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commenti alla Parola della domenica e riflessioni

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XIX domenica tempo ordinario – anno B – 2021

1 Re 19,4-8; Ef 4,30-5,2; Gv 6,41-51

“Elia, impaurito … si inoltrò nel deserto per una giornata di cammino e andò a sedersi sotto un ginepro. Desideroso di morire disse: ‘ora basta, Signore! Prendi la mia vita…”

Elia è profeta che ha risposto alla chiamata di Dio e per questo si è scontrato non solo con i poteri religiosi, i profeti di Baal (1Re 18,40) ma anche con il potere politico: la regina Gezabele infatti lo fa ricercare per ucciderlo.

In fuga nel deserto Elia vive la solitudine fino a dire ‘basta Signore, ora è troppo’: in lui si riflette  l’esperienza di chi ha posto la sua vita nelle mani di Dio e si scontra con le difficoltà e le persecuzioni. Il cammino di Elia ripercorre quello di Mosè che aveva vissuto nel deserto n solitudine nella sua fuga , poi alla guida del popolo aveva attraversato ancora un altro deserto. Ora Elia, nel deserto e nella solitudine, ripercorre i passi di quel cammino.

Proprio in questo momento scopre che un messaggero, un angelo, lo invita a prendere e mangiare: pane e acqua. Sono i segni di una vicinanza di Dio che non abbandona mai i suoi servi. Ed è nutrimento che permette di andare avanti. E’ così accompagnato, lui profeta, a scoprire la presenza di Dio vicino in modo nuovo. Elia potrà fare questo cammino solamente con la forza di quel pane e acqua, doni inattesi.

Nel capitolo 6 del IV vangelo strutturato attorno al segno del pane sono descritte due reazioni. I ‘giudei’ (nel IV vangelo figura simbolica di chi si pone di fronte a Gesù nel rifiuto) mormorano perché conoscono Gesù e la sua provenienza e così dicono la loro ostilità perché ha detto  “io sono il pane disceso dal cielo”.

L’atteggiamento di Gesù è diverso, parla del Padre ed invita a credere. I giudei  non accettano che Dio possa esser vicino. Gesù propone loro di lasciarsi attirare dal Padre e di aprirsi ad accogliere un volto di Dio sorprendente, che scardina i nostri schemi. L’incontro con Dio si rende possibile nell’incontro con lui, nel lasciarsi nutrire da lui: “Io sono il pane vivo”. Pane vivente è un’esistenza spezzata e condivisa che esprime la vita di Dio. Gesù propone non un nutrimento materiale ma il pane quale segno della sua stessa vita per la vita di tutti. “I vostri padri hanno mangiato la manna nel deserto e sono morti; questo è il pane che discende dal cielo, perché chi ne mangia non muoia. Io sono il pane vivo, disceso dal cielo. Se uno mangia di questo pane vivrà in eterno e il pane che io darò è la mia carne per la vita del mondo”.

E’ qui utilizzato il termine ‘carne’ (sarx) che faceva riferimento alla carne degli animali macellati, alla dimensione più fragile del corpo umano. Nel IV vangelo questo termine è presente nel prologo: ‘e il Verbo si fece carne e pose la sua tenda in mezzo a noi’. Indica la presenza di Dio vicino, capace di condividere la totalità della vita in tutte le sue dimensioni. Gesù rivela il volto di un Dio che prende su di sé tutto l’umano. Il dono del pane, carne di Cristo consegnata per la vita del mondo,  è continuazione del mistero dell’incontro tra Dio e l’uomo (l’incarnazione) ed è vita donata di Gesù, uomo per gli altri.

Alessandro Cortesi op

Un pane per vivere

C’è una contrapposizione tra il mangiare la manna e poi morire e mangiare il pane della vita per vivere. Il messaggio di Gesù e la sua vita sono per la vita di tutti.

In tempo di pandemia si è sviluppato un dibattito che vede poste a tema le questioni della libertà, della vita, della responsabilità verso se stessi e verso gli altri. C’è chi ha sottovalutato e addirittura negato la letalità del virus che dal dicembre 2019 si è peraltro diffuso in tutta la popolazione mondiale producendo sofferenze e morti, impoverimento e difficoltà economiche ed in certe aree del mondo situazioni disastrose per la mancanza di adeguata assistenza sanitaria e per decisioni politiche che non hanno provveduto a misure di contenimento del contagio ed hanno causato milioni di morti: si pensi al caso dell’Amazzonia e del Brasile e dell’India.

In particolare da quando sono stati resi possibili i vaccini un dibattito si è acceso tra coloro che nutrono opposizioni e dubbi sull’obbligo di vaccinarsi e coloro che per contro ritengono sia grave responsabilità comune assumere il vaccino in vista di difendere la salute propria e quella degli altri.

Un autorevole filosofo italiano Giorgio Agamben da quando è scoppiata la pandemia ha espresso una riflessione che egli collega al suo approfondimento sulla nuda vita:

in un intervento del 16 aprile 2021 (nel suo blog Quodlibet) scriveva: “Più volte nei miei interventi precedenti ho evocato la figura della nuda vita. Mi sembra infatti che l’epidemia mostri al di là di ogni possibile dubbio che l’umanità non crede più in nulla se non nella nuda esistenza da preservare come tale a qualsiasi prezzo. La religione cristiana con le sue opere di amore e di misericordia e con la sua fede fino al martirio, l’ideologia politica con la sua incondizionata solidarietà, perfino la fiducia nel lavoro e nel denaro sembrano passare in second’ordine non appena la nuda vita viene minacciata, seppure nella forma di un rischio la cui entità statistica è labile e volutamente indeterminata”. Tali valutazioni basate su un giudizio di un rischio labile e indeterminato si sono rivelate assai deboli. Più recentemente ha espresso posizioni estremamente critiche sull’obbligo di vaccinare le persone delineando il rischio di una dittatura sanitaria: egli scorge come lo stato d’eccezione con cui è stata affrontata dai governi la pandemia ha costituito il momento di privazione di libertà fondamentali e quindi di sospensione della vita democratica (A che punto siamo? Pandemia e politica, Quodlibet 2020). A queste tesi ha manifestato il suo assenso Massimo Cacciari in recenti interventi sottoscrivendo un comune appello dal titolo A proposito del decreto sul green pass in cui criticando l’introduzione del certificato di vaccinazione per consentire l’accesso ad ambienti di vita pubblica e ai luoghi di lavoro scrivono: “Guai se il vaccino si trasforma in una sorta di simbolo politico-religioso. Ciò non solo rappresenterebbe una deriva anti-democratica intollerabile, ma contrasterebbe con la stessa evidenza scientifica”.

La preoccupazione alla base di tali posizioni – che pur risentono di una insufficiente considerazione di quanto proviene da una verifica della comunità scientifica – sta nel venir meno di garanzie democratiche e di non discriminazione dei cittadini che sono proprie dei sistemi democratici: la loro presa di parola è orientata a contrastare fenomeni di tipo dittatoriale nella realtà attuale.

Queste prese di posizione hanno suscitato un dibattito in cui anche altri filosofi sono intervenuti in modo critico e con tesi diverse: ricordo la lucida sottolineatura di Donatella Di Cesare su L’Espresso di domenica 1 agosto (Cari Agamben e Cacciari pensiamo a chi non è protetto, “L’Espresso”, 1 agosto 2021): “Dove sarebbe la discriminazione? In che modo si produrrebbero cittadini di seconda classe? Lo spazio pubblico è attraversato oggi da gravi discriminazioni; sono molte e molti coloro che, condannati a non avere voce, a restare ai margini, sono consegnati all’invisibilità. Verso questi ultimi, senza protezione, esposti a tutto, privi di vaccino, dovrebbe rivolgersi la nostra attenzione. Non a chi dallo spazio pubblico si autoesclude rispondendo con un “no” riottoso a quel richiamo alla responsabilità che è il green pass”.

Nel suo intervento in un rapido accenno pone a confronto le due posizioni che oggi si confrontano spesso senza assumere un atteggiamento di ricerca e di consapevolezza della complessità, ma nell’opposizione di tesi avverse e contraddittorie: “sono deleterie le due derive opposte: quella del complottista credulone che scorge ovunque il piano di Bigpharma, e quella dello scientista saccente e altezzoso, convinto di avere in tasca la verità assoluta”.

E’ deleteria questa contrapposizione tra una concezione positivista della scienza che non tiene conto del limite e dell’incertezza, e per contro di chi non da alcun credito alla competenza ed ai processi di verifica nella comunità scientifica e della comunità civile. Tale attitudine di tifoserie da stadio è un elemento da superare nel contesto attuale ma soprattutto penso sia indebita l’affermazione di una discriminazione nei confronti di chi non intende assumere responsabilità nei confronti della vita degli altri. Oggi sarebbe da porre peraltro attenzione a quelle derive in atto della tenuta democratica del Paese che sono presenti in modo assai evidente nella discriminazione nei confronti di tutti gli invisibili (migranti, lavoratori sfruttati, emarginati delle città…).

Peraltro la decisione di assumere il vaccino può essere vista come assunzione di responsabilità che tiene insieme esigenza di affermazione di una libertà che richiede di tener conto dell’esistenza degli altri  e quindi si attua nei termini di responsabilità. E’ questa forse una delle lezioni da accogliere dalla pandemia quale evento che ha coinvolto l’intera popolazione mondiale. E peraltro ritengo che le energie della società civile potrebbero e dovrebbero essere indirizzate in questo momento non tanto per rivendicare una libertà senza limiti, ma in una lotta di solidarietà perché siano tolti i brevetti dei vaccini da parte delle multinazionali farmaceutiche e siano forniti i vaccini soprattutto ai paesi poveri che non hanno ancora potuto fornire vaccinazioni a livello diffuso. 

