanno saputo scorgere negli occhi di una vittima lo specchio dell’essere tutti stranieri nel tempo dell’esistenza. Cosa che non riusciamo a vivere nell’Europa che si arrocca e sigilla le frontiere. Quel vegliare è un sussulto di umanità, un messaggio silenzioso a chi non sa più vegliare su volti umani che recano sofferenza.

Questo anonimo vegliare è segno profetico e dovrebbe risvegliare da un sonno che pesa sui nostri giorni. La navigazione umana è un viaggio comune in una attesa che chiederebbe di essere condivisa.

Alessandro Cortesi op

XX domenica – tempo ordinario A – 2017

IMG_0371Is 56,1.6-7; Rom 11,13-15.29-32; Mt 15,21-28

“Gli stranieri, che hanno aderito al Signore per servirlo e per amare il nome del Signore e per essere suoi servi, li condurrò sul mio monte santo…”

Il tempio è casa di preghiera per tutti i popoli: sarà aperto, nella visione di Isaia e diverrà luogo di incontro anche con con gli stranieri che hanno aderito al Signore. Nel tempo dell’esilio, a contatto con popoli stranieri Israele scopre che il disegno di salvezza e alleanza è aperto per tutti. L’incontro con Dio non esclude ma va al di là dei confini che dividono i popoli: anche popoli stranieri potranno partecipare alla gioia.

Il rapporto con lo straniero è ambivalente in Israele. Da un lato implica sospetto e timore: bisogna guardarsi dagli stranieri per non venir meno alla fedeltà al Dio della liberazione e del patto, e non cadere nel grande peccato l’idolatria. D’altra parte la presenza dello straniero è un segno e memoria che fonda la stessa fede. E’ ricordo della condizione di oppressione e schiavitù vissuta in Egitto, come stranieri disprezzati, ed è memoria della condizione dell’esodo, del cammino in cui Israele ha incontrato la presenza vicina di Dio.

L’alleanza e l’elezione non sono privilegi, ma recano in sé una missione ed un’apertura per tutti i popoli. È questo l’approfondimento che proviene dalla dolorosa esperienza dell’esilio. Il disegno di pace di Dio ha orizzonti universali.

L’incontro con lo straniero ricorda sempre che Dio è ‘altro’, è ‘straniero’ lui stesso: il Dio diverso da ogni creatura, si fa vicino nella presenza che chiede accoglienza. L’ospitalità in questo contesto è terra sacra, spazio di fede.

Nella pagina del vangelo è narrato l’incontro di Gesù con una donna straniera, cananea, nel territorio pagano, di Tiro e Sidone. La donna si presenta a Gesù con una richiesta e un’invocazione. L’incontro si fa occasione per un insegnamento sulla salvezza oltre i confini d’Israele. Gesù è venuto per radunare i figli dispersi di Israele. La donna straniera gli dice che anche i cagnolini si cibano delle briciole che cadono dalla tavola dei loro padroni – con questo termine erano indicati così i pagani -. Il testo riflette le difficoltà presenti nella comunità di Matteo nell’accogliere i non-ebrei. Le parole di Gesù indicano l’orizzonte in cui egli si mosse: ‘non sono stato inviato che alle pecore perdute della casa di Israele’. E’ quanto Gesù stesso chiede ai dodici (Mt 10,5). Gesù presenta nella sua compassione il modo di agire di Dio che si prende cura, così quando guarda le folle, pecore perdute e senza pastore (Mt 9,36).

La donna non accampa diritti, non chiede il pane dei figli ma chiede ma dice che ce n’è per i figli ed anche per altri. Nelle sue parole sta la comprensione profonda che la presenza di Gesù è vicinanza della misericordia di Dio per tutti. Gesù scorge nella sua richiesta una fede grande, oltre i confini di Israele e per questa fede dice che la figlia della donna è guarita. La guarigione diviene segno di una salvezza per tutti non solo per i giudei ma anche per i pagani.

Gesù loda la fede di questa donna pagana piena di coraggio che con la sua preghiera lo costringe e lo apre ad un orizzonte nuovo. Questa pagina fa scorgere la scoperta della prima comunità che la predicazione di Gesù fedele al Dio d’Israele nel contempo è per tutti, anche per i pagani e stranieri. Paolo esprimerà tutto questo con le parole: ‘Non c’è più giudeo né greco; non c’è più schiavo né libero; non c’è più uomo né donna, perché tutti voi siete uno in Cristo Gesù’ (Gal 3,28).

C’è una fede che si fa presente in percorsi diversi. Gesù loda la fede di questa donna e la indica come ‘davvero grande’. Le strade della fede sono diverse, celate nell’interiorità. E non vi sono limiti di appartenenza religiosa etnica e culturale alla forza della fede. Questa donna anonima straniera è testimonianza della forza del vangelo che ogni uomo e donna avverte nel profondo al di là delle fedi e delle appartenenze culturali.

