la parola cresceva

commenti alla Parola della domenica e riflessioni

XXV domenica del tempo ordinario – anno B – 2021

Sap 2,12.17-20; Gc 3,16-4,3; Mc 9,30-37

La vita del giusto costituisce un impedimento e silenziosa denuncia dell’ingiustizia e della disonestà degli empi. Per questo c’è chi trama per eliminarlo “perché ci è di imbarazzo ed è contrario alle nostre azioni”. Il libro della Sapienza fissa questa vicenda che non è solo quella osservata dall’autore di questo libro biblico nel I secolo a.C., ma costituisce la vicenda di sempre, dell’opposizione da parte di chi detiene poteri e privilegi a chi lotta per la giustizia. La sfida è radicale: “vediamo se le sue parole sono vere; proviamo ciò che gli accadrà alla fine. Se il giusto è figlio di Dio egli l’assisterà, e lo libererà dalle mani dei suoi avversari”.

Nella lettera di Giacomo la sapienza è contrapposta alle guerre e alle liti generate dalla brama di possesso, dalla ricerca di dominio e dall’invidia. Per contro la sapienza che viene dall’alto ha caratteri diversi e contrari: costruisce pace, è mite, non è aggressiva. Questo genere di sapienza non si limita ad una dimensione intellettuale ma si traduce in scelte di vita, in uno stile che porta a costruire la pace. La giustizia è come un frutto che sorge dall’albero buono della vita di chi  promuove la pace.  Via della sapienza – dice la lettera di Giacomo – è tessere riconciliazione, lottare contro ogni soluzione di violenza e di guerra per aprire vie diverse del convivere umano.

Nel vangelo Marco presenta Gesù nel suo cammino verso la croce, nel suo  essere ‘consegnato’, e subire umiliazione e condanna rimanendo solo. Ma ‘dopo tre giorni risusciterà’: quella vita che agli occhi degli uomini è fallimentare, trova la conferma del Padre che lo risuscita al terzo giorno. Sulla strada Gesù accompagna i suoi a comprendere il senso del suo cammino. Ai dodici chiede chi è il più grande ed spiega il suo modo di comprendere i rapporti e la vita : “se uno vuol essere il primo sia l’ultimo di tutti e il servo di tutti. E preso un bambino, lo pose in mezzo e abbracciandolo disse loro: ‘Chi accoglie uno di questi bambini nel mio nome, accoglie me; chi accoglie me, non accoglie me, ma colui che mi ha mandato”.

Gesù ribalta le prospettive sul ‘più grande’. Non intende la grandezza secondo le logiche  del potere, del denaro, dei ruoli ma indica il criterio decisivo dell’accoglienza: chi accoglie il più piccolo e si pone a servizio è grande agli occhi del Padre. Il bambino che Gesù pone in mezzo, al centro, è figura paradigma per tutti coloro a cui non sono riconosciuti diritti e sono ritenuti piccoli, senza importanza. Gesù pone al centro i senza diritti, le vittime di un sistema sociale che scarta ed elimina i più deboli e indica che solo nell’esperienza concreta dell’accogliere si può comprendere chi è il più importante allo sguardo di Dio. Chiede così ai suoi di seguire lui, il figlio, che si è fatto servo, sulla via della croce. E così indica che accogliere i piccoli e le vittime è entrare nel cammino per incontrare il Padre.

Alessandro Cortesi op

Chi accoglie uno di questi bambini…

Raccolgo alcune parole che papa Francesco ha pronunziato nel suo recente breve viaggio in Ungheria e Slovacchia, carico di simboli sia per i luoghi visitati, sia per i gruppi e le persone a cui ha dato spazio nei suoi incontri.

La visita è iniziata con l’incontro con il presidente a Budapest e con il premier Orbàn, fautore di una chiusura sovranista, teorizzatore di una democrazia illiberale che rifiuta principi fondamentali dello stato diritto, assertore di posizioni razziste e difensore di un cristianesimo scambiato come appartenenza culturale, a cui si riferisce in modo identitario per giustificare il rifiuto dei migranti. Lo stesso premier ha regalato al papa copia di una lettera del re Bela IV a Papa Innocenzo IV (1250), in cui chiedeva aiuto per respingere la minaccia dei tartari che da Oriente minacciavano l’Ungheria cristiana e gli ha chiesto “di non lasciare che l’Ungheria cristiana perisca”. E’ da tener presente che in Ungheria le poltiiche di Orbàn di rifiuto dei rifugiati e di chiusura ai migranti è condivisa da alcuni vescovi.

Parlando ai vescovi il 12 settembre Francesco ha offerto elementi di una risposta alle sollecitazioni ricevute dal premier Orban e riprendendo il tema delle radici ha detto: “custodire le nostre radici religiose, custodire la storia da cui proveniamo, senza però restare con lo sguardo rivolto indietro: guardare al futuro, guardare avanti e trovare nuove vie per annunciare il Vangelo (…) Il vostro Paese è luogo in cui convivono da tempo persone provenienti da altri popoli. Varie etnie, minoranze, confessioni religiose e migranti hanno trasformato anche questo Paese in un ambiente multiculturale. Questa realtà è nuova e, almeno in un primo momento, spaventa. La diversità fa sempre un po’ paura perché mette a rischio le sicurezze acquisite e provoca la stabilità raggiunta. Tuttavia, è una grande opportunità per aprire il cuore al messaggio evangelico: «Amatevi gli uni gli altri come io vi ho amati» (Gv 15,12). Davanti alle diversità culturali, etniche, politiche e religiose, possiamo avere due atteggiamenti: chiuderci in una rigida difesa della nostra cosiddetta identità oppure aprirci all’incontro con l’altro e coltivare insieme il sogno di una società fraterna”.

L’appello finale è stato centrato sull’invito a costruire ponti di dialogo in questo tempo e coltivare accoglienza:

“Sopra il grande fiume che attraversa questa città si staglia l’imponente Ponte delle Catene: sostituì un fragile ponte di legno e servì a unire Buda e Pest. Se vogliamo che il fiume del Vangelo raggiunga la vita delle persone, facendo germogliare anche qui in Ungheria una società più fraterna e solidale, abbiamo bisogno che la Chiesa costruisca nuovi ponti di dialogo. Come Vescovi, vi chiedo di mostrare sempre, insieme ai sacerdoti e ai collaboratori pastorali, il volto vero della Chiesa: è madre. È madre! Un volto accogliente verso tutti, anche verso chi proviene da fuori, un volto fraterno, aperto al dialogo.”

Nell’incontro ecumenico a Bratislava la sera di domenica 12 settembre, in un discorso in cui ha richiamato Dostojevski e la leggenda del grande inquisitore ed una poesia che viene imparata nelle scuole, Francesco ha invitato a condividere la carità: “Condividere la carità apre orizzonti più ampi e aiuta a camminare più spediti, superando pregiudizi e fraintendimenti. Ed è anch’esso un tratto che trova genuina accoglienza in questo Paese, dove a scuola s’impara a memoria una poesia, che contiene, tra gli altri, un passaggio molto bello: «Quando alla nostra porta bussa la mano straniera con sincera fiducia: chiunque sia, se viene da vicino oppure da lontano, di giorno o di notte, sul nostro tavolo ci sarà il dono di Dio ad attenderlo» (Samo Chalupka, Mor ho!, 1864). Il dono di Dio sia presente sulle tavole di ciascuno perché, mentre ancora non siamo in grado di condividere la stessa mensa eucaristica, possiamo ospitare insieme Gesù servendolo nei poveri. Sarà un segno più evocativo di molte parole, che aiuterà la società civile a comprendere, specialmente in questo periodo sofferto, che solo stando dalla parte dei più deboli usciremo davvero tutti insieme dalla pandemia”.

Nell’incontro con la comunità ebraica a Bratislava il papa ha iniziato la riflessione a partire dal luogo in cui trovavano, la piazza sede del quartiere ebraico e memoria delle persecuzioni “La piazza dove ci troviamo è molto significativa per la vostra comunità. Mantiene vivo il ricordo di un ricco passato: è stata per secoli parte del quartiere ebraico; qui ha lavorato il celebre rabbino Chatam Sofer. (…) In seguito, però, il nome di Dio è stato disonorato: nella follia dell’odio, durante la seconda guerra mondiale, più di centomila ebrei slovacchi furono uccisi. E quando poi si vollero cancellare le tracce della comunità, qui la sinagoga fu demolita. Sta scritto: «Non pronuncerai invano il nome del Signore» (Es 20,7). Il nome divino, cioè la sua stessa realtà personale, è nominata invano quando si viola la dignità unica e irripetibile dell’uomo, creato a sua immagine. Qui il nome di Dio è stato disonorato, perché la blasfemia peggiore che gli si può arrecare è quella di usarlo per i propri scopi, anziché per rispettare e amare gli altri. Qui, davanti alla storia del popolo ebraico, segnata da questo affronto tragico e inenarrabile, ci vergogniamo ad ammetterlo: quante volte il nome ineffabile dell’Altissimo è stato usato per indicibili atti di disumanità! Quanti oppressori hanno dichiarato: “Dio è con noi”; ma erano loro a non essere con Dio”.

Questo riferimento al luogo simbolico della piazza e a momenti in cui il nome di Dio è stato disonorato andavano alle vicende storiche della seconda guerra mondiale quando, dopo il patto di Monaco nel 1938, fu istituito sotto stretto controllo del regime di Hitler uno Stato slovacco autonomo alleato della Germania nazista e da essa dipendente. Un vescovo cattolico mons. Tiso ne fu presidente e ne divenne successivamente il duce, e fu egli stesso in accordo con i tedeschi per attuare le deportazioni di circa 100.000 ebrei slovacchi.

Dietro a queste parole del papa è da scorgere non solo la vergogna e la condanna per l’azione di mons. Tiso al tempo del nazismo ma anche la logica che presiede alla logiche sovraniste  affermate oggi in queste regioni. E ha concluso con parole di speranza richiamando al bisogno di porte aperte: “Il mondo ha bisogno di porte aperte. Sono segni di benedizione per l’umanità. Al padre Abramo Dio disse: «In te si diranno benedette tutte le famiglie della terra» (Gen 12,3). È un ritornello che scandisce le vite dei padri (cfr Gen 18,18; 22,18; 26,4). A Giacobbe, cioè Israele, Dio disse: «La tua discendenza sarà innumerevole come la polvere della terra; perciò ti espanderai a occidente e a oriente, a settentrione e a mezzogiorno. E si diranno benedette, in te e nella tua discendenza, tutte le famiglie della terra» (Gen 28,14). Qui, in questa terra slovacca, terra d’incontro tra est e ovest, tra nord e sud, la famiglia dei figli di Israele continui a coltivare questa vocazione, la chiamata a essere segno di benedizione per tutte le famiglie della terra.”

