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commenti alla Parola della domenica e riflessioni

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XXX domenica tempo ordinario – anno A – 2017

IMG_1245.JPGEs 22,21-27; 1Tess 1,5-10; Mt 22,34-40

“Maestro qual è il più grande comandamento della legge? Gesù rispose: Amerai il Signore Dio tuo con tutto il cuore con tutta l’anima e con tutta la mente. Questo è il più grande e il primo dei comandamenti. E il secondo è simile al primo: amerai il prossimo tuo come te stesso”

Un dottore della legge voleva mettere alla prova Gesù e gli pone una questione su cui era aperto il dibattito teologico tra diverse scuole e orientamenti e facilmente potevano sorgere conflitti. Gesù accetta la sfida, non la sfugge. Ma la rende occasione per offrire un orizzonte proprio. La questione del più grande comandamento rinvia alla questione del senso della vita. Nella risposta d Gesù si mescola insieme comandamento e amore, fedeltà alla legge e compimento della legge nella gratuità dell’amore.

Al centro della sua risposta sta l’indicazione dell’amore espresso nei termini dell’‘agape’. Un amore che non può tener separato sguardo a Dio e sguardo all’altro, il prossimo. Agape è termine caratteristico e proprio nel Nuovo Testamento. Amare secondo i tratti dell’agape implica uno stile è attuazione dell’amore come dono e gratuità. Rispetto alla concezione di amore come forza che spinge a prendere e possedere e trattenere per sé, l’agape è apertura ad altro in cui è al centro la dimensione della gratuità e del dono.

L’agape è un amore che va incontro all’altro non per colmare un vuoto, non per impossessarsi di qualcosa o di qualcuno ma nella gratuità dell’accoglienza e della condivisione. E’ sguardo che pone cura verso chi non è amabile: non tiene per sé ma si spezza per… Agape indica dono e ‘gratuità’. E’ il modo di amare proprio di Dio, che apre orizzonti nuovi. Apre il desiderio umano, forza dell’amore, ad essere desiderio che prende su di sé le attese degli altri, giungendo a fare della propria vita un pane spezzato. Dio solo ama così e quando possiamo sperimentare tale tipo di amore è perché si rende presente un dono che non viene da noi.

Nella risposta di Gesù sono uniti insieme due orizzonti dell’amare: amare Dio non può compiersi senza il riconoscimento dell’altro come prossimo.

Imparare ad amare secondo la prospettiva indicata da Gesù – ‘ama il Signore, ama il prossimo come te stesso’ – è la grande questione dell’esistenza cristiana. E’ domanda che inquieta il pensare ma chiede in primo luogo cambiamento di vita. Agape è disponibilità a superare ogni ripiegamento che chiude e porta a trattenere, i beni, gli altri, la vita stessa. Nella società del ‘mercato globale’ dove tutto si desidera e compra o dove tutto si perde ed è inavvicinabile, le parole di Gesù sono una provocazione a vivere la gratuità come stile, da tradurre in percorsi quotidiani, in modo discreto, nella consapevolezza che è frutto di un dono, opera di Dio che agisce nei cuori.

Alessandro Cortesi op

IMG_1215(Gianfranco Meggiato, Il gardino delle muse silenti – 2017)

La guerra disfatta dell’umanità

Cent’anni fa, in questa fine del mese di ottobre, erano i giorni della disfatta di Caporetto. In quel tempo si manifestava in modo eclatante il disastro a cui la guerra conduce. Quella guerra come tutte le guerre. Caporetto significa 11.000 morti, 29.000 feriti, circa 300.000 prigionieri, circa 300.000 sbandati.

Quella guerra proclamata con la retorica della conquista, del nazionalismo e con l’illusione della brevità, della repentina avanzata per ampliare i confini, rivelò nell’autunno del 1917, se non fossero stati sufficienti gli anni precedenti, anche sul fronte italiano il suo lato più oscuro. La morte e la devastazione, la condizione miserevole della ritirata, intere popolazioni costrette a lasciare le loro terre, profughi ridotti in condizioni di miseria e inedia. I civili furono 250.000 in fuga e nei mesi successivi aumentarono a 600.000 rifugiati. Fu poi quell’autunno l’inizio di sofferenze, umiliazioni e fame, per i prigionieri condotti nei campi di concentramento e ai lavori forzati nelle regioni del Nord e dell’Est.

Nulla come le scritture di persone comuni può testimoniare anche da parte di illetterati la disumanizzazione a cui la guerra conduce. In quegli anni essi lasciarono affidati alle lettere a casa, alle cartoline e ai diari il racconto delle condizioni della trincea o dell’inabissamento nelle caverne di neve, i patimenti quotidiani e le speranze di ritornare. La scrittura si impose come imperativo di fronte alla tragedia per poter ricordare la sofferenza insopportabile e per poter resistere alla disumanità.

Tante di queste voci di testimoni sono state raccolte in un libro da Antonio Gibelli (La guerra grande. Storie di gente comune, ed. Laterza 2015, 3 ed) la cui lettura accompagna a scorgere ciò che della guerra non si vede e non si percepisce da lontano. Alcune di queste voci riportano ai giorni di Caporetto e della rotta. Così nei quaderni di Giovanni Bussi, un sarto piemontese della regione delle Langhe:

“Quando fui sul fronte capii che stavo vivendo una grande esperienza, che sarebbe stata una cosa importante, che forse saremmo andati a finire male, che bisognava scrivere tutto. Ho iniziato il diario all’inizio della mia guerra”.

“Io ho solo 19 anni, non ho istruzione, non ho mai avuto una casa mia, ma nella mia ignoranza comprendo tutto l’atroce dramma di questa gente che causa la guerra e di chi la fa fare, deve abbandonare tutto il suo avere e le proprie case e andarsene esule verso l’ignoto. Partono attaccando i buoi al carro sul quale salgono le donne, i vecchi e i bimbi e nel quale hanno messo qualche cosa da mangiare e un po’ di robe personali, gli uomini marciano a piedi alla guida dei carri, imboccano la strada maestra dove vi sono già altri che vanno con carri e altri svariati mezzi di trasporto. Marciano per uno o due chilometri, poi non si può più andare avanti, la strada è ingombrata, per proseguire bisogna staccare i carri, farli rotolare nella scarpata. Poi prelevano, da ciò che avevano caricato, le cose più necessarie e se ne fanno un fagottino per uno e seguitano marciare portandosi dietro i buoi e i cavalli, ma poi è giocoforza abbandonare anche il bestiame che se ne va per i campi. Per qualche tempo le famiglie marciano unite ma poi, nella confusione, perdono contatto, il marito perde di vista la moglie, il bimbo la madre, ecc. e così il dramma di questo terribile esodo è al completo”.

In altri memoriali si possono scorgere i processi di degradazione umana e di malvagità a cui la guerra conduce. Vincenzo Rabito, di origini siciliane, ‘inalfabeta’ come egli stesso si definisce, così descrive la sua metamorfosi da giovane – giunto alla trincea come ragazzo del ’99 – a spietato esecutore e macellaio senza più sentimento umano e impazzito. I suoi appunti sono testimonianza del suo divenire quasi spettatore della trasformazione di se stesso, da giovane timido in un’altra persona assuefatta ad uccidere e alla brutalità.

“E cosí, amme, tutta la paura che aveva, mi ha passato, che antava cercando li morte magare di notte, che deventaie un carnifece. Impochi ciorne sparava e ammazava come uno brecante, no io solo, ma erimo tutte li ragazze del 99, che avemmo revato [eravamo arrivati] piancendo, perché avemmo il cuore di picole, ma, con questa carnifecina che ci ha stato, deventammo tutte macellaie di carne umana”. “Tutte erimo redotte senza penziero, erimo tutte inrecanoscibile, erimo tutte abandonate del monto [abbandonati dal mondo, ossia usciti dai confini del mondo umano]”.

E’ un paradosso che proprio in quei giorni gli fosse proposta una medaglia al valore. Ma è questo il lato oscuro della guerra quello che nessuno vede e conosce se non chi l’ha sperimentata, Da qui sorge quel forte o flebile grido: ‘mai più’ ripetuto da chi ha toccato con mano la guerra come imbarbarimento dell’umanità, come ‘inutile strage’.

La guerra ‘grande’ del 1914-18 fu la prima guerra del secolo breve che rivelò la potenza devastatrice di un tecnologia che cambiava i connotati del combattimento dei secoli precedenti. Non un affrontarsi di eserciti sul campo, ma il coinvolgimento di popolazioni intere. La guerra come seminagione di morte con utilizzo di nuovi mezzi della tecnologia (la mitragliatrice, i cannoni), in balia di comandanti impreparati e insensibili, inebriati da nazionalismi e da miti di grandezza e di potere.

Alcuni diari evidenziano gli aspetti nascosti di tale esperienza come fallimento dell’umanità. Così nei Diari di Giuseppe Manetti, detto Beppe, mezzadro toscano del comune di Bagno a Ripoli, nato nel 1884. Il 13 giugno del 1917 scriveva: “Il posto dove siamo si chiama il vallone di Doberdò: bisognerebbe vedere quante baracche che ci sono quanti ricoveri quanti lavori di offesa e di difesa qua si è creato unaltro nuovo mondo trasformato tutto dalla natura di un terreno civile in una natura artificiale bellica poveri omini tutti i vostri studi come male li ai adoprati [adoperati]! Io sono qui e posso essere nelle ultime ore di vita edamiei bambini cosa li lascierò? altro che della fame perché tutto ciò che noi, ei nostri padri avevano prodotto siamo venuti a distruggerli qua su distruggerli sopra a questi monti quanto siamo in civili!”.

E ancora: “A viverci in mezzo ai bravi soldati si capisce ogni giorno di più che grandissimo sacrificio sia questa grande guerra – scrive il 5 ottobre 1917 –. Chi non dà la vita ha già dato parte del sangue. Se non lo ha dato forse lo darà, e dà in ogni modo i più begli anni della sua fiorente gioventù oppure sacrifica l’affetto fortissimo di padre e di figlio. E lo stento continuo quotidiano, la fatica aumenta perché le forze diminuiscono, l’isolamento forzato – il rancio che anche lui è sempre quello e sempre quello (quando c’è), tutto rende la vita difficile, dura e monotona! E così ben si capisce che in questa lotta inumana tutti patiscono, tutti danno una parte di sè stessi che raramente si potrà recuperare”.

Una lotta disumana in cui tutti soffrono: questo è la guerra.

Oggi non lontano da noi, in Siria, in Irak, in Afghanistan e così nelle regioni dell’Africa subsahariana la guerra è esperienza che continua da anni e anni, con il coinvolgimento di soldati anche bambini, con milioni di profughi, migliaia di vittime soprattutto civili.

Nel cuore dell’Europa in questi giorni assistiamo ad un affermarsi di nuovi nazionalismi e chiusure identitarie nel crescere di attitudini di egoismo e indifferenza verso altri popoli. Proclami e gesti di xenofobia, di razzismo, semi di una cattiveria che s’infiltra e dilaga nei linguaggi quotidiani, nel disprezzo dell’altro, nell’offesa ripetuta e escludente.

Amare Dio e il prossimo appare orizzonte negato dalla malvagità che la guerra, cent’anni fa la guerra ‘grande’, oggi la guerra diffusa spezzettata, comportano. E con esse la seminagione del disprezzo dell’altro, dell’esclusione e del rifiuto che continuano.

La guerra è esperienza di contrasto: quel male così grande ha aperto a molti che l’hanno sperimentato, ai più che ne hanno sofferto la tragedia, a impegnarsi per la pace, a non ripetere quello che è stato. Oggi è urgente non lasciare spazio a fenomeni che sappiamo essere produttori di guerra e che sono sin d’ora fattori di disumanizzazione. Amare Dio e il prossimo è rinnovare tale consapevolezza e scorgere tale responsabilità in un impegno quotidiano.

