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Domenica della santa Famiglia

1Sam 1,20-28; 1Gv 3,1-2-21-24; Lc 2,41-52

Si prova un certo disagio a celebrare la festa della santa famiglia in un tempo in cui il riferimento alla famiglia, unito spesso alla dizione ‘famiglia tradizionale’, è divenuto in tanti ambienti motivo di riduzione del messaggio cristiano ad un modello culturale e morale quando non moralistico e motivo di giudizio escludente e discriminante verso tutte le forme di comunità di affetti e verso le esperienze che vivono la complessità dell’esperienza affettiva e le diversità nell’attuare la realtà così umana e quindi varia, ricca, molteplice della famiglia.

Quando poi la ‘santa famiglia’ viene utilizzata quale modello teorico e idealizzato di una famiglia che s’identifica con la famiglia di tipo borghese il disagio si accresce ancora di più. Lo sguardo alle concrete vicende delle famiglie oggi porta a considerare come proprio l’ambito familiare sia luogo delle più diverse esperienze, della presenza di complessità difficili da ridurre ad un modello: le famiglie umane sono mosaico di meraviglie di amori vissuti nelle forme più diverse, nella autenticità, ed anche luoghi di sofferenze profonde per la difficoltà di comunicare, per le interruzioni, rotture e abbandoni, per conflitti diffusi, per le tante angustie presenti nei rapporti tra coniugi, con i figli, nel rapporto con gli anziani. Oggi non di famiglia si dovrebbe parlare ma di famiglie al plurale  nella grande diversità e complessità dei cammini affettivi e delle relazioni che coinvolgono generazioni diverse.

Ci sono due verbi del vangelo su cui poter sostare: lo cercavano… e si stupirono. Sono due chiavi per andare alla ricerca di come Gesù abbia inteso la sua famiglia, aprendosi a scoperte e che stupiscono e aprono nuovo cammino.

I vangeli innanzitutto attestano che Gesù è entrato nella storia di una serie di storie di famiglie che non racchiudono affatto storie esemplari e non sono narrate nella Bibbia, questo libro che riflette la storia umana, a scopo edificante. Possono essere lette come lo specchio della realtà umana della storia delle famiglie umane. Sono le vicende di generazioni in cui si sono intrecciati volti e nomi molteplici e diversi. In particolare è da notare come nella genealogia presentata da Matteo (Mt 1,1-17) compaiono alcune decisive figure di donne nella serie di generazioni declinate tutte al maschile di padre in figlio. E queste donne sono figure irregolari attraverso le quali Dio ha condotto avanti la sua storia di salvezza all’interno di questa vicenda di famiglie concrete. I nomi di Tamar la prostituta, di Racab anche lei prostituta di Gerico, di Rut la straniera di Moab, di Betsabea, la moglie di Uria, sedotta dal re Davide, fino a Maria che interrompe la discendenza tutta maschile di Gesù, sono significative di una storia di salvezza che si attua nel tessuto della vicenda umana per vie che Dio solo conosce e all’interno di vicende segnate dalla complessità e dal disordine della realtà umana.

Un secondo aspetto è sorprendente. Alla domanda “tua madre e i tuoi fratelli ti cercano” (Mc 3.31ss) Gesù risponde “chi è mia madre e chi sono i miei fratelli?” E afferma “mia madre e i miei fratelli sono coloro che fanno la volontà del Padre mio”. In tal modo Gesù rompe le barriere di una concezione del legame familiare ristretto alla cerchia dei propri parenti di sangue ed apre ad un nuovo modo di concepire la stessa famiglia. Madre, sorelle, fratelli sono da ritrovare non in cerchie ristrette di clan rinchiusi, ma nell’orizzonte di rapporti aperti a vivere una relazione che deborda da confini stabiliti e impermeabili agli altri. Gesù spalanca così le chiusure di una concezione di famiglia che vive un egoismo appartato e mette in cammino nello scoprire famiglia laddove c’è relazione di un amore aperto al servizio.

C’è una terza importante espressione di Gesù nei vangeli quando dice ai suoi “non chiamate nessuno padre sulla terra perché uno solo è il padre vostro quello del cielo” (Mt 23,9). In questo modo Gesù presenta una critica a tutte le forme patriarcali di pensare i rapporti e la stessa vita familiare, offrendo un orizzonte in cui impostare la vita insieme non sottomettendosi al dominio patriarcale ma vivendo nella logica della fraternità e sororità ospitale, riconoscendosi in una comunità di uguali e nel contempo accogliendo le diversità che sono proprie della vita di ciascuna e ciascuno.

Facendo riferimento al Padre del cielo Gesù inoltre non intende offrire una visione patriarcale di Dio stesso. Il volto del Padre è da lui proposto nel profilo di chi soffre con viscere di donna e che proprio per questa sua presenza scardina ogni pretesa di chi sulla terra si pone secondo la logica del dominio e dell’oppressione maschile.  

Il volto di Dio annunciato da Gesù è quello di un padre/madre che desidera ‘fare casa’ e va alla ricerca per creare fraternità tra i suoi figli, attendendo e ricercando il perduto per fargli sentire che quella casa è casa sua, e andando incontro e cercando di convincere quello che si sente a posto per fargli comprendere che un’osservanza fredda della legge è il senso della vita ma l’incontro con Dio stesso si attua nell’accogliere un dono di condivisione, di accoglienza, di fraternità nella medesima casa comune (Lc 15,11-32). E’ un Dio che inviata a far festa e rallegrarsi perché c’è posto nella casa per chi si era allontanato e per chi era rimasto, e per sapersi accolti nella diversità dei cammini, aprendosi ad un cambiamento di menatalità.     

Un quarto aspetto dell’insegnamento di Gesù sula comunità famiglia che egli voleva si può ritrovare nelle sue parole dedicate all’accoglienza dei piccoli: “chi accoglie uno di questi bambini nel mio nome accoglie me” (Mc 9,37).  Accogliere i bambini nel mondo culturale di Gesù significava accogliere coloro che erano considerati senza diritti. Gesù richiama a questa attitudine fondamentale: la sua famiglia è una comunità in cui al centro sono posti i ‘senza diritti’, da accogliere e custodire. E ci si può chiedere oggi chi siano i tanti, i cui diritti fondamentali non sono riconosciuti…

Nella pagina del vangelo è possibile cogliere un’assenza – quella di Giuseppe – ed una presenza nominata – quella di Maria – di cui si sottolinea l’attitudine comune del ‘custodire’. Giuseppe è figura di chi ‘prende con sé’ qualcuno che gli è affidato, senza porre condizioni e nell’affidamento radicale a Dio – e in questa attitudine orienta tutto il suo cammino. Maria è indicata come colei che ‘tiene insieme’ e così custodisce nel cuore vivendo la stessa fede come ricerca e cammino. Sta forse qui la chiave per cogliere il messaggio evangelico che proviene dalla famiglia di Nazaret.

Innanzitutto un messaggio che parla della fiducia di vivere in una custodia da parte di Dio delle vite e dei cammini, nella loro complessità nelle diversità, nella difficoltà a comprendere e nelle contraddizioni della vita umana.

In secondo luogo un messaggio che rinvia alla custodia da attuare nei confronti di ogni percorso e di ogni persona nella sua originalità e irripetibilità. L’esperienza familiare nel suo essere intreccio di relazioni, luogo dello svolgersi degli affetti, porta a vivere la meraviglia dell’amore in tutte le sue armoniche e le sofferenze più profonde per l’incomprensione e le delusioni nella complessità dei cammini umani. Ma il messaggio di scoprirsi custoditi e dell’invio a farsi custodi dell’altro può essere oggi indicazione per coltivare speranza per sé e per tutti ritornando a Gesù e al suo vangelo che è annuncio di liberazione e di gioia nelle nostre vite, e nella vita delle famiglie nella molteplicità dei cammini.

Alessandro Cortesi op

Natale – Omelia messa della notte

Cerchiamo insieme il perché del nostro ritrovarci insieme a celebrare il Natale. Non è più abitudine partecipare alla messa della notte e lo spostamento ad un orario della sera ci aiuta a sostare.

Viviamo questo Natale nel tempo della pandemia: una situazione che coinvolge a livello globale tutti i popoli, tutti gli angoli della terra e che ha reso palpabile e concreta l’interconnessione delle nostre vite, delle vite di tutti.

E’ un tempo di buio che attraversa in tanti modi le nostre esistenze e soprattutto quelle dei più fragili, di chi non ha sostegni, di chi è solo, di chi vive in alcune regioni del mondo.

E questa sera accogliamo la Parola del profeta che è parola di speranza

“il popolo che camminava nelle tenebre ha visto una grande luce; su coloro che camminavano in terra tenebrosa, una luce rifulse”. E poi: “hai aumentato la gioia, hai moltiplicato la letizia…”. Un invito paradossale che esige di essere approfondito.

Oggi le tenebre sono rinvio al buio, all’incertezza, a tutte le angustie e sofferenze che la pandemia che si prolunga – e che esigerebbe uno sforzo collettivo di responsabilità e solidarietà per superare l’emergenza sanitaria –  ha generato, ma anche del buio di una società malata di cui la pandemia ha svelato le grandi contraddizioni, le ottusità e gli egoismi. Ed è situazione che non sembra avere fine perché le situazioni che hanno causato la pandemia, la crisi ambientale, l’iniquità sociale, la scandalosa disuguaglianza che divide il mondo non sembra siano affrontate in radice. Ma siamo qui per scorgere una luce  e scoprire il messaggio di speranza del Natale. Sì, è la speranza il dono di questo Natale.

Il decreto di Cesare

La vicenda di Gesù si muove nel quadro di una storia segnata dai disegni dei grandi, dal dominio dell’impero, dalle ricadute sui piccoli delle decisioni del potere. Il censimento nella Bibbia è simbolo della pretesa dei grandi di misurare il proprio dominio. E’ il grande peccato di Davide quello di aver voluto il censimento del suo popolo (1Sam 24,1-4.10-18.24-25).

Il censimento è paradigma di quelle decisioni che ricadono sull’esistenza concreta dei poveri e che deriva da pretese di grandezza e dalla rincorsa ad accumulare ricchezza, a coltivare privilegi, ad assestare domini. Si potrebbe dire l’espressione simbolica di un sistema malato che opprime in modo violento fino a soffocare la vita dei poveri. Possiamo vedere questo anche oggi questo laddove le grandi decisioni dei poteri che detengono le leve dell’economia e della finanza generano le conseguenze che abbiamo sotto i nostri occhi: le delocalizzazioni che portano licenziamenti e  disperazione nelle famiglie, l’esigenza di ritmi di lavoro senza controlli e senza attenzione alla sicurezza che sono cause delle tanti morti sul lavoro, le scellerate scelte di chiusura dei confini e di respingimento dei poveri che lasciano morire uomini donne e bambini di fame e di freddo e di torture ai confini della ricca Europa.

