la parola cresceva

commenti alla Parola della domenica e riflessioni

XXV domenica tempo ordinario – anno C – 2019

amministratore-disonestoAm 8,4-7; 1Tim 2,1-8; Lc 16,1-13

“Ascoltate questo, voi che calpestate il povero e dite: Quando sarà passato il novilunio e il sabato perché si possa smerciare il frumento, diminuendo le misure e … usando bilance false per comprare con denaro gli indigenti e il povero per un paio di sandali? Il Signore lo giura: Certo, non dimenticherò mai le loro opere”

Amos era coltivatore e pastore nella terra di Samaria nell’VIII secolo a.C.: la sua vita fu radicalmente cambiata, in modo imprevisto, da un irrompere improvviso della chiamata di Dio nella sua vita. Si sentì afferrato e spinto a portare la sua parola, come profeta, senza avere particolari capacità. Tale incontro lo spinse a recarsi di fronte ai potenti, a denunciare davanti ai ricchi ed agli spensierati una situazione di ingiustizia.

Amos smaschera il peccato davanti a Dio e ne delinea i caratteri: i poveri sono calpestati e i ricchi si affannano a guadagnare sulla pelle degli indigenti. Il rapporto con Dio esige rapporti giustizia e costruire giustizia a che fare con la fede. Le sue parole richiamano ad una fede che attua scelte di giustizia in rapporto al Dio vicino, che sostiene i più deboli. Il suo messaggio è richiamo ad abbandonare gli idoli della ricchezza della ricerca del denaro, la rincorsa agli affari che procurano profitto. Critica l’insensibilità e l’indifferenza al grido dei poveri, il disprezzo verso altri esseri umani considerati nulla. Amos richiama a volgersi al Dio che si china sull’orfano, sulla vedova sul forestiero, che non dimentica le sofferenze degli impoveriti.

La parabola di Gesù parte dal riferimento ad una concreta situazione del suo tempo: un amministratore di cui il padrone ha coperto la disonestà è minacciato di essere allontanato presto dal suo lavoro. S dà da fare allora con urgenza, in tutti i modi,e con fare disonesto per rendersi alcune persone amiche, per prepararsi un futuro in cui avere qualcuno riconoscente. E lo fa falsando i pagamenti e concedendo vantaggi ai debitori.

Il punto centrale della parabola non sta in una sorta di elogio della disonestà di questo amministratore maneggione. Gesù come spesso nelle parabole – che sono narrazioni che fanno riferimento alla vita e coinvolgono gli ascoltatori – legge invece una situazione che poteva essere conosciuta da chi lo ascoltava. E intende però accompagnare a scorgere le esigenze del regno di Dio.

Attira l’attenzione sul modo di comportarsi  di quell’amministratore disonesto e osserva che per guadagnare denaro, vantaggi, prestigio spesso ‘i figli di questo mondo’ pongono in atto una incredibile capacità creativa e sanno attuare scelte rischiose con coraggio e furbizia. E’ un modo di agire disonesto in rapporto ad una ‘ricchezza disonesta’.

Ma guardando a questo modo di comportarsi Gesù invita ‘i figli della luce’, cioè i suoi discepoli, a comprendere l’urgenza del momento presente perché l’annuncio del regno di Dio pone a vivere un impegno e una urgenza nuovi: c’è esigenza di risposta e di coinvolgimento della vita. E’ momento che richiede capacità di essere pronti, di decisioni attuate con coraggio e creatività.

Gesù guardando alla prontezza di quell’amministratore presenta per contro l’alternativa che i suoi discepoli hanno dinanzi: scegliere di servire Dio o Mammona, cioè la ricchezza. Non si può servire a due padroni così diversi. Mammona ha una assonanza con il termine ebraico che indica fede, ‘aman’ (da cui il nostro Amen) cioè indica un affidamento, una fiducia di una vita centrata sull’avere. E’ in gioco perciò l’orizzonte di fondo della vita: o ci si fida di Dio o ci si affida ad altri idoli pervasivi. Ci si può inchinare a Mammona oppure affidarsi a Dio che chiede solidarietà e condivisione. E’ come una scelta tra due amori che non possono stare insieme.

Essere fedeli al Dio a cui giunge il grido del povero, implica un rapporto nuovo con i beni, e porta a scegliere la condivisione. Essere fedeli a Dio si attua in rapporti di giustizia, in un rapporto nuovo con gli altri, perché chiede di ascoltare il grido e la sofferenza di chi è vittima dell’ingiustizia.

Alessandro Cortesi op

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Lo scandalo delle disuguaglianze

Il Rapporto annuale dell’Oxfam sulla povertà nel mondo pubblicato nel gennaio 2019 dal titolo ‘Bene pubblico o ricchezza privata’ presenta un quadro della situazione mondiale.

Il panorama presentato è complesso e preoccupante. Si riconosce che negli ultimi decenni si è giunti ad una rilevante riduzione del numero di persone che vivono in estrema povertà (la Banca Mondiale identifica questa soglia in 1,90 dollari pro-capite al giorno).

Tuttavia, proprio leggendo i dati forniti dalla Banca Mondiale si comprende che dal 2013 il tasso di riduzione della povertà si è dimezzato e che la povertà estrema sta aumentando nell’Africa sub-sahariana. Una grandissima parte dell’umanità vive ancora in condizioni di povertà: 3,4 miliardi di persone, pari a poco meno di metà della popolazione mondiale, sopravvivono con meno di 5,50 dollari al giorno. La ricchezza è concentrata nelle mani di pochi.

La disuguaglianza è scandalosa: l’uomo più ricco del mondo, Jeff Bezos, proprietario di Amazon, ha un patrimonio di 112 miliardi di dollari.L’1% di questa cifra corrisponde quasi all’intero budget sanitario di un Paese africano come l’Etiopia, che conta 105 milioni di abitanti.

La ricchezza è quindi sempre più concentrata e le disuguaglianze aumentano: nel 2018 soltanto 26 individui (contro i 43 dell’anno precedente) possedevano una ricchezza pari a quella posseduta dalla metà più povera dell’umanità, 3,8 miliardi di persone. E’ un dato spaventoso che fa riflettere sull’iniquità presente nel mondo in cui viviamo.

Da dieci anni circa la crisi finanziaria ha segnato la vita economica del mondo generando enormi sofferenze. In questo periodo tempo si è registrato un aumento della ricchezza dei più ricchi: il numero di miliardari è quasi raddoppiato.

Se la ricchezza di chi possiede ricchezze miliardarie fosse soggetta ad una tassazione più equa, si potrebbero ricavare risorse da destinare all’educazione dei bambini e per le cure mediche. I più ricchi infatti pagano sempre meno tasse mentre l’accesso ai servizi essenziali nel mondo è impedito a molti: 262 milioni di bambini non hanno accesso all’istruzione e intere fasce di popolazione non hanno possibilità accesso alle cure mediche.

La disuguaglianza a livello globale ha anche un aspetto di discriminazione di genere. Le donne guadagnano il 23% in meno degli uomini e gli uomini possiedono il 50% in più della ricchezza rispetto alle donne. Ma è da rilevare che la vita economica dei Paesi si basa sul lavoro delle donne che non è ufficialmente riconosciuto, poiché esse svolgono gran parte del lavoro di cura a livello sociale che non è retribuito.

C’è anche una conseguenza rilevante della disuguaglianza nell’ambito della vita politica dei Paesi. E’ in corso a livello globale una progressiva limitazione della libertà di parola ed una compressione di spazi democratici. La disuguaglianza si rivela essere l’esito di orientamenti politici e di scelte ben precise.

Il Rapporto Oxfam indica come uno tra gli strumenti per ridurre la disuguaglianza tra super-ricchi e persone comuni sia la scelta di fornire servizi pubblici universali e tutela sociale finanziati attraverso un sistema di tassazione equo.

“Tutti i governi devono stabilire obiettivi e piani d’azione concreti per ridurre i divari economici, soggetti a precise scadenze e incoerenza con quanto stabilito dall’Obiettivo di Sviluppo Sostenibile n. 10 dell’Agenda 2030 delle Nazioni Unite sulla riduzione della disuguaglianza all’interno e tra i Paesi. Tali piani devono comprendere…

Erogare servizi sanitari ed educativi universali e gratuiti, mettendo fine alla privatizzazione dei servizi pubblici.(…)

Riconoscere l’enorme lavoro di cura svolto dalle donne supportandole con la messa a disposizione di servizi pubblici. (…)

Porre fine a sistemi fiscali che avvantaggiano ricchi individui e grandi corporation, tassando in maniera equa la ricchezza e il capitale, e arrestando la corsa al ribasso sulla tassazione dei redditi individuali e di impresa.”

Nel Rapporto è riportata la voce di Waangari Maathai, fondatrice del Green Belt Movement, premio Nobel per la pace nel 2004:

“Nel corso della storia giunge il momento in cui l’umanità è chiamata ad elevarsi ad un nuovo livello di coscienza… a raggiungere un piano morale più elevato. Il momento in cui dobbiamo abbandonare la paura e infonderci speranza l’un l’altro. Quel momento è ora”.

Alessandro Cortesi op

 

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XXIV domenica tempo ordinario – anno C – 2019

IMG_2009Es 32,7-14; 1Tim 1,12-17; Lc 15,1-32

“Si avvicinavano a lui tutti i pubblicani e i peccatori per ascoltarlo. I farisei e gli scribi mormoravano: ‘Costui riceve i peccatori e mangia con loro’. Allora egli disse loro questa parabola…”

Dopo questa introduzione seguono tre parabole che compongono la sola e unica parabola annunciata: colui che va in cerca della pecora perduta, la donna che cerca la moneta perduta e il padre che attende e va incontro ai figli perduti. In tutte c’è una perdita, un’attesa o una ricerca ed un ritrovamento.

Farisei e scribi sono ‘coloro che mormoravano’: era questo l’atteggiamento del popolo d’Israele nel deserto (Es 16,2-3.7.12; Num 16,11): il lamento deluso di chi nel deserto perde fiducia nella vicinanza di Dio e giunge ad avere nostalgia della schiavitù d’Egitto, dove almeno ‘eravamo seduti presso la pentola della carne’. E’ la risentita espressione della mancanza di fede e del rifiuto ad affidarsi alle promesse del Dio liberatore.

Un altro tipo di persone sta di fronte a Gesù: chi ‘si avvicinava per ascoltarlo’. L’ascolto in Luca è l’attitudine propria del discepolo: sono i pubblicani e i peccatori, gli irregolari dal punto di vista religioso. Per loro le parabole acquistano un significato particolare perchè sono accolte in un ascolto della vita.

Le prime due insistono sulla ricerca, della pecora e della moneta. Per chi si pone alla ricerca ciò che è perduto vale più di tutto il resto. Si delinea un messaggio centrale: Gesù annuncia il volto di Dio Padre, un padre dal volto materno, tenero, che si pone alla ricerca dell’uomo.Un Dio dal volto di donna che si china a cercare nella penombra una moneta rotolata via. E che così può essere riconosciuto al cuore dell’esperienza quotidiana di chi era escluso dai circuiti principali della religione.

Segue la parabola più lunga costituita di tre grandi movimenti: il primo è la richiesta del figlio minore di essere autonomo e di andarsene dalla casa del padre. E’ allontanamento per avere autonomia, ma poi si delinea come fallimento e si interrompe in quella decisione di ‘ritornare’. Tuttavia le ragioni di questo ritorno sono ancora il desiderio di avere una sicurezza quotidiana, di poter trovare da mangiare almeno come i salariati nella casa del padre. Il punto di svolta sta qui, non tanto la delusione per una felicità lontano dalla casa, ma la consapevolezza di aver sbagliato percorso e la decisione di tornare indietro: una ‘conversione’ che lo riconduce dove era partito. Tuttavia egli si aspetta ancora quella che può esser definita la soluzione del buon senso: la richiesta al padre è ‘trattami d’ora in poi come uno dei tuoi garzoni’.

