la parola cresceva

commenti alla Parola della domenica e riflessioni

Archivio per il tag “amore”

XXVII domenica del tempo ordinario – anno B – 2021

Gn 2,18-24; Eb 2,9-11; Mc 10,2-16

I primi capitoli di Genesi costituiscono una grande riflessione presentata con il linguaggio del mito sulla condizione umana e sulle sue fondamentali esperienze. Nel mezzo dell’opera creativa proveniente dalle mani di Dio, e di cui è parte, l’essere umano, l’Adam – il terreno ‘tratto dalla terra’ – vive una profonda solitudine esistenziale: può dare il nome agli esseri viventi, essere custode e pastore di un mondo che comprende varietà meravigliose di rocce, animali e piante ma percepisce la mancanza di “un aiuto simile”. Senza qualcuno che ‘gli stia di fronte’ nella parità, non può attuare quello scambio di parola, quella condivisione di vita, quel dialogo in cui ritrovare il senso della vita nell’accoglienza reciproca e nel cammino comune.

Le prime pagine di Genesi descrivono così la condizione umana e nel racconto richiamano al dono di una presenza che risponde a questa sete profonda e porta ad uscire dalla solitudine: mentre Adam dorme Dio agisce e gli fa trovare una presenza accanto, un ‘tu’ in cui riconoscersi, rispecchiarsi, con cui vivere la meraviglia dell’amore. Il sonno è grande metafora del non sapere perché momento in cui la lucidità viene meno: nel sonno che è spazio dell’agire di Dio, si apre unanovità. La presenza nuova di fronte a lui per Adam rimane mistero di gratuità: non sa da dove viene e non è e non potrà mai essere in suo possesso e nel suo dominio. La presenza uguale e diversa, ritrovata come dono stupefacente e inatteso, accanto, è appunto dono gratuito che reca in sé il tocco di Dio. Ed è anche parte di se stesso: nel cammino dell’incontro potrà così scoprire l’altro, diverso, ma anche ritrovare se stesso: solo nel rapporto potrà scorgere il volto dell’umano intero. Nello stesso tempo questa presenza dono gli sta di fronte, in una diversità irriducibile. E’ simile, ‘carne della mia carne, osso dalle mie ossa’, simile nel corpo e nell’interiorità, eppure profondamente diversa e altra, non assimilabile, da accogliere e incontrare sempre nuovamente. Da qui la bellezza e la fatica della comunicazione.

L’Adam tratto dalla terra risponde a questo dono con un inno di gioia e meraviglia: “…la si chiamerà donna (isha’) perché dall’uomo (ish) è stata tolta”. Il gioco di parole della lingua ebraica esrpime la medesima radice e nello stesso tempo la diversità dei due. E’ espressione della medesima condizione e della condivisione che si apre come chiamata. Nell’inno di gioia Adam scopre la sua identità più profonda e originaria: “In principio Dio creò l’umano, maschio e femmina li creò…” All’inizio Dio crea un principio unico, in cui ish (uomo) e isha’ (donna) formano una sola cosa.

Da questo dono e disegno, che sta al principio, sorge la vocazione per ogni uomo e donna, all’incontro, a compiere nell’esistenza il sogno di un’unità sempre da ricercare, nello star di fronte come ‘diversi’ e come  ‘simili’.

“Per questo l’uomo abbandonerà  suo padre e sua madre e si unirà a sua moglie, e i due saranno una carne sola”. La ‘carne’ che l’uomo e  la donna sono chiamati a realizzare come unità è la vita che si esprime nelle diverse dimensioni.

Di fronte alla domanda sulla questione del ripudio Gesù rinvia a quel racconto del principio e richiama al disegno originario di Dio. La questione del ripudio era un tema trattato nelle dispute religiose del tempo, vedeva la possibilità del ripudio solo della donna attuandolo addirittura per futili motivi, e poneva così le donne in una condizione di discriminazione e inferiorità. Gesù non si lascia ingabbiare nelle prescrizioni di una legge che rischia sempre di rimanere indifferente alle storie delle persone. Richiama alla chiamata ed alla responsabilità dello stare di fronte all’altro e di fronte a Dio. Ciò implica aprirsi all’azione del ‘Dio che congiunge’, che ha un progetto di amore e non si lascia rinchiudere ma apre a vivere la ricerca mai compiuta di vivere in modo autentico l’amore nella responsabilità che coinvolge le coscienze di fronte a Lui.

Alessandro Cortesi op

Tratti dell’amore

Un breve racconto rabbinico richiama al senso profondo dell’incontro e dell’amore:Quando ero un ragazzino il signor Maestro stava insegnandomi a leggere. Una volta mi mostrò nel libro di preghiere due minuscole lettere, simili a due puntini quadrati. E mi disse: «Vedi Uri, queste due lettere, una accanto all’altra? È il monogramma del nome di Dio; e, ovunque, nelle preghiere, scorgi insieme questi due puntini, devi pronunciare il nome di Dio, anche se non è scritto per intero». Continuammo a leggere con il Maestro, finché non trovammo, alla fine di una frase, i due punti. Erano ugualmente due puntini quadrati, solo non uno accanto all’altro, ma uno sotto l’altro. Pensai che si trattasse del monogramma di Dio perciò pronunciai il suo nome. Il Maestro disse però: «No, no, Uri. Quel segno non indica il nome di Dio. Solo là dove i puntini sono a fianco l’uno dell’altro, dove uno vede nell’altro un compagno a lui uguale, solo là c’è il nome di Dio. Ma dove i due puntini sono uno sotto e l’altro sopra, là non c’è il nome di Dio».

(Jirì Langer, Le nove porte, Adelphi 2008, 105)

Nel capitolo IV di Amoris Laetitia viene proposta una lettura del capitolo 13 della lettera ai Corinti di Paolo evidenziando le caratteristiche dell’amore. In particolare si potrebbero cogliere tre aspetti che vengono descritti con parole significative per la vita:

Un primo aspetto è la benevolenza: “… la parola chresteuetai, che è unica in tutta la Bibbia, derivata da chrestos (persona buona, che mostra la sua bontà nelle azioni). Però, considerata la posizione in cui si trova, in stretto parallelismo con il verbo precedente, ne diventa un complemento. In tal modo Paolo vuole mettere in chiaro che la “pazienza” nominata al primo posto non è un atteggiamento totalmente passivo, bensì è accompagnata da un’attività, da una reazione dinamica e creativa nei confronti degli altri. Indica che l’amore fa del bene agli altri e li promuove. Perciò si traduce come “benevola”. (94) Nell’insieme del testo si vede che Paolo vuole insistere sul fatto che l’amore non è solo un sentimento, ma che si deve intendere nel senso che il verbo “amare” ha in ebraico, vale a dire: “fare il bene”. Come diceva sant’Ignazio di Loyola, «l’amore si deve porre più nelle opere che nelle parole». In questo modo può mostrare tutta la sua fecondità, e ci permette di sperimentare la felicità di dare, la nobiltà e la grandezza di donarsi in modo sovrabbondante, senza misurare, senza esigere ricompense, per il solo gusto di dare e di servire. (AL 93-94)

Un secondo tratto è l’amabilità: “Amare significa anche rendersi amabili, e qui trova senso l’espressione aschemonei. Vuole indicare che l’amore non opera in maniera rude, non agisce in modo scortese, non è duro nel tratto. I suoi modi, le sue parole, i suoi gesti, sono gradevoli e non aspri o rigidi. Detesta far soffrire gli altri. La cortesia «è una scuola di sensibilità e disinteresse» che esige dalla persona che «coltivi la sua mente e i suoi sensi, che impari ad ascoltare, a parlare e in certi momenti a tacere».Essere amabile non è uno stile che un cristiano possa scegliere o rifiutare: è parte delle esigenze irrinunciabili dell’amore, perciò «ogni essere umano è tenuto ad essere affabile con quelli che lo circondano». Ogni giorno, «entrare nella vita dell’altro, anche quando fa parte della nostra vita, chiede la delicatezza di un atteggiamento non invasivo, che rinnova la fiducia e il rispetto. […] E l’amore, quanto più è intimo e profondo, tanto più esige il rispetto della libertà e la capacità di attendere che l’altro apra la porta del suo cuore»” (AL 99)

Un terzo atteggiamento che compone il mosaico dell’amore, tra vari altri, è quello della speranza: “Panta elpizei: non dispera del futuro. In connessione con la parola precedente, indica la speranza di chi sa che l’altro può cambiare. Spera sempre che sia possibile una maturazione, un sorprendente sbocciare di bellezza, che le potenzialità più nascoste del suo essere germoglino un giorno. Non vuol dire che tutto cambierà in questa vita. Implica accettare che certe cose non accadano come uno le desidera, ma che forse Dio scriva diritto sulle righe storte di quella persona e tragga qualche bene dai mali che essa non riesce a superare in questa terra. (117) Qui si fa presente la speranza nel suo senso pieno, perché comprende la certezza di una vita oltre la morte. Quella persona, con tutte le sue debolezze, è chiamata alla pienezza del Cielo. Là, completamente trasformata dalla risurrezione di Cristo, non esisteranno più le sue fragilità, le sue oscurità né le sue patologie. Là l’essere autentico di quella persona brillerà con tutta la sua potenza di bene e di bellezza. Questo altresì ci permette, in mezzo ai fastidi di questa terra, di contemplare quella persona con uno sguardo soprannaturale, alla luce della speranza, e attendere quella pienezza che un giorno riceverà nel Regno celeste, benché ora non sia visibile. (AL 116-117).

Alessandro Cortesi op

III domenica di Quaresima – anno B – 2021

Es 20,1-17; 1 Cor 1,22-25; Gv 2,13-25

La prima lettura accompagna a scorgere un’altra tappa della storia della salvezza dopo l’alleanza con Noè e la legatura di Isacco. E’ il dono della legge a Mosè nel cammino dell’esodo. Le dieci parole sono da leggere alla luce di quella inziale: “Io sono il Signore, tuo Dio che ti ha fatto uscire dal paese d’Egitto, dalla condizione di schiavitù”. Le dieci parole infatti indicano che tutta la vita può divenire luogo di una relazione viva con il Dio vicino. E’ lui il liberatore che ha ascoltato il grido di Israele oppresso traendoli fuori dalla schiavitù per aprirgli una strada di incontro e di libertà. La relazione nuova con lui trova espressione nelle prime tre parole. Le altre sette parole riguardano una nuova relazione con gli altri, di rispetto, di giustizia, di accoglienza. I cosiddetti ‘comandamenti’ non sono quindi una legge a cui sentirsi sottoposti, ma sono invito e apertura di una via per rispondere ad una chiamata di amore. Chiedono di liberarsi dagli idoli che occupano la vita e aprirsi al servizio a Dio e agli altri quale compimento di umanità.

L’episodio della cacciata dei venditori dal tempio è posto dal IV vangelo all’inizio della attività pubblica di Gesù, nei giorni della festa di Pasqua. E’ così un momento che anticipa l’intero cammino di Gesù. Fu proprio questo suo gesto uno dei motivi che suscitarono l’ostilità dei sacerdoti e capi di Gerusalemme.

Rovesciare i tavoli dei venditori è certamente una critica ad un modo di vivere un culto separato dalla vita, è accusa di tradire il significato del tempio, segno della presenza di Dio vicina. Ma questo gesto reca in sè anche un messaggio di superamento del tempio stesso. E’ infatti un segno tipico dell’agire profetico che evoca un tempo nuovo ormai iniziato: Dio infatti cerca credenti che lo adorino non in un tempio o in un altro luogo ma ‘in spirito e verità’ (cfr. Gv 4,21-24). Le parole di Gesù sono indicative del significato del gesto: “Distruggete questo tempio e in tre giorni lo farò risorgere” e l’evangelista osserva: “ma egli parlava del tempio del suo corpo (…) Quando poi fu risuscitato dai morti, i suoi discepoli si ricordarono  che aveva detto questo, e credettero alla Scrittura e alla parola detta da Gesù”. ‘Ricordare’ nel linguaggio giovanneo indica non solo una ricondurre alla memoria , ma ben più un comprendere il senso profondo dell’agire di Gesù, per la nostra salvezza, alla luce della risurrezione.

L’intero IV vangelo conduce il lettore in un cammino del ‘credere’, che si connota come ‘credere in’ Gesù. Il segno del tempio è un segno che rinvia alla sua persona ed invita a scorgere d’ora in poi in lui la possibilità di accesso al Padre non su questo o su un altro monte ma nello Spirito. Con Gesù è giunto il tempo di un culto in spirito e verità che non divide e pone gli uni contro gli altri. La gloria di Dio per Giovanni si manifesta sul volto del crocifisso che manifesta il dono e l’amore fino alla fine quale volto più autentico di Dio.

Nel rapporto con lui che possiamo trovare il senso profondo delle dieci parole, dei suoi comandamenti: “Se mi amate osserverete i miei comandamenti…. Voi siete miei amici perché fate quello che vi comando” (Gv 14,15; 15,14).

