la parola cresceva

commenti alla Parola della domenica e riflessioni

III domenica di Pasqua – anno B – 2021

At 3,13-15.17-19; 1Gv 2,1-5a; Lc 24,35-48

Nei discorsi riportati negli Atti degli Apostoli si possono scorgere gli schemi della prima predicazione su Gesù dopo la Pasqua. Al centro sta la testimonianza della sua morte e della risurrezione. Nel discorso a Gerusalemme Pietro pone in luce il contrasto tra l’agire degli uomini, di rifiuto e rinnegamento nell’uccidere Gesù e l’azione potente del Dio di Abramo e dei padri che non lo ha lasciato nell’oscurità della morte ma lo ha ‘rialzato’. A Lui l’Abbà, Gesù ha affidato tutta la sua vita rivolgendosi consegnandosi nel momento della morte (Lc 23,46). E il Padre lo ha risuscitato dai morti. Con il suo intervento di potenza e di vita il Padre ha portato a compimento – dice Pietro – ‘ciò che aveva annunziato per bocca di tutti i profeti, che cioè il Cristo sarebbe morto’.  La sofferenza, la passione e la morte di Cristo sono così viste come adempimento di quel farsi vicino di Dio all’umanità per vie ‘che non sono le vostre vie’. E pone l’esigenza di un cambiamento, di una trasformazione della vita accogliendo il Santo e il Giusto e seguendo le tracce del suo cammino.

Di questo anche parlano i racconti delle apparizioni di Gesù. Queste pagine possono essere lette come tentativo di comunicare quell’indicibile esperienza di incontro in modo nuovo con il crocifisso dopo la sua morte. E sono anche indicazioni su come possiamo incontrarlo nella nostra vita.

Luca presenta un incontro con il Risorto a Gerusalemme, là dove tutto era iniziato e dove ora gli undici insieme ad altri, sono provocati ad aprirsi ad un modo nuovo di incontrare Gesù. La prima preoccupazione sta nell’affermare che il Risorto è il medesimo  Gesù visto sulla croce e che la sua presenza è viva e reale. Gesù è veramente risorto.

Luca intende contrastare interpretazioni puramente spiritualistiche, presenti probabilmente all’interno della sua comunità di persone provenienti dalla cultura greca, di chi disprezzava la corporeità e pensava la risurrezione solamente come immortalità dell’anima. L’esperienza dell’incontro con il risorto conduce a scoprire che Gesù non è un fantasma.

Nel racconto Gesù invita a toccarlo e guardarlo, ad incontrarlo in una vita che comprende tutte le dimensioni della sua persona. ‘Sono proprio io’. Il risorto è colui che riporta in una condizione nuova anche tutto ciò che attiene alla corporeità dell’esistenza umana. In contrasto con una religiosità tutta centrata nel ‘salvare l’anima’ Gesù propone ai suoi di assumere il movimento che ha segnato tutta la sua vita, di entrare nella logica dell’incarnazione, di far continuare quella forza di trasformazione della realtà che Lui ha testimoniato nei suoi gesti di cura, di tenerezza iniziando una storia diversa segnata dall’amore che rinnova e trasforma.

Chiede di mangiare con i suoi e torna a tavola: richiama i tanti gesti di condivisione e di accoglienza degli esclusi vissuti nel suo cammino terreno nelle tavole delle case attorno alle quali radunava marginali e irregolari. In questo gesto sta il significato della condivisione e del suo stare in mezzo alla sua comunità ora in modo nuovo, che richiede uno sguardo rinnovato, e rinvia ad incontrarlo nella storia e nella vita laddove si attua la condivisione.

Gesù in mezzo ai suoi offre loro anche un’importante indicazione sui luoghi in cui ritrovare la sua presenza di Risorto. Apre infatti loro la mente all’intelligenza delle Scritture: invita a ritornare alle Scritture e scoprire il disegno di fedeltà di Dio nella storia: quello è un luogo in cui incontrare il Risorto. Il mangiare insieme e la condivisione concreta del pane della vita è ancora luogo d’incontro.

Ed ancora l’essere radunati dal suo saluto: ‘Pace a voi’. Il dono del risorto e il saluto della pasqua è il saluto della pace. E’ questo l’orizzonte entro il quale poter vivere oggi l’esperienza del Risorto che ci fa suoi testimoni.

Alessandro Cortesi op

Non sono fantasmi

Non sono un fantasma… L’incontro con Gesù risorto rinvia i discepoli a scorgere l’importanza della corporeità. L’incontro con lui passa attraverso i corpi crocifissi di quanti subiscono la violenza e l’ingiustizia come lui.

Il pensiero non può non andare a uomini e donne sottoposti nelle diverse aree del mondo a  situazioni di violazione di diritti umani fondamentali. Non sono fantasmi: chiedono e implorano di essere accolti alla tavola in cui condividere parte dei beni della terra. E’ implorazione di condividere, il pane, in questo tempo della pandemia è richiesta di condividere i vaccini che possono evitare morte e sofferenza.

Non si può tacere di fronte ad una politica  europea e italiana che continua i respingimenti di esseri umani in violazione delle norme fondamentali di rispetto dei diritti e di soccorso. Anche in questi giorni continuano a giungere notizie non solo di naufragi dei gommoni pieni di persone che tentano di raggiungere l’Europa, ma anche di respingimenti attuati contro donne, bambini trattando persone in cerca di rifugio con la violenza e il disprezzo. Tutto questo dovrebbe suscitare l’indignazione e la reazione di tutti e delle comunità cristiane in particolare proprio in questo tempo di pasqua in cui si guarda al mistero della risurrezione del crocifisso,

Anche in questi giorni è stato documentato come avvengono i respingimenti di persone inermi abbandonando alla deriva barche con persone che implorano (cfr Nello Scavo, Grecia, le immagini choc di un altro respingimento in mare, “Avvenire” 14 aprile 2021)

Mentre accade questo in Libia il poliziotto trafficnate di uomini Bija viene non solo scarcerato per mancanza di prove relativamente ed accuse connesse al traffico di esseri umani e di commercio illegale di petrolio, ma anche promosso al grado di maggiore della cosiddetta guardia costiera libica: è accusato dalla Corte dell’Aia di crimini contro i diritti umani in quanto responsabile della gestione di traffici e di violenze e torture nei campi di detenzione dove i migranti sono trattenuti e sottoposti a torture e sevizie nell’area di Zawyah. (cfr. documentazione a cura del giornalista Nello Scavo)

Il Centro Astalli non cessa di ricordare ad ogni evento il dramma di tante persone e l’urgenza di cambiare orientamento di fronte ai migranti: nel comunicato stampa del 20 gennaio 2021 si legge  “Ogni giorno ascoltiamo di torture e violenze nei racconti dei migranti che incontriamo al Centro Astalli. Dalla Libia le persone non hanno altra possibilità che tentare di fuggire: la situazione che descrivono è di un clima generalizzato di violenza e terrore. È evidente che c’è un problema molto serio di gestione delle frontiere da parte degli Stati europei e di un’inerzia intollerabile da parte delle istituzioni nazionali e sovranazionali. Le isole greche, i Balcani, la frontiera della Spagna e il Mediterraneo centrale, pur essendo contesti giuridicamente diversi, sono sempre più luoghi di morte. Non è possibile continuare a ignorare l’ecatombe che si consuma alle porte di casa nostra”.

E’ sconcertante che in questa situazione si siano ascoltate in sede di incontro ufficiale tra governo italiano e il nuovo governo libico espressioni da parte italiana di “soddisfazione per quello che fa la Libia nei salvataggi” (cfr. F.Mannocchi, Grandi affari in Libia: una torta da 450 miliardi di dollari. E l’Italia prova a giocarsi la partita, “L’Espresso”, 9 aprile 2021)

E tutto ciò mentre il governo italiano appare più preoccupato a favorire il commercio delle armi che vede in questi giorni la consegna all’Egitto della fregata multimissione Fremm, fornitura peraltro mai sottoposta alla verifica della Camera, confermando legami di interesse con un paese in cui sono in atto violazioni a livello generalizzato di diritti umani.

Scelte che favoriscono e assecondano violenza e scelte di commercio degli armamenti si manifestano in totale contrasto al riconoscere che l’umanità di Cristo va riconosciuta nei volti umani delle vittime dell’ingiustizia e dei torturati e dovrebbero suscitare un moto di reazione da parte di ogni credente in Cristo.     

Una valutazione della situazione generale aiuta anche a scorgere come sia urgente cambiare la narrazione riguardante la realtà delle migrazioni e delle richieste di asilo in Italia. Nell’ultimo anno si è registrato un calo delle richieste di asilo (-39%) e un aumento dei dinieghi: “Nel 2020 sono state presentate 26.963 domande d’asilo, in calo del 39% rispetto al 2019. Sul totale delle richieste esaminate dalle Commissioni territoriali per l’asilo (41.753), ben il 76% ha ricevuto un diniego; solo l’11,8% ha ottenuto il riconoscimento dello status di rifugiato e il 10,3% la protezione sussidiaria. Infine, meno del 2% ha avuto la cosiddetta ‘protezione speciale’” (Ilaria Sesana, Migrazioni quei rifugiati senza protezione, “Avvenire”, 15 aprile 2021).

Come sottolineare il prof. Maurizio Ambrosini (Chiari i dati e la realtà socio-economica. Immigrazione uguale crescita, “Avvenire” 10 aprile 2021 ) si dovrebbe radicalmente cambiare il modo di vedere la presenza dei migranti anche in questo momento di generale difficoltà nella realtà italiana. La sua analisi basata sugli studi dell’Istituto Cattaneo curato da Asher Colombo e Gianpiero Dalla Zuanna rileva innanzitutto che “dalla crisi del 2008 i flussi migratori verso l’Italia hanno perso vigore, fino a toccare nel 2020 il livello minimo degli ultimi decenni, con un saldo positivo di appena 80mila unità, nascite comprese (…) negli ultimi trent’anni gli arrivi dall’estero hanno largamente sostituito l’immigrazione interna nelle regioni centro-settentrionali, fornendo un contributo decisivo alla crescita del bacino di lavoratori manuali a disposizione di imprese e famiglie…”.

