la parola cresceva

commenti alla Parola della domenica e riflessioni

IV domenica di Pasqua – anno B – 2018

IMG_0318.JPGAt 4,8-12; 1Gv 3,1-2; Gv 10,11-18

La figura del pastore nel IV vangelo si delinea in contrapposizione a tre diverse e opposte figure, il ladro, l’estraneo e il mercenario.

Gesù è il pastore che da’ la sua vita per le sue pecore. In queste parole sta il riferimento alla figura del servo di Jahwè che ‘non ha apparenza né bellezza per attirare i nostri sguardi, non splendore per provare in lui diletto…si è caricato delle nostre sofferenze, si è addossato i nostri dolori… Egli è stato trafitto per i nostri delitti, schiacciato per le nostre iniquità. Il castigo che ci dà salvezza si è abbattuto su di lui, per le sue piaghe noi siamo stati guariti… era come agnello condotto al macello (Is 53,3-7). Paradossalmente la figura di colui che è sfigurato, davanti al quale ci si copre il volto, è presa per indicare il volto di Gesù, pastore bello. La sua bellezza manifesta la gratuità che segna la sua vita, il dono della sua esistenza….

Il pastore indicato nel IV vangelo porta in sé infatti i tratti sconcertanti della figura del servo che si offre per tutti. Il mercenario, presta servizio fino al momento in cui può ricavare utilità. non si coinvolge in una relazione con gli altri, ne cerca solo vantaggio e utile. Gesù ha fatto della sua vita un dono per tutti. Vive un rapporto unico come quello del pastore con il suo gregge.

Il pastore conosce le sue pecore: conoscere nel IV vangelo indica una relazione nella reciprocità: così anche le pecore conoscono… e le mie pecore ‘conoscono me’. C’è una relazione particolare che conduce chi ha incontrato Gesù ad entrare nell’amore che lega il Figlio con il Padre: ‘come il Padre conosce me e io conosco il Padre’.

‘Non vi chiamo più servi, ma vi ho chiamati amici’. Incontrare Gesù è cammino di amicizia, chiamata ad un amore che coinvolge l’esistenza. E’ il dono ed il progetto di vita che viene proposto a chi si apre all’incontro con Gesù.

La conoscenza tra il Figlio e il Padre è dono e di accoglienza di amore che circola e di reciprocità di vita; così il ‘conoscere’ che lega Gesù a noi. E’ dono perché Gesù offre la vita per noi e conoscere lui è entrare in una intimità di vita per compiere scelte come le sue.

L’immagine del pastore apre a guardare oltre i confini: ‘ho altre pecore che non di quest’ovile; e anche queste io devo condurre; ascolteranno la mia voce e diventeranno un solo gregge e un solo pastore’. Gesù attua un raduno nel donare la sua vita: la sua testimonianza è forza che genera la possibilità di un incontro nuovo e di una unificazione nella diversità laddove c’era dispersione e lontananza.

Lo sguardo di Gesù va oltre ogni ovile che tiene chiuso il gregge in una situazione di tranquillità. La sua vita è non per il privilegio di qualcuno, ma per la condivisione. La radice di un tale sguardo che si allarga sta nella sua libertà, attitudine che si esprime nel donarsi: ‘io offro la mia vita, per poi riprenderla di nuovo. Nessuno me la toglie, ma la offro da me stesso, poiché ho il potere di offrirla e il potere di riprenderla di nuovo’.

La bellezza del pastore è la gratuità e la libertà con cui offre la sua vita. Nel dono di questa libertà nell’incontro è situato il percorso della nostra vita. il disegno di salvezza del Padre ha di mira una comunità nuova, un gregge oltre ogni confine, che sta in altri ovili. Siamo chiamati a testimoniare che solo la bellezza – frutto della gratuità e della libertà del dono di sè – può salvare il mondo.

Alessandro Cortesi op

IMG_1652.jpgOltre i recinti

“Afef è la narratrice, introduce poi si ferma mangiucchiandosi le dita: «Ma come sono andata?». «Brava, solo alza la voce». I professori incoraggiano. Bruno Nataloni, insegnante di religione, è anche attore. Paolo Bosco, docente di italiano che fa l’ora di alternativa, ha scritto il canovaccio con gli alunni della seconda B tenendo insieme il racconto biblico sul figlio di Giacobbe e Rachele, ripreso anche dal Corano e rivisitato da Thomas Mann in una sua opera. Dentro c’è tutto: l’amore, i sogni, la cacciata dello straniero, il bivio nella scelta tra vendetta e perdono. Prove di teatro in classe che in realtà sono prove di integrazione. È l’ora del dialogo. Tra mondi, culture, religioni. Alle medie Saffi, scuola nel quartiere popolare e multietnico di Bologna, l’ora di religione cattolica si fa insieme all’attività alternativa. Almeno, lo si sperimenta. È un progetto annuale votato dal collegio dei docenti, condiviso coi genitori. Invece di dividere gli studenti, i quattro insegnanti dell’istituto dove sei ragazzini su dieci hanno genitori stranieri (l’80 per cento in alcune classi), hanno deciso di unire le lezioni stando in aula in due”  (Ilaria Venturi L’ora delle religioni In aula lezione di dialogo, “la Repubblica” 17.04.2018).

La lettura del giornale quotidiano è spesso motivo di sconforto per le tante notizie che offrono il panorama di una realtà mondiale segnata da violenza, esclusione dell’altro e scelte di guerra. Talvolta tuttavia si trovano notizie – come questa – che fanno respirare ed aprono orizzonti nuovi. Raccontano di tentativi di superamento di ristretti recinti. Parlano dell’inventiva di chi cerca nel proprio quotidiano di creare occasioni di conoscenza, incontro e comprensione. Nonostante le tante difficoltà e crisi la scuola è luogo in cui si attua, nel quotidiano spesso pesante, il processo di interrelazione tra generazioni, tra persone diverse, tra culture. C’è spazio ancora per andare oltre ristretti recinti e aprire nuove vie di fronte alle sfide educative del presente.

