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commenti alla Parola della domenica e riflessioni

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XXIII domenica tempo ordinario – anno C – 2019

IMG_5183.JPGSap 9,13-18; Fm 9-10.12-17; Lc 14,25-33

”Se uno viene a me e non mi ama più di quanto ami suo padre, la madre, la moglie, i figli, i fratelli, le sorelle e perfino la propria vita, non può essere mio discepolo. Colui che non porta la propria croce e non viene dietro a me, non può essere mio discepolo”.

Essere discepoli, coloro che seguono: in queste parole si gioca l’identità di chi desidera stare con Gesù. Quali le caratteristiche di chi segue Gesù? Quali le esigenze per essere coloro a lui rimangono legati? Gesù ha chiamato tutti in diversi modi a seguirlo e li ha invitati ad intraprendere la sua strada. Ha chiesto questo non solo per un certo tempo ma in modo continuo imparando dall’unico vero maestro.

Sorprende innanzitutto la pretesa di Gesù: pretende che altri lo seguano e seguano lui. Chiede una disponibilità senza riserve e aperta nelle diverse fasi della vita. Per questo seguire non è mai un dato scontato, un punto concluso della carriera, ma implica ogni giorno un ricominciare di nuovo.

Luca indica alcune caratteristiche del cammino di chi intende seguire Gesù.

La prima condizione è presentata in termini duri e ostici: se uno viene a me e non ‘odia’ suo padre, sua madre… Il termine ‘odiare’ contrasta con l’intero insegnamento di Gesù riguardo all’amare non solo i vicini e gli amici ma anche i nemici. Inoltre aveva chiaramente richiamato il dovere di curare i rapporti familiari prima e al di sopra di un culto separato dalla vita (Mt 15,3-6): inoltre aveva manifestato la denuncia contro coloro che nel fare un’offerta al tempio si ritenevano esonerati dall’onorare il padre e la madre e facendo così “annullavano la parola di Dio”. Gesù non chiede di ‘odiare’: l’uso di questo termine così forte proviene dall’assenza nelle lingue semitiche del modo di dire ‘amare di meno’: per esprimere un amore non totalizzante è quindi usato il verbo ‘odiare’.

Gesù chiede a chi lo segue di saper mettere al primo posto ciò che deve stare primo: così richiama alla presenza di Dio a cui riferire tutta la nostra vita a lui, invita a liberarsi anche da quell’idolatria e dal soffocamento che può provenire da legami che si pongono come esaustivi della vita. La sua pretesa è anche di seguire lui stesso oltre ogni altro affetto. Ogni legame e affetto può essere ricompreso nel divenire discepoli di Gesù, nel seguire il suo cammino di amore fino alla fine, di misericordia e di servizio.

C’è una seconda condizione ed è la scelta di andare dietro a lui ‘portando la croce’: la croce è sintesi e cuore dell’intero cammino di Gesù. Non perché strumento di tortura e di sofferenza, ma perché lì sulla croce Gesù ha detto che è possibile rimanere fedeli all’amore fino alla fine trasformando anche il momento della morte in un momento di essere per Dio e per gli altri. La croce è prima di tutto scelta di dono, non via di sofferenza. E’ scelta di condivisione e racchiude anche il riferimento al fallimento umano, della sofferenza e del dolore. Luca aggiunge una precisazione importante: “se qualcuno vuole venire dietro a me, rinneghi se stesso, prenda la sua croce ogni giorno e mi segua” (Lc 9,23; cfr Mt 10,38). Si riferisce al quotidiano, all’ordinario in cui si gioca gran parte della nostra esistenza: Seguire Gesù non è questione dei grandi momenti o delle scelte eroiche nella vita: questi possono forse esserci ma il cammino di sequela si attua nelle piccole cose, nelle vicende ordinarie, nelle scelte del quotidiano nella normalità che non fa notizia.

La terza condizione è indicata da due immagini, la torre da costruire e la guerra da preparare: sono immagini tratte dall’esperienza e funzionali al messaggio di fondo. Il comportamento di Gesù è in contrasto con logiche di grandi costruzioni (era piuttosto la politica di Erode quella di costruire grandi palazzi e città) e con la scelta di fare la guerra (ma egli conosceva bene la violenza che dilagava). L’esigenza di Gesù a seguirlo richiede capacità di scelte pensate, cioè discernimento, e coraggio e generosità nel partire. La sua via espone a fatica e opposizioni: richiede di soppesare bene ciò a cui si va incontro. E chiede anche una valutazione non superficiale delle proprie forze. Luca sottolinea come si tratti di un coinvolgimento di tutte le energie e dei beni: la rinuncia ai beni non è fine a se stessa ma è per farsi borse che non invecchiano, per scoprire come l’unica vera ricchezza è il regno di Dio.

Gesù propone di liberarsi da cose che appesantiscono e ingombrano non rendendo liberi, ma soprattutto propone di disfarsi di una mentalità di possesso e di superiorità. Seguirlo è esperienza di scoperta di un cammino che libera la vita per cammini di servizio.

Alessandro Cortesi op

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Tempo del creato, tempo della scuola

“Alla radice, abbiamo dimenticato chi siamo: creature a immagine di Dio (cfr Gen 1,27), chiamate ad abitare come fratelli e sorelle la stessa casa comune. Non siamo stati creati per essere individui che spadroneggiano, siamo stati pensati e voluti al centro di una rete della vita costituita da milioni di specie per noi amorevolmente congiunte dal nostro Creatore. È l’ora di riscoprire la nostra vocazione di figli di Dio, di fratelli tra noi, di custodi del creato. È tempo di pentirsi e convertirsi, di tornare alle radici: siamo le creature predilette di Dio, che nella sua bontà ci chiama ad amare la vita e a viverla in comunione, connessi con il creato”.

E’ un passaggio del messaggio di papa Francesco per la giornata del creato che si situa nel mese di settembre dedicato a livello ecumenico al pensiero e approfondimento e preghiera per la casa comune, per maturare consapevolezza della custodia del creato. Il grido della terra è anche nel medesimo tempo il grido dei poveri oggi. L’invito ad una conversione ecologica è il modo di accogliere questo duplice e unico grido: si fa sempre più urgente impostare l’esperienza quotidiana vita secondo nuovi criteri, di attenzione, di pazienza, di rispetto, superando una mentalità del consumo e dello sfruttamento che si realizza sia nei confronti delle cose, sia nei confronti delle persone. La cultura della produzione senza limiti di rifiuti, l’indifferenza per le cose si accompagna al disprezzo verso gli altri, alla mancanza di consapevolezza delle ingiustizie che generano diseguaglianze e sofferenze. La questione non è solo per la vita individuale ma esige un orientamento collettivo, politico, l’orientamento a individuare un sistema economico diverso da quello che genera iniquità e distruzione dell’ambiente.

Settembre è anche tempo di inizio della scuola. La scuola è il primo luogo in cui maturare questa sensibilità, in cui investire per far maturare spirito critico, per essere capaci di andare controvento, come ricorda Franco Lorenzoni nel suo utlimo libro dal titolo I bambini ci guardano. Una esperienza educativa controvento (Sellerio 2019) e che in una recente intervista ha indicato la scuola quale luogo di resistenza contro l’alienazione del nostro tempo, con la capacità di sorpresa, perchè la vita è trasmettere ad altri ciò che si è ricevuto da custodire e coltivare perché possa durare:

“Credo siano i primi a capirlo: quella del maestro non è una missione, ma un mestiere come tanti altri, che ha bisogno della sua cassetta degli attrezzi, da ricalibrare di generazione in generazione (…) Lo sa qual è la cosa che non dovrebbe mai sparire in una classe? La capacità di sorprendersi, quel sapersi mettere in gioco, col proprio corpo, senza vergognarci delle nostre emozioni: può essere l’antidoto giusto all’alienazione (…) Ritengo che qualsiasi tipo di educazione debba andare controvento, che è poi guardare le cose di tutti i giorni, con spirito critico», con riferimento all’opera degli architetti, “i quali utilizzano questo termine per indicare i tiranti che reggono un edificio, così come un educatore si augura che ciò che lascia ai propri ragazzi possa durare nel tempo” (Il Corriere della sera 1 marzo 2019).

Alessandro Cortesi op

 

 

Ss. Trinità anno C – 2019

IMG_4241Prov 8,22-31; Rom 5,1-5; Gv 16,12-15

I vangeli attestano che un aspetto essenziale della vita di Gesù consiste nel suo rapporto con Dio, il Padre. Tutta la sua esistenza terrena può essere indicata con queste parole: “sono disceso dal cielo non per fare la mia volontà ma la volontà di colui che mi ha mandato” (Gv 6,38).

Soprattutto nel quarto vangelo è presentata la comunione tra Gesù e il Padre: Gesù è indicato come il Figlio che esprime e comunica la vita del Padre: egli è la Parola, la sapienza del Padre. Il loro rapporto è nella reciprocità e nel dono. Tutto viene dal Padre e colui che è la Parola tutto riceve dal Padre: ‘in principio era la Parola e la Parola era presso Dio e la Parola era Dio…’ (Gv 1,1). Questa Parola, sapienza del Padre, ha messo la sua tenda in mezzo a noi, si è fatta carne. Nella sua vita Gesù continua a rimanere nel Padre, in ascolto di lui, per compiere la missione da Lui ricevuta.

Ai suoi discepoli, prima di lasciarli, Gesù lascia la promessa di non lasciarli soli. Si apre un cammino nuovo per entrare più profondamente nell’incontro con lui. E il IV vangelo indica Gesù stesso come la verità: Io sono la via la verità e la vita’: ‘quando verrà lo Spirito di verità, egli vi guiderà alla verità tutta intera, perché non parlerà da sé, ma dirà tutto ciò che avrà udito e vi annunzierà le cose future. Egli mi glorificherà perché prenderà del mio e ve l’annunzierà. Tutto ciò che il Padre possiede è mio’ (Gv 16,14-15).

Gesù con la sua vita comunica il volto di Dio Padre come amore che giunge alla fine. Nella Pasqua di Gesù si possono cogliere i tratti del volto di Dio. Gesù, il Figlio è rivolto verso il Padre che lo ha mandato. Compiere la sua volontà è vivere fino in fondo il dono della sua vita consegnando se stesso. Gesù, il Figlio fatto uomo, ha vissuto la sua vita come ‘servire’ fino a lavare i piedi ai suoi discepoli e a dare la sua vita per tutti. Lo Spirito è dono della Pasqua, presenza di colui che ‘insegnerà ogni cosa’, in rapporto a Cristo. L’azione dello Spirito è ricordare ciò che Gesù ha fatto e ha detto.

La tradizione teologica cristiana ha cercato di esprimere tutto ciò parlando del volto di Dio come uno solo e come trinità di persone, Padre Figlio e Spirito santo. La trinità è mistero di amore, nell’unità e nella relazione. Si parla così di una medesima natura, per indicare l’unità, e di tre persone per indicare le relazioni dell’amore. Nella Trinità si guarda così all’unica vita che sgorga dal Padre, sorgente di ogni cosa, il Figlio, Parola che comunica il Padre e lo Spirito Santo, dono dell’amore.

La fede in Dio Trinità apre la possibilità di comprendere più profondamente la nostra identità e la nostra esistenza. Siamo costituiti ad immagine di Dio Trinità, chiamati alla comunione con lui e tra di noi. L’esperienza dell’incontro con l’altro è la via in cui scoprire le radici del nostro essere ad immagine di Dio.