In tal senso trovo puntuali le sottolineature di Nadia Urbinati (La nostra libertà non è assoluta: per avere senso ha bisogno degli altri, “Domani” 31 luglio 2021) che leggendo lo sviluppo di quella che è stata indicata come la civiltà dei diritti, in cui noi ci troviamo a vivere godendo di conquiste dovute alle sofferenze di tanti, evidenzia come la conquista progressiva di diritti ha aperto l’orizzonte di consapevolezza degli obblighi relativi alla pratica di ogni diritto e ha ricordato come in particolare la Costituzione italiana tenga ben presente nella sua articolazione tale dinamismo che pone limite al ‘fare quello che mi piace’:    “Coloro che identificano il green pass con il dispotismo securitario e la discriminazione nei confronti di coloro che sono contrari alla vaccinazione ci hanno come svegliato da un sonno dogmatico. Ci han fatto vedere quel che in condizione di ordinaria vita civile non vediamo: che la libertà non è mai una dichiarazione di assolutezza, anche quando proclamata nel nome di diritti fondamentali; che, infine, i diritti hanno un necessario contraltare di obblighi legali e di doveri morali. Riposano per la loro efficacia sulla nostra individuale responsabilità, per cui averli proclamati nei codici non è bastante a renderli forti ed efficaci.La pandemia ci fa comprendere quel che tendiamo a dimenticare: che chi sta fuori da ogni relazione umana non è né libero né non libero (non è giudicabile moralmente) e non ha quindi bisogno di diritti. La libertà vuole gli altri per essere e avere un senso”.

Il richiamo a alcuni principi costituzionali può essere occasione di riscoperta di quanto Dante esprimeva ponendo in bocca di Marco Lombardo l’espressione ‘Liberi soggiacete” (Purg XIII).  Non esiste una libertà illimitata e priva della considerazione del riferimento ad un’alterità che si fa sempre appello che chiede risposta e assunzione di un peso. Sarebbe un mangiare per morire, quando invece siamo chiamati a mangiare per vivere e vivere insieme. Ancora Nadia Urbinati:  

“Riandare ai principi ci aiuta a criticare atteggiamenti e idee a sostegno di una libertà assoluta e indifferente a quel che sta oltre il desiderio e il volere del singolo, secondo l’assunto che “fare quel che ci piace” sia un fare senza limiti. Ma la libertà assoluta è un ossimoro e il diritto che la protegge ne è la conferma. Il diritto si cura di dirci se e quando le nostre scelte sono dannose agli altri, e legittima lo stato a intervenire. Il green pass è questo intervento. Non discrimina, ma indica una condizione grazie alla quale possiamo scegliere di fare o non fare qualcosa.”

 Alessandro Cortesi op

VI domenica di Pasqua – anno B – 2021

At 10,25-27.34-35.44-48; 1Gv 4,7-10; Gv 15,9-17

‘Alzati anch’io sono un uomo’. In queste parole Pietro racchiude una scoperta e l’apertura di un nuovo orizzonte di vita. Ha accolto l’ispirazione dello Spirito Santo ad uscire dalla sua casa per entrare in quella del pagano Cornelio per lui lontano e straniero. Vive innanzitutto un ascolto alle spinte dello Spirito santo scoprendo che Dio chiama ad uscire. Scopre anche di essere chiamato ad incontrare oltrepassando barriere, a considerare che nessuno è escluso dallo sguardo di benedizione di Dio.

Quando poi entra nella casa del pagano Cornelio, aprendosi all’incontro con l’altro fa una ulteriore grande scoperta: ‘anch’io sono un uomo’. Una medesima condizione li accomuna nel medesimo cammino umano. E’ cammino segnato dalla presenza dello Spirito che agisce nei cuori, suscita percorsi d’incontro, apre a riconoscere che l’incontrarsi stesso è luogo di esperienza della fede nel Risorto.

Pietro avvertiva nella sua vita la responsabilità di essere testimone di Gesù e del vangelo: scopre che lo Spirito precede ogni progetto e iniziativa e che il suo essere testimone si attua nel riconoscere l’agire di Dio che non fa preferenze di persone. Scopre così che segue Gesù chi segue i sentieri della giustizia e che lo sguardo di Dio è ben più ampio di quello degli uomini. Chi nella sua vita è orientato alla ricerca del senso profondo dell’esistenza, chi ascolta la voce della coscienza dove Dio parla, chi si lascia illuminare dalla luce della ricerca del bene, della giustizia, chi vive gesti di dedizione e servizio è accolto da Dio: Dio non fa preferenze. Chi pratica la giustizia nella sua esistenza attua la parola di Gesù anche senza averlo conosciuto. Pietro scopre così che lo Spirito di Gesù opera al di fuori delle frontiere in cui si cerca di definire la comunità stessa. E’ bellissima questa pagina, di scoperte e capovolgimenti: non racconta infatti solamente la conversione di Cornelio che si fa battezzare, lui con tutta la sua famiglia, ma narra anche la conversione di Pietro, che si apre alla meravigliosa scoperta che Dio ha un disegno di salvezza oltre ogni confine. A Pietro si apre anche un altro modo di concepire il mandato ricevuto da Gesù: la missione non è fare qualcosa ma lasciarsi coinvolgere nel movimento dello Spirito che la precede.

‘Rimanere’ è idea che percorre tutto il IV vangelo. Al cuore della vita umana sta un desiderio di relazione, in Dio e con gli altri. L’immagine della vite, in cui scorra un’unica linfa che unisce i tralci, manifesta questo. Rimanere nell’amore di Gesù, come i tralci sono inseriti nella vite, è chiamata ad un incontro intimo e personale con lui: la chiamata al cuore della vita cristiana è un rapporto personale profondo ed è insieme evento comunitario. Gesù usa i termini dell’amicizia: Vi ho chiamati amici. Rimanere in lui apre allora all’esperienza dell’amicizia e della relazione. Osservare i comandamenti si traduce nel rendere testimonianza del dono di amicizia da lui ricevuta.

Alessandro Cortesi op

Battesimo di Cristo (part.) – Verona chiesa di san Fermo

Dalla dottrina all’esistenza

Il recente Responsum della Congregazione per la dottrina della fede sulle benedizioni delle persone dello stesso sesso (https://press.vatican.va/content/salastampa/it/bollettino/pubblico/2021/03/15/0157/00330.html) ha generato un ampio dibattito. Alcune voci hanno sollevato critiche puntuali ad esso.

Mons. Johan Bonny che ha partecipato al Sinodo dei vescovi del 2015 ha scritto “Voglio chiedere scusa a tutti coloro per i quali questa risposta è dolorosa e incomprensibile: le coppie omosessuali credenti e impegnate nella fede cattolica; genitori e nonni di coppie omosessuali e dei loro figli; operatori pastorali e accompagnatori di coppie omosessuali. Il loro dolore per la Chiesa è oggi il mio dolore. Il responsum manca di cura e attenzione pastorale, di fondamento scientifico, della sfumatura teologica e della precauzione etica che erano presenti nei padri sinodali che hanno approvato le conclusioni finali del Sinodo. Qui è all’opera un diverso processo di consultazione e di decisione. A titolo di esempio, vorrei citare solo tre passaggi.

Affetti stabili In primo luogo, il paragrafo nel quale si afferma che nel piano di Dio non c’è la minima possibilità di somiglianza e nemmeno di analogia tra il matrimonio eterosessuale e quello omosessuale. Conosco personalmente coppie dello stesso sesso, sposate civilmente, con figli, che sono famiglie calde e stabili e sono attivamente coinvolte nella vita della loro parrocchia. Alcuni di loro sono anche attivi a tempo pieno come assistenti pastorali o responsabili in varie aree della vita della Chiesa. Sono particolarmente grato a loro. Chi potrebbe negare che non c’è alcuna somiglianza o analogia con il matrimonio eterosessuale? Al Sinodo la falsità fattuale di una simile posizione è stata ripetutamente sottolineata.

Disinvoltura col peccato In secondo luogo, il concetto di “peccato”. I paragrafi finali tirano fuori l’artiglieria morale più pesante. La logica è chiara: Dio non può approvare il peccato; le coppie omosessuali vivono nel peccato; quindi la Chiesa non può benedire la loro relazione. Questo è esattamente il linguaggio che i padri sinodali non hanno voluto usare, sia in questo che in altri casi sotto il titolo generale di situazioni cosiddette “irregolari”. Questo non è il linguaggio di Amoris laetitia, l’esortazione di papa Francesco del 2016. Il “peccato” è una delle categorie teologiche e morali più difficili; e quindi una delle ultime a dover essere applicata alle persone e al modo di condividere la loro vita. E certamente non va fatto su categorie di persone in generale. (…)

Di quale liturgia parliamo? Infine, il concetto di “liturgia”. Questo mi mette ancora più in imbarazzo come vescovo e teologo. A causa della loro relazione, le coppie omosessuali non sono degne di partecipare alla preghiera liturgica o di ricevere una benedizione liturgica. Da quale nascondiglio ideologico è uscita questa affermazione sulla “verità del rito liturgico”? Di nuovo, questa chiaramente non era la dinamica del Sinodo. Si è parlato ripetutamente di rituali e gesti appropriati per includere le coppie omosessuali, anche in ambito liturgico. Certo, questo rispettando la distinzione teologica e pastorale tra un matrimonio sacramentale e la benedizione di una relazione”. (J.Bonny, Provo vergogna per la mia chiesa, “SettimanaNews” del 19 marzo 2021 ripreso dal sito Cathobel).