“In alcune scuole dei quartieri di Bologna con un’alta percentuale di studenti stranieri, i docenti hanno abbandonato l’insegnamento tradizionale della religione per coinvolgere tutta la classe in un progetto dedicato alla cultura religiosa. E le religioni di tutto il mondo sono diventate un «pretesto» per tenere unita la classe e per allenare bambini e ragazzini all’integrazione. Risultato: sono sempre meno gli studenti figli di genitori atei o di religioni diverse da quella cattolica che lasciano la classe durante l’ora di religione. Si sta tutti insieme e si impara cosa è importante nella cultura di ciascuno” (Daniela Corneo, L’ora di religioni nella scuola multietnica, “Corriere di Bologna” 7.04.18)

Sperimentare modi nuovi di affrontare le tradizioni religiose per farne motivo di ricerca, di conoscenza dell’altro, di individuazione di vie per costruire una convivenza solidale, scorgere che un approccio serio all’esperienza religiosa è luogo per un interrogarsi insieme da parte di chi vive una fede e da parte di chi non si riconosce in un’esperienza religiosa. Sono queste le sfide di un presente che guarda al futuro delle generazioni più giovani e per quelle che verranno. Nel quadro desolante dei ripiegamenti identitari e della superficialità con cui oggi si pensa alla politica, esperienze di questo tipo sono luci che indicano una creatività possibile.

“I docenti di religione delle medie Saffi portano in classe i diversi testi religiosi, li studiano, trovano le somiglianze, gli incroci, le sovrapposizioni. Letterarie, storiche, culturali. In supporto, sull’analisi dei testi, c’è sempre il docente dell’attività alternativa, spesso un prof di italiano. «E poi porto in classe — dice Nataloni — anche il testo della Costituzione, perché tutto deve essere fatto dentro questa cornice che ci dà diritti, doveri, regole».

Si tratta di un tentativo, una sperimentazione appunto, altre vie certamente sono possibili e da tempo sono individuate e proposte da chi s’interroga sulla sfida che il mondo plurale pone all’educazione, alla scuola, alle comunità di fede, anche nel ripensamento dell’insegnamento riguardo all’esperienza religiosa ed alle religioni nella scuola.

Sono tentativi che fanno sorgere gratitudine per chi ha avuto la capacità inventiva di porli in atto e che indicano vie a cui fare maggiore attenzione per far sì che nei luoghi del vivere sociale si promuovano esperienze per abbattere le tante barriere di separazione e di intolleranza, i tanti recinti che generano esclusione ed incomprensione dell’altro.

Alessandro Cortesi op

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III domenica di Pasqua – anno B – 2018

IMG_2886.JPGAt 3,13-19; 1Gv 2,1-5a; Lc 24,35-48

All’inizio della vita della comunità cristiana sta l’annuncio che Gesù Cristo è risorto: nel libro degli Atti si possono rintracciare gli schemi fondamentali della prima predicazione cristiana soprattutto quando sono riportati i discorsi degli apostoli. A Gerusalemme  Pietro (At 3,12-26) pone in risalto da un lato l’agire degli uomini, l’ignoranza, il rifiuto, il rinnegamento e l’uccisione di Gesù; per contro l’azione di Dio che non ha lasciato Gesù nella morte ma lo ha ‘rialzato’: è lui il Padre, Abbà a cui Gesù, il Figlio ha affidato la sua vita.

Con il suo intervento di vita il Padre ha portato a compimento ‘ciò che aveva annunziato per bocca di tutti i profeti, che cioè il Cristo sarebbe morto’. Pasqua è evento di passione morte e risurrezione. Luca insiste sul fatto che la passione di Cristo è stata predetta dai profeti (cfr. Lc 9,22; 18,31, 22,22; 24,7; At 2,23; 3,18; 4,28). Non si tratta del compimento letterale di una previsione; piuttosto, e molto più profondamente, di una coerenza tra l’agire di Dio nella storia della salvezza e la vicenda di Gesù di Nazaret. La passione e la morte di Cristo sono lette come adempimento del farsi vicino di Dio all’umanità e rinnovamento dell’esperienza dei profeti. Cristo compie le Scritture perché sceglie le vie dell’inermità, del servizio, del prendere le sorti dei disprezzati e allontanati, la via della misericordia. Al centro la testimonianza della morte e della risurrezione di Cristo.

La prima comunità sperimenta il rischio di dimenticare che Gesù aveva scelto di vivere come povero, con i poveri di Jahwè. Nel suo vangelo Luca presenta questo nel percorso di Gesù in libertà e decisione verso Gerusalemme: sapeva che lì avrebbe incontrato il rifiuto e la condanna. La risurrezione è evento di conferma da parte del Padre che la via percorsa da lui verso Gerusalemme è la via della vita e della risurrezione. Il crocifisso è stato glorificato dal Padre.

Nel suo vangelo Luca presenta un incontro con il Risorto a Gerusalemme, centro del suo vangelo, là dove tutto era iniziato, nel tempio di (Lc 1,8). Gli undici e gli altri con loro vivono in modo nuovo l’incontro con Gesù.

Luca nel suo racconto è preoccupato di affermare che il Risorto è il medesimo e la sua presenza è viva e reale. L’incontro con lui è autentico e segna in modo inatteso un nuovo inizio. Intende così contrastare interpretazioni puramente spiritualistiche, presenti forse nella sua comunità, di chi deprezzava la corporeità affermando la risurrezione come una sorta di immortalità dell’anima ma nulla più.

