la parola cresceva

commenti alla Parola della domenica e riflessioni

III domenica di Avvento – anno A – 2016

img_2152Is 35,1-6.8.10; Gc 5,7-10; Mt 11,2-11

“Si rallegrino il deserto e la terra arida, esulti e fiorisca la steppa”. Il deserto è invitato a gioire e la steppa a fiorire per la felicità. E’ una visione di gioia, di coraggio, un quadro di speranza per una novità che sta irrompendo nella storia: ‘Dite agli smarriti di cuore: «Coraggio, non temete! Ecco il vostro Dio, giunge la vendetta, la ricompensa divina. Egli viene a salvarvi’. Il venire di Dio che salva attua così un rovesciamento inatteso: ‘lo zoppo salterà come il cervo, griderà di gioia la lingua del muto’. L’immagine della strada nel deserto è annuncio di un tempo in cui non vi saranno più tristezza e pianto: nel deserto scorre una via appianata, e su di essa cammina un popolo liberato verso un orizzonte di pace.

La pagina del vangelo presenta il dialogo tra i discepoli di Giovanni Battista e Gesù. Giovanni in carcere per la sua critica del potente Erode invia i suoi a domandare a Gesù: ‘sei tu colui che deve venire o dobbiamo attenderne un altro?’. Sta qui racchiuso il dubbio di Giovanni, il suo interrogarsi sul messia. La venuta di Gesù non sta compiendo un rivolgimento della storia: non è un messia che realizza quel giudizio che pure era elemento forte della predicazione del Battista. Anzi si presenta come presenza che non s’impone, non compie giudizi eclatanti e non manifesta minacce.

Gesù invita a guardare i suoi gesti. Nel suo agire c’è un annuncio da leggere. Lì si sta rendendo presente la promessa dei profeti: “andate e riferite a Giovanni ciò che voi udite e vedete: I ciechi recuperano la vista, gli storpi camminano, i lebbrosi sono guariti, i sordi riacquistano l’udito, i morti risuscitano, ai poveri è predicata la bella notizia”. Gesù nella sua vita è bella notizia per i poveri perché dice loro che Dio prende le loro parti. Non è portatore di castigo e giudizio ma vive la sua stessa vita nel segno del dono, della vicinanza, della tenerezza.

I suoi gesti sono segni di quel mondo rovesciato che Isaia aveva indicato. Dice infine: ‘beato colui che non si scandalizza di me’. Seguirlo è una sfida difficile. Disorienta chi sogna un messia secondo la misura del potere, dell’affermazione umana.

E’ necessario cambiare il punto di vista: solo chi vive in una situazione di povertà, può aprirsi a questa bella notizia. Gesù si presenta con il volto di chi si prende cura e accoglie attese di liberazione e vita. I suoi gesti sono i segni di un mondo nuovo già iniziato. Esso cresce là dove qualcuno li continua nonostante le smentite e le contraddizioni.

Possiamo tenere insieme nella nostra vita il sogno di Isaia e il dubbio di Giovanni. La domanda e l’inquietudine di Giovanni aiuta a vivere in profondità una domanda su Gesù, la sfida di una fede difficile incarnata nella storia. Il sogno di Isaia ci aiuta a guardare alla speranza fondata sulla promessa di Dio che illumina la vita.

Alessandro Cortesi op

 

DSCF0014.JPGAspettare con costanza

Mount Palomar è nome di un osservatorio astronomico in California negli Stati Uniti, dove è situato uno dei più grandi telescopi della terra, luogo di osservazione di uno spazio di stelle e pianeti lontani. Palomar è anche il nome che Italo Calvino ha dato al personaggio di un suo libro proprio pensando a quel luogo di osservazione.

Il signor Palomar desideroso di liberarsi dall’eccesso di parole vuote e senza senso del suo presente, cerca di farsi osservatore di cose minime e vicine, nel silenzio. Conduce così la sua osservazione con una attenzione meticolosa e precisa. “…il signor Palomar ha deciso che la sua principale attività sarà guardare le cose dal di fuori. Un po’ miope e distratto egli non sembra di solito rientrare per temperamento in quel tipo umano che viene di solito definito un osservatore. Eppure gli è sempre successo che certe cose – un muro di pietra, un guscio di conchiglia, una foglia, una teiera – gli si presentino come chiedendogli un’attenzione minuziosa e prolungata…”.

Un prato, l’onda del mare, il volo degli uccelli, un seno nudo, la luna, i cibi in vendita, una pantofola sono elementi di una osservazione minima e scrupolosa. Palomar guarda le cose vicine come se fossero lontane e le cose lontane come se fossero vicine.

Cerca di liberarsi da parole vane e astratte per ridare senso alle parole, passando per il silenzio, evitando le parole scontate: “Anche il silenzio può essere considerato un discorso, in quanto rifiuto dell’uso che altri fanno della parola; ma il senso di questo silenzio-discorso sta nelle sue interruzioni, cioè in ciò che di tanto in tanto si dice e che dà un senso a ciò che si tace”.

Ma nessuna cosa si lascia afferrare completamente e comprendere. Per vincere instabilità e incertezza Palomar cerca di affidarsi ad un metodo di osservazione e descrizione, ma si accorge quanto sia difficile una osservazione di tutto ciò che è attorno e si scontra con l’impossibilità di compiere il desiderio di afferrare e classificare. Pretende di controllare e comprender la realtà, ma si ritrova a non riuscirvi. Sperimenta il fallimento e un rapido sprofondare nella solitudine. Le cose più vicine e familiari gli divengono inconoscibili. Ogni cosa può essere scomposta e ricomposta ma non si giunge a conoscerla. Vive così inquietudine e ricerca perenne, rimettendo continuamente in discussione i risultati raggiunti. Giunge così a volgersi in direzione diversa verso l’interiorità. Matura la convinzione di non poter conoscere nulla di esterno scavalcando se stesso: l’universo si manifesta a lui come lo specchio in cui poter contemplare solo ciò che deriva da una conoscenza rivolta a se stessi.

“Palomar, non amandosi, ha sempre fatto in modo di non incontrarsi con se stesso faccia a faccia; è per questo che ha preferito rifugiarsi tra le galassie; ora capisce che è col trovare una pace interiore che doveva cominciare. L’universo forse può andare tranquillo per i fatti suoi; lui certamente no. La strada che gli resta aperta è questa: si dedicherà d’ora in poi alla conoscenza di se stesso, esplorerà la sua geografia interiore, traccerà i diagrammi dei moti del suo animo, ne trarrà formule e teoremi, punterà il suo telescopio sulle orbite tracciate dal corso della sua vita, anziché su quelle delle costellazioni”. Ma proprio nel momento in cui intraprende tale nuova direzione della sua osservazione e ricerca Palomar muore.

Così ebbe a dire o stesso Italo Calvino che in Palomar delineò un profilo del suo percorso personale e una riflessione sul percorso della società contemporanea “Rileggendo il tutto, m’accorgo che  la storia di Palomar si può riassumere in due frasi: Un uomo si mette in marcia per raggiungere, passo a passo, la saggezza. Non è ancora arrivato”.

“Siate costanti, fratelli miei, fino alla venuta del Signore. Guardate l’agricoltore: egli aspetta con costanza il prezioso frutto della terra”.

Alessandro Cortesi op

II domenica di Avvento – anno A – 2016

img_4694(Giuliano Vangi, Giovanni Battista – scultura, Firenze)

Is 11,1-10; Rom 15,4-9; Mt 3,1-12

“In quei giorni venne Giovanni il Battista e predicava nel deserto della Giudea”. Inizia dal deserto il cammino di Gesù. Inizia da un seguire, dall’essere discepolo, il cammino del maestro. Una ‘voce nel deserto’ è immagine che esprime la testimonianza di Giovanni: una voce nel deserto si disperde; una voce nel deserto sembra inutile. Ma è segno della radicalità e della fragilità del suo agire. Perché Giovanni richiama al cammino dell’esodo, alla fedeltà all’alleanza, a recuperare l’essenziale laddove non ci sono altri orpelli e sicurezze: deserto è stato per israele il tempo del fidanzamento. Nel deserto, dove anche poca acqua giunge, può fiorire un giardino.

Il deserto della Giudea è pietroso e inospitale ma le acque del Giordano lo attraversano e dove arriva l’acqua il deserto si trasmuta. Giovanni aveva scelto di recarsi nel deserto. Era un segno profetico. Proprio lì richiama ad un cammino di fede che si pone in discussione e si apre al cambiamento: richiama ad una tronare indietro, a cambiare strada, perché il ‘regno dei cieli è vicino’. Chiede conversione: un mettersi movimento dando spazio di attenzione non ad altro, ma al venire di Dio nella storia. Giovanni è profeta di Dio e richiama ad un rapporto nuovo con Lui.

E’ un profeta, afferrato dalla Parola di Dio e per questo si scontra con il potere. Vive in prima persona il messaggio che annunciava: il suo stile di vita è quello di un uomo esigente con se stesso. E’ uomo dell’attesa, prende sul serio la presenza di un Dio che ha scelto di entrare in relazione e attende ascolto. La sua parola è orientata verso qualcun altro, ‘colui che viene dopo’. Tutta la sua vita è decentrata, aperta a comunicare ad altri e orientata verso un altro, che Giovanni sente più grande, più forte.

Nel deserto Giovanni è testimone di radicalità di esigenza con toni di minaccia. Chi si reca da lui è spinto a cambiare vita,a non pensare che tutto possa continuare nei termini di una religiosità che va a braccetto col potere o che non si pone l’esigenza di scelte concrete, di frutti. Dice che immergersi nelle acque del Giordano è per la conversione. E’ gesto che esprime la scelta di cambiare per nuovi inizi. Il deserto è luogo di un incontro autentico con Dio, nella essenzialità, nella nudità priva di sicurezze. Deserto è anche lo spazio del cammino faticoso verso la libertà, luogo della prova. Giovanni scorge un giudizio imminente, in cui ciò che vale sarà tenuto e quanto è superfluo viene consumato.

C’è chi dice ‘abbiamo Abramo per padre’ ed è chiuso nella pretesa di essere a posto, detentore di privilegi. Giovanni pone in crisi tale modo di vivere la religione ed offre prospettive nuove: figli di Abramo, cioè i veri credenti non sono alcuni garantiti, o chi si vanta di appartenenze di bandiera, ma coloro che vivono scelte di giustizia e di pace e sanno portare benedizione: sono questi i frutti della conversione. E’ questo il senso del regnare di Dio: ‘libererà il misero che invoca e il povero che non trova aiuto… in lui siano benedette tutte le stirpi della terra’ (Sal 71). Il Dio di Abramo è il Dio vicino ai poveri e agli oppressi, colui che chiama ad un cammino, a fidarsi delle sue promesse, anche nella smentita.

