la parola cresceva

commenti alla Parola della domenica e riflessioni

XII domenica tempo ordinario – anno A – 2017

IMG_3912Ger 20,10-13; Rom 5,12-15; Mt 10,26-33

“Il Signore è al mio fianco come un prode valoroso, per questo i miei persecutori cadranno e non potranno prevalere”. Geremia offre uno squarcio sulla sua vicenda personale segnata da una chiamata a farsi profeta uomo della Parola. La pagina è un testo di confessione: la parola uscita dalle labbra di Jahwè si è posata sulle sue labbra inviandolo ad una missione profetica.

L’invio accolto l’ha condotto a vivere situazioni inattese, a subire prove e difficoltà oltre le sue forze. La sua vita è così passata da una condizione di tranquillità al dover affrontare opposizioni e violenza. Annunciare la parola del Signore l’ha condotto a vivere conflitto e crisi. E tutto questo gli ha generato il pensiero di abbandonare tutto, di lasciare ogni impegno. Ciononostante avverte nel cuore un fuoco ardente, quello della Parola. Di fronte a minacce e oppressione matura la consapevolezza che Dio rimane al suo fianco, lo difenderà e i nemici non potranno prevalere.

Geremia sa che il Signore scruta il cuore e la mente: a lui ha affidato la sua vita. Dalla paura e dal senso di impotenza passa alla fiducia e invita anche altri a questa scoperta del volto di Dio che libera: “cantate inni al Signore, lodate il Signore perché ha liberato la vita del povero dalle mani dei malfattori”. Le parole sincere rivolte a Dio non nascondono la crisi ed anche il movimento di rivolta, ma si fanno invocazione: la sua vita è legata al filo di questo rapporto, è segno vivente di questo incontro.

“Un uccello non cade a terra senza il volere del cielo, tanto meno l’uomo” (Talmud Shebit 9,38d). Questo diceva la sapienza ebraica. Gesù forse aveva presente tale riferimento. Dio è per lui presenza che si prende cura della sorte dei passeri e conta i capelli del capo. Nel suo vangelo Matteo raccoglie le parole di Gesù nel discorso ‘missionario’ e al centro pone un invito alla fiducia e all’abbandono. I passeri sono tra i più piccoli uccelli ed erano venduti per uno spicciolo. Gesù parla del Padre capace di sguardo alle piccole cose, insignificanti agli occhi dei più, a ciò che non conta. E’ il Dio della cura e dell’attenzione. Il suo sguardo si lascia afferrare dalla vita.

Invita i suoi a non avere paura delle difficoltà, ma mette in guardia difronte a tutto ciò che fa inaridire la vita e le toglie questa fiducia: “Non abbiate paura di coloro che uccidono il corpo ma non hanno il potere di far perire l’anima; temete piuttosto colui che ha il potere di far perire e l’anima e il corpo nella Geenna… voi valete più di molti passeri”

La fiducia profonda e serena in Dio vicino non sottrae i discepoli alla fatica della testimonianza nel quotidiano. Nel momento della prova il discepolo dovrà ricordare la testimonianza stessa di Cristo. Gesù non propone ai suoi una affermazione sul piano umano o un futuro di gratificazioni: il cammino da lui percorso sarà anche quello dei discepoli: quello del servizio, del dono.

L’invito a ‘non temere’ ha unica ragione nella cura del Padre e nella comunione con Cristo nel momento della prova. La vita del cristiano sta ‘davanti al Padre mio che è nei cieli’. L’atteggiamento fondamentale del discepolo per Matteo è la fiducia semplice nel Padre che ha cura e conosce i capelli del nostro capo. La vita del discepolo è segnata dal legame con Cristo: ‘non temete voi valete più di molti passeri’.

Alessandro Cortesi op

papa-a-barbiana-2017-2Profeti e fedeltà

Nell’ultimo giorno di primavera di quest’anno Papa Francesco si è recato in visita alle tombe di don Primo Mazzolari (1890-1959) e don Lorenzo Milani (1923-1967) due figure di preti che hanno segnato la vicenda della chiesa e della società in Italia. Ricorre infatti in questi giorni il cinquantesimo della morte di don Milani.

Don Mazzolari e don Milani sono due profili molto diversi, per formazione, sensibilità e cultura. Vissero in stagioni diverse, don Mazzolari cappellano militare durante la prima guerra mondiale, matura il senso di opposizione alla guerra, fonda le sue scelte su di una radicale adesione al vangelo, condivide le scelte e gli ideali della Resistenza e per questo deve vivere per un certo tempo come clandestino. Fu parroco di Bozzolo nel mantovano negli anni 30-50 fino alla morte nel 1959. Denunciava una chiesa prona al compromesso con i poteri politici e fu emarginato e contrastato dalle gerarchie per le sue critiche ad una chiesa attratta dalle logiche del potere e dell’affermazione mondana.

Don Milani entrato in seminario dopo un percorso di conversione visse la sua esperienza pastorale negli anni ’40 e 50 come cappellano di San Donato a Calenzano, anni in cui maturò quanto nel 1957 espresse in Esperienze pastorali: questo testo presentava una lucida critica a forme di religiosità superficiali pur portate avanti e favorite dal clero in modo acritico. Le sue posizioni suscitarono la reazione della Curia di Firenze. Fu per questo osteggiato ed esiliato, inviato come priore a Barbiana presso Vicchio, una piccola parrocchia sulle colline del Mugello con poche decine di persone residenti e in condizioni ardue di vita. Lì rimase fino alla morte dando vita ad un’esperienza di scuola intesa come luogo di formazione critica per dare voce ai poveri che rimanevano esclusi. A Barbiana maturò l’esperienza di scrittura collettiva di Lettera ad una professoressa.

Fra Mazzolari e Milani ci fu conoscenza attestata da uno scambio di lettere tra il 1949 e il 1958: “l’assunzione radicale del messaggio evangelico nella propria esperienza personale e pastorale; la forte percezione dell’urgenza dell’azione cristiana, un’azione da incarnare nella storia rifuggendo le visioni astratte e spiritualistiche; la volontà di offrire la parola ai poveri, declinata come giustizia in entrambi, con attenzione speciale alla cultura in Milani; la forte critica ad atteggiamenti e impostazioni ecclesiali e politiche considerate sorde alle esigenze degli ultimi”. Così Mariangela Maraviglia ricorda alcuni aspetti comuni che legano questi due preti (M.Maraviglia, Il messaggio evangelico in tutto e per tutto. Quel sentire comune tra Milani e Mazzolari, “Impegno” 2017, 13-22).

Un anno fa papa Francesco ha citato Mazzolari osservando quale tratto della sua vita la vicinanza ai poveri: “Don Primo Mazzolari … era un prete che aveva capito bene questa complessità della logica del Vangelo: sporcarsi le mani come Gesù, che non era pulito, andava dalla gente e prendeva la gente come era, non come doveva essere». E a Bozzolo nella sua visita del 20 giugno ha detto: ”Don Mazzolari non si è tenuto al riparo dal fiume della vita, dalla sofferenza della sua gente… Non è stato uno che ha rimpianto la Chiesa del passato, ma ha cercato di cambiare la Chiesa e il mondo attraverso l’amore appassionato e la dedizione incondizionata”.

Nel 1955 in un saggio anonimo intitolato «Tu non uccidere» don Mazzolari scriveva: “Lasciate che io vi dica una parola intorno alla guerra è un punto oscuro dell’umanità, la ricapitolazione di tutte le ingiustizie e di tutti i dolori umani. Però, cari fratelli, vi faccio una domanda: trovatemi una giustificazione che Dio vuole la guerra”.

A Bozzolo nel suo discorso Francesco ha detto: “Per camminare bisogna uscire di casa e di Chiesa, se il popolo di Dio non ci viene più; e occuparsi e preoccuparsi anche di quei bisogni che, pur non essendo spirituali, sono bisogni umani e, come possono perdere l’uomo, lo possono anche salvare. Il cristiano si è staccato dall’uomo, e il nostro parlare non può essere capito se prima non lo introduciamo per questa via, che pare la più lontana ed è la più sicura. Per fare molto, bisogna amare molto”.

Anche in don Milani è chiara una linea di opposizione alla guerra che si espresse nella Lettera ai cappellani militari scritta durante la sua malattia e che gli causò l’accusa di apologia di reato per aver difeso l’obiezione di coscienza al servizio militare. Vi esprimeva la convinzione dell’inutilità e dell’ingiustizia delle guerre, cogliendo la differenza con quella che era stata la resistenza.

Don Milani ebbe una particolare attenzione alla parola, all’impegno nel dare voce ai poveri privati della parola. E’ quanto Francesco ha ricordato nel suo discorso dopo aver visitato la stanza della scuola con il grande tavlo al centro dove campeggia la scritta ‘I care’  dove si svolgevano le quotidiane attività della scuola: «Ridare ai poveri la parola perché senza la parola non c’è dignità e quindi neanche libertà e giustizia: questo insegna don Milani. Ed è la parola che potrà aprire la strada alla piena cittadinanza nella società, mediante il lavoro, e alla piena appartenenza alla Chiesa, con una fede consapevole. Questo vale a suo modo anche per i nostri tempi, in cui solo possedere la parola può permettere di discernere tra i tanti e spesso confusi messaggi che ci piovono addosso, e di dare espressione alle istanze profonde del proprio cuore, come pure alle attese di giustizia di tanti fratelli e sorelle che aspettano giustizia. Di quella piena umanizzazione che rivendichiamo per ogni persona su questa terra, accanto al pane, alla casa, al lavoro, alla famiglia, fa parte anche il possesso della parola come strumento di libertà e di fraternità”.

E così Francesco ha motivato il suo pellegrinaggio alla tomba di questo prete scomodo: “Vuole essere una risposta a quella richiesta più volte fatta da don Lorenzo al suo vescovo, e cioè che fosse riconosciuto e compreso nella sua fedeltà al Vangelo e nella rettitudine della sua azione pastorale”.