Nella divina liturgia bizantina presieduta nella festa dell’esaltazione della croce il 14 settembre ha ricondotto al significato della croce per Gesù e per i suoi discepoli:

“La croce esige … una testimonianza limpida. Perché la croce non vuol essere una bandiera da innalzare, ma la sorgente pura di un modo nuovo di vivere. Quale? Quello del Vangelo, quello delle Beatitudini. Il testimone che ha la croce nel cuore e non soltanto al collo non vede nessuno come nemico, ma tutti come fratelli e sorelle per cui Gesù ha dato la vita. Il testimone della croce non ricorda i torti del passato e non si lamenta del presente. Il testimone della croce non usa le vie dell’inganno e della potenza mondana: non vuole imporre sé stesso e i suoi, ma dare la propria vita per gli altri. Non ricerca i propri vantaggi per poi mostrarsi devoto: questa sarebbe una religione della doppiezza, non la testimonianza del Dio crocifisso. Il testimone della croce persegue una sola strategia, quella del Maestro: l’amore umile. Non attende trionfi quaggiù, perché sa che l’amore di Cristo è fecondo nella quotidianità e fa nuove tutte le cose dal di dentro, come seme caduto in terra, che muore e produce frutto”.

Incontrando la comunità rom nel Quartiere Luník IX a Košice – comunità che nel passato hanno subito situazioni di discriminazione e che recentemente dal premier Orban sono stati individuati come categorie da emarginare e individuate come ‘nemico interno’ – ascoltando storie di integrazione ha così dialogato con i presenti: “Quante volte i giudizi sono in realtà pregiudizi, quante volte aggettiviamo! È sfigurare con le parole la bellezza dei figli di Dio, che sono nostri fratelli. Non si può ridurre la realtà dell’altro ai propri modelli preconfezionati, non si possono schematizzare le persone. Anzitutto, per conoscerle veramente, bisogna riconoscerle: riconoscere che ciascuno porta in sé la bellezza insopprimibile di figlio di Dio, in cui il Creatore si rispecchia. (…) Così ci avete dato un messaggio prezioso: dove c’è cura della persona, dove c’è lavoro pastorale, dove c’è pazienza e concretezza i frutti arrivano. Non subito, col tempo, ma arrivano. Giudizi e pregiudizi aumentano solo le distanze. Contrasti e parole forti non aiutano. Ghettizzare le persone non risolve nulla. Quando si alimenta la chiusura prima o poi divampa la rabbia. La via per una convivenza pacifica è l’integrazione. È un processo organico, un processo lento e vitale, che inizia con la conoscenza reciproca, va avanti con pazienza e guarda al futuro. E a chi appartiene il futuro? Possiamo domandarci: a chi appartiene il futuro? Ai bambini. Sono loro a orientarci: i loro grandi sogni non possono infrangersi contro le nostre barriere. (…) Ringrazio chi porta avanti questo lavoro di integrazione che, oltre a comportare non poche fatiche, a volte riceve pure incomprensione e ingratitudine, magari persino nella Chiesa.  (…) Andate avanti su questa strada, che non illude di poter dare tutto e subito, ma è profetica, perché include gli ultimi, costruisce la fraternità, semina la pace. Non abbiate paura di uscire incontro a chi è emarginato. Vi accorgerete di uscire incontro a Gesù. Egli vi attende là dove c’è fragilità, non comodità; dove c’è servizio, non potere; dove c’è da incarnarsi, non da compiacersi. Lì è Lui”.

Tali parole di apertura all’incontro divengono rilevanti anche per la chiesa per un cambiamento da attuare. Parlando nella cattedrale di san Martino a Bratislava Francesco ha detto: “La Chiesa non è una fortezza, non è un potentato, un castello situato in alto che guarda il mondo con distanza e sufficienza. Qui a Bratislava il castello già c’è ed è molto bello! Ma la Chiesa è la comunità che desidera attirare a Cristo con la gioia del Vangelo – non il castello! –, è il lievito che fa fermentare il Regno dell’amore e della pace dentro la pasta del mondo (…) Ecco, è bella una Chiesa umile che non si separa dal mondo e non guarda con distacco la vita, ma la abita dentro. Abitare dentro, non dimentichiamolo: condividere, camminare insieme, accogliere le domande e le attese della gente. Questo ci aiuta a uscire dall’autoreferenzialità: il centro della Chiesa… Chi è il centro della Chiesa? Non è la Chiesa! E quando la Chiesa guarda sé stessa, finisce come la donna del Vangelo: curvata su sé stessa, guardandosi l’ombelico (cfr Lc 13,10-13). Il centro della Chiesa non è se stessa.”.

“non abbiate timore di formare le persone a un rapporto maturo e libero con Dio. Importante è questo rapporto. Questo forse ci darà l’impressione di non poter controllare tutto, di perdere forza e autorità; ma la Chiesa di Cristo non vuole dominare le coscienze e occupare gli spazi, vuole essere una “fontana” di speranza nella vita delle persone. È un rischio. È una sfida”.

“La gioia del Vangelo è sempre Cristo, ma le vie perché questa buona notizia possa farsi strada nel tempo e nella storia sono diverse. Le vie sono tutte diverse. Cirillo e Metodio percorsero insieme questa parte del continente europeo e, ardenti di passione per l’annuncio del Vangelo, arrivarono a inventare un nuovo alfabeto per la traduzione della Bibbia, dei testi liturgici e della dottrina cristiana. Fu così che divennero apostoli dell’inculturazione della fede presso di voi. Furono inventori di nuovi linguaggi per trasmettere il Vangelo, furono creativi nel tradurre il messaggio cristiano, furono così vicini alla storia dei popoli che incontravano da parlarne la loro lingua e assimilarne la cultura. Non ha bisogno di questo anche oggi la Slovacchia? Mi domando. Non è forse questo il compito più urgente della Chiesa presso i popoli dell’Europa: trovare nuovi “alfabeti” per annunciare la fede?”.

Nelle sue parole e nella geografia della sua visita Francesco ha mostrato come oggi l’annuncio del vangelo implichi anche una chiara presa di posizione insieme ad un impegno in contrasto ad orientamenti che  svuotano l’annuncio cristiano e lo riducono a elemento identitario: con la libertà di chi non ricerca di dominare e occupare spazi oggi la sfida sta nel ricercare vie concrete di accoglienza, apertura alle diversità, incontro nella solidarietà con l’altro.

Alessandro Cortesi op

XXIV domenica tempo ordinario – anno B -2021

Is 50,5-9a; Sal 114; Gc 2,14-18; Mc 8,27-35

La prima lettura raccoglie una testimonianza di sofferenza e di speranza. Il servo di Jahwè, figura di un perseguitato, costretto a subire disprezzo e condanna per la sua fedeltà al Signore apre il suo cuore nel momento della prova e richiama quanto sta al centro della sua esistenza: l’ascolto della parola di Dio che ha orientato e dato un senso nuovo a tutto. “Il Signore Dio mi ha aperto l’orecchio”. Anche nella sofferenza e nella solitudine rimane saldo questo riferimento di fiducia “il Signore Dio mi assiste… è vicino chi mi rende giustizia”. La presenza di Dio accanto come difensore anche nell’abbandono è avvertita quale unico rifugio e motivo di resistenza al male. L’unica forza per sostenere ogni opposizione e il dolore del rifiuto è ritrovata nel senso di una presenza del Dio che parla aprendo una relazione nuova in modo personale e unico e con la sua parola ha spalancato le orecchie e la stessa vita.

A metà del vangelo di Marco emerge la domanda fondamentale: chi è Gesù? Nell’itinerario del discepolo presentato nello scritto questo interrogativo si colloca dopo un primo momento di accoglienza dei gesti di Gesù ma anche mentre cresce un’attitudine di sospetto e rifiuto perché il suo profilo non corrisponde ad attese e interessi. Non asseconda infatti le attese di un guaritore a disposizione, non offre soluzioni immediate a problemi, non garantisce gloria e possesso, soprattutto si distanzia da una mentalità religiosa del sacrificio e del potere che non coinvolge la vita. In disparte Gesù interroga i discepoli. Pietro risponde “Tu sei il Cristo” e ciò significa il messia, l’Unto, il consacrato di Dio, colui che è atteso come re d’Israele. Ma il problema che si apre è quale tipo di messia? Non può essere una questione teorica. E’ domanda che investe la vita e la inserisce in un cammino. Solo in quelal via si potrà scoprire un volto di messia che pone in crisi e contesta le attese di primeggiare. E’ questo il cuore dell’intero racconto di Marco: “E cominciò ad insegnar loro che il Figlio dell’uomo doveva molto soffrire ed essere riprovato dagli anziani, dai sommi sacerdoti e dagli scribi, poi venire ucciso e, dopo tre giorni, risuscitare”.

Sono queste parole elaborate dopo la passione di Gesù, ma racchiudono in sintesi il percorso di una vita. La proposta che Gesù fa ai suoi – e in questo racconta e non definisce la sua stessa identità – è di condividere la sua via. E’ un cammino non di successi e gratificazioni, ma invito a fare della vita un dono nella fedeltà all’amore, nella relazione, nel farsi poveri non assecondando la logica dell’accumulare per sè ma scegliendo la logica del perdersi e dell’accogliere, assumendo tutte le conseguenze. Pietro reagisce a tale prospettiva e rifiuta un messia impotente e sofferente. E a questo punto il rimprovero di Gesù è chiaro: ‘tu non pensi secondo Dio ma secondo gli uomini’. Lo richiama a stare dietro di lui, a mettersi a seguirlo: “Chi vuol venire dietro a me rinneghi se stesso, prenda la sua croce e mi segua… chi perderà la sua vita per causa mia e del vangelo, la salverà”. L’identità di Gesù può essere incontrata solamente in un coimvolgimento personale, nel seguirlo. Il racconto della sua vita diviene racconto dela vita dei discepoli. La croce non è luogo del dolore come certa religiosità del sacrificio ha portato ad intendere, ma luogo di manifestazione di una solidarietà senza confini, di una vita vissuta sino alla fine come dono e servizio nell’amore.

Alessandro Cortesi op

Scegli dunque la vita…

“Per oltre un anno abbiamo tutti sperimentato gli effetti devastanti di una pandemia globale: tutti, poveri o ricchi, deboli o forti. Alcuni sono stati più protetti o più vulnerabili di altri, ma la rapida diffusione dell’infezione ha comportato che dipendessimo gli uni dagli altri nei nostri sforzi per stare al sicuro. Abbiamo compreso che, nell’affrontare questa calamità mondiale, nessuno è al sicuro finché non lo sono tutti, che le nostre azioni davvero influiscono sugli altri e che ciò che facciamo oggi influenza quello che accadrà domani”. Con queste parole inizia una dichiarazione congiunta di papa Francesco, del patriarca Bartolomeo e dell’arcivescovo di Westminster Justin Welby, un importante documento ecumenico, sulla cura del creato.