Alessandro Cortesi op

Fratelli tutti

“Per renderci conto di dove stia per recarsi Francesco occorre tracciare una croce sul blocco eurasiatico: il primo tratto di penna, quello verticale, unisce Mosca e lo stretto di Hormuz, lo sbocco oceanico del Golfo Persico. Il secondo tratto di penna, quello orizzontale, collega Teheran e Palermo, il centro del Mediterraneo. Ecco, Francesco si reca nel punto geografico dove queste due linee si intersecano, dunque nel luogo cruciale di tutti gli appetiti, perché chi controlla quel luogo controlla il blocco eurasiatico. Francesco ci va da costruttore di pace, all’insegna di uno slogan rivoluzionario: ‘siete tutti fratelli’”. (Riccardo Cristiano, L’ultima sfida di Bergoglio. Sulle orme di Abramo per invocare la fratellanza, Reset 2.03.21)

Papa Francesco svolge in questi giorni uno storico viaggio in Irak: il programma prevede una prima tappa a Baghdad il 5 marzo con l’incontro con il presidente della Repubblica Barham Salih e le autorità civili. Poi nella cattedrale siro-cattolica di Nostra Signora della salvezza un primo incontro con la comunità cristiana. Importante tappa sarà il giorno seguente, 6 marzo a Najaf, città santa dei mussulmani sciiti, dove è previsto l’incontro con il grande ayatollah Al-Sistani. Da lì lo spostamento a Nassiriya, per un incontro interreligioso nella pianura di Ur luogo che la tradizione indica come punto di partenza del cammino di Abramo. La sera ancora Baghdad per una s.Messa nella cattedrale caldea di San Giuseppe.  Il 7 marzo il papa si sposterà a Erbil, città nel Kurdistan irakeno, luogo dove hanno trovato rifugio moltissimi profughi dalla piana di Mosul quando l’Isis ha devastato quelle regioni. Nei pressi di Erbil sorgono i campi profughi che hanno accolto i rifugiati dall’Irak e poi molti siriani fuggiti dalla Siria nel 2015. Da qui il trasferimento a Mosul e a Qaraqosh città dove erano presenti comunità cristiane prima della conquista dell’Isis e dove ora con grande fatica si sta avviando la ricostruzione delle città devastate. Di qui a Baghdad e il rientro  a Roma.

Il viaggio del papa  è un gesto coraggioso e portatore di un messaggio essenziale ed esigente in un quadro geopolitico segnato da diversi imperialismi che si stanno fronteggiando. La terra di Irak è stata da decenni luogo di guerra che ha visto la grande devastazione operata dalla guerra condotta dagli USA e dagli eserciti occidentali che con la pretesa di portare la pace e democrazia hanno fatto il deserto. Nella terra di Irak si sono incrociate e si incrociano oggi più che mai le linee di dominio degli imperialismi diversi: quelli sauditi e iraniani khomeinisti, quelli turchi, russi e cinesi. Sono tutti progetti di dominio che si servono di strategie economiche e militari senza scrupoli. Quella terra trasuda la sofferenza dovuta a progetti di conquista militare-religiosa in cui la religione è stata e continua ad essere ragione e strumento di guerra, morte e devastazione. L’Irak è una terra ricchissima per le ricchezze del sottosuolo, che però vengono sfruttate altrove e non portano ad un benessere per la popolazione segnata da una disoccupazione  assai elevata  e dalla condizione di povertà per circa un terzo degli abitanti.

In particolare l’incontro del papa a Najaf può essere una tappa importante per una convergenza anche della comunità sciita rappresentata dal suo capo spirituale Al Sistani (che si distingue per non aver asseondato la linea della teocrazia khomeinista in Iran) attorno alle linee della dichiarazione sulla fratellanza umana sottoscritta due anni fa ad Abu Dhabi da Francesco e dall’imam Al Tayyeb del Cairo, figura di riferimento della corrente dell’Islam sunnita. Il messaggio ‘fratelli tutti’ indica come gli estremismi che si basano sulle religioni o si servono di motivazioni religiose siano da condannare. Quella dichiarazione redatta “In nome degli orfani, delle vedove, dei rifugiati e degli esiliati dalle loro dimore e dai loro paesi; di tutte le vittime delle guerre, delle persecuzioni e delle ingiustizie; dei deboli, di quanti vivono nella paura, dei prigionieri di guerra e dei torturati in qualsiasi parte del mondo, senza distinzione alcuna. In nome dei popoli che hanno perso la sicurezza, la pace e la comune convivenza, divenendo vittime delle distruzioni, delle rovine e delle guerre” presentava un appello accorato: “dichiariamo – fermamente – che le religioni non incitano mai alla guerra e non sollecitano sentimenti di odio, ostilità, estremismo, né invitano alla violenza o allo spargimento di sangue. Queste sciagure sono frutto della deviazione dagli insegnamenti religiosi, dell’uso politico delle religioni e anche delle interpretazioni di gruppi di uomini di religione che hanno abusato – in alcune fasi della storia – dell’influenza del sentimento religioso sui cuori degli uomini per portali a compiere ciò che non ha nulla a che vedere con la verità della religione, per realizzare fini politici e economici mondani e miopi. Per questo noi chiediamo a tutti di cessare di strumentalizzare le religioni per incitare all’odio, alla violenza, all’estremismo e al fanatismo cieco e di smettere di usare il nome di Dio per giustificare atti di omicidio, di esilio, di terrorismo e di oppressione. Lo chiediamo per la nostra fede comune in Dio, che non ha creato gli uomini per essere uccisi o per scontrarsi tra di loro e neppure per essere torturati o umiliati nella loro vita e nella loro esistenza. Infatti Dio, l’Onnipotente, non ha bisogno di essere difeso da nessuno e non vuole che il Suo nome venga usato per terrorizzare la gente”.

E richiamava anche le linee di riconosicmento della libertà religiosa: “La libertà è un diritto di ogni persona: ciascuno gode della libertà di credo, di pensiero, di espressione e di azione. Il pluralismo e le diversità di religione, di colore, di sesso, di razza e di lingua sono una sapiente volontà divina, con la quale Dio ha creato gli esseri umani. Questa Sapienza divina è l’origine da cui deriva il diritto alla libertà di credo e alla libertà di essere diversi. Per questo si condanna il fatto di costringere la gente ad aderire a una certa religione o a una certa cultura, come pure di imporre uno stile di civiltà che gli altri non accettano”.

Il viaggio di Francesco ed in particolare l’incontro interreligioso di Ur costituiscono un segno profetico: il riconosciemnto di essere fratelli e sorelle implica la costruzione di una cittadinanza in cui riconoscere la dignità di cittadini in una convivenza che può essere plurale, come proprio le società orientali hanno sperimentato nella storia ed esprimono nella sensibilità dei poveri. In tale prospettiva Antoine Courban, intellettuale libanese cristiano ortodosso, docente all’Università dei gesuiti Saint Joseph a Beirut osserva:

“io vedo in questa decisione di Francesco di visitare l’Iraq e di recarsi a Ur come un segno dello Spirito Santo. Il cammino di Abramo, seguendo la volontà di Dio, lo ha condotto da Ur alle coste del Mediterraneo. La cartina spirituale del cammino di Abramo ci indica, ci spiega la cartina geopolitica di oggi. Sia il cammino di Abramo che la realtà geopolitica fanno della Mesopotamia la vera “chiusura strategica”, o il “Gate”, del Mediterraneo. Le chiavi per la pace mediterranea sono lì. Sono due cartine diverse, certamente, ma che si accavallano perfettamente e divengono inseparabili. Senza pace nell’antica Mesopotamia non c’è pace nel Mediterraneo, e le parole “cittadini” e “fratelli” sono una parola sola, cioè la chiave di lettura e soluzione di tanti problemi. Questa è la prospettiva di pace che comporta e implica, infatti è incompatibile con identitarismi o progetti settari e miliziani. Questo lo vediamo in tutti i drammi mediterranei e lo indica proprio il senso della scelta di Abramo: i figli di Abramo, cioè ebrei, cristiani e musulmani, sanno che loro padre non ha fondato una religione, ha sentito Dio dirgli “fai così” e lui ha agito con “fede e fiducia”. Fede e fiducia nell’unico Dio di tutti i figli di Abramo, questo è il messaggio di Abramo, quello che va ricordato a tutti i suoi figli”. (R.Cristiano, Intervista a Antoine Courban Senza pace in Iraq non c’è pace nel Mediterraneo. Courban spiega il viaggio del papa, Formiche.net 27.02.21).

Alessandro Cortesi op

XXX domenica tempo ordinario – anno A – 2020

Una inquadratura dal film ‘Il vangelo secondo Matteo’ di Pier Paolo Pasolini

Es 22,21-27; 1Tess 1,5-10; Mt 22,34-40

Negli ultimi capitoli del suo vangelo, Matteo, dopo aver narrato l’ingresso di Gesù a Gerusalemme (cap. 21) raccoglie una serie di controversie in cui Gesù è interrogato e messo alla prova da diverse categorie di persone che costituiscono le élites religiose e i capi del popolo. Al cap. 22 dopo la questione del tributo a Cesare suscitata da farisei e erodiani e quella sulla risurrezione sulla quale Gesù è provocato dai sadducei, gli viene posta una questione discussa su cui non c’era accordo tra le scuole: quale il più grande comandamento della legge.

La legge era sintetizzata nelle dieci parole dell’alleanza: tuttavia la tradizione aveva aggiunto ai dieci comandamenti centinaia di precetti (613 comandamenti) che costituivano nell’immaginario religioso una sorta di siepe per proteggere l’osservanza del nucleo della legge stessa. Erano norme che regolavano tutti i momenti della vita. Ma varie erano le proposte ad individuare il nucleo della legge stessa: «Maestro, nella Legge, qual è il grande comandamento?» è la domanda che gli viene posta.

Gesù risponde in piena fedeltà al testo biblico e riprende due versetti presenti nei libri della Torah. II primo è un testo tratto dal Deuteronomio che richiama la fondamentale professione di fede che veniva ripetuta più volte al giorno nella preghiera dello Shemà: ‘ascolta Israele… amerai il Signore Dio con tutto il cuore… il Signore è uno’.

“Ascolta, Israele: il Signore è il nostro Dio, unico è il Signore. Tu amerai il Signore, tuo Dio, con tutto il cuore, con tutta l’anima e con tutte le forze. Questi precetti che oggi ti do, ti stiano fissi nel cuore” (Dt 6,4-5).

Si tratta del comandamento che richiama a riferire la vita in tutte le sue dimensioni a Dio quale unico Signore dell’esistenza. E’ il primo comandamento perché richiama l’affidamento al Dio dell’alleanza, e chiede di non avere altri idoli nella vita ma riconoscere un solo Signore a cui affidarsi. E’ un comandamento riconosciuto e su cui si era articolata una vasta tradizione di pratiche e osservanze.

Gesù richiama all’amare Dio che è al cuore di questo comandamento: non sempre amare Dio corrisponde con le forme dei sacrifici, delle offerte delle preghiere e devozione praticati per offrire un culto che può essere scisso dalla vita.

La prassi cultuale e liturgica ha una grande forza nel far sentire a posto con Dio e gratificati nell’aver compiuto opere  questo. Spesso è limitata ad aspetti esteriori senza coinvolgimento e può essere una forma di tranquillizzazione della coscienza dal momento che svolgere liturgie, preghiere o devozioni non turba particolarmente la vita e non genera di per sè cambiamenti nelle scelte e nell’operare. Gesù a tal riguardo condivideva la critica aspra dei profeti in Israele: essi sollevavano l’accusa ad un culto vuoto fatto di sacrifici e offerte mentre la vita va in altre direzioni e viene praticata la disonestà, l’ingiustizia andando contro la volontà di Dio.

Gesù per questo aggiunge nella sua risposta il riferimento ad un altro comandamento. E riprende a tal riguardo un altro versetto biblico dal libro del Levitico: “Non ti vendicherai e non serberai rancore contro i figli del tuo popolo, ma amerai il tuo prossimo come te stesso. Io sono il Signore” (Lev 19,18). Richiama quindi non qualcosa di nuovo, bensì un orientamento che era ben presente nella tradizione biblica: non si può amare Dio se insieme non si vivono relazioni nuove di autentico amore verso il prossimo. I rapporti con gli altri sono il luogo di verifica dell’amore verso Dio.

Gesù, pienamente inserito nella fede d’Israele riconduce alla profondità della alleanza. Questo secondo comandamento, dice Gesù, è simile al primo. Il secondo comandamento è simile al primo in quanto ne è la trasparenza. In tal senso Gesù riporta tutta la questione sul più grande dei comandamenti ad una radicalità che interroga su di una prassi diversa. Gesù non è preoccupato di elaborare una teoria della morale o una costruzione teologica. Piuttosto chiede una prassi coerente in cui l’amore verso Dio si verificato nell’amore verso gli altri, in un unico e inscindibile movimento.

Da questi due comandamenti dipendono tutta la legge e i profeti: legge e profeti indicano tutta la Scrittura ebraica che è testimonianza dell’incontro di Dio che ha fatto alleanza con Israele e coinvolge in una storia di libertà.

Chi attua gesti di ascolto, accoglienza, cura, accompagnamento verso gli altri attua già in questo l’amore di Dio. E’ liberante ed è l’indicazione di Gesù sapere che dove ‘avete fatto qualcosa ad uno dei fratelli più piccoli’ lì c’è già incontro con Dio e amore per Lui. Questo fa superare la mentalità di chisura e di oppressione della religione per aprirsi all’incontro con Dio che coinvolge la fede e si attua nel rapporto con gli altri. E chi desidera coltivare l’amore di Dio è invitato a porre in pratica scelte di gratuità e attenzione verso gli altri. 

