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Natale del Signore 2018

Biani Natale 2018Omelia nella Notte

Cosa vuol dire per noi ritrovarsi nella notte di Natale a celebrare l’Eucaristia? E’ il tempo dell’anno in cui prevale il buio sulla luce, le giornate sono abbreviate e al venire meno della luce le luminarie nelle strade e nelle piazze di città offrono luce diversa. E’ la festa di Natale…

Ma ci chiediamo quale è il significato di questo momento di sosta che ci trova a fermarci, e ci sorprende quasi, in una interruzione della corsa quotidiana, in un fermarsi dei rumori nel silenzio. Natale è un tempo in cui ci ritroviamo un po’ soli con i nostri pensieri e possono emergere le domande più vere, le inquietudini profonde, occasione per una valutazione del nostro cammino, della nostra vita.

In questo silenzio un desiderio si fa strada, una nostalgia può emergere insieme ad un pensiero di tristezza: non è forse tutto artificiale ciò che crea l’atmosfera natalizia che segna questi giorni? Quale luce cerchiamo, quale luce che non sia intermittenza di led e lampadine sta al cuore della nostra vita? Questa può essere una sera di pensieri scomodi che ci vengono incontro proprio dall’ascolto della pagina del vangelo.

Un primo movimento a cui siamo provocati dalla lettura del racconto della nascita di Gesù di Luca è quello di liberarci da una retorica del Natale legata alle formule di una religione che ha separato le forme del Natale dal suo contenuto, dal suo significato.

Quando si utilizzano simboli religiosi come il presepe, il rosario, la Bibbia per richiamare a una identità culturale che separa dagli altri, come simboli di una superiorità di fronte della minaccia che proviene da persone di altre religioni e altre culture, come segni soprattutto che giustificano l’esclusione, l’ostilità e il rifiuto dei poveri che bussano alle porte del nostro Paese e dell’Europa, penso che questo sia il contrario esatto del vangelo, sia il tradimento del messaggio e della vita di Gesù. Ed è questo il dramma che stiamo vivendo in un contesto mondiale in cui leader politici di paesi vicini e lontani si ergono a difensori dei valori cristiani e attuano peraltro politiche di discriminazione, di violazione dei diritti umani fondamentali, di negazione dei principi elementari di umanità come il soccorso in mare e la ricerca di mezzi per soccorrere le persone nella sofferenza.

Allora dobbiamo tornare al vangelo per cercare di capire, per lasciarci cambiare.

Anziché partire da una idea di Dio costituita ad immagine della nostra volontà di potenza e del delirio di onnipotenza che segna la storia siamo invitati in questa notte a riscoprire il volto di Dio da cercare a partire dalla vicenda di Gesù.

E’ questo ciò che Luca, autore della pagina del vangelo sulla nascita di Gesù, ci accompagna a fare. Non è una storia che riguarda questioni relegate nell’alto dei cieli, ma una vicenda che parla di cose della terra; non è elucubrazione su divinità lontane e inaccessibili, ma racconto di una storia umana di povertà e di rifiuto.

Luca contrappone nel suo racconto due vicende: innanzitutto descrive il progetto dell’imperatore che con il censimento vuole dare un segno del suo potere su tutto il mondo allora conosciuto. E’ questa la manifestazione di una brama che ha conseguenze sulla vita dei tanti piccoli della storia, di chi vive ai confini dell’impero. E’ anche allusione sottile da parte di Luca al fatto che il censimento nella Bibbia è visto come il grande peccato perché esprime la pretesa dei grandi di non avere limiti, il desiderio di un potere assoluto sulle vite e sui corpi delle persone.

E a questa grande vicenda di decisioni prese nelle stanze del comando dell’impero, di un governo che non tiene conto delle sofferenze dei piccoli, si contrappone la piccola storia di un uomo Giuseppe e della sua sposa Maria che è incinta e devono mettersi in cammino per andare a farsi registrare nella terra di origine. Le loro vite sono nelle mani di decisioni che gravano su di loro oltre la umana possibilità di sopportazione.

Certo è questo un modo di Luca per collegare la vita di Gesù, la sua nascita alla promessa fatta a Davide, ed alla discendenza di Davide da cui si attendeva la venuta di un messia. ‘A te farò una casa’ era stata la promessa all’antico re, spostando i suoi progetti e aprendo una prospettiva nuova sul disegno di Dio di essere presente nel suo popolo non in costruzioni fatte da mani d’uomo, ma nel pulsare della vita di una presenza vicina.

Ma questo cammino di Giuseppe e Maria, pieno di incertezze di disagi, di difficoltà è simile e ricalca il cammino di tanti che sono costretti a lasciare le loro case per esporsi ad un viaggio le cui motivazioni stanno nelle decisioni prese da un potere lontano e indifferente. Il cammino di Giuseppe e Maria è paradigma del cammino di ogni uomo e donna ma in particolare richiama oggi la condizione di chi vive il viaggio della migrazione, nutrito di speranze e di attese, dovuto a cause che risiedono nelle scelte di poteri che impoveriscono alcune aree della terra e rendono impossibile trovare il pane o vivere con dignità e che impediscono il viaggiare per vie regolari. Hanno fatto il deserto con la guerra, con l’uso di armi che arricchiscono i commerci dei grandi produttori mondiali, e con le guerre dell’economia che depaupera e umilia popolazioni. Innumerevoli persone oggi nel mondo si mettono in viaggio lasciando le loro case, come Giuseppe e Maria si trovano a dover partire nel quadro della storia del grande impero.

E il racconto di Luca prosegue dicendo che il cammino di Giuseppe e Maria non incontra accoglienza ma rifiuto: Maria è costretta a partorire in un luogo destinato ad essere rifugio degli animali, perché non c’era posto per loro nell’alloggio. E depone il suo bambino in una mangiatoia.

Non si possono leggere in questa notte queste parole ‘non c’era posto per loro nell’alloggio’ senza che il pensiero corra a quanto stiamo vivendo in questi anni e mesi in cui si sono stanno attuando politiche di esclusione e di cattiveria in Europa e nel nostro Paese. In questi anni segnati dallo slogan volgare e abbrutente ‘prima noi degli altri’. Anche in questi giorni bambini sono nati a bordo di navi delle ONG che, nonostante la criminalizzazione condotta e attuata contro di loro fino ad eliminare la loro presenza dal Mediterraneo, sono tornate a navigare in quel mare per andare a raccogliere e salvare uomini e donne partiti dalla Libia, molti segnati da mesi e anni di carcere e torture. Un bambino è stato salvato, con poche ore di vita… il suo nome è Sam, e in queste ore più di 300 persone nella nave Open Arms sono state soccorse e stanno navigando verso la Spagna perché i porti italiani sono stati dichiarati chiusi. E ai 33 naufraghi soccorsi da Sea Watch 3 è stato negato l’approdo… Non c’era posto per loro nell’alloggio. Viviamo un tempo di porti chiusi ma anche di porte che si serrano e di cuori che si barricano succubi di una paura che non si ha voglia e coraggio di guardare in faccia e a cui si preferiscono le ricette scorciatoia di politiche miopi, nefaste, e disumane.

