la parola cresceva

commenti alla Parola della domenica e riflessioni

Archivi per il mese di “luglio, 2016”

XVIII domenica tempo ordinario anno C – 2016

IMG_0535_2Qoh 1,2;2,21-23; Col 3,1-5.9-11; Lc 12,13-21

“Chi ha lavorato con sapienza, con scienza e con successo dovrà poi lasciare i suoi beni a un altro che non vi ha per nulla faticato. Anche questo è vanità e grande sventura”. Qohelet, ‘il predicatore’, è uno tra i più inquietanti autori della Bibbia. E’ stato identificato con Salomone, re dalla vita splendida e riuscita (Qoh 1,12-2,26). Eppure la constatazione che guida il libro è che tutto, ricchezze, sapere, piaceri è ‘vanità’: l’ebraico ‘hebel/habel’ indica la nebbia, il vapore che si dissolve, la schiuma effimera sulle onde, la rugiada che svapora al mattino. Anche quanto nella vita è ricercato e agognato come obiettivo di vita riuscita si rivela cosa inconsistente.

Qohelet, uomo ricco che ha percorso la vita, che ha potuto gustare il bello e il piacere, conclude con uno sguardo disincantato e disilluso, denuncia le contraddizioni, la bugia sottesa, la finzione, e la ‘vanità’ in ogni situazione, personale, sociale politica (Qoh 4,13-16; 5,7; 9,13-15), religiosa (Qoh 4,17-5,6). Il suo libro è stato letto quale spietata denuncia della pretesa umana di comprendere e di dare facili risposte alle inquietudini dell’esistenza: un messaggio scandaloso al cuore della Bibbia segnato dalla percezione dell’inesorabile sgretolarsi della vita umana (cfr. Qoh 12,1-7).

Un redattore finale ha cercato di smussare tutto questo nella conclusione (cfr. Qoh 12,9-14) riportando il discorso in termini consolatori: “conclusione del discorso, dopo che si è ascoltato ogni cosa: temi Dio e osserva i suoi comandamenti, perché questo per l’uomo è tutto”.

Ma il libro di Qohelet rimane un testo difficile, si presta a diverse interpretazioni, non facilmente assimilabile ad un discorso religioso di consolazione. Per qualche interprete può essere accostato quale proposta di una visione radicale fondata solamente sul senso di infinito. Si osserva infatti che Dio ha posto nel cuore ‘nozione di eternità’: è forse la tensione a cercare risposta ai grandi quesiti che vengono dalle contraddizioni dell’esistenza? E’ il desiderio di una visione d’insieme di una vita che appare frammentaria e sfilacciata? E’ forse apertura oltre tutto ciò che è inconsistente, smascherando le facili consolazioni, i surrogati e le illusioni? Certo, tuttavia, al cuore di questo percorso rimane un ‘non comprendere’ quale grande sfida posta al lettore. “Ho considerato l’occupazione che Dio ha dato agli uomini, perché si occupino in essa. Egli ha fatto ogni cosa bella a suo tempo, ma egli ha messo la nozione dell’eternità nel loro cuore, senza però che gli uomini possano capire l’opera compiuta da Dio dal principio alla fine” (Qo 3,10-11).

Il ricco della parabola è esempio tipico di un uomo appagato e realizzato, ma profondamente stolto: è il profilo dell’uomo assorbito dalle vanità, dal pensare solo a programmare l’accumulo e ad organizzare i suoi averi. Non valuta il senso del tempo, non s’interroga sulla vita, non si pone la questione del limite. “C’è chi è ricco a forza di attenzione e di risparmio; ed ecco la parte della sua ricompensa: mentre dice: ‘Ho trovato riposo; ora mi godrò i miei beni’ non sa quanto tempo ancora trascorrerà; lascerà tutto ad altri e morirà” (Sir 11,18-19).

Preoccupato di ammassare, ignaro del tempo del vivere, troppo occupato e distratto per potersi fermare e interrogarsi sul senso del vivere reca in sé i tratti dello stolto. Incapace d comprendere, duro di cuore e superficiale nel suo affidarsi ad illusioni: è uomo immerso nella vanità, misero nella sua inconsapevolezza eppur prepotente e arrogante nell’illudersi del suo potere. “Voi dite: oggi o domani andremo nella tal città e vi passeremo un anno e faremo affari e guadagni. E invece non sapete che cosa sarà domani! Ma che è mai la vostra vita? Siete come vapore che appare per un istante e poi scompare” (Gc 4,13.14).

