la parola cresceva

commenti alla Parola della domenica e riflessioni

III domenica tempo ordinario – anno C – 2022

Disegno di Shamsia Hassani – artista Afghanistan

Ne 8,2-10; 1Cor 12,12-30; Lc 1,1-4; 4,14-21

Due libri aperti sono al cuore della liturgia: il rotolo della Bibbia che il sacerdote Esdra apre nello spazio del Tempio con sullo sfondo Gerusalemme ricostruita dopo il ritorno dall’esilio (forse attorno al 444 a.C.) letto davanti a tutto il popolo e il rotolo aperto da Gesù nella sinagoga di Nazaret.

Questa domenica, dedicata alla Parola di Dio, si situa nella settimana di preghiera per l’unità dei cristiani. Ritornare alla Parola di Dio è  l’orizzonte di un cammino che richiede conversione insieme per scoprirsi non dominatori ma a servizio della Parola.

“Esdra aprì il libro in presenza di tutto il popolo”. Esdra lo scriba pone la lettura del libro al centro della convocazione di tutto il popolo. Si può cogliere in questa descrizione una divisione molto clericale (sacerdoti e leviti davanti al popolo che deve solo ascoltare) ma si può anche cogliere il messaggio che proviene da questa lettura in cui al centro è il libro che rinvia alla presenza del Signore quel guida del popolo: «Questo giorno è consacrato al Signore, vostro Dio; non fate lutto e non piangete!». L’ascolto del libro della Legge, segno della Parola di benedizione di Dio costituisce l’orizzonte di speranza per tutto il popolo. Il pentimento del popolo tornato dall’esilio è solo una tappa di un cammino nell’ascolto della parola di Dio che trasforma i cuori e li rende capaci di gioia

A Nazaret tra i suoi, Gesù, il figlio di Giuseppe e di Maria, legge parole che indicano una missione di liberazione e di pace “Venne a Nàzaret, dove era cresciuto, e secondo il suo solito, di sabato, entrò nella sinagoga e si alzò a leggere. Gli fu dato il rotolo del profeta Isaìa; aprì il rotolo e trovò il passo dove era scritto: «Lo Spirito del Signore è sopra di me;
per questo mi ha consacrato con l’unzione
e mi ha mandato a portare ai poveri il lieto annuncio…”

Anche Gesù nella sinagoga legge il libro delle Scritture. La parola di Isaia è accolta come indicazione del dono dello Spirito per portare una bella notizia ai poveri. Si tratta di un brano del terzo Isaia (61,1-2), ma rispetto al testo originale vi sono piccole ma rilevanti modifiche: è infatti tralasciato ogni riferimento al ‘giorno di vendetta del Signore’, e sono riprese invece tutte le espressioni indicanti vita nuova, libertà, salvezza, gioia, sconfitta di ogni male. Al termine di questa lettura Gesù non commenta questo testo ma dice solamente ‘Oggi si è adempiuta questa Scrittura che voi avete udita con i vostri orecchi’. Gesù intende tutta la sua vita in questa direzione e si lascia guidare dal dono dello Spirito scorgendo nei poveri il riferimento fondamentale della sua vita, ad essi orientata, “a proclamare ai prigionieri la liberazione e ai ciechi la vista; a rimettere in libertà gli oppressi e proclamare l’anno di grazia del Signore”. La Scrittura si compie nella sua vita. E Gesù indica anche che la Scrittura accolta suscita percorsi nello Spirito di novità e di speranza.

“Ora voi siete corpo di Cristo e, ognuno secondo la propria parte, sue membra”. La riflessione di Paolo sulla vita della comunità lo conduce a scorgere un legame particolare tra Gesù Cristo e tutti coloro che vivono in lui. C’è una dimensione comunitaria fondamentale della vita al seguito di Gesù. Essere membra di Gesù significa da un lato vivere nello Spirito che lo ha spinto ad annunciare ai poveri l’annuncio di salvezza. E’ anche apertura a scorgere come essere membra gli uni degli altri comporta un modo di intendere la vita mai senza l’altro.

In questa giornata della Parola di Dio e del pensiero all’unità dei cristiani, è motivo di forza accogliere l’invito a leggere il libro delle Scritture in rapporto con la vita, per lasciarsi spingere a prendere il largo dallo Spirito e scoprire in modo nuovo l’essere comunità con tutti coloro che seguono Gesù, come membra che si appartengono reciprocamente.

Il 25 marzo 2017 papa Francesco rispondendo ad una domanda in un incontro con i presbiteri di Milano ha detto:  “Ho ascoltato la tua domanda, … mi sono venute in mente due cose. Una, “prendere i pesci”. Tu sai che l’evangelizzazione non sempre è sinonimo di “prendere i pesci”: è andare, prendere il largo, dare testimonianza… e poi il Signore, Lui “prende i pesci”. Quando, come e dove, noi non lo sappiamo. E questo è molto importante. E anche partire da quella realtà, che noi siamo strumenti, strumenti inutili. Un’altra cosa che tu hai detto, quella preoccupazione che hai espresso che è la preoccupazione di tutti voi: non perdere la gioia di evangelizzare. Perché evangelizzare è una gioia”.

A partire da questa sollecitazione penso che vivere la provocazione del cammino ecumenico oggi come dono Spirito sia sfida a cambiare orizzonte: dall’idea di prendere pesci alla disponibilità a prendere il largo… vivendo la gioia della testimonianza della Parola.

Alessandro Cortesi op 

… portare ai poveri il lieto annuncio

Pope Francis embraces Lutheran Archbishop of Uppsala Antje Jackelen during a ecumenical mass in the cathedral in Lund, Sweden, October 31, 2016. REUTERS/Max Rossi

Con gratitudine riconosciamo che la Riforma ha contribuito a dare maggiore centralità alla Sacra Scrittura nella vita della Chiesa“. Papa Francesco ha parlato così nella cattedrale luterana di Lund nell’omelia durante l’incontro ecumenico di preghiera in occasione dell’avvio della commemorazione dei 500 anni della Riforma protestante (1517-2017). E’ stato un momento in cui si è affermato un definitivo superamento della attitudine delle scomuniche reciproche e l’impegno a coltivare un’attitudine nuova “verso la fede che gli altri professano con un accento e un linguaggio diversi“.

“Gesù ci ricorda: «Senza di me non potete far nulla» (Gv 15,5). Egli è colui che ci sostiene e ci incoraggia a cercare i modi per rendere l’unità una realtà sempre più evidente. Indubbiamente la separazione è stata un’immensa fonte di sofferenze e di incomprensioni; ma al tempo stesso ci ha portato a prendere coscienza sinceramente che senza di lui non possiamo fare nulla, dandoci la possibilità di capire meglio alcuni aspetti della nostra fede” (Omelia Lund 31 ottobre 2016).

L’immagine del papa che abbraccia l’arcivescovo luterana di Upsala, Antje Jackelen, è un’immagine che indica un cammino e già prefigura un orizzonte di essere chiesa nell’accogliere modalità diverse di professare la medesima fede con accenti propri e di attuare il servizio ministeriale nelle comunità nella condivisione tra uomini e donne come voleva Gesù per una fraternità e sororità di uguali e diversi nel seguire la sua Parola.