Non posso non comunicare allora un profondo disagio nel celebrare questa sera la festa di Natale rileggendo queste parole del vangelo, la storia di Gesù che s’identifica con quella di tanti che sono rifiutati esclusi, discriminati, perché non c’era per loro posto nell’alloggio. Non posso non provare disagio pensando che l’Europa, questo continente di 500 milioni di persone in un mondo di sette miliardi di uomini e donne, l’area più ricca del pianeta, non sa trovare i mezzi per fare posto ad un numero che rimane esiguo in proporzione di persone che chiedono protezione e asilo fuggendo da violenze, miseria e fame.

Se il Natale deve essere celebrato questa sera nella memoria di Maria che in viaggio diede alla luce il figlio, non possiamo non ricordare le donne, in particolare, imprigionate nei lager libici, perché non c’era posto per loro nell’alloggio, di cui non dobbiamo sapere nulla attraverso i mezzi di informazione per non turbare una festa del Natale. Ma così essa rimane svuotata del suo senso più profondo che è memoria e impegno della vicenda di Gesù che si è reso solidale con le vittime della storia. E proprio in questi giorni una commissione dell’Alto Commissariato ONU per i rifugiati che è riuscita ad entrare in questi luoghi di oppressione e violenza ha parlato di ‘orrori indescrivibili’ attuati in quei luoghi di inferno sulla terra.

Se il Natale deve essere celebrato oggi non possiamo non andare con il pensiero ai bambini dello Yemen, che sono le vittime silenziose, perché muoiono a decine di migliaia, di fame e stenti in un Paese in cui le bombe sganciate dall’Arabia saudita su città e villaggi sono prodotte dalle industrie italiane ed esportate dalla nostra Sardegna. E anche questo non si deve sapere nei mezzi di informazione dominati dalle dichiarazioni di politici al governo del nostro Paese che rivendicano la tradizione del presepe e si scandalizzano perché in qualche parrocchia il presepe è stato raffigurato come una discarica e lì in mezzo Gesù, ma nello stesso tempo scacciano nelle discariche delle città persone, tra cui le più fragili, donne incinte bambini piccoli, sgomberati dai luoghi dove avevano trovato almeno un riparo. Certo questo fa inorridire i benpensanti di un Natale di belle armonie e di cenoni familiari, ma è segno che denuncia la realtà di un mondo in cui Gesù non è da cercare in una religiosità fatta di niente, ma tra coloro che sono i dimenticati e gli scartati di una società che non ha posto per loro… Non c’era posto per loro nell’alloggio.

Ma noi siamo qui stasera per ascoltare anche come l’annuncio della presenza di Gesù, il cu nome per Luca è ‘salvatore’, è portata con una voce di messaggeri che si recano – dice il vangelo di Luca – da pastori che pascolavano il loro gregge. I pastori erano al tempo gli irregolari dal punto di vista religioso e anche civile. Erano sporchi, vivevano con gli animali, non potevano praticare le abluzioni e tutte le pratiche necessarie per una osservanza delle prescrizioni della legge. Non potevano recarsi al tempio e Gerusalemme per loro era solo un nome abbinato a qualche racconto che proveniva da memorie lontane. E i pastori sono inviati dai messaggeri, gli angeli a scorgere un segno piccolo… fino a giungere ad un bambino.

Questo annuncio dice che il volto di Dio che Gesù racconta con la sua vita è volto che si lascia incontrare da tutti, da coloro che non hanno appoggi e sicurezze umane, da coloro che sono tenuti ai margini, dai senza nome della storia, da coloro che si lasciano turbare nel loro impegno quotidiano e si lasciano smuovere per partire in una ricerca ed un cammino (Matteo parlerà dei magi che vengono da lontano scrutando le stelle…).

Ma dice anche che si fa vicino in un segno: c’è un segno da cercare ed è un segno piccolo, un bambino. Natale ci provoca a cambiare idea di Dio. Partire dal volto di Dio che Gesù testimonia: un volto di Dio umanissimo. E’ da cercare non nell’alto dei cieli ma nei volti di indifesi, di chi è lasciato fuori dell’alloggio, nei volti umani. Non c’è incontro con il Dio di Gesù se non nell’incontro con l’altro.

E Luca presenta anche una grande sfida: invita a scorgere come la storia più grande, quella autentica, che rimane non è la grande storia dell’imperatore che pretende di essere onnipotente e si rispecchia nella grandezza dei confini conquistati e delle genti assoggettate. Ma il vero salvatore – al tempo di Luca ‘soter’ cioè ‘salvatore’ era il titolo usato come attributo dell’imperatore – è un bambino avvolto in fasce che giace in una mangiatoia. Luca scorge già in quelle fasce l’esito dell’intera vicenda umana di Gesù, il suo essere deposto in fasce nella tomba dopo la sua morte, rifiutato dai capi politici e religiosi del tempo, perché la sua parola e il suo stile di ospitalità conviviale sono destabilizzanti il sistema religioso e politico, ma esaltato da Dio che gli dà il nome di Signore.

Allora questo Natale è per noi occasione di una autenticità nuova, di scorgere come proprio questa situazione di buio è opportunità per riscoprire il senso della fedeltà al vangelo nel nostro oggi, ponendosi in cammino, condividendo cammini, attuando scelte e impegni concreti per resistere alla cattiveria, al rifiuto, alla deriva di umanità che percepiamo attorno a noi e talvolta anche dentro di noi quando cediamo alla retorica di chi invoca ordine, regole, buon senso, quando invece dietro alle scelte delle ultime determinazioni legislative sta una scelta politica di esclusione e di punizione della povertà e di discriminazione che non riconosce diritti umani fondamentali.

Attorno a noi non mancano segni di luce che si scontrano con il buio. Penso alla parabola di Riace che a me sembra essere parabola di questo Natale. Da vent’anni Riace paese della Calabria segnato dalla mancanza di lavoro, dall’emigrazione dei residenti, dal progressivo venir meno della vita sociale, dalla mano pesante della camorra, ha vissuto una rinascita. Da quando una nave di curdi attraccò una mattina a Riace marina vent’anni fa il paese di Riace accolse la sfida di pensare la vita del paese in modi nuovi diversi: hanno avuto il coraggio, con la guida del sindaco Mimmo Lucano, di pensare ad un futuro diverso, un futuro in cui accogliere l’altro, individuando insieme i percorsi per formare una convivenza di diverse lingue, popoli, religioni. Questo sguardo e questa creatività hanno portato in vent’anni ad una elaborazione di progetti di accoglienza e inclusione per un villaggio globale com’era ed è tuttora indicato alla porta del paese. La scuola ha visto nuove presenze di bambini di diverse provenienze, si sono aperte opportunità di lavoro riscoprendo i lavori artigianali che trovavano collaborazione tra i residenti e gli immigrati. Le strade e le piazze erano segnate dal vocio di accenti diversi, dal colore della pelle di uomini e donne che recavano la loro storia.

Sappiamo come da qualche mese per le accuse e l’inchiesta aperta contro il sindaco Mimmo Lucano e per l’interruzione dei fondi statali ai progetti di accoglienza tante persone, quasi tutte quelle accolte, sono state costrette a spostarsi altrove ad iniziare un nuovo cammino, perché per loro non c’era posto nell’alloggio…

C’è un bel video nel sito di Repubblica di stamani: un’intervista ad alcuni abitanti di Riace, il vicesindaco, un professore della scuola, un immigrato tra i primi arrivati. L’atmosfera è sconsolata: in particolare una voce mi ha colpito, quella di chi ha detto più o meno così: ‘Quest’anno abbiamo fatto di tutto per sistemare tante luminarie per Natale, ma questa è tutta luce artificiale… vorremmo un Natale diverso, quello in cui la luce delle persone, delle loro vite e dell’incontro possa illuminare questo paese’.