Giovanni con la coerenza della sua vita, con il suo stile sobrio, è voce che nel deserto richiama a preparare le vie del Signore con scelte di sobrietà, di essenzialità, di effettivo cambiamento.

Alessandro Cortesi op

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Nazareth e il deserto

Cento anni fa il 1° dicembre moriva Charles de Foucauld, una delle figura più significative di un modo di intendere la fede e il cammino cristiano in un tempo nuovo. Era un uomo che aveva colto le sfide di un futuro che appena si affacciava perché era andato in profondità, alle radici della sua vita e alle radici dell’esperienza cristiana. Era andato a cercare le tracce di Gesù laddove c’era solo silenzio, a Nazareth.

Era nato a Strasburgo il 15 settembre 1858, nella sua adolescenza visse una profonda crisi di fede fino a maturare un rifiuto e posizioni di scetticismo. Divenne militare e fu ufficiale in Algeria. Ma matura una profonda inquietudine e nel 1882 lascia l’esercito e parte per un viaggio di esplorazione attraverso il Marocco, poi nel deserto tra Algeria e Tunisia. E’ un viaggio in cui si fa accompagnare da un ebreo, e registra le sue scoperte e le sue rilevazioni geografiche. Successivamente a Parigi, nel 1866, vive un momento di interrogativi e così egli stesso testimonia i suoi pensieri: “Mio Dio, se esisti, fa che io Ti conosca!”. Visse così un percorso di conversione interiore accompagnato dall’incontro con un prete, l’abbé Henry Huvelin: “Non appena credetti che c’era un Dio, compresi che non potevo far altro che vivere per Lui”. Subito dopo quell’ottobre 1866 parte per la Terra santa e si reca a Nazareth per percorrere le strade in cui Gesù artigiano, nel nascondimento della vita quotidiana, aveva posto i suoi piedi.

Tornato in Francia entra nella Trappa di Notre-Dame des Neiges, successivamente poi nella Trappa di Akbès, in Siria. Ma matura la convinzione che nella Trappa non è possibile vivere l’umiltà di Nazareth. Nazareth per lui significa la vicinanza e l’assunzione di una vita di semplicità, di povertà. Si fa chiaro in lui una direzione fondamentale: seguire e imitare Gesù nella dimensione di Nazareth, nell’esistenza umile, nascosta, fatta di lavoro e di quotidianità, nello stare davanti a Dio. Gli si fa chiara anche l’idea di radunare altri con cui condividere questo ideale in una comunità: “lo scopo sarebbe condurre quanto più esattamente possibile la stessa vita di Nostro Signore, vivendo unicamente del lavoro delle mani, senz’accettare nessun dono spontaneo né alcuna questua, e seguendo alla lettera tutti i suoi consigli, non possedendo niente, privandosi del più possibile, anzitutto per essere più conforme a Nostro Signore e poi per dargli il più possibile nella persona dei poveri. Aggiungere a questo lavoro molte preghiere”. Nazareth per Charles non è solo la preparazione alla vita successiva di Gesù, ma il cuore della sua stessa esperienza.

Nel 1897 Charles si stabilisce a Nazareth e lì vive per tre anni in una piccola casa vicina al monastero delle clarisse, lavorando, a imitazione di Gesù operaio e leggendo i vangeli (cfr. Antonella Fraccaro, Charles de Foucauld e i Vangeli, Glossa). Così egli dice il senso di tale concentrarsi sui vangeli: “Leggo: 1°) per darvi una prova d’amore, per imitarvi, per obbedirvi; 2°) per imparare ad amarvi meglio, per imparare a imitarvi meglio, per imparare a obbedirvi meglio; 3°) per poter farvi amare dagli altri, per poter farvi imitare dagli altri, per poter farvi obbedire dagli altri””

Viene ordinato nel 1901 e si stabilisce poi a Beni Abbès nel Sahara algerino poi qualche anno dopo tra i tuareg a Tamanrasset. Vive in un contesto di povertà, cercando di essere semplicemente fratello e di vivere una testimonianza del vangelo in modo gratuito. Suo desiderio era solamente quello di far conoscere, attraverso la sua amicizia, la bontà di Gesù. Al cuore della sua vita il conversare e stare di fronte all’eucaristia in un rapporto con il Signore a cui affida color che sono suoi anche se non lo conoscono.

A Tamanrasset viene ucciso il 1 dicembre 1916 mentre era in corso uno scontro tra truppe ribelli del Sahara. “Se il chicco di grano non muore rimane solo, se invece muore porta molto frutto” (Gv 12,24). Charles De Foucauld è stato testimone di una vita a seguito di Gesù spoglia e capace di concentrarsi sull’essenziale, vivendo il vangelo come condivisione e offerta inerme di fraternità. . “Vorrei essere buono perché si possa dire: se tale è il servo, come sarà il Maestro?”. Ha scorto nel deserto un luogo di testimonianza spoglia e libera, che ritorna all’essenziale. Una profezia che corre ancora ed è sussurro che chiama nel silenzio di Nazareth, da accogliere da parte della chiesa…

Alessandro Cortesi op

La gioia dell’amore…

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Ieri domenica 27 novembre sono stato invitato all’assemblea di zona dell’AGESCI, scout di Pistoia, ad offrire una riflessione su ‘educare all’amore’ a partire da una lettura dell’esortazione apostolica Amoris laetitia di papa Francesco, vescovo di Roma. Chi ne fosse interessato può scaricare il testo dell’intervento cliccando qui e qui lo schema di presentazione. (ac)

 

Per approfondire riguardo al dibattito sinodale: la mia prefazione al libro di A.Oliva, L’amicizia più grande, ed. Nerbini 2015

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I domenica Avvento – anno A – 2016

dscf5642Is 2,1-5; Rom 12,11-14; Mt 24,37-44

‘Forgeranno le loro spade in vomeri, le loro lance in falci’: Isaia con lo sguardo lungo di chi sa scorgere lontano, da profeta, si fa voce della promessa di Dio sulla storia. Vede Gerusalemme come città di pace, luogo a cui i popoli convergono e si incontrano: “al monte del tempio del Signore affluiranno tutte le genti”. L’intera storia dell’umanità scorre davanti ai suoi occhi capaci di sognare come un grande pellegrinaggio di popoli che si mettono in cammino attratti dalla presenza di Dio. Per strade diverse giungono fino al monte del tempio del Signore per scoprire che l’orizzonte ultimo della vita è l’incontro e la pace, non l’ostilità, il disprezzo e la guerra: “non impareranno più l’arte della guerra”.

Scoprire il volto di Dio liberatore e vicino apre ad incontrare un nuovo senso della vita, a comprendere che non è la guerra il motore della storia. Il cammino di ogni popolo è mosso invece dalla ricerca della pace, e ciò che costruisce futuro sono tutti quei processi che trasformano gli strumenti di conflitto e di violenza in mezzi per portare vita: le spade e le lance, armi di offesa, trasformate in attrezzi per coltivare i campi, strumenti di lavoro da usare in condizione di pace e per la pace.

Isaia invita così ad iniziare un cammino nella luce di questa visione. E’ un orizzonte che delinea il senso profondo della storia di tutta l’umanità. In questo cammino si attua l’incontro con il Signore: “Casa di Giacobbe, venite, camminiamo nella luce del Signore”.

E’ questo il sentimento che veniva coltivato nei pellegrinaggi verso il monte di Gerusalemme, evocato dai salmi da cantare durante la salita: sono sentimenti di gioia: “Quale gioia, quando mi dissero: Andremo alla casa del Signore!”. Sono sentimenti di pace: “Chiedete pace per Gerusalemme: vivano sicuri quelli che ti amano; sia pace nelle tue mura, sicurezza nei tuoi palazzi”. Sono sentimenti di cura per gli altri e di tenerezza: “Per i miei fratelli e i miei amici io dirò: Su di te sia pace!. Per la casa del Signore nostro Dio, chiederò per te il bene” (Sal 121).

La pagina del vangelo di Matteo, tratta dal discorso di Gesù sugli ultimi tempi parla della venuta del figlio dell’uomo. Gesù il risorto viene e non si potrà rimanere indifferenti. Quest’‘ora’ non sta in un futuro lontano, ma è presente.

Matteo richiama a vivere con attenzione e consapevolezza il presente e soprattutto mette in guardia contro l’indifferenza: ai tempi di Noè: ‘mangiavano e bevevano… non si accorsero di nulla finché venne il diluvio e ingoiò tutti’. Ci può essere un modo di vivere il presente in modo superficiale nella spensieratezza di chi non guarda all’altro, e non si lascia toccare dalla sofferenza vicina o lontana. Noè invece è indicato come uomo capace di fare attenzione ai ‘segni’.

Si tratta allora di tenere gli occhi aperti sulla vita e sulla storia: ci sono segni della presenza di Dio che esigono ascolto: provengono dagli incontri, dalle voci di persone e situazioni che si fanno chiamata. Il tema dell’ora racchiude il riferimento al senso del nostro tempo, al passato, al nostro futuro ed al presente che viviamo.

“Vegliate dunque, perché non sapete in quale giorno il Signore vostro verrà”. ‘Vegliare’ è  l’attitudine di chi si prende cura, di chi dà attenzione al presente ed assume responsabilità. Vegliare reca in sè anche il movimento di un’attesa: veglia chi attende con amore il venire di qualcuno. Il Signore viene e verrà. Nella storia non sarà la violenza e nemmeno il buio della morte ad avere l’ultima parola, ma l’ultima parola sarà l’amore, sarà la presenza del volto del crocifisso risorto. La vita va verso l’incontro con Gesù che nella sua croce ha vinto la morte ed è invocato come signore: Vieni Signore Gesù, Maranathà. La vita è cammino di popoli chiamati a scoprire la promessa della pace come luogo di incontro con Dio.