Stoltezza è vivere della vanità attuando così una forma di idolatria: il ritrovare nelle ricchezze un piccolo dio. Nell’agire del ricco si rende vivo il volto concreto della stoltezza come assorbimento nella questione dei beni e dell’accumulo per se stessi. Gesù propone una sapienza diversa, un modo di vivere capace di valutare le cose. Indicando come stolto quest’uomo spinge a considerare il senso del limite, ed un modo possibile di intendere la vita, non ripiegata su se stessi, ma aperta agli altri. Suggerisce che la vita non dipende dai beni. Vivere nella sapienza implica un modo diverso di guardare: le persone non contano per i beni che possiedono. Si può divenire schiavi di una ricchezza accumulata per se senza pensare alla condivisione.

Alessandro Cortesi op

rembrandt-parabola-del-ricco-stolto2(Rembrandt, La parabola del ricco stolto, part.)

I beni

“Chi è nato ricco o è diventato ricco, grazie a un matrimonio fortunato o a un superstipendio, difficilmente vedrà il proprio capitale ridursi. Anzi diventerà sempre più ricco…”. L’economista Thomas Piketty, autore di una fondamentale analisi del capitalismo (Il capitale nel XXI secolo), ha denunciato come oggi il rendimento del capitale è superiore alla crescita dell’economia reale e del reddito. Nell’attuale contesto europeo, di stagnazione e in cui l’economia non cresce, chi vive di rendita può mantenere la propria posizione di preminenza mentre coloro che vivono del lavoro e del proprio stipendio sono le categorie più esposte ai cambiamenti e alla crisi. L’analisi di Piketty evidenzia i possibili sviluppi del sistema attuale verso una situazione in cui l’eredità di chi ha accumulato ricchezze finanziarie ha la preminenza sul lavoro. La sua analisi è presto sintetizzata: “Il problema è che le nostre economie occidentali non si muovono verso una maggiore uguaglianza, le spinte verso la socialdemocrazia e la ridistribuzione del Novecento sono state un’eccezione e un’illusione, quello che ci aspetta è il ritorno a un capitalismo ottocentesco come quello dei romanzi di Balzac in cui non importa quanto tu possa lavorare duro: la ricchezza non si accumula, si eredita”. (“La Repubblica” 8 ottobre 2014). Thomas Piketty suggerisce per uscire alcune misure da tale situazione: la tassazione progressiva dei grandi patrimoni con politiche mondiali per rintracciare coloro che nascondono le proprie ricchezze lottando contro i paradisi fiscali e attuando norme severe contro l’evasione.

Ma le misure economiche che pure possono essere esse in atto non possono sostituire la presa di consapevolezza dell’iniquità del sistema in cui si attua un accumulo di ricchezze da parte di una percentuale di popolazione mondiale esigua, nell’indifferenza verso una distribuzione delle risorse e della ricchezza. Le parole rivolte al ricco stolto oggi non riguardano solamente un appello a singoli, ma sono parole rivolte a livello collettivo soprattutto a chi detiene i grandi gruppi della finanza mondiale. Ma quali vie per un cambiamento di sistema?

Nel suo libro Trasformare l’economia. Fonti culturali, modelli alternativi, prospettive politiche, (ed. Francoangeli 2014) Roberto Mancini passa in rassegna e analizza i vari modelli di altra economia alla ricerca di nuove vie percorribili. L’attuale sistema ha prodotto l’homo oeconomicus: “L’homo oeconomicus non si specchia e non vede neppure la propria immagine. Non tanto perché vede solo il denaro, quanto perché vede tutto secondo il denaro, che quindi è molto più di un misuratore del valore dei beni e del lavoro: è la luce che fa “vedere” ogni cosa”. Un nuovo modo di vivere il rapporto con i beni e l’economia non può scaturire da applicazione i modelli, se non trae radici da una presa di consapevolezza comune per cui operare a diversi livelli. Mancini osserva che non è sufficiente la lotta alla politica dell’austerità, se si rimane dentro ai parametri del capitalismo. Le crisi economiche sono parte integrante di questo sistema ad esso indispensabili per potersi riprodurre. A suo avviso è necessaria una rivoluzione che coinvolga i modi di sentire e di pensare. Agli esseri umani deve essere restituita dignità per non essere trattati né come esuberi, cioè esseri inutile, né come una risorsa, solamente in considerazione della loro utilità e produttività senza avere una considerazione per le persone nella loro unicità. E questo discorso si potrebbe ampliare anche in considerazione della natura, da considerare non solo come ricchezza da usare, ma come dono da custodire.