Ecco Riace secondo me è parabola di questo nostro Natale … per aprirci a nuova consapevolezze, per scorgere come nel buio di questo tempo la luce che irrompe e da scorgere nel bambino avvolto in fasce che giace in una mangiatoia è luce che ci spinge a resistere nei modi più diversi alla deriva della malvagità dell’insensibilità del non sentire su di sé la sofferenza degli altri, dei più poveri.

E’ occasione questa notte non tanto per una celebrazione sentimentale della nascita di Gesù che è nato duemila anni e che tornerà e nel frattempo ci viene incontro nel volto di uomini e donne, ma per una rinascita a sentire l’angustia del tempo e a resistere con scelte di accoglienza, di custodia, di ospitalità.

Mi spiace questa notte non poter offrire se non questo senso di disagio, e insieme indicare di profezia del nostro esserci in questa celebrazione. Siamo qui per accogliere un dono e una promessa che ci mette in cammino, che ci chiama ad un cambiamento che ci sollecita ad una responsabilità di resistenza e di creatività in tempo oscuri. Perché dare spazio alla luce di questa notte, che è luce di visita di Dio, del Dio umanissimo che si fa vicino negli incontri e nelle esistenze umane e che rende responsabili di visita da accogliere – perché da poveri abbiamo bisogno di essere visitati – e da offrire agli altri. Per seguire Gesù per cui non c’era posto nell’alloggio.

Alessandro Cortesi op

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Nella novena di Natale…

Marc Chagal albero di Iesse

Marc Chagall, L’albero di Iesse

Una riflessione a partire da Mt 1,1-17

La genealogia posta all’inizio del Vangelo di Matteo (1,1-17) è una serie di nomi segnati dal ritornello di un padre che generò un figlio. Attraverso questa genealogia passa la promessa messianica collegata alla discendenza di Giuda e di Davide. Matteo non intende fare opera di ricerca storica, ma in questa pagina offre un messaggio sul volto di Gesù come messia.

I nomi che compongono la genealogia sono in linea con l’intento di Matteo di collegare Gesù a Davide: nomi in serie di quattordici, da Abramo fino a Davide, e dall’esilio fino a Gesù. Tuttavia questa discendenza non appare lineare e senza interruzioni. L’elemento più appariscente è che la serie di generazioni si chiude con il riferimento a Giuseppe presentato come sposo di Maria «dalla quale è nato Gesù’ (Mt 1,16).

Si tratta di un albero genealogico composto quasi esclusivamente di nomi maschili che ha come esito ultimo di riferimento una donna che diviene madre. Giuseppe infatti, e il seguito del racconto di Matteo lo indicherà, scopre che il bambino che sta per nascere da Maria non viene da lui.

La genealogia di Matteo intende sottolineare che Gesù è figlio di Davide, proviene quindi dalla promessa che in Davide ha un punto di riferimento fondamentale. E’ Davide il re che aveva avuto l’idea di costruire un tempio al Dio d’Israele, ma il suo progetto viene posto in discussione dal profeta Natan che gli comunica il disegno diverso di Dio: non tu costruirai una casa a Dio, ma sarà Dio stesso che costruirà a te un casato. Se Davide pensava ad un tempio, ad un luogo per la presenza di Dio, il disegno di Dio rovescia questo pensiero e indica come il tempio in cui la sua presenza si farà vicina non sarà una costruzione, un luogo, un edificio sacro, ma sarà un volto, una discendenza, una presenza personale. «Gesù Cristo figlio di Davide, figlio di Abramo». Davide reca la promessa che veramente la gloria di Dio è la vita e il volto degli uomini e delle donne: la gloria di Dio è l’uomo vivente dirà Ireneo, la gloria di Dio è la vita dei poveri con cui Gesù si identifica.

Figlio di Davide quindi e figlio di Abramo. La vicenda di Gesù si colloca all’interno di una storia segnata dalle promesse di Dio e, con lo sguardo rivolto ad Abramo, con l’attenzione alla vicenda della fede che da Abramo ha inizio. Abramo è infatti padre perché primo di coloro che hanno accolto l’invito e la chiamata di Dio ‘Esci da te stesso, dal tuo paese, e va’ verso la terra che io ti indicherò’. Abramo, padre di tutti gli uomini e donne migranti che hanno lasciato e lasciano le loro case e le loro terre alla ricerca non solo di pane, di pascoli, di un futuro, di dignità, ma alla ricerca più profonda di quella promessa che sta al cuore della vita umana, promessa che è appello ad una fiducia capace di guardare le stelle del cielo e scorgervi lì il segno di Dio che vuole vita e discendenza e che si fa vicino nel dono di figlie e figli. Abramo grande padre dei credenti e amico di Dio (come è indicato nella tradizione islamica) perché presenza capace di relazione…

Nella genealogia presentata da Matteo appare tuttavia la prevalenza di nomi maschili. Ad indicare il limite di una struttura patriarcale che segna il modo di considerare la discendenza. Di padre in figlio, senza alcuna considerazione della presenza delle donne. Eppure prima di Maria in questa lunga serie di nomi, compaiono, quasi come fessure di interruzione, i nomi di quattro donne: Tamar, con riferimento alla storia narrata nel capitolo 38 di genesi, Rahab, la cui vicenda è raccontata nel capitolo 2 di Giosuè, Rut, di cui si racconta nel delizioso libretto che da lei prende il nome (Rut 3-4). La quarta donna è la moglie di Uria, cioè Betsabea (cfr. 2Sam 11,1-12,24). I nomi di queste donne sono connesse a situazioni ‘irregolari’ e peraltro a passaggi fondamentali per la discendenza che conduce a Gesù. Tamar, donna ridotta ad essere senza identità, rifiutata, ad un certo punto si finge prostituta in rapporto a Giuda. Quando Giuda scopre di essere lui il padre del bambino che deve nascere rendendosi conto dell’accaduto dirà: “ella è più giusta di me!”. Uno dei gemelli che da lei nasceranno sarà indicato come colui che si è aperto una breccia.

Raab, anche lei prostituta è la donna che a Gerico vive ospitalità incondizionata e salva i messaggeri degli israeliti, mettendo una corda, un filo rosso (e filo/corda in ebraico è termine che ha anche significato di speranza). Col suo agire trasforma la paura di entrare nella terra in coraggio, pone speranza dove c’era paura e incertezza. La tradizione rabbinica ebraica parlerà di Raab come moglie di Giosuè. Nella lettera agli Ebrei viene indicata come donna di fede: ‘Per fede, Raab, la prostituta, non perì con gli increduli, perché aveva accolto con benevolenza gli esploratori’ (Eb 11,31). Ella rende possibile ciò che appariva impossibile.

Rut è la straniera, del popolo di Moab, considerato maledetto da Israele, colei che segue la sua suocera Noemi, nella condizione di sventura, dicendo ‘il tuo popolo sarà il mio popolo, il tuo Dio sarà il mio Dio’, percorrendo le vie della solidarietà e della condivisione, anche di fronte al rifiuto, senza calcoli, e diviene colei che dà alla nascita il nonno di Davide i cui nome è Obed / Ebed il servo.

Betsabea è moglie del generale Uria, donna sola mentre il marito è in guerra, donna intraprendente, seducente, che riesce a farsi avvicinare da Davide e a raggiungere il potere. Darà a Davide il figlio Salomone dopo la morte del primo figlio. Anche lei entra nella vicenda della genealogia di Gesù.