La seconda lettura parla della pace, dono del Padre che viene a noi per mezzo di Gesù Cristo: la pace sta al centro del disegno del vangelo, e non è ‘qualcosa’ ma è qualcuno: è Lui, Gesù Cristo, la nostra pace. “Noi siamo in pace con Dio per mezzo del Signore nostro Gesù Cristo… L’amore di Dio è stato riversato nei nostri cuori per mezzo dello Spirito Santo che ci è stato dato”

La pace proviene dall’aprirci al dono della vita di Gesù Cristo ed è chiamata ad attuare scelte sulla via che Gesù ci ha indicato. ‘Noi siamo in pace per mezzo del Signore Gesù Cristo’. La pace diviene così già esperienza della comunione che lega Padre e Figlio e Spirito Santo ed orientamento alla comunione piena che è orizzonte ultimo del disegno di salvezza per tutta l’umanità.

Alessandro Cortesi op

IMG_4398Pace e segni dei tempi

Accogliere la pace quale incontro con Cristo risorto si traduce in percorsi di costruzione di una convivenza di giustizia, di riconciliazione e di pace. Recentemente un gruppo di cristiani del Triveneto ha intrapreso un cammino comune per riflettere sulla situazione del Paese e delle chiese nel contesto sociale e politico del presente. Il documento espressione di questo percorso (consultabile al link https://forumdilimena.com/) è ricco di spunti di interpretazione del tempo che stiamo vivendo e di motivi di impegno. Nella parte di analisi si evidenzia l’urgenza di non stare zitti a fronte della situazione sociale e politica:

“Stiamo vivendo tempi fuori dell’ordinario, uno di quei crocevia della storia in cui i contorni essenziali della convivenza vengono ridefiniti. Siamo da ciò obbligati a chiederci tutti: “Che futuro vogliamo per noi e per i nostri figli?”. Sappiamo che in periodi come questi ci sono rischi, ma anche nuove opportunità, e che queste ultime potranno realizzarsi solo se proviamo seriamente a riprendere in mano il nostro futuro”

Viene posta sin dall’inizio la domanda preoccupata se il futuro sarà democratico: “Per la prima volta nella nostra vita, in questi termini e con questa portata, non siamo più certi di poter escludere rischi di involuzione autoritaria”.

Si pone anche in risalto come la tendenza prevalente oggi è quella di costruire muri: “La disponibilità all’incontro con mondi diversi viene perciò sostituita dalla chiusura e dalla paura. Giorno dopo giorno ci troviamo impegnati a costruire muri piuttosto che a gettare ponti, a badare ai confini piuttosto che a creare relazioni”.

Si scorge il crescere di sensibilità che maturano un senso dell’identità non insieme ad altri, ma contro qualcuno e la ricerca di sicurezza individuando un colpevole: “I regimi autoritari spesso nascono e si irrobustiscono facendo credere ai cittadini che i loro problemi dipendono da un colpevole esterno. Si individua una minoranza poco accettata e priva di voce e la si incolpa di essere l’origine di tutti i nostri mali. Al legittimo bisogno di sicurezza non si risponde aumentando la sicurezza, ma additando un colpevole. Se il colpevole non c’è lo si inventa togliendogli quel po’ di protezione che aveva…”

Viene poi osservato il venir meno del senso di compassione, la capacità di sentire e prendere su di sé il dolore dell’altro: “Ma quello che, come cristiani, più ci colpisce e ci amareggia in certe posizioni, e ancor più nel fatto che vengano condivise, è la progressiva perdita del sentimento di compassione, quell’identificazione nel dolore dell’altro che è alla radice della nostra umanità e senza la quale non possiamo veramente vivere”.

Questa lettura della realtà prosegue con una osservazione della situazione delle chiese di cui si nota un ripiegamento per lo più nei problemi interni di tipo amministrativo: “Ci chiediamo qui come le nostre chiese possano sentirsi interpellate dai tempi. C’è oggi un bisogno particolare di calarsi nella vita e nella storia, perché siamo incamminati a vivere tempi straordinari e quando un assetto sociale e politico può venire messo in discussione le tradizionali divisioni dei compiti non reggono più: tutti sono chiamati a esprimersi”.

Viene auspicato una riflessione che coinvolga una chiesa aperta in cui sia possibile la discussione e in cui attuare un serio discernimento. Se da un lato un pluralismo di orientamenti nella vita è possibile ed anzi auspicabile tuttavia alcune opzioni non sono compatibili con il riferimento al vangelo: “Dall’ispirazione evangelica non discende meccanicamente una sola etica; una pluralità di opzioni è possibile anche muovendo da essa, ma non tutte sono compatibili con i suoi principi e ci sembra che siano proprio questi oggi a venire talvolta dimenticati. Bisogna perciò aprire la discussione”.

Nel documento si espongono le linee di una visione del futuro diversa da quella che oggi prevale, indicando nell’orizzonte europeo un riferimento fondamentale nonostante le delusioni e le inadempienze.

Si indica infine un senso di fiducia da recuperare quale motivo di impegno condiviso e capillare nella società: “C’è un fondamentale senso di fiducia che occorre recuperare; fiducia in noi stessi e nella possibilità di influenzare le scelte politiche; fiducia nelle istituzioni, da criticare, ma per migliorarle, non per distruggerle; fiducia nelle scienze e nelle competenze, senza nessuna delega, ma con molto dialogo; fiducia nell’altro e nella possibilità di relazionarci con culture diverse, riconoscendo la comune umanità e le specifiche ricchezze. Ricostruire, faticando magari, la speranza che un mondo migliore sia possibile. Combattere in questo modo la paura e l’insicurezza, senza rifugiarsi in un passato ideale che forse non è mai esistito e che mai più ritornerà. Le molte iniziative di società civile che in questo periodo animano l’Italia indicano che non si è disposti a restare passivi”.

“Oggi più che mai è necessario comprendere che il paese non è formato solo da singoli cittadini e dallo stato, ma anche da libere organizzazioni dei cittadini stessi; che vengono prima dello stato e sono indispensabili per il benessere e la costruzione di senso da parte delle persone. Esse rappresentano i luoghi di esercizio della fraternità nelle sue forme più immediate”.

Costruire la pace è impegno quotidiano che implica capacità di ascolto dei segni dei tempi e impegno nel presente soprattutto sapendo indicare le false vie di soluzione, le illusioni possibili e offrendo energie per aprire sentieri diversi di futuro, in cui la fraternità sia posta al centro del convivere e le comunità cristiane possano essere luoghi di responsabilità nella tessitura di pace.

Alessandro Cortesi op

V domenica di Pasqua – anno C – 2019

IMG_4263At 14,21-27; Ap 21,1-5; Gv 13,31-33.34-35

Al centro della pagina di Atti è posto l’impegno di Paolo e Barnaba: “dopo aver predicato il vangelo in quella città e aver fatto un numero considerevole di discepoli, ritornarono a Listra, Iconio e Antiochia rianimando i discepoli ed esortandoli a restare saldi nella fede”.

Paolo e Barnaba danno forza ed esortano. Invitano a resistere nel tempo della difficoltà. E’ l’esperienza della prima comunità ma è anche esperienza delle comunità di ogni tempo: la fatica della prova, il senso di insufficienza e incapacità, talvolta di inutilità di fronte ad opposizioni esterne e incomprensioni nel momento in cui si vive la fedeltà alla parola di Dio e alle sue chiamate. E’ la storia di tutti coloro che cercano di essere testimoni ed annunciatori con scelte coraggiose e nella libertà che la parola stessa suscita.

Paolo e Barnaba invitano a restare saldi. La vita cristiana non toglie la prova, anzi questa è esperienza che prima o poi si presenta. Non proviene dal di fuori, ma spesso si presenta come emarginazione, sospetto, contrapposizione ad opera di chi è preoccupato di fissare il vangelo in una religione, da parte chi cerca strutture rassicuranti, da parte di chi non ascolta il soffio dello Spirito e i segni dei tempi, impedendo di aprire porte perché la parola possa fare il suo corso, perdendo di vista il vangelo stesso.

Nel libro degli Atti Luca insiste sull’atteggiamento centrale di affidarsi alla grazia di Dio e non su altre sicurezze. E’ la fiducia nel Signore che può far andare avanti. E’ lui che apre nuove porte e strade e a noi richiede una disponibilità coraggiosa e libera. E’ lui che apre le porte al cammino della parola. Importante è un cammino comune, il riferirsi alla comunità, e l’apertura ad uscire oltre i confini serrati da porte chiuse: “Non appena furono arrivati, riunirono la comunità e riferirono tutto quello che Dio aveva compiuto per mezzo loro e come aveva aperto ai pagani la porta della fede”.

La pagina dell’Apocalisse orienta a guardare la nuova Gerusalemme, una città. La città santa è presentata nel quadro di un nuovo cielo e una nuova terra. Il mare – simbolo di ogni forza del male – non c’è più e la città assume il profilo di donna: come sposa illuminata mentre è pronta ad incontrare il suo sposo.

Apocalisse – un libro scritto nel tempo della prova e della grande persecuzione – invita a guardare oltre. Spinge a fissare lo sguardo sul fine della storia: non un giardino (il paradiso) ma una città sarà il futuro della vita. La città è costruzione umana, luogo del vivere insieme, incrocio di natura e di cultura, di ambiente e di opera umana, è incontro, costruzione e presenza di relazioni.

Al centro della città, detta ‘dimora di Dio con gli uomini’ sta la presenza di colui che ha per nome “Dio-con-loro”. L’Emmanuele (Mt 1,23; Is 7,14) Gesù è il Dio con noi: è il nome che ricorda la promessa di Gesù risorto, ‘ecco io sono-con-voi tutti i giorni fino alla fine del mondo’ (Mt 28,20). Questa città reca in sé qualcosa di nuovo e luminoso: le cose di prima sono passate, non c’è più la morte né lutto né lamento né affanno: un nuovo mondo iniziato.

Apocalisse, nel tempo della prova, richiama al grande progetto di Dio che è disegno di incontro e di pace, secondo il sogno di Isaia: ‘Tripudierò con Gerusalemme, gioirò con il mio popolo; mai più le lacrime mai più il lamento risuoneranno in lei. E costruiranno case e le abiteranno; e pianteranno vigne e ne mangeranno il frutto” (Is 65,19.21)

La pagina del vangelo indica la via che Gesù lascia ai suoi, il comandamento nuovo. Nel quarto vangelo la morte di Gesù è presentata in modo paradossale e spaesante come momento di ‘glorificazione’. Gesù manifesta la gloria di Dio proprio sulla croce perché lì, nel luogo del dolore e dell’ingiusta condanna si fa visibile l’amore che giunge sino alla fine: ‘avendo amato i suoi … li amò sino alla fine’.

Gesù lascia così ai suoi il nuovo comandamento che riassume e compie ogni altro comandamento: ‘amate come io vi ho amati’. Non si tratta tanto o solamente di seguire un esempio, ma di trovare in lui la forza di amare in tale modo. Gesù indica la via dell’amore quale strada per essere suoi discepoli: ‘da questo tutti sapranno che siete miei discepoli, se avrete amore gli uni per gli altri’. Vivere così, come lui ha vissuto, è già partecipare alla sua gloria.

E’ invito ad affidarci a lui, ad accogliere l’amore che non tiene per sé. E’ anche invito a riconoscere coloro che attuano questa sua parola come gli autentici discepoli di Gesù e lasciarci cambiare.

Alessandro Cortesi op

IMG_4273      Michelangelo, I prigioni – 1513 ca – Firenze Galleria dell’Accademia

Città

“L’abitare per me deve avere tre caratteristiche: va rafforzato dalla condivisione, dalla cooperazione, dalla corresponsabilità. Affinché la ricchezza dei pochi non impoverisca gli altri, in determinismo possessivo, che può rendere la convivenza davvero difficile e frammentata”.