“La ‘gelata’ dell’immigrazione negli ultimi anni è una conseguenza della stagnazione dell’economia italiana. Lo sviluppo economico invece è associato all’immigrazione: la attrae, la impiega, ne trae beneficio. Già oggi l’immigrazione si concentra nelle regioni più prospere, con più occupazione e più benessere per i nativi. Basti pensare a quello che succede in ambito familiare: per ogni donna adulta di classe media che trova un lavoro stabile fuori casa, vi sono buone probabilità che a casa sua si generi almeno un mezzo posto di lavoro, e che a beneficiarne sia una donna immigrata. Se vogliamo riprendere a crescere, avremo bisogno d’immigrati. Se arriveranno, vorrà dire che avremo ripreso a crescere”.

Sono osservazioni che anche da un punto di vista di analisi della vita sociale dovrebbero far riflettere in vista di un radicale cambio di direzione nelle politiche migratorie, da orientare innanzitutto nel rispetto dei diritti umani ed in una lungimirante visione della vita sociale di un Paese e nel quadro internazionale.

Alessandro Cortesi op

II domenica di Pasqua – anno B – 2021

At 4,32-35; 1Gv 5,1-6; Gv 20,19-31

La prima lettura presenta un quadro sintetico  della vita della primitiva comunità cristiana in cui con tratti idealizzati è descritto il comune impegno di una vita comune: la fede nel Cristo risorto genera una vita nuova condotta nella condivisione dei beni e nella testimonianza comune della risurrezione: “La moltitudine di coloro che erano venuti alla fede aveva un cuore solo ed un’anima sola e nessuno diceva sua proprietà quello che gli apparteneva, ma ogni cosa era fra loro comune… Nessuno infatti tra loro era bisognoso, perché quanti possedevano campi o case li vendevano”.

Il cuore da cui scaturisce la vita di questa comunità è la risurrezione di Gesù: “Con grande forza gli apostoli rendevano testimonianza della risurrezione del Signore Gesù”.

Anche la seconda lettura pone in risalto come la fede nel Signore risorto genera una comunione con lui e con gli altri: “Chiunque crede che Gesù è il Cristo, è nato da Dio; e chi ama colui che ha generato, ama anche chi da lui è stato generato”. La fede nella risurrezione di Cristo orienta a centrare la vita nel Dio della vita. Da qui sgorga anche la corrente di un amore aperto per costruire con itinerari di fraternità. L’evento della risurrezione è germe di un mondo nuovo che sta crescendo nella storia e che chiama ad essere responsabili.

Al cuore del passo del vangelo è situata una beatitudine rivolta a tutti coloro che, senza vedere, crederanno: “Beati quelli che, pur non avendo visto crederanno” .

Il IV vangelo presenta vari itinerario del credere e qui Tommaso lo vive in rapporto alla risurrezione: è l’apostolo che, come tutti gli altri e pure a modo proprio, vive la fatica del credere e diviene esempio di un cammino. La sua esperienza è presentata come simbolo del percorso di ogni discepolo: è spinto infatti a passare da una fede tesa a trovare verifiche ed evidenze, ad un credere che si affida alla testimonianza.

In questo racconto di di apparizione di Gesù in mezzo ai suoi dopo la risurrezione due aspetti particolari sono evidenziati: il Risorto, che si presenta donando la pace e lo Spirito è il medesimo Gesù  incontrato prima della Pasqua, colui che ha vissuto la sofferenza e la morte. Non è un altro: la gloria della risurrezione non sta senza il passaggio attraverso la passione e la morte: “Detto questo, mostrò loro le mani e il costato”. Risponde al desiderio di Tommaso e fa cogliere la continuità tra il suo cammino prepasquale e la sua vita nella condizione di Risorto. Nel medesimo tempo si dà ad incontrare in mood nuovo e diversamente: la sua presenza non è come quella di prima. Ora egli chiede di essere incontrato nella fede, genera una gioia profonda nel cuore: l’incontro con lui sarà vissuto nell’accogliere la missione che egli affida e nel vivere i doni dello Spirito e della pace.

Il IV vangelo intende suggerire che gesù è il medesimo che ha percorso le strade della Palestina, che ha annunciato il regno di Dio ed è stato ucciso sulla croce, e nello stesso tempo egli è diverso, è il Risorto, che fa entrare i suoi in una nuova comunione con lui.

Come sul primo uomo Adamo Dio aveva alitato un soffio di vita (Gn 2,7), come sulle ossa aride della visione di Ezechiele era stato invocato il soffio dello Spirito per vivificare quei morti (cfr. Ez 37) così Gesù soffia sugli apostoli. Comunica loro lo Spirito quale dono della Pasqua: una nuova creazione che ha inizio. Sulla croce l’ultimo respiro di Gesù era stato la consegna dello Spirito Santo (Gv 19,30). Ora lo Spirito è donato con la missione di continuare l’opera di Gesù del perdono dei peccati.

“Come il Padre ha mandato me così anch’io mando voi”: l’invio degli apostoli ha le sue radici nella missione del Figlio da parte del Padre, affonda le sue origini nel mistero della vita trinitaria e vive nel soffio dello Spirito che è dono della Pasqua. La missione del Padre genera l’invio e manda gli apostoli ad essere continuatori dell’opera di salvezza di Cristo. Vivere nel soffio delo spirito e testimoniare la pace è per i credenti accogliere il dono della risurrezione e farsene responsabili nella storia.

Alessandro Cortesi op

L’esistenza teologica di un testimone

“C’è una casta di funzionari nella Curia romana, che non vuole accettare che una parte consistente di cattolici la pensi in maniera diversa sul controllo delle nascite, divorzio, celibato, aborto, eutanasia, relazioni ecumeniche, intercomunione. Io sono sempre stato un difensore del primato della Chiesa di Roma, però il primato deve essere pastorale, nel senso evangelico. Il primato non è per dividere, ma per unire la Chiesa” (Francesco Strazzari, Küng, il teologo dal volto umano, “SettimanaNews” 7 aprile 2021). In queste parole si può rintracciare una sintesi delle posizioni critiche che Hans Küng ha condotto nella chiesa cattolica nel suo lungo servizio teologico al popolo di Dio, inteso sempre nell’orizzonte ecumenico e del dialogo con l’umanità. Il grande teologo, uno dei maggiori del XX secolo, che ha continuato a rimanere attivo sino a poco tempo fa, ha concluso il suo cammino terreno il giorno 6 aprile u.s.

Originario del cantone di Lucerna in Svizzera, nato nel 1928 a Sursee, aveva condotto i suoi studi di filosofia e teologia al collegio Germanico e alla Gregoriana a Roma. Ordinato presbitero nel 1954 aveva proseguito gli studi poi a Parigi, all’Institut Catholique. La sua ricerca si mosse sin dagli inizi in ambiti delicati di discussione e controversie: svolse la sua tesi sul tema della giustificazione, questione che aveva diviso nei secoli cattolici e protestanti, e su tale crinale egli propose una via di dialogo e intesa possibile per superare l’atteggiamento polemico e ostile tra confessioni cristiane. Da tale lavoro nacque il libro del 1957 dal titolo La giustificazione un testo che anticipava il dialogo ecumenico ed offriva orizzonti teologici inediti in campo cattolico. La linea intrapresa nella sua ricerca vide conferma nel 1990 nella Dichiarazione congiunta cattolico-luterana sulla giustificazione.

Docente alla facoltà di teologia cattolica a Tubinga dal ‘60 venne invitato al Concilio Vaticano II come perito per la sua attitudine ecumenica. Al concilio Küng portò il contributo della  riflessione che andava maturando sulla chiesa che in quel periodo si accentrò sui temi della riforma e dell’ecumenismo. Pubblicò infatti  nel 1960 il testo Riforma della Chiesa e unità dei cristiani e successivamente La Chiesa e Infallibile? Una domanda, opera del 1970 in cui articolava una critica puntuale sul tema dell’infallibilità papale scorgendo in questo uno snodo di cambiamento da cui avviare altre trasformazioni di struttura e di vita della chiesa cattolica. Nelle sue opere manifestò il rigore di un pensiero nutrito di una conoscenza impressionante dei temi affrontati e recuperava il riferimento essenziale alla Scrittura costruendo il suo pensiero secondo un metodo ecumenico.

Margot Kässmann sua allieva, che nel 2018 all’Università di Tubinga ha tenuto il discorso in suo onore per il suo 90° compleanno così lo ricorda:  “Già nel 1977 ho ascoltato affascinata Hans Küng a Tubinga. Per noi giovani studenti, lui era un esempio, un ribelle che sosteneva le sue convinzioni. Un cattolico con un habitus da Riforma” (Margot Kässmann Profeta della critica alla Chiesa “Die Zeit” http://www.zeit.de 7 aprile 2021). E così osserva Fulvio Ferrario, decano della Facoltà valdese di teologia di Roma: “È un po’ paradossale, ma proprio leggendo lui, che voleva a tutti i costi dirsi cattolico, sono diventato protestante e anche per questo gli sono sempre stato grato.” (F.Ferrario, Hans Küng divulgatore della passione per l’Evangelohttp://www.riforma.it  7 aprile 2021).