E’ un fatto di grande portata l’accordo di tre voci in rappresentanza delle grandi tradizioni cristiane, cattolica ortodossa, anglicana, che si uniscono per richiamare alla condizione di crisi che coinvolge il rapporto tra umanità e ambiente e i rapporti sociali e rivolgono alle chiese e a tutta l’umanità un accorato appello al cambiamento.

Essi ricordano il concetto di custodia quale responsabilità individuale e collettiva per la realtà che Dio ci ha  affidato, ma a tale richiamo si accompagna anche una denuncia: “Però abbiamo preso la direzione opposta. Abbiamo massimizzato il nostro proprio interesse a scapito delle generazioni future”. 

L’analisi pone in luce come la crisi ambientale, esito di scelte umane, abbia un impatto soprattutto sui più deboli generando profonde ingiustizie. “L’attuale crisi climatica dice molto su chi siamo e su come vediamo e trattiamo il creato di Dio. Ci troviamo dinanzi a una giustizia severa: perdita di biodiversità, degrado ambientale e cambiamento climatico sono le conseguenze inevitabili delle nostre azioni… Ma ci troviamo anche di fronte a una profonda ingiustizia: le persone che subiscono le conseguenze più catastrofiche di tali abusi sono quelle più povere del pianeta e che hanno avuto meno responsabilità nel causarle”.

Si fa riferimento ai catastrofici eventi degli ultimi mesi che hanno manifestato ancora un volta una emergenza ambientale che non è da leggere come una realtà lontana, ma quale situazione che pone la questione di una sopravvivenza dell’umanità nel presente richiedendo scelte e risposte immediate. 

La lettura della situazione si apre così ad una indicazione di impegno e di cambiamento nell’orizzonte di pensare l’umanità come un insieme e non in termini di interessi particolari e di esclusione dei più poveri. “Se pensiamo all’umanità come a una famiglia e lavoriamo insieme per un futuro basato sul bene comune, potremo ritrovarci a vivere in un mondo molto diverso…. Insieme possiamo camminare verso una società più giusta e appagante, con al centro coloro che sono più vulnerabili. Ma questo comporta fare dei cambiamenti. Ognuno di noi, individualmente, deve assumersi la responsabilità di come vengono usate le nostre risorse”.

Il documento presenta una chiara chiamata alla responsabilità per coloro che hanno ruoli di governo per orientare direzioni in campo economico e sociale: “A quanti hanno responsabilità più grandi — a capo di amministrazioni, gestendo aziende, impiegando persone o investendo fondi — noi diciamo: scegliete profitti incentrati sulle persone; fate sacrifici a breve termine per salvaguardare il futuro di tutti noi; diventate leader nella transizione verso economie giuste e sostenibili. «A chiunque fu dato molto, molto sarà chiesto» (Lc 12, 48)”.

A Glasgow si riunirà a breve, dal 31 ottobre al 12 novembre la prossima Conferenza delle Parti sul cambiamento climatico delle Nazioni Unite (COP26). Si tratta di un evento che riunisce i responsabili non solo dei governi centrali ma anche di governi locali e di altri enti che  possono offrire il loro contributo al cambiamento ecologico. La Convenzione Quadro delle Nazioni Unite sul cambiamento climatico (UNFCCC) ha visto i suoi inizi a Rio de Janeiro nel 1992, nel quadro del vertice della Terra in considerazione dei cambiamenti climatici causati dalle azioni dell’uomo e chiede ai Paesi di porre in atto scelte per contrastare i cambiamenti climatici che hanno esiti devastanti per l’umanità e l’ambiente. Il protocollo di Kyoto del 1997 è stato il primo accordo impegnativo per contrastare il cambiamento climatico, poi alla Cop21 di Parigi sono proseguiti accordi sul clima che tuttavia hanno visto nel 2020 l’uscita degli USA con Trump.

Alla vigilia di questo importante e decisivo appuntamento che deciderà le sorti della terra l’appello che viene lanciato è esigente: “Ancora una volta ricordiamo la Scrittura: «Scegli dunque la vita, perché viva tu e la tua discendenza» (Dt 30, 19). Scegliere la vita significa fare sacrifici ed esercitare autocontrollo. Tutti noi — chiunque e ovunque siamo — possiamo avere un ruolo nel modificare la nostra risposta collettiva alla minaccia senza precedenti del cambiamento climatico e del degrado ambientale. Prendersi cura del creato di Dio è un mandato spirituale che esige una risposta d’impegno. Questo è un momento critico. Ne va del futuro dei nostri figli e della nostra casa comune”.

Alessandro Cortesi op

XXIII domenica del tempo ordinario anno B – 2021

Is 35,4-7a; Gc 2,1-5; Mc 7,31-37

“Allora si apriranno gli occhi dei ciechi e si schiuderanno gli orecchi dei sordi. Allora lo zoppo salterà come un cervo, griderà di gioia la lingua del muto…”

L’annuncio di Isaia è promessa paradossale: è invito a guardare una situazione nuova umanamente impensabile. Le immagini rinviano ad un tempo nuovo, che vedrà la fine ad ogni male e sofferenza ed apre orizzonti di vita. Un invito rivolto agli oppressi e piegati dal dolore. Non è esito di uno sforzo umano ma dono di Dio che fa sorgere l’inatteso e l’inimmaginabile. La natura tutta ne è trasformata, il deserto si trasformerà in giardino, il suolo riarso si muterà in sorgenti d’acqua, fuggiranno tristezza e pianto e regneranno gioia e felicità. Non si tratta di una favola per far dimenticare la durezza del presente, ma è indicazone di apertura ad un orizzonte di speranza, nella relazione con Dio che ‘viene a salvare’. Le immagini mirano a descrivere la salvezza frutto di un dono di presenza del Dio che libera e salva, un invito rivolto agli smarriti di cuore.

Marco presenta l’episodio della guarigione di un sordomuto per opera di Gesù che nel suo agire porta a compimento le promesse dei profeti.

L’incontro avviene nel Nord della Galilea, un territorio pagano: Gesù compie gesti di bene oltre i confini d’Israele, aprendo orizzonti nuovi. In questa guarigione emergono vari particolare del suo agire: il suo toccare le orecchie, la lingua, il suo guardare al cielo, il suo sospiro, quasi un gemito di sofferenza e compassione culminano nella parola ‘Effata’ cioè ‘apriti’. Marco sottolinea l’apertura che avviene subito. Gli orecchi odono si scioglie la lingua “e parlava correttamente”. Quel sordomuto passa da un’esistenza legata e impedita ad una posssibilità nuova di incontro e relazione.

I gesti di Gesù nell’incontrare quest’uomo segnato dall’impossibilità di comunicare e che per questo era tenuto lontano e emarginato mirano ad una apertura che diviene riconsegna alla relazione. Nel rapporto con Gesù si attua un recupero di umanità, un’apertura della vita. Ascolto e parola costituiscono elementi essenziali del vivere umano. Marco sottolinea anche che Gesù agisce lontano dalla folla che è spesso ostacolo ad un incontro autentico e personale.

Questa pagina guida a scorgere Gesù, come messia che fa udire i sordi e parlare i muti, compiendo le promesse dei profeti. Con lui ha inizio un modo nuovo di vivere. Ma anche in quest’incontro emerge l’identità di ogni discepolo, che riceve un dono di apertura, ad ascoltare, a rapportarsi con la parola agli altri passare dalla chiusura del silenzio e dell’emarginazione ad una relazione che compie le attese della vita.

Alessandro Cortesi op

Si apriranno gli occhi ai ciechi…

Questa foto raffigura Anna Barbaro e la sua guida Charlotte Bonin che hanno vinto la medaglia d’argento nel triathlon classe ptvi alla paralimpiadi in svolgimento a Tokio. E’ un’immagine molto bella e forte che racchiude non solo l’evocazione di una grande impresa sportiva, nella dura e complessa disciplina del triathlon, ma è anche sintesi dell’insegnamento che proviene da tanti atleti segnati da diverse limitazioni e handicap che stanno partecipando alle paralimpiadi. E’ la foto di un’impresa condivisa: si tratta di un’affermazione di Anna Barbaro non vedente e nel contempo è foto che ritrae un correre insieme in cui il sostegno non sostituisce ma rende possibile il superamento di un limite ed apre la possibilità di una relazione nuova. E si attua in una relazione di vicinanza e compagnia.

Mi sembra una foto che esprime un’apertura degli occhi  possibile a diversi livelli. E’ apertura per chi non vedente, con una guida a cui è legata da un sottile filo riesce a porre i suoi passi nella pista e ad esprimere tutte le sue capacità. Ma è anche apertura possibile degli occhi di chi guarda questa immagine per scorgere in essa uno stile di vita in cui la relazione è luogo di novità e di crescita insieme nella vita. Ed infine è immagine che potrebbe indicare uno stile di rapporti non solo a livello individuale ma collettivo, tra i popoli. Segno concreto di un’utopia possibile.

Alessandro Cortesi op

Mese del creato

Oggi 1 settembre è la giornata mondiale di preghiera pr la cura del creato. L’intero mese di settembre è periodo dedicato all’attenzione alla custodia del creato quale urgenza particolare di questo tempo segnato dall’emergenza climatica e ambientale.

A questo link si può scaricare un sussidio a cura della Commissione CEI per i problemi sociali, il lavoro, la giustizia e la pace e la Commissione episcopale per l’ecumenismo e il dialogo (a cui anch’io ho portato un contributo di collaborazione) (ac)

Fai clic per accedere a Creato2021-libretto-def.pdf

XXII domenica del tempo ordinario – anno B – 2021

Dt 4,1-2.6-8; Gc 1,17-18.21-22.27; Mc 7,1-8.14-15.21-23

I farisei criticano Gesù perché i suoi discepoli prendono cibo con mani immonde, cioè non lavate: li accusano di non osservare le prescrizioni della legge, la tradizione degli antichi. Dal punto di vista storico c’è una presentazione parziale dei farisei che al tempo di Gesù coltivavano una profonda tensione spirituale ed erano vicini a quanto Gesù diceva. Tuttavia nei vangeli i farisei sono presentati come paradigma di una religiosità costruita sull’esteriorità e nutrita di ipocrisia: la polemica con loro non è da leggere come un rifiuto di una spiritualità fondata sull’alleanza e sulla predicazione profetica ma va contro una attitudine universale che rinchiude la fede entro un sistema religioso. Il fariseismo è quindi atteggiamento presente in ogni tradizione e in ogni tempo. E’ questo il problema che viene posto a Gesù: l’osservanza di prescrizioni del rito e di norme è un fine o un mezzo?   