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L’educazione fu per don Milani come un ottavo sacramento, come ricorda in un bel libro Adele Corradi (Non so se don Lorenzo, ed. Feltrinelli) che collaborò con coinvolgimento profondo all’esperienza della scuola di Barbiana a partire dal 1963. Il suo scritto riporta una serie di impressioni e ricordi che accompagnano a scorgere tratti della personalità di don Lorenzo e la quotidianità dell’atmosfera di Barbiana, segnata dalla passione educativa e dall’attenzione ai bambini protagonisti della scuola che in lei generò apertura e cambiamento: “Prima di conoscere la scuola di Barbiana ero identica alla professoressa contro la quale si è scagliato: un’insegnante vecchio stampo… Ho scoperto che Barbiana era la scuola di cui avevo bisogno, la scuola come avrebbe dovuto essere, la scuola del futuro”.

Mazzolari e Milani, accomunati dalla attenzione ai poveri e dall’opposizione alla guerra. Due figure di profeti che hanno subito ostilità ed emarginazione nella società e nella chiesa, e che nella prova hanno vissuto quella fedeltà basata nel radicamento sul vangelo e sulla fiducia che il Signore rimane fedele.

“La visita del Papa, insieme, a Bozzolo e a Barbiana, in due periferie antiche (di campagna e di montagna) della provincia italiana, assume evidentemente un carattere forte e quasi programmatico: è la sanzione di una linea spirituale e pastorale italiana (che si può far risalire a Rosmini, a Manzoni, a Tommaseo e che giunge a Roncalli e a Montini), minoritaria ma sempre salda nella fede e radicata nella carità, ed è, pure, un’indicazione precisa e vivida, non incerta e non sbiadita, per i vescovi italiani”. (Fulvio De Giorgi, L’impaziente pazienza di don Lorenzo e don Primo)

Il gesto di Francesco di fare memoria della loro esistenza e ricordare oggi la loro eredità nella fedeltà al vangelo, nella vicinanza ai poveri e nella lucida opposizione alla guerra è segno importante che indica una direzione per il futuro, racchiusa nella preghiera di don Mazzolari ripresa al termine della visita:

“Sei venuto per tutti: per coloro che credono e per coloro che dicono di non credere. Gli uni e gli altri, a volte questi più di quelli, lavorano, soffrono, sperano perché il mondo vada un po’ meglio. O Cristo, sei nato ‘fuori della casa’ e sei morto ‘fuori della città’, per essere in modo ancor più visibile il crocevia e il punto d’incontro. Nessuno è fuori della salvezza, o Signore, perché nessuno è fuori del tuo amore, che non si sgomenta né si raccorcia per le nostre opposizioni o i nostri rifiuti”.

Alessandro Cortesi op

Invito alla mostra ‘Va’ e predica’

Immagini dalla mostra

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Mostra d’arte contemporanea – convento san Domenico – Pistoia

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Una mostra per ricordare una lunga storia: 800 anni dalla fondazione dell’Ordine dei predicatori. Volti di donne, uomini, comunità che hanno percorso le strade del mondo in epoche e regioni diverse.
L’invito ‘Va’ e predica’ sta all’origine di molteplici storie. Sedici artisti contemporanei, membri dell’Ordine domenicano, di diversa provenienza, dalla Nuova Zelanda al Sudafrica, dalla Nigeria alla Norvegia, dal Messico all’Egitto, con le loro opere artistiche ricordano figure di testimoni che hanno espresso nella loro vita alcuni aspetti della comune missione della predicazione. Sono profili di chi in epoche diverse ha dato forma concreta alla testimonianza del vangelo con creatività ed in rapporto ai differenti contesti.
I sedici pannelli rimarranno esposti nei locali del convento san Domenico a Pistoia da giugno a settembre 2017 nell’anno di Pistoia capitale italiana della cultura.
L’inaugurazione della mostra sarà
GIOVEDI’ 22 GIUGNO alle ore 18.00
ingresso da piazza san Domenico 1.
Il catalogo della mostra è stato curato dal Centro Espaces ‘Giorgio La Pira’.

Sulle sponde del Mediterraneo

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E’ appena stato pubblicato l’ultimo libro della collana ‘Sul confine’ promossa dal Centro Espaces ‘Giorgio La Pira’ di Pistoia. L’edizione è stata curata dalla casa editrice Nerbini di Firenze.

I saggi del volume affrontano da diversi punti di vista la domanda su quanto sta accadendo sulle sponde del Mediterraneo, mare di mezzo che è divenuto nel tempo delle migrazioni luogo dove tanti migranti hanno trovato la morte. Il Mediterraneo è così luogo simbolo di passaggi, di ponti tra popoli e culture ma anche di barriere, di fili spinati e respingimenti. Le sue sponde toccano l’Europa, il Nordafrica, il Medio Oriente e guardano ai paesi dell’area orientale in un tempo segnato da un disordine globale e da processi di chiusura, violenza, guerre e innalzamento di muri. Geopolitica, guerre e religioni si intrecciano, suscitano domande per pensare e per agire in questo tempo.

I contributi sono il frutto di lavori condotti in sede di convegni e seminari organizzati dal Centro Espaces di Pistoia in collaborazione con l’associazione PoieinLab negli anni 2015 e 2016.

Qui di seguito l’indice del volume che vede contributi dal punto di vista storico, economico, sociale, letterario.

In particolare segnalo uno tra i saggi curato da Francesca Paci, giornalista del quotidiano ‘La Stampa’, attenta osservatrice dei processi sociali e politici del mondo medio orientale che ha un’esperienza diretta di conoscenza delle vicende di quest’area.  (ac)

Chi fosse interessato può richiedere copia del volume a: info@domenicanipistoia.it

Indice Sulle sponde del Mediterraneo.png

Corpo e sangue di Cristo – anno A

IMG_3801.JPGDt 8,2-3.14b-16a; 1Cor 10,16-17; Gv 6,51-58

“Ricordati di tutto il cammino che il Signore tuo Dio ti ha fatto percorrere in questi quarant’anni nel deserto…”

Il ricordo fondante per Israele è un cammino. Quel tempo del deserto rimane punto fermo della memoria a cui tornare, da mantenere nel cuore nei giorni della stabilità e della tranquillità. La fede come incontro con Dio sorge in quel cammino, si nutre della precarietà di quell’esperienza. Nel deserto unico sostegno è la promessa e l’attesa: nel non avere altre certezze si apre lo spazio a scoperte inedite. Nel deserto Israele ha compreso di non bastare a se stesso, ha abbandonato ogni pretesa di autosufficienza e di grandezza. Lì non si può pensare che la felicità stia nel possesso, o nell’abbondanza. Lì si può sperimentare la fame e con essa la sete più profonda del cuore umano. ‘Ricordati che nel deserto il Signore ti ha fatto provare fame’. Il deserto è spazio della fatica, della fame, della scoperta di essere vulnerabili. E nel deserto il Signore educa a scoprire il senso di un cammino. La fame genera un vuoto che può farsi protesta, ma anche invocazione, attesa e sorpresa per un dono. La manna, dono inatteso è un segno: ricordati che l’uomo non vive soltanto di pane. Il pane è dono che richiede di non essere accumulato. La manna può essere raccolta in quantità sufficiente solo per un giorno e non accaparrata. Per poter ascoltare la fame anche degli altri e per condividere.

“Chi mangia la mia carne e beve il mio sangue rimane in me e io in lui. Come il Padre che ha la vita ha mandato me e io vivo per il Padre, così anche colui che mangia me vivrà per me”. Il pane che Gesù dà è la sua vita. Mangiare il pane distribuito significa entrare in rapporto con lui. Rimanere in lui, vivere per lui: “Se non mangiate la carne del Figlio dell’uomo e non bevete il suo sangue, non avrete in voi la vita”.

E’ questo entrare in rapporto con lui la porta per rimanere. Il IV vangelo parla di vita eterna: è termine che rinvia non ad un futuro lontano ma ad un presente che si apre a dimensioni profonde. Il nostro vivere dipende dal dono di vita di un Altro che si è dato in tutta la sua esistenza, ‘corpo e sangue’ per noi. E Giovanni nel cap. 6 del suo vangelo concentra il riferimento al segno del pane che diviene eucaristia, un entrare in rapporto con Gesù nel mangiare il pane di vita.

I racconti dei vangeli sinottici uniti alla testimonianza di Paolo nella prima lettera ai Corinzi riportano che nel quadro dell’ultima cena Gesù prese il pane e disse ‘questo è il mio corpo dato per voi’. Quel pane spezzato è segno della sua vita spezzata e data: Gesù non intende la sua esistenza come un tesoro da trattenere ma si dà ai suoi. Rivela così il senso profondo della vita: un dono da condividere.

Di fronte all’ostilità e al rifiuto Gesù non è fuggito, non ha mutato direzione: ha continuato a vivere nell’orizzonte che ha segnato la sua missione. Fino alla fine non è venuto meno nell’annunciare il regno di Dio, nell’attuare segni di accoglienza e di guarigione. Sono segni che il mondo nuovo è stato inaugurato. Gesù affronta anche l’arresto e la passione nell’affidamento pieno al Padre, nella fiducia che il regno si attua. Il segno dell’Eucaristia indica per i discepoli una chiamata a diventare dono e non possessori o consumatori delle cose e degli altri.

Gesù intende la sua vita, il suo corpo, ‘dato per tutti’: il suo amore ha un carattere aperto e rende partecipi del suo rapporto con il Padre: ‘io ho fatto conoscere loro il tuo nome e lo farò conoscere perché l’amore con il quale mi hai amato sia in essi e io in loro’ (Gv 17,26). Gesù desidera rimanere con i suoi e continuare il rapporto iniziato nel tempo. E’ desiderio che si allarga ad un popolo numeroso, alla storia dell’umanità.

‘Questo è il mio corpo dato per voi’: l’Eucaristia è il segno della consegna di Gesù. Gesù indica un amore altro rispetto al possesso ed alla strumentalizzazione degli altri. Vive invece la vulnerabilità di chi si affida e di chi si lascia prendere.