L’incontro con Gesù risorto coinvolge l’esistenza: Gesù non è un fantasma, ma invita i suoi ad incontrarlo in modo nuovo: ‘Sono proprio io’. La relazione con lui segna la vita nella sua concretezza. Luca narra che Gesù chiede di mangiare con loro, accoglie il pesce arrostito che gli è porto e condivide con i suoi.

Gesù rimane, ora in modo nuovo. Luca con il suo racconto intende indicare alla sua comunità in quale modo pè possibile vivere l’espereinza dell’incontro con il Risorto. Al centro sta un’esperienza di fede. Nel mangiare insieme la comunità scoprirà la sua presenza. Gesù in mezzo ai suoi apre all’intelligenza delle Scritture: tornare alle Scritture sarà un altro luogo di incontro reale con lui. ‘Pace a voi’: è il saluto che racchiude il dono del risorto ai suoi. Il dono della pace, accolta e da trasmettere, è forza per essere testimoni.

Alessandro Cortesi op

 

aeham_ahmad_damascoPace

La parola ‘pace’ è alla radice di molti tipi di saluto nelle diverse culture. Sia nelle parole, si pensi a shalom / salam aleikum, sia nei gesti che accompagnano il saluto. Talvolta il portare la mano al cuore o il congiungerle con un inchino si fa augurio di pace, un sentimento che tocchi l’interiorità e divenga riconoscimento grazioso dell’altro. Il rinvio alla pace fa parte del modo di porsi davanti al volto e alla vita da accolgiere, a cui lasciare spazio, a cui offrire sguardo di benevolenza.

Nel tempo presente il saluto di ‘pace’ è svuotato e negato dalle diverse forme dell’ingiustizia, della violenza nella molteplicità delle sue forme e dalle minacce di guerra. La pace quale possibilità di vita buona e costruzione di rapporti di riconoscimento è minacciata sia da armi, sofisticate e terribili, sia dall’affermarsi di rapporti di oppressione e di esclusione.

L’augurio pace risuona ma pace non c’è. Anzi sembra proprio che prevalga l’ingiustizia e la scelta delle armi per risolvere i conflitti.

In questi giorni di Pasqua varie azioni di ferocia e violenza inaudita, atti che si delineano come crimini contro l’umanità sono stati compiuti in diverse regioni. Ai confini della Turchia nella regione del Rojava contro la popolazione curda della regione l’esercito turco sta conducendo bombardamenti su villaggi e azioni di guerra denominando tale azione ‘ramoscello d’ulivo’. In Siria bombardamenti con l’uso di sostanze chimiche nel quartiere di Ghouta e poi di Douma alla periferia di Damasco con uccisione di centinaia di bambini ad opera delle forze governative del dittatore Assad. Ai confini della striscia di Gaza dove l’esercito israeliano ha sparato contro manifestanti palestinesi nella ‘marcia del ritorno’ che intendeva ricordare la sofferenza del popolo palestinese per la perdita della propria patria nel 1948 e il diritto al ritorno. Azioni di violenza inaudita, azioni di eserciti tra i più armati del mondo perpetrate contro popolazioni inermi come a Gaza. Crimini contro l’umanità su cui, a parte esili voci e richieste dell’ONU per un’inchiesta internazionale poi respinta, è calato il silenzio a livello di opinione pubblica internazionale. E’ l’indifferenza si diffonde nel senso di impotenza e nella passiva accettazione, nell’abitudine a ricevere notizie, immagini di una ferocia senza limiti. La situaizone che oggi viviamo è quella di una violazione continua del saluto ‘pace’ trasformato nel suo contrario, offesa di guerra, umiliazione dell’altro.

L’invito di papa Francesco è grido ripetuto: lo scorso 1 aprile nel messaggio pasquale ha chiesto ai responsabili di fermare immediatamente lo “sterminio in corso in Siria dove la popolazione è stremata da una guerra che non vede fine”; e ha aggiunto la sua invocazione a pregare “per tutti i defunti, i feriti le famiglie che soffrono… per i responsabili politici e militari… scelgano l’altra via, quella del negoziato, la sola che può portare a una pace che non passi da morte e distruzione”.

Nel buio della violenza, dello sterminio e dell’uso di armi atroci che viene condotto in Siria un’immagine richiama al desiderio di pace più forte della guerra.

Aeham Ahmad è un giovane siriano nato nel 1988 a Damasco. Appartenente ad una famiglia palestinese di profughi viveva in Siria nel campo rifugiati di Yarmouk. Sin da bambino è stato educato a studiare la musica e ha proseguito negli anni questa passione. Ma dal 2011 dopo la feroce repressione di Assad dei movimenti della primavera araba la Siria è divenuto un paese segnato da guerra e violenze, sino ad essere devastato e distrutto.

L’immagine di Aeham seduto al pianoforte di fronte alle rovine di un palazzo crivellato da proiettili e bombe fu nel 2015 un segno della resistenza di note di pace, la forza della musica a fronte della immane potenza distruttiva delle armi e della malvagità umana. Nel 2015 Aeham è stato costretto così ad abbandonare il campo rifugiati di Yarmouk prima assediato dalle forze governative e ridotto alla fame, poi dall’arrivo dell’Isis. Ha lasciato la Siria e la sua casa trovando accoglienza in Germania dove ha potuto continuare e praticare la musica. Oggi portando nei suoi concerti quella musica che invoca pace. Il pianista di Yarmouk (ed. La nave di Teseo) è libro che raccoglie la sua storia. Una storia che richiama al saluto di ‘pace’ più forte come desiderio di ogni devastazione e deserto creato dalle armi.