In questa sua risposta Gesù pone una critica ad un modo di intendere la fede come legata a tutte quelle tradizioni di uomini che finiscono per oscurare le esigenze prime della  fedeltà a Dio. E’ ciò che accadeva ai suoi tempi ed è ciò che accade oggi.

In questo senso Gesù comunica anche una immagine di Dio diversa dal Dio di una religione del culto e dell’appartenenza culturale e ripropone il volto del Dio dell’Esodo e dell’alleanza, il Dio che ascolta il grido dei poveri e delle vittime e scende a liberarli per aprire percorsi di libertà nell’amore che si prende carico dell’altro.

Può essere interessante ricordare a tal proposito quanto Paolo dice nella lettera ai Galati “Voi infatti… siete stati chiamati a libertà. Che questa libertà non divenga però un pretesto per la carne; mediante l’amore siate invece a servizio gli uni degli altri. Tutta la Legge infatti trova la sua pienezza in un solo precetto: Amerai il tuo prossimo come te stesso”.

Alessandro Cortesi op

Fanatismo e fede

Abbiamo assistito attoniti in questi ultimi giorni all’uccisione compiuta in modo crudele di Samuel Paty professore di storia alla periferia di Parigi, colpevole per il suo assassino di aver mostrato a lezione ai suoi studenti le vignette satiriche su Maometto. Chi ha compiuto quel gesto efferato l’ha accompagnato con l’invocazione al nome di Dio, nella pretesa che la soppressione di una vita fosse un gesto di fedeltà e culto a Dio.

E’  un fatto su cui riflettere: c’è infatti il rischio di indignarsi solo momentaneamente o di derubricare gesti come questo come una radicalizzazione religiosa senza considerare le sue profonde implicazioni e senza porre il problema su cosa fare per contrastare tale violenza che si connette alla religione. Compare benché invano, il nome di Dio. Benché le tradizioni religiose siano fonti di opposizione alla violenza nella storia tuttavia la violenza si è accompagnata alla religione in varie modalità, e ciò va considerato attentamente.

Le osservazioni di un possono essere d’aiuto ad indicare alcune questioni in gioco.

In una recente intervista a Le Monde (19.10.20) Adrien Candiard, domenicano francese autore del testo Comprendre l’islam. Ou plutôt: pourquoi on n’y comprend rien (Flammarion, 2016) ha offerto una serie di interessanti spunti. Osserva come i gesti di fanatismo religioso spesso sono accostati da un punto di vista meramente sociologico e psicologico. In questa linea essi costituirebbero espressioni di un eccesso di religione e la loro cura si porrebbe nella linea di ridurre l’attenzione alla dimensione religiosa nell’educazione e nella vita pubblica.

Candiard critica tale approccio e propone una lettura diversa: “C’è … una diagnosi sbagliata nel fatto di non affrontare il fanatismo come un errore religioso, ma di affrontarlo solo come una devianza sociale o psicologica”. Propone di scorgere nei gesti dei fanatici religiosi un errore che tocca aspetti al cuore dell’esperienza religiosa:  “il principale errore teologico del fanatismo è non lasciare spazio alla fede. Dietro il costante riferimento a Dio, c’è una sostituzione di Dio con altri oggetti, come il culto o i comandamenti, che certo fanno parte della pratica religiosa, ma non sono Dio. Questi oggetti finiti e limitati sono pertanto considerati come assoluti e illimitati, e questo è un errore teologico ben conosciuto sotto il nome di idolatria”.

Il fanatismo costituisce quindi un orientamento idolatrico. Si oppone radicalmente ad un accostamento sincero al volto di Dio perché opera una sostituzione: Dio diventa un idolo. Si può pensare al vitello d’oro, ma anche a tutte le immagini di Dio elaborate da uomini in costruzioni teologiche considerate assolute, oppure l’idolatria per un sistema sacrale e religioso di cui si pretende di essere detentori.

Candiard preferisce utilizzare il termine fanatismo rispetto ad altri (come fondamentalismo o integralismo) spiegando che non indica una radicalità. Chi uccide o mette le bombe non è un religioso radicale ma qualcuno che ha sostituito Dio con una costruzione religiosa umana di cui si titiene detentore e possessore: “La caratteristica del fanatismo non è andare fino in fondo nelle cose, ma deviarle”.  

Per contrastare tale fanatismo suggerisce di intraprendere nuove vie che tengano conto di questioni specificamente teologiche: “bisogna smetterla di fare come se la religione non esistesse… Bisogna riaffermare che le religioni portano, anch’esse, delle riflessioni razionali e che, quando si formano delle menti al pensiero critico, esse non possono essere escluse dall’insegnamento. Bisogna preparare gli alunni ad affrontare e a prendere sul serio i discorsi teologici”.

Sono temi che andrebbero affrontati anche in una considerazione nella educazione scolastica a livello pubblico per poter contribuire alla formazione di un pensiero critico e di comprensione seria dell’esperienza religiosa e – aggiungerei – della distinzione fondamentale tra religione e fede su cui oggi si può notare una incomprensione generalizzata. La violenza in nome di Dio che è idolatria provoca a riflettere su come estirparla senza entrare nella medesima logica di aggressione, di intolleranza e di repressione cieca rispetto alle esigenze educative.     

Smettere di essere proprietari di Dio, accettare di disfarsi delle difese armate e di un’attitudine aggressiva, aprirsi alla sfida del dialogo, riconoscere la dignità dell’altro: è questo un orizzonte di impegno che rimane aperto e richiama a quell’unico e più grande comandamento “Amerai Dio… amerai il prossimo tuo…”.

Alessandro Cortesi  op

SPUNTI PER UN APPROFONDIMENTO: Ma chi sono i farisei?

“Se riconosciamo che gli ebrei di oggi si sentono discendenti dei farisei allora dobbiamo capire che non possiamo parlare male dei progenitori dei nostri amici. Noi vogliamo poterne parlare su una base più veritiera e con un amore vero per l’altro”. (Joseph Sievers, docente di storia e letteratura giudaica al Pontificio Istituto Biblico)

Qui di seguito una parte del testo del saluto di papa Francesco ad un convegno internazionale tenutosi nel 2019 promosso dal Pontificio Istituto Biblico sul tema Gesù ed i farisei. Un riesame interdisciplinare

(…) Do il benvenuto ai partecipanti al Convegno su “Gesù e i Farisei. Un riesame interdisciplinare”, che intende affrontare una domanda specifica e importante per il nostro tempo e si presenta come un risultato diretto della Dichiarazione Nostra aetate. Esso si propone di capire i racconti, a volte polemici, riguardanti i Farisei nel Nuovo Testamento e in altre fonti antiche. Inoltre, affronta la storia delle interpretazioni erudite e popolari tra ebrei e cristiani. Tra i cristiani e nella società secolare, in diverse lingue la parola “fariseo” spesso significa “persona ipocrita” o “presuntuoso”. Per molti ebrei, tuttavia, i Farisei sono i fondatori del giudaismo rabbinico e quindi i loro antenati spirituali.

La storia dell’interpretazione ha favorito immagini negative dei Farisei, anche senza una base concreta nei resoconti evangelici. E spesso, nel corso del tempo, tale visione è stata attribuita dai cristiani agli ebrei in generale. Nel nostro mondo, tali stereotipi negativi sono diventati purtroppo molto comuni. Uno degli stereotipi più antichi e più dannosi è proprio quello di “fariseo”, specialmente se usato per mettere gli ebrei in una luce negativa.

Recenti studi riconoscono che oggi sappiamo meno dei Farisei di quanto pensassero le generazioni precedenti. Siamo meno certi delle loro origini e di molti dei loro insegnamenti e delle loro pratiche. Pertanto, la ricerca interdisciplinare su questioni letterarie e storiche riguardanti i Farisei affrontate da questo convegno aiuterà ad acquisire una visione più veritiera di questo gruppo religioso, contribuendo anche a combattere l’antisemitismo.

Se prendiamo in considerazione il Nuovo Testamento, vediamo che San Paolo annovera tra quelli che una volta, prima di incontrare il Signore Gesù, erano i suoi motivi di vanto anche il fatto di essere «quanto alla Legge, fariseo» (Fil 3, 5).

Gesù ha avuto molte discussioni con i Farisei su preoccupazioni comuni. Ha condiviso con loro la fede nella risurrezione (cfr. Mc 12, 18-27) e ha accettato altri aspetti della loro interpretazione della Torah. Se il libro degli Atti degli Apostoli asserisce che alcuni Farisei si unirono ai seguaci di Gesù a Gerusalemme (cfr. 15, 5), significa che doveva esserci molto in comune tra Gesù e i Farisei. Lo stesso libro presenta Gamaliele, un leaderdei Farisei, che difende Pietro e Giovanni (cfr. 5, 34-39).

Tra i momenti più significativi del Vangelo di Giovanni c’è l’incontro di Gesù con un fariseo di nome Nicodemo, uno dei capi dei Giudei (cfr. 3, 1). È a Nicodemo che Gesù spiega: «Dio ha tanto amato il mondo da dare il Figlio unigenito, perché chiunque crede in lui non vada perduto, ma abbia la vita eterna (3, 16). E Nicodemo difenderà Gesù prima di un’assemblea (cfr. Gv 7, 50-51) e assisterà alla sua sepoltura (cfr. Gv 19, 39). Comunque si consideri Nicodemo, è chiaro che i vari stereotipi sui Farisei non si applicano a lui, né trovano conferma altrove nel Vangelo di Giovanni.

Un altro incontro tra Gesù e i capi religiosi del suo tempo è riportato in modi diversi nei Vangeli sinottici. Ciò riguarda la questione del “grande” o “primo comandamento”. Nel Vangelo di Marco (cfr. 12, 28-34) la domanda viene posta da uno scriba, non diversamente identificato, che instaura un dialogo rispettoso con un insegnante. Secondo Matteo, lo scriba diventa un fariseo che stava cercando di mettere alla prova Gesù (cfr. 22, 34-35). Secondo Marco, Gesù conclude dicendo: «Non sei lontano dal regno di Dio» (12, 34), indicando così l’alta stima che Gesù ha avuto per quei capi religiosi che erano davvero “vicini al regno di Dio”.

Rabbi Aqiba, uno dei rabbini più famosi del secondo secolo, erede dell’insegnamento dei Farisei (S. Eusebii Hieronymi, Commentarii in Isaiam, III, 8: pl 24, 119.), indicava il passo di Lv 19, 18: «amerai il tuo prossimo come te stesso» come un grande principio della Torah (Sifra su Levitico 19, 18; Genesi Rabba 24, 7 su Gen 5, 1). Secondo la tradizione, egli morì come martire con sulle labbra lo Shemà, che include il comandamento di amare il Signore con tutto il cuore, l’anima e la forza (cfr. Dt 6, 4-5. Testo originale e versione italiana in Talmud Babilonese, Trattato Berakhòt, 61 b, Tomo ii, a cura di D. G. Di Segni, Giuntina, Firenze 2017, pp. 326-327). Pertanto, per quanto possiamo sapere, egli sarebbe stato in sostanziale sintonia con Gesù e il suo interlocutore scriba o fariseo. Allo stesso modo, la cosiddetta regola d’oro (cfr. Mt 7, 12), anche se in diverse formulazioni, è attribuita non solo a Gesù, ma anche al suo contemporaneo più anziano Hillel, di solito considerato uno dei principali Farisei del suo tempo. Tale regola è già presente nel libro deuterocanonico di Tobia (cfr. 4, 15).

Quindi, l’amore per il prossimo costituisce un indicatore significativo per riconoscere le affinità tra Gesù e i suoi interlocutori Farisei. Esso costituisce certamente una base importante per qualsiasi dialogo, specialmente tra ebrei e cristiani, anche oggi.

In effetti, per amare meglio i nostri vicini, abbiamo bisogno di conoscerli, e per sapere chi sono spesso dobbiamo trovare il modo di superare antichi pregiudizi. Per questo, il vostro convegno, mettendo in relazione fedi e discipline nel suo intento di giungere a una comprensione più matura e accurata dei Farisei, permetterà di presentarli in modo più appropriato nell’insegnamento e nella predicazione. Sono sicuro che tali studi, e le nuove vie che apriranno, contribuiranno positivamente alle relazioni tra ebrei e cristiani, in vista di un dialogo sempre più profondo e fraterno. Possa trovare un’ampia risonanza dentro e fuori la Chiesa Cattolica, e al vostro lavoro possano essere concesse abbondanti benedizioni dall’Altissimo o, come direbbero molti dei nostri fratelli e sorelle ebrei, da Hashèm. Grazie”.

XXVII domenica tempo ordinario – anno A – 2020

Is 5,1-7; Fil 4,6-9; Mt 21,33-43

“Il mio diletto possedeva una vigna sopra un fertile colle. Egli l’aveva dissodata e sgombrata dai sassi e vi aveva piantato viti pregiate… Egli aspettò che producesse uva, essa produsse invece, acini acerbi … che cosa dovevo fare ancora alla mia vigna che io non abbia fatto? Ebbene la vigna del Signore…  è la casa di Israele”

In una bellissimo poema Isaia evoca l’immagine della vigna, un’immagine centrale del Primo Testamento che parla di cura, di dedizione e di amore: ‘che cosa dovevo fare ancora alla mia vigna che io non abbia fatto?’. Anche nel Cantico dei cantici la vigna è simbolo utilizzato per parlare dell’amore: la amata infatti è indicata come ‘vigna in fiore’. La vigna diviene così simbolo del popolo d’Israele.