La seconda scena vede al centro la figura del padre: il figlio che torna è atteso e viene anticipato nel suo desiderio di presentarsi a lui chiedendo di poter ritornare. Il volto del padre è segnato da uno sguardo che attende da lontano e non lascia spazio alle parole ma solo a gesti: l’abbraccio che fa ricominciare una storia di incontro. Per primo, con l’affetto che non fa calcoli e non pone condizioni si getta al collo e lo baciò. I segni della gioia sono l’abito più bello, l’anello al dito, i calzari ai piedi, la festa.

L’amore di questo padre trasforma una storia di morte in una storia di vita: ‘mangiamo e facciamo festa, perché questo mio figlio era morto ed è tornato in vita, era perduto ed è stato ritrovato’. Il padre buono pone la fretta nel lasciare alle spalle la situazione passata per lasciare spazio solo alla gioia di ritrovarsi.

La terza scena è anche questa volta occupata dal padre, dal suo uscire verso il figlio maggiore. Anche quel figlio viveva nella casa ma da estraneo, come uno schiavo. Non aveva compreso la cosa più importante, la gioia del rapporto. Anche verso di lui vi sono parole di misericordia e di invito. Per vivere un modo nuovo di stare in quella casa ma anche per scoprire cosa significhi essere fratelli: ‘figlio, tu sei sempre con me e tutto ciò che è mio è tuo; ma bisognava far festa e rallegrarsi, perché questo tuo fratello era morto ed è tornato in vita, era perduto ed è stato ritrovato’.

La parabola propone un itinerario di scoperta del volto di Dio padre che non viene meno nella ricerca e nell’attesa di cammini di incontro e di riconoscimento dell’altro come fratello.

Alessandro Cortesi op

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Padre/madre

Le figure della madre e del padre in questo tempo hanno visto in Massimo Recalcati un profondo interprete da un punto di vista psicanalitico che ha sondato le attuali tendenze, limiti e aperture (Cosa resta del padre, Cortina 2011; Le mani della madre, Feltrinelli 2015)

Il primo volto della madre – dice Recalcati – sono le sue mani. La madre è colei che risponde al grido di aiuto del bambino, la sua prima soccorritrice. Dove una vita inerme trova accoglienza lì c’è una madre. La madre offre poi al figlio uno sguardo: immergendosi in esso e riflettendosi, un bambino incontra il mondo: gli orizzonti possono aprirsi e dilatarsi. Il desiderio della madre è il lievito che fa crescere e accompagna. Un terzo elemento è il seno, che la madre offre al bambino rispondendo al bisogno di cure che le sono richieste.

Madre è nome di cura particolare e nella cura è anche trasmissione del desiderio che apre strade ai figli, apprendendo nel tempo la faticosa attitudine del lasciarli andare. In una visione patriarcale della maternità quando una donna diventa madre smette di essere donna. Ma è proprio questo un movimento da contrastare: anche i figli hanno bisogno che le madri restino donne. Nel tempo dell’incuria, il nostro tempo segnato da disprezzo e indifferenza, occorre lasciare nuovo spazio alla dimensione dell’attenzione: un amore che unisce desiderio, accoglienza ma anche capacità di distacco e autonomia.

Perché si possa parlare di padre – ancora secondo Recalcati – è necessario non solo guardare a un atto biologico. Ma il divenire padre si compie in un complesso processo di adozione della vita del figlio. Il passaggio indispensabile sta nel gesto di un riconoscimento nel rivolgersi a lui dicendogli “tu sei mio figlio“,  e nell’assumere una responsabilità senza limiti “perché la tua venuta al mondo ha reso il mondo diverso“. Recalcati riprendendo Lacan afferma che la figura del padre sta nel tenere unite insieme legge e desiderio. Ma egli osserva che “Il problema del nostro tempo è che l’alleanza tra legge e desiderio si è interrotta: siamo infatti nel tempo del desiderio impazzito, dissipativo. Per dirlo con le parole di Lacan, il nostro tempo è il tempo dell’evaporazione del padre”. Si è passati da modelli di paternità come il padre padrone che domina e s’impone con autorità all’emergere di modelli diversi e possibilità nuove. Recalcati indica la figura del padre testimone: “padre è testimone e la sua testimonianza viene data attraverso la sua vita: il padre non deve spiegare il senso della vita, ma deve mostrare attraverso la sua che la vita, con i dovuti limiti, può avere un senso, animando così la vita del figlio con la speranza. La parola del padre non ha forza e capacità per guidare la vita del figlio ma di proteggerla: e facendo questo può portare nel cuore dei figli l’esperienza dell’impossibile…

Fulvio De Giorgi, nel suo libro Il figliol prodigo. Parabola dell’educazione, (Scholè, 2018) presenta e discute varie interpretazioni, teologiche e non solo, della parabola nelle diverse epoche. Vi legge la presenza delle forme di educazione presenti anche nel tempo contemporaneo: l’educazione autoritaria, quella permissiva e quella liberatrice.

Ciò che colpisce nella parabola è l’assenza della madre. David Maria Turoldo leggeva tale assenza come necessaria: a suo avviso l’insegnamento di fondo si focalizza nella accettarsi reciprocamente: «O Dio quando impareremo a sopportarci, a comprenderci: appunto a tollerarci come tu ci tolleri? Vera tolleranza è di sentire tutti uguali. È ammettere che anche il fratello ha una sua verità” (Anche Dio è infelice).

De Giorgi osserva come la parabola potrebbe anche intitolarsi la parabola della madre assente: «Manca la donna, manca la madre: manca l’afflato femminile materno. C’è l’ordine, ci sono le norme. Ma non ci sono la protezione e i permessi, il nutrimento del cuore». E osserva: «Siamo di fronte a un fallimento educativo completo, con un figlio che esce da casa e uno che non vuole entrare».

Enzo Bianchi, rimarcando la finale aperta della parabola che fa divenire protagonistie  coinvolti in una storia la cui finale non fa restare indifferenti, afferma: «Tu che chiami Dio padre, che immagine di Dio hai? L’immagine di un padre padrone? Di un padre giusto, dotato di giustizia retributiva? O di un padre che ama senza porre condizioni? Un padre che perdona sempre? Gesù ci interpella! A ciascuno di noi la risposta nel nostro cuore» (Ma l’altro figlio fu ‘prodigo’?, “Avvenire” 11 marzo 2010)

Vent’anni fa Carlo Maria Martini, arcivescovo di Milano, iniziava con queste parole la sua lettera pastorale intitolata ‘Ritorno al Padre’ strutturata attorno al commento della parabola del padre e dei due figli:

“Mi alzerò e andrò da mio Padre” (Lc 15,18) Vi sono molti modi di rifiutare il Padre e il cammino verso di lui. Il più comune (e il più nascosto nell’inconscio) è di rifiutare la morte. Eppure tutti, senza distinzione, siamo incamminati in un viaggio, breve o lungo, che inesorabilmente ci porta verso di essa. Vivere è anche convivere con l’idea che tutto prima o poi finirà. V’è chi si consola pensando che quando ci sarà la morte noi non ci saremo più e che finché ci siamo essa non c’è. Ma si tratta di una consolazione fragile. In realtà la morte incombe su ogni istante della nostra vita, incombe nella forma della domanda: che sarà di me dopo la morte? che senso ha per me la vita? dove vado con tutto il bagaglio dei miei sforzi, delle mie pene, delle mie magre consolazioni?

In tali domande la morte appare come una sfida radicale al pensare umano, una sfida da cui nasce una riflessione seria. E’ come una sentinella che fa la guardia al mistero. E’ come la roccia dura che ci impedisce di affondare nella superficialità. E’ un segnale a cui non si sfugge e che ci costringe a cercare una meta per cui valga la pena di vivere. E’ il “vallo estremo” (E. Montale) da cui ci viene, come un contraccolpo, il bisogno di lottare contro l’apparente trionfo della morte e un’esigenza profonda di cercare il senso della vita, di giustificare la fatica dei giorni.

Sento che alcuni leggendo queste parole saranno tentati di rifiutarle: perché cominciare con un argomento così serio e troppo poco pervaso dalla speranza delle Scritture? Eppure non ho fatto altro che richiamare la vicenda narrata da Gesù nella parabola dei due figli. E’ quando il minore, che ha voluto andarsene da casa e ha sperperato i suoi beni, si trova a toccare il fondo (“avrebbe voluto saziarsi con le carrube che mangiavano i porci; ma nessuno gliene dava”, Lc 15,16) che, quasi per contraccolpo, si ricorda che c’è una casa del padre, dove anche i servi hanno vita, dignità e “pane in abbondanza” (Lc 15,17). L’esperienza della miseria gli consente di guardare in faccia la via della morte che sta percorrendo e di ribellarsi. Quando ci sentiamo soli, quando nessuno sembra volerci più e noi stessi abbiamo ragioni per disprezzarci o essere scontenti di noi, quando la prospettiva della morte o di una perdita grave ci spaventa e ci getta nella depressione, ecco che dal profondo del cuore riemerge il presentimento e la nostalgia di un Altro che possa accoglierci e farci sentire amati, al di là di tutto e nonostante tutto.

Il Padre è in questo senso – se si vuole un senso ancora laico e mondano – l’immagine di qualcuno a cui affidarci senza riserve, il porto dove far riposare le nostre stanchezze, sicuri di non essere respinti. La sua figura ha al tempo stesso tratti paterni e materni: se ne può parlare come del Padre nelle cui braccia si è sicuri e come della Madre a cui ancorare la vita che da essa riconosciamo. E’ pertanto evocazione dell’origine, del grembo, della patria, della casa, del focolare, del cuore a cui rimettere tutto ciò che siamo, del volto a cui guardare senza timore. Il bisogno del Padre è quindi equiparabile al bisogno di un riferimento e di un rifugio paterno e materno e può essere espresso indifferentemente con metafore maschili e femminili”.

Alessandro Cortesi op

XXIII domenica tempo ordinario – anno C – 2019

IMG_5183.JPGSap 9,13-18; Fm 9-10.12-17; Lc 14,25-33

”Se uno viene a me e non mi ama più di quanto ami suo padre, la madre, la moglie, i figli, i fratelli, le sorelle e perfino la propria vita, non può essere mio discepolo. Colui che non porta la propria croce e non viene dietro a me, non può essere mio discepolo”.

Essere discepoli, coloro che seguono: in queste parole si gioca l’identità di chi desidera stare con Gesù. Quali le caratteristiche di chi segue Gesù? Quali le esigenze per essere coloro a lui rimangono legati? Gesù ha chiamato tutti in diversi modi a seguirlo e li ha invitati ad intraprendere la sua strada. Ha chiesto questo non solo per un certo tempo ma in modo continuo imparando dall’unico vero maestro.

Sorprende innanzitutto la pretesa di Gesù: pretende che altri lo seguano e seguano lui. Chiede una disponibilità senza riserve e aperta nelle diverse fasi della vita. Per questo seguire non è mai un dato scontato, un punto concluso della carriera, ma implica ogni giorno un ricominciare di nuovo.

Luca indica alcune caratteristiche del cammino di chi intende seguire Gesù.

La prima condizione è presentata in termini duri e ostici: se uno viene a me e non ‘odia’ suo padre, sua madre… Il termine ‘odiare’ contrasta con l’intero insegnamento di Gesù riguardo all’amare non solo i vicini e gli amici ma anche i nemici. Inoltre aveva chiaramente richiamato il dovere di curare i rapporti familiari prima e al di sopra di un culto separato dalla vita (Mt 15,3-6): inoltre aveva manifestato la denuncia contro coloro che nel fare un’offerta al tempio si ritenevano esonerati dall’onorare il padre e la madre e facendo così “annullavano la parola di Dio”. Gesù non chiede di ‘odiare’: l’uso di questo termine così forte proviene dall’assenza nelle lingue semitiche del modo di dire ‘amare di meno’: per esprimere un amore non totalizzante è quindi usato il verbo ‘odiare’.

