la parola cresceva

commenti alla Parola della domenica e riflessioni

VI domenica di Pasqua – anno C – 2019

IMG_E4288At 15,1-2.22-29; Apoc 21,10-14.22-23; Gv 14,23-29

“In quei giorni alcuni venuti dalla Giudea, insegnavano ai fratelli questa dottrina: ‘se non vi fate circoncidere secondo l’uso di Mosè non potete essere salvi’. Poiché Paolo e Barnaba si opponevano risolutamente e discutevano animatamente contro costoro, fu stabilito che Paolo e Barnaba e alcuni di loro andassero a Gerusalemme dagli apostoli e dagli anziani per tale questione”.

La questione di cui si tratta riguarda un modo di pensare l’essere discepoli di Cristo. Secondo alcuni era necessario osservare le prescrizioni della legge giudaica: ‘se non fate questo… non siete salvi’. Era questa la posizione di chi rinchiudeva l’annuncio di Gesù nelle forme religiose di una legge. Per contro Paolo vedeva nell’esigere la circoncisione uno svuotamento del messaggio stesso di Cristo. La salvezza è radicalmente dono, non si realizza in base ad un’appartenenza o per l’osservanza di una legge, ma va accolta come evento di grazia di Dio che suscita la fede.

Paolo e Barnaba reagiscono affermando innanzitutto che la salvezza non dipende dall’uomo, da un’osservanza di una legge sia pure religiosa, ma è dono gratuito. Non sono richieste condizioni previe. L’agire di Dio in Cristo è al primo posto, e precede. Tutte le forme religiose rischiano di prendere il posto di questa azione di Dio.

Gesù era rimasto all’interno della tradizione ebraica. A lui non si era posto il problema del venir meno alle prescrizioni della legge. Certamente nei vangeli si trovano tracce dell’affermazione di Gesù che l’uomo è più importante del sabato e la polemica contro un’osservanza che svuota il senso profondo della legge (Mc 7,8-13.20-21).  Compaiono anche  alcune figure di pagani: Gesù risponde all’insistenza delle loro richieste riconoscendone la fede – come con la donna sirofenicia (Mc 7,24-30). Tuttavia per Gesù non si pose il problema del superamento delle osservanze giudaiche, ma sul suo sguardo di apertura e misericordia si fondano i passaggi successivi.

Alle prime comunità si presenta una situazione nuova nel sorgere di contatti nuovi con i pagani. Nel confronto con tale novità sorge una domanda inedita. E ne scaturisce l’esigenza di una decisione all’interno della prima chiesa. L’incontro è il luogo in cui si fa strada – per impulso dello Spirito – una comprensione più profonda delle esigenze del vangelo. Gli apostoli ritornano così al cuore dell’annuncio di Gesù: il regno di Dio è già in atto già nella storia e non si lega ad un tempio, ad una classe di sacerdoti, ad una terra particolare, ma è apertura all’Alterità di Dio, al suo amore per tutti, reso visibile nella vicenda di Gesù. In base a tale riferimenti nel dibattito si delinea una scelta di novità: era una rinuncia rispetto a ciò che sembrava essenziale – l’osservanza della legge giudaica – ma che essenziale non era rispetto alla gratuità della salvezza. E’ orientamento che si fa strada nell’incontro nelle case dei pagani (cfr. At 8; 10) e nell’esperienza dell’agire dello Spirito oltre i confini.

A Gerusalemme si attua così un passaggio decisivo agli inizi dell’esperienza cristiana. Cresce la comprensione della Parola di Dio, la tradizione cresce nell’esperienza di tutto il popolo di Dio, insieme: si attua non come ripetizione meccanica di quanto Gesù ha vissuto (anche perché impossibile), ma una attuazione sempre nuova della Parola che Gesù ha comunicato.

Di fronte alle nuove sfide oggi, nell’epoca del pluralismo, nell’incontro con gli ‘altri’, non credenti o credenti di altre religioni, le chiese cristiane sono chiamate a lasciare qualcosa che sembra essenziale, a rinunciare a forme di esclusivismo e di chiusura, a rivedere profondamente forme culturali e religiose talvolta scambiate per il vangelo.

Gesù promette il Consolatore, una presenza che si caratterizza per due azioni: il ricordare e l’insegnare – al futuro. “Il Consolatore, lo Spirito Santo che il Padre manderà nel mio nome, egli vi insegnerà ogni cosa e vi ricorderà tutto ciò che io vi ho detto”.

Riscoprire la presenza dello Spirito nel tempo della chiesa è esigenza mai conclusa. L’ascolto della Parola di Dio fa vivere non da prigionieri della paura o della legge, ma capaci di vivere la novità e la gioia per liberarsi continuamente dai templi di ogni potere e dalla schiavitù di ogni religione per aprirsi all’ospitalità verso l’altro.

Alessandro Cortesi op

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Fedeltà allo Spirito

Fedeltà allo Spirito è coraggio di non stare zitti di fronte alla disumanità.

“Non più zitti di fronte a sparate di un sempre più arrogante Ministro. No a chi si appropria dei segni sacri per smerciare proprie vedute disumane, antistoriche, opposte a messaggio evangelico. Chi è con lui non può dirsi cristiano perché ha rinnegato comandamento dell’amore» E’ questo il testo di un tweet – a cui associarsi – di Domenico Mogavero vescovo di Mazara del Vallo. Non è la sua l’unica voce che si è levata indignata a fronte dell’arroganza e della strumentalizzazione di simboli religiosi a scopi propagandistici effettuata da un politico cinico che trascorre il suo tempo a fare comizi trascurando il lavoro a cui dovrebbe rispondere e che nei suoi gesti dimostra spregio nei confronti delle vite umane atteggiandosi da bullo con i più deboli e seminando un quadro falsato della realtà per innescare i sentimenti di paura e illusione di soluzioni facili, immediate ai duri problemi del presente.

“Ci indigna profondamente l’utilizzo strumentale del rosario, baciato sabato scorso in piazza Duomo a Milano dal ministro dell’interno, chiedendo voti alla Madonna” è il commento dei missionari comboniani d’Italia, dopo che il ministro degli Interni dal palco di un comizio elettorale si è presentato con un rosario in mano. I missionari comboniani scrivono: “Noi siamo schierati. Portiamo nel cuore il Vangelo che si fa strada con le Afriche della storia. Che non scende a compromessi e strategie di marketing. Né elettorali né di svendita becera dei piccoli in nome del denaro. Ci rivolta dentro il richiamo ai papi del passato per farne strumento della strategia fascista dell’esclusione degli ultimi. Di chi bussa alle nostre porte chiedendo di aprire i porti. Come la nave Sea Watch di queste ore. Nave che accoglie chi scappa da mondi inquinati dai gas serra della nostra sete di materie prime per mantenere uno stile di vita sempre più insostenibile. Che pesa sulle spalle degli impoveriti”.

“Ci ripugna il richiamo alla vittoria elettorale in nome della madre di Gesù di Nazareth che cammina con gli ‘scarti’ del mondo per innalzare gli umili. Sempre dalla parte dei perdenti della globalizzazione dei profitti. La carne di Cristo sulla terra. ‘Ero forestiero e mi avete accolto‘ (Mt 25,35). Ci aggredisce l’arroganza d’invitare la gente a reagire durante le celebrazioni in chiesa di fronte ai preti che predicano ‘porti aperti’. Dettando legge in nome dei vescovi”.

“Il rosario è segno della tenerezza di Dio e viene macchiato dal sangue dei migranti che ancora muoiono nel Mediterraneo: 60 la settimana scorsa, nel silenzio dell’indifferenza dei caini del mondo”.

“Ci dà coraggio e ci fa resistere contro questa onda di disprezzo e disumanità, condividere il sogno di Dio: ridestare la speranza tra la gente che un mondo radicalmente altro, interculturale, aperto, inclusivo e solidale è urgente e dipende da ognuno di noi. Da chi non tace e, con la determinazione della non-violenza del Vangelo, grida con la sua vita che non ci sta con il razzismo dilagante di chi vuole stravolgere l’immagine vera del Dio della vita. I missionari comboniani ci sono. Alzano la voce. Scendono in strada, non fanno calcoli e stanno da una parte precisa. Quella degli oppressi da un’economia che uccide. Prima e sempre”

Una reazione esplicita di indignazione, di presa di distanza e di critica a politiche segnate da attitudini di violazioni della Costituzione e di disumanità è da condividere ed è più che mai urgente in un momento che prepara decisioni rilevanti per il futuro dell’Europa.

Alessandro Cortesi op

 

 

 

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L’importanza dell’Europa

elezioni europa giovaniEUROPA: QUALE FUTURO?

INCONTRI DI APPROFONDIMENTO SULLE QUESTIONI EUROPEE

promossi da Giustizia pace e custodia creato – Provincia domenicana di s.Caterina e Centro Espaces Giorgio La PIra – Pistoia

presso Convento san Domenico – ingresso via delle Logge 6 – 51100 Pistoia

MERCOLEDI’ 15 MAGGIO 2019 ORE 21.00 Una lettura dal punto di vista economico GIORGIO RICCHIUTI, Professore associato – Dipartimento di Scienze per l’Economia e l’Impresa – Università di Firenze

MERCOLEDI’ 22 MAGGIO 2019 ORE 21.00 Una lettura dal punto di vista costituzionale  GIOVANNI TARLI BARBIERI, Professore ordinario – Dipartimento di studi giuridici – Università di Firenze

La scadenza delle prossime elezioni per il rinnovo del Parlamento europeo, domenica 26 maggio, giunge in un momento di crisi. 

Da un lato sono proposti modelli che tendono a ridurre l’Europa ad un semplice mercato economico, in cui gli Stati nazionali dovrebbero occupare spazi di potere guardando ai propri interessi particolari. È la linea propria delle forze sovraniste che pur in modi diversi pensano un’Europa di nazioni, dove i singoli Stati decidono in autonomia sulla politica estera e di sicurezza.  

Dall’altro lato chi si situa in senso europeista intende confermare il progetto europeo ma guarda anche ad un miglioramento e ad un cambiamento dell’attuale assetto istituzionale. Nel rispetto delle diversità dei vari popoli dell’Unione, si auspica una nuova centralità del Parlamento ed un ampliamento delle competenze delle Istituzioni comunitarie, per rendere l’Europa un soggetto politico solidale capace di situarsi con autorevolezza nello scenario mondiale e di orientare alla pace e alla giustizia.  

In questa crisi stanno venendo meno quei principi di riferimento che sono stati riconosciuti ed affermati alla base dei trattati e convenzioni che hanno configurato il progetto europeo soprattutto per quanto riguarda l’accoglienza e la protezione dei migranti e richiedenti asilo, il diritto al lavoro e l’effettivo rispetto dei diritti umani.  

La crisi che l’Unione sta attraversando può essere oggi un’opportunità per ripensare in modo rinnovato un progetto politico che dopo gli orrori delle guerre e delle dittature del secolo scorso ha garantito anni di pace e attuazione di processi democratici. Peraltro in anni recenti la guerra è scoppiata con i suoi orrori al cuore dell’Europa nella ex Jugoslavia negli anni ’90 e tanti scenari di guerra sono presenti nel mondo oggi e nell’area mediterranea anche con responsabilità dei governi europei.

Il quadro internazionale attuale risente dell’assenza di soggetti politici in grado di favorire una gestione pacifica dei conflitti e processi di incontro tra i popoli. La crisi ambientale e le disuguaglianze economiche manifestano l’insostenibilità di un modello economico mondiale che genera iniquità.

