la parola cresceva

commenti alla Parola della domenica e riflessioni

III domenica di Pasqua – anno A – 2017

(He Qi – Emmaus)

At 2,14.22-33; 1Pt 1,17-21; Lc 24,13-35

“Questo Gesù Dio l’ha risuscitato e noi tutti ne siamo testimoni. Innalzato pertanto alla destra di Dio e dopo aver ricevuto dal Padre lo Spirito Santo lo ha effuso come voi stessi potete vedere e udire”

Nel discorso di Pietro a pentecoste, si specchiano alcuni tratti della prima predicazione cristiana. Pietro parla di Gesù come uomo che nel suo agire diceva la presenza di Dio. I suoi segni sono indicazione e traccia.

E poi parla della sua risurrezione come evento che compie un grande disegno di salvezza. I salmi ne avevano parlato, e ricorda le parole di fede del salmo 16. Davide – dice Pietro – morì e fu sepolto e la sua tomba è ancora oggi tra noi’. Dio, il Padre, invece ha costituito Signore Cristo il Gesù crocifisso. Pietro legge così l’annuncio della risurrezione di Gesù nei salmi di Davide dove si legge: ‘questi non fu abbandonato negli inferi, né la sua carne vide corruzione’ (cfr. Sal 16,10).

La vita di Gesù è così presentata innalzamento. Dio Padre che ha costituito Gesù ‘signore’ dando a lui le prerogative della vita divina. Come il re quando veniva accolto sul trono: ‘Disse il Signore al mio Signore, siedi alla mia destra, finché io ponga i miei nemici come sgabello ai tuoi piedi’. E’ quindi Gesù il ‘signore’ di cui parla il salmo 110 e il ‘messia’ che parla nel salmo 16.

Le parole finali del salmo sono così riferite a Gesù: ‘tu non abbandonerai l’anima mia negli inferi né permetterai che il tuo santo veda la corruzione. Mi hai fatto conoscere le vie della vita mi colmerai di gioia con la tua presenza’. Gesù è stato innalzato in questi ultimi tempi (con riferimento a Gioele 3,1-5) e ha avuto un nome che è il nome stesso di Dio: ‘Signore’. Chiunque invocherà quel ‘nome’ sarà salvato.

Il racconto dell’incontro di Emmaus è una bellissima pagina di Luca, una catechesi che risponde alla domanda: come incontrare Gesù risorto? La strada da Gerusalemme a Emmaus è simbolo del cammino dei discepoli e della comunità in cui l’incontro con Cristo si rinnova. Luca indica così ‘luoghi’ in cui egli si fa vicino a noi.

I due di Emmaus sono fissati mentre si stanno allontanando da Gerusalemme. I loro sentimenti sono di desolazione e delusione. Nel cuore hanno solo fallimento e desiderio di prendere le distanze. Ma nel parlare e discorrere tra loro uno sconosciuto si affianca. Luca suggerisce che uno dei primi luoghi d’incontro col Risorto è proprio il dialogo, anche quello fatto di domande e di sconforto, e l’incontro con lo straniero, l’altro.

I due discepoli sono provocati dagli interrogativi dello straniero e ritornano ai giorni di Gerusalemme. Sono accompagnati a ricomporre passo dopo passo tutti i tasselli di un mosaico di eventi di cui sono stati protagonisti.

Luca descrive con parole lievi lo stile del farsi accanto di Gesù, la sua pazienza nel domandare, la sua cura nel suscitare un percorso personale e condiviso. I due erano tristi, ma colloquiavano e si confrontavano insieme sui fatti accaduti: Gesù pone domande, accompagna ad andare al fondo del loro dolore, non offre risposte facili. Non li rimprovera.

Come pellegrino che cammina insieme, si fa aiuto, dal basso, nella condivisione, per ricomporre il quadro della loro esperienza. I due hanno tutti gli elementi, ma non sono in grado di leggere i segni. I loro occhi erano incapaci di riconoscere Gesù che camminava con loro, così il loro sguardo era incapace di leggere dentro agli eventi vissuti. ‘tu solo dei così forestiero in Gerusalemme da non sapere ciò che vi è accaduto in questi giorni?’

Lo sconosciuto porta i due a scoprirsi essi stessi forestieri e li conduce anche ad una ricerca più profonda. Al centro della narrazione sta la testimonianza delle donne: ‘ma alcune donne, delle nostre, ci hanno sconvolti; recatesi al mattino al sepolcro e non avendo trovato il suo corpo, sono venute a dirci di avere avuto una visione di angeli, i quali affermano che egli è vivo’. I due si rendono così testimoni della risurrezione. egli è il vivente e ha vinto la morte. Ma è un riferire freddo senza partecipazione del cuore e della vita.

Gesù li accompagna allora a rileggere le Scritture. Indica un luogo d’incontro con la sua presenza come vivente. Poi cede al loro invito mentre si fa buio: ‘resta con noi perché si fa sera’. Si ferma e nella locanda, a tavola, spezza il pane per mangiare con loro. Allora ai due si aprono gli occhi: quel gesto, un gesto di tutti i giorni, vissuto insieme rinvia al gesto dell’ultima sera con Gesù. E’ il gesto simbolo della sua vita. I due di Emmaus si aprono ad un vedere nuovo, il vedere della fede.

Non vi sono stati miracoli: hanno appreso scorgere i segni. In quel gesto c’è anche il riferimento alla possibilità di incontrare il risorto in ogni gesto dello spezzare il ‘pane della propria esistenza’. Lì si rende presente e si fa ‘vedere’ Gesù risorto. I due poi si recano dagli altri e lì scoprono che Gesù è possibile incontrarlo proprio lì, da dove si erano allontanati delusi. ‘davvero il Signore è risorto e si è fatto vedere’ non è più parola vuota ma esperienza possibile.

Alessandro Cortesi op

La profezia di un maestro

Ci sono maestri che sono tali non per l’accumulo di titoli o di riconoscimenti, e nemmeno perché hanno occupato posti di ruolo, ma perché le loro parole seminate sono state accompagnamento di esistenza, i loro gesti recano lo spessore delle scelte faticose e maturate. E la loro vita è eredità che si consegna accendendo fuochi e aprendo strade nei cuori di chi li ha incontrati.

In questi giorni il coro de I crodaioli di Bepi De Marzi insieme al coro Monte Pizzo a Lizzano Belvedere nella manifestazione Lizzano è In…Canto (22 aprile 2017) hanno ricordato la figura di un maestro, il ‘capitano con gli occhi da bambino’, il capitano Toni, Antonio Giuriolo.

Originario della provincia di Vicenza, nato ad Arzignano nel 1912, il capitano Toni è stato ucciso in un scontro tra le truppe tedesche e la sua formazione partigiana il 12 dicembre 1944 sulle pendici dell’Appennino emiliano nel versante bolognese del Corno alle Scale, dopo che nei mesi del 1944 aveva contribuito alla liberazione di vari paesi della montagna.

Nato ad Arzignano aveva condotto i suoi studi a Vicenza al liceo Pigafetta e si era poi laureato in lettere a Padova nel 1935, in anni in cui il peso della propaganda fascista e la violenza del regime si faceva pesantemente sentire anche nella sua famiglia. Rifiutò la tessera del regime fascista e condusse attività di insegnante in modo precario. Fu a contatto con Norberto Bobbio, poi con Aldo Capitini leggendo i suoi testi e condividendo gli orientamenti di nonviolenza e pace.

Maturò la scelta di salire in montagna dopo l’8 settembre 1943, quando si pose la necessità di una scelta tra l’indifferenza, il silenzio di adesione al fascismo e l’accettazione di essere arruolati nella Repubblica di Salò, e la scelta alternativa di battersi per porre fine al fascismo, condividendo la lotta partigiana. Morì sull’Appennino, mentre guidava operazioni di resistenza contro l’esercito tedesco, colpito sul Belvedere sotto il Corno alle Scale. Il suo ricordo unisce la pianura veneta e le valli dell’Appennino e il suo nome rimane inciso nel cippo al Belvedere, nelle scuole a lui intitolate ad Arzignano, Vicenza e a Porretta, così come nel rifugio nelle Piccole Dolomiti a Campogrosso.

Norberto Bobbio lo ricordò a Vicenza alla Biblioteca Bertoliana, luogo dei suoi studi, il 26 settembre 1948: “Toni Giuriolo fu un nobilissimo esempio di educatore senza cattedra; e siete voi stessi, giovani amici di lui, che lo avete così definito e consegnato alla storia della vostra vita spirituale come il maestro che vi ha educati non nell’aula, ma per le strade della vostra Vicenza, per i sentieri delle vostre campagne, camminando, discorrendo, discutendo, e vi ha insegnato più di tutti i maestri della scuola, anche di quella universitaria (…)

E così continuava: “Se ora dovessi racchiudere in una formula il significato della sua vita, direi che egli rappresentò l’incarnazione più perfetta che mai io abbia vista realizzata in un giovane della nostra generazione dell’unione di cultura e di vita morale” (N. Bobbio, L’uomo e il partigiano, in Per Antonio Giuriolo. Scritti di Antonio Barolini, Norberto Bobbio, Enzo Enriques Agnoletti, Luigi Meneghello, Vicenza 1966).

Un ritratto della sua vita con la profondità della memoria sofferta e personale è quello uscito dalla penna di Luigi Meneghello, nel racconto dell’esperienza del gruppo dei giovani che prima negli anni universitari e poi al tempo della guerra si unì a lui salendo sulle montagne per vivere in quella scelta il rifiuto della dittatura fascista e per aprire strade nuove di libertà. Il libro che è puntuale ricostruzione storica, scritto e riscritto, e sofferta testimonianza s’intitola I piccoli maestri (1 edizione 1964). Un libro che cerca di “esprimere un modo di vedere la Resistenza che differisce radicalmente da quello divulgato (e non penso solo ai discorsi e alle celebrazioni) – e cioè in chiave anti-eroica” (L.Meneghello, I piccoli maestri, nota alla II^ edizione, 1976).