Alessandro Cortesi op

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XVII domenica tempo ordinario – anno C – 2016

IMG_0440Gen 18,20-21.23-32; Col 2,12-14; Lc 11,1-13

“Davvero sterminerai il giusto con l’empio? Forse vi sono cinquanta giusti nella città: davvero li vuoi sopprimere? E non perdonerai a quel luogo per riguardo ai cinquanta giusti che vi si trovano?”. Abramo è il padre dei credenti, nel suo cammino si può ritrovare il percorso di ogni credente. Ha vissuto l’accoglienza di una speranza inattesa, ha ricevuto la promessa di futuro e discendenza nel segno delle nelle luci di un cielo stelato, ha scoperto la presenza di un Dio vicino e fedele nell’alleanza. Nei volti degli stranieri giunti alla sua tenda ha accolto la visita di Dio nella sua vita. Di Abramo si ricorda anche il suo atteggiamento verso la città, il suo intercedere per un mondo vasto in cui forse vi è la presenza di alcuni giusti. La sua preghiera si fa speranza di cambiamento per la città inospitale, fondata sul seme dei giusti. La sua preghiera è espressione della sua fede in Jahwè. Abramo è il credente che sta davanti a Dio e intercede per altri. Non difende la città empia dall’ira di un Dio assetato di vendetta; piuttosto diviene nella sua preghiera specchio della speranza di Dio che non vuole la morte del peccatore. La sua preghiera svela il volto di un Dio che non vuole il male, ma desidera che ogni male sia vinto e superato nella scelta del bene. Svela anche il volto di un Dio che desidera che la sua cura divenga quella del suo fedele. Abramo assume il profilo di colui che in se stesso reca l’immagine stessa di Dio, specchio della ricerca di Dio di un solo giusto che possa essere segno di salvezza per tutta la città.

La preghiera di Abramo sembra trovare eco e interpretazione nelle parole di Etty Hillesum riportate nel suo Diario in data 11 di luglio del 1942 (uno Shabbat). Così scriveva nel tempo della violenza e dello sterminio: “Una cosa, però, diventa sempre più evidente per me, e cioè che tu non puoi aiutare noi, ma che siamo noi a dovere aiutare te, e in questo modo aiutiamo noi stessi… Sembra che tu non possa far molto per modificare le circostanze attuali ma anch’esse fanno parte di questa vita? E quasi ad ogni battito del mio cuore, cresce la mia certezza: tu non puoi aiutarci, ma tocca a noi aiutare te, difendere fino all’ultimo la tua casa in noi».

Per Abramo la preghiera si fa eco della speranza di Dio, che nella grande città si attui un cambiamento. Abramo diviene uomo capace di non rimanere ripiegato su di sé. E’ aperto a de-centrarsi: la sua fede lo spinge a farsi carico di una storia segnata dal peccato, scorge come la sua esperienza può divenire vita per altri. La sua preghiera è anche sguardo all’invisibile, tensione a scorgere che vi è nella storia la presenza di alcuni giusti, una presenza spesso nascosta. Ma proprio tale presenza è preziosa: un solo giusto può essere seme di cambiamento per tutti. La preghiera diviene luogo non tanto per cambiare Dio ma per cambiare l’idea di Dio che abbiamo, convertendoci al Dio dell’alleanza e della promessa di vita.

Nel vangelo di Luca Gesù ad un certo punto viene sollecitato dai suoi ad insegnare a pregare ‘come anche Giovanni ha insegnato ai suoi discepoli’. Gesù ‘si trovava in un luogo a pregare’: quando ebbe finito i suoi discepoli si rivolgono a lui. Gesù viveva la sua preghiera nel prendere le distanze dalle folle, nella solitudine, non si appoggia su altri elementi, è indicazione della suo spazio dato all’incontro con il Padre nella sua vita.

Ai suoi indica che la preghiera non è una pratica da eseguire. Piuttosto è imparare a stare davanti al Padre riconoscendolo come Presenza non per qualcuno solamente ma ‘nostro’. Le poche parole che Gesù lascia ai suoi indicano la debolezza del pregare. Pregare non è riducibile a fare qualcosa, ma si racchiude nel riconoscersi accoglienti: è vivere nella confidenza e affidamento, invocando il regno, rivolgere a Dio un balbettio di bambini, scorgere che ha cura di noi.