Situazioni irregolari quindi, complesse e marginali, in cui s’intrecciano sentimenti, aperture e limiti. Ma ad una lettura più profonda quei nomi di donna fanno scorgere in una genealogia tutta maschile come il disegno e la promessa di Dio nella storia umana si fanno strada per vie che sono imprevedibili e diverse da schemi prestabiliti. E quelle nascite sono quindi secondo la giustizia di Dio, che rimane fedele alla sua promessa, come quella di Maria per cui anche Giuseppe sarà detto ‘uomo giusto’.

Quei nomi e storie di donne sono così anticipazioni e sono coerenti con la storia di Maria, anche lei protagonista di una maternità che può essere definita eterodossa (Giuseppe si interrogava come licenziarla in segreto…). Da loro nascono presenze che fanno parte del grande albero di vita che si conclude con un’altra interruzione e anomalia.

La genealogia infatti si conclude con Giuseppe, che non è presentato come padre, ma come sposo di Maria da cui è nato Gesù il Cristo. Gesù proviene da un storia pienamente umana, che respira della complessità delle vicende umane e d’altra parte non è solamente prodotto essa, ma la sua identità ha radici che orientano ad altrove. E Giuseppe è giusto perché non giudica ma si mantiene nel silenzio di chi s’interroga davanti ad un agire di Dio sempre da ricercare, ad un suo esserci al contempo presente e altrove, a colui che rimane altro e provoca all’abbandono della fede, a rinunciare alla pretesa di tenere Dio e il suo disegno dentro le nostre mani e i nostri progetti.

La lettura di questa densa pagina di nomi questa sera a noi può indicare due motivi di riflessione: il primo è che Dio si rende presente e chiama nella vicenda umana, al cuore di relazioni e di rapporti che sono quelli delle famiglie, dei popoli, degli alberi genealogici che legano l’umanità collegando a radici lontane e a volti sconosciuti. Siamo tutte e tutti partecipi di una storia in cui riconoscere una presenza di Dio che passa attraverso le relazioni, gli incontri, gli intrecci contorti e complessi delle famiglie umane. Gesù nasce all’interno di questa storia e si rende solidale con essa. Per questo oggi è così urgente riscoprire uno sguardo di accoglienza e ascolto dell’altro, dell’altro diverso, dell’altro povero che è visita di Dio.

Un secondo motivo di riflessione proviene dallo scorgere che in questa storia carica di pesantezza umana e di peccato, Gesù proviene da una vicenda segnata da alcuni passaggi in cui donne irregolari, con le loro scelte, con la loro fede, con la loro ostinatezza fanno procedere un disegno di promessa e di liberazione. La chiamata di Dio giunge dai margini, da chi è considerato esterno e lontano. Il volto di Dio di Gesù si rende vicino nei volti e nei nomi da ricordare, tutti, non perdendone alcuno. Gesù unisce a sé questa memoria di umanità ferita, fatta di storie scomode e non dimentica nessuno. Il suo profilo è quello di re messia, ma di un messia diverso. E a noi chiede la fede che è stata di Abramo, di Davide, di Rut, di Maria.

Alessandro Cortesi op – san Domenico di Fiesole, 17 dicembre 2018

 

Un pensiero di buon Natale…

“In molti Paesi di destinazione si è largamente diffusa una retorica che enfatizza i rischi per la sicurezza nazionale o l’onere dell’accoglienza dei nuovi arrivati, disprezzando così la dignità umana che si deve riconoscere a tutti, in quanto figli e figlie di Dio. Quanti fomentano la paura nei confronti dei migranti, magari a fini politici, anziché costruire la pace, seminano violenza, discriminazione razziale e xenofobia, che sono fonte di grande preoccupazione per tutti coloro che hanno a cuore la tutela di ogni essere umano (…)

Abbiamo bisogno di rivolgere anche sulla città in cui viviamo questo sguardo contemplativo, «ossia uno sguardo di fede che scopra quel Dio che abita nelle sue case, nelle sue strade, nelle sue piazze […] promuovendo la solidarietà, la fraternità, il desiderio di bene, di verità, di giustizia», in altre parole realizzando la promessa della pace.

(Francesco, Messaggio per la giornata della pace – 1 gennaio 2018)

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Pieter Bruegel, Censimento di Betlemme – Museo Reale delle Belle Arti BruxellesPieter_Bruegel_the_Elder_-_The_Census_at_Bethlehem_-_WGA03379.jpg

Se non fosse per il titolo – il censimento di Betlemme – a nessuno che guardi questo dipinto verrebbe da pensare che Pieter Bruegel il vecchio in questa tavola a olio abbia inteso rappresentare il viaggio di Maria e Giuseppe da Nazareth a Betlemme, la città di Giuda, per farsi registrare.

Il dipinto respira un’aria che non ha nulla della rappresentazione sacra, non evoca atmosfere religiose, né cerca di ricostruire il mondo palestinese della nascita di Gesù. E’ piuttosto un scena che immerge nel clima delle terre del Nord alla metà del ‘500, segnate da inverni pesanti, da freddo, neve, gelo, ed anche dal lavoro, dalla fatica, dalla povertà di cose di ogni giorno.

Bruegel conosceva la vita dei contadini nelle vaste pianure tra Bruxelles e Anversa, i suoi ricordi gli avevano fatto imprimere nella mente le strutture di case e villaggi, parte di una natura che nell’inverno manifestava il suo aspetto spoglio, indurito dal ghiaccio e imbiancato dalla neve.

Forse non a caso sceglie il momento del censimento quale tema del suo dipinto: in esso in qualche modo scorge il senso del Natale. E lo legge non come evento lontano e romantico, ma quale presenza nascosta, segno da individuare nella trama quotidiana della vita dei poveri, nascosto tra le pieghe della vita, nei suoi aspetti quotidiani, di peso e sofferenza.

Del censimento parla il vangelo di Luca: è una decisione dell’imperatore, il dominatore del mondo che intende contare le popolazioni delle sue terre. Convocare tutti ad essere contati è un modo per verificare misure ed estensione del proprio dominio e per aumentare le entrate delle tasse. Non solo. E’ anche un modo per dire che la vita di ogni persona sottostà ad un potere da cui dipende e da cui è controllata in tutto. Così il farsi registrare è gesto di sottomissione ad un comando che ricorda dipendenza e sudditanza, nel rapporto tra i piccoli e i grandi della terra, tra i servi e i padroni.

Anche Maria e Giuseppe si misero in viaggio per farsi registrare… Così riporta Luca nel suo vangelo. Anche Luca in qualche modo è pittore. Sapeva dipingere con il suo scrivere. Nelle pennellate di questa pagina Luca compone un dittico: da un lato la decisione dell’imperatore – che era chiamato signore e salvatore – e la sua pretesa di dominare tutta la terra, in una articolazione del potere che giungeva a controllare le persone più umili fino alle periferie dell’impero. Dall’altro la storia di una famiglia come tante, sorpresa nel quotidiano dell’esistenza, nel momento di una gravidanza avanzata, costretta a mettersi in viaggio, ad affrontare i pericoli del cammino per farsi registrare, per andare a Betlemme il paese di origine. Una storia piccola contrapposta alla grande storia, una vicenda trascurabile e inosservata agli occhi di chi vede solo le vicende degli imperi e dei grandi del mondo. L’imbrunire di un giorno senza data e i calendari segnati nei libri. In questa piccola storia tuttavia la povertà e piccolezza di un piccolo segno sta al centro e custodisce una preziosità unica. E’ visibile solamente a coloro che vivono ai margini dei regni e della vita, a coloro che si lasciano illuminare da voci di messaggeri inaspettati e si lasciano mettere in cammino.