Gesù chiede a chi lo segue di saper mettere al primo posto ciò che deve stare primo: così richiama alla presenza di Dio a cui riferire tutta la nostra vita a lui, invita a liberarsi anche da quell’idolatria e dal soffocamento che può provenire da legami che si pongono come esaustivi della vita. La sua pretesa è anche di seguire lui stesso oltre ogni altro affetto. Ogni legame e affetto può essere ricompreso nel divenire discepoli di Gesù, nel seguire il suo cammino di amore fino alla fine, di misericordia e di servizio.

C’è una seconda condizione ed è la scelta di andare dietro a lui ‘portando la croce’: la croce è sintesi e cuore dell’intero cammino di Gesù. Non perché strumento di tortura e di sofferenza, ma perché lì sulla croce Gesù ha detto che è possibile rimanere fedeli all’amore fino alla fine trasformando anche il momento della morte in un momento di essere per Dio e per gli altri. La croce è prima di tutto scelta di dono, non via di sofferenza. E’ scelta di condivisione e racchiude anche il riferimento al fallimento umano, della sofferenza e del dolore. Luca aggiunge una precisazione importante: “se qualcuno vuole venire dietro a me, rinneghi se stesso, prenda la sua croce ogni giorno e mi segua” (Lc 9,23; cfr Mt 10,38). Si riferisce al quotidiano, all’ordinario in cui si gioca gran parte della nostra esistenza: Seguire Gesù non è questione dei grandi momenti o delle scelte eroiche nella vita: questi possono forse esserci ma il cammino di sequela si attua nelle piccole cose, nelle vicende ordinarie, nelle scelte del quotidiano nella normalità che non fa notizia.

La terza condizione è indicata da due immagini, la torre da costruire e la guerra da preparare: sono immagini tratte dall’esperienza e funzionali al messaggio di fondo. Il comportamento di Gesù è in contrasto con logiche di grandi costruzioni (era piuttosto la politica di Erode quella di costruire grandi palazzi e città) e con la scelta di fare la guerra (ma egli conosceva bene la violenza che dilagava). L’esigenza di Gesù a seguirlo richiede capacità di scelte pensate, cioè discernimento, e coraggio e generosità nel partire. La sua via espone a fatica e opposizioni: richiede di soppesare bene ciò a cui si va incontro. E chiede anche una valutazione non superficiale delle proprie forze. Luca sottolinea come si tratti di un coinvolgimento di tutte le energie e dei beni: la rinuncia ai beni non è fine a se stessa ma è per farsi borse che non invecchiano, per scoprire come l’unica vera ricchezza è il regno di Dio.

Gesù propone di liberarsi da cose che appesantiscono e ingombrano non rendendo liberi, ma soprattutto propone di disfarsi di una mentalità di possesso e di superiorità. Seguirlo è esperienza di scoperta di un cammino che libera la vita per cammini di servizio.

Alessandro Cortesi op

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Tempo del creato, tempo della scuola

“Alla radice, abbiamo dimenticato chi siamo: creature a immagine di Dio (cfr Gen 1,27), chiamate ad abitare come fratelli e sorelle la stessa casa comune. Non siamo stati creati per essere individui che spadroneggiano, siamo stati pensati e voluti al centro di una rete della vita costituita da milioni di specie per noi amorevolmente congiunte dal nostro Creatore. È l’ora di riscoprire la nostra vocazione di figli di Dio, di fratelli tra noi, di custodi del creato. È tempo di pentirsi e convertirsi, di tornare alle radici: siamo le creature predilette di Dio, che nella sua bontà ci chiama ad amare la vita e a viverla in comunione, connessi con il creato”.

E’ un passaggio del messaggio di papa Francesco per la giornata del creato che si situa nel mese di settembre dedicato a livello ecumenico al pensiero e approfondimento e preghiera per la casa comune, per maturare consapevolezza della custodia del creato. Il grido della terra è anche nel medesimo tempo il grido dei poveri oggi. L’invito ad una conversione ecologica è il modo di accogliere questo duplice e unico grido: si fa sempre più urgente impostare l’esperienza quotidiana vita secondo nuovi criteri, di attenzione, di pazienza, di rispetto, superando una mentalità del consumo e dello sfruttamento che si realizza sia nei confronti delle cose, sia nei confronti delle persone. La cultura della produzione senza limiti di rifiuti, l’indifferenza per le cose si accompagna al disprezzo verso gli altri, alla mancanza di consapevolezza delle ingiustizie che generano diseguaglianze e sofferenze. La questione non è solo per la vita individuale ma esige un orientamento collettivo, politico, l’orientamento a individuare un sistema economico diverso da quello che genera iniquità e distruzione dell’ambiente.

Settembre è anche tempo di inizio della scuola. La scuola è il primo luogo in cui maturare questa sensibilità, in cui investire per far maturare spirito critico, per essere capaci di andare controvento, come ricorda Franco Lorenzoni nel suo utlimo libro dal titolo I bambini ci guardano. Una esperienza educativa controvento (Sellerio 2019) e che in una recente intervista ha indicato la scuola quale luogo di resistenza contro l’alienazione del nostro tempo, con la capacità di sorpresa, perchè la vita è trasmettere ad altri ciò che si è ricevuto da custodire e coltivare perché possa durare:

“Credo siano i primi a capirlo: quella del maestro non è una missione, ma un mestiere come tanti altri, che ha bisogno della sua cassetta degli attrezzi, da ricalibrare di generazione in generazione (…) Lo sa qual è la cosa che non dovrebbe mai sparire in una classe? La capacità di sorprendersi, quel sapersi mettere in gioco, col proprio corpo, senza vergognarci delle nostre emozioni: può essere l’antidoto giusto all’alienazione (…) Ritengo che qualsiasi tipo di educazione debba andare controvento, che è poi guardare le cose di tutti i giorni, con spirito critico», con riferimento all’opera degli architetti, “i quali utilizzano questo termine per indicare i tiranti che reggono un edificio, così come un educatore si augura che ciò che lascia ai propri ragazzi possa durare nel tempo” (Il Corriere della sera 1 marzo 2019).

Alessandro Cortesi op

 

 

XXII domenica tempo ordinario – anno C – 2019

IMG_5343.JPGSir 3,17-29; Eb 12,18-24; Lc 14,1.7-14

“Figlio nella tua attività sii modesto, sarai amato dall’uomo gradito a Dio. Quanto più sei grande tanto più umiliati; così troverai grazia davanti al Signore; perché grande è la potenza del Signore e dagli umili egli è glorificato”.

L’umiltà è attitudine che fa rimanere con i piedi per terra (humus). Porta a tener sempre presente la differenza tra la terra e il cielo, e soprattutto a mantenere coscienza del limite della propria vita. Anche le azioni che rendono ‘grandi’ di fronte agli uomini, hanno le loro radici profonde nell’humus di un dono: non possiamo dire ‘nostro’ fino in fondo il cammino compiuto. Esso è piuttosto fioritura di una gratuità che precede sempre, di doni da riconoscere con umiltà. L’attitudine del vantarsi rivela immaturità e incapacità di giudicare, una radicale insipienza di fronte alla vita.

Gesù pronuncia una parabola a partire dal suo sguardo alla vita, osservando gli invitati nella casa di uno dei capi dei farisei: “Quando sei invitato a nozze da qualcuno, non metterti al primo posto, perché non ci sia un altro invitato più ragguardevole di te e colui che ti ha invitato venga a dirti: cedigli il posto! Allora dovrai con vergogna occupare l’ultimo posto”.

E’ una questione di posti. Tanto spesso anche nella nostra esperienza quotidiana il problema del posto è rilevante: dal ‘posto’ prenotato e difeso con durezza quando si sale su un mezzo pubblico, al ‘posto’ come ruolo nella società, nel lavoro. C’è chi occupa i primi posti e chi all’ultimo posto o senza posto: il nostro mondo sempre più sta divenendo la ‘società dei senza…’: senza diritti, senza posti da rivendicare, senza cura e attenzione.

Così chi sta ai primi posti nella società è considerato più importante di altri, da riverire nel riconoscimento di meriti e capacità. Ed è bene che ai primi posti, i posti di responsabilità, di guida, di orientamento stiano persone che si distinguono per competenza, per preparazione, per faticosa acquisizione di esperienza e studio. Talvolta tuttavia chi è ai primi posti lo deve ad appoggi, a privilegi, a facilitazioni avute, quando non a malaffare. Ma nello stare in un posto nella vita c’è modo e modo di atteggiarsi: ci può essere la modalità di chi dà spazio solo a chi è tra i primi ed attua disprezzo verso chi sta agli ultimi posti.

Gesù non intende elaborare una teoria sui ruoli nella società. Propone invece con la sua parabola un cambiamento radicale da un modo di vivere secondo una mentalità di competizione, teso a superare gli altri. Propone uno stile di vita alternativo, in cui i rapporti sono intesi come opportunità di un cammino insieme, dove la vita dell’altro è vista come parte della mia stessa vita: un cammino solidale.

Ma nella parabola di Gesù non c’è innanzitutto un messaggio che smaschera ogni arrivismo, la pretesa di essersi fatti da sé, il vanto vuoto. Il messaggio profondo della parabola ha una valenza propriamente teologica: Gesù sta parlando del volto del Padre. E tale messaggio implica la proposta rivoluzionaria di una modalità di rapporti nuovi in cui venga superata la discriminazione e la disuguaglianza.

E’ infatti il Padre ‘colui che invita alla festa di nozze. E’ lui l’unico che può dire ‘Amico, passa più avanti!’. L’annuncio al centro della parabola riguarda il volto di Dio come ‘colui che invita’: è invito a scorgere l’annuncio della grazia del Dio che chiama ‘amici’ i suoi commensali. Da qui deriva la responsabilità di vivere nella propria vita la testimonianza di questa scoperta: “Quando dai un pranzo o una cena… invita poveri, storpi, zoppi, ciechi e sarai beato perché non hanno da contraccambiarti’.

Il regno di Dio apre ad una situazione nuova di rapporti in cui l’attenzione principale è per coloro che sono agli ultimi posti. La nuova regola che Gesù propone ai suoi è di fare come il padre, che invita, che fa salire. E’ l’invito a prendere le parti di chi sta all’ultimo posto, di chi era considerato da escludere. Anche lo stare ai primi posti non ha altro senso se non quello di farsi accanto, nel sostegno e nella compagnia , condividendo il posto di chi è più svantaggiato. E’ occasione di dare, quando qualcosa si ha, sapendo di aver ricevuto, e di farlo con semplicità. Il suo invito è a far salire al primo posto chiamando ‘amici’ tutti coloro da cui non si può avere contraccambio: perché la gratuità è il volto di Dio.

Alessandro Cortesi op

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La vita dei senza…

Le vite ineguali… è il titolo di un libro dell’antropologo francese Didier Fassin che così scrive: “La vita dei senza. Che siano persone senza permesso di soggiorno, senza domicilio, senza cittadinanza, senza una terra, senza diritti, la possiamo comprendere solo in relazione alla vita dei ‘con’, per così dire, ovvero la vita di coloro che beneficiano di queste cose generalmente date per scontate in una relazione mediata dall’insieme delle istituzioni che contribuiscono a legittimare e mantenere tali disuguaglianze. (…) Considerare la vita nella prospettiva della disuguaglianza (…) permette di passare dall’espressione di compassione al riconoscimento dell’ingiustizia”.