Meneghello ne suggerisce la forza interiore che si comunicava nell’incontro: “non era solo un uomo più autorevole, dieci anni più vecchio di noi; era un anello della catena apostolica, quasi un uomo santo” (da I piccoli maestri). Un ‘eroe senza gesti’ – come lo definì Bobbio – un ‘uomo santo’, anche un ‘oppositore totale’ capace di andare contro la corrente nell’atmosfera di un orientamento comune e pervasivo nella società vicentina del tempo del ventennio fascista da cui era difficile staccarsi, capace di autonomia di riflessione e di coerenza nelle scelte di vita. (Cfr. E.Pellegrini, Un oppositore totale. Immagini di Antonio Giuriolo nell’opera di Luigi Meneghello)

“’L’Italia vera, dicevo a Lelio nelle secche del nostro esilio militare è rinchiusa nell’animo degli oppositori totali, come Giuriolo. E’ uno di Vicenza, avrà trent’anni; è un professore, ma non fa scuola perché non ha voluto prendere la tessera’. ‘Credevo che non ce ne fossero più’, diceva Lelio. ‘C’è lui’, dicevo io. ‘E si può dire che noi siamo suoi discepoli’. ‘Cosa vuoi discepolare?’, diceva Lelio; ma io gli spiegavo che chi frequentava Toni Giuriolo diventava fatalmente suo discepolo, e in fondo anche chi frequentava i suoi discepoli. ‘Ormai sei un discepolo anche tu’, gli dicevo. ‘Quanti ce n’è di questi discepoli?’. ‘Saremo una dozzina’. ‘Come quelli di Cristo’. ‘Quelli erano gli apostoli’” (da I piccoli maestri).

In Fiori italiani, libro che racconta il tipo di educazione impartita al tempo del fascismo, Luigi Meneghello ricorda il momento della nascita di quel libro: “Ho pensato per la prima volta in confuso a questo libro nell’estate del 1944 sdraiato per terra all’imboccatura di una grotta in Valsugana, guardando le coste del Grappa lì di fronte. (…) Che cos’è un’educazione? Avevo il senso di sapere soltanto il negativo della risposta, che cos’è una diseducazione”. Ricorda l’impatto decisivo con Antonio Giuriolo come presenza che invitava a pensare :“Per la prima volta gli pareva di pensare, e si sentiva pensare. Se in principio gli avrebbe fatto spavento e ribrezzo l’idea di poter diventare “antifascista”, ora quel sentimento s’invertiva, e alla fine sarebbe inorridito di essere ancora fascista. Fu un processo esaltante e lacerante insieme: un po’ come venire in vita, e nello stesso tempo morire”.

Il capitano Toni aveva la statura propria del maestro: “l’influenza di Antonio, pur avendo per oggetto la mente dei suoi discepoli, investiva tutta la loro personalità e la cambiava…” (da Fiori italiani).

E suggerisce la concretezza quale caratteristica dell’ insegnamento del maestro antifascista, che gli aveva aperto mente e cuore e che si potrebbe anche indicare come capacità di unire finezza intellettuale con attenzione ad un impegno di responsabilità etica: “Spiccavano certi tratti di metodo. Anzitutto la concretezza. Antonio si rivolgeva sempre a una persona precisa: questo libro, questo passo, questo concetto. Additava, citava (non a memoria come un retore, ma aprendo e cercando); brani segnati a matita, sottolineati. (…) Antonio non pareva certo un raffinato del gusto, pure nelle sue interpretazioni c’era una sorprendente finezza, che armonizzava col suo modo di sentire energico e virile. Il punto d’arrivo non era estetico, ma morale”.

Il suo essere maestro non nella scuola ma sulla strada, nella quotidianità, suscitava in chi gli stava accanto la percezione di qualcosa di profondo e inedito che accadeva nell’incontro. Ancora Luigi Meneghello dà voce ai sentimenti dei giovani che furono a contatto con il capitano Toni: “L’incontro con lui ci è sempre parso la cosa più importante che ci sia capitata nella vita: fu la svolta decisiva della nostra storia personale, e inoltre (con un drammatico effetto di rovesciamento) la conclusione della nostra educazione… L’impronta che ha lasciato in noi è dello stesso stampo di quella che lasciano le esperienze che condizionano per sempre il nostro modo di pensare, di vivere e, se scriviamo, di scrivere” (da Fiori italiani).

Da dove proveniva questa forza? Bobbio nella commemorazione del 1948 riporta un brano da una sua lettera: “Non basta occuparsi del proprio perfezionamento individuale; bisogna dare anche il proprio contributo, per quanto modesto esso sia, all’umanità…: l’uomo di cultura non può starsene appartato, deve assumersi degli impegni nella società degli uomini, deve sentire la grande responsabilità che grava sulle sue spalle: difendere e custodire quello senza cui né cultura né moralità possono vivere: la libertà” (N. Bobbio, L’uomo e il partigiano, 24).

Il capitano Toni è stato maestro, capace di passare una corrente di vita, di testimonianza ad altri piccoli maestri.

Il canto dei cori alpini nella valle di Lizzano in questi giorni che ricordano la liberazione è soffio che ci riporta questa eredità di piccoli grandi maestri, e ci chiede di farla nostra. Anche oggi nella responsabilità e nel coinvolgimento del cammino è possibile aprire nuovi percorsi di libertà.

Alessandro Cortesi op

Per approfondire:

Antonio Trentin, Toni Giuriolo. Un maestro di libertà, Sommacampagna, Cierre-Istrevi, 2012.

Antonio Giuriolo, Pensare la libertà. I quaderni di Antonio Giuriolo, a cura di Renato Camurri, Venezia, Marsilio 2016.

Piero Casentini «Il maestro di S., mio, e dei nostri compagni». Note da un taccuino di Antonio Giuriolo, in http://storiamestre.it/2016/11/il-maestro-di-s/

II domenica di Pasqua – anno A – 2017

At 2,42-47; 1Pt 1,3-9; Gv 20,19-31

La prima lettera di Pietro parla della Pasqua nel rapporto con la vita dei credenti e suggerisce aspetti fondamentali della fede cristiana. Al centro sta lo sguardo all’opera di Dio. “Sia benedetto Dio e Padre del Signore nostro Gesù Cristo: nella sua grande misericordia egli ci ha rigenerati, mediante la risurrezione di Gesù Cristo dai morti, per una speranza viva, per una eredità che non si corrompe, non si macchia e non marcisce”.

Il Padre ha pronunciato l’ultima parola sulla vita di Gesù, ha risollevato la vita del crocifisso e gli ha dato un ‘nome al di sopra di ogni altro nome’. Nella risurrezione ha costituito Gesù come signore. Ha così pronunciato il suo sì definitivo alla vita e alla morte di Gesù vissute nello ‘spendersi fino alla fine’, nell’amare fino al segno supremo.

Al centro della fede sta questo dono per tutti. Nel ‘rialzare’ Gesù dalla morte il Padre ha offerto un dono di rigenerazione per l’umanità. Nella risurrezione di Cristo è donata una vita nuova, opera del Padre. Da qui si apre la speranza dei credenti: è speranza viva, eredità che non si consuma. E’ eredità di incontro che diventa modo nuovo di intendere la vita, i rapporti, ogni cosa sin d’ora.

Da qui l’invito a scorgere questa condizione nuova: una vita rigenerata, nella custodia da parte di Dio che vince le forze di male. La vita e la morte stessa acquistano un senso nuovo dalla parola/azione definitiva della risurrezione. Questa eredità è conservata nei cieli, per chi ‘dalla potenza di Dio è custodito mediante la fede’.

Fede è così fissare lo sguardo su quanto il Padre ha compiuto, è ritrovare la propria eredità più preziosa in questo incontro. E’ anche inizio di una speranza per vivere seguendo Gesù nel cammino da lui percorso. I cristiani vivono – o dovrebbero vivere! – per questo nella provvisorietà, nella dispersione, come stranieri, in condizione di cammino. Non sono ancora giunti a casa, ma sanno che Dio li custodisce: ‘dalla potenza di Dio siete custoditi mediante la fede’.

Nella pagina degli Atti degli apostoli l’evento della risurrezione è letto come spartiacque del tempo. Luca nel vangelo aveva narrato il cammino di Gesù fino a Gerusalemme. Ora la bella notizia della risurrezione è annunciata sino agli estremi confini della terra. In brevi sommari sono delineati tratti essenziali della testimonianza delle prime comunità: sono memoria ma anche richiamo ad un ideale da coltivare sempre.

Il primo tratto è la fedeltà all’insegnamento degli apostoli: al centro sta la memoria della vita di Gesù consegnata agli apostoli, il ricordo delle sue parole e gesti. E’ memoria che suscita scelte e impegno nuovi.

Il secondo tratto è la frazione del pane: la vita della comunità trae forza dal ripetere il gesto di Gesù nella cena e attuarlo nella vita. Spezzare il pane è riandare alla sua vita come dono per tutti per vivere scelte di condivisione e accoglienza.

Il terzo tratto è la preghiera: i discepoli di Gesù continuano a vivere la preghiera di Israele. Salgono al tempio, continuano l’invocazione dei salmi e la memoria dell’alleanza di Dio.

Il quarto tratto è la comunione: è innanzitutto dono che sgorga dalla vita di Dio. E’ poi chiamata a condividere i beni, a distribuire a ciascuno secondo il bisogno. Seguire Gesù è movimento che conduce a spostare la domanda: non ‘chi sono io?’ ma ‘per chi sono io?’. Rende responsabili degli altri e chiede scelte concrete.

Alessandro Cortesi op

Spezzare il pane

Sono quasi 9000 i migranti salvati nei giorni della Pasqua di quest’anno. Nel Mediterraneo hanno collaborato la Guardia costiera con dieci unità navali, altrettante quelle delle ONG , due di Frontex, una dell’operazione Sofia. E non sono state sufficienti: vi è stata la richiesta dell’aiuto di più di dieci navi mercantili presenti nelle aree dei salvataggi.