Lo spostamento, l’uscita dalla propria casa di Giuseppe e Maria è provocata da questa decisione dei grandi ed è storia dei piccoli. In questo quadro di una vita di piccoli, ai margini dell’impero, si muove l’inizio della vita di Gesù. Anche se storicamente forse Luca confonde gli avvenimenti (è attestato un censimento nel 6 d.C.) il messaggio che proviene da questa pagina – che ritorna a pensare la nascita di Gesù dopo che tutta la sua vita si è conclusa – sta nella grande contrapposizione che presenta tra ingiustizia globale e vita dei piccoli e nel volto di Dio che ne emerge. Il Dio di Gesù non sta dalla parte dei dominatori, di chi usa la violenza, dei grandi manovratori del mondo. Sta dalla parte dei senza nome e senza volto, di coloro che sono considerate pedine insignificanti o soltanto numeri. Nella risacca della storia ci sono nomi che solo Dio conosce ed Egli prende con sé questa storia.

Nei suoi ‘auguri scomodi’ per Natale Tonno Bello scriveva: “Dio che diventa uomo vi faccia sentire dei vermi ogni volta che la vostra carriera diventa idolo della vostra vita; il sorpasso, il progetto dei vostri giorni; la schiena del prossimo, strumento delle vostre scalate”.

Le fasce di Maria

C’è un particolare del racconto di Luca nel momento della nascita e sono le fasce del bambino, Gesù è posto da Maria nella mangiatoia perché non c’era posto per loro. Queste fasce sono un sottile rinvio alle fasce della sepoltura: quel bambino va seguito in tutta la sua vita. Questo è solo un inizio, sembra dirci Luca. La nascita rinvia all’intero suo cammino, alle sue parole, ai suoi gesti, al modo di intendere la vita fino alla fine. Ma in quelle fasce sta anche tutta la cura e l’attenzione. C’è il senso della sorpresa per la vita nella sua nudità. Per l’inermità che chiede delicatezza e tempo e sguardo premuroso. Le fasce svolte da Maria ci richiamano i gesti del quotidiano come luogo in cui scorgere una presenza inaudita e improvvisa. Quelle fasce e il deporlo nella mangiatoia fanno pensare ai gesti semplici, quelli del quotidiano. Chi lavora nella stalla lo sa: una poetessa di montagna Roberta Dapunt della val Badia, ha cantato la semplicità e lo spessore di questi gesti:

Di ritorno dalla stalla (Roberta Dapunt)

In questo buio compatto è perpetuo novembre.

Sei tu Dio? Onnipresente sconosciuto.

Perché io so che tu sei,

lo sanno i miei sensi,

quando tornano dalla stalla.

Tutto è qui nella riservatezza rurale che ripeto

mattina e sera, spesso unico sentiero

che pesto come a passeggio verso casa.

Tutto è qui. Qui è l’avvenire,

qui è il tempo che passa e la morte che viene,

in questo gesto comune è la mia alleanza

posta fieno su fieno,

letame dopo letame,

solitudine per solitudine,

nell’amore alla vita, perché vita è l’unico supporto,

qui su questo percorso, umile gioia dei giorni.

E’ la semplicità della vita, la nudità di un bambino che richiede cura il luogo in cui scorgere la apertura ad un incontro di un Dio sorprendente. Papa Francesco ricorda nella sua lettera sul presepio “Admirabile signum”: “…il presepe, mentre ci mostra Dio così come è entrato nel mondo, ci provoca a pensare alla nostra vita inserita in quella di Dio; invita a diventare suoi discepoli se si vuole raggiungere il senso ultimo della vita”

“I poveri e i semplici nel presepe ricordano che Dio si fa uomo per quelli che più sentono il bisogno del suo amore e chiedono la sua vicinanza. Gesù, «mite e umile di cuore» (Mt 11,29), è nato povero, ha condotto una vita semplice per insegnarci a cogliere l’essenziale e vivere di esso. Dal presepe emerge chiaro il messaggio che non possiamo lasciarci illudere dalla ricchezza e da tante proposte effimere di felicità. Il palazzo di Erode è sullo sfondo, chiuso, sordo all’annuncio di gioia. Nascendo nel presepe, Dio stesso inizia l’unica vera rivoluzione che dà speranza e dignità ai diseredati, agli emarginati: la rivoluzione dell’amore, la rivoluzione della tenerezza. Dal presepe, Gesù proclama, con mite potenza, l’appello alla condivisione con gli ultimi quale strada verso un mondo più umano e fraterno, dove nessuno sia escluso ed emarginato”.

Pietro di Celle, nato attorno al 1147, divenuto monaco benedettino e vescovo, e morto a Chartres nel 1183, offre in un suo sermone una invocazione a Gesù che viene nella semplicità:  “Vieni Gesù, nell’umiltà delle fasce e non nella grandezza, nella mangiatoia e non sulle nubi del cielo, fra le braccia di tua madre e non sul trono della maestà, sull’asina e non sui cherubini. Vieni verso di noi e non contro di noi, per salvare e non per giudicare, per visitare nella pace e non per condannare nell’ira. Se vieni così, Gesù, invece di sfuggirti, noi fuggiremo verso di te”.

La luce dei pastori

Nella notte i pastori seguono una luce. Si lasciano interrogare da una ricerca e da una domanda aperta: sono ascoltatori di voci, cercatori di segni, bisognosi di luce…

E sono capaci di uscire, di lasciare le loro occupazioni per mettersi in cammino, per inseguire una luce che è fuori ma anche dentro loro: è luce di speranza. 

Anche noi questa sera siamo qui non per abitudine ma con un’inquietudine nel cuore, con una ricerca , colmi delle tante sofferenze che appaiono sovrastanti di questo tempo.

I pastori ci ricordano che nel buio si può accogliere una luce che rompe le tenebre: ci chiamano alla speranza che è attitudine dei poveri. Ce lo ha ricordato in questi  Timothy Radcliffe che è tornato a predicare dopo una grave malattia e ha detto: noi possiamo essere portatori di disperazione o di speranza nella nostra vita… non procrastiniamo la scelta di essere testimoni di speranza.

E’ una speranza che si aggrappa a questo dono di presenza e di luce. Ed è germoglio di risurrezione, di una fioritura possibile anche nell’inverno del nostro tempo segnato dalle paura dall’irrigidimento della paura e delle tristezze. Il dono di questo Natale è un messaggio di speranza: speranza che chiede di farsi storia, che si dica in piccoli gesti e in uno sguardo nuovo. “Riconosci cristiano la tua dignità” – richiamava Leone magno nelle sue omelie sul Natale – dignità di figlio e figlia, amato benvoluto, il cui nome è conosciuto e accolto da un Dio che si fa vicino nel bambino avvolto in fasce e  che non trova posto dove essere accolto. Questo invito può essere tradotto oggi nel riconoscere la dignità dei volti e nel portare speranza.

Verso la Messa di Mezzanotte

                                                     Natale 1977

Natale è un flauto d’alba, un fervore di radici
che in nome tuo sprigionano acuti di ultrasuono.
Anche le stelle ascoltano, gli azzurrognoli soli
in eterno ubriachi di pura solitudine.
Perché questo Tu sei, piccolo Dio che nasci
e muori e poi rinasci sul cielo delle foglie:
una voce che smuove e turba anche il cristallo,
il mare, il sasso, il nulla inconsapevole.
Invisibile aria: Tu impregni ciò che vive
e solo vive se di te si impregna.
Tu sei d’ogni radice l’alto mistero in musica
che innerva il tralcio – lazzaro e lo spinge a fiorire.

Maria Luisa Spaziani

Alessandro Cortesi op

S. Natale 2020 – messa della notte

Is 9,1-6; Sal 95; Tt 2,11-14; Lc 2,1-14

C’erano in quella regione alcuni pastori che, pernottando all’aperto, vegliavano tutta la notte facendo la guardia al loro gregge… Il Natale quest’anno ci raggiunge nella notte. Per le doverose limitazioni di questo tempo di pandemia non è la notte della tradizionale messa a mezzanotte ma è un’altra notte: è la notte dei popoli e dei cuori. E’ questa notte la situazione che ha coinvolto in questo tempo della pandemia una parte del mondo ricca e che in fondo dava per scontato una sicurezza da difendere. Ed invece anche questa parte di mondo si è scoperta nella stessa condizione della maggioranza dell’umanità segnata da tante crisi e da tante notti. Ed è quindi notte per riflettere, per sostare, per cambiare direzione…

E’ questa notte il primo motivo di questo Natale che ci provoca ad interrogarci, a stare svegli. I pastori vegliavano nella notte e anche noi possiamo vegliare, cioè esercitare quella capacità di tenere occhi aperti e orecchie attente in questo buio che pervade la nostro vita. E’ una notte segnata da tanto dolore, i tanti morti di questo tempo, i malati, tutte le famiglie segnate dal lutto, le tante sofferenze diffuse e silenziose di chi ha perso lavoro e vive l’incertezza sul futuro proprio e dei propri cari, di chi ha fame e sperimenta una pesante solitudine, di coloro a cui è stato richiesto una dedizione e fatica oltre misura per assistere e curare – per vegliare appunto – sugli altri. In questo Natale siamo provocati a stare svegli, a non lasciarci illudere da false illusioni o da facili promesse di ritorni alla normalità… quale normalità? Questa notte pone domande che conducono a guardare lontano, a leggere le attese più profonde della nostra vita.    

Sono le notti della nostra vita personale e della vita collettiva: i momenti in cui sperimentiamo più chiaramente che siamo fragili, che non ce la facciamo con le nostre forze, in cui rivolgiamo un grido di aiuto perché qualcuno ci venga vicino e ci salvi. E sono queste le notti in cui è richiesto uno stare svegli, un non lasciarsi appesantire e distrarre da ciò che non è essenziale.  

Un angelo del Signore si presentò a loro e la gloria del Signore li avvolse di luce... Nella storia biblica Dio interviene sempre in punta di piedi e nella notte. Pensiamo alla notte in cui Abramo è invitato a guardare verso le stelle, alla notte della lotta di Giacobbe, alla notte dell’esodo, alla notte in cui Davide ascolta la voce che lo chiama, alla notte dell’esilio in cui il popolo nelle tenebre ‘vide una grande luce’, fino alla notte di Betlemme, alle notti della preghiera di Gesù, alla notte del Getsemani, alla notte della Pasqua. La storia di Israele e la testimonianza di Gesù ci dicono che Dio passa nella notte. Nella notte non siamo soli, ma una luce viene e vince le tenebre che non riescono a trattenerla: è la luce che si rende presente in tutti i messaggeri – volti che stanno spesso in secondo piano, presenze discrete ma che portano avanti la storia – che annunciano le vie della giustizia e della pace. Sono i messaggeri di un Dio che si fa vicino non nella grandezza e nella potenza ma nell’inermità di un bambino.