Alessandro Cortesi op

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Straniero

«Le scarpe hanno una relazione plastica con l’essere umano. È il contrario dell’idea di stabilità: le togli quando torni a casa, le indossi quando esci. È simbolo di movimento, cammino, viaggio. Per i musulmani, poi, ha un significato speciale: le tolgono all’ingresso delle moschee perché non sono pulite, portano con sé la sporcizia della strada. Ho scelto un simbolo concreto della sofferenza di cui fanno esperienza i rifugiati, arrivati da chissà dove a piedi, un simbolo reale della violazione delle leggi e dell’indifferenza per la geografia. Le scarpe si portano dietro l’impatto di tutto quello che hanno calpestato»

Con queste parole un artista siriano Thaer Maarouf spiega la sua scelta di aver inviato le scarpe usate dai migranti siriani giunti in Europa attraverso la Turchia e i Balcani a dodici responsabili dei governi europei e non solo. Un ricordo, un monito, una provocazione artistica…

Intervistato da “Il manifesto” (Chiara Cruciati, Dodici scarpe in cerca di asilo, “Il manifesto” 13 agosto 2017) Maarouf ha descritto le reazioni ricevute in risposta: «Non mi attendevo alcuna reazione dai governi Ma la risposta di quello spagnolo è stata incoraggiante: mi hanno inviato una lettera in cui danno i dettagli della loro assistenza ai rifugiati e dei piani futuri. Il governo britannico invece ha rispedito il pacco indietro, senza dare alcuna spiegazione. A carico del destinatario: ho pagato io per il loro rifiuto». Così pure ha fatto il governo del generale Al-Sisi in Egitto.

Nell’omelia per la festa di santa Rosalia a Palermo il 25 luglio scorso il vescovo Corrado Lorefice ha parlato della mancanza di futuro come nuova peste dei nostri giorni ed ha accostato nella sua riflessione lo sguardo a due esodi: ha parlato innanzitutto dell’esodo dei giovani siciliani costretti ad abbandonare la propria terra a causa della mancanza di lavoro e di opportunità nella vita sociale:

“L’esodo dalla Sicilia sta diventando una necessità storica terribile, che priva la terra del suo nutrimento decisivo. E ad alimentare un territorio, una città, sono i desideri, i progetti, la voglia di fare, le idee e le aspirazioni delle giovani generazioni che si avvicendano nel corso dei decenni e dei secoli. Senza la linfa ideale e rinnovata di questo ardore, senza il sapore di questo sogno, non c’è domani. Ma senza lavoro vero, dignitoso, costruttivo, teso a cambiare il mondo, non c’è domani”.

Ha poi parlato dell’esodo dei migranti che lasciano le terre del Nordafrica e dell’Africa subsahariana e raggiungono le coste della Sicilia.

“E mentre si compie quest’esodo doloroso, Palermo e la Sicilia tutta sono il porto ideale di un altro esodo, di dimensioni planetarie, quello dei popoli del Sud del pianeta – dei nostri fratelli africani e del Medio Oriente – che giungono in Europa in cerca di rifugio e di opportunità di vita. Non dobbiamo nasconderci però dietro i luoghi comuni o le visioni distorte di molta politica. La molla ultima di questo esodo biblico, al di là di ogni consapevolezza di chi parte, è il desiderio di giustizia”

Ha raccontato di questi due esodi per contrastare una diffusa attitudine a contrapporli, a metterli l’uno contro l’altro, riversando la colpa della mancanza di lavoro ai poveri che giungono dai Sud del mondo. Ed ha così parlato dell’idiozia che permea tanti discorsi vani e tante reazioni che riempiono le pagine dei quotidiani e alimentano paura e razzismo: “sarebbe un grave errore contrapporre i due esodi, quello dei nostri giovani e quello dei popoli del Sud. Chi ha una responsabilità politica ed è purtroppo miope e ignorante può farlo. Noi no. Noi no. Pensare che sia l’arrivo di tanti fratelli dal Sud del mondo a togliere il lavoro ai nostri giovani è una totale idiozia. Al contrario: l’esodo epocale dall’Africa attraverso il Mediterraneo è l’appello, e soprattutto l’opportunità che la storia ci offre, per ribaltare il perverso assetto del mondo e della sua economia; per creare nuove possibilità e nuove speranze proprio grazie all’accoglienza e all’integrazione dei tanti che giungono e che già oggi sono un polmone del lavoro e dello stato sociale in Italia”.

Due esodi da non contrapporre ma in cui scorgere gli appelli che giungono dalla storia in cui è presente una chiamata di Dio da accogliere, per un cambiamento, per una conversione. Sono appelli soprattutto a non perdere di vista i riferimenti fondamentali di una vita autenticamente umana.