Carlotta Sami, portavoce dell’l’Alto commissariato per i rifugiati delle Nazioni Unite (UNHCR) di fronte a questa situazione ripete: “È essenziale che l’Europa si attivi per aprire corridoi umanitari, rafforzando il dialogo tra le nazioni per avviare una concreta strategia dell’inclusione, o quest’estate i problemi saranno moltiplicati’’ (Giuseppe Lo Bianco, Italia-Libia, così non va. Non è illegale cercare asilo. Intervista a Carlotta Sami, “il Fatto Quotidiano” 19 aprile 2017). La portavoce UNHCR ricorda le statistiche che indicano come vi sia un aumento di arrivi di eritrei, sudanesi, maliani. Sono provenienze da Paesi dilaniati da guerre, o pesantemente segnati dalle carestie, come la Somalia e il Sud Sudan. Carlotta Sami ricorda inoltre che Paesi tra i più poveri del mondo accolgono al loro interno milioni di rifugiati, molti più di quanti siano accolti in Europa: tra di essi l’Etiopia, il Sudan, il Niger. In Libia è in atto una crisi umanitaria devastante. Vi sono centri di detenzione di massa che trattengono centinaia di migliaia di persone. Violenze, torture, abusi sono pratiche ordinarie e non contrastate. La maggior parte delle donne subisce violenze e stupri ripetuti.

In tale quadro il recente accordo Italia-Libia dimostra la sua inadeguatezza e la presenza di elementi inquietanti che contrastano con l’attenzione ai diritti fondamentali. Giancarlo Perego, della Fondazione Migrantes della Caritas – da pochi giorni nominato vescovo di Ferrara – ha posto in luce come tale accordo indebolisca la tutela del diritto d’asilo: «Si è siglato un accordo con un Paese, la Libia, che è al di fuori del contesto europeo come in qualche modo poteva essere la Turchia; che non dà garanzie; che potrebbe semplicemente spostare gli sbarchi da Tripoli a Bengasi, territorio che non è sotto il controllo di Al Sarraj … indebolisce la tutela del diritto d’asilo e scarica ancora una volta la responsabilità nei confronti di persone che sono in fuga da guerre, violenze, fame, povertà e terrorismo» (Daniela Fassini, Caritas: non accettiamo questa politica dello scaricabarile, “Avvenire” 4 febbraio 2017)

Il giornalista e regista Gabriele Del Grande – che sta vivendo momenti drammatici nei giorni scorsi arrestato senza alcuna ragione al confine della Turchia e lì trattenuto – con la consapevolezza di chi da anni ha seguito le vicende dei viaggi dei migranti nel Mediterraneo contando i morti su queste rotte ha postato agli inizi di febbraio una lettera aperta al presidente del consiglio chiedendo per una volta ascolto di voci diverse da quelle della paura o dei sondaggi: “mi permetto di darle un consiglio non richiesto. La rotta va chiusa, concordo. Basta morti, basta miliardi alle mafie libiche e basta miliardi all’assistenzialismo. Tuttavia state andando nella direzione sbagliata…. Riscrivete le regole dei visti Schengen. Allentate le maglie. Fatelo gradualmente. Partite con un pacchetto di cinquanta-centomila visti UE all’anno per l’Africa. (…) Chi oggi investe tre-quattromila euro per il viaggio Lagos-Tripoli-Lampedusa, investirebbe gli stessi soldi per comprare un biglietto aereo, affittarsi una camera e cercare un lavoro. E se non lo trovasse, tornerebbe in patria sapendo che potrebbe ritentare l’anno successivo. (…) Tra la repressione in frontiera e l’assistenzialismo in casa, c’è un terzo modello. È il modello della cittadinanza globale. L’idea che modernità è anche poter scegliere dove inseguire la propria felicità. Ovunque essa sia. Fosse anche una chimera. Sapendo che potrai sempre tornare a casa. Perché c’è una porta girevole. (…) Il flusso non si può fermare. Si può soltanto governare, dirigendolo verso gli uffici consolari e da lì verso gli aeroporti internazionali”.

Tra le voci che ricordano le contraddizioni di scelte politiche che generano illegalità vi è quella di Camillo Ripamonti, , presidente del Centro Astalli di Roma (l’Huffington Post” 5 gennaio 2017 ) “A oggi l’unico modo per giungere nel nostro Paese è farlo senza documenti, senza permesso. A rendere illegali i migranti siamo noi e le leggi sull’immigrazione in vigore: vecchie e non più in grado di regolamentare un fenomeno profondamente diverso dai tempi della Legge Turco-Napolitano e dalla legge Bossi-Fini che da 20 anni sono le uniche norme in vigore”.

Accanto a queste voci le buone pratiche diffuse e non considerate. Una ringhiera con i colori di tante bandiere è il benvenuto con cui si presenta Sant’Alessio d’Aspromonte, comune che conta circa 400 abitanti nella vallata del Gallico (Marzio Cencioni, Sant’Alessio, il paese che rinasce grazie ai migranti, “L’Unità” 19 aprile 2017).

Il giovane sindaco Stefano Ioli Calabrò è animatore di un progetto insieme a Luigi De Filippis, un medico che si è dedicato all’attenzione ai migranti con attenzione precipua ai più vulnerabili. Quest’ultimo presenta le linee di un progetto che potrebbe costituire un orizzonte di impegno a più ampio raggio nelle politiche dell’immigrazione: “Parliamo di soggetti che vivono, nel dramma del loro viaggio verso una vita migliore, particolari condizioni personali, donne, soprattutto singole, in stato di gravidanza, genitori singoli con figli minori, persone sottoposte a torture, stupri o altre forme gravi di violenza psicologica, fisica o sessuale. Ma anche soggetti che necessitano di assistenza sanitaria e domiciliare specialistica più o meno prolungata e coloro che presentano una disabilità anche temporanea, e, infine, le famiglie con minori. Il nostro è un progetto che prevede un processo programmato di inserimento nel tessuto sociale. Punto centrale di questa integrazione, che avviene per gradi, non invasiva per la comunità locale, è la reciproca convenienza e sulle opportunità economiche che questa presenza offre al Paese. Obiettivo è riportare queste persone all’autonomia, fornendo loro strumenti e competenze per farle diventare parte attiva della società italiana”.

Il sindaco osserva che “alcuni migranti sono stati inseriti in servizi di pulizia delle aiuole, recupero floreale, ed altri, impegnati nei laboratori di falegnameria, stanno recuperando le panchine in legno degli spazi pubblici». Il Progetto ha portato nuova vita ad un paese che viveva il processo di spopolamento e di mancanza di lavoro per i giovani. Ha portato anche occasioni nuove per i giovani per mettere a frutto le loro competenze professionali.

Spezzare il pane oggi si concretizza in scelte di giustizia e di ospitalità che aprono a scorgere nuovi orizzonti di senso anche per la vita di paesi, città. Per una convivenza giusta e umana.

Alessandro Cortesi op

Letture di Pasqua

Buona Pasqua!

(Pasqua 2017 – celebrazione della chiesa copta etiope – Atene)

“…. Alla spicciolata Stella, io e gli altri amici prendemmo la via del ritorno. Quando fui a casa mantenni la promessa e in quei fogli che Marco mi aveva consegnato al termine della mia visita all’eremo trovai una bellissima sorpresa. Un tentativo di riscrivere la messa, ardito e rigoroso, in un linguaggio capace, almeno a me così sembrò, di dare freschezza a messaggi spesso coperti da uno strato di polvere insopportabile.

Lessi d’un fiato il Credo:

“Credo in Dio onnipotente nell’amore, che ha dato vita all’Universo, che ci ha messo nel cuore la nostalgia delle cose invisibili.

Credo in Gesù Cristo figlio di Dio, cresciuto nella casa di Maria e di Giuseppe, per mezzo di Lui tutti gli uomini, gli animali e le cose sono redenti.

Per essere compagno nella sofferenza e nella gioia e santificare la vita ha posto la sua tenda in mezzo a noi, nascendo da Maria di Nazareth, sorella nel silenzio e nella fede. Fu appeso alla croce e divenne fratello fino alla morte, caricandosi di tutti i peccati e dell’immenso dolore del mondo.

Al tempo di Pilato e di Caifa, infatti morì e fu sepolto. Ma il terzo giorno è risuscitato: lo testimoniano Maria di Magdala, le donne che lo accompagnarono e lo amarono nella vita e poi i suoi discepoli.

E i viandanti di Emmaus lo riconobbero quando divise il pane con loro.

Oggi lo sentiamo presente nella nostra vita e condividiamo con tutti l’attesa del ritorno; quando verrà a portare la pace ai vivi e ai morti. E tergerà le lacrime dai loro occhi. Non ci sarà più la morte, né lutto, né lamento, né affanno perché le cose di prima sono passate.

Credo nello spirito creatore e creativo che ci comunica la vita del Padre e del Figlio, che apre la bocca dei Profeti, dà speranza ai poveri, coraggio ai sofferenti, lo Spirito d’amore che soffia dove vuole e chiama ad essere le cose che non sono.

Vivo nella comunità dei credenti, cattolica nella santità e nel peccato, che cammina nella storia, insieme ai messaggeri della resurrezione che in ogni angolo della terra ti raccontano con la preghiera e con la carità. Fedeli alla terra e allo stesso tempo pellegrini.

Professo il battesimo della Tua grazia e della Tua compagnia per il superamento e il perdono dei peccati. Ed attendo il ritorno del Signore, la risurrezione dei morti e la vita sel mondo che verrà. Amen”

Lo rileggo ancora, con calma, dentro il silenzio ormai pieno di questa notte in questo strano paese sospeso tra realtà e immaginazione. E’ bello, è proprio bello, caro Marco!”

(da Mariano Borgognoni, Le primavere nascono d’inverno, ed.Cittadella 2016, 52-53)

“la radice di quella passione era mia madre. Dovunque vivessimo c’erano sempre fiori, era come un segno di eleganza e dignità, nella povertà della nostra esistenza girovaga. Se c’è qualcosa di regale su questa terra è proprio la sobrietà e la misura. Almeno io la penso così. La mancanza di ricchezza non mi è mai pesata.