Le parole sono poche indicazioni, rinvio a scoprire che Dio è vicino nella nostra storia. Il suo nome, la sua santità si sta manifestando, il regno sta venendo. Accogliere il suo nome coinvolge. La parola chiave è allora ‘Padre’, indicato come ‘nostro’, che contrasta ogni logica di ridurre a Dio e la vita stessa ad una questione di proprietà e di vantaggi in senso individualista.

Le prime due richieste riguardano il realizzarsi del progetto di Dio: il suo nome ci è comunicato, il regno viene. Dio rivela il suo nome quando libera e salva, ed attua il regno quando prende la parte degli oppressi liberandoli. Le altre richieste, sono il pane, il perdono e la fortezza nella prova. Il pane è necessità quotidiana e semplice dell’uomo, che reca con sé il simbolo della condivisione. Il perdono è dono senza confini che ha origine da Dio, e passa attraverso i percorsi umani di riconciliazione. E’ dono da invocare e ricevere, ed è anche via sulla quale scoprire la possibilità di rapporti nuovi. L’ultima invocazione è di non soccombere nella prova. Nel momento della sua prova Gesù vive un affidamento radicale al Padre (Lc 22,39-46).

In queste parole confluiscono come due corsi d’acqua lo sguardo al regno e l’impegno per rapporti nuovi in una storia di riconciliazione. Il Padre dona lo Spirito santo, la sua stessa vita. Luca ricorda che la preghiera reca in sé fecondità non secondo calcoli umani, ma oltre ogni attesa: ‘Chiedete e vi sarà dato, cercate e troverete, bussate vi sarà aperto’.

Alessandro Cortesi op

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Intercedere

E’ sempre difficile passare in mezzo e attraversare. E’ passaggio irto di pericoli ogni attraversamento sul confine tra terre lontane e situazioni diverse. Inter-cedere è attitudine di chi sceglie di porsi nel mezzo, di non farsi da parte con indifferenza, di non assumere una visione semplicistica, soprattutto di fronte a chi è responsabile di male. Intercedere è movimento di chi vive la consapevolezza di essere inserito in una rete di relazioni, in cui scoprire la propria responsabilità. Chi intercede sa cogliere le differenze, e sa distinguere: anche di fronte all’ingiustizia, alla cattiveria all’egoismo intercedere è attitudine che mantiene lucidità, che non confonde il male con il bene, ma sa cogliere l’importanza di distinguere lo sguardo alla persona, nel suo presente e nel suo possibile futuro, e il giudizio sulle sue scelte e azioni.

Intercedere è attitudine di chi non semplifica la realtà, di chi non rivolge uno sguardo a situazioni e persone in termini riduttivi. Intercedere è capacità di schierarsi dalla parte delle vittime per difendere i più deboli ed evitare nuove ingiustizie e malvagità. Intercedere implica camminare scorgendo che dietro ad ogni gesto c’è una persona che può distaccarsi dal male, dalle azioni compiute ed aprirsi ad una novità esigente.

Intercedere è anche un camminare in mezzo scorgendo nelle zone di conflitto i punti di passaggio, i varchi e le fessure per una riconciliazione possibile, per una giustizia più grande che implica superamento della logica della vendetta, rifiuto della violenza quale metodo di soluzione. Usando fermezza e forza per fermare ogni operatore di malvagità e con il coraggio di denunciare e opporsi all’ingiustizia.

Intercedere è scelta faticosa perché facilmente si può essere giudicati come conniventi con l’oppressione o con il male o, per contro partigiani di una sola parte. Così il card. Martini parlava dell’intercedere di Gesù sulla croce: “Questa è l’intercessione cristiana evangelica. Per essa è necessaria una duplice solidarietà. Tale solidarietà è un elemento indispensabile dell’atto di intercessione. Devo potere e volere abbracciare con amore e senza sottintesi tutte le parti in causa. Devo resistere in questa situazione anche se non capito o respinto dall’una o dall’altra, anche se pago di persona. Devo perseverare pure nella solitudine e nell’abbandono. Devo avere fiducia soltanto nella potenza di Dio, devo fare onore alla fede in Colui che risuscita i morti”. (Omelia veglia per la pace, 29 gennaio 1991).