Veramente l’uomo non ha fame e sete solo di pane: ha fame e sete profondamente di lasciarsi incontrare da una presenza di amore che lo prende e apre orizzonti sconfinati al suo vivere sin da ora. C’è una vita in dimensioni nuove che già inizia quando ci si apre al dono di un amore che si dà gratuitamente e ci fa rimanere in Lui: chi mangia ha la vita eterna. E c’è anche una promessa: io lo risusciterò nell’ultimo giorno. Questo cammino, sin d’ora è luogo di esperienza di una vita con i tratti della gioia dell’incontro, della comunione. Un pane che fa camminare nella vita e verso la vita, scoprendo sin da qui un dono che è radice e fondamento del nostro cammino.

“Poiché vi è un solo pane, noi siamo, benché molti, un solo corpo…” Mangiare insieme un unico pane diviene esperienza che apre a comprendere la possibilità del superamento della chiusura individualistica e del ripiegamento su di sé. Quel pane condiviso è segno della vita di Cristo donata ma è anche segno di una comunità che cresce per divenire unico corpo rimanendo in lui. Benché molti e diversi, la chiamata profonda della vita è alla relazione, al costruire un solo corpo. E’ questa la fatica di tanti cammini nella chiesa, nella società, ma sono questi i cammini più autentici. Il pane è segno di comunione, è profezia di un mondo in cui ci si scopra gli uni membra degli altri, è dono di forza per continuare a camminare nella direzione del costruire rapporti di pace.

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(Celia Smith, Bird sculptures made from wire)

Nel tempo della regressione

Stiamo vivendo un tempo in cui ha preso piede un movimento contrario ad un orientamento verso un mondo più giusto, capace di riconoscere la dignità di ogni persona, teso verso la promozione di equità e diritti. Più vicino a noi in Ungheria, in Polonia, ma anche in Turchia, in India, in Russia, negli USA di Donald Trump si possono scorgere i sintomi tangibili di una pervasiva corrente di regressione (H.Geiselberger (ed.), La grande regressione. Quindici intellettuali da tutto il mondo spiegano la crisi del nostro tempo, Einaudi 2017).

Chiusure, affermarsi di regimi autoritari, nostalgie di società divise in privilegiati e senza diritti. Nuove forme di dittature si vanno affermando non solo in alcune regioni ma in modo diffuso e cavalcano desideri e paure sorti nel quadro della globalizzazione, nella crisi economica, nell’impoverimento di alcune classi sociali. Da qui i desideri di deglobalizzare il mondo e chiudersi in circuiti di sicurezza e appartenenza. Quando Trump promette ai bianchi di tornare ad avere una sovranità culturale su tutti gli altri si torna indietro al tempo della dominazione dei bianchi sui neri e ad intendere l’umanità divisa tra noi e loro, tra chi è superiore e chi è inferiore.

L’antropologo indiano Arjun Appadurai osserva che è “la perdita di sovranità economica che provoca ovunque una reazione basata sull’idea di sovranità culturale”. Il neoliberismo globale provoca un nazionalismo a sfondo etnico, terreno di coltura di ogni genere di populismo.

Zygmunt Bauman, nel saggio redatto per questo libro prima della sua morte avvenuta lo scorso gennaio,  vede nella divisione tra noi e loro nel mondo in cui non si accoglie la sfida di una grande idea di convivere insieme e nella divisione in tribù che sono giustapposte le une accanto e contro le altre, il punto di origine di un antagonismo che sfocia solo nell’affermazione del più forte.

“In un territorio popolato da tribù, le parti in conflitto evitano e rinunciano senza esitazione a convincersi e a convertirsi a vicenda; l’inferiorità di un membro — di un membro qualsiasi — di una tribù straniera è e deve restare una debolezza predestinata, eterna e incurabile, o almeno deve essere vista e trattata come tale. L’inferiorità dell’altra tribù è la sua condizione permanente e irreparabile, il suo stigma indelebile destinato a vincere ogni tentativo di riabilitazione. Una volta che la divisione tra “noi” e “loro” è stata istituita secondo queste regole, lo scopo di ogni incontro fra gli antagonisti non è più lo stemperamento, ma la ricerca o la creazione di ulteriori prove del fatto che qualsiasi stemperamento è irragionevole e fuori questione”.

Nel suo saggio Bauman cita papa Francesco scorgendo un orizzonte alternativo alla grande regressione nell’impegno a lungo termine di educare al dialogo: «Questa cultura del dialogo, che dovrebbe essere inserita in tutti i percorsi scolastici come asse trasversale delle discipline, aiuterà a inculcare nelle giovani generazioni un modo di risolvere i conflitti diverso da quello a cui le stiamo abituando».

Lo stesso Francesco aveva parlato del ‘paradosso dell’abbondanza’in un coraggioso messaggio all’Expo di Milano del 2015 sul tema del cibo: “c’è cibo per tutti, ma non tutti possono mangiare, mentre lo spreco, lo scarto, il consumo eccessivo e l’uso di alimenti per altri fini sono davanti ai nostri occhi. Questo è il paradosso! Purtroppo questo paradosso continua a essere attuale. Ci sono pochi temi sui quali si sfoderano tanti sofismi come su quello della fame; e pochi argomenti tanto suscettibili di essere manipolati dai dati, dalle statistiche, dalle esigenze di sicurezza nazionale, dalla corruzione o da un richiamo doloroso alla crisi economica. Abbiate uno sguardo e un cuore orientati non ad un pragmatismo emergenziale che si rivela come proposta sempre provvisoria, ma ad un orientamento deciso nel risolvere le cause strutturali della povertà. Ricordiamoci che la radice di tutti i mali è la inequità (…) : “No, a un’economia dell’esclusione e della inequità. Questa economia uccide. Non è possibile che non faccia notizia il fatto che muoia assiderato un anziano ridotto a vivere per strada, mentre lo sia il ribasso di due punti in borsa” (EG 53). Questo è il frutto della legge di competitività per cui il più forte ha la meglio sul più debole. Attenzione: qui non siamo di fronte solo alla logica dello sfruttamento, ma a quella dello scarto; infatti “gli esclusi non sono solo esclusi o sfruttati, ma rifiuti, sono avanzi” (ibid., 53). È dunque necessario, se vogliamo realmente risolvere i problemi e non perderci nei sofismi, risolvere la radice di tutti i mali che è l’inequità. Per fare questo ci sono alcune scelte prioritarie da compiere: rinunciare all’autonomia assoluta dei mercati e della speculazione finanziaria e agire anzitutto sulle cause strutturali della inequità”.

Ricordare il cammino percorso e sostare sul segno del pane. Pane condiviso nel dialogo e pane spartito nella distribuzione tra i  molti. Nel pane spezzato dell’eucaristia sta l’indicazione di un cammino da percorrere, terreno su cui orientare i passi nel tempo della grande regressione.

Alessandro Cortesi op

S. Trinità – anno A – 2017

IMG_3793.JPGEs 34,4b-6.8-9; 2Cor 13,11-13; Gv 3,16-28

“Allora il Signore scese nella nube, si fermò là presso di lui e proclamò il nome del Signore. Il Signore passò davanti a lui, proclamando: Il Signore, il Signore, Dio misericordioso e pietoso, lento all’ira e ricco di amore e fedeltà”.

‘Mostrami la tua gloria’ è la preghiera di Mosè. Il desiderio di vedere il volto di Dio sta al cuore di ogni esistenza credente. E’ tensione di conoscenza ma non solo: è apertura sull’inafferrabile. E’ inquietudine presente in ogni persona che ha percepito la sua vita toccata da una presenza più grande e indicibile. ‘mostrami’ è invocazione a togliere un velo che impedisce di vedere e fa rimanere nel rischio e nell’incertezza dell’affidamento.

Nella pagina dell’Esodo il Signore risponde alla richiesta di Mosè dandogli un appuntamento: la sua gloria passerà, mentre Mosè è sulla montagna. Gli chiede di rimanere tra le fenditura della roccia e di attendere lì: “ti coprirò con la mano fino a quando sarò passato, poi ritirerò la mano e mi vedrai di spalle” (Es 33,22-23). Bellissima immagine, questa, della mano che Dio pone avanti a sé per proteggere Mosè e per coprire il suo passaggio. E’ una mano che custodisce una presenza e nel contempo nasconde e fa scorgere il suo passare solo di spalle. Come la parola di Dio è sempre appello ad un cammino, così il suo volto – la sua gloria – è custodito in una lontananza che apre al desiderio e al ricercare. Non è a disposizione. Dio è più grande e lo si può incontrare solamente nel seguirlo. La gloria di Dio, la sua presenza se pur passa accanto potrà essere intravista da Mosè solamente di spalle. Rinvia sempre oltre.

Così in questa pagina viene suggerito il cammino del credente nel cercare il volto di Dio, nel lasciarsi incontrare dal Dio vicino che non può essere racchiuso in definizioni e in immagini. Mosè scopre il nome di Dio non pronunciabile, che non può essere trattenuto ma chiede di consegnarsi nelle sue mani, e rimane nascosto nei percorsi di amore, di misericordia, di fedeltà. Questa è la radice della legge dono di una alleanza che si fa cammino nell’esistenza quotidiana, nelle opere e nei giorni per incontrare il Signore, Dio misericordioso e pietoso, lento all’ira e ricco di amore e fedeltà.

“Il Padre ha tanto amato il mondo da dare il suo Figlio, perché chiunque crede in lui non muoia ma abbia la vita eterna… non ha mandato il Figlio per giudicare il mondo ma perché il mondo si salvi per mezzo di lui”.