Il poema di Isaia inizia con una descrizione serena della vigna e del lavoro che il ‘diletto’ vi svolge. E’ una descrizione di pace e operosità. Parla della cura amorosa con cui la vigna è coltivata con attenzione a tutti i particolari. Ma nonostante la fatica della coltivazione la vigna produce solo acini acerbi. Sorge allora la delusione e il senso di fallimento: il riferimento è al rapporto tra il popolo di Israele e il suo Dio.

L’autore del poema gioca con le parole per descrivere il capovolgimento delle attese: anziché attuazione del diritto (mishpat) vi è spargimento di sangue innocente (mispah), al posto della giustizia (sedaqah) c’è il grido degli oppressi (se’aqah). Isaia è un grande poeta: tratteggia una drammatica vicenda di infedeltà da parte del popolo d’Israele. L’attesa paziente di Dio che si è preso cura del suo popolo viene delusa.

Il tema della vigna che rappresenta Israele è presente anche nel libro di Osea (10,1) ed è ripreso da Geremia: “Io ti avevo piantato come vigna scelta, tutta di vitigni genuini; ora, come mai ti sei mutata in tralci degeneri di vigna bastarda?” (Ger 2,21). Geremia presenta la denuncia da parte di Dio dell’infedeltà di Israele. Ma anche presenta ancora il desiderio di Dio di racimolare un resto che sia in grado di ascoltarlo: “’Racimolate, racimolate come una vigna il resto di Israele; stendi ancora la tua mano come un vendemmiatore verso i suoi tralci’. A chi parlerò e chi scongiurerò perché mi ascoltino?” (Ger 6,9) La vigna-popolo di Israele è chiamata ad ascoltare la parola di Dio e la cura di Dio è in vista di questo ascolto. Tale vigna è stata devastata da cattivi pastori che hanno reso il campo prediletto un deserto isolato (Ger 12,10).

Anche Ezechiele usa questa immagine in un poema in cui il legno della vite viene messo a bruciare sul fuoco, simbolo dell’inutilità dei comportamenti degli abitanti di Gerusalemme infedeli al Signore (Ez 15,1-8). Viene evocata la vigna rigogliosa sradicata e trapiantata nel deserto, con rinvio all’esperienza dell’esilio (Ez 17,1-10; 19,10-14) e il profeta richiama alla fedeltà a Jahwè. Egli è signore di tutti gli alberi: “Io sono il Signore, che umilio l’albero alto e innalzo l’albero basso; faccio seccare l’albero verde e germogliare l’albero secco. Io, il Signore, ho parlato e lo farò” (Ez 17,24).

Isaia presenta una prospettiva nuova nel rapporto tra la vigna e il suo guardiano: “Io il Signore, ne sono il guardiano, a ogni istante la irrigo; per timore che la si danneggi, ne ho cura notte e giorno. Io non sono in collera. Vi fossero rovi e pruni, muoverei loro guerra, li brucerei tutti insieme. Oppure meglio, si afferri alla mia protezione, faccia la pace con me, con me faccia la pace!” (Is 27,2-5)

La prospettiva finale è di pace, di riconciliazione e di speranza: un ritorno in cui sarà il Signore a raccogliere tutti i suoi figli dispersi e questi ‘si prostreranno al Signore, sul monte santo, in Gerusalemme’ (Is 27,13).

L’immagine della vigna è ripresa da Gesù nella parabola dei vignaioli omicidi che si connota come una allegoria: nel racconto è presentata una vicenda di amore e cura da parte di un uomo che ha piantato e lavorato la vigna prima di darla in affitto a dei contadini andandosene lontano. Ma si attua per contro una vicenda di ingiustizia e di rifiuto. I servi mandati dal padrone per raccogliere i frutti vengono bastonati, uccisi lapidati. Traspare in questi riferimenti la denuncia dei capi del popolo di Israele, i detentori del potere religioso, che pretendono di farsi padroni della vigna e rifiutano gli inviati del padrone – di Dio stesso – cioè i suoi profeti. “Da ultimo mandò loro il proprio figlio dicendo: “Avranno rispetto per mio figlio!”. Ma i contadini,… dissero tra loro: “Costui è l’erede. Su, uccidiamolo”.

E’ una parola chiara di denuncia da parte di Gesù rivolta a coloro che stanno tramando contro di lui. La parabola si chiude con una domanda “Quando verrà dunque il padrone della vigna, che cosa farà a quei contadini?” La vigna verrà data ad altri. Su tutto prevale una storia di fedeltà, la fedeltà del servo e del figlio. La vigna sarà data ad altri vignaioli, eppure essa rimarrà sempre quella vigna di Israele, la vigna delle promesse senza pentimento da parte di Dio.

Il centro della parabola sta nell’annuncio della fedeltà di amore di Dio: nonostante il rifiuto ripropone all’umanità il suo dono, la salvezza. E Gesù stesso, la pietra scartata dai costruttori, diverrà pietra fondamentale di una nuova costruzione. Sarà una costruzione in cui al centro dovranno essere gli esclusi perché Dio prende la pietra scartata e la fa pietra d’angolo. Sarà una comunità fatta di esclusi e non di esclusione.

“Hai sradicato una vite dall’Egitto, hai scacciato le genti e l’hai trapiantata. Le hai preparato il terreno, hai affondato le sue radici ed essa ha riempito la terra. La sua ombra copriva le montagne e i suoi rami i cedri più alti. Ha esteso i suoi tralci fino al mare, arrivavano al fiume i suoi germogli… Dio degli eserciti ritorna! guarda dal cielo e vedi e visita questa vigna, proteggi quello che la tua destra ha piantato, il figlio dell’uomo che per te hai reso forte” (Sal 80,9-16)

E’ Gesù, dirà il quarto vangelo, la vite fedele che porta frutti: ‘Io sono la vite, voi i tralci. Chi rimane in  me e io in lui, fa molto frutto, perché senza di me non potete far nulla’ (Gv 15,5).

Alessandro Cortesi op

La pietra scartata

“La pandemia ci ha dimostrato che non possiamo vivere senza l’altro, o peggio ancora, l’uno contro l’altro”. Non hanno avuto un’eco sui media ma le parole che papa Francesco ha espresso nel suo videomessaggio in occasione della 75a sessione dell’Assemblea dell’ONU il 25 settembre us sono state un appello di grande forza che potrebbe costituire una traccia di impegni urgenti da assumere a livello globale.

Ha richiamato innanzitutto la peculiarità di questo tempo di pandemia che provoca ad un cambiamento e ad un ripensamento di tanti aspetti della vita dei popoli, senza facili ottimismi e con un forte richiamo alla responsabilità:

“La pandemia ci chiama, infatti, ‘a cogliere questo tempo di prova come un tempo di scelta. […]: il tempo di scegliere che cosa conta e che cosa passa, di separare ciò che è necessario da ciò che non lo è’. Può rappresentare un’opportunità reale per la conversione, la trasformazione, per ripensare il nostro stile di vita e i nostri sistemi economici e sociali, che stanno aumentando le distanze tra poveri e ricchi, a seguito di un’ingiusta ripartizione delle risorse. Ma può anche essere una possibilità per una «ritirata difensiva» con caratteristiche individualistiche ed elitarie”.

Ha poi richiamato alcune lezioni della pandemia ponendo in luce come l’ambito della sanità, delle politiche del lavoro e dell’attenzione ai diritti umani siano i luoghi che richiamano ad un cambiamento di fondo: ha proposto di far sì che “tutti abbiano possibilità di accesso a cure e assistenza nella salute pubblica per realizzare il diritto di ogni persona alle cure mediche di base (…) E se bisogna privilegiare qualcuno, che sia il più povero, il più vulnerabile, chi generalmente viene discriminato perché non ha né potere né risorse economiche”.

Ha poi richiamato alla solidarietà non come ‘parola o promessa vana’ focalizzando in particolare l’ambito del lavoro: “È particolarmente necessario trovare nuove forme di lavoro che siano davvero capaci di soddisfare il potenziale umano e che al tempo stesso affermino la nostra dignità. Per garantire un lavoro dignitoso occorre cambiare il paradigma economico dominante che cerca solo di aumentare gli utili delle imprese”.

Un ‘cambio di rotta’ è richiesto da perseguire in netto contrasto con la cultura dello scarto, per cui vengono sistematicamente violati diritti fondamentali delle persone. Nel messaggio si osserva che in questi anni le crisi umanitarie sono divenute stabili e i conflitti nel mondo e l’uso di armi generano conseguenze drammatiche sulle popolazioni.

Una particolare attenzione è per coloro che subiscono le conseguenze di conflitti e con forza è denunciata un’indifferenza intenzionale nei confronti di immani sofferenze: “Spesso, i rifugiati, i migranti e gli sfollati interni nei paesi di origine, transito e destinazione, soffrono abbandonati, senza opportunità di migliorare la loro situazione nella vita o nella loro famiglia. Fatto ancor più grave, in migliaia vengono intercettati in mare e rispediti con la forza in campi di detenzione dove sopportano torture e abusi. (…) Tutto ciò è intollerabile, ma oggi è una realtà che molti ignorano intenzionalmente!”

Il messaggio indica alcuni orizzonti di cambiamento individuando soprattutto l’urgenza di un nuovo sistema economico: “La comunità internazionale deve sforzarsi di porre fine alle ingiustizie economiche (…) Abbiamo la responsabilità di fornire assistenza per lo sviluppo alle nazioni povere e la riduzione del debito per le nazioni molto indebitate”.

Il messaggio contiene anche una indicazione di orientamento costruttivo per scorgere nel presente una occasione di cambiamento. La crisi attuale può essere anche un’opportunità perché si generi una economia che contrasti il progredire delle diseguaglianze e si generi una società più fraterna. Concretamente ciò può attuarsi nel prospettare  un sistema economico che promuova la sussidiarietà “sostenga lo sviluppo economico a livello locale e investa nell’istruzione e nelle infrastrutture a beneficio delle comunità locali”. Ed è rinnovato l’appello a ridurre, se non a condonare, il debito che grava sui bilanci dei paesi più poveri.

Viene anche indicata la necessità di ripensare la architettura finanziaria a livello globale: “’Una nuova etica presuppone l’essere consapevoli della necessità che tutti s’impegnino a lavorare insieme per chiudere i rifugi fiscali, evitare le evasioni e il riciclaggio di denaro che derubano la società, come anche per dire alle nazioni l’importanza di difendere la giustizia e il bene comune al di sopra degli interessi delle imprese e delle multinazionali più potenti’. Questo è il tempo propizio per rinnovare l’architettura finanziaria internazionale”.

E’ delineata una chiara denuncia della corsa agli armamenti e dell’uso di armi devastanti che alimentano solo l’industria bellica e la sfiducia e paura. 

“Dobbiamo chiederci se le principali minacce alla pace e alla sicurezza, come la povertà, le epidemie e il terrorismo, tra le altre, possono essere affrontate efficacemente quando la corsa agli armamenti, comprese le armi nucleari, continua a sprecare risorse preziose che sarebbe meglio utilizzare a beneficio dello sviluppo integrale dei popoli e per proteggere l’ambiente naturale”.

“Da una crisi non si esce uguali: o ne usciamo migliori o peggiori. Perciò, in questo momento critico, il nostro dovere è di ripensare il futuro della nostra casa comune e del nostro progetto comune. È un compito complesso, che richiede onestà e coerenza nel dialogo, al fine di migliorare il multilateralismo e la cooperazione tra gli Stati”.

Il messaggio si conclude con un appello: “Le Nazioni Unite sono state create per unire le nazioni, per avvicinarle, come un ponte tra i popoli; usiamolo per trasformare la sfida che stiamo affrontando in una opportunità per costruire insieme, ancora una volta, il futuro che vogliamo”.

Alessandro Cortesi op

Domenica di Pasqua – anno A – 2020

img_7779At 10,34.37-43; Col 3,1-4; Gv 20,1-9

Maria di Magdala è smarrita. Il suo uscire e partire avviene ancora nella notte ‘mentre era ancora buio’: la sua ricerca è un movimento di affetto e di nostalgia. E’ legata al passato e il buio assume una valenza simbolica come spesso nel IV vangelo. La luce può prendere il posto e chiede di essere accolta come l’alba al mattino. La sua è una ricerca addolorata del Gesù di prima. Maria rincorre il Gesù del passato e del ricordo. Solo la voce che la raggiunge pronunciando il suo nome la aprirà ad un nuovo inizio. Potrà incontrare Gesù non con i gesti di devozione nel luogo della morte, ma in una relazione vivente. Quando sente pronunciare il suo nome, quella voce conosciuta le dona luce nuova. Un nuovo giorno è iniziato. Il suo è il primo percorso del sorgere della fede. E’ lei la prima testimone.