Una seconda immagine non può lasciare indifferenti. Proviene da Kabul ed è stata postata da Francesca  Mannocchi sul suo profilo Instagram in questi giorni in cui è tornata nella capitale afghana con il fotografo Alessio Romenzi e sta curando una serie di inchieste sulla situazione del Paese dopo l’abbandono da parte degli occidentali nell’agosto del 2021. E’ un’immagine che non s’impone per la sua drammaticità, ma coinvolge chi la guarda nel senso di povertà, desolazione e tristezza di fronte a questi bambini. Nel suo silenzio parla della fatica della vita quotidiana, del senso di abbandono di un popolo che sta vivendo una crisi umanitaria senza precedenti proprio in questi giorni. I sandali di quella bimba sulla neve sporca di un inverno rigidissimo esprimono, ben più di mille parole, la sofferenza di un intero popolo.

La foto genera sofferenza anche se rapportata alle notizie che giungono sulla situazione mondiale e sulla spesa dedicata agli armamenti. In Italia secondo l’osservatorio Mil€x nel 2022 il governo ha stanziato oltre 25 miliardi di euro per destinarli alle spese militari: 8,3 miliardi di euro saranno destinati a nuovi armamenti  con un incremento di spesa per la difesa rispetto all’anno precedente di oltre un miliardo di euro e del 20% in tre anni. Cifre esorbitanti che generano interrogativi e scandalo per tale impiego di risorse destinate a strumenti di guerra e non indirizzate a progetti di pace (cfr. https://www.fanpage.it/politica/spesa-militare-record-di-oltre-25-miliardi-di-euro-per-il-2022-i-dati-dellosservatorio-milex/)

In questi giorni l’agenzia Oxfam ha pubblicato i risultati dell’analisi sulla condizione della povertà a  livello internazionale indicando che nei primi due anni di pandemia i dieci uomini più ricchi del mondo hanno più che raddoppiato i loro patrimoni, passati da 700 a 1.500 miliardi di dollari. Nel medesimo periodo si stima che 163 milioni di persone siano cadute in povertà a causa della pandemia. E’ in questi numeri la sintesi più sconvolgente del rapporto “La pandemia della disuguaglianza”, pubblicato da Oxfam il 17 gennaio 2022, in occasione dell’apertura del World Economic Forum di Davos (quest’anno in modalità virtuale).

Elisa Bacciotti, responsabile Campagne di Oxfam Italia ha offerto uno sguardo analitico della situazione italiana: “Il quadro sociale avrebbe potuto essere ancor più grave, se il Governo non avesse potenziato le misure di tutela esistenti e messo in campo strumenti emergenziali nuovi di supporto al reddito. I massicci trasferimenti hanno anche attenuato le disuguaglianze retributive e reddituali, ma le prospettive a breve restano incerte, data la temporaneità degli interventi e i rischi, tutt’altro che scongiurati, di un ritorno allo status quo pre-pandemico. In primis, per quanto riguarda il nostro mercato del lavoro profondamente disuguale e che genera, in modo strutturale, povertà da decenni (…) Sono diversi i motivi, non rimossi dalla pandemia, che rendono oggi il lavoro insufficiente a condurre una vita dignitosa per tante persone: l’espansione di lungo corso di occupazioni in settori a bassa produttività e con salari insufficienti, la prevalenza nel tessuto produttivo di piccole e micro imprese con propensione all’innovazione mediamente molto debole e sottoutilizzo del capitale umano, le strategie competitive delle imprese italiane basate sulla compressione del costo del lavoro, la deregulation contrattuale, la diffusione del part-time in prevalenza involontario”

E’ tale situazione di disuguaglianza e di sofferenza dei poveri ad interrogare profondamente le chiese insieme su cosa significa oggi ascoltare la Parola di Dio che invia a portare una bella notizia ai poveri…

Alessandro Cortesi op

 

Leggere il tempo presente…

II domenica del tempo ordinario – anno C – 2022

Is 62,1-5; 1Cor 12,4-11; Gv 2,1-12

Il termine chiave del IV vangelo è ‘segno’: a Cana è presentato  il primo dei sette segni posti fino al momento della croce a Gerusalemme. Non di ‘miracoli’  si parla nel IV vangelo ma di segni. C’è qualcosa che sta oltre, da scorgere dentro e oltre l0’agire di Gesù, i suoi gesti e le sue parole. A Cana la gioia delle nozze, la bellezza di un incontro, la convivialità di una festa, il sapore del vino, l’attesa di fronte ad un intoppo… sono tutti segni. Ci sono gli sposi e la loro festa ma tutto diventa segno per indicare Gesù stesso che viene ad incontrare una umanità in attesa come colui che ama e si dona per i suoi amici.

Accanto a Gesù sta Maria che non viene mai chiamata per nome ma è presentata come ‘madre di Gesù’. A lei Gesù si rivolge con una espressione che sorprende: “Che ho da fare con te, donna”. Un senso di distanza e di ripulsa? oppure un ritrarsi cordiale di fronte ad una proposta che Gesù non intende accettare. Chiama Maria ‘donna’ e questo termine ritorna quando sotto la croce vi è la consegna a lei del discepolo amato: ‘Donna, ecco tuo figlio’. Anche ‘donna’ è una parola-segno che rinvia ad altro.

Non è ancora giunta l’‘ora’ dice Gesù. Il tema dell’ora è un altro filo che attraversa interamente il quarto vangelo con rinvii continui ad un’ora da venire (Gv 7,30; 8,20; 12,23.27). L’ora decisiva, quella della croce, è identificata con la glorificazione. Lì, in modo paradossale, la gloria di Dio si manifesta nel volto del crocifisso. Ora e gloria stanno insieme. Gesù nel suo cammino più volte dice che ancora non è giunta la sua ora, ma fino al momento dell’inizio dell’ultima cena che viene introdotta dalle parole: ‘sapendo che era giunta la sua ora di passare da questo mondo al Padre, dopo aver amato i suoi che erano nel mondo li amò sino alla fine’ (13,1). L’ora di Gesù  diviene così il punto decisivo in cui convergono tutte le scelte della sua vita. I suoi gesti sono indicazioni dirette all’ora della croce quale ora dell’amore fino alla fine. Gesù a Cana si rifiuta di compiere un gesto sorprendente: non segue la logica dei miracoli. Il suo esserci a Cana, facendo sì che la festa possa continui e vi sia una gioia condivisa nell’incontro è segno di quanto sarà manifestato sulla croce.

Maria suggerisce: ‘fate quello che vi dirà’. Non è un rifiuto quello di Gesù ma invito ad entrare in un percorso nuovo guardando i segni. Sei giare piene di acqua divengono contenitori di un vino tanto buono da suscitare stupore: le giare che servianoper la purificazione, per i gesti dell’osservamza, divengono contenitori di un annuncio di gioia: il segno di Cana è segno del vino che porta gioia e rallegra il banchetto.