Così mons. Bregantini ha presentato una sua riflessione sulla città al Festival biblico, suggerendo che riflettere sulla domanda come costruire città vivibili oggi significa ritornare a pensare e a costruire un abitare che significhi appartenenza a comunità in cui ci si prende cura:

“L’abitare è paradigma della consapevolezza di appartenere a una comunità, dove ci si prende cura dell’arte del noi, come vera rivoluzione dei nostri giorni, per progettare insieme un futuro sostenibile, libero dalla corruzione, a servizio della prossimità, fatto di fiducia sociale solida e reciproca. Sono le città che visita san Paolo, cittadino europeo, come Gerusalemme, Atene e Roma. Sono l’icona della teologia, dell’antropologia e della politica. Cioè, la bellezza di chi sa pregare (la teologia), la forza di chi progetta e pensa, come ad Atene, e la chiarezza amministrativa, come per Roma. Se l’Europa guarderà a questo triplice intreccio, sarà capace di avere futuro vero e solidale.”

Il pensiero non può non andare al futuro dell’Europa in un momento di profonda crisi di ogni progetto comunitario, nel tempo del prevalere degli egoismi nazionali, degli isolamenti tribali. Le scelte di costruzione delle città passano per una costruzione di una casa comune che sempre più dovrebbe vedere le città come soggetti che riportano al centro la preoccupazione propria di questi luoghi di vita insieme, intrecciata, di diversità e uguaglianza, in cui i legami sono concretezza e in cui l’altro non è numero ma volto.

Come ricordava Giorgio La Pira, già sindaco di Firenze e uomo dedito alla costruzione della pace nel mondo, in uno storico discorso del 1967 le città richiamano all’urgenza, all’imperativo di non fare la guerra, di non cedere alla logica della violenza devastatrice. Perché le città sanno cosa significa la distruzione e l’orrore dei bombardamenti e della devastazione procurata dall’odio che rende i vicini nemici e i lontani figure senza volto né nome.

Le città conoscono il dramma dell’annullamento dell’altro e della morte e sanno che tutto questo è negazione della vita di uomini e donne che solo nell’incontro e nella riconciliazione possono ritrovare se stessi. Le città, nel mondo globale e nell’età della guerra globale, unendosi, legandosi in relazioni di solidarietà, dovrebbero essere così baluardo di costruzione di una casa comune.

Così ancora Bregantini: “Il senso di essere comunità, infine, si avverte forte e vero solo quando consideriamo che la città è fatta di volti, di storie, di nomi, di incontri e non di numeri. Dove tutti siamo destinatari e artefici del bene comune. Dove nessuno è dimenticato, oscurato, emarginato. Dove la libertà non fa a meno della verità. Dove non è offuscata la sete di futuro, di pace, di giustizia. Dove la cementificazione non contagia il cuore. Dove il piccolo, come i borghi, sono laboratori di valori, di antichi mestieri, di tradizioni, di culture che si fanno linguaggi identitari di un popolo, di un territorio. La mia proposta è che nasca nelle nostre diocesi una vera pastorale della città, mirata a fondare la cultura dell’incontro, dell’accoglienza, dell’attenzione all’altro. Una pastorale della fraternità, tra le mani di laici testimoni del Vangelo che include. Una pastorale della città che si fa essa stessa punto di riferimento per il nuovo umanesimo, per la difesa degli ultimi, per la società della gratuità, pane spezzato dell’essere per l’altro. Dove la piccola Nazaret vale come la grande Gerusalemme! Perché “Polis” non è altro che relazioni fraterne, libere e forti!”

La fraternità, la cultura dell’incontro, l’apprendistato all’accoglienza e alla convivialità con chi diverso apre a nuovi orizzonti la costruzione di un ‘noi’ sempre da fare nuovamente e sempre in cammino. L’ospitalità come orizzonte. Sono questi i tasselli oggi così mancanti e dimenticati – e da recuperare urgentemente e a cui dar respiro – di una passione per la comunità che dovrebbe animare scelte di vita di chiesa e scelte politiche per ciascuna e ciascuno nella concretezza del proprio ambito di agire quotidiano.

Alessandro Cortesi op

V domenica di Quaresima – anno C – 2019

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“Non ricordate più le cose passate, non pensate più alle cose antiche! Ecco, faccio una cosa nuova, proprio ora germoglia e non ve ne accorgete?”

La parola del profeta è incoraggiamento e speranza. Invita a non restare chiusi nel passato e a scorgere qualcosa di nuovo che sta nascendo nella storia, nonostante tutte le contraddizioni. E’ difficile scorgere una novità di bene laddove si vive in condizioni di prova e di morte. Il secondo Isaia, profeta di un tempo difficile, dell’esilio, indica un germoglio. E’ una novità che richiede occhi capaci di osservazione alle cose piccole… è sbocciare silenzioso e fragile che annuncia la bella stagione. Nel deserto indica la gioia della vita nascente al di là di tutto ciò che la contrasta. E’ questione di sguardo.

Il profeta annuncia così che nonostante la fatica del presente la tragica esperienza dell’esilio sta per finire e insieme finisce la paura della schiavitù, l’essere stranieri e oppressi. Invita a non lasciarsi rinchiudere in un ricordo angusto delle cose passate: la sofferenza, la distruzione, tutto ciò che pesa nel cuore.

E’ l’annuncio di un nuovo esodo, di un passaggio nuovo verso un futuro di vita e di speranza, di un nuovo incontro con il Dio liberatore. Dio è fedele alle sue promesse e anche nel deserto apre una strada, porta acqua nella desolazione: ‘Aprirò anche nel deserto una strada, immetterò fiumi nella steppa… il popolo che io ho plasmato per me celebrerà le mie lodi’.

Anche Paolo richiama la comunità di Filippi a distaccarsi da tutto ciò che è costrizione, paura, delusione. E parla di futuro. L’immagine della corsa nello stadio esprime la sua tensione nel correre con il riferimento a Gesù, per ‘conoscere la potenza della sua risurrezione, la partecipazione alle sue sofferenze, diventandogli conforme nella morte, con la speranza di giungere alla risurrezione dei morti’.

Paolo presenta così la vita come una corsa: non si pone come un arrivato, non ha già raggiunto il premio ma legge l’esistenza cristiana come un mettersi in movimento, come tensione verso il futuro di comunione con Cristo: “Dimentico del passato e proteso verso il futuro, corro verso la meta per arrivare al premio che Dio ci chiama a ricevere lassù, in Cristo Gesù”.

La pagina del vangelo è viva testimonianza dell’agire di Gesù. Anche Gesù apre futuro. Il suo sguardo è dono di vita per una donna, ferita dalla sofferenza e dall’essere ridotta ad oggetto, a pretesto per uan disputa di condanna. La sua identità è calpestata dal giudizio implacabile dell’ipocrisia maschile, di quegli uomini che intendono lapidarla. Le parole di Gesù sono una critica senza riserve nei confronti di chi si pone come paladino della moralità, giudice implacabile e negatore di ogni possibilità di cambiamento e di perdono: ‘Chi di voi è senza peccato scagli per primo la pietra contro di lei’.

Gesù risponde al tranello posto dai suoi accusatori non entrando nella discussione ma reagendo con il silenzio. Non c’è parola da dire laddove un volto è ridotto a oggetto per far valere una dottrina. Il suo scrivere con il dito per terra è atteggiamento che rimane enigmatico. Forse un riferimento ad un testo di Geremia: ‘Sulla terra verrà scritto chi ti abbandona, perché hai abbandonato il Signore sorgente di acqua viva’ (Ger 17,13). Non guardando più i volti si abbandona il Signore sorgente di vita. ‘Chi di voi è senza peccato scagli per primo la pietra contro di lei’. Gesù offre un modo nuovo di guardare la propria e l’altrui vita. Da quel momento si svolge il lento andarsene di tutti ed è posto in risalto il distaccarsi ‘uno per uno, cominciando dai più anziani fino agli ultimi’.

‘Rimase solo Gesù con la donna là nel mezzo’: non è solo un’indicazione spaziale. Nel profondo del suo cuore quella donna si trova ora di fronte a Gesù. E Gesù volge a lei il suo sguardo, non di giudizio e condanna, ma uno sguardo che coglie la ferita e l sua attesa. Nel suo essere sola davanti a lui lo può riconoscere come ‘Signore’, acqua viva della sua esistenza, suo futuro. Da lui accoglie non parole di condanna, ma la parola della misericordia e del perdono che fa rinascere e rende nuovi: ‘Donna, dove sono? Nessuno ti ha condannata? Ed essa rispose: Nessuno Signore. E Gesù le disse ‘Neanch’io ti condanno….’

Dopo che tutti se ne furono andati Gesù apre la possibilità di futuro nuovo; il suo sguardo di fiducia e di bene inaugura una storia nuova. Ogni esperienza di perdono è come il germogliare della Pasqua nelle nostre esistenze personali e nella vita dei popoli.

Alessandro Cortesi op

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Di famiglie e amore

Nei giorni scorsi un congresso internazionale sulla famiglia, tenutosi a Verona segnato da atteggiamenti e voci che si sono poste in termini di condanna e di disprezzo di altre esperienze, ha accentrato l’attenzione dei media. Tra le tante voci spesso scomposte e disordinate ne raccolgo due che mi sono state d’aiuto a scorgere come parlare di famiglia implica uno sguardo non arrogante e pretenzioso ma capace di scorgere come la realtà è più importante dell’idea, e capace di ascoltare i volti e le storie. Non solo, ma come ricorda Massimo Recalcati è al cuore del messaggio evangelico non tanto un modello fisso e illusorio, ma la sfida continua a vivere e attuare l’apertura all’altro come frontiera dell’amore che è sempre da ricercare nella vita con umiltà e scorgendo la propria insufficienza e il proprio limite nel saper fare comunità con altri.