La brava giornalista Francesca Mannocchi, autrice di Io Khaled vendo uomini e sono innocente (Einaudi 2019), riprende le riflessioni di Fassin in un recente articolo su L’Espresso dal titolo ‘La vita dei senza’, del 25 agosto 2019 e scrive:

“I corpi, i volti degli uomini della Open arms (la nave con circa un centinaio di migranti bordo salvati nel Mediterraneo e costretti ad attendere per più di quindici giorni un porto sicuro dove sbarcare ndr) impongono di chiederci se possiamo dirci ancora capaci di ospitalità, del crocevia di cammini – per dirla con Edmond Jabès – che riconosce il valore di chi è accolto e, attraverso l’ospitalità, conferisce valore a chi accoglie. Raccontano la paura dell’hospes che può rivelarsi hostis, cioè dell’ospite che può divenire nemico, o peggio, capro espiatorio quando i sentimenti della cura e dell’ospitalità vengono negati. Perché è dalla nostra capacità di fare spazio all’Altro, qualunque Altro che inaspettatamente bussi alla nostra porta, che dipende la qualità del nostro cammino nel mondo. E con esso il nostro gradi di civiltà. La medesima radice può generare rifiuto o comunità, sta a noi decidere, sempre, da che parte stare. Decidere cioè se Hos diventi ospite, o se invece diventi ostile. (…) Lo straniero ci consegna domande ostiche: la vita di Te che mi tendi la mano ha lo stesso valore della mia? Lo straniero, non il migrante, il rifugiato, il richiedente asilo, il minore non accompagnato – lo straniero, non le griglie semantiche, le categorie burocratiche in cui vogliamo spingere le persone per semplificare le implicazioni sociali della loro biografie – lo straniero, colui che semplicemente diverso da noi perché proviene da un altro paese, ha una storia diversa dalla nostra, è banalmente nato altrove, ci affida con la sua presenza, con la sua richiesta di ospitalità, la responsabilità delle ‘politiche della vita che affrontino gli effetti delle disparità di trattamento e le configurazioni sociali che incorporano tali disuguaglianze. Mentre la politica nazionalista e sovranista, la politica dei confini, impugna rosari appellandosi al cuore immacolato di Maria, la politica progressista, moderna dovrebbe essere capace di leggere il mondo nella sua complessità e di relazionarsi a tale complessità non con soluzioni reazionarie e retrive ma incoraggiando la pluralità. Perché le vite sono plurali”.

Viviamo un tempo in cui la vita dei ‘senza’, di coloro che sono relegati agli ultimi posti e vengono esclusi perché non c’è posto per loro nel mondo impegnato alla rincorsa dei primi posti, è provocazione a scorgere la sfida della costruzione di una comune umanità plurale. Proprio il rapporto con chi sperimenta sulla sua pelle la vita ineguale è luogo di costruzione di un percorso altro, che sappia accogliere l’utopia lanciata da Gesù: ‘invita i poveri alla mensa … e sarai beato perché non hanno da contraccambiarti’.

Apre l’orizzonte di una vita intesa non nei termini del commercio per cui tutto ha un prezzo e ad ognuno è richiesto di essere sempre più ricco per poter comprare, ma secondo un altro criterio che è quello del valore supremo dei volti sopra ogni cosa. I volti degli altri da riconoscere come appello a scoprire il proprio autentico volto e a condividere il comune invito alla tavola della vita.

Alessandro Cortesi op

XXI domenica tempo ordinario – anno C – 2019

IMG_5398Is 66,18-21; Eb 12,5-13; Lc 13,22-30

Nella seconda parte del vangelo di Luca Gesù è presentato nel suo cammino verso Gerusalemme. ‘Passava per città e villaggi insegnando e dirigendosi verso Gerusalemme’. Luca raccoglie in questo cammino vari insegnamenti di Gesù.

Tra altri è affrontata la domanda, dibattuta nei circoli rabbinici: “sono pochi quelli che si salvano?’. Diverse erano le risposte: da posizioni più rigoriste a posizioni più aperte. Gesù non entra nella questione. Ne fa occasione di un richiamo alle esigenze di una salvezza non come privilegio scontato ma cammino di esistenza nell’impegno per la giustizia. L’immagine della porta e il paragone di una festa sono introdotti: ‘Sforzatevi di entrare per la porta stretta, perché molti cercheranno di entravi ma non ci riusciranno. Quando il padrone di casa si alzerà e chiuderà la porta, rimasti fuori, comincerete a bussare alla porta dicendo: Signore, Signore aprici!’.

La porta per entrare nella festa è stretta, entrarvi implica fatica e impegno: il termine utilizzato è ‘lotta’ (agone). L’insegnamento di Gesù suscita una scelta e richiama alla responsabilità.

A chi solleva una sorta di diritto acquisito ad entrare, senza impegno per la giustizia, si oppongono le parole del padrone: ‘Non so di dove siate: andate via da me, voi tutti che operate l’iniquità’. L’accesso è chiuso a chi compie l’iniquità. Chi accampa in qualche modo diritti per aver mangiato e bevuto insieme, perché ‘hai insegnato nelle nostre piazze’ si deve invece confrontare con altri criteri per poter entrare: Chi può attraversare la porta stretta non è chi rivendica una appartenenza anche di tipo religioso o privilegi particolari, ma il passaggio è reso possibile solo per chi compie la giustizia.

Gesù critica la pretesa di ‘salvarsi’ in virtù di una appartenenza religiosa che non coinvolge l’esistenza. E’ il modo di vivere la religione in modo esteriore, con manifestazione di simboli ed ossequi agli aspetti di manifestazione ma senza attuare la giustizia e senza cambiamento del cuore. Di fronte a tale pretesa di ‘diritti acquisiti’ di uso della religione come bandiera culturale, le parole di Gesù contrappongono parole dure: ‘Là ci sarà pianto e stridore di denti, quando vedrete Abramo, Isacco e Giacobbe e tutti i profeti nel regno di Dio e voi cacciati fuori’. L’immagine della porta stretta richiama all’esigenza di una salvezza a caro prezzo, seguendo la testimonianza di Gesù. Per chi compie l’iniquità la porta è chiusa.

Tuttavia la prospettiva indicata è quella di una apertura senza confini. La porta è aperta infatti per chi opera la giustizia anche senza appartenenze religiose riconosciute, anche da lontano: ‘E verranno da oriente e da occidente da settentrione e da mezzogiorno per prendere posto al banchetto nel regno di Dio. E così vi saranno ultimi che saranno primi e primi che saranno ultimi’.

La porta stretta si apre ad accogliere chi non ha titoli di appartenenza o privilegi, chi si comporta nella vita in continuità con i gesti di Gesù: nel prendersi cura per l’altro, nello stare dalla parte di chi è oppresso, nell’impegno per la giustizia e per la pace, nella preghiera di fronte al Padre, nell’intendere la vita come servizio nel quotidiano. Tutti costoro che praticano la giustizia, provenienti da lontano, considerati stranieri ‘siederanno a mensa nel regno di Dio’. Saranno gli invitati nella casa, troveranno la porta aperta e accogliente. Gesù richiama un primato della prassi nell’attenzione all’altro su ogni declamazione di appartenenza e su ogni tipo di devozione. Sono parole per ripensare i cammini personali e lo stile di vita delle nostre comunità.

Alessandro Cortesi op

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Religione e iniquità

E’ elemento assodato dagli osservatori che una delle strategie poste in atto dalla destra sovranista internazionale, di cui alcuni interpreti sono Bannon neegli USA e Orban in Europa, è quella di cercare connivenze e agganci con il sentimento religioso popolare. Solamente in questo modo i progetti sovranisti e populisti possono pensare di avere una durata nel tempo aggregando a sé aspetti che toccano attitudini esistenziali e profondità di appartenenze. Da qui le strategie per impadronirsi e utilizzare simboli religiosi per rassicurare le fasce di popolazione più sentimentalmente legate a quei simboli unendole alla predicazione populista. E si sta via via facendo chiaro che uno dei principali nemici dei progetti sovranisti a livello internazionale nell’attuale contesto è la visione di papa Francesco, visione che non si pone sul piano della strategia politica, ma proprio per questo, per il richiamo a dimensioni di libertà dall’idolatria, per la sua profondità umanistica e dialogica, per la comprensione di una fede ben distante dall’ipocrisia di una religione ripiegata su di sé e quale strumento di interessi mondani, è vista come il nemico numero uno perché destruttura alla radice orientamenti autoritari e si oppone alla strumentalizzazione del popolo.

L’ipocrisia dell’uso di simboli religiosi e del loro contemporaneo svuotamento di significato staccandoli dal vangelo, o utilizzando in modo strumentale riferimenti a testi religiosi in sedi istituzionali è stata ripetuta in questi giorni in Parlamento. Si può scorgere in questo l’espressione di un analfabetismo della grammatica della laicità, di quella laicità testimoniata nel testo della Costituzione in cui valori profondamente legati anche alla fede cristiana hanno avuto una traduzione in termini condivisibili in un quadro di pluralismo.

C’è un problema di fondo che riguarda il modo di intendere la fede e forse è da riprendere la distinzione tra fede e religione. Papa Francesco ne ha recentemente fatto cenno usando l’evocativa immagine del ‘turista nella chiesa’ collegandola all’ipocrisia religiosa che viene meno alla sincerità ( e alla prassi) dell’amore come cura dell’altro:

“L’ipocrisia è il peggior nemico di questa comunità cristiana, di questo amore cristiano: quel far finta di volersi bene ma cercare soltanto il proprio interesse. Venire meno alla sincerità della condivisione, infatti, o venire meno alla sincerità dell’amore, significa coltivare l’ipocrisia, allontanarsi dalla verità, diventare egoisti, spegnere il fuoco della comunione e destinarsi al gelo della morte interiore. Chi si comporta così transita nella Chiesa come un turista. Ci sono tanti turisti nella Chiesa che sono sempre di passaggio, ma mai entrano nella Chiesa: è il turismo spirituale che fa credere loro di essere cristiani, mentre sono soltanto turisti delle catacombe. No, non dobbiamo essere turisti nella Chiesa, ma fratelli gli uni degli altri. Una vita impostata solo sul trarre profitto e vantaggio dalle situazioni a scapito degli altri, provoca inevitabilmente la morte interiore. E quante persone si dicono vicine alla Chiesa, amici dei preti, dei vescovi mentre cercano soltanto il proprio interesse. Queste sono le ipocrisie che distruggono la Chiesa! (papa Francesco, Udienza generale, 21 agosto 2019)

Sono domande poste tempo fa da Antonio Spadaro in riferimento alla situazione italiana nella Civiltà cattolica, recentemente fatto oggetto di scomposti attacchi per aver affermato che “Questo è tempo di resistenza umana civile e religiosa”. All’inizio di quest’anno scriveva:

“Dopo anni in cui forse abbiamo dato per scontato il rapporto tra chiesa e popolo, e abbiamo immaginato che il Vangelo fosse penetrato nella gente d’Italia, constatiamo invece che il messaggio di Cristo resta, talvolta almeno, ancora uno scandalo. Sentimenti di paura, diffidenza e persino odio – del tutto alieni dalla coscienza cristiana – hanno preso forma tra la nostra gente” (Antonio Spadaro, in “Civiltà cattolica” 2-16 febbraio 2019).

Così ha osservato recentemente Alex Zanotelli:

“Quando Salvini, il giorno della conversione in legge del decreto Sicurezza bis, ringrazia la Madonna di Medjugorje sa di richiamare un luogo di culto popolarissimo, dove moltissime persone vanno in pellegrinaggio. Soprattutto fedeli delle regioni del Nord est, dove l’elettorato della Lega è più radicato. Perciò quel tipo di appello ha un significato identitario preciso per il popolo del Carroccio. Evidentemente a Salvini non interessa che il richiamo alla Madonna porti con sé un messaggio esattamente opposto a quello dei decreti Sicurezza uno e due, come insegna il culto della Madonna di Porto Salvo, molto cara ai marittimi e ai pescatori in particolare del Mezzogiorno. Salvini capovolge il messaggio per la sua base elettorale. E infatti parlare di Porto salvo a lui non interessa. Quello che è grave è l’appoggio che ha ricevuto da alcuni settori della Chiesa che dovrebbero chiedersi che razza di Vangelo abbiano annunciato. Ma l’Italia è mai stata evangelizzata?” (Alex Zanotelli, L’ipocrisia religiosa del palazzo, “Il manifesto” 22 agosto 2019).