Alessandro Cortesi op

 

 

 

 

 

 

 

II domenica di Pasqua – anno B – 2018

immagine TommasoAt 4,32-35; 1Gv 5,1-6; Gv 20,19-31

La pagina degli Atti degli apostoli descrive lo stile di una vita comune radicata sul vangelo: la fede nel Cristo risorto genera una vita nuova. Da qui la condivisione dei beni, la fraternità e la testimonianza comune: “La moltitudine di coloro che erano venuti alla fede aveva un cuore solo ed un’anima sola e nessuno diceva sua proprietà quello che gli apparteneva, ma ogni cosa era fra loro comune… Nessuno infatti tra loro era bisognoso, perché quanti possedevano campi o case li vendevano”. Il centro pulsante da cui sgorga la vita di questa comunità è la risurrezione di Gesù: “Con grande forza gli apostoli rendevano testimonianza della risurrezione del Signore Gesù”.

“Beati quelli che, pur non avendo visto crederanno”. Il IV vangelo presenta un itinerario del credere: Tommaso è testimone di questo itinerario e il suo profilo ritrae quello di ogni discepolo chiamato ad un cammino mai concluso. Tommaso è spinto infatti a passare da un rapporto con Gesù che esige evidenze, fondato sui segni ad un vedere nuovo al credere che si affida. E’ passaggio al credere in rapporto a Gesù risorto.

Gesù si dà ad incontrare vivente ai suoi discepoli dopo la sua morte: si presenta rompendo una condizione di chiusura e di paura. Nell’offrire una narrazione di tale esperienza il IV vangelo insiste su due aspetti: Gesù Risorto, che si presenta in mezzo a loro, portando pace e donando lo Spirito è il medesimo Gesù di prima, è colui che è passato attraverso la sofferenza e la morte. La condizione nuova di vita non elimina la passione e la morte: “…mostrò loro le mani e il costato”. Sulle mani e il costato stanno i segni delle ferite. Gesù accompagna ad incontrarlo nel tener conto di tutto il suo cammino.

Ora si presenta in una condizione nuova: è il medesimo ma la sua presenza non è più come quella di prima. Ora l’incontro con lui diviene possibile in un modo nuovo. Gesù accompagna ancora con pazienza al passaggio del credere: reca ai discepoli i suoi doni, la pace, lo Spirito. Fa sorgere una gioia profonda nel cuore: l’incontro con lui sarà vissuto nell’accogliere la missione che lui affida.

Gesù è quindi il medesimo che ha percorso le strade della Palestina, che ha incontrato i suoi e ha annunciato il regno di Dio, morendo sulla croce, e nello stesso tempo egli è diverso, è il Risorto, e fa entrare i suoi in una nuova comunione con lui.

E’ dato un nuovo dono, lo Spirito: sul primo uomo Adamo Dio aveva alitato un soffio di vita (Gn 2,7), ora il soffiare di Gesù sugli apostoli è dono dello Spirito che sgorga dalla Pasqua: il IV vangelo suggerisce così che una nuova creazione che ha inizio. Sulla croce l’ultimo respiro di Gesù è consegna dello Spirito Santo (Gv 19,30: Ed egli chinato il capo donò lo Spirito). Lo Spirito è donato per continuare l’opera di Gesù di riconciliazione e perdono.

“Come il Padre ha mandato me così anch’io mando voi”: l’invio degli apostoli ha le sue radici nella missione del Figlio da parte del Padre, affonda le sue origini nel mistero della vita trinitaria e vive nel soffio dello Spirito quale dono della Pasqua. ‘come il Padre, così…’ non è indicazione di un esempio da imitare ma indica che solo radicandosi nella vita d Gesù si trova forza per poter essere testimoni: la missione del Padre è al centro e genera l’invio degli apostoli/inviati ad essere continuatori dell’opera di salvezza di Cristo.

“Molti altri segni fece Gesù in presenza dei suoi discepoli, ma non sono stati scritti in questo libro. Questi sono stati scritti, perché crediate che Gesù è il Cristo e perché, credendo, abbiate la vita nel suo nome”. In queste parole è racchiuso il senso dell’intero IV vangelo: un invito e aiuto per ‘continuare a credere’. Il percorso del credere è orientato ad avere la vita inserita nel dono della comunione del Padre e del Figlio.

Alessandro Cortesi op

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Papaveri

Ancora la primavera quest’anno è timida, raggelata da recenti nevicate e improvvisi sbalzi di temperature, da giornate di pioggia e vento che sbatacchiano le esili gemme e i fiori sbocciati quando la luce del sole è riuscita a bucare le nubi e la terra ha comunicato il calore accolto. A breve appariranno in luoghi spesso insoliti i papaveri. E si affacceranno sui cigli delle strade, nelle fessure dei muri a secco lungo i sentieri, nelle massicciate delle ferrovie, sfidando con una esile forza le folate d’aria, le intemperie, con i petali quasi di esile carta stropicciata.

I papaveri con il loor colore rosso fuoco sono un fragile ricordo e rinvio allo Spirito che soffia nella creazione. Sono richiamo al colore acceso che interrompe il verde come fiammella di fuoco vivo e si affaccia al primo ingiallire di campi di grano che maturano. Sono annuncio di pentecoste come soffio dello Spirito che comunica forza di vita.

Il Cristo dei papaveri è una raccolta di gemme poetiche di Christian Bobin, parole di un dialogo essenziale con il Tu vivente del risorto “novantanove scaglie scintillanti di luce. Scendono come balsamo sul cuore umano. Quasi iridescenti riflessi del nome di Dio. Baluginano lievemente sulla porta dell’anima. Lasciano a ciascuno di aprire l’intimità nascosta” (dall’Introduzione di F.G.Brambilla).