Intercedere implica un atteggiamento di chi cammina, di chi rimane in ricerca, e continua a inquietare e inquietarsi e non viene meno nel dare spazio a tutto ciò che implica un prendersi carico della vita altrui e attui riconciliazione possibile.

Nei terribili conflitti del nostro tempo è sempre più urgente la presenza di chi si faccia carico nello stare in mezzo ai luoghi di frattura e conflitto, camminando tra le frontiere, inter-cedendo nel tentativo paziente, spesso fallimentare, di costruire ponti di dialogo, parole di comunicazione, nella fatica di scorgere i volti di quei giusti che sono seme di cambiamento per tutti.

Così scriveva Fedör Dostojevskij ne I fratelli Karamazov presentando il senso della preghiera di intercessione, nel discorso dello staretz Zosima a un giovane: «Ragazzo, non scordare la preghiera. Nella tua preghiera, se è sincera, trasparirà ogni volta un nuovo sentimento e una nuova idea che prima ignoravi e che ti ridarà coraggio; e comprenderai che la preghiera educa. Rammenta poi di ripetere dentro di te, ogni giorno, anzi ogni volta che puoi: “Signore, abbi pietà di tutti coloro che oggi sono comparsi dinanzi a te”. Poiché a ogni ora, a ogni istante migliaia di uomini abbandonano la loro vita su questa Terra e le loro anime si presentano al cospetto del Signore e quanti di loro lasciano la Terra in solitudine, senza che lo si venga a sapere, perché nessuno li piange né sa neppure se abbiano mai vissuto. Ma ecco che forse, dall’estremo opposto della Terra, si leva allora la tua preghiera al Signore per l’anima di questo morente, benché tu non lo conosca affatto né lui abbia conosciuto te. Come si commuoverà la sua anima, quando comparirà timorosa dinanzi al Signore, nel sentire in quell’istante che vi è qualcuno che prega anche per lei, che sulla Terra è rimasto un essere umano che ama pure lei. E lo sguardo di Dio sarà più benevolo verso entrambi, poiché se tu hai avuto tanta pietà di quell’uomo, quanto più ne avrà Lui, che ha infinitamente più misericordia e più amore di te. Egli perdonerà grazie a te».

Alessandro Cortesi op

 

XVI domenica tempo ordinario – anno C – 2016

IMG_0265_2Gen 18,1-10; Col 1,24-28; Lc 10,38-42

“il Signore apparve ad Abramo alle Querce di Mamre, mentre egli sedeva all’ingresso della tenda nell’ora più calda del giorno”. L’incontro con il Signore nella vita di Abramo è evento che irrompe in diversi modi. Qui è venire inatteso nel quotidiano: nell’ora del mezzogiorno, presso la tenda, la sua casa, nel giungere di tre sconosciuti.

Negli ospiti che Abramo accoglie offrendo ristoro una visita di Dio tocca la sua vita. Di fronte a questi stranieri Abramo scorge la presenza di Dio: “Mio signore, se ho trovato grazia ai tuoi occhi, non passare oltre senza fermarti dal tuo servo”.

I gesti di Abramo sono quelli dell’ospitalità: procura riposo agli stranieri, li pone al centro dell’attenzione, fa preparare il cibo e vi provvede, lo condivide nel mangiare insieme.

Gesù nella casa di Betania vive l’ospitalità amica. Nella casa di Betania si respira l’atmosfera di accoglienza della tenda di Abramo. Dopo la parabola del samaritano l’episodio di Betania completa la risposta alla domanda ‘maestro che cosa devo fare per ereditare la vita eterna?’ (Lc 10,25-42).

Nella parabola lo straniero è l’unico capace di fermarsi e ‘vedere’ il volto del sofferente, e agisce concretamente ponendo gesti di cura e vicinanza. Ciò che vale veramente è il servizio e la cura. Nella casa di Betania Marta continua questo stile di azione: è ‘presa dai tanti servizi’. Accanto a lei Maria ‘ascoltava’ la parola di Gesù.

Marta e Maria vanno viste insieme: in quella casa sono entrambi tese all’accoglienza. Nei loro volti sta l’indicazione di due attitudini da non separare e da tenere unite per vivere l’incontro con Gesù. Vivono insieme, in modi diversi, il servizio e l’ascolto. Ogni servizio autentico sorge dal lasciar spazio ad un parola presente nel profondo della vita e ogni ascolto è vuoto se non si traduce in prassi di servizio. Ricordando anche che una sola cosa è essenziale: le parole di Gesù richiamano a quanto è necessario per non farsi prendere dall’affanno.