Alessandro Cortesi op

folon-chapelle-vence(Jean-Michel Folon, Chapelle de Pénitents Blancs – Saint-Paul de Vence)

Forgeranno le spade in vomeri

Fa impressione, soprattutto in tempi di crisi economica che così pesantemente tocca la vita concreta delle famiglie, leggere i resoconti sulla spesa per gli armamenti in Italia: “Per il prossimo anno l’esborso complessivo viene stimato in 23 miliardi e 400 milioni, ossia 64 milioni di euro al giorno: un aumento dello 0,7 per cento rispetto alla dotazione del 2016 e di quasi il 2,3 per cento in più rispetto alle previsioni. Il criterio di calcolo elaborato dall’Osservatorio Mil€x – lo stesso che viene usato dagli organismi internazionali più accreditati – ribalta i luoghi comuni sui tagli alla Difesa: i fondi reali invece sarebbero aumentati del 21 per cento nell’ultimo decennio. Così nel 2017 solo per l’acquisto di strumenti per le forze di cielo, di terra e di mare si impiegheranno 5,6 miliardi di euro, ossia 15 milioni al giorno. Questa corsa agli armamenti viene alimentata soprattutto dal ministero dello Sviluppo Economico, il gran benefattore delle aziende belliche nostrane foraggiate negli anni della Seconda Repubblica con contratti per quasi 50 miliardi di euro.” (G.Di Feo, Spese militari: quei 64 milioni al giorno per caccia, missili e portaerei, “La Repubblica”, 22 novembre 2016)

Osservatori attenti a cogliere una delle fonti che alimentano le guerre nel mondo, evidenziano le misure del commercio di armi che interessa il nostro Paese

Per l’anno 2015 l’analisi rivela come “…l’Italia si conferma il principale esportatore tra i paesi dell’Unione Europea, di fatto mondiale, di ‘armi comuni’ cioè, di tipo non militare… ma tra le ‘armi comuni’ sono comprese anche quelle esportate per l’utilizzo da parte di corpi di polizia e delle forze di sicurezza pubbliche e private. Al riguardo vanno segnalate, anche nel 2014, le consistenti forniture, principalmente dalle province di Brescia e di Urbino, di armi destinate al Messico, Libano, Marocco e Oman: paesi i cui corpi di polizia e di pubblica sicurezza sono stati spesso denunciati dalle organizzazioni internazionali per le reiterate violazioni dei diritti umani.”  (L’analisi di OPAL dei dati Istat sulle esportazioni di armi dall’Italia e da Brescia per l’anno 2015

Giorgio Beretta – responsabile dell’Osservatorio Permanente sulle Armi Leggere e Politiche di Sicurezza e Difesa di Brescia – ha recentemente denunciato l’esportazione di armi da parte dell’Italia verso l’Arabia saudita che sta conducendo una sporca guerra nello Yemen (La guerra sporca dell’Italia in Yemen, “Il Manifesto”, 15 ottobre 2016)

“Nel biennio 2014-15 il ministero degli Esteri ha infatti autorizzato l’esportazione verso l’Arabia Saudita di un vero arsenale militare per un valore complessivo di quasi 420 milioni di euro. Tra questi figurano ‘armi automatiche’ che possono essere utilizzate per la repressione interna, ‘munizioni’, ‘bombe, siluri, razzi e missili’, ‘apparecchiature per la direzione del tiro’, ‘esplosivi’, ‘aeromobili’ tra cui componenti per gli Eurifighter ‘Al Salam’, i Tornado ‘Al Yamamah’ e gli elicotteri EH-101, ‘apparecchiature elettroniche’ e ‘apparecchiature specializzate per l’addestramento militare’. Nel medesimo biennio sono stati consegnati alle reali forze armate saudite sistemi e materiali militari per oltre 478 milioni di euro”.

Tra ottobre e dicembre del 2015 inoltre si denuncia come almeno quattro aerei Boeing 747 cargo della compagnia azera Silk Way carichi di bombe prodotte nella fabbrica Rwm Italia di Domusnovas in Sardegna siano decollati dall’aeroporto civile di Elmas a Cagliari diretti alla base della Royal Saudi Air Force di Taif in Arabia Saudita. La Rete italiana per il disarmo sulla base di questi fatti ha presentato un esposto in varie Procure e a Brescia è stata aperta un’inchiesta dalla Procura. In Yemen l’Arabia saudita sta conducendo infatti un intervento militare a capo di una coalizione che ha provocato un disastro umanitario. Una operazione più volte condannata dal segretario generale dell’Onu, Ban Ki-moon soprattutto considerando che i raid aerei sauditi hanno colpito centri abitati, scuole, mercati e ospedaliere tra cui le strutture di Medici senza Frontiere. La trasmissione ‘La radio ne parla’ ne ha dedicato attenzione il 11 ottobre 2016: è stato evidenziato che il conto delle vittime è di 10 000 morti in un anno e mezzo, 26000 vittime civili, milioni di persone in fuga. Farian Sabahi, scrittrice e giornalista, la descrive come “guerra per procura” in cui un ruolo predominante è ricoperto dagli interessi miliardari che sottostanno al commercio di armi.

A fronte di questa situazione per la quale si deve ringraziare chi aiuta a offrire elementi di consapevolezza e richiami in una realtà sociale distratta e indifferente, non si può non ricordare le parole accorate di don Tonino Bello che si lasciava prendere dalle parole di Isaia e richiamava ‘In piedi costruttori di pace…’:

“… si realizzerà la splendida intuizione dì Isaia che, addirittura invertendone l’ordine, aveva collegato insieme salvaguardia del creato, giustizia e pace: “In noi sarà infuso uno Spirito dall’alto. Allora il deserto diventerà un giardino.. e la giustizia regnerà nel giardino.. e frutto della giustizia sarà la pace”. (Is 32,15-17). Il deserto, quindi, diventerà un giardino. Nel giardino crescerà l’albero della giustizia. Frutto di quest’albero sarà la pace!…

… In piedi, allora, costruttori di pace. Non abbiate paura! Non lasciatevi sgomentare dalle dissertazioni che squalificano come fondamentalismo l’anelito di voler cogliere nel “qui” e nell'”oggi” della storia i primi frutti del regno. Sono interni alla nostra fede i discorsi sul disarmo, sulla smilitarizzazione del territorio, sulla lotta per il cambiamento dei modelli di sviluppo che provocano dipendenza, fame e miseria nei Sud del mondo, e distruzione dell’ambiente naturale.
Fin dai tempi dell’Esodo, non sono più estranee alla Parola del Signore le fatiche di liberazione degli oppressi dal giogo dei moderni faraoni. Coraggio! Non dobbiamo tacere, braccati dal timore che venga chiamata ‘orizzontalismo’ la nostra ribellione contro le iniquità che schiacciano i poveri. Gesù Cristo, che scruta i cuori e che non ci stanchiamo di implorare, sa che il nostro amore per gli ultimi coincide con l’amore per lui. Se non abbiamo la forza di dire che le armi non solo non si devono vendere ma neppure costruire, che la politica dei blocchi è iniqua, che la remissione dei debiti del Terzo Mondo è appena un acconto sulla restituzione del nostro debito ai due terzi del mondo, che la logica del disarmo unilaterale non è poi così disomogenea con quella del vangelo, che la nonviolenza attiva è criterio di prassi cristiana, che certe forme di obiezione sono segno di un amore più grande per la città terrena… se non abbiamo la forza di dire tutto questo, rimarremo lucignoli fumiganti invece che essere ceri pasquali. (Tonino Bello, Discorso pronunciato all’Arena di Verona, il 30 aprile 1989, alla Vigilia dell’Assemblea Ecumenica di Basilea)

Alessandro Cortesi op

Nostro Signore Gesù Cristo re dell’universo – anno C – 2016

img_20192Sam 5,1-3; Col 1,12-20; Lc 23,35-43

“Il Signore disse a Davide: tu pascerai Israele mio popolo, tu sarai capo in Israele. Vennero dunque tutti gli anziani d’Israele dal re in Ebron e il re Davide fece alleanza con loro davanti al Signore ed essi unsero Davide re sopra Israele”

L’esperienza di fede d’Israele si fonda su di un incontro con Dio percepito come donatore di libertà e salvezza nella sua storia. Da qui sorse la vicenda di Abramo e il cammino di liberazione dall’Egitto. Il popolo d’Israele nella condizione di stabilità nella terra di Canaan visse altri momenti e divenne una monarchia in un passaggio compiuto non senza polemiche e dibattiti. La presenza di un monarca era diffusa tra i popoli vicini. Grandi imperi, come quello egiziano, hittita, assiro, il regno degli aramei, occupavano infatti la scena del mondo medio orientale. Attorno al 1000 a.C. prima Saul poi Davide, in seguito ad un’opera di unificazione di tribù disperse e di organizzazione politica, furono riconosciuti re in Israele. Iniziò così il periodo della monarchia con i suoi momenti di luce e con le sue molte ombre nelle vicende dei re infedeli in cui il regno si struttura come dominio e viene perso di vista il riferimento all’alleanza con JHWH.

Benché vi siano re in Israele, Dio stesso è riconosciuto come unico sovrano che attua il suo regnare nel dono della creazione e nella relazione dell’alleanza. Al re umano è dato un ruolo preciso e limitato: deve ‘pascere’ il popolo, non ha assolutamente potere di vita e di morte sui sudditi, non è figura divinizzata da adorare. E’ invece pastore con il mandato di ‘luogotenente’ dell’unico Dio pastore d’Israele. Per questo il re è investito di un compito, espresso nel gesto dell’unzione, che lo mantiene nella condizione di rispondere davanti a Dio e di rimanere fedele all’alleanza. E’ incaricato della missione di procurare per tutti la pace e il benessere. I suoi compiti si sintetizzano così nel dare attenzione al povero alla vedova e al forestiero, perché Dio si preoccupa dei più indifesi, di chi non ha appoggi umani.

Alla figura del re ad un certo punto si collega la speranza di una figura che porterà liberazione e pace. Il suo essere unto messia sarà compimento pieno della missione ricevuta da Dio. Al re Davide, che voleva costruire un tempio, il profeta Natan annuncia un orizzonte nuovo e una promessa: non tu costruirai una casa a Dio, ma sarà Dio stesso che costruirà a te una casa vivente, una discendenza: “Io gli sarò padre ed egli mi sarà figlio. … la mia benevolenza non si ritirerà da lui… la tua casa e il tuo regno dureranno per sempre alla mia presenza, il tuo trono sarà saldo in eterno” (2Sam 7,14-16). Il messia sarà re di un ‘resto’, parte del popolo fedele a Dio nonostante le prove. JHWH rimane quindi per Israele l’unico re, (Gdc 8,23), che si è rivelato liberando il suo popolo, nell’esodo prima poi dall’esilio di Babilonia. Il messaggio di pace annunziato agli esuli è: ‘Il Signore regna’ (Is 52,7; Sal 96,10).