Altre opere seguirono negli anni ’70 in cui si può scorgere il suo interesse per un recupero della centralità di Gesù Cristo nella fede a partire da un accostamento all’umanità di Gesù in Essere cristiani, l’approfondimento di domande connesse alla situazione del mondo segnato dalla secolarizzazione e dalla ricerca critica in Dio esiste? del 1978. I temi dell’escatologia videro trattazione in Vita eterna? pubblicato nel 1982. In Italia furono testi tradotti da Mondadori ed ebbero grande diffusione. Le critiche all’infallibilità papale ed altre sue posizioni che ponevano in discussione aspetti del dogma condussero al suo allontanamento dall’insegnamento: nel 1979 gli fu ritirata la licenza di insegnamento di teologia dogmatica dalla Santa Sede. Fu questo un passaggio assai doloroso nella sua vita dedicata interamente alla ricerca e al servizio teologico. Ma non smise di insegnare e continuò la sua opera nell’Istituto di teologia ecumenica che l’Università di Tubinga gli affidò e non interruppe la ricerca teologica impegnandosi nella Fondazione Weltethos con sede a Tubinga in vista di un rapporto tra le religioni per custodire l’umanità. Così annota Marcello Neri: “quella fu una stagione alta del cattolicesimo e della teologia – oggi su queste spalle non riusciamo più neanche a salire con la scala”. (M.Neri, Morto Hans Küng “SettimanaNews” del 6 aprile 2021).

A partire dagli anni ’80 indirizzò infatti la sua ricerca ad approfondire le grandi tradizioni religiose dell’umanità e ad indicare vie di dialogo interreligioso nell’orizzonte di promuovere un ecumenismo globale Sono di questa stagione alcune opere sul cristianesimo e le religioni universali con approfondimenti anche sulle religiosità orientali ed elaborò il Progetto per un ethos mondiale nel 1990. In tali lavori pur nella costatazione di differenze, ricercava le convergenze delle religioni del mondo sui grandi temi e le grandi domande sul senso della vita e della morte. In vista di un futuro possibile dell’umanità scorgeva l’importante ruolo di una fratellanza delle religioni, in qualche modo anticipando le intuizioni che papa Francesco sta conducendo nella ripresa delle istanze conciliari di una visione della pace quale orizzonte di salvezza che richiede un impegno di dialogo e di vita.

La linea guida del progetto suggerito da Küng era sintetizzata nell’affermazione: «Non vi può essere convivenza umana senza un ethos mondiale delle nazioni; non vi può essere pace tra le nazioni senza pace tra le religioni; non vi può essere pace tra le religioni se non c’è dialogo tra le religioni». Così annota Brunetto Salvarani: “In altri termini: la teologia non può che essere al servizio dell’umanità; ma una teologia al servizio dell’umanità è chiamata a porsi al servizio dell’intesa e della collaborazione tra le religioni, favorendo e praticando il dialogo interreligioso in vista della fondazione di un ethos mondiale (B. Salvarani, Addio ad Hans Küng, voce critica nella Chiesa, “Avvenire” 7 aprile 2021). Tale Progetto divenne punto di partenza su cui trovò elaborazione la Dichiarazione del Parlamento delle religioni mondiali di Chicago, nel 1993 che vide adesioni di grandi leader religiosi mondiali.

Molte opere di Küng ebbero grande diffusione ed in esse manifestò una capacità particolare di offrire elementi di riflessione in termini comprensibili anche a non addetti ai lavori, sollecitando un cammino di chiesa da salvare nella linea del rinnovamento.

Nel 2014 ha pubblicato la sua rilettura della sua lunga vita come racconto di un secolo vissuto tra passioni e speranze e nell’impegno di un pensiero teologico dai tratti di acutezza particolare e sempre capaci di comunicazione: Una battaglia lunga una vita. Idee, passioni, speranze. Il mio racconto del secolo.

Nelle sue memorie riconosceva di aver vissuto da cristiano credente con parole dense di preghiera: “Il piano secondo il quale scorre la nostra vita con tutti i suoi erramenti e sconvolgimenti lo conosci Tu solo. Non possiamo riconoscere fin da principio questa tua intenzione con noi. Non possiamo vedere, come Mosè e i Profeti, il tuo volto in questo mondo. Ma come Mosè nella cavità della roccia ha potuto vedere alle spalle il Dio che passava, così anche noi retrospettivamente possiamo riconoscere e sperimentare la tua mano, o Signore, nella nostra vita; riconoscere e sperimentare che Tu ci hai sostenuto e guidato e che ciò che noi stessi abbiamo deciso e fatto sempre di nuovo da te è stato ricondotto al bene”.  “Quando giungerò al mio eschaton, all’ultimo della mia vita, non mi aspetta il nulla, ma il tutto che è Dio. La morte è il passaggio alla vera patria, è l’ingresso nel nascondimento di Dio e nella magnificenza dell’uomo”.

Ci mancherà Hans Küng per la testimonianza della sua fede limpida, coraggiosa, capace di aprire vie nuove di pensiero e per la forza critica della sua parola unita alla fedeltà e all’insistenza a ritornare a Gesù Cristo come cammino di comunità nella sequela e di apertura all’incontro con l’umanità.

Alessandro Cortesi op

Domenica di Pasqua 2021

At 10,34.37-43; 1Cor 5,6-8; Mc 16,1-8

“…non sapete che un po’ di lievito fa fermentare tutta la pasta? Purificatevi buttando via il lievito vecchio per essere pasta nuova, voi che siete pani azzimi. Cristo, nostra Pasqua è stato immolato! Celebriamo dunque la festa non con il lievito vecchio, né con lievito della cattiveria e della malvagità ma con i pani azzimi della sincerità e della verità”

Paolo invita i corinzi a non fuggire dal mondo coltivando estraneità alla storia e alla realtà, altrimenti ‘dovreste isolarvi dal mondo’ (1Cor 5,10). Egli invita piuttosto a vivere dentro le situazioni conflittuali e  complesse testimoniando la vita nuova che è dono della Pasqua.

Per affermare questo Paolo utilizza elementi tratti dai riti della Pasqua presenti nella tradizione ebraica. I pani non lievitati, o pani azzimi, costituivano il cibo della settimana che iniziava con il giorno di Pasqua. L’eliminazione di ogni traccia di pane lievitato dalle case nei giorni prima di Pasqua – operazione in cui anche i bambini venivano coinvolti svolgendo così una pedagogia per via di esperienza – stava a significare la novità e la liberazione: il lievito che marcisce e si corrompe è simbolo del peccato da cui guardarsi per non farsi ancora rendere schiavi. Anche Gesù aveva utilizzato questo simbolo, nel suo discorso sul lago: ‘fate attenzione, guardatevi dal lievito dei farisei e dal lievito di Erode’ (Mc 8,15).

Il pane pasquale doveva essere senza lievito, azzimo, come il pane da mangiarsi nella Pasqua di Israele stabilizzato nella terra di Canaan e dedito all’agricoltura (cfr. Es 13,7). La festa di Pasqua in Isreale ad un certo pounto passa dall’essere una festa familiare in ricordo del momento dell’esodo a divenire festa nazionale con il suo centro a Gerusalemme, festa di primavera in cui i pani azzimi si affiancano all’agnello, tipico della festa dei pastori nomadi nel deserto (attestata in Es 12,21-23.29-39).

Facendo riferimento ai pani azzimi Paolo indica la nuova condizione dei cristiani con l’utilizzo di un verbo all’indicativo: ‘siete pani azzimi’. Sta qui la nuova condizione della comunità nata dalla Pasqua di Gesù. E subito richiama agli orizzonti di responsabilità che si aprono nel presente: ‘diventate pasta nuova’ (1Cor 5,7). Dall’indicativo di una vita nuova sorge l’imperativo della testimonianza. Sta qui il cuore dell’annuncio della libertà del credente, che si situa come dono di liberazione e sorgente di responsabilità.

Paolo ricorda la fonte di questa novità: ‘Cristo, nostra Pasqua è stato immolato’. Il riferimento è ora all’agnello, elemento centrale della festa di pasqua nella tradizione più antica nomadica che doveva essere immolato e consumato nelle famiglie: Paolo scorge in Gesù il nuovo agnello che nella Pasqua è passato nella morte ed è risorto. Da lui trae origine la novità della vita: da lui è generata la vita di coloro che lo accolgono. Sono chiamati a stare dentro il mondo testimoniando uno stile di vita nuovo, lottando contro l’ingiustizia e ogni disprezzo dell’altro. La nostra Pasqua è Cristo, vivente, che ci ha donato una vita nuova e ci fa partecipi della sua risurrezione.

Alessandro Cortesi op

Una proposta di preghiera per il sabato santo

In questo tempo di pandemia in cui per molti non è possibile né consigliabile la partecipazione alle celebrazioni comunitarie abbiamo pensato di proporre un momento di preghiera per il sabato santo: è uno schema che può essere utilizzato sia come celebrazione domestica, sia eventualmente in momenti comunitari, in presenza o a distanza.

A questo link si può vedere una riflessione di commento alla Crocifissione bianca di Marc Chagall

A questo link si può scaricare la proposta integrale di un momento di preghiera per il sabato santo

Triduo pasquale

Da tramonto a tramonto: è questo il ritmo dei tre giorni in cui riviviamo la Pasqua d’Israele, la Pasqua di Gesù e la Pasqua della chiesa/mondo.

Il primo giorno va dalla sera di giovedì alla sera di venerdì: è la Pasqua del rito e della memoria storica, del percorso dell’Esodo di un popolo oppresso che scopre la presenza di Dio come liberatore che ascolta le grida degli oppressi e scende per liberarli. E’ la memoria del gesto di Gesù che ha detto tutta la sua vita nel distribuire un pane spezzato e un calice di vino a tavola con i suoi.