E Luca parla così di un bambino che prima ancora del suo nascere ha vissuto come migrante, è stato portato in viaggio, affrontando intemperie e precarietà, quando ancora era nella pancia di Maria. E lei e Giuseppe hanno subito il rifiuto di essere ospitati alla locanda, dove erano giunti. Perché non c’era posto per loro nell’alloggio… Ma quel bambino era autentico salvatore, senso della vita e speranza per tutti, nelle fasce del suo morire e risorgere…

Luca scorge nella vita di questi piccoli, Maria, Giuseppe, il loro bambino, un segno di grande luce che sconvolge la grande storia, la contesta e la rovescia: ha rovesciato i potenti dai troni…

Pieter Bruegel è pittore olandese, sensibile alla vita dei villaggi e delle stagioni di terre del Nord, i cui inverni sono segnati dal gelo e dalla neve. Forse leggendo la pagina di Luca ha pensato al freddo di quell’inverno del 1566 in cui iniziò a preparare la tavola ed i colori ad olio per il suo dipinto. E nel suo censimento riporta un racconto che parla del figlio di Dio riportandolo alle dimensioni del quotidiano dei figli degli uomini. L’atmosfera è quella di un tramonto, quando le temperature scendono repentine. Sullo sfondo il sole appare come una palla rossa che sta rapidamente calando all’orizzonte fino a nascondersi in fondo alla pianura, nel momento della giornata che lascia spazio al gelo. Il suo disco si scorge in lontananza rigato dai rami, completamente spogli, di un grande albero piantato davanti alla porta locanda, dove, alla base del suo tronco, si accalca una piccola folla intirizzita.

Mentre le nubi iniziano ad oscurare il cielo e voli di sparuti uccelli lo solcano velocemente, la vita di gente semplice vede il suo dipanarsi nello spazio di un paese imbiancato dalla neve. Un ghiaccio grigio e consistente copre il fiume e gli specchi d’acqua. Vicino alla locanda c’è chi trascina fuori i maiali per ammazzarli e provvedere ad un po’ di cibo. Nei pressi di carri in sosta alcune galline zampettano sul terreno gelato alla ricerca di qualche briciola da beccare, mentre da una grande botte coperta di neve un uomo sta spillando del vino. Uomini e donne sono piegati sul loro lavoro, chi con sacchi o fascine sulle spalle, chi con ramazze, chi cercando qualche verdura zappettando nell’orto gelato. L’intera scena rinvia ad attività quotidiane. E’ un’umanità dolente e in movimento, tra cui non manca la presenza dei piccoli: in lontananza si scorgono infatti profili di bambini che giocano sul ghiaccio. E verso il villaggio da diverse direzioni pellegrini e viaggiatori giungono con sulle spalle pesanti carichi sorreggendosi con bastoni. Avanzano a fatica sulla neve mentre le scarpe pesanti stridono sul ghiaccio. Nelle case del villaggio ancora non sono accese le luci, e i profili sono delineati dai tetti innevati. Il movimento degli uomini appare come un brulicare di formiche, talvolta in fila, talaltra in ordine sparso. Davanti ad alcune porte si affollano gruppi di persone infagottate in mantelli e con coperte sulle spalle o con i cappucci e berretti a coprire il capo. Sono tutti coloro che si sono spostati affrontando la fatica, convocati per il censimento. Ora fanno la fila davanti alla porta della locanda, che appare in primo piano, adulti e bambini, mentre qualcuno sulla soglia è fissato nel gesto di chi riceve un pagamento o legge liste di nomi. E forse un’altra locanda si intravede in fondo al villaggio alla cui porta si accalca una piccola ressa.

In questa scena di ordinarietà, di lavoro e di povertà, in cui il gelo dell’inverno tutto avvolge come un peso, al centro del dipinto si possono distinguere alcune figure di chi sta per giungere, dopo lungo peregrinare, alla porta della locanda. Un uomo piegato cammina recando sulle spalle un sacco e guidando con la mano un asino e un bue. Sull’asino è seduta una donna. S’intravede la sua cuffia bianca lasciata per un tratto scoperta e i tratti del volto. Il capo è contornato dalle falde di un ampio mantello che scende ampio a coprire anche l’asino che la porta. Al centro del censimento Bruegel tratteggia così i profili di Giuseppe e Maria, nel momento in cui stanno giungendo, a sera, alla locanda dopo il lungo viaggio. Come tanti contadini e abitanti dei villaggi che si mettono in fila, nel disordine e nel vociare provocato dalla presenza di molti, in attesa di un tetto caldo, di trovare luogo dove riposare, di avere un po’ di pane e qualcosa di caldo per scaldare le membra intirizzite dal gelo e dalla fatica.

Al cuore di questa scena è posto un segno di amore, quasi un fuoco nascosto, ma anche il segno di una solidarietà. E’ la tenerezza di una donna incinta che si difende dal freddo con una coperta sulle spalle ed è la resistenza di un uomo che guida gli animali. Così Bruegel scorge il venire di Gesù salvatore in mezzo all’umanità. E’ un venire che entra e attraversa il suo tempo, i paesaggi a lui familiari delle terre del Nord. Si confonde con la vita di poveri contadini e con la quotidianità di persone senza nome. Si fa vicino in chi compie un viaggio, nel peregrinare di poveri che si affollano alla locanda di un paese. E’ condivisione di un cammino e della fatica di tanti appesantiti dalla vita. Tutto attorno frattanto la vita quotidiana si svolge nei gesti ordinari, nelle cose di ogni giorno, in un contrasto tra il penoso fare del lavoro e la leggerezza del gioco, tra il correre dei bambini e il penoso avanzare dei vecchi. Il volto del Figlio di Dio ha i tratti umanissimi di un figlio di uomini, nascosto nel grembo di una donna in viaggio.

Partecipe di un cammino, è al cuore di una storia di amore che si dipana anche nei gesti di chi conduce gli animali e di una donna capace di coraggio e forte. Come tanti innumerevoli altri, costretto alle sofferenze e alle prove. Il censimento è atto di un potere che sovrasta, riduce a numero e impoverisce. Giuseppe e Maria recano i tratti di volti piegati, condotti dalla vita a spostarsi, a lasciare il loro paese, ad affrontare con un bambino in grembo, la fatica di un viaggio nella morsa del gelo. Sono ritratti prima di affrontare la coda alla locanda ove già si stanno accalcano tanti richiedenti, il parapiglia tra la folla e poi il rifiuto e l’allontanamento. Anch’essi respinti e tenuti lontani.