Ed il banchetto nella Bibbia è immagine evocativa della gioia e della novità portate dal messia (Is 25,6). L’incontro stesso di Dio con il suo popolo era presentato nell’immagine di uno sposalizio: “Nessuno ti chiamerà più Abbandonata, né la tua terra sarà più detta Devastata, ma sarai chiamata Mia Gioia
e la tua terra Sposata, perché il Signore troverà in te la sua delizia e la tua terra avrà uno sposo.
Sì, come un giovane sposa una vergine, così ti sposeranno i tuoi figli; come gioisce lo sposo per la sposa, così il tuo Dio gioirà per te.” (Is 62,4-5). Il vino buono e prezioso alla festa rinvia quindi al tempo della venuta del messia “Io li guarirò dalla loro infedeltà, li amerò profondamente, poiché la mia ira si è allontanata da loro. Sarò come rugiada per Israele; fiorirà come un giglio e metterà radici come un albero del Libano, si spanderanno i suoi germogli e avrà la bellezza dell’olivo e la fragranza del Libano. Ritorneranno a sedersi alla mia ombra, faranno rivivere il grano, fioriranno come le vigne, saranno famosi come il vino del Libano.” (Os 14,5-8)

Il segno di Cana è orientato all’ora di Gesù indicato come il messia: arreca gioia nuova come vino nuovo nella storia. Maria ha i contorni della ‘donna’ che si affida e rinvia alla chiesa che vedrà affidati i discepoli di Gesù sotto la croce. Cana è quindi epifania: invita a ricercare la gioia che proviene dal dono di vita di Gesù che vince ogni situazione di buio e di morte.

Alessandro Cortesi op

Sulla terrazza di Abramo

Lunedì 17 gennaio è la 33 giornata dedicata per l’approfondimento e lo sviluppo del dialogo tra cattolici ed ebrei che apre la settimana, che si svolge subito dopo dal 18 al 25 gennaio di preghiera per l’unità dei cristiani.

Questa coincidenza non è casuale. Proprio la riflessione sull’importanza, anzi, sull’essenzialità che il cammino ecumenico riveste nella vita delle chiese cristiane, ha aperto alla considerazione che tale orizzonte di unità da costruire e ricercare in modo quotidiano e nella storia trova le sue radici nella comune eredità proveniente dalla vicenda del popolo d’Israele, dalla fede di Israele, dalla alleanza che il Dio dei padri, di Abramo Isacco e Giacobbe ha donato a questo popolo per essere nella storia testimone di un disegno di incontro, di vicinanza e di vita per tutti i popoli della terra. La dichiarazione Nostra Aetate del Vaticano II dice: “Scrutando il mistero della Chiesa, il sacro Concilio ricorda il vincolo con cui il popolo del Nuovo Testamento è spiritualmente legato con la stirpe di Abramo” (NA 4). Proprio nello scrutare le dimensioni più profonde del mistero dell’esistenza della chiesa stessa si riscopre un rinvio all’altro che è alla radice della vita stessa dela chiesa, alla vicenda della discendenza di Abramo.

Celebrare la giornata del dialogo ebraico cristiano quest’anno reca con sé la provocazione a porsi – come ricordava Giorgio La Pira – sulla “terrazza di Abramo”. Da questo punto di vista, dall’orizzonte visuale di Abramo appare in tutta la sua ampiezza il disegno per una storia di incontro tra i popoli in rapporto alla presenza di Dio che visita e reca vita ed apre cammini per uscire da sicurezze e chiusure per aprirsi a nuovi cammini di incontro e di affidamento.

In questo senso può essere utile rileggere quest’oggi le parole poetiche con cui papa Francesco – nel suo viaggio in Irak il 6 marzo 2021 – ha ricordato proprio nella sua terra a Ur, la vicenda di Abramo e la chiamata a lui e a tutta la sua discendenza per un viaggio che attraversa la storia e che ci coinvolge.

“Questo luogo benedetto ci riporta alle origini, alle sorgenti dell’opera di Dio, alla nascita delle nostre religioni. Qui, dove visse Abramo nostro padre, ci sembra di tornare a casa. Qui egli sentì la chiamata di Dio, da qui partì per un viaggio che avrebbe cambiato la storia. Noi siamo il frutto di quella chiamata e di quel viaggio. Dio chiese ad Abramo di alzare lo sguardo al cielo e di contarvi le stelle (cfr Gen 15,5). In quelle stelle vide la promessa della sua discendenza, vide noi. E oggi noi, ebrei, cristiani e musulmani, insieme con i fratelli e le sorelle di altre religioni, onoriamo il padre Abramo facendo come lui: guardiamo il cielo e camminiamo sulla terra.

1. Guardiamo il cielo. Contemplando dopo millenni lo stesso cielo, appaiono le medesime stelle. Esse illuminano le notti più scure perché brillano insieme. Il cielo ci dona così un messaggio di unità: l’Altissimo sopra di noi ci invita a non separarci mai dal fratello che sta accanto a noi. L’Oltre di Dio ci rimanda all’altro del fratello. Ma se vogliamo custodire la fraternità, non possiamo perdere di vista il Cielo. Noi, discendenza di Abramo e rappresentanti di diverse religioni, sentiamo di avere anzitutto questo ruolo: aiutare i nostri fratelli e sorelle a elevare lo sguardo e la preghiera al Cielo. Tutti ne abbiamo bisogno, perché non bastiamo a noi stessi. L’uomo non è onnipotente, da solo non ce la può fare. E se estromette Dio, finisce per adorare le cose terrene. Ma i beni del mondo, che a tanti fanno scordare Dio e gli altri, non sono il motivo del nostro viaggio sulla Terra. Alziamo gli occhi al Cielo per elevarci dalle bassezze della vanità; serviamo Dio, per uscire dalla schiavitù dell’io, perché Dio ci spinge ad amare. Ecco la vera religiosità: adorare Dio e amare il prossimo. Nel mondo d’oggi, che spesso dimentica l’Altissimo o ne offre un’immagine distorta, i credenti sono chiamati a testimoniare la sua bontà, a mostrare la sua paternità mediante la loro fraternità. (…)

2. Camminiamo sulla terra. Gli occhi al cielo non distolsero, ma incoraggiarono Abramo a camminare sulla terra, a intraprendere un viaggio che, attraverso la sua discendenza, avrebbe toccato ogni secolo e latitudine. Ma tutto cominciò da qui, dal Signore che “lo fece uscire da Ur” (cfr Gen 15,7). Il suo fu dunque un cammino in uscita, che comportò sacrifici: dovette lasciare terra, casa e parentela. Ma, rinunciando alla sua famiglia, divenne padre di una famiglia di popoli. Anche a noi succede qualcosa di simile: nel cammino, siamo chiamati a lasciare quei legami e attaccamenti che, chiudendoci nei nostri gruppi, ci impediscono di accogliere l’amore sconfinato di Dio e di vedere negli altri dei fratelli. Sì, abbiamo bisogno di uscire da noi stessi, perché abbiamo bisogno gli uni degli altri. La pandemia ci ha fatto comprendere che «nessuno si salva da solo» (Lett. enc. Fratelli tutti, 54). Eppure ritorna sempre la tentazione di prendere le distanze dagli altri. Ma «il “si salvi chi può” si tradurrà rapidamente nel “tutti contro tutti”, e questo sarà peggio di una pandemia» (ibid., 36). Nelle tempeste che stiamo attraversando non ci salverà l’isolamento, non ci salveranno la corsa a rafforzare gli armamenti e ad erigere muri, che anzi ci renderanno sempre più distanti e arrabbiati. Non ci salverà l’idolatria del denaro, che rinchiude in sé stessi e provoca voragini di disuguaglianza in cui l’umanità sprofonda. Non ci salverà il consumismo, che anestetizza la mente e paralizza il cuore.