Alessandro Cortesi op

Caporetto 1917 soldati italiani catturati da soldati tedeschi nelle trincee RareHistoricalPhotos.com .jpg

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La gioia dell’amore…

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Ieri domenica 27 novembre sono stato invitato all’assemblea di zona dell’AGESCI, scout di Pistoia, ad offrire una riflessione su ‘educare all’amore’ a partire da una lettura dell’esortazione apostolica Amoris laetitia di papa Francesco, vescovo di Roma. Chi ne fosse interessato può scaricare il testo dell’intervento cliccando qui e qui lo schema di presentazione. (ac)

 

Per approfondire riguardo al dibattito sinodale: la mia prefazione al libro di A.Oliva, L’amicizia più grande, ed. Nerbini 2015

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Nostro Signore Gesù Cristo re dell’universo – anno C – 2016

img_20192Sam 5,1-3; Col 1,12-20; Lc 23,35-43

“Il Signore disse a Davide: tu pascerai Israele mio popolo, tu sarai capo in Israele. Vennero dunque tutti gli anziani d’Israele dal re in Ebron e il re Davide fece alleanza con loro davanti al Signore ed essi unsero Davide re sopra Israele”

L’esperienza di fede d’Israele si fonda su di un incontro con Dio percepito come donatore di libertà e salvezza nella sua storia. Da qui sorse la vicenda di Abramo e il cammino di liberazione dall’Egitto. Il popolo d’Israele nella condizione di stabilità nella terra di Canaan visse altri momenti e divenne una monarchia in un passaggio compiuto non senza polemiche e dibattiti. La presenza di un monarca era diffusa tra i popoli vicini. Grandi imperi, come quello egiziano, hittita, assiro, il regno degli aramei, occupavano infatti la scena del mondo medio orientale. Attorno al 1000 a.C. prima Saul poi Davide, in seguito ad un’opera di unificazione di tribù disperse e di organizzazione politica, furono riconosciuti re in Israele. Iniziò così il periodo della monarchia con i suoi momenti di luce e con le sue molte ombre nelle vicende dei re infedeli in cui il regno si struttura come dominio e viene perso di vista il riferimento all’alleanza con JHWH.

Benché vi siano re in Israele, Dio stesso è riconosciuto come unico sovrano che attua il suo regnare nel dono della creazione e nella relazione dell’alleanza. Al re umano è dato un ruolo preciso e limitato: deve ‘pascere’ il popolo, non ha assolutamente potere di vita e di morte sui sudditi, non è figura divinizzata da adorare. E’ invece pastore con il mandato di ‘luogotenente’ dell’unico Dio pastore d’Israele. Per questo il re è investito di un compito, espresso nel gesto dell’unzione, che lo mantiene nella condizione di rispondere davanti a Dio e di rimanere fedele all’alleanza. E’ incaricato della missione di procurare per tutti la pace e il benessere. I suoi compiti si sintetizzano così nel dare attenzione al povero alla vedova e al forestiero, perché Dio si preoccupa dei più indifesi, di chi non ha appoggi umani.

Alla figura del re ad un certo punto si collega la speranza di una figura che porterà liberazione e pace. Il suo essere unto messia sarà compimento pieno della missione ricevuta da Dio. Al re Davide, che voleva costruire un tempio, il profeta Natan annuncia un orizzonte nuovo e una promessa: non tu costruirai una casa a Dio, ma sarà Dio stesso che costruirà a te una casa vivente, una discendenza: “Io gli sarò padre ed egli mi sarà figlio. … la mia benevolenza non si ritirerà da lui… la tua casa e il tuo regno dureranno per sempre alla mia presenza, il tuo trono sarà saldo in eterno” (2Sam 7,14-16). Il messia sarà re di un ‘resto’, parte del popolo fedele a Dio nonostante le prove. JHWH rimane quindi per Israele l’unico re, (Gdc 8,23), che si è rivelato liberando il suo popolo, nell’esodo prima poi dall’esilio di Babilonia. Il messaggio di pace annunziato agli esuli è: ‘Il Signore regna’ (Is 52,7; Sal 96,10).

Nei racconti della passione di Gesù ha rilevanza il tema del regno. Egli aveva annunciato il regno di Dio imminente e già in atto e da qui sorge l’accusa di pretendere di essere re contro l’imperatore: “i soldati lo schernivano e gli si accostavano per porgergli l’aceto e dicevano: se tu sei il re dei Giudei, salva te stesso’. C’era anche una scritta sopra il suo capo: Questi è il re dei Giudei.” Ma Gesù è messia che attua un regno diverso dal dominio umano: è messia che percorre la via del servizio e della nonviolenza. In Luca il malfattore sulla croce accanto a Gesù gli chiede: ‘Ricordati di me quando entrerai nel tuo regno’. Scorge così il senso profondo del regno che Gesù ha annunciato. Nell’ora della croce, si manifesta il significato del regno come vicinanza di Dio e liberazione: Gesù è vicino agli ultimi, come in tutta la sua vita ha accostato chi era escluso e ai margini della società civile e religiosa.

Mentre le folle lo sfidano a fare gesti di potenza spettacolare, Gesù accoglie la preghiera di chi gli chiede ‘ricordati…’. L’ultimo gesto della sua vita è accoglienza e di liberazione in continuità con tutta la sua vita. Luca fa intravedere cosa significa il regno nella vita di Gesù. Non è dominio con la violenza o affermazione politico, ma è il dono inerme di un amore che tocca tutti momenti anche quelli più faticosi del vivere umano. Anche nella sofferenza subita per la violenza ingiusta dei poteri religiosi e politici Gesù si mantiene fedele all’amore donato, all’accoglienza e apre speranza di libertà. La croce diviene espressione del regno paradossale che si attua nel farsi povero e servire. La salvezza che Gesù è venuto a portare non è negazione della vita, fuga dalla storia, si connota come ‘essere con’, come comunione, in modo nuovo: ‘sarai con me nel paradiso’. Il trono regale è il luogo della umiliazione che diviene luogo di un amore gratuito fino alla fine. Gesù è re perché la sua ospitalità apre una storia nuova di relazione con Dio e di fraternità tra le persone.

Alessandro Cortesi op

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Amore fragile

All’età di 82 anni in questi giorni è morto a Los Angeles, Leonard Cohen, cantautore canadese, artista schivo e discreto ma le cui canzoni hanno caratterizzato un’epoca e sono hanno affascinato diverse generazioni.

Era nato a Montreal, il 21 settembre 1934 da famiglia ebrea. Arrivò tardi alla musica dopo un fase in cui aveva dato espressione alla sua sensibilità nel campo della letteratura con una raccolta di poesie e due romanzi. Nel 1967 esordì in ambito musicale con la raccolta Songs of Leonard Cohen.

Le sue canzoni sono sempre state caratterizzate da un tono lieve, con parole sussurrate e con melodie che accompagnano a sostare, fino al silenzio. E nei testi Cohen delinea l’esperienza umana nelle sue diverse armoniche con apertura di interrogativi e approfondimento di passioni e sentimenti facendo toccare lo spessore conreto della vita.

“Ogni cosa ha la sua fessura è così che entra la luce. C’è una crepa in ogni cosa che può mettere insieme oggetti fisici, oggetti materiali, costruzioni di qualsiasi tipo. Ma è proprio lì che la luce entra e permette la resurrezione, è lì che nasce il confronto con le cose che si rompono e il pentimento’ (Anthem).

Leonard Cohen ha affrontato così nelle sue canzoni i temi diversi propri della vita umana: l’amore e il sesso come in Dance me to the end of love, la guerra, la libertà, la dimensione del viaggio, la morte, la politica. Il suo sguardo sulla vita tradotto in note spesso struggenti è profondo e disincantato: “Tutti sanno che la guerra è finita / Tutti sanno che i buoni hanno perso / Tutti sanno che il combattimento era drogato / I poveri rimangono poveri, i ricchi diventano più ricchi / È così che funziona / Tutti lo sanno“ (Everybody knows)

Come osserva Brunetto Salvarani che al cantautore ha dedicato il suo libro Il vangelo secondo Leonard Cohen (ed. Claudiana 2010) : “le domande sull’esistenza sono le stesse per tutti, e le risposte che ha provato a dare quello che mi piace definire il canadese errante, così pregne di armonia e bellezza, possono servire, anche solo in parte, a noi tutti. Perché, come dice lui, «ogni canzone che ti consente di dare via te stesso è una buona preghiera»”.

Cohen esprime nelle sue canzoni uno sguardo sul quotidiano in cui ne coglie una presenza più profonda da ascoltare: “Tra le noccioline e la gabbia […] tra il chiaro di luna e il viottolo / tra il treno e il tunnel / tra la vittima e la sua macchia / ancora una volta / ancora una volta / l’amore ti chiama per nome” (Love calls you by your name).

A partire dalle sue origini ebraiche portò avanti la sua ricerca religiosa attraversando e percorrendo altre tradizioni ed esperienze, scegliendo di vivere anche per un tempo prolungato in un monastero buddista a Mount Baldy, in California, insieme ad un monaco zen e facendo tesoro di tale esperienza.

In Song from a room del 1969 è presente un pezzo con chiaro riferimento alla vicenda di Isacco, Story of Isaac, in cui rilegge il passo biblico del mancato sacrificio del figlio di Abramo (Gen 22) e lo attualizza con riferimento alla generazione adulta che sacrifica le generazioni più giovani assoggettandole al logica della guerra quasi come un sacrificio da offrire (era alla fine degli anni ’60 con la guerra in Vietnam).

Isacco figlio della promessa con cui Cohen si identifica, esprime il suo rifiuto ad essere omologato alle logiche della violenza e pone la domanda radicale che capovolge le logica della potenza: «And if you call me brother now,/ forgive me if I enquire:/ Just according to whose plan?». “nulla mi obbligherà a essere come voi, perché ho scelto di non essere come mio padre e sono qui, legato sull’altare come i vostri figli, pronto a testimoniarvelo. È tempo di cambiare”.

Nella sua canzone Suzanne si sofferma sulla figura di Gesù Cristo, di cui coglie la vicinanza al cammino di uomini e donne, marinai nella vita, e la debolezza dell’essere spezzato: “E Gesù fu un marinaio / quando camminò sull’acqua / e trascorse molto tempo a osservare / dalla sua triste torre di legno / e quando seppe con certezza / che solo chi annegava poteva vederlo / disse: ‘tutti gli uomini saranno marinai / finché il mare li libererà’. / Ma lui stesso fu spezzato / ben prima che il cielo si aprì / dimenticato, quasi umano / ed è piombato nella tua saggezza come una pietra” (…) “tu vuoi viaggiare con lui / vuoi viaggiare con lui ciecamente / e pensi che ti fiderai di lui ciecamente” (Suzanne).

Cohen immagina una domanda rivolta a Gesù nel momento in cui percorreva la via della croce : “Non odi la l’umanità per quello che ti ha fatto?”. E Gesù risponde: “Parla d’amore, non d’odio / questo devi fare / si fa tardi / ho poco tempo e sono solo di passaggio” (Passing Through).

Nel suo attraversare l’esperienza umana con le sue contraddizioni e domande nelle sue canzoni, con il suo invito a pensare sulle domande della vita, le armonie di Cohen aprono a considerare la fragilità di un amore vissuto nel limite della fisicità e della vita quale crepa di un rivelarsi di un amore che solo regna non per via di violenza e di dominio, ma con la debolezza delle parole sussurrate.

Alessandro Cortesi op

XI domenica tempo ordinario – anno C – 2016

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(acquerello di Silvia Gastaldi)

2Sam 12,7-10.13; Gal 2,16-19.21; Lc 7,36-8,3

Dalla pagina del vangelo proviamo a raccogliere alcuni elementi che ci aiutano ad una riflessione per accogliere il vangelo nella vita.

Il quadro che fa da cornice alla scena narrata da Luca è la casa del fariseo Simone. Lo stare a tavola di commensali per un invito in cui anche Gesù è invitato a mangiare insieme.

Inattesa e improvvisa si presenta l’irruzione di una donna, subito presentata al lettore senza indicazione del nome ma nella sua condizione ‘una peccatrice di quella città’: “Ed ecco, una donna, una peccatrice di quella città, saputo che si trovava nella casa del fariseo, portò un vaso di profumo; [38] stando dietro, presso i piedi di lui, piangendo, cominciò a bagnarli di lacrime, poi li asciugava con i suoi capelli, li baciava e li cospargeva di profumo”. I suoi gesti sono gesti di gratuità, di accoglienza e di amore, propri di chi non considera convenienze sociali da rispettare o pudore da osservare. Sono gesti dello spreco senza calcolo e dell’amore appassionato, fatto di lacrime, carezze, contatto dei corpi.