Questa è la lettera inviata a Concita De Gregorio e ripresa nella sua rubrica da uno studente di 18 anni:

«Mi chiamo Paolo, sono uno studente di 18 anni, frequento il V liceo. Sto iniziando a leggere giornali, a seguire i telegiornali non perché abbia aspirazioni politiche ma per curiosità, informazione, per iniziare a conoscere il mondo oltre le frontiere del mio paesino.
Perciò tra i vari argomenti, uno che ho seguito è stato il congresso per la famiglia (o contro) a Verona.
Oggi, camminando in sala noto mio fratello Mattia di sette anni che sta scrivendo su una lavagnina giocattolo. Pensavo stesse disegnando qualcosa. Dieci minuti dopo mi accorgo che era alle prese con il suo “saggio” sulla famiglia, la nostra. Trascrivo qui, errori compresi: “La famiglia è la cosa più importantissima di tutto. Quindi a che serve la famiglia io lo so. Serve la compania. La compania pure voi. I vecchi sono certi da soli quindi avete capito che serve la famiglia, io celò. Vi dico tutti i nomi della mia famiglia: Emanuele, Papà, Mamma e Paolo questa gente fa quello che vuole».
Ciò che un bambino dice nasce dalla sua esperienza di vita quotidiana. Lui è mio fratello, ma i nostri papà sono diversi. Mia mamma ha divorziato anni fa, e poco dopo ha costruito una nuova famiglia, stupenda, unita.
Nonostante ciò, io e l’altro mio fratello, Emanuele, continuiamo a vedere regolarmente nostro padre. Questa è una dimostrazione tangibile, per tutti coloro i quali sostengono le famiglie tradizionali e la loro superiorità morale, che non è così. Mattia ha dimostrato con semplicità e sensibilità ciò che tra noi traspare; lui la chiama “compagnia”. Siamo una famiglia, e lui ci ama incondizionatamente, senza sapere il nostro orientamento politico o sessuale, cosa facciamo quando non siamo con lui; non gli importa che mio padre sia diverso dal suo, lo sa benissimo e non ci vede nulla di male. Poi conclude con: “Ognuno fa quello che vuole”. Questo inciso, abbastanza ambiguo, rimanda al fatto che, nonostante l’educazione rigida e intransigente di nostra madre, lei non ci ha mai negato di scegliere chi essere, cosa voler fare nella nostra vita, di voler bene a qualsiasi persona; ci ha insegnato a fare di noi il soggetto della nostra vita, e non l’oggetto di quella degli altri. Mattia lo ha già capito. Dovremmo imparare a pensare come loro, vivere come loro, fare in modo che la nostra anima infantile, se è ancora in noi, non si allontani e ci guidi verso un futuro migliore, o per lo meno felice» (Dalla rubrica Invece Concita, Mattia 7 anni: la mia famiglia è compagnia’, “La Repubblica”, 2 aprile 2019)

E Massimo Recalcati offre una riflessione sull’amore come derivante non tanto da una legge di natura quanto da una parola di amore: “L’amore non è mai, infatti, amore generico per la vita, ma è sempre amore di un nome. Senza il miracolo della parola che adotta la vita del figlio non esiste né padre, né madre, non esiste quella responsabilità illimitata che istituisce la genitorialità ben al di là delle leggi della natura. È così difficile da capire? Dovremmo davvero ridurre la forza sublime di questo straordinario gesto di adozione, frutto dell’amore dei Due, ad un mero meccanismo di cellule, ad un ingranaggio anonimo della natura o ad una mera necessità istintuale? Oppure dovremmo davvero pensare che questa responsabilità illimitata sia un privilegio esclusivo dei cosiddetti genitori naturali? Ma non è forse quello della genitorialità un gesto che eccede ogni legge della natura? Non è la forza nuda della parola di Dio — della sua grazia — che guarisce le matriarche dalla sterilità rendendo possibile la filiazione umana della vita? Possiamo davvero pensare — pensano davvero questo i sostenitori della famiglia naturale — che la generazione di un figlio sia un evento della natura, simile ad una pioggia o ad un filo d’erba? La vita umana non vive di istinti, ma si nutre della luce della parola.

(…) Quello che fa davvero la differenza è la legge dell’amore e non la legge della natura. È il cuore della predicazione cristiana. Dove questa Legge è operativa c’è rispetto per l’eteros, per la differenza assoluta dell’altro; dove invece questa Legge è assente c’è contesa, rivendicazione, distruzione dell’eteros. Vi sono famiglie che vogliono arrogarsi il diritto esclusivo dell’amore. Vi sono coloro che pensano che l’anonimato della legge della natura garantisca una buona genitorialità. Non si percepisce il carattere rozzamente materialistico di queste posizioni? In natura l’istinto organizza la vita da capo a piedi. Ma vale lo stesso per la vita umana? Esisterebbe un istinto genitoriale? Magari presente nei genitori naturali e assente in quelli adottivi? Non dovremmo forse imparare a ragionare al contrario? Pensare, per esempio, che tutti i genitori naturali dovrebbero guardare quelli adottivi per imparare cosa significhi donare se stessi in un rapporto senza alcuna continuità naturale, senza rispecchiamento. È così difficile capire che c’è padre e c’è madre, che c’è famiglia non perché c’è continuità di sangue o differenza anatomica degli organi genitali dei genitori, ma perché c’è dono, amore per l’eteros del figlio, assunzione di una responsabilità illimitata, esperienza incondizionata dell’accoglienza?” (Massimo Recalcati, La vera legge dell’amore, “La Repubblica” 31 marzo 2019)

Infine un richiamo alla concretezza di misure che possano veramente aiutare chi si trova a vivere nelle forme diverse l’avventura di fare famiglia. Alla domanda su quali siano le urgenze presenti di una situazione di grande sofferenza delle famiglie oggi a cui la politica non sta offrendo risposte così ha risposto – in un’intervista  a cura di Domenico Agasso jr. su Vatican Insider – Gigi De Palo, presidente del Forum delle Associazioni familiari, che ha deciso di non prendere parte al Congresso mondiale di Verona: «Ci stiamo pericolosamente assuefacendo al fatto che mettere al mondo un figlio sia la seconda causa di povertà nel Paese, che le donne siano costrette a scegliere tra il lavoro e la famiglia, che i nostri figli dovremo guardarli su Skype quando, in cerca di futuro, saranno costretti ad andare all’estero, che la discriminazione fiscale sia una triste costante. Credo che il vero problema di queste manifestazioni sia che, in conclusione, offrano alibi a tutti i politici che non hanno intenzione di fare nulla per la famiglia. Se ne parla, ma non si fa nulla, si riempiono le pagine di giornali di polemiche e non di proposte concrete per porre rimedio alle lacune decennali che vengono perpetrate di governo in governo. L’analisi la conosciamo bene: la famiglia è una risorsa e non un problema, ma dev’essere messa nelle condizioni di rendere per ciò che è»

Alessandro Cortesi op

II domenica tempo ordinario – anno C – 2019

IMG_2642.JPGIs 62,1-5; 1Cor 12,4-11; Gv 2,1-12

Il IV vangelo parla di ‘segni’: e Cana è il primo tra i segni. I segni rinviano sempre ad altro, indicano, orientano e suscitano l’apertura per una ricerca ed un cammino. La gioia delle nozze a Cana per il IV vangelo è un segno e insieme molti segni: indica una gioia che attraversa gli incontri umani e ne offre un orizzonte più ampio, la gioia per la presenza di Gesù messia atteso.

Il primo segno a Cana è Gesù che partecipa ad un banchetto di nozze: è segno di una fiducia di Gesù verso l’amore umano, nella sua concretezza e vivezza, quale luogo di comunicazione con Dio. L’amore umano, in tutte le sue molteplici forme, è luogo di apertura all’altro, di uscita da sé, di ospitalità ricevuta e data, di cura e tenerezza, di cammino insieme, di crescita nella scoperta del proprio limite di fronte all’altro, di apertura a relazioni più ampie nella dimensione di un noi con confini aperti: è luogo di incontro con Dio.

A Cana però viene a mancare il vino. La bellezza e l’abbondanza dell’amore è esperienza fragile, sempre esposta alla mancanza. Nel racconto quando il vino viene a mancare è presentata la ‘madre di Gesù’. E sorge un dialogo che lascia interdetti: “Che ho da fare con te, donna”. parole di richiesta di distanza oppure un ritrarsi di fronte ad una proposta che Gesù è restio ad accogliere. Anche questo è un segno…

La chiama ‘donna’, termine che ritorna nel vangelo ogni volta in cui Gesù incontra le donne, sino al momento in cui sotto la croce consegna il discepolo che egli amava alla madre: ‘Donna, ecco tuo figlio’. La donna ai piedi della croce diviene segno della chiesa – come anche nella tunica tutta di un pezzo – a cui Gesù affida i discepoli in un rapporto di reciproco affidamento.

Gesù alla madre, che assume il volto di Sion, dell’Israele popolo dell’alleanza, dice che non è ancora giunta la sua ‘ora’. E’ parola chiave ‘ora’ nel IV vangelo. ‘non era ancora giunta la sua ora’ è quasi un ritornello ripetuto in diversi momenti e indicazione insistente di un’ora verso cui tutto converge (Gv 7,30; 8,20;12,23.27). Un’ora di tempo ma che va oltre il tempo: è evento in cui si raccoglie l’intero cammino di Gesù. L’ora centrale della vita di Gesù è la croce e coincide con l’ora della glorificazione. La gloria di Dio, in modo paradossale, si manifesta nel volto del crocifisso. Alla vigilia della Pasqua l’ultima cena è aperta dalle parole: ‘sapendo che era giunta la sua ora di passare da questo mondo al Padre, dopo aver amato i suoi che erano nel mondo li amò sino alla fine’ (13,1). L’ora di Gesù è ora dell’amore fino alla fine, punto di convergenza di tutti i segni. I suoi gesti orientano così verso la croce: la gloria si identifica con l’amore vissuto fino alla fine. Gesù a Cana si rifiuta di compiere un gesto che susciti meraviglia perché tutto va letto in rapporto a quell’ora.

La madre risponde con l’invito ai servi: ‘Qualsiasi cosa vi dica, fatela. E’ il medesimo invito rivolto dal faraone di Egitto al popolo d’Israele nel racconto di Giuseppe: “Andate da Giuseppe e qualunque cosa vi dica, fatela!” (Gn 41,55). Giuseppe sarà colui che procura il pane nel tempo della carestia, Gesù porta il vino. E di Giuseppe si offre questa descrizione nel racconto: “Potremo trovare un uomo come costui in cui vi sia lo spirito di Dio?” (Gn 41,38). Quello che sembra un rifiuto da parte di Gesù apre invece ad un percorso nuovo in cui entrare. Si tratta di accogliere il segno.

L’acqua contenuta in sei pesanti giare per la purificazione nell’essere distribuita diviene vino. Sono giare per compiere le osservanze prescritte dalla legge. Anch’esse sono un segno: indicano il limite della legge per condurre all’incontro con Dio. Sono rinvio ad una inadeguatezza: sono sei infatti e non sette numero del compimento. Ma sono estremamente capienti. E quell’acqua di cui vengono riempite diviene vino. La legge trova il suo senso profondo nel portare vita e speranza di incontro nuovo. La parola e la presenza di Gesù portano una abbondanza non calcolabile di vita, di gioia. Un vino così buono suscita lo stupore di chi dirigeva il banchetto. Il segno di Cana è così segno di un incontro, la gioia dell’amore ricambiato, e la gioia che non viene meno perché portata da quel vino che rallegra il banchetto.

 “Ora prendetene e portatene a colui che dirige il banchetto”: un piccolo particolare presenta una variazione nella narrazione. Proprio ‘ora’ comincia ad attuarsi il momento di una alleanza degli ultimi tempi, la promessa di incontro con Dio. Lo sposo nel racconto non è nominato e in questo silenzio c’è un velato riferimento al volto nascosto di Dio, presenza silenziosa e da scorgere come la gloria stava racchiusa nella nube.

Il ‘banchetto di grasse vivande, di vini eccellenti, di cibi succulenti, di vini raffinati’ sta al cuore dell’annuncio dei profeti (Is 25,6). Il vino buono e raffinato è anche traccia che alimenta la speranza nel venire del messia. “Ritorneranno a sedersi alla mia ombra, faranno rivivere il grano, coltiveranno le vigne, famose come il vino del Libano” (Os 14,7) : “Ecco verranno giorni – dice il Signore – in cui chi ara s’incontrerà con chi miete e chi pigia l’uva con chi getta il seme; dai monti stillerà il vino nuovo e colerà giù per le colline. Farò tornare gli esuli del mio popolo Israele, e ricostruiranno le città devastate e vi abiteranno; pianteranno vigne e ne berranno il vino e ricostruiranno le città devastate e vi abiteranno; pianteranno vigne e ne berranno il vino, coltiveranno giardini e ne mangeranno il frutto. Li pianterò nella loro terra e non saranno mai divelti da quel suolo che io ho concesso loro, dice il Signore tuo Dio” (Am 9,13-15; cfr. Ger 31,12).