Il secondo giorno è la Pasqua come attesa dell’Ultimo: dalla sera del venerdì alla sera del sabato è il tempo del silenzio; è la Pasqua escatologica. Il silenzio accompagna il Signore che dorme ma questo tempo sospeso è anche attesa di quella discesa del crocifisso che vuole raggiungere le profondità di ogni oscurità e di ogni male per farvi giungere il raggio dell’amore inaudito che salva e porta speranza per tutti. La morte non è l’ultima parola della vita.

Il terzo giorno è dalla veglia del sabato al giorno della domenica: è la Pasqua dei cristiani, dell’umanità chiamata ad accogliere il dono di novità e di vita, della creazione stessa che venuta dalle mani di Dio è rinnovata e troverà compimento in una vita nuova.

Ognuno di questi giorni è Pasqua ed è una festa che si prolunga nel primo giorno della settimana e trova continuazione per cinquanta giorni. Cinquanta giorni in cui il saluto del benvenuto e dell’incontro è ‘Cristo è risorto!…. veramente è risorto’. Da qui la speranza per la vita. Da lui la radice di ogni impegno per vivere come lui la solidarietà con i dimenticati e gli afflitti della storia.

A Pasqua ricordiamo il battesimo come sorgente di una identità che nasce in una relazione e non potrà mai pensarsi senza relazione e apertura all’altro: “non sapete che quanti siamo stati battezzati in Cristo Gesù, siamo stati battezzati nella sua morte? Per mezzo del battesimo dunque siamo stati sepolti insieme a lui nella morte affinché, come Cristo fu risuscitato dai morti per mezzo della gloria del Padre, così anche noi possiamo camminare in una vita nuova” (Rom 6,3-4). Il battesimo è innesto e affidamento di un seme di vita nella terra del cuore.

C’è una dimensione comunitaria della vita nel rapporto con Gesù che è richiamata dal giovedì santo: si apre il dono di quel sacerdozio che è il sacerdozio della vita e dell’esistenza, il partecipare della missione di Gesù come messia. Paretcipi del suo annuncio: essere profeti nel quotidiano. Partecipi del suo essere re: responsabili negli ambiti di vita dell’impegno nella storia. Partecipi del suo essere sacerdote: lui, unico sacerdote ci affida il compito di portare la vita, il cammino umano a Dio in un sacerdozio di tutte e tutti nel popolo di Dio che è convocazione di umanità.

Nel venerdì riscopriamo la radice in Cristo del battesimo che abbiamo ricevuto: è Cristo, e questi crocifisso, il riferimento fondamentale e la sorgente della nostra vita in Lui.

Nella veglia pasquale e nella domenica che annuncia annuncia la domenica senza tramonto siamo invitati a scorgere l’orizzonte ultimo di una identità che è radicata nel dono di Gesù e si apre alla missione che da lui viene: “Gratuitamente avete ricevuto, gratuitamente date. Non procuratevi oro né argento né denaro nelle vostre cinture…” (Mt 10,8-9). Nel ‘frattempo’ del nostro cammino sulla terra non dobbiamo perdere di vista l’orizzonte ultimo di un incontro che non lascerà andare perduto nulla di ogni frammento di bene, di cura, di parole buone e di accoglienza seminato e ricevuto nel tempo della vita. Per questo Pasqua è tempo di rinnovamento e di speranza.

Alessandro Cortesi op

Per ricordare Oscar Romero

In questi giorni in occasione del giorno dedicato alla memoria di san Oscar Romero (24 marzo) è stata proposta una serie di testi per la liturgia.

La memoria di Sant’ Óscar Arnulfo Romero, pur essendo stata iscritta nell’Albo dei Santi il 14 ottobre 2018 non ha trovato spazio nel nuovo Messale Romano in lingua italiana.

Un gruppo di presbiteri che da anni frequentano El Salvador e che si sono sforzati in questi anni di accompagnare il cammino di quella chiesa locale, delle sue comunità e del suo popolo, ha ritenuto di venire incontro al popolo di Dio proponendo alcuni testi per l’uso liturgico per favorire la preghiera e la memoria di questo vescovo martire

Ai seguenti link i testi in italiano e in spagnolo

“Vorrei aggiungere qualcosa che forse ci è sfuggito. Il martirio di monsignor Romero non avvenne solo al momento della sua morte; fu un martirio-testimonianza, sofferenza anteriore, persecuzione anteriore, fino alla sua morte. Ma anche posteriore, perché una volta morto — io ero un giovane sacerdote e ne sono stato testimone — fu diffamato, calunniato, infangato, ossia il suo martirio continuò persino da parte dei suoi fratelli nel sacerdozio e nell’episcopato. Non parlo per sentito dire, ho ascoltato queste cose. Cioè, è bello vederlo anche così: come un uomo che continua a essere martire. Ebbene, credo che ora quasi nessuno osi più farlo. Dopo aver dato la sua vita, continuò a darla lasciandosi colpire da tutte quelle incomprensioni e calunnie. Questo mi dà forza, solo Dio lo sa. Solo Dio conosce le storie delle persone, e quante volte persone che hanno già dato la loro vita o che sono morte continuano a essere lapidate con la pietra più dura che esiste al mondo: la lingua.”. (papa Francesco 30 ottobre 2015 in spagnolo concludendo, a braccio, il discorso ai partecipanti al pellegrinaggio da El Salvador per ringraziamento per la beatificazione dell’arcivescovo di San Salvador avvenuta il 23 maggio 2015).

A questo link è consultabile un articolo di G.Beretta, Oscar Romero, santo universale, “Il manifesto” 24.03.2020

Domenica delle palme e della passione del Signore – anno B – 2021

Is 50,4-7; Fil 2,6-11; Mc 14,1-15,47

La liturgia di oggi fa entrare con duplicità di accenti nel mistero della Pasqua, mistero di morte e di vita, di passione e di risurrezione, di sofferenza e di gloria.

Marco presenta Gesù nella passione facendo emergere il segreto della sua identità: aveva iniziato il suo scritto con le parole “Principio del vangelo di Gesù Cristo figlio di Dio”. L’intero vangelo, è la bella notizia di Gesù il suo annuncio del regno ma è anche la bella notizia che è Gesù stesso, il messia atteso (‘figlio di Dio’ è titolo del re messia per es. nel Salmo 2,7). Eppure quando qualcuno esprimeva l’identità di Gesù veniva subito messo a tacere: è imposto il silenzio ai demoni (1,24; 3,11), ma gli apostoli sono invitati a tacere (9,7.9). Marco è consapevole della facilità di costruire un’immagine falsata di Gesù, basata sulle attese di affermazione e pensieri umani e non lasciandosi cambiare da quanto Gesù proponeva con la sua vita.  Al centro dell’intero racconto della passione sta la presentazione del volto di Gesù.

Marco presenta Gesù nel suo patire paura e angoscia, in preda allo sfinimento ed alla debolezza. E’ descritto sempre più solo fino al punto che anche i suoi più vicini, coloro che aveva raccolto con sé, gli apostoli, lo lasciarono “Tutti allora abbandonatolo, fuggirono”.

Marco fissa il momento drammatico della preghiera di Gesù nell’orto degli ulivi: “Abbà Padre, allontana da me questo calice”. Così ancora sottolinea il suo silenzio di fronte al sommo sacerdote: “Non rispondi nulla?… Ma egli taceva e non rispondeva nulla”, così anche di fronte a Pilato: “Non rispondi nulla? Vedi di quante cose ti accusano! Ma Gesù non rispose più nulla, tanto che Pilato rimase stupito”.

Secondo il modo di pensare umano la potenza e la violenza di ogni potere hanno ragione; in modo paradossale Gesù inerme davanti al sommo sacerdote afferma la sua pretesa di essere lui il Figlio dell’uomo, figura del giudice degli ultimi tempi (cfr. Dan 7), colui che giudicherà il mondo e la storia.

Gesù è presentato anche nella sua incapacità a portare il legno della croce (patibulum) che veniva poi agganciato al palo piantato sulla terra. Veniva caricato sulle spalle ai condannati tanto che un certo Simone di Cirene fu costretto a portarlo. Ed ancora sono riportate ripetutamente i gesti di disprezzo, di beffe e di sfida contro di lui fin sotto la croce: dicevano “ha salvato altri, non può salvare se stesso! Il Cristo, il re d’Israele, scenda ora dalla croce, perché vediamo e crediamo”.

Gesù è messia che si fa scorgere come tale solo sulla croce: non scende dalla croce. Dalla croce., luogo della tortura, patibolo infamante, si rivolge al Padre con le parole iniziali del salmo 22,2: “Dio mio, Dio mio, perché mi hai abbandonato”. E’ una preghiera  drammatica che descrive la solitudine e l’abbandono del giusto sofferente che dopo aver gridato a Dio si affida e conferma il suo affidarsi a Dio, che esaudisce il grido del perseguitato e non gli nasconde il suo volto.

Gesù, dice Marco in questa presentazione, è messia che prende su di sé la debolezza e vive il suo essere messia come dono di sé fino alla fine.

Marco propone anche il volto del discepolo che s’identifica con il centurione pagano, che lì sotto la croce dice: ‘Davvero quest’uomo era Figlio di Dio’. Il credere sorge non in rapporto a gesti prodigiosi o ad opere di potenza ma sotto la croce, scorgendo in Gesù il volto del servo che si è fatto uomo per gli altri.

Nel momento della sua morte  ‘il velo del tempio si squarciò in due dall’alto in basso’: viene ripresa la polemica che attraversa tutta la narrazione della passione. Si tratta di una simbolica apertura e distruzione del tempio. Di fronte al sommo sacerdote il discorso si era appuntato sul ‘tempio fatto da mani d’uomo’ e sul ‘tempio non fatto da mani d’uomo’: Marco presenta il Cristo, nel momento della morte, come nuovo tempio, luogo vivente dell’incontro con Dio che si realizza eliminando ogni barriera tra Dio e l’umanità. La morte di Gesù è inizio di una vita nuova.