Caro dottore, deve sapere che l’inverno offre la possibilità di avere degli straordinari fiori profumati. Perché non mette a dimora il calicanto o qualche tipo di dafne o i viburni che le daranno dei fiori di un rosa confetto molto delicati e resistenti? O anche tutte queste specie assieme, spazio ne ha a sufficienza. E se vuole allungare la stagione mescoli dei bulbi di bucaneve con perenni dai fiori precoci come l’alliboro. Avrà una fioritura rigogliosa e profumata. Niente di meglio per iniziare bene la giornata. La cosa affascinante del giardinaggio è questa santa alleanza tra uomo e natura, bisogna saper assecondare la natura, prenderla per il verso giusto, saperla ascoltare. E’ un’arte complessa quella del giardinaggio, gli impazienti non la possono mai praticare né all’opposto i pigri. Chiede capacità di attendere e perseveranza, conoscenza di un linguaggio diverso e rispetto. Fiducia nella forza della vita e speranza, con solo un piccolo spolvero di ottimismo, che il troppo addormenta, ma quel poco è come se fosse avvertito dalla natura come un far credito alle sue forze e perfino a qualche sorpresa e a un po’ di fantasia. Nel giardinaggio non tutto può essere previsto, c’è un imponderabile che ci insegna a non sentirci onnipotenti. Chi pratica questo vizio velenoso prima o poi ne paga il prezzo. Ma forse le ho rivelato troppi segreti, dottore, non pretendo che faccia altrettanto con la medicina!”

Sabato Felici aveva preso una paginata di appunti. Faceva così per tutte le cose che lo interessavano. Tornammo in salotto per un caffè forte fatto con la macchinetta napoletana.”

(da Mariano Borgognoni, Le primavere nascono d’inverno, ed.Cittadella 2016, 102-103)

—–

“Le donne del vangelo, invece, sono guidate dalla consolazione del Signore a entrare davvero nel mistero ed è quindi il loro atteggiamento che dobbiamo attentamente considerare (…)

… Gesù aggiunge ancora una frase: ‘Versando quest’olio sul mio corpo lo ha fatto in vista della mia sepoltura’. Maria di Betania rappresenta, mi sembra, il sì dell’umanità alla morte di Gesù. Non è Pietro che dice a Gesù: ‘Tu non farai questo’, ma è l’umanità che dice a Gesù: ‘Ti ringrazio Signore, e ti lodo e ti onoro per l’amore con il quale darai la vita per noi’. E’ la partecipazione dell’umanità alla morte del Signore. Partecipazione che è passiva e umiliante, se volete, per chi desidera essere sempre al primo posto. Umiliante per Pietro e per Giuda, umiliante per tutti noi, che vorremmo sempre fare qualcosa per il Signore, ma a cui il Signore dice in realtà: voi credete di fare qualcosa per me, ma se aveste il cuore illuminato dall’amore, come questa donna, capireste che sono io che sto facendo qualcosa per voi. Questa donna sta accettando il mio amore di salvatore: è l’unica che ha capito il Vangelo. Il Vangelo è l’amore di salvezza, è per questo che sarà predicato.

La buona novella appare quindi, qui, in una persona che è riuscita a capire che il Vangelo non è gloriarsi di far qualche cosa per il Signore, ma ringraziare perché il Signore fa qualcosa per noi poveri. I primi poveri da aiutare siamo noi. Questa donna, dunque, è il simbolo dell’umanità che si è lasciata amare da Gesù nella sua passione. E’ il simbolo della realtà di Maria: questa donna compie in maniera ‘intuitiva’ questo gesto, ma chi lo compie pienamente – lo sappiamo da Giovanni – è Maria, la quale come madre accetta l’assurdo che suo figlio soffra per lei (…) E’ lei che dice il suo ‘sì’, non un ‘sì’ per fare qualcosa, ma un ‘sì’ per lasciarsi fare…”

(da C.M.Martini, I vangeli. Esercizi spirituali per la vita cristiana, ed. Bompiani 2017, 297-307)

“E allora ho preso a dire, forse balbettando: “la mia fede? E’ ben povera cosa la mia fede. E’ una fede semplice, povera, elementare. Quello che posso dire è che non potrei mai vivere senza sentirmi legato a Gesù Cristo. Credo in tutto quello che ha detto, trovo stupendo tutto quello che ha fatto, è per me motivo di profonda pace quello che ha promesso. Mi sembra che le sue parole sulla croce: ‘Nelle tua mani consegno la mia vita’ siano le parole più belle che uno possa ritrovarsi sulle labbra. C’è il consegnarsi di chi si sente piccolo nelle mani buone di qualcuno che è soltanto amore”

(da Luigi Pozzoli, Quel poco di fede che mi porto dentro. Il sacerdote e lo scrittore. Pagine scelte, ed Paoline 2010)

Committenze e opere d’arte in san Domenico di Pistoia

E’ appena stato pubblicato il volume Committenze e opere d’arte in san Domenico di Pistoia, ed. Nerbini 2017.

Un contributo di studi nell’anno di Pistoia capitale italiana della cultura – 2017

Qui di seguito l’indice:

Chi desidera può richiederne copia scrivendo a: info@domenicanipistoia.it

Domenica di Pasqua – anno A – 2017

At 10,34.37-43; Col 3,1-4; Gv 20,1-9

Il lungo discorso di Pietro nella casa del pagano Cornelio è una sintesi della prima predicazione cristiana ed espressione di una apertura nuova: ‘sto rendendomi conto che Dio non fa preferenze di persone’. Al centro sta Gesù e la sua vita, annuncio di pace per tutti. Di lui si ricordano i momenti del suo passare: il rapporto con Giovanni Battista, il battesimo, i suoi gesti nella forza dello Spirito. ‘Essi lo uccisero appendendolo a una croce, ma Dio lo ha risuscitato al terzo giorno e volle che apparisse, non a tutto il popolo, ma a testimoni prescelti da Dio’. Crocifisso dagli uomini ma risuscitato da Dio, il Padre. Gesù si è dato ad incontrare, vivente, a testimoni ‘che hanno mangiato e bevuto con lui dopo la risurrezione’.

Da questa testimonianza sorge la fede: con la sua morte si è aperta una nuova storia, una speranza di vita nuova. Incontrando il pagano Cornelio, Pietro impara ancora qualcosa di nuovo per lui. Il dono di Dio non è riservato ad alcuni ma è per tutti: ‘ci ha ordinato di testimoniare che egli è il giudice dei vivi e dei morti costituito da Dio’. Pietro porta la bella notizia, ma in modo inaspettato è lui ad essere evangelizzato: scopre quella bella notizia in atto nella casa di Cornelio. E’ liberazione dal peccato e dalla morte per chiunque si affidi al condannato della croce, per chiunque vive nella sua esistenza ciò che Gesù ha vissuto.

Due serie di verbi attraversano la pagina del IV vangelo: sono verbi di movimento – recarsi, correre, uscire – e verbi di vedere – vide che la pietra…, …vide le bende… vide e credette. Andare, correre, vedere sono le azioni del giorno dopo il sabato, ma sono anche espressione di ogni cammino dell’incontro con Cristo risorto. Questo si attua nell’uscire, nel ricercare, nel vedere.

Maria di Magdala si reca al sepolcro al mattino ‘quando era ancora buio’: la sua ricerca inizia nell’oscurità esteriore e interiore. E’ legata al passato, non c’è luce nel suo cuore. La sua è una triste ricerca del Gesù ricordato prima della passione, in un passato ormai chiuso. Il suo percorso dovrà aprirsi ad una apertura nuova del vedere ‘vide che la pietra era stata tolta dal sepolcro’. Inizia una corsa ‘andò da Simon Pietro e dall’altro discepolo quello che Gesù amava e disse: Hanno portato via il Signore dal sepolcro e non sappiamo dove l’hanno posto…”. Il suo vedere si ferma alla constatazione. Il suo cammino si aprirà solo quando si sentirà chiamata per nome: solo allora apre il cuore ad una disponibilità nuova, la luce vince il buio del suo animo (cfr Gv 20,11-18).

Simon Pietro, il primo tra gli apostoli è ritratto nel suo uscire e correre: uscì insieme all’altro discepolo… correvano insieme. Ma nella corsa viene preceduto. Tuttavia è atteso e per primo entra nel sepolcro. Vede ma non sa interpretare i segni. I segni – dice il IV vangelo – non sono sufficienti per la fede. Pietro, il primo, deve lasciarsi guidare anche lui: c’è chi giunge prima e sa vedere oltre. E’ il vedere dell’altro discepolo, il discepolo che Gesù amava. Non ‘il prediletto’ ma colui che è consapevole di un amore unico e grande. Il suo vedere è il vedere dell’amore.

Il discepolo che Gesù amava corre così, insieme a Pietro, ma anche diversamente da lui. Lo attende, lo fa entrare per primo ma il suo vedere precede e apre orizzonti nuovi. Di lui si dice ‘ e vide e credette’: il suo sguardo è un vedere dentro e oltre i segni. E’ il vedere del credere. Parte dai segni ma va oltre nell’amore. Vede i teli ma il sepolcro luogo di morte ormai non è il posto di Gesù. La sua presenza è da cercare e incontrare nella vita.

Il brano si chiude con una osservazione: ‘non avevano infatti ancora compreso la Scrittura, che egli cioè doveva risuscitare dai morti’. Chi ascolta questa pagina è condotto a tornare alle Scritture. Il IV vangelo si chiuderà con una indicazione di cammino: ‘beati coloro che pur senza aver visto crederanno’.

Alessandro Cortesi op

Vedere

Il 12 aprile 1963 in un telegramma inviato a mons. Angelo Dell’Acqua, segretario di Stato, Giorgio La Pira, allora sindaco di Firenze, così scriveva: “Abbia bontà trasmettere Santo Padre questo messaggio. Grazie beatissimo Padre, a nome del popolo fiorentino e vorrei anche dire a nome di tutti i popoli della terra. Avete davvero, come l’Angelo dell’Apocalisse, incatenato e gettato nell’abisso il demone della guerra ed avete fatto fiorire per sempre sulla terra l’ulivo della pace. I secoli che verranno e le generazioni che verranno ricorderanno come inizio dell’era nuova del mondo questo giovedì santo 1963 nel quale Giovanni XXIII proclamò e quasi decretò la pace perpetua e l’unità fraterna dei popoli. Questa non è retorica o poesia. E’ la constatazione di un altro segno dei tempi che indica l’introduzione del genere umano nella stagione storica nuova della primavera e della mietitura. Il grano della grazia sta per diventare in tutto il mondo campo ricco di spighe che già biondeggiano…”(G.La Pira, Lettere a Giovanni XXIII. Il sogno di un tempo nuovo, ed. san Paolo 2009, 404).