La narrazione a questo punto fa entrare nel pensiero di Simone: “Vedendo questo, il fariseo che l’aveva invitato disse tra sé: ‘Se costui fosse un profeta, saprebbe chi è, e di quale genere è la donna che lo tocca: è una peccatrice!'”. Si tratta di un giudizio che mira a collocar le persone secondo categorie stabilite, applicando rigide regole di appartenenza: la donna è giudicata come peccatrice, e Gesù, invitato forse per metterlo alla prova e per verificare che tipo fosse, viene rapidamente escluso dall’essere considerato profeta.

A questo punto entra in gioco nel movimento dei personaggi la parola e il gesto di Gesù. Il gesto prima della parola. In quell’invito ‘Simone ho una cosa da dirti…’ si può scorgere una sorta di accompagnamento in disparte dalla tavola, per una comunicazione a tu per tu. Gesù non addita Simone in mezzo agli altri invitati e davanti alla donna stessa accusandolo di essere un giudice chiuso nei suoi pregiudizi, incapace di scorgere i cuori, meschino nella sua mentalità piccolo borghese. Gli indica solamente: ‘ho una cosa da dirti..’. Lo introduce nella delicatezza ad un dialogo che si svolge come pedagogia e accompagnamento a scorgere dimensioni inaudite dell’esistenza: “Gesù allora gli disse: «Simone, ho da dirti qualcosa». Ed egli rispose: «Di’ pure, maestro». [41] «Un creditore aveva due debitori: uno gli doveva cinquecento denari, l’altro cinquanta. [42] Non avendo essi di che restituire, condonò il debito a tutti e due. Chi di loro dunque lo amerà di più?». [43] Simone rispose: «Suppongo sia colui al quale ha condonato di più». Gli disse Gesù: «Hai giudicato bene»”. Gesù ha fiducia che Simone possa ascoltare, lo prende da dove si trova per condurlo un po’ più su…

A Simone Gesù racconta una parabola. Gli parla di cose familiari: una situazione di un creditore e due debitori. Gli fa ricordare forse situazioni vissute direttamente o a lui vicine data la realtà di crisi economica che segnava l’alta Palestina del I secolo e di cui molta gente soffriva le conseguenze. Chi amerà di più di fronte ad un debito condonato? E Simone risponde bene: chi aveva con quel creditore un debito più grande. E’ la legge dei rapporti economici, ed è anche per certi verso la legge della religione dive ci si rapporta a Dio come un grande creditore, con senso di un debito da estinguere. Dietro alla risposta di Simone sta la considerazione che un condono genera riconoscenza, fa passare dalla paura alla serenità, anzi genera sentimenti di benevolenza verso chi ha tolto un peso così pesante. Il debitore di tanti soldi vorrà bene a chi non lo ha costretto ad un pagamento impossibile, anzi lo ha lasciato andare libero. In questa parabola Gesù lascia aperta la domanda, e Simone risponde, ben conoscendo questa logica di economia e di soldi: lui, uomo della legge, sa risponde secondo la logica del dare/avere: ‘amerà di più colui a cui ha condonato di più’.

A questo punto il racconto porta a spostare lo sguardo su di un altro lato: sulla donna rimasta dietro, così come quando si era avvicinata da dietro, sulla donna che aveva il viso rigato di lacrime. E’ Gesù che richiama l’attenzione di Simone e l’attenzione di chi legge su di lei, che ora prende il centro della scena. Ma proprio in questo volgersi è da scorgere un cambiamento di punto di fuga dell’intera prospettiva. E’ uno spostamento richiesto anche a chi ascolta. C’è un ‘volgersi’ da attuare, un convertirsi da una logica religiosa in cui si proiettano le dinamiche umane del dare avere, ad un’altra logica, ad un altro punto prospettico. Ma questo movimento è aperto poco alla volta da Gesù e si dipana attraverso lo sguardo ai gesti della donna. Nel suo silenzio, nelle sue lacrime lei si muove secondo un’altra dimensione.

“E, volgendosi verso la donna, disse a Simone: «Vedi questa donna? Sono entrato in casa tua e tu non mi hai dato l’acqua per i piedi; lei invece mi ha bagnato i piedi con le lacrime e li ha asciugati con i suoi capelli. [45] Tu non mi hai dato un bacio; lei invece, da quando sono entrato, non ha cessato di baciarmi i piedi. [46] Tu non hai unto con olio il mio capo; lei invece mi ha cosparso i piedi di profumo”.

Vedi…tu e lei: Gesù introduce ad un confronto e costringe Simone ad entrare in crisi, ad interrogarsi, lui l’uomo delle definizioni, l’uomo della rigidità della dottrina e della collocazione delle persone tra onesti e peccatori. Una serie di constatazioni smascherano la sua . I gesti della donna, l’acqua offerta, le lacrime versate sui piedi, i baci, l’unzione con il profumo, sono elencati uno ad uno. In ciascuno di essi risuona la delicatezza, il coraggio, la sincerità, la gratuità, proprie di chi in quei gesti si manifesta con un profilo che non è quello della peccatrice, ma è quello di una donna che ama e non ha paura di dire il suo amore, esponendosi nella sua fragilità. E’ paradossalmente libera, lei che era additata e costretta a starsene al riparo da sguardi inquisitori e da parole velenose. Simone è lasciato a rispondere della sua inadempienza: aveva invitato Gesù nella sua casa, ma lo aveva invitato con la distanza di chi vuol mettere alla prova, di chi pensa di essere un giusto ma deve imparare ad amare.

“Per questo io ti dico: sono perdonati i suoi molti peccati, perché ha molto amato. Invece colui al quale si perdona poco, ama poco»”. Queste parole conducono a scostarsi dalla parabola raccontata a Simone: nella storia del creditore e dei due debitori l’amare dipende dall’aver ricevuto un dono. Ora Gesù dice a Simone: questa donna ha amato tanto e per questo le sono perdonati i peccati.

E’ il condono che genera l’amore o l’amore che è forza di ogni dono e contiene già in se stesso il manifestarsi di un volto di Dio che non è prigioniero dei calcoli, dei meriti e dell’efficienza? Gesù, guardando la donna, presenta un percorso che rivoluziona ogni pensiero religioso. “Poi disse a lei: «I tuoi peccati sono perdonati». [49] Allora i commensali cominciarono a dire tra sé: «Chi è costui che perdona anche i peccati?». [50] Ma egli disse alla donna: «La tua fede ti ha salvata; va’ in pace!»”.

I gesti della gratuità della donna sono segni della sua fede e sorgente del perdono, cioè del compimento della sua vita nel senso del dono e dell’incontro. Nei suoi gesti diceva la scoperta di un dono che la precedeva, da cui si era sentita accolta. Lei si manifesta capace di profezia, nello scorgere in Gesù il volto del profeta. Sapeva di essere accolta con la sua storia, con le sue ferite e questo le ha suggerito i gesti dell’amore senza riserve. Sa accogliere teneramente Gesù. In quella casa in cui il fariseo Simone aveva invitato Gesù ma non l’aveva ospitato nel cuore quella donna testimonia la consapevolezza che Gesù la poteva ospitare, lui che non aveva casa dove stare. Lei esprime tutto questo con gesti così umani da farsi espressione dello stile di Dio. Questa sua fiducia è sorgente della vita che lei recava in se stessa nascosta, la vita stessa di Dio. Gesù lo riconosce: la tua fede ti ha salvata. Il perdono di Dio ha i tratti dell’amore che genera ospitalità.

Alessandro Cortesi op

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(Pietro Bugiani 1905-1992)

Gesti quotidiani

Ci sono gesti, gesti quotidiani, che tessono senza far rumore le ore e i minuti nello scorrere dei giorni. Sono i gesti spesso nascosti, silenziosi, invisibili agli occhi di chi non si sofferma a scorgere le pieghe della vita ma è così preso da quanto abbaglia da non saper fermarsi.

Ci sono gesti che profumano di sapienze antiche, conservate nei palmi di mani consumate dal lavoro, che recano i segni e la lenta erosione del tempo. Gesti che sanno delicatamente trattenere in sè l’attenzione a ciò che fa cambiare la vita dal basso, non nella retorica o nella pretesa di apparire di un potere cercato in tanti modi, ma nella cura, nel custodire, nel saper inchinarsi a quanto piccolo racchiude in sè una traccia di oltre e di Altro, nelle nostre fragili esistenze.

Il gesto del custodire il basilico sacro è gesto ricordato da Vandana Shiva in un suo libro in cui parla dei gesti quotidiani delle donne indiane che tengono davanti alla porta di casa un vaso di basilico. E’ questa una pianta di porfumi e aromi, utile per cucinare, ma è anche ricordo, davanti alla soglia, calpestata dall’entrare  e uscire quotidiano, di qualcosa di più grande. Prendendosi cura del basilico quei gesti dell’innaffiare e del rispettarlo  recano in se stessi la cura e la custodia della terra. Sono gesti di riconoscimento della preziosità e del dono della terra. Vi è così  racchiusa una sproporzione: l’attenzione alla terra passa attraverso i gesti quotidiani di rispetto e cura per una piccola pianta.

“noi potremmo trasformare questa immagine in vari modi: ci prendiamo cura della terra andando a piedi invece di utilizzare l’automobile, abbassando la temperatura del riscaldamento in casa e così molti altri piccoli gesti avrebbero una valenza piccola e quotidiana, gesti che devono essere ripetuti giorno dopo giorno per portare frutto. Così è sempre stato nella vita delle donne…. Ma la cosa interesante del basilico sacro delle donne indiane è la sua sacralità: il collegamento del gesto quotidiano con quella dimensione che noi occidentali potremmo chiamare Dio” (A.Gaino, S.De Guidi, Prendersi cura. Di sè, degli altri, di Dio, ed. Gabrielli 2004)

Alessandro Cortesi op

V domenica di Pasqua – anno C – 2016

Paolo Miniatura  Bibl. Marciana VE.jpg

(Paolo invia una lettera – Miniatura XII sec. – Biblioteca marciana Venezia)

At 14,21-27; Ap 21,1-5; Gv 13,31-33.34-35

“…dopo aver predicato il vangelo in quella città e aver fatto un numero considerevole di discepoli, ritornarono a Listra, Iconio e Antiochia rianimando i discepoli ed esortandoli a restare saldi nella fede”. Paolo e Barnaba vivono la loro predicazione nell’impegno a rianimare e esortare. E’ l’esperienza della prima comunità ma è anche esperienza di ogni credente, la fatica della prova, la difficoltà e il senso di spaesamento, talvolta di inutilità. Opposizioni esterne e incomprensioni all’interno segnano il cammino. E’ la storia di tutti coloro che cercano di annunciare la parola attuando con coinvolgimento personale le scelte di libertà che la parola stessa suscita. Paolo e Barnaba invitano a stare saldi.

Nella narrazione di Luca è forte l’insistenza sull’affidamento alla grazia di Dio, sul senso di fiducia nel Signore. E’ lui che apre nuove porte e strade e a noi richiede una disponibilità coraggiosa e libera a percorsi ancora inediti: “Non appena furono arrivati, riunirono la comunità e riferirono tutto quello che Dio aveva compiuto per mezzo loro e come aveva aperto ai pagani la porta della fede”. L’agire di Dio è nella linea di apertura, di nuove relazioni e incontri che segnano vie nuove di esperienza della fede.