Alessandro Cortesi op

XX domenica tempo ordinario – anno C – 2019

2c0b8c93-bd5c-49d8-b5c1-ac215616601bGer 38,4-6.8-10; Ebr 12,1-4; Lc 12,49-57

“Sono venuto a portare il fuoco sulla terra e come vorrei che fosse già acceso. C’è un battesimo che devo ricevere; e come sono angosciato, finché non sia compiuto!”

Gesù parla della sua passione come di una ‘immersione’: è un battesimo. Le acque evocano il sovrastare della sofferenza che Gesù patisce nel portare fino in fondo la sua fedeltà al regno di Dio. Questo battesimo è attesa non senza paura e angustia: Gesù di fronte alla passione è consapevole dell’ostilità che si concentra attorno a lui. Non la affronta come un eroe. E’ invece deciso a non venir meno nella fedeltà al Padre nel portare il regno di Dio. Il suo desiderio è che il fuoco che egli è venuto a portare sia acceso. L’immagine del fuoco poteva far riferimento alla parola dei profeti (cfr. Ger 5,14 ad es.) alla fine dei tempi ed al giudizio (Is 66,15; Lc 3,) al dono dello Spirito: Luca presenta infatti le fiamme di fuoco che si dividono e si poggiano sul capo di ciascuno degli apostoli nel mattino della Pentecoste (At 2,3).

Il dono dello Spirito, di purificazione e rinnovamento, è così desiderato come frutto del battesimo, dell’essere immerso nella passione. Gesù, secondo Luca, vive questo desiderio unitamente all’angoscia. C’è un senso della gravità di quest’ora. Da qui anche sorge l’esigenza del prendere posizione di fronte a Gesù e la divisione che ciò comporta: “D’ora innanzi in una casa di cinque persone si divideranno tre contro due e due contro tre; padre contro figlio e figlio contro padre, madre contro figlia e figlia contro madre”. Aderire a Gesù, alla sua persona, conduce a scelte che fanno rifuggire dall’indifferenza.

Le prime comunità si trovarono ad affrontare scelte e ad esse si rivolge Luca. Seguire Gesù non pone ‘contro’ qualcuno, non crea ostilità o rifiuto. L’accento è piuttosto sulla fedeltà a lui che fa sorgere motivi che distinguono i cammini. Luca nel suo vangelo è chiaro nel proporre la linea del discepolo di Gesù come uno stile di testimonianza mite e non violenta, aperta al perdono, anche di fronte al rifiuto. E’ la testimonianza di Gesù stesso davanti alla sua passione.

Luca è consapevole della radicalità della scelta che implica seguire Gesù e della divisione che può produrre proprio perché coinvolge tutta la vita. Ma rimane un seguire Gesù sulla via del suo ‘battesimo’, condividendo il desiderio del dono dello Spirito, con mitezza e sguardo di pace sul mondo, anche verso chi oppone il rifiuto o non comprende.

Alessandro Cortesi op

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Propongo la lettura di una parte della lettera aperta scritta dal gruppo ecclesiale ‘Camminare insieme’ di Trieste dal titolo Un cristianesimo senza Vangelo non è neppure pensabile (in Avvenire, 13 agosto 2019):

“(…) Non possiamo però più tacere lo scivolamento, purtroppo anche di alcune componenti della Chiesa, laiche e pastorali, italiane ed europee, in una visione, in un linguaggio e incomportamenti, silenti o espliciti, che intendono contrastare apertamente le scelte e le parole di papa Francesco, ma soprattutto quelle del Vangelo. Avvertiamo il dovere non solo di condividere la pastorale del Papa, illuminata e riumanizzante, ma di segnalare alcune posizioni che riteniamo distanti dalla fede nel Signore.

Ripensando al Gesù che i Vangeli ci mostrano in cammino lungo le strade della Palestina ad annunciare Il Regno di Dio e a guarire quanti hanno bisogno di cure (Lc 9,11); al Gesù che ci invita ad amare anche i nemici, a non giudicare (Lc 6 e Mt 5), a essere misericordiosi come il Padre (Lc 6,36); al Gesù che offre il suo sangue per la salvezza di tutti (Mt 26,28) e muore sulla croce senza rancore verso coloro che lo hanno condannato (Lc 23,34), promettendo il paradiso a un malfattore (Lc 23,43); al Gesù che per questa sua morte e questa sua vita ha ottenuto il nome che è al di sopra di ogni altro nome (Fil 2,9), riteniamo di poter dire che: sono incompatibili Vangelo e xenofobia, come sentimento di rifiuto del fratello straniero, e innumerevoli sono le conferme di questo in tutta la Bibbia; sono incompatibili Vangelo e nazionalismo, come esaltazione unica di un popolo e come indifferenza verso altri popoli, come Paolo VI dichiarò fin dal 1967; sono incompatibili Vangelo e omofobia, Vangelo e disprezzo di altre forme di religiosità, come rifiuto del fratello; sono incompatibili Vangelo e distacco superbo e pregiudiziale da ogni ricerca diversa, anche non religiosa; sono incompatibili Vangelo e intreccio equivoco con il potere assoluto di qualunque natura, specie di natura corruttiva; sono incompatibili Vangelo e ostentazione di ricchezze e mancata sobrietà di vita economica, personale o istituzionale; sono incompatibili Vangelo e disinvolta accettazione o indifferenza verso povertà, disuguaglianze, vittime di violenze, di guerre odi esodi sofferti; sono incompatibili Vangelo e disimpegno verso il decadimento ambientale del creato.

Esprimiamo perciò preoccupazione per la presenza di un cattolicesimo che tale non è nella sostanza, ma spesso solo nella forma, già archiviato a suo tempo dallo stesso Magistero nel Concilio Vaticano II (…)”

 

 

 

XIX domenica tempo ordinario – anno C – 2019

cristo-con-discepoliSap 18,3.6-9; Ebr 11,1-2.8-19; Lc 12,32-48

‘Non temere piccolo gregge, perché al Padre è piaciuto di darvi il suo regno’. In poche parole Luca descrive la comunità raccolta da Gesù: è una comunità piccola, invitata ad essere consapevole che la sua unica ricchezza è essere orientata al regno. Non deve ricercare una grandezza sua propria, e neppure la sua preoccupazione deve stare nel suo ingrandimento. E’ chiamata a stare nel rapporto col Padre e a non temere. La sua finalità sta nel testimoniare che il regno, un nuovo genere di rapporti in cui si scopre che Dio è vicino ed attuare uno stile di fraternità e condivisione, in cui i poveri e i piccoli sono al centro. Al cuore della vita sta un dono, il regno di Dio, che proviene dal Padre: la sua vicinanza agli ultimi che offe liberazione e salvezza. La cura e la bontà del Signore sono senza misura e ciò è sufficiente a nutrire la speranza e ad indicare il cammino della comunità. Non c’è bisogno di altre sicurezze terrene. La vita della comunità si situa in un orizzonte di gratitudine e di speranza: è dono da custodire nell’impegno.

Lo stile di vita della comunità trae da qui la sua motivazione e il suo orientamento. Non vivere nell’egoismo, ma nella condivisione, non nella ricerca di vantaggi, ma nel rendere grazie e nell’affidamento al Padre, non nella paura o nella lamentela ma nella gratitudine e nella libertà di essere testimoni. Dio non guarda alle cose grandi ma a quelle piccole.

‘fatevi borse che non invecchiano, un tesoro inesauribile nei cieli, dove i ladri non arrivano e la tignola non consuma. Perché là dove è il vostro tesoro, là sarà anche il vostro cuore’. Aver scoperto il dono del regno comporta nel tempo un uso diverso dei beni, un rapporto nuovo con le cose, certamente lo scrollarsi di dosso l’ansia di un potere che deriva dal possesso e dall’avere.

Luca sottolinea poi come usare i beni. ‘State pronti’ è l’invito centrale. Perché essere pronti? Perché il ‘figlio dell’uomo’ – il Signore risorto indicato con questo titolo che invitava a pensare alla fine dei tempi – verrà. La vita dei credenti è segnata da una assenza ma è anche segnata da una attesa di incontrarlo. Gesù non è più presente come prima, ma tornerà. L’invocazione che risuonava nelle prime liturgie cristiane e continua ad essere ripetuta è: ‘Vieni Signore Gesù’.

Luca presenta a questo punto una breve parabola sul ritorno del padrone che torna dalle nozze. I servi sono chiamati ad attuare vigilanza. La vita cristiana richiede un atteggiamento di servizio, non di dominio, di attesa, con uno sguardo rivolto al di là dell’immediato.

Viene così delineata una tensione tra il presente e il futuro. Nell’attesa di un venire del Signore, è importante una azione nel presente per preparare e vivere sin d’ora l’impegno che a Lui fa riferimento. L’invito è a non esaurire le energie nella ricerca di cose che appesantiscono e distraggono dal senso profondo della vita. E viene qui posta la beatitudine per coloro che vigilano: ‘se giungendo nel mezzo della notte o prima dell’alba, li troverà così, beati loro’. Il Signore verrà, ma in modo che non corrisponde a calcoli umani.

Luca descrive il profilo di coloro che seguono Cristo come amministratori: non sono né possessori né padroni, ma persone con un dono e un compito affidato. Persone chiamate ad una responsabilità libera: chiamati ad un servizio, nelle situazioni concrete, nel rispondere e farsi carico. Sta qui la tensione tra l’impegno nel presente e il futuro atteso – in contrasto ad ogni visione che divide città terrestre e città celeste. La fedeltà all’ultimo si attua e si svolge nel penultimo della vita e della storia.

‘State pronti’ ha allora per Luca una forte valenza di attenzione al tempo che ci è dato, alle occasioni, per non lasciarsi distogliere nella ricerca di ricchezze che rivelano la loro vacuità. Sembra anche suggerire che già in questo oggi, nel servizio, si incontra Cristo che ci viene incontro e che verrà. Egli ‘viene a noi incontro in ogni uomo e in ogni tempo’.

Alessandro Cortesi op

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Stare pronti contro la disumanità

Dopo l’approvazione in senato del cosiddetto decreto sicurezza bis che si connota come legge tesa a promuovere quel regime di disumanità che comprende il disinteressarsi dei migranti che fuggono da miseria guerre e persecuzioni e addirittura induce a punire chi intende offrire soccorrso in mare, il ministro dell’interno Salvini ha ringraziato per tale esito la beata Vergine Maria. Un atto che definire blasfemo è poco!

Riflette il volgare cinismo di chi costruisce il consenso sulla presentazione di una realtà costruita artificialmente e propagandata con fake news, sull’induzione del senso di paura per favorire il desiderio di un capo che ponga ordine e dia salvezza e denota una attitudine a porsi come paladino di una religione privata di contenuto e ridotta a strumento del progetto di conquista del potere in forme che forzano il diritto e non riconoscono limiti costituzionali. Anche questo gesto, pur periferico, può essere decodificato come un tassello di un percorso mirante alla costruzione di un regime portando dalla sua parte chi vive un sentimento religioso. Un regime che diviene dominio e non più essere amministratori in vista di un bene comune (che non è somma di interessi di gruppi).

Benché il fascismo sia un’esperienza storicamente situata e conclusa, la mentalità fascista e l’attitudine di intendere il potere secondo modalità di una sovranità di una parte del popolo senza regole e limitazioni, non riconoscendo i limiti ad un esercizio del potere all’interno di una costruzione democratica, e facendo venir meno libertà fondamentali, fino all’uso della violenza, è mentalità presente in tutte le epoche e su cui attuare – da credenti – quella obiezione fondamentale che Dietrich Bonhoeffer presentava nei confronti di Hitler che si andava affermando come astro politico nella Germania degli anni ’30, indicandolo come guida, capo (Führer) che era però divenuto seduttore (Verführer) del popolo tedesco. Una sorta di pifferaio che iniziava ad attirare dietro a sè tutto un popolo conducendolo alla rovina.