Ecco qui alcuni di questi lampi poetici in cui è suggerito uno sguardo a Cristo, nel dialogo, senza pretese di comprendere e spiegare ma nell’abbandono dello stupore. E’ paorla di poesia che si lascia colpire dall’inatteso, dal fragile, sul ciglio della via, lasciandosi prendere dal canto della debolezza, dall’esilità dei papaveri che parlano di gratuità in un mondo distratto e di ipocrisia:

Dio è tanto fragile quanto questi papaveri che gli uomini, per il loro profitto, vogliono strappare dalla terra (LXVI)

Quando ero invitato da qualche parte, io non entravo in casa: entravo negli occhi delle persone. Non vedevo il resto (XII)

Tu sei contagioso come il fuoco dei papaveri che tracciano una strada per il contrabbandiere nel sonno dorato del grano (XXXIX)

Ho visto un giorno un vecchio orologio fermo, ripartire da solo, e ho compreso, ho intuito che tu non smetterai di vivere con la mia morte (L)

E che i nostri cuori si aprano ogni giorno alla freschezza e allo sfavillio dei papaveri (LXIII)

A queste fragili macchie rosse, a queste lacrime di vita che nessuno provoca e che crescono tuttavia, imprevedibili, nel bel mezzo dei campi, nel bel mezzo dei giorni, dei nostri giorni (LXIV)

Poiché tu esisti, persino nei luoghi lontani, come quel rosso vivo nelle messi sobrie, intravisto da una strada tu li inquieti (LXV)

Nell’istante terribile in cui non c’è più niente da credere o da sperare – non più aria né porte – tu sorgi (LXXX)

Hanno fatto di te un’immagine, hanno fatto di te un idolo, hanno fatto di te una Chiesa. Io invece, faccio di te un papavero, il minuscolo stendardo dell’eterno, che fiorisce inaspettatamente e stupisce (XCIII). (da Christian Bobin, Il Cristo dei papaveri, La Scuola Morcelliana 2017)

Alessandro Cortesi op

Domenica di Pasqua – 2018

IMG_2458At 10,34.37-43; Col 3,1-4; Gv 20,1-9

Il mattino di pasqua è segnato da due movimenti: vedere e correre. Maria di Magdala si reca al sepolcro ‘e vide…’: la pietra era stata ribaltata dal sepolcro. C’è un vedere profondo che scorge il luogo della morte non chiuso ma aperto ad una novità inaudita. La pietra ribaltata è segno che esprime questo vedere interiore.

Pasqua è dono di un vedere che va oltre i segni e giunge a sorgere orizzonti che solo nell’amore si possono aprire. La morte non è l’ultima parola nella vicenda di Gesù, ma la sua vita donata genera nuova apertura.

Da qui inizia un altro movimento : quello del correre. Il vedere si comunica nel correre. Maria corre da Simon Pietro e dall’altro discepolo. E da qui ha inizio una nuova corsa, quella di Simon Pietro stesso e del discepolo che Gesù amava: ‘correvano insieme tutti e due’.

E’ un correre che congiunge il luogo della morte il sepolcro e la comunità, i discepoli: dal sepolcro ai discepoli, dai discepoli al sepolcro. Maria vide e corse, Simon Pietro e l’altro discepolo correvano insieme.

E poi ancora un vedere: giunge per primo il discepolo e vide, ma non entrò. Poi giunse Simon Pietro che ‘entrò nel sepolcro e vide….’. I segni sono le bende per terra e il sudario, posto sul capo, non con le bende per terra, ma poggiato a parte. Bende e sudario ben piegati in ordine sono ancora segni di chi ha voluto lasciare tutto a posto prima di andarsene dal luogo di fissità e di morte.

Eppure il sepolcro vuoto e i segni non sono la prova della risurrezione. Solamente un vedere nuovo può andare al di là dei segni e scorgere che la presenza di Gesù d’ora in poi sarà da incontrare in modo nuovo, non più come prima, soprattutto non racchiusa nel buio e nella morte. Entrò anche il discepolo ‘e vide e credette’.

image001Il correre e rincorrere del giorno dopo il sabato sorge da un vedere e sfocia in altro un ‘vedere’: ‘e vide e credette’. E’ l’inizio di un cammino nuovo, quello del credere, di un movimento di correre a testimoniare che la vita non può essere trattenuta e che Gesù sarà da incontrare vivente, mettendosi in cammino, ricercando la sua chiamata nella vita.

Colu che ‘vide e credette’ era il discepolo che Gesù amava. E’ capacedi un vedere nuovo che non ha più bisogno di segni. Credere è fidarsi, e dare spazio agli occhi del cuore, allo sguardo proprio dell’amore. C’è un vedere che precede e giunge prima e sa attendere.

Questo racconto tuttavia si chiude con una osservazione: “Non avevano infatti ancora compreso la Scrittura, che egli cioè doveva risuscitare dai morti”.

Credere movimento della vita e fa tornare alla scrittura, la storia dell’incontro di Dio che fa alleanza e si comunica nella storia. C’è un’incomprensione che avvolge tutti, incapaci di credere. Vedere in modo nuovo e credere è un cammino. Eppure c’è un riferimento: ritornare alle Scritture, al disegno di salvezza di Dio e al dono dell’alleanza. Doveva risorgere: perché doveva? Chi ha scritto questo ricordo, come testimone di Gesù, richiama la radice dell’esperienza di Maria e dell’altro discepolo, quello che Gesù amava, ed anche di Pietro perdonato. L’amore non può rimanere rinchiuso e sconfitto, la fedeltà di Dio apre primavere inattese e novità dove pietre pesanti appaiono definitiva chiusura. La novità della risurrezione è fedeltà di un disegno di vicinanza di Dio che solo può aprire la vita al suo fiorire nell’incontro.