La pagina dell’Apocalisse orienta lo sguardo sulla nuova Gerusalemme, la città santa nella visione di un nuovo cielo e una nuova terra. Il mare – simbolo di ogni forza del male – scompare e la città assume le sembianze di donna dallo sguardo luminoso pronta ad incontrare il suo sposo, capace di amore. E’ uno sguardo profetico che individua il fine della storia: esito della storia è la vita di una città che è luogo di relazione. L’incontro sarà il punto finale del cammino umano, ma è già germe di vita nuova. La città è costruzione umana, luogo del vivere insieme, incrocio di case strade e piazze dove si intrecciano relazioni… al centro della città, chiamata ‘dimora di Dio con gli uomini’ sta la presenza di colui che è indicato con il nome ‘Dio-con-loro’. Dio con noi è Emmanuele (Mt 1,23; Is 7,14), nome che rinvia alla promessa di Gesù risorto, ‘ecco io sono-con-voi tutti i giorni fino alla fine del mondo’ (Mt 28,20).

La visione di Apocalisse presenta una novità: le cose di prima sono passate, non c’è più la morte né lutto né lamento né affanno e un nuovo mondo è iniziato. Il progetto di Dio di incontrare l’umanità e di vivere la vita piena apre all’incontro e ad una realtà nuova che ha nome ‘pace’: ‘Tripudierò con Gerusalemme, gioirò con il mio popolo; mai più le lacrime mai più il lamento risuoneranno in lei. E costruiranno case e le abiteranno; e pianteranno vigne e ne mangeranno il frutto” (Is 65,19.21).

La pagina del vangelo indica la via che Gesù lascia ai suoi, il comandamento nuovo, alla vigilia della sua morte. Il quarto vangelo legge la morte sulla croce come ‘glorificazione’. Gesù manifesta la gloria di Dio proprio sulla croce: nel luogo del dolore e dell’infamia è rivelato il volto di un amore trasparenza dell’umano e che supera le dimensioni umane: ‘avendo amato i suoi … li amò sino alla fine’. Gesù lascia così ai suoi il nuovo comandamento che riassume e compie ogni altro comandamento: ‘amate come io vi ho amati’. Non chiede solo di seguire un esempio, ma di trovare in lui la forza di amare in questo modo, così pienamente umano da manifestare il volto di Dio stesso. Gesù indica la via dell’amore quale luogo in cui si rende concreto il seguirlo: ‘da questo tutti sapranno che siete miei discepoli, se avrete amore gli uni per gli altri’. Scegliere lo stile di Gesù è testimonianza di lui ed è anche modo per restare in lui: ma questo stare in lui si attua nella relazione che rinvia agli altri. L’incontro con Gesù passa attraverso la via umana dell’incontro e del dialogo, in un amare che ha i tratti dei gesti di Gesù nel dono e nel servizio

Alessandro Cortesi op

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Futuro

In un articolo dal titolo Riprendiamoci il nostro futuro (La Repubblica 20 aprile 2016) Michela Murgia legge le recenti analisi del presidente dell’Inps riguardanti la generazione dei trentenni italiani e ne scorge i segni di una crisi che investe un Paese piegatosi alle logiche di un sistema che ha svuotato la dignità del lavoro e sta togliendo non solo la speranza di una pensione ma lo stesso futuro a generazioni di giovani: “Quegli uomini e quelle donne non sono una generazione perduta, come li ha definiti icasticamente Boeri, perché sono qui, sono vivi, ci camminano accanto e saranno sempre di più: ciascuno è lì coi suoi sogni non realizzati, le scelte che con più sicurezze lavorative si sarebbero potute fare, i figli mai generati per la paura di non avere abbastanza per crescerli e la pensione dei genitori come estremo paracadute. In quella generazione depredata è l’Italia che si è perduta, sacrificando milioni di intelligenze, di idee e di potenzialità all’avidità di una parte del mondo industriale, quello che conta, convinto che la vita di quelle persone non sia una risorsa, ma un costo da abbassare fino a metterlo in concorrenza col più basso salario al mondo. Non è la pensione la speranza perduta dei trentenni: è il futuro.”

Il lavoro (trabajo) con la terra, e il tetto (la casa) sono le tre ‘t’ su cui Francesco, vescovo di Roma, ha richiamato l’attenzione in uno dei suoi discorsi dal tono profetico e di critica del sistema economico dominante: “La Bibbia ci ricorda che Dio ascolta il grido del suo popolo e anch’io desidero unire la mia voce alla vostra: le famose ‘tre t’: terra, casa (techo) e lavoro (trabajo) per tutti i nostri fratelli e sorelle. L’ho detto e lo ripeto: sono diritti sacri. Vale la pena, vale la pena di lottare per essi. Che il grido degli esclusi si oda in America Latina e in tutta la terra. Iniziamo riconoscendo che abbiamo bisogno di un cambiamento. Ci tengo a precisare, affinché non ci sia fraintendimento, che parlo dei problemi comuni a tutti i latino-americani e, in generale, a tutta l’umanità. Problemi che hanno una matrice globale e che oggi nessuno Stato è in grado di risolvere da solo”. (Discorso al II incontro mondiale dei movimenti popolari, 9 luglio 2015, Santa Cruz de la Sierra – Bolivia).

Terra, casa e lavoro sono gli ambiti su cui porre cura per una società in cui vi sia preoccupazione per la vita delle persone in contrasto con un sistema di capitalismo finanziario dove tutto è ridotto a merce secondo l’idolatria del denaro. Erano le medesime istanze di Giorgio La Pira che nella conversione vissuta nell’incontro concreto con i poveri era stato spinto a vivere una spiritualità fatta di scelte orientate a dare volto ad una città in cui le esigenze fondamentali della casa, del lavoro, della salute e delle relazioni fossero i criteri guida: “lavoro per chi ne manca, casa per chi ne è privo, assistenza per chi ne necessita, libertà spirituale e politica per tutti” (da appunti del 1961): “Se io sono uomo di Stato il mio no alla disoccupazione ed al bisogno non può che significare questo: che la mia politica economica deve essere finalizzata dallo scopo dell’occupazione operaia e della eliminazione della miseria: è chiaro! Nessuna speciosa obbiezione tratta dalle cosiddette ‘leggi economiche’ può farmi deviare da questo fine”.

Riprendersi il futuro: è questo un orizzonte che lega insieme fede e vita in un tempo segnato dalla pre-potenza di un sistema che schiaccia le persone privandole di quei diritti sociali che sono la radice della relazione, della possibilità di costruire città come luogo di incontro e di vita comune, soprattutto per i più deboli. Riprendersi il futuro è sfida non tanto a pensare ad una possibile pensione per sé, ma ad un orizzonte solidale di vita insieme contro tutto ciò che disintegra i legami tra persone e generazioni.

Alessandro Cortesi op

III domenica di Pasqua anno C – 2016

DSCN2116.JPGAt 5,27-32.40-41; Ap 5,11-14; Gv 21,1-19

Gesù risorto è indicato come unica speranza per comunità che vivono il tempo della prova. Così il libro dell’Apocalisse presenta Gesù nel simbolo dell’agnello immolato, agnello che riceve onore e gloria da tutte le creature del cielo e della terra. E’ importante situare la lettura indicata all’interno di tutto il capitolo 5. Dopo le lettere alle sette chiese il libro di Apocalisse suggerisce una grande visione: c’è un libro sigillato e nessuno è in grado di leggerlo. Questo libro, simbolo della storia e delle vicende umane del cosmo è il libro della vita. Il profeta piange perché nessuno può aprirlo. Ma c’è qualcuno che può prendere il libro e spiegarlo: questi è l’agnello. La figura dell’agnello in Apocalisse è indicazione di Gesù morto e risorto che solo apre il senso della vita e della storia. E’ anche rinvio alla testimonianza dell’enigmatico profeta che ha subito la violenza senza difendersi, maltrattato da inerme (Is 53). Gesù, come agnello, ha consegnato la sua vita ed è stato ucciso. Ha fatto della sua vita un dono per gli altri, in solidarietà fino alla fine con il suo popolo. E’ agnello ritto in piedi che mantiene su di sè i segni della violenza: è il risorto che porta su di sé i segni della passione. Nel IV vangelo Gesù è sottoposto alle torture della passione mentre nel tempio venivano immolati gli agnelli per la cena pasquale ebraica. L’agnello al centro della cena pasquale trova un nuovo compimento nell’esistenza di Gesù come agnello ucciso, che nella sua morte porta vive il dono della sua vita nella nonviolenza dell’amore. E’ agnello ferito, ma in piedi e riceve onore perché solo lui apre il senso profondo della vita umana racchiuso nel libro. E’ Cristo crocifisso e risorto, in cui risplende il volto di Dio come amore, la gloria del Padre.

Il discorso di Pietro davanti al sommo sacerdote – presentato nel cap. 5 degli Atti degli apostoli – è una sorta di ampliamento della prima testimonianza della fede pasquale:. “Rispose allora Pietro insieme agli apostoli: ‘Bisogna obbedire a Dio piuttosto che agli uomini. Il Dio dei nostri padri ha risuscitato Gesù, che voi avevate ucciso appendendolo alla croce. Dio lo ha innalzato con la sua destra facendolo capo e salvatore, per dare a Israele la grazia della conversione e il perdono dei peccati. E di questi fatti siamo testimoni noi e lo Spirito Santo, che Dio ha dato a coloro che si sottomettono a lui”

Nelle parole di Pietro appare innanzitutto l’insistenza in una linea di continuità tra la storia della salvezza guidata da Dio nella vicenda di Israele e Gesù. Il Dio dei padri ha risuscitato Gesù. Il condannato, crocifisso è ora indicato con termini nuovi: ‘capo’ e ‘salvatore’. La sua vita si pone come riferimento di un cammino che continua, è guida per un popolo che si comprende in rapporto al popolo dell’esodo. E’ salvatore perché la sua morte si lega a tutta un’esistenza in cui c’è stata guarigione e offerta di vita per gli altri. Gesù è passato facendo del bene. Il vivente che ha vinto la morte è il medesimo che ha vissuto la sua vita annunciando la venuta del regno: è vicenda di salvezza che sta nei segni di guarigione, di vita, di apertura al futuro, di speranza.

Pietro parla di un ‘rialzarsi’ dalla morte ed esprime la posizione di Cristo presso il Padre con l’immagine dell’innalzamento: ‘Dio lo ha innalzato con la sua destra’. I cieli in alto contrapposti alla terra in basso indicano la sfera della vita divina. E’ linguaggio che conduce a scorgere che Gesù ha vinto la morte. La sua vita ora e definitivamente appartiene alla dimensione di Dio. Ma la presenza di Gesù è in continuità con la sua vicenda storica, è il medesimo Gesù di Nazareth, ora innalzato. La sua presenza può essere incontrata in modo nuovo, nell’esperienza del credere.

apparizione Gesù Monreale.jpg (Duomo di Monreale affresco)

 

La terza volta che Gesù apparve ai suoi è narrata dal quarto vangelo in delle ultime pagine: la scena è disposta in tre momenti. All’inizio la manifestazione di Gesù a coloro che hanno seguito l’invito di Pietro ‘io vado a pescare’: un incontro inatteso, sconvolgente e peraltro inserito nel quotidiano. Poi il mangiare insieme, la condivisione del pesce arrostito con i discepoli sulla riva del lago; infine il dialogo con Pietro: ‘mi ami tu?’. L’interrogativo ripetuto sull’amore.

La scena iniziale è posta in una atmosfera ordinaria sulle rive del lago, in Galilea, con la presenza di sette discepoli di cui si indicano i nomi: Simon Pietro, Tommaso detto Didimo, Natanaele di Cana di Galilea, i figli di Zebedeo e altri due discepoli. Salgono insieme sulla barca e ritornano alla loro attività di pescatori. In questo quadro, dai toni sconsolati c’è il desiderio di ritornare ad una normalità antecedente all’incontro con Gesù. Sembra quasi che questo gesto indichi una volontà di chiudere quella parentesi di speranza e di apertura della propria esistenza. Tornano ad un quotidiano con le porte chiuse quasi con il desiderio di riempire un vuoto presente e di non pensare più a quanto avevano sperato in rapporto al profeta di Nazareth. Così il fallimento della pesca, nella notte, diviene un segno della sterilità in cu sono rinchiusi e dello sconforto, ‘ma in quella notte non presero nulla’.