Nel rispondere Gesù porta la questione al suo centro: pone la domanda sul rapporto con Dio e  le tradizioni frutto di elaborazione umana, e apre la questione dell’obbedire a ciò che Dio chiede e di non seguire precetti di uomini.

Gesù si schiera contro l’ipocrisia, atteggiamento raffinato che porta a scambiare i fini con i mezzi, e porta a dare un primato alla preoccupazione scrupolosa di osservanze al posto di un ascolto di Dio nel percorrere un cammino di fedeltà.

E’ questa la linea costante nei profeti nel loro richiamare ad un culto non esteriore, di gesti sacrali e di osservanze di precetti, ma attuato nella vita nel cambiamento del cuore. Per questo Gesù riprende il rimprovero di Isaia: “Questo popolo mi onora con le labbra, ma il suo cuore è lontano da me. Invano essi mi rendono culto insegnando dottrine che sono precetti di uomini (Is 29,13).

Se il cuore sta presso Dio praticare un autentico culto significa vivere relazioni nuove con gli altri, di giustizia, di cura, di ospitalità. Riferire la vita a Dio implica prendere le parti dei poveri: “Smettete di presentare offerte inutili, l’incenso è un abominio per me (…)  Cessate di fare il male, imparate a fare il bene, ricercate la giustizia, soccorrete l’oppresso, rendete giustizia all’orfano, difendete la causa della vedova” (Is 1,13-17).

Gesù smaschera la pretesa presente in ogni tipo di fariseismo che esaurisce la fede (come incontro e coinvolgimento personale nell’affidamento a Dio) ad un sistema religioso controllato da istituzioni che pretendono di avere un controllo assoluto riguardo al rapporto con Dio: limitare il culto a Dio ad una questione di osservanze e precetti che non implicano un rapporto nuovo con gli altri. Il comandamento di Dio richiede un culto della vita ossia impegno in una prassi di giustizia e di custodia dell’altro.

Gesù suggerisce anche che la sede del bene e del male non sta nelle cose in se stesse, ma è nel cuore dell’uomo, là dove si decide per il bene o per il male. Questo dice lo sguardo positivo, ottimista e buono verso tutte le realtà della vita umana: tutto viene da Dio e non può esser cattivo o impuro in sè. Nello stesso tempo pone davanti ad una radicale esigenza di responsabilità. Puro e impuro derivano dalle scelte che hanno la loro sede nel ‘cuore’ e si concretizzano in azioni. Gesù riporta al profondo del cuore e pone ognuno ad interrogarsi in modo libero e responsabile.

Alessandro Cortesi op

Ipocrisia

Ipocrisia è termine che trae la sua radice etimologica nel saper giudicare in modo puntuale e con profondità (da krinein, giudicare). Ma il termine nella Grecia classica fu utilizzato nell’ambito teatrale per cui l’hypocrites è un attore che sa proporre in modo convincente il suo ruolo, attuando quindi una recitazione attraente. E’ quindi connesso alla capacità di immedesimazione in un personaggio e nel saperlo rendere credibile agli occhi degli spettatori. Da qui si è attuato uno spostamento di significato dall’ambito della recitazione fino a rendere la parola sinonimo di una capacità di finzione, quindi di simulazione e presentazione di un volto che non è il proprio autentico volto. Nel contesto contemporaneo che vede lo sviluppo di una società connessa alla rappresentazione alcuni sociologi hanno rilevato come sia in atto un processo diffuso di assunzione di ruolo da mantenere come una maschera nelle diverse situazioni della vita. Ognuno diviene così attore di una grande rappresentazione offrendo una o più maschere. Questo gioco di ruoli può corrispondere al consenso proveniente dagli altri vicini o lontani (si pensi ai social media), oppure può anche derivare dalla paura di assumere una responsabilità nel manifestare autenticamente la propria interiorità, le proprie incertezze e ricerche, il proprio volto con i suoi limiti, imperfezionie con le sue attese, aperture, speranze.

Proprio in questi giorni nell’udienza generale di mercoledì 25 agosto papa Francesco ha parlato dell’ipocrisia offrendone una breve descrizione ed affrontando la questione dell’ipocrisia nella chiesa: “Cosa è l’ipocrisia? Si può dire che è paura per la verità. L’ipocrita ha paura per la verità. Si preferisce fingere piuttosto che essere sé stessi. È come truccarsi l’anima, come truccarsi negli atteggiamenti, come truccarsi nel modo di procedere: non è la verità. “Ho paura di procedere come io sono e mi trucco con questi atteggiamenti”. E la finzione impedisce il coraggio di dire apertamente la verità e così ci si sottrae facilmente all’obbligo di dirla sempre, dovunque e nonostante tutto. La finzione ti porta a questo: alle mezze verità. E le mezze verità sono una finzione: perché la verità è verità o non è verità. Ma le mezze verità sono questo modo di agire non vero. Si preferisce, come ho detto, fingere piuttosto che essere sé stesso, e la finzione impedisce quel coraggio, di dire apertamente la verità. E così ci si sottrae all’obbligo – e questo è un comandamento – di dire sempre la verità, dirla dovunque e dirla nonostante tutto. E in un ambiente dove le relazioni interpersonali sono vissute all’insegna del formalismo, si diffonde facilmente il virus dell’ipocrisia. Quel sorriso che non viene dal cuore, quel cercare di stare bene con tutti, ma con nessuno…” Francesco, Udienza generale 25 agosto 2021)

“L’ipocrita è una persona che finge, lusinga e trae in inganno perché vive con una maschera sul volto, e non ha il coraggio di confrontarsi con la verità. Per questo, non è capace di amare veramente – un ipocrita non sa amare – si limita a vivere di egoismo e non ha la forza di mostrare con trasparenza il suo cuore. Ci sono molte situazioni in cui si può verificare l’ipocrisia. Spesso si nasconde nel luogo di lavoro, dove si cerca di apparire amici con i colleghi mentre la competizione porta a colpirli alle spalle. Nella politica non è inusuale trovare ipocriti che vivono uno sdoppiamento tra il pubblico e il privato. È particolarmente detestabile l’ipocrisia nella Chiesa, e purtroppo esiste l’ipocrisia nella Chiesa, e ci sono tanti cristiani e tanti ministri ipocriti. Non dovremmo mai dimenticare le parole del Signore: “Sia il vostro parlare sì sì, no no, il di più viene dal maligno” (Mt 5,37). Fratelli e sorelle, pensiamo oggi a ciò che Paolo condanna e che Gesù condanna: l’ipocrisia. E non abbiamo paura di essere veritieri, di dire la verità, di sentire la verità, di conformarci alla verità. Così potremo amare. Un ipocrita non sa amare. Agire altrimenti dalla verità significa mettere a repentaglio l’unità nella Chiesa, quella per la quale il Signore stesso ha pregato” (ibid.).

Alessandro Cortesi op

XXI domenica ordinario – anno B – 2021

Gs 24,1-2a.15-17.18b; Ef 5,21-32; Gv 6,60-69

A Sichem Giosuè chiede alle tribù che avevano compiuto l’esodo e a quelle ritrovate nella terra di Canaan, una radicale decisione. A chi riferirsi come senso della propria esistenza? «Se sembra male ai vostri occhi servire il Signore, sceglietevi oggi chi servire: se gli dèi che i vostri padri hanno servito oltre il Fiume oppure gli dèi degli Amorrèi, nel cui territorio abitate. Quanto a me e alla mia casa, serviremo il Signore». E’ un passaggio decisivo che si pone continuamente nella storia biblica, di scelta di relazione con il Dio dell’alleanza oppure a favore di altri dèi a cui asservire la vita.

E’ domanda che conclude un lungo discorso in cui sono ricordate le tappe dl cammino nel deserto, gli interventi di Dio, la sua vicinanza. Giosuè chiede di scegliere chi servire e il popolo esprime la sua decisione: «Lontano da noi abbandonare il Signore per servire altri dèi! Poiché è il Signore, nostro Dio, che ha fatto salire noi e i padri nostri dalla terra d’Egitto…”

La risposta non è di individui isolati ma di un popolo che dicendo ‘noi’ scopre che la sua identità trova radice in un rapporto vivente. Il Dio dell’esodo è presenza di ascolto, di vicinanza, di compassione, un Tu che ha camminato e accompagnato il faticoso cammino verso la libertà.  In questa storia di liberazione Dio è il primo protagonista. Conseguenza di servire a lui sarà anche quella di assumere una responsabilità di liberazione per tutti i popoli. Il passaggio dell’assemblea di Sichem è scelta di affidamento e di servire il Signore, il Dio santo, il Dio geloso. Egli è un Tu vivente, che ha manifestato la sua vicinanza nella storia.

La pagina del vangelo di Giovanni è conclusione del lungo capitolo 6 sul segno del pane. Le parole di Gesù lasciano interdetti, il suo linguaggio è duro. Il dono del pane se da un lato risponde alle attese e alla fame delle persone, d’altra parte rinvia anche ad un rapporto con lui che va oltre le attese, si fa esigenza di affidamento, di condivisione di vita, di seguirlo  attuando le scelte proprie del suo cammino. E Gesù si scontra con la durezza nell’aprirsi alla sua parola, con l’incredulità nei suoi confronti.

“È lo Spirito che dà la vita, la carne non giova a nulla; le parole che io vi ho detto sono spirito e sono vita”. Gesù chiede ai suoi discepoli di passare ad un modo di conoscere nuovo affidandosi allo Spirito. Non è questione di capacità e di sforzo umano ma disponibilità ad accogliere un dono che viene da Dio, lo Spirito, che trasforma: significa rinascere dall’alto, lasciarsi cambiare per intendere le cose e la vita non secondo le forze e l’intelligenza umana, ma affidandosi alle parole di Gesù. Lo Spirito è dono per vivere in tale orizzonte: “lo Spirito santo, che il Padre manderà nel mio nome, egli vi insegnerà ogni cosa e vi ricorderà tutto quello che io vi ho detto” (Gv 14,26)

La parola di Gesù rinvia al segno del pane, come dono della sua vita donata per tutti. Di fronte a queste parole anche i suoi più vicini cambiano atteggiamento: “Da quel momento molti dei suoi discepoli tornarono indietro e non andavano più con lui. Disse allora Gesù ai Dodici: «Volete andarvene anche voi?». Gli rispose Simon Pietro: «Signore, da chi andremo? Tu hai parole di vita eterna”. Nelle parole di Pietro è racchiuso l’atteggiamento del credere come affidamento alle parole di Gesù, abbandono allo Spirito, e scorgono il tesoro della relazione con Gesù. Pietro si fa voce della scelta e dell’orientamento die discepoli: “noi abbiamo creduto e conosciuto che tu sei il Santo di Dio». Nell’incontro con lui si apre la luce di un orizzonte nuovo per la vita, un senso profondo che non è solo attesa di un aldilà futuro: le parole di vita eterna che Pietro riconosce a Gesù aprono un nuovo modo di vivere sin dal presente nel condividere i suoi passi.