Quale l’autentica cosa necessaria? Non la vita contemplativa come migliore rispetto alla vita attiva, non la contrapposizione tra chi sta in silenzio e prega e chi opera e si dà da fare. La cosa necessaria, l’unica, è intendere la vita nell’incontro, maturare uno sguardo capace di scorgere che decentra ed apre all’irruzione dell’Altro e all’incontro con i volti. La vera sorgente di fecondità della vita nonsta  nel proprio affannarsi, che talvolta genera orgoglio, non nel sentirsi a posto e appagati per l’efficienza del proprio organizzare, e neppure nel silenzio di un ascolto che rischia sempre di essere disincarnato, disimpegnato,vissuto nell’indifferenza per chi fatica, nel non farsi carico di scelte operative.  Nasce invece qualcosa di nuovo solo dalla presenza di un Altro nella vita che irrompe come ospite. In questo scorgere il limite della nostra vita, nell’accogliere il vuoto e la mancanza nel nostro esistere sorge la disponibilità di accogliere, si apre la possibilità della scoperta che l’incontro con Dio si fa vicino, si rende esperienza possibile nell’incontro con gli altri. La fede che ne sgorga è fede umile, si concepisce come cammino nella mancanza, nell’apertura all’Atro e agli altri, si scopre quale incontro che non oppone Dio e mondo, aldilà e aldiqua, materia e spirito. E’ la fede capace di vedere come il tessuto della vita stessa reca in sé i tratti della vita di Dio ed è chiamata ad ascoltare la sua chiamata all’ospitalità.

Alessandro Cortesi op

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Ospite

Per Edmund Jabès autore de Il libro dell’Ospitalità (Cortina, Milano 1991) l’ospitalità è esperienza che permette alle persone umane di incontrarsi e di riconoscersi: “L’ospitalità è crocevia di cammini”. “Ti benedico, ospite mio, mio invitato poiché il tuo nome è colui che cammina. / Il cammino è nel tuo nome / L’ospitalità è crocevia di cammini”.

Fondamentale, in questo cammino dell’ospitalità, è l’attitudine di chi riconosce un vuoto in sé, una mancanza che non ha nome e non sa nemmeno quali siano le direzioni del desiderio si fa attesa: “Davvero ospitale è, fino in fondo, l’Attesa”.

Ospitanti e ospitati: forse per scorgere le frontiere dell’ospitalità è in primo luogo richiesto di scorgere la nostra condizione esistenziale di ospitati. Solo da questo riconoscimento può germogliare la capacità di vivere l’apertura dell’accogliere. Ci si deve infatti guardare dal viverla come offerta paternalistica di ricchi, nella nascosta preoccupazione di non farsi minacciare. Ospitalità può divenire esperienza che de-centra e si fa condivisione della medesima condizione umana. Scoperta che lo straniero è rivelatore delle profondità di se stessi e di dimensioni inedite della vita: stranieri a se stessi.

La tenda di Abramo è così metafora dell’ospitalità perché si lascia attraversare da ciò che viene e da chi viene: “una certa rinuncia incondizionata alla sovranità è richiesta a priori” (J.Derrida).

Per rimanere tale, e quindi capace di essere gesti di pace l’ospitalità deve mantenere il senso dell’estraneità. C’è un disagio che sorge di fronte allo sconosciuto, allo straniero. Ignorare le emozioni suscitate nell’incontro e nel percepire diversità sarebbe cadere nella falsa logica dell’assimilazione dell’inconsistenza delle differenze, del confermare solo la propria identità. Il venire di un altro porta sempre sconcerto. Forse sta qui la ragione del fatto che medesima è la radice latina per i due termini ‘ospite’ e ‘nemico’ (hospes – hostis): “questa ambiguità deriva dalla presunzione di un diritto, quello dell’appartenenza al luogo che abitiamo come fosse originariamente nostro, e la possibilità di ospitare non confermasse in fondo altro che il nostro possesso. E se così non fosse?” (S.Tarter, Evento e ospitalità. Lèvinas Derrida e la questione straniera, Cittadella, Assisi 2004,104).