Quel giovinetto che l’aveva seguito vestito solo di un lenzuolo perché voleva vedere le vicende della passione ed era fuggito via nudo, è rinvio e anticipo già di quel giovinetto seduto sulla destra del sepolcro, vestito d’una veste bianca che annuncia: ‘E’ risorto non è qui… vi precede in Galilea…là lo vedrete…’.

Codice Aureus Escurialensis Fol. 81r (facsimile). Madrid, monastero dell’Escorial. Particolare del ragazzo che fugge.

Il ragazzo e la fuga

“Lo seguiva però un ragazzo, che aveva addosso soltanto un lenzuolo, e lo afferrarono. Ma egli, lasciato cadere il lenzuolo, fuggì via nudo” (Mc 14,50-52). C’è un particolare nel racconto di Marco della passione che attira per i tratti di originalità e per i richiami che evoca. Infatti ad accenni che compaiono in questo momento inizio della passione di Gesù corrispondono riferimenti che ritornano al momento della conclusione della vicenda tragica della morte di Gesù: nel Getsemani un giovinetto, vestito solamente con un lenzuolo, fugge via dopo essere stato preso da coloro che erano venuti per arrestare Gesù ma riesce a fuggire lasciando cadere il lenzuolo e fuggendo via nudo.

La narrazione è ricca di evocazioni e di simboli: forse è l’indicazione di un discepolo di Gesù che non riesce a rimanere con lui anche nel momento della passione e vive il fallimento di rimanere nudo e di fuggire via (come tutti lo hanno abbandonato). Ma questa figura è anche un’anticipazione di qualcosa che nella narrazione viene a seguire. Infatti il riferimento al lenzuolo ritorna alla fine del racconto e lo stesso vangelo si conclude con il riferimento ad un giovinetto. Il termine ‘giovinetto’ (neaniskos) infatti ritorna nel vangelo d Marco solo qui (Mc 14,50) e alla conclusione del vangelo (15,6).

Ma anche il riferimento al lenzuolo (sindon), che può essere un lenzuolo, un panno o un vestito leggero da tenere avvolto ritorna proprio in queste pagine. “Informato dal centurione, concesse la salma a Giuseppe. Egli allora, comprato un lenzuolo, lo depose dalla croce, lo avvolse con il lenzuolo e lo mise in un sepolcro scavato nella roccia. Poi fece rotolare una pietra all’ingresso del sepolcro” (Mc 15,44-46)

Pilato concede la salma di Gesù a Giuseppe e si ripete a questo momento per due volte il riferimento ad un lenzuolo, comprato appositamente da questo personaggio che Marco nel suo vangelo indica come ‘membro autorevole del sinedrio che aspettava il regno di Dio’. Di lui nel vangelo di Luca si dice che era ‘buono e giusto’ (Lc 23,50-51) che non aveva aderito alle decisioni del sinedrio contro Gesù e all’operato degli altri. Egli depose Gesù in un sepolcro in cui nessuno era stato ancora sepolto. Il IV vangelo lo indica come discepolo di Gesù che si reca al momento della sepoltura ‘di nascosto’ (Gv 19,38). Anche il vangelo di Matteo si sofferma sulla figura di Giuseppe, dicendo che “era diventato discepolo di Gesù… si presentò a Pilato e chiese il corpo di Gesù. … prese il corpo, lo avvolse in un lenzuolo pulito e lo depose nel suo sepolcro nuovo, che si era fatto scavare nella roccia…” (Mt 27,57-60).

Quindi il lenzuolo è un elemento importante nel momento in cui il corpo di Gesù viene accolto e curato, dopo la morte, per interessamento di questo discepolo particolare, Giuseppe d’Arimatea che sta vicino a Gesù nel momento della sua morte mentre i suoi discepoli lo avevano abbandonato. Marco sottolinea che non era solo: “Maria di Magdala e Maria madre di Joses stavano a osservare dove veniva posto” (Mc 15,47).

Ma è interessante notare come proprio le ultime righe del vangelo al mattino presto nel primo giorno della settimana quando le donne Maria di Magdala Maria madre di Joses e Salome vennero al sepolcro al levare del sole  e si domandavano ‘Chi ci farà rotolare via la pietra dall’ingresso del sepolcro?’ ricompare una figura di giovinetto: “Entrate nel sepolcro, videro un giovane, seduto alla destra, vestito d’una veste bianca, ed ebbero paura. Ma egli disse loro: ‘Non abbiate paura! Voi cercate Gesù il crocifisso. E’ risorto, non è qui… ma andate dite ai suoi discepoli e a Pietro: Egli vi precede in Galilea. Là lo vedrete, come vi ha detto. Esse uscirono e fuggirono via dal sepolcro, perché erano piene di spavento e di stupore…” (Mc 16,1-8).

Un giovane è seduto alla destra del sepolcro ‘avvolto’ con una veste bianca, così come era stato indicato ‘avvolto’ da un lenzuolo il giovane dell’orto del Getsemani. Ora la veste è indicata come bianca, simbolo di luce e splendore della vita che non è chiusa nelle angustie della morte. Le donne fuggirono piene di paura e stupore per l’annuncio ricevuto e questa fuga rinvia al fuggire del giovane dell’orto del Getsemani.

Tutti questi elementi sono piccoli segnali della abilità di Marco come narratore: lungo il racconto della passione di Gesù sa infatti lasciare qua e là elementi che offrono le chiavi per scorgere il significato di quanto sta accadendo e che aprono interrogativi e domande su quanto sta raccontando leggendo il percorso alla luce della fine e del compimento: il cammino di Gesù apre infatti per Marco il cammino dei suoi discepoli e discepole.

Quel giovane dell’orto è forse indicazione del discepolo che fallisce nella sua pretesa di stare con Gesù con le sue forze e fugge? E solo accogliendo il dono della sua vita sotto la croce può trovare la via per seguirlo? Oppure è simbolo del discepolo che nasce di nuovo nello spogliarsi del vestito vecchio e nel rivestirsi della veste bianca del battesimo, partecipazione alla vita del risorto? Oppure può essere rinvio al giovane avvolto in veste luminosa presenza di messaggero e testimone che annuncia alle donne che Gesù non è rimasto chiuso nel luogo della morte, ma precede i suoi in Galilea?

E’ forse invito a leggere l’intera passione di Gesù – tutti i singoli momenti – quale testimonianza della fedeltà sino alla fine alla sua missione, all’annuncio del regno aprendo un orizzonte di vita che va oltre ogni violenza e malvagità? E quindi invito a scorgere nel presente di difficoltà e ingiustizie il luogo in cui stare resistendo con la nonviolenza dell’amore ponendo fisso lo sguardo su Gesù? E la sua fuga impaurita è forse da accostare alla fuga delle donne che nella loro paura si fanno testimoni silenziose della risurrezione ed aprono ad altri cammini di testimonianza?

Sono domande aperte che Marco suggerisce a chi legge: rimanendo coinvolti nella fuga delle donne si è inevitabilmente toccati dalla provocazione ad entrare in questo incontro che è la vita di Gesù che sempre e ancora precede nella Galilea delle nostre esistenze.

Alessandro Cortesi op

V domenica di Quaresima – anno B – 2021

Ger 21,31-34; Eb 5,7-9; Gv 12,20-33

‘Vogliamo vedere Gesù’ è desiderio espresso da alcuni greci in una domanda a Filippo: è un desiderio di incontro con Gesù. ‘vedere’ nel IV vangelo è verbo che indica una ricerca del senso degli eventi. A questa richiesta Gesù risponde parlando della sua ora, di glorificazione e di morte: “E’ venuta l’ora che il figlio dell’uomo sia glorificato. In verità, in verità io vi dico: se il chicco di grano caduto in terra, non muore, rimane solo; se invece muore, produce molto frutto. Chi ama la propria vita la perde e chi odia la propria vita in questo mondo, la conserverà per la vita eterna”

Gesù parla di sè, del suo cammino e ne parla utilizzando un riferimento fodnamentale all’ora: l’ora della sua vita è il momento in cui si consegna al Padre per amore. La sua vita è come un chicco di grano gettato in terra che muore. Consegnato nel tradimento, è in realtà lui stesso che nella sua libertà si consegna per tutti. Nel suo perdere la sua vita genera una fecondità nuova. La gloria di Gesù si rivela nel dono della sua vita e nell’amore che giunge fino al segno supremo sulla croce.

L’ora annunciata a Cana, detta vicina nel dialogo con la donna di Samaria, adesso è giunta: “E’ venuta l’ora che il figlio dell’uomo sia glorificato”. L’ora di Gesù è ora della sua passione ma nel medesimo tempo è ora di glorificazione. Ciò appare una contraddizione. Ma sarà l’ora in cui tutti volgeranno lo sguardo a colui che hanno trafitto e lì vedranno il volto di Dio come amore. Innalzato da terra, Gesù attira ogni cosa a sé. L’ora di Gesù è tempo finale che irrompe nel presente e rende vicino la misura smisurata dell’amore di Dio per l’umanità. Gesù vive paura ed angoscia di fronte a quest’ora ed invoca ‘Padre glorifica il tuo nome’. Il Padre è coinvolto e presente nell’ora di Gesù, e conferma la via che Gesù sta seguendo.

Gesù propone la sua via a coloro che lo seguono: è una via in cui vi è un morire, cioè un venir meno a tutte le pretese che comportano tenere la vita centrata su di sé, a tutto ciò che impedisce di semplificare l’esistenza rendendola unificata e orientata ad un dono. Non si tratta di una morte fisica ma di un movimento di lasciar andare tante cose inutili. Per questo il morire non è l‘ultima parola, ma diviene occasione per un rinascere, per vivere in una dimensione nuova, nella semplicità, nel vivere per gli altri, come Gesù che nel suo venir meno alla pretesa di trattenere la sua vita, facendola dono, ha vinto la morte e ha aperto una nuova speranza. Morire implica venir meno a tuti i disegni di grandezza e affermazione per lasciar spazio alla relazione con Gesù, al sapersi sorelle e fratelli suoi, inviati a portare la benedizione che proviene dall’incontro con lui a tutti.