Alessandro Cortesi op

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Sabato santo 2018

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Sabato santo è giorno di silenzio. I segni tacciono, la liturgia è sospesa. E’ giorno di attesa, tempo di interruzione. Sono ore segnate dalla memoria del dolore e da una domanda che rimane aperta e sospesa. E’ tempo che provoca a mantenersi aperti all’ultimo.

C’è in questo giorno un rinvio al passato, alla memoria e a tutto ciò che la sepoltura reca con sè, il rinvio a tutta la vita di Gesù, il ricordare e ritornare ai suoi gesti e alle sue parole. E’ giorno del silenzio della morte, del vuoto del distacco. Esso racchiude in sé anche la mancanza che sempre rimane, attitudine di attesa nel grido soffocato e nel pianto.

Sabato è memoria di Cristo e di tutti coloro che sono entrati nel passaggio della morte, è silenzio della morte dopo lo scatenarsi del male e dell’ingiustizia, ed è silente denuncia della violenza e del dominio che schiaccia ed elimina.

E’ giorno di un rimanere nel silenzio, nel ricordo, di un vivere lo stare sotto, il sopportare resistendo al male, dando spazio al pensiero, alla preghiera, all’ascolto. Racchiude il silenzio di Gesù entrato nella morte; ma anche il silenzio di Dio che sembra non rispondere. Questo giorno reca con sé il silenzio della sofferenza di tutti coloro che nel cuore sperimentano il vuoto. E’ tempo di mancanza e del dolore per l’assenza di Gesù, amico e fratello.

Il sabato santo è memoria di una discesa: la discesa dalla croce, la discesa nel sepolcro, la discesa sino agli inferi. Paolo vede la croce di Gesù come il termine ultimo di una discesa verso il basso: “umiliò se stesso facendosi obbediente fino alla morte e alla morte di croce” (Fil. 2,8)

La prima lettera di Pietro parla di un annuncio di salvezza da parte di Cristo a coloro che erano rinchiusi in prigione: “anche Cristo è morto una volta per sempre per i peccati, giusto per gli ingiusti, per ricondurvi a Dio; messo a morte nel corpo, ma reso vivo nello spirito. E nello spirito andò a portare l’annuncio anche alle anime prigioniere, che un tempo avevano rifiutato di credere, quando Dio, nella sua magnanimità, pazientava nei giorni di Noè…” (1Pt 3,18-20).

Nel vangelo di Matteo con riferimento alla vicenda di Giona si allude ad un discendere: «Come infatti Giona rimase tre giorni e tre notti nel ventre del pesce, così il Figlio dell’uomo resterà tre giorni e tre notti nel cuore della terra» (Mt 12,40).

Il vangelo di Nicodemo, ne parla offrendo una plastica descrizione: “E subito, a quella parola, le porte bronzee si frantumarono e le sbarre di ferro fu­rono infrante. Tutti i morti legati furono sciolti dalle catene […]. Il re della gloria entrò come un uomo. I luoghi bui tutti dell’ade s’illuminarono::: II re della gloria, porgendo la sua destra, prese e sollevò il progenitore Adamo. Quindi, volgendosi agli altri, disse: ‘Orsù, venite con me voi tutti che subiste la morte per il legno che costui ha toccato. Ecco io vi faccio risorgere tutti per mezzo del legno della croce’”. (M.Erbetta, Apocrifi del Nuovo Testamento, 268-269)

La tradizione orientale ha sviluppato questo motivo teologico. Esso sottolinea la discesa di Cristo come un movimento di accoglienza, di recupero. E’ un andare incontro che coinvolge tutta l’umanità e il cosmo e non lascia nessuno perduto sin negli abissi, negli inferi, per liberare tutti i prigionieri. Nessuno viene dimenticato e perso agli occhi di Dio.

Per questo Ireneo scrive: “Il Signore rimase tre giorni nel luogo in cui soggiornavano i morti, secondo quanto ha detto di Lui il profeta: il Signore si è ricordato dei suoi santi morti i quali si addormentarono prima nella terra di sepoltura e discese presso di loro per liberarli e per salvarli”. (Contro le eresie, V,31,1)

La discesa di Cristo è immaginata come uno scendere sino a prendere per mano Adamo ed Eva, rompendo i cardini delle porte che chiudevano luoghi di prigione. Non solo Gesù discende verso il basso nelle profondità più buie della terra, ma anche scende nel tempo a riprendere tutto il passato. Nulla va perduto, tutto può essere rinnovato.

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La Pasqua viene così raffigurata nelle icone come un prendere per mano, un rialzare, in un movimento di rialzamento e di liberazione. Gesù Cristo sale allora ma non da solo, insieme a lui c’è una moltitudine. E sale recando sulle spalle, come pastore, l’umanità, la pecora perduta, aprendo spazi nuovi. Nessuno può rimanere prigioniero della morte.

Efrem, nelle sue poesia e inni vede nel volto di Gesù il profilo di quell’Adamo pensato come immagine che compie Cristo genere-umano: “Quell’Agnello vivente aprì ai sepolti una via dal sepolcro, con il grido che gettò… la festa che ci fu nel mese di Nisan lacerò i sepolcri con un grido, il grido che fa vivere tutti. Lo udì la morte che tutti uccide: essa venne meno e abbandonò i suoi scrigni”. (Efrem Il Siro).