Alessandro Cortesi op

Siate sottomessi gli uni agli altri

La coincidenza tra l’annuncio della morte di Gino Strada e le notizie che giungono dall’Afghanistan è un dato su cui sostare. Dopo vent’anni, l’esito fallimentare di una guerra che ha prodotto cinque milioni di sfollati nel Paese, 241 mila morti, di cui circa 29 mila bambini, con una spesa per le armi con cifre inimmaginabili appare davanti agli occhi del mondo. La pretesa di ‘esportare la democrazia’ con i mezzi delle armi, ma di fatto coltivando solamente i propri interessi si sta sgretolando come una enorme costruzione di sabbia. La fuga da Kabul degli americani è esito di accordi siglati da tempo con i talebani e condotti senza considerazione della vita della popolazione che dimostra un fallimento non solo della logica della guerra ma anche l’ipocrisia di progetti di dominio che si infrangono nel pantano della corruzione da essi stessi generata.

“Non mi sorprende questa situazione, come non dovrebbe sorprendere nessuno che abbia una discreta conoscenza dell’Afghanistan o almeno buona memoria. Mi sembra che manchino – meglio: che siano sempre mancate – entrambe” (Gino Strada, Così ho visto morire Kabul, La Stampa 13 agosto 2021).

L’ultimo articolo scritto da Gino Strada è una triste riflessione che si accompagna, con il suo stile, ad una lucida analisi nella memoria – e a tal proposito ricorda come “Il 7 novembre 2001, il 92 per cento circa dei parlamentari italiani approvò una risoluzione a favore della guerra. Chi allora si opponeva alla partecipazione dell’Italia alla missione militare, contraria alla Costituzione oltre che a qualunque logica, veniva accusato pubblicamente di essere un traditore dell’Occidente, un amico dei terroristi, un’anima bella nel migliore dei casi” – e nella denuncia: “Le grandi industrie di armi ringraziano: alla fine sono solo loro a trarre un bilancio positivo da questa guerra. Se quel fiume di denaro fosse andato all’Afghanistan, adesso il Paese sarebbe una grande Svizzera. E peraltro, alla fine, forse gli occidentali sarebbero riusciti ad averne così un qualche controllo, mentre ora sono costretti a fuggire con la coda fra le gambe” (Gino Strada, Così ho visto morire Kabul, La Stampa 13 agosto 2021).

E’ riflessione da parte di chi ha condotto fino in fondo la scelta di stare accanto alle vittime e di soccorrere chi ha bisogno di cura, contrastando con l’inermità delle cure mediche il dolore e le ferite portate dalle guerre.

La sua morte, proprio nei giorni in cui si assiste allo sfaldarsi di un progetto di guerra durato vent’anni, è segno di una testimonianza capace di guardare oltre e di suggerire altre vie, in deciso contrasto con la logica del dominio con mezzi militari e nella chiara determinazione a spendere la vita nel soccorrere le vittime della violenza umana. 

“Cosa ci ha trasmesso la luminosa vicenda terrena di Gino Strada? Una consapevolezza che ha nutrito il nostro rapporto facendoci vivere anche momenti d’intensa condivisione. La consapevolezza che il male e l’ingiustizia si nutrono di passività, indifferenza, irresponsabilità. Che il male prospera laddove le coscienze sono troppo quiete o distratte” (Luigi Ciotti, Da sempre contro ogni ingiustizia, La Stampa 14 agosto 2021).

Alessandro Cortesi op

Assunzione di Maria – anno B – 2021

Ap 11,19-; 12,1-6.10; 1Cor 15,20-26; Lc 1,39-56

“Cristo è risorto dai morti, primizia di coloro che sono morti”. Paolo richiama la bella notizia comunicata alla comunità. E’ il vangelo da lui stesso ricevuto, annuncio essenziale della fede cristiana: Il Cristo risorto è il medesimo Gesù che ha vissuto la passione ed è morto sulla croce. Credere è radicarsi nell’incontro con il profeta di Galilea passato in mezzo a noi, nella sua storia e sorge il mattino di Pasqua quando la testimonianza delle donne apre ad un orizzonte al di là della storia: credere in Gesù Cristo è vederlo in modo nuovo come il Vivente che ha vinto la morte. L’evento della risurrezione è inscindibilmente legato alla morte, e di qui a tutta la vita di Gesù, al suo progetto testimoniato fino alla fine.

La risurrezione non è ritorno alla vita di prima e coinvolge ogni donna e uomo (da Adamo). Paolo accosta Cristo ad Adamo e lo indica come ultimo Adamo, compimento del dono di vita nella creazione di Adamo. Tutti siamo simili ad Adamo, tratti dalla terra, fragili, esposti alla morte, e Gesù è ultimo Adamo, immagine più alta a Dio. Possiamo accogliere la somiglianza di Gesù: “Come siamo simili all’uomo tratto dalla terra, così allora saremo simili a colui che è venuto dal cielo” (1Cor 15,47-49)

Maria è partecipe dell’umanità che ha in Adamo la sua origine ed è assunta nella vita della risurrezione, segno di consolazione e di speranza per tutti. Cristo è come la primizia nella primavera della storia, inizio di un grande raccolto e la sua risurrezione coinvolgerà tutta l’umanità: “come tutti gli uomini muoiono per la loro unione con Adamo, così tutti risusciteranno per la loro unione a Cristo. Ma ciascuno nel suo ordine. Prima Cristo che è la primizia, poi, quando Cristo tornerà, quelli che gli appartengono” (1Cor 15,23). Maria è, accanto a Cristo, primizia della nostra risurrezione.

Maria ha saputo leggere la presenza dell’azione di Dio nella sua storia. Ha risposto credendo alle chiamate di Dio nella sua vita. La sua esperienza ci dice che la vita nella condizione dei risorti inizia nell’ascolto che ci fa seguire la Parola di Dio ogni giorno nella vita. Tutta la sua esperienza è segnata da due dimensioni: la grazia che sperimenta come sguardo dell’amore di Dio per lei, e il servizio come risposta di donna coraggiosa e forte. E’ una dei poveri di Jahwè e guarda la storia dalla parte di chi è debole. Maria si è lasciata toccare dallo sguardo di amore di Dio per lei: “Ha guardato l’umiltà della sua serva” e ha vissuto la sua vita nella logica della risurrezione: “si alzò e andò in fretta verso la regione montuosa in una città di Giuda”. In questo ‘alzarsi’ è racchiuso il senso profondo della sua vita’ ed è un alzarsi che la reca a rendersi disponibile nel servizio presso Elisabetta, la conduce a guardare il bisogno dell’altro e a mettersi in cammino, per scoprire nell’incontro la benedizione di Dio e la potenza dello Spirito. E’ una indicazione di come poter sperimentare sin d’ora come vivere nell’orizzonte della risurrezione.

Alessandro Cortesi op

In alto insieme

Citius, altius, fortius è il motto delle olimpiadi: avverbi che fanno cogliere il fascino della dimensione agonistica propria dello sport, la gara nel misurarsi con altri, la tensione a superare il proprio limite, la fatica nell’esprimere il gesto atletico più armonico o preciso, lo spirito di squadra che conduce a sopravanzare gli avversari. E’ un di più che orienta a vincere e primeggiare osservando le regole e i caratteri propri di ogni disciplina e tuttavia va tenuto insieme al primato del partecipare secondo l’ideale delle olimpiadi moderne affermato da De Coubertin. Ma è forse da ricordare come il motto possa essere capovolto con indicazione diversa: lentius, pofundius, suavius… Da pochi giorni si concluse le olimpiadi del Giappone segnate dalla pandemia e rinviate di un anno. Nei giochi di quest’anno si sono presentate alcune storie che hanno rivelato aspetti dell’umanità che ha popolato le gare e le sfide, storie che conducono a guardare le olimpiadi anche da altri punti di vista non solo secondo la logica della competizione, ma secondo la linea dell’attenzione a chi soffre e nell’orizzonte del vincere insieme.  

Yusra Mardini è atleta proveniente dalla Siria. E’ una degli 80 milioni di rifugiati nel mondo. Alle olimpiadi ha partecipato anche una delegazione di atleti rifugiati che con la loro presenza hanno ricordato al mondo la sofferenza di tanti. Nuotava in piscina a Damasco con la sua sorella più piccola e quando una bomba cadde nelle vicinanze. Maturò la decisione di lasciare il paese e si trovò ancora a nuotare per trascinare il gommone per 9 persone su cui nella notte erano saliti in venti. Yusra con la sorella Sara ora vive in Germania e non nuota più sotto le bombe ma è giunta a partecipare alle olimpiadi. Come lei la ciclista Masomah Ali Zada originaria dell’Afghanistan e rifugiata anche lei di etnia hazara a causa della persecuzione attuata dai talebani nel suo paese e costretta a vivere in esilio. 

Nel giorno in cui la staffetta italiana ha vinto on una corsa storica la 4×100 la mamma di Eseosa (Fausto) Desalu, uno dei quattro velocisti, invitata ad una trasmissione televisiva si è scusata di non poter partecipare dicendo: “Mi scuso per non poter essere in trasmissione ma io lavoro come badante e evo seguire una persona anziana. Ho cresciuto mio figlio da sola, venendo dalla Nigeria in Italia e non parlando una parola di italiano…”.

Quan Hongchan 14enne cinese ha vinto la medaglia d’oro nei tuffi: proviene da una famiglia di contadini  la madre è malata e necessita di cure continue. Proprio il desiderio di poter essere d’aiuto alla mamma malata è stata la molla che l’ha condotta a sostenere la fatica degli allenamenti e di emergere nei tuffi dalla piattaforma di 10 metri. Desiderava infatti poter sostenere gli ingenti costi delle cure della mamma.

Theodoros Iakovidis atleta greco al termine delle gare in cui è stato impegnato ha parlato delle condizioni di difficoltà in cui si trovano gli atleti greci che non possono nemmeno permettersi terapie dai fisioterapisti. Il 35 % della popolazione in Grecia è sulla soglia della povertà e questo atleta ha reso visibile nelle sue lacrime le condizioni di indigenza di questo paese.