Gesù è passato facendo del bene: la sua parola e il suo gesto di benedizione era per tutti. Questo morire non è solo dei singoli, ma dev’essere esperienza di comunità. Anche la chiesa e le chiese oggi sono chiamate a ritornare al vangelo, a ritornare a Gesù, nonostante le incapacità e perdita di orizzonte nel non lasciarsi confrontare con i gesti e le parole di Gesù, con la gioia e la benedizione del suo vangelo, per tutti e soprattutto per i poveri. Gesù manifesta la sua gloria sulla croce: coloro che hanno visto la sua ‘gloria’ non possono non seguire i passi che lui ha percorso. Sono chiamati ad essere benedizione per tutti e a pensare la prorpia esistenza come il chicco di grano che si perde nella terra ma solo così da inizio ad una nuova vita.

Alessandro Cortesi op

Come il chicco di grano…

Ricorre in questi giorni la memoria di Oscar Romero riconosciuto ufficialmente santo dalla chiesa ma ben prima riconosciuto nella sua testimonianza evangelica dal popolo dei poveri nel cui contatto egli stesso aveva scoperto in modo nuovo la chiamata di Gesù a dare la sua vita per gli altri.

Proprio la sera in cui venne ucciso, il 24 marzo 1980, mentre stava celebrando la messa nella piccola cappella dell’Ospedale della divina Provvidenza pronunciò un’omelia in cui ricordava la morte di una donna Sarita , Sara Meardi de Pinto, madre di Jorge de Pinto, giornalista salvadoregno del settimanale “El Independiente”. In quella sera era stato letto il brano del vangelo Gv 12,23-26. E Romero, poco prima di essere colpito dalle pallottole delle milizie venute a farlo tacere, così si espresse:

“… penso che questa sera non dovremmo solo pregare per il riposo eterno della nostra cara signora Sarita, ma soprattutto dovremmo fare nostro il suo messaggio a cui ogni cristiano deve dare forma e vita in maniera intensa. Molti non capiscono, e pensano che il cristianesimo non dovrebbe immischiarsi in queste cose. Ma, al contrario, avete appena ascoltato il vangelo di Cristo: nessuno deve amare se stesso tanto da evitare di coinvolgersi nei rischi che la storia ci chiede; coloro che evitano il pericolo perdono la loro vita, mentre quelli che vivono dell’amore di Cristo donano sé stessi al servizio degli altri e vivranno. Come il seme di grano che muore, ma solo apparentemente. Se non morisse, rimarrebbe da solo. La mietitura arriva solo perché esso muore, perché permette a se stesso di essere sacrificato nella terra e distrutto. Solo distruggendo se stesso produce il raccolto”.

Proseguiva poi: “Questa è la speranza che ispira noi cristiani. Sappiamo che ogni sforzo per migliorare la società, soprattutto una che è così segnata da ingiustizia e peccato, è uno sforzo che Dio benedice, che Dio desidera, che Dio ci chiede. E quando si trova gente generosa come Sarita, e il suo pensiero incarnato in Jorgito e in tutti coloro che si appassionano per questi ideali, allora si deve cercare di purificarli, certamente, di renderli cristiani, di rivestirli con la speranza di ciò che sta oltre.

Tutto questo li rende più forti, rendendoci sicuri che tutto quello che facciamo sulla terra, se nutrito di speranza cristiana, non fallirà mai. Lo ritroveremo in una forma più pura in quel Regno dove il nostro merito sarà l’impegno e la passione che abbiamo messo qui sulla terra.

Penso che aspirare a ciò non sia senza effetto in un tempo di speranza e lotta, nel giorno di questo anniversario. Ricordiamo con gratitudine questa donna generosa che fu capace di simpatizzare con le preoccupazioni di suo marito e suo figlio, e di tutti coloro che lavorano per un mondo migliore”.

Sono parole che rinviano ad una benedizione di Dio che guarda con benevolenza ogni percorso e impegno umano in cui sin da ora, nell’impegno in questa terra, si fa crescere il dinamismo dell’amore, della liberazione e si aprono vie di giustizia e di pace. Parole che rimangono ancora profezia in questo nostro presente.

Alessandro Cortesi op   

IV domenica di Quaresima – anno B – 2021

Crijn Hendricksz Volmarijn, “Cristo e Nicodemo”

2Cr 36,14-16.19-23; Ef 2,4-10; Gv 3,14-21

La IV domenica di Quaresima si apre con un invito alla gioia. La prima lettura offre una sintesi del percorso dell’incontro con Dio: da un lato un dono di alleanza da parte di Dio per mezzo di inviati e messaggeri. Ma spesso i profeti hanno trovato indifferenza e ostilità. Alla premura e cura di Dio corrisponde il rifiuto e il disprezzo. A fronte di tale incomprensione la Bibbia presenta la reazione di Dio come appassionata indignazione per tale chiusura e insensibilità. Ma proprio il secondo libro delle Cronache si conclude con un rinnovato gesto di fedeltà di Dio, che per mezzo dell’opera di un re pagano Ciro apre al popolo d’Israele la via del ritorno e della liberazione dall’esilio.

Il dialogo tra Gesù e Nicodemo sorge dalla curiosità di questo maestro ebreo e conoscitore delle Scritture che si reca ad incontrare Gesù di notte. Riconosce in Gesù un uomo venuto da Dio perché si è lasciato interrogare dai segni che compie e forse avverte nella sua vita la nostalgia di nuovi inizi anche se intende interrogarsi su di sé senza che gli altri lo notino. Gesù indica che vedere il regno di Dio è possibile solo per coloro che nascono dall’alto. Nascere dall’alto significa un nascere interiormente accogliendo il dono dello Spirito: è per questo un nascere nuovo. In questa accoglienza si attua così un giudizio che si svolge nel cuore di quanti si trovano di fronte a Gesù:

“Dio infatti ha tanto amato il mondo da dare il suo Figlio unigenito, perché chiunque crede in lui non muoia, ma abbia la vita eterna. Dio non ha mandato il Figlio nel mondo per giudicare il mondo ma perché il mondo si salvi per mezzo di lui.”

Gesù con i suoi gesti rende vicino il Dio che ama il mondo. Davanti a lui non si può rimanere indifferenti. Vi è una chiamata a prendere posizione davanti a lui ed in questo si compie un giudizio. Accogliere Gesù porta ad accogliere la luce in contrasto con le tenebre.

Credere in lui non è solo atto intellettuale né si esaurisce unicamente in indicazioni morali. ‘Credere’ nel IV vangelo è movimento che coinvolge l’intera esistenza, cuore e vita, e pone in un cammino di incontro e di cambiamento. Affidarsi a lui è via per ricevere in lui la vita eterna: è una comunione che inizia nella storia e si apre al rapporto vivo per sempre con Dio.

Gesù a Nicodemo propone un movimento di innalzamento: Gesù gli propone una rinascita, che nonostante la sua età deve compiersi dall’alto e di nuovo, una nascita che può iniziare solamente se ci si rivolge a Gesù così come nel deserto il popolo d’Israele si rivolgeva al serpente posto in alto sull’asta da Mosè (Num 21,4-9): era quello un segno di guarigione e di salvezza, punto di riferimento della speranza di tanti che soffrivano in preda alla malattia.

“Come Mosè innalzò il serpente nel deserto, così bisogna che sia innalzato il Figlio dell’uomo, perché chiunque crede in lui abbia la vita eterna” (Gv 3,14-15)

Il IV vangelo legge la croce come innalzamento. Gesù è posto, lui il condannato, su di una posizione più alta di tutti gli altri: se la croce è il segno del fallimento, Gesù morendo in quel modo manifesta il volto dell’amore di Dio che giunge al segno supremo. Dallo sguardo a Gesù sgorga un interrogativo per tutti coloro che lo seguono: chiede una scelta di affidarsi a lui assumendo la sua via. E proprio in questa scelta si compie un giudizio ed una nascita dall’alto e di nuovo. Sotto la croce si compie un raduno nuovo: “Quando sarò innalzato da terra attirerò tutti a me” (Gv 12,32).

Alessandro Cortesi op

Nicodemo

“Nella Chiesa nuova alla man dritta c’è del suo nella seconda cappella il Christo morto, che lo vogliono seppellire con alcune, a olio lavorato; e questa dicono che sia la migliore opera di lui” così scriveva nel 1642 Giovanni Baglione nella sua descrizione de Le vite de’ pittori, scultori et architetti  dal pontificato di Gregorio XIII dal 1572 in fino ai tempi di papa Urbano VIII nel 1642. Il riferimento è ad una tela di Jacopo Merisi detto il Caravaggio dipinta tra 1602 e 1603 e collocata sopra l’altare in una cappella della chiesa di santa Maria in Vallicella (Chiesa nuova) nel centro di Roma. La chiesa era officiata dalla comunità degli oratoriani fondati da san Filippo Neri. La nobile famiglia Vittrice aveva una cappella nella chiesa ed aveva commissionato l’opera a memoria di un parente defunto, Pietro. E Caravaggio dipinse la tela nei primi anni del 1600. Ora la tela è conservata nei Musei vaticani.

Si tratta di un quadro di ampie dimensioni. – tre metri di altezza per circa due di larghezza – in cui la scena raffigurata non è il momento della crocifissione né la sepoltura, ma il momento della deposizione di Gesù dalla croce. Un gruppo di discepole e discepoli è così raccolto attorno  al corpo di Gesù che viene poggiato su di una pietra dove si sarebbe proceduto alla cura e unzione.   