Una storia semplice che reca in sé l’annuncio e la promessa di un volto di Dio sconvolgente e diverso. Non abitante di cieli lontani ma vicino, umanissimo, che s’identifica con poveri paesani in viaggio. E forse Bruegel ponendo al centro della scena una coppia e gli animali suggerisce anche quel rovesciamento che Gesù è venuto a portare. Non il dominio dell’imperatore che ordina il censimento è la forza che regge il destino nella vita, ma quel mistero di amore racchiuso e custodito nella storia di quelle presenze, nel loro affetto, in un amore custodito, e dove anche gli animali, l’asino e il bue daranno il calore della cura, con il loro respiro, a colui che sta per nascere fuori dalla locanda perché per lui non c’era posto…

 

Ti sei lasciato portare

nel cammino

hai conosciuto la tenerezza

di donna innamorata

la fedeltà

di un uomo giusto

compagno che prende e sa portare

capace di accompagnare e

custodire

hai camminato e ancora

cammini

nascosto nella vita

dove c’è il coraggio di

un sì al Dio

che guarda ai piccoli

rovescia i potenti

e innalza gli umili

hai vissuto la tua esistenza

come viaggio

di chi chiede ospitalità

aperto a visitare

ed entri nel villaggio

come poi a Gerusalemme

cavalcando un asino

la tua presenza

è celata

nelle pieghe della vita

amore velato nei nostri amori

nel lavoro di poveri

nella fatica di chi è senza nome

agli occhi dei grandi

ma ha un volto unico

e un nome che mai

sarà dimenticato.

Apri i nostri occhi a scorgere

la visita

del Dio umanissimo

 

Buon Natale 2017

Alessandro

Natale del Signore – anno A – 2016

img_2322Natale del Signore – anno A – 2016

Is 9,1-6; Tt 2,11-14; Lc 2,1-14

“Su coloro che abitavano in terra tenebrosa una luce rifulse…”. Le tenebre sono cifra del momento che viviamo: tenebre di una situazione di violenza diffusa. Viviamo il tempo di una guerra globale e non dichiarata che continua nell’indifferenza e attraversa i luoghi della quotidianità. Assistiamo allo sgretolamento di percorsi in cui nel tempo e faticosamente erano stati riconosciuti dignità e diritti. Viviamo l’accrescersi di manifestazioni di rabbia, razzismo e intolleranza verso gli stranieri. Le tenebre sono anche quelle di un sistema economico e finanziario che genera ingiustizia e soffoca: annienta le vite di popoli ridotti alla fame, toglie il respiro e i sogni ai giovani privandoli di speranza e futuro.

Notte e buio segnano anche le nostre vite ordinarie, i percorsi delle nostre famiglie in tanti modi: perdite di persone care, malattie, difficoltà a sostenere i ritmi di una vita sempre più complessa ed esigente, dolori, difficoltà economiche, preoccupazioni per i figli, per i loro problemi e il loro futuro, egoismi e incapacità di comunicare, incomprensioni, dissidi. Buio è tutto ciò che ci opprime e angoscia. Buio è il luogo delle nostre paure espresse ed inespresse.

Nel buio di queste tenebre, in una condizione di spaesamento l’annuncio di Isaia, profeta che ha uno sguardo lungo sulla storia è psoto al centro della lituriga di Natale: “A coloro che abitavano in terra tenebrosa una luce rifulse”.

E’ annuncio di una luce che è entrata squarciando fessure nelle tenebre. E’ anche una promessa sulla storia che indica un orizzonte di liberazione e di pace: “tu hai spezzato il giogo che l’opprimeva… ogni calzatura di soldato che marciava rimbombando e ogni mantello intriso di sangue saranno bruciati, dati in pasto al fuoco”. Isaia scorge un intervento di Dio che libera da pesi insopportabili e da ciò che tiene legato a logiche di oppressione e violenza. E’ un intervento che inaugura un mondo diverso in pace: non ci saranno più passi marziali di soldati che avanzano per uccidere, ma tutto ciò che ha a che fare con la guerra, la guerra delle armi, ma anche l’aggressività e l’odio vicino, è reso vano.

Isaia indica in un bambino il segno della possibilità di inizi nuovi anche in una realtà di tenebre: “un bambino è nato per noi, ci è stato dato un figlio”. Questo bambino è un figlio donato: il nome di questo bambino è ‘principe della pace’. Il suo venire apre ad una storia di pace che è orizzonte di tutta la storia umana.

Un bambino nel suo essere inerme, privo di difese e di strumenti di offesa, segnato dalla fragilità estrema e bisognoso di cure. Questo bambino è un figlio affidato, segno della presenza di Dio che è potente rovesciando i criteri della grandezza umana: non s’impone con la forza ma nel suo presentarsi indifeso scardina la logica delle armi e della guerra. Questo bambino è portatore di luce nuova, apre un orizzonte di pace.

“Non temete. Ecco vi annuncio una grande gioia che sarà di tutto il popolo. Oggi vi è nato nella città di Davide un salvatore che è il Cristo, Signore. Questo per voi il segno: troverete un bambino avvolto in fasce che giace in una mangiatoia” (Lc 2,10-11)

Il vangelo fa scorgere nel volto di Gesù, bambino, nel momento della sua nascita, i tratti di colui che visse la sua vita come servizio fino in fondo per amore: ‘avendo amato i suoi che erano nel mondo li amò sino alla fine’

Dio ha deciso di abitare in mezzo a noi come uomo. D’ora in poi il luogo dove incontrarlo è nel volto delle persone, negli altri. La luce che ci dona non è per fuggire da questa storia, ma entra nelle tenebre del nostro mondo per salvare questa storia. Natale è evento di povertà e abbassamento di Dio: “Spogliò se stesso assumendo la condizione di servo, divenendo simile agli uomini: apparso in forma umana, umiliò se stesso facendosi obbediente fino alla morte e alla morte di croce. Per questo Dio l’ha esaltato…” (Fil 2,7-9).

Natale è irrompere della promessa e dell’annuncio che oggi è il tempo dell’aurora: il nostro buio è luogo in cui è pronunciato il ‘no’ di Dio ma in cui il suo ‘sì’, la presenza dono di un bambino, è germoglio e primizia di una fioritura in cui ciascuno di noi è coinvolto: è venuto per formarsi un popolo che gli appartenga (cfr. Tt 2,14).

Nelle parole degli angeli, messaggeri di belle notizie, c’è un annuncio a ‘non temere’: indicano inizi nuovi, invitano a mettersi in cammino, a leggere i segni della sua presenza. Una luce, anche solo una debole fiammella è in grado di attraversare le tenebre: là dove essa si leva ritorna a noi il coraggio di sollevarci. Natale è annuncio che la presenza di Dio può nascere e trovare spazio nel cuore di ogni persona. A noi sta accogliere questa presenza, farla crescere in noi. Il quotidiano, il vissuto di ogni momento e di ogni rapporto è luogo in cui far crescere tale incontro, lasciandoci coinvolgere, ponendo i nostri passi su quelli di Gesù, vivendo come lui ha vissuto. Da portare nel cuore oggi è forse solo una domanda: come “vivere in questo mondo con sobrietà, con giustizia e con pietà, nell’attesa della beata speranza”? come rendere questa parola vita ed esperienza delle nostre giornate?