La pandemia ci ha posto davanti agli occhi che un sistema di dominio e di devastazione dell’ambiente ha rivelato i suoi piedi d’argilla smascherando le incoerenze di una società malata di egoismo, di primeggiare, di pensarsi senza gli altri. Ha fatto cogliere come un mondo costruito sulla ricerca del profitto, sulla competizione e sull’esclusione non ha futuro. A fronte di confini sbarrati ai movimenti dei poveri che vengono respinti e tenuti prigionieri come invisibili, un invisibile virus ha varcato ogni barriera e chiusura manifestando che siamo tutti connessi, che il bene di alcuni non può essere tale senza considerazione al bene di tutti, che l’indifferenza ed esclusione comporta perdita di umanità e minaccia di vita per tutti. Nella notte ci sono fessure di luce, bagliori che sono il passare di Dio che chiama in ogni tempo e in ogni luogo e dona luci da accogliere, al di fuori di ogni programma e sistema umano o religioso, se stiamo svegli, se sappiamo scorgere cammini nuovi.

Essi furono presi da grande timore, ma l’angelo disse loro: «Non temete: ecco, vi annuncio una grande gioia, che sarà di tutto il popolo: oggi, nella città di Davide, è nato per voi un Salvatore, che è Cristo Signore. Questo per voi il segno: troverete un bambino avvolto in fasce, adagiato in una mangiatoia».… Il segno è un bambino, l’annuncio è invito alla gioia. Possiamo imparare alcune indicazioni da questo segno. Questo Natale sarà vissuto in modo più raccolto, forse più interiore. Possiamo apprezzare i doni racchiusi nel nostro quotidiano, nelle case, nei luoghi di ogni giorno, luoghi in cui Dio stesso viene a visitarci. Possiamo lasciarci ospitare in questo incontro scorgendo che Gesù ci manifesta un volto di Dio che visita la nostra povertà e pochezza. Entra nei nostri limiti, ci accoglie nelle fragilità, ci visita nelle nostre notti.

Posiamo anche imparare la semplicità, che non è ingenuità o superficialità, ma accogliere la luce di una presenza: al centro del Natale sta un bambino. Dio ci visita nei volti e si fa incontrare laddove si riconosce il dono dei volti. Sono i volti dei senza nome della storia, sono i volti dei dimenticati e degli oppressi e di chi si spende per la giustizia. Quel bambino, visitato dai pastori ci ricorda che Dio si lascia incontrare da chi si mette in cammino, si muove verso i volti di coloro che sono tenuti fuori perché per loro non c’è posto.

Possiamo imparare allora a scorgere il Natale come movimento di ospitalità e di cura. Abbiamo scoperto in questo tempo della pandemia la preziosità della presenza di coloro che in tanti modi si sono presi cura degli altri: personale sanitario, insegnanti, volontari, operatori nei servizi, nella vita sociale, persone cha hanno garantito sostegno ai più deboli. Nell’oscurità e nello sconforto di questo tempo segni di luce sono riflessi di quella luce che apparve nella notte dei pastori, una luce ai margini della storia, tra dimenticati ed esclusi. Qualel luce richiamava ad una presenza da incontrare, da inseguire, non solo in un giorno ma nel quotidiano dell’esistenza.

Alessandro Cortesi op

Voci di un Natale diverso

Raccolgo alcune voci per sostare in questo Natale e per viverlo come momento in cui stare svegli nella notte e accogliere un annuncio di gioia:

“La notte di Natale nel racconto cristiano, sappiamo, annuncia la venuta al mondo del “Salvatore”. Esiste un modo laico per leggere la potenza di questo racconto? Ai miei occhi si tratta dell’evento che rende la vita umana immensamente sacra. Nel tempo traumatico del Covid la festività del Natale ci ricorda che ogni morte non è mai una morte anonima ma è la morte dell’immensamente sacro. Agostino riflette sul gesto di Maria, narrato dall’evangelista Luca, di collocare il suo “primogenito” in una umile mangiatoia sottolineando l’equivalenza del corpo di Gesù con quella del nutrimento. Questo Natale non sarà il tempo della festa, ma quello che ci obbliga a pensare all’esistenza di un altro nutrimento rispetto a quello a cui ci siamo abituati nella nostra mondanizzazione del Natale. La sofferenza e i morti di questo terribile anno ci invitano a farlo”. (Massimo Recalcati, Covid, istruzioni per un altro Natale, La repubbblica 21 Dicembre 2020)

“…E, pure naturalmente obbedendo a ogni prescrizione anti contagio, è lecito domandarsi se, di seconda ondata in terza, una volta finita l’epidemia un fondo di diffidenza verso l’altro sconosciuto non ci resterà addosso; se guariremo da questo irrigidimento, da questa freddezza e quasi paura del prossimo, che del Covid sono un triste effetto collaterale. Non continueranno a difendersi gli anziani, i più minacciati, anche una volta sconfitto il virus? E i bambini che sono andati a scuola per la prima volta nel 2020, e per prima cosa hanno imparato che bisogna stare distanti l’uno dall’altro, dimenticheranno questo innaturale imprinting, e torneranno normali?

Il timore, speriamo infondato, che l’epidemia ci stia insegnando anche un altro modo di stare in rapporto fra noi. I gesti, gli abbracci, la vicinanza fisica sono già una lingua, e una lingua universale. Noi italiani la parlavamo molto bene, generosamente, la bella lingua del corpo. Se ci ritrovassimo cambiati sarebbe un impoverimento, un altro segno lasciatoci addosso da questa ma- lattia globale. Auguriamoci allora anche, insieme alla fine dell’emergenza e dei lutti e alla ripresa dell’economia e del lavoro, una ‘piccola’ cosa per l’anno che viene: di poter ritrovare la semplice gioia di un abbraccio fra amici, e perfino solo di una stretta di mano, di quelle forti, vere” (Marina Corradi, Non scordiamo gli abbracci, Avvenire 20 dicembre 2020).

Oggi cosa fanno e chi sono i giovani? «La storia è sempre andata avanti in un rapporto tra minoranze “virtuose”, innovatrici, e maggioranze più conformiste, sostanzialmente più egoiste. Ci sono però momenti in cui le minoranze influiscono in modo determinante sulla Storia, e sui comportamenti e le idee delle maggioranze. C’è una novità in questi ultimi anni: è rappresentata dai gruppi e gruppetti di ragazzi che sentono il dovere di occuparsi di chi soffre, degli immigrati, dei “subalterni”… Sentono il dovere di occuparsi della natura, dei rischi che comporta la violenza nei suoi confronti esercitata dal capitalismo – e dal consumismo che ci rende tutti suoi complici». Hanno un peso sociale queste minoranze attive?«È difficile che queste minoranze alzino la testa in un anno pessimo come il 2020, di fronte a una minore tensione tra ceti sociali unificati da un sistema culturale pesantemente conformista se non reazionario. Però diversi segnali di un risveglio ci sono e il futuro, con le sue storture crescenti, spingerà le nuove leve a cercare nuovi modi di agire per contrastare il disastro»” (Mirella Serri, Intervista a Goffredo Fofi: si stanno risvegliando i giovani, “La Stampa 20 dicembre 2020)

“Sappiamo bene che la vita è fatta di alti e bassi, di luci e ombre. Ognuno di noi sperimenta momenti di delusione, di insuccesso e di smarrimento. Inoltre, la situazione che stiamo vivendo, segnata dalla pandemia, genera in molti preoccupazione, paura e sconforto; si corre il rischio di cadere nel pessimismo, il rischio di cadere in quella chiusura e nell’apatia. Come dobbiamo reagire di fronte a tutto ciò? Ce lo suggerisce il Salmo di oggi: «L’anima nostra attende il Signore: egli è nostro aiuto e nostro scudo. È in lui che gioisce il nostro cuore» (Sal 32,20-21)” (Papa Francesco, Angelus 29 novembre 2020)

“…forse sarà un Natale in cui capiremo meglio chi, anche nel Natale degli anni precedenti, non aveva comunque nessuno con cui festeggiare o sentiva di non avere alcun motivo per farlo. Ma soprattutto speriamo che sia un Natale più autentico, in cui essere più “vicini” a chi è solo, soffre e attende una parola amica e un aiuto solidale. Non ci mancano mai le occasioni per offrire doni di “vicinanze” di questo tipo, neppure in mezzo alle restrizioni sanitarie… Il Natale cristiano vuole trasmettere proprio questa fiducia che il Signore viene nella nostra vita (anche quando non te l’aspetti o forse soprattutto quando non te lo aspetti) e rende possibile l’impossibile”. (Eugenio Bernardini, già moderatore della Tavola valdese, Avvento. Il Signore viene nella nostra vita e rende possibile l’impossibile, “Il Fatto quotidiano” 20 dicembre 2020)

Lanterne accese…

O Signore, accordaci la tua pace,
perché siamo pronti
ad andare incontro con le lampade accese
al tuo amatissimo Figlio che viene.

IV domenica di Avvento – anno B – 2020

2Sam 7,1-16; Sal 88; Rom 16,25-27; Lc 1,26-38

Davide è il re grande e ideale d’Israele: è l’amato, scelto quand’era piccolo e debole per sconfiggere la presunzione dei Filistei.  Sua opera fu l’unificazione delle tribù d’Israele  attorno alla città di Gerusalemme. Davide è anche il peccatore: insegue le illusioni di un potere senza limiti quando strappa Betsabea a suo marito e quando organizza il grande censimento per affermare la grandezza d’Israele. E riconosce il suo peccato.

Davide cammina sul sottile crinale tra l’affidamento a Dio nella consapevolezza di essere stato amato e la pretesa di considerarsi autosufficiente, di costruirsi una grandezza umana indipendente dal legame con Dio da cui la sua vita dipende. Sta qui la radice contraddittoria del desiderio di Davide di costruire a Dio una casa: vuole porre un segno visibile della presenza di Dio al cuore del suo popolo, ma d’altra parte nutre anche il desiderio di manifestare così la grandezza di un regno che perde di vista il rimanere in cammino sotto la parola di Dio come nell’esodo.