E così antiche omelie sul sabato santo ripetono: «Che cosa è avvenuto? Oggi sulla terra c’è grande silenzio, grande silenzio e solitudine. Grande silenzio perché il Re dorme: la terra è rimasta sbigottita e tace perché il Dio fatto carne si è addormentato e ha svegliato coloro che da secoli dormivano. Dio è morto nella carne ed è sceso a scuotere il regno degli inferi. Certo egli va a cercare il primo padre, come la pecorella smarrita. Egli vuole scendere a visitare quelli che siedono nelle tenebre e nell’ombra di morte. Dio e il Figlio suo vanno a liberare dalle sofferenze Adamo ed Eva che si trovano in prigione. Il Signore entrò da loro portando le armi vittoriose della croce. Appena Adamo, il progenitore, lo vide, percuotendosi il petto per la meraviglia, gridò a tutti e disse: « Sia con tutti il mio Signore ». E Cristo rispondendo disse ad Adamo: « E con il tuo spirito ». E, presolo per mano, lo scosse, dicendo: “Svegliati, tu che dormi, e risorgi dai morti, e Cristo ti illuminerà. Io sono il tuo Dio, che per te sono diventato tuo figlio; che per te e per questi, che da te hanno avuto origine, ora parlo e nella mia potenza ordino a coloro che erano in carcere: Uscite! A coloro che erano nelle tenebre: Siate illuminati! A coloro che erano morti: Risorgete! A te comando: Svegliati, tu che dormi! Infatti non ti ho creato perché rimanessi prigioniero nell’inferno. Risorgi dai morti. Io sono la vita dei morti. Risorgi, opera delle mie mani! Risorgi mia effige, fatta a mia immagine! Risorgi, usciamo di qui! Tu in me e io in te siamo infatti un’unica e indivisa natura. Antica « Omelia sul Sabato santo ». (PG 43, 439. 451. 462-463).

“Il Sabato Santo è la “terra di nessuno” fra la morte e la Risurrezione ma in questa “terra di nessuno” è entrato Uno, l’Unico, che l’ha attraversata con i segni della sua passione per l’uomo. Qui Gesù Cristo ha condiviso non solo il nostro morire ma anche il nostro rimanere nella morte. Si è trattato della solidarietà più radicale. In quel tempo oltre il tempo Gesù Cristo è disceso agli inferi. Questo vuol dire che Dio, fattosi uomo, è arrivato fino al punto di entrare nella solitudine estrema dell’uomo, dove non arriva alcun raggio di amore, dove regna l’abbandono totale senza alcuna parola di conforto: gli inferi. Gesù Cristo, rimanendo nella morte, ha oltrepassato la porta di questa solitudine ultima per guidare anche noi ad oltrepassarla con Lui. Ecco, proprio questo è accaduto nel Sabato Santo: nel regno della morte è risuonata la voce di Dio. È successo l’impensabile: che cioè l’amore è entrato negli inferi. Anche nel buio estremo della solitudine umana più assoluta noi possiamo ascoltare una voce che ci chiama e trovare una mano che ci prende e ci conduce fuori. L’essere umano vive per il fatto che è amato e può amare. E se anche nello spazio della morte è penetrato l’amore, allora anche là è arrivata la vita. Nell’ora dell’estrema solitudine non saremo mai soli” (Benedetto XVI, visita alla Sindone, Torino 2.05.2010)

Così Carlo Maria Martini riflettendo sul sabato santo ricordava: “Siamo dunque nel sabato del tempo, incamminati verso l’ottavo giorno: fra “già” e “non ancora” dobbiamo evitare di assolutizzare l’oggi, con atteggiamenti di trionfalismo o, al contrario, di disfattismo. Non possiamo fermarci al buio del Venerdì santo, in una sorta di “cristianesimo senza redenzione”; non possiamo neanche affrettare la piena rivelazione della vittoria di Pasqua in noi, che si compirà nel secondo avvento del Figlio dell’uomo”.

Così pregava ricordando Maria colei che nel sabato visse la fedeltà dell’attesa, della memoria, e della speranza: “Tu, o Madre della speranza, hai pazientato con pace nel Sabato santo e ci insegni a guardare con pazienza e perseveranza a ciò che viviamo in questo sabato della storia, quando molti, anche cristiani, sono tentati di non sperare più nella vita eterna e neppure nel ritorno del Signore. L’impazienza e la fretta caratteristiche della nostra cultura tecnologica ci fanno sentire pesante ogni ritardo nella manifestazione svelata del disegno divino e della vittoria del Risorto. La nostra poca fede nel leggere i segni della presenza di Dio nella storia si traduce in impazienza e fuga, proprio come accadde ai due di Emmaus che, pur messi di fronte ad alcuni segnali del Risorto, non ebbero la forza di aspettare lo sviluppo degli eventi e se ne andarono da Gerusalemme (cf Lc 24,13ss.). Noi ti preghiamo, o madre della speranza e della pazienza: chiedi al tuo Figlio che abbia misericordia di noi e ci venga a cercare sulla strada delle nostre fughe e impazienze, come ha fatto con i discepoli di Emmaus. Chiedi che ancora una volta la sua parola riscaldi il nostro cuore (cf Lc 24, 32). Intercedi per noi affinché viviamo nel tempo con la speranza dell’eternità, con la certezza che il disegno di Dio sul mondo si compirà a suo tempo e noi potremo contemplare con gioia la gloria del Risorto, gloria che già è presente, pur se in maniera velata, nel mistero della storia” (Lettera pastorale, La madonna del sabato santo, 2000-2001).

Alessandro Cortesi op

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Venerdì santo – 2018

IMG_2774Is 52,13-53,12; Eb 4,14-16; 5,7-9; Gv 18,1-19,42

Paolo parla della ‘parola della croce‘ scandalo e stoltezza. Il messaggio della croce si scontra con la pretesa di avere qualcosa di cui vantarsi che sia altro rispetto al crocifisso. E avverte la comunità di Corinto a cui scrive di non svuotare la croce di Cristo (1Cor 1,17). Dalla parola della croce può nascere una esistenza nuova in coloro che ne fanno criterio della vita.