Nicodemo maestro di Israele indagatore e curioso si reca a Gesù di notte e Gesù gli parla di una nascita da acqua e Spirito. Gesù presenta il credere come relazione con il ‘Figlio innalzato’: accenna così alla croce. Croce è luogo dell’umiliazione, ma per il IV vangelo è lì, nell’innalzamento il luogo dove si manifesta la ‘gloria di Dio’: lì il Figlio mostra il volto del Padre. La gloria di Dio è la fedeltà all’amore fino alla fine, la consegna di sé. Nicodemo è così provocato ad uscire da un approccio intellettuale e a lasciare spazio alla sua ricerca di incontro: può aprirsi ad esso nel lasciare spazio allo Spirito. Per questo deve rinascere di nuovo e dall’alto: non con i suoi ragionamenti ma accogliendo un soffio di vita nuova. E’ richiamato ad un respiro nuovo, ad inseguire il movimento dello Spirito che soffia dove vuole, a rincorrere i richiami della sua voce percepita.

“Vivete nella gioia, correggetevi, incoraggiatevi, andate d’accordo, vivete in pace. E Dio che dà amore e pace sarà con voi. Salutatevi tra di voi con un fraterno abbraccio. … La grazia del Signore Gesù Cristo, l’amore di Dio e la comunione dello Spirito Santo siano con voi tutti” (2Cor 13,11-13)”.

Ci sono atteggiamenti semplici che costruiscono comunità. Sono l’attenzione e la cura quotidiana di chi intende la vita non per sé ma con gli altri, e cerca di tessere nell’ordito della vita reti di incontro e di comprensione. In questi luoghi, in questi percorsi si rende visibile una traccia del volto di Dio comunione. Sono esperienze che raccontano e aprono strade ad incontrare il volto di Dio.

Alessandro Cortesi op

IMG_3759.JPGDio di tutti i nomi

Può darsi che la preghiera ci divida?

O che combattiamo perché Tu non sei il loro Tu?

E’ possibile pregare insieme in solo silenzio?

E’ proibito godere della sinfonia?

O vogliamo che sia il nostro Dio a dirigere l’orchestra?

Conosciamo così bene il nostro Dio?

E’ meglio allora non pregare?

(…)

Dire che Tu hai Tutti-i-Nomi

è affermare che Tu non possiedi Nessun-Nome,

che Tu sei anonimo

che la preghiera non può avere nomi, né concetti, né idee

(…)

Una preghiera posso ancora recitare.

Una preghiera rivolta anzitutto ai miei simili.

E’ un gemito di compassione,

e un grido di speranza:

che ci sia pace e armonia

fra la gente che prega.

(Raimon Panikkar, Preghiera in Mistica pienezza di vita, Opera omnia vol. I, 355-356)

Volto di Dio, Tu che non si pone contro altri Tu. Il Tu che non può essere racchiuso in un nome ma che continuamente può essere incontrato nel pronunciare tanti nomi. Dio di Tutti-i-Nomi. Così la preghiera si fa silenzio. E’ contestazione della preghiera ma nel momento stesso è preghiera che si domanda: “Tu il mio vero Io, e io il tuo vero tu?”

Raimon Panikkar ha riflettuto nella sua ricerca esistenziale sulla presenza della Trinità al fondo e alla radice della vita dell’umanità e del cosmo stesso. Per lui Trinità è dimensione che sta all’origine e alle radici di tutto il reale. Parla infatti di ‘Trinità radicale’ quale dimensione originaria dell’esistenza umana e cosmica. Immagine nascosta e presente al fondo di ogni vita.

Tutta la realtà vive in un unico respiro che tiene insieme in reciproco scambio, cosmo divinità e uomo: Panikkar esprime questa intuizione con la parola cosmoteandrismo. Il cosmo, l’umano e il divino non stanno uno accanto all’altro, ma sono uno dentro l’altro, si interpenetrano in una danza (pericoresi) trinitaria.

A partire da questa ‘esperienza umana primordiale’ il suo cammino è stato un tentativo mai concluso di accostare l’esperienza spirituale nelle diverse e molteplici forme, nell’accogliere l’esperienza della comunione nel respiro del creato, nei percorsi delle culture e delle religioni, nella nascosta presenza del divino al cuore dell’esistenza umana.

Il Dio di tutti i nomi non ha tuttavia il nome della violenza e della morte, con cui viene invocato nei gesti del terrorismo e con cui viene portato a giustificazione dell’uso delle armi e del dominio della terra. Nel tempo in cui il nome di Dio trova nuove forme di essere pronunciato invano, lo stare in silenzio, purificando le parole, facendo proprie le parole autentiche della vita e dell’umanità è impegno urgente. Può essere strada per scorgere la struttura trinitaria al fondo della vita umana e cosmica, relazione che reca con sé il sogno e la promessa di godere di sinfonia, di convivialità di diversi nella pace. Ma per tutto questo si pone urgente una limitazione della pretesa di possedere parole risolutive, il disarmo dalla propria arroganza, l’uscita dalla mentalità di esclusione e di supremazia, l’abbandono di mentalità religiose di conquista e di disprezzo, e la condivisione delle parole miti degli altri.

“Sì, posso pregare in molte lingue.

nessuna di loro dice la stessa cosa,

perché la fede non ha oggetto.

Ma tutte dicono, cantano, soffrono, gioiscono…

Tutte queste preghiere sono mie,

e delle mie sorelle e dei miei fratelli.

Forse posso solo pregare con le loro preghiere.

E di questo sono immensamente grato”. (Raimon Panikkar, ibid.)

Alessandro Cortesi op

 

Pentecoste – anno A – 2017

At 2,1-11; Sal 103; 1Cor 12,3b-7.12-13; Gv 20,19-23

Pentecoste, cinquanta giorni dopo la Pasqua, una delle feste principali per Israele (Deut 16,16), tra quelle del pellegrinaggio detta festa delle settimane: “Conterai sette settimane; da quando si metterà la falce nella messe comincerai a contare sette settimane; poi celebrerai la festa delle settimane per il Signore tuo Dio, offrendo nella misura della tua generosità e in ragione di ciò che il Signore tuo Dio ti avrà benedetto” (Deut 16,9-10; cfr. Num 28,26). Festa gioia nella luce dell’estate mentre si lavora alla mietitura.

In tale sfondo per Israele la festa assume il carattere di memoria della Torah, grande dono di Dio. Per questo è strettamente legata alla Pasqua. Il cammino di libertà che la Pasqua celebra si fa quotidiana fedeltà nell’accogliere la legge, la parola di Dio nella vita. Tutto è orientato al servizio al Signore: “Io sarò con te. Eccoti il segno che io ti ho mandato: quando tu avrai fatto uscire il popolo dall’Egitto, servirete Dio su questo monte” (Es 3,12).

Per questo nella tradizione ebraica la festa di pentecoste non è stabilita in una data precisa ma richiede il conto dei giorni, a partire da Pasqua: e proprio il contare i giorni reca in sè il rinvio all’attesa e ad esperire il presente nel segno della precarietà.

Il IV vangelo parla della discesa dello Spirito la sera del medesimo giorno di Pasqua. E’ dono di Gesù risorto in mezzo ai suoi. Gesù in mezzo ai discepoli ‘alitò su di loro e disse: Ricevete lo Spirito Santo’ (Gv 20,22). Il momento della morte di Gesù era stato presentato come l’ora in cui Gesù dopo aver amato i suoi fino alla fine consegna lo spirito (Gv 19,30). Il dono dello Spirito è così letto come dono dell’ora e dei quella morte che il IV vangelo fa scorgere come manifestazione della gloria di Dio. Paradossalmente è momento di umiliazione ma là si manifesta il volto di Dio che ama sino alla fine. La sera di quello stesso giorno – è il giorno della Pasqua – il dono si rende presente per la comunità riunita.

Lo Spirito è il soffio di vita e di presenza. Forza di rigenerazione, di apertura, di libertà. A Nicodemo Gesù aveva detto: “Il vento soffia dove vuole e ne senti la voce, ma non sai di dove viene e dove va: così è di chiunque è nato dallo Spirito” (Gv 3,8) Al maestro d’Israele aveva posto un orizzonte di rinascita: “se uno non rinasce dall’alto non può entrare nel regno di Dio… se uno non nasce da acqua e da Spirito, non può entrare nel regno di Dio” (Gv 3,3.5).

Il dono della Legge era per Israele parola di vita, chiamata che radunava il popolo nell’ascolto. Gesù nella sera di Pasqua alita sui suoi. Rinnova così il soffio della creazione, fa rinascere una comunità: è una ri-creazione in una corrente di vita che sarà quella del ‘rimanare’ in lui: “rimanete nel mio amore…”. Nella primavera di quel giardino luogo di un ‘sepolcro nuovo’ Gesù comunica il soffio di una vita nuova nella libertà dal male e dal peccato. E’ soffio che spinge ad andare e si fa invio a tutta la comunità a portare e tessere riconciliazione: ‘a chi rimetterete i peccati saranno rimessi’ (Gv 20,23). Al soffio della creazione si affianca il soffio della parola di perdono.

Gesù infrange le barriere della paura e dona il coraggio alla comunità dei discepoli per aprire le porte ed uscire. Il dono del soffio è dono di una legge nel cuore (Ger 31,31), presenza interiore che fa vivere con questa forza. E’ anche invio di una comunità. Non solo alcuni ma tutti nella comunità sono investiti di forza in riferimento alla speranza di Mosè: “fossero tutti profeti nel popolo del Signore e volesse il Signore dare loro il suo Spirito” (Num 11,29).

A Pentecoste lo Spirito è presenza che dona forza, rende capaci di annunciare e testimoniare l’opera di Dio e de-centra la nostra vita.

Alessandro Cortesi op

Spirito

Jean-Pierre Jossua (1930), teologo francese, direttore della rivista ‘Concilium’ dal 1970 al 1996, in un breve e denso libro autobiografico (Se il tuo cuore crede… Il cammino di una fede, Il pozzo di Giacobbe 2010) racconta la sua esperienza di credente. Non un credente tranquillo e senza interrogativi, neppure un credente irreggimentato in un’appartenenza irresponsabile e acritica. Piuttosto un credente in esilio, consapevole che fede sia esperienza personale generata nell’interscambio di un atto proprio di un io e di un noi insieme, e peraltro pienamente conscio del disincanto della modernità e dei limiti storici di una chiesa ancor troppo centrata su di sé.