Dopo il no del Vaticano alla benedizione delle coppie dello stesso sesso, nove docenti della facoltà di teologia cattolica dell’Università di Regensburg si sono espressi con una dichiarazione (https://www.kirche-und-leben.de/artikel/regensburger-theologen-zu-segnung-lehramt-muss-besser-argumentieren). In essa affermano: “La teologia non ha solo il compito di apprezzare le posizioni del magistero, ma anche il dovere di interrogarle criticamente…. Allo stesso tempo ci si può aspettare dal magistero di “ascoltare le domande pressanti delle chiese locali e di entrare in dialogo”. Se le decisioni vengono prese per cercare di porre fine a discussioni che non sono nemmeno apprezzate nella loro urgenza e complessità, può solo portare a frustrazione e amarezza, ha detto. “Questo è esattamente quello che stiamo vivendo ora”. (…) nell'”acceso dibattito” sull’ultima lettera della Congregazione per la Dottrina della Fede, si sono concentrate molte questioni teologiche sull’autorità della Chiesa, la dottrina e la pratica che erano state represse per molto tempo. Inoltre, è emerso un bisogno pastorale. Di conseguenza, si deve rispondere come la chiesa possa portare i valori cristiani o l’importanza del matrimonio e della famiglia senza svalutare altri modi di vita o discriminare le persone. Si pone anche la questione dove la Scrittura, la tradizione e il senso della fede offrono la possibilità di comprendere la sessualità in tutta la sua ampiezza, “senza restringerla alla dimensione della trasmissione della vita, per quanto importante possa essere”. Inoltre si doveva discutere se anche gli orientamenti diversi da quello eterosessuale avessero un posto nella creazione di Dio fin dall’inizio, o se fossero interpretati in modo problematico come “disordinati” come conseguenza del peccato originale. (…) Si pone anche la questione come la chiesa intende i suoi sacramenti e sacramentali: “I sacramentali sono da interpretare principalmente come imitazioni dei sacramenti, o non rendono anch’essi, in virtù della preghiera di intercessione della chiesa, la grazia di Dio visibile a modo loro?”

Entrando nel dibattito aperto sulle pagine dell’Osservatore Romano, in dialogo con un contributo del prof Maurizio Cozzoli è intervenuto il prof Cosimo Scordato, docente di teologia sacramentaria a Palermo offrendo puntuali annotazioni scrivendo: “Il prof. Mauro Cozzoli nell’articolo pubblicato sull’OR analizza due serie di osservazioni critiche, che sono state rivolte al Responsum della Congregazione; la prima serie è relativa al tema dell’amore omosessuale, la seconda serie è relativa al tema della misericordia e della verità. Nel passaggio dall’una all’altra l’autore è disposto a recepire quanto segue. Egli riconosce a una coppia omosessuale la dimensione dell’amore; ma essa, caratterizzata dalla finalità puramente unitiva e dalla esclusione (almeno dalla impossibilità di inclusione) di quella generativa, risulta compromessa perché l’esercizio della sessualità è consentito solo all’interno della relazione matrimoniale. Leggiamo testualmente: “Non si può negare l’amore che può esserci nelle unioni omosessuali. Ma è un amore amicale non coniugale, è un amore – è anche il caso di aggiungere – unitivo non procreativo. È per questo che non si può benedire tutto: occorre che ciò che viene benedetto sia ordinato a ricevere e ad esprimere il bene che gli viene detto, la grazia che gli viene elargita”. Non ce ne voglia il professore Cozzoli se facciamo un osservazione ad hominem; infatti la Chiesa prevede la benedizione delle nozze tra due persone anziane, anche se ormai impossibilitate a procreare; in questo caso, l’unico amore possibile è quello unitivo e non quello procreativo; eppure, detto matrimonio viene considerato valido e quindi viene benedetto, anche se la finalità generativa non è possibile e neppure nel caso nel quale non fosse in alcun modo desiderata. Siamo dinanzi al caso, escluso dal prof. Cozzoli ma previsto dalla stessa tradizione ecclesiale, di un amore unitivo manon procreativo benedetto da un sacramento. Inoltre, venendo alle condizioni normali, sappiamo che tante volte la coppia, pur ponendo un atto coniugale potenzialmente generativo, si può augurare che non lo sia, limitandosi a gioire del suo aspetto unitivo. E se un partner (o tutti e due) dovesse scoprire di essere sterile l’aspetto unitivo perde il suo valore perché incapace di generatività? O, più radicalmente, l’unione di amore della coppia prende valore dal fatto che l’atto è generativo o, al contrario, è bello che l’atto sia generativo se, e solo se, la coppia è profondamente unita? A questo punto risulta chiaro che l’aspetto unitivo dell’atto coniugale è già un bene di per sé, che si può arricchire del suo valore generativo, ma non in maniera vincolante o necessitante. A questo punto, facciamo notare che non a caso abbiamo usato l’espressione “atto coniugale”; essa vuole sottolineare l’aspetto del coniugium, ovvero l’aspetto unitivo, che arricchisce la vita delle due persone, l’una dell’altra; cosa che, come prevedeva l’articolo in esame, può interessare anche la coppia omosessuale. A questo punto perché non bene-dire il bene che c’è, ossia l’unità della coppia realizzata dall’atto che la congiunge, lasciando aperta la possibilità che la generatività possa prendere anche altre strade? Si può essere generativi in tanti modi e, nell’ambito del volontariato, c’è l’imbarazzo della scelta; e ciò nell’attesa che si prenda in seria considerazione la possibilità dell’adozione di bambini, orfani o abbandonati, che hanno un bisogno estremo di persone che, anche se non li hanno generati fisicamente, sono interessati ad accoglierli e pronti a prendersene cura con tutto il cuore e tutto se stessi” (in “Come se non” http://www.cittadellaeditrice.com/munera/ – 2 maggio 2021).

Nell’incontro diretto, a tu per tu, con Cornelio, Pietro si apre a scorgere nuove dimensioni della sua fede stessa, del suo rapporto con Gesù. Passa dal considerare l’altro secondo i criteri di una teoria a scorgere che l’incontro vivente scombina le costruzioni teoriche ed anche i suoi schemi religiosi di appartenenza e di chiarezza.

Lo sguardo di Pietro passa dall’essere uno sguardo di sospetto e condanna dell’altro ad una attitudine di condivisione e benedizione. L’esperienza esistenziale con la sua ricchezza che va oltre ogni teoria e dottrina conduce ad accogliere dimensioni del medesimo vangelo inesplorate o ancora incomprese: l’ospitalità ricevuta e donata, la benedizione accolta e trasmessa divengono luoghi di approfondimento della fede stessa.

Alessandro Cortesi op

At 10,25-27.34-35.44-48; 1Gv 4,7-10; Gv 15,9-17 ‘Alzati anch’io sono un uomo’. In queste parole Pietro racchiude una scoperta e l’apertura di un nuovo orizzonte di vita. Ha accolto l’ispirazione dello Spirito Santo ad uscire dalla sua casa per entrare in quella del pagano Cornelio per lui lontano e straniero. Vive innanzitutto un ascolto alle spinte […]

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Presentazione di Gesù al Tempio

Mal 3,1-4; Ebr 2,14-18; Lc 2,22-40

Il profeta Malachia indica la figura di un messaggero di Dio mandato a preparare la via ‘e subito entrerà nel suo tempio il Signore che voi cercate; l’angelo dell’alleanza che voi sospirate’ (Mal 3,1). Luca presenta la scena della presentazione di Gesù all’interno del tempio a Gerusalemme, segno della presenza di Dio in mezzo al suo popolo, luogo dell’incontro con il Dio dell’alleanza. Così sempre a Gerusalemme, si concluderà il cammino di Gesù, sulla croce, per inviare ancora da quel punto gli apostoli nella forza dello Spirito ad essere testimoni della risurrezione.

Gesù è condotto al tempio per adempiere la legge di Mosè che prevedeva la purificazione della madre dopo il parto e l’offerta a Dio del figlio primogenito; Luca presenta il venire di Gesù nel tempio come l’inaugurarsi di una nuova epoca della storia in cui la luce di Cristo è per tutti i popoli. E’ momento conclusivo di una lunga attesa, simboleggiata dai due vecchi Simeone e Anna e l’inizio di una novità assoluta. La salvezza che Gesù porta è destinata a tutti, fino agli estremi confini della terra: sarà questa la prospettiva che guiderà Luca nello scrivere gli Atti degli Apostoli.

Simeone nel suo cantico rinvia ad alcuni passi del Primo Testamento (Is 40,15; 49,6; 62,6), ma questi vengono ripresi con una piccola ma importante modifica: i verbi non sono più coniugati al futuro, ma al passato. Simeone vede nel bambino che tiene tra le braccia già attuata quella promessa che aveva tenuto sveglia la sua attesa e che aveva guidato la sua speranza: ‘i miei occhi hanno visto la tua salvezza’.

Egli indica in quel bambino un segno di contraddizione: qualcuno lo accoglierà, altri lo rifiuteranno. E’ l’annuncio dello scontro che si apre di fronte al volto di un Dio che sceglie la via della debolezza e dell’inermità per comunicarsi a noi. Per aprirsi a comprendere Gesù come ‘luce per tutti i popoli’, è necessario un cambiamento nel pensare Dio: da Gesù emerge un volto inaudito. Il Dio di Abramo di Isacco e  di Giacobbe, il Dio dei padri è il Dio che si comunica nella storia e si fa incontrare nei segni apparentemente insignificanti di volti indifesi. La sua scelta cade su chi umanamente non viene considerato rendendolo testimone e mediatore dell’alleanza: il volto del bambino Gesù indica già la povertà della sua vita e la insignificanza – ad una lettura solamente umana – del suo morire ucciso sulla croce. E’ il Figlio che condivide le debolezze e i fallimenti del nostro vivere e presenta un volto di Dio difficile da accettare, perché rinvia ad un coinvolgimento nel cammino della vita.