Al centro del dipinto sta il corpo di Gesù esanime avvolto in un lenzuolo con cui è stato calato dalla croce, sostenuto da due figure maschili. Una a sinistra dal volto più giovane è Giovanni, il discepolo amato, che regge con le sue braccia il corpo di Gesù ed è proteso con il suo sguardo a fissare il volto del maestro mentre la mano sinistra si avvicina. toccare la ferita del costato. L’altra figura di uomo in primo piano può essere identificata con Giuseppe di Arimatea, membro del sinedrio che attendeva il regno di Dio e che chiese a Pilato il corpo di Gesù (Mc 15,43) o secondo altri è proprio Nicodemo, il maestro d’Israele che si recò da Gesù nella notte (cfr. Gv 3,1-2; 19,39-40). Con le braccia raccolte una sull’altra regge le gambe di Gesù accompagnando il movimento della deposizione del corpo sulla pesante pietra verso cui scende il lenzuolo bianco e su cui saldamente poggiano i suoi piedi e le gambe robuste.

In un secondo piano si scorgono i volti di alcune donne: si distingue Maria, la madre di Gesù con il capo coperto da un velo che contorna il volto raccolto in uno sguardo tutto concentrato su Gesù: è raffigurata con le braccia aperte quasi ad abbracciare nello star vicina al corpo abbandonato del figlio. Espressione di silenzio, di dolore e di attesa. Accanto a lei Maria di Magdala è in pianto ed è fissata nel momento in cui si sta asciugando le gote recando con la mano un fazzoletto a tergere le lacrime che le rigano il viso. Con gli occhi rivolti al cielo e le braccia aperte verso l’alto è poi una terza figura di donna, Maria di Cleofa. Il suo gesto suggerisce preghiera e grido rivolto al cielo ma anche dà all’intera composizione il dinamismo di una salita verso l’alto. Sono presenti quindi le donne che avevano seguito Gesù fino alla croce e con loro Giovanni il discepolo amato, vestito di una tunica verde avvolto in un mantello di colore rosso e Nicodemo. I volti delle donne e dei due uomini che sorreggono il corpo di Gesù compongono insieme quasi un movimento che discende a cascata dall’angolo a destra e giunge al corpo di Gesù proseguendo nel gesto del braccio. La pietra di marmo in primo piano è raffigurata con l’angolo rivolto a chi guarda, quasi ad uscire dal quadro stesso. Tutte le figure poggiano su quella pietra, pietra del sepolcro e dell’unzione.

L’intera composizione manifesta una discesa ma anche un ascendere, proprio a partire da quella pietra su cui tutti stanno appoggiati e che regge ogni dolore e ferita. Quella pietra è infatti la pietra d’angolo che evoca il salmo 118,22: la pietra scartata dai costruttori è divenuta la pietra d’angolo’ (cfr Mt 21,33-43). Vi sono poi alcuni particolari che possono essere notati: innanzitutto il corpo di Gesù non reca i segni della tortura e del sangue, è un corpo pulito e luminoso. La luce che attraversa il dipinto scende dall’alto a destra ad illuminare il corpo abbandonato. La sua mano rilasciata verso il basso giunge a sfiorare la pietra ed arriva sino ad indicare una pianta che cresce al di sotto della pietra, la medesima pianta che viene raggiunta anche dal lembo del lenzuolo bianco e luminoso che avvolge il corpo deposto. E’ una pianta verde e viva, che si contrappone ad un’altra pianta con le foglie appassite all’altro lato della pietra. La pianta verde è un segnale posto nel punto più basso del dipinto che indica la vita e la risurrezione.

In questo quadro Caravaggio viene ad esprimere un grande messaggio che comunica anche a chi osserva la tela proprio attraverso lo sguardo di Nicodemo che rivolge il suo volto dall’alto in basso a chi guarda dall’esterno. Mentre i discepoli sono fuggiti e hanno abbandonato Gesù solamente le donne e il discepolo amato lo hanno seguito e con loro è presente sotto la croce il maestro inquieto e curioso, Nicodemo. Al suo sguardo sembra che sia affidato un messaggio che corrisponde a quanto apprese da Gesù nella notte in cui si recò a presentargli i suoi dubbi e la sua ricerca.  In quel dialogo Gesù gli aveva parlato di un innalzamento; in quel dialogo Gesù gli aveva detto qualcosa di difficile da comprendere, l’esigenza di un rinascere di nuovo e dall’alto. Nicodemo in questo momento fissato da Caravaggio si trova ad accompagnare il corpo di Gesù nella morte vero il basso ad essere deposto sulla pietra. Ma quella pietra scartata dai costruttori è testata d’angolo di una nuova costruzione, di vita. La pianta viva e il lenzuolo bianco, la luce radiosa che illumina il corpo esanime ma con i tratti di chi si è abbandonato al Padre recano l’annuncio della luce che irrompe nel buio, della vita che vince la morte, di una pietra che diviene base di una costruzione di pietre viventi, di comunione. Nel volto di Nicodemo Caravaggio riporta un ritratto di Michelangelo (artista che aveva vissuto un secolo prima di lui e a cui Caravaggio si riferisce anche richiamando nel corpo di Cristo la medesima postura del corpo abbandonato del Cristo della Pietà di Buonarroti). Forse anche a dire che l’arte può aiutare ad accompagnare a scorgere la luce.

E’ una scena di morte, ma anche di vita, di rinascita he porta con sé a rinascere in modo nuovo, dall’alto, coloro che sono accanto a Gesù nel suo abbassamento fino alla morte di croce. Nicodemo piegato e affaticato nel suo rivolgersi a coloro che osservano sembra comunicare loro il suo comprendere proprio in quel momento quanto Gesù gli aveva confidato nella notte in cui lo aveva incontrato accogliendo la sua inquietudine e gli aveva indicato una strada: Dio ha tanto amato il mondo che ha donato il suo Figlio Unigenito, affinché chiunque crede in Lui non perisca, ma abbia vita eterna. La luce è venuta nel mondo aveva detto Gesù a Nicodemo. Ed ora questa luce si rende viva e presente nel corpo senza più forze di Gesù stesso. Nicodemo è chiamato ad offrire le sue energie per accogliere quella luce e ‘vedere il regno di Dio’.  Nel dialogo Gesù gli aveva indicato che questione essenziale è ‘vedere il regno’ cioè la presenza di Dio nel mondo e in Israele. E per questo è necessario rinascere dall’alto. L’identità di Gesù è tutta in rapporto al regno e incontrare lui implica cambiare idee sul modo religioso di vedere Dio. Gesù aveva indicato a Nicodemo la via di una rinascita, non dal basso, con le proprie forze, ma dall’alto, accogliendo un dono. E’ paradossale che la sua rinascita dall’alto stia avvenendo in rapporto con Gesù che egli sta accompagnando nel suo abbassarsi. Nascere di nuovo è una novità. Sulla croce Gesù è stato umiliato, ma anche posto in alto al di sopra di tutti: ora sta  già facendo irruzione la luce e la vita nuova. Attorno a Gesù è raccolta la prima chiesa, inizio del regno. Lo sguardo di Nicodemo invita ad entrare in questa convocazione, ad accogliere quella parola che in una lontana notte egli ascoltò da Gesù. C’è una luce da accogliere più forte del buio, c’è una vita che vince la morte. Gesù, la pietra scartata, è principio di comunione nuova.  

Alessandro Cortesi op

III domenica di Quaresima – anno B – 2021

Es 20,1-17; 1 Cor 1,22-25; Gv 2,13-25

La prima lettura accompagna a scorgere un’altra tappa della storia della salvezza dopo l’alleanza con Noè e la legatura di Isacco. E’ il dono della legge a Mosè nel cammino dell’esodo. Le dieci parole sono da leggere alla luce di quella inziale: “Io sono il Signore, tuo Dio che ti ha fatto uscire dal paese d’Egitto, dalla condizione di schiavitù”. Le dieci parole infatti indicano che tutta la vita può divenire luogo di una relazione viva con il Dio vicino. E’ lui il liberatore che ha ascoltato il grido di Israele oppresso traendoli fuori dalla schiavitù per aprirgli una strada di incontro e di libertà. La relazione nuova con lui trova espressione nelle prime tre parole. Le altre sette parole riguardano una nuova relazione con gli altri, di rispetto, di giustizia, di accoglienza. I cosiddetti ‘comandamenti’ non sono quindi una legge a cui sentirsi sottoposti, ma sono invito e apertura di una via per rispondere ad una chiamata di amore. Chiedono di liberarsi dagli idoli che occupano la vita e aprirsi al servizio a Dio e agli altri quale compimento di umanità.

L’episodio della cacciata dei venditori dal tempio è posto dal IV vangelo all’inizio della attività pubblica di Gesù, nei giorni della festa di Pasqua. E’ così un momento che anticipa l’intero cammino di Gesù. Fu proprio questo suo gesto uno dei motivi che suscitarono l’ostilità dei sacerdoti e capi di Gerusalemme.

Rovesciare i tavoli dei venditori è certamente una critica ad un modo di vivere un culto separato dalla vita, è accusa di tradire il significato del tempio, segno della presenza di Dio vicina. Ma questo gesto reca in sè anche un messaggio di superamento del tempio stesso. E’ infatti un segno tipico dell’agire profetico che evoca un tempo nuovo ormai iniziato: Dio infatti cerca credenti che lo adorino non in un tempio o in un altro luogo ma ‘in spirito e verità’ (cfr. Gv 4,21-24). Le parole di Gesù sono indicative del significato del gesto: “Distruggete questo tempio e in tre giorni lo farò risorgere” e l’evangelista osserva: “ma egli parlava del tempio del suo corpo (…) Quando poi fu risuscitato dai morti, i suoi discepoli si ricordarono  che aveva detto questo, e credettero alla Scrittura e alla parola detta da Gesù”. ‘Ricordare’ nel linguaggio giovanneo indica non solo una ricondurre alla memoria , ma ben più un comprendere il senso profondo dell’agire di Gesù, per la nostra salvezza, alla luce della risurrezione.