Così osserva Aldo Bodrato ne Il Foglio (mensile di cristiani torinesi – giu-lug 2019): “Salvini dunque crede nella Madonna, quanto e forse più che nel Figlio Gesù, detto il Cristo? Ci crede tanto quanto Bossi credeva nella divinità del Po. Alla Lega piace il rito, perché tranquillizza le coscienze, conferma il risaputo e si attaglia ai benpensanti, ben più della fede, delle opere di misericordia e delle speranze. Piace a molti curiali, chierici di diverso grado. Piace ai teologi di professione, protetti da seminaristiche corazze, ai vescovi cultori della religione di Stato e di ogni forma di totalitarismo, che compri il consenso della loro confessione religiosa concedendo privilegi economici, riconoscimento di autorità etica e diritto di interferenza legislativa. Fare di potere politico, potere economico, potere giudiziario, potere militare, potere culturale e potere religioso un tutt’uno, almeno nella forma vulgata di culo e camicia, è il sogno di ogni totalitarismo, anche del più secolarizzato. Infatti la cosiddetta «secolarizzazione» non si limita a negare l’esistenza del Dio del monoteismo cristiano, ma ripristina quel vuoto celeste che consente a ogni potente o aggregato di potenti di costruirsi un pantheon a proprio uso e consumo, compreso quello di un monoteismo imperiale o nazionale”.

L’uso di segni devozionali e invocazioni religiose totalmente separate da un impegno di vita teso all’ascolto del vangelo, costituiscono in tal senso un tassello di quel modo di staccare la chiesa stessa dalla sua chiamata fondamentale a testimoniare il vangelo e trasformarla in una forza condizionata per interesse e calcoli politici e legata in un abbraccio  mortale al potere mondano.

E’ su questa linea che a mio avviso il ‘piccolo gregge’ chiamato a testimoniare il regno di Dio dovrebbe reagire con chiarezza e forza denunciando la deriva di disumanità, come ha fatto Alex Zanotelli (Intervista di Adriana Pollice nel sito del Centro Studi Sereno Regis) che ha detto: “Il parlamento, che rappresenta la legalità, vota un provvedimento illegale. Non è mai successo di violare i diritti costituzionali fino al punto di dire «salvare vite è illegale». E infatti il provvedimento ha dentro di sé, nella parte dedicata agli scioperi, ulteriori norme per rendere più difficile dissentire. È uno strumento contro l’opposizione politica (…) Dobbiamo disobbedire, organizzare la resistenza civile anche pagando in prima persona, sull’esempio della capitana della Sea Watch 3 Carola Rackete, che ha sfidato il dispositivo organizzato dal Viminale per impedire lo sbarco dei naufraghi. Per fortuna ci sono ancora giudici che ci indicano quali sono i diritti fondamentali. Come la gip di Agrigento, Alessandra Vella, che ha chiarito che il dovere primario della capitana era portare i naufraghi in salvo. O il giudice di Trapani Piero Grillo, che ha ritenuto legittima la ribellione di due migranti al capitano del mercantile Vos Thalassa, che voleva riportarli in Libia. Giuseppe Dossetti avrebbe voluto inserire nella nostra Carta il seguente articolo: «La resistenza individuale e collettiva agli atti dei pubblici poteri, che violino le libertà fondamentali e i diritti garantiti dalla Costituzione, è diritto e dovere di ogni cittadino». Oggi ne avremmo avuto bisogno per salvare la nostra democrazia”.

O come don Luigi Ciotti presidente di Libera e Gruppo Abele che dopo la votazione sul decreto sicurezza bis ha dichiarato: “il grado di umanità del nostro Paese si è corrotto. La politica ha tradito la Costituzione, i sogni e gli ideali di chi l’ha pensata e scritta e delle convenzioni internazionali (…) Siamo davanti ad una scelta politica indegna per un Paese che vuole essere democratico non solo di nome ma di fatto un Paese civile. La politica esca dai tatticismi, dai giochi di potere e riduca le distanze sociali e si lasci guidare dai bisogni delle persone”.

Da rilevare anche le parole del card. Gualtiero Bassetti presidente della CEI, in un’intervista apparsa su L’Osservatore Romano 5 agosto 2019 a cura di Andrea Monda: “…si è andata affermando, in nome del “nemico esterno”, islamico o migrante, una cultura identitaria escludente, nella logica dell’amico/nemico. In entrambi i casi c’è una negazione della caritas, dell’humanitas, della pietas e dell’universalismo cattolico. Oggi più che mai, i cattolici devono avere “fede retta e speranza certa” come diceva san Francesco, senza mettersi in fila dietro i pifferai magici di turno. I falsi profeti ci sono sempre stati e sempre ci saranno. Questa è la condizione e la sfida del cristiano di ogni tempo. I simboli religiosi valgono solo nel contesto di una fede vissuta, altrimenti sono una sterile ostentazione”.

In un tempo di falsi profeti e di pifferai capaci di affascinare masse con illusioni e falsità avere occhi aperti per denunciare le facili seduzioni e la blasfemia a fronte del vangelo di Gesù, che è buona notizia di accoglienza e di umanità, si deve accompagnare con un impegno di vigilanza contro la deriva della disumanità, a stare pronti in una resistenza che investe scelte e azioni nel quotidiano.

Alessandro Cortesi op

XVIII domenica tempo ordinario – anno C – 2019

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Rembrandt, La parabola del ricco stolto o il cambiavalute – 1627 (part.)

Qoh 1,2;2,21-23; Col 3,1-5.9-11; Lc 12,13-21

Qohelet è ‘il predicatore’, un sapiente, che inquieta. Di solito gli scritti sapienziali presentano uno sguardo alla realtà concreta del vivere, in termini positivi come spazio in cui entrare in contatto con Dio creatore.

Qohelet invece non si offre indicazioni di una tranquilla saggezza e di giusta valutazione dei beni e delle esperienze. Al contrario di Giobbe, la sua vita è ricca e tranquilla. Ha assaporato la ricchezza, la saggezza, il piacere e il successo (1,12-2,26). Eppure la sua constatazione finale è che tutto questo è ‘vanità’. Tutto è per lui ‘hebel/habel’, termine ebraico che evoca la nebbia, il vapore che si dissolve, la schiuma sulle onde. Qohelet non è fiducioso e ottimista; conosce le esperienze umane, ma ne fa oggetto di coraggiosa e spietata osservazione: in ogni situazione individua contraddizioni, evidenzia l’ipocrisia, la finzione, e la ‘vanità’.

Qohelet smaschera la realtà di una condizione umana penosa che non fa riposare. Denuncia l’attitudine dell’affannarsi all’inseguimento di cose che non appagano le sue attese e lo mantengono continuamente senza riposo e senza pace: “quale profitto viene all’uomo da tutta la sua fatica e dalle preoccupazioni del suo cuore, con cui si affanna sotto il sole? Tutti i suoi giorni non sono che dolori e fastidi penosi; neppure di notte il suo cuore riposa. Anche questo è vanità!”

Gesù ha scelto la condizione di povero, vivendo di ciò che è necessario, non preoccupato solo di sé, attento alla condivisione, vicino ai poveri per liberarli da una condizione di asservimento e disumanità. Ha vissuto come povero per portare ai poveri la bella notizia di un nuovo tipo di rapporti in cui ci si possa scoprire fratelli, solidali nel bisogno, in cui nessuno sia sfruttato o lasciato da solo con i suoi problemi nella condizione di una povertà come esclusione. Dio sta dalla parte dei poveri non perché esclude qualcuno dal suo sguardo ma perché i primi a cui Dio rivolge la sua cura sono le vittime, gli impoveriti, quanti sono non considerati da chi sta al sicuro e lasciati ai margini.

Luca nel suo vangelo presenta alcuni episodi in cui fa emergere come l’inseguimento dei beni costituisce una vera e propria religione, una idolatria. E’ inoltre un luogo di conflitto in cui si viene meno a considerare l’altro fartello se tutto diviene oggetto di bramosia e di ricerca di possesso. a logica di un accumulo di beni cieco ed egoista contrasti con il vangelo. La vita del discepolo sta nell’attesa e nella tensione ad un incontro con il Signore che si è fatto povero. L’incontro comincia sin da qui. “Guardatevi e tenetevi lontani da ogni cupidigia… la vita non dipende dai beni”.

La vicenda del ricco stolto che fa progetti legati all’accumulo anziché pensare che da un momento all’altro può lasciare tutto, è paradigmatica dell’uomo che non comprende più la sua condizione. La possibilità di beni, le ricchezze – sembra dire Luca – recano con sé una sorta di forza magnetica che fa perdere di vista il senso profondo della vita, rende ciechi di fronte alla sofferenza degli altri, non fa capire cosa significa ‘arricchire davanti a Dio’.

Nella parabola presentata da Luca il ricco è stolto perché non valuta il senso del tempo, non coglie la vanità, il limite della vita umana. Il possidente preoccupato di ammassare ed ignaro del tempo che gli è concesso di vivere è additato da Luca ad esempio di quella durezza del cuore e leggerezza che non comprende e vive di illusioni. “Voi dite: oggi o domani andremo nella tal città e vi passeremo un anno e faremo affari e guadagni. E invece non sapete che cosa sarà domani! Ma che è mai la vostra vita? Siete come vapore che appare per un istante e poi scompare” (Gc 4,13.14). Quel ricco è stolto. E stoltezza è l’atteggiamento di chi non tiene conto di Dio (Sal 14,1). Contro questo tipo di stoltezza Gesù propone di valutare il tempo e di pensare che la vita non dipende dai beni.

Alessandro Cortesi op

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Durabilità

E’ scaduto da pochi giorni, il 29 luglio, l’Overshoot Day, il giorno dell’anno in cui si calcola che l’umanità abbia consumato le risorse prodotte dal pianeta nell’intero anno. Oggi la questione dell’uso dei beni e il rapporto con la ricchezza rinvia al rapporto con l’intero ecosistema, col mondo in cui viviamo e di cui siamo parte. Ci sono modi di produrre ricchezza che generano impoverimento. Un impoverimento che presenta contemporaneamente due facce: il versante dell’esclusione di milioni di persone nel mondo dalla possibilità di avere i minimi requisiti per un vita dignitosa e il versante dell’offesa dell’ambiente che viene consumato e devastato da modi di produzione che conducono all’esaurimento delle risorse, a conseguenze di devastazione sulla vita dell’intero ecosistema e dell’umanità.

In un’intervista il gastronomo e sociologo Carlo Petrini (Sostenibilità non si parola vuota, Intervista di G. Fazzini a Carlo Petrini, Avvenire 1 agosto 2019) offre una interessante critica al concetto di sostenibilità: “Preferisco parlare di “durabilità”. Il paradigma oggi vincente teorizza la produzione di beni che deperiscano nel più breve tempo possibile. Questo appartiene ad un’economia che uccide, come dice papa Francesco, perché lascia spazio allo spreco e allo scarto. Ora: le risorse del pianeta non sono finite e noi stiamo andando in sofferenza. Per questo la società civile comincia a chiedere risposte alla politica e all’economia…”

L’osservazione non si ferma alla critica del concetto di sostenibilità ma si fa suggerimento di un passaggio ineludibile oggi a fronte di un sistema economico che sta portando a devastazione delle risorse e aumento delle diseguaglianze, e peraltro alimentando il fenomeno delle migrazioni di mass dovute a conflitti, a catastrofi climatiche e a disparità sociali. Il discorso quindi si concentra sull’urgenza di un nuovo paradigma economico. I riferimenti indicati pur da una posizione laica, sono le linee tracciate nella lettura di Laudato sì e il Sinodo sull’Amazzonia nel prossimo ottobre in cui emergerà fortemente il legame tra sfruttamento della terra e oppressione dei popoli indigeni.