Nei racconti della passione di Gesù ha rilevanza il tema del regno. Egli aveva annunciato il regno di Dio imminente e già in atto e da qui sorge l’accusa di pretendere di essere re contro l’imperatore: “i soldati lo schernivano e gli si accostavano per porgergli l’aceto e dicevano: se tu sei il re dei Giudei, salva te stesso’. C’era anche una scritta sopra il suo capo: Questi è il re dei Giudei.” Ma Gesù è messia che attua un regno diverso dal dominio umano: è messia che percorre la via del servizio e della nonviolenza. In Luca il malfattore sulla croce accanto a Gesù gli chiede: ‘Ricordati di me quando entrerai nel tuo regno’. Scorge così il senso profondo del regno che Gesù ha annunciato. Nell’ora della croce, si manifesta il significato del regno come vicinanza di Dio e liberazione: Gesù è vicino agli ultimi, come in tutta la sua vita ha accostato chi era escluso e ai margini della società civile e religiosa.

Mentre le folle lo sfidano a fare gesti di potenza spettacolare, Gesù accoglie la preghiera di chi gli chiede ‘ricordati…’. L’ultimo gesto della sua vita è accoglienza e di liberazione in continuità con tutta la sua vita. Luca fa intravedere cosa significa il regno nella vita di Gesù. Non è dominio con la violenza o affermazione politico, ma è il dono inerme di un amore che tocca tutti momenti anche quelli più faticosi del vivere umano. Anche nella sofferenza subita per la violenza ingiusta dei poteri religiosi e politici Gesù si mantiene fedele all’amore donato, all’accoglienza e apre speranza di libertà. La croce diviene espressione del regno paradossale che si attua nel farsi povero e servire. La salvezza che Gesù è venuto a portare non è negazione della vita, fuga dalla storia, si connota come ‘essere con’, come comunione, in modo nuovo: ‘sarai con me nel paradiso’. Il trono regale è il luogo della umiliazione che diviene luogo di un amore gratuito fino alla fine. Gesù è re perché la sua ospitalità apre una storia nuova di relazione con Dio e di fraternità tra le persone.

Alessandro Cortesi op

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Amore fragile

All’età di 82 anni in questi giorni è morto a Los Angeles, Leonard Cohen, cantautore canadese, artista schivo e discreto ma le cui canzoni hanno caratterizzato un’epoca e sono hanno affascinato diverse generazioni.

Era nato a Montreal, il 21 settembre 1934 da famiglia ebrea. Arrivò tardi alla musica dopo un fase in cui aveva dato espressione alla sua sensibilità nel campo della letteratura con una raccolta di poesie e due romanzi. Nel 1967 esordì in ambito musicale con la raccolta Songs of Leonard Cohen.

Le sue canzoni sono sempre state caratterizzate da un tono lieve, con parole sussurrate e con melodie che accompagnano a sostare, fino al silenzio. E nei testi Cohen delinea l’esperienza umana nelle sue diverse armoniche con apertura di interrogativi e approfondimento di passioni e sentimenti facendo toccare lo spessore conreto della vita.

“Ogni cosa ha la sua fessura è così che entra la luce. C’è una crepa in ogni cosa che può mettere insieme oggetti fisici, oggetti materiali, costruzioni di qualsiasi tipo. Ma è proprio lì che la luce entra e permette la resurrezione, è lì che nasce il confronto con le cose che si rompono e il pentimento’ (Anthem).

Leonard Cohen ha affrontato così nelle sue canzoni i temi diversi propri della vita umana: l’amore e il sesso come in Dance me to the end of love, la guerra, la libertà, la dimensione del viaggio, la morte, la politica. Il suo sguardo sulla vita tradotto in note spesso struggenti è profondo e disincantato: “Tutti sanno che la guerra è finita / Tutti sanno che i buoni hanno perso / Tutti sanno che il combattimento era drogato / I poveri rimangono poveri, i ricchi diventano più ricchi / È così che funziona / Tutti lo sanno“ (Everybody knows)

Come osserva Brunetto Salvarani che al cantautore ha dedicato il suo libro Il vangelo secondo Leonard Cohen (ed. Claudiana 2010) : “le domande sull’esistenza sono le stesse per tutti, e le risposte che ha provato a dare quello che mi piace definire il canadese errante, così pregne di armonia e bellezza, possono servire, anche solo in parte, a noi tutti. Perché, come dice lui, «ogni canzone che ti consente di dare via te stesso è una buona preghiera»”.

Cohen esprime nelle sue canzoni uno sguardo sul quotidiano in cui ne coglie una presenza più profonda da ascoltare: “Tra le noccioline e la gabbia […] tra il chiaro di luna e il viottolo / tra il treno e il tunnel / tra la vittima e la sua macchia / ancora una volta / ancora una volta / l’amore ti chiama per nome” (Love calls you by your name).

A partire dalle sue origini ebraiche portò avanti la sua ricerca religiosa attraversando e percorrendo altre tradizioni ed esperienze, scegliendo di vivere anche per un tempo prolungato in un monastero buddista a Mount Baldy, in California, insieme ad un monaco zen e facendo tesoro di tale esperienza.

In Song from a room del 1969 è presente un pezzo con chiaro riferimento alla vicenda di Isacco, Story of Isaac, in cui rilegge il passo biblico del mancato sacrificio del figlio di Abramo (Gen 22) e lo attualizza con riferimento alla generazione adulta che sacrifica le generazioni più giovani assoggettandole al logica della guerra quasi come un sacrificio da offrire (era alla fine degli anni ’60 con la guerra in Vietnam).

Isacco figlio della promessa con cui Cohen si identifica, esprime il suo rifiuto ad essere omologato alle logiche della violenza e pone la domanda radicale che capovolge le logica della potenza: «And if you call me brother now,/ forgive me if I enquire:/ Just according to whose plan?». “nulla mi obbligherà a essere come voi, perché ho scelto di non essere come mio padre e sono qui, legato sull’altare come i vostri figli, pronto a testimoniarvelo. È tempo di cambiare”.

Nella sua canzone Suzanne si sofferma sulla figura di Gesù Cristo, di cui coglie la vicinanza al cammino di uomini e donne, marinai nella vita, e la debolezza dell’essere spezzato: “E Gesù fu un marinaio / quando camminò sull’acqua / e trascorse molto tempo a osservare / dalla sua triste torre di legno / e quando seppe con certezza / che solo chi annegava poteva vederlo / disse: ‘tutti gli uomini saranno marinai / finché il mare li libererà’. / Ma lui stesso fu spezzato / ben prima che il cielo si aprì / dimenticato, quasi umano / ed è piombato nella tua saggezza come una pietra” (…) “tu vuoi viaggiare con lui / vuoi viaggiare con lui ciecamente / e pensi che ti fiderai di lui ciecamente” (Suzanne).

Cohen immagina una domanda rivolta a Gesù nel momento in cui percorreva la via della croce : “Non odi la l’umanità per quello che ti ha fatto?”. E Gesù risponde: “Parla d’amore, non d’odio / questo devi fare / si fa tardi / ho poco tempo e sono solo di passaggio” (Passing Through).

Nel suo attraversare l’esperienza umana con le sue contraddizioni e domande nelle sue canzoni, con il suo invito a pensare sulle domande della vita, le armonie di Cohen aprono a considerare la fragilità di un amore vissuto nel limite della fisicità e della vita quale crepa di un rivelarsi di un amore che solo regna non per via di violenza e di dominio, ma con la debolezza delle parole sussurrate.

Alessandro Cortesi op

XXXIII domenica tempo ordinario – anno C – 2016

img_1891Mal 3,19-20; 2Tess 3,7-12; Lc 21,5-19

‘Malachia’, l’ultimo libro del gruppo dei profeti è libro anonimo: Malachia significa infatti ‘mio messaggero’, colui che annuncia la parola del Signore: “ecco manderò il mio messaggero” (Mal 3,1).

Nei sei annunci del profeta che compongono il libro è presentata una polemica contro il modo in cui i sacerdoti in Israele svolgono il culto (1,6-2,9) è vista invece positivamente l’attitudine di popoli pagani che nel loro culto riconoscono il Dio del cielo: “dall’oriente e dall’occidente grande è il mio nome tra le genti” (1,11).

Malachia scorge la possibilità di accogliere stranieri nel popolo di Dio se essi riconoscono il Dio d’Israele. E’ in polemica con la scelta della chiusura, rappresentata da Esdra nel post-esilio (cfr. Esd 7) secondo cui nessuno straniero fuori del popolo d’Israele poteva essere ammesso al tempio.

Malachia riprende invece le aperture del terzo Isaia che si allargano ad orizzonti universali: “Gli stranieri che hanno aderito al Signore per servirlo, e per amare il nome del Signore, e per essere suoi servi, quanti si guardano dal profanare il sabato e restano fermi nella mia alleanza li condurrò sul mio monte santo e li colmerò di gioia nella mia casa di preghiera… perché il mio tempio si chiamerà casa di preghiera per tutti i popoli” (Is 56,6-7). Il tempio stesso non dev’essere segno della esclusione ma luogo di riconciliazione ed accoglienza.

Nell’ultimo capitolo del libro Malachia presenta il motivo dell’attesa di un ‘giorno del Signore’: il suo sguardo va ad un messaggero che deve preparare la via e identifica lo individua nella figura di Elia: ‘ecco io invierò il profeta Elia prima che giunga il giorno grande e terribile’ (Mal 3,23). Nella tradizione ebraica infatti Elia non era morto ma  trasferito in cielo e si attendeva così il suo ritorno: avrebbe infatti accompagnato il popolo a prepararsi alla venuta di Dio (2Re 2,11). Malachia descrive così il ‘giorno del Signore’ – immagine che si ritrova in Amos, profeta dell’VIII secolo (Am 5,18-20) – con le immagini del fuoco e della paglia consumata, indicando un intervento finale di Dio che capovolge una storia di ingiustizia e prevaricazione (Mal 3,5). Se il fuoco consuma e distrugge ogni ingiustizia e oppressione, in contrasto è descritta la luce che invade la vita dei ‘cultori del nome di Dio’ che troveranno gioia: per essi ‘sorgerà il sole di giustizia con raggi benefici e voi uscirete saltellanti come vitelli di stalla’ (Mal 3,20).

Gesù a Gerusalemme, nell’area del tempio, riprende tali riferimenti al ‘giorno del Signore’ : ‘Verranno giorni in cui tutto quello che ammirate non resterà pietra su pietra che non venga distrutta” (Lc 21,6). Gli chiedono allora: ‘quando accadrà questo e quale sarà il segno che ciò sta per compiersi?” (Lc 21,7). Di fronte a tale domanda, ancora una volta Gesù invita ad evitare le false questioni e la curiosità, espressione di una mentalità magica, tesa a vedere segni eclatanti, per tenere in mano il futuro. Invita invece a vivere la vigilanza. Ciò significa assumere la responsabilità nel tempo. In contrasto con la richiesta di evidenze tranquillizzanti le parole di Gesù sono provocazione ad operare scelte in fedeltà a lui, sulla strada da lui indicata. Le prove, le difficoltà, le incertezze e la persecuzione stessa saranno occasione di rendere testimonianza e di scoprire la presenza dello Spirito nel cuore.