Gesù si presenta sulla riva, quando sorge la luce di un’alba che non sé solo inizio di un nuovo giorno, ma il farsi strada di una luce profonda. ‘Gesù stette sulla riva’. E’ uno ‘stare’ che ritorna come stile di una presenza nuova: ‘stette in mezzo’… (Gv 20,19.26) dice il IV vangelo per indicare la presenza di Gesù che raduna la comunità attorno a sé nel dono della pace e dello Spirito. Ora stette sulla riva, su quella riva che ricorda una chiamata e invita a nuove navigazioni. Ma non lo riconoscono. La sua parola è innanzitutto una richiesta di mangiare: ‘Figlioli, avete qualcosa da mangiare?’. Gesù si presenta come colui che ha fame, così come le ultime parole sulla croce sono state ‘ho sete’ (Gv 19,28). La sue parole rivolgendosi ai discepoli manifestano la tenerezza con accenno ai ‘piccoli figli’. C’è un rinvio ad un cibo da condividere nel mangiare insieme, al cuore di questo racconto. Da qui l’invito a gettare le reti dalla parte destra, forse nel segno di un augurio di bene. Solamente di fronte alla pesca che colma le reti il discepolo che Gesù amava dice a Pietro: ‘E’ il Signore’. Nei racconti di apparizione del IV vangelo è un tratto che ritorna quello che allude alla dialettica tra il discepolo ‘altro’ e ‘giunse per primo al sepolcro’ e Simon Pietro (Gv 20,1-10). L’altro è il primo che giunge a comprendere, a vedere e credere scorgendo i segni e interpretandoli. Simone è tuttavia colui che per primo, dopo il riconoscimento, si getta in mare per andare incontro a Gesù, dimostra ancora la sua irruenza e si apre ad un cammino nuovo.

E’ una scena di riconoscimento che introduce ad interrogarsi sul vedere e incontrare il risorto: Gesù ora va incontrato con gli occhi del discepolo che amava. La barca dove sono saliti i discepoli delusi assume i contorni simbolici della comunità/chiesa; la rete che non si spezza evidenzia un altro aspetto di questa chiesa chiamata a riconoscere e incontrare il suo Signore nell’esperienza della riconciliazione, del condividere, del mangiare insieme.

C’è un fuoco di brace con del pesce e del pane sulla riva. Gesù ha preparato qualcosa: ancora si presenta come colui che prepara da mangiare e serve. E lui chiede che il pesce pescato sulla sua parola sia portato insieme a quello già preparato sul fuoco. Ripete con i suoi i gesti che aveva lasciato loro come indicazione del senso dell’intera sua esistenza: ‘Prese il pane e lo diede a loro, e così pure il pesce’. La condivisione nel mangiare insieme. Il mangiare insieme diviene esperienza segno di incontro con lui.

L’ultimo quadro del racconto è il dialogo tra Gesù e Pietro. Per tre volte un’unica domanda sull’amore è ripetuta. Un’insistenza che sembra rievocare il triplice rinnegamento di Pietro durante la passione (Gv 18,25-27). La risposta di Pietro ‘Signore tu sai tutto, tu sai che ti amo’ apre a comprendere il cammino che Pitero ha compiuto. Si scopre incapace e lontano da quel volto di presuntuoso che aveva affermato: ‘Signore, perché non posso seguirti ora? Darò la mia vita per te’ (Gv 13,37). Pietro vive la scoperta di un amore che si accontenta della sua pochezza. Lo riconcilia con se stesso, consapevole del suo limite e della sua infedeltà. La radice della missione nuova sta qui. Pietro è chiamato ad essere guida e pastore, lo potrà essere solo se vive il senso di abbandono e di trarre la forza da colui che lo ha perdonato: Gesù si accontenta del suo voler bene (usa il verbo fileo) non gli chiede quell’amore/agape che solo da Dio viene. Pietro riconosce il suo limite, la sua incapacità. La sua vita trae senso e la sua forza unicamente dal perdono del Cristo risorto e dal suo amore. La sua missione d’ora in poi non consisterà in particolari compiti ma sarà risposta ad una chiamata che è eco del primo incontro. “E detto questo aggiunse: Seguimi”.

Alessandro Cortesi op

 

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Musica e parole per vivere

E’ morto da pochi giorni Gianmaria Testa, cantautore italiano, originario del cuneese. Nelle sue canzoni, tessiture di poesia, ha saputo interpretare le voci del tempo, è stato capace di trasmettere le voci dei dimenticati e si è fatto eco della grandezza delle cose semplici. E’ stato un artista schivo, lontano dalle forme di esaltazione del personaggio, dalla ricerca di visibilità. E’ stato capace di esprimere nelle sfumature di parole recanti soffio di leggerezza un richiamo alle attese, alle nostalgie, alle domande più nascoste della vita. Don Luigi Ciotti lo ha salutato al funerale con queste parole: “Ciao Gianmaria, eri un uomo schivo, gentile, pieno di dubbi. Hai cantato gli ultimi, ci hai aiutato ad alzare la testa. Continua a suonare e a cantare, noi continueremo a sentirti uno di noi”.

Nelle sue canzoni affronta alcuni drammi del nostro presente e dlela vita sociale, come nell’album Vitamia del 2005  in cui ispirandosi ad uno scritto di Andrea Bajani ripercorre i sentimenti di chi a cinquant’anni perde il lavoro. Il suo sguardo critico sulla realtà non rimane chiuso e ripiegato. Nelle sue musiche e parole si coglie il rinvio ad un interrogarsi sulla vita che apre il quotidiano ad essere soglia di un andare oltre. Come nella canzone ‘Sono belle le cose‘:

“Sono belle le cose, belli i contorni

degli occhi

e i contorni del rosso

gli accenti sulle a, lacrime di pagliacci

le ciglia delle dive

le bolle di sapone,

il cerchio del mondo è bello

l’ossigeno delle stelle

e la poesia dei ritorni,

di emigranti e isole,

cercando l’invisibile: l’appartenenza

è bello il fuoco

e il sonno

e il buio petulante gola dei fantasmi

e il brodo primordiale padre nostro

che cola in questi nomi”

Il suo interrogativo sospeso esprime profondità e apertura, quasi eco di parole di bella notizia per coloro che sono dimenticati e tenuti a margini. Nelle sue canzoni ricorda i viaggi e i passi, il cammino che accomuna la vita di tutti.

L’albero del pane

Di passi la strada
di passi e di sabbia il confine
dovunque si vada barriera di mare sarà
aperta soltanto
aperta al ritorno di venti
di naufraghi e vele
chiunque ci parta
comunque ci ritornerà

Di sabbia la strada
e d’ombra la pianta del pane
a chiunque ci vada rifugio e prigione darà
e finestra di vento
aperta soltanto
al ricordo di voci e sirene
dovunque si parta
comunque si ritornerà

E’ d’ombra la strada
e nell’ombra si lascia passare
dovunque si vada soltanto illusione sarà
e poi sogno, miraggio
distanza, passaggio
e risveglio fra l’albero e il pane
per quanto si parta
comunque si ritornerà
.

Il breve testo di una tra le sue canzoni si delinea come riflessione sul tempo, il tempo della vita, il tempo che passa, ma anche il tempo che ritorna e viene accolto in modo nuovo, tempo finito, perduto, anche il tempo sbagliato, ma che non rimane chiuso, andato. Tempo aperto ad una novità non detta, solo accennata e intravista. Quasi un accompagnare a sostare su di un futuro nuovo, di occhi, di vedere senza più parole. Pare di avvertire un’eco dell’esperienza del tempo di Simon Pietro, riportato a ripercorrere nello sguardo e nella parola di Gesù il tempo del suo cammino. Ricondotto a scorgervi spazio di riconciliazione, con se stesso, con il desiderio di amare, con un futuro da accogliere nell’invito ‘seguimi’.

Canzone del tempo che passa

Saluteremo dalla nostra finestra
il tempo che passa
e se passando ci riconoscerà
anche il tempo perduto
anche il tempo sbagliato
ci risponderà
Saluteremo dalla nostra finestra
e non sarà una canzone
che tutto il tempo finito ci ritornerà
ma saranno gli occhi
questi nostri occhi senza più parole
e un altro tempo sarà.

 Alessandro Cortesi op

 

XXI domenica – ordinario B – 2015

DSCN0944Gs 24,1-2a.15-17.18b; Ef 5,21-32; Gv 6,60-69

La grande assemblea di Sichem è vivace descrizione di un momento di alleanza dopo il cammino nel deserto. Giosuè chiede alle tribù d’Israele una decisione, provoca ad una scelta di parte: “Se vi dispiace di servire il Signore, scegliete oggi chi volete servire: se gli dèi che i nostri padri servirono oltre il fiume (Eufrate), oppure gli dèi degli Amorrei, nel paese dei quali abitate”

Questa scelta sorge dalla memoria di un cammino e di un’esperienza di scoperta. Nel suo lungo discorso Giosuè ripercorre infatti le tappe di una storia scandita dai segni della presenza di Dio che ha ascoltato il grido dell’oppressione e ha fatto uscire dalla schiavitù. Da questa memoria sorge l’invito a prendere posizione e a scegliere per un rapporto diretto e personale con JHWH che impegni l’esistenza e il futuro. “Lungi da noi l’abbandonare il Signore per servire altri dèi! Perché il Signore nostro Dio ha fatto uscire noi e i nostri padri dal paese d’Egitto… Perciò anche noi vogliamo servire il Signore perché egli è il nostro Dio”. La scelta è di stare con il Dio di Abramo, di Isacco e di Mosè, il Dio vicino che si relaziona ai volti e ai nomi aprendo percorsi di libertà. La scelta è quella di lasciarsi scegliere riconoscendo una vicinanza.

La risposta è comune, è espressione di un popolo che dicendo ‘noi’ scopre la sua identità. Essa affonda le sue radici in un credere come affidamento della vita. Si radica in una storia di liberazione in cui JHWH è il primo protagonista. La conseguenza sarà vivere una responsabilità di accoglienza e di liberazione per tutti i popoli della terra. “Noi serviremo il Signore nostro Dio e obbediremo alla sua voce”. Il popolo radunato a Sichem incontra Jahwè come un Tu vivente. Prender posizione per il Dio dell’esodo comporta l’impegno a servire il Dio che si è manifestato come liberatore.

La pagina del vangelo di Giovanni è la parte conclusiva del lungo capitolo 6. Il momento è collocato – non a caso – a Cafarnao. Gesù è presentato mentre insegna nella sinagoga. Aveva compiuto il gesto del pane, aveva parlato di sé come pane vivo disceso dal cielo. Ora è nella sinagoga luogo dell’insegnamento e della Parola di Dio. Il IV vangelo suggerisce che Gesù sta compiendo nel suo insegnamento una rilettura e attualizzazione (un midrash) dell’episodio narrato al cap. 16 dell’Esodo. Lì il popolo mormorava, ora sono i discepoli che mormorano; nel deserto gli israeliti ricevono il dono della manna e delle quaglie per poter mangiare e continuare il cammino, ora Gesù distribuisce ai cinquemila i pani e parla del Padre che dà il pane dal cielo, quello vero. Infine parla di se stesso come pane disceso dal cielo che dà la via al mondo: ‘Chi mangia questo pane vivrà in eterno’.

Il IV vangelo così suggerisce che la manna era solamente un anticipo, un segno: la realtà è qui presente ed è la presenza di Gesù come pane vivo. “E’ lo Spirito che dà la vita, la carne non giova a nulla; le parole che vi ho detto sono spirito e vita”. La carne ossia la dimensione umana nella sua debolezza non può fare nulla. La Parola si è fatta carne e può donare spirito e vita. Molti discepoli reagiscono dicendo “questa parola è dura. Chi può ascoltarla?”

Gesù chiede ai discepoli di passare ad un nuovo modo di comprendere nell’affidamento allo Spirito: è il lasciarsi rinnovare rinascendo dall’alto, aprendosi ad una logica nuova e diversa. Si possono intendere le cose e la in modo nuovo nell’affidamento alle parole di Gesù, nella forza dello Spirito.