Il profeta Natan, che richiama al disegno di Dio, pone in crisi questo disegno. Natan ricorda a Davide che Dio lo ha preso quando era debole e dimenticato. Il Signore non ha bisogno di segni di grandezza ma sarà lui stesso a costruire una casa a Davide. Davide è riportato al dono che sta alla radice della sua esperienza. Sarà ancora l’iniziativa di Dio a precederlo, sovvertendo e spiazzando i suoi progetti. Non un tempio di pietre sarà il segno della presenza di Dio in mezzo al suo popolo ma una presenza vivente, un volto. sarà questa la casa che Dio costruisce per Davide capovolgendo il suo progetto di costruire una casa a Dio.  Il Dio d’Israele si rende vicino non in luoghi e costruzioni, ma nel volto di qualcuno, all’interno della storia.

Luca nel suo vangelo ha presente la vicenda di Davide e presenta Maria come la ‘nuova Gerusalemme, Sion’. Come sull’arca stava la nube, ombra di Dio (cfr. Sal 91,1-2) e segno della sua presenza, così in Maria sta l’ombra dell’altissimo: ‘Lo Spirito Santo scenderà su di te, su te stenderà la sua ombra la potenza dell’altissimo”. Maria è presentata come casa vivente, in cui si rende vicina la presenza di Gesù che è salvatore. Nella sua vita si può trovare il segno di un volto di Dio che non chiede per sé templi e costruzioni ma si rende vicino nell’umanità.   

“Nulla è impossibile a Dio”. In queste parole è racchiuso il significato del Natale. Il Dio d’Israele, di Maria, di Gesù non abbandona la storia umana ma la prende con sè. Natale è invito ad aprirsi alla promessa di Dio che rende nuove tutte le cose e si umanizza nel volto di Gesù. Nel seguire lui possiamo scorgere le possibilità inedite di vivere accogliendo la presenza di Dio umanissimo che abita i volti.

Alessandro Cortesi op

Una casa per tutti

E’ notizia di questi giorni l’annuncio dell’arrivo dei vaccini che potranno costituire un argine al diffondersi della pandemia che ha segnato la vita di tutti i popoli della terra in questo anno. E’ stato infatti previsto l’inizio della distribuzione dei vaccini americani di Pfizer e Moderna e del vaccino prodotto da Astra-Zeneca e dall’Università di Oxford in collaborazione con l’Istituto Irbm di Pomezia (Roma).

E’ certamente una bella notizia che arreca sollievo in una stagione che ha portato tanta sofferenza e innumerevoli lutti e vede la presenza di un diffuso disagio e angustia per le difficoltà economiche conseguenti alla sospensione delle attività lavorative.

Tuttavia questa notizia si accompagna alla percezione che da questa crisi epocale generata dal virus Covid-19 l’umanità non riesca ad uscire in termini nuovi, abbandonando orientamenti che hanno generato disuguaglianze scandalose tra i popoli e ingiustizie che gridano al cielo. Infatti alla notizia dell’arrivo dei vaccini si è scatenata tra i Paesi una corsa ad accaparrarsi per primi le dosi disponibili senza attenzione al programmare una politica internazionale di equa distribuzione delle dosi. I Paesi più ricchi del pianeta hanno già fatto la parte del leone assicurandosi gran parte della produzione di vaccini.

I governi dell’India e del Sudafrica si sono fatti promotori di un appello a livello mondiale presentato all’Organizzazione mondiale del commercio in cui chiedono che si deroghi alla legislazione sui brevetti e ai diritti di proprietà individuale per il tempo in cui la pandemia sarà in corso per quanto riguarda vaccini, dispositivi di protezione personale e altre tecnologie mediche. E questo per far sì che anche le popolazioni più povere possano avere accesso alla fornitura dei vaccini e dei dispositivi diagnostici e di protezione. Ciò consentirebbe una condivisione dei risultati di ricerche e sperimentazioni e potrebbe condurre a collaborazioni più ampie nella produzione di medicinali e vaccini destinati a contrastare il contagio.

Appare peraltro come sinora la Commissione europea non abbia dato segni di accoglienza di questo appello e nemmeno il governo italiano – nonostante le affermazioni espresse a livello ministeriale sul vaccino come bene comune – abbia compiuto passi concreti per aderire a tale proposta.

Una lezione emerge con chiarezza dall’esperienza globale della pandemia: è la scoperta – se ce ne fosse ancora bisogno – della rilevanza dell’interconnessione e della comunicazione stretta di popoli e persone propria del nostro mondo, e della relazione fondamentale con l’ambiente. Si potrebbe dire in termini più semplici che la pandemia ci sollecita a scorgere le dimensioni di una casa quale ambito in cui nessuno può salvarsi da solo senza gli altri. La vita dell’umanità viene ad assumere i contorni di una casa comune in cui rendersi contro della responsabilità degli uni per gli altri e nei confronti del creato. Ogni perseguimento di visioni egoistiche ed esclusive è destinato a fare i conti con un fallimento globale con conseguenze nefaste di distruzione non solo per qualcuno ma per tutti.

Questo tempo è occasione per scorgere che possiamo custodire e costruire oppure distruggere e rovinare questa casa, di volti e di popoli. E così rispondere alla promessa e chiamata di Dio stesso, Dio che non vuole, per sè, una casa, ma che desidera donare una casa di volti, di presenze, di incontro.

Alessandro Cortesi op

Natale 2019 – omelia nella notte

foto Francesco Bellina - Mar Ionio Mediterranea

Ci è stato dato un figlio…

La notte del Natale respira di attesa, di silenzio, di interiorità. E’ come una sosta in una lunga corsa, come un attimo di tregua che interrompe le nostre vite tanto frettolose e percorse spesso solo in superficie. E’ occasione per pensieri che si fanno ricordo, memorie di infanzia, o anche riflessione interiore che lascia spazio alle profondità, a quanto è racchiuso nel segreto dei cuori. E’ momento in cui torna a galla una nostalgia e un’attesa che si potrebbe sintetizzare nelle parole: attesa di bene, desiderio di serenità, per sé per gli altri. E’ momento di affetti, di desiderio di sentirsi a casa, nel ritrovare le cose essenziali.

Don Luigi Ciotti testimone di lotta contro le mafie ha invitato in questi giorni a vivere in profondità il Natale guardando alle relazioni: “C’è un aspetto del Natale che va preservato dal consumismo: le relazioni, la convivialità, il ritrovarsi nel calore e negli affetti. E, ovviamente la gioia dei bambini, la trepidante attesa… Ma Natale non è solo il momento di festa e di gioia, è anche un’occasione di riflessione e di pensiero. Il Natale tocca i nostri cuori ma interpella anche le nostre coscienze. Ci domanda non solo di essere genericamente ‘buoni’, ma anche concretamente giusti, cioè darci di più da fare per chi è vittima delle ingiustizie, per chi arranca nel deserto degli affetti e dei diritti prodotto dagli egoismi dell’Occidente del profitto e dell’opulenza” (messaggio di liberacontrolemafie su Instagram 24.12.2019)

Mi ha colpito questo accostare insieme lo sguardo a Natale come momento di gioia e la provocazione a vivere Natale come opportunità di riflessione: il riferimento ad una bontà che può essere generica e la sfida ad essere concretamente giusti…

Siamo qui questa sera per lasciare spazio a questi pensieri e soprattutto perché la parola di Dio possa raggiungerci, per affinare la nostra vista, lo sguardo interiore, e lasciarlo raggiungere da una luce che non viene da noi…

“Il popolo che camminava nelle tenebre ha visto una grande luce…” Cosa vuol dire festeggiare Natale nel tempo dei populismi e dei fondamentalismi che sono così diffusi in questo momento storico a livello globale e vicino a noi? Sono modi semplicistici di vedere la realtà. ogni complessità è ridotta a slogan. Vi è una protesta indifferenziata contro ogni tipo di élites. E’ soprattutto coltivata intolleranza verso chi è altro. E tale fondamentalismo come attitudine si esprime in tante forme sia religiose sia non religiose. Quale luce siamo chiamati a seguire, una luce per tutto il popolo, in un momento in cui l’identità dei popoli è esaltata contro gli altri nella chiusura di frontiere e di cuori?

Cosa può voler dire accogliere la chiamata ad essere concretamente giusti, inseguendo le tracce suggerite ai pastori dai messaggeri: “Questo per voi il segno: troverete un bambino avvolto in fasce, adagiato in una mangiatoia..” Timothy Radcliffe, ex maestro dell’Ordine dei domenicani, parlando de La fede al tempo dei fondamentalismi ha offerto importanti indicazioni: dice innanzitutto “La nostra fede deve entrare in contatto con le speranze e le paure dei nostri contemporanei che sono attratti dalla cultura fondamentalista”. Le proposte del populismo attraggono oggi coloro che si sentono lasciati indietro in un mondo di ricchezza in cui si percepiscono esclusi.

Un primo movimento a cui siamo chiamati oggi è ascoltare il dolore di tanti invisibili senza quella attitudine di disprezzo verso di loro: si tratta di ascoltare e capire ragioni di disagi che attraversano la nostra società. Si tratta di leggere segni che indicano sofferenze e disagi, si tratta di ascoltare, in un tempo in cui non si dà spazio all’ascolto dell’altro.

Ma c’è poi un secondo movimento da coltivare: è quello di proporre qualcosa di autenticamente fondamentale che possa indirizzare la vita secondo un orizzonte di senso autentico, profondo. Quella ricerca di una chiara identità che è il motivo di fondo spesso di attitudini populiste e fondamentaliste (l’identità data da segni di appartenenza culturale…) è una ricerca da assumere e da indirizzare oltre le piccole e ristrette identità. E’ una ricerca da assumere però provocando ad allargare l’orizzonte.

I pastori nella notte di Natale sono invitati ad uscire a scoprire che la loro storia non è storia dimenticata. Anche nella loro vita era presente la paura, questo sentimento proprio del nostro tempo. E il primo annuncio che ricevono da messaggeri che vanno loro incontro è: ‘Non temete’. L’invito è quello a scorgere nella loro vita una luce. E sono spinti a ricercare la loro identità in una relazione nuova. E a ripensare il volto stesso Dio al di là di ogni pensiero e costruzione umana. Ad incontrare Dio stesso non come costruzione di una religione strutturata come sistema culturale, ma Dio come ignoto. Un Dio come lo sconosciuto che ci raggiunge in un bambino, senza difese, inerme, avvolto in fasce e che nel suo silenzio interroga. Il volto di uno degli esclusi tenuti fuori perché senza diritti e senza difese.