Si avverte l’urgenza di umanizzare i rapporti economici e quelli sociali. I padri fondatori dell’Europa coltivavano un sogno di convivenza nella diversità fondato sul riconoscimento della dignità di ogni persona umana e dei diritti inalienabili, sulla democrazia rappresentativa, sulla responsabilità e sull’equilibrio tra diversi poteri. Solo la costruzione di una convivenza solidale tra popoli e cittadini può aprire un futuro possibile nella pace.

Oggi percepiamo come il senso di appartenenza ad una medesima famiglia umana e la solidarietà fraterna siano orizzonti da riscoprire e porre al centro di un progetto in cui insieme al riconoscimento dei diritti di libertà e uguaglianza, possa crescere la democrazia in un quadro di responsabilità comune.

In questo contesto è urgente approfondire consapevolezza di cittadinanza responsabile per contribuire a far avanzare il progetto europeo di fronte alle sfide concrete del presente. (ac)

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Riporto qui di seguito un testo di Paolo Rumiz: Un’Europa migliore per i figli

È tempo di dire forte che l’Europa è un’anomalia democratica che intralcia assolutismi, mafie, fondamentalismi e le economie di rapina che saccheggiano il Pianeta.

Per mesi ho discusso di Europa con tante persone, in Italia e all’estero. Sul treno, per strada, in incontri pubblici, con gli amici più intimi, persino con bambini. Ovunque sentivo nella gente lo stesso bisogno che la parola fosse pronunciata diversamente, che ritrovasse il suo senso pieno di patria comune, e venisse strappata dalla nebbia in cui è caduta da anni.

Ne è nato un manifesto, che in parte ha preso spunto da un mio libro su Benedetto, il patrono del Continente, ma che vede la mia firma solo per scrupolo notarile. Perché l’abbiamo costruito in molti, e in molti lo abbiamo rivisto, limato e infine tradotto in più lingue perché fosse letto e sottoscritto un po’ ovunque, alla vigilia di un’elezione che segnerà il futuro dei nostri figli.

Esiste un’Europa di cui poco si parla. Un’Europa giovane e appassionata, che sogna, viaggia, lavora, resiste, combatte. Un’Europa che si fa carico del proprio destino e non scarica sugli Ultimi le colpe della crisi.

È venuto il tempo di darle voce e farla suonare con tutti i suoi strumenti per costruire una rete fra lingue e culture. Dai mari del Nord al Mediterraneo, dalle steppe all’Atlantico, che squilli una musica nuova. Una musica che dica davvero chi siamo, che esprima la forza di una storia comune e l’appartenenza a uno spazio unico al mondo, fertile e misurabile, ricco di storia, lingue, piazze, culture, paesaggi.

Coraggio e cuore, dunque. Come i monaci che rifondarono l’Europa sotto l’urto delle invasioni barbariche. Come i padri fondatori dell’Unione che dopo due guerre mondiali ridiedero dignità e ricchezza a un continente in ginocchio. Essi sapevano che l’Europa non è un dono gratuito, ma una conquista, e spesso un sogno che nasce dalla disperazione per la sua mancanza. Osarono sognarla nel momento in cui tutto sembrava perduto.

Essi stesero dei fili. Tesserono trame e relazioni. Imitiamoli. Costruiamo una rete di città in città con i fratelli degli altri Paesi per far sentire meno solo chi non si rassegna a un ritorno dei muri e al linguaggio della violenza.

Non importa quanti gomitoli, quanta pazienza e quanto ostinato lavoro servirà per smuovere il potere e abbattere le ruspe dell’intolleranza.

È tempo di dire forte che l’Europa è un’anomalia democratica che intralcia assolutismi, mafie, fondamentalismi e le economie di rapina che saccheggiano il Pianeta. Si dica che, di fronte a tutto questo, dividersi è follia, che smantellare le nostre conquiste farebbe il gioco di chi non ci ama.

Non possiamo permettere che il nostro mondo si sottometta ancora al delirio nazionalista, in nome del quale milioni di giovani furono mandati al fronte a spararsi tra loro.

Stendere un filo è un atto femminile. Come quello di Arianna, che mostrò a un greco la via d’uscita da un labirinto. Come il filo della rotta di Europa, la figlia di un re che per prima passò il Mediterraneo e diede il suo nome a questa terra.

La nostra dea-madre sbarcata dall’Asia ci ricorda che siamo sempre stati capolinea di popoli migranti e ci spinge a sciogliere altre matasse in silenzio, in un gesto d’amore e disobbedienza civile. Tante altre mani, ne siamo certi, sapranno ripeterlo.

Paolo Rumiz – 9 maggio 2019 (anniversario della dichiarazione di Robert Schuman al parlamento Francese)

V domenica di Pasqua – anno C – 2019

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Al centro della pagina di Atti è posto l’impegno di Paolo e Barnaba: “dopo aver predicato il vangelo in quella città e aver fatto un numero considerevole di discepoli, ritornarono a Listra, Iconio e Antiochia rianimando i discepoli ed esortandoli a restare saldi nella fede”.

Paolo e Barnaba danno forza ed esortano. Invitano a resistere nel tempo della difficoltà. E’ l’esperienza della prima comunità ma è anche esperienza delle comunità di ogni tempo: la fatica della prova, il senso di insufficienza e incapacità, talvolta di inutilità di fronte ad opposizioni esterne e incomprensioni nel momento in cui si vive la fedeltà alla parola di Dio e alle sue chiamate. E’ la storia di tutti coloro che cercano di essere testimoni ed annunciatori con scelte coraggiose e nella libertà che la parola stessa suscita.

Paolo e Barnaba invitano a restare saldi. La vita cristiana non toglie la prova, anzi questa è esperienza che prima o poi si presenta. Non proviene dal di fuori, ma spesso si presenta come emarginazione, sospetto, contrapposizione ad opera di chi è preoccupato di fissare il vangelo in una religione, da parte chi cerca strutture rassicuranti, da parte di chi non ascolta il soffio dello Spirito e i segni dei tempi, impedendo di aprire porte perché la parola possa fare il suo corso, perdendo di vista il vangelo stesso.

Nel libro degli Atti Luca insiste sull’atteggiamento centrale di affidarsi alla grazia di Dio e non su altre sicurezze. E’ la fiducia nel Signore che può far andare avanti. E’ lui che apre nuove porte e strade e a noi richiede una disponibilità coraggiosa e libera. E’ lui che apre le porte al cammino della parola. Importante è un cammino comune, il riferirsi alla comunità, e l’apertura ad uscire oltre i confini serrati da porte chiuse: “Non appena furono arrivati, riunirono la comunità e riferirono tutto quello che Dio aveva compiuto per mezzo loro e come aveva aperto ai pagani la porta della fede”.

La pagina dell’Apocalisse orienta a guardare la nuova Gerusalemme, una città. La città santa è presentata nel quadro di un nuovo cielo e una nuova terra. Il mare – simbolo di ogni forza del male – non c’è più e la città assume il profilo di donna: come sposa illuminata mentre è pronta ad incontrare il suo sposo.

Apocalisse – un libro scritto nel tempo della prova e della grande persecuzione – invita a guardare oltre. Spinge a fissare lo sguardo sul fine della storia: non un giardino (il paradiso) ma una città sarà il futuro della vita. La città è costruzione umana, luogo del vivere insieme, incrocio di natura e di cultura, di ambiente e di opera umana, è incontro, costruzione e presenza di relazioni.

Al centro della città, detta ‘dimora di Dio con gli uomini’ sta la presenza di colui che ha per nome “Dio-con-loro”. L’Emmanuele (Mt 1,23; Is 7,14) Gesù è il Dio con noi: è il nome che ricorda la promessa di Gesù risorto, ‘ecco io sono-con-voi tutti i giorni fino alla fine del mondo’ (Mt 28,20). Questa città reca in sé qualcosa di nuovo e luminoso: le cose di prima sono passate, non c’è più la morte né lutto né lamento né affanno: un nuovo mondo iniziato.

Apocalisse, nel tempo della prova, richiama al grande progetto di Dio che è disegno di incontro e di pace, secondo il sogno di Isaia: ‘Tripudierò con Gerusalemme, gioirò con il mio popolo; mai più le lacrime mai più il lamento risuoneranno in lei. E costruiranno case e le abiteranno; e pianteranno vigne e ne mangeranno il frutto” (Is 65,19.21)

La pagina del vangelo indica la via che Gesù lascia ai suoi, il comandamento nuovo. Nel quarto vangelo la morte di Gesù è presentata in modo paradossale e spaesante come momento di ‘glorificazione’. Gesù manifesta la gloria di Dio proprio sulla croce perché lì, nel luogo del dolore e dell’ingiusta condanna si fa visibile l’amore che giunge sino alla fine: ‘avendo amato i suoi … li amò sino alla fine’.

Gesù lascia così ai suoi il nuovo comandamento che riassume e compie ogni altro comandamento: ‘amate come io vi ho amati’. Non si tratta tanto o solamente di seguire un esempio, ma di trovare in lui la forza di amare in tale modo. Gesù indica la via dell’amore quale strada per essere suoi discepoli: ‘da questo tutti sapranno che siete miei discepoli, se avrete amore gli uni per gli altri’. Vivere così, come lui ha vissuto, è già partecipare alla sua gloria.

E’ invito ad affidarci a lui, ad accogliere l’amore che non tiene per sé. E’ anche invito a riconoscere coloro che attuano questa sua parola come gli autentici discepoli di Gesù e lasciarci cambiare.

Alessandro Cortesi op

IMG_4273      Michelangelo, I prigioni – 1513 ca – Firenze Galleria dell’Accademia

Città

“L’abitare per me deve avere tre caratteristiche: va rafforzato dalla condivisione, dalla cooperazione, dalla corresponsabilità. Affinché la ricchezza dei pochi non impoverisca gli altri, in determinismo possessivo, che può rendere la convivenza davvero difficile e frammentata”.

Così mons. Bregantini ha presentato una sua riflessione sulla città al Festival biblico, suggerendo che riflettere sulla domanda come costruire città vivibili oggi significa ritornare a pensare e a costruire un abitare che significhi appartenenza a comunità in cui ci si prende cura:

“L’abitare è paradigma della consapevolezza di appartenere a una comunità, dove ci si prende cura dell’arte del noi, come vera rivoluzione dei nostri giorni, per progettare insieme un futuro sostenibile, libero dalla corruzione, a servizio della prossimità, fatto di fiducia sociale solida e reciproca. Sono le città che visita san Paolo, cittadino europeo, come Gerusalemme, Atene e Roma. Sono l’icona della teologia, dell’antropologia e della politica. Cioè, la bellezza di chi sa pregare (la teologia), la forza di chi progetta e pensa, come ad Atene, e la chiarezza amministrativa, come per Roma. Se l’Europa guarderà a questo triplice intreccio, sarà capace di avere futuro vero e solidale.”

Il pensiero non può non andare al futuro dell’Europa in un momento di profonda crisi di ogni progetto comunitario, nel tempo del prevalere degli egoismi nazionali, degli isolamenti tribali. Le scelte di costruzione delle città passano per una costruzione di una casa comune che sempre più dovrebbe vedere le città come soggetti che riportano al centro la preoccupazione propria di questi luoghi di vita insieme, intrecciata, di diversità e uguaglianza, in cui i legami sono concretezza e in cui l’altro non è numero ma volto.