Carlo Petrini indica il valore di alcune voci nell’ambito italiano che propongono una economia di tipo diverso e aggiunge una notazione sul panorama politico: “Non vedo altre strade: se, infatti, da sinistra, la proposta è una versione un po’ più democratica del neoliberismo, non cambierà niente! Abbiamo bisogno di un’economia di comunità, che abbia come interesse principale il riconoscimento della prossimità e la valorizzazione dei territori”.

Comunità, territorio, relazionalità, beni che possano durare nel tempo per essere condivisi: la parabola del ricco che progetta di allargare i suoi granai è quasi il ritratto di un mondo in cui grandi forze stanno progettando ampliamento di guadagni, continuazione di forme di economia di scarto e di impoverimento, non pensando che si avvicina un momento di crisi che comporterà forse la fine di un tipo di presenza umana sulla terra e che richiederebbe un po’ di lungimiranza e impegno in azioni concrete per pensare e preparare un altro futuro possibile.

Alessandro Cortesi op

XVII domenica tempo ordinario – anno C – 2019

IMG_4928Gen 18,20-21.23-32; Col 2,12-14; Lc 11,1-13

Luca presenta Gesù che viene spinto dai suoi ad insegnare a pregare come ha fatto Giovanni. Ciò avviene mentre ‘si trovava in un luogo a pregare’ e solo quando ebbe finito i suoi discepoli si rivolgono a lui chiedendo di insegnare loro a pregare.

Gesù non insegnava ai suoi a pregare, ma pregava. Luca presenta questo insegnamento quasi come una forzatura da parte dei discepoli preoccupati di non essere al pari di altri. La preghiera di Gesù si connota nel vangelo di Luca per essere un’esperienza di allontanamento e di tranquillità. In luoghi deserti Gesù rimane solo, per dare spazio ad una presenza e all’incontro che è cuore della sua esistenza.

Pregare per Gesù non è esercizio interiore né questione di metodo, non è nemmeno qualcosa che si insegna e s’impara. Ha piuttosto a che fare con la relazione, è imparare a stare con Dio stesso, a dargli spazio nella vita, uno spazio che non è fuori della vita ma nella vita stessa. La preghiera per Gesù è lasciarsi coinvolgere in un incontro. Ogni regola, ogni formula è insufficiente e addirittura sviante. Ogni modello nasconde il tradimento del cuore dell’incontro. Sta qui la debolezza e la forza delle poche parole che Gesù lascia ai suoi, il Padre nostro. Una preghiera tutta centrata nel dire a Dio ‘abbà’, balbettio di bambini, apertura ad un Dio che prende in braccio le sue creature, che ha cura e sa ciò di cui abbiamo bisogno.

Al centro della preghiera sta questa confidenza unica e forse solo questo è l’essenziale. E’ l’esperienza insondabile del Padre come Abbà che si comunica. La preghiera è stare nella fragilità di fronte a Dio che vuole bene. La scoperta di Dio che si china sui suoi figli, il Dio vicinissimo e che soffre accanto e con noi.

Le affermazioni presenti nel Padre nostro ed espresse come richieste, di fatto costituiscono affermazioni di fede; Gesù sa bene e lo dice che il Padre conosce ciò di cui abbiamo bisogno’.

Le richieste del Padre nostro divengono allora scoperta di una presenza di Dio vicino. Il nome, la sua santità si sta manifestando. Dio rivela il suo nome quando libera e salva, ed attua il regno quando prende la parte degli oppressi liberandoli. Il suo sta regno sta venendo, nonostante ogni contraddizione. Le prime due richieste riguardano il realizzarsi del progetto di Dio: il suo nome ci è comunicato, il regno viene. Queste formule provengono dalla preghiera ebraica del Qaddish pronunciata a conclusione delle letture nella sinagoga: ‘Esaltato e santificato sia il suo grande nome nel mondo che egli creò secondo la sua volontà; domini il suo regno nel tempo della vostra vita e nei vostri giorni e durante la vita di tutta la casa d’Israele presto e in un tempo vicino’. Così nel Capodanno si dice: ‘Padre nostro e nostro re, perdona e rimetti tutte le nostre colpe…; cancella secondo la tua grande misericordia tutti i nostri delitti’ (Shemoneh Esreh VII). Le altre tre richieste, sono quelle del pane, del perdono e della fortezza nella prova: il pane è necessità quotidiana e semplice dell’uomo. è anche simbolo della comunione, della gioia condivisa e della fraternità con cui si identifica il regno di Dio. Il perdono è movimento che ha origine solamente dall’alto, da Dio, eppure passa attraverso il perdono dato e ricevuto. Anche il perdono è dono da invocare e ricevere, e via per scoprire la possibilità di rapporti nuovi con Dio e con gli altri.

L’ultima invocazione è a non lasciarci soccombere nella prova. Gesù proprio nel momento della prova vivrà un pregare più intenso e diviene esempio per noi (Lc 22,39-46): la lotta è sostenuta nel rapporto profondo con il Padre.

Gesù indica ai suoi uno sguardo al regno dono del Padre e l’impegno per rapporti nuovi. La parabola del giudice iniquo che si lascia smuovere solo dall’insistenza della vedova indica la preghiera può essere respiro che segna tutta la vita. L’incontro con Dio è fecondo oltre ogni attesa: ‘Chiedete e vi sarà dato, cercate e troverete, bussate vi sarà aperto’.

Alessandro Cortesi op

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Pregare nella vita

Troppo spesso la preghiera è relegata ad un fatto religioso staccato dalla vita di tutti, dal quotidiano. Troppo spesso è per questo interpretata in modi che la privano della sua apertura ad essere esperienza possibile, umana, ordinaria. Spesso è soffocata in forme che non hanno nulla da dire e che non incidono in un cambiamento della vita, e non danno gioia. Pensare alla preghiera è lasciarsi riportare al cuore del vangelo oltre i possibili fraintendimenti, perchè prima di tutto è esperienza di incontro e scoperta di presenze.

Parlare della preghiera esige innanzitutto di fare un’operazione di chiarificazione e di semplicità. Una certa educazione ha troppo spesso sottolineato dimensioni non centrali, accessorie: si è finito per confondere la preghiera con le tante parole o con certe forme di ritualità. Il dire le preghiere è divenuto il criterio per assimilare la preghiera ad una serie di parole dette. Trascurando peraltro l’ascolto, la disponibilità ad accogliere senza avere obiettivi di efficienza e di produzione.

La preghiera è spazio regalato all’incontro, le sue radici stanno nell’ascolto, come la vita è nei suoi inizi innanzitutto ascoltare, imparare a vedere, crescere accogliendo una relazione. Stare davanti a… lasciarsi accogliere nel calore di una relazione, nell’avventura di ricercare un volto…

C’è una ritrosia di Gesù nel comunicare ai suoi un metodo, una modalità, una ricetta per pregare. Sta forse in questa distanza un segreto da imparare. La preghiera non è entrare in una dimensione che separa dalla vita ma è forse affinare i sensi per scorgere nella vita il dono di una presenza, vicina, il Dio delle cose e dei volti. Se il primo passo della preghiera è non dire molte parole, ma imparare ad ascoltare, la prima scoperta possibile è che il Dio di Gesù è Dio dell’ascolto, che sa udire il respiro e il grido che proviene dalla vita. E’ questione di presenza, non di parole o di riti particolari.

Abbiamo tutto incasellato in forme liturgiche articolate, raffinate, con la minaccia di non mutare nessun aspetto… ma spesso in questa ritualità non si dà spazio alla vita. La vita che è fatta del rumore e della fatica, della passione e della delusione, del progettare e della cura…

Si impara a pregare ma non perché si ripetono incessantemente esercizi che riportano una mentalità da palestra e generano il sentimento di una capacità e di efficienza di chi è superiore e allenato.

Pregare forse va pensato come respiro: respiro che mette a contatto con un respiro più grande, la brezza di un vento dello Spirito che corre dove vuole, che spalanca finestre chiuse, che guida verso cammini dove scorgere una presenza di Dio lontana dai luoghi deputati. Ma anche respiro per imparare a accogliere le voci delle persone e delle cose: preghiera è poter guardare le cose, le ‘cose’ della creazione e le ‘cose’ di tutti i giorni come via di incontro. Stare nelle cose di ogni giorno apprendendo che in quel tessuto di vita è all’opera Colui che si fa incontro a noi non lontano ma vicino… la sua parola è nel tuo cuore perché tu la compia. E la preghiera può essere respiro non solo che riceve ma che si dà. La vita quotidiana può essere animata da un’aria nuova: l’incontro con Dio della tenerezza e della cura offre un senso, una luce nuova ai piccoli gesti, alle ore di ogni giorno.

Alessandro Cortesi op

Alessandro Cortesi op

XVI domenica tempo ordinario – anno C – 2019

Abramo tre angeli part. Chagall NizzaGen 18,1-10a; Col 1,24-28; Lc 10,38-42

Nella sua vita Abramo vive un’esperienza inattesa e sconvolgente: l’incontro con un Dio che passa come ospite, si fa accogliere e dà inizio ad una vita nuova. Il racconto di quanto accade alle querce di Mamre nell’ora più calda del giorno è espressione di tale evento. Dio si fa incontro presso l’albero e vicino alla tenda. In una prima parte l’accoglienza, nella seconda un colloquio.

Alle querce di Mamre Abramo ospita tre visitatori. “Egli alzò gli occhi e vide che tre uomini stavano in piedi presso di lui”. Non riconosce chi sono. Ma presta loro la sua ospitalità: si mette a correre, lui vecchio nell’ora più calda del giorno: “Appena li vide corse loro incontro…”. Va poi da Sara nella tenda per chiederle di preparare delle focacce. I gesti dell’ospitalità sono sinceri, generosi, immediati. Dopo la prima parte del racconto in cui è Abramo che agisce di più, la seconda parte concentra l’attenzione su Sara e sulla tenda. Sara riceve la promessa di un figlio. E’ una promessa che la fa ridere perché era qualcosa di impossibile (e il nome Isacco verrà da questo riso). E la parola che giunge è: “C’è forse qualche cosa di impossibile al Signore?’. Il Dio visitatore è Dio che suscita vita. L’ospitalità che allarga i pali della tenda alla presenza di ospiti sconosciuti è esperienza in cui si genera una fecondità desiderata e inattesa perché proprio nell’ospitalità si fa esperienza del venire di Dio nella vita. E Jahwè può aprire fecondità inaudite e conosce i segreti dei cuori.

Betania, villaggio vicino a Gerusalemme, era luogo dove Gesù trovava accoglienza presso la casa di amici: Lazzaro, Marta, Maria. Betania è luogo dell’amicizia vissuta, e del riposo che l’amicizia offre. Luca, racconta una scena in questa casa subito dopo la parabola del buon samaritano, da leggere insieme, scorgendo continuità tra la domanda ‘maestro che cosa devo fare per ereditare la vita eterna?’, la parabola del samaritano e l’episodio di Betania.

L’atteggiamento di Marta tutta presa dai molti servizi è presentato spesso come contrapposto a quello di Maria, seduta ai piedi di Gesù. E’ stato così dato risalto la scelta migliore di Maria, la contemplazione in contrasto con l’attività. Ma tale lettura è limitata e forse fuorviante.

Un lettura diversa può essere fatta in una lettura nel contesto: nel capitolo 9 Luca narra la partenza verso la Passione (Lc 9,51). Gesù poi presenta a più riprese le condizioni poste a chi intende seguirlo (9, 57-62), sceglie i settantadue e li invia indicando loro uno stile di vita (10, 1-20), dice che il Padre si rivela ai piccoli (10, 21-24). Racconta poi al dottore della legge la parabola del samaritano (10,29-37), poi visita le sorelle e infine lascia ai suoi la preghiera del Padre Nostro. Il racconto con gradualità delinea il profilo dei discepoli autentici.