Fa impressione leggere queste espressioni a distanza di più di cinquant’anni da quel 11 aprile 1963 data di pubblicazione dell’enciclica Pacem in terris in cui Giovanni XXIII parlava della guerra come ‘follia’ e indicava orizzonti per un cammino di pace dei popoli. Le parole di La Pira cozzano contro la contraddizione delle devastazioni e delle violenze che abbiamo vissuto in questo mezzo secolo contrappuntato da guerre e genocidi sino ai nostri giorni nel dramma della Siria, un meraviglioso paese distrutto.

Sembrano parole di un sognatore. Eppure egli coglieva lì, in quel  testo che interrompeva secoli di giustificazione della guerra, un seme di grazia, gettato sulla terra, capace di fecondità nella storia umana. E’ parola di profezia, non di poesia come retorica, ma poesia quale parola creatrice di novità.

Oggi siamo più disincantati, più consapevoli della tragicità del presente e della distruzione attuata e possibile da parte degli esseri umani. Ciò che non può venir meno è il vedere fine dei profeti, il richiamo dei poeti, come ricorda Franco Arminio:

“E’ molto grave che il mondo abbia dichiarato un vero e proprio embargo verso i poeti. Il mondo dei disperati che vogliono distrarsi odia i disperati che invece cantano la loro disperazione. Fra le tante guerre in corso, strisciante e non dichiarata, c’è quella che vede i poeti come vittime. (…) Gli uomini non possono tollerare che esistano creature che hanno gli occhi, il cuore e le parole, ma che nulla hanno da spartire con loro”. (F.Arminio, Cedi la strada agli alberi. Poesie d’amore e di terra, Chiarelettere 2017, 143).

Con lo sguardo rivolto a orizzonti che coinvolgono l’intera umanità siamo rinviati ad interrogarci personalmente su come vivere il nostro uscire, andare, vedere. La poesia può essere guida:

“Abbiamo bisogno di contadini,

poeti, gente che sa fare il pane,

che ama gli alberi e riconosce il vento.

Più che l’anno della crescita

ci vorrebbe l’anno dell’attenzione.

Attenzione a chi cade, al sole che nasce

e che muore, ai ragazzi che crescono,

attenzione anche a un semplice lampione,

a un muro scrostato.

Oggi essere rivoluzionari significa togliere

più che aggiungere, rallentare più che accelerare,

significa dare valore al silenzio, alla luce,

alla fragilità, alla dolcezza”

(F.Arminio, Cedi la strada agli alberi, 12)

Alessandro Cortesi op

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

Domenica delle Palme – anno A – 2017

Is 50,4-7; Fil 2,6-11; Mt 26,14-27,66

Matteo suddivide in sette momenti la narrazione della passione di Gesù. All’inizio indica due riferimenti chiave: alla pasqua e alla morte di Gesù come consegna: ‘Voi sapete che fra due giorni è pasqua e che il Figlio dell’uomo sarà consegnato per essere crocifisso’ (Mt 26,2).

La Pasqua ebraica è evento di alleanza. Nella liberazione dalla schiavitù, ricordata nella festa ogni anno, la memoria si accentra sull’operare di Dio che ascolta il grido dei poveri e scende a liberarli. A questo sfondo Matteo aggiunge il tema della ‘consegna’: Gesù viene tradito da qualcuno dei suoi. Una lettura degli eventi nella fede coglie come in quelle vicende Gesù attua fino in fondo una consegna di sé al Padre e agli altri: è lui il servo che giustificherà molti.

Il primo momento è l’unzione di Betania, annuncio profetico della morte di Gesù. Seguono i preparativi e lo svolgimento della cena pasquale. Nel contesto della cena insieme ai suoi Gesù, consegnato da Giuda (Mt 26,16.20), si offre liberamente: la sua vita è il ‘sangue dell’alleanza versato per tutti’ (Mt 26,28).

Terzo momento è all’orto del Getsemani: Gesù è presentato con i tratti del giusto che subisce la prova e si nota una sottolineatura propria di Matteo al rapporto con la comunità: ‘andò con loro… presi con sé Pietro e i due figli di Zebedeo… disse loro: … vegliate con me’ (Mt 26,26-38).

Segue la scena l’arresto: Gesù rifiuta la violenza la logica della spada che ha contagiato anche i discepoli (Mt 26,51-54): Matteo invita a leggere le sue scelte come ‘compimento delle Scritture’.

Segue il processo giudaico (Mt 26,57-68) mentre contemporaneamente Pietro è colto nel suo rinnegare Gesù (Mt 26,69-75): è una sezione densa di riferimenti all’identità di Gesù. Davanti al sommo sacerdote risponde: ‘d’ora innanzi vedrete il Figlio dell’uomo seduto alla destra di Dio e venire sulle nubi dell’altissimo’ (Mt 26,64). E’ citazione di un testo di Daniele (Dan 7,13) in cui si accenna ad una figura degli ultimi tempi, che giunge come giudice della storia con una signoria nuova.

La sesta scena è il momento del processo romano, davanti a Pilato. E’ qui sottolineata da Matteo la strumentalizzazione della folla di Gerusalemme da parte dei capi religiosi, l’indifferenza di Pilato rappresentante del potere politico, che si lava le mani, l’espressione di interrogativo da parte pagana espresso dalla moglie di Pilato (Mt 27,19) che indica Gesù come ‘giusto’. A conclusione del processo ancora una consegna: Pilato ‘lo consegnò ai soldati perché fosse crocifisso’ (Mt 27,26)

Al vertice della narrazione la crocifissione: Gesù è presentato nella sua vulnerabilità e nell’arrendersi alla violenza del potere: è inerme. Lo schernivano ‘ha salvato gli altri, non può salvare se stesso’ (Mt 27,42). Gesù accetta la morte senza salvare se stesso: è lui stesso che si consegna. Ma proprio quel momento di buio e fallimento è presentato da Matteo come una rivelazione di Dio. Usa infatti il linguaggio delle teofanie bibliche. Il simbolismo di eventi strabilianti in cielo e in terra sta ad indicare che la morte di Gesù è evento decisivo per tutta la storia, coinvolge il cosmo e tutta l’umanità. C’è chi rifiuta Gesù, c’è chi si apre ad un nuovo sguardo come il centurione pagano. L’allusione ai morti che escono dai sepolcri indica che questo evento è liberazione per tutta l’umanità. Matteo riporta alcune parole pronunciate da Gesù sulla croce: sono parte del salmo 22, preghiera di un giusto sofferente che chiede di essere scampato dalla spada e si abbandona a Dio. Nella sua desolazione si affida e esprime la sua speranza in rapporto al regno di Dio: ‘il regno è del Signore… e io vivrò per lui…’. Si può cogliere un riferimento interno alla narrazione del vangelo al momento del battesimo come manifestazione del volto di Dio (cfr. Mt 3,13-17). Qui ‘accade la pasqua’.

Segue il momento della sepoltura accompagnata da un duplice ‘vigilare’. Vi sono le guardie che attuano la vigilanza colma di paura e violenza, il controllo del potere (Mt 27,64-65). E ci sono per contro le donne (Mt 27,61) che hanno seguito Gesù fino a lì. Matteo presenta Gesù con il volto del giusto che affida la sua vita al Padre e la dona a tutti: è messia che compie le Scritture nel ‘fare la pasqua con i suoi’.

Alessandro Cortesi op

 

Al cuore della fede

Quest’anno le meditazioni della via crucis al Colosseo il venerdì santo sono state affidate ad una biblista francese Anne Marie Pelletier. Intervistata da Laura Badaracchi per “Avvenire” (Pelletier: nella mia Via Crucis risuona il dolore del mondo, “Avvenire” 2 aprile 2017) ha ricordato alcuni tratti di questa sua riflessione:

«Nel nostro presente, un numero sempre maggiore di Paesi scivola verso un autoritarismo molto maschilista; va di moda esaltare la virilità da conquistatore. Invece la Chiesa fa un gesto, mi sembra, che sta andando nella direzione opposta: si ricorda e ricorda che furono le donne a essere le ultime accanto a Gesù nella sua Passione e le prime a ricevere l’annuncio della Risurrezione». Pelletier ha anche osservato: “La morte di Gesù sulla croce rimanda al cuore della fede. Perché affronta il paradosso assoluto: Dio subisce la violenza degli uomini, entrandoci dentro per vincerla con l’amore e il perdono”. «Quel momento storico in cui il male sembra trionfare e la morte ha l’ultima parola, in cui tutta l’umanità – simboleggiata nella Bibbia attraverso l’espressione ‘ebrei e greci’ – si ritrova unita contro l’innocente, è simultaneamente il momento in cui la vita di Dio trionfa ed è più potente del male. Quindi il Venerdì Santo è inseparabile dalla mattina di Pasqua, della Risurrezione».

Ricorda inoltre il rapporto ineludibile tra riflessione sulla passione e morte di Gesù e l’esistenza umana: “forse anzitutto, ho voluto che nelle mie parole risuonasse la vita del mondo contemporaneo, con tutte le sue tragedie e attese, dai migranti alle

vittime dei conflitti e delle violenze. Il mondo è in preda al dolore. Cosa sarebbe una fede pasquale che prendesse le distanze da queste realtà?”.

Queste sollecitazioni rinviano ad un ricordare e ricordarsi quanto sia deleterio inseguire forme di autoritarismo e clericalismo, peraltro così diffuse e pervasive nella vita ecclesiale, e che oggi ritornano in nuove modalità e nostalgie. Si pone l’urgenza di compiere scelte nel ripensare questioni ormai ineludibili nell’ambito dei ministeri e del ruolo delle donne nelle comunità ecclesiali. Più in radice è proprio l’insensibilità alla sofferenza e la mentalità gerarchica di superiorità di alcuni e di chiusura autoritaria che andrebbe superata nel mettere al centro il vangelo e la croce di Gesù.

Per vivere una testimonianza pasquale nutrita di compassione verso chi nel mondo soffre ed è oggi oppresso.