Toccante è anche la vicenda di due atleti campioni nella lotta libera, tra cui Arthur Naifonov, uno dei settecento bambini che furono ostaggio nell’azione terroristica nella scuola di Beslan tra il 1 e il 3 settembre 2004. In quell’occasione sua madre morì per difendere il figlio. Sopravvissuto alla strage ha saputo porre impegno sino a divenire campioni nella lotta libera a partire dall’orrore di quell’evento sanguinoso. Un altro bambino della scuola, Zaurbek Sidakov, che quel giorno si salvò perché era rimasto a casa è un altro campione della lotta alle olimpiadi. Egli ha dichiarato i suoi pensieri negli anni: “se mai dovessi ottenere una grande vittoria, la dedicherò a tutti coloro che hanno sofferto a Beslan”

Trovo infine una tra le immagini più emblematiche e cariche di significato di queste olimpiadi nell’abbraccio che ha visto insieme Gianmarco Tamberi e il qatariota Mutaz Essa Barshim, atleti del salto in alto. Al termine di una intensa gara conclusa in parità, al giudice che stava proponendo ai due atleti di procedere ad una ulteriore sfida per determinare il vincitore, Mutaz Essa Barshim, campione del Qatar, ha chiesto: ‘è possibile avere due ori?’ ed alla risposta positiva del giudice è scoppiata la gioia incontenibile di entrambi. Così sulla pedana della premiazione, al suono degli inni nazionali si è assistito allo scambio delle medaglie tra i due, insieme campioni, non l’uno senza l’altro, insieme premiati con l’oro dell’amicizia.

Nel programma ‘Notti magiche’ in collegamento con il TG3 la giornalista Giovanna Botteri ha espresso forse meglio di altri alcune chiavi di lettura che aiutano a leggere ciò che sta dietro ai risultati di tanti atleti italiani: ““È bellissima soprattutto l’immagine degli atleti Italiani che vincono. L’Italia che ha vinto è un’Italia che rimanda un’immagine di lavoro, di lacrime, di sofferenza, di fatica. (…) In questo momento in cui l’Italia si affaccia in un periodo difficile, la pandemia non è finita, bisogna ricostruire il Paese, questo è un grande messaggio che arriva: possiamo farcela, abbiamo tutto per farcela, nonostante tutte le lacrime e i sacrifici. Perché l’Italia che vince non è quella degli splendidi e dei meravigliosi, è l’Italia dei figli delle badanti, di quello che si ammala di Covid e di quella che continua nel garage a fare le prove. L’Italia quella vera, che magari si vede di meno ma nelle occasioni che contano”.

Il messaggio di Maria che si alza per andare incontro ad Elisabetta, che scopre il volto di Dio come colui che ‘ha guardato l’umiltà della sua serva’, che abbassa i potenti dai troni e innalza gli umili è in certo modo il messaggio che si è reso presente in alcune storie di queste olimpiadi, storie di una umanità plurale tesa a vivere non solo la competizione che fa andare più veloce e più in alto, ma che sperimenta la nostalgia di salvarsi insieme agli altri.

Alessandro Cortesi op

XIX domenica tempo ordinario – anno B – 2021

1 Re 19,4-8; Ef 4,30-5,2; Gv 6,41-51

“Elia, impaurito … si inoltrò nel deserto per una giornata di cammino e andò a sedersi sotto un ginepro. Desideroso di morire disse: ‘ora basta, Signore! Prendi la mia vita…”

Elia è profeta che ha risposto alla chiamata di Dio e per questo si è scontrato non solo con i poteri religiosi, i profeti di Baal (1Re 18,40) ma anche con il potere politico: la regina Gezabele infatti lo fa ricercare per ucciderlo.

In fuga nel deserto Elia vive la solitudine fino a dire ‘basta Signore, ora è troppo’: in lui si riflette  l’esperienza di chi ha posto la sua vita nelle mani di Dio e si scontra con le difficoltà e le persecuzioni. Il cammino di Elia ripercorre quello di Mosè che aveva vissuto nel deserto n solitudine nella sua fuga , poi alla guida del popolo aveva attraversato ancora un altro deserto. Ora Elia, nel deserto e nella solitudine, ripercorre i passi di quel cammino.

Proprio in questo momento scopre che un messaggero, un angelo, lo invita a prendere e mangiare: pane e acqua. Sono i segni di una vicinanza di Dio che non abbandona mai i suoi servi. Ed è nutrimento che permette di andare avanti. E’ così accompagnato, lui profeta, a scoprire la presenza di Dio vicino in modo nuovo. Elia potrà fare questo cammino solamente con la forza di quel pane e acqua, doni inattesi.

Nel capitolo 6 del IV vangelo strutturato attorno al segno del pane sono descritte due reazioni. I ‘giudei’ (nel IV vangelo figura simbolica di chi si pone di fronte a Gesù nel rifiuto) mormorano perché conoscono Gesù e la sua provenienza e così dicono la loro ostilità perché ha detto  “io sono il pane disceso dal cielo”.

L’atteggiamento di Gesù è diverso, parla del Padre ed invita a credere. I giudei  non accettano che Dio possa esser vicino. Gesù propone loro di lasciarsi attirare dal Padre e di aprirsi ad accogliere un volto di Dio sorprendente, che scardina i nostri schemi. L’incontro con Dio si rende possibile nell’incontro con lui, nel lasciarsi nutrire da lui: “Io sono il pane vivo”. Pane vivente è un’esistenza spezzata e condivisa che esprime la vita di Dio. Gesù propone non un nutrimento materiale ma il pane quale segno della sua stessa vita per la vita di tutti. “I vostri padri hanno mangiato la manna nel deserto e sono morti; questo è il pane che discende dal cielo, perché chi ne mangia non muoia. Io sono il pane vivo, disceso dal cielo. Se uno mangia di questo pane vivrà in eterno e il pane che io darò è la mia carne per la vita del mondo”.

E’ qui utilizzato il termine ‘carne’ (sarx) che faceva riferimento alla carne degli animali macellati, alla dimensione più fragile del corpo umano. Nel IV vangelo questo termine è presente nel prologo: ‘e il Verbo si fece carne e pose la sua tenda in mezzo a noi’. Indica la presenza di Dio vicino, capace di condividere la totalità della vita in tutte le sue dimensioni. Gesù rivela il volto di un Dio che prende su di sé tutto l’umano. Il dono del pane, carne di Cristo consegnata per la vita del mondo,  è continuazione del mistero dell’incontro tra Dio e l’uomo (l’incarnazione) ed è vita donata di Gesù, uomo per gli altri.

Alessandro Cortesi op

Un pane per vivere

C’è una contrapposizione tra il mangiare la manna e poi morire e mangiare il pane della vita per vivere. Il messaggio di Gesù e la sua vita sono per la vita di tutti.

In tempo di pandemia si è sviluppato un dibattito che vede poste a tema le questioni della libertà, della vita, della responsabilità verso se stessi e verso gli altri. C’è chi ha sottovalutato e addirittura negato la letalità del virus che dal dicembre 2019 si è peraltro diffuso in tutta la popolazione mondiale producendo sofferenze e morti, impoverimento e difficoltà economiche ed in certe aree del mondo situazioni disastrose per la mancanza di adeguata assistenza sanitaria e per decisioni politiche che non hanno provveduto a misure di contenimento del contagio ed hanno causato milioni di morti: si pensi al caso dell’Amazzonia e del Brasile e dell’India.

In particolare da quando sono stati resi possibili i vaccini un dibattito si è acceso tra coloro che nutrono opposizioni e dubbi sull’obbligo di vaccinarsi e coloro che per contro ritengono sia grave responsabilità comune assumere il vaccino in vista di difendere la salute propria e quella degli altri.

Un autorevole filosofo italiano Giorgio Agamben da quando è scoppiata la pandemia ha espresso una riflessione che egli collega al suo approfondimento sulla nuda vita:

in un intervento del 16 aprile 2021 (nel suo blog Quodlibet) scriveva: “Più volte nei miei interventi precedenti ho evocato la figura della nuda vita. Mi sembra infatti che l’epidemia mostri al di là di ogni possibile dubbio che l’umanità non crede più in nulla se non nella nuda esistenza da preservare come tale a qualsiasi prezzo. La religione cristiana con le sue opere di amore e di misericordia e con la sua fede fino al martirio, l’ideologia politica con la sua incondizionata solidarietà, perfino la fiducia nel lavoro e nel denaro sembrano passare in second’ordine non appena la nuda vita viene minacciata, seppure nella forma di un rischio la cui entità statistica è labile e volutamente indeterminata”. Tali valutazioni basate su un giudizio di un rischio labile e indeterminato si sono rivelate assai deboli. Più recentemente ha espresso posizioni estremamente critiche sull’obbligo di vaccinare le persone delineando il rischio di una dittatura sanitaria: egli scorge come lo stato d’eccezione con cui è stata affrontata dai governi la pandemia ha costituito il momento di privazione di libertà fondamentali e quindi di sospensione della vita democratica (A che punto siamo? Pandemia e politica, Quodlibet 2020). A queste tesi ha manifestato il suo assenso Massimo Cacciari in recenti interventi sottoscrivendo un comune appello dal titolo A proposito del decreto sul green pass in cui criticando l’introduzione del certificato di vaccinazione per consentire l’accesso ad ambienti di vita pubblica e ai luoghi di lavoro scrivono: “Guai se il vaccino si trasforma in una sorta di simbolo politico-religioso. Ciò non solo rappresenterebbe una deriva anti-democratica intollerabile, ma contrasterebbe con la stessa evidenza scientifica”.

La preoccupazione alla base di tali posizioni – che pur risentono di una insufficiente considerazione di quanto proviene da una verifica della comunità scientifica – sta nel venir meno di garanzie democratiche e di non discriminazione dei cittadini che sono proprie dei sistemi democratici: la loro presa di parola è orientata a contrastare fenomeni di tipo dittatoriale nella realtà attuale.

Queste prese di posizione hanno suscitato un dibattito in cui anche altri filosofi sono intervenuti in modo critico e con tesi diverse: ricordo la lucida sottolineatura di Donatella Di Cesare su L’Espresso di domenica 1 agosto (Cari Agamben e Cacciari pensiamo a chi non è protetto, “L’Espresso”, 1 agosto 2021): “Dove sarebbe la discriminazione? In che modo si produrrebbero cittadini di seconda classe? Lo spazio pubblico è attraversato oggi da gravi discriminazioni; sono molte e molti coloro che, condannati a non avere voce, a restare ai margini, sono consegnati all’invisibilità. Verso questi ultimi, senza protezione, esposti a tutto, privi di vaccino, dovrebbe rivolgersi la nostra attenzione. Non a chi dallo spazio pubblico si autoesclude rispondendo con un “no” riottoso a quel richiamo alla responsabilità che è il green pass”.