Parla del suo percorso come di una progressiva scoperta a partire da un ‘sentimento di presenza’ che l’ha aperto progressivamente alla scoperta della portata dell’incarnazione come “prossimità di Dio in un’esistenza umana, ma anche come regime integralmente umano dei doni di Dio”.

Al sorgere dell’esperienza del credere in tale senso è seguita la scoperta di Gesù, esito di una lettura continua e approfondita dei vangeli condotta insieme ad altri . Ma questa scoperta si connota in modo particolare e viene sperimentata in una condizione di assenza e di interiorità.

Raccontando di questo passaggio Jossua giunge a parlare dello ‘Spirito di Dio’: “Tuttavia non ho ancora detto tutto. Gesù è presente nella mia ‘memoria’ come un riferimento o meglio: come una fonte permanente. Lo credo presente nell’atto con cui si fa comunitariamente ‘memoria’ di lui. Ma non ho una relazione attuale – immaginativa dialogica – con la sua persona. Perché questa relazione non struttura la mia fede?…. perché faccio esperienza di Gesù come di uno che è partito, che è assente. Una partenza, un’assenza indispensabili per instaurare il regime che corrisponde veramente alle promesse: quello della prossimità di Dio non più nell’ordine della visibilità, ma dell’interiorità. Il solo ordine che può assicurare la totale libertà del credente. (…) In lui, ciò che io credo e a cui mi appello è lo ‘Spirito’ di Dio, profondamente presente nella mia preghiera, nelle mie azioni, nel mio essere, più di qualsivoglia presenza esplicita. Perché io non ho un’esperienza vissuta dello Spirito, che mi consenta di identificarlo, ma la mia fede consiste nell’attribuire a lui, in una maniera diversa che a Gesù, tutto quello che ho detto finora e nell’abbandonarmi al movimento con cui credo che egli mi conduca…” (p.30).

C’è un segreto dello Spirito da scorgere nell’esistenza umana: è la sua prossimità interiore nell’assenza di Gesù. Il cammino credente vive di questa mancanza e di questa ferita. E’ dolore e ferita che rinvia a tutti i posti vuoti nella vita. Sono i posti di ognune e ognuno che ci manca perché ci ha lasciato, perché è andato avanti o anche perché, pur nel suo esser vicino, è sempre inaccessibile nella profondità della sua esistenza inattingibile. Questa ferita che segna l’umano è piena di nostalgia e di desiderio, movimenti insieme verso il passato e verso il futuro, tensione e attesa. E tutto ciò genera sguardo pensoso a scorgere tracce, memorie, rinvii ad una presenza che si fa interiore e coinvolgente, verso una sorgente nascosta.

Ancora Jossua osserva: “Essendo nato nel XX secolo non posso sentire né concepire la natura come una strada verso Dio… amando appassionatamente l’idea che il servizio del prossimo ha un valore assoluto, non ho mai sperimentato un atto di accoglienza come qualcosa che mi colleghi a Dio. Abito in un mondo profano ed è per questo che l’autonomia morale e l’agnosticismo religioso non mi sorprendono. Tuttavia, a partire dalla mia fede, ogni bellezza scoperta in un istante dell’universo o in una creazione umana, ogni scintilla di libertà o di bontà riconosciuta in un essere, ogni avvenimento felice e in particolare l’incontro con una persona, sono vissuti da me – senza essere alterati nella loro emozione e nel loro significato proprio, e rimanendo condivisibili con tutti – come altrettanti doni e segni posti nel cuore della mia relazione con Dio e che suscitano un’immensa gratitudine. E’ questa forma di relazione che posso chiamare Creazione e che collego al mi sentimento iniziale di una onnipresenza (…) Essa potrebbe essere paragonata a quella del poeta che ritrova, attraverso un contatto col reale nella sua semplicità, il cammino dell’unità e una parola vera, senza abolire una distanza ormai ineluttabile, anzitutto quella della vita ordinaria e della scienza. Ma percorrendo un cammino inverso: il cammino della fede che si accorda alla Sorgente nascosta per ritrovare il mondo” (pp. 16-17).

L’apertura del cuore in questo parlare della propria esperienza dello spirito, prossimità interiore di Dio, è ricca di motivi per pensare, soprattutto quando sottolinea che il cammino di fede nella sua esperienza si è alimentato e trova continuo nutrimento  proprio nel rapporto con tutto ciò che è lontano, diverso, anche talvolta contrastante, ben lungi da una cultura chiusa e paga di se stessa. Sono osservazioni che provengono da un teologo che si è dedicato a sondare la letteratura quale luogo della teologia e che, pioniere della ‘teologia letteraria’, ha aperto la via a scorgere come la letteratura offra grammatica e linguaggi per una meditazione della fede oltre i confini stabiliti.

Si è lascianto interrogare dalla ricerca presente in autori con convinzioni diverse, dall’inquietudine dell’assoluto presente nel cuore di credenti e agnostici, dalle parole pregne della vita dell’altro. E’ la fecondità dell’irruzione dello straniero nella vita: “La mia fede si nutre di ciò che le è straniero. Niente di peggio per lei di una cultura clericale bloccata sull’identico. Sul versante critico della teologia letteraria, gli scrittori e i poeti non cristiani (o cristiani altrimenti) mi hanno dato molto. Al di là del piacere della lettura, della lezione di scrittura, del risveglio dell’immaginazione e della capacità di sognare, nonché di una conoscenza crescente dell’uomo in sinergia con l’esperienza della vita – dono di ogni opera letteraria a coloro che veramente la amano – essi mi hanno offerto in maniera insostituibile un insegnamento sulla diversità dell’altro, compreso, amato e rispettato per quello che è” (pp.50-51).

A conclusione del suo breve scritto Jossua cerca di offrire pagine di preghiera tirando fuori dal profondo quello che ha da dire a Dio. Un aiuto a pronunciare parole sincere, ad esprimere un cammino del credere vacillante a fronte di tanta superficialità che attornia e pervade, un aiuto a lasciare lo spirito che respira nell’interiorità, invocare e far parlare la vita:

“Vorrei guardare con te mio Dio, i percorsi infinitamente complicati degli esseri, leggere come te le loro vite dall’interno. Non per curiosità ma per rendere loro giustizia. Sentire le ferite che hanno deviato il corso delle loro esistenze verso l’ottusità o la malvagità, le ragioni per cui alcuni sono stati fuorviati dall’assoluto e dal bene, o per cui altri, con tutti i doni, saranno votati allo scacco. (…) Io non aspiro al carisma di leggere nei cuori, spesso attribuito ai profeti e ai santi. Le poche intuizioni – psicologiche? spirituali? – che mi sono state donate non mi sembrano altro che dei risultati mediamente felici. Il sogno che ti dedico è piuttosto di raggiungere, per poco che sia, il tuo sguardo di misericordia” (pp. 116-117).

Alessandro Cortesi op

Ascensione del Signore – anno A – 2017

At 1,1-11; Efes 1,17-23; Mt 28,16-20

“Uomini di Galilea, perché state a guardare il cielo? Questo Gesù… tornerà un giorno allo stesso modo in cui l’avete visto andare in cielo”

Una festa tra la terra e il cielo quella dell’Ascensione: un modo di raccontare il mistero della Pasqua e della risurrezione. Gesù ‘elevato in alto’, compie il passaggio dalla terra alla vita di Dio. Cielo anche nella mentalità biblica è il luogo di Dio e la terra, in basso, è ambito del cammino umano. Dire che Gesù è ‘innalzato’ è un altro modo per dire che ha vinto la morte: ora la sua vita è trasformata, è vicino in modo nuovo al Padre. Tornerà così come ‘è andato in cielo’, nei gesti del servizio e dell’ospitalità.

La ‘nube lo sottrasse’ allo sguardo dei discepoli. Nel cammino dell’esodo, una nube accompagnava gli spostamenti, segno della presenza vicina di Dio che cammina con il suo popolo, ma anche segno che Dio non può essere trattenuto. Gesù nel suo cammino terreno è testimone di questa presenza: nella sua umanità vive in questa comunione. E’ stato uomo che ha vissuto per gli altri. Nella risurrezione il Padre ha detto ‘sì’ alla sua vita che ha raccontato il suo volto di amore. Gesù è costituito ‘signore’: ha un nome unico. A partire da qui la comunità dei discepoli sarà condotta a descrivere il farsi vicino di Dio in Gesù come un progressivo scendere: la Parola si è fatta carne e Gesù si è fatto servo. Colui che è salito al Padre è il medesimo che è disceso. Tutta la sua vita è movimento di discendere, farsi servo. Qui si rende visibile volto di Dio che si rivela nel servizio e nel dono di sé. Per questo “… lo risuscitò dai morti e lo fece sedere alla sua destra nei cieli” (Ef 1,20).

‘poi li condusse fuori verso Betania e, alzate le mani, li benedisse. Mentre li benediceva si staccò da loro e fu portato verso il cielo’ (Lc 24,50).

C’è un rapporto profondo tra l’essere preso di Gesù e la benedizione lasciata ai discepoli. Gesù risorto, il signore, invia i discepoli a vivere il tempo della sua assenza: li richiama a non lasciarsi prendere da vane curiosità interrogandosi sul futuro. Chiede l’attesa radicata sulla promessa del Padre, quella di essere immersi nello Spirito Santo. Chiede loro di rimanere a Gerusalemme, luogo della passione, croce e della risurrezione. Lì si dovrà sempre tornare, alla Pasqua di Gesù. Invita i suoi a farsi testimoni di lui: ‘mi sarete testimoni’. E’ una testimonianza fino ai confini della terra.

D’ora in avanti Gesù non sarà più incontrato come prima perché viene sottratto al loro sguardo, ma si apre lo spazio per un vedere nuovo, quello dell’attesa. La comunità è chiamata ad incontrare ancora il suo Signore: è il tempo dello Spirito, dono per i discepoli: è lo Spirito la ‘promessa del Padre’ e la ‘forza che li investe dall’alto’. Da qui il movimento mai finito di conversione e perdono, due momenti che vanno tenuti insieme: non c’è l’uno senza l’altro, entrambi sono dono della Pasqua di Gesù.