La via che il Cielo indica al nostro cammino è un’altra, è la via della pace. Essa chiede, soprattutto nella tempesta, di remare insieme dalla stessa parte. È indegno che, mentre siamo tutti provati dalla crisi pandemica, e specialmente qui dove i conflitti hanno causato tanta miseria, qualcuno pensi avidamente ai propri affari. Non ci sarà pace senza condivisione e accoglienza, senza una giustizia che assicuri equità e promozione per tutti, a cominciare dai più deboli. Non ci sarà pace senza popoli che tendono la mano ad altri popoli. Non ci sarà pace finché gli altri saranno un loro e non un noi. Non ci sarà pace finché le alleanze saranno contro qualcuno, perché le alleanze degli uni contro gli altri aumentano solo le divisioni. La pace non chiede vincitori né vinti, ma fratelli e sorelle che, nonostante le incomprensioni e le ferite del passato, camminino dal conflitto all’unità. Chiediamolo nella preghiera per tutto il Medio Oriente, penso in particolare alla vicina, martoriata Siria.

Il patriarca Abramo, che oggi ci raduna in unità, fu profeta dell’Altissimo. Un’antica profezia dice che i popoli «spezzeranno le loro spade e ne faranno aratri, delle loro lance faranno falci» (Is 2,4). Questa profezia non si è realizzata, anzi spade e lance sono diventate missili e bombe. Da dove può cominciare allora il cammino della pace? Dalla rinuncia ad avere nemici. Chi ha il coraggio di guardare le stelle, chi crede in Dio, non ha nemici da combattere. Ha un solo nemico da affrontare, che sta alla porta del cuore e bussa per entrare: è l’inimicizia. Mentre alcuni cercano di avere nemici più che di essere amici, mentre tanti cercano il proprio utile a discapito di altri, chi guarda le stelle delle promesse, chi segue le vie di Dio non può essere contro qualcuno, ma per tutti. Non può giustificare alcuna forma di imposizione, oppressione e prevaricazione, non può atteggiarsi in modo aggressivo.

Cari amici, tutto ciò è possibile? Il padre Abramo, egli che seppe sperare contro ogni speranza (cfr Rm 4,18) ci incoraggia. Nella storia abbiamo spesso inseguito mete troppo terrene e abbiamo camminato ognuno per conto proprio, ma con l’aiuto di Dio possiamo cambiare in meglio. Sta a noi, umanità di oggi, e soprattutto a noi, credenti di ogni religione, convertire gli strumenti di odio in strumenti di pace. Sta a noi esortare con forza i responsabili delle nazioni perché la crescente proliferazione delle armi ceda il passo alla distribuzione di cibo per tutti. Sta a noi mettere a tacere le accuse reciproche per dare voce al grido degli oppressi e degli scartati sul pianeta: troppi sono privi di pane, medicine, istruzione, diritti e dignità! Sta a noi mettere in luce le losche manovre che ruotano attorno ai soldi e chiedere con forza che il denaro non finisca sempre e solo ad alimentare l’agio sfrenato di pochi. Sta a noi custodire la casa comune dai nostri intenti predatori. Sta a noi ricordare al mondo che la vita umana vale per quello che è e non per quello che ha, e che le vite di nascituri, anziani, migranti, uomini e donne di ogni colore e nazionalità sono sacre sempre e contano come quelle di tutti! Sta a noi avere il coraggio di alzare gli occhi e guardare le stelle, le stelle che vide il nostro padre Abramo, le stelle della promessa. (…)

Fu proprio attraverso l’ospitalità, tratto distintivo di queste terre, che Abramo ricevette la visita di Dio e il dono ormai insperato di un figlio (cfr Gen 18,1-10). Noi, fratelli e sorelle di diverse religioni, ci siamo trovati qui, a casa, e da qui, insieme, vogliamo impegnarci perché si realizzi il sogno di Dio: che la famiglia umana diventi ospitale e accogliente verso tutti i suoi figli; che, guardando il medesimo cielo, cammini in pace sulla stessa terra”.

I tema della giornata del dialogo ebraico cristiano di quest’anno è tratto da una parola del profeta Geremia  “Realizzerò la mia buona promessa” (Ger 29, 10). A commento di questo tema, nel messaggio di quest’anno per la 33ª Giornata per l’approfondimento e lo sviluppo del dialogo tra cattolici ed ebrei si legge:

“Israele si trova in mezzo ai pagani, ben distante dalla «terra della promessa», senza il tempio, eppure proprio in quella situazione drammatica ritrova il senso autentico della propria vocazione. Moltiplicarsi in quella terra, «mettere radici», favorire la pace e la prosperità di tutti, ripartire dalle cose fondamentali e semplici della vita (lavoro, relazioni, casa, famiglia…): ecco la chiamata che Dio affida ai suoi. Alle indicazioni su come vivere il tempo dell’esilio è legata una promessa per il futuro: chi sceglie di conservare tutto e resta attaccato a un passato glorioso, rischia di perdere anche se stesso, mentre chi è disponibile ad abbandonare ogni falsa sicurezza riavrà i suoi giorni. A nulla serve l’illusione di poter riprendere in fretta le consuetudini amate, di fare in modo che tutto “sia come prima”. La comunità in esilio aveva una duplice tentazione: perdere ogni speranza e costruire una comunità chiusa, distaccata e ripiegata su se stessa. Nella pandemia, come credenti, abbiamo avuto le stesse tentazioni: perdere la speranza e chiuderci in comunità sempre più autoreferenziali. Le stesse tentazioni le proviamo di fronte alla situazione di esculturazione del fenomeno religioso (o, per lo meno, del cristianesimo): rischiamo di perdere la speranza e di creare comunità sempre più chiuse in se stesse. Geremia ci invita a “stare positivamente dentro la realtà”, a mettere radici e a starci in modo “generativo”. Ecco la sfida per le religioni: uscire dal rischio della “depressione” e dell’autoreferenzialità difensiva per essere generative, capaci di lavorare per la costruzione della società e generare speranza. Come cristiani e come ebrei possiamo aiutarci ad affrontare tale sfida, perché la Promessa resta costante nella storia. Il Signore lavora per “rigenerare”, per “far ricominciare”. Egli è fedele e non abbandona il suo popolo. Ogni crisi è una buona occasione, un tempo favorevole da “non sprecare”: essere seminatori di speranza. Gli esiliati si danno da fare per il paese, lavorano, investono energie per la terra, persino pregano il Signore per il benessere di quel paese. Questo ci ricorda che “colui che viene da fuori”, l’ospite e lo straniero, è una risorsa per il paese; che lo straniero è una benedizione e che l’ospitalità, così centrale nelle tradizioni ebraica e cristiana, può essere lo “stile” con cui oggi i credenti stanno nella storia e animano la società. La lettera di Geremia è dunque un testo che, letto a due voci in questa giornata, può aiutarci a collocare la nostra esperienza di fede nell’odierna stagione di “cambiamento d’epoca”. I temi della “ricostruzione”, della speranza, del dialogo con le realtà che ci circondano, il confronto con l’altro (anche con lo “straniero”), possono fornire spunti importanti rispetto al modo di abitare la terra. Un’ottima occasione di confronto e di dialogo”.

Alessandro Cortesi op

Webinar Giustizia e Pace – domenicani Europa

Al seguente link si può ascoltare l’intervento del presidente del Parlamento europeo David Sassoli, che in questi giorni è mancato, a Firenze in occasione Consiglio comunale straordinario su “L’eredità di Giorgio La Pira nell’Europa di Oggi”. 19.10.2019.