Ieri 23 dicembre la prima pagina di “Avvenire” apriva con un titolo grande ‘Ci è stato dato un figlio’ e seguiva un bellissimo articolo di Nello Scavo, giornalista bravo e coraggioso, sulla storia di Simba, uno dei bambini salvati a fine agosto dalla nave Mar Jonio di Mediterranea: era uno dei superstiti del naufragio di un gommone in cui viaggiavano moltissimi bambini. E la foto sottostante al titolo, di Francesco Bellina, mostra il drammatico momento in cui questo bambino, nella notte, dopo giorni di attesa per il permesso di sbarco, tra le onde del mare agitato, viene salvato passandolo dalle mani di un soccorritore della Mar Ionio a quelle di un militare della Guardia costiera. Anche oggi ‘ci viene dato un figlio’…  e proprio a Natale dovremmo scoprire che Gesù mostra un volto di Dio che chiede di riconoscerlo nei più piccoli, in chi è tenuto fuori. Sta lì il segreto di una speranza e della salvezza.

Come i pastori, anche noi siamo invitati ad essere cercatori di segni, lettori capaci di inseguire quelle indicazioni scorgendo come il sogno di Dio è dono di accoglienza e di pace: Gloria a Dio nel più alto dei cieli e sulla terra pace ai popoli che egli ama…

Alessandro Cortesi op

Novena di Natale

Una riflessione nella novena di Natale a partire da Mt 1,18-24:

migranti muro

Il vangelo di Matteo narra la nascita di Gesù scegliendo il punto di vista di Giuseppe. E’ questa una scelta importante perché pone in risalto una presenza che rimane per tanti aspetti nascosta e discreta.

Questa sera possiamo sostare su alcuni tratti del profilo di Giuseppe, uomo che amava Maria e che fu suo compagno in una vera storia di amore e di disponibilità ad accogliere la chiamata di Dio nella loro vita.

Così don Tonino Bello scriveva in una sua lettera a Giuseppe:

“Dimmi, Giuseppe, quand’è che hai conosciuto Maria? Forse un mattino di primavera, mentre tornava dalla fontana del villaggio con l’anfora sul capo e con la mano sul fianco, snello come lo stelo di un fiordaliso?
O forse un giorno di sabato, mentre con le fanciulle di Nazareth conversava in disparte, sotto l’arco della sinagoga? O forse un meriggio d’estate, in un campo di grano, mentre abbassando gli occhi splendidi, per non rivelare il pudore della povertà, si adattava all’umiliante mestiere di spigolatrice?
Quando ti ha ricambiato il sorriso e ti ha sfiorato il capo con la prima carezza, che forse era la sua prima benedizione e tu non lo sapevi?”

Con questo sguardo di meraviglia di fronte all’amore suggerisco di cogliere in Giuseppe tre atteggiamenti che la pagina del vangelo pone in risalto.

Giuseppe è innanzitutto indicato come uomo giusto, un uomo capace di avere uno sguardo di affetto e fiducia anche quando incontra la difficoltà, quando si frappone nel rapporto con Maria la possibilità di un sospetto, di un’ombra che intacca la trasparenza di un affetto.

Questo sguardo positivo, capace di fedeltà nel rapporto è un atteggiamento di cui fare tesoro oggi in cui viviamo una realtà sociale in cui è tanto presente il sospetto continuo verso l’altro, il rancore, e l’ostilità che conduce a chiudersi. Giuseppe è uomo giusto, capace di quella fedeltà che è la caratteristica dello stile di Dio che non viene meno alle sue promesse, che non smette di amare. Giuseppe è un cuore nonviolento, capace di tenerezza.

Giuseppe è poi indicato in questo racconto di Matteo come uomo capace di sognare: il sonno è esperienza che nella Bibbia nasconde il riferimento ad una chiamata che proviene da Dio e che raggiunge qualcuno nel momento in cui si è inermi e abbandonati. E il sogno indica un momento di comunicazione. Giuseppe si rende disponibile ad accogliere la chiamata che a lui giunge nel sogno. E’ uomo capace di sognare, cioè di comprendere il cammino della sua vita alla luce non tanto di suoi progetti, ma dalla parola che proviene dai messaggeri di Dio, dalle chiamate della vita. Oggi viviamo con difficoltà questa attenzione e questa apertura propria di Giuseppe, presi come siamo da una frenesia a volte nel progettare e impostare la nostra vita senza ascoltare le chiamate di Dio che sono il suo sogno sulla storia e sulle persone e che ci giungono dai messaggeri quotidiani, dalle persone e situazioni della vita.

Infine Giuseppe è indicato più volte come uomo che prende con sé… è inviato a prendere con sé Maria e Gesù, è invitato a dare il nome a Gesù prendendolo con sé… è questa forse la sintesi più bella della vita nel seguire Gesù. Gesù per primo ci prende con sé: il suo nome significa che Dio è vicino e prende con sé la nostra storia, per liberare i poveri. E noi siamo chiamati a prendere con sé coloro che Dio ci affida nella vita, negli incontri e nelle situazioni di una storia che fa incontrare oggi persone diverse, popoli diversi. Siamo ancora chiamati a prendere con noi gli altri…

Alessandro Cortesi op – San Domenico di Fiesole – 18.12.2019

Natale del Signore 2018

Biani Natale 2018Omelia nella Notte

Cosa vuol dire per noi ritrovarsi nella notte di Natale a celebrare l’Eucaristia? E’ il tempo dell’anno in cui prevale il buio sulla luce, le giornate sono abbreviate e al venire meno della luce le luminarie nelle strade e nelle piazze di città offrono luce diversa. E’ la festa di Natale…

Ma ci chiediamo quale è il significato di questo momento di sosta che ci trova a fermarci, e ci sorprende quasi, in una interruzione della corsa quotidiana, in un fermarsi dei rumori nel silenzio. Natale è un tempo in cui ci ritroviamo un po’ soli con i nostri pensieri e possono emergere le domande più vere, le inquietudini profonde, occasione per una valutazione del nostro cammino, della nostra vita.

In questo silenzio un desiderio si fa strada, una nostalgia può emergere insieme ad un pensiero di tristezza: non è forse tutto artificiale ciò che crea l’atmosfera natalizia che segna questi giorni? Quale luce cerchiamo, quale luce che non sia intermittenza di led e lampadine sta al cuore della nostra vita? Questa può essere una sera di pensieri scomodi che ci vengono incontro proprio dall’ascolto della pagina del vangelo.

Un primo movimento a cui siamo provocati dalla lettura del racconto della nascita di Gesù di Luca è quello di liberarci da una retorica del Natale legata alle formule di una religione che ha separato le forme del Natale dal suo contenuto, dal suo significato.

Quando si utilizzano simboli religiosi come il presepe, il rosario, la Bibbia per richiamare a una identità culturale che separa dagli altri, come simboli di una superiorità di fronte della minaccia che proviene da persone di altre religioni e altre culture, come segni soprattutto che giustificano l’esclusione, l’ostilità e il rifiuto dei poveri che bussano alle porte del nostro Paese e dell’Europa, penso che questo sia il contrario esatto del vangelo, sia il tradimento del messaggio e della vita di Gesù. Ed è questo il dramma che stiamo vivendo in un contesto mondiale in cui leader politici di paesi vicini e lontani si ergono a difensori dei valori cristiani e attuano peraltro politiche di discriminazione, di violazione dei diritti umani fondamentali, di negazione dei principi elementari di umanità come il soccorso in mare e la ricerca di mezzi per soccorrere le persone nella sofferenza.

Allora dobbiamo tornare al vangelo per cercare di capire, per lasciarci cambiare.

Anziché partire da una idea di Dio costituita ad immagine della nostra volontà di potenza e del delirio di onnipotenza che segna la storia siamo invitati in questa notte a riscoprire il volto di Dio da cercare a partire dalla vicenda di Gesù.

E’ questo ciò che Luca, autore della pagina del vangelo sulla nascita di Gesù, ci accompagna a fare. Non è una storia che riguarda questioni relegate nell’alto dei cieli, ma una vicenda che parla di cose della terra; non è elucubrazione su divinità lontane e inaccessibili, ma racconto di una storia umana di povertà e di rifiuto.

Luca contrappone nel suo racconto due vicende: innanzitutto descrive il progetto dell’imperatore che con il censimento vuole dare un segno del suo potere su tutto il mondo allora conosciuto. E’ questa la manifestazione di una brama che ha conseguenze sulla vita dei tanti piccoli della storia, di chi vive ai confini dell’impero. E’ anche allusione sottile da parte di Luca al fatto che il censimento nella Bibbia è visto come il grande peccato perché esprime la pretesa dei grandi di non avere limiti, il desiderio di un potere assoluto sulle vite e sui corpi delle persone.

E a questa grande vicenda di decisioni prese nelle stanze del comando dell’impero, di un governo che non tiene conto delle sofferenze dei piccoli, si contrappone la piccola storia di un uomo Giuseppe e della sua sposa Maria che è incinta e devono mettersi in cammino per andare a farsi registrare nella terra di origine. Le loro vite sono nelle mani di decisioni che gravano su di loro oltre la umana possibilità di sopportazione.

Certo è questo un modo di Luca per collegare la vita di Gesù, la sua nascita alla promessa fatta a Davide, ed alla discendenza di Davide da cui si attendeva la venuta di un messia. ‘A te farò una casa’ era stata la promessa all’antico re, spostando i suoi progetti e aprendo una prospettiva nuova sul disegno di Dio di essere presente nel suo popolo non in costruzioni fatte da mani d’uomo, ma nel pulsare della vita di una presenza vicina.

Ma questo cammino di Giuseppe e Maria, pieno di incertezze di disagi, di difficoltà è simile e ricalca il cammino di tanti che sono costretti a lasciare le loro case per esporsi ad un viaggio le cui motivazioni stanno nelle decisioni prese da un potere lontano e indifferente. Il cammino di Giuseppe e Maria è paradigma del cammino di ogni uomo e donna ma in particolare richiama oggi la condizione di chi vive il viaggio della migrazione, nutrito di speranze e di attese, dovuto a cause che risiedono nelle scelte di poteri che impoveriscono alcune aree della terra e rendono impossibile trovare il pane o vivere con dignità e che impediscono il viaggiare per vie regolari. Hanno fatto il deserto con la guerra, con l’uso di armi che arricchiscono i commerci dei grandi produttori mondiali, e con le guerre dell’economia che depaupera e umilia popolazioni. Innumerevoli persone oggi nel mondo si mettono in viaggio lasciando le loro case, come Giuseppe e Maria si trovano a dover partire nel quadro della storia del grande impero.

E il racconto di Luca prosegue dicendo che il cammino di Giuseppe e Maria non incontra accoglienza ma rifiuto: Maria è costretta a partorire in un luogo destinato ad essere rifugio degli animali, perché non c’era posto per loro nell’alloggio. E depone il suo bambino in una mangiatoia.