Dopo la distruzione del tempio opera dell’esercito di Tito nell’anno 70 la comunità di Luca ricorda l’invito di Gesù: ‘quando sentirete parlare di guerre e rivoluzioni non terrorizzatevi… non sarà subito la fine”. Fu quell’evento certamente la fine di un mondo. La questione posta da Gesù sta nel vivere il presente nella consapevolezza di essere protesi ad un compimento, opera di Dio sulla storia. Il regno di Dio si manifesterà alla fine ma sin d’ora cresce in ogni scelta e gesto capace di esprimere la via di Gesù. Si radica qui una fiducia fondamentale per tutti coloro che accolgono la chiamata resistere, a perseverare, nell’affidarsi a Gesù e nell’impegno a compiere il bene: “Nemmeno un capello del vostro capo perirà. Con la perseveranza salverete le vostre anime”.

Alessandro Cortesi op

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(Camerino, i vigili del fuoco mettono al riparo una tela di Giovanbattista  Tiepolo situata in una chiesa  danneggiata dal terremoto)

Arte e macerie

Mentre dalle macerie del terremoto dell’Umbria vengono salvate le opere d’arte che, pur danneggiate, costituiscono un messaggio di ciò che può rimanere ed essere seme di nuova ricostruzione in rapporto ad un’eredità di bellezza consegnata, altri terremoti scuotono la vita dei popoli, ed in essi l’arte si fa voce esile di ricordo, di memoria, di risveglio…

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L’artista Banksy ha girato un video in cui suggerisce a modo di promozione pubblicitaria da parte di una compagnia di turismo la proposta di una nuova meta per un viaggio da programmare nella striscia di Gaza. E’ una tragica e dolorosa presentazione delle oportunità che prevede tale viaggio: località esclusive, con vicini attenti e vigilanti, con molte possibilità di sviluppo economico della zona…

L’arte dello street artist ha trovato tra le macerie causate dai bombardamenti gli spazi in cui offrire messaggi evocativi  laddove si direbbe non vi sia spazio per altro se non per la desolazione. Sono graffiti che annunciano speranza laddove regna isolamento e disperazione, e tracciano parole incerte che cercano di risvegliare un torpore di chi non schierandosi in conflitti tra chi ha il potere e gli impoveriti, pensando così di tranquillizzare la propria coscienza, di fatto appoggia il più forte e giustifica ingiustizia e oppressione. “Se ci laviamo le mani, nel conflitto tra chi ha tutto il potere e chi ne è senza, ci poniamo dalla parte dei potenti, non rimaniamo neutrali”banksy_gaza_frase

Banksy così disegna giostre di luna park che dondolano attorno ad una torre di controllo del muro di separazione e di apartheid, trova spazi tra edifici diroccati per tratteggiare il volto della dea Niobe che piange i propri figli, con allusione all’antico mito,

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raffigura accanto ad un gomitolo di ferro intrecciato, resto informe di un bombardamento, il profilo di un gatto ponendo la domanda: ‘questo gatto ha trovato con chi giocare, e i nostri figli?’banksy_gaza2

 

Eron, street artist italiano, originario di Rimini, ha realizzato una sua opera nel febbraio 2016 per L’Istituto dell’Enciclopedia Italiana Treccani con il titolo “Soul of the Sea”: in essa sul relitto di un’imbarcazione distrutta dal naufragio ha ritratto volti di donne e bambini. L’immagine è stata pubblicata dall’Economist e dal Chicago Tribune come miglior foto del giorno nel mondo. Eron ci riporta con gli spruzzi delle sue bombolette indirizzati sulla chiglia di un barcone naufragato nel Mediterraneo, il ricordo di volti, di chi sulla quella barca era vivente, con i tratti quasi evocativi di una natività, o del sogno di un bambino. Sono volti evocati come diafani fantasmi, stampati su relitti di imbarcazioni, quasi effetto naturale di una ruggine che evoca la memoria.

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Così le sculture poste sul fondo marino, opera di Jason deCaires Taylor artista britannico nel primo museo subacqueo – il Museo Atlantico a Lanzarote – provocano a pensare al viaggio di tanti migranti che nel loor morire hanno trasformato il mare Mediterraneo in una tomba e costituiscono rivelazione della barbarie in cui siamo immersi nell’Europa fortezza in cui si diffondono sentiemnti di rifiuto e disprezzo dei poveri.  Lo scatto di un selfie di una coppia senza volto sullo sfondo del mare – che è però solcato dai barconi di migranti – è tragico contrasto tra la serenità della vita e la promessa di vita racchiusa nel profilo della donna incinta e la realtà di morte e disperazione del percorso della migrazione.

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Le sculture di Taylor rinviano alla ‘Zattera di Medusa’, famoso dipinto di Jean Louis Théodore Géricault del 1818, opera elaborata con riferimento al naufragio che all’epoca ebbe ampia risonanza della fregata francese Medusa, in cui si salvarono solo quindici membri dei 150 della ciurma abbandonati ad una zattera di fortuna menre il resto dell’equipaggio si era riparato nelle scialuppe. Il dipinto divenne aspra denuncia contro l’esclusione dei più deboli, e aspra critica verso la monarchia francese del tempo, aprendo una nuova epoca della storia dell’arte.jean_louis_theodore_gericault_-_la_balsa_de_la_medusa_museo_del_louvre_1818-19

 

13508973_1028008983953524_945599645069166963_nLa scultura di Taylor di una folla che cammina, sul fondo del mare, fatta di individui isolati, distratti e apparentemente connessi, con i volti fissi sul proprio ipad, ma con gli occhi chiusi, è richiamo a prendere consapevolezza della cecità dilagante di fronte alle macerie di un’umanità perduta. Il mare dei naufragi è luogo in cui persone vive divengono figure anonime senza riconoscimento. Nel mare dell’indifferenza di quanti si muovono insieme verso una direzione senza meta, senza capacità di fermarsi e di accorgersi, la vita degli altri diviene insignificante. L’arte si fa messaggio di denuncia di un mondo in cui c’è indifferenza e distruzione e si fa anche appello a scorgere vie per emergere da tale immersione: se l’arte non è in grado di cambiare il mondo può essere voce affidata alla fragilità della materia per scuotere le coscienze.

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Alessandro Cortesi op

XXXII domenica tempo ordinario – anno C – 2016

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2Mac 7,1-2.9-14; 2Tess 2,16-3,5; Lc 20,27-38

“Si avvicinarono a Gesù alcuni sadducei, i quali negano che vi sia risurrezione…”. La domanda è espressa a partire da un caso costruito ad arte per porre in difficoltà. di chi sarà moglie dopo la sua morte la donna che ha avuto sette mariti in terra? La questione di fondo tuttavia è: cosa c’è dopo la morte?

I sadducei non credevano alla risurrezione e pongono un caso di scuola per mettere alla prova Gesù. E questa domanda implica una questioni più profonda che investe il senso del vivere stesso. Diverse erano le concezioni presenti in Israele sulla condizione dopo la morte. Alcuni, rifacendosi a convinzioni molto antiche, pensavano che la vita trovasse la sua pienezza unicamente in una realizzazione terrena, nel benessere familiare e sociale raggiunto quaggiù. Altri sulla base di una maturazione avvenuta nel contesto della preghiera pensavano che la morte fosse compresa nel disegno di Dio che non poteva venir meno nella fedeltà di Creatore. Alcuni salmi esprimevano tale orizzonte di speranza: “… non abbandonerai la mia vita nel sepolcro, né lascerai che il tuo santo veda la corruzione. Mi indicherai il sentiero della vita, gioia piena nella tua presenza, dolcezza senza fine alla tua destra” (Sal 16,10-11). In epoche più recenti di fronte all’uccisione dei fratelli maccabei che si erano opposti contro un sovrano straniero profanatore del tempio e della religione, si fece strada la convinzione di uno stato di vita dopo la morte quale ricompensa dei giusti e condanna per gli empi. Un testo scritto in epoca assai vicina al tempo di Gesù, il libro della Sapienza proponeva una visione di speranza per il giusto fedele a Dio: “agli occhi degli stolti i giusti parve morissero” (Sap 3,2) ma essi vivono anche dopo la morte nell’amore di Dio. In tale quadro di dibattito tra diverse concezioni si pone la domanda dei sadducei a Gesù.

Gesù non entra in difficili dissertazioni sull’aldilà, richiama piuttosto la promessa di Dio. Indica un punto di riferimento solido, la fede nel Dio della vita: ricorda il Dio delle promesse ad Abramo Isacco e Giacobbe. E’ un Dio dei viventi, è il Dio dell’alleanza che continua a comunicarsi. La vita oltre la morte non può essere pensata come mera proiezione dell’esperienza terrena. Sarà una condizione nuova e diversa. Ciò che permane, ma che interroga sin d’ora, è la comunione con Dio. Da qui sorge l’autentica questione che investe il presente di una relazione da custodire e tradurre in scelte di una prassi liberatrice. La promessa di Dio apre possibilità di relazioni nuove, vissute nel suo amore. L’incontro con Dio inizia ora, nella vita di quaggiù, non rimarrà senza futuro, non si racchiude ad una questione  individuale, ma è esperienza di comunione con Lui e con gli altri. Gesù invita a coltivare questo incontro con Dio da subito perchè la sua è presenza del vivente che apre cammino. Chiede di non disperdersi in curiosità che celano una pretesa di dominio sulla propria vita e distolgono dall’impegno nel presente. Credere nella risurrezione è affidarsi al Signore dei viventi. Significa allora spendersi per una vita in cui coltivare l’affidamento a Lui e spendersi per dare possibilità di vita per gli altri.

Alessandro Cortesi op

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Fragilità

“Il fatto di sapere che avranno luogo senza conoscere esattamente quando, fa sì che i terremoti siano una delle immagini più potenti della morte, evento certo più di ogni altro, che però non si sa mai con esattezza quando capiterà: potrebbe accadere fra molti anni, ma anche inopinatamente presto. Non è dificile comprendere perché il pensiero del terremoto produca in molti un senso di ansia” (P.Stefani, Il tempo spezzato, 10).*

Il terremoto è evento che sta segnando ultimamente il Centro Italia da più di due mesi con le sue conseguenze di morti, lutti e distruzioni: Accumoli, Amatrice, Norcia, Visso. Ma nel 2012 fu il caso di Carpi e dell’Emilia Romagna, nei giorni della Pasqua del 2009 fu L’Aquila solamente per riferirsi agli ultimi in Italia –  e poi i devastanti terremoti in Nepal, Cina, Pakistan in tempi recenti.