Come ricordava Giorgio La Pira, già sindaco di Firenze e uomo dedito alla costruzione della pace nel mondo, in uno storico discorso del 1967 le città richiamano all’urgenza, all’imperativo di non fare la guerra, di non cedere alla logica della violenza devastatrice. Perché le città sanno cosa significa la distruzione e l’orrore dei bombardamenti e della devastazione procurata dall’odio che rende i vicini nemici e i lontani figure senza volto né nome.

Le città conoscono il dramma dell’annullamento dell’altro e della morte e sanno che tutto questo è negazione della vita di uomini e donne che solo nell’incontro e nella riconciliazione possono ritrovare se stessi. Le città, nel mondo globale e nell’età della guerra globale, unendosi, legandosi in relazioni di solidarietà, dovrebbero essere così baluardo di costruzione di una casa comune.

Così ancora Bregantini: “Il senso di essere comunità, infine, si avverte forte e vero solo quando consideriamo che la città è fatta di volti, di storie, di nomi, di incontri e non di numeri. Dove tutti siamo destinatari e artefici del bene comune. Dove nessuno è dimenticato, oscurato, emarginato. Dove la libertà non fa a meno della verità. Dove non è offuscata la sete di futuro, di pace, di giustizia. Dove la cementificazione non contagia il cuore. Dove il piccolo, come i borghi, sono laboratori di valori, di antichi mestieri, di tradizioni, di culture che si fanno linguaggi identitari di un popolo, di un territorio. La mia proposta è che nasca nelle nostre diocesi una vera pastorale della città, mirata a fondare la cultura dell’incontro, dell’accoglienza, dell’attenzione all’altro. Una pastorale della fraternità, tra le mani di laici testimoni del Vangelo che include. Una pastorale della città che si fa essa stessa punto di riferimento per il nuovo umanesimo, per la difesa degli ultimi, per la società della gratuità, pane spezzato dell’essere per l’altro. Dove la piccola Nazaret vale come la grande Gerusalemme! Perché “Polis” non è altro che relazioni fraterne, libere e forti!”

La fraternità, la cultura dell’incontro, l’apprendistato all’accoglienza e alla convivialità con chi diverso apre a nuovi orizzonti la costruzione di un ‘noi’ sempre da fare nuovamente e sempre in cammino. L’ospitalità come orizzonte. Sono questi i tasselli oggi così mancanti e dimenticati – e da recuperare urgentemente e a cui dar respiro – di una passione per la comunità che dovrebbe animare scelte di vita di chiesa e scelte politiche per ciascuna e ciascuno nella concretezza del proprio ambito di agire quotidiano.

Alessandro Cortesi op

IV domenica di Pasqua – anno C – 2019

IMG_4106.JPGAt 13,14.43-52; Ap 7,9.14b-17; Gv 10,27-30

“Era necessario che fosse annunziata anche a voi (ebrei) la parola di Dio, …, ecco noi ci rivolgiamo ai pagani”.

Paolo e Barnaba durante il loro viaggio missionario si rivolgono per la prima volta ai pagani. E’ punto di svolta nella storia del cristianesimo primitivo. Matura una comprensione più profonda di scelte e gesti di Gesù. ‘Ti ho posto come luce delle nazioni, perché tu porti la salvezza sino all’estremità della terra’ (Is 49,6). Il servo di Jahwè è presenza di luce, inviato a portare la salvezza sino ai confini della terra, oltre i limiti dell’appartenenza ad un popolo o ad una religione. Ad Antiochia si attua un passaggio che trova il suo fondamento nelle promesse di Dio

Sorge una comprensione del disegno di Dio come dono di salvezza per tutti i popoli. La scelta di Paolo e Barnaba si connota in continuità con la fede ebraica: è ispirata dal coraggio che la Parola di Dio suscita e sorge dalla fedeltà alla stessa Parola.

Le parole di Paolo e Barnaba contengono una critica indirizzata a coloro che non accolgono il loro messaggio, ma anche a tutte le forme di religiosità che si rinchiudono e non si lasciano interrogare da un disegno Dio che va oltre i progetti religiosi umani.

Questa disponibilità ad accogliere il vangelo in modo nuovo, passaggio importante nella prima comunità cristiana, trova le sue radici nelle benedizioni di Dio che sono per Israele ma anche per tutte le nazioni.

La stessa chiamata fondamentale per Israele è di essere il tramite di un dono di salvezza e di vita per tutti i popoli e le genti. L’elezione è uno dei cardini della storia del popolo d’Israele, ma essa è ordinata ad un disegno divino più ampio. In Isaia la benedizione è rivolta al popolo degli egiziani e degli assiri: “Benedetto sia l’Egiziano, mio popolo, l’Assiro opera delle mie mani e Israele mia eredità” (Is 19,25). Il salmo 87 invita a vedere tutti i popoli della terra come iscritti nei registri dei nati a Gerusalemme, quindi cittadini a pieno titolo della città santa: “L’uno e l’altro è nato in essa e l’Altissimo la tiene salda. Il Signore scriverà nel libro dei popoli,: Là costui è nato” (Sal 87,4-6).

Paolo e Barnaba ad Antiochia si lasciano convertire dalla forza della Parola: fanno esperienza di come la parola di Dio sia fonte di gioia e di forza. Il loro discorso è compiuto con il coraggio della fede, con l’attitudine della libertà del credente anche nelle difficoltà: i pagani si rallegravano e glorificavano la parola di Dio… i discepoli erano pieni di gioia e di Spirito santo. L’apertura dell’annuncio ai pagani è opera dello Spirito.

La pagina dell’Apocalisse presenta una visione con al centro l’immagine di una moltitudine immensa, che nessuno poteva contare. Il dono di salvezza non è per pochi ma si apre ad abbracciare ogni nazione, razza popolo e lingua. “Tutti stavano in piedi davanti al trono e all’agnello, avvolti in vesti candide e portavano palme nelle mani”. E’ la moltitudine di coloro che hanno tra le mani il segno della vittoria: hanno vissuto la prova e provengono da ogni direzione.

Viene qui riletto il salmo 23, canto rivolto a Dio come pastore d’Israele. “L’agnello sarà il loro pastore e li guiderà alle fonti della vita”. La visione termina con una parola di speranza e di consolazione: “Non avranno più fame, né avranno più sete, né li colpirà il sole, né arsura di sorta, perché l’Agnello che sta in mezzo al trono sarà il loro pastore e li guiderà alle fonti della vita. E Dio tergerà ogni lacrima dai loro occhi”.

La presenza di Cristo risorto, è simboleggiata dall’agnello: Gesù ha inteso la sua vita come servizio e dono per tutti, nel segno dell’inermità e della nonviolenza, apre ad una comunione nuova possibile che non pone chiusure e limiti, si estende a comprendere tutta l’umanità. Per la prima comunità cristiana il vangelo è forza che apre speranza di vita per tutti.

“le mie pecore ascoltano la mia voce e io le conosco ed esse mi seguono. Io do loro la vita eterna e non andranno mai perdute e nessuno le rapirà dalla mia mano”. Usando la similitudine del pastore Gesù parla del rapporto con pecore di diversi ovili: ‘E ho altre pecore che non sono di quest’ovile; anche queste io devo condurre; ascolteranno la mia voce e diventeranno un solo gregge e un solo pastore’ (Gv 10,16-17).

Il pastore ha un’unica preoccupazione, poter custodire e comunicare la vita. Nel linguaggio giovanneo ‘vita eterna’ non è realtà vaga e lontana, è piuttosto risposta alla sete più profonda che ogni persona porta nel cuore. Vita eterna significa l’essere accolti e amati, nell’incontro con Dio – fonte della vita. Il Padre si fa a noi incontro nella presenza di Gesù ed apre possibilità di rapporti nuovi con gli altri.

Anche per noi oggi approfondire il nostro incontro con Cristo, agnello e pastore, è motivo per cercare come vivere l’esperienza di chiesa, non nella chiusura e nell’esclusione, ma in aperture nuove Le chiamate del Signore ci raggiungono nell’incontro con chi, apparentemente lontano, ci spinge a convertirci al vangelo come bella notizia di salvezza per tutti.

Alessandro Cortesi op

122893070_oDebolezza e comunità

E’ morto in questi giorni Jean Vanier. Aveva 91 anni. Nato nel 1928 in Svizzera a Ginevra fu attratto dalla vita militare. Entrò così molto giovane nel 1942 al collegio della Royal Navy (Inghilterra) e proseguì la carriera nella marina britannica e canadese.
Nel 1950 impressionato dagli effetti della guerra si dimette dalla marina e si dedica agli studi di filosofia iniziando una ricerca esistenziale. Visita in quel periodo una casa per persone disabili mentali a Trosly-Breuil, vicino a Parigi, animata da p.Thomas Philippe. Così egli ricorda quel momento: «Rimasi profondamente colpito dalle persone che erano diventate amici di p. Thomas. Ciascuna di esse era piena di vita, aveva sofferto molto e era grandemente assetata di amicizia. Con ogni loro gesto e ogni parola mi chiesero: “tornerai?” “mi vuoi bene?”»

Nel
 1964 decide così di stabilirsi a Trosly-Breuil (Oise) con due handicappati mentali. Inizia con questa piccola convivenza l’avventura delle comunità dell’Arche. Lì ha accolto, per più di 40 anni, un grande numero persone handicappate, condividendo il loro quotidiano e da lì le comunità de l’Arche si diffonderanno a partire dagli anni ’70 in tutti i continenti.

La sua esperienza ha posto al centro la dimensione della vulnerabilità e quella della comunità. In una intervista del 21 dicembre 2012 (nel sito http://www.lavie.fr) così parlava della sua scoperta del farsi debole come via di relazione e di incontro:

“Nella vita quotidiana, ho capito che per accogliere e amare una persona ferita, la mia motivazione non era sufficiente. Ho dovuto prendere coscienza della mia debolezza. Innanzitutto, ho capito che non potevo agire da solo, che avevo bisogno degli altri. Quando Pauline è arrivata all’Arche nel 1973, aveva 40 anni, ed era stata umiliata, rifiutata per anni. Per accogliere Pauline, bisognava che io fossi circondato da una comunità e da collaboratori che mi sostenessero. E, soprattutto, bisognava che io diventassi piccolo e umile, che rinunciassi ad essere dominatore, cioè ad essere quello che sa tutto e che dice a tutti quello che bisogna fare. Perché a Pauline non serviva un professionista che le “facesse” del bene. Aveva bisogno di una persona che le dicesse: “Sono contento di vivere con te.” Le persone con un handicap mi hanno quindi insegnato che, se mi credo forte, devo diventare debole”.

Richiamando l’insegnamento di Etty Hillesum ricorda l’importanza di scorgere nel pozzo del proprio essere una presenza nascosta di Dio stesso:

“Etty Hillesum si paragona ad un pozzo, in fondo al quale Dio esiste, ma che è ostruito da detriti. Quei detriti rappresentano la mia tendenza compulsiva a provarmi che sono migliore degli altri. Voglio essere riconosciuto, con dei titoli, delle etichette. È un modo di pormi in una gerarchia, spesso culturale, che mi rassicura. Ma Gesù mi dice: “Quando offri un pranzo o una cena, non invitare i tuoi amici, né i tuoi ricchi vicini, ma invita poveri, storpi, zoppi, ciechi. Allora sarai benedetto.” E aggiunge: sarò veramente felice quando le mie barriere, quelle del potere e del conformismo, cominceranno a cadere. È una lotta, perché la promozione e il successo sono al centro di tutto. Anche nelle scuole cattoliche, si mette al primo posto il 100% di successo all’esame di maturità… Il mio scopo è aiutare le persone a scoprire di essere un pozzo e che possono donare la vita nel loro incontro con l’altro. È una vera lotta in una cultura della normalità, in cui l’ossessione è mendicare l’approvazione dei capi, invece di aiutare le persone ad essere vere”.