La comunità è inviata ad un impegno sulla terra non a restare a guardare il cielo. Insieme. Ogni percorso del credere ha una fondamentale dimensione comunitaria. La promessa di Gesù è vicinanza nuova: ‘ecco io sono con voi tutti i giorni, fino alla fine del mondo’.

Alessandro Cortesi op

Soffi dello spirito

Ci sono nella storia quotidiana soffi dello spirito da cui lasciarsi portare, spingere, aprire per nuove uscite, per lasciarsi aprire ad orizzonti nuovi da vedere, verso cui camminare. Alcuni di questi sono da raccogliere in parole e volti che non hanno risonanza mediatica e di visibilità.

In un’intervista (Andrea Tornielli, ‘Serve una chesa che si mostri bisognosa di perdono’, La Stampa Vatican-Insider 19.05.2017)  Lauro Tisi, vescovo di Trento, parla di Chiesa che oggi ha bisogno di mostrarsi per ciò che è, perdonata e sempre bisognosa di perdono. E parla di una scoperta ad annunciare un Dio capovolto: “Fin dal giorno della mia nomina è qualcosa che mi è venuto fuori quasi per caso: ho detto che noi

dobbiamo parlare di un ‘Dio capovolto’. E questo è diventato un po’ il mio leitmotiv. Credo che ci sia bisogno di raccontare Dio a partire dall’umanità di Gesù Cristo. Siamo abituati a raccontare Dio in modo troppo astratto e filosofico. Dobbiamo imparare a passare dall’umanità di Cristo per narrare Dio.”

E dice: “la realtà prima delle idee. Dobbiamo finire, io credo, con la pastorale dei temi, dei percorsi un po’ troppo astratti. Bisogna partire dai dati concreti e lasciarsi portare dalla realtà per raccontare un Dio bello e interessante. Dobbiamo investire in

positività senza spaventarci del calo dei numeri. Dobbiamo alimentare speranza e la speranza ti viene se ti fidi della realtà”

Si riferisce anche a scelte concrete che riguardano situazioni da affrontare nella gestione dei beni: “Dobbiamo superare l’idea dei recinti e dei territori sacri, anche l’idea dei terreni puliti: il terreno umano è sempre pulito e allo stesso tempo sporco. E allora ecco un altro tema importante, quello della sobrietà e di una Chiesa che si mostri con il volto della vicinanza, della prossimità e della povertà. Penso che per i prossimi anni il nostro obiettivo sia questo: rimettere in gioco le nostre strutture. Già prima che diventassi vescovo in diocesi c’erano 21 canoniche messe a disposizione di situazioni di disagio e di povertà. Devo dire che questo è servito di più di tante catechesi”.

E parla di superamenti da attuare, impostazioni che dividono e sono ostacoli a vivere il vangelo: “Credo che sia necessario superare lo schema preti-laici, che è divisivo, per mettere invece al centro la vita della comunità. Il soggetto evangelizzante è una fraternità cristiana che non si crede perfetta, che ha bisogno di perdono e che pone gesti di prossimità. È finito il regime di cristianità. Abbiamo bisogno di comunità, uomini e donne che vivendo la dinamica di Gesù accolgono il ferito e dicono: guarda che sono stato ferito anch’io (…) Non ci sono gli addetti per la carità, per la famiglia, per i problemi del lavoro. C’è una comunità che incontra i bisogni. La vita delle persone non è divisa in settori”.

In questi giorni ha concluso il suo cammino terreno Antonio Papisca, docente di Relazioni Internazionali e di Organizzazione internazionale dei diritti umani e della pace per molti anni all’Università di Padova. Nel 1982 aveva dato inizio nella medesima Università e poi diretto il Centro Interdipartimentale sui diritti della persona e dei popoli.

La sua vita è stato quella di un docente, un ricercatore e uno studioso. Era animato dalla profonda convinzione del valore di uno studio connesso alla pratica e alla vita delle persone e dei popoli. Era convinto che la riflessione sui diritti umani costituisse una azione essenziale per promuovere cammini concreti per costruire la pace.

Un tratto tipico del suo insegnamento è stato la sobrietà: amava definirsi un badilante, un lavoratore che sposta la terra e con il suo lavoro offre materiale per costruire, aprendo cammini. Il suo tratto discreto e schivo nascondeva una profondità di pensiero ed una ricchezza umana che l’hanno reso noto a livello internazionale.

Ma la sua attività non rimaneva entro l’ambito accademico. Era uomo di relazioni, conscio del limite di un pensare che non si confronta e non entra in vivo rapporto con l’esistenza. Amava collaborare a percorsi portati avanti in tanti modi da associazioni, movimenti e gruppi impegnati per la difesa e promozione dei diritti e per la pace. Aveva profonda fiducia nell’impegno delle Organizzazioni non governative espressione di un movimento di partecipazione dal basso della società. Guardava con profonda simpatia e come completamento della sua azione l’impegno del volontariato.

Il prof. Marco Mascia suo collaboratore e attuale direttore del Centro per i diritti umani di Padova così lo ha ricordato: “È stato un vero apostolo dell’idea di diritti umani, prodigandosi come educatore anche nelle scuole e nel mondo del volontariato… ha vissuto per l’università e per gli studenti. Era un uomo di fede che ha lottato con forza per l’amore e la nonviolenza, cercando sempre una via istituzionale alla pace” (E’ morto il prof. Papisca paladino dei diritti umani, Corriere del Veneto 16.05.2017).

Fede e ricerca di vie istituzionali. Ispirazione interiore di distacco e fiducia nel cammino umano. Spirito di servzio e passione nella forza delle idee che divengono ispiratrici di istituzioni e di cammini di popoli. Orientamento deciso alla ricerca della pace non per le vie delle armi e della violenza, ma per le vie pacifiche e secondo metodi nonviolenti. Mitezza nei modi e caparbietà nel portare avanti lotte ideali e istituzionali. Questi alcuni tratti del suo pensiero e del suo stile.

Uno dei suoi impegni è stato mobilitare la società civile perché l’affermazione del diritto alla pace potesse divenire un diritto umano riconosciuto per tutti, con conseguenze profonde per la vita dei popoli e in vista di scelte da attuare in coerenza a tale riconoscimento, nel cancellare la pretesa degli stati di basarsi su un diritto per fare la guerra. Sosteneva con passione l’importanza di partire dall’inserimento di tale diritto negli statuti dei comuni e province nello sforzo di promuovere la ‘diplomazia delle città’.

L’orientamento su cui la sua riflessione e il suo impegno sono stati diretti è stato quello di progettare l’ONU come ONU dei popoli, e di pensare la diplomazia non come questione dei potenti o dei soli governi ma dei popoli e delle città.

Soffi dello Spirito che si rendono vicini in impegno, dedizione di vita e scelte di testimonianza.

Alessandro Cortesi op

VI domenica di Pasqua – anno A – 2017

At 8,5-8.14-17; Sal 65; 1Pt 3,15-18; Gv 14,15-21

“Filippo, sceso in una città della Samaria, cominciò a predicare loro il Cristo… Frattanto gli apostoli seppero che la Samaria aveva accolto la parola di Dio e vi inviarono Pietro e Giovanni… imponevano loro le mani e quelli ricevevano lo Spirito Santo”.

La Samaria era una regione vista con sospetto dai giudei di Gerusalemme. Abitanti erano popolazioni pagane che avevano mantenuto culti idolatrici (cfr. 2 Re 17,24-41): quando Gesù nel dialogo con la donna di Samaria richiama i ‘cinque mariti’ potrebbe sottintendere tale riferimento (Gv 4,18). I giudei guardavano i samaritani come stranieri, aggregazione disordinata di popoli estranei e nutrivano per loro sentimenti di disprezzo: “Sono irritato contro un popolo che non è neppure un popolo, lo stolto popolo che abita a Samaria” (Sir 50,25-26; cfr. Gv 4,9.20).

Proprio la Samaria, territorio di pagani ed eretici è l’ambito della predicazione di Filippo. E in questa regione la Parola è accolta. Così anche altri apostoli sono coinvolti: ‘imponevano loro le mani e ricevevano lo Spirito Santo’. La pagina degli Atti comunica il diffondersi lieve della Parola e il respiro della libertà dello Spirito, l’abbattimento di ogni barriera di tipo culturale e religioso. E’ scoperta nuova di cui Pietro si fa voce nella casa del pagano Cornelio: ‘Dio non fa preferenze di persone, ma chi lo teme e pratica la giustizia a qualunque popolo appartenga, è a lui accetto’ (At 10,34).

L’agire di Filippo è delineato in poche parole: ‘cominciò a predicare loro il Cristo’ (cfr. At 18,5). Al cuore dell’invio degli apostoli sta l’annuncio di Gesù. Tutto si concentra su di lui. La predicazione comunica che Gesù è il messia atteso, colui che libera la vita dalla paura, dal peccato, da ogni prigionia. Filippo annuncia e insieme vive concretamente lo stile di Gesù: si fa vicino e accompagna nel cammino, pone al centro la Parola di Dio e la legge in riferimento a lui (cfr. Lc 24,13-35). Esce fuori per impulso dello Spirito. Discende sulla strada deserta, sale poi sul carro del funzionario etiope, ascolta le sue domande e lo aiuta a comprendere quanto stava leggendo (cfr. At 8,26-40). In Samaria Filippo ‘recava la buona novella del regno di Dio e del nome di Gesù Cristo’. La bella notizia, il vangelo, è dono di un nome, presenza e vicinanza, e comunicandolo si scopre l’azione dello Spirito già presente e operante nei cuori.