Simeone e Anna sono presentati da Luca come modelli del credente: sono persone anziane, profondamente religiose, segnate dagli anni: la loro vita è stata condotta nell’attesa e la loro unica ricchezza è stata nelle promesse del Signore. Appartengono a quella categoria dei ‘poveri’ che si affidano solo a Jahwè. Simeone è uomo giusto perché rimane in ascolto della promessa di Dio che non viene meno. Rimane fedele nonostante il trascorrere del tempo e la lunga attesa. Egli attendeva la liberazione di Israele: al centro della sua attesa sta una prospettiva che rinvia all’esperienza dell’esodo, all’incontro con il Dio dell’alleanza. Dietro al riferimento all’attesa della liberazione d’Israele soggiace un riferimento alla legge del riscatto di Es 13,13 34,20 e Num 18,15. Con l’offerta rituale nel tempio Gesù sta già attuando il riscatto e la liberazione per tutto Israele e si vede già in tale gesto il senso profondo della croce quale evento di amore. Gesù compie l’offerta totale di sè al Padre a Dio per tutto Israele e per tutti i popoli: è lui il primogenito di una moltitudine di fratelli.

C’è una vicenda nuova che si sta aprendo Gesù: Simeone si lascia condurre nella creatività e nella gioia dello Spirito. Anna serve Dio notte e giorno nella preghiera ed ha il profilo della profetessa, donna che vive la parola di Dio nella sua vita. Sa leggere  infatti i segni del presente come luogo della presenza di Dio che chiama. In lei che loda Dio e parla del bambino a quanti aspettavano la redenzione di Gerusalemme Luca vede il profilo di ogni credente. La lode e la testimonianza oltre ogni confine.

L’atteggiamento del ‘padre e della madre di Gesù’ è segnato dallo stupore: è il medesimo stupore che avvolge le vicende di questi racconti dell’infanzia (Lc 2,18; Lc 2,47-48). Lo stupore si accompagna alla domanda e alla ricerca (Lc 1,45; 2,51). Lo stupore della fede non è ingenuità infantile, ma affidamento generoso nel cammino della fede e del servizio, percorso da fatiche, sofferenze e da dubbi.

Alessandro Cortesi op

Dante a veglia – secondo ciclo

Letture per “stare insieme” in un tempo inquieto

Iniziativa promossa da Biblioteca dei domenicani Pistoia e Accademia di Masetto

Dante a veglia è un’idea che nasce da una necessità e da una speranza: dalla necessità di condivisione, che in un tempo inquieto e di distanziamento può costituire un corroborante per le nostre vite separate, e dalla speranza di creare un argine di resistenza alle nostre paure e alla nostra dispersione. Leggere Dante insieme, tornare alla bellezza e alla forza della sua poesia, in modo spontaneo, crediamo che possa essere un’occasione per mettere “in rete” i nostri pensieri, per ritrovarsi nei dintorni di una parola che ci interroga, che ci impegna e che ci impone di guardare avanti con forza. La parola di Dante ci ha consentito di creare una comunità di veglia e di condivisone, di ascolto e di confronto. E con quello stesso spirito gli amici ci hanno chiesto di continuare

Gli incontri si terranno nella modalità a distanza con inizio alle ore 21,10. Per partecipare inviare una mail di richiesta a info@bibliotecadeidomenicani.it e si riceverà prima delle serate il link a cui connettersi.

martedì 2 febbraio Giovanna Frosini Il senso di Dante per la lingua (con l’esempio di Purg XXIII)

martedì 9 febbraio Giovanni Capecchi La selva dei suicidi: immaginario dantesco, echi virgiliani e riprese novecentesche (Inf XIII)

martedì 16 febbraio Giampaolo Francesconi «Di vostra terra sono»: la fama della cortesia e la “miseria” della ricchezza (Inf XVI)

martedì 23 febbraio Cristiano Lorenzi Biondi «Luogo è in Inferno detto Malebolge». Riflessioni strutturali (Inf. XI-XVIII)

martedì 2 marzo Natascia Bianchi Pistoia all’Inferno: Vanni Fucci bestia (Inf XXIV)

martedì 9 marzo Francesco Bargellini “Infimo Inferno”. Poesia del raccapriccio in Inf XXVIII

martedì 16 marzo Stefano Bindi Quando è vanto e vergogna l’esser poeta (Purg II)

martedì 23 marzo Lisa Galligani “Come donna innamorata”? Beatrice fra donna e simbolo in Purg XXX

martedì 30 marzo Alessandro Cortesi “Domenico fu detto…” (Par XII)

martedì 6 aprile Roberta Gentile Dante “laudator temporis acti” (Par XV)

martedì 13 aprile Mario Biagioni Dante ‘poeta concentrico’ e i moderni. Alcune riflessioni su Inf XIII e Par I

Per info e prenotazioni: info@bibliotecadeidomenicani.it o 346.6176464 (lun – mer – ven ore 9.00-13.00) www.bibliotecadeidomenicani.it

II Domenica Tempo Ordinario – anno B – 2021

Maestro dell’altare di san Giovanni (1500 ca) – forse Hugo Jacobsz – Philadelphia Museum of arts

1Sam 3,3-10.19; 1Cor 6,13-20; Gv 1,35-42

In un tempo in cui ‘la parola del Signore era rara’ Dio chiama Samuele. Anche nel tempo dell’aridità e del silenzio Dio non cessa di rivolgere le sue chiamate. La sua parola si fa strada silenziosamente nella notte, richiede cuori attenti, non guarda alle capacità umane, sceglie i piccoli. E’ parola che passa attraverso la rete di volti e presenze e se da un lato è parola dall’alto, essa si fa vicina per le vie della prossimità di chi accompagna e sta accanto. L’aiuto del vecchio Eli, la sua discrezione e apertura al dono che supera gli schemi umani, è presenza delicata, attenta, che non pretende facili spiegazioni né pine se steso al centro, ma orienta il giovane Samuele a riconoscere una voce che non viene da lui.

‘Parla Signore, il tuo servo ti ascolta’. Tutta la vita del profeta sarà sotto il segno della parola: ‘non lasciò andare a vuoto una sola delle sue parole’ (1Sam 3,19). La chiamata di Dio come acqua che scende sulla terra genera una fecondità nuova e si fa strada sulla terra nei cammini umani, in un cuore disponibile e generoso.

Anche la pagina del IV vangelo vede al centro una chiamata, anzi una catena di chiamate: due discepoli del Battista iniziano a seguire Gesù di cui viene indicato il profilo dallo stesso Giovanni: ‘Ecco l’agnello di Dio’. Una evocazione del suo cammino e della sua vita spesa come il servo di YHWH, agnello muto di fronte alla violenza.

A chi si pone a seguirlo Gesù rivolge una domanda che costituisce un filo unificante dell’intero racconto del vangelo: ‘Che cosa cercate?’ Al cuore di ogni cammino sta una ricerca Da qui inizia un percorso che conduce sino alla domanda ultima ‘Chi cerchi?’ rivolta da Gesù risorto a Maria nel giardino della risurrezione. Il IV vangelo, ma forse l’intera vita di ogni persona, si pone tra queste domande fondamentali. E i primi discepoli gli chiedono dove abiti? Non è questione di un luogo ma di uno stare con lui che si fa cammino.

Il racconto prosegue ricordando come ‘quel giorno si fermarono presso di lui’. Ed è riportato un ricordo preciso dell’ora di questo incontro: un delicato particolare che rinvia ad un’esperienza personale: un momento in cui si fissa un prima e un dopo decisivo della vita. ‘Abitare’ indica di una condivisione di vita espressa anche nei termini del rimanere. Accogliere la chiamata a seguire Gesù è invito a ‘rimanere’ come condivisione di cammino, di orientamento, ed anche più come uno stare uniti, il rimanere dei tralci inseriti nella vite da cui ricevono linfa e corrente di vita.

L’invito di Gesù ai due discepoli ‘Venite e vedrete’ è così apertura a vivere un’esperienza di condivisione che è in primo luogo esperienza di vita. L’incontro con Gesù – ci dice questa pagina – trova suo inizio e sviluppo negli incontri umani. Andrea era fratello di Simone, e poi Filippo incontra Natanaele dicendo ‘Abbiamo trovato…’

Il seguire si dipana nel tessuto umano di amicizie, rapporti, contatti quotidiani. In Gesù chi lo segue scorge aspetti diversi del suo volto, che interrogano e conducono a rimanere con lui: incontrare lui è rispondere alla ricerca profonda che orienta il cammino umano ed è anche aprirsi a cogliere con stupore sempre nuovo le radici del suo andare: Giovanni Battista fissò lo sguardo su Gesù che passava, coloro che lo seguono dovranno continuare a fissare lo sguardo su di lui.

Alessandro Cortesi op

Abitare

C’è un abitare in luoghi che anziché condurre all’autentico senso dell’abitare come riparo, rifugio, incontro, conforto portano all’isolamento, alla disperazione e al senso di esclusione. E’ l’abitare di chi vive nelle carceri e che in questo periodo della pandemia subisce più acutamente di altri le conseguenze di questa crisi.

All’inizio del 2020 gli istituti penitenziari stavano in condizioni sovraffollamento che vedeva un numero di detenuti di circa 11.000 mila unità in più rispetto ai 50.000 posti regolamentari. Lo scoppio della pandemia ha portato al diffondersi di paura e di timori nell’impossibilità di difendersi dal contagio in condizioni di convivenza forzata e senza dispositivi.

“L’impatto della pandemia ha generato paura e spaesamento nei reclusi. Ogni giorno su tv, radio, giornali, si chiedeva di mantenere il distanziamento sociale e di evitare assembramenti, due cose impossibili da fare nelle nostre carceri” osserva Patrizo Gonnella presidente dell’Associazione Antigone.

Proprio il fatto che le carceri sono luoghi di continui afflussi in entrata e uscita e con la presenza di operatori esterni che entrano ed escono ogni giorno, ha comportato un particolare timore per i detenuti di essere esposti al contagio. Oltre a questo le preoccupazioni per la chiusura dei colloqui hanno condotto a situazioni di sofferenza e di rabbia esplose nelle proteste ad inizio marzo in decine di istituti di pena in tutta Italia che hanno visto quattordici morti al termine delle rivolte.