Il terremoto conduce ad interrogarsi sulla fragilità costitutiva della nostra vita esposta ai movimenti della terra, porta a riflettere sulla fragilità della terra stessa su cui posiamo i piedi per trovare stabilità e che improvvisamente rivela il suo carattere di precarietà. Accompagna anche ad interrogarsi sulla fragilità stessa di Dio.

Di fronte alle diverse espressioni del male che feriscono l’esistenza sorge la domanda ‘Dov’era Dio?’: è la domanda che pone in discussione una onnipotenza di Dio pensata in base ai criteri del dominio umano. E’ contestazione rivolta ad un volto di Dio elaborato da forme di pensiero filosofico e religioso, esente dal soffrire. Si fa talora facile scappatoia per non formulare la più impegnativa domanda, fondamentale per la nostra vita ‘Dov’era l’uomo?’.

Se tuttavia ci si sposta a considerare come ‘onnipotente’ può essere aggettivo da rapportare al movimento dell’amore, allora un volto di Dio pensato non secondo i criteri di chi domina e usa violenza e potere, ma accostato alla disponibilità dell’amore e della tenerezza, si presta ad essere associato anche ai termini della fragilità e vulnerabilità. Fragile come chi sceglie di stare accanto e si lascia infrangere, capace di lacrime e di pianto; vulnerabile come chi si china a condividere fino in fondo, solidale con chi è vittima, e piange insieme e apre la speranza che il male, la sofferenza, la morte non sono l’ultima parola.

“L’amore può essere ignorato, frainteso, sprecato, abbandonato, contraddetto. Ecco la fragilità di Dio. Fragile non vuol dire inesistente né vano. In realtà chi scopre questa fragilità e non se ne scandalizza, impara a cercare Dio dove Dio ci cerca: non nella potenza, non nel sovrannaturale, non in tutto ciò che ci evoca il senso del sacro, ma nell’amore creativo, generoso, fedele, paziente, misericordioso. Nell’incontro. Là dove questo amore è vita, dove dunque si incarna, là si lascia a Dio la ibertà di esserci intimo e prossimo” (R.Mancini, Nell’amore creativo, 95).

Dietrich Bonhoeffer parla di un Dio debole, che non fa miracoli, e per spiegare questa sua presenza allude alla disciplina dell’arcano, propria della chiesa antica che manteneva una sorta di riserbo e di segreto su aspetti della propria vita e dei segni della fede: “l’arcano è la consapevolezza che Dio e la realtà mondana formano in Cristo un’unità ‘indivisibile e polemica’. Indivisibile nel senso che Dio si è legato al mondo senza Dio, e polemica nel senso che Dio contesta il mondo nella sua autosufficienza e nella sua incredulità. Ma questo legame di Dio con il mondo che vive senza Dio non è evidente, è nascosto, solo chi conosce attraverso la croce ne è consapevole. Il cristiano, che sa che Dio è presente nel mondo che crede di essere senza Dio, si immerge a sua volta in questo mondo ‘sulle tracce di Dio’ e con la sua testimonianza cercherà di far sì che il mondo scopra che non è senza Dio e la comunità cristiana scopra che Dio non è senza il mondo. (…) Trascendenza nell’aldiqua. Dio nel cuore della realtà, la sequela di Gesù come essere-per-gli-altri” (P. Ricca, Onnipotenza e fragilità: attributi dello stesso Dio?, 153-154).

Gesù nel suo cammino visse fragilità e incertezza: Così ne parla Angelo Casati: “…Tu compagno/ delle umane fatiche/ e dei nostri passi malcerti/ Uomo e non eroe/ nessuna distanza a separare./ Accomunato a noi/ che barcolliamo/ e cadiamo.

Dire la fragilità di Dio, riconoscere stupiti la sua non onnipotenza, significa forse anche approdare all’immagine di un Dio che ha bisogno. Fragilità nella confessione di un bisogno” (A.Casati, Anche tu piangi, Signore, 51)

Come scrisse Etty Hillesum nel suo Diario dal lager di Auschwitz nel 1943: “Io non chiamo in causa la tua responsabilità, più tardi sarai tu a dichiarare responsabili noi… tu non puoi aiutarci, ma tocca a noi aiutare te, difendere fino all’ultimo la tua casa in noi”.

Nel tempo spezzato della terra che trema e, tremando, frantuma costruzioni, dimore, chiese e riduce in macerie tutto, vite e case, financo i cuori spaventati, siamo forse chiamati a scoprire la fragilità di Dio che si fa vicino e ci chiede di affidarci alla fragilità dell’amore. Lì può essere riconosciuto e scoperto: laddove nello sgretolarsi di dimore fatte da mani d’uomo si dà spazio a dimore fatte di mani e di sguardi che si incontrano e si lasciano incontrare, a costruzioni di percorsi condotti non da soli ma insieme. Lì inizia quel ricostruire che non è oblio e cancellazione del terremoto, ma scoperta che il male che pur ci opprime in forme diverse è vinto, che nella morte è già presente la vita, la risurrezione, potenza fragile dell’amore.

Alessandro Cortesi op

*I testi citati sono tratti da: B.Salvarani (ed.), La fragilità di Dio, Dehoniane Bologna 2013.

Dialogo sul fine vita

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Ho avuto occasione di partecipare con un intervento ad un dibattito sul fine vita dal titolo ‘Il caso Welby dieci anni dopo’, promosso dall’associazione ‘DemocraticaMente’ in collaborazione con l’associazione ‘Luca Coscioni’, che si è tenuto venerdì 28 ottobre u.s. alle ore 18.00 a Pistoia. All’incontro sono intervenuti Mina Welby e il sindaco di Pistoia Samuele Bertinelli. Si è trattato di un momento di confronto e approfondimento particolarmente interessante e coinvolgente per la tematica affrontata e per lo stile in cui è stato condotto il dialogo tra i presenti.

La registrazione integrale può essere ascoltata al link di Radio radicale cliccando qui.

In preparazione all’incontro ho scritto un testo più ampio. Chi fosse interessato può richiederlo scrivendo all’indirizzo mail: acortesi2013@gmail.com