C’è poi la corsa di Simon Pietro, il primo tra gli apostoli: anche lui corre, ma viene preceduto dal discepolo altro. Questi lo attende e per primo così Pietro entra nel sepolcro dove i segni parlano di una assenza. Vede i segni ma si ferma lì, non va oltre. I segni – suggerisce così il IV vangelo – non sono di per se stessi sufficienti per la fede. Pietro, responsabile nella comunità, è il primo ma il suo cammino nel credere è faticoso e il suo seguire Gesù è fatto di cadute, infedeltà e ritardi. Deve lasciarsi guidare da altri. C’è chi ha uno sguardo nutrito dall’amore, l’altro discepolo, che giunge prima ha uno sguardo che va oltre: il vedere dell’amore ha una precedenza e un’autorità unica che fa crescere tutti.

La terza ricerca è la ricerca stessa del discepolo che Gesù amava. Corre insieme a Pietro ma anche in modo diverso. E’ una ricerca che assorbe tutte le energie. Va di fretta. Di lui si dice ‘e vide e credette’. Anche lui che la testimonianza e sa attendere è il primo: il primo a vedere e credere. Parte dai segni ma non si ferma ad essi. Nei segni legge che quel luogo di morte ormai non è il posto di Gesù. Quei segni, i teli posati e il sudario piegato, sono da leggere in rapporto all’episodio di Lazzaro. Qui la pietra è tolta e i teli non avvolgono Gesù. Essi dicono che Gesù è uscito da solo dal luogo della morte. Gesù è il vivente e d’ora in poi lo si deve ricercare altrove, o meglio attendere il suo venire, nella vita, nell’amore. Lui stesso ci raggiunge attraverso la testimonianza: ‘beati coloro che pur senza aver visto crederanno’.

Il brano si chiude con una osservazione: ‘non avevano infatti ancora compreso la Scrittura, che egli cioè doveva risuscitare dai morti’.

Due serie di verbi in questa pagina indicano due movimenti della Pasqua: sono i verbi del movimento e quelli del vedere. Il giorno dopo il sabato viene ad essere così paradigma del cammino di incontro con il Cristo risorto nel movimento, nella fatica e nel dubbio che ogni credente vive.

Il racconto si conclude con un invito a ritornare alle Scritture, per scoprire lì, nella sua Parola, il farsi vicino del Dio dell’alleanza. Il suo agire è in  vista di liberare e rialzare dalla morte. La sua promessa apre ad una comunione nuova, ad una trasformazione della vita che sin d’ora ha inizio.

Alessandro Cortesi op

Immacolata Concezione – anno A – 2019

Cranach,_adamo_ed_eva,_uffizi-1(Lucas Cranach il vecchio, Adamo e Eva – 1528 – Uffizi)

Gen 3,9-15.20; Ef 1,3-12; Lc 1,26-38

“Rallegrati, piena di grazia: il Signore è con te”. In queste poche parole, in un saluto, è racchiusa l’esperienza di Maria, donna capace di responsabilità e impegno perché segnata da un amore ricevuto e accolto.

“Rallegrati” non esprime riconoscimento di una sorta di grandezza o di virtù da parte di Maria: è piuttosto espressione di un amore immeritato che ha avvolto la sua vitae di cui lei si rende consapevole. E’ indicazione di un’esperienza di grazia che genera stupore e ringraziamento. Ed insieme senso di restituzione di tutto a Dio. La vita di Maria è posta nel segno di una gratuità che lei in modo adulto accoglie responsabilmente facendone orizzonte di sequela di Gesù e di servizio. Non nella logica dell’assoggettamento e di una femminilità vissuta nei termini di sottomissione e rassegnazione, ma con il coraggio proprio dei poveri di Jahwè che percorrono e accompagnano cammini di liberazione. Maria si scopre amata e per questo inviata ad essere testimone di un amore che guarda ai piccoli, che rovescia i potenti dai troni, che innalza gli umili, che ribalta una storia dominata dai violenti e dai prepotenti e inaugura una storia nuova. E’ l’amore di Dio.

Nel volto di Maria si può scorgere la bellezza di chi è amato da Dio e accoglie questo dono con senso di gratitudine e con creatività e decisione, facendosi terreno di accoglienza e dando spazio alla fecondità di questo amore. Una zolla di terra capace di dare spazio ad un seme di vita.

“Ho udito la tua voce nel giardino: ho avuto paura, perché sono nudo…” La nudità di Adamo nel giardino è il segno di uno stare di fronte nella sincerità e nella trasparenza. Di fronte al suo ‘tu’, Adam, l’umano fatto di terra, si scopre nudo, scoperto, capace di gioire della trasparenza di corpi che s’incontrano senza nascondimenti. La nudità esprime la bellezza dell’amore in cui proprio l’incontro dei corpi manifesta il desiderio di consegna del proprio io ad un ‘tu’ che sta di fronte, incontrato come presenza che accoglie vicina e diversa. E’ esperienza di trasparenza nell’intimità della vita. Nella loro nudità Adamo e Eva scoprono di potersi affidare reciprocamente e di poter consegnare l’un l’altra la propria fragilità senza paure, senza riserve. E’ la bellezza dell’amore che sulla terra è traccia ineludibile di Dio.

Tuttavia la nudità diviene un ostacolo, elemento che genera paura quando il rapporto s’incrina con falsità, sospetto e tradimento. Quando non è trasparente, quando si vuole nascondere qualcosa: nell’immagine di Adamo che di fronte a Dio ha paura perché si trova ad essere nudo sta racchiuso il messaggio su di una rottura del rapporto. E’ un atteggiamento di insincerità, tentativo di nascondere un sospetto. E’ ricerca di coprirsi e di mascherare nel trovarsi a disagio con la propria fragilità, nel voler nascondere una distanza ed una rottura.

Ad Adamo ed Eva, padre e madre dei viventi, nudi, narra Genesi, Dio procurerà delle tuniche di pelle per coprirsi: il Dio che vuole la vita e l’amore, nonostante l’insincerità dell’uomo, nonostante l’incapacità ad accogliere con fiducia il suo dono, apre cammini in cui poter recuperare sincerità e amore di fronte all’altro.

“In lui ci ha scelti prima della creazione del mondo per essere santi e immacolati di fronte a lui nella carità”. C’è un disegno di benedizione sulla vita umana e sul cosmo. L’inno agli Efesini ricorda che c’è un sogno di Dio su ogni volto: ed è un sogno di benedizione, di partecipazione alla sua vita, di santità. Sta qui la radice per scorgere in ogni volto un luogo di benedizione e per chiedere al Signore di essere strumenti perché ogni persona possa scoprire questo sguardo di amore nel cuore della sua esistenza, nonostante ogni contraddizione, ogni abbandono, ogni sofferenza per non essere amati. In lui, in Cristo che si è dato per tutti, Dio ci ha scelti. Siamo inseriti in una corrente di sguardo benevolente e amoroso che solo fa sorgere vita e vita per altri.

Alessandro Cortesi op

viva-vittoria-bergamo-1024x768(le piazze di alcune città italiane sono state tappezzate nella giornata del 25 novembre con coperte multicolori per sensibilizzare contro la violenza di genere: qui una installazione a Bergamo)

Violenza, sfruttamento, individualismo

Leggendo i quotidiani degli ultimi giorni non si può non sostare con preoccupazione a fronte a due fenomeni che si presentano con drammatica evidenza: il dato sulla violenza contro le donne in Italia e il fenomeno dello sfruttamento del lavoro che continua e alimenta gli affari delle grandi marche della moda.

Sono novantacinque le donne uccise in Italia dall’inizio dell’anno. Nel 2018 le vittime sono state 142. Dal 2000 ad oggi sono state 3.230. Circa la metà per mano del proprio compagno o ex compagno, in un contesto quindi familiare. Manifestazioni di violenza si accompagnano a maltrattamenti, ad oppressioni e umiliazioni, a stalking, e sono condotte in modo trasversale senza differenze tra Nord centro e Sud Italia. Le vittime e gli aggressori provengono da tutte le classi sociali e dalle più diverse condizioni economiche. La rete dei centri anti-violenza, in una sua analisi comparando i dati Istat e quelli raccolti direttamente, ha evidenziato che la percentuale più alta delle forme di violenza subita dalle donne ascoltate presenta situazioni di violenza psicologica (73,6 per cento). Le denunce sono aumentate ma non sono sufficienti le misure di tutela. I Centri antiviolenza non hanno sostegni adeguati. Avanzamenti nella legislazione come la legge sullo stalking del 2009, e quella sul femminicidio del 2013 non hanno portato ad una decisa diminuzione della violenza.

Appare come il femminicidio sia una piaga in particolare del nostro Paese che denota non più una situazione di emergenza ma un fenomeno continuativo. La violenza esercitata sulle donne non può essere relegata ad una vicenda privata, ma assume una valenza sociale. L’intera società deve sentirsi interpellata e individuare misure per reagire e predisporre itinerari educativi. Alla base del fenomeno sta una idea malata di possesso dell’altro, la dipendenza da una comprensione androcentrica e patriarcale della vita, una comprensione narcisistica della personalità, l’incapacità di rispettare l’autonomia e la libertà dell’altro, il rifiuto di affrontare la fatica nel costruire giorno per giorno relazioni adulte. Le questioni in gioco sono l’educazione alla parità, al rispetto dell’altro, l’accettazione della differenza, la capacità di confronto e dialogo, soprattutto una comprensione nuova della propria identità in relazione e poi il superamento di visioni discriminatorie, di stereotipi e pregiudizi. La violenza sulle donne è uno dei versanti dell’affermarsi della violenza in un contesto in cui si esalta il ripiegamento su un proprio io incapace di guardare all’altro e di lasciarsi porre in discussione dalle diversità dell’altro.

Proprio in considerazione di tale questione di un ‘io’ incapace di aprirsi alla considerazione dell’altro da sé, Matteo Zuppi, cardinale di Bologna, osserva: “Oggi le appartenenze sono piuttosto digitali, comunque più individualistiche e frammentarie, condizionate da opportunità, affinità iniziali e non verificate, oppure contingenze. Cosa diventa un individualismo di questo genere se non crescono parimenti la responsabilità, la capacità di discernimento e di visione che sono possibili solo in un rapporto con il prossimo?”

Un egocentrismo che si connota come aspirazione senza limiti porta a drammatiche conseguenze nella vita sociale: “L’egocentrismo – io penso – ha pretese senza limite, perché il vero limite, che non riesco mai a superare da solo, sono io stesso: quell’io su cui punto tutte le mie risorse. L’egocentrismo ci persuade che staremo bene solo assecondando il nostro io, anche a costo di rovinare i rapporti con le persone più care. Così finiamo per scegliere la parte e non il tutto, lo spazio e non il tempo, la difesa delle cose piuttosto che la costruzione dei rapporti” (Matteo Maria Zuppi con Lorenzo Fazzini, Odierai il prossimo tuo. Perché abbiamo dimenticato la fraternità. Riflessioni sulle paure del tempo presente, Piemme 2019)

C’è anche un egocentrismo di un mondo che alimenta il suo produrre nello sfruttamento degli altri: “L’Italia fonda una parte rilevante della sua qualità manifatturiera sul lavoro schiavizzato in distretti industriali che, per tradizione ormai di oltre mezzo secolo, si occupano di realizzare in nero e in condizioni spesso disumane confezioni, cuciture, rifiniture, ma anche scarpe, abiti, cinture, prodotti dell’alta moda”. Così Roberto Saviano introduce un suo articolo in cui denuncia la situazione diffusa a nord al centro e al sud dello sfruttamento di lavoro schiavizzato che alimenta l’industria dell’alta moda, delle grandi marche che esportano in tutto il mondo (Quegli operai sfruttati nella fabbrica ‘grandi firme’, “La Repubblica” 18 novembre 2019) .

Dopo aver fatto riferimento a recenti situazioni concrete in cui sono stati scoperti lavoratori in nero che lavoravano in condizioni di sfruttamento per due/tre euro l’ora osserva: “Il lavoro italiano schiavizzato è stato totalmente rimosso dal dibattito pubblico sovranista perché andrebbe a smontare il suo principale cavallo di battaglia ideologico, svelando che non sono gli immigrati clandestini che arrivano in Italia a far abbassare il prezzo del lavoro e quindi a reintrodurre la schiavitù. Da più di cinquant’anni in molte zone del Meridione d’Italia (ma anche in Veneto) esiste un sistematico sfruttamento della manodopera di qualità da parte di tutto il sistema della moda, ma nonostante articoli, reportage, denunce e impegno dei sindacati, non si riesce in alcun modo a mutare la situazione”.

“la responsabilità di molte aziende dell’alta moda è totale: sono consapevoli — anche se legalmente al riparo — che la qualità della loro merce è frutto di condizioni di lavoro terribili e di uno sfruttamento costante. Solo da loro possono venire scelte in grado di cambiare questa situazione. Il populismo tace per convenienza, i riformisti temono di far scappare le aziende, quindi i salari, quindi i voti. Insomma, la solita verità italiana”.

Forme diverse di violenza e sfruttamento sono presenti in un contesto in cui sarebbe indispensabili maturare la consapevolezza della dignità di ogni volto perché in esso sta una benedizione originaria ed una chiamata fondamentale alla relazione.