Nel suo intervento in un rapido accenno pone a confronto le due posizioni che oggi si confrontano spesso senza assumere un atteggiamento di ricerca e di consapevolezza della complessità, ma nell’opposizione di tesi avverse e contraddittorie: “sono deleterie le due derive opposte: quella del complottista credulone che scorge ovunque il piano di Bigpharma, e quella dello scientista saccente e altezzoso, convinto di avere in tasca la verità assoluta”.

E’ deleteria questa contrapposizione tra una concezione positivista della scienza che non tiene conto del limite e dell’incertezza, e per contro di chi non da alcun credito alla competenza ed ai processi di verifica nella comunità scientifica e della comunità civile. Tale attitudine di tifoserie da stadio è un elemento da superare nel contesto attuale ma soprattutto penso sia indebita l’affermazione di una discriminazione nei confronti di chi non intende assumere responsabilità nei confronti della vita degli altri. Oggi sarebbe da porre peraltro attenzione a quelle derive in atto della tenuta democratica del Paese che sono presenti in modo assai evidente nella discriminazione nei confronti di tutti gli invisibili (migranti, lavoratori sfruttati, emarginati delle città…).

Peraltro la decisione di assumere il vaccino può essere vista come assunzione di responsabilità che tiene insieme esigenza di affermazione di una libertà che richiede di tener conto dell’esistenza degli altri  e quindi si attua nei termini di responsabilità. E’ questa forse una delle lezioni da accogliere dalla pandemia quale evento che ha coinvolto l’intera popolazione mondiale. E peraltro ritengo che le energie della società civile potrebbero e dovrebbero essere indirizzate in questo momento non tanto per rivendicare una libertà senza limiti, ma in una lotta di solidarietà perché siano tolti i brevetti dei vaccini da parte delle multinazionali farmaceutiche e siano forniti i vaccini soprattutto ai paesi poveri che non hanno ancora potuto fornire vaccinazioni a livello diffuso. 

In tal senso trovo puntuali le sottolineature di Nadia Urbinati (La nostra libertà non è assoluta: per avere senso ha bisogno degli altri, “Domani” 31 luglio 2021) che leggendo lo sviluppo di quella che è stata indicata come la civiltà dei diritti, in cui noi ci troviamo a vivere godendo di conquiste dovute alle sofferenze di tanti, evidenzia come la conquista progressiva di diritti ha aperto l’orizzonte di consapevolezza degli obblighi relativi alla pratica di ogni diritto e ha ricordato come in particolare la Costituzione italiana tenga ben presente nella sua articolazione tale dinamismo che pone limite al ‘fare quello che mi piace’:    “Coloro che identificano il green pass con il dispotismo securitario e la discriminazione nei confronti di coloro che sono contrari alla vaccinazione ci hanno come svegliato da un sonno dogmatico. Ci han fatto vedere quel che in condizione di ordinaria vita civile non vediamo: che la libertà non è mai una dichiarazione di assolutezza, anche quando proclamata nel nome di diritti fondamentali; che, infine, i diritti hanno un necessario contraltare di obblighi legali e di doveri morali. Riposano per la loro efficacia sulla nostra individuale responsabilità, per cui averli proclamati nei codici non è bastante a renderli forti ed efficaci.La pandemia ci fa comprendere quel che tendiamo a dimenticare: che chi sta fuori da ogni relazione umana non è né libero né non libero (non è giudicabile moralmente) e non ha quindi bisogno di diritti. La libertà vuole gli altri per essere e avere un senso”.

Il richiamo a alcuni principi costituzionali può essere occasione di riscoperta di quanto Dante esprimeva ponendo in bocca di Marco Lombardo l’espressione ‘Liberi soggiacete” (Purg XIII).  Non esiste una libertà illimitata e priva della considerazione del riferimento ad un’alterità che si fa sempre appello che chiede risposta e assunzione di un peso. Sarebbe un mangiare per morire, quando invece siamo chiamati a mangiare per vivere e vivere insieme. Ancora Nadia Urbinati:  

“Riandare ai principi ci aiuta a criticare atteggiamenti e idee a sostegno di una libertà assoluta e indifferente a quel che sta oltre il desiderio e il volere del singolo, secondo l’assunto che “fare quel che ci piace” sia un fare senza limiti. Ma la libertà assoluta è un ossimoro e il diritto che la protegge ne è la conferma. Il diritto si cura di dirci se e quando le nostre scelte sono dannose agli altri, e legittima lo stato a intervenire. Il green pass è questo intervento. Non discrimina, ma indica una condizione grazie alla quale possiamo scegliere di fare o non fare qualcosa.”

 Alessandro Cortesi op

XVIII domenica tempo ordinario – anno B – 2021

Es 16,2-15; Sal 77; Ef 4,17-24; Gv 6,24-35

‘E’ il pane che il Signore vi ha dato in cibo’. Mosè riconosce nel segno della manna un intervento del Signore. La manna è la risposta da parte di Dio al lamento del popolo, deluso e stanco nel cammino del deserto. La fame spinge a rimpiangere addirittura la situazione della schiavitù, purché il cibo sia assicurato. Così il popolo ‘mormora’, vive ribellione e sospetto contro un Dio che l’ha condotto nella condizione insopportabile del deserto. E’ disposto a rinunciare la libertà per saziare la fame. Le quaglie  e la manna provengono dall’iniziativa di Dio: sono sì un dono, ma anche una sfida per riconoscerlo come unico Signore. La mormorazione è espressione dell’idolatria che dimentica la signoria di Dio e l’orizzonte dell’alleanza: è rinuncia ad affidarsi e anziché riconoscere il Dio vicino, cercare altre fonti di sicurezza. La manna è offerta quale segno di fronte alla ribellione, un segno che indica di scorgere la provvidenza di Dio che non dimentica il suo popolo: potrà essere raccolta solamente per la razione di un giorno. E la manna è cibo per camminare, per continuare un viaggio che è iniziato come dono di liberazione e continua. Il cammino potrà aprirsi unicamente nell’affidamento al Dio vicino sorgente di ogni bene.

Il capitolo 6 del IV vangelo riprende il segno dei pani. Gesù osserva: “voi mi cercate non perché avete visto dei segni, ma perché avete mangiato di quei pani e vi siete saziati. Procuratevi non il cibo che perisce, ma quello che dura per la vita eterna, e che il Figlio dell’uomo vi darà” (Gv 6,26-27) E’ un invito ad interrogarsi sulla ricerca: Gesù critica una ricerca finalizzata ai propri bisogni e orienta a superare le attese immediate per aprirsi ad una ricerca più profonda: il segno dei pani distribuiti rinvia alla sua stessa vita. E per questo chiede di affidarsi a lui. “Che cosa dobbiamo fare per compiere le opere di Dio?’ Gesù rispose: ‘Questa è l’opera di Dio: credere in colui che egli ha mandato’” (Gv 6,28-29).

Il segno del pane ricorda il dono della manna nel deserto.  “In verità, in verità vi dico: non Mosè vi ha dato il pane dal cielo, ma il Padre mio vi dà il pane dal cielo, quello vero; il pane di Dio è colui che discende dal cielo e dà la vita al mondo” (Gv 6,2-33)

La vita intera di Gesù si riassume nel ‘darsi’. Viene così suggerito un cammino del credere: è innanzitutto accogliere Gesù e riconoscere in lui l’inviato del Padre. La manna è segno per indicare un percorso di fede. Gesù ora presenta se stesso come pane, nutrimento che dona senso all’esistenza ed apre a nuovo cammino.

Alessandro Cortesi op

Contro la fame

Il segno dei pani ricorda come Gesù sia attento alle esigenze concrete delle persone, come il suo agire sappia essere ascolto del grido di sofferenza che sorge dalla ferita che trafigge l’esistenza. Il suo sguardo non si posa su casi da affrontare con distacco, ma si lascia toccare dall’unicità delle persone, con le loro fatiche, le loro attese e speranze. Si lascia interrogare dai volti. Alla fame e al bisogno di pane Gesù risponde facendo in modo che vi sia pane per tutti e suggerisce come nel distribuire, nel condividere quel poco che c’è, si può attuare un processo nuovo, che conduce ad una sovrabbondanza inattesa.

Ma anche il suo ritrarsi e il suo fuggire perché volevano farlo re indica qualcosa d’importante: Gesù non vuole assecondare una ricerca che rinserra la vita nell’interesse immediato. Contrasta tutto ciò che rinchiude la vita entro gabbie che non le consentono apertura a dimensioni profonde. C’è la fame di pane, ma ci sono anche altre fami a cui dare ascolto. C’è la fame di nutrimento ma la vita non può essere nutrita solo di cibi o di cose. C’è un vuoto che va accolto e rinvia alla fame di libertà, di amore, di relazioni autentiche, di bellezza, di rapporti di giustizia tra le persone e i popoli, di pace.

La pretesa di una felicità che sta solamente nell’avere e nel consumare è grande illusione. Lo ricordava Herbert Marcuse – di cui ricorre in questi giorni il 40 anniversario dalla morte – nella sua opera “L’uomo a una dimensione”, del 1964. Il modello sociale prodotto dall’industrializzazione che pretende di assorbire ogni aspetto della vita umana la riduce al solo bisogno di avere e di consumare senza alcuna apertura ad una libertà che è il l’anelito più profondo del cammino umano. Si acconsente così a divenire vittime di una repressione che mantiene la vita nell’unica dimensione del consumo e della sola possibilità di scegliere oggetti doversi da consumare.

L’attenzione alla fame che ancora segna la vita di gran parte dell’umanità e l’impegno a ricordare le tante dimensioni della vita umana con tante attese e fami apre all’esigenza di un cambiamento radicale del modo di vivere.

Ricorda papa Francesco: “Questa pandemia ci ha posti di fronte alle ingiustizie sistemiche che minano la nostra unità come famiglia umana. I nostri fratelli e sorelle più poveri, e la Terra, la nostra Casa Comune che «protesta per il male che le provochiamo, a causa dell’uso irresponsabile e dell’abuso dei beni che Dio ha posto in lei», esigono un cambiamento radicale. Sviluppiamo nuove tecnologie con le quali possiamo accrescere la capacità del pianeta di dare frutti, e tuttavia continuiamo a sfruttare la natura al punto di renderla sterile, ampliando così non solo i deserti esteriori ma anche i deserti spirituali interiori. Produciamo alimenti sufficienti per tutte le persone, ma molte restano senza il loro pane quotidiano. Ciò «costituisce un vero scandalo», un crimine che viola diritti umani fondamentali. Pertanto, è dovere di tutti estirpare questa ingiustizia mediante azioni concrete e buone pratiche, e attraverso politiche locali e internazionali audaci” (messaggio al pre-summit sul Food System Summit 2021, 26 luglio 2021.