Il segno di Cana parla di tutte queste speranze è anche segno di gioia. I profeti parlavano dell’incontro di Dio che prova gioia per il suo popolo come sposo davanti alla sposa: “Come un giovane sposa una vergine, così ti sposerà il tuo creatore; come gioisce lo sposo per la sposa, così il tuo Dio gioirà per te” (Is 62,4-5). E’ questa la gioia cantata dal terzo Isaia: “Nessuno ti chiamerà più Abbandonata, né la tua terra sarà più detta Devastata, ma sarai chiamata Mia Gioia e la tua terra Sposata, perché il Signore troverà in te la sua delizia e la tua terra avrà uno sposo” (Is 62,1-5)

E’ un segno che pone in cammino per accogliere l’amore di Dio nel volto di Gesù. Il suo primo segno porta una gioia nuova, la gioia del tempo del messia, è lui il vino nuovo e buono che “rallegra il cuore dell’uomo” (Sal 104,15).

Il segno di Cana è così una epifania / manifestazione che invita ad un cammino di fede, a leggere i segni, ad accogliere la gioia. “Questo, a Cana di Galilea, fu l’inizio dei segni compiuti da Gesù; egli manifestò la sua gloria e i suoi discepoli credettero in lui”. La sua gloria è presente nella gioia dell’amore, nel servizio alla gioia di un incontro, nell’offrire vita in abbondanza.

Alessandro Cortesi op

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Ospitalità e cena del Signore

Entriamo in questi giorni nella settimana di preghiera per l’unità dei cristiani:  è un’occasione per scoprire gli orizzonti di ospitalità a cui siamo chiamati. E’ il Signore Gesù che invita i suoi discepoli e discepole all’ascolto della sua Parola e allo spezzare il pane nella cena. E uno dei punti più critici di questa ospitalità da ricevere innanzitutto dal Signore e offrire agli altri è l’ospitalità eucaristica nella cena del Signore.

Nella vita di Gesù proprio la sua apertura ospitale negli incontri era capace di suscitare nei cuori delle persone a cui si avvicinava un’esperienza di riconoscimento e di liberazione: in termini biblici ciò è espresso con la parola fede. Non necessariamente quella fede che esprime affidamento esplicito a Dio, ma tensione fondamentale dell’esistenza alla vita e a scorgere una luce in essa, a trovare forza per camminare per indirizzare lo sguardo verso un futuro nuovo, per coltivare un’attesa.

Riflettendo sull’ospitalità di Gesù, il gesuita teologo Christoph Theobald osserva: “Quando si reca alla tavola di Simone il fariseo (cf. Lc 7,36-50), si tratta per lui fin da subito di un’ospitalità aperta. Nelle scene evangeliche, quasi mai Gesù si trova in un faccia a faccia. Sempre interviene un terzo: in casa di Simone, è la donna che sopraggiunge e gli bagna i piedi con le sue lacrime  e li asciuga con i suoi capelli…  In definitiva, qual è la posta in gioco di questa ospitalità? È la rivelazione di ciò che la tradizione biblica chiama «fede». Non ancora una fede esplicita in Dio, ma la fede come espressione ultima dell’essere umano, quell’atto fondamentale, del tutto elementare, che scommette sulla vita. Ne vale la pena, c’è di mezzo la vita; essa manterrà la promessa. Nessuno di noi ha scelto di esistere siamo stati tutti messi al mondo, e ciascuno deve riconciliarsi con il fatto di esistere in certe condizioni precise, di tipo sociale, culturale, nazionale, religioso, politico, con i loro limiti terribili: le disuguaglianze di ogni sorta, i confronti che esse producono, le immagini altrui che ci aggrediscono, e via dicendo. L’ospitalità è il luogo della riconciliazione con se stessi. E nessuno può farlo al posto di un altro. Ecco allora il miracolo della reciprocità. Un essere ospitale può generare in me questo atto di fede: la mia esistenza vale la pena di essere vissuta…”. (…) “Perché l’ospitalità è l’espressione ultima di una speranza di non violenza di fronte alla violenza, ora, questa violenza c’è, a tutti i livelli, … più in profondità, tra i concittadini di una stessa società” (C.Theobald,Lo stile della vita cristiana, Qiqajon 2015).

L’esperienza cristiana trova radice nell’esperienza di ospitalità di Gesù e si esprime nella memoria dell’ultima cena, nello spezzare insieme il pane segno dell’ospitalità donata. Ma il banchetto eucaristico non diviene esperienza di ospitalità per le divisioni delle chiese e per le rotture della comunione. La grande contraddizione è vissuta in particolare da chi vive per esempio l’esperienza del matrimonio, come esperienza di amore che conduce a vivere una comunione fondamentale e profonda e contemporaneamente non può condividere l’eucaristia perché appartenente a chiese diverse tra le quali non è riconosciuta la piena comunione.

Ma proprio le cosiddette ‘coppie miste’ sono profezia di quella comunione che è più profonda e supera le differenze: la loro comunione domestica anticipa già la comunione ecclesiale e ne rivela il volto più autentico, quello dell’amore che va avanti come nel movimento del ‘discepolo che Gesù amava’ nel suo correre più veloce di Pietro e nel suo vedere e credere.

Con riferimento alla riflessione in atto nelle chiese della Germania, in cui la questione si presenta in modo vivo e urgente, osserva il docente di teologia dei sacramenti Andrea Grillo: “I vescovi tedeschi, a maggioranza, hanno visto che qui la Chiesa entra in una sorta di contraddizione. Da un lato nega la comunione, perché le Chiese di appartenenza non sono in comunione. D’altra parte riconosce che la comunione nuziale è, per certi versi, più avanzata e più esplicita della stessa comunione eucaristica. Proprio qui, a me pare, la ospitalità eucaristica dovrebbe essere intesa non come una benevola concessione che le singole Chiese possono fare a membri esterni di partecipare alla pienezza dei propri riti, bensì come profezia ecclesiale che riconosce, in coppie miste, la presenza di una chiesa unita e capace di comunione, anticipata dalla vita domestica, che sta in anticipo rispetto alla coscienza istituzionale. Ciò che le Chiese non riescono a riconoscere come comunione, un uomo e una donna possono viverlo appieno, nonostante la loro appartenenza ecclesiale differente” (Andrea Grillo, Ospitalità eucaristica, “Messaggero cappuccino”, nov-dic 2018).

Pensare all’ospitalità eucaristica come anche all’ospitalità in sé, spesso dimentica quella ospitalità di cui Gesù era capace e che è punto di riferimento per scorgere come non è una chiesa che ospita un’altra, ma tutti e tutte siamo ospiti al banchetto del Signore. E’ il Signore che apre spazi di comunione e accoglie e invita alla cena. E il suo ospitare non si pone nei termini di un premio da consegnare a fronte di meriti e fedeltà, ma è riconoscimento e accoglienza che spinge ad aprirsi alla vita innanzitutto, agli altri, ad una speranza al cuore del proprio cammino. Allora eucaristia non è punto di arrivo, ma punto di partenza.

Può essere d’aiuto soffermarsi sull’esperienza umana semplice e quotidiana: la condivisione di un pasto insieme non è solamente punto di arrivo di percorsi familiari ricchi di affetto e di amicizie consolidate, ma costituisce possibilità di incontro con persone che giungono estranee o è addirittura occasione di condivisione al di là delle differenze e delle ostilità, momento che scioglie cuori induriti e conduce a superare le opposizioni e a riconoscere l’altro nella sua verità.

Ancora Andrea Grillo osserva: “L’eucaristia non è solo culmine di una identità già acquisita, ma anche fonte di una identità da costruire, da strutturare, che trova alimento in questa “pratica di comunione sacramentale” per pellegrini in cerca della pienezza. Questa consapevolezza teologica deve diventare, allo stesso tempo, modo di celebrare e modo di vivere l’eucaristia. (…) Tutti, e sottolineo tutti, sono ospiti. Chi presiede, chi proclama, chi canta, chi serve, chi risponde. Tutti sono ospiti perché tutti compiono una sola azione il cui titolare non è altro che Cristo e la sua Chiesa, di cui nessuno è esclusivo rappresentante (…) Quello che ricevi nel sacramento devi farlo diventare il tuo stile di vita: una cultura della ospitalità e della accoglienza non è il caso limite di una coscienza ecclesiale, ma la norma piantata al centro della celebrazione eucaristica. Che riconcilia i diversi e abbatte i muri”. (ibid.)

Alessandro Cortesi op

 

 

 

 

XXXI domenica tempo ordinario – anno B – 2018

IMG_1477Dt 6,2-6; Eb 7,23-28; Mc 12,28-34

Uno scriba interroga Gesù: “Qual è il primo di tutti i comandamenti?” Gesù risponde richiamando la Torah ponendo insieme due passi della Scrittura. Il primo testo dal Deuteronomio: “Ascolta Israele, il Signore è il nostro Dio, il Signore è uno solo. Tu amerai il Signore tuo Dio con tutto il cuore, con tutta l’anima e con tutte le forze” (Dt 6,4-9). Il secondo testo è tratto dal libro del Levitico, appartenente al codice di santità: “Non ti vendicherai e non serberai rancore contro i figli del tuo popolo, ma amerai il tuo prossimo come te stesso. Io sono il Signore” (Lev 19,18).

‘Ascolta Israele’ è un richiamo all’importanza essenziale dell’ascolto per sfuggire al grande peccato dell’idolatria, del costruirsi divinità vane che sembrano forti ma si rivelano senza consistenza. Ascoltare è l’attitudine di chi si vive la disponibilità di ricevere, in relazione con Dio che si fa vicino nella storia. Dio chiama Israele a scoprire la sua vicinanza negli eventi in cui egli agisce ed è presente: ‘Io sarò colui che sarò, sarò con te’ (cfr. Es 3,14).

‘Ascolta’ è attitudine del ‘cuore’ che, nel linguaggio biblico è il centro della sensibilità e sede da cui scaturiscono le decisioni della vita. ‘Ascoltare’ connota una fede che lascia entrare Dio come unico sovrano nell’esistenza. Lo Shemà è così sintesi della spiritualità dell’esodo: il Dio che ha liberato Israele il cui nome è ‘io sono colui che vi ha fatti uscire dal paese della schiavitù’, non prende il posto del faraone, ma dona liberazione e vita e chiama a rimanere nell’ascolto per rispondere alla sua Parola, nel dialogo dell’alleanza.

Gesù unisce a questo riferimento all’ascolto il testo del Levitico: richiama così il cuore della legge. Non entra nel dibattito di scuola sul più importante dei precetti, ma ne indica la radice. Non rinvia ad una serie di norme o di espressioni cultuali. Richiama al cuore e al significato più profondo della legge: rinvia all’esperienza dell’Esodo.

Nel dialogo lo scriba riprende l’insegnamento lo approfondisce: ascoltare di Dio e amare l’altro è la via a cui Dio chiama ed è ben diversa da una religione fatta di atti cultuali. Il rapporto con il Dio liberatore che chiede ascolto si attua nell’apertura all’incontro e nella cura rivolte all’altro. Il senso profondo della vita umana sta per Gesù nel rimanere in attesa, rivolti a Dio e alle sue chiamate. Egli si rende vicino nel volto degli altri. L’altro è prossimo da riconoscere come tale, da vedere e da incontrare. Gesù richiama ad un orientamento fondamentale: l’incontro con Dio, il senso dell’esistenza si attua rispondendo alla chiamata che viene da lui, nello stare in ascolto. E tale ascolto provoca a scorgere come l’incontro con Dio si attua sin dal presente nella cura, nell’amore per l’altro. E’ anche da tener presente che non esiste amore per l’altro quando vi è disprezzo per se stessi, per la propria vita: amare l’altro come se stessi è indicazione di un cammino che sappia accogliere la propria vita come dono. Apertura all’altro è possibile solo nell’apprezzare il dono e lo sguardo di Dio sua propria vita, e ascoltando la sua chiamata all’incontro. Ascoltare Dio non può andare senza ascoltare e prendersi cura degli altri.