In poche settimane il numero dei detenuti nelle carceri è stato fatto diminuire di circa 8.000 unità soprattutto per il lavoro della magistratura di sorveglianza. Dopo la chiusura dei colloqui in tutte le carceri del paese a tutti i detenuti, sono state concesse chiamate extra rispetto ai 10 minuti a settimana. Ma allo scoppio della seconda ondata della pandemia in autunno le carceri erano ancora in condizioni di sovraffollamento.

E il sovraffollamento genera situazioni di vita che portano a far sì che la pena risulti una afflizione e tortura.  La pena non può divenire una punizione, una forma di vendetta, o di esclusione sociale. Proprio il dettato costituzionale, eredità di un lungo cammino di maturazione del senso di umanità nella giustizia ricorda l’ineludibile carattere educativo mirante ad una reintegrazione nella società di chi ha compiuto un reato. Purtroppo nella società italiana ha visto diffusione una mentalità di tipo giustizialista che contrasta con l’atteggiamento di pietà da avere verso ogni essere umano pur se colpevole di crimini. Come ha osservato Gad Lerner la situazione della pandemia ha evidenziato non solo le carenze strutturali del sistema carcerario ma la sua inadeguatezza. Egli osserva come sia necessario “tener presenti le finalità di reinserimento sociale della pena stessa, apprezzare le buone pratiche che riducono la probabilità di recidiva dei reati, studiare misure alternative alla detenzione, e infine denunciare il sovraffollamento delle carceri per quello che è: una realtà incivile e criminogena” (Gad Lerner, Caro direttore, sulle carceri restiamo umani: è una tragedia, “Il Fatto quotidiano” 1 dicembre 2020)

Sono posizioni che evocano le idee dell’ex magistrato Gherardo Colombo (autore di Anche per giocare servono le regole, ed Chiarelettere) oggi impegnato nel diffondere un’idea nuova di giustizia soprattutto incontrando gli studenti nelle scuole: il carcere non è una struttura in grado di educare e l’autentica giustizia si attua unicamente con l’inclusione (Intervista, “Corriere della sera” 11 settembre 2020 ). Patrizio Gonnella presidente dell’Associazione Antigone osserva: “Quello che serve è investire nelle misure alternative, più economiche e più utili nell’abbattere la recidiva rispetto al carcere. Si devono ristrutturare le carceri esistenti, potenziando le infrastrutture tecnologiche per assicurare la formazione professionale anche da remoto, per consentire ancor più incontri con il mondo del volontariato, per aumentare le possibilità di video-colloqui con familiari e persone care che si aggiungano ai colloqui visivi. Bisogna investire nel capitale umano, assumendo più personale civile… quello che serve è un nuovo sistema penitenziario” (A.Oleandri, Carcere, per i detenuti “un surplus di pena” durante la pandemia, “Il Dubbio” 1 gennaio 2021). Proprio la pandemia ha manifestato l’urgenza  di un nuovo modo di abitare la detenzione in vista di un reinserimento sociale, di un nuovo modo di abitare nella società, insieme, di un nuovo modo di abitare e di pensare le relazioni

Alessandro Cortesi op

Buon Natale

Pistoia – antico ospedale del Ceppo – Le opere di misericordia (Santi Buglioni) – Tondi (Giovanni Della Robbia) – Foto nel loggiato: i medici e infermieri della pandemia 2020

Quest’anno desidero augurarvi così buon Natale!

Un Natale …. pensando a chi ha vissuto

e vive l’inermità della malattia

pensando ai dimenticati ed esclusi

nel tempo della pandemia.

… pensando a chi si è preso cura

in questo tempo faticoso

di anziani, giovani e bambini,

perché anche noi impariamo

a prenderci cura degli altri

Buon Natale!

Alessandro

Dante ‘a veglia’

Una iniziativa proposta da ‘Biblioteca dei domenicani’ di Pistoia e Accademia di Masetto – Pistoia

Letture per “stare insieme” in un tempo inquieto

Dante a veglia è un’idea che nasce da una necessità e da una speranza: dalla necessità di condivisione, che in un tempo inquieto e di distanziamento può costituire un corroborante per le nostre vite separate, e dalla speranza di creare un argine di resistenza alle nostre paure e alla nostra dispersione. Leggere Dante insieme, tornare alla bellezza e alla forza della sua poesia, in modo spontaneo, crediamo che possa essere un’occasione per mettere “in rete” i nostri pensieri, per ritrovarsi nei dintorni di una parola che ci interroga, che ci impegna e che ci impone di guardare avanti con forza.

I domenica avvento – anno B – 2020

Michel Gobin (1650-1713) Jeune chantre lisant à la lueur d’une chandelle, 1681 © Orléans, Musée des Beaux-Arts

Is 63,16-17.19; 64,1-7; Sal 79; 1Cor 1,3-9; Mc 13,33-37

Le prime domeniche di avvento ci invitano a vivere la fede nel tempo che ci è dato. Ci è richiesto di attendere e stare con gli occhi aperti andando incontro al Signore che viene: è il Signore risorto che tornerà e chiede a noi di vivere il presente con impegno e fiducia. La nostra vita è passaggio e tende ad un incontro. Siamo chiamati ad attuare una responsabilità nella storia, e questo richiede uno sguardo al presente e una tensione all’oltre.

Il profeta ‘terzo Isaia’ offre un messaggio sul volto di Dio ‘Tu Signore sei nostro padre, da sempre ti chiami nostro redentore … Signore, tu sei nostro padre; noi siamo argilla e tu colui che ci dà forma, tutti noi siamo opera delle tue mani’.

Il nome di Dio è ‘padre’ e ‘liberatore’. E’ lui il parente vicino, prossimo, che interviene perché non si perda la libertà, dono prezioso del cammino dell’esodo che costituisce l’identità più profonda dei credenti.

La vita umana è come argilla a cui le mani dell’artigiano possono dare forma nuova. In quest’immagine si delineano i tratti della vita umana come terra che richiede di essere formata e di lasciarsi plasmare in un’opera di creazione che continua e non è compiuta. Scoprirsi nelle mani di Dio, stare nelle sue mani, significa anche questo: non solo la percezione di essere custoditi da colui che è vicino, ma anche la disponibilità a lasciarsi cambiare come l’argilla viene plasmata dal vasaio.

Tra questi nomi si fa strada un’invocazione perché si renda presente: ‘se tu squarciassi i cieli e scendessi!… Il contesto è quello della devastazione conseguente all’esperienza dell’esilio che diviene paradigma di ogni momento di prova: “perché ci lasci vagare lontano dalle tue vie e lasci indurire il nostro cuore, perché non ti si tema? Ritorna per amore dei tuoi servi…”. ‘Ritorna’: è un grido che si fa preghiera ‘convertiti’. E’ una intensa supplica. ‘Ritorna’ è voce colma di attesa, che sgorga da chi si sente disperso e senza direzione: parla di un convertirsi di Dio a noi che rende possibile il nostro convertirci a Lui da una condizione di desolazione: avvizziti come foglie d’autunno, come panni che devono essere lavati. ‘Ritorna’: l’avvento ci richiama a non smarrire il senso del cambiamento e della conversione… è un tempo per lasciare spazio al desiderio di un incontro che trasforma e plasma un mondo nuovo. L’avvento è segnato da una tensione da un’attesa, attesa che riguarda la vita personale e il cammino della storia.

Dio, il Padre, è fedele e chiama alla comunione. Il termine che Paolo usa quale attributo di Dio stesso ha la medesima radice del termine ‘credere’. L’affidamento a Dio in un incontro personale che trasforma l’esistenza – e qui Paolo non può non aver presente la sua esperienza personale – è fondato sulla scoperta di una fedeltà che precede, afferra e trasforma la vita. E’ la fedeltà di colui che non viene meno alla sua promessa. Questa fedeltà rinvia alla comunione con il Figlio suo Gesù Cristo e in lui ad un incontro nuovo che si apre a tutta l’umanità.

“E’ come un uomo (il Signore) che è partito dopo aver lasciato la propria casa e dato il potere ai suoi servi, a ciascuno il suo compito, e ha ordinato al portiere di vegliare”.

La parabola riportata da Marco non è indirizzata ad esortare i servi a ‘prendere il potere’ costruendo una situazione ben installata e tranquilla ma ha al suo centro l’invito a ‘stare svegli’: un uomo lascia la propria casa per un viaggio e lascia a ciascuno dei suoi servi un compito; e incarica di vegliare: ‘vegliate, perché non sapete quando viene il signore della casa’. E’ suggerirmento di una spiritualità degli occhi aperti tesi a leggere i segni dei tempi. La parabola di Gesù rivolta ai capi e responsabili religiosi richiamandoli all’incarico di una custodia, dalla comunità dopo la pasqua è riletta come appello all’attesa del ritorno del Figlio dell’uomo. ‘vigilate’, indica la condizione di chi non si lascia prendere dal sonno. E’ questo il medesimo invito rivolto ai discepoli nell’orto degli ulivi: ‘vegliare e pregare’ (Mc 14,37-39). L’attesa della fine dei tempi e del ritorno del Signore non può andare scissa dalla disponibilità a seguire il Signore nella sua passione. Colui che tornerà un giorno sulle nubi del cielo è colui che ha percorso la strada della passione.

E’ innanzitutto attenzione per non lasciarsi irretire da chi chiede di farsi seguire con annunci apparentemente religiosi ma dove non c’è il vangelo: sono gli annunci dei falsi profeti (Mc 13,22). Vegliare implica una disponibilità ad esser protesi in una cura che lasci spazio all’altro, che sta arrivando, è presente e va incontrato. Sta qui il fare propria la via di Gesù.