E’ provocazione ad un cambiamento che si fonda sulla sua parola: Gesù stesso si presenta come Parola fatta carne, proprio nella sinagoga luogo della Parola. Lo avevano cercato dopo il segno dei pani, ma Gesù apre ad una fame nuova, della Parola stessa di Dio. La sua parola rinvia allora al segno del pane. Il pane vivo è la sua carne per la vita del mondo. A questo punto “molti dei suoi discepoli si tirarono indietro e non andavano più con lui”. Dai cinquemila ai discepoli, ai dodici. La parte finale si concentra sulla reazione dei dodici: sono messi di fronte alla scelta: ‘Volete andarvene anche voi?’. Le parole di Pietro si fanno voce dell’esperienza dei dodici: ‘Signore da chi andremo, tu solo hai parole di vita eterna; noi abbiamo creduto e conosciuto che tu sei il santo di Dio'”. Pietro si rivolge a Gesù chiamandolo ‘Signore’ e ‘Santo di Dio’: sono due espressioni sulla sua identità. Il dove andare è un incontro e un presenza. Nelle sua parole è racchiuso tutto il senso di affidamento allo Spirito, quale atteggiamento di ‘credere e conoscere’ in modo nuovo Gesù. L’intero capitolo 6 del IV vangelo è un accompagnamento ad entrare nell’incontro con Gesù, con la profondità della sua persona da riconoscere come pane della vita, disceso dal cielo, colui che dà la vita al mondo. Al cuore sta il mistero pasquale di discesa e di salita (discesa dal Padre e consegna nel tradimento subito e salita come innalzamento). Gesù è la Parola di Dio, Pane che sfama le attese di liberazione di chi è senza nulla.

DSCF6049Alcune riflessioni per noi oggi

Anche noi oggi siamo invitati a ripercorrere la nostra personale e la storia delle nostre comunità come storia di salvezza. Fare memoria è scoprire una presenza nascosta ma che ha guidato e accompagna. Tra passato e futuro il senso dell’impegno è affidamento ne presente. Rinnovare liberamente l’adesione al Signore, come comunità, è fare spazio al coraggio del credere che si esprime nelle scelte concrete di una vita che rifletta l’agire liberatore di Dio stesso.

‘Volete andarvene anche voi?’ È domanda che si fa provocazione a lasciarsi coinvolgere in un incontro in cui la presenza di Gesù è al centro, con il suo presentarsi come pane e parola. L’esperienza del credere non è piegare la sua divinità alle nostre misure, ma è lasciarci trasformare dalla sua presenza.

“questo mistero è grande…” Motivo centrale del brano della lettera agli Efesini è presentare la bellezza dell’alleanza tra Cristo e la chiesa. Il modo in cui Gesù ha amato è stato nel servizio e nel dono. Non una sottomissione servile, ma scelta di un amore nella cura e tenerezza, non secondo una logica giuridica, ma nella scelta della dedizione. L’amore umano ha davanti a sé la prospettiva di questo cammino. Può divenire espressione concreta di questa grazia. Da essa trae anche forza per poter vivere ogni giorno la fatica di ricominciare ad amare. Anziché leggere questa pagina come una idealizzazione perfezionistica della vita familiare si può cogliere in essa l’invito ad un cammino che coinvolge Cristo stesso e la chiesa come comunità di tutti coloro che sono chiamati ad entrare in rapporto con Cristo. Imparare ad amare è per tutti la grande sfida della vita, mai conclusa, sempre soggetta all’imperfezione e alla fatica. Le difficoltà e le incertezze dell’amare, nella sua complessità, possono essere lette come momenti di un cammino che rimane aperto su orizzonti ampi e può trovare nuova forza alla presenza di Cristo.

Alessandro Cortesi op

IV domenica di Pasqua – anno B – 2015

DSCN0497At 4,8-12; 1Gv 3,1-2; Gv 10,11-18

“Questo Gesù è la pietra, che è stata scartata…”. La pietra scartata è immagine biblica che racconta come agisce Dio: Dio va alla ricerca dell’ultimo, guarda il dimenticato, solleva e rovescia la condizione di chi è senza appoggi, si china sulle vittime e su chi non ha altro sostegno. Il suo agire è diverso dall’attitudine diffusa che scarta ed esclude. Lo stile Dio è la tenerezza di chi va alla ricerca del perduto. La sua potenza si rivela nello scendere e risollevare chi è indebolito e vittima senza difese.

Dall’esperienza di Dio che prende la pietra scartata sgorga la lode del salmo: “Ti rendo grazie perché mi hai risposto, perché sei stato la mia salvezza. La pietra scartata dai costruttori è divenuta testata d’angolo. Questo è stato fatto dal Signore, una meraviglia agli occhi nostri” (Sal 117).

In rapporto a questo agire di Dio la prima comunità cristiana legge la risurrezione di Gesù: essa riconosce in lui il volto dello sconfitto, dell’umiliato sulla croce. Proprio lui è stato costituito ‘signore’ in virtù della potenza di Dio. Ed è lui pietra scartata, a divenire base della costruzione di un edificio nuovo, della vita di una comunità che in lui trova unico fondamento.

In questo orizzonte è colto un senso profondo della vita, la risposta alla attesa di felicità: non c’è altra salvezza da ricercare in altre soluzioni o progetti. In Gesù – è questa l’esperienza della prima comunità cristiana – si incontra l’azione potente del Padre che accoglie chi è scartato ed eliminato. In Gesù trova speranza la vicenda di tanti poveri che non hanno appoggio umano e si affidano al Dio fedele, capace di rovesciare i potenti dai troni e di innalzare gli umili.

“Carissimi, vedete quale grande amore ci ha dato il Padre… noi fin d’ora siamo figli di Dio, ma ciò che saremo non è stato ancora rivelato”. Al cuore della prima lettera di Giovanni sta una parola sull’identità del credente: il suo centro sta al di fuori di sé: è qualcuno che ha accolto un amore quale dono del Padre. La sua identità fa riferimento così ad un amore ricevuto, ad un Altro. Da lì proviene la meraviglia per la gratuità di un incontro. Il credere è esperienza di comunione. Dio ha il volto dell’amore: chi sperimenta l’amore, che raggiunge nei gesti umani della vicinanza, dell’accoglienza, della cura, nella concretezza della sua vita, può comprendere qualcosa del volto di Dio.

Il credente scopre così di essere figlio, meglio, partecipe di una comunità di figlie e figli. “Non solo siamo chiamati figli di Dio, ma lo siamo realmente”. ‘Figlio’ è un nome che dice legame: una dipendenza originaria da cui la vita ha tratto il suo inizio. E’ il legame profondo della generazione, un codice scritto nelle profondità dell’essere, nella psiche, nelle cellule del proprio corpo. Ma la condizione di figli non è solo un fatto biologico. Si è figlie e figli in quanto si attuano e si scoprono nell’esistenza legami e relazioni in cui la solitudine è vinta nell’incontro e riempita dalla cura e dalla presenza di qualcuno vicino. Scoprire di essere figli è cammino in un amore ricevuto, è meraviglia per la gratuità che avvolge senza merito, dono che segna la propria esistenza, è l’apertura a trovare radice della propria vita nel dono di altri. Così la vita dei cristiani è esistenza di figli, scoperta di un dono che precede e di uno sguardo appassionato, quello di un padre-madre, Dio come ‘tu amante’, che non dimentica le nostre vite e non è indifferente a nessuno.

La prima lettera di Giovanni ricorda anche che il nostro essere figli si colloca all’interno di una tensione tra il momento presente, con tutte le sue contraddizioni, ed un futuro di compimento. ‘Noi saremo simili a lui’: è una promessa ed anche un invito a scorgere le profondità dell’esistenza. C’è un dono di somiglianza sin d’ora in atto che apre a responsabilità e a scelte libere. Dentro ad esistenze che vivono la fatica e la precarietà c’è una chiamata ad una esperienza dell’amore più profonda e piena: ‘lo vedremo così come egli è’: è la grande promessa e attesa della fede. E’ la promessa di una vita aperta all’esperienza dell’amore che non siamo in grado di esprimere.

“Io conosco il Padre e do la mia vita per le pecore”. Gesù è la pietra scartata che è divenuta testata d’angolo: la sua vita è stata in tutti i suoi momenti testimonianza di amore gratuito e liberante del Padre. Per il modo in cui ha vissuto è stato scartato. La sua vita è stata una discesa nella debolezza dell’amore, fino a perdere la vita stessa per i suoi, le sue pecore.

L’immagine del pastore è cara alla Bibbia: Dio stesso è presentato come pastore e il suo agire contrapposto ai pastori, i capi del popolo, preoccupati dei propri interessi e non della cura delle pecore. Pastore è infatti chi nutre, che alimenta la vita, che avverte la propria esistenza legata e dipendente da quella delle pecore. Tutt’altro dall’idea del pastore come capo e dominatore che vive la superiorità del comandare.

Gesù è indicato come ‘pastore bello’. Nel suo agire nel suo volto si rende visibile il volto di Dio. Nel suo essere pastore si compie secondo il IV vangelo un farsi vedere del volto di Dio come colui che procura vita, che ha cura della vita di tutti.

Per i pastori del tempo di Gesù alcune poche pecore costituivano una piccola proprietà che consentiva loro la sussistenza: erano care come la propria vita. Il pastore conosce le sue pecore e le pecore ‘conoscono me’: conoscere nel IV vangelo verbo con una particolare importanza: esprime una relazione di vita, un’esperienza e parla di reciprocità: c’è un rapporto unico e personale. Non solo il pastore conosce ma anche le pecore conoscono.

Gesù dà la sua vita per i suoi, diviene uno scarto secondo le logiche del potere umano. Ma proprio in questo offrire la vita manifesta il volto di Dio. La debolezza della libertà è il massimo potere sulla vita, nel suo darsi si manifesta l’amore del Padre che dà salvezza, senso e compimento alla vita. Il volto di Dio è lì in una vita donata fino alla fine, nel chinarsi di chi serve, nell’amore che si dona per gli altri.

La pagina apre un’ulteriore approfondimento: ‘ho altre pecore che non provengono da questo recinto; e anche queste io devo condurre; ascolteranno la mia voce e diventeranno un solo gregge e un solo pastore’. Gesù come ‘pastore’ compie un raduno nel suo donare la sua vita: sta qui il senso più profondo della sua testimonianza, il dono di sé è forza che raccoglie e genera la possibilità di incontro, di superamento della dispersione Lo sguardo di Gesù va oltre ogni recinto che racchiude.

Earth_Day_FestivalAlcune osservazioni per noi oggi

Pietro parla di Gesù come pietra scartata per rispondere alla domanda suscitata dall’aver portato beneficio ad un uomo infermo. Nel nome di Gesù si pone l’azione dei discepoli. Nel nome di Gesù, pietra scartata, Pietro ritrova il criterio di fondo di un agire che guarda a chi è infermo.

In questi giorni ancora abbiamo ancora assistito ad eventi tragici in cui centinaia di uomini donne bambini sono morti nel mare Mediterraneo per il capovolgimento di barconi su cui erano stati caricati come sfruttati e schiavi, quasi al termine del lungo viaggio che li ha condotti dalle regioni interne dell’Africa, la Somalia l’Eritrea, il Mali, il Gambia, sino alle coste della Libia. Cercavano salvezza e hanno trovato la morte. Sono loro oggi le pietre scartate di un mondo in cui l’indifferenza e la preoccupazione per difendere la propria ricchezza impedisce di perseguire scelte di cura e solidarietà tra i popoli. I loro volti sono un appello a pensare il nostro agire nel nome di Gesù pietra scartata, a ritrovare in lui il criterio di scelte che sappiano prolungare il suo ‘passare facendo del bene’. La salvezza passa attraverso un salvare vite umane, le vite da trarre in salvo dai flutti del mare, ma anche le vite da trarre in salvo dall’indifferenza e dall’egoismo…

Tommaso di Francesco, evidenziando le radici della questione di un Occidente responsabile delle guerre e miserie dei Sud del mondo, s’interroga su modi nuovi di fare memoria del 25 aprile come festa di liberazione che investa il presente : “E invece, se di fronte a questo vuoto e disastro politico, facessimo del 25 aprile — attanagliato quest’anno del 70esimo da ritualità e conflitti — anche il 25 aprile della liberazione dei migranti dai muri della Fortezza Europa, dalle nuove guerre e miserie, dalla condizione «clandestina» e dalle stragi amare alle quali sono condannati? Se per ricordare e rivitalizzare la memoria della Resistenza dessimo la parola — e i contenuti sulle nuove oppressioni — ai sopravvissuti dei naufragi e ai tanti immigrati che fanno crescere il nostro Pil e la nostra demografia?” (Il 25 aprile dei migranti, “Il manifesto” 22 aprile 2015)

Toccante la preghiera laica di Erri De Luca pronunciata in riferimento a quanto avvenuto nel canale di Sicilia:

Mare nostro che non sei nei cieli

e abbracci i confini dell’isola e del mondo

sia benedetto il tuo sale e sia benedetto il tuo fondale


accogli le gremite imbarcazioni senza una strada sopra le tue onde

i pescatori usciti nella notte le loro reti

tra le tue creature che tornano al mattino

con la pesca dei naufraghi salvati


Mare nostro che non sei nei cieli

all’alba sei colore del frumento

al tramonto dell’uva di vendemmia

che abbiamo seminato di annegati più di qualunque età delle tempeste


Mare nostro che non sei nei cieli

tu sei più giusto della terra ferma pure quando sollevi onde a muraglia

poi le riabbassi a tappeto

custodisci le vite, le visite cadute come foglie sul viale

fai da autunno per loro da carezza, da abbraccio

da bacio in fronte di padre e di madre prima di partire.