Alessandro Cortesi op

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Universale e particolare

“Dio non ama l’umanità in generale, categoria della quale noi non saremmo altro che degli esemplari, come si può dire che qualcuno ama il whisky o i canadesi. Un tale amore sarebbe freddo e vuoto. Nel romanzo Casa desolata, Charles Dickens ci presenta la signora Jellyby, affetta da una ‘filantropia telescopica, come se non potesse vedere niente più vicino dell’Africa’. Amava gli africani in generale, ma non si accorgeva nemmeno dell’esistenza dei propri figli. Dio si compiace d ciascuno di noi in mood unico e irripetibile. Si delizia della maniera in cui tu cammini, della curva del tuo collo, dell’eco della tua risata. Se il nostro amore è una partecipazione al Dio che è amore, allora anch’esso aspirerà sempre ad essere sia particolare sia universale” (Timothy Radcliffe, Alla radice la libertà. I paradossi del cristianesimo, EMI Verona 2018, 16).

C’è una difficoltà a parlare dell’amore, amore di Dio, amore del prossimo e a fare di questo motivo di pensieri generici e che non toccano per nulla la quotidianità della ostar esperienza. Non solo il parlare dell’amore è spesso generico e talmente universale da risultare vago e insignificante per la vita, ma anche ciò diviene motivo per uno sguardo simile alla filantropia telescopica della signora Jellyby, incapace di scorgere le relazioni vicine e tutta presa da un legame generale e generico, non coinvolgente la vita per figure lontane.

La sfida che viviamo oggi sta nel superare un mondo fatto di relazioni virtuali e affrontare  la concretezza dell’incontro. E’ sempre un rischio affrontare le relazioni vicine e lasciarsi interrogare nella difficoltà. Affrontare tale rischio è passaggio per maturare un modo di amare più profondo, per cresere nella scoperta dell’amore non come emozione superficiale, ma percorso di riconoscimento dell’altro, e di cambiamento nell’incontro. L’amore non è il sogno spesso coltivato di una situazione ideale che poi lascia delusi alla prima difficoltà, ma è cammino faticoso e coinvolgente che attraversa e impegna tutta la vita. E’ cammino di apprendendimento di un’arte difficile e quotidiana, fatta di piccoli gesti, di attenzione e di capacità di attraversare momenti di silenzio e di fatica. Ed è importante anche imparare a riconoscere la precarietà di ogni momento in questo cammino.

“Mentre lavoro a queste pagine, entra un confratello irlandese e mi chiede: ‘Che scrivi?’. ‘Un capitolo sull’amore’, rispondo. Incalza: ‘Ma cucini sempre la stessa minestra?’. Così, per impressionarlo gli leggo un brano del Profumo delle notti del Nilo, un romanzo dell’egiziana Ahdaf Soueif: ‘Ihq è l’amore che intreccia due persone, shagaf è l’amore che si annida nelle cavità segrete del cuore, hayam è l’amore che percorre la terra, teeh è l’amore in cui perdi te stesso, walah è l’amore che racchiude in sé il dolore, sababah è l’amore che trasuda dai pori, gharam è l’amore che vuole pagare il prezzo’. Mi aspetto che si stupisca e lui dice: ‘Sembra il menu di un ristorante indiano”. (ibid. 13-14)

I diversi nomi dell’amore, e i diversi gesti dell’amore, anziché essere difficili nomi del menu di un ristorante, costituiscono forse la declinazione molto concreta che fa scorgere come l’amore investa e coinvolga l’esperienza umana nella sue dimensioni più ampie e profonde.   E’ esperienza universale, luogo di domande, attese, sofferenze e gioie per uomini e donne di ogni latitudine e lingua. Ed è esperienza da leggere come cammino da vivere nel procedere, nel faticare, nella crisi, nell’incomprensione e interruzione, nell’essere feriti e nel ferire. Un cammino ma anche una soglia, che fa avvicinare e scorgere un oltre, al di là e al di dentro dei cammini dell’amore. Non nella distanza di chi dicendo di amare tutti cerca di scrollarsi di dosso la sfida dell’incontrare volti e nomi concreti, ma nel coinvolgimento in cui l’amore è incrocio di storie, di viventi, luogo di aperture possibili e non ancora scritte.

Alessandro Cortesi op

 

 

 

XXVII domenica tempo ordinario – anno B – 2018

IMG_1254Gn 2,18-24; Eb 2,9-11; Mc 10,2-16

Il capitolo 2 di Genesi è racconto che non intende ricostruire un passato primordiale, ma pone la domanda sul senso della vita umana e del cosmo. Nella vicenda della creazione in filigrana si deve cogliere il senso di un cammino che è il cammino umano. L’essere uomo è presentato nella sua condizione di solitudine e di desiderio di vivere in relazione con altre creature. E’ posto in un giardino, un mondo di creature belle che stanno attorno a lui e a cui è chiamato a dare un nome entrando in relazione. Nel racconto di Genesi l’uomo ha ricevuto il compito di dare un nome alle altre creature: “il Signore Dio plasmò dal suolo ogni sorta di animali selvatici e tutti gli uccelli del cielo e li condusse all’uomo, per vedere come li avrebbe chiamati”. Dare il nome è azione di chi è custode e si prende cura con attenzione. Ma emerge una apertura costitutiva del cuore a rapportarsi a qualcuno di ‘simile a lui’. “Così l’uomo impose nomi a tutto il bestiame, a tutti gli uccelli del cielo e a tutti gli animali selvatici, ma per l’uomo non trovò un aiuto che gli corrispondesse”. C’è una sete di incontro che va oltre la presenza delle creature e della presenza di Dio stesso.

Nel cuore umano è presente il bisgono di un tu, qualcuno capace di pronunciare il suo nome: ‘l’uomo non trovò un aiuto che gli fosse simile’. Sperimenta la mancanza di qualcuno che ‘gli stia di fronte’ capace di dialogo, di reciprocità. “E il Signore Dio disse: “Non è bene che l’uomo sia solo: voglio fargli un aiuto che gli corrisponda”. Viene così descritto il dono di un altro a lui simile, una presenza che ‘sta di fronte’. E’ dono di Dio, e Dio agisce nel sonno di Adamo. “Allora il Signore Dio fece scendere un torpore sull’uomo, che si addormentò; gli tolse una delle costole e richiuse la carne al suo posto. Il Signore Dio formò con la costola, che aveva tolta all’uomo, una donna e la condusse all’uomo”. Al suo risveglio si trova di fronte una presenza nuova, segno di gratuità. E’ presenza inattesa e insperata: è parte di lui e nello stesso tempo è diversa: gli sta di fronte. ‘carne della mia carne, osso dalle mie ossa’: così canta Adamo.

Questo dono è accolto con gioia e meraviglia: “…la si chiamerà donna perché dall’uomo è stata tolta”. I nomi che indicano uomo (ish) e donna (isha) sono uguali e nello stesso tempo diversi. La medesima radice che indica una comunanza nella medesima vita e nel contempo una differenza che indica l’impossibilità di pensare l’altro come uguale a se stesso ed apre all’avventura del riconoscimento dell’alterità e delle diversità per vivere un incontro nello starsi di fronte.

Da questo dono al principio sorge la chiamata a percorrere la storia dell’incontro. “Per questo l’uomo abbandonerà suo padre e sua madre e si unirà a sua moglie, e i due saranno una carne sola”. La ‘carne’ che l’uomo e la donna sono chiamati a compiere è una vita, non è una teoria. E’ unità sempre da ricercare nella differenza e nel dialogo.

Dall’essere simili e diversi sorge la bellezza e la fatica della comunicazione. Bellezza perché da lì inizia l’avventura dell’inconro che porta ad uscire dalla terra, dalla casa di origine, da se stessi. Come nel cammino di Abramo è cammino di uscita e di fede. Fatica perché lo stare di fronte all’altro implica un cambiamento, l’apprendimento a non voler riddurre l’altro a sè. Il riconoscimento di essere simili carne della mia carne, può divenire incomprensione della diversità e della libertà dell’altro.

“E’ lecito ad un uomo ripudiare la propria moglie?” Gesù è posto di fronte alla provocazione di chi vuole metterlo di fronte alla legge e alle sue determinazioni che non considerano la vita e peraltro si pongono in un’ottica di discriminazione per cui l’uomo solo può ripudiare la moglie. La sua risposta è rinvio al progetto di Dio, che rinvia a quel principio dei racconti di Genesi, in cui è offerto non tanto la fissazione di una legge ma è delineato l’orizzonte ultimo a cui tendere. Richiama alla responsabilità del cuore. Dio ha un progetto di amore per ogni uomo e donna e Gesù invita a vivere la fedeltà verso ciò che Dio ha congiunto nello scoprire la propria responsabilità in questo incontro con Dio e con gli altri. Richiama così il disegno originario di Dio quale orizzonte di fondo che nessuna esperienza compie in pienezza ma a cui è chiamata a tendere in fedeltà alle sue chiamate.

Alessandro Cortesi op

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Incontro e chiusure

In un puntuale commento ai primi libri di Genesi sui racconti della creazione Lidia Maggi (Maschio e femmina Dio lo creò, “Esodo” 3,2018) sottolinea come la parola di Genesi ‘Facciamo l’essere umano a nostra immagine e somiglianza…” (Gen 1,26) possa essere interpretata nel senso di scorgere nel ‘noi’ plurale, soggetto del ‘facciamo’, come comprendente l’opera di Dio creatore e generatore di vita e l’opera stessa dell’essere umano chiamato a farsi in un divenire continuo. Quindi un riferimento a Dio e all’umanità contemporaneamente. Non si nasce umani, ma lo si diventa scoprendo la relazione che è chiamata nella vita. Il capitolo 2 di Genesi parla così dell’umanità impastata di terra (Adam da adamah/terra), in relazione con la terra, e situata in un legame con l’altro. L’impatto con la differenza e il cammino dell’incontro si attuano nella vita di coppia, nello stare di fronte all’altro, riconoscendone la diversità: “La creatura umana ha bisogno di un tu orizzontale, qualcuno che possa incontrare, in una relazione di riconoscimento e differenza” (ibid.).

Nell’incontro è presente una apertura ma anche l’ombra della crisi, quando il rapporto è inteso nel senso del dominio, dell’esclusività, del non riconoscimento dell’altro, della pretesa di ridurre l’altro/a a se stessi. L’esperienza di coppia come pure di ogni relazione può essere luogo di scoperta di un progetto di Dio del divenire umani, nell’incontro che cambia, che fa uscire da sé, in un esodo di liberazione, oppure può divenire il luogo di una chiusura che erige muri, esclude presenze e disumanizza:

“Nell’esperienza di coppia si può sperimentare una sterilità ben più tragica di quella biologica, quando l’io rimane ancorato a se stesso, quando l’in-contro avviene senza un’uscita dal sé originario (padre e madre). La coppia, come esperienza di eccedenza del sé, più che immagine radicale di tutte le altre alterità e del dinamismo della relazione, può deformarsi in esperienza difensiva di chiusura. La coppia, dogmatizzata, moralizzata, rischia di non rimandare più a quel laboratorio di passioni che si espandono, a quel giardino dove si impara un alfabeto che l’umanità è chiamata a parlare anche altrove. Se viene meno la dialettica dell’in-contro – e può venir meno persino in nome di Dio! – la coppia torna a vivere l’esperienza del bastare a se stessa. (…) Non è proprio questo un nodo del nostro presente? Dove l’esperienza di coppia perde il mondo, ripiegandosi in un’intimità, (…) incapace di scommettere sulla condizione relazionale dell’umanità intera, sulla sua irriducibile pluralità. La coppia funziona se c’è differenziazione, ma non solo al proprio interno; se non pretende di avere l’esclusiva sull’esperienza di alterità” (ibid.).