L’avvento richiama ad un cammino nell’attendere il Signore in questa storia, nel lasciargli spazio, nel leggere i segni della sua chiamata che ci converte a Lui.

Alessandro Cortesi op

Sollevarsi

E ancora io mi sollevo

Puoi sminuire la mia Storia
con le tue affilate, contorte bugie.
Puoi calpestarmi nella feccia
ma come polvere, ancora, io mi solleverò.

La mia sfacciataggine ti disturba?
Perché ti assale la tristezza e ti rabbui?
Solo perché cammino come avessi pozzi di petrolio
che pompano nel mio soggiorno.

Proprio come lune e soli,
con la puntualità delle maree,
proprio come speranze che balzano in alto,
ancora io mi solleverò.

Volevi vedermi a pezzi?
testa china e occhi bassi?
spalle cadenti come lacrime,
indebolita da pianti disperati?

La mia superbia ti offende?
Su, non prendertela a male se me la rido
come avessi miniere d’oro
scavate nel mio giardino.

Puoi pure spararmi con le tue parole,
tagliarmi con gli occhi,
ammazzarmi col tuo odio,
ma proprio come la vita, io mi solleverò.

La mia sensualità ti disturba?
Ti sorprende davvero
che io balli come se avessi diamanti
in mezzo alle cosce?

Fuori dalle baracche vergogna della Storia
io mi sollevo.
Su da un passato che ha radici nel dolore
io mi sollevo.
Sono un oceano nero, impetuoso e vasto,
che monta s’ingrossa, e la marea sostiene.

Lasciandomi alle spalle notti di terrore e paura
io mi sollevo.
In un’alba meravigliosamente limpida
io mi sollevo.
Portando i doni che gli antenati mi diedero,
io sono il sogno e la speranza dello schiavo.
E così, naturalmente,
ecco, mi sollevo.

(traduzione Evelina Santangelo, in L’Espresso 22.11.20)

E ancora io mi sollevo: in questo titolo che è anche ritornello della poesia di Maya Angelou (1928-2014) sta la traduzione poetica del significato dell’appello che proviene dal tempo di avvento e da questo tempo di pandemia che attraversa il mondo. Sollevarsi significa scorgere che il destino della propria vita non sta nell’abbassamento e nella rassegnazione all’oppressione. Sollevarsi è scoperta di una possibilità di liberazione da domini percepiti come invincibili e da cui sembra non esservi via di scampo, per sè stessi e per gli altri. Sollevarsi è movimento racchiuso nell’offerta di parole che escono dal silenzio del dolore e divengono motivo di vita per gli altri. “Io sono il sogno e la speranza dello schiavo”…

Maya Angelou in Still I rise evoca il difficile percorso della sua esistenza, segnata dalla violenza e dallo sfruttamento. Ha condiviso la condizione di discriminazione degli afroamericani negli USA ed ha avuto una infanzia segnata dalla sofferenza e dagli abusi, giungendo anche a non parlare più. Ma nonostante il peso di una sofferenza personale e collettiva la sua voce consegnata ai suoi libri e alle sue poesie è stata ispirazione e forza per molti e punto di riferimento per percorsi di liberazione, in particolare per gli afroamericani e per le donne. Nata nel 1928 a St Louis, in Missouri e cresciuta in Arkansas in un contesto di segregazione e di razzismo, madre in età giovanissima, Maya Angelou ha vissuto esperienze le più varie, adattandosi a lavori e situazioni diversissime. Impegnata nel movimento per i diritti civili è stata amica personale di Martin Luther King. Artista e insegnante, la voce della sua poesia ha ispirato e confortato. Una delle sue biografie ha per titolo: Io so perché canta l’uccello in gabbia (trad. ital. E.Cantarelli, ed. Beat 2015). Finalista per il premio Pulitzer per la poesia ha ricevuto numerosi riconoscimenti in ambito letterario e nel 2011 è stata insignita del più alto riconoscimento civile negli Stati Uniti, la medaglia per la Liberta’. Barack Obama ha detto di lei: “ha ispirato tutti noi a essere migliori… nel corso della sua vita, Maya è stata molte cose e la sua voce ha aiutato generazioni di americani a trovare il loro arcobaleno fra le nuvole… Con una parola gentile ed un forte abbraccio, aveva l’abilità di ricordarci che noi siamo tutti figli di Dio che abbiamo tutti qualcosa da offrire”.

Tardo ottobre

Con cura / le foglie d’autunno / cospargono tintinnii / di piccole cose / e i cieli sazi / di infuocati tramonti / di albe rosate / si avvolgono senza posa / in ragnatele grigie e virano / al nero / per riposare.

Solo gli amanti / vedono l’autunno / un segnale della fine / brusco gesto che avverte / chi non si lascerà allarmare / che iniziamo a fermarci / semplicemente / per ricominciare. (da Maya Angelou, The complete Poetry)

Alessandro Cortesi op

XXIII domenica tempo ordinario – anno A – 2020

Ez 33,7-9; Rm 13,8-10; Mt 18,15-20

“Se tuo fratello commette una colpa, va’ e ammoniscilo fra te e lui solo; se ti ascolterà avrai guadagnato il fratello”

Questa pagina del vangelo è tratta dalla sezione del vangelo di Matteo in cui sono raccolti gli insegnamenti di Gesù riguardo alla vita della comunità. In tali parole si avverte la chiamata ad una responsabilità di tutti nel custodire il fratello (e la sorella) nel suo cammino, quando le cose vanno bene ma anche quando si presentano errori e comportamenti sbagliati che portano una ferita alla vita di tutti della comunità.

Al cuore di questa pagina sta la richiesta di vivere uno stile nuovo di vita fraterna, secondo il progetto del Padre che ha cura di tutti. Un detto di Gesù (proveniente dalla fonte Q riportato anche da Luca) è la chiave di questa pagina: “State attenti a voi stessi! Se il tuo fratello commetterà una colpa, rimproveralo; ma se si pentirà, perdonagli” (Lc 17,3). Tra la disapprovazione del male e il perdono sta un possibile percorso in cui si aiuta l’altro a prendere consapevolezza e a orientarsi in modo diverso, costruendo così nuovi rapporti nella comunità stessa. 

Matteo sviluppa questo insegnamento: non solo indica il perdono quale esigenza del vangelo ma indica come attuare concretamente una custodia del cammino dell’altro che ha sbagliato. La questione fondamentale è come costruire una comunità di persone in cui si può presentare un comportamento sbagliato e l’offesa di qualcuno verso un altro. E’ un modo di considerare realisticamente la vita fatta anche di errori e di offese.  

E’ importante innanzitutto rendersi conto e guardare in faccia il male, non rimanere indifferenti e non scambiare il male per bene. Nella comunità che Gesù desidera è poi importante coltivare un atteggiamento di chi ha a cuore la vita e il cammino dell’altro. In tal senso non rimanere indifferenti al male è scelta di responsabilità per la vita dell comunità e per il cammino degli altri.  Ma il rimprovero stesso non va compiuto con attitudine di superiorità e freddezza. Si deve suggerire una correzione mantenendo lo stile della fraternità. E’ così indicato il difficile e faticoso processo della correzione fraterna.

Vari momenti e passaggi sono delineati. Dapprima si suggerisce di incontrare il fratello che ha sbagliato a tu per tu, parlandogli personalmente e chiaramente con lo spirito di chi si fa carico dell’altro. Si tratta di una correzione che non intende essere un giudizio di condanna, ma un aiuto e una compagnia, sapendo che tutti siamo esposti a sbagliare e vivere scelte che feriscono gli altri. Chi viene corretto non deve essere umiliato nel rendere scoperto il suo errore. Se questa via non porta risultati si indica di cercare altri modi per dialogare, prima con uno o due testimoni, poi davanti alla comunità. Se infine non c’è ascolto nemmeno della comunità ‘consideralo come un pagano e un pubblicano’. Se tutti i tentativi di correzione si rivelano inutili l’ultima parola non è l’esclusione, piuttosto è il riconoscimento di una situazione di estraneità nella quale il fratello con il suo non-ascolto si è situato.  Ma è pur sempre un volto a cui guardare con il medesimo sguardo di Gesù verso i pubblicani e i peccatori.

Tutte le strade devono essere percorse per non acconsentire al male e per farsi carico del cammino dell’altro. Questa pagina di Matteo, forse elaborata sulla base dell’esperienza, è invito a sentirsi responsabili di chi sbaglia perché possa ritrovare la giusta via e perché nessuno vada perduto così com’è il desiderio del Padre per tutte le sue pecore (cfr. Mt 18,12-14). Se l’ascolto è la via nella quale costruire la comunità, il non ascolto della Parola di Dio e della parola del fratello è la via che segna una estraneità ed un allontanamento.

Alla parola sul perdono e sulla correzione fraterna seguono poi tre detti di Gesù: il primo è l’affidamento a tutta la comunità di quanto era stato detto a Pietro: essere responsabile di ‘legare e sciogliere’, di interpretare la legge e ammettere alla comunione. L’intera comunità è coinvolta in questo affidamento e responsabilità. Il criterio di riferimento rimane quello della misericordia di Dio che è al di là dei nostri pensieri.

Il secondo detto è sulla la preghiera: il Padre esaudirà senza dubbio la preghiera compiuta insieme. Qui Matteo pensa probabilmente alla situazione della comunità che insieme prega e supplica per il fratello che ha sbagliato.

Il terzo detto è un parola di fiducia. Gesù promette di essere presente laddove la comunità si riunisce nel suo nome, cioè unita nella fede in lui. I rabbini dicevano che Dio è presente laddove due o tre si riuniscono per leggere insieme la legge, per ascoltare la Parola di Dio. Gesù promette la sua presenza quando due o te si riuniscono nel suo nome: l’incontro con Gesù avviene nel tessuto degli incontri umani e nell’impegno a costruire una comunità come lui desidera.