La presenza dello Spirito va insieme all’esperienza della gioia. ‘E vi fu grande gioia in quella città’ (At 8,8). Quest’esperienza ‘gioiosa’ non è ingenuo ottimismo di chi non si rende conto dei problemi. Proprio nei momenti dolorosi di prova e fallimento i discepoli vivono l’esperienza della gioia e dello Spirito santo (At 13,52). Qui è possibile allora individuare un tratto fondamentale dell’invio apostolico: essere collaboratori di una gioia che proviene dal dono di Dio. Scriverà Paolo, descrivendo il profilo del credente e dell’apostolo: “Noi non intendiamo far da padroni sulla vostra fede; siamo invece i collaboratori della vostra gioia, perché nella fede voi siete già saldi” (1Cor 1,23). La gioia come serenità di fondo si accompagna alla predicazione del vangelo e al cammino della fede. Predicare Gesù non è esperienza di superiorità o di dominio ma via per porsi a servizio della gioia degli altri.

Il IV vangelo dà spazio alle parole di Gesù che promette lo Spirito: ‘non vi lascerò orfani’. E’ un dono di speranza per chi è chiamato a scoprirsi figlio. Lo Spirito è paraclito, ‘consolatore’, presenza nuova di Gesù nella sua assenza, presenza interiore e che guida la comunità all’incontro con Gesù. Sarà lui a ricordare quanto Gesù ha fatto e detto. Per questo lo Spirito sta in rapporto con la verità: nel IV vangelo verità è sinonimo di presenza personale che si dà ad incontrare: “Io sono la via, la verità e la vita…” dice Gesù. Lo Spirito ‘rimane in voi’: nel IV vangelo rimanere è verbo che suggerisce una comunicazione profonda e una condivisione che tocca il cuore dell’esistenza. Lo spirito che rimane sarà lui a guidare ad entrare in modi sempre nuovi nell’incontro con Gesù e a renderlo ragione di vita: “egli vi guiderà alla verità tutta intera” (Gv 14,16)

Alessandro Cortesi op

Gioia e leggerezza

“Se è Cristo a suonare il flauto per la danza, lo Spirito è come la melodia, il soffio carezzevole, la nota delicata e incantatrice… questa musica è fatta risunare in noi dallo Spirito, il Consolatore, colui che libera dal peso del passato e dischiude gli ampi spazi della libertà… Vieni a darmi il gusto di una vita più sciolta, più leggera, più aperta alla novità di Dio, una vita che, se mai debba conoscere la sofferenza, senta ancora più forte la dolcezza della speranza” (L.Pozzoli, Quel poco di fede che mi porto dentro, san Paolo 2012, 60-61).

Quale il segreto della gioia? Forse una certa levità, una leggerezza che permette di non pesare troppo, di non occupare troppi spazi, di non pretendere di dire tutto, di lasciare intervalli e interruzioni sospese tra parole e azioni. C’è una pesantezza indubbia e drammatica del male nella vita ma si prova pesantezza a volte anche quando il bene è compiuto in modi impropri. Quando non lascia spazio, quando è invadente, quando si presenta con mire di ostentazione. Leggerezza è un andare lieve che non toglie il respiro, non soffoca, non occupa tutto il posto, ma apre spazi, non si preoccupa di apparire, percorre sentieri non affollati e vocianti, confida nella discrezione dei toni e nella gentilezza dell’agire.

Don Luigi Pozzoli, prete milanese, colto, lettore di romanzi e amico di poeti, schivo e profondo cesellatore della parola in alcune sue note di diario scrive: “Amo tutto ciò che è lieve, discreto, segreto. Amo sempre più le esistenze lievi di tante persone che passano senza occupare spazio alcuno, raccolte nei loro pensieri segreti, nelle loro gelose speranze, nella loro naturale, inconsapevole gentilezza. Lievi sono i loro gesti, le loro parole, i loro sorrisi, i loro passi. Lievi anche le loro lacrime. Non è forse la levità la nota più preziosa dell’infanzia spirituale? E non è forse l’infanzia spirituale il fiorire dell’esistenza cristiana nella sua più suggestiva bellezza? Vorrei essere anch’io un’esistenza lieve portata da una grande speranza…” (L.Pozzoli, Quel poco di fede, cit., 162).

Il gusto per tutto quanto è lieve si scontra con le voci gridate che occupano la scena pubblica in una tensione ossessiva ad apparire, ad occupare il proscenio, in continua campagna elettorale, là dove illusioni vengono contrabbandate come promesse e non si odono inviti a pensare, a fermarsi e sostare per comprendere, per cercare orientamento. Ogni questione e problema è presentato come nodo da sciogliere con tagli perentori, nella velocità del tempo, senza riflessione, con gesto pesante e senza scrupolo, volgare, senza cura per volti e vite. La levità si oppone anche alla brutale violenza che dilaga e pervade in tanti modi il vivere quotidiano.

Ciò che è discreto e custodito in parole e gesti che si intervallano a silenzi per poter dare il tempo per comunicare, è forse il cuore di un’esperienza dove ci sia spazio per una gioia, lieve anch’essa, assaporata come soffio dello spirito che passa e conduce oltre, che fa respirare e invita a scorgere le lezioni della natura e delle parole aperte, alla vita, all’incontro e non la chiusura in teorie e codici freddi e opprimenti.

Una foto in questi giorni ha avuto grande diffusione sui social media: è stata scattata nella metropolitana di New York il 16 aprile scorso nel giorno della festa di Pasqua. Chi ha fissato questo momento sullo schermo del suo telefonino è un giovane, Jackie Summers, che ha lasciato il suo posto permettendo ad un coppia di ebrei osservanti di sedersi. Ed essi si sono un po’ scostati lasciando spazio ad una donna musulmana che stava dando il biberon al suo bambino che teneva in braccio. Nella scena presentatasi davanti ai suoi occhi il giovane passeggero ha colto una coincidenza: nel casuale incrociarsi avvenuto durante il veloce sfrecciare della metropolitana di un mattino di primavera ha letto un’espressione – per lui che si definisce taoista – di quell’energia nascosta e segreta che connette insieme e genera armonia tra ogni realtà e persone. E’ anche questo levità che genera gioia. La leggerezza dello Spirito che soffia dove vuole e suscita l’alzarsi lieve nel gesto semplice e gentile di chi sa lasciare posto all’altro generando incontri inediti e possibili.

Alessandro Cortesi op

V domenica di Pasqua – anno A – 2017

At 6,1-7; 1Pt 2,4-9; Gv 14,1-12

‘Signore non sappiamo dove vai e come possiamo conoscere la via?’ … ‘Io sono la via, la verità e la vita’. La via è spazio attraversato per camminare: è direzione verso una meta, è luogo di movimento, passaggio e incontro. Nel cammino si genera e cresce un incontro che procura vita. Gesù indica se stesso come via, percorso aperto di un cammino per un incontro. E la sua promessa apre orizzonti di comunione: ‘Io vado a prepararvi un posto; quando sarò andato e vi avrò preparato un posto, ritornerò e vi prenderò con me perché siate anche voi dove sono io’. Ai suoi Gesù indica una via e promette un luogo di comunione. Non la riduzione ad un unità indistinta, ma la presenza dei molti in relazione: ci sono molti posti. Provenienze diverse possono incontrarsi: i molti possono trovare casa dove trovare ospitalità. La sua via non esclude ma è orientata al prendere con sé, allo stare insieme di molti.

Il IV vangelo insiste sul fatto che Gesù nella sua vita ‘mostra il Padre’. Il Verbo, la Parola è ‘rivolto verso il Padre’ (Gv 1,1). Gesù è indicato come ‘la porta’, soglia per entrare ed uscire e trovare vita. L’incontro con lui non chiude cammini ma apre strade. Per coloro che l’hanno accostato tutta la sua vita è stata spazio di aperture a partire, a vivere il coraggio del mettersi in cammino. Gesù stesso dice il senso del suo venire “perché abbiano la vita e l’abbiano in abbondanza”. La via di Gesù apre ad orizzonti di libertà. Non è via di schiavitù e oppressione. E’ un dato importante della prima testimonianza cristiana che tutta la vita di Gesù sia stata essa stessa orientata al Padre, a stare in dialogo e a seguire i suoi sentieri, a mostrare il volto della cura e della vicinanza. Così l’esperienza umana di Gesù è luogo in cui si può scorgere il volto invisibile del Padre. Nessuno ha mai visto Dio ma le opere di Gesù, i suoi gesti, la cura il servizio sono racconto del volto del Padre.

Gesù mostra il volto del Padre. Il IV vangelo esprime questo nel dire che Gesù ha manifestato la gloria del Padre, lo ha ‘glorificato’ nella sua vita. Nel suo cammino fino alla croce. E’ questo l’esito della sua fedeltà nel dono e nella consegna. Per giungere al Padre la via è quella del dono e del servire.

La prima lettera di Pietro offre uno sguardo al cammino della chiesa. La comunità di stranieri e pellegrini che camminano fissando lo sguardo su Gesù formano una costruzione composita di tanti elementi, pietre viventi. Unico fondamento è Cristo, non altri. Pietro chiama a stringersi a Gesù solo, ponendo lui al centro e tornando a lui.

E’ pietra scartata dagli uomini, ma allo sguardo di Dio è base su cui tutto cresce, è la prima pietra per una costruzione nello Spirito: ‘Stringendovi a Cristo, pietra viva, rigettata dagli uomini, ma scelta e preziosa davanti a Dio, anche voi venite impiegati come pietre vive per la costruzione di un edificio spirituale”. Si ricordano così le parole del salmo ‘La pietra rifiutata dai costruttori è diventata la pietra principale. Questo è opera del Signore ed è una meraviglia ai nostri occhi!’ (Sal 118,22-23). Tutto l’edificio, una vita comune di molti diversi, dovrà crescere sulla base di questa pietra d’angolo (cfr. Mt 21,42-43).