Alessandro Cortesi op

XV domenica tempo ordinario – anno C – 2016

IMG_0233Deut 30,10-14; Col 1,15-20, Lc 10,25-37

“Questa parola è molto vicina a te, è nella tua bocca e nel tuo cuore, perché tu la metta in pratica”. Tutta la vita, suggerisce questa pagina del Deuteronomio può essere intesa come una grande ricerca, un movimento dettato dalla passione per ritrovare gli echi di una parola nascosta. Non è lontana benché tante ricerche di senso spingano a compiere viaggi e ad intraprendere percorsi faticosi: è parola interiore, dentro la bocca e nel cuore. E’ da dissotterrare da zone nascoste all’interno del vivere che domanda solo di essere ascoltato. Tornare alla parola è sfida che rinvia alle profondità e non alla velocità, alla pazienza dell’ascolto più che alla fretta del dire. La via del bene e la via del male: due orizzonti da cogliere con una parola che sta dentro la vita. Nella bocca e nel cuore: nelle profondità del cuore, sede delle decisioni esistenziali, ma anche nei messaggi provenienti dal corpo e dal contatto con tutto ciò che è fuori, stando sul confine del rapporto con persone e cose. E’ parola sorgiva, dentro la vita di ogni uomo e donna: è provocazione a scorgere come il suo ascolto non è rinchiuso in aree definite, in religioni o chiese. E’ motivo per mantenere la vita in apertura a scorgere sempre altrove, sempre più in profondità chiamate che vengono da Dio stesso e sono impastate della concretezza del vivere e delle situazioni della storia.

‘Chi è il mio prossimo?’ è la domanda del dottore della legge che intendeva mettere alla prova Gesù. La parabola è situata a Gerico, luogo del racconto della prostituta, l’esclusa, che accoglie i messaggeri di Giosuè e per questa sua accoglienza degli stranieri trova salvezza (Gs 2,1-14; 6,25). Come Giosué anche Gesù si reca a Gerico dove incontra Zaccheo, l’escluso, giudicato come peccatore, che lo accoglie nella sua casa (Lc 19,1-10). E nella parabola detta al dottore della legge l’ambientazione è ancora la strada da Gerusalemme a Gerico. Un uomo attaccato dai briganti, percosso e moribondo sulla strada, è soccorso da un samaritano. Il samaritano, nemico ed estraneo vede e si ferma di fronte a quell’uomo ferito sulla strada.

Il suo passaggio avviene dopo che altri avevano percorso quella medesima strada, avevano visto, ma erano passati oltre, dall’altra parte: un sacerdote prima, un levita poi, persone religiose, anzi custodi del sacro. Il primo forse scendeva dopo aver svolto il suo servizio settimanale nel tempio di Gerusalemme; il secondo aveva compiuto la sua mansione di inserviente o di cantore nel tempio. Erano due persone osservanti e religiose. Luca dice che ‘videro’ ma il loro modo di vedere li fa discostare, li porta a proseguire il cammino sull’altro lato della strada. Non spiega perché non si sono fermati: forse perché il contatto con il sangue o con un morto rendeva impuri, e impediva di compiere azioni di culto, forse perché l’uomo era uno sconosciuto.

A questo punto la parabola ha un punto di svolta: ‘Invece un samaritano, che era in viaggio, passandogli accanto lo vide e ne ebbe compassione’: una persona considerata un eretico, uno straniero, un nemico di fronte a quell’uomo che soffriva sulla strada, ‘lo vide’. E’ un vedere diverso da chi era passato prima di lui: il samaritano riconosce in lui un uomo. E – aggiunge Luca – ‘ne ebbe compassione’, avvertì una sofferenza che lo prese nelle viscere. E’ questo il verbo del soffrire femminile utilizzato nei vangeli per indicare la vicinanza di Dio alla nostra sofferenza umana. Il samaritano diviene immagine di Dio che si china e sente su di sé le sofferenze dell’uomo.

La com-passione si fa azione concreta con una particolare sottolineatura sul carattere personale delle sue attenzioni: ‘gli si fece vicino, gli fasciò le ferite versandovi olio e vino; poi, caricatolo sopra il suo giumento, lo portò ad una locanda e si prese cura di lui ‘. E’ l’elencazione di una serie di gesti, concreti, mirati a soccorrere, ma che hanno al centro la persona di ‘lui’. Quell’uomo è per il samaritano un ‘tu’ di cui prendersi cura. Così nelle parole rivolte all’albergatore ‘Abbi cura di lui…’.