Dante a veglia – 2022

Dante a veglia è un’idea nata nel tempo della pandemia a fine anno 2020, da una necessità e da una speranza: dalla necessità di condivisione, che in un tempo inquieto e di distanziamento può costituire un corroborante per le nostre vite separate, e dalla speranza di creare un argine di resistenza alle nostre paure e alla nostra dispersione.

Leggere Dante insieme, tornare alla bellezza e alla forza della sua poesia, in modo spontaneo, crediamo che possa essere un’occasione per mettere “in rete” i nostri pensieri, per ritrovarsi nei dintorni di una parola che ci interroga, che ci impegna e che ci impone di guardare avanti con forza. La parola di Dante ci ha consentito di creare una comunità di veglia e di condivisione, di ascolto e di confronto. Con quello stesso spirito di amicizia l’iniziativa ha visto una continuazione in una seconda serie nella primavera del 2021 e nelle letture di ‘Dante in chiostro’, a san Domenico nei mesi estivi.

Nel ciclo che veniamo a proporre, per la diponibilità e la collaborazione di tanti docenti e amici, le letture dei canti della Commedia saranno affiancate dall’ascolto di altre voci, di poeti e letterati, in un collegamento tra Dante, gli antichi e i moderni, che allarga lo sguardo dal testo dantesco ai suoi riferimenti vicini e lontani.

Gli incontri si terranno nella modalità a distanza con inizio alle ore 21,15. Per partecipare inviare una mail di richiesta a info@bibliotecadeidomenicani.it e si riceverà prima delle serate il link a cui connettersi.

giovedì 16 dicembre     Filiberto Segatto «Voi qui, ser Brunetto?» (Inf XV)

venerdì 7 gennaio         Laura Diafani La poesia come immagine (Purg III)

giovedì 20 gennaio       Stefano Bindi Bassorilievi lessicali (Purg X)

giovedì 3 febbraio         Milva Maria Cappellini Ultimo viaggio di Ulisse di Giovanni Pascoli

giovedì 10 febbraio       Giovanni Capecchi «Nacque al mondo un sole»: San Francesco nel Paradiso di Dante (Par XI)

giovedì 17 febbraio       Mario Biagioni L’uomo nell’universo: Lucrezio (De rerum natura II 1-19) e Dante (Par XXII 100-154)

giovedì 3 marzo           Paolo Bucci Dopo Dante. Galileo filosofo e l’inesorabilità della Natura (Lettera a Castelli)

giovedì 17 marzo         Alessandro Cortesi «Spene», diss’io «è uno attender    certo…». Esilio e speranza (Par XXV)

 Gli ultimi due appuntamenti si terranno in presenza a s.Maria Novella (Firenze) alle ore 16.00

venerdì 25 marzo         Giampaolo Francesconi Dalla “radice” alla “fronda”. La nostalgia e l’etica della cittadinanza (Par. XV)

venerdì 8 aprile            Giovanna Frosini «Luce intellettual piena d’amore». La gloria della lingua in Paradiso XXX

Per info e prenotazioni: info@bibliotecadeidomenicani.it – 346.6176464

Battesimo del Signore – anno C – 2022

Is 42,1-4.6-7; At 10,34-38; Lc 3,15-16.21-22

Giovanni il battista è profeta che si ritira in una zona desertica e propone un gesto di cambiamento e conversione nel quadro di una profonda attesa di un messia, di un forte capace di liberare il popolo d’Israele e di rinnovarlo. Nella sua predicazione infatti presenta qualcuno che deve venire dopo di lui e lo indica come ‘il forte’. Nello stesso modo Isaia aveva parlato del messia, ‘forte, potente come Dio’ (Is 9,5). E la figura del forte e del re che viene è presente nei salmi: ‘Benedetto colui che viene nel nome del Signore’ (Sal 118; cfr. Zac 9,9).

Ad un certo punto della sua vita dopo molti anni vissuti nel lavoro, nella quotidianità nascosta di Nazareth, Gesù si reca da Giovanni e si associa al gesto di purificazione proposto dal Battista. E’ momento decisivo della sua vita. Da allora tutto cambia. Così viene ricordato come momento di svolta sin dagli inizi: “voi siete al corrente di quello che è accaduto in Galilea prima e in Giudea poi, dopo che Giovanni era venuto a predicare e a battezzare…” (At 10,37; cfr At 13,24-25).

Il fatto che Gesù si aggregò ai discepoli del Battista e lì maturò chiarezza sulla missione della sua vita è letto, a partire dalla Pasqua come momento di manifestazione (epifania) della sua identità. Nel momento del battesimo di Gesù si inizia a scorgere il suo cammino di messia.

Tre elementi sono ripresi per evidenziare questo: il cielo aperto, la colomba, la voce dal cielo.

Il cielo aperto indica una apertura nuova fra Dio e la terra: l’immagine richiama l’invocazione profetica ‘se tu squarciassi i cieli e scendessi…’. (Is 63,19). La colomba rinvia allo Spirito di Dio effuso sul messia, e richiama la profezia di Isaia: “Su di lui si poserà lo Spirito del Signore, Spirito di sapienza e di intelligenza, Spirito di consiglio e di fortezza, Spirito di conoscenza e di timore del Signore” (Is 11,2). La colomba è anche simbolo del popolo d’Israele (Sal 68,14; Os 7,11): in Cristo Luca vede l’inizio della comunità e del popolo di Dio che segue il messia.

La voce divina  rinvia al salmo 2, in cui era evocata la salita al trono del re in Israele: “Tu sei mio figlio, oggi ti ho generato” (Sal 2,7). In Gesù si manifesta il volto del Figlio. E la voce divina pronuncia un testo profetico sul profilo del servo del Signore: “Ecco il mio servo che io sostengo, il mio eletto di cui mi compiaccio” (Is 42,1).

Sin dall’inizio del vangelo Luca presenta Gesù come messia salvatore, che attua la speranza presente in Israele di un liberatore. In lui trova risposta l’attesa del re messia figlio di Davide (2Sam 7) ma Gesù ha i tratti del servo che coinvolge la sua vita e subisce rifiuto e sofferenza: libera gli altri offrendo se stesso.

La voce che ricorda l’identità di Gesù torna altre volte nel vangelo di Luca dopo il battesimo: alla trasfigurazione ed al calvario. Sotto la croce sarà un centurione romano a riconoscere che ‘veramente quest’uomo era giusto’ (Lc 23,47).

Il battesimo di Gesù è momento di manifestazione della sua chiamata, della sua via come liberatore e salvatore. E’ anche annuncio di speranza per coloro che possono trovare accoglienza nel rapporto con il Dio della misericordia.

Alessandro Cortesi op

Epifania 2022

Gislebertus – cattedrale di Autun capitello

Is 60,1-6; Ef 3,2-6; Mt 2,1-12

La storia dei magi ci richiama non solo ad un’atmosfera fantastica ma ad una vicenda drammatica. Sotto traccia alla narrazione sta il riferimento alla violenza e al rifiuto che hanno segnato la vita di Gesù. E il racconto contiene anche una sottile polemica nei confronti di un modo di intendere il rapporto con Dio in termini esclusivi e violenti. 