All’inizio, l’Arca era una comunità formata soltanto da cattolici. Ma, quando giunsero come collaboratori anche persone di confessione protestante e anglicana Vanier allargò la sua visuale: la fraternità si estese anche chi apparteneva ad altre confessioni per un cammino comune. In India l’Arca si aprì a nuove presenze ancora: cattolici, musulmani e induisti. Fu un’ulteriore occasione per scoprire tutto ciò che vi era di comune, per pregare e celebrare insieme le feste di tutte le religioni.

Al cuore della sua vita e del suo riflettere sta anche l’esperienza della comunità:

“La comunità è il luogo nel quale sono rivelati i limiti, le paure e l’egoismo di una persona. Si scopre la propria povertà e le proprie debolezze, l’incapacità ad intendersi con alcuni, i propri blocchi, la propria affettività turbata, i desideri che sembrano insaziabili, le frustrazioni e le gelosie, gli odi e la voglia di distruggere. Finché si era soli si poteva credere di amare tutti e di andare d’accordo con tutti.

Quando i rapporti sono ravvicinati, quando si trascorrono alcuni giorni insieme a tempo pieno, quando i rapporti diventano stabili, forse addirittura quotidiani, allora ci si rende conto di quanto si è incapaci di amare, di quanto si rifiutino gli altri, di quanto si è chiusi su di sé. E se si è incapaci di amare, che resta di buono? Non c’è più che disperazione, angoscia e bisogno di distruggere. Allora l’amore sembra un’illusione.

La vita comunitaria è la rivelazione penosa dei limiti, delle debolezze, delle tenebre di ogni essere; è la rivelazione, spesso inattesa, dei mostri nascosti dentro di noi. È difficile accettare questa rivelazione. Si cerca di allontanare rapidamente questi mostri, o di nasconderli di nuovo, di illudersi che non esistano; oppure si fuggono la vita comunitaria e le relazioni con gli altri; o ancora si pretende che quei mostri siano negli altri e non in noi. I colpevoli sono sempre e solo gli altri …

Ma la ferita che tutti portiamo in noi e che cerchiamo di non vedere e di fuggire, può diventare il luogo dell’incontro con Dio e con i nostri fratelli e sorelle; può diventare il luogo in cui impariamo ad amare, ad avere compassione degli altri”. (Jean Vanier, La comunità: luogo del perdono e della festa, Jaca Book, Milano 2000, 44-45.47)

“All’inizio la «comunità» può essere una madre che nutre. Ma col tempo, ognuno deve scoprire il suo proprio nutrimento attraverso le mille attività della comunità. Può essere una forza data da Dio, che viene in aiuto alla sua debolezza e alla sua insicurezza per aiutarlo ad accettare la ferita della sua solitudine, del suo grido di sconforto” (ibid. 221).

“La comunità deve essere segno di risurrezione. Ma una comuni- tà divisa nella quale ognuno va per la sua strada, unicamente preoccupato della propria soddisfazione e del proprio progetto perso- nale, senza tenerezza per l’altro, è una contro-testimonianza. Tutti i rancori, le amarezze, le tristezze, le rivalità, le divisioni, tutti i rifiu- ti di tendere la mano al «nemico., tutte le critiche fatte dietro le spalle, tutto questo mondo di zizzania e d’infedeltà al dono della comu- nuoce profondamente alla sua vera crescita nell’amore. E rive- la anche tutti questi tizzoni di peccato, tutte queste forze del male che sono sempre nel suo cuore, pronte ad infiammarsi”. (ibid. 222)

La sua testimonianza di solidarietà nella debolezza con chi è più vulnerabile e di impegno nel costruire comunità è il dono della sua vita.

E così tornano alla memoria le ultime pagine de ‘Il Regno’ del romanziere francese Emmanuel Carrère che riporta l’esperienza strana e pur coinvolgente, per lui, raffinato intellettuale, laico, allonatanatosi dalla fede eppure appassionato ricercatore dei rincipi dell’esperienza cristiana, di trovarsi in una comunità de l’Arche in una liturgia in cui tutti erano invitati a lavarsi i piedi, come Gesù aveva fatto con i suoi discepoli:

“Ci togliamo le scarpe e i calzini, arrotoliamo l’orlo dei pantaloni. Comincia il direttore delle risorse umane, si inginocchia davanti al preside, versa con la brocca acqua tiepida sui suoi piedi, li strofina un po’– una decina di secondi, una ventina, piuttosto a lungo, mi sembra che lotti contro la tentazione di fare svelto e ridurre il rituale a un gesto puramente simbolico. Prima un piede, poi l’altro, li asciuga con l’asciugamano. Dopo tocca al preside inginocchiarsi davanti a me e lavarmi i piedi prima che io lavi quelli della funzionaria della Caritas. Guardo i suoi piedi, non so a che cosa sto pensando. È veramente molto strano lavare i piedi di uno sconosciuto. Mi torna in mente una bella frase di Emmanuel Levinas sul volto umano, che mi ha citato Bérengère in una mail: appena lo si vede, non si può più uccidere. Bérengère diceva: sì, è vero, ma è ancor più vero per i piedi: i piedi sono ancora più poveri, più vulnerabili, sono proprio la cosa più vulnerabile: il bambino in ognuno di noi. E anche se lo trovo un po’ imbarazzante, mi sembra bello che della gente si riunisca per stare il più vicino possibile a ciò che c’è di più povero e vulnerabile nel mondo e in se stessi. Mi dico che è questo, il cristianesimo.

Il giorno seguente, domenica dopo pranzo, il ritiro finisce. Prima di separarci e tornare a casa, cantiamo tutti un canto religioso del tipo Gesù che sta passando. La deliziosa signora che si occupa di Élodie, la ragazza down, ci accompagna alla chitarra, e siccome è un canto allegro tutti cominciano a battere le mani e i piedi a tempo, a dimenarsi come in discoteca. (….) Improvvisamente sbuca accanto a me Élodie, che si è lanciata in una specie di farandola. Mi si pianta davanti, sorride, getta le braccia in aria, ride di cuore, e soprattutto mi guarda, mi incoraggia con lo sguardo, e nel suo sguardo c’è una tale gioia, una gioia così pura, così fiduciosa, così abbandonata, che comincio a ballare come gli altri, a cantare che Gesù mi sta passando accanto, e mi salgono le lacrime agli occhi mentre canto, ballo e guardo Élodie che intanto si è scelta un altro partner, e devo ammettere che quel giorno, per un attimo, ho capito che cos’è il Regno. (Emmanuel Carrère, Il Regno (Fabula), Adelphi)

Alessandro Cortesi op

 

 

 

 

 

III domenica di Pasqua – anno C – 2019

IMG_4009At 5,27-32.40-41; Ap 5,11-14; Gv 21,1-19

La fede dei primi testimoni trova il suo senso e la sua chiave di lettura nella risurrezione, vero centro focale dell’esperienza cristiana.

L’apocalisse per indicare Gesù risorto usa l’immagine dell’agnello: è un agnello immolato che riceve onore e gloria da tutte le creature del cielo e della terra. Nel quarto vangelo Gesù muore mentre nel tempio venivano immolati gli agnelli per la cena pasquale ebraica. L’immagine dell’agnello ferito, ma in piedi, indica Cristo crocifisso e risorto, in cui risplende la gloria del Padre.

Nel libro degli Atti Pietro davanti al sommo sacerdote offre la sua testimonianza di fede centrata sulla pasqua: “Rispose allora Pietro insieme agli apostoli: ‘Bisogna obbedire a Dio piuttosto che agli uomini. Il Dio dei nostri padri ha risuscitato Gesù, che voi avevate ucciso appendendolo alla croce. Dio lo ha innalzato con la sua destra facendolo capo e salvatore, per dare a Israele la grazia della conversione e il perdono dei peccati. E di questi fatti siamo testimoni noi e lo Spirito Santo, che Dio ha dato a coloro che si sottomettono a lui”

Il Dio dei padri ha risuscitato Gesù, ed è lui ora capo e salvatore: Pietro parla della risurrezione come continuità di vita. Colui che è stato incontrato vivente dopo la morte non è un fantasma ma è il medesimo Gesù che ha annunciato la venuta del regno. Il suo annuncio si pone in fedeltà al disegno di salvezza del Dio dei padri nei confronti di Israele e di tutti i popoli.

Pietro per riferirsi alla risurrezione usa delle metafora. Parla di un ‘rialzarsi’ ma anche fa riferimento ad un innalzamento per opera del Padre: ‘Dio lo ha innalzato con la sua destra’. Sono linguaggi diversi per dire che la vita di Gesù Cristo appartiene ad una dimensione ‘altra’ da quella terrena. I cieli in alto si contrappongono alla terra in basso e Cristo ora vive in una dimensione diversa. L’evento della risurrezione va oltre l’esperienza umana: è irruzione della ita di Dio che tocca la storia. Pietro indica Cristo come vicino: è il medesimo Gesù di Nazareth. Nel contempo vive ora come l’innalzato: la sua presenza può essere incontrata in modo nuovo, nell’esperienza del credere.

Il quarto vangelo narra alcune apparizioni di Gesù dopo la Pasqua. In particolare la scena si svolge in tre momenti. All’inizio sta il presentarsi di Gesù a coloro che hanno seguito l’invito di Pietro ‘io vado a pescare’. Poi c’è il gesto di mangiare insieme con i discepoli sulla riva del lago; infine il dialogo con Pietro interrogato sull’amore: ‘mi ami tu?’.

La scena iniziale è posta in una atmosfera quotidiana con la presenza di sette discepoli individuati con precisione: Simon Pietro, Tommaso detto Didimo, Natanaele di Cana di Galilea, i figli di Zebedeo e altri due discepoli. Questi sono presentati nel momento in cui salgono sulla barca tornando alle loro attività consuete. E vivono il fallimento della pesca, ‘ma in quella notte non presero nulla’. Gesù si presenta sulla riva ma non è riconosciuto. Invita a gettare nuovamente le reti dalla parte destra. Nonostante molte interpretazioni possibili è forse augurio di bene (la destra simbolo di buona fortuna). Solamente di fronte alla meraviglia di una pesca abbondante il discepolo che Gesù amava scorge il volto di Gesù: è lui infatti che dice a Pietro: ‘E’ il Signore’ e Simon Pietro si getta incontro.

E’ questa una scena di riconoscimento in cui il quarto vangelo suggerisce che Gesù si rende vicino e presente, ma in modo nuovo e va riconosciuto in un modo nuovo di ‘vedere’: Gesù ora va incontrato con gli occhi della fede e dell’amore. La barca e la rete che non si spezza possono essere interpretati come simboli della chiesa che segue il suo Signore.

La condivisione nel mangiare insieme è poi gesto di comunione: Gesù chiede che il pesce pescato sulla sua parola sia portato insieme a quello già preparato insieme al pane sul fuoco. E ripete quei gesti che aveva lasciato loro come indicazione del senso dell’intera sua esistenza: ‘Prese il pane e lo diede a loro, e così pure il pesce’.