Non si possono leggere in questa notte queste parole ‘non c’era posto per loro nell’alloggio’ senza che il pensiero corra a quanto stiamo vivendo in questi anni e mesi in cui si sono stanno attuando politiche di esclusione e di cattiveria in Europa e nel nostro Paese. In questi anni segnati dallo slogan volgare e abbrutente ‘prima noi degli altri’. Anche in questi giorni bambini sono nati a bordo di navi delle ONG che, nonostante la criminalizzazione condotta e attuata contro di loro fino ad eliminare la loro presenza dal Mediterraneo, sono tornate a navigare in quel mare per andare a raccogliere e salvare uomini e donne partiti dalla Libia, molti segnati da mesi e anni di carcere e torture. Un bambino è stato salvato, con poche ore di vita… il suo nome è Sam, e in queste ore più di 300 persone nella nave Open Arms sono state soccorse e stanno navigando verso la Spagna perché i porti italiani sono stati dichiarati chiusi. E ai 33 naufraghi soccorsi da Sea Watch 3 è stato negato l’approdo… Non c’era posto per loro nell’alloggio. Viviamo un tempo di porti chiusi ma anche di porte che si serrano e di cuori che si barricano succubi di una paura che non si ha voglia e coraggio di guardare in faccia e a cui si preferiscono le ricette scorciatoia di politiche miopi, nefaste, e disumane.

Non posso non comunicare allora un profondo disagio nel celebrare questa sera la festa di Natale rileggendo queste parole del vangelo, la storia di Gesù che s’identifica con quella di tanti che sono rifiutati esclusi, discriminati, perché non c’era per loro posto nell’alloggio. Non posso non provare disagio pensando che l’Europa, questo continente di 500 milioni di persone in un mondo di sette miliardi di uomini e donne, l’area più ricca del pianeta, non sa trovare i mezzi per fare posto ad un numero che rimane esiguo in proporzione di persone che chiedono protezione e asilo fuggendo da violenze, miseria e fame.

Se il Natale deve essere celebrato questa sera nella memoria di Maria che in viaggio diede alla luce il figlio, non possiamo non ricordare le donne, in particolare, imprigionate nei lager libici, perché non c’era posto per loro nell’alloggio, di cui non dobbiamo sapere nulla attraverso i mezzi di informazione per non turbare una festa del Natale. Ma così essa rimane svuotata del suo senso più profondo che è memoria e impegno della vicenda di Gesù che si è reso solidale con le vittime della storia. E proprio in questi giorni una commissione dell’Alto Commissariato ONU per i rifugiati che è riuscita ad entrare in questi luoghi di oppressione e violenza ha parlato di ‘orrori indescrivibili’ attuati in quei luoghi di inferno sulla terra.

Se il Natale deve essere celebrato oggi non possiamo non andare con il pensiero ai bambini dello Yemen, che sono le vittime silenziose, perché muoiono a decine di migliaia, di fame e stenti in un Paese in cui le bombe sganciate dall’Arabia saudita su città e villaggi sono prodotte dalle industrie italiane ed esportate dalla nostra Sardegna. E anche questo non si deve sapere nei mezzi di informazione dominati dalle dichiarazioni di politici al governo del nostro Paese che rivendicano la tradizione del presepe e si scandalizzano perché in qualche parrocchia il presepe è stato raffigurato come una discarica e lì in mezzo Gesù, ma nello stesso tempo scacciano nelle discariche delle città persone, tra cui le più fragili, donne incinte bambini piccoli, sgomberati dai luoghi dove avevano trovato almeno un riparo. Certo questo fa inorridire i benpensanti di un Natale di belle armonie e di cenoni familiari, ma è segno che denuncia la realtà di un mondo in cui Gesù non è da cercare in una religiosità fatta di niente, ma tra coloro che sono i dimenticati e gli scartati di una società che non ha posto per loro… Non c’era posto per loro nell’alloggio.

Ma noi siamo qui stasera per ascoltare anche come l’annuncio della presenza di Gesù, il cu nome per Luca è ‘salvatore’, è portata con una voce di messaggeri che si recano – dice il vangelo di Luca – da pastori che pascolavano il loro gregge. I pastori erano al tempo gli irregolari dal punto di vista religioso e anche civile. Erano sporchi, vivevano con gli animali, non potevano praticare le abluzioni e tutte le pratiche necessarie per una osservanza delle prescrizioni della legge. Non potevano recarsi al tempio e Gerusalemme per loro era solo un nome abbinato a qualche racconto che proveniva da memorie lontane. E i pastori sono inviati dai messaggeri, gli angeli a scorgere un segno piccolo… fino a giungere ad un bambino.

Questo annuncio dice che il volto di Dio che Gesù racconta con la sua vita è volto che si lascia incontrare da tutti, da coloro che non hanno appoggi e sicurezze umane, da coloro che sono tenuti ai margini, dai senza nome della storia, da coloro che si lasciano turbare nel loro impegno quotidiano e si lasciano smuovere per partire in una ricerca ed un cammino (Matteo parlerà dei magi che vengono da lontano scrutando le stelle…).

Ma dice anche che si fa vicino in un segno: c’è un segno da cercare ed è un segno piccolo, un bambino. Natale ci provoca a cambiare idea di Dio. Partire dal volto di Dio che Gesù testimonia: un volto di Dio umanissimo. E’ da cercare non nell’alto dei cieli ma nei volti di indifesi, di chi è lasciato fuori dell’alloggio, nei volti umani. Non c’è incontro con il Dio di Gesù se non nell’incontro con l’altro.

E Luca presenta anche una grande sfida: invita a scorgere come la storia più grande, quella autentica, che rimane non è la grande storia dell’imperatore che pretende di essere onnipotente e si rispecchia nella grandezza dei confini conquistati e delle genti assoggettate. Ma il vero salvatore – al tempo di Luca ‘soter’ cioè ‘salvatore’ era il titolo usato come attributo dell’imperatore – è un bambino avvolto in fasce che giace in una mangiatoia. Luca scorge già in quelle fasce l’esito dell’intera vicenda umana di Gesù, il suo essere deposto in fasce nella tomba dopo la sua morte, rifiutato dai capi politici e religiosi del tempo, perché la sua parola e il suo stile di ospitalità conviviale sono destabilizzanti il sistema religioso e politico, ma esaltato da Dio che gli dà il nome di Signore.

Allora questo Natale è per noi occasione di una autenticità nuova, di scorgere come proprio questa situazione di buio è opportunità per riscoprire il senso della fedeltà al vangelo nel nostro oggi, ponendosi in cammino, condividendo cammini, attuando scelte e impegni concreti per resistere alla cattiveria, al rifiuto, alla deriva di umanità che percepiamo attorno a noi e talvolta anche dentro di noi quando cediamo alla retorica di chi invoca ordine, regole, buon senso, quando invece dietro alle scelte delle ultime determinazioni legislative sta una scelta politica di esclusione e di punizione della povertà e di discriminazione che non riconosce diritti umani fondamentali.

Attorno a noi non mancano segni di luce che si scontrano con il buio. Penso alla parabola di Riace che a me sembra essere parabola di questo Natale. Da vent’anni Riace paese della Calabria segnato dalla mancanza di lavoro, dall’emigrazione dei residenti, dal progressivo venir meno della vita sociale, dalla mano pesante della camorra, ha vissuto una rinascita. Da quando una nave di curdi attraccò una mattina a Riace marina vent’anni fa il paese di Riace accolse la sfida di pensare la vita del paese in modi nuovi diversi: hanno avuto il coraggio, con la guida del sindaco Mimmo Lucano, di pensare ad un futuro diverso, un futuro in cui accogliere l’altro, individuando insieme i percorsi per formare una convivenza di diverse lingue, popoli, religioni. Questo sguardo e questa creatività hanno portato in vent’anni ad una elaborazione di progetti di accoglienza e inclusione per un villaggio globale com’era ed è tuttora indicato alla porta del paese. La scuola ha visto nuove presenze di bambini di diverse provenienze, si sono aperte opportunità di lavoro riscoprendo i lavori artigianali che trovavano collaborazione tra i residenti e gli immigrati. Le strade e le piazze erano segnate dal vocio di accenti diversi, dal colore della pelle di uomini e donne che recavano la loro storia.

Sappiamo come da qualche mese per le accuse e l’inchiesta aperta contro il sindaco Mimmo Lucano e per l’interruzione dei fondi statali ai progetti di accoglienza tante persone, quasi tutte quelle accolte, sono state costrette a spostarsi altrove ad iniziare un nuovo cammino, perché per loro non c’era posto nell’alloggio…

C’è un bel video nel sito di Repubblica di stamani: un’intervista ad alcuni abitanti di Riace, il vicesindaco, un professore della scuola, un immigrato tra i primi arrivati. L’atmosfera è sconsolata: in particolare una voce mi ha colpito, quella di chi ha detto più o meno così: ‘Quest’anno abbiamo fatto di tutto per sistemare tante luminarie per Natale, ma questa è tutta luce artificiale… vorremmo un Natale diverso, quello in cui la luce delle persone, delle loro vite e dell’incontro possa illuminare questo paese’.

Ecco Riace secondo me è parabola di questo nostro Natale … per aprirci a nuova consapevolezze, per scorgere come nel buio di questo tempo la luce che irrompe e da scorgere nel bambino avvolto in fasce che giace in una mangiatoia è luce che ci spinge a resistere nei modi più diversi alla deriva della malvagità dell’insensibilità del non sentire su di sé la sofferenza degli altri, dei più poveri.

E’ occasione questa notte non tanto per una celebrazione sentimentale della nascita di Gesù che è nato duemila anni e che tornerà e nel frattempo ci viene incontro nel volto di uomini e donne, ma per una rinascita a sentire l’angustia del tempo e a resistere con scelte di accoglienza, di custodia, di ospitalità.

Mi spiace questa notte non poter offrire se non questo senso di disagio, e insieme indicare di profezia del nostro esserci in questa celebrazione. Siamo qui per accogliere un dono e una promessa che ci mette in cammino, che ci chiama ad un cambiamento che ci sollecita ad una responsabilità di resistenza e di creatività in tempo oscuri. Perché dare spazio alla luce di questa notte, che è luce di visita di Dio, del Dio umanissimo che si fa vicino negli incontri e nelle esistenze umane e che rende responsabili di visita da accogliere – perché da poveri abbiamo bisogno di essere visitati – e da offrire agli altri. Per seguire Gesù per cui non c’era posto nell’alloggio.

Alessandro Cortesi op

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Nella novena di Natale…

Marc Chagal albero di Iesse

Marc Chagall, L’albero di Iesse

Una riflessione a partire da Mt 1,1-17

La genealogia posta all’inizio del Vangelo di Matteo (1,1-17) è una serie di nomi segnati dal ritornello di un padre che generò un figlio. Attraverso questa genealogia passa la promessa messianica collegata alla discendenza di Giuda e di Davide. Matteo non intende fare opera di ricerca storica, ma in questa pagina offre un messaggio sul volto di Gesù come messia.