Enzo Bianchi si è interrogato sulle vicende dei migranti presentata come una emergenza da affrontare. Con sguardo critico ha capovolto il mantra di questi tempi secondo cui l’emergenza è costituita da un’invasione in atto. E’ piuttosto un’altra la grande emergenza da fronteggiare. Ciò che manca è una visione chiara del dovere umanitario di soccorrere e la responsabilità per pensare, con quell’arte politica che è la prudenza, modalità di inserimento e di lavoro che implicano una impostazione di scelte economiche, un cambiamento di stili di vita e una scelta chiara di progettare insieme una società solidale, in cui al centro vi sia la dignità di vita di ogni persona e la scelta di ospitalità. L’emergenza più radicale è perdere di vista tali orizzonti:

“L’emergenza riguarda la nostra umanità: è il nostro restare umani che è in emergenza di fronte all’imbarbarimento dei costumi, dei discorsi, dei pensieri, delle azioni che sviliscono e sbeffeggiano quelli che un tempo erano considerati i valori e i principi della casa comune europea” (Enzo Bianchi, I migranti e il dovere di restare umani, “La Repubblica” 11 agosto 2017).

Alessandro Cortesi op

XII domenica tempo ordinario – anno A – 2017

IMG_3912Ger 20,10-13; Rom 5,12-15; Mt 10,26-33

“Il Signore è al mio fianco come un prode valoroso, per questo i miei persecutori cadranno e non potranno prevalere”. Geremia offre uno squarcio sulla sua vicenda personale segnata da una chiamata a farsi profeta uomo della Parola. La pagina è un testo di confessione: la parola uscita dalle labbra di Jahwè si è posata sulle sue labbra inviandolo ad una missione profetica.

L’invio accolto l’ha condotto a vivere situazioni inattese, a subire prove e difficoltà oltre le sue forze. La sua vita è così passata da una condizione di tranquillità al dover affrontare opposizioni e violenza. Annunciare la parola del Signore l’ha condotto a vivere conflitto e crisi. E tutto questo gli ha generato il pensiero di abbandonare tutto, di lasciare ogni impegno. Ciononostante avverte nel cuore un fuoco ardente, quello della Parola. Di fronte a minacce e oppressione matura la consapevolezza che Dio rimane al suo fianco, lo difenderà e i nemici non potranno prevalere.

Geremia sa che il Signore scruta il cuore e la mente: a lui ha affidato la sua vita. Dalla paura e dal senso di impotenza passa alla fiducia e invita anche altri a questa scoperta del volto di Dio che libera: “cantate inni al Signore, lodate il Signore perché ha liberato la vita del povero dalle mani dei malfattori”. Le parole sincere rivolte a Dio non nascondono la crisi ed anche il movimento di rivolta, ma si fanno invocazione: la sua vita è legata al filo di questo rapporto, è segno vivente di questo incontro.

“Un uccello non cade a terra senza il volere del cielo, tanto meno l’uomo” (Talmud Shebit 9,38d). Questo diceva la sapienza ebraica. Gesù forse aveva presente tale riferimento. Dio è per lui presenza che si prende cura della sorte dei passeri e conta i capelli del capo. Nel suo vangelo Matteo raccoglie le parole di Gesù nel discorso ‘missionario’ e al centro pone un invito alla fiducia e all’abbandono. I passeri sono tra i più piccoli uccelli ed erano venduti per uno spicciolo. Gesù parla del Padre capace di sguardo alle piccole cose, insignificanti agli occhi dei più, a ciò che non conta. E’ il Dio della cura e dell’attenzione. Il suo sguardo si lascia afferrare dalla vita.

Invita i suoi a non avere paura delle difficoltà, ma mette in guardia difronte a tutto ciò che fa inaridire la vita e le toglie questa fiducia: “Non abbiate paura di coloro che uccidono il corpo ma non hanno il potere di far perire l’anima; temete piuttosto colui che ha il potere di far perire e l’anima e il corpo nella Geenna… voi valete più di molti passeri”

La fiducia profonda e serena in Dio vicino non sottrae i discepoli alla fatica della testimonianza nel quotidiano. Nel momento della prova il discepolo dovrà ricordare la testimonianza stessa di Cristo. Gesù non propone ai suoi una affermazione sul piano umano o un futuro di gratificazioni: il cammino da lui percorso sarà anche quello dei discepoli: quello del servizio, del dono.

L’invito a ‘non temere’ ha unica ragione nella cura del Padre e nella comunione con Cristo nel momento della prova. La vita del cristiano sta ‘davanti al Padre mio che è nei cieli’. L’atteggiamento fondamentale del discepolo per Matteo è la fiducia semplice nel Padre che ha cura e conosce i capelli del nostro capo. La vita del discepolo è segnata dal legame con Cristo: ‘non temete voi valete più di molti passeri’.

Alessandro Cortesi op

papa-a-barbiana-2017-2Profeti e fedeltà

Nell’ultimo giorno di primavera di quest’anno Papa Francesco si è recato in visita alle tombe di don Primo Mazzolari (1890-1959) e don Lorenzo Milani (1923-1967) due figure di preti che hanno segnato la vicenda della chiesa e della società in Italia. Ricorre infatti in questi giorni il cinquantesimo della morte di don Milani.