Alessandro Cortesi op

 

V domenica di Quaresima – anno A – 2017

(Arcabas – risurrezione di Lazzaro)

Ez 37,12-14; Rom 8,8-11; Gv 11,1-45

Nella visione di Ezechiele il popolo d’Israele è come un ammasso di ossa inarticolate in una valle deserta. Morte e vita sono realtà opposte. La desolazione della morte contrasta il timido risvegliarsi della vita. Sullo stato di desolazione irrompe il soffio dello Spirito che rigenera e non solo rdona il respiro di vita ma anche fa prendere forma al cammino di un popolo chiamato a camminare nella relazione con Dio verso una libertà nuova.

Il profeta annuncia un futuro di vita: “Così dice il Signore: Ecco io apro i vostri sepolcri, vi risuscito dalle vostre tombe. Riconoscerete che io sono il Signore quando aprirò le vostre tombe e vi risusciterò dai vostri sepolcri. Farò entrare in voi il mio spirito e rivivrete”.

La visione indica un popolo ridotto nella condizione di morte e di aridità che riprende vita e speranza. Il dono dello Spirito di Dio attua tutto questo. Le ossa aride divengono metafora del rialzarsi del popolo dopo la devastazione dell’esilio in Babilonia (dopo il 538 a.C.). E’ un rialzarsi, riprendere vita, risurrezione ed apertura di una novità: ‘Vi darò un cuore nuovo, metterò dentro di voi uno spirito nuovo…’ (Ez 36,26).

“Ora se Cristo è in voi, il vostro corpo è morto per il peccato, ma lo Spirito è vita per la giustizia”. Paolo presenta il cristiano come persona che nel contempo sperimenta la morte e la vita: è morto al peccato ma vivente per l’esperienza dello Spirito. Il Padre, che ha risuscitato Gesù Cristo dalla morte, darà vita anche ai corpi mortali per mezzo dello Spirito. C’è un abitare dello Spirito nel cuore da scoprire, a cui lasciare spazio nella propria vita: è già dono ed è promessa. In tal modo Paolo presenta il percorso del battesimo come una  trasformazione della vita del credente che coinvolge ogni aspetto dell’esistenza. La vita nuova coinvolge tutta la persona, coscienza,  interiorità, corpo. La corporeità, inserita nel gemito di tutta la creazione è chiamata a partecipare ad un respiro di vitalità.

Il IV vangelo al cap. 11 presenta l’utlimo dei sette ‘segni’ che preparano all’ora di Gesù. E’ il segno della vita, l’uscita dal buio del sepolcro. Dopo il segno del vino a Cana, dell’acqua al pozzo nell’incontro con la donna di Samaria, della luce nell’incontro con il cieco…

Gesù incontrando Marta le dice: ‘tuo fratello risusciterà’. E’ conferma della fede che Marta già custodisce: ‘So che risusciterà nell’ultimo giorno’. Ma a questo punto Gesù propone a Marta un passaggio inaudito. Le chiede di affidarsi a lui, in un movimento di andare verso lui: ‘Io sono la risurrezione e la vita; chi crede in me, anche se muore vivrà: chiunque vive e crede in me non morrà in eterno’. I segni del IV vangelo conducono al grande segno della rivelazione della gloria di Dio. La croce è questo segno, quello che rimane, dell’amore fino al compimento. La morte di Gesù sulla croce è essa stessa rivelazione del volto di Dio come amore.

Gesù propone a Marta non solo di credere nella risurrezione nell’ultimo giorno, ma di aprirsi sin d’ora a scorgere nell’incontro con lui una vita nuova. Questa non è indicata come un futuro da attendere ma è già iniziata è già qui. Gesù guida Marta ad uscire fuori, come grida a Lazzaro ‘Vieni fuori’. Uscire fuori è liberarsi da tutto ciò che trattiene in un mondo di ombre e buio, nella schiavitù della morte, scoprire che in Gesù la morte è stata vinta e il dono della risurrezione è già in atto nel presente.

Il sepolcro per gli ebrei era ingresso in un luogo dove si svolgeva un’esistenza come di ombre (Sheol), senza vivacità, senza distinzioni.

Sembra poco comprensibile che Gesù, dopo aver avuto notizia di Lazzaro malato, attenda la sua morte per recarsi da lui. Ma qui sta un messaggio: ‘questa malattia non è per la morte ma per la gloria di Dio, perché attraverso di essa il Figlio di Dio venga glorificato’. Il ‘segno’ di Lazzaro così come la luce donata al cieco è tutto orientato a far incontrare Gesù, a credere in lui. E’ lui il rivelatore del Padre, colui che può dare una vita nuova e questa passa per la fede in lui: ‘Chi crede è passato dalla morte alla vita’.

Con il segno di Betania Gesù genera una più forte opposizione contro di lui: nel momento in cui da’ vita c’è chi  si mette a preparare la sua morte. Betania è così luogo di morte e di vita. Gesù è turbato e reagisce davanti alla morte e si oppone. Nella vicenda Ldi azzaro è proposto già  l’annuncio della risurrezione di Gesù: le lacrime di chi piange alla tomba, il sepolcro e la pietra, le fasce, l’invito a ‘lasciar andare’. Il segno di Lazzaro rinvia così al segno definitivo, la morte di Gesù sulla croce. E’ questo il momento della rivelazione della gloria, dove si rende visibile il volto di Dio. Morendo Gesù ha sconfitto la morte e ha proclamato la vita. La via della passione percorsa nello  scendere, lavare i piedi ai suoi, attraversata dall’annuncio che il suo regno non è di questo mondo è strada non di morte ma di vita nuova.

Alessandro Cortesi op

(Caravaggio – Risurrezione di Lazzaro 1609)

Risurrrezione

Resurrezione di Lazzaro è un dipinto su tela di Caravaggio con tecnica ad olio compiuto nel 1609, conservata al Museo Regionale di Messina.

Il, dipinto appare diviso in due grandi aree. Una superiore vuota pervasa dal buio, una inferiore nella quale sono disposti molti personaggi, segnata dal movimento con al centro la figura di Gesù.  Caravaggio raffigura Cristo in modo analogo al dipinto La vocazione di Matteo dipinta qualche anno prima nel ciclo dell’evangelista Matteo nella cappella Contarelli della chiesa di san Luigi dei Francesi a Roma. Anche in questo dipinto c’è una corrente di luce che attraversa l’ambiente come lama tagliente e determina un contrasto forte sui corpi e sui volti tra buio e chiarore. I volti illuminati appaiono in particolare quelli degli uomini che stanno tenendo sollevata la pietra del sepolcro  ritratti nel loro volgersi verso Gesù  e i profili delle due sorelle che si chinano insieme teneramente a descrivere un arco accogliente, un grembo, un riparo di cura e affetto, per il loro fratello. Ancora la luce evidenzia le pieghe del lenzuolo che è rinvio al sudario e alle bende di Gesù nel sepolcro segni di fronte a cui i discepoli sperimentarono la luce nuiova del vedere e del credere.  E’ il contrasto tra morte e vita tra tenebra del sepolcro e luce della grazia e della vita che Gesù fa irrompere.

Lazzaro è raffigurato da Caravaggio nel momento in cui riprende capacità di movimento lasciando i segni della morte, baciato teneramente da una delle sorelle. La rigidità del corpo senza vita lascia il passo ad un nuovo movimento nella torsione sostenuta da chi lo soccorre: è un rinascere espresso nello stirarsi in cui Lazzaro con le sue braccia aperte e il capo riverso viene ad evocare la figura della croce. Nel dipinto viene così posto in rilievo un motivo centrale del racconto del IV vangelo: la vicenda di Lazzaro è rinvio alla forza di vita che sarà quella del crocifisso. Gesù sulla croce manifesterà che l’amore è più forte della morte.

(Vincent Van Gogh, Risurrezione di Lazzaro, 1890)

La risurrezione di Lazzaro è opera di Vincent van Gogh e datata 1890. E’ importante la data di quest’opera. E’ infatti compiuta nel periodo tra il ricovero nella clinica di saint Rémy nel 1889 in seguito a varie crisi e i mesi trascorsi a Auvers-sur-Oise, nella campagna vicino a Parigi vicino al fratello. Sappiamo che dopo questo periodo Van Gogh porrà termine alla sua vita suicidandosi nel 1890. E il valore della sua arte sarà riconosicuto solamente dopo la sua morte.

Il dipinto è compiuto in riferimento è ad una incisione di Rembrandt. Il pittore rappresenta presumibilmente i tratti del proprio volto nel profilo di Lazzaro che si alza illuminato dal sole, quasi come un naufrago che risale dalle acque o come un neonato che esce alla luce. Si tratta forse di una meditazione sulla vicenda evangelica ma anche un ripensare alla propria condizione accostata a quella di Lazzaro. Nella speranza.

Nel medesimo periodo van Gogh dipinse alcune tele a soggetto religioso, come Il buon samaritano riprendendo un modello di Delacroix. In quest’opera fissa il momento in cui il samaritano soccorre il malcapitato incontrato sulla strada ponendolo su un cavalcatura. Ma il modo in cui descrive il movimento conduce a scorgere come il samaritano di fatto stia aiutando a scendere dal giumento l’uomo ferito e se lo stia caricando di peso sulle spalle. E’ indicazione a vivere l’amore non solo come soccorso e aiuto ma più profondamente come scelta di prendere su di sé l’altro. Un rinvio forse alla propria esperienza del farsi carico e della scoperta che l’amore è caricarsi della vita di altri.

Nella risurrezione di Lazzaro colpisce un particolare che non compare: è l’assenza di Gesù. Sul fondo protagonista è un sole giallo che emana una luce abbagliante. La luminosità si diffonde pervadendo la scena e generando un movimento di linee che si dipanano come onde tremolanti sull’acqua accogliendo il movimento di stupore che pervade la scena e diffondendosi. Lo sguardo esangue di Lazzaro che esce dalla terra con a fianco  la pietra del sepolcro ribaltata, s’incontra con i volti stupefatti di Marta e Maria che si avvicinano scarmigliate e titubanti. Una di loro, avvolta in un abito verde, nell’ampio gesto di levare le braccia tenendo in una mano il velo del sudario e l’altra completamente aperta, presa dall’agitazione, qusi dallo spavento, manifesta il tumulto del suo cuore e l’emozione che la prende. E insieme esprime drammaticamente nel suo essere piegata e riversa quasi ginocchioni sulla terra davanti a Lazzaro il sentimento di spaesamento di fronte all’impossibile di un aprirsi e di un uscire come rinascita.