Il mangiare insieme allude all’esperienza liturgica in cui si incontra Cristo risorto nei segni che lui ha compiuto. Segue una terza scena attorno al dialogo tra Gesù e Pietro. Per tre volte Gesù ripete l’unica domanda sull’amore. E quasi il ripercorrere le tre volte in cui Pietro durante la passione negò di essere di quelli di Gesù. Alla fine Pietro dice: ‘Signore tu sai tutto, tu sai che ti amo’. Sono parole che esprimono come la radice della missione stessa di Pietro non sta nelle sue forze ma nel perdono di Gesù. La sua missione avrà fecondità e significato solamente se trasmette l’esperienza della gratuità accolta e nel seguire lui, unico pastore delle pecore (Eb 13,20).

Alessandro Cortesi op

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Le stelle di Lampedusa

“Gesù si avvicinò, prese il pane e lo diede loro, e così pure il pesce”.

Pietro Bartolo è un medico, è il medico di Lampedusa. Non l’ho mai incontrato personalmente ma chi l’ha incontrato può dire che Pietro è una di quelle persone che sembra di aver conosciuto da sempre, con cui poter instaurare un dialogo fatto di familiarità e di vicinanza, di quell’umanità vera che è nostalgia struggente oggi in tempo di cattiveria.

Leggere il suo libro Le stelle di Lampedusa (Mondadori 2018) è come entrare nel suo cuore, scorgere le sue preoccupazioni, il suo impegno, la sua disponibilità a vivere fino in fondo la condizione che Lampedusa ha vissuto orami da anni, essere l’isola dell’accoglienza, di quell’accoglienza faticosa tremenda e dolorosa dei profughi dal mare, dei migranti che sono stati gettati nella traversata del Mediterraneo dopo l’inferno della Libia, sui barconi e sui gommoni. Un testimone, Pietro, figlio di pescatori, pescatore pure lui, testimone di incontri con un’umanità sfruttata e disperata, un’umanità dolente e tenuta in condizione disumana e costretta a subire dopo il dramma del viaggio le difficoltà di vivere in un’Europa che esclude e rifiuta.

Testimone di un senso di impotenza e dell’urgenza di mettersi a disposizione oltre ogni limite delle forze per accogliere, spettatore di una vicenda mondiale che, nell’ignoranza e indifferenza dei più, genera ingiustizia e dolore, impoverimento di persone disperate che fuggendo dalle terre della guerra e della miseria si espongono a vivere percorsi fatti di orrore e desolazione fino alla morte.

La sua sensibilità lo conduce a percepire il dramma degli altri, dei bambini. Il suo libro parla soprattutto di bambini, delle loro storie, del loro dolore e dei grandi che ruotano attorno a loro. E dell’opera di Pietro nel farsene carico, fino a prenderli con sé, ma anche fino a sperimentare il senso profondo di impotenza:

”Migliorò, ma le sue condizioni erano comunque gravissime e a Lampedusa non avevano le attrezzature necessarie per curarlo bene. Allora lo indirizzai verso l’Ospedale dei bambini di Palermo. Ricordo il viaggio verso l’elipista e l’ultimo saluto. Stringeva in mano un coniglietto di peluche che gli avevano dato poco prima e che lui aveva ribattezzato ‘Battolo’. Prima di salutarci e decollare di novo, mi sorrise. E in quel preciso istante capii che quello, e solo quello, era il modo giusto per fare i conti con il senso di impotenza. Accogliere e curare. E nulla più” (p.39)

Le pagine del libro narrano di nomi, volti, persone con la delicatezza di chi, medico, sa che dietro ad un volto c’è una sofferenza palese o nascosta da ascoltare, da accompa-gnare, a cui dare spazio. La storia di Anila è struggente: questa bambina giunta sola e devastata aveva solamente notizia della presenza della mamma in Europa… ma l’Europa è grande. Una storia che sembrava giunta ad un possibile lieto fine, in breve tempo e in modo stupefacente, eppure dovette scontrarsi non più con gli orrori della Libia e dei viaggi in barcone, ma con le difficoltà delle leggi, del buco nero della burocrazia. “Aveva attraversato il Sahara e il Mediterraneo, era sopravvissuta a un naufragio e al carcere in Libia e ora era lì, ferma immobile, prigioniera di un’attesa insensata” (p.55).

Anila, una storia simile e diversa a quella di tanti altri bambini, ricordati da Pietro nel suo passeggiare la notte nell’isola avvolta dal silenzio.

“…preferisco pensare che le stelle stiano lì per proteggere le migliaia di bambini che ogni giorno si ritrovano ad affrontare viaggi disperati come quello di Anila. Autentici, coraggiosissimi eroi, capaci di sopportare il dolore e la paura pur di giungere a destinazione, con il sogno di rivedere i loro cari e vivere felici da qualche parte, in un Paese senza guerre o persecuzioni. Ecco perché mi piace tanto venire a passeggiare quaggiù la notte. Perché mi basta alzare lo sguardo per vederli tutti, i bambini che sono passati di qui, Favour, Mohamed, Akim… Le stelle di Lampedusa sono lì per loro” (p.87).

La storia di Anila che con il suo viaggio ha salvato anche la mamma è stata una storia anche di altre stelle, quattro donne che Pietro ricorda nel suo libro, suor Teresa, suor Letizia, Luisa e Monique. Nel libro racconta anche la storia di queste quattro donne straordinarie: le stelle di Lampedusa sono anche loro. E come loro tanti che accompagnano, in un fare silenzioso e indomito, in una terra di disperazione ed orrore, in un mondo segnato da cattiveria e disumanità, a rintracciare i semi di una speranza faticosa e fessure di luce. Come le stelle nel cielo della notte.

Alessandro Cortesi op

 

II domenica di Pasqua – anno C – 2019

IMG_3937At 5,12-16; Ap 1,9-19; Gv 20,19-31

“Io sono il primo e l’Ultimo e il Vivente. Io ero morto ma ora vivo per sempre e ho potere sopra la morte e sopra gli inferi”

Il libro dell’Apocalisse vuole testimoniare una rivelazione: cerca di interpretare la storia a partire dalla chiave di lettura che è Gesù Cristo risorto. Egli è colui che si è rialzato, il risorto, il primo e l’ultimo: non è stato tenuto prigioniero della morte ed ha ora potere su ogni potenza di morte e di male.

Gesù Cristo risorto dice: ‘io sono il vivente’: è questa una delle forme dell’annuncio pasquale ed è apertura di speranza. Se lui è il vivente, il futuro dell’umanità non sta nella morte ma in una vita che sconfigge tutte le forze che si oppongono.

Negli Atti degli apostoli Luca offre alcuni quadri che sintetizzano le caratteristiche principali della vita della comunità cristiana dopo la Pasqua. In questi brevi quadri riassuntivi pone attenzione ad una comunità convocata (compare il termine ‘chiesa’) dalla parola del Signore, all’importanza dello stare insieme, al senso di ammirazione e gioia che permeava la loro vita. E’ anche posta in luce la diversa attitudine nei confronti dei sofferenti e dei malati: ‘portavano gli ammalati nelle piazze… tutti venivano guariti’.

Coloro che solitamente erano nascosti allo sguardo sono posti al centro ed è espressa la forza di guarigione propria della vita di una comunità di testimoni di Gesù. Il rapporto con la sofferenza può avere un mutamento: non è l’ultima parola della vita umana, c’è una forza nuova di salvezza che porta la comunità a farsi carico delle sofferenze, a non evitare le persone malate a non tenerle in disparte o escluderle: sono accolte e poste al centro.

Nelle guarigioni Luca scorge gli effetti della salvezza che Cristo ha donato con la sua morte e la sua risurrezione per tutti. Vi è un accorrere di folle quale movimento che coinvolge persone provenienti da diverse direzioni. La forza di colui che è vivente apre prospettive di vita nuova, di relazioni nuove.

Il IV vangelo ha un’insistenza particolare sul rapporto tra vedere e credere. Tommaso dice ‘ Se non vedo e non metto la mia mano… non crederò’. Gesù aveva sottolineato la difficoltà di chi cercava segni: ‘ se non vedete segni e prodigi, voi proprio non credete’ (Gv 4,48). L’intero capitolo 20 è così narrazione di un lento e progressivo percorso del credere. Dai segni, oltre i segni. Tommaso è figura di ogni discepolo che vive la fatica di aprirsi ad un nuovo modo di incontrare Gesù dopo la pasqua. Non è facile il percorso della fede e c’è tutto un cammino da compiere anche di crisi della fede per aprirsi ad una nuova esperienza del credere.

Nella comunità c’è posto per chi fa fatica, ed anche per tutti coloro che vivono il faticoso passaggio dal credere perché sono alla ricerca di segni, al credere ‘senza avere visto’.

C’è una insistenza così sul vedere: ‘i discepoli gioirono al vedere il Signore’ (v.20). Gli dissero allora gli altri discepoli ‘abbiamo visto il Signore’ (v.25) ma egli disse loro ‘ se non vedo…’.

Il cammino di Tommaso viene presentato come un crescendo di difficoltà riguardo al ‘vedere’ Gesù, e nel contempo il suo vedere è rapportato al credere: ‘se non vedo… non crederò’. Le parole stesse del risorto sono tutte concentrate su questo rapporto tra il vedere e il credere: ‘guarda le mie mani…e non essere più incredulo ma credente’, fino all’espressione della beatitudine: ‘perché hai veduto hai creduto: beati quelli che pur non avendo visto crederanno’ (v.28).

Tommaso stesso si apre alla resa del credere di fronte a Gesù che gli pone davanti i segni delle ferite della passione, le mani, il costato. Credere è un cammino, esige una faticosa ricerca, ha bisogno di essere accompagnato da Gesù stesso che conduce a superare l’attesa di segni. Gesù non rifiuta di offrire dei segni: sono i segni dei chiodi, i segni della sofferenza e della croce. E’ il crocifisso che è risorto. I segni da rintracciare sono allora quelli della sofferenza di tutti i crocifissi della storia. Lì, in quei segni si scorge una via… Tommaso si apre così ad un riconoscimento di fede dicendo ‘Mio Signore e mio Dio’ Ma Gesù rivolge ai suoi l’indicazione di un’altra beatitudine: quella del credere senza vedere. Sarete felici se vivrete questo: è possibile incontrare Cristo risorto ‘vedendo’ in modo nuovo, oltre i segni, non cercando appoggi ma nell’accogliere la testimonianza e nel lasciarsi coinvolgere nella sua parola e nella sua promessa.

Il vangelo stesso è stato scritto per questo: ‘molti altri segni fece Gesù… ma non sono stati scritti: Questi sono stati scritti perché crediate che Gesù è il Cristo, il Figlio di Dio, e perché credendo, abbiate la vita nel suo nome’. Il vangelo è tutto riferito ad un percorso del credere che conduca ad avere vita in pienezza.

Alessandro Cortesi op

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Vedere e agire

Quando aveva undici anni Greta Thunberg rimase profondamente colpita dal vedere l’isola di plastica che galleggia nell’oceano Pacifico meridionale prodotta dai rifiuti che inquinano i mari. Un’isola sconfinata dalle dimensioni più grandi del territorio del Messico. Il suo vedere non è stato passeggero ha toccato il suo cuore, ha cambiato la sua vita. Non solo ha visto ma ha si è soffermata a scorgere quello che noi non osserviamo e non vogliamo nemmeno guardare. Questo suo vedere si è allargato ad individuare le varie forme di inquinamento che stanno rovinando l’ambiente e che le fanno dire con insistenza che viviamo in una casa in fiamme in cui correre presto ai ripari perché tutto non venga divorato e il futuro stesso tolto a chi oggi è giovane e a chi verrà.