Alessandro Cortesi op

XVII domenica tempo ordinario – anno B – 2021

2Re 4,42-44; Ef 4,1-6; Gv 6,1-15

Il profeta Eliseo di fronte  ad una offerta di primizie recate a lui come uomo di Dio invita a compiere una distribuzione nel dare pani alla gente. «Dallo da mangiare alla gente. Poiché così dice il Signore: “Ne mangeranno e ne faranno avanzare”». I venti pani d’orzo e grano novello, cibo dei poveri, sono distribuiti ad un gran numero di persone e per tutti ce n’è a sufficienza: non solo tutti poterono mangiare ma i pani distribuiti sono sovrabbondanti e ne avanzano, secondo la promessa del Signore. La parola del profeta lascia spazio al compiersi di quello che vuole il Signore: pochi pani sono poca cosa eppure il dono, il metterli a disposizione sfama tanta gente. Quel poco rivela nell’essere distribuito una sorprendente abbondanza.

L’intero capitolo 6 del IV vangelo si svolge attorno al segno dei pani. Gesù compie segni sugli infermi, segni che indicano un mondo nuovo, la cura perché chi soffre abbia vita. E c’è una gran folla. Gesù è preoccupato di dare da mangiare: è attenzione concreta, immediata, risonde ad una attea e ad una fame che sa leggere in quei volti davanti a lui. «Dove potremo comprare il pane perché costoro abbiano da mangiare?» Filippo si fa portavoce del dubbio di poter sfamare tante persone anche andando a comprare il pane:  la folla è immensa – sono indicate cinquemila persone – e il denaro non basta. Ma c’è un piccolo gesto che interrompe una situazione senza speranza. E’ la disponibilità di un ragazzo: cinque pani e due peci che vengono messi a disposizione. “Gli disse allora uno dei suoi discepoli, Andrea, fratello di Simon Pietro: «C’è qui un ragazzo che ha cinque pani d’orzo e due pesci; ma che cos’è questo per tanta gente?». Andrea scorge l’insignificanza e la pochezza di quei pani e dei pesci. Ma quel gesto di donoè accolto e continuato da Gesù che apre spazio ad una distribuzione senza limiti. “Gesù prese i pani e, dopo aver reso grazie, li diede a quelli che erano seduti, e lo stesso fece dei pesci, quanto ne volevano”. Lui stesso comincia a distribuirli. Attorno ai tre gesti del prendere, ringraziare, dare si genera l’impossibile, l’inatteso. Quel poco diviene corrente inestinguibile che viene incontro alla fame di tutti. Dall’accoglienza, nel ringraziamento, nella condivisione di un dare senza riserve e senza trattenere sorge una realtà nuova. 

Il racconto di questa distribuzione porta a scorgere quell’esperienza così presente nella vita di Gesù, il mangiare insieme con gli altri: un pasto comune diviene oggetto di una lettura che lo rende un racconto di segno con riferimenti rilevanti alla cena eucaristica, e ai gesti di Elia e di Eliseo.

Il IV vangelo presenta infatti l’episodio dei pani in un luogo distante dai centri abitati e lo colloca temporalmente in riferimento alla Pasqua vicina.  Sono allusioni all’episodio della manna e delle quaglie nel deserto (Es 16; Num 11) e alla figura del profeta atteso come Mosé che avrebbe rinnovato il miracolo della manna.

Gesù stesso distribuisce il pane ed invita a raccogliere quanto è avanzato perché nulla vada perduto. I canestri in cui vengono raccolti i pani avanzati sono dodici, un numero che si riferisce alle dodici tribù del popolo d’Israele orientato a comprendere  l’intera umanità.

Di fronte al segno dei pani però da parte della folla sorge un’incomprensione: riconoscono in Gesù un profeta e vogliono prenderlo per farlo re: “Ma Gesù, sapendo che stavano per venire a prenderlo per farlo re, si ritirò sulla montagna tutto solo”. Gesù prende le distanze da una ricerca di un messia che corrisponde ai bisogni ed è visto come soluzione ai problemi immediati.

Il segno dei pani è richiamo esigente ad un modo nuovo di vivere nella linea della condivisone della distribuzione. Gesù stesso nel gesto di distribuire i pani manifesta il suo volto. E’ lui stesso pane della vita (Gv 6,35): “Io sono il pane della vita: chi viene a me non avrà più fame e chi crede in me non avrà più sete”.

Alessandro Cortesi op

Pane e fame

Un recente rapporto di Oxfam riporta i dati sulla fame nel mondo in questo nostro tempo. A distanza di un anno mezzo dall’inizio della pandemia emerge da questo dossier come si sia verificata una crescita sorprendente del numero di persone che nel mondo vivono nel rischio di una carestia. Sono 155 milioni di persone sulla terra che non hanno una situazione alimentare sicura. Il loro numero è cresciuto di 20 milioni rispetto al 2020.

Il rapporto indica come “il virus della fame” si stia moltiplicando perché le persone che rischiano di morire per la fame sono quasi il doppio di quelle che sono vittime del contagio della pandemia Covid.

Le cause della condizione di fame nel mondo sono sintetizzate in tre ‘C’. La prima è infatti quella dei conflitti. Quasi 100 milioni di persone in 23 paesi della terra si trovano a vivere in regioni in cui sono in atto  conflitti armati e violenza.

Le guerre non sono solo causa della fame ma tra guerra e fame è presente un rapporto di relazione, perché in molti paesi in cui sono presenti conflitti la mancanza di cibo viene utilizzata come un’arma: vengono lasciate popolazioni senza accesso all’acqua e a beni di prima necessità e vengono impediti gli accessi degli aiuti umanitari. 

La seconda causa è la diffusione del Covid-19 e la crisi economica aggravata dalla situazione della pandemia. In molti paesi del mondo è stato interrotto il ciclo della produzione di alimenti tra il 2020 e gli inizi del 2021 e contemporaneamente si è verificato un aumento della disoccupazione a livello globale. Ma anche le disuguaglianze nel poter accedere ai vaccini a causa degli interessi economici delle aziende farmaceutiche e delle politiche egoiste dei Paesi ricchi, sono un fattore che impedisce i processi di uscita dalla miseria per moltissimi.

Una terza causa è la situazione di emergenza climatica in atto alle varie latitudini, che costituisce una tra le principali ragioni che spinge le persone a lasciare la propria terra e la propria casa, costringendole nella condizione di sfollati interni o di rifugiati. Le situazioni di conflitto e di crisi climatiche hanno costretto 48 milioni di persone a fine 2020 a trovarsi nella condizione di sfollati interni. Nel rapporto si legge: “I disastri climatici sono stati i principali responsabili del fatto che quasi 16 milioni di persone in 15 Paesi hanno raggiunto livelli critici di fame” (p.8). Nel cosiddetto “corridoio arido” centroamericano (Guatemala, El Salvador, Honduras e Nicaragua) è registrato un rapporto tra aumento delle vittime per fame e delle situazioni di emergenza alimentare e disastri climatici. Nel 2020 vi sono stati 30 uragani climatici, con un incremento di circa il doppio di fenomeni rispetto all’anno precedente.

Ciononostante le spese militari sono aumentate e a livello globale ha registro un incremento di 51 miliardi di dollari. Si tratta di una cifra esorbitante, che grida scandalo al solo pensiero che equivale a sei volte e mezzo rispetto a quanto richiesto dalle Nazioni Unite per la lotta alla fame a livello globale.

Nel rapporto sono tristemente evidenziate ed elencate le regini della fame più terribile: sono innanzitutto lo Yemen, in cui è in atto da sei anni  un conflitto che ha conseguenze devastanti soprattutto sui bambini che muoiono per  malnutrizione e malattie. Nel Paese oltre 4 milioni di persone sono sfollati interni e vivono nella insicurezza alimentare. Una condizione aggravata da inondazioni e disastri climatici.

In Afghanistan vi è stato un aumento della fame estrema: “Non vi è esempio migliore di un Paese colpito dalle tre C letali: Covid-19, conflitto e crisi climatica. In Afghanistan la seconda ondata del virus, aggravata da un’impennata di violenza a seguito del ritiro delle truppe statunitensi, ha provocato forti perdite economiche, occupazione irregolare, massicci movimenti di sfollati e un forte calo delle rimesse” (p.11).

Vi è poi il Sud Sudan, un paese con età media della popolazione giovanissima, dove l’82 % degli abitanti vive tuttavia in una condizione di estrema povertà e circa 7,2 milioni di persone a rischio di fame. “Nella regione del Sahel Occidentale, comprendente Burkina Faso, Chad, Mali, Mauritania, Niger, Nigeria e Senegal, la curva della fame evidenzia un’impressionante impennata del 67%” (p.12).

In America del Sud è il Venezuela il paese in cui più del 90 % della popolazione non può accedere ad una alimentazione sufficiente. La situazione di crisi economica e l’inflazione crescente hanno generato nel Paese una crisi umanitaria.

Ma accanto a questi Paesi in cui sono in atto situazioni e sofferenze drammatiche di uomini donne e bambini che muoiono per fame, altre regioni si affacciano nella condizione di crisi alimentare: tra di esse il Brasile in cui la pandemia ha avuto diffusione devastante anche per le responsabilità del governo che non ha posto in atto strumenti per fronteggiarla. Da qui la interruzione di attività economiche ed altre disastrose conseguenze per la popolazione.

Anche l’India ha visto milioni di persone dover fronteggiare una drammatica mancanza di cibo e si è registrata la necessità di ridurre l’apporto di cibo per la maggior parte della popolazione. Anche la chiusura delle scuole  in cui milioni di bambini potevano ricevere un pasto quotidiano ha avuto come conseguenza il non poter sfamare questi piccoli.

Così pure il Sudafrica, benché fosse un Paese considerato sicuro inizia ad essere una regione in cui più di 24 milioni di persone soffrono l’insufficienza di cibo.

Lo sguardo a questa realtà nel mondo non può non richiamare ad un’impostazione diversa nelle politiche di produzione e distribuzione del cibo e soprattutto è un richiamo per un radicale cambiamento di stili di vita. In un mondo dove vi sarebbe il cibo per tutti, il fatto che innumerevoli persone soffrono per fame suscita una domanda che dovrebbe condurre ad una lotta innanzitutto contro l’industria e il commercio delle armi che alimentano i conflitti, ad un impegno per promuovere rapporti di solidarietà con i paesi vittime di politiche inique e ingiuste – con abolizione dei brevetti dei vaccini mentre la pandemia continua a diffondersi – e per contrastare i cambiamenti climatici che sono una delle cause di tale situazione. 

Alessandro Cortesi op

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