Nella parabola del samaritano Gesù aveva indicato quello straniero come colui che sa provare compassione e si è fatto prossimo. Si era fermato e ‘aveva visto’ quell’uomo da soccorrere lungo la strada: ciò che persone religiose avevano pur visto, ma senza fermarsi. Il samaritano aveva agito concretamente ponendo gesti di cura e vicinanza: aveva compreso di essere lì e in quell’ora prossimo a quell’uomo sofferente. Per Gesù ciò che sta al centro e dà senso alla vita è questa cura e questo servizio, il farsi prossimi perché il Dio della Bibbia è Dio che scende a liberare.

Nella casa di Betania, Marta e Maria divengono così quasi due aspetti di un unico profilo che è la vita del discepolo. Il discepolo che accoglie e dona amicizia a Gesù. Esse esprimono così il volto di chi si fa prossimo. Marta è ‘presa dai tanti servizi’. Accanto a lei Maria ascoltava la parola di Gesù. E’ il medesimo atteggiamento dell’indemoniato ‘che stava seduto ai piedi di Gesù’ in attesa di essere liberato (Lc 8,35). Luca non intende contrapporre la contemplazione all’azione, ma nei gesti e negli incontri di Betania ricorda l’essenziale di una vita con Gesù che si delinea come ascolto e come servizio, come prossimità vissuta al Signore e agli altri nei gesti della cura.

Ogni autentica attività di servizio sgorga dall’ascolto della Parola e ogni ascolto significa stare seduti ai piedi di Gesù, gesto proprio del discepolo per vivere quanto lui stesso ha vissuto. La vita del discepolo è indicata nella compresenza di ascolto e servizio. L’ascolto di Gesù si compie in gesti concreti di prossimità. Il servizio vive e si rende possibile nell’ascolto, degli altri e di Dio, in una ospitalità aperta.

Una lettura femminista di questo passo biblico ha aperto anche nuove considerazioni nel pensare alla situazione originaria delle chiese e alla presenza delle donne così come voluto da Gesù nel suo convocare attorno a sè una comunità di uguali: A parere di Elisabeth Schlüsser Firoenza, i due “tipi” costituiti da Marta e Maria non sono in riferimento alla vita attiva e alla vita contemplativa, ma sono due compiti: la “diaconia” e l’“ascolto della Parola”. Il verbo greco diakonèin indica appunto il “servire” e Marta attua un servire che non è preparazione di un pasto. Esso va interpretato allora come il servizio ecclesiale, la diaconia. Dietro la figura di Marta si nasconde quindi il riferimento alla donna responsabile del servizio della comunità cristiana. E la sua protesta a Gesù è perché è lasciata sola con quelle responsabilità. Importante è che la scena avviene nella casa che è proprio il luogo originario delle prime comunità cristiane (e non il tempio e la chiesa!).

«La chiesa domestica era l’inizio della chiesa in una determinata città o in una regione; offriva spazio per la predicazione della Parola, per il culto, come pure per la mensa comune, sociale ed eucaristica … La chiesa domestica, per la sua ubicazione, offriva uguali opportunità alle donne, perché tradizionalmente la casa era considerata la sfera propria delle donne e le donne non erano escluse dalle attività che vi si svolgevano … la sfera pubblica nella comunità cristiana era nella casa e non fuori. La comunità era ‘nella casa di lei’. Perciò sembra che la domina della casa in cui si riuniva l’ekklesía avesse una responsabilità di primo piano per la comunità e per le riunioni nella chiesa domestica… In conclusione: la letteratura paolina e gli Atti ci permettono ancora di riconoscere che le donne avevano il loro posto fra i missionari e i leaders più eminenti del movimento cristiano primitivo. Erano apostole e ministri come Paolo e alcune erano sue collaboratrici. Insegnavano, predicavano e gareggiavano nella corsa per l’evangelo. Fondarono chiese domestiche e, come eminenti ‘patrone’, usarono la loro influenza a favore di altri missionari e cristiani. Se paragoniamo la loro funzione direttiva con il ministero delle diaconesse venute più tardi, colpisce il fatto che la loro autorità e il loro ministero non erano limitati alle donne e ai bambini e non erano esercitati solo in ruoli e funzioni specificamente femminili» (E.Schüssler Fiorenza, In memoria di lei, 201-202).

Alessandro Cortesi op

immagine-pixellataInvisibili

In Italia le conseguenze di norme governative che mirano ad ottenere facile risonanza mediatica senza risolvere i problemi della povera gente stanno producendo una nuova categoria di persone: i cosiddetti ‘invisibili’, quelli che non devono stare da nessuna parte, gli sgomberati e gli esclusi, senza differenza tra provenienze etniche o geografiche. Sono le vittime della politica delle ruspe. Sono i centomila invisibili che progressivamente occupano le pieghe marginali della vita sociale e delle nostre città, con sofferenze che non si possono comprendere e con conseguenze devastanti per la stessa vita sociale.

“Italiani e immigrati, rom e sinti, il popolo degli almeno centomila invisibili che nessuno riuscirà mai a censire, già finiti o destinati a finire nei prossimi mesi sotto la ruspa di Matteo Salvini. (…) Persone di ogni etnia che, anche se prese in carico dai servizi sociali dei Comuni nell’immediatezza degli sgomberi, dopo un’accoglienza temporanea in dormitori o case famiglia finiscono per tornare in strada o in altre occupazioni abusive. Nessuno dunque sa veramente quanti siano gli invisibili che abitano le strade delle periferie, i portici delle stazioni o i giardini pubblici. Quel che è certo è che la raffica di sgomberi senza alcun piano preventivo di ricollocamento ordinata da Matteo Salvini, dalle baraccopoli-ghetto degli immigrati ai centri di accoglienza, dalle occupazioni di palazzi ai campi rom, ne ingrossa le file. Creando tutto fuorché sicurezza. L’unico numero certo è quello che si riferisce ai migranti ed è una delle medaglie che Salvini si appunta fiero al petto. In un anno di sua presenza al Viminale, gli immigrati nel circuito dell’accoglienza sono scesi da 167.000 a 107.000. Sessantamila persone fuori da strutture grandi e piccole, che si sommano alle diecimila che già vivevano nelle baraccopoli in Calabria e in Puglia”. (Alessandra Ziniti, Centomila invisibili, “La Repubblica” 17 luglio 2019)

E’ questo il quadro di un Paese in cui non si sta attuando alcuna scelta per governare la complessità dei problemi, ma si rincorre l’acclamazione di chi ha bisogno di illusioni, la rabbia di chi vuole presentato un capro espiatorio colpevole dei propri disagi, il plauso per chi sa essere il più sbruffone, bullo con i deboli e imbonitore di folle delle piazze virtuali.

In questo clima in cui prevale la barbarie e il cinismo del linguaggio e delle azioni si sono levate in questi giorni voci insolite, che provengono dal silenzio, allarmate e sofferenti, che richiamano ad un rispetto dei riferimenti fondamentali di umanità e di accoglienza soprattutto per chi è più vulnerabile: sono le voci dei monasteri di clarisse e carmelitane che hanno scritto al presidente Mattarella, ricordando che “solo la paziente arte dell’accoglienza reciproca può mantenerci umani e realizzarci come persone”.

“Tramite voi chiediamo che le istituzioni governative si facciano garanti della loro dignità, contribuiscano a percorsi di integrazione e li tutelino dall’insorgere del razzismo e da una mentalità che li considera solo un ostacolo al benessere nazionale. Accanto alle tante problematiche e difficoltà ci sono innumerevoli esempi di migranti che costruiscono relazioni di amicizia, si inseriscono validamente nel mondo del lavoro e dell’università, creano imprese, si impegnano nei sindacati e nel volontariato. Queste ricchezze non vanno svalutate e tante potenzialità andrebbero riconosciute e promosse. La nostra semplice vita di sorelle testimonia che stare insieme è impegnativo e talvolta faticoso, ma possibile e costruttivo. Solo la paziente arte dell’accoglienza reciproca può mantenerci umani e realizzarci come persone. Siamo anche profondamente convinte che non sia ingenuo credere che una solidarietà efficace, e indubbiamente ben organizzata, possa arricchire la nostra storia e, a lungo termine, anche la nostra situazione economica e sociale. È ingenuo piuttosto il contrario: credere che una civiltà che chiude le proprie porte sia destinata ad un futuro lungo e felice, una società tra l’altro che chiude i porti ai migranti, ma, come ha sottolineato papa Francesco, «apre i porti alle imbarcazioni che devono caricare sofisticati e costosi armamenti». Ciò che ci sembra mancare oggi in molte scelte politiche è una lettura sapiente di un passato fatto di popoli che sono migrati e una lungimiranza capace di intuire per il domani le conseguenze delle scelte di oggi” ( Clarisse e Carmelitane scalze di Monasteri italiani, Noi, sorelle, preoccupate e in preghiera per questo Paese e i migranti senza voce, “Avvenire” 14 luglio 2019)

La mentalità di razzismo, di esclusione, di rifiuto di gestire con criteri di giustizia e solidarietà la situazione di tanti non è solo emergenza in Italia. Di fronte alle scelte dell’amministrazione Trump negli USA si sono pronunciati i vescovi soprattutto in considerazione delle condizioni di numerosi bambini spaventose e inaccettabili. In una lettera a Trump il presidente dei vescovi statunitensi, il cardinale Daniel Di Nardo a nome della Conferenza episcopale scrive: «possiamo e dobbiamo rimanere un Paese che offre rifugio ai bambini e alle famiglie in fuga dalla violenza, dalle persecuzioni e dalla povertà estrema».

«Questa indicibile conseguenza di un sistema di immigrazione fallito, insieme alle crescenti segnalazioni delle condizioni disumane in cui versano i bambini sotto la custodia del governo federale alla frontiera statunitense, scuotono la coscienza e richiedono un’azione immediata».

Con riferimento alla foto del migrante che ha trovato la morte insieme alla sua figlia nel tentativo di attraversare il Rio grande scrive: «Questa immagine grida giustizia al cielo e mette a tacere la politica… Chi può guardare questa immagine e non vedere i risultati dei fallimenti di tutti noi nel trovare una soluzione umana e giusta alla crisi dell’immigrazione? Purtroppo questa immagine mostra la situazione quotidiana dei nostri fratelli e sorelle. Non solo il loro grido raggiunge il cielo. Raggiunge tutti noi e ora deve raggiungere il nostro governo federale. Tutte le persone, indipendentemente dal loro Paese d’origine o dal loro status giuridico, sono fatte a immagine di Dio e devono essere trattate con dignità e rispetto».

Mons. Raffaele Nogaro, parlando delle norme in vigore e in via di approvazione in Italia in una intervista ha detto: «Sono indignato verso alcune norme, volute dal governo e approvate dal Parlamento, che sono violente, che calpestano la dignità degli esseri umani e offendono la vita umana. Purtroppo le parole brutali del ministro Salvini sul tema della sicurezza vengono accolte con simpatia da molti cattolici, ma anche da tanti preti e diversi vescovi». (…) «Non è possibile affermare la sicurezza di alcuni compromettendo la vita e la dignità di altre persone che sono in difficoltà, come i migranti. Il primo decreto sicurezza, e ora anche questo decreto bis, se verrà approvato, condannano i poveri e i migranti. Ma condannano anche coloro che li salvano e li difendono. E lo fanno creando ed alimentando menzogne sull’opera delle persone e delle organizzazioni di buona volontà, come le ONG. Per questo dico che l’unica via è la disobbedienza civile a queste leggi ingiuste» (Luca Kocci, Monsignor Nogaro: ‘Disobbedienza civile contro le leggi ingiuste’, “Il manifesto” 17 luglio 2019).

In questa situazione del mondo nel cuore dell’estate di quest’anno 2019 ascoltiamo le pagine dell’ospitalità di Abramo e della accoglienza di Gesù nella casa di Marta e Maria quale richiamo al cuore del vangelo da attuare nella nostra vita.

Alessandro Cortesi op

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