(Erri De Luca a LA7 Piazza pulita 20 aprile 2015)

Il riferimento al pastore andrebbe spogliato dei riferimenti metaforici e riportato ad una dura concretezza: l’esperienza dei pastori è comunanza di vita con le pecore, fatta di fatica, di tempo, di silenzio, di mani indurite. Il tempo dei pastori è speso totalmente nella cura: il chiamare per nome le singole pecore, il saperle riconoscere una ad una è capacità propria di chi vive la fatica di una vita spesso ingrata. La vita dei pastori è dura. Nel passaggio ad intendere il pastore in senso metaforico come ‘guida’ si è perso il senso profondo della concretezza di un’esperienza che è in primo luogo di condivisione totale di vita e di incontro e si è ingenerata anche l’idea di una comunità-gregge.

Nella vicenda di Israele pastore è Abramo, pastore è Mosè, come Davide era bambino pastore quando fu chiamato dal pascolo. I profeti hanno pagine durissime (Ezechiele in particolare) contro i pastori preoccupati solo di se stessi, dei propri interessi. E’ l’idea ripresa nelle parole di Gesù: ci sono pastori che sono mercenari e non si curano delle pecore.

Forse dovremmo pensare ai pastori come persone preoccupate per alimentare vita, per aprire percorsi di vita per gli altri… capaci di custodia di persone, ma anche capaci di custodia della vita nelle sue espressioni diverse, in un rapporto nuovo con la terra. Ci si aprirebbe a scoprire come pastori non sono una categoria di guide avvolte da un’aurea sacrale. Piuttosto profilo del pastore è nascosto in tutte e tutti coloro che custodiscono la vita di altri, la fanno maturare, non chiudono recinti, ma seguono con pazienza per aprire cammini nuovi, dove ci sia vita, dove ci sia cura, dove ognuna e ognuno si senta riconosciuto come unico. Profeti di una cura della terra in attenzione ai semi di vita, preoccupati di non disprezzare e calpestare il respiro della vita nelel sue diverse forme e di aprire vie di maturazione e condivisione. Pastori capaci di custodia oltre i recinti culturali e religiosi.

Alessandro Cortesi op

III domenica Quaresima anno B – 2015

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Es 20,1-17; 1Cor 1,22-25; Gv 2,13-25

Le dieci parole acquistano il loro profondo significato dalla prima parola che sta all’inizio: “Io sono il Signore, tuo Dio che ti ha fatto uscire dal paese d’Egitto, dalla condizione di schiavitù”. E’ parola di alleanza e di relazione. E’ il nome di Dio come Tu amante e liberatore che per primo offre all’uomo la possibilità di entrare in un rapporto in cui il suo volto è prezioso. Parola di un Dio amante, che rivolge la prima parola e chiede di farsi dire ‘tu’, che si china sull’uomo piegato e sfigurato. E’ parola di Dio che guarda e si prende cura di chi vive nella condizione di schiavitù: ‘Io sono tuo… ci sono per liberarti’. Le dieci parole allora possono essere lette come traduzione nel quotidiano di quest’unica e prima parola di Dio. Incontrare il Dio dell’alleanza è lasciarsi prendere dalla sua parola, nella corrente di una relazione vivente. Al principio sta un dono e un incontro. Questa parola di Dio vuole libertà e trae fuori dalla schiavitù, ed insieme orienta anche la vita di chi ascolta. Le dieci parole indicano un dono e nel contempo aprono una strada. Chi ascolta è chiamato a comprendersi in due direzioni: nell’incontro con Dio stesso, la prospettiva delle prime tre parole, e nell’incontro con gli altri, l’orizzonte delle altre sette parole. La relazione è al centro: le dieci parole aprono una spiritualità dell’incontro. Su questa via Israele viene posto portavoce di una parola di Dio per tutta l’umanità e introdotto in un cammino di liberazione. Nel lasciare spazio per il Dio vicinissimo che si comunica in una storia e nel rapporto con gli altri sta la via per un compimento della propria esistenza.

Paolo, nel suo cammino di ebreo osservante della Legge visse l’esperienza inattesa di essere afferrato da Dio stesso, il Dio dei padri. Descrive questo passaggio come un evento di incontro, il rivelarsi di una presenza, del Figlio, Gesù Cristo. Paolo scopre da quel momento che la parola definitiva nella sua vita è Gesù, e questi crocifisso: il volto di Dio si manifesta nello svuotamento di Gesù, nella sua croce. Per Paolo è questo un ribaltamento dell’idea di un Dio onnipotente e della legge. Questa sua scoperta è quanto comunica ancora nella sua prima lettera alla comunità di Corinto, dove già aveva predicato agli inizi degli anni ’50. La vicenda di Gesù con al centro la morte di croce è parola definitiva di Dio: nel cammino di dono della sua vita per gli altri Gesù è rivelazione del volto di Dio stesso. Nel rapporto con lui si può trovare il senso dell’esistenza. Ogni ricerca di potenza, ogni ricerca di sapienza è vuota. Paolo propone alla comunità di Corinto ciò che per primo ha vissuto. La vicenda di Gesù è sapienza diversa da ogni sapere umano e la sua debolezza manifesta una forza nuova e paradossale: il Dio di Gesù Cristo si rende vicino nella debolezza, nel darsi fino alla fine, nel fare della sua vita una consegna radicale nell’ascolto al Padre fino alla morte e alla morte di croce. Al cuore del suo vangelo, bella notizia che apre un senso nuovo e profondo alla vita, Paolo propone il paradosso cristiano, la ‘stoltezza’ e la ‘debolezza’ della croce che ha vinto la morte e ha generato una vita nuova per tutti.

Il brano del IV vangelo insiste sul riferimento alla Pasqua: “Si avvicinava intanto la pasqua dei Giudei e Gesù salì a Gerusalemme” (Gv 2,13), “ Mentre era a Gerusalemme per la Pasqua…”. Giovanni pone l’episodio della cacciata dei venditori dal tempio proprio all’inizio della attività pubblica di Gesù, nei giorni della festa di Pasqua. Il gesto di Gesù sulla spianata del tempio di Gerusalemme è attestata in modo diverso dal IV vangelo (Gv 2,14-16) e dal vangelo di Marco (11,15-19) – poi ripreso da Matteo (21,12-13.17) e Luca (19,45-48) – che in modo forse più plausibile dal punto di vista storico, situa questo gesto in giorni vicini all’ultima Pasqua. Marco parla di cacciata dal tempio di coloro che vendevano e compravano. Giovanni precisa che vennero cacciati anche buoi e pecore per i sacrifici e che Gesù si fece una frusta. A spiegazione del gesto, pone poi una parola che unifica insieme due testi, uno del secondo-Isaia: “La mia casa – dice il Signore – è casa di preghiera per tutti i gentili” (Is 56,7). Si tratta di un testo che presenta un’apertura universale. Il secondo di Geremia: “Voi invece ne avete fatto una spelonca di ladri” (Ger 7,11). Questi testi sono indicazione che qui non si tratta di una contrapposizione né al culto né al tempio, piuttosto il riferimento va a quanto avveniva nel cortile dei gentili dove erano collocati i venditori di animali per i sacrifici e i cambiavalute che davano le monete di Tiro necessarie per pagare la tassa del tempio. Il gesto assume quindi i contorni di un gesto profetico, contro la commercializzazione presente che porta a guadagni per la classe sacerdotale, e contro la concezione del tempio come luogo di sfoggio di potenza e ricchezza, soprattutto dopo l’operazione di Erode il grande che aveva ampliato il tempio in modo imponente. Gesù parla così della preghiera, possibile senza spese, mentre i sacrifici esigevano che i poveri acquistassero colombe e, i ricchi, pecore e buoi. Il messaggio di Gesù si delinea come profezia che annuncia l’inutilità dell’istituzione stessa del tempio: l’incontro con Dio già è possibile nel presente e sta avvenendo fuori degli spazi sacri, sulle vie della Galilea nell’ascolto del messaggio di Gesù, nei gesti di accoglienza e liberazione. Già si rende presente ciò che nel suo linguaggio egli esprimeva nei termini di ‘regno di Dio’: la vicinanza di Dio che apre la possibilità di un incontro per tutti, anche per i pagani, esclusi dalla salvezza. Il IV vangelo sottolinea che Gesù parlava del ‘tempio del suo corpo’, distrutto nella morte ma risuscitato da Dio con accenno al tempio utilizzato come metafora. Per Giovanni infatti il tempio in cui è presente la dimora di Dio non è tempio costruito su di un monte ma è la presenza di Cristo e il suo corpo. L’incontro con Dio passa attraverso l’umanità che il Figlio ha preso pienamente. La Parola di Dio, per il IV vangelo nel suo farsi carne, ha indicato che l’incontro con Dio passa per l’incontro con l’umanità di Gesù e con la vita umana nella sua povertà e precarietà, con cui si è fatto solidale.

0x768141883420878915Alcune riflessioni per noi oggi.

Le due puntate di Roberto Benigni sui dieci comandamenti in TV ha avuto un enorme successo lo scorso dicembre. Ci si può chiedere il motivo di questo: forse una delle chiavi di lettura sta nella passione con cui un grande attore ha presentato una pagina nota ma non ascoltata nelle sue profondità. Ma forse soprattutto una ragione sta nel fatto che Benigni ha messo in evidenza il cuore di queste parole come declinazione dell’unica parola che apre una vita in relazione, toccando le corde sensibili dell’umano e rincorrendo parole quotidiane. Ha così intercettato le aspirazioni più profonde delle persone mettendosi di fronte ad una parola di Dio in modo nudo, alla ricerca di autenticità. L’ascolto di questa pagina in collegamento all’esistenza umana diviene allora non il confronto con una serie di comandamenti provenienti da una divinità lontana e autoritaria, ma una parola dell’amore offerta. Una parole capace di dare voce ai desideri più profondi presenti nella vita stessa e capace di parlare per la vita: e solo le parole dell’amore e i gesti dell’amore, solo i movimenti che partono dall’interno della vita possono muovere e cambiare l’esistenza. La provocazione di un tale commento che diviene improvvisamente non solo udibile, ma anche affascinante, è una grande sfida per il modo in cui accostiamo le pagine della Scrittura. Solo un ascolto connesso alla vita sensibile alle esperienze dell’umanità, aperto a porsi in contatto con le domande della vita può aprire significati e orizzonti nuovi e inediti per tutti.