I nomi che compongono la genealogia sono in linea con l’intento di Matteo di collegare Gesù a Davide: nomi in serie di quattordici, da Abramo fino a Davide, e dall’esilio fino a Gesù. Tuttavia questa discendenza non appare lineare e senza interruzioni. L’elemento più appariscente è che la serie di generazioni si chiude con il riferimento a Giuseppe presentato come sposo di Maria «dalla quale è nato Gesù’ (Mt 1,16).

Si tratta di un albero genealogico composto quasi esclusivamente di nomi maschili che ha come esito ultimo di riferimento una donna che diviene madre. Giuseppe infatti, e il seguito del racconto di Matteo lo indicherà, scopre che il bambino che sta per nascere da Maria non viene da lui.

La genealogia di Matteo intende sottolineare che Gesù è figlio di Davide, proviene quindi dalla promessa che in Davide ha un punto di riferimento fondamentale. E’ Davide il re che aveva avuto l’idea di costruire un tempio al Dio d’Israele, ma il suo progetto viene posto in discussione dal profeta Natan che gli comunica il disegno diverso di Dio: non tu costruirai una casa a Dio, ma sarà Dio stesso che costruirà a te un casato. Se Davide pensava ad un tempio, ad un luogo per la presenza di Dio, il disegno di Dio rovescia questo pensiero e indica come il tempio in cui la sua presenza si farà vicina non sarà una costruzione, un luogo, un edificio sacro, ma sarà un volto, una discendenza, una presenza personale. «Gesù Cristo figlio di Davide, figlio di Abramo». Davide reca la promessa che veramente la gloria di Dio è la vita e il volto degli uomini e delle donne: la gloria di Dio è l’uomo vivente dirà Ireneo, la gloria di Dio è la vita dei poveri con cui Gesù si identifica.

Figlio di Davide quindi e figlio di Abramo. La vicenda di Gesù si colloca all’interno di una storia segnata dalle promesse di Dio e, con lo sguardo rivolto ad Abramo, con l’attenzione alla vicenda della fede che da Abramo ha inizio. Abramo è infatti padre perché primo di coloro che hanno accolto l’invito e la chiamata di Dio ‘Esci da te stesso, dal tuo paese, e va’ verso la terra che io ti indicherò’. Abramo, padre di tutti gli uomini e donne migranti che hanno lasciato e lasciano le loro case e le loro terre alla ricerca non solo di pane, di pascoli, di un futuro, di dignità, ma alla ricerca più profonda di quella promessa che sta al cuore della vita umana, promessa che è appello ad una fiducia capace di guardare le stelle del cielo e scorgervi lì il segno di Dio che vuole vita e discendenza e che si fa vicino nel dono di figlie e figli. Abramo grande padre dei credenti e amico di Dio (come è indicato nella tradizione islamica) perché presenza capace di relazione…

Nella genealogia presentata da Matteo appare tuttavia la prevalenza di nomi maschili. Ad indicare il limite di una struttura patriarcale che segna il modo di considerare la discendenza. Di padre in figlio, senza alcuna considerazione della presenza delle donne. Eppure prima di Maria in questa lunga serie di nomi, compaiono, quasi come fessure di interruzione, i nomi di quattro donne: Tamar, con riferimento alla storia narrata nel capitolo 38 di genesi, Rahab, la cui vicenda è raccontata nel capitolo 2 di Giosuè, Rut, di cui si racconta nel delizioso libretto che da lei prende il nome (Rut 3-4). La quarta donna è la moglie di Uria, cioè Betsabea (cfr. 2Sam 11,1-12,24). I nomi di queste donne sono connesse a situazioni ‘irregolari’ e peraltro a passaggi fondamentali per la discendenza che conduce a Gesù. Tamar, donna ridotta ad essere senza identità, rifiutata, ad un certo punto si finge prostituta in rapporto a Giuda. Quando Giuda scopre di essere lui il padre del bambino che deve nascere rendendosi conto dell’accaduto dirà: “ella è più giusta di me!”. Uno dei gemelli che da lei nasceranno sarà indicato come colui che si è aperto una breccia.

Raab, anche lei prostituta è la donna che a Gerico vive ospitalità incondizionata e salva i messaggeri degli israeliti, mettendo una corda, un filo rosso (e filo/corda in ebraico è termine che ha anche significato di speranza). Col suo agire trasforma la paura di entrare nella terra in coraggio, pone speranza dove c’era paura e incertezza. La tradizione rabbinica ebraica parlerà di Raab come moglie di Giosuè. Nella lettera agli Ebrei viene indicata come donna di fede: ‘Per fede, Raab, la prostituta, non perì con gli increduli, perché aveva accolto con benevolenza gli esploratori’ (Eb 11,31). Ella rende possibile ciò che appariva impossibile.

Rut è la straniera, del popolo di Moab, considerato maledetto da Israele, colei che segue la sua suocera Noemi, nella condizione di sventura, dicendo ‘il tuo popolo sarà il mio popolo, il tuo Dio sarà il mio Dio’, percorrendo le vie della solidarietà e della condivisione, anche di fronte al rifiuto, senza calcoli, e diviene colei che dà alla nascita il nonno di Davide i cui nome è Obed / Ebed il servo.

Betsabea è moglie del generale Uria, donna sola mentre il marito è in guerra, donna intraprendente, seducente, che riesce a farsi avvicinare da Davide e a raggiungere il potere. Darà a Davide il figlio Salomone dopo la morte del primo figlio. Anche lei entra nella vicenda della genealogia di Gesù.

Situazioni irregolari quindi, complesse e marginali, in cui s’intrecciano sentimenti, aperture e limiti. Ma ad una lettura più profonda quei nomi di donna fanno scorgere in una genealogia tutta maschile come il disegno e la promessa di Dio nella storia umana si fanno strada per vie che sono imprevedibili e diverse da schemi prestabiliti. E quelle nascite sono quindi secondo la giustizia di Dio, che rimane fedele alla sua promessa, come quella di Maria per cui anche Giuseppe sarà detto ‘uomo giusto’.

Quei nomi e storie di donne sono così anticipazioni e sono coerenti con la storia di Maria, anche lei protagonista di una maternità che può essere definita eterodossa (Giuseppe si interrogava come licenziarla in segreto…). Da loro nascono presenze che fanno parte del grande albero di vita che si conclude con un’altra interruzione e anomalia.

La genealogia infatti si conclude con Giuseppe, che non è presentato come padre, ma come sposo di Maria da cui è nato Gesù il Cristo. Gesù proviene da un storia pienamente umana, che respira della complessità delle vicende umane e d’altra parte non è solamente prodotto essa, ma la sua identità ha radici che orientano ad altrove. E Giuseppe è giusto perché non giudica ma si mantiene nel silenzio di chi s’interroga davanti ad un agire di Dio sempre da ricercare, ad un suo esserci al contempo presente e altrove, a colui che rimane altro e provoca all’abbandono della fede, a rinunciare alla pretesa di tenere Dio e il suo disegno dentro le nostre mani e i nostri progetti.

La lettura di questa densa pagina di nomi questa sera a noi può indicare due motivi di riflessione: il primo è che Dio si rende presente e chiama nella vicenda umana, al cuore di relazioni e di rapporti che sono quelli delle famiglie, dei popoli, degli alberi genealogici che legano l’umanità collegando a radici lontane e a volti sconosciuti. Siamo tutte e tutti partecipi di una storia in cui riconoscere una presenza di Dio che passa attraverso le relazioni, gli incontri, gli intrecci contorti e complessi delle famiglie umane. Gesù nasce all’interno di questa storia e si rende solidale con essa. Per questo oggi è così urgente riscoprire uno sguardo di accoglienza e ascolto dell’altro, dell’altro diverso, dell’altro povero che è visita di Dio.

Un secondo motivo di riflessione proviene dallo scorgere che in questa storia carica di pesantezza umana e di peccato, Gesù proviene da una vicenda segnata da alcuni passaggi in cui donne irregolari, con le loro scelte, con la loro fede, con la loro ostinatezza fanno procedere un disegno di promessa e di liberazione. La chiamata di Dio giunge dai margini, da chi è considerato esterno e lontano. Il volto di Dio di Gesù si rende vicino nei volti e nei nomi da ricordare, tutti, non perdendone alcuno. Gesù unisce a sé questa memoria di umanità ferita, fatta di storie scomode e non dimentica nessuno. Il suo profilo è quello di re messia, ma di un messia diverso. E a noi chiede la fede che è stata di Abramo, di Davide, di Rut, di Maria.

Alessandro Cortesi op – san Domenico di Fiesole, 17 dicembre 2018

 

Un pensiero di buon Natale…

“In molti Paesi di destinazione si è largamente diffusa una retorica che enfatizza i rischi per la sicurezza nazionale o l’onere dell’accoglienza dei nuovi arrivati, disprezzando così la dignità umana che si deve riconoscere a tutti, in quanto figli e figlie di Dio. Quanti fomentano la paura nei confronti dei migranti, magari a fini politici, anziché costruire la pace, seminano violenza, discriminazione razziale e xenofobia, che sono fonte di grande preoccupazione per tutti coloro che hanno a cuore la tutela di ogni essere umano (…)

Abbiamo bisogno di rivolgere anche sulla città in cui viviamo questo sguardo contemplativo, «ossia uno sguardo di fede che scopra quel Dio che abita nelle sue case, nelle sue strade, nelle sue piazze […] promuovendo la solidarietà, la fraternità, il desiderio di bene, di verità, di giustizia», in altre parole realizzando la promessa della pace.

(Francesco, Messaggio per la giornata della pace – 1 gennaio 2018)

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Pieter Bruegel, Censimento di Betlemme – Museo Reale delle Belle Arti BruxellesPieter_Bruegel_the_Elder_-_The_Census_at_Bethlehem_-_WGA03379.jpg

Se non fosse per il titolo – il censimento di Betlemme – a nessuno che guardi questo dipinto verrebbe da pensare che Pieter Bruegel il vecchio in questa tavola a olio abbia inteso rappresentare il viaggio di Maria e Giuseppe da Nazareth a Betlemme, la città di Giuda, per farsi registrare.

Il dipinto respira un’aria che non ha nulla della rappresentazione sacra, non evoca atmosfere religiose, né cerca di ricostruire il mondo palestinese della nascita di Gesù. E’ piuttosto un scena che immerge nel clima delle terre del Nord alla metà del ‘500, segnate da inverni pesanti, da freddo, neve, gelo, ed anche dal lavoro, dalla fatica, dalla povertà di cose di ogni giorno.