“Qualcuno dice che invece di scioperare dovrei andare a scuola. Qualcuno dice che dovrei studiare per diventare una climatologa, così potrò risolvere la ‘crisi climatica’. Ma la crisi climatica è già stata risolta. Conosciamo già tutti i dati e abbiamo tutte le soluzioni. L’unica cosa che ci resta da fare è svegliarci e cambiare. A cosa serve imparare nozioni nel sistema scolastico, quando i fatti elencati dalla scienza promossa da questo stesso sistema vengono ignorati dai nostri politici e dalla nostra società?” (Greta Thunberg, La nostra casa è in fiamme)

Come osserva il maestro Franco Lorenzoni nel suo articolo su “Internazionale” (19 aprile 2019) La sfida di Greta Thunberg alla scuola e a tutti noi, Greta con le sue affermazioni limpide, decise, lineari è venuta a scuotere una impalcatura che sostiene una grande incoerenza della scuola:

“Che senso ha, infatti, sostenere che la scuola debba costruire competenze, cioè permettere a ragazze e ragazzi di incontrare, elaborare e costruire saperi che valgano anche fuori, nella società e nella vita, quando le conoscenze essenziali, che hanno a che vedere con il mantenimento degli equilibri del nostro pianeta, sono ignorate e perfino derise dai potenti della Terra? Che senso ha accumulare conoscenze quando gli allarmi sostenuti da rigorose analisi scientifiche, illustrate fin nei dettagli da centinaia di scienziati e fatte proprie – almeno sul piano formale – da conferenze e riunioni internazionali, riescono solo in minima parte a orientare l’agenda politica e l’elaborazione di nuove leggi nei diversi paesi? Che senso ha studiare se non riusciamo a trasformare e riorientare le abitudini e i comportamenti distruttivi della maggioranza di noi abitanti della Terra? Non si tratta di aggiungere qualche nuovo contenuto di studio, ma di mutare il paradigma e criticare alla radice il bugiardo ossimoro dello sviluppo sostenibile. Capire è cambiare – ci ricorda la ragazza svedese – altrimenti è pura finzione.”

Greta Thunberg esprime insieme un grido di aiuto e una provocazione a scorgere nuovi orizzonti per la scuola e per il sapere: “Per quelli che, come me, ricadono nello spettro autistico, le cose sono sempre bianche o nere. (…) Se le emissioni devono essere fermate, dobbiamo fermarle. Per me questo è bianco o nero. Non ci sono zone grigie quando si parla di sopravvivenza.(…) Da molti punti di vista noi autistici siamo quelli normali, e quelli strani siete voi. (…) Il nostro sciopero della scuola non ha niente a che fare con la politica di un partito. Al clima e alla biosfera non importa niente della politica e delle nostre parole vuote, neanche per un secondo. A loro importa solo cosa facciamo nella pratica. Questo è un grido di aiuto” (Greta Thunberg, La nostra casa è in fiamme).

Lorenzoni osserva: “Lo sguardo e la testimonianza di Greta pongono con forza una questione educativa di fondo, riguardo alla nostra relazione con la conoscenza. All’origine della nostra cultura, nelle prime scuole filosofiche dell’antica Grecia, chi insegnava e studiava non si limitava a elaborare e trasmettere conoscenze, ma cercava di sperimentarle su di sé. Prima che studio, la filosofia era esercizio, pratica. Ed è esattamente di questo che parla oggi Greta”.

La richiesta che proviene dagli scioperi di Greta e dalle sue parole pronunciate davanti ai parlamentari dell’Europa e recentemente anche nel Senato italiano è una richiesta alla radice di ripensamento dell’educazione e della funzione della scuola ed anche del rapporto tra scuola e vivere sociale. Sarebbe importante non perdere queste occasioni di ripensamento e di cambiamento.

Alessandro Cortesi op

Pasqua 2019 – Omelia nella notte

IMG_3906In questa notte in questa liturgia ricca di segni, parole canto e silenzi tanti sono i pensieri le emozioni che si presentano.

E’ momento di sosta per guardare la vita come una cammino, con tutte le sue fatiche, le sue gioie, le sue luci, le sue ombre. Anche le nostre piccole vite sono inserite nei percorsi che abbiamo ricordato nelle letture di questa sera: la vicenda di Israele, il popolo delle promesse di Dio,  e di tutta l’umanità, è una storia visitata, che si è sviluppata nel tempo. E’ una storia di volti, di situazioni, in cui ritorna una costante, e su questo la lettura di fede si sofferma: la presenza vicina, forte amante di Dio fedele, che non viene mai meno e conduce sempre a ricominciare.

Anche la nostra vita, ed anche quella di chi è qui ma è presente nel cuore di Dio, è una vita visitata. Anche nella storia di questo tempo c’è una promessa, c’è una luce. Noi siamo dentro, immersi in una storia di salvezza che è la storia di questa umanità concreta delle nostre strade, delle persone che incontriamo dei popoli di ogni nazione, cultura, religione… e che chiama a lasciar spazio al disgno di Dio. Questa notte è come andare in soffitta e aprire un antica cassa dove sono riposti i ricordi di famiglia: quante storie, quanta speranza e sofferenza, quanti sentimenti sono racchiusi in quei segni, in quei ricordi…

Su due immagini vorrei soffermarmi dalla lettura del vangelo di Luca: la prima è quella della pietra, la seconda è quella della corsa:

“Trovarono la pietra rotolata via dal sepolcro ma, entrate non trovarono il corpo di Gesù”. La pietra che chiudeva il sepolcro è simile a tante altre pietre che chiudono luoghi di morte. Ed anche nella nostra storia vi sono pietre e massi che chiudono e rendono la nostra vita luogo di morte.

Sono i massi pesanti della violenza, dell’ipocrisia di chi parla di pace ma commercia le armi. I mezzi di comunicazione vogliono farci credere che la guerra porta pace, che la sicurezza viene creata dal dispiegamento degli eserciti, dall’esclusione dei più deboli, dalla costruzione di barriere. Ci sono massi e pietre pesanti che sono i muri, quelli fisici e quelli invisibili costruiti per difendersi ma che impediscono l’accoglienza e che divengono prigioni per chi si lascia rinserrare dalla paura. Ci sono massi anche nei nostri cuori: le nostre piccole o grandi storie di chiusure e di divisione, di rivalità e di ostinazione nel non lasciare spazio agli altri.

Ma questa è la notte in cui ‘la pietra è rotolata via’ e questa memoria diviene forza di cambiamento e responsabilità per noi. Far rotolare ogni pietra che chiude luoghi di morte. E’ questo un impegno che la Pasqua inaugura: e far diventare quelle pietre smontate dai muri di odio pezzi per una costruzione nuova, per lanciare ponti di pace, di incontro, per costruire case in cui sia possibile l’ospitalità, allargare gli spazi della tenda. E’ questa la notte in cui ogni chiusura, ogni oppressione può aprirsi ad una luce: non siamo fatti per rimanere schiacciati da quelle pietre ma per essere liberati e divenire protagonisti di liberazione per altri.

Questa è la notte anche delle corse e delle rincorse, di un andare e venire da quel sepolcro, luogo della morte. Luca nel suo vangelo annuncia che non si deve andare a cercare nei luoghi della morte colui che è vivente e rinvia  ai luoghi della vita: ‘Perché cercate tra i morti colui che è vivo? Non è qui è risuscitato… Ricordatevi…’ Queste parole ci dicono che c’è ricerca e ricerca. Non si deve cercare lo stesso Gesù nei luoghi sbagliati. Bisogna correre, correre verso gli altri, raccontare, scoprire che è presente là dove non ce l’aspettiamo. E sono corse, quelle che ricordiamo questa notte di chi non riesce a credere all’annuncio così sperato e così inatteso: ‘Non è qui, si è rialzato’, si è svegliato… è vivo non è prigioniero della morte del buio, non è nel sepolcro, ma vive…

Sono corse di chi, come Pietro si mette a correre per superare lo scetticismo e l’incredulità, e che torna pieno di stupore. E’ questa la notte in cui sentire un po’ anche noi il fiatone di quelle corse e il battere del cuore pieno di gioia nuova, di una gioia unica. Viviamo spesso corse nella nostra vita per arrivare in tempo a svolgere tante faccende, per andare incontro a tante persone. In questa notte scopriamo che le nostre corse possono essere riempite della gioia e dello sconcerto che fa cambiare il modo di guardare alla vita alla storia, alle persone. Se lui è il vivente, allora non c’è storia di fallimento che non possa avere una speranza. Se lui è vivente allora la morte non è l’ultima parola, non è come i titoli di coda al termine di un film con la parola ‘fine’ che cala inesorabile, ma è sempre nuovo inizio.

E’ questa la notte in cui tutti noi che portiamo nel cuore paure, fallimenti, sofferenze, dolori, tutti, proprio tutti, chi si sente inutile e debole, chi avverte di essere escluso e fuori posto, chi sente la vita come un peso insostenibile, chi si sente abbandonato o solo, siamo chiamati a scoprire che non siamo soli, non rimarremo soli. Gesù è il vivente e ha vinto la morte, l’ha presa su di sé attraversandola, per stare con noi, per sempre: ‘Io sono con voi tutti i giorni fino alla fine del mondo…’

E ci manda, di corsa, a raccontare. Sarebbe bello continuare a raccontare la storia della nostra vita sempre da rileggere nella luce della Pasqua… Non lo facciamo solo questa notte… sarà il percorso di ogni domenica, di ogni giorno… nella fede di questo grido che squarcia le pietre, nella luce che vince la notte e ci fa correre a raccontare: ‘Non è qui è risorto, è veramente risorto’.

Alessandro Cortesi op

Venerdì santo 2019

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Nella cattedrale di Anversa, capolavoro dell’arte gotica, nel transetto a destra, è situato un magnifico dipinto di Peter Paul Rubens, (1577-1640).

Questa pala fu commissionato da Nicolas Rockox, sindaco di Anversa e decano della corporazione degli archibugieri, che scoprì il talento di Rubens e lo valorizzò. Proprio la corporazione presieduta da Rockox aveva nel transetto della cattedrale un suo altare che desiderava dedicare al patrono san Cristoforo. Ma il dipinto doveva rappresentare, secondo i dettami del Concilio di Trento, al centro, uno degli eventi della vita di Cristo. Così Rubens, che vi lavorò tra il 1611 e il 1614, pensò di raffigurare una deposizione dalla croce unendola alla leggenda di san Cristoforo.

Reprobus era un giovane che voleva mettersi al servizio di chi non aveva paura di nessuno. Stette a servizio di un re importante, poi si rese conto che anche lui aveva paura di qualcuno: aveva paura del diavolo, e allora lo lasciò, e si rese conto che anche il diavolo aveva paura di Dio. Voleva allora mettersi al servizio di Dio ed incontrò un eremita che alla domanda come mettersi a servizio di Dio gli disse ‘Aspetta e vedrai’… Nel frattempo si mise a trasportare i passanti che volevano attraversare il fiume. Una sera un bambino gli chiese di essere trasportato all’altra riva; durante il trasporto quel bambino cominciò a pesare sempre più sulla spalle di Reprobus e ad un certo punto gli disse ‘sono Gesù Cristo e porto i peccati del mondo’. Reprobus scoprì finalmente come stare al servizio di Dio là dove non se lo aspettava, nel quotidiano e nel servizio. Da qui il suo nome Cristoforo, portatore di Cristo.