E’ la presentazione forse più alta di cosa significa ascoltare la parola che non è lontana da noi è nel cuore e sulla bocca, al centro della vita. Prendersi cura dell’altro, riconoscere nell’altro non un nemico, ma un volto da soccorrere. Il prossimo non è qui un membro conosciuto del proprio gruppo, della propria confessione religiosa. Gesù capovolge allora la domanda: il samaritano non si è chiesto ‘chi è il mio prossimo’ ma ha ascoltato la vita, ha accolto la parola che gli giungeva dal cuore e dal vedere. Ha riconosciuto il volto di chi soffriva e aveva bisogno di cura. Gesù non dà quindi una definizione di ‘prossimo’ da inserire in un catechismo. Rinvia al profondo della coscienza: a quel vedere che è apertura alla vita, mistica degli occhi aperti (J.B.Metz) e assunzione di responsabilità personale. ‘a chi tu sei prossimo?’ E’ possibile offrire una risposta solo nel prendersi cura di qualcuno.

Nel chinarsi del samaritano in filigrana si intravede il volto stesso di Cristo che si china, rialza, ci aiuta a guarire e accompagna a ‘tornare alla vita’. I gesti del prendersi cura sono forse l’unica parola credibile e significativa su Dio. In essi infatti è già presente il volto del Dio ‘samaritano dell’uomo’, che scende ed ha cura. Nel caravanserraglio del buon samaritano presso Gerico un pellegrino medioevale ha scritto: ‘se persino sacerdoti e leviti passano oltre la tua angoscia, sappi che il Cristo è il buon samaritano: egli avrà compassione di te nell’ora della tua morte e ti porterà alla locanda eterna’.

Alessandro Cortesi op

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Harambee

‘Quando l’autobus si pianta’: è il titolo di un breve capitolo all’interno di un simpatico e agile libro che in questi mesi viene presentato in giro per l’Italia dal suo autore, politico italiano di origine emiliana, Matteo Richetti. In questo capitolo introduce una di quelle parole affascinanti e intraducibili che appartengono alle tradizioni proprie di popoli e culture: Harambee. Una parola ascoltata dallo zio, missionario per tanti anni in Kenya, che scrivendo a casa proponeva obiettivi per ‘fare insieme il nostro harambee’.

“Sì perché Harambee è la parola che si usa quando l’autobus va fuori strada. Dovete immaginarvi il Kenya dei villaggi, non dei villaggi turistici. Il Kenya quello reale in cui le strade sono terra battuta e non asfalto. Il Kenya di quando piove e il fango prende il sopravvento e la carreggiata non si vede più. E se si prende l’autobus, come fanno i re quarti della popolazione, pieno zeppo, uomini, donne, bambini, più poveri e meno poveri, attaccati anche all’esterno, può capitare che l’autobus si impantani e che il driver faccia scendere tutti, uomini, donne, bambini, più poveri e meno poveri e insieme si spinge al ritmo dell’harambee, ‘oh issa’. Tutti insieme e contemporaneamente, per portare a casa lo stesso risultato: rimettere l’autobus in carreggiata e arrivare insieme alla meta” (M.Richetti, Harambee. Per fare politica ci vuole passione, Guerini e associati 2016)

Caricando il malcapitato ‘sul suo giumento’ – un cavallo? o forse piuttosto un asino con cui camminava – forse si può pensare che anche il samaritano della parabola abbia vissuto tale gesto accompagnandolo con un ‘oh issa’. Il prendersi cura implica una fatica, vissuta nei termini di quella leggerezza propria di chi non fa calcoli ma si impegna e si dedica. Laddove la fatica pur presente non viene percepita perché animata dall’energia della passione. Harambee è un ‘oh issa’ detto insieme, una parola nascosta dentro al cuore e spesso inascoltata. Una sfida ad un tempo fatto di iper-velocità, di tempo reale e incapacità di vedere per l’incapacità di fermarsi, di andare lentamente. Harambee è parola da pronunciare insieme: anche forse il samaritano trovò qualcuno ad aiutarlo per caricare quell’uomo che riconobbe come lui, fragile e spossato, per portarlo al riparo. Insieme. Quanta nostalgia negli echi di tale parola da dire ritmicamente insieme: un ‘oh issa’ grido di profezia in un tempo di sgretolamenti di solidarietà, di sfilacciarsi di legami e di individualismi prepotenti.

Alessandro Cortesi op

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