Sotto la croce è possibile scorgere che lì ha inizio una vita nuova. Il quarto vangelo dice che sotto la croce si attua una nuova convocazione: ‘quando sarò innalzato da terra attirerò tutti a me’.

La croce, il patibolo, segno dell’obbrobrio e dalla malvagità umana, si trasforma in luogo dove Gesù manifesta la sua gloria, il volto di Dio come amore gratuito. La croce diviene segno di una vittoria. In quel momento avviene l’inizio di una comunità il cui tratto è l’affidamento. Un affidamento reciproco e di consegna. ‘Sotto la croce stava sua madre e il discepolo che Gesù amava…’

C’è chi rimane sotto la croce, nel momento più tragico, nel momento della morte. Rimane scorgendo nella vita di Gesù, nella sua morte una fedeltà all’amore sino alla fine. Gesù è entrato anche nel luogo senza Dio, laddove c’è morte, cattiveria umana, violenza, non assecondando le forze della violenza, del male e della morte, ma portando la parola dell’amore più forte della morte.

Il quarto vangelo proprio nel momento della morte di Gesù legge che lì già è sceso il dono dello Spirito  come ultimo respiro donato: ‘emise lo Spirito’. E lo Spirito è affidato quando Gesù affida sua madre al discepolo che amava e reciprocamente il discepolo a lei. In questo quadro – che è lettura nella fede della morte di Gesù – si potrebbe cogliere il senso profondo della croce come affidamento.

La chiesa che nasce dalla croce è raduno, convocazione di uomini e donne chiamati ad un affidamento di legami nuiovi aperti oltre ogni confine. Sua radice è  l’affidamento di Gesù che consegna la sua vita per tutti, che ha fatto della sua vita una esistenza donata. Ma è anche l’affidamento reciproco per stare in ascolto dell’altro, a ‘prenderlo con sé’ nella sua casa, ‘tra le cose proprie’.

La croce indica questo primo volto della chiesa che è sogno non di un gruppo separato ma di nuove relazioni nell’umanità tutta: una convocazione in cui l’affidamento a cui si è chiamati è l’affidamento gli uni degli altri al di là di ogni differenza e riconoscendo le diversità che pongono in relazione.

Gesù rende la croce luogo di ‘gloria’ perché lì si manifesta il segreto della sua vita, il cuore di un’esistenza radicata nell’amore accogliente e di risposta: l’esistenza intesa come un libero e volontario andare incontro, prendersi carico degli altri. Gesù, che ha fatto della la sua vita un dono per tutti, alla fine quando ‘tutto è compiuto’ consegna lo Spirito.

La consegna dello Spirito è l’unica ed autentica potenza che viene dalla croce: è la debolezza di un ultimo respiro, soffio per vivere nello Spirito che ha spinto Gesù. Sotto la croce nel dono dello Spirito ha inizio la chiesa: così il IV vangelo la delinea nel volto della ‘donna’ presa con sè dal discepolo. Lì sorge l’invio ad essere responsabili per gli altri, per tutti i figli e figlie di Dio dispersi nel mondo. C’è un lasciarsi accogliere nell’inermità di chi si affida e c’è una accoglienza da vivere in modo attivo.

Per questo la chiesa, convocazione che sorge dalla croce e dallo Spirito, dovrà preoccuparsi solo di essere segno di accoglienza di ogni cammino umano.

Gesù ha fatto della sua vita un dono senza riserve, un venire incontro e discendere. La chiesa che nasce dalla croce è chiamata a riconoscere la sua debolezza e a viverla come dono. Gesù ha reso la croce – luogo della morte, luogo lontano da Dio, luogo dell’ingiustizia e del male perpetrato dall’uomo – il luogo del manifestarsi di Dio amore. In questa scelta ci apre la scoperta che solo accanto alle vittime della storia si può incontrare la vicinanza di Dio.

La liturgia del venerdì santo, così spoglia, essenziale fatta di gesti silenziso, di parole nude, di preghiera che si ricorda di tutti e tutti accoglie, richiama ad un essere chiesa/umanità che sta in silenzio sotto il crocifisso, che vive l’accoglienza, che si scopre responsabile di un affidamento reciproco e inviata ad essere segno dell’amore nel servizio; raduno sotto l’innalzato per porsi dalla parte delle vittime della storia.

“Il Cristo innalzato da terra / attira gli uomini di tutti / in croce con braccia distese / li porta al Padre in offerta / Per l’uomo invoca il perdono / a tutti promette il suo regno / consegna la madre ai credenti / lo Spirito effonde sul cosmo / A Cristo che è il nuovo Adamo /risorto per tutti i fratelli / al Figlio dell’uomo veniente / la gloria e la lode per sempre “ (da un inno della liturgia di Bose)

Alessandro Cortesi op

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“Similmente come Dio formò la donna dal fianco di Adamo, così Cristo ci ha donato l’acqua e il sangue dal suo costato per formare la Chiesa. E come il fianco di Adamo fu toccato da Dio durante il sonno, così Cristo ci ha dato il sangue e l’acqua durante il sonno della sua morte. Vedete in che modo Cristo unì a sé la sua Sposa, vedete con quale cibo ci nutre. Per il suo sangue nasciamo, con il suo sangue alimentiamo la nostra vita. Come la donna nutre il figlio col proprio latte, così il Cristo nutre costantemente col suo sangue coloro che ha rigenerato” (Giovanni Crisostomo, Catechesi 3, 13-19; SCh 50, 174-177).

Giovedì santo – Cena del Signore – 2