Intendere i rapporti nell’egoismo che chiude e impedisce l’incontro è la malattia mortale che contagia i nostri giorni. Esperienze di incontro, di novità di vita condivisa sorgono nelle periferie a ricordarci che l’avventura dell’incontro è possibile in termini nuovi quando vi è ascolto del grido dei poveri nella storia.

L’esperienza di Riace, un paese disabitato e abbandonato che negli ultimi vent’anni è tornato a vivere in virtù dell’incontro con gli immigrati è stato esempio di questa ‘possibilità dell’impossibile’. Ma in questi giorni il suo sindaco Mimmo Lucano è stato posto agli arresti domiciliari per la sua opera di accoglienza.

La Rete dei 164 Comuni Solidali italiani (Re.Co.Sol.) ha manifestato sconcerto a fronte di tale decisione del Gip: «Che nella Locride in cui la ‘ndrangheta spadroneggia si arresti Domenico Lucano è paradossale. Quando il sindaco di Riace fu accusato di molteplici reati non esitammo a schierarci dalla parte del sindaco certi della sua innocenza. Oggi nelle parole del Gip ne troviamo la conferma, Lucano non avrebbe colpe. Ma nel corso delle indagini sarebbero emerse altre irregolarità che oggi hanno portato all’arresto del sindaco di Riace» (da http://viedifuga.org/)

«Lucano – continua il comunicato della Rete – viene accusato di avere cercato di impedire, senza nessun vantaggio personale o economico ma per un senso morale di giustizia che degli esseri umani finissero nel limbo della clandestinità. Invece di un premio per la sua umanità, in una Italia in cui cresce l’intolleranza e si restringono gli spazi di libertà, riceve le manette. Noi continuiamo a stare con l’Italia che si oppone alle leggi razziali e all’odio. Con i tanti amministratori che sul territorio combattono una pericolosa deriva xenofoba e razzista. Domenico Lucano è colpevole del reato di integrazione. A lui, a Riace e all’Italia che non si arrende la nostra incondizionata vicinanza e solidarietà» (ibid.).

Riace è simbolo di una possibilità di intendere la vita umana non nella chiusura di riduzione dell’altro a se stessi, ma nell’apertura alla novità che sorge dall’incontro laddove c’è accoglienza. Per questo la solidarietà a Mimmo Lucano e a tutti coloro che collaborano alla sua esperienza oggi è scelta irrinunciabile per chi pensa che il futuro dell’umanità sia possibile se si costruisce convivenza solidale nel farsi carico delle sofferenze degli altri.

Alessandro Cortesi op

Venerdì santo – 2018

IMG_2774Is 52,13-53,12; Eb 4,14-16; 5,7-9; Gv 18,1-19,42

Paolo parla della ‘parola della croce‘ scandalo e stoltezza. Il messaggio della croce si scontra con la pretesa di avere qualcosa di cui vantarsi che sia altro rispetto al crocifisso. E avverte la comunità di Corinto a cui scrive di non svuotare la croce di Cristo (1Cor 1,17). Dalla parola della croce può nascere una esistenza nuova in coloro che ne fanno criterio della vita.

Sotto la croce è possibile scorgere che lì ha inizio una vita nuova. Il quarto vangelo dice che sotto la croce si attua una nuova convocazione: ‘quando sarò innalzato da terra attirerò tutti a me’.

La croce, il patibolo, segno dell’obbrobrio e dalla malvagità umana, si trasforma in luogo dove Gesù manifesta la sua gloria, il volto di Dio come amore gratuito. La croce diviene segno di una vittoria. In quel momento avviene l’inizio di una comunità il cui tratto è l’affidamento. Un affidamento reciproco e di consegna. ‘Sotto la croce stava sua madre e il discepolo che Gesù amava…’

C’è chi rimane sotto la croce, nel momento più tragico, nel momento della morte. Rimane scorgendo nella vita di Gesù, nella sua morte una fedeltà all’amore sino alla fine. Gesù è entrato anche nel luogo senza Dio, laddove c’è morte, cattiveria umana, violenza, non assecondando le forze della violenza, del male e della morte, ma portando la parola dell’amore più forte della morte.

Il quarto vangelo proprio nel momento della morte di Gesù legge che lì già è sceso il dono dello Spirito  come ultimo respiro donato: ‘emise lo Spirito’. E lo Spirito è affidato quando Gesù affida sua madre al discepolo che amava e reciprocamente il discepolo a lei. In questo quadro – che è lettura nella fede della morte di Gesù – si potrebbe cogliere il senso profondo della croce come affidamento.

La chiesa che nasce dalla croce è raduno, convocazione di uomini e donne chiamati ad un affidamento di legami nuiovi aperti oltre ogni confine. Sua radice è  l’affidamento di Gesù che consegna la sua vita per tutti, che ha fatto della sua vita una esistenza donata. Ma è anche l’affidamento reciproco per stare in ascolto dell’altro, a ‘prenderlo con sé’ nella sua casa, ‘tra le cose proprie’.

La croce indica questo primo volto della chiesa che è sogno non di un gruppo separato ma di nuove relazioni nell’umanità tutta: una convocazione in cui l’affidamento a cui si è chiamati è l’affidamento gli uni degli altri al di là di ogni differenza e riconoscendo le diversità che pongono in relazione.

Gesù rende la croce luogo di ‘gloria’ perché lì si manifesta il segreto della sua vita, il cuore di un’esistenza radicata nell’amore accogliente e di risposta: l’esistenza intesa come un libero e volontario andare incontro, prendersi carico degli altri. Gesù, che ha fatto della la sua vita un dono per tutti, alla fine quando ‘tutto è compiuto’ consegna lo Spirito.

La consegna dello Spirito è l’unica ed autentica potenza che viene dalla croce: è la debolezza di un ultimo respiro, soffio per vivere nello Spirito che ha spinto Gesù. Sotto la croce nel dono dello Spirito ha inizio la chiesa: così il IV vangelo la delinea nel volto della ‘donna’ presa con sè dal discepolo. Lì sorge l’invio ad essere responsabili per gli altri, per tutti i figli e figlie di Dio dispersi nel mondo. C’è un lasciarsi accogliere nell’inermità di chi si affida e c’è una accoglienza da vivere in modo attivo.

Per questo la chiesa, convocazione che sorge dalla croce e dallo Spirito, dovrà preoccuparsi solo di essere segno di accoglienza di ogni cammino umano.

Gesù ha fatto della sua vita un dono senza riserve, un venire incontro e discendere. La chiesa che nasce dalla croce è chiamata a riconoscere la sua debolezza e a viverla come dono. Gesù ha reso la croce – luogo della morte, luogo lontano da Dio, luogo dell’ingiustizia e del male perpetrato dall’uomo – il luogo del manifestarsi di Dio amore. In questa scelta ci apre la scoperta che solo accanto alle vittime della storia si può incontrare la vicinanza di Dio.

La liturgia del venerdì santo, così spoglia, essenziale fatta di gesti silenziso, di parole nude, di preghiera che si ricorda di tutti e tutti accoglie, richiama ad un essere chiesa/umanità che sta in silenzio sotto il crocifisso, che vive l’accoglienza, che si scopre responsabile di un affidamento reciproco e inviata ad essere segno dell’amore nel servizio; raduno sotto l’innalzato per porsi dalla parte delle vittime della storia.

“Il Cristo innalzato da terra / attira gli uomini di tutti / in croce con braccia distese / li porta al Padre in offerta / Per l’uomo invoca il perdono / a tutti promette il suo regno / consegna la madre ai credenti / lo Spirito effonde sul cosmo / A Cristo che è il nuovo Adamo /risorto per tutti i fratelli / al Figlio dell’uomo veniente / la gloria e la lode per sempre “ (da un inno della liturgia di Bose)

Alessandro Cortesi op

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“Similmente come Dio formò la donna dal fianco di Adamo, così Cristo ci ha donato l’acqua e il sangue dal suo costato per formare la Chiesa. E come il fianco di Adamo fu toccato da Dio durante il sonno, così Cristo ci ha dato il sangue e l’acqua durante il sonno della sua morte. Vedete in che modo Cristo unì a sé la sua Sposa, vedete con quale cibo ci nutre. Per il suo sangue nasciamo, con il suo sangue alimentiamo la nostra vita. Come la donna nutre il figlio col proprio latte, così il Cristo nutre costantemente col suo sangue coloro che ha rigenerato” (Giovanni Crisostomo, Catechesi 3, 13-19; SCh 50, 174-177).

Giovedì santo – Cena del Signore – 2018

IMG_2704.JPGEs 12,1-14; 1Cor 11,23-26; Gv 13,1-15

Segni, parole, silenzi, musica in questo ritrovarsi del giovedì santo accompagnano e introducono nel mistero della pasqua.

E’ il centro da cui trae origine la vita dei credenti. Il giovedì santo ci fa rivivere il gesto della lavanda dei piedi di Gesù la sera dell’ultima cena, ma di più ci fa cogliere due lavande: nella messa crismale del mattino, la messa celebrata dal vescovo con tutta la chiesa locale nella cattedrale, al centro sta il segno dell’olio profumato: sono consacrati l’olio dei catecumeni, il crisma e l’olio degli infermi e si legge la pagina dell’unzione di Betania (Gv 12,1-11). Nella cena del Signore, la sera, riviviamo il gesto di Gesù che lava i piedi ai suoi. Al mattino il gesto dell’unzione dei piedi con olio profumato da parte di Maria a Gesù, alla sera la lavanda dei piedi da parte di Gesù ai suoi discepoli con l’acqua.

Gesù era a Betania, ad un banchetto in cui anche Lazzaro era uno dei commensali. Il IV vangelo narra che Maria prese trecento grammi di profumo assai prezioso e cosparsi i piedi di Gesù. E’ una prima lavanda dei piedi, nei confronti di Gesù. Marco nel suo vangelo – dopo aver presentato questo gesto, di una donna senza nome, che unge il capo di Gesù – vi aggiunge una parola di Gesù stesso: “In verità vi dico che dovunque, in tutto il mondo, sarà annunziato il vangelo, si racconterà pure in suo ricordo ciò che ella ha fatto” (Mc 14,9). L’annuncio del vangelo sarà per sempre connesso alla memoria di questo gesto di gratuità, di cura, di tenerezza. Un gesto di donna. E’ un gesto che rinvia alla morte di Gesù, ma anche alla speranza connessa al suo corpo che non resterà prigioniero della morte.

I gesti di Maria portano le caratteristiche di quelli dell’amata del Cantico dei cantici: “Mentre il re è sul suo divano, il mio nardo spande il suo profumo” e l’accoglienza di Gesù è presentata come la risposta dell’amore: “un re è stato preso dalle tue trecce” (Ct 7,6).