Don Mazzolari e don Milani sono due profili molto diversi, per formazione, sensibilità e cultura. Vissero in stagioni diverse, don Mazzolari cappellano militare durante la prima guerra mondiale, matura il senso di opposizione alla guerra, fonda le sue scelte su di una radicale adesione al vangelo, condivide le scelte e gli ideali della Resistenza e per questo deve vivere per un certo tempo come clandestino. Fu parroco di Bozzolo nel mantovano negli anni 30-50 fino alla morte nel 1959. Denunciava una chiesa prona al compromesso con i poteri politici e fu emarginato e contrastato dalle gerarchie per le sue critiche ad una chiesa attratta dalle logiche del potere e dell’affermazione mondana.

Don Milani entrato in seminario dopo un percorso di conversione visse la sua esperienza pastorale negli anni ’40 e 50 come cappellano di San Donato a Calenzano, anni in cui maturò quanto nel 1957 espresse in Esperienze pastorali: questo testo presentava una lucida critica a forme di religiosità superficiali pur portate avanti e favorite dal clero in modo acritico. Le sue posizioni suscitarono la reazione della Curia di Firenze. Fu per questo osteggiato ed esiliato, inviato come priore a Barbiana presso Vicchio, una piccola parrocchia sulle colline del Mugello con poche decine di persone residenti e in condizioni ardue di vita. Lì rimase fino alla morte dando vita ad un’esperienza di scuola intesa come luogo di formazione critica per dare voce ai poveri che rimanevano esclusi. A Barbiana maturò l’esperienza di scrittura collettiva di Lettera ad una professoressa.

Fra Mazzolari e Milani ci fu conoscenza attestata da uno scambio di lettere tra il 1949 e il 1958: “l’assunzione radicale del messaggio evangelico nella propria esperienza personale e pastorale; la forte percezione dell’urgenza dell’azione cristiana, un’azione da incarnare nella storia rifuggendo le visioni astratte e spiritualistiche; la volontà di offrire la parola ai poveri, declinata come giustizia in entrambi, con attenzione speciale alla cultura in Milani; la forte critica ad atteggiamenti e impostazioni ecclesiali e politiche considerate sorde alle esigenze degli ultimi”. Così Mariangela Maraviglia ricorda alcuni aspetti comuni che legano questi due preti (M.Maraviglia, Il messaggio evangelico in tutto e per tutto. Quel sentire comune tra Milani e Mazzolari, “Impegno” 2017, 13-22).

Un anno fa papa Francesco ha citato Mazzolari osservando quale tratto della sua vita la vicinanza ai poveri: “Don Primo Mazzolari … era un prete che aveva capito bene questa complessità della logica del Vangelo: sporcarsi le mani come Gesù, che non era pulito, andava dalla gente e prendeva la gente come era, non come doveva essere». E a Bozzolo nella sua visita del 20 giugno ha detto: ”Don Mazzolari non si è tenuto al riparo dal fiume della vita, dalla sofferenza della sua gente… Non è stato uno che ha rimpianto la Chiesa del passato, ma ha cercato di cambiare la Chiesa e il mondo attraverso l’amore appassionato e la dedizione incondizionata”.

Nel 1955 in un saggio anonimo intitolato «Tu non uccidere» don Mazzolari scriveva: “Lasciate che io vi dica una parola intorno alla guerra è un punto oscuro dell’umanità, la ricapitolazione di tutte le ingiustizie e di tutti i dolori umani. Però, cari fratelli, vi faccio una domanda: trovatemi una giustificazione che Dio vuole la guerra”.

A Bozzolo nel suo discorso Francesco ha detto: “Per camminare bisogna uscire di casa e di Chiesa, se il popolo di Dio non ci viene più; e occuparsi e preoccuparsi anche di quei bisogni che, pur non essendo spirituali, sono bisogni umani e, come possono perdere l’uomo, lo possono anche salvare. Il cristiano si è staccato dall’uomo, e il nostro parlare non può essere capito se prima non lo introduciamo per questa via, che pare la più lontana ed è la più sicura. Per fare molto, bisogna amare molto”.

Anche in don Milani è chiara una linea di opposizione alla guerra che si espresse nella Lettera ai cappellani militari scritta durante la sua malattia e che gli causò l’accusa di apologia di reato per aver difeso l’obiezione di coscienza al servizio militare. Vi esprimeva la convinzione dell’inutilità e dell’ingiustizia delle guerre, cogliendo la differenza con quella che era stata la resistenza.

Don Milani ebbe una particolare attenzione alla parola, all’impegno nel dare voce ai poveri privati della parola. E’ quanto Francesco ha ricordato nel suo discorso dopo aver visitato la stanza della scuola con il grande tavlo al centro dove campeggia la scritta ‘I care’  dove si svolgevano le quotidiane attività della scuola: «Ridare ai poveri la parola perché senza la parola non c’è dignità e quindi neanche libertà e giustizia: questo insegna don Milani. Ed è la parola che potrà aprire la strada alla piena cittadinanza nella società, mediante il lavoro, e alla piena appartenenza alla Chiesa, con una fede consapevole. Questo vale a suo modo anche per i nostri tempi, in cui solo possedere la parola può permettere di discernere tra i tanti e spesso confusi messaggi che ci piovono addosso, e di dare espressione alle istanze profonde del proprio cuore, come pure alle attese di giustizia di tanti fratelli e sorelle che aspettano giustizia. Di quella piena umanizzazione che rivendichiamo per ogni persona su questa terra, accanto al pane, alla casa, al lavoro, alla famiglia, fa parte anche il possesso della parola come strumento di libertà e di fraternità”.