Bruegel conosceva la vita dei contadini nelle vaste pianure tra Bruxelles e Anversa, i suoi ricordi gli avevano fatto imprimere nella mente le strutture di case e villaggi, parte di una natura che nell’inverno manifestava il suo aspetto spoglio, indurito dal ghiaccio e imbiancato dalla neve.

Forse non a caso sceglie il momento del censimento quale tema del suo dipinto: in esso in qualche modo scorge il senso del Natale. E lo legge non come evento lontano e romantico, ma quale presenza nascosta, segno da individuare nella trama quotidiana della vita dei poveri, nascosto tra le pieghe della vita, nei suoi aspetti quotidiani, di peso e sofferenza.

Del censimento parla il vangelo di Luca: è una decisione dell’imperatore, il dominatore del mondo che intende contare le popolazioni delle sue terre. Convocare tutti ad essere contati è un modo per verificare misure ed estensione del proprio dominio e per aumentare le entrate delle tasse. Non solo. E’ anche un modo per dire che la vita di ogni persona sottostà ad un potere da cui dipende e da cui è controllata in tutto. Così il farsi registrare è gesto di sottomissione ad un comando che ricorda dipendenza e sudditanza, nel rapporto tra i piccoli e i grandi della terra, tra i servi e i padroni.

Anche Maria e Giuseppe si misero in viaggio per farsi registrare… Così riporta Luca nel suo vangelo. Anche Luca in qualche modo è pittore. Sapeva dipingere con il suo scrivere. Nelle pennellate di questa pagina Luca compone un dittico: da un lato la decisione dell’imperatore – che era chiamato signore e salvatore – e la sua pretesa di dominare tutta la terra, in una articolazione del potere che giungeva a controllare le persone più umili fino alle periferie dell’impero. Dall’altro la storia di una famiglia come tante, sorpresa nel quotidiano dell’esistenza, nel momento di una gravidanza avanzata, costretta a mettersi in viaggio, ad affrontare i pericoli del cammino per farsi registrare, per andare a Betlemme il paese di origine. Una storia piccola contrapposta alla grande storia, una vicenda trascurabile e inosservata agli occhi di chi vede solo le vicende degli imperi e dei grandi del mondo. L’imbrunire di un giorno senza data e i calendari segnati nei libri. In questa piccola storia tuttavia la povertà e piccolezza di un piccolo segno sta al centro e custodisce una preziosità unica. E’ visibile solamente a coloro che vivono ai margini dei regni e della vita, a coloro che si lasciano illuminare da voci di messaggeri inaspettati e si lasciano mettere in cammino.

E Luca parla così di un bambino che prima ancora del suo nascere ha vissuto come migrante, è stato portato in viaggio, affrontando intemperie e precarietà, quando ancora era nella pancia di Maria. E lei e Giuseppe hanno subito il rifiuto di essere ospitati alla locanda, dove erano giunti. Perché non c’era posto per loro nell’alloggio… Ma quel bambino era autentico salvatore, senso della vita e speranza per tutti, nelle fasce del suo morire e risorgere…

Luca scorge nella vita di questi piccoli, Maria, Giuseppe, il loro bambino, un segno di grande luce che sconvolge la grande storia, la contesta e la rovescia: ha rovesciato i potenti dai troni…

Pieter Bruegel è pittore olandese, sensibile alla vita dei villaggi e delle stagioni di terre del Nord, i cui inverni sono segnati dal gelo e dalla neve. Forse leggendo la pagina di Luca ha pensato al freddo di quell’inverno del 1566 in cui iniziò a preparare la tavola ed i colori ad olio per il suo dipinto. E nel suo censimento riporta un racconto che parla del figlio di Dio riportandolo alle dimensioni del quotidiano dei figli degli uomini. L’atmosfera è quella di un tramonto, quando le temperature scendono repentine. Sullo sfondo il sole appare come una palla rossa che sta rapidamente calando all’orizzonte fino a nascondersi in fondo alla pianura, nel momento della giornata che lascia spazio al gelo. Il suo disco si scorge in lontananza rigato dai rami, completamente spogli, di un grande albero piantato davanti alla porta locanda, dove, alla base del suo tronco, si accalca una piccola folla intirizzita.

Mentre le nubi iniziano ad oscurare il cielo e voli di sparuti uccelli lo solcano velocemente, la vita di gente semplice vede il suo dipanarsi nello spazio di un paese imbiancato dalla neve. Un ghiaccio grigio e consistente copre il fiume e gli specchi d’acqua. Vicino alla locanda c’è chi trascina fuori i maiali per ammazzarli e provvedere ad un po’ di cibo. Nei pressi di carri in sosta alcune galline zampettano sul terreno gelato alla ricerca di qualche briciola da beccare, mentre da una grande botte coperta di neve un uomo sta spillando del vino. Uomini e donne sono piegati sul loro lavoro, chi con sacchi o fascine sulle spalle, chi con ramazze, chi cercando qualche verdura zappettando nell’orto gelato. L’intera scena rinvia ad attività quotidiane. E’ un’umanità dolente e in movimento, tra cui non manca la presenza dei piccoli: in lontananza si scorgono infatti profili di bambini che giocano sul ghiaccio. E verso il villaggio da diverse direzioni pellegrini e viaggiatori giungono con sulle spalle pesanti carichi sorreggendosi con bastoni. Avanzano a fatica sulla neve mentre le scarpe pesanti stridono sul ghiaccio. Nelle case del villaggio ancora non sono accese le luci, e i profili sono delineati dai tetti innevati. Il movimento degli uomini appare come un brulicare di formiche, talvolta in fila, talaltra in ordine sparso. Davanti ad alcune porte si affollano gruppi di persone infagottate in mantelli e con coperte sulle spalle o con i cappucci e berretti a coprire il capo. Sono tutti coloro che si sono spostati affrontando la fatica, convocati per il censimento. Ora fanno la fila davanti alla porta della locanda, che appare in primo piano, adulti e bambini, mentre qualcuno sulla soglia è fissato nel gesto di chi riceve un pagamento o legge liste di nomi. E forse un’altra locanda si intravede in fondo al villaggio alla cui porta si accalca una piccola ressa.

In questa scena di ordinarietà, di lavoro e di povertà, in cui il gelo dell’inverno tutto avvolge come un peso, al centro del dipinto si possono distinguere alcune figure di chi sta per giungere, dopo lungo peregrinare, alla porta della locanda. Un uomo piegato cammina recando sulle spalle un sacco e guidando con la mano un asino e un bue. Sull’asino è seduta una donna. S’intravede la sua cuffia bianca lasciata per un tratto scoperta e i tratti del volto. Il capo è contornato dalle falde di un ampio mantello che scende ampio a coprire anche l’asino che la porta. Al centro del censimento Bruegel tratteggia così i profili di Giuseppe e Maria, nel momento in cui stanno giungendo, a sera, alla locanda dopo il lungo viaggio. Come tanti contadini e abitanti dei villaggi che si mettono in fila, nel disordine e nel vociare provocato dalla presenza di molti, in attesa di un tetto caldo, di trovare luogo dove riposare, di avere un po’ di pane e qualcosa di caldo per scaldare le membra intirizzite dal gelo e dalla fatica.

Al cuore di questa scena è posto un segno di amore, quasi un fuoco nascosto, ma anche il segno di una solidarietà. E’ la tenerezza di una donna incinta che si difende dal freddo con una coperta sulle spalle ed è la resistenza di un uomo che guida gli animali. Così Bruegel scorge il venire di Gesù salvatore in mezzo all’umanità. E’ un venire che entra e attraversa il suo tempo, i paesaggi a lui familiari delle terre del Nord. Si confonde con la vita di poveri contadini e con la quotidianità di persone senza nome. Si fa vicino in chi compie un viaggio, nel peregrinare di poveri che si affollano alla locanda di un paese. E’ condivisione di un cammino e della fatica di tanti appesantiti dalla vita. Tutto attorno frattanto la vita quotidiana si svolge nei gesti ordinari, nelle cose di ogni giorno, in un contrasto tra il penoso fare del lavoro e la leggerezza del gioco, tra il correre dei bambini e il penoso avanzare dei vecchi. Il volto del Figlio di Dio ha i tratti umanissimi di un figlio di uomini, nascosto nel grembo di una donna in viaggio.

Partecipe di un cammino, è al cuore di una storia di amore che si dipana anche nei gesti di chi conduce gli animali e di una donna capace di coraggio e forte. Come tanti innumerevoli altri, costretto alle sofferenze e alle prove. Il censimento è atto di un potere che sovrasta, riduce a numero e impoverisce. Giuseppe e Maria recano i tratti di volti piegati, condotti dalla vita a spostarsi, a lasciare il loro paese, ad affrontare con un bambino in grembo, la fatica di un viaggio nella morsa del gelo. Sono ritratti prima di affrontare la coda alla locanda ove già si stanno accalcano tanti richiedenti, il parapiglia tra la folla e poi il rifiuto e l’allontanamento. Anch’essi respinti e tenuti lontani.

Una storia semplice che reca in sé l’annuncio e la promessa di un volto di Dio sconvolgente e diverso. Non abitante di cieli lontani ma vicino, umanissimo, che s’identifica con poveri paesani in viaggio. E forse Bruegel ponendo al centro della scena una coppia e gli animali suggerisce anche quel rovesciamento che Gesù è venuto a portare. Non il dominio dell’imperatore che ordina il censimento è la forza che regge il destino nella vita, ma quel mistero di amore racchiuso e custodito nella storia di quelle presenze, nel loro affetto, in un amore custodito, e dove anche gli animali, l’asino e il bue daranno il calore della cura, con il loro respiro, a colui che sta per nascere fuori dalla locanda perché per lui non c’era posto…

 

Ti sei lasciato portare

nel cammino

hai conosciuto la tenerezza

di donna innamorata

la fedeltà

di un uomo giusto

compagno che prende e sa portare

capace di accompagnare e

custodire

hai camminato e ancora

cammini

nascosto nella vita

dove c’è il coraggio di

un sì al Dio

che guarda ai piccoli

rovescia i potenti

e innalza gli umili

hai vissuto la tua esistenza

come viaggio

di chi chiede ospitalità

aperto a visitare

ed entri nel villaggio

come poi a Gerusalemme

cavalcando un asino

la tua presenza

è celata

nelle pieghe della vita

amore velato nei nostri amori

nel lavoro di poveri

nella fatica di chi è senza nome

agli occhi dei grandi

ma ha un volto unico

e un nome che mai

sarà dimenticato.

Apri i nostri occhi a scorgere

la visita

del Dio umanissimo

 

Buon Natale 2017

Alessandro

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