Alessandro Cortesi op

XXIII domenica tempo ordinario – anno C – 2019

IMG_5183.JPGSap 9,13-18; Fm 9-10.12-17; Lc 14,25-33

”Se uno viene a me e non mi ama più di quanto ami suo padre, la madre, la moglie, i figli, i fratelli, le sorelle e perfino la propria vita, non può essere mio discepolo. Colui che non porta la propria croce e non viene dietro a me, non può essere mio discepolo”.

Essere discepoli, coloro che seguono: in queste parole si gioca l’identità di chi desidera stare con Gesù. Quali le caratteristiche di chi segue Gesù? Quali le esigenze per essere coloro a lui rimangono legati? Gesù ha chiamato tutti in diversi modi a seguirlo e li ha invitati ad intraprendere la sua strada. Ha chiesto questo non solo per un certo tempo ma in modo continuo imparando dall’unico vero maestro.

Sorprende innanzitutto la pretesa di Gesù: pretende che altri lo seguano e seguano lui. Chiede una disponibilità senza riserve e aperta nelle diverse fasi della vita. Per questo seguire non è mai un dato scontato, un punto concluso della carriera, ma implica ogni giorno un ricominciare di nuovo.

Luca indica alcune caratteristiche del cammino di chi intende seguire Gesù.

La prima condizione è presentata in termini duri e ostici: se uno viene a me e non ‘odia’ suo padre, sua madre… Il termine ‘odiare’ contrasta con l’intero insegnamento di Gesù riguardo all’amare non solo i vicini e gli amici ma anche i nemici. Inoltre aveva chiaramente richiamato il dovere di curare i rapporti familiari prima e al di sopra di un culto separato dalla vita (Mt 15,3-6): inoltre aveva manifestato la denuncia contro coloro che nel fare un’offerta al tempio si ritenevano esonerati dall’onorare il padre e la madre e facendo così “annullavano la parola di Dio”. Gesù non chiede di ‘odiare’: l’uso di questo termine così forte proviene dall’assenza nelle lingue semitiche del modo di dire ‘amare di meno’: per esprimere un amore non totalizzante è quindi usato il verbo ‘odiare’.

Gesù chiede a chi lo segue di saper mettere al primo posto ciò che deve stare primo: così richiama alla presenza di Dio a cui riferire tutta la nostra vita a lui, invita a liberarsi anche da quell’idolatria e dal soffocamento che può provenire da legami che si pongono come esaustivi della vita. La sua pretesa è anche di seguire lui stesso oltre ogni altro affetto. Ogni legame e affetto può essere ricompreso nel divenire discepoli di Gesù, nel seguire il suo cammino di amore fino alla fine, di misericordia e di servizio.

C’è una seconda condizione ed è la scelta di andare dietro a lui ‘portando la croce’: la croce è sintesi e cuore dell’intero cammino di Gesù. Non perché strumento di tortura e di sofferenza, ma perché lì sulla croce Gesù ha detto che è possibile rimanere fedeli all’amore fino alla fine trasformando anche il momento della morte in un momento di essere per Dio e per gli altri. La croce è prima di tutto scelta di dono, non via di sofferenza. E’ scelta di condivisione e racchiude anche il riferimento al fallimento umano, della sofferenza e del dolore. Luca aggiunge una precisazione importante: “se qualcuno vuole venire dietro a me, rinneghi se stesso, prenda la sua croce ogni giorno e mi segua” (Lc 9,23; cfr Mt 10,38). Si riferisce al quotidiano, all’ordinario in cui si gioca gran parte della nostra esistenza: Seguire Gesù non è questione dei grandi momenti o delle scelte eroiche nella vita: questi possono forse esserci ma il cammino di sequela si attua nelle piccole cose, nelle vicende ordinarie, nelle scelte del quotidiano nella normalità che non fa notizia.

La terza condizione è indicata da due immagini, la torre da costruire e la guerra da preparare: sono immagini tratte dall’esperienza e funzionali al messaggio di fondo. Il comportamento di Gesù è in contrasto con logiche di grandi costruzioni (era piuttosto la politica di Erode quella di costruire grandi palazzi e città) e con la scelta di fare la guerra (ma egli conosceva bene la violenza che dilagava). L’esigenza di Gesù a seguirlo richiede capacità di scelte pensate, cioè discernimento, e coraggio e generosità nel partire. La sua via espone a fatica e opposizioni: richiede di soppesare bene ciò a cui si va incontro. E chiede anche una valutazione non superficiale delle proprie forze. Luca sottolinea come si tratti di un coinvolgimento di tutte le energie e dei beni: la rinuncia ai beni non è fine a se stessa ma è per farsi borse che non invecchiano, per scoprire come l’unica vera ricchezza è il regno di Dio.

Gesù propone di liberarsi da cose che appesantiscono e ingombrano non rendendo liberi, ma soprattutto propone di disfarsi di una mentalità di possesso e di superiorità. Seguirlo è esperienza di scoperta di un cammino che libera la vita per cammini di servizio.

Alessandro Cortesi op

IMG_5531.JPG

Tempo del creato, tempo della scuola

“Alla radice, abbiamo dimenticato chi siamo: creature a immagine di Dio (cfr Gen 1,27), chiamate ad abitare come fratelli e sorelle la stessa casa comune. Non siamo stati creati per essere individui che spadroneggiano, siamo stati pensati e voluti al centro di una rete della vita costituita da milioni di specie per noi amorevolmente congiunte dal nostro Creatore. È l’ora di riscoprire la nostra vocazione di figli di Dio, di fratelli tra noi, di custodi del creato. È tempo di pentirsi e convertirsi, di tornare alle radici: siamo le creature predilette di Dio, che nella sua bontà ci chiama ad amare la vita e a viverla in comunione, connessi con il creato”.

E’ un passaggio del messaggio di papa Francesco per la giornata del creato che si situa nel mese di settembre dedicato a livello ecumenico al pensiero e approfondimento e preghiera per la casa comune, per maturare consapevolezza della custodia del creato. Il grido della terra è anche nel medesimo tempo il grido dei poveri oggi. L’invito ad una conversione ecologica è il modo di accogliere questo duplice e unico grido: si fa sempre più urgente impostare l’esperienza quotidiana vita secondo nuovi criteri, di attenzione, di pazienza, di rispetto, superando una mentalità del consumo e dello sfruttamento che si realizza sia nei confronti delle cose, sia nei confronti delle persone. La cultura della produzione senza limiti di rifiuti, l’indifferenza per le cose si accompagna al disprezzo verso gli altri, alla mancanza di consapevolezza delle ingiustizie che generano diseguaglianze e sofferenze. La questione non è solo per la vita individuale ma esige un orientamento collettivo, politico, l’orientamento a individuare un sistema economico diverso da quello che genera iniquità e distruzione dell’ambiente.

Settembre è anche tempo di inizio della scuola. La scuola è il primo luogo in cui maturare questa sensibilità, in cui investire per far maturare spirito critico, per essere capaci di andare controvento, come ricorda Franco Lorenzoni nel suo utlimo libro dal titolo I bambini ci guardano. Una esperienza educativa controvento (Sellerio 2019) e che in una recente intervista ha indicato la scuola quale luogo di resistenza contro l’alienazione del nostro tempo, con la capacità di sorpresa, perchè la vita è trasmettere ad altri ciò che si è ricevuto da custodire e coltivare perché possa durare:

“Credo siano i primi a capirlo: quella del maestro non è una missione, ma un mestiere come tanti altri, che ha bisogno della sua cassetta degli attrezzi, da ricalibrare di generazione in generazione (…) Lo sa qual è la cosa che non dovrebbe mai sparire in una classe? La capacità di sorprendersi, quel sapersi mettere in gioco, col proprio corpo, senza vergognarci delle nostre emozioni: può essere l’antidoto giusto all’alienazione (…) Ritengo che qualsiasi tipo di educazione debba andare controvento, che è poi guardare le cose di tutti i giorni, con spirito critico», con riferimento all’opera degli architetti, “i quali utilizzano questo termine per indicare i tiranti che reggono un edificio, così come un educatore si augura che ciò che lascia ai propri ragazzi possa durare nel tempo” (Il Corriere della sera 1 marzo 2019).

Alessandro Cortesi op

 

 

Ss. Trinità anno C – 2019

IMG_4241Prov 8,22-31; Rom 5,1-5; Gv 16,12-15

I vangeli attestano che un aspetto essenziale della vita di Gesù consiste nel suo rapporto con Dio, il Padre. Tutta la sua esistenza terrena può essere indicata con queste parole: “sono disceso dal cielo non per fare la mia volontà ma la volontà di colui che mi ha mandato” (Gv 6,38).

Soprattutto nel quarto vangelo è presentata la comunione tra Gesù e il Padre: Gesù è indicato come il Figlio che esprime e comunica la vita del Padre: egli è la Parola, la sapienza del Padre. Il loro rapporto è nella reciprocità e nel dono. Tutto viene dal Padre e colui che è la Parola tutto riceve dal Padre: ‘in principio era la Parola e la Parola era presso Dio e la Parola era Dio…’ (Gv 1,1). Questa Parola, sapienza del Padre, ha messo la sua tenda in mezzo a noi, si è fatta carne. Nella sua vita Gesù continua a rimanere nel Padre, in ascolto di lui, per compiere la missione da Lui ricevuta.

Ai suoi discepoli, prima di lasciarli, Gesù lascia la promessa di non lasciarli soli. Si apre un cammino nuovo per entrare più profondamente nell’incontro con lui. E il IV vangelo indica Gesù stesso come la verità: Io sono la via la verità e la vita’: ‘quando verrà lo Spirito di verità, egli vi guiderà alla verità tutta intera, perché non parlerà da sé, ma dirà tutto ciò che avrà udito e vi annunzierà le cose future. Egli mi glorificherà perché prenderà del mio e ve l’annunzierà. Tutto ciò che il Padre possiede è mio’ (Gv 16,14-15).

Gesù con la sua vita comunica il volto di Dio Padre come amore che giunge alla fine. Nella Pasqua di Gesù si possono cogliere i tratti del volto di Dio. Gesù, il Figlio è rivolto verso il Padre che lo ha mandato. Compiere la sua volontà è vivere fino in fondo il dono della sua vita consegnando se stesso. Gesù, il Figlio fatto uomo, ha vissuto la sua vita come ‘servire’ fino a lavare i piedi ai suoi discepoli e a dare la sua vita per tutti. Lo Spirito è dono della Pasqua, presenza di colui che ‘insegnerà ogni cosa’, in rapporto a Cristo. L’azione dello Spirito è ricordare ciò che Gesù ha fatto e ha detto.

La tradizione teologica cristiana ha cercato di esprimere tutto ciò parlando del volto di Dio come uno solo e come trinità di persone, Padre Figlio e Spirito santo. La trinità è mistero di amore, nell’unità e nella relazione. Si parla così di una medesima natura, per indicare l’unità, e di tre persone per indicare le relazioni dell’amore. Nella Trinità si guarda così all’unica vita che sgorga dal Padre, sorgente di ogni cosa, il Figlio, Parola che comunica il Padre e lo Spirito Santo, dono dell’amore.

La fede in Dio Trinità apre la possibilità di comprendere più profondamente la nostra identità e la nostra esistenza. Siamo costituiti ad immagine di Dio Trinità, chiamati alla comunione con lui e tra di noi. L’esperienza dell’incontro con l’altro è la via in cui scoprire le radici del nostro essere ad immagine di Dio.

La seconda lettura parla della pace, dono del Padre che viene a noi per mezzo di Gesù Cristo: la pace sta al centro del disegno del vangelo, e non è ‘qualcosa’ ma è qualcuno: è Lui, Gesù Cristo, la nostra pace. “Noi siamo in pace con Dio per mezzo del Signore nostro Gesù Cristo… L’amore di Dio è stato riversato nei nostri cuori per mezzo dello Spirito Santo che ci è stato dato”

La pace proviene dall’aprirci al dono della vita di Gesù Cristo ed è chiamata ad attuare scelte sulla via che Gesù ci ha indicato. ‘Noi siamo in pace per mezzo del Signore Gesù Cristo’. La pace diviene così già esperienza della comunione che lega Padre e Figlio e Spirito Santo ed orientamento alla comunione piena che è orizzonte ultimo del disegno di salvezza per tutta l’umanità.

Alessandro Cortesi op

IMG_4398Pace e segni dei tempi

Accogliere la pace quale incontro con Cristo risorto si traduce in percorsi di costruzione di una convivenza di giustizia, di riconciliazione e di pace. Recentemente un gruppo di cristiani del Triveneto ha intrapreso un cammino comune per riflettere sulla situazione del Paese e delle chiese nel contesto sociale e politico del presente. Il documento espressione di questo percorso (consultabile al link https://forumdilimena.com/) è ricco di spunti di interpretazione del tempo che stiamo vivendo e di motivi di impegno. Nella parte di analisi si evidenzia l’urgenza di non stare zitti a fronte della situazione sociale e politica:

“Stiamo vivendo tempi fuori dell’ordinario, uno di quei crocevia della storia in cui i contorni essenziali della convivenza vengono ridefiniti. Siamo da ciò obbligati a chiederci tutti: “Che futuro vogliamo per noi e per i nostri figli?”. Sappiamo che in periodi come questi ci sono rischi, ma anche nuove opportunità, e che queste ultime potranno realizzarsi solo se proviamo seriamente a riprendere in mano il nostro futuro”

Viene posta sin dall’inizio la domanda preoccupata se il futuro sarà democratico: “Per la prima volta nella nostra vita, in questi termini e con questa portata, non siamo più certi di poter escludere rischi di involuzione autoritaria”.