Alessandro Cortesi op

Perdono

Trattando del perdono nell’esperienza dell’amore di coppia lo psicanalista e scrittore Massimo Recalcati analizza le dinamiche della rottura e del tradimento che rendono non solo difficile il perdonare, ma pongono di fronte alla stessa impossibilità del perdono. Possibilità di perdonare e impossibilità di attuare questo passaggio sono come due aspetti vicini della medesima esperienza di vulnerabilità dell’amore: “La possibilità del perdono e l’esperienza del perdono come impossibile non sono solo due opzioni semplicemente alternative. Esse condividono piuttosto un punto in comune, sono due facce della stessa medaglia: entrambe si confrontano con il muro reale dell’impossibile; vivono l’amore come esperienza radicale, come rischio dell’assoluta esposizione all’Altro”. (M.Recalcati, Non è più come prima, Raffaello Cortina Editore, 61).

Se è da considerare l’impossiblità del perdono è anche da scorgere come perdonare l’imperdonabile possa essere il gesto radicale dell’amore. Non è questione di un momento, non è un passaggio da dare per scontato. Si connota come un lavoro, il lavoro del perdono:

“Quando il gesto del perdono diventa davvero possibile è perché vi è stato un passaggio interno alla vita più intima del soggetto che perdona. Allora ogni simmetria immaginaria con l’offesa subita si rompe. Ma questo passaggio necessita di tempo. Il perdono non è un atto reattivo ma un lavoro che esige tempo e che ha come suo presupposto imprescindibile il raccoglimento del soggetto su se stesso. Di fronte alla distruzione totale della fiducia provocata dal trauma del tradimento è solo il lavoro del perdono. che può rinnovare tutto decidendo ancora per l’“ancora” dell’amore. Essendo un lavoro che ha come suo presupposto la recisione netta di ogni simmetria e di ogni reciprocità, il perdono non può mai scaturire dai comportamenti di chi ha tradito. Esso risulta sempre asimmetrico, oltrepassa la logica dello scambio che consiste nel dare all’Altro solamente per ricevere qualcosa dall’altro com’era. Il perdono non può cancellare le tracce della ferita, non può essere il frutto di una pura e semplice amnesia. Tutto quello che circondava l’amato – ricordi, esperienze, figli, amicizie, imprese –, deve essere voluto una seconda volta, deve essere fatto vivere in modo nuovo, ancora un’altra volta, ancora. In questo senso si può pensare che il gesto del perdono sia uno dei gesti più alti dell’amore: solo il lavoro del perdono può far decidere per un altro “Sì!”, può ribadire, controvento, che il volto del Nuovo ha davvero il volto dello Stesso, può mantenere il caso vincolato al suo destino” (ibid. 59).

Tali riflessioni sono parte di un profondo esame sulle dinamiche dell’amore e del desiderio. Ma la sottolineatura che il perdono non è cosa facile, che implica un lungo processo non uniforme e con esiti non scontati è un aspetto su cui sostare a fronte di una retorica diffusa che non considera nemmeno il perdono visto come scelta impossibile o, per contro, che lo presenta come esigenza della fede cristiana senza riferimento alle difficoltà e senza rapporto con un cammino di maturazione umana.

La complessa elaborazione del perdono comporta in ogni situazione non un ritorno alla situazione di prima, talvolta sognata e idealizzata, ma una assunzione responsabile del porsi di frinte agli altri in una condizione nuova. Coincide con l’offrire una nuova possibilità di futuro e di dialogo, in cui anche ripensare radicalmente le proprie attese, i propri desideri, la stessa identità. Costituisce in fondo un superamento dell’innamoramento narcisistico per fare ingresso nello spazio senza garanzie e assicurazioni della radicalità dell’amore.  

Là dove salta ogni simmetria e reciprocità, là dove la persona è posta davanti al superamento di ogni scambio, si apre uno spazio aperto che richiede tempo e lavorio interiore. Il perdonare perde così un’aura idealizzata di scelta a disposizione senza problemi che si risolve in un attimo. Assume invece i contorni di un lungo cammino che implica apertura ad una novità insieme alla sofferenza.

“Il lavoro del perdono non si nutre dell’infatuazione narcisistica della propria immagine ideale, ma viene dall’abisso del trauma dell’abbandono; non confronta il soggetto con l’immagine ideale dell’Altro, ma con la sua alterità più spigolosa, con il reale più reale dell’Altro. Se l’innamoramento si soddisfa del potenziamento dell’Io, il perdono conduce al di là dell’Io, ci accosta al mistero della totale ingovernabilità dell’Altro, del suo essere irriducibilmente straniero, eteros” (ibid. 64-65).

Il complesso percorso del perdonare implica accogliere la rottura di situazioni in cui si vive l’idealizzazione del volto dell’altro o degli altri, o il rispecchiamento del proprio io negli altri. E’ cammino che implica fare i conti con le ferite che non possono essere cancellate e che rimangono come cicatrici nella possibilità di intraprendere un nuovo inizio.

Recalcati nel suo libro ha pagine dense di lettura dell’atteggiamento di Gesù – in particolare nell’episodio dell’incontro con la donna adultera – che si pone dalla parte della donna e pensa davvero a lei: “Invece di inseguire la logica giuridica dell’assoluzione o della punizione, Gesù sceglie la via assai più ardua del perdono come gesto assoluto, gratuito, radicalmente libero (ibid. 55-56). Nel suo offrire perdono apre nuovi orizzonti che fanno inseguire l’autentico desiderio, che accompagnano a scorgere la chiamata di fondo della propria vita, offrendo un nuovo futuro e nuove possibilità.  

Alessandro Cortesi op

XXII domenica tempo ordinario – anno A – 2020

Ger 20,7-9; Rm 12,1-2; Mt 16,21-27

“Gesù cominciò a spiegare ai suoi discepoli che doveva andare a Gerusalemme e soffrire molto da parte degli anziani, dei capi dei sacerdoti e degli scribi, e venire ucciso e risorgere il terzo giorno”

In un momento di svolta, dopo che Pietro ha riconosciuto Gesù come messia, Gesù disorienta i suoi parlando del suo cammino in termini di sofferenza, rifiuto e morte. Le scelte di Gesù mettono in crisi infatti il modo di concepire un messia di tipo politico, della gloria e dell’affermazione.

Fino a questo momento Gesù nei suoi gesti e parole aveva annunciato il ‘regno di Dio’ come vicinanza ai poveri e dono di vita per tutti. Ora il suo insegnamento si concentra sulla cerchia dei discepoli. Gesù prospetta il suo cammino e dice loro che dovrà affrontare il rifiuto di quelli che contano, la sofferenza e la morte. E’ una prospettiva ben diversa dalle attese di Pietro che l’ha riconosciuto come messia ma che ora reagisce con forza: ‘Dio te ne scampi, Signore, ciò non ti accadrà mai’.

Viene così posta in risalto l’opposizione di due modi di pensare al messia. Pietro pensa in modo religioso, e attende un messia che s’impone in termini di potenza e riconoscimento. Attendeva in Gesù il volto di un re dominatore, capace di instaurare un nuovo ordine politico e sociale. Si rifiuta di pensare che Gesù sia messia nella via della debolezza, che deve subire ingiustizie, sofferenza e morte. Pietro pensa in termini di affermazione, di vittoria, di potenza secondo gli uomini: la sua logica è quella del successo. Si pone anche come maestro davanti a Gesù e gli indica che per quella strada non potrà giungere da nessuna parte.

Gesù reagisce alle parole e agli atteggiamenti di Pietro: il suo modo di pensare è ostacolo e inciampo (scandalo) sulla sua via. Da qui l’accusa di essere in tale modo il divisore e di compiere l’azione di satana/divisore. E’ un pensare non secondo Dio ma secondo gli uomini. Gesù chiede a Pietro di seguirlo con un cambiamento di mentalità: non è sufficiente affermare che egli è messia, anzi una espressione teorica staccata dalla sua vita e dal seguirlo si pone addirittura in contrasto con lui. Per vivere un cambiamento è necessario porre i propri passi sulla sua via. Gesù afferma un primato dell’esperienza sulla teoria.

Alcune condizioni per entrare in rapporto autentico con lui sono poste da Gesù. Chiede innanzitutto di ‘rinnegare se stessi’. Non si tratta di una richiesta di mortificazione. Gesù desidera persone libere che lo seguano, ma il primo passo da compiere è liberarsi dall’idolatria del proprio io, dalla sete insaziabile di guardare alla vita e agli altri secondo i propri interessi, dalla pretesa di stare al centro e di affermarsi a scapito degli altri. E’ un invito a uscire dai ristretti orizzonti dell’egoismo per spendere la vita senza ripiegamenti. E’ un invito da accogliere sia per la vita personale sia per la comunità ed in tal senso è forte provocazione contro ogni tipo di esclusivismo e di autoreferenzialità: Gesù chiede di allargare i propri pensieri, assumendo lo sguardo di Dio.

Una seconda condizione è prendere la propria croce: ancora non è un invito a rassegnarsi e a rimanere inerti di fronte alla sofferenza, addirittura cercandola. Gesù al contrario chiede di lottare contro la sofferenza degli altri e propria. Invita a seguire lui che ha dato se stesso per liberare i poveri e per donare speranza anche in situazioni di ingiustizia e di morte. Prendere la croce è richiesta esigente da parte di Gesù di camminare sulla sua via. Nel dono di sé e nel servizio la vita non viene perduta ma trova il suo compimento. Prendere la croce si può tradurre allora come attuare un amore gratuito e senza confini nell’operare accoglienza, ascolto, cura, ospitalità. Questa prassi di Gesù che scardinava i privilegi e le sicurezze dei poteri politici e religiosi, inaugurando un modo di vivere nella fraternità ha suscitato la reazione contro di lui fino alla decisione di farlo morire.