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Una bella lettera…

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Riporto di seguito un bella lettera, bella per i contenuti proposti e per lo stile di assunzione di responsabilità, inviata da ‘donne e uomini in cammino’  – pubblicata nella rivista ‘Esodo’ – che tocca punti importanti per un ripensamento della teologia e dell’esperienza delle comunità e della chiesa in rapporto ad una visione di ecologia integrale presente quale orizzonte di fondo nella enciclica Laudato sì di Francesco, vescovo di Roma.
(ac)
Lettera a papa Francesco. A proposito della Laudato si’
di Donne e uomini in cammino  del settembre 2016
Caro Papa Francesco,
siamo un gruppo di Donne e uomini in cammino, che hanno a cuore la dimensione spirituale dell’esistenza, consapevoli del mistero in essa racchiuso.
Il fatto di chiamarci “donne” e “uomini” non è casuale. Nei nostri intendimenti, infatti, è sottesa una risignificazione di tali parole, nel convincimento che usare il termine “uomo” in senso neutro non promuova una cultura rispettosa della differenza originaria tra i sessi. Nel dirci “in cammino” alludiamo alla nostra condizione di viandanti, perché la pratica del confronto-dialogo tra donne e uomini richiede disponibilità al mutamento, ad aprirsi, ad essere in uscita, come Lei pure auspica sia la Chiesa (E.G. 20).
Le donne di questo gruppo provengono – per lo più – da esperienze del mondo femminista, di cui ancora fanno parte, e tale storia e orizzonte di senso sono una delle componenti costitutive del gruppo. In esso, inoltre, c’è una presenza nutrita di donne e uomini della redazione di Esodo, rivista autofinanziata, di cui le è stata consegnata una copia, sorretta dal lavoro di un temerario volontariato. Attivo dal 1979, il trimestrale Esodo è nato nel veneziano dall’incontro tra alcuni preti- operai, comunità di base, gruppi impegnati nel sociale e nei movimenti per la pace. L’Enciclica Laudato si’ ha parlato ai nostri cuori perché vi abbiamo percepito concetti e sensibilità che, come in un amoroso incontro, s’annodavano con i campi discorsivi delle nostre esperienze, sia passate che attuali. Ha risvegliato il desiderio di investigare dettagliatamente quanta convergenza in essa si dischiudesse con quella che è stata la cultura politica e religiosa che ha alimentato le nostre vite.
L’approccio dell’Enciclica è di grande respiro: propone un’ecologia integrale e profonda, che scandaglia la materia in una prospettiva olistica e radicale e non riduzionistica; fa attenzione ai processi fisico-biologici ed economici dell’ambiente e, al tempo stesso, porta alla luce sedimentazioni più profonde. Da un lato, infatti, riconosce la complicità e la violenza delle strutture epistemologiche dei nostri saperi, dall’altro lega il senso dell’esistenza umana a una dimensione trascendente che la precede, e afferma l’appartenenza del soggetto conoscente al Tutto.
«Il gregge stesso possiede un suo olfatto per individuare nuove strade» (E.G. 31); «Dal momento che sono chiamato a vivere quanto chiedo agli altri, devo anche pensare a una conversione del papato. A me spetta, come Vescovo di Roma, rimanere aperto ai suggerimenti orientati a un esercizio del mio ministero che lo renda più fedele al significato che Gesù Cristo intese dargli» (E.G. 32). Sono sue parole: noi l’abbiamo presa sul serio. Crediamo giusto attivarci perché Lei sia “aiutato”.
Vogliamo non sottrarci a quella responsabilità che interpella tutte e tutti noi. Non c’è tra noi, ovviamente, concordanza completa su ogni punto dell’Enciclica. È prevalso, però, il desiderio di fare ponti, di gettare reti. Abbiamo cercato i fili che ci convocavano a edificare la “Casa comune”, senza confusioni né annacquamenti, e senza annullare l’unicità di ognuna e ognuno. Auspichiamo, come Lei (L.s. 144, 155), la non riduzione all’Uno, l’armonia delle differenze, senza annullare quella di ognuno e di ognuna. Per noi, la differenza incarnata dalla donna è fondativa dell’umano che, come la Genesi insegna, è composto da due generi: maschio e femmina, non uno.
Ma crediamo che la Chiesa cattolica, non diversamente dal mondo secolarizzato, abbia perseguito – nella dottrina, nell’ecclesiologia e nelle pratiche pastorali – la rimozione della donna come soggetto. E ciò, nonostante la Chiesa si autocomprendesse come custode dell’insegnamento di quel Gesù di Nazareth che, riguardo alle donne, scandalizzava i capi religiosi: comprendeva la donna, infatti, come creata a immagine di Dio. Per una parte del nostro gruppo è  necessario non dimenticare inoltre che Gesù riconosceva la donna in quanto persona in sé, non in quanto madre.
Possiamo solo accennare ad alcuni punti dell’Enciclica che costituirebbero i mattoni di quella “Casa comune” aperta alle donne e agli uomini di buona volontà, credenti e non credenti.
1. Il tono discorsivo prevalente: non c’è accenno di disciplina. Si rifugge da ogni intonazione dall’alto, dottrinaria, magistrale, dogmatica, dal registro curiale. Il testo emana spirito sapienziale. Germina il seme poetante, l’anelito al contemplativo, l’attenzione per il frammento, lo stupore benedetto per le creature infime, lo sguardo che sa provare incanto alla luce che inonda il “piccolo”. Esulta qua e là nel testo l’anima ricolma di doni, nel canto che rende gloria al creato e a Dio. Sentiamo in ciò la risonanza di autrici e autori che tanto hanno contato nei nostri cammini, e ci hanno nutrito: Simone Weil, Maria Zambrano, Etty Hillesum, Edith Stein, Dietrich Bonhoeffer, Emmanuel Levinas, ecc. ecc.: sono alcune delle voci di cui abbiamo sentito irradiarsi l’eco potente.
Ma di tale eredità femminile non c’è traccia, e una sola autrice donna Lei nomina e cita: santa Teresa di Lisieux!
2. Anche dal punto di vista del metodo le siamo vicini: crediamo nella relazione e nell’esercizio del confronto e della mediazione includente. Quando Lei, per esempio, accoglie e fa proprie le analisi di organismi assembleari- spesso di paesi dell’Asia, Africa, Sud America – davvero mostra di praticare uno stile sinodale, refrattario a quell’accentramento e autocrazia affiorati in tanti papi che l’hanno preceduta.
3. Passando ai contenuti, quasi tutti si annodano con i nostri riferimenti culturali. Sconcerto, allarme, grido di dolore:
– per la propensione all’individualismo, all’antropocentrismo, alla dismisura nell’uomo – nel significato di vir- contemporaneo;
– per il disprezzo della Terra, sostanza reificata, umiliata, in base al criterio della superiorità della categoria dello Spirito – e della Ragione – rispetto a quello della Materia. (Scavando in questa stessa direzione, avremmo aggiunto: per quel paradigma oppositivo da cui si origina anche la posizione subordinata del corpo e dei sentimenti rispetto al primato della Ragione: da cui discenderebbe la “natura” inferiore della donna rispetto all’uomo);
– per la potenza dell’imperante mito del progresso, governato dall’impulso del dominio –
economico, ma non solo -, da uno sguardo che reifica gli esseri e mercifica ogni cosa, che
desertifica paesaggi, soffoca il respiro di popoli e creature, che «gemono e soffrono le doglie del parto», nella carne e nell’esilio della parola. Intorno c’è l’indifferenza dei “cuori comodi e avari” (E.G.2), sazi, ma sempre ingordi, tra l’apatia di retoriche assistenzialistiche di maniera – spesso strumentali -, l’ignavia di chi si sottrae all’appello, la sordità di interessi rapaci;
– per la degradazione dell’ambiente, correlata alle profonde iniquità che intridono il tessuto delle relazioni sociali.
E si potrebbe continuare. Invece dello sconforto o della rassegnazione, noi rimaniamo fedeli alla nostra speranza escatologica. Essa è un faro, ci sostiene. «Non sei tenuto a finire il lavoro ma non te ne puoi esimere» – dice un detto rabbinico.
Nella consapevolezza che l’opera creatrice richiede la sapienza sottile dell’amore, e nel desiderio di aiutarla – come abbiamo già detto – esponiamo le nostre osservazioni e suggeriamo alcune indicazioni.
– Nel campo dell’ecologia, numerose studiose – tra cui la cosiddetta corrente
dell’ecofemminismo – hanno prodotto già da tempo analisi filosofiche, teologiche e storiche. Nel nome di quel pluralismo delle idee – che sia la sinodalità, sia il
dinamismo in uscita della Chiesa richiedono – sarebbe un grande segno farne tesoro. La salvaguardia del creato e le relazioni uomo-donna sono originati da una medesima matrice: infatti, sia lo sfruttamento delle risorse naturali agito dall’uomo maschio, sia l’occultamento della donna come soggetto libero e pensante partecipano al paradigma su cui è incardinato l’ordine simbolico patriarcale. Ne fa fede una spia linguistica: l’eloquente parentela mater-materia; così come l’espressione Madre Terra. Il pensiero androcentrico che ha governato il magistero della Chiesa per secoli ha permesso la scissione tra Dio da una parte e il creato dall’altra, come pure tra anima e corpo. Con Lei è apparsa una scintilla di ravvedimento, ma una più esplicita autocritica, secondo noi, sarebbe necessaria per dare salde radici all’opera di disseppellimento della sostanza evangelica.
– La parola donna compare un sola volta nel testo, e non sotto uno sguardo benevolo: “L’uomo e la donna del mondo postmoderno corrono il rischio permanente di diventare profondamente individualisti” (162). E, come accennato, si usa il termine uomo in senso universale, comprendendo i due generi. Ora questa modalità neutra è indice di non attenzione verso le donne. Si sussume nel genere maschile – supposto universale – quello femminile, che ne sarebbe compreso: è un “valore” linguistico egemone, ma profondamente iniquo: è analogo alle logiche totalitarie messe in atto dagli imperi coloniali.
– Nel solco della cancellazione della differenza femminile, nell’Enciclica non viene mai detto esplicitamente che gli assetti sociali, le istituzioni, nonché la produzione politico-economica sono frutto di una società dove ancora vige la supremazia maschile. Le leve del mondo sono, di fatto, principalmente in mano a uomini. È dunque all’uomo (vir) che va ascritta la responsabilità di questa civiltà malata, di quell’opera predatoria, di quel saccheggio per cui “Sorella (terra) protesta per il male che le provochiamo, a causa dell’uso irresponsabile e dell’abuso dei beni che Dio ha posto in lei” (L.s.2).
– Nella Laudato si’ è esclusa ogni espressione che rimandi a un Dio oltre il genere, come suggerisce una teologia avvertita: confinarlo, infatti, a una rappresentazione sarebbe ridurlo a idolo. (Usiamo la parola Dio e non, per esempio, D** o altre espressioni non sessiste del divino – come suggerito da studi di teologhe – perché ciò implicherebbe temi che esulano dallo spirito della nostra lettera). Una parte di noi ha sottolineato la mancanza nel testo di una teologia della Madre. Con sollecitudine rileviamo quanto un’ immagine di Dio dai connotati maschili – a volte esplicita a volte sottotraccia – sia prevalente nell’Enciclica. Oltre ad abdicare al principio della trascendenza di Dio rispetto al genere, abbiamo la sensazione che, attribuendo al divino solo la paternità e non la maternità, l’essere maschio sia ritenuto proprietà essenziale. È una questione scomoda, ma ineludibile: dal linguaggio si va direttamente ai simboli e di qui – soprattutto se abitano la sfera del sacro – passa la via che approda alla Casa comune di donne e uomini. Gesù è l’uomo della Croce, e san Paolo compendia: la potenza di Dio si manifesta nella debolezza (2Cor 12,9). Ma, nei secoli, la Chiesa ha abitato modelli maschili di forza e potenza, guerrieri o sacerdotali. La stessa separatezza del clero ordinato maschile (l’unico ammesso) è contrassegnata sì dalla chiamata al servizio, ma è pur sempre una chiamata distintiva, che conferisce un’identità elitaria. La vulnerabilità di Gesù è così confinata al perimetro dorato delle prediche domenicali – adottata nella carne solo da qualche santo o santa – unita ad una devozione mariana che educa alla soggezione le donne.
Se ora gli uomini possono accostarsi con più convincimento a tale modello evangelico, se possono accettare con un po’ meno timore la loro umanissima fragilità, riconoscersi senza imbarazzo bisognosi dell’aiuto dell’altro/a; se possono vestirsi senza vergogna della luce diffusa della tenerezza, crediamo sia merito soprattutto di quella cultura dell’empatia e della relazione che alcune pensatrici del Novecento hanno contribuito a elaborare (Edith Stein, Simone Weil, Hannah Arendt…).
Con gratitudine e affetto,
“Donne e uomini in cammino”
P.S. Stiamo andando in stampa. Vorremmo, in pochissime parole, esprimere quanto siamo
felicemente impressionate e impressionati dalle notizie che ci pervengono in questi ultimi giorni. Per le “donne” e per il “creato”, Lei sta attuando gesti che davvero mostrano un’ apertura foriera di grandi speranze. Il nostro auspicio è che tale apertura sia irrobustita dalla sua tenacia e coraggio a camminare nei sentieri di giustizia, e che in tale opera sia accompagnato dai fratelli e dalle sorelle.
Ha steso la lettera Paola Cavallari (ESODO), in collaborazione con: Carlo Bolpin (ESODO), Gianni Manziega (prete operaio, direttore di ESODO), Franca Marcomin (Gruppo di preghiera di Mestre).
(chi vuol aderire può farlo scrivendo a associazionesodo@alice.it, oppure a paola.cavallari@me.com, oppure a carlo.bolpin@alice.it)
Appartenenti a Donne e Uomini in Cammino.
Corradini Giorgio (ESODO);
De Cunzo Margherita;
De Perini Sandra;
Lucchesi Nadia;
Scrivanti Lucia (ESODO);
Sterlocchi Grazia (co-presidente dell’associazione “La Settima Stanza-scuola di
poesia”);
Urizio Desirée

XXXI domenica tempo ordinario – anno C – 2016

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(S.Angelo in Formis, affresco XI sec.)

Sap 11,22-12,2; 2Tess 1,11-2,2; Lc 19,1-10

L’incontro di Gesù con Zaccheo è un racconto proprio di Luca. Tutto ha inizio con un movimento di Gesù: ‘entrato in Gerico attraversava la città’. Gesù passa mentre il suo cammino è diretto verso Gerusalemme: c’è un orizzonte del suo camminare,  la città di Gerusalemme, sede del tempio, luogo in cui si riconosceva la presenza di Dio in mezzo al suo popolo e dove Gesù vivrà la passione e la croce, manifestazione del volto dell’amore, dell’esserci di Dio in modo paradossale.