Da qui prende spunto una prima riflessione che potrebbe avere come titolo: Erode e le chiusure dei ricchi. Erode infatti e con lui tutta la città di Gerusalemme spaventata dall’arrivo di questi sconosciuti cercatori, sono il paradigma di un mondo ricco, chiuso nelle dimensioni del proprio sapere e dominio, asserragliato nel senso di superiorità nei confronti degli altri.

E’ il mondo che vede l’altro come minaccia, che non sa assumere l’attitudine dell’ascolto ma pretende di avere in mano tutte le risposte e di possedere Dio stesso nei propri quadri di pensiero. E’ il mondo religioso che non sa nemmeno leggere i propri riferimenti e la propria tradizione. La Gerusalemme di allora è anche la Gerusalemme di oggi che dovrebbe essere città di incroci, di incontri, di costruzione di pace e vive invece ciò che è contrario a tutto questo, ossia il rifiuto e l’esclusione, il tentativo subdolo di carpire dall’altro vantaggi per mantenere saldo un potere fondato sulla paura. Per questo rimane scossa dall’arrivo di chi, da lontano, insegue luci che potrebbero illuminare un cielo ormai senza più stelle. Quando si coltiva la pretesa di usare un potere senza limite, di non aver bisogno di riconoscere l’altro, si cade nella condizione della Gerusalemme preda della paura e dello sgomento. I progetti di Dio disorientano e spiazzano: l’incontro con lui non avviene nella città santa ma fuori dell’accampamento. Non è Dio di qualcuno, ma Dio di tutti.

I magi per contro, con il loro cammino insieme e aperto, costituiscono l’anti Erode. Non sono i ricchi asserragliati nelle loro sicurezze, orgogliosi del loro Dio da opporre al Dio dei nemici. Sono autentici sapienti, consci della fragilità di ogni profondo sapere e per questo sempre ricomincianti, attenti a scorgere i segni, aperti alla parola che può provenire dall’interrogazione e dallo scambio.

Sono nella condizione di chi coltiva un desiderio, di chi insegue sogni e cerca luci nella strada.

I magi indicano la sorpresa di un Dio diverso dal Dio dei sistemi religiosi: è un Dio che genera gioia e non può essere rinchiuso in uno schema culturale o in appartenenze regionali e geografiche. Da lontano giungono in cammino per strade incerte, ritrovate nella ricerca, nel domandare…

Infine la stella è la grande protagonista del cammino dei magi: la stella li guida sino all’incontro con un volto. Quella stella racchiude la luce di uno sguardo ed è anche brillio di piccoli segni che quello sguardo contengono e comunicano. La stella ha i tratti del segno che chiede attenzione, uscita, cammino. E sempre precede: ricorda che la presenza stessa di Dio non è esito di costruzioni umane, di sforzo e di calcolo, ma si offre come dono. La gratuità è il carattere della stella che illumina e si dona ad aprire cammini. E genera gioia a color che la ritrovano dopo momenti in cui ha prevalso il buio. La luce della stella è rinvio al Dio che sconvolge i piani di chi si sente al centro e al di sopra degli altri. E’ indicazione ad ascoltare i cammini di chi vie una ricerca sincera, i magi di ieri e quelli di oggi che sperimentano la sincerità di sapersi poveri e bisognosi degli altri. Possiamo pensare alle tante persone che nel loro ambito di impegno e lavoro continuano a cercare, si pongono domande, cercano quel senso profondo della vita nel rispondere a impegni, situazioni del quotidiano e  si lasciano interpellare a partire dai volti incontrati.   

I magi sono testimoni di chi si pone in cammino e continua il cammino attuando un passaggio dall’orgoglio di un sapere anche teologico alla mendicità che riconosce limiti e incertezze: e per questo valorizza ogni luce, e cerca di recare i propri doni.

I magi ci richiamano a tre percorsi per noi in questo nostro tempo:

Un primo percorso apre a maturare consapevolezza sulle diverse forme di dominio che caratterizzano la nostra vita. Partecipi del mondo occidentale, residenti in paesi ricchi, situati nella parte di mondo privilegiato nel tempo delle disuguaglianze si tratta di  imparare ad individuare e chiamare per nome le attitudini che portiamo dentro come colonizzatori e dominatori. La presenza di tanti magi oggi che portano con sé “l’appello dell’altro’ è motivo per profondi cambiamenti, superando le paure e accogliendo la provocazione ad una ricerca nuova. Anche nella vita delle comunità cristiane possiamo imparare a scorgere le chiusure e gli irrigidimenti che impediscono di ascoltare le voci dai margini che chiamano ad una condivisione, a ripensamenti di modi di intendere la vita nell’ascolto di Dio.    

Un secondo percorso può essere individuato nel dare un nome alle stelle, cercando nel buio che copre il presente le luci che illuminano il cammino e generano incontro. Il cammino dei magi è cammino di speranza, di scoperta di una gioia che irrompe come dono all’interno di un andare che è insieme e segnato dall’interrogarsi.

Un terzo percorso è individuare i magi di oggi, che sono coloro che provengono da lontano, che richiamano un volto di Dio che spiazza le nostre certezze. Per seguire quelle indicazioni di chi è capace di sognare e nel sogno scorge le chiamate di Dio.

Alessandro Cortesi op

Maria ss. madre di Dio – giornata mondiale della pace

Nm 6,22-27; Gal 4,4-7; Lc 2,16-21

E’ giorno oggi per ringraziare e per benedire.

Inizia un nuovo anno dopo un tempo che ha segnato fortemente le vite di tutti ad ogni latitudine. Un tempo segnato dallo smarrimento, dal venir meno di idee di sviluppo e  di grandezza: un tempo che ha portato ovunque – anche nelle aree del mondo in cui tutto sta sotto la cifra della sicurezza – il senso profondo dell’incertezza, la possibilità della morte vicina, la percezione di essere impreparati, la percezione di non sapere. Moltissimi hanno sperimentato la crisi dovendo interrompere il lavoro, o perdendolo del tutto ed hanno dovuto affrontare la difficoltà che rende i giorni precari e senza visione del domani. La pandemia ha poi evidenziato anche la durezza e l’incapacità ad apprendere ciò che starebbe sotto gli occhi di tutti: l’urgenza di cambiamenti nei consumi, negli stili di vita, nel modo di impostare l’economia, nei rapporti tra i popoli. Ha manifestato egoismi e chiusure inaspettate che si celavano sotto l’aura del perbenismo e della raffinatezza intellettuale, ha fatto emergere forme di irrazionalità e di mancanza di responsabilità  svelando le chiusure a condividere e a vivere solidarietà. Ma anche ha fatto sorgere tante piccole forme di resistenza, personali e collettive, all’imbarbarimento. Ha manifestato tante possibilità offerte dai mezzi che abbiamo a disposizione per alleviare solitudini, per vivere relazioni più autentiche, per soccorrere chi è nella sofferenza. Innumerevoli percorsi ed esperienze spesso nascosti e senza ricerca di visibilità, ma non per questo meno preziosi per la vita di quella comunità che cresce ogniqualvolta si assume il carico per la vita degli altri e si condivide un dono ricevuto.

Ad inizio di un anno nuovo possiamo accogliere il tempo come dono per ringraziare dei doni e della luce che sinora la vita ci ha portato, e per benedire. Benedire anche nella condizione dell’insicurezza e della precarietà. Le parole della benedizione di Mosè ad Aronne e ai suoi figli possono essere guida: “Ti benedica il Signore e ti custodisca. Il Signore faccia risplendere per te il suo volto e ti faccia grazia”.