L’intero IV vangelo conduce il lettore in un cammino del ‘credere’, che si connota come ‘credere in’ Gesù. Il segno del tempio è un segno che rinvia alla sua persona ed invita a scorgere d’ora in poi in lui la possibilità di accesso al Padre non su questo o su un altro monte ma nello Spirito. Con Gesù è giunto il tempo di un culto in spirito e verità che non divide e pone gli uni contro gli altri. La gloria di Dio per Giovanni si manifesta sul volto del crocifisso che manifesta il dono e l’amore fino alla fine quale volto più autentico di Dio.

Nel rapporto con lui che possiamo trovare il senso profondo delle dieci parole, dei suoi comandamenti: “Se mi amate osserverete i miei comandamenti…. Voi siete miei amici perché fate quello che vi comando” (Gv 14,15; 15,14).

Alessandro Cortesi op

Fratelli tutti

“Per renderci conto di dove stia per recarsi Francesco occorre tracciare una croce sul blocco eurasiatico: il primo tratto di penna, quello verticale, unisce Mosca e lo stretto di Hormuz, lo sbocco oceanico del Golfo Persico. Il secondo tratto di penna, quello orizzontale, collega Teheran e Palermo, il centro del Mediterraneo. Ecco, Francesco si reca nel punto geografico dove queste due linee si intersecano, dunque nel luogo cruciale di tutti gli appetiti, perché chi controlla quel luogo controlla il blocco eurasiatico. Francesco ci va da costruttore di pace, all’insegna di uno slogan rivoluzionario: ‘siete tutti fratelli’”. (Riccardo Cristiano, L’ultima sfida di Bergoglio. Sulle orme di Abramo per invocare la fratellanza, Reset 2.03.21)

Papa Francesco svolge in questi giorni uno storico viaggio in Irak: il programma prevede una prima tappa a Baghdad il 5 marzo con l’incontro con il presidente della Repubblica Barham Salih e le autorità civili. Poi nella cattedrale siro-cattolica di Nostra Signora della salvezza un primo incontro con la comunità cristiana. Importante tappa sarà il giorno seguente, 6 marzo a Najaf, città santa dei mussulmani sciiti, dove è previsto l’incontro con il grande ayatollah Al-Sistani. Da lì lo spostamento a Nassiriya, per un incontro interreligioso nella pianura di Ur luogo che la tradizione indica come punto di partenza del cammino di Abramo. La sera ancora Baghdad per una s.Messa nella cattedrale caldea di San Giuseppe.  Il 7 marzo il papa si sposterà a Erbil, città nel Kurdistan irakeno, luogo dove hanno trovato rifugio moltissimi profughi dalla piana di Mosul quando l’Isis ha devastato quelle regioni. Nei pressi di Erbil sorgono i campi profughi che hanno accolto i rifugiati dall’Irak e poi molti siriani fuggiti dalla Siria nel 2015. Da qui il trasferimento a Mosul e a Qaraqosh città dove erano presenti comunità cristiane prima della conquista dell’Isis e dove ora con grande fatica si sta avviando la ricostruzione delle città devastate. Di qui a Baghdad e il rientro  a Roma.

Il viaggio del papa  è un gesto coraggioso e portatore di un messaggio essenziale ed esigente in un quadro geopolitico segnato da diversi imperialismi che si stanno fronteggiando. La terra di Irak è stata da decenni luogo di guerra che ha visto la grande devastazione operata dalla guerra condotta dagli USA e dagli eserciti occidentali che con la pretesa di portare la pace e democrazia hanno fatto il deserto. Nella terra di Irak si sono incrociate e si incrociano oggi più che mai le linee di dominio degli imperialismi diversi: quelli sauditi e iraniani khomeinisti, quelli turchi, russi e cinesi. Sono tutti progetti di dominio che si servono di strategie economiche e militari senza scrupoli. Quella terra trasuda la sofferenza dovuta a progetti di conquista militare-religiosa in cui la religione è stata e continua ad essere ragione e strumento di guerra, morte e devastazione. L’Irak è una terra ricchissima per le ricchezze del sottosuolo, che però vengono sfruttate altrove e non portano ad un benessere per la popolazione segnata da una disoccupazione  assai elevata  e dalla condizione di povertà per circa un terzo degli abitanti.

In particolare l’incontro del papa a Najaf può essere una tappa importante per una convergenza anche della comunità sciita rappresentata dal suo capo spirituale Al Sistani (che si distingue per non aver asseondato la linea della teocrazia khomeinista in Iran) attorno alle linee della dichiarazione sulla fratellanza umana sottoscritta due anni fa ad Abu Dhabi da Francesco e dall’imam Al Tayyeb del Cairo, figura di riferimento della corrente dell’Islam sunnita. Il messaggio ‘fratelli tutti’ indica come gli estremismi che si basano sulle religioni o si servono di motivazioni religiose siano da condannare. Quella dichiarazione redatta “In nome degli orfani, delle vedove, dei rifugiati e degli esiliati dalle loro dimore e dai loro paesi; di tutte le vittime delle guerre, delle persecuzioni e delle ingiustizie; dei deboli, di quanti vivono nella paura, dei prigionieri di guerra e dei torturati in qualsiasi parte del mondo, senza distinzione alcuna. In nome dei popoli che hanno perso la sicurezza, la pace e la comune convivenza, divenendo vittime delle distruzioni, delle rovine e delle guerre” presentava un appello accorato: “dichiariamo – fermamente – che le religioni non incitano mai alla guerra e non sollecitano sentimenti di odio, ostilità, estremismo, né invitano alla violenza o allo spargimento di sangue. Queste sciagure sono frutto della deviazione dagli insegnamenti religiosi, dell’uso politico delle religioni e anche delle interpretazioni di gruppi di uomini di religione che hanno abusato – in alcune fasi della storia – dell’influenza del sentimento religioso sui cuori degli uomini per portali a compiere ciò che non ha nulla a che vedere con la verità della religione, per realizzare fini politici e economici mondani e miopi. Per questo noi chiediamo a tutti di cessare di strumentalizzare le religioni per incitare all’odio, alla violenza, all’estremismo e al fanatismo cieco e di smettere di usare il nome di Dio per giustificare atti di omicidio, di esilio, di terrorismo e di oppressione. Lo chiediamo per la nostra fede comune in Dio, che non ha creato gli uomini per essere uccisi o per scontrarsi tra di loro e neppure per essere torturati o umiliati nella loro vita e nella loro esistenza. Infatti Dio, l’Onnipotente, non ha bisogno di essere difeso da nessuno e non vuole che il Suo nome venga usato per terrorizzare la gente”.

E richiamava anche le linee di riconosicmento della libertà religiosa: “La libertà è un diritto di ogni persona: ciascuno gode della libertà di credo, di pensiero, di espressione e di azione. Il pluralismo e le diversità di religione, di colore, di sesso, di razza e di lingua sono una sapiente volontà divina, con la quale Dio ha creato gli esseri umani. Questa Sapienza divina è l’origine da cui deriva il diritto alla libertà di credo e alla libertà di essere diversi. Per questo si condanna il fatto di costringere la gente ad aderire a una certa religione o a una certa cultura, come pure di imporre uno stile di civiltà che gli altri non accettano”.

Il viaggio di Francesco ed in particolare l’incontro interreligioso di Ur costituiscono un segno profetico: il riconosciemnto di essere fratelli e sorelle implica la costruzione di una cittadinanza in cui riconoscere la dignità di cittadini in una convivenza che può essere plurale, come proprio le società orientali hanno sperimentato nella storia ed esprimono nella sensibilità dei poveri. In tale prospettiva Antoine Courban, intellettuale libanese cristiano ortodosso, docente all’Università dei gesuiti Saint Joseph a Beirut osserva:

“io vedo in questa decisione di Francesco di visitare l’Iraq e di recarsi a Ur come un segno dello Spirito Santo. Il cammino di Abramo, seguendo la volontà di Dio, lo ha condotto da Ur alle coste del Mediterraneo. La cartina spirituale del cammino di Abramo ci indica, ci spiega la cartina geopolitica di oggi. Sia il cammino di Abramo che la realtà geopolitica fanno della Mesopotamia la vera “chiusura strategica”, o il “Gate”, del Mediterraneo. Le chiavi per la pace mediterranea sono lì. Sono due cartine diverse, certamente, ma che si accavallano perfettamente e divengono inseparabili. Senza pace nell’antica Mesopotamia non c’è pace nel Mediterraneo, e le parole “cittadini” e “fratelli” sono una parola sola, cioè la chiave di lettura e soluzione di tanti problemi. Questa è la prospettiva di pace che comporta e implica, infatti è incompatibile con identitarismi o progetti settari e miliziani. Questo lo vediamo in tutti i drammi mediterranei e lo indica proprio il senso della scelta di Abramo: i figli di Abramo, cioè ebrei, cristiani e musulmani, sanno che loro padre non ha fondato una religione, ha sentito Dio dirgli “fai così” e lui ha agito con “fede e fiducia”. Fede e fiducia nell’unico Dio di tutti i figli di Abramo, questo è il messaggio di Abramo, quello che va ricordato a tutti i suoi figli”. (R.Cristiano, Intervista a Antoine Courban Senza pace in Iraq non c’è pace nel Mediterraneo. Courban spiega il viaggio del papa, Formiche.net 27.02.21).

Alessandro Cortesi op

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