E così Francesco ha motivato il suo pellegrinaggio alla tomba di questo prete scomodo: “Vuole essere una risposta a quella richiesta più volte fatta da don Lorenzo al suo vescovo, e cioè che fosse riconosciuto e compreso nella sua fedeltà al Vangelo e nella rettitudine della sua azione pastorale”.

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L’educazione fu per don Milani come un ottavo sacramento, come ricorda in un bel libro Adele Corradi (Non so se don Lorenzo, ed. Feltrinelli) che collaborò con coinvolgimento profondo all’esperienza della scuola di Barbiana a partire dal 1963. Il suo scritto riporta una serie di impressioni e ricordi che accompagnano a scorgere tratti della personalità di don Lorenzo e la quotidianità dell’atmosfera di Barbiana, segnata dalla passione educativa e dall’attenzione ai bambini protagonisti della scuola che in lei generò apertura e cambiamento: “Prima di conoscere la scuola di Barbiana ero identica alla professoressa contro la quale si è scagliato: un’insegnante vecchio stampo… Ho scoperto che Barbiana era la scuola di cui avevo bisogno, la scuola come avrebbe dovuto essere, la scuola del futuro”.

Mazzolari e Milani, accomunati dalla attenzione ai poveri e dall’opposizione alla guerra. Due figure di profeti che hanno subito ostilità ed emarginazione nella società e nella chiesa, e che nella prova hanno vissuto quella fedeltà basata nel radicamento sul vangelo e sulla fiducia che il Signore rimane fedele.

“La visita del Papa, insieme, a Bozzolo e a Barbiana, in due periferie antiche (di campagna e di montagna) della provincia italiana, assume evidentemente un carattere forte e quasi programmatico: è la sanzione di una linea spirituale e pastorale italiana (che si può far risalire a Rosmini, a Manzoni, a Tommaseo e che giunge a Roncalli e a Montini), minoritaria ma sempre salda nella fede e radicata nella carità, ed è, pure, un’indicazione precisa e vivida, non incerta e non sbiadita, per i vescovi italiani”. (Fulvio De Giorgi, L’impaziente pazienza di don Lorenzo e don Primo)

Il gesto di Francesco di fare memoria della loro esistenza e ricordare oggi la loro eredità nella fedeltà al vangelo, nella vicinanza ai poveri e nella lucida opposizione alla guerra è segno importante che indica una direzione per il futuro, racchiusa nella preghiera di don Mazzolari ripresa al termine della visita:

“Sei venuto per tutti: per coloro che credono e per coloro che dicono di non credere. Gli uni e gli altri, a volte questi più di quelli, lavorano, soffrono, sperano perché il mondo vada un po’ meglio. O Cristo, sei nato ‘fuori della casa’ e sei morto ‘fuori della città’, per essere in modo ancor più visibile il crocevia e il punto d’incontro. Nessuno è fuori della salvezza, o Signore, perché nessuno è fuori del tuo amore, che non si sgomenta né si raccorcia per le nostre opposizioni o i nostri rifiuti”.

Alessandro Cortesi op

Invito alla mostra ‘Va’ e predica’

Immagini dalla mostra

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Auguri!

“La mia porta sarà sempre aperta per lei e per questa nuova rete… Mentre chiedo al Signore di non abbandonarla mai, soprattutto in questo momento difficile, la accompagno con riconoscenza e affetto. Non si dimentichi di pregare per me o, se non prega, le chiedo che mi pensi bene e mi mandi ‘buona onda’. Sinceramente, Francesco”

Riprendo e inoltro questi auguri inviati da Francesco, vescovo di Roma, in una lettera inviata ai fratelli sindaci e sorelle sindache che hanno partecipato nei giorni scorsi ad un incontro di confronto sulle politiche migratorie.

E’ un augurio che parla di porte aperte e di reti da tessere, dice il rispetto per ognuna e ognuno nel suo cammino, parla di riconoscenza e affetto.

Fra le righe dice che la stessa fede trova il suo senso solo se si pone al servizio di un cammino umano. Partecipi di una medesima storia si può vedere nell’altro un volto  accomunato nell’impegno a costruire insieme qualcosa di buono per sè e per gli altri.

Allora buon Natale con un pensiero buono per chi legge e con l’augurio di “buena onda’… ed anche con l’augurio di poter festeggiare in modo semplice con amici! (ac)

 

“Torno presto. Sarò fuori per poco, solo per la mia festa di compleanno”image001.jpg

Dopo Brexit… che fare?