Stiamo scoprendo in questo tempo in modo particolare come essere custoditi e custodire siano due esperienze fondamentali della nostra esistenza. Nell’incertezza del presente possiamo scoprire la custodia del Signore verso ogni volto e l’importanza della custodia di chi in modi diversi si prende cura della nostra esistenza.  E da qui anche imparare a custodire chi ci è vicino e lontano. Le parole di augurio che ci scambiamo in questi giorni siano impegno di custodia dell’altro.

Custodire è anche l’attitudine di Maria, descritta nei termini di colei che tiene insieme, che custodisce: è questo l’atteggiamento di chi si apre a leggere in profondità le cose e gli avvenimenti. Dio non è da cercare in territori lontani o in esperienze eccezionali, ma nel profondo della vita e nella storia di ogni giorno. In ogni cosa si può scorgere un segno, una chiamata, un’occasione offerta per  incontrare il Dio della custodia che si è fatto piccolo. Lo sguardo di Maria è attento a comporre insieme, come di chi, di fronte alle fratture, alle rotture ed alle ferite, cerca di porre rimedio, di mettere insieme e di recuperare ciò che appare perduto. Comporre insieme e custodire sono gli atteggiamenti che questo tempo richiede. Si è per un momento fermato un mondo lanciato a gran velocità verso un progresso illusorio e distruttivo dominato dal profitto dei pochi; illusorie promesse di ripartenze che riproducono insopportabili disuguaglianze e iniquità sono distribuite a piene mani. Custodire può significare tenere stretto nel cuore un tesoro ed una scoperta che dal tempo vissuto proviene, le promesse nuove che sono state svelate. E custodire con esse la promessa di Dio sulla storia perché sia luogo di incontro, di comunione. Custodire è anche impegno per comporre insieme tutto ciò che è distrutto e smembrato dalla disumanità di questi giorni. E’, questa, del comprre insieme pezzo a pezzo recuperando ciò che facilmente potrebe essere scarato, opera di artigiani, di paziente attenzione e silenziosa tessitura quotidiana. E’ in fondo testimonianza di quella custodia che è lo sguardo di Dio sulla vita dell’umanità: “Il Signore rivolga a te il suo volto e ti conceda pace”.   

Alessandro Cortesi op

Dal messaggio di papa Francesco per la giornata della pace 1 gennaio 2022

“Nonostante i molteplici sforzi mirati al dialogo costruttivo tra le nazioni, si amplifica l’assordante rumore di guerre e conflitti, mentre avanzano malattie di proporzioni pandemiche, peggiorano gli effetti del cambiamento climatico e del degrado ambientale, si aggrava il dramma della fame e della sete e continua a dominare un modello economico basato sull’individualismo più che sulla condivisione solidale. (…)

In ogni epoca, la pace è insieme dono dall’alto e frutto di un impegno condiviso. C’è, infatti, una “architettura” della pace, dove intervengono le diverse istituzioni della società, e c’è un “artigianato” della pace che coinvolge ognuno di noi in prima persona. (…)

Vorrei qui proporre tre vie per la costruzione di una pace duratura. Anzitutto, il dialogo tra le generazioni, quale base per la realizzazione di progetti condivisi. In secondo luogo, l’educazione, come fattore di libertà, responsabilità e sviluppo. Infine, il lavoro per una piena realizzazione della dignità umana. (…)

In un mondo ancora stretto dalla morsa della pandemia, che troppi problemi ha causato, «alcuni provano a fuggire dalla realtà rifugiandosi in mondi privati e altri la affrontano con violenza distruttiva, ma tra l’indifferenza egoista e la protesta violenta c’è un’opzione sempre possibile: il dialogo. Il dialogo tra le generazioni»

Se, nelle difficoltà, sapremo praticare questo dialogo intergenerazionale «potremo essere ben radicati nel presente e, da questa posizione, frequentare il passato e il futuro: frequentare il passato, per imparare dalla storia e per guarire le ferite che a volte ci condizionano; frequentare il futuro, per alimentare l’entusiasmo, far germogliare i sogni, suscitare profezie, far fiorire le speranze. In questo modo, uniti, potremo imparare gli uni dagli altri» (…)

Negli ultimi anni è sensibilmente diminuito, a livello mondiale, il bilancio per l’istruzione e l’educazione, considerate spese piuttosto che investimenti. (…)

Le spese militari, invece, sono aumentate , superando il livello registrato al termine della “guerra fredda”, e sembrano destinate a crescere in modo esorbitante.

È dunque opportuno e urgente che quanti hanno responsabilità di governo elaborino politiche economiche che prevedano un’inversione del rapporto tra gli investimenti pubblici nell’educazione e i fondi destinati agli armamenti. D’altronde, il perseguimento di un reale processo di disarmo internazionale non può che arrecare grandi benefici allo sviluppo di popoli e nazioni, liberando risorse finanziarie da impiegare in maniera più appropriata per la salute, la scuola, le infrastrutture, la cura del territorio e così via. Auspico che all’investimento sull’educazione si accompagni un più consistente impegno per promuovere la cultura della cura.

Il lavoro è un fattore indispensabile per costruire e preservare la pace. Esso è espressione di sé e dei propri doni, ma anche impegno, fatica, collaborazione con altri, perché si lavora sempre con o per qualcuno. In questa prospettiva marcatamente sociale, il lavoro è il luogo dove impariamo a dare il nostro contributo per un mondo più vivibile e bello.

La pandemia da Covid-19 ha aggravato la situazione del mondo del lavoro, che stava già affrontando molteplici sfide. (…)

l’impatto della crisi sull’economia informale, che spesso coinvolge i lavoratori migranti, è stato devastante. Molti di loro non sono riconosciuti dalle leggi nazionali, come se non esistessero; vivono in condizioni molto precarie per sé e per le loro famiglie, esposti a varie forme di schiavitù e privi di un sistema di welfare che li protegga. A ciò si aggiunga che attualmente solo un terzo della popolazione mondiale in età lavorativa gode di un sistema di protezione sociale, o può usufruirne solo in forme limitate (…)

È più che mai urgente promuovere in tutto il mondo condizioni lavorative decenti e dignitose, orientate al bene comune e alla salvaguardia del creato. Occorre assicurare e sostenere la libertà delle iniziative imprenditoriali e, nello stesso tempo, far crescere una rinnovata responsabilità sociale, perché il profitto non sia l’unico criterio-guida. (…)

camminiamo su queste tre strade: il dialogo tra le generazioni, l’educazione e il lavoro. Con coraggio e creatività. E che siano sempre più numerosi coloro che, senza far rumore, con umiltà e tenacia, si fanno giorno per giorno artigiani di pace”.

Domenica della santa Famiglia

1Sam 1,20-28; 1Gv 3,1-2-21-24; Lc 2,41-52

Si prova un certo disagio a celebrare la festa della santa famiglia in un tempo in cui il riferimento alla famiglia, unito spesso alla dizione ‘famiglia tradizionale’, è divenuto in tanti ambienti motivo di riduzione del messaggio cristiano ad un modello culturale e morale quando non moralistico e motivo di giudizio escludente e discriminante verso tutte le forme di comunità di affetti e verso le esperienze che vivono la complessità dell’esperienza affettiva e le diversità nell’attuare la realtà così umana e quindi varia, ricca, molteplice della famiglia.