Alessandro Cortesi op

maria-barghouthy-refugee-camp(disegno di Maria Barghouty, bambina siriana rifugiata)

Con il pensiero ad Aleppo

Dopo cinque anni di guerra il popolo siriano è vittima delle violenze e della guerra. Samir Nassar, arcivescovo di maronita di Damasco ricorda la situazione di violenza e sofferenza: «Il rumore infernale della guerra soffoca il canto di gloria degli angeli. La sinfonia angelica del Natale lascia il posto all’odio, a crudeli atrocità compiute nell’indifferenza globale. Oggi chiediamo all’Emmanuele, al Dio-con-noi, di portare, con la sua grazia, i doni di cui la Siria ha urgente bisogno: la pace, il perdono e la compassione»

«Il bambino Gesù ha molti compagni in Siria. Milioni di bambini non hanno più casa e vivono senza riparo, in tende o in alloggi di fortuna, proprio come la stalla di Betlemme. Gesù non è solo nella sua miseria. I bambini siriani, abbandonati, orfani e psicologicamente devastati dalle scene di violenza che hanno provato e visto, vorrebbero tanto essere al posto di Gesù, perchè il Cristo almeno ha sempre i suoi genitori. Questa amarezza si vede nei loro occhi, nelle loro lacrime e nel loro mortificante silenzio».

Nelle parole del vescovo si rifrange la disperazione e il senso di abbandono di chi vive in questo momento in Siria: «Molti bambini siriani invidiano Gesù perché Lui ha trovato almeno un posto umile per nascere e un riparo, mentre alcuni di loro sono nati sotto le bombe o durante un esodo che li ha portati lontano dalla loro patria».

La condizione delle donne è drammatica: «Ci sono in Siria tante madri in difficoltà: madri sfortunate che vivono in condizioni di estrema povertà, costrette ad assolvere ai doveri familiari da sole, senza i loro mariti, morti o dispersi. Donne che cercano in Cristo un po’ di consolazione. Quando guardano alla Sacra Famiglia e vedono la presenza rassicurante di Giuseppe, queste madri piangono per le loro famiglie prive di un padre: questa assenza alimenta paura, ansia e preoccupazione».

«Allo stesso modo gli uomini, disoccupati o stremati dalla fatica di cercare il sostentamento per i loro cari, vedono in san Giuseppe un uomo che ha saputo prendersi cura della sua famiglia, nel momento del bisogno, della fame e del pericolo, anche fuggendo, in un viaggio da profughi, in Egitto».

Per la comunità cattolica maronita «la luce di Cristo è l’unica che porta consolazione e speranza. La sua vicinanza all’umanità, espressa nel mistero dell’Incarnazione, infonde il coraggio di vincere la morte e la fiducia in un futuro fatto di pace, perdono e compassione».

Dalle comunità di Siria che celebrano il Natale proviene un grido di pace. E’ invocazione che chiede di fare di questa festa occasione per ricordarsi degli altri. Natale è chiamata a scorgere la pace come orizzonte che accomuna i diversi cammini nel mondo delle molte religioni e di chi non ha religione. Il grido di preghiera per la pace si fa denuncia per ogni utilizzo della religione per la violenza, per scopi che contrastano con la radice più profonda delle fedi, e si fa ricerca di una pace dono di Dio che sia reso concreto in scelte e azioni, percorso possibile tra diversi popoli.

Natale… col pensiero ad Aleppo invocando la pace.

Alessandro Cortesi op

Natale del Signore 2015

Natale essenziale

(Lc 2,1-14)

In questo Natale è sempre più faticoso scambiarsi auguri che non siano vuota retorica. Scambi entusiastici di ‘buone feste’ fanno emergere ancor più il contrasto tra una religiosità disincarnata e fondamentalmente indifferente verso le sorti degli altri, dei poveri, e la realtà fatta di emarginazione, di iniquità e privilegi, dove poggiano i nostri piedi. Tre pensieri si fanno strada a partire dall’ascolto della pagina del vangelo.

migrantiserbia(migranti, Serbia 2015)

“… per loro non c’era posto nell’alloggio”: è questa la condizione che Gesù ha condiviso con l’umanità ferita di chi non ha posto e non trova accoglienza: è nei volti di questa umanità che Gesù si fa incontrare oggi.

Il primo pensiero è per i bambini morti nel Mediterraneo nei viaggi dei migranti di quest’ultimo anno: le statistiche della Fondazione Migrantes parlano di oltre 700 bambini. Di ieri è la notizia ormai senza più eco di sette bambini morti nelle acque dell’Egeo per il rovesciamento di un gommone davanti all’isola di Leros. E’ la strage silenziosa a cui stiamo assistendo in questi anni che continuamente giunge davanti ai nostri occhi. Suscita reazioni immediate, emotive, passeggere ma non genera reazioni e movimenti di popolo e opinione che smuovano i governi a decisioni per trovare vie per offrire protezione e per dare diritto di asilo ai rifugiati. Viviamo una paralisi e un indurimento cinico delle società europee di fronte alla vita di uomini e donne privati della loro libertà e dei diritti umani e un’insensibilità a lasciarsi muovere e commuovere. Oltre 3600 è il freddo numero del conto dei morti di quest’anno in mare (3500 secondo fonti dell’UNHCR quelli del 2014), ma dietro alla contabilità senza voce ci sono storie talvolta lontane, ma talaltra troppo simili alle nostre e volti di uomini e donne che affrontano ogni rischio perché non c’è alternativa per loro. Un milione di persone in fuga da situazioni di dittature e violazione di diritti umani come Eritrea, Gambia, Sierra Leone e di guerre e violenze come Siria, Afghanistan, Irak, Somalia, Mali, Nigeria, Niger hanno raggiunto l’Europa via mare. Che cosa sta producendo il nostro modo di vivere? Come reagire di fronte a queste chiamate?

Fare memoria della nascita di Gesù è motivo per pensare oggi a tutti questi bambini, quelli morti e quelli che fanno parte della folla di coloro che si mettono in viaggio. Quel viaggio si ripete, così come l’esclusione. La nascita di Gesù ci dice che la salvezza giunge dai piccoli, dall’accoglienza del volto di un bambino fragile e messo da parte.image

Un secondo pensiero: “alcuni pastori … vegliavano tutta la notte … la gloria del Signore li avvolse di luce”.

Nella notte la luce di stelle avvolge i pastori. Nella notte di questo tempo c’è qualcosa che nasce ed illumina ed è linguaggio non di parole, ma del movimento del creato. Natale parla di fiorire della vita, di nascita. Nel buio una luce vince la notte. E’ il messaggio che proviene da una natura che vediamo deturpata e sfigurata dalle scelte umane ma anche portatrice di energie di vita, di luce che sorge. I cambiamenti climatici, il riscaldamento globale, il venir meno della biodiversità sono gli esiti sotto i nostri occhi di un modo di vivere che degrada la natura e insieme degrada soprattutto le popolazioni dei paesi poveri. Eppure l’energia della vita si riaffaccia ed è quasi grido di implorazione: il grido della terra, il gemito della terra nel suo fiorire è eco del gemito dei poveri. Natale è memoria di germogli, della forza della vita che nasce, pur dimenticata. Nella lettera Laudato si, di Francesco, alcune righe aiutano a scorgere un appello proveniente dalla stessa natura (n. 205): “eppure non tutto è perduto, perché gli esseri umani, capaci di degradarsi fino all’estremo, possono anche superarsi, ritornare a scegliere il bene e rigenerarsi, al di là di qualsiasi condizionamento psicologico e sociale che venga loro imposto. Sono capaci di guardare a se stessi con onestà, di far emergere il proprio disgusto e di intraprendere nuove strade verso la vera libertà. Non esistono sistemi che annullino completamente l’apertura al bene, alla verità e alla bellezza, né la capacità di reagire, che Dio continua a incoraggiare dal profondo dei nostri cuori. A ogni persona di questo mondo chiedo di non dimenticare questa sua dignità che nessuno ha diritto di toglierle”.