L’altra, raffigurata di spalle, il profilo più lieve nel suo abito scuro è avvolta anch’essa dalla grande luce che si diffonde ed esprime un turbamento più pacato ma non meno profondo. E la sua mano accenna ad un protendersi verso Lazzaro interamente ricoperto dal lenzuolo.  Nel movimento dello stupore e della luce che pervade la scena è descritta da van Gogh una speranza che portava in sé nel tempo della sua malattia, la speranza del suo rialzarsi e uscire dai lacci di una morte che avvertiva incombente: il grande sole giallo attrae, occupa la scena. la fa ruotare in un turbinio di colori e di vertigine.

L’elemento che maggiormente colpisce rispetto al dipinto di Caravaggio che pone al centro il gesto di Cristo, è il fatto che nella tela di van Gogh la figura di Gesù sia assente. Un rinvio ad una presenza da cercare, solo evocata, diffusa nella luce.

Alessandro Cortesi op

(Arcabas, La mort)

Riapertura della Biblioteca dei domenicani di Pistoia

Sabato 1 aprile alle ore 16.30 si terrà la celebrazione di inaugurazione e riapertura della biblioteca dei domenicani a Pistoia.

Nell’occasione riporto qui di seguito l’intervista rilasciata al settimanale diocesano ‘La Vita’ – Pistoia

Sabato 1 aprile si terrà la celebrazione di inaugurazione e riapertura della biblioteca dei domenicani a Pistoia. Per saperne di più ne parliamo insieme al priore del Convento fr. Alessandro Cortesi.

È un anno significativo per i domenicani della nostra diocesi, perché la riapertura della biblioteca si inserisce nell’anniversario degli ottocento anni di storia dalla fondazione dell’ordine. Anche la storia della biblioteca pistoiese è molto antica: alcune testimonianze documentarie la ricordano fin dal XIII secolo. D’altra parte l’ordine si è sempre distinto per l’attenzione all’approfondimento teologico. Può aiutarci a comprenderne le ragioni?

Il 2016-2017 è effettivamente un anno particolare. E’ memoria della conferma da parte di papa Onorio III che indicò la comunità raccolta da Domenico di Guzman come ‘ordine dei predicatori’. Tale missione fondamentale della predicazione, cioè annuncio e testimonianza del vangelo, sin dagli inizi è stata vissuta con un forte impegno a scorgere in ogni ambito del sapere una traccia della sapienza del creatore. Per accogliere la Parola di Dio per i domenicani è fondamentale ascoltare e conoscere le parole umane. I periodi più fecondi di questa storia sono stati quando si è vissuto un dialogo in ascolto delle inquietudini dei propri contemporanei. L’importanza dello studio e della fatica di intelligenza della fede in rapporto al proprio tempo è una costante nella storia dell’Ordine.

Un recente contributo di Alberto Coco (“La Biblioteca dei Domenicani di Pistoia. Ottocento anni di storia”, Nerbini, Firenze 2016), permette di scoprire la storia della biblioteca domenicana. Una realtà che, come scrive fr.Cortesi nell’introduzione al volume, “può essere guardata come frammento di uno specchio in cui s’infrange non solo la storia di una comunità dell’Ordine presente a Pistoia dalla prima metà del XIII secolo (…)  ma anche la storia della città in un intreccio tra vita sociale e religiosa”. Potrebbe spiegarci meglio i motivi di questo singolare intreccio?

Sono contento che proprio in quest’anno sia uscito il libro curato da Alberto Coco, un giovane competente che lavora come bibliotecario nella nostra Biblioteca ed è anche uno storico. Il libro riprende studi precedenti condotti tra altri dalla prof. Elettra Giaconi nostra cara collaboratrice e presenta un bel panorama della storia della biblioteca nelle sue diverse fasi, legata alla vita della città nei momenti belli e in momenti drammatici, tra cui in particolare l’allontanamento dei domenicani da Pistoia alla fine del ‘700. Un tratto proprio della vita di questo convento è stato il rapporto con la vita cittadina. Nei secoli è stato significativo ad esempio il rapporto con le famiglie che avevano nella chiesa e nel chiostro le loro sepolture e che commissionavano le opere d’arte presenti nella chiesa. Nei secoli passati attorno alla comunità gravitavano confraternite laicali, oggi persone e gruppi diversi. E’ poi senz’altro da rammentare la figura del beato Andrea Franchi, domenicano, vescovo della fine del ‘300 che ebbe un importante ruolo nella vita cittadina. Mi piace anche ricordare che dal Comune vennero i proventi per la prima costruzione della biblioteca per sistemare il libri lasciati dal beato Giovanni da Pistoia alla fine del ‘400. In tempi più recenti l’intreccio tra vita della comunità e città si è sviluppato nella vita di riviste e centri culturali che qui hanno avuto e continuano ad avere sede, nella promozione di dibattiti e momenti di discussione su temi ecclesiali e sociali. Questa comunità dei domenicani di Pistoia ha vissuto in varie forme una predicazione attenta alle questioni del tempo in spirito di dialogo. Anche l’attenzione che la Fondazione Cassa di risparmio ha avuto offrendo un contributo economico per la ristrutturazione della Biblioteca è segno di questo rapporto tra convento e città.

Che cosa contiene di originale e prezioso la vostra Biblioteca?

La Biblioteca custodisce innanzitutto un fondo antico, con incunaboli, cinquecentine e libri a stampa dei secoli XVI-XVIII. C’è poi un importante fondo che deriva dalla donazione di fr.Mariano Cordovani al tempo della ricostruzione dopo la devastazione del bombardamento alleato del 1943. Una parte rilevante del patrimonio librario consiste nella raccolta di riviste di ambito storico, sociologico, biblico e teologico. Alcuni fondamentali strumenti di ricerca storica e teologica sono presenti. L’intera collana del Migne, Sources Chrétiennes e il Corpus christianorum per la patristica, l’edizione Leonina delle opere di san Tommaso, testi di storia locale. La sistemazione di fondi di alcuni confratelli rende oggi fruibili particolari ricchezze nell’ambito della teologia, della letteratura e della poesia.

La biblioteca è stata nuovamente riallestita. Che interventi sono stati realizzati in vista della riapertura?

La biblioteca del convento nei secoli nel passato era sempre stata ad uso di una comunità che ospitava lo Studium provinciale per la formazione dei giovani, quindi con utilizzo interno. Nel secolo scorso è stata aperta anche a studiosi e persone interessate – giovani pistoiesi hanno condotto qui la preparazione ad esami o studi particolari e ricercatori hanno consultato materiale per i loro scritti e ricerche – ma gli impianti e la struttura non erano a norma per l’apertura al pubblico. Gli interventi effettuati nel restauro condotto dal 2014 ad oggi sono stati finalizzati a rendere possibile una apertura al pubblico in nuovi spazi di consultazione recuperati al piano terra. E’ stato operato il rifacimento di coperture, un rafforzamento dei solai dell’area deposito e sono stati predisposti nuovi impianti secondo le normative vigenti della sicurezza, in particolare un importante sistema anti-incendio.

Che significato riveste per la città la riapertura della vostra biblioteca?

Penso che nell’anno in cui Pistoia è capitale italiana della cultura questa riapertura venga a situarsi come un tassello nel mosaico delle molteplici iniziative che fioriscono in città. Si respira una vivacità che si sta esprimendo a tanti livelli. Mi sembra importante sottolineare che cultura non significa solamente eventi riservati ad élite ma è attenzione a promuovere un convivere sociale fatto di relazioni buone, di cura, di attenzione ai più deboli. La riapertura della biblioteca si accompagna ad un’altra opera realizzata a san Domenico negli ultimi anni, la ristrutturazione dell’intera ala est del convento con l’interessamento e la collaborazione della cooperativa Arkè. Ora questa parte è utilizzata per l’accoglienza dei richiedenti asilo, di minori e per progetti di inclusione lavorativa. In tale quadro la riapertura della biblioteca per un utilizzo più aperto alla città è una scelta che valorizza un’eredità che proviene dal passato con sguardo all’accoglienza, ad un utilizzo comune dei beni, a favorire percorsi di umanizzazione nella vita comune che si radicano nella coltivazione del sapere, nel dialogo, nell’apertura all’altro.

All’inaugurazione sarà presente Padre Aldo Tarquini, priore provinciale della Provincia Romana di Santa Caterina da Siena cui appartiene il convento di Pistoia. Un ospite importante che vuole rilanciare  anche la vostra presenza in città?

La presenza del priore provinciale in questa circostanza è certamente importante perché egli rappresenta l’intera Provincia che ha sostenuto e condotto questa importante opera. Ma il suo essere tra noi è presenza fraterna di chi viene in semplicità per festeggiare insieme la conclusione di un ingente lavoro che ha visto tante collaborazioni. Nell’Ordine i superiori sono eletti per un periodo limitato per svolgere un servizio di governo insieme ad un consiglio. Fra pochi mesi si terrà il Capitolo provinciale nel quale verrà eletto il provinciale per i prossimi quattro anni e saranno decisi orientamenti per il futuro dell’intera provincia. Viviamo un tempo che presenta particolari difficoltà e non mancano problemi. La struttura democratica dell’Ordine, che riteniamo un aspetto molto importante della nostra vita, fa sì che in sede di Capitolo saranno individuate vie di impegno ed elaborate scelte con ricadute sulla vita dei singoli frati e delle comunità. Tutto questo riguarderà anche il convento di Pistoia. Penso che nostro compito sia vivere il presente che ci è dato con impegno e fiducia soprattutto non pensando ai propri interessi ma con spirito di servizio.      (a.c)

(sala consultazione Marie-Dominique Chenu)

(sala di consultazione beato Andrea Franchi)

(corridoio sale di consultazione – piano terra)

(ingresso)

(sala deposito – piano superiore)

IV domenica di Quaresima – anno A – 2017

(Dipinto sulle pareti della Chiesa di Cristo salvatore – Brindisi – inaugurata nel 2016)

1Sam 16,1-13; Efes 5,8-14; Gv 9,1-41

‘La luce splende nelle tenebre ma le tenebre non l’hanno accolta’ (Gv 1,5.9). Il IV vangelo è segnato da una contrapposizione radicale tra il buio e la luce, simbolo della rivelazione. L’incontro di Gesù con il cieco nato, che dal buio passa a vedere, è uno dei sette ‘segni’ della prima parte del vangelo, che preparano il grande segno della morte e risurrezione. E’ ‘segno’ che rinvia oltre.