Quando poi la ‘santa famiglia’ viene utilizzata quale modello teorico e idealizzato di una famiglia che s’identifica con la famiglia di tipo borghese il disagio si accresce ancora di più. Lo sguardo alle concrete vicende delle famiglie oggi porta a considerare come proprio l’ambito familiare sia luogo delle più diverse esperienze, della presenza di complessità difficili da ridurre ad un modello: le famiglie umane sono mosaico di meraviglie di amori vissuti nelle forme più diverse, nella autenticità, ed anche luoghi di sofferenze profonde per la difficoltà di comunicare, per le interruzioni, rotture e abbandoni, per conflitti diffusi, per le tante angustie presenti nei rapporti tra coniugi, con i figli, nel rapporto con gli anziani. Oggi non di famiglia si dovrebbe parlare ma di famiglie al plurale  nella grande diversità e complessità dei cammini affettivi e delle relazioni che coinvolgono generazioni diverse.

Ci sono due verbi del vangelo su cui poter sostare: lo cercavano… e si stupirono. Sono due chiavi per andare alla ricerca di come Gesù abbia inteso la sua famiglia, aprendosi a scoperte e che stupiscono e aprono nuovo cammino.

I vangeli innanzitutto attestano che Gesù è entrato nella storia di una serie di storie di famiglie che non racchiudono affatto storie esemplari e non sono narrate nella Bibbia, questo libro che riflette la storia umana, a scopo edificante. Possono essere lette come lo specchio della realtà umana della storia delle famiglie umane. Sono le vicende di generazioni in cui si sono intrecciati volti e nomi molteplici e diversi. In particolare è da notare come nella genealogia presentata da Matteo (Mt 1,1-17) compaiono alcune decisive figure di donne nella serie di generazioni declinate tutte al maschile di padre in figlio. E queste donne sono figure irregolari attraverso le quali Dio ha condotto avanti la sua storia di salvezza all’interno di questa vicenda di famiglie concrete. I nomi di Tamar la prostituta, di Racab anche lei prostituta di Gerico, di Rut la straniera di Moab, di Betsabea, la moglie di Uria, sedotta dal re Davide, fino a Maria che interrompe la discendenza tutta maschile di Gesù, sono significative di una storia di salvezza che si attua nel tessuto della vicenda umana per vie che Dio solo conosce e all’interno di vicende segnate dalla complessità e dal disordine della realtà umana.

Un secondo aspetto è sorprendente. Alla domanda “tua madre e i tuoi fratelli ti cercano” (Mc 3.31ss) Gesù risponde “chi è mia madre e chi sono i miei fratelli?” E afferma “mia madre e i miei fratelli sono coloro che fanno la volontà del Padre mio”. In tal modo Gesù rompe le barriere di una concezione del legame familiare ristretto alla cerchia dei propri parenti di sangue ed apre ad un nuovo modo di concepire la stessa famiglia. Madre, sorelle, fratelli sono da ritrovare non in cerchie ristrette di clan rinchiusi, ma nell’orizzonte di rapporti aperti a vivere una relazione che deborda da confini stabiliti e impermeabili agli altri. Gesù spalanca così le chiusure di una concezione di famiglia che vive un egoismo appartato e mette in cammino nello scoprire famiglia laddove c’è relazione di un amore aperto al servizio.

C’è una terza importante espressione di Gesù nei vangeli quando dice ai suoi “non chiamate nessuno padre sulla terra perché uno solo è il padre vostro quello del cielo” (Mt 23,9). In questo modo Gesù presenta una critica a tutte le forme patriarcali di pensare i rapporti e la stessa vita familiare, offrendo un orizzonte in cui impostare la vita insieme non sottomettendosi al dominio patriarcale ma vivendo nella logica della fraternità e sororità ospitale, riconoscendosi in una comunità di uguali e nel contempo accogliendo le diversità che sono proprie della vita di ciascuna e ciascuno.

Facendo riferimento al Padre del cielo Gesù inoltre non intende offrire una visione patriarcale di Dio stesso. Il volto del Padre è da lui proposto nel profilo di chi soffre con viscere di donna e che proprio per questa sua presenza scardina ogni pretesa di chi sulla terra si pone secondo la logica del dominio e dell’oppressione maschile.  

Il volto di Dio annunciato da Gesù è quello di un padre/madre che desidera ‘fare casa’ e va alla ricerca per creare fraternità tra i suoi figli, attendendo e ricercando il perduto per fargli sentire che quella casa è casa sua, e andando incontro e cercando di convincere quello che si sente a posto per fargli comprendere che un’osservanza fredda della legge è il senso della vita ma l’incontro con Dio stesso si attua nell’accogliere un dono di condivisione, di accoglienza, di fraternità nella medesima casa comune (Lc 15,11-32). E’ un Dio che inviata a far festa e rallegrarsi perché c’è posto nella casa per chi si era allontanato e per chi era rimasto, e per sapersi accolti nella diversità dei cammini, aprendosi ad un cambiamento di menatalità.     

Un quarto aspetto dell’insegnamento di Gesù sula comunità famiglia che egli voleva si può ritrovare nelle sue parole dedicate all’accoglienza dei piccoli: “chi accoglie uno di questi bambini nel mio nome accoglie me” (Mc 9,37).  Accogliere i bambini nel mondo culturale di Gesù significava accogliere coloro che erano considerati senza diritti. Gesù richiama a questa attitudine fondamentale: la sua famiglia è una comunità in cui al centro sono posti i ‘senza diritti’, da accogliere e custodire. E ci si può chiedere oggi chi siano i tanti, i cui diritti fondamentali non sono riconosciuti…

Nella pagina del vangelo è possibile cogliere un’assenza – quella di Giuseppe – ed una presenza nominata – quella di Maria – di cui si sottolinea l’attitudine comune del ‘custodire’. Giuseppe è figura di chi ‘prende con sé’ qualcuno che gli è affidato, senza porre condizioni e nell’affidamento radicale a Dio – e in questa attitudine orienta tutto il suo cammino. Maria è indicata come colei che ‘tiene insieme’ e così custodisce nel cuore vivendo la stessa fede come ricerca e cammino. Sta forse qui la chiave per cogliere il messaggio evangelico che proviene dalla famiglia di Nazaret.

Innanzitutto un messaggio che parla della fiducia di vivere in una custodia da parte di Dio delle vite e dei cammini, nella loro complessità nelle diversità, nella difficoltà a comprendere e nelle contraddizioni della vita umana.

In secondo luogo un messaggio che rinvia alla custodia da attuare nei confronti di ogni percorso e di ogni persona nella sua originalità e irripetibilità. L’esperienza familiare nel suo essere intreccio di relazioni, luogo dello svolgersi degli affetti, porta a vivere la meraviglia dell’amore in tutte le sue armoniche e le sofferenze più profonde per l’incomprensione e le delusioni nella complessità dei cammini umani. Ma il messaggio di scoprirsi custoditi e dell’invio a farsi custodi dell’altro può essere oggi indicazione per coltivare speranza per sé e per tutti ritornando a Gesù e al suo vangelo che è annuncio di liberazione e di gioia nelle nostre vite, e nella vita delle famiglie nella molteplicità dei cammini.

Alessandro Cortesi op

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