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Il germogliare della natura che reca in sé la forza della vita, il nascere di una vita nuova, fragile affidata alla attenzione e alla cura è domanda aperta. Lì dentro sta l’invito a riprendere coraggio per “far emergere il proprio disgusto e… intraprendere nuove strade verso la vera libertà” per trasformare l’economia, per cambiare stili di vita. La natura che nasce, i germogli, la luce che illumina ricordano questa dignità che può essere recuperata. Ma ciò implica coraggio per provare disgusto e apertura a cambiare.

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Un terzo pensiero “Questo per voi il segno: troverete un bambino avvolto in fasce, adagiato in una mangiatoia”. Anche in questo periodo di Natale la scena del bambino in fasce in una mangiatoia è stato motivo di polemiche basate sulla rivendicazione di una identità culturale pensata contro l’altro. Il presepe sbandierato come tradizione di una religione identificata come dato culturale contro altre religioni, l’identità cristiana identificata con l’occidente in contrasto con l’Islam identificato con gruppi di fondamentalisti violenti. Altre polemiche di tipo diverso hanno contrapposto al presepe letto come segno identitario portatore di divisione e di intolleranza, una visione che tende ad eliminare i riferimenti religiosi dalla vita sociale, anziche accoglierli, mettendo in relazione le differenze in un mondo plurale. Il bambino avvolto in fasce deposto sulla mangiatoia è rinvio al volto del crocifisso, deposto nel sepolcro. Tutta la sua vita, e la sua nascita ne è simbolo sintetico, è stata spesa per rompere barriere, per accogliere e dare liberazione e riconoscimento tutti, senza distinzioni, scegliendo le vie dell’incontro, della mitezza, della nonviolenza. Il segno del bambino avvolto in fasce è segno scomodo e provocatorio, che rivoluziona tranquille certezze e sdolcinate tradizioni. Rinvia a scorgere nella fragilità di un essere che ha bisogno di cure il volto di un Dio che si ritrae e sceglie la debolezza. Natale è festa che destruttura le identità che si contrappongono e disprezzano l’altro. È chiamata ad un cambiamento radicale nello spogliarsi di tutto ciò che fa sentire ricchi, superiori, privilegiati, dominatori. E’ sfida all’accoglienza e a riconoscere che Dio si dà ad incontrare nei volti degli esclusi.

Alessandro Cortesi op

Bugiani cartoni 2(Pietro Bugiani, 1905-1992 – adorazione dei pastori, cartone, part.)

Natale del Signore – 2014

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Omelia nella notte (Lc 2,1-14)

Vorrei riflettere su queste pagina a partire da tre immagini: il censimento, i pastori, la mangiatoia. Al centro un bambino avvolto in fasce che giace affidato alla cura, alla tenerezza di mani attente.

Il censimento è decisione dei grandi della terra: è il momento del conteggio per manifestare la propria grandezza. Nella storia di Israele la scelta di fare un censimento è rimasta nella memoria come il grande peccato di Davide (1Sam 24) che decise di contare il popolo per convincersi di una grandezza che derivava dal numero, dalla potenza e non dalla vicinanza di Dio.

Oggi il censimento può essere assimilato ai grandi movimenti di controllo della vita e della storia delle persone per renderle numeri, per contare in vista di un potere che le strumentalizza e le rende funzionali.

Il censimento è celebrazione di quel potere che rende schiavi e si pone come assoluto sulla terra. Nella pagina di Luca si respira una vena di sottile ironia nella contrapposizione tra il quadro dei grandi poteri che assoggettavano tutta la terra, l’impero di Ottaviano – chiamato il salvatore del popolo – e dei regni a lui sottomessi, e la fragilità di un bambino che mostra il volto di un Dio debole e indifeso. – ed è lui presentato in modo paradossale come l’autentico ‘salvatore e messia’.

I pastori. I pastori sono le persone considerate fuori dai recinti della purità, fuori dalla religione. Coloro che vivono un lavoro che li poneva ai margini, custodi di greggi, assoggettati alla fatica del lavoro, impuri come gli animali che dovevano seguire. Ai pastori per primi è dato il vangelo. Il messaggero/angelo – metafora per indicare intervento di Dio che si comunica all’umanità – si rivolge per primo ai pastori. Perché proprio a loro? C’è una indicazione importante che riguarda dove trovare l’annuncio del vangelo, dove rintracciare le chiamate di Dio nella storia.

Il vangelo, la bella notizia di salvezza la si ritrova – dice Luca – non nei centri del culto e nelle gerarchie a capo del sistema religioso, ma nelle persone che stanno ai margini, in coloro che vivono la fatica del lavoro, in chi è considerato escluso e non considerato nella società, come uno scarto. Così noi possiamo incontrare Dio non nei luoghi del sacro, in spazi lontani dalla vita, ma nelle pieghe dell’ordinario, nei volti di chi pensa di essere lontano da Dio, in coloro che sono tenuti ai margini dalla religione e dalla società.

La mangiatoia. Il luogo della nascita di Gesù è un luogo dove stavano animali, dove era presente una mangiatoia, luogo del cibo; luogo appartato nell’alloggio perché Maria, nella sua condizione di partoriente doveva essere posta in un ambiente separato. C’è il legno della mangiatoia, segno della fragilità di Gesù che racconta il volto di un Dio che si fa pane; e c’è il legno della croce che racconta una vita vissuta nel dono di sé e nel servizio fino alla fine, racconto di un Dio che non fa morire, ma che si dà fino a morire per gli altri.

Al centro di queste immagini Gesù. Gesù con il volto di un bambino, piccolo segno, da cogliere con attenzione perché ciò che attrae di solito è la magnificenza dei segni che si impongono. Gesù suggerisce il volto di un Dio umanissimo che si fa vicino nella debolezza di un bambino. In chi è inerme indifeso, in chi è semplice, in chi non ha possibilità di imporsi si rende presente il Dio umanissimo di Gesù.

Gesù racconta anche di un Dio debole che si fa povero, affidato alla cura di un uomo e una donna. Un volto di Dio del quotidiano, della vita, delle relazioni ordinarie. Non un Dio che si manifesta nel tempio o nello sfolgorare di eventi eclatanti né il Dio delle guerre e della violenza. Ma un volto di Dio che si fa vicino nel legno della mangiatoia e nel legno della croce.

Alessandro Cortesi op

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Buon Natale

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Natale è festa di germogli, di luce esile, non abbagliante, eppure capace di fendere il buio che avvolge intorno.
è presenza di vita… corporeità e fragilità… è festa di inizi, ed è principio di cammini, insieme. Non nelle cose eclatanti, non nelle strategie per maneggiare con il potere, ma nelle cose piccole, negli inermi, nelle vittime delle periferie si fa vicino e presente il sogno di Dio, un sogno di incontro, che si allarga come cerchi d’onda nell’acqua.

Natale è festa di partenze, per annunciare a chi è considerato non contare nulla, che agli occhi di Dio è unico e importante. Agli occhi di Dio e agli occhi di tutti coloro che si lasciano toccare dai piccoli segni: ‘un bambino avvolto in fasce’. Nel tempo c’è un seme ed una promessa di vita per sempre. Dio prende con sè questa storia, ne svela un orizzonte grande, e dice che ogni situazione a partire dalla più nascosta e dimenticata,  si apre ad una parola ultima che è radice di ogni nostra speranza.

Un augurio di buon Natale agli amici

Alessandro

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