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Per chi desidera leggere gli appunti dell’incontro e consultare le slides presentate da prof. Andrea Paci nel suo intervento cliccare qui

Cliccare qui per la registrazione video dell’incontro

XII domenica tempo ordinario – anno C – 2016

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(Berlino, maggio 2016)

Zac 2,10-11; Gal 3,26-29; Lc 9,18-24

“mentre si trovava assieme ai suoi discepoli in un luogo appartato a pregare…” Nel vangelo di Luca l’attenzione alla preghiera di Gesù è tratto tipico. E’ un invito a rimanere sulla soglia di questa esperienza che segnava le sue giornate, ma in fondo avvolgeva la sua persona stessa. Pregare per Gesù è segno del suo stare in una relazione fondante di vita, con il Padre suo. Pregare è luogo di domanda sulla sua identità, e di apertura ad incontrare ad aprirsi ad ogni altra relazione.

Molte curiosità sulla sua preghiera restano deluse dalla lettura dei vangeli: piuttosto si è introdotti in un cammino. Gesù è presentato in preghiera nei momenti decisivi della sua vita, al battesimo (Lc 3,21), prima della scelta dei dodici (Lc 6,12) e poi nella passione (Lc 22,41). In rapporto al suo pregare ritorna la domanda: ‘Chi è dunque costui?’ (Lc 8,25): è l’interrogativo che inquietava il re Erode (Lc 9,7-9) ed è al centro del vangelo. La grande questione della preghiera è quella dell’incontro. Ma è questa domanda che reca nel cuore e che attende un aiuto dai suoi: ‘Secondo voi, chi sono io?’.

“Chi sono io secondo l’opinione della gente?” Questa domanda è parola preceduta da un silenzio. Nel luogo in disparte la preghiera si apre e diviene colloquio con i discepoli. Le risposte presentate offrono luce su alcuni aspetti dell’identità di Gesù: per la gente Gesù ha il volto di Giovanni Battista, o di Elia, o di un ‘profeta’. Luca stesso aveva presentato Gesù con i tratti del profeta. nella sinagoga di Nazaret aveva parlato del grande profeta Elia (Lc 4,25-27). Secondo i discepoli – è la risposta di Pietro – Gesù è ‘il Cristo, il messia di Dio’. ‘Messia’ è ‘colui che è stato unto’ per una ‘missione’ da parte di Dio uomo scelto da Dio per portare salvezza.

Gesù non sembra dire quale sia la risposta giusta o sbagliata. Dopo queste reazioni parla di sé come ‘figlio dell’uomo’ e del suo cammino: ‘il figlio dell’uomo deve soffrire molto, essere riprovato dai notabili, dai capi dei sacerdoti e dagli scribi ed essere ucciso e risorgere il terzo giorno’. La figura enigmatica del ‘figlio dell’uomo’ rinvia al libro di Daniele al cap.7 dove si presenta una visione degli ‘ultimi tempi’, alla fine della storia. Il figlio dell’uomo viene tra le nubi e ha la funzione di giudice di tutta la storia (Dan 7,9-14): è indicazione di una figura trascendente. Ma anche figlio dell’uomo esprime il suo cammino di uomo, nel compiere una umanità fragile.

Nei vangeli ‘figlio dell’uomo’ è espressione utilizzata quando si parla della sofferenza che Cristo subì. Colpisce l’insistenza con cui Luca nel suo vangelo afferma che il messia ‘deve’ soffrire (cfr. Lc 13,33; 17,25; 22,37; 24,7.26.44). Non si tratta di una determinazione fatalistica. Nemmeno è indicazione che il Padre vuole la sofferenza del Figlio come necessaria. Le parole con cui Gesù descrive la sua missione, il suo passare attraverso la sofferenza e la morte sono un’interpretazione della sua vita alla luce del disegno di salvezza. Il Dio che si comunica ad Israele è il Dio amante della vita, che salva e rimane fedele alle sue promesse.

La morte di Gesù non è da lui voluta e cercata e non è nemmeno un incidente nel suo cammino. A suoi Gesù dice che la sua vita non sta nella direzione del dominio e della violenza, secondo le attese di un messia trionfatore e potente, ma nella via della dono e del servizio: in questo senso si pone come un cammino di umanità piena che compie le dimensioni più profonde del cuore umano. Vivendo in tal modo Gesù sa di esporsi ad un rifiuto. La sua stessa morte assume un significato di salvezza se letta in rapporto all’agire di Dio. Dio attua nella storia una pedagogia di incontro non con la violenza ma introducendo alla scoperta del suo volto quale inermità dell’amore. Solo l’amore può vincere la morte: anche nello scandalo della morte Dio si rivela come più forte della morte e salvatore.

Il ‘terzo giorno’ è tempo della liberazione, dell’intervento di Dio che viene in aiuto nel momento della prova: è giorno del risorgere. La fedeltà di Gesù al Padre, costituisce la via per la quale si attua la salvezza: in questo senso il ‘figlio dell’uomo deve molto soffrire’.