Ora passa per la città di Gerico. La città è luogo di incontro e di relazione, ma anche luogo della folla che diviene massa: la folla si fa ostacolo e barriera che tiene escluso qualcuno. Zaccheo è tenuto distante per varie ragioni. E’ infatti capo degli esattori delle imposte, quindi malvisto dai suoi concittadini, temuto per il suo potere ed emarginato; ed è anche ricco. La sua ricchezza sorge dai guadagni ricavati dalle tasse estorte. Inoltre è piccolo di statura e non riesce ad imporsi.  Impedimenti fisici e interiori oltre alla folla sono di ostacolo al suo desiderio, che pur lo spinge ad uscire, di vedere Gesù. C’è un’insistenza in questa pagina sul verbo ‘vedere’: “Zaccheo cercava di vedere quale fosse Gesù… corse avanti per poterlo vedere”. Nonostante limiti ed gli impedimenti Zaccheo porta in sé una ricerca e desidera vedere. Con creatività e con un po’ di abilità supera gli ostacoli e soddisfa il desiderio di vedere: ‘allora corse avanti e per poterlo vedere salì su un  sicomoro, perché doveva passare di là’.

Zaccheo corre, sale e attende: è descritto in tre movimenti. Per Luca sono questi i movimenti del cuore umano. Ognuno si muove verso qualcosa, e avverte l’urgenza del correre; di fronte agli ostacoli ognuno mette in atto in mdi diversi tecniche per andare oltre. Infine nel cuore umano c’è un’attesa che può essere spinta ad uscire, curisoità, passione, ricerca… E’ un’attesa che al fondo attende un incontro non frutto di operare umano, di propri sforzi o conquiste ma accoglienza di un dono. Zaccheo diviene così simbolo per Luca di uomini e donne che sono considerati e tenuti fuori, lontani, mentre Gesù sta passando di là.

Solo a questo punto Gesù è presentato nel prendere l’iniziativa: è lui che alza lo sguardo – è lui che lo ‘vede’ – e dice a Zaccheo ‘scendi subito perché oggi devo fermarmi a casa tua’: dal passare per la città al fermarsi nella casa. Viene indicato lo stile di Gesù. Gesù è uomo capce di alzare lo sguardo oltre confini stabiliti, sa vedere i volti oltre barriere costruite dalle folle. Gesù vive il gusto di entrare a casa, di stare nei luoghi che racchiudono i segreti della vita e della quotidianità. L’incontro di Gesù è personale relazione con un ‘tu’, evita le folle quando sono massa indistinta, nella folla riconosce i volti. Gesù così chiama per nome Zaccheo, lo individua come unico.

Zaccheo che viveva una chiara ma anche inconsapevole attesa non era preparato a tanto. Si trova spiazzato e superato in ogni suo desiderio: aveva curisità di vedere e si sente chiamato ad incontrare. Si lascia prendere dalla gioia di essere coinvolto in un incontro che invade la sua vita, la sfera della casa: ‘Oggi devo fermarmi a casa tua’. C’è in queste parole un’urgenza ma c’è anche l’indicazione di un tempo che viene trasformato. L’oggi uguale a tanti altri diventa un tempo nuovo, una svolta che si compie non più nella strada ma nella casa. La casa di Zaccheo è il luogo dell’intimità della sua vita.

La risposta di Zaccheo è pronta: scese in fretta e lo accolse pieno di gioia. Anche Gesù ha superato le barriere, anche lui è salito con lo sguardo a vedere Zaccheo: le parti si rovesciano. Zaccheo cercava di vedere Gesù: è invece Gesù che lo cerca, lo riconosce tra la folla, fissa su di lui lo sgardo e lo invita. Lo precede oltre ogni previsione. E’ ancora lui che supera l’ostacolo della folla tra cui si diffonde la voce maligna che commenta: ‘è andato ad alloggiare da un peccatore’. Contro il perbenismo, il giudizio e disprezzo per gli altri, il disilluso sguardo per cui nulla e nessuno può mai cambiare – giudizio celato dietro questa espressione – Gesù entra nella casa di chi è lasciato lontano o pensa di essere ai margini.

In quella casa si compie così il miracolo dell’accoglienza. Gesù è accolto non solo nella casa ma nel cuore, nella vita di Zaccheo: quell‘oggi’ non rimane un fatto interiore o individuale. Quell’incontro diventa momento di scoperta di un nuovo modo di intendere la vita. I suoi averi, le sue ricchezze non tengono più il primo posto. La vita di Zaccheo viene proiettata sugli altri. Gesù che entra nella sua casa lo spinge ad un cammino di libertà: un nuovo rapporto con gli altri, che proviene non da prediche moralistiche, ma da un movimento libero, interiore, della coscienza: ‘io do la metà dei miei beni ai poveri, e se ho frodato qualcuno, restituisco quattro volte tanto’. In quella casa si compie l’ ‘oggi’ della salvezza. Salvezza per Zaccheo ha il sapore di una vita che acquista dimensioni nuove, diviene ‘buona’ per lui, guardato e accolto proprio nella sua casa, e per gli altri che popolano la sua esistenza.

‘Anch’egli è figlio di Abramo’ sono le parole conclusive dell’episodio, ‘il Figlio dell’uomo è venuto a cercare e a salvare ciò che era perduto’. Alla ricerca di Zaccheo che cercava di vedere, corrisponde e precede la ricerca del Figlio dell’uomo per salvare. Gesù che va incontro a Zaccheo è indicazione ad incontrare Gesù che nel nostro oggi  va in cerca di tutti i figli di Abramo per introdurli nella gioia, possibilità di vita buona, di un rapporto nuovo tra di noi e con Dio.

Al centro sta la casa. E’ la presentazione di una scoperta: in Gesù si rende vicina la compassione di Dio che ama tutte le cose esistenti e nulla disprezza di quanto ha creato.

Alessandro Cortesi op

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(Sieger Köder, Zaccheo)

Spazi altri

“Il perfetto nonluogo è quello dove le relazioni sociali sono tutte completamente decifrabili attraverso l’osservazione. Ma in questi luoghi non c’è libertà, la residenza è assegnata. […] Si tratta di spazi dove la condizione normale è quella di essere soli”. Marc Augé parlando dei non luoghi definiva in questo modo spazi ben presenti nella vita oridnaria delle persone oggi: indicava così infatti i luoghi anonimi del consumo in cui chi passa vi scorre senza lasciare alcuna traccia. Gli aeroporti, le stazioni, i grandi magazzini sono ‘nonluoghi’ in quanto luoghi di un passare dove non c’è un abitare di volti che si riconoscono, ma solitudini che s’incrociano nell’indifferenza della folla. Forse si può indicare come nonluogo sia lo spazio della folla radunata al passare di Gesù, ma anche la casa di Zaccheo, nonluogo di solitudine senza rapporto.

E’ stato il filosofo Michel Foucault ad avere riflettuto in modo particolare sugli spazi e la sua ricerca lo ha portato a riflettere su quelli che egli denomina ‘eterotopie’: sono questi ‘spazi altri’ che sono in relazione ad altri luoghi, tuttavia gli ‘spazi altri’ rovesciano i rapporti che altri spazi indicano o rispecchiano. Con le parole di Foucault essi sono «quegli spazi che hanno la particolare caratteristica di essere connessi a tutti gli altri spazi, ma in modo tale da sospendere, neutralizzare o invertire l’insieme dei rapporti che essi stessi designano, riflettono o rispecchiano». (Spazi altri. I luoghi delle eterotopie, ed.Mimesis)

La casa di Zaccheo nel momento in cui si apre alla visita di un ospite inatteso e improvvisamente accolto appare divenire uno ‘spazio altro’: quella casa infatti era il luogo della ricerca dell’accumulo ed insieme della separazione dalla vita di altri. La parola di Gesù che chiede di entrare, genera in quel medesimo spazio un luogo altro: in quella casa infatti si genera un contrasto e una inversione di rotta. Da luogo di solitudine diventa spazio di gioia. Viene sospesa la regola dell’approfittarsi, e si inverte il cammino: “Io do la metà di ciò che possiedo ai poveri e se ho rubato a qualcuno restituisco quattro volte tanto….”

Zaccheo era uscito dalla sua casa mosso da un desiderio, avvertendo una curiosità, o forse una mancanza nella sua vita, vivendo quel momento come uscita da un utero protetto di sicurezze e di tranquillità. Dopo l’incontro con Gesù il suo abitare la casa si apre ad uno scoprirsi abitato. E’ lo sguardo di Gesù che lo abita nell’incontro e l’essere riconosciuto e invitato a scendere dall’albero rovescia le gerarchie della sua vita. Ora per lui la cosa più importante diviene non più qualcosa, connesso alla ricchezza e al suo dominio, ma qualcuno.

Gesù si fa ospite che chiede accoglienza, ma egli stesso offre ospitalità pur non avendo casa perché fa spazio nel suo ‘guardare’ a quell’uomo, basso di statura, tenuto lontano dagli altri e che si riteneva escluso. Zaccheo viene spiazzato da tale ospitalità inattesa. Da qui sorge un movimento di apertura nuova di spazi. La sua casa diviene luogo di incontro, di condivisione, di stare insieme. Non luogo dell’appartarsi, ma luogo del condividere: ‘spazio altro’, appunto.

La sua casa diviene abitazione in cui si rende possibile l’accoglienza: un altro capovolgimento si attua. L’abitare di Zaccheo diviene abitare una casa che si fa spazio in cui i confini da barriere di divisione divengono luoghi di attraversamento. La sua vita è proiettata su rapporti nuovi e il suo abitare si allarga a scorgere coloro, anche sconosciuti, gli altri, che abitano la sua vita.

Il suo abitare diviene caratterizzato da responsabilità e cambiamento. In quella casa in cui l’abitare era segnato dalla regola del sopraffare e del dominare, e i cui spazi erano occupati dalla preoccupazione per il denaro da accumulare, l’abitare stesso si apre ad una nuova libertà di condividere. Lo spazio dell’isolamento dell’esattore che mira a frodare si capovolge in spazio di una ospitalità che si allarga ad altre presenze. La casa di Zaccheo diviene luogo altro, eterotopia: nel luogo dell’accumulo e della frode Gesù porta il suo venire, il suo entrare che spalanca alla condivisione. Ancora uno spiazzamento: il peccatore, l’additato come fuori dalla salvezza è lui ad essere abbracciato da un senso nuovo della vita che lo libera. Salvezza come scoperta di essere abitato.

Tutti viviamo in luoghi spesso abitati solamente da solitudini confinanti, abitiamo case che nei loro spazi custodiscono ed esprimono un’identità vissuta o desiderata. I luoghi dell’abitare possano diventare espressione di identità scoperte in relazione – essere figli di Abramo, quell’uomo che partì senza sapere dove andava ma spinto da una fiducia – e aperte ad essere ‘luoghi altri’.

Alessandro Cortesi op

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