Paolo sottolinea come Gesù rivela un Dio debole, un’esistenza che si svuota… Se l’esistenza di Gesù è stata nel segno dello svuotamento (kenosis) anche l’ascolto dei credenti e la loro testimonianza vanno posti in questa linea. Cosa può significare oggi vivere un’esperienza comunitaria che si ponga su questa linea? Potrebbe significare uscire da tutte le forme del clericalismo e dalle ricerche di grandezza e onnipotenza, legate ad una visione di Dio onnipotente e lontano. Potrebbe anche cercare di vivere essnzialità e spogliamento di tutte quelle forme esteriori o di grandezza che nascondono il volto del crocifisso. Potrebbe anche e più profondamente essere scoperta che Gesù Cristo che si è svuotato rivelandoci il volto di un dio debole, è vuotato dentro questa storia e dentro questa vienda umana. Allora la storia e i cammini umani sono luoghi in cui Dio è già presente e siamo chiamati ad ascoltare e imparare da tale svuotamento a leggere le chiamate di Dio, il suo comunicarsi continuo nella storia, nei segni dei tempi, nei segni del nostro tempo.

Parlava del tempio del suo corpo… Corpo di Cristo e corpi nostri. Corpi di coloro che sono oggi crocifissi e resi schiavi e condannati. Nel film ‘Jesus de Montréal’ (diretto da Denys Arcand, 1989, vincitore del premio giuria al festival di Cannes 1989) una suggestiva trasposizione del gesto di Gesù nel tempio che rovescia i tavoli del mercato, è reso nel gesto irato del protagonista (che nel film ricopre il ruolo di Gesù), che si ribella allo sfruttamento del corpo delle donne da parte dei dirigenti di una compagnia cinematografica che fanno sfilare alcune ragazze durante un provino e si scaglia contro le macchine da presa e le attrezzature fotografiche con cui i loro corpi sono sfruttati. Oggi 8 marzo è festa della donna, giorno che ricorda oppressioni e lotte: momento per riflettere sulle diverse modalità d’ingiustizia e di sfruttamento nei confronti delle donne, nel mondo del lavoro, nella tratta a scopo di prostituzione, nello sfruttamento, nel non riconoscimento della dignità di donne ridotte a cose e sottomesse al potere.

Nella mentalità biblica il corpo non è solamente una parte materiale senza importanza o sede di negatività, uno strumento separato dalla dimensione dello spirito. E’ piuttosto indicazione di una totalità complessa dell’identità umana e dell’esistenza in relazione. Comunichiamo con gli altri nella nostra corporeità che in sé vive del respiro dello spirito. L’interiorità stessa si comunica solamente nel e per mezzo di un corpo. Per questo non abbiamo un corpo ma siamo un corpo. L’attenzione al corpo, alla salute, allo stare bene è esperienza del nostro tempo, talvolta essa racchiude ancora tracce di una antica separazione, del dualismo che separa concretezza e idealità: si tende ad un corpo ideale e non si prende atto delle condizioni concrete e limitate del nostro stare al mondo. L’attenzione alle persone, nella concretezza di una corporeità situata, rinvia a tutte le dimensioni della vita, è via per scoprire il corpo come vita e relazione e per vivere il rispetto, per non ridurre il tempio di Dio ad un mercato.

Alessandro Cortesi op

XXX domenica – tempo ordinario anno A – 2014

DSCN0535“Uno di loro lo interrogò per metterlo alla prova: Maestro, qual è il grande precetto della legge?”. Gesù è ancora interrogato da chi si avvicina a lui non per ascoltarlo, ma per metterlo alla prova. Se si confronta il brano di Matteo con il parallelo del vangelo di Marco (Mc 12,28-34) si potrebbero notare un serie di differenze importanti. In Marco il dialogo tra uno degli scribi e Gesù si svolge in un clima di simpatia, che offre il senso di una ricerca da parte dello scriba e di condivisione. Gesù riconosce questa attitudine dello scriba con parole di apertura e di speranza: “Non sei lontano dal regno di Dio”.

In Matteo nulla di tutto questo. Matteo con probabilità riprende l’atmosfera polemica che dopo il 70 segnava i rapporti tra il fariseismo e la comunità giudeo-cristiana e colloca questo dialogo di Gesù in un quadro in cui la domanda gli è posta dai farisei convenuti insieme per metterlo alla prova, come sfida.

Il dialogo è infatti introdotto all’indicazione del radunarsi insieme dei farisei, e uno tra di loro pone la domanda che verte sul ‘grande comandamento’. Il grande comandamento è riferimento alla questione dell’orientamento di fondo che dà senso a tutta la vita umana e si inserisce nella questione relativa alla moltreplicità dei precetti in cui ritrovare un filo centrale e più importante. Una corrente dell’ebraismo farisaico, quella di Hillel, prevedeva la articolazione di precetti più pesanti e più leggeri, e vedeva anche la possibilità di riassumere tutta la Torah in un unico principio. E’ la linea che Matteo riprende indicando la regola d’oro (Mt 7,12), che si ritrova anche nella tradizione rabbinica. Ma in modo generale era viva la ricerca di unificare i molteplici precetti della Torah e l’intera precettistica che si era formata nell’insegnamento orale attorno ad un nucleo fondamentale sintetico.

Ma ora la domanda posta a Gesù si connota come una sfida perché prenda posizione a favore o contro nel dibattito tra scuole religiose, nelle quali la questione è divenuta un problema fonte di discussioni raffinate fine a se stesse che non cambiano la vita.

Gesù non si sottrae, ma anziché parlare di un comandamento ne indica due; pone insieme due comandamenti che già erano presenti nella tradizione ebraica. Il riferimento è al comandamento dello Shemà (ascolta Israele) presentato nel Deuteronomio: “Ascolta, Israele: il Signore è il nostro Dio, il Signore è uno solo. Tu amerai il Signore tuo Dio con tutto il tuo cuore, con tutta la tua vita e con tutta la tua mente” (Dt 6,4-5). E aggiunge: “Questo è il grande e primo comandamento”. E’ il comandamento centrato sull’amore verso Dio. Ma Gesù accosta immediatamente a questo comandamento il comando di amore verso il prossimo che egli riprende dal testo del Levitico: “Amerai il prossimo tuo come te stesso” (Lv 19,18). Amare Dio con tutto il cuore è il primo comandamento, ma ce n’è un secondo ‘simile al primo’. Il secondo viene ad avere un’importanza pari al primo. E’ come specchio nel quale si riflette e verifica l’ascolto del primo comandamento.

Con questa affermazione Gesù pone una novità e apre una forte provocazione: non c’è amore di Dio laddove non si attua un amore concreto verso coloro che sono prossimi. A questi due comandamenti sono appesi la Legge e i profeti, quasi come due cardini su cui la porta dell’intera Scrittura e della vita sta sospesa. La parola di Gesù riporta la questione dai dibattiti di scuola alla dimensione della vita e inserisce una novità nell’accostare i due comandamenti parlando di un primo e di un secondo come specchio del primo, simile.

Forse si può anche intravedere tra le righe come egli indichi anche un ‘terzo’ comandamento, perché per amare il prossimo è necessario passare attraverso un rapporto di amore con se stessi e una comprensione di cosa significhi ‘amare se stessi’: “amerai il prossimo come te stesso”. C’è un ‘come’ che porta a guardare dentro se stessi, scoprendo che la propria identità e scoprendo lì la radice di una apertura all’incontro e alla relazione. Amando gli altri si fiorisce nelle dimensioni più profonde del proprio essere e l’attenzione alle dimensioni più profonde di se stessi apre al dono e al servizio. Nell’amore del prossimo c’è una via per trovare se stessi.
Al primo posto sta il rivolgersi a Dio con una attitudine particolare: c’è una totalità di coinvolgimento che è richiesta: ‘con tutto il tuo cuore’. Non solo alcuni settori marginali della vita. Incontrare Dio significa metterlo al centro della vita, riferimento delle scelte in tutti i momenti. Negli aspetti quotidiani e ordinari della vita. E’ un cammino, un orientamento della vita che non è mai compiuto e sempre si apre alla scoperta di nuove esigenze.

Ma il problema è anche: quale Dio amare con tutto il cuore? Il rischio di fondo è inseguire un volto di Dio che corrisponde ad una costruzione umana, a propria immagine e somiglianza, che giustifica egoismi, ripiegamenti, indiffeenza all’altro: è il grande rischio dell’idolatria. Non si può pensare di amare Dio e disprezzare i volti che recano ins e stessi l’immagine del Dio creatore e amante dell’uomo. Amare Dio che non si vede si attua nell’amare il prossimo che si vede. La verifica dell’incontro con il Dio invisibile sta nella cura e nell’attenzione concreta e situata per qualcuno, con il suo volto, con la sua storia. Amare Dio non è cosa lontana ed evanescente, ma incontra la quotidianità, si fa orientamento di vita sulla terra: non c’è amore di Dio che non passa per un amore che ha tratti non emozionali e indefiniti connessi alla voglia del momento, ma si precisa nell’orientamento scelto di cura e dedizione verso l’altro, nella decisione di farsi prossimi. Gesù smaschera in tal modo un tipo di religione in cui si possa affermare di amare Dio e contemporaneamente maltrattare l’altro o vivere rapporti di sopraffazione e violenza con gli altri. Porta a considerare che il volto di Dio da amare è il Padre che ha cura e compassione delle persone nella loro individualità e concretezza.

DSCN0552Alcune osservazioni per noi oggi

La cura per l’altro assume oggi il nome di maturare il senso dell’ospitalità. “Non maltratterai il forestiero… perché anche voi siete ststi stranieri nella terra d’Egitto”. L’attenzione al forestiero e l’accoglienza si pone come esigenza  non di benevolenza paternalistica e di elargizione di qualcosa da una condizione di sicurezza e superiorità. Piuttosto il rapporto con lo straniero è indicato quale opportunità preziosa per scoprire gli aspetti più profondi della propria identità, delle proprie radici e del senso della vita: ognuno infatti vive nella condizione di essere straniero a se stesso, di percorrere la vita come un viandante bisognoso di riparo, di riconoscimento, di pane e dignità. E’ quindi occasione per aprirsi alla memoria della condizione di spaesamento presente nella propria esperienza, di difficoltà e necessità di trovare patria e accoglienza, della tensioen insita a porsi in relazione da bisognosi e portatori di doni nello stesso tempo. E’ la condizione che accomuna tutti gli esseri umani, chiamati ad una custodia reciproca nel cammino che li vede intrecciati insieme nella vita. La questione del rapporto con gli stranieri è oggi un luogo di scoperta del senso dela prorpia esistenza: proprio per questo scatena le paure più ataviche e genera reazioni di esclusione. E’ faticoso scoprire le profondità del proprio essere. Ma proprio l’appello e la presenza stessa dello straniero povero, provoca a guardare in profondità a se stessi. Conduce a scoprre di essere stranieri e bisognosi di quel mantello donato, che è l’unica copertura contro il freddo, per sopravvivere nelle notti dell’esistenza.

Si potrebbe allargare oggi la considerazione del duplice comandamento ‘ama Dio ama il prossimo’ fino a ritrovarvi l’indicazione di ‘amare la terra come se stessi’: la terra (adamah) da cui l’umanità (adam) è tratta. Oggi siamo di fronte all’appello a maturare uno sguardo ad un rapporto con Dio che passa attraverso l’attenzione e la cura alla terra come realtà vivente di cui l’umanità partecipa e che è matrice e grembo che custodisce le creature, ma che richiede anche custodia e salvaguardia. Ama Dio e il prossimo si collega ad un amore alla terra.

Paolo indica alla comunità di Tessalonica uno stile di vita: “voi avete seguito il nostro esempio e quello del Signore, avendo accolto la Parola in mezzo a grandi prove, con la gioia dello Spirito santo”. La vita cristiana si connota come accoglienza della Parola, nella forza dello Spirito, e nella gioia di fondo che solo dallo Spirito deriva. Può essere anche racchiusa nell’espressione ‘seguire l’esempio del Signore’ e di tutti coloro che hanno ritradotto nella loro esperienza lo stile di Gesù. Un richiamo ad una concretezza dell’esempio che genera la domanda e il coinvolgimento. Uno stile di comunicazione del vangelo in questo tempo, non basato su discorsi persuasivi di sapienza, non esaurito in parole vuote che non cambiano la vita, ma sulla potenza dello Spirito accolto in scelte concrete e in orientamenti di impegno e di coinvolgimento personale.

Alessandro Cortesi op

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