Infine il percorso di Gesù non è cammino solitario: si apre a coinvolgere tutti coloro che accolgono la sua proposta nell’intendere una vita de-centrata da se stessi, secondo la via del servizio. Gesù chiede di seguirlo non per vie di eccezionalità, non con gesti spettacolari e straordinari. Chiede invece di ‘prendere la croce ogni giorno’. ‘Prendere la croce’ è espressione spesso usata come sinonimo di rassegnazione ad una sofferenza subita, talvolta ingiusta. Ma prendere la croce per Gesù indica seguire la sua via: non è un richiamo alla sofferenza, ma ad assumere quel modo di intendere la vita nella direzione dell’amore che giunge sino alla fine, nel dono di sé, nel rendere ogni percorso anche l’assurdità del rifiuto e della violenza, luogo in cui si manifesta la gratuità dell’amore. La croce è segno non di dolore ma di una vita spesa per gli altri. Questo per Luca è uno stile che deve segnare il quotidiano: alla comunità che legge il suo vangelo, tentata dalla stanchezza, desiderosa dei grandi segni, impaziente, Luca dice che nell’ordinario di ogni giorno, nelle scelte nascoste si attua la condivisione con Gesù ed il seguirlo. Non in un orizzonte buio di sofferenza ma nella gioia per risorgere con lui. In questo senso ‘perdere la vita’, intendere la vita non nella prospettiva della paura e dell’accumulo, ma nella libertà che si dona, significa salvarla.

“Cosa ci sarebbe di più dirompente di una comunità di uomini e donne che realmente vivono volendosi bene, prendendo sul serio anche i conflitti, mostrando come ci si prende cura dei legami, di accogliere i bambini, di accudire i vecchi, sostenere i giovani, onorare in modo esemplare la legge, creando reti di protezione per i più fragili, mettendo intelligenza nelle questioni della vita civile, mostrando disinteresse per vantaggi esclusivamente personali, adottando uno stile di vita sobrio, prendendo sul serio il potente slancio della povertà attraverso l’attento discernimento delle risorse economiche, lavorando senza mire corporativistiche al bene comune, alla costruzione della città di tutti, e via di seguito, ritenendo che tutto questo sia realmente essere uomini e donne come Dio comanda?” (G.Zanchi, L’arte di accendere la luce. Ripensare la chiesa pensando al mondo, Vita e pensiero, 2015)

Alessandro Cortesi op

 

bruno_10x15-2.jpg (Bruno Hussar)

Abbattere muri

I muri delle religioni

Ci sono persone che recano in se stesse la storia della divisione, il dramma della opposizione, la separazione dei muri. Sono le persone che portano nel proprio DNA diverse radici, persone che appartengono a popoli diversi. Forse da persone come queste è da ascoltare la profezia di un superamento di muri. Una di esse è Bruno Hussar. Nel  presentarsi scelse questa indicazione della sua identità: “Lasciate che mi presenti: sono un prete cattolico, sono ebreo. Cittadino israeliano, sono nato in Egitto, dove ho vissuto 18 anni. Porto quindi in me quattro identità: sono veramente cristiano e prete, veramente ebreo, veramente israeliano, e mi sento pure, se non proprio egiziano, almeno assai vicino agli arabi, che conosco e che amo” (Bruno Hussar, New York, 1967) (cfr. G.Merlatti, Bruno Hussar. Profeta del dialogo, Ancora 2001).

Nato in Egitto nel 1911 da padre ungherese e madre francese, si trasferì per gli studi in Francia. In quanto ebreo fuggì durante l’occupazione tedesca. Sopravvissuto alla Shoah, entra nell’Ordine domenicano in Francia e viene richiesto di fondare un centro di studi sull’ebraismo a Gerusalemme. Scopre lentamente una chiamata che recava in se stesso, nel tentare di “allacciare ponti fra gli uomini” con “l’impressione di aver camminato fino a quel momento sulle uova cercando di non romperle: uova rabbiniche e uova ecclesiastiche”. Si muove in una terra di conflitti “C’è il conflitto principale tra ebrei e arabi poi innumerevoli conflitti, tra ebrei e cristiani, musulmani arabi e cristiani arabi, tra cristiani e cristiani, tra ebrei ed ebrei […]. Non vedono il volto dell’altro, non sono interessati al volto dell’altro” (Bruno Hussar, “Ho sentito parlare di un sogno…”, EMI 1992,27).