Rubens elaborò una pala concepita come un grande tavola racchiusa da due ante, dipinte all’esterno e all’interno che si aprono e aprendosi formano un trittico.

128bidlistmidterm_page_16_image_0001Così sul lato esterno di un’anta raffigurò la figura possente dello stesso Cristoforo con il bambino sulle spalle, sull’altra parte un pellegrino con una lampada accesa. All’interno quando si aprono le due ante si presentano tre scene: a sinistra la visita di Maria ad Elisabetta, inserita in un contesto di costruzioni e di costumi secenteschi. Maria, che indossa abiti sgargianti ed un raffinato cappellino, sta incontrando Elisabetta. Maria porta Gesù dentro di sé, visibilmente incinta. A destra la presentazione al tempio di Gesù: è ora il vecchio Simeone che porta tra le sue braccia Gesù. Al centro, tra questi due momenti in cui Gesù è portato, sta la grande rappresentazione della deposizione dalla croce dove dominano il contrasto della luce e dell’ombra, la fisicità dei corpi, i colori dei vestiti. Sullo sfondo di nuvole nere e di buio, Gesù è posto nel mezzo della composizione; il suo corpo livido viene adagiato su di un lenzuolo bianco e da lui sgorga una luce abbagliante mentre attorno i gesti e i volti degli otto personaggi formano quasi un gruppo scultoreo segnato dalla brillantezza dei colori dei vestiti. Il corpo di Gesù è portato da chi lo depone dalla croce.

In questa opera meravigliosa si può cogliere lo sviluppo di un messaggio che trae la sua origine proprio da questo giorno, il venerdì santo, ora della morte e della deposizione di Gesù dalla croce. E’ Gesù – ci dice Rubens in questa tavola – la fonte della luce. Il suo corpo, abbandonato è luce che contrasta con lo sfondo scuro: è questa una allusione alla sua vita come salvezza in contrasto con il male ed il rifiuto. E’ lui che viene portato da chi lo sta deponendo dalla croce, dagli uomini tesi nello sforzo e dalle donne che lo accolgono delicatamente, che gli fanno corona portandolo giù dalla croce.

Nel riquadro di sinistra è Maria che porta Gesù. Nella parte destra della pala il vecchio Simeone quasi cieco pronuncia il suo inno: ‘Ora lascia o Signore che il tuo servo vada in pace, secondo la tua parola, perché i miei occhi han visto la tua salvezza preparata da te davanti a tutti i popoli, luce per illuminare le genti e gloria del tuo popolo Israele’. Anche Simeone porta Gesù in braccio e con il suo sguardo quasi spento vede la luce…

In questo contesto la persona chiave dell’intera opera è quella figura che emerge dall’oscurità,: è l’eremita. tra le mani tiene una lampada che illumina lievemente il suo volto. Rubens vede nella deposizione del corpo di Cristo il grande tema del ‘portare Cristo’: Gesù è portato da Maria, è portato tra le braccia dal vecchio Simeone. Il suo corpo è infine portato da coloro che lo deposero dalla croce. Cristoforo stesso scopre di portare Gesù stesso in quel bambino incontrato inaspettatamente sulla riva del fiume.

Ma ancora Rubens presenta ogni cristiano nella figura di quell’eremita che cerca la sua strada, tenendo tra le mani la luce fioca della lanterna davanti ai suoi occhi semichiusi. Egli porta la luce non come possesso ma come dono che gli apre attimo dopo attimo il cammino e gli fa intravedere l’invisibile..

Anche noi oggi stiamo davanti alla croce di Gesù, quella croce segno di morte ma anche di salvezza e di vittoria sul male, sul peccato e sulla morte, e ci scopriamo chiamati ad essere ‘portatori di Gesù’, a seguirlo nella sua via, ad accogliere quella luce dell’amore che emana dal suo corpo dato per tutti. Ci scopriamo chiamati a tenere davanti a noi quale guida ai nostri passi, quella luce che genera ricerca e ci mantiene come viandanti.

Forse come Cristoforo c’è anche per noi la sorpresa del portare Gesù, in modo inatteso, là dove non ce l’aspettiamo, nel quotidiano, nel vivere l’accoglienza ed il servizio, e la sorpresa di scoprire che è lui in realtà che porta noi.

Alessandro Cortesi op

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Giovedì santo 2019

bibbia45_843919“Si alzò da tavola, depose le vesti e, preso un asciugatoio se lo cinse attorno alla vita…

…Signore tu lavi i piedi a me?”

Celebriamo anche quest’anno la pasqua. E viviamo questa atmosfera familiare propria della pasqua ebraica. Celebriamo con senso di festa. È memoriale, giorno di memoria, ‘lo celebrerete come festa del Signore…’

Celebrare significa avvertire il tempo, le cose, le occupazioni con un senso profondo e diverso: non tutto si esaurisce qui e ora, nella superficie, ma questo tempo, queste piccole cose, occupazioni hanno una dimensione più profonda. Tutto rinvia oltre. Per pochi giorni una pausa dalla rincorsa quotidiana tra lavoro, impegni, preoccupazioni e ritardi mai recuperati… in una primavera in cui c’è ancora spazio per la bellezza del fiorire degli alberi, che investe con fiori, colori e profumi. E nel profondo contrasto che si avverte tra la bellezza che ci raggiunge nel germogliare della vita della natura e i segni di disumanità che percepiamo crescere e avanzare nelle parole di spregio e di esclusione, in scelte di violenza, nell’arroganza di chi comanda nel mondo e di coloro che osannano ai vari Trump, Salvini, Orban… macchiette di una tragica commedia. Nel contrasto con le notizie di drammi vicini e lontani, della paura che attanaglia la vita, delle sofferenze palesi e nascoste di tanti cuori.

Lo sguardo della fede è capacità di vedere l’invisibile nelle cose visibili, di solcare con lo sguardo orizzonti che danno senso al quotidiano, di guardare anche nel limitato evento di ritrovarsi insieme in questa sera di primavera per celebrare la memoria di un gesto che sta alla base del nostro vivere.

Celebrerete con i fianchi cinti: è una prescrizione della liturgia pasquale ebraica. Sa di contrasto con la lentezza di un rito tutto chiuso in se stesso: sembra che celebrare la pasqua debba essere un momento di passaggio, appunto. Non c’è da sostare, bisogna partire e ripartire. I fianchi cinti, i sandali ai piedi: sono i simboli di chi si mette in viaggio. Sono i simboli di chi parte e partendo si apre alla novità al cambiamento, alla speranza. E’ di chi sa partire la capacità di rivolgere lo sguardo non già alle cose grandi ma ai piccoli semi che stanno per crescere, a ciò che sta per spuntare.

Viviamo tempi in cui siamo chiamati a non fermarci. Un ritmo accelerato di cambiamenti, di forze incalzanti da più parti ci spinge a muoverci continuamente: notizie, innovazioni, mobilità…flessibilità. Ma tutto questo il più delle volte è come un movimento di superficie del mare agitato dal vento, ma che non segna il profondo. C’è per contro un altro tipo di movimento poco visibile, ma molto più forte, interiore e esistenziale. E’ forse questo il partire a cui siamo invitati questa sera.

I sandali ai piedi sono il distintivo del viandante e del pellegrino che cammina, che compie il suo viaggio, che sa cosa significa partire, abbandonare e abbandonarsi, e sa anche la fatica di lasciare sicurezze e comodità acquisite. C’è un partire fisico e c’è un partire del cuore.

Forse la pasqua quest’anno ci chiede questo: una richiesta antica e nuova. Vivere questa pasqua come chi si mette in viaggio, non da possessori di certezze e orgogliosi gestori di potere. Nemmeno capaci di giudizio sugli altri perché sicuri (o impauriti) nella propria identità da opporre all’altro, ma un viaggio – che come ogni viaggio interiore o esteriore – fa solcare confini e barriere, fa andare al di là, oltre, e spinge a passare, a valicare. I fianchi cinti e i sandali ai piedi indicano la sobrietà del vestito di chi accetta la fatica del cammino: non troppe cose, non troppo bagaglio, ma solo l’essenziale. E’ più faticoso nella vita rintracciare l’essenziale che lasciarsi sommergere da tutto ciò che pensiamo indispensabile ma che non lo è… anche nella fede, anche nella vita di chiesa. E forse è un passaggio di autenticità da compiere prima o poi.

I fianchi cinti… ci invita a pensare con fiducia al futuro: solo chi ha un sogno può mettersi in cammino. Troppo spesso ci lasciamo costringere ad invecchiare pensando che la disillusione e il disincanto siano le caratteristiche della maturità e dell’età adulta. Sono invece l’inermità e lo scoprirsi vulnerabili, come anche la disponibilità a parlare, al dialogo, le caratteristiche di chi parte; ed anche una leggerezza rispetto alle cose. Solo chi non ha tutto e sa limitare l’uso stesso delle cose può apprezzare la bellezza e la gioia per le cose più semplici: l’acqua, un riparo, il cibo, il lavoro, gli incontri, un bel libro… è questa la grazia del deserto: il silenzio, l’acqua, il cielo stellato come panorama della notte, invito alla meraviglia e alla gratitudine, a riconoscere che non siamo soli.

Anche Gesù ha vissuto la pasqua con i fianchi cinti: lui che è presentato dai vangeli sempre in cammino, che sulla via ha istruito i suoi discepoli, che sulla strada ha compiuto i suoi gesti più belli, donando il vedere a quel cieco che poi si mise a seguirlo proprio sulla strada. Lui che sulla strada trovava i luoghi della sosta e del riposo nel cammino. Ed erano luoghi di incontro di amicizia, di fraternità. Non dovrebbe essere così anche la chiesa, un luogo di fraternità, dove ci si può ristorare durante il cammino, luogo dove si può passare (fare pasqua, appunto), scoprendo qualcuno che ha cinto per primo i suoi fianchi ed è partito?

Gesù ha vissuto la pasqua con i fianchi cinti e cinti con quel cencio che Giovanni indica nell’asciugatoio. L’ha vissuta dicendoci quindi che la pasqua si vive intendendo la vita come cammino, per sé e per gli altri. Ma con quell’asciugatoio attorno ai fianchi ci ha detto anche che questo cammino raggiunge il suo senso, è ben orientato, è realizzazione di sé se diventa cammino di servizio.

Forse il più bel modo di celebrare la pasqua è proprio fermarci qui e fare nostra quella domanda di Pietro. ‘Signore, tu lavi i piedi a me?’ Non è già la scoperta che questo dovrò farlo anch’io, che dovremo seguire l’esempio di Gesù, che dovremo lavare i piedi agli altri… questo è forse troppo. Ma forse possiamo solo fermarci a vivere lo sconcerto perché… ‘tu, proprio tu, lavi i piedi a me’. e la meraviglia perché quei fianchi cinti per partire sono i tuoi fianchi… e la gratitudine perché quei fianchi sono cinti con il grembiule della cura, dell’attenzione e del servizio. E anch’io e con me tutti noi siamo coinvolti in questo tuo lavare i piedi. E questo forse è già tutto nel tramonto di questo giorno in cui ci troviamo a ripetere ‘Rimani con noi, in mezzo a noi, perché si fa sera…’

Alessandro Cortesi op

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Domenica delle Palme – anno C – 2019

IMG_3813Is 50,4-7; Sal 21; Fil 2,6-11; Lc 22,14-23,56

Il racconto della passione secondo Luca è una rilettura degli eventi storici degli ultimi giorni di Gesù alla luce dell’incontro con lui risorto. Sono visibili alcuni elementi propri della sensibilità di Luca e della sua comunità. Si può quindi leggere la lunga narrazione della passione cogliendo i tratti propri del terzo vangelo.