Maria conosce l’amore e ama vivendo la gratuità, la mancanza di misura propria dell’amore. Non teme di perdere, né di mettere in gioco tutta la vita nei confronti di Gesù. Offre qualcosa di bello, di prezioso. Quell’olio è indicazione di un dono, del suo amore versato, che non segue la logica del dare e dell’avere, ma si offre, spendendosi. E’ anche simbolo del rivolgersi a Cristo nell’abbandono pieno di fiducia. Ma è anche un segno profetico, che racchiude la vita stessa di Gesù, una vita donata. Proprio la delicatezza del gesto dell’unzione esprime anche l’attesa di una novità, l’evento del primo giorno dopo il sabato: Gesù, il crocifisso è rialzato da Dio. L’unzione del suo corpo è promessa e attesa che quel corpo non verrà abbandonato nel buio della morte ma sarà il corpo glorioso del Risorto.

Maria di Betania si affida oltre ogni speranza a Cristo nel suo amore. La lavanda dei piedi di quel giorno è segno della libertà nuova di poter ‘sprecare’ le cose più preziose nel rapporto con Gesù, è segno del suo saper vedere oltre, della custodia di una promessa. Maria coltiva la speranza che la vita e l’amore non possono essere sconfitti.

Questo gesto di spreco e perdita, diviene movimento che si effonde e che porta profumo a tutta la casa: ‘tutta la casa si riempì del profumo d’unguento’. E’ la comunione che nasce da un incontro di amore, di dono senza riserve, in questo clima di affetto profondo per Gesù. Ed è la bellezza di un modo nuovo di vivere insieme, per tutta la casa, un modo di vivere nella fraternità, centro del messaggio stesso di Gesù che parlava del ‘regno’.

Alla sera del giovedì il vangelo propone la lavanda dei piedi, il gesto di Gesù rivolto ai suoi, a Pietro e agli altri. E’ gesto che racchiude tutta l’esistenza di Gesù. E’ la chiave per comprendere la sua morte. Questa è conseguenza di ostilità e complotto del potere politico e religioso. Ma Gesù anche di fronte all’ingiustizia e al male non viene meno alla fedeltà nel fare della sua vita un dono, per dare liberazione e vita a tutti: una vita donata nell’amore.

“Li amò sino alla fine”: l’acqua e l’asciugatoio sono un altro genere di unzione. Ora è Gesù colui che lava i piedi ai suoi, vi versa acqua e li asciuga sollevando ogni stanchezza. E mostra la sua pazienza di fronte all’incomprensione e all’incapacità: “Quello che io faccio tu ora non lo capisci, ma lo capirai dopo… se io, il Signore e il maestro, ho lavato i vostri piedi, anche voi dovete lavarvi i piedi gli uni gli altri. Vi ho dato infatti l’esempio, perché come ho fatto io, facciate anche voi.” Il gesto di lavare i piedi è unito ad un invito alla felicità: “Sapendo queste cose, sarete beati se le metterete in pratica”. Gesù indica uno stile di vita per la sua comunità: solamente nel chinarsi si potrà ‘aver parte a Gesù’. L’incontro con lui passerà per questo incontro con l’altro.

Camminiamo così in questi giorni verso la Pasqua, respirando del profumo che si effonde per tutta la casa e lasciandoci lavare i piedi per accogliere l’invito ‘come ho fatto io fate anche voi’.

Alessandro Cortesi op

V domenica Quaresima – anno B – 2018

IMG_2506.JPGGer 21,31-34; Eb 5,7-9; Gv 12,20-33

Un altro passaggio del cammino di alleanza segna questa domenica di quaresima: Geremia annuncia una ‘alleanza nuova’ scritta nel profondo del cuore, che compirà la parola della promessa e del dono di Jahwè ‘Io sono il Signore tuo Dio’ (Es 20,1): “Porrò la mia legge nel loro animo, la scriverò sul loro cuore. Allora io sarò il loro Dio ed essi il mio popolo”. Quella reciproca appartenenza, nucleo profondo dell’alleanza, è promessa come dono che investe l’interiorità e trasforma il cuore, il centro delle scelte personali e dell’orientamento della vita.

La seconda lettura, dalla lettera agli Ebrei, indica in Cristo il Figlio che imparò l’obbedienza dalle cose che patì e in lui si compie l’alleanza promessa: “reso perfetto divenne causa di salvezza per tutti coloro che gli obbediscono.” Cristo una volta per tutte si è offerto per noi. In lui si compie l’alleanza definitiva.

L’autore della lettera agli Ebrei rilegge la passione di Cristo dicendo: ‘offrì preghiere con forti grida e lacrime a colui che poteva liberarlo da morte e fu esaudito per la sua pietà’. E’ l’indicazione della via seguita da Cristo, la sua fedeltà al Padre. Il Padre l’ha esaudito non perché l’ha liberato dalla passione e dalla morte ma perché lo ha sostenuto nella fedeltà alla testimonianza dell’amore: il mistero di Dio è infatti l’amore debole e inerme che si dà fino alla fine. La salvezza giunge dal dono di amore di Gesù.

La pagina del IV vangelo si apre con la domanda: ‘Vogliamo vedere Gesù’. Il desiderio di ‘vedere’ racchiude in sé la tensione ad andare in profondità, a scorgere il significato profondo degli eventi. E’ domanda delle comunità per cui vangelo è scritto: qual è in profondità l’identità di Gesù?

A tale domanda segue un lungo discorso: “E’ giunta l’ora che sia glorificato il figlio dell’uomo. In verità, in verità vi dico: se il chicco di grano caduto per terra non muore rimane solo; se invece muore produce molto frutto. Chi ama la sua vita la perde e chi odia la sua vita in questo mondo, la conserverà per la vita eterna”

Gesù parla della sua ora e del senso della sua esistenza: l’ora della sua vita è il momento in cui si consegna al Padre e offre la sua vita per tutti. Consegnato nel tradimento, in realtà egli stesso ha inteso la sua vita come dono: nella sua libertà si consegna come chicco di grano. Nel morire è presente una fecondità nuova. In questo si rivela la gloria di Gesù.

E’ così giunta quell’ora evocata nell’intero percorso del IV vangelo, a Cana, nel dialogo con la donna di Samaria: “E’ giunta l’ora che sia glorificato il figlio dell’uomo”. L’ora di Gesù è l’ora della croce, quando tutti volgeranno lo sguardo a colui che hanno trafitto; è anche l’ora in cui innalzato da terra, Gesù attirerà tutti a sé. L’ora di Gesù è tempo che anticipa ogni futuro (è ora del figlio dell’uomo) e rivela il senso della storia: è tempo finale che irrompe nel presente e manifesta i tratti dell’amore di Dio.

Gesù vive paura ed angoscia di fronte a quest’ora ed invoca: ‘Padre glorifica il tuo nome’. Il Padre è coinvolto e presente nell’ora di Gesù, e conferma la via che Gesù sta seguendo. Gesù sulla croce sarà innalzato: la croce umanamente appare come la più grande umiliazione, costituisce l’esaltazione che già lì si sta compiendo: Giovanni infatti vede sulla croce il rivelarsi della ‘gloria’ di Dio, l’ora in cui si manifesta l’amore senza riserve e senza limiti del Padre che Gesù ha testimoniato ‘fino al segno supremo’: è lui l’esegeta del Padre (cfr Gv 1,18), il Figlio che rende visibile il volto del Padre. Per questo nel momento in cui è trafitto inizia quel movimento di attrazione e di coinvolgimento che si allarga: coloro che hanno visto la sua ‘gloria’ non possono non seguire i passi che lui ha percorso.

Alessandro Cortesi op

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Come un seme

In un tempo segnato da inquietanti movimenti di ripiegamento, di egoismo e di violenza diffusa a livello globale il male sembra prevalere. Ancor più si manifesta come forza che domina perché in questo quadro si avverte l’impotenza – da parte di chi avverte l’urgenza di resistere ed opporsi – di incidere con le proprie scelte e con il proprio impegno individuale o di piccoli gruppi. Movimenti di ampia portata hanno risonanza e si affermano: il rinnovato diffondersi della guerra e della violenza per dominare, l’oppressione attuata dal sistema economico, l’affermarsi di concezioni di razzismo, xenofobia, rigetto dell’altro. Ondate di male attraversano e pervadono il vivere sociale.

L’esperienza rinvia a domande che hanno segnato la riflessione umana nel tempo sul contrasto tra male e bene, sulla possibilità o meno d porre un argine e sconfiggere il male oppure se abdicare ad esso. Ma proprio l’esperienza e la lettura di situazioni e di atti di persone in situazioni di male può aprire alla considerazione che nonostante tutto c’è una resistenza del bene nel cuore umano, una resistenza profonda che come seme fa capolino e germoglia in modo sorprendente, inatteso. E contagia, con una fecondità di cui è difficile calcolare la portata: è la debole e fragile capacità del bene. La vita non è il male (ed. Salani 2016) è il titolo di un agile libro scritto a quattro mani da Gabriella Caramore e Maurizio Ciampa.

Il libro trae la sua ispirazione da una espressione di Vasilij Grossman, scrittore russo testimone di tragedie immani del Novecento, autore di Vita e destino, che nei suoi libri ha narrato i lager i gulag. Una frase che riassume la conclusione a cui lo stesso Grossman è giunto. Il bene si inframmezza come squarcio in situazioni senza respiro e senza apertura. E’ forza inerme ma rompe l’oppressione del male. E’ come piccolo seme che si fa spazio nella terra, crescendo laddove nessuno pensava la possibilità di novità e di vita. La vita non è il male.

Nonostante tutto, il male non riesce a cancellare ed eliminare del tutto il bene dall’esistenza umana. E’ un bene non teorico, nemmeno legato necessariamente a posizioni religiose o ideologiche. E’ il bene racchiuso in gesti singolari, sgorganti da una resistenza che si fa spazio nel cuore, un desiderio a salvare un pezzetto di Dio nella storia come diceva Etty Hillesum o anche una reazione a non venire meno ad un sogno di umanità. Gesti e scelte che squarciano la cappa nera dell’oppressione. Nonostante tutto il bene non viene cancellato, ma appare, improvvisamente, quasi come epifania, in situazioni diverse in cui sembra non esserci alternativa al buio della violenza e della cattiveria. Non nei termini di un progetto dispiegato come una grande forza che si oppone al male, ma nella debolezza e nella puntualità di gesti che fioriscono da scelte individuali, e che per questo salvano anche gli altri, coloro a cui sono rivolti, ma anche coloro che li vengono a conoscere. E salvano dalla disperazione e dal non senso.

Al cuore delle esperienze descritte nel libro sta la convinzione le scelte di singole persone, quelle che sono poste nella direzione del bene e che costruiscono, sono capaci di contagio. Si tratta di una forza fragile che si espande attraverso le reti di conoscenza di vicinanza di amicalità, quasi un passa-parola del bene che non ha confini. Una forza come di piccoli granelli di sabbia che si inframmezzano tra gli ingranaggi di una grande meccanismo interrompendolo o come di piccoli semi che da puntuali eventi singolari aprono ad un movimento che coinvolge e raduna.

E’ di questi giorni la notizia di una lettera scritta da una giovane studentessa del Burkina Faso in risposta ad una scritta violenta e razzista apparsa nei bagni dell’Università Ca’ Foscari di Venezia (F.Furlan, “Lettera a un mio coetaneo razzista che sui muri mi vuole uccidere” “La Repubblica” 12 marzo 2018). Al coetaneo razzista che sui muri invocava violenza sugli altri, Leaticia Ouedraogo indirizza queste parole: “Non devi uccidere me, devi uccidere quel mostro oscuro che si nutre delle tue paure e della tua ignoranza, ma anche della tua ingenuità. Ti auguro sinceramente di sconfiggere questi mostri”.

Alessandro Cortesi op

 

 

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