Negli anni del Concilio accosta il card. Bea nella redazione del testo della ‘Nostra aetate’ che segna una svolta chiudendo con la cultura del disprezzo cattolico nei confronti del popolo ebraico e con l’attitudine antisemita. Comincia a sognare un villaggio “Nevé Shalom / Wahat as-Salam (Oasi di Pace)” nel quale ebrei e arabi palestinesi vivano nell’uguaglianza, nella pace, nella collaborazione e nell’amicizia. Fondata nel 1974, il sogno di Bruno Hussar giunge a realizzarsi…

Raccolse la sua testimoninaza in un libro (Bruno Hussar, Quando la nube si alzava. La pace è possibile, Marietti 1996) “Quando la nube si alzava” è rinvio al testo biblico dei Numeri: “Tutte le volte che la nube si alzava sopra la tenda, gli Israeliti si mettevano in cammino; dove la nuvola si fermava, in quel luogo gli Israeliti si accampavano”

Così si espresse nel suo testamento: “Qui a Neve Shalom/ Wahat al-Salam abbiamo un solo scopo: la riconciliazione pacifica tra i nostri due popoli. Al fine di lavorare con frutto a tale fine dobbiamo avere una comprensione reciproca e considerazione di ognuno. Questo significa amare. Desidero veramente che quanto facciamo insieme sia fatto come un atto di amore, di riconciliazione e di pace tra tutti i membri di Neve Shalom / Wahat al-Salam. (…) Un uomo saggio ha detto una volta: ‘In un posto dove non c’è amore, semina amore e raccoglierai amore”. Può accadere che chi ha seminato amore non lo raccolga lui stesso, ma solamente qualcuno che lo segue dopo di lui. Ma non vi è dubbio, ogni seme di autentico amore darà – oggi, domani o dopodomani – il frutto dell’amore” (dal testamento registrato in una cassetta e ritrovato da Anne una settimana dopo la sua morte). Bruno Hussar è morto vent’anni fa, l’8 febbraio 1996.

I muri delle diversità

A Creta 2016. Dopo una attesa di secoli il concilio delle chiese ortodosse (panortodosso) si sta per aprire a Creta a partire dal 19 giugno. Non mancano dissensi, problemi e defezioni annunciate alla vigilia della convocazione. Vi sarà infatti l’assenza di quattro delle quattordici Chiese della comunione ortodossa tra cui la chiesa ortodossa russa.

Bartolomeo patriarca di Costantinopoli, è già giunto a Creta: ha espresso la gioia di questo momento pur tra le ombre per la decisione di alcune Chiese di non partecipare «Il santo grande concilio è la nostra sacra missione… dovevamo venire a Creta in giugno per realizzare questa visione perseguita nel corso di molti anni: tutte le nostre Chiese desiderano, dichiarano e proclamano l’unità della nostra Chiesa ortodossa. E vogliono esaminare i problemi che riguardano il mondo ortodosso per risolverli insieme».

Un evento di chiese che si incontrano in stato conciliare si pone come segno storico di unità faticosamente ricercata. Uno tra i testi che sarà sottoposto alla discussione prevede le seguenti espressioni: “La Chiesa di Cristo condanna la guerra in quanto tale, giudicandola un frutto del male e del peccato che esiste nel mondo. Ogni guerra minaccia di distruggere la creazione voluta da Dio e la vita. E questo vale in maniera particolare per le guerre con armi di distruzioni di massa, che hanno conseguenze terribili anche sulle future generazioni.”

I muri dell’invisibilità

Ci sono muri di invisibilità che rendono alcune persone estranee allo sguardo, non comprese neppure nei momenti tragici del dolore. Un cittadino americano figlio di rifugiati afghani ha compiuto una strage nei giorni scorsi in un locale gay il Pulse di Orlando uno dei più frequentati in Florida, entrato armato con un fucile d’assalto e provocando l’uccisione di 50 persone, e il ferimento di altri 53.

James Martin, gesuita, redattore rivista “America. The National Catholic Review”, in un messaggio video ha espresso la sua posizione a fronte del messaggio di condoglianze dei vescovi USA che nella loro comunicazione di solidarietà con le vittime non hanno nominato la comunità LGBT:

“Tutto questo rivela qualcosa. Rivela come la comunità LGBT sia invisibile a gran parte della chiesa. Anche nella morte sono invisibili. Per troppo tempo i cattolici hanno trattato la comunità LGBT come ‘altri’. Ma per i cristiani non c’è ‘altro’. Non ci sono ‘loro’. C’è solo ‘noi’. Questo è un momento in cui farla finita con questo ‘noi’ e ‘loro’. Proprio perché non c’è ‘loro’ nella chiesa, perché per Gesù non c’era ‘loro’. Lui raggiunge sempre coloro che sono ai margini e include tutti. Coloro che sono invisibili alla comunità sono visti da Gesù. Nel vederli, nel dar loro il benvenuto, nell’amarli, egli fa sì che il ‘loro’ divenga un ‘noi’. I cattolici sono invitati a far sì che ogni persona si senta valorizzata e visibile, soprattutto nel tempo del lutto. Gesù ci chiede di fare così. La chiesa deve stare in solidarietà con tutti i ‘noi’ a Orlando”.

“Non c’è Giudeo né Greco; non c’è schiavo né libero; non c’è maschio e femmina, perché tutti voi siete uno in Cristo Gesù. Se appartenete a Cristo, allora siete discendenza di Abramo, eredi secondo la promessa” (Gal 2,28-29).

Alessandro Cortesi op

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