Si pone anche in risalto come la tendenza prevalente oggi è quella di costruire muri: “La disponibilità all’incontro con mondi diversi viene perciò sostituita dalla chiusura e dalla paura. Giorno dopo giorno ci troviamo impegnati a costruire muri piuttosto che a gettare ponti, a badare ai confini piuttosto che a creare relazioni”.

Si scorge il crescere di sensibilità che maturano un senso dell’identità non insieme ad altri, ma contro qualcuno e la ricerca di sicurezza individuando un colpevole: “I regimi autoritari spesso nascono e si irrobustiscono facendo credere ai cittadini che i loro problemi dipendono da un colpevole esterno. Si individua una minoranza poco accettata e priva di voce e la si incolpa di essere l’origine di tutti i nostri mali. Al legittimo bisogno di sicurezza non si risponde aumentando la sicurezza, ma additando un colpevole. Se il colpevole non c’è lo si inventa togliendogli quel po’ di protezione che aveva…”

Viene poi osservato il venir meno del senso di compassione, la capacità di sentire e prendere su di sé il dolore dell’altro: “Ma quello che, come cristiani, più ci colpisce e ci amareggia in certe posizioni, e ancor più nel fatto che vengano condivise, è la progressiva perdita del sentimento di compassione, quell’identificazione nel dolore dell’altro che è alla radice della nostra umanità e senza la quale non possiamo veramente vivere”.

Questa lettura della realtà prosegue con una osservazione della situazione delle chiese di cui si nota un ripiegamento per lo più nei problemi interni di tipo amministrativo: “Ci chiediamo qui come le nostre chiese possano sentirsi interpellate dai tempi. C’è oggi un bisogno particolare di calarsi nella vita e nella storia, perché siamo incamminati a vivere tempi straordinari e quando un assetto sociale e politico può venire messo in discussione le tradizionali divisioni dei compiti non reggono più: tutti sono chiamati a esprimersi”.

Viene auspicato una riflessione che coinvolga una chiesa aperta in cui sia possibile la discussione e in cui attuare un serio discernimento. Se da un lato un pluralismo di orientamenti nella vita è possibile ed anzi auspicabile tuttavia alcune opzioni non sono compatibili con il riferimento al vangelo: “Dall’ispirazione evangelica non discende meccanicamente una sola etica; una pluralità di opzioni è possibile anche muovendo da essa, ma non tutte sono compatibili con i suoi principi e ci sembra che siano proprio questi oggi a venire talvolta dimenticati. Bisogna perciò aprire la discussione”.

Nel documento si espongono le linee di una visione del futuro diversa da quella che oggi prevale, indicando nell’orizzonte europeo un riferimento fondamentale nonostante le delusioni e le inadempienze.

Si indica infine un senso di fiducia da recuperare quale motivo di impegno condiviso e capillare nella società: “C’è un fondamentale senso di fiducia che occorre recuperare; fiducia in noi stessi e nella possibilità di influenzare le scelte politiche; fiducia nelle istituzioni, da criticare, ma per migliorarle, non per distruggerle; fiducia nelle scienze e nelle competenze, senza nessuna delega, ma con molto dialogo; fiducia nell’altro e nella possibilità di relazionarci con culture diverse, riconoscendo la comune umanità e le specifiche ricchezze. Ricostruire, faticando magari, la speranza che un mondo migliore sia possibile. Combattere in questo modo la paura e l’insicurezza, senza rifugiarsi in un passato ideale che forse non è mai esistito e che mai più ritornerà. Le molte iniziative di società civile che in questo periodo animano l’Italia indicano che non si è disposti a restare passivi”.

“Oggi più che mai è necessario comprendere che il paese non è formato solo da singoli cittadini e dallo stato, ma anche da libere organizzazioni dei cittadini stessi; che vengono prima dello stato e sono indispensabili per il benessere e la costruzione di senso da parte delle persone. Esse rappresentano i luoghi di esercizio della fraternità nelle sue forme più immediate”.

Costruire la pace è impegno quotidiano che implica capacità di ascolto dei segni dei tempi e impegno nel presente soprattutto sapendo indicare le false vie di soluzione, le illusioni possibili e offrendo energie per aprire sentieri diversi di futuro, in cui la fraternità sia posta al centro del convivere e le comunità cristiane possano essere luoghi di responsabilità nella tessitura di pace.

Alessandro Cortesi op

V domenica di Pasqua – anno C – 2019

IMG_4263At 14,21-27; Ap 21,1-5; Gv 13,31-33.34-35

Al centro della pagina di Atti è posto l’impegno di Paolo e Barnaba: “dopo aver predicato il vangelo in quella città e aver fatto un numero considerevole di discepoli, ritornarono a Listra, Iconio e Antiochia rianimando i discepoli ed esortandoli a restare saldi nella fede”.

Paolo e Barnaba danno forza ed esortano. Invitano a resistere nel tempo della difficoltà. E’ l’esperienza della prima comunità ma è anche esperienza delle comunità di ogni tempo: la fatica della prova, il senso di insufficienza e incapacità, talvolta di inutilità di fronte ad opposizioni esterne e incomprensioni nel momento in cui si vive la fedeltà alla parola di Dio e alle sue chiamate. E’ la storia di tutti coloro che cercano di essere testimoni ed annunciatori con scelte coraggiose e nella libertà che la parola stessa suscita.

Paolo e Barnaba invitano a restare saldi. La vita cristiana non toglie la prova, anzi questa è esperienza che prima o poi si presenta. Non proviene dal di fuori, ma spesso si presenta come emarginazione, sospetto, contrapposizione ad opera di chi è preoccupato di fissare il vangelo in una religione, da parte chi cerca strutture rassicuranti, da parte di chi non ascolta il soffio dello Spirito e i segni dei tempi, impedendo di aprire porte perché la parola possa fare il suo corso, perdendo di vista il vangelo stesso.

Nel libro degli Atti Luca insiste sull’atteggiamento centrale di affidarsi alla grazia di Dio e non su altre sicurezze. E’ la fiducia nel Signore che può far andare avanti. E’ lui che apre nuove porte e strade e a noi richiede una disponibilità coraggiosa e libera. E’ lui che apre le porte al cammino della parola. Importante è un cammino comune, il riferirsi alla comunità, e l’apertura ad uscire oltre i confini serrati da porte chiuse: “Non appena furono arrivati, riunirono la comunità e riferirono tutto quello che Dio aveva compiuto per mezzo loro e come aveva aperto ai pagani la porta della fede”.

La pagina dell’Apocalisse orienta a guardare la nuova Gerusalemme, una città. La città santa è presentata nel quadro di un nuovo cielo e una nuova terra. Il mare – simbolo di ogni forza del male – non c’è più e la città assume il profilo di donna: come sposa illuminata mentre è pronta ad incontrare il suo sposo.

Apocalisse – un libro scritto nel tempo della prova e della grande persecuzione – invita a guardare oltre. Spinge a fissare lo sguardo sul fine della storia: non un giardino (il paradiso) ma una città sarà il futuro della vita. La città è costruzione umana, luogo del vivere insieme, incrocio di natura e di cultura, di ambiente e di opera umana, è incontro, costruzione e presenza di relazioni.

Al centro della città, detta ‘dimora di Dio con gli uomini’ sta la presenza di colui che ha per nome “Dio-con-loro”. L’Emmanuele (Mt 1,23; Is 7,14) Gesù è il Dio con noi: è il nome che ricorda la promessa di Gesù risorto, ‘ecco io sono-con-voi tutti i giorni fino alla fine del mondo’ (Mt 28,20). Questa città reca in sé qualcosa di nuovo e luminoso: le cose di prima sono passate, non c’è più la morte né lutto né lamento né affanno: un nuovo mondo iniziato.

Apocalisse, nel tempo della prova, richiama al grande progetto di Dio che è disegno di incontro e di pace, secondo il sogno di Isaia: ‘Tripudierò con Gerusalemme, gioirò con il mio popolo; mai più le lacrime mai più il lamento risuoneranno in lei. E costruiranno case e le abiteranno; e pianteranno vigne e ne mangeranno il frutto” (Is 65,19.21)

La pagina del vangelo indica la via che Gesù lascia ai suoi, il comandamento nuovo. Nel quarto vangelo la morte di Gesù è presentata in modo paradossale e spaesante come momento di ‘glorificazione’. Gesù manifesta la gloria di Dio proprio sulla croce perché lì, nel luogo del dolore e dell’ingiusta condanna si fa visibile l’amore che giunge sino alla fine: ‘avendo amato i suoi … li amò sino alla fine’.

Gesù lascia così ai suoi il nuovo comandamento che riassume e compie ogni altro comandamento: ‘amate come io vi ho amati’. Non si tratta tanto o solamente di seguire un esempio, ma di trovare in lui la forza di amare in tale modo. Gesù indica la via dell’amore quale strada per essere suoi discepoli: ‘da questo tutti sapranno che siete miei discepoli, se avrete amore gli uni per gli altri’. Vivere così, come lui ha vissuto, è già partecipare alla sua gloria.

E’ invito ad affidarci a lui, ad accogliere l’amore che non tiene per sé. E’ anche invito a riconoscere coloro che attuano questa sua parola come gli autentici discepoli di Gesù e lasciarci cambiare.

Alessandro Cortesi op

IMG_4273      Michelangelo, I prigioni – 1513 ca – Firenze Galleria dell’Accademia

Città

“L’abitare per me deve avere tre caratteristiche: va rafforzato dalla condivisione, dalla cooperazione, dalla corresponsabilità. Affinché la ricchezza dei pochi non impoverisca gli altri, in determinismo possessivo, che può rendere la convivenza davvero difficile e frammentata”.

Così mons. Bregantini ha presentato una sua riflessione sulla città al Festival biblico, suggerendo che riflettere sulla domanda come costruire città vivibili oggi significa ritornare a pensare e a costruire un abitare che significhi appartenenza a comunità in cui ci si prende cura:

“L’abitare è paradigma della consapevolezza di appartenere a una comunità, dove ci si prende cura dell’arte del noi, come vera rivoluzione dei nostri giorni, per progettare insieme un futuro sostenibile, libero dalla corruzione, a servizio della prossimità, fatto di fiducia sociale solida e reciproca. Sono le città che visita san Paolo, cittadino europeo, come Gerusalemme, Atene e Roma. Sono l’icona della teologia, dell’antropologia e della politica. Cioè, la bellezza di chi sa pregare (la teologia), la forza di chi progetta e pensa, come ad Atene, e la chiarezza amministrativa, come per Roma. Se l’Europa guarderà a questo triplice intreccio, sarà capace di avere futuro vero e solidale.”

Il pensiero non può non andare al futuro dell’Europa in un momento di profonda crisi di ogni progetto comunitario, nel tempo del prevalere degli egoismi nazionali, degli isolamenti tribali. Le scelte di costruzione delle città passano per una costruzione di una casa comune che sempre più dovrebbe vedere le città come soggetti che riportano al centro la preoccupazione propria di questi luoghi di vita insieme, intrecciata, di diversità e uguaglianza, in cui i legami sono concretezza e in cui l’altro non è numero ma volto.

Come ricordava Giorgio La Pira, già sindaco di Firenze e uomo dedito alla costruzione della pace nel mondo, in uno storico discorso del 1967 le città richiamano all’urgenza, all’imperativo di non fare la guerra, di non cedere alla logica della violenza devastatrice. Perché le città sanno cosa significa la distruzione e l’orrore dei bombardamenti e della devastazione procurata dall’odio che rende i vicini nemici e i lontani figure senza volto né nome.

Le città conoscono il dramma dell’annullamento dell’altro e della morte e sanno che tutto questo è negazione della vita di uomini e donne che solo nell’incontro e nella riconciliazione possono ritrovare se stessi. Le città, nel mondo globale e nell’età della guerra globale, unendosi, legandosi in relazioni di solidarietà, dovrebbero essere così baluardo di costruzione di una casa comune.

Così ancora Bregantini: “Il senso di essere comunità, infine, si avverte forte e vero solo quando consideriamo che la città è fatta di volti, di storie, di nomi, di incontri e non di numeri. Dove tutti siamo destinatari e artefici del bene comune. Dove nessuno è dimenticato, oscurato, emarginato. Dove la libertà non fa a meno della verità. Dove non è offuscata la sete di futuro, di pace, di giustizia. Dove la cementificazione non contagia il cuore. Dove il piccolo, come i borghi, sono laboratori di valori, di antichi mestieri, di tradizioni, di culture che si fanno linguaggi identitari di un popolo, di un territorio. La mia proposta è che nasca nelle nostre diocesi una vera pastorale della città, mirata a fondare la cultura dell’incontro, dell’accoglienza, dell’attenzione all’altro. Una pastorale della fraternità, tra le mani di laici testimoni del Vangelo che include. Una pastorale della città che si fa essa stessa punto di riferimento per il nuovo umanesimo, per la difesa degli ultimi, per la società della gratuità, pane spezzato dell’essere per l’altro. Dove la piccola Nazaret vale come la grande Gerusalemme! Perché “Polis” non è altro che relazioni fraterne, libere e forti!”