Gesù ai suoi dice che questa è la via della risurrezione perché in essa si potrà trovare la vita autentica secondo il pensiero di Dio. L’invito e la richiesta di Gesù a suoi è di seguirlo non per perdere ma per trovare la vita. Si attua così il paradosso di cui Gesù è testimone: nel perdere la vita per Dio e per gli altri si potrà accogliere il suo fiorire come dono di comunione.

Alessandro Cortesi op

Prendere la croce: dono o sacrificio?

‘Prendere la propria croce’ è un modo di dire entrato nel linguaggio comune ad indicare un atteggiamento di rassegnazione di fronte alla sofferenza. Le radici di questa impostazione stanno in un modo di intendere la vita e la morte di Gesù, il significato della croce – e quindi dei suoi discepoli – secondo il modello del sacrificio.

Nella storia del cristianesimo il riferimento alla morte di Gesù come sacrificio ha suscitato forme di spiritualità in cui sacrificio e sofferenza si legavano all’espiazione del peccato: per seguire Gesù si delinea così una via in cui la sofferenza è da accettare e subire, anche da ricercare, proprio a partire dalla considerazione che Gesù ha sofferto pagando a caro prezzo la nostra salvezza. D’altra parte la terminologia del sacrificio è abbondantemente presente nei riti liturgici in particolare nella messa.

Una assunzione acritica di questa categoria ha condotto al formarsi di una immagine di Dio diffusa nella catechesi e nella predicazione quale Dio che vuole il sacrificio del suo Figlio per concedere il suo perdono, assimilato ad un despota crudele e assetato di sangue. Un volto di Dio che nulla ha a che vedere con il Dio di Gesù Cristo. L’utilizzo della categoria del sacrificio è stata così alla base di profondi fraintendimenti della stessa esperienza di Gesù e del suo messaggio divenendo motivo di angoscia, turbamento e squilibri nella vita di molti.

In epoca contemporanea forti obiezioni a questa mentalità sacrificale sono sorte da vari ambiti. Aspre e dure quelle di filosofi come Nietzsche che hanno denunciato la mentalità sacrificale del cristianesimo che avrebbe condotto alla divinizzazione della crudeltà. Ma anche nell’ambito dell’esegesi e della teologia non sono mancate proposte di revisione e ripensamento a partire dall’approccio storico critico alle Scritture e da approfondimenti del medesimo pensiero teologico. 

La ricerca sui testi del Nuovo Testamento ha posto in rilievo come il riferimento al sacrificio (una pratica di culto attuata in forme assai diverse nel mondo ebraico connessa all’alleanza e presente in forme diverse nelle varie tradizioni religiose) non sia l’unico modo con cui viene offerta una interpretazione della morte stessa di Gesù. Altre categorie infatti vengono usate: si parla infatti di ‘nuova alleanza’ e la sua morte è vista in riferimento a quella del ‘servo sofferente’ come pure Gesù è indicato come ‘nuovo e ultimo Adamo’.

La rilettura dei vangeli ha condotto a porre in evidenza come Gesù nella sua vita non ponga mai la condizione di compiere qualche pratica di culto o di espiazione per perdonare i peccati. Il suo perdono è un atto totalmente gratuito che suscita un cambiamento (la conversione) ma senza porre condizioni previe. Veramente Gesù si è comportato nella linea dell’annuncio profetico: ‘misericordia io voglio e non sacrificio’ (Os 6,6).

Anche i racconti dell’ultima cena e quelli della passione non presentano riferimenti ad un culto di sacrificio o di espiazione, e le parole di Gesù sul pane e sul calice esprimono in modo simbolico il senso della sua esistenza come vita donata: una pro-esistenza data interamente per gli altri. Gesù vive fino in fondo la sua obbedienza al Padre nella speranza dell’attuarsi vicino del regno quale esperienza di vicinanza amorosa di Dio che perdona e fa vivere.

La lettura sacrificale della morte di Gesù ha iniziato a farsi strada nelle formule dei  primi annunci della fede dove si parla della morte di Gesù per i peccatori: “morì per i nostri peccati secondo le Scritture” (1Cor 15,3); “ha dato se stesso per i nostri peccati” (Gal 1,4).

Tali formule intendono porre accento sul fatto che  Gesù ha vissuto ed è morto ‘per’ cioè ‘a favore di’, ‘per la salvezza’ degli uomini peccatori. Nella risurrezione Dio Padre ha approvato e riconosciuto tale dono. Tali espressioni potevano così essere intese nel senso di una morte ‘in espiazione dei nostri peccati’ con riferimento alla pratica del ‘sacrificio espiatorio’, e fu questo modello che ebbe diffusione con Paolo e la lettera agli Ebrei.

D’altra parte è da tener presente che proprio Paolo e la lettera agli Ebrei sottolineano ciò che specifica la morte di Gesù, come atto di amore gratuito di Dio che dona riconciliazione (Rom 5,8-11), come dono di se stesso (Eb 9,14) come atto compiuto una volta per tutte che pone fine alla pratica dei sacrifici durante i quali si uccidevano animali e si versava sangue (Eb 9,11-12). Con queste affermazioni il termine sacrificio veniva portato ad indicare non qualcosa da offrire a Dio quale prezzo da pagare, ma una vita buona donata che si attua non in pratiche di culto, ma nella quotidianità dell’esistenza (come Paolo riprende esortando i cristiani a vivere una vita spesa secondo lo Spirito in Rom 12,11).

Tuttavia nonostante questo spostamento nella storia del cristianesimo è rimasto il riferimento al ‘nucleo cruento’ del sacrificio, cioè l’idea che sacrificio sia un atto di espiazione da offrire ad un Dio giudice implacabile. Certamente un peso ha avuto la lettura della morte di Gesù come ‘soddisfazione’ resa a Dio, da parte di Anselmo nel quadro culturale del mondo feudale del Medioevo. Da qui si sono sviluppate anche le vie in cui la spiritualità del sacrificio è stata proposta come sequela di Gesù nella rinuncia di umanità e annientamento di sè, coltivando la religione della paura, dei sensi di colpa e della sottomissione.

Nel dibattito contemporaneo vari sono i tentativi per ripensare la categoria del sacrificio, e  soprattutto per offrire motivi per vivere una vita al seguito di Gesù in fedeltà al volto di Dio misericordia da lui testimoniato.

C’è chi, come il teologo tedesco Jürgen Werbick, propone di continuare ad utilizzare questo riferimento ma riconoscendone i limiti e precisando il significato:

“Considerare il sacrificio – e alla fine fine lo stesso sacrificio di croce – come il prezzo che gli uomini o il Figlio dell’uomo devono pagare per ingraziarsi Dio, significa contraddire profondamente l’esperienza di Dio e la prassi di vita di Gesù” (Soteriologia, Queriniana, Brescia 1993, 315).

C’è chi sostiene la necessità di cambiare linguaggio per rimanere fedeli alla prassi del perdono attuata da Gesù e al volto di Dio da lui annunciato e per non cadere nelle forme della rassegnazione e di una visione che affermi la positività del male, di quanto distrugge la vita e della sofferenza stessa.

Si pone con urgenza la questione di comunicare il vangelo quale ‘bella notizia’ per la vita  nei termini di salvezza quale dono gratuito di Dio che è stata portata da Gesù in una linea di donazione e di amore. La sua intera esistenza e la sua stessa morte non sono state vissute nel segno di una fatica e una sofferenza per placare un Dio adirato e offeso dal peccato umano ma sono state bella notizia della possibilità di vivere l’esistenza come dono in ogni momento: la sua vita e la sua stessa morte sono state dono vissuto nell’amore del Padre e per annunciare il volto del Dio di misericordia che fa nuove tutte le cose.

Roberto Mancini è tra i pensatori che più insiste sulla urgenza di modificare nella spiritualità cristiana il linguaggio del sacrificio sostituendolo con il linguaggio del dono: Nel sacrificio “l’enfasi cade sul prezzo, sul costo, sulla fatica e sulla presunta sofferenza salvifica…” nel dono “ l’accento sta sull’amore, sul bene che il donatore vuole all’altro, sul bene del donatario, sulla loro relazione” (R.Mancini, Per un cristianesimo fedele. La gestazione di un mondo nuovo, Cittadella, Assisi 2011, 67). Si tratta di una profonda riflessione sul dono come autodonazione di amore, esistenza data in una relazione che coinvolge e vivifica. Non è la sofferenza di Gesù la causa dell’amore di misericordia di Dio, ma è l’amore fedele di Dio la forza che ha condotto Gesù a vivere anche nella sofferenza, portata su di sé, la fiducia e fedeltà all’amore sino alla fine nella comunione.

Così osserva Giovanni Ferretti: “Riflessione filosofico-teologica e filologico-teologica sembrerebbero quindi convergere nel suggerire l’abbandono della categoria sacrificale perché in  se stessa ambigua, in contrasto con lo spirito evangelico originario, comunque non più in grado nel nostro contesto culturale, di comunicare il Vangelo come il ‘lieto annuncio’ della salvezza di Dio portata da Gesù agli uomini di ogni tempo. Non so se questa proposta di abbandono abbia qualche possibilità di recezione nella teologia cristiana…” (G.Ferretti, Spiritualità cristiana nel mondo moderno, Cittadella Assisi 2016, 127-128). E suggerisce che il riferimento al sacrificio può essere proposto da un lato ‘dicendolo’, ma nello stesso tempo ‘disdicendolo’ continuamente, revocando quanto affermato, perché nel momento in cui viene detto c’è qualcosa che va disdetto e precisato a rischio che le nostre parole tradiscano e non indichino il volto di Dio che Gesù Cristo ha raccontato.

Trovare nuovi linguaggi in fedeltà al vangelo è compito ineludibile oggi per aprire vie che aiutino ad incontrare la via proposta da Gesù come bella notizia per ogni esperienza umana.  

Alessandro Cortesi op

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