Tutto avviene in un sabato, che coincide con la festa ebraica delle capanne al principio dell’autunno, una festa di memoria del cammino nel deserto: il sommo sacerdote si recava alla piscina di Siloe ad attingere acqua per poi versarla sull’altare degli olocausti. Le mura di Gerusalemme erano illuminate con torce che squarciavano il buio della notte creando uno spettacolo suggestivo.

Le acque di Siloe erano ricordate nei testi di Isaia. Il profeta le aveva contrapposte quale simbolo di fede in Dio a quelle dell’Eufrate segno dell’impero assiro in cui il re d’Israele riponeva la sua fiducia per alleanze militari: ‘Questo popolo ha rigettato le acque di Siloe che scorrono tranquille… Per questo il Signore gonfierà contro di loro le acque dell’Eufrate, impetuose e abbondanti’ (Is 8,5-7).

Nel confronto Gesù si trova opposto ai ‘i Giudei’, preoccupati solo di un disegno di potere, esempio di mentalità chiusa in cui la legge religiosa è motivo di esclusione. Gesù prende le distanze dall’idea che la malattia provenga da Dio, quale punizione o retribuzione. La cecità è male da debellare, non punizione divina. Gesù si oppone anche ad una concezione fatalistica di fronte al male. Il suo agire è in contrasto con il male che opprime le persone e non le rende libere.

Gesù rivela in questo qualcosa di sé: è venuto per compiere le opere del Padre che lo ha mandato. La sua presenza è luce che si oppone al buio. La malattia diviene luogo per attuare vicinanza, solidarietà, gesti di liberazione. Sono queste le opere di Dio: “Né lui ha peccato né i suoi genitori, ma è così perché si manifestassero in lui le opere di Dio. Dobbiamo compiere le opere di colui che mi ha mandato finché è giorno; poi viene la notte, quando nessuno può più operare. Finché sono nel mondo, sono la luce del mondo” (Gv 9,3-5)

La guarigione del cieco è presentata come un’azione laboriosa. Avviene di sabato: è interpretata dai ‘giudei’ come infrazione della legge ma di fatto è compimento di liberazione, senso profondo del sabato stesso. Il cieco è accompagnato a recuperare il vedere fisico ma in questo cammino vive un’apertura ad nuovo modo di vedere interiore, della fede. Il IV vangelo lo presenta così quale esempio di un nascere a nuova vita: gli occhi gli sono aperti per opera di Gesù. Al centro sta l’incontro con lui.

Il cieco viene poi sottoposto ad un interrogatorio insistente mentre i Giudei si ostinano nella loro chiusura ed ottusità. Il cieco afferma che i suoi occhi ‘sono stati aperti’. Dapprima riconosce Gesù come uomo, poi lo indica come qualcuno che viene da Dio, infine scorge in lui il profeta. ‘ma i Giudei non vollero credere….’ (Gv 9,18). Nonostante le minacce di venire escluso dalla comunità, giunge a professare la sua fiducia: ‘proprio questo è strano, che voi non sapete di dove sia, eppure mi ha aperto gli occhi’ (Gv 9,30). La domanda su da dove proviene Gesù è un grande tema del IV vangelo (tornerà nel dialogo con Pilato). Il cieco  scorge in Gesù un provenire da Dio. Per questo viene cacciato.

Ma Gesù gli si fa accanto: ‘Tu credi nel Figlio dell’uomo? Egli rispose: e chi è Signore, perché io creda in lui? Gli disse Gesù: tu l’hai visto: colui che parla con te è proprio lui. Ed egli disse: Io credo Signore’ (Gv 9,35-37). Solo alla fine si rivolge a lui chiamandolo ‘Signore’ (Kyrios) che è il titolo del risorto e della Pasqua.

L’itinerario del cieco è un lento progredire nell’incontro: al principio sta un dono. E’ passaggio dal buio ad una luce che prende tutta la sua vita. L’incontro con Gesù gli apre un vedere Dio in modo nuovo e da qui apertura ad intendere la sua stessa vita in relazione a Gesù. Il cieco ‘cacciato fuori’ dai detentori dell’ortodossia religiosa è ‘aperto’ al vedere che indica un affidamento, il credere. La luce per lui è l’incontro con Gesù al quale egli affida la sua vita: ‘Io credo in te Signore’.

Alessandro Cortesi op

Occhi aperti

“… la lotta alle mafia riguarda tutti, e nessuno può chiamarsene fuori”. E’ stata questa la conclusione del discorso del presidente Sergio Mattarella alla “XXII giornata di memoria e dell’impegno in ricordo delle vittime innocenti delle mafie” svoltasi a Locri il 20 marzo con la presenza anche di don Luigi Ciotti.

Come tutti i suoi interventi anche questo non è stato un discorso di circostanza: le sue osservazioni sono state puntuali, dolenti, acute nel presentare le radici del fenomeno mafioso che attraversa non solamente alcune delle regioni italiane ma è ormai presenza capillare, diffusa, pervasiva che giunge a toccare tutti gli ambiti della società.

Le sue parole, frutto della sofferenza personale e della memoria del fratello Piersanti ucciso in un attentato di mafia per il suo impegno politico, sono state una freccia scoccata al centro della questione. E la reazione non si è fatta attendere: il giorno dopo sui muri della città di Locri in più punti sono comparse le scritte: ‘don Ciotti sbirro’… ‘meno sbirri…’.

Mattarella aveva infatti puntato l’attenzione su quella zona grigia di compromeso tra mafia e politica da azzerare. La ‘zona grigia’ è composta da tutte quelle aree in cui la criminalità – organizzata e non – si raccorda con ambienti politici. E’ la terra di mezzo di intrecci tra malaffare e politici consenzienti e di accordi che imbrigliano la pubblica amministrazione, la riducono al servizio di progetti mafiosi e tolgono così ossigeno alla vita quotidiana dei cittadini. La ‘zona grigia’ coinvolge tutti, anche chi non ha responsabilità politiche e non è criminale, ma asseconda comportamenti di corruzione, ingiustizie quotidiane, illegalità minuta, e soprattutto coltiva l’indifferenza di fronte a minacce, soprusi e malaffare. Questa non è solo la realtà delle regioni più segnate dalla presenza delle cosche mafiose ma ormai dell’intero Paese, di diverse regioni che in modo subdolo sono pervase da infiltrazioni mafiose.

Ma questo discorso vale anche per la chiesa, e dovrebbe far sorgere una domanda se al suo interno vengano o meno favorite scelte concrete di giustizia e comportamenti coerenti soprattutto nell’uso onesto del denaro, nella trasparenza dei bilanci, nella retribuzione equa del lavoro, nell’uso solidale dei beni, nel pagamento delle tasse.

Il teologo tedesco Johann Baptist Metz, poneva la domanda se il cristianesimo non avesse vissuto al suo interno una trasformazione nel far venire meno l’esigenza di Gesù nei confronti dei sofferenti innocenti per spostare l’attenzione sulla questione dei peccatori redenti e richiamava a volgersi a coltivare una ‘spiritualità degli occhi aperti’.

“per chi crede nel Dio biblico di Gesù, – scriveva Metz – credere significa sempre ‘vegliare’, ‘essere vigili’, ‘essere responsabili’ di fronte alle situazioni di volta in volta attuali del suo mondo. (…) il discorso cristiano di Dio può essere universale e non solo un problema di Chiesa, può diventare anche un problema dell’umanità solo quando è nella sua essenza un discorso che, sensibile alla sofferenza del diverso, alla ‘sofferenza degli altri’, è orientato alla giustizia e alla ricerca di essa. (…)

La dottrina cristiana della redenzione ha drammatizzato nel cristianesimo la questione della colpa ed ha alleggerito la questione della sofferenza. Ma ciò non ha paralizzato la sensibilità più elementare verso la sofferenza degli altri e non ha oscurato la visione biblica della grande giustizia di Dio, che tuttavia, ancora secondo Gesù, avrebbe dovuto estinguerne la fame e la sete? I cristiani non si sono allontanati troppo velocemente e troppo presto dalla provocazione biblica della questione della giustizia? (J.B.Metz, Mistica degli occhi aperti, Per una spiritualità concreta e responsabile, ed. Queriniana 2013, 17-20).

“L’esperienza cristiana di Dio è legata alla percezione del destino degli altri. Pertanto anche la mistica, nel suo nucleo centrale, non è una mistica degli occhi chiusi, ma degli occhi aperti sul dolore. Essa esige un particolare esercizio del vedere, un superamento delle nostre congenite difficoltà e dei nostri narcisismi creaturali. Chi dice ‘Dio’, si accolla la ferita della propria coscienza prodotta dall’infelicità degli altri”. (ibid.63)

Il presidente Mattarella a Locri ha parlato di ‘denaro, potere e impunità’ che alimentano la ‘zona grigia’ in cui le mafie si incrociano con la politica. Don Luigi Ciotti ha ribadito: “La mafia si annida nell’indifferenza, nella superficialità, nel quieto vivere, nel puntare il dito senza far nulla perché vuol dire venir meno ad un senso di responsabilità. Coraggio e umiltà non richiedono ‘eroismi’ ma generosità e responsabilità, consapevolezza e responsabilità. Dobbiamo ribellarci tutti all’impotenza”. Queste parole, insieme alla manifestazione promossa da ‘Libera-contro le mafie’, suscitando la rabbiosa reazione dei potentati malavitosi locali, hanno dimostrato di aver colto nel segno. E’ sempre più urgente oggi aprire gli occhi sulla malattia mortale rappresentata dal potere mafioso nella vita civile, ma anche essere vigili all’interno delle chiese per mantenere viva la memoria della sofferenza degli altri e l’esigenza di assumere la questione della giustizia come ‘memoria pericolosa’ nel presente e spinta di cambiamento.

Alessandro Cortesi op

Navigazione articolo