La fraternità, la cultura dell’incontro, l’apprendistato all’accoglienza e alla convivialità con chi diverso apre a nuovi orizzonti la costruzione di un ‘noi’ sempre da fare nuovamente e sempre in cammino. L’ospitalità come orizzonte. Sono questi i tasselli oggi così mancanti e dimenticati – e da recuperare urgentemente e a cui dar respiro – di una passione per la comunità che dovrebbe animare scelte di vita di chiesa e scelte politiche per ciascuna e ciascuno nella concretezza del proprio ambito di agire quotidiano.

Alessandro Cortesi op

V domenica di Quaresima – anno C – 2019

IMG_3744Is 43,16-21; Fil 3,8-14; Gv 8,1-11

“Non ricordate più le cose passate, non pensate più alle cose antiche! Ecco, faccio una cosa nuova, proprio ora germoglia e non ve ne accorgete?”

La parola del profeta è incoraggiamento e speranza. Invita a non restare chiusi nel passato e a scorgere qualcosa di nuovo che sta nascendo nella storia, nonostante tutte le contraddizioni. E’ difficile scorgere una novità di bene laddove si vive in condizioni di prova e di morte. Il secondo Isaia, profeta di un tempo difficile, dell’esilio, indica un germoglio. E’ una novità che richiede occhi capaci di osservazione alle cose piccole… è sbocciare silenzioso e fragile che annuncia la bella stagione. Nel deserto indica la gioia della vita nascente al di là di tutto ciò che la contrasta. E’ questione di sguardo.

Il profeta annuncia così che nonostante la fatica del presente la tragica esperienza dell’esilio sta per finire e insieme finisce la paura della schiavitù, l’essere stranieri e oppressi. Invita a non lasciarsi rinchiudere in un ricordo angusto delle cose passate: la sofferenza, la distruzione, tutto ciò che pesa nel cuore.

E’ l’annuncio di un nuovo esodo, di un passaggio nuovo verso un futuro di vita e di speranza, di un nuovo incontro con il Dio liberatore. Dio è fedele alle sue promesse e anche nel deserto apre una strada, porta acqua nella desolazione: ‘Aprirò anche nel deserto una strada, immetterò fiumi nella steppa… il popolo che io ho plasmato per me celebrerà le mie lodi’.

Anche Paolo richiama la comunità di Filippi a distaccarsi da tutto ciò che è costrizione, paura, delusione. E parla di futuro. L’immagine della corsa nello stadio esprime la sua tensione nel correre con il riferimento a Gesù, per ‘conoscere la potenza della sua risurrezione, la partecipazione alle sue sofferenze, diventandogli conforme nella morte, con la speranza di giungere alla risurrezione dei morti’.

Paolo presenta così la vita come una corsa: non si pone come un arrivato, non ha già raggiunto il premio ma legge l’esistenza cristiana come un mettersi in movimento, come tensione verso il futuro di comunione con Cristo: “Dimentico del passato e proteso verso il futuro, corro verso la meta per arrivare al premio che Dio ci chiama a ricevere lassù, in Cristo Gesù”.

La pagina del vangelo è viva testimonianza dell’agire di Gesù. Anche Gesù apre futuro. Il suo sguardo è dono di vita per una donna, ferita dalla sofferenza e dall’essere ridotta ad oggetto, a pretesto per uan disputa di condanna. La sua identità è calpestata dal giudizio implacabile dell’ipocrisia maschile, di quegli uomini che intendono lapidarla. Le parole di Gesù sono una critica senza riserve nei confronti di chi si pone come paladino della moralità, giudice implacabile e negatore di ogni possibilità di cambiamento e di perdono: ‘Chi di voi è senza peccato scagli per primo la pietra contro di lei’.

Gesù risponde al tranello posto dai suoi accusatori non entrando nella discussione ma reagendo con il silenzio. Non c’è parola da dire laddove un volto è ridotto a oggetto per far valere una dottrina. Il suo scrivere con il dito per terra è atteggiamento che rimane enigmatico. Forse un riferimento ad un testo di Geremia: ‘Sulla terra verrà scritto chi ti abbandona, perché hai abbandonato il Signore sorgente di acqua viva’ (Ger 17,13). Non guardando più i volti si abbandona il Signore sorgente di vita. ‘Chi di voi è senza peccato scagli per primo la pietra contro di lei’. Gesù offre un modo nuovo di guardare la propria e l’altrui vita. Da quel momento si svolge il lento andarsene di tutti ed è posto in risalto il distaccarsi ‘uno per uno, cominciando dai più anziani fino agli ultimi’.

‘Rimase solo Gesù con la donna là nel mezzo’: non è solo un’indicazione spaziale. Nel profondo del suo cuore quella donna si trova ora di fronte a Gesù. E Gesù volge a lei il suo sguardo, non di giudizio e condanna, ma uno sguardo che coglie la ferita e l sua attesa. Nel suo essere sola davanti a lui lo può riconoscere come ‘Signore’, acqua viva della sua esistenza, suo futuro. Da lui accoglie non parole di condanna, ma la parola della misericordia e del perdono che fa rinascere e rende nuovi: ‘Donna, dove sono? Nessuno ti ha condannata? Ed essa rispose: Nessuno Signore. E Gesù le disse ‘Neanch’io ti condanno….’

Dopo che tutti se ne furono andati Gesù apre la possibilità di futuro nuovo; il suo sguardo di fiducia e di bene inaugura una storia nuova. Ogni esperienza di perdono è come il germogliare della Pasqua nelle nostre esistenze personali e nella vita dei popoli.

Alessandro Cortesi op

IMG_3753

Di famiglie e amore

Nei giorni scorsi un congresso internazionale sulla famiglia, tenutosi a Verona segnato da atteggiamenti e voci che si sono poste in termini di condanna e di disprezzo di altre esperienze, ha accentrato l’attenzione dei media. Tra le tante voci spesso scomposte e disordinate ne raccolgo due che mi sono state d’aiuto a scorgere come parlare di famiglia implica uno sguardo non arrogante e pretenzioso ma capace di scorgere come la realtà è più importante dell’idea, e capace di ascoltare i volti e le storie. Non solo, ma come ricorda Massimo Recalcati è al cuore del messaggio evangelico non tanto un modello fisso e illusorio, ma la sfida continua a vivere e attuare l’apertura all’altro come frontiera dell’amore che è sempre da ricercare nella vita con umiltà e scorgendo la propria insufficienza e il proprio limite nel saper fare comunità con altri.

Questa è la lettera inviata a Concita De Gregorio e ripresa nella sua rubrica da uno studente di 18 anni:

«Mi chiamo Paolo, sono uno studente di 18 anni, frequento il V liceo. Sto iniziando a leggere giornali, a seguire i telegiornali non perché abbia aspirazioni politiche ma per curiosità, informazione, per iniziare a conoscere il mondo oltre le frontiere del mio paesino.
Perciò tra i vari argomenti, uno che ho seguito è stato il congresso per la famiglia (o contro) a Verona.
Oggi, camminando in sala noto mio fratello Mattia di sette anni che sta scrivendo su una lavagnina giocattolo. Pensavo stesse disegnando qualcosa. Dieci minuti dopo mi accorgo che era alle prese con il suo “saggio” sulla famiglia, la nostra. Trascrivo qui, errori compresi: “La famiglia è la cosa più importantissima di tutto. Quindi a che serve la famiglia io lo so. Serve la compania. La compania pure voi. I vecchi sono certi da soli quindi avete capito che serve la famiglia, io celò. Vi dico tutti i nomi della mia famiglia: Emanuele, Papà, Mamma e Paolo questa gente fa quello che vuole».
Ciò che un bambino dice nasce dalla sua esperienza di vita quotidiana. Lui è mio fratello, ma i nostri papà sono diversi. Mia mamma ha divorziato anni fa, e poco dopo ha costruito una nuova famiglia, stupenda, unita.
Nonostante ciò, io e l’altro mio fratello, Emanuele, continuiamo a vedere regolarmente nostro padre. Questa è una dimostrazione tangibile, per tutti coloro i quali sostengono le famiglie tradizionali e la loro superiorità morale, che non è così. Mattia ha dimostrato con semplicità e sensibilità ciò che tra noi traspare; lui la chiama “compagnia”. Siamo una famiglia, e lui ci ama incondizionatamente, senza sapere il nostro orientamento politico o sessuale, cosa facciamo quando non siamo con lui; non gli importa che mio padre sia diverso dal suo, lo sa benissimo e non ci vede nulla di male. Poi conclude con: “Ognuno fa quello che vuole”. Questo inciso, abbastanza ambiguo, rimanda al fatto che, nonostante l’educazione rigida e intransigente di nostra madre, lei non ci ha mai negato di scegliere chi essere, cosa voler fare nella nostra vita, di voler bene a qualsiasi persona; ci ha insegnato a fare di noi il soggetto della nostra vita, e non l’oggetto di quella degli altri. Mattia lo ha già capito. Dovremmo imparare a pensare come loro, vivere come loro, fare in modo che la nostra anima infantile, se è ancora in noi, non si allontani e ci guidi verso un futuro migliore, o per lo meno felice» (Dalla rubrica Invece Concita, Mattia 7 anni: la mia famiglia è compagnia’, “La Repubblica”, 2 aprile 2019)

E Massimo Recalcati offre una riflessione sull’amore come derivante non tanto da una legge di natura quanto da una parola di amore: “L’amore non è mai, infatti, amore generico per la vita, ma è sempre amore di un nome. Senza il miracolo della parola che adotta la vita del figlio non esiste né padre, né madre, non esiste quella responsabilità illimitata che istituisce la genitorialità ben al di là delle leggi della natura. È così difficile da capire? Dovremmo davvero ridurre la forza sublime di questo straordinario gesto di adozione, frutto dell’amore dei Due, ad un mero meccanismo di cellule, ad un ingranaggio anonimo della natura o ad una mera necessità istintuale? Oppure dovremmo davvero pensare che questa responsabilità illimitata sia un privilegio esclusivo dei cosiddetti genitori naturali? Ma non è forse quello della genitorialità un gesto che eccede ogni legge della natura? Non è la forza nuda della parola di Dio — della sua grazia — che guarisce le matriarche dalla sterilità rendendo possibile la filiazione umana della vita? Possiamo davvero pensare — pensano davvero questo i sostenitori della famiglia naturale — che la generazione di un figlio sia un evento della natura, simile ad una pioggia o ad un filo d’erba? La vita umana non vive di istinti, ma si nutre della luce della parola.

(…) Quello che fa davvero la differenza è la legge dell’amore e non la legge della natura. È il cuore della predicazione cristiana. Dove questa Legge è operativa c’è rispetto per l’eteros, per la differenza assoluta dell’altro; dove invece questa Legge è assente c’è contesa, rivendicazione, distruzione dell’eteros. Vi sono famiglie che vogliono arrogarsi il diritto esclusivo dell’amore. Vi sono coloro che pensano che l’anonimato della legge della natura garantisca una buona genitorialità. Non si percepisce il carattere rozzamente materialistico di queste posizioni? In natura l’istinto organizza la vita da capo a piedi. Ma vale lo stesso per la vita umana? Esisterebbe un istinto genitoriale? Magari presente nei genitori naturali e assente in quelli adottivi? Non dovremmo forse imparare a ragionare al contrario? Pensare, per esempio, che tutti i genitori naturali dovrebbero guardare quelli adottivi per imparare cosa significhi donare se stessi in un rapporto senza alcuna continuità naturale, senza rispecchiamento. È così difficile capire che c’è padre e c’è madre, che c’è famiglia non perché c’è continuità di sangue o differenza anatomica degli organi genitali dei genitori, ma perché c’è dono, amore per l’eteros del figlio, assunzione di una responsabilità illimitata, esperienza incondizionata dell’accoglienza?” (Massimo Recalcati, La vera legge dell’amore, “La Repubblica” 31 marzo 2019)

Infine un richiamo alla concretezza di misure che possano veramente aiutare chi si trova a vivere nelle forme diverse l’avventura di fare famiglia. Alla domanda su quali siano le urgenze presenti di una situazione di grande sofferenza delle famiglie oggi a cui la politica non sta offrendo risposte così ha risposto – in un’intervista  a cura di Domenico Agasso jr. su Vatican Insider – Gigi De Palo, presidente del Forum delle Associazioni familiari, che ha deciso di non prendere parte al Congresso mondiale di Verona: «Ci stiamo pericolosamente assuefacendo al fatto che mettere al mondo un figlio sia la seconda causa di povertà nel Paese, che le donne siano costrette a scegliere tra il lavoro e la famiglia, che i nostri figli dovremo guardarli su Skype quando, in cerca di futuro, saranno costretti ad andare all’estero, che la discriminazione fiscale sia una triste costante. Credo che il vero problema di queste manifestazioni sia che, in conclusione, offrano alibi a tutti i politici che non hanno intenzione di fare nulla per la famiglia. Se ne parla, ma non si fa nulla, si riempiono le pagine di giornali di polemiche e non di proposte concrete per porre rimedio alle lacune decennali che vengono perpetrate di governo in governo. L’analisi la conosciamo bene: la famiglia è una risorsa e non un problema, ma dev’essere messa nelle condizioni di rendere per ciò che è»

Alessandro Cortesi op

Navigazione articolo