Un primo elemento è l’attenzione alla via: la via della croce percorsa da Gesù fino a Gerusalemme è la medesima via che anche il discepolo è chiamato a percorrere nel seguire l’esempio del suo maestro. Gesù è il ‘grande testimone’. Sulla via verso il luogo della crocifissione a Simone di Cirene viene dato di prendere la croce di Gesù ed egli si trova a portarla dietro a lui (23,26). E’ un tratto proprio di Luca circa il ‘seguire Gesù’. Il discepolo è chiamato a seguire Gesù nella quotidianità della vita: ‘Se qualcuno vuol venire dietro a me rinneghi se stesso, prenda la sua croce ogni giorno e mi segua’ (9,23). Gesù ha dato la sua vita in dono: questo è vangelo, bella notizia e qui sta il senso profondo della croce.

Nel narrare la passione Luca insiste sui tratti di Gesù: è mite e vive la fedeltà fino alla fine. Rifiuta la violenza mentre attorno a lui l’ingiustizia lo schiaccia. Gesù è presentato con i tratti del ‘servo di Jahwè’, profeta perseguitato ingiustamente che fino alla fine mantiene la solidarietà con tutti, vivendo il perdono nel momento estremo (23,34).

Gesù offre la misericordia del Padre quando, con il suo sguardo, rinvia Pietro a ‘ricordare le parole’ che lui stesso gli aveva detto (22,54-61): gli apre un futuro di perdono e gli dà coraggio rinviandolo alle sue parole.

L’intero racconto tiene presente l’orizzonte della Pasqua: “Si avvicinava la festa degli azzimi, chiamata Pasqua…” (22,1.7). L’avvicinarsi della festa di Pasqua non è solo un elemento della cronologia, ma è chiave per cogliere il senso degli eventi. L’agnello stava al centro della celebrazione ebraica di Pesah. Luca legge Gesù come agnello. Pasqua era poi memoria di liberazione e alleanza, ricordo del passaggio dalla schiavitù alla libertà (cfr. 22,15-20).

Anche il complotto per uccidere Gesù è letto in profondità: ad un livello storico si attua il convergere e l’accordarsi del potere religioso e di quello politico per eliminare Gesù, un accordo che approfitta di un tradimento e di una serie di ‘consegne’: ‘…egli (Giuda) andò a discutere con i sommi sacerdoti e i capi delle guardie sul modo di consegnarlo nelle loro mani’ (22,4). Ad un livello più profondo però Luca vede la passione di Gesù come il suo libero consegnarsi nelle mani degli uomini e il rimettersi nelle mani del Padre. Nel momento della morte le sue parole sono: ‘questo è il mio corpo dato per voi’ (22,19), ‘Padre, nelle tue mani consegno il mio spirito’ (23,46).

Nei momenti dell’arresto, nel comparire davanti al sinedrio, a Erode e a Pilato, Luca scorge l’attuarsi di un grande scontro tra Gesù e le forze del male e fa accenno a ‘colui che separa’, satana. E’ una lotta che attraversa l’intera esistenza di Gesù, mandato per rimettere in libertà gli oppressi e per inaugurare un tempo di liberazione da ogni male (cfr. 4,18-19) fino al tempo fissato di uno scontro definitivo (cfr. 4,11).

Davanti al sinedrio le accuse portate a Gesù sono di tipo religioso e compare il titolo di ‘Figlio dell’uomo’, titolo riferito al messia, con citazione del salmo 110. Davanti ai capi del sinedrio Gesù è presentato come Messia e testimone fedele: già in questo momento si sta compiendo quella ‘salita’, il viaggio di Gesù verso Gerusalemme: ‘da questo momento sarà innalzato il figlio dell’uomo seduto alla destra della potenza di Dio’ (22,69).

Nell’interrogatorio davanti a Pilato la questione al centro riguarda la pretesa di Gesù di essere re: già l’entrata di Gesù a Gerusalemme era stata presentata come un corteo regale (19,20-40) con il saluto ‘benedetto colui che viene, il re, nel nome del Signore! Pace in cielo e gloria nel più alto dei cieli’ (19,40).

Di fronte alla domanda di Pilato Gesù rimane in silenzio. Il suo essere re è di tipo diverso dal potere di chi lo accusa. Così pure nel silenzio davanti a Erode.

E’ un re che non salva se stesso ma è venuto per dare la sua vita: al momento della crocifissione si attua il compiersi di quell’ ‘oggi’ di salvezza che attraversa l’intero vangelo. ‘Oggi sarai con me in paradiso’ (23,43) è eco dell’incontro con Zaccheo ‘Oggi la salvezza è entrata in questa casa’ (19,9) e delle parole nella sinagoga: ‘Oggi si è adempiuta questa Scrittura che voi avete ascoltato…’ (4,21).

‘Stare nelle cose del Padre ‘(2,49) è la prima parola posta in bocca a Gesù nel vangelo ed è anche l’ultima prima della morte: racchiude l’abbandono fiducioso al padre di misericordia di cui Gesù parla nella parabola del padre che ha compassione e va in cerca dei suoi figli. Sulla croce Luca vede Gesù come il giusto che dà salvezza, non cerca di salvare se stesso, ma offre vita per tutti. Sarà indicato come ‘il Vivente’ alle donne al sepolcro nel mattino del primo giorno dopo il sabato (24,5; cfr 24,23).

Ma di fronte alla morte di Gesù tutti i personaggi rimangono pensosi, osservando (23,35). Per tutti c’è possibilità di una storia nuova di fronte a lui: è questa l’attitudine richiesta anche a noi in questi giorni verso la Pasqua.

Alessandro Cortesi op

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Il male e la responsabilità

Il giorno 9 aprile del 1945 moriva nel lager di Flossenburg Dietrich Bonhoeffer, pastore luterano, teologo, ricercatore di pace e testimone del vangelo. Lo ricordiamo in questi giorni come testimone ecumenico nella sua coerenza in fedeltà al vangelo.

Negli anni oscuri della dittatura nazista in Germania da subito si schierò in modo fortemente critico contro Hitler sin dalla sua presa del potere. In lui individuava i tratti del seduttore (Verführer) e non quelli della guida (Führer). E’ proprio la caratteristica di essere tentatore il più grande pericolo per i cristiani e questo fu tema caro a Bonhoeffer da lui poi approfondito.

Sulla base di una profonda analisi della gravità del male che si stava diffondendo in Germania in quegli anni egli, uomo di ecumenismo e di pace, ammiratore di Gandhi, giunse a maturare la scelta faticosa di partecipare ad un complotto contro Hitler, manifestando così la sua reazione al regime non nella dimensione privata e nascosta ma in una coraggiosa azione di responsabilità morale per fermare la mano al dittatore. In seguito alla congiura fallita fu arrestato e concluse la sua vita in prigionia poco prima della liberazione del lager di Flossenburg nella primavera del 1945.

In uno scritto del 1942 parla con chiarezza della mascherata in cui il male si presenta nelle forme di luce e di necessità storica: “La grande mascherata del male ha scompaginato tutti i concetti etici. Per chi proviene dal mondo concettuale della nostra etica tradizionale, il fatto che il male si presenti nella figura della luce, del bene operare, della necessità storica, di ciò che è giusto socialmente, ha un effetto semplicemente sconcertante; ma per il cristiano, che vive della Bibbia, è appunto la conferma della abissale malvagità del male”.

Egli percepiva il male contro cui il cristiano, per la sua fede, è chiamato a resistere, con lucidità di lettura degli eventi e cercando di porre insieme un pensiero chiaro e una altrettanto chiara e decisa scelta di azione. Ciò che Bonhoeffer seppe leggere fu la capacità del regime di travestirsi in proposta di bene e per questo di attirare a sé l’ammirazione ed il consenso di tanti.

Così scriveva in un documento del 1942: “Non si dovrebbe dimenticare che facendo ad Hitler concessioni che sono state rifiutate ai suoi predecessori, gli uomini di stato di altri paesi divennero i sostenitori di Hitler contro i gruppi di opposizione in Germania. In tal modo si spiega che al popolo tedesco sia diventato sempre più difficile capire il vero carattere del regime e che relativamente pochi siano rimasti saldi nella loro convinzione che si trattava di Satana mascherato da angelo della luce”.

Alla conferenza ecumenica di Fanö del 1934 ebbe ad esprimere come la pace non può essere raggiunta per via della sicurezza, ma esige di essere osata per fede:

“Non c’è modo di giungere alla pace per la via della sicurezza. Poiché per la pace si deve arrischiare, è una grande temerarietà, e non si può mai stare sul sicuro. Pace è il contrario di sicurezza. Cercare sicurezza significa avere diffidenze, e queste generano a loro volta guerra. Cercare sicurezza significa volersi proteggere. Pace significa affidarsi totalmente al comando di Dio, non volere sicurezze, ma nella fede e nell’obbedienza porre in mano a Dio onnipotente la storia dei popoli e non volerne disporre a proprio arbitrio”.

Egli scorge anche e soprattutto l’importanza di agire e il primato della prassi nella considerazione della concreta situazione in cui ci si trova. Alla fidanzata scriveva dalla cella del carcere di Tegel: “Io temo che i cristiani che stanno sulla terra con un solo piede, staranno con un solo piede anche in paradiso”. Ed egli si poneva il problema di come preparare la via per contrastare il male che si rende presente nell’abuso del potere, nella ostentazione di potenza che provoca l’istupidimento degli uomini.

“Coloro che sono stati spinti nell’abisso della miseria umana, abbassati e umiliati, devono essere innalzati. Ci sono fra gli uomini abissi di servaggio di povertà e di ignoranza che impediscono la venuta misericordiosa di Cristo. […] Il dovere di preparare la via costituisce un compito di altissima responsabilità. L’affamato ha bisogno di pane, il derelitto di una casa, chi è stato calpestato ha bisogno di giustizia, il solitario di compagnia, l’indisciplinato di ordine, lo schiavo di libertà. Sarebbe un’offesa contro Dio e contro il prossimo lasciare l’affamato alla sua fame, dicendo che Dio è particolarmente vicino ai bisognosi”.

Nello scritto Vita comune inizia la riflessione con uno sguardo al compito principale del cristiano: “Il posto del cristiano non è l’isolamento di una vita claustrale, ma lo stare in mezzo ai nemici. Lì si svolge il suo compito e il suo lavoro”

La sua riflessione si svolge provocando fortemente alla responsabilità, non solo schierandosi a favore dei sofferenti ma rendendo i sofferenti i soggetti di una nuova politica nella storia.

“Per chi è responsabile la domanda ultima non è: come me la cavo eroicamente in quest’affare, ma: quale potrà essere la vita della generazione che viene. Solo da questa domanda storicamente responsabile possono nascere soluzioni feconde anche se provvisoriamente molto mortificanti”.

“Resta un’esperienza di incomparabile valore l’aver imparato a vedere dal basso i grandi avvenimenti della storia del mondo, nella prospettiva degli esclusi, dei sospettati, dei maltrattati, dei deboli, degli oppressi e derisi, in breve dei sofferenti”.

Alessandro Cortesi op

 

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