C’è uno scandalo al cuore dell’esperienza del seguire Gesù: è il paradosso della ‘gloria’ che si rende presente nella croce e nello svuotamento. Ogni tentativo di evitare questo paradosso è tradimento da parte della chiesa che vive del suo unico Signore. E’ perdere di vista il fondamento di questo edificio che vive del medesimo respiro, lo Spirito di Gesù. Lo Spirito ha spinto Gesù nel deserto e lo ha guidato nel fare della sua vita un servire per gli altri. Il popolo che vive nello Spirito è chiamato a percorrere i passi del suo unico Signore: è lui la via.

Nella comunità ci sono diversi doni e servizi. Di fronte a situazioni nuove che pongono nuovi interrogativi ed esigenze si pone la questione di ripensare i servizi nella comunità. Ogni servizio viene da un dono e non è privilegio o motivo di superiorità. Chiede di essere vissuto nella forza dello Spirito, sorgente di ogni dono. Lo Spirito porta a scoprire l’altro non come nemico da escludere ma come volto da accogliere nella sua sofferenza e ascoltare, da servire come Gesù che si è chinato a lavare i piedi ai suoi e in questo gesto ha raccontato il mistero del volto di Dio.

Alessandro Cortesi op

(Bill Viola, The path / Il sentiero, 2002)

(Il video di Bill Viola presenta nel giorno del solstizio d’estate, di primo mattino, una folla di persone diverse, di età, condizione sociale e colore della pelle che cammina attraverso una pineta, formando un flusso continuo, senza interruzione, con ritmi diversi dei passi. E’ espressione del cammino che si compie sul ‘sentiero della vita’ – Mostra Palazzo Strozzi Firenze maggio 2017)

Piedi e cammino

Spesso, frequentando l’ambiente dello scoutismo, si sente ripetere un’espressione enigmatica ed evocativa: “lo scoutismo s’impara dai piedi”. C’è un’immagine che può esprimere visivamente quest’affermazione. E’ la foto scattata da Vladimir Cicmanec durante una manifestazione a Brno nel mese di aprile 2017. Una giovane scolta, 16 anni, di nome Lucie Mysilkova, regge uno striscione e affronta discutendo un naziskin con la testa rasata che con gesti agitati e i muscoli tesi le sta urlando qualcosa. Stavano discutendo di rifugiati e migranti.

La ragazza esprime nel suo volto sereno la forza di affrontare la rabbia contrapponendo le ragioni dell’accoglienza. La sua leggerezza pervade la scena, mentre attorno galleggiano nell’aria alcune bolle di sapone che riflettono i colori dell’arcobaleno. A fronte della violenza e dell’urlare del populismo becero di chi propone l’odio e l’esclusione c’è lo stare ritto, inerme, di questa scolta. Espressione di una forza mite che si contrappone alla violenza. Veramente dalla concretezza di gesti, di impegno, di coinvolgimento sale dai piedi un percorso educativo. E’ vero della grande avventura educativa che è lo scoutismo ma anche di tutti i percorsi autentici di comunicazione e di crescita.

Ogni maturazione profonda di vita non parte dall’alto, dai discorsi, dalle istruzioni, ma sorge dalla pratica vissuta, dalla condivisione, dal contatto diretto, dal tempo speso insieme, dalla terra… insomma da dove stanno i piedi. Dall’esperienza. Da lì sale qualcosa di indefinito e inesprimibile fino a raggiungere tutta la persona, fino a poter essere detto e comunicato. Non allora… dalla testa ai piedi ma il contrario.

Tante sono le cose che si apprendono nella vita ‘a partire dai piedi’ e forse è possibile anche declinare aspetti diversi di questa profonda indicazione pedagogica. Ciò che sale dai piedi è possibile per tutti perché per chiunque il contatto con la terra, con tutto ciò che sta in basso è possibile. A partire dai piccoli che non arrivano in alto, ma in basso sì. Quanto sta in basso è accessibile, senza esclusioni, anche per chi si sente ‘a terra’.

Il riferimento ai piedi parla anche di una concretezza che si attua nel camminare e nel tenere i piedi per terra. L’esperienza operativa, con le mani e con i piedi, il tirocinio delle cose, del concreto, costituisce luogo di crescita proprio perché implica un misurarsi con la realtà, un prendere le misure non solo in senso teorico, ma direttamente: attua un contatto con la vita e dà forma. E’ verifica della verità di quanto si dice. Tutto ciò che sale dai piedi dice concretezza e riferimento alla terra dove i piedi si poggiano. Non fuga ideale, copertura fumosa e ipocrita di parole vuote, ma luogo di formulazione di parole che respirano di esperienza vissuta. Ed è anche processo che si apre ad un divenire che non è chiuso, ma che si fa cammino. Forse per questo anche Gesù amava camminare sulla strada e ha indicato la via come luogo dell’incontro.

Camminare in tal senso, fare strada, e farlo insieme, è scuola di vita, esperienza di spiritualità più di tante elucubrazioni spesso compiute in luoghi asfittici e chiusi. E chi viaggia a piedi impara a guardare le cose in modo nuovo, diverso, con tempi lunghi, osservando. Camminare è arte da apprendere passo dopo passo, scoprendo il ritmo del respiro, imparando a dosare le forze, scoprendo il segreto del progredire in modo graduale, senza salti e senza la pretesa del ‘tutto e subito’. Senza illusioni su di sé, anzi nel lasciare che fragilità e debolezze si smascherino. Senza corse vissute ‘a perdifiato’ che conducono a spendere ogni energia e a trovarsi spossati senza più forza per perseverare nei tempi distesi del cammino. Perché camminare esige lentezza e pazienza.

Camminare chiede sguardo lungo e fiducia di compagnia. Non si arriva mai da soli. C’è una saggezza nascosta nel passo del camminatore che vale tante lezioni di maturazione nella scoperta di sé, nell’apprendere il bisogno degli altri, nell’aprirsi al senso di essere partecipi di una natura più grande di cui si è parte e che custodisce il rumore sordo dei passi. E quanti rumori diversi su suoli i più vari, un tappeto di foglie nella faggeta, una traccia sulla neve, un stretto sentiero di ghiaia tra le rocce, i sassi di una mulattiera, la sabbia levigata dalle onde sulla spiaggia o l’asfalto bagnato di città.

Uno spunto di riflessione proviene da Olivier Bleys, scrittore francese che ha vinto il Prix Goncourt des Lycéens del 2015 per un suo libro dal titolo Discours d’un arbre sur la fragilité des hommes. Bleys è camminatore che ha deciso di dedicare un mese all’anno al camminare, senza fretta e senza ansie di record, in un tempo limitato. Rilevante è la sua sottolineatura che il camminare è una forma di resistenza come pure la sua scelta del viaggio come risposta alla precarietà che caratterizza la condizione odierna:

“Camminare è una forma di resistenza. Non solo fisica ma anche nei confronti del mondo. E’ un elogio alla perseveranza, alla lentezza, allo sforzo, che in una società ossessionata dai risultati, è decisamente controcorrente. Farlo in questo modo, un mese all’anno, è l’equivalente contemporaneo della cattedrale medievale: un progetto a lunghissimo termine, da tramandare eventualmente di padre in figlio. E’ la generosità di creare qualcosa che vada oltre la nostra esistenza… Nel suo essere ancestrale la marcia è un’attività super contemporanea, perché risponde ai bisogni di chi soffre per la folle velocità che ci impone il quotidiano… Quando cammino non penso a nulla, non lavoro, non costruisco storie. Non vado ‘oltre’. Al contrario, mi sento, totalmente parte del presente e del mondo che mi circonda, con il corpo e con la mente” (L.Traldi, On the road, La repubblicaD, 27 marzo 2017).

A proposito di piedi… Erri De Luca ha elencato una serie di ragioni per cui farne l’elogio: alcune fanno sorridere, altre danno a pensare:

“Perché reggono l’intero peso.
Perché sanno tenersi su appoggi e appigli minimi.
Perché sanno correre sugli scogli e neanche i cavalli lo sanno fare.
Perché portano via.
Perché sono la parte più prigioniera di un corpo incarcerato. E chi esce dopo molti anni deve imparare di nuovo a camminare in linea retta.
Perché sanno saltare, e non è colpa loro se più in alto nello scheletro non ci sono le ali.
Perché scalzi sono belli.

Perché sanno piantarsi nel mezzo delle strade come muli e fare una siepe davanti al cancello di una fabbrica.
Perché sanno giocare con la palla e sanno nuotare.
Perché per qualche popolo pratico erano unità di misura.
Perché quelli di donna facevano friggere i versi di Pushkin.
Perché gli antichi li amavano e per prima cura di ospitalità li lavavano al viandante.
Perché sanno pregare dondolandosi davanti a un muro o ripiegati indietro da un inginocchiatoio.
Perché mai capirò come fanno a correre contando su un appoggio solo.
Perché sono allegri e sanno ballare il meraviglioso tango, il croccante tip-tap, la ruffiana tarantella.
Perché non sanno accusare e non impugnano armi.
Perché sono stati crocefissi.
Perché anche quando si vorrebbe assestarli nel sedere di qualcuno, viene lo scrupolo che il bersaglio non meriti l’appoggio.
Perché, come le capre, amano il sale.
Perché non hanno fretta di nascere, però poi quando arriva il punto di morire scalciano in nome del corpo contro la morte” (Erri De Luca, Elogio dei piedi qui in una versione letta da Gian Maria Testa)

I piedi sorreggono e danno equilibrio al camminare. Nel loro toccare la terra sono memoria dell’importanza del cammino: quello sulle strade, sui sentieri di montagna o nei viottoli. Ma sono anche ricordo di cammini interiori da far rimanere vivi, da far progredire sempre oltre: quelli dell’interrogarsi, del rimanere fedeli alla terra, del non lasciarsi incatenare da un modo di vivere di fretta e di fuga dalla realtà.

Gesù lavò i piedi ai suoi amici quei piedi che avevano camminato su vie polverose. I suoi piedi, quei piedi da cui aveva imparato la concretezza della strada, glieli strinsero le donne al mattino di Pasqua: “Gesù venne loro incontro e disse: ‘Salute a voi’. Ed esse si avvicinarono, gli abbracciarono i piedi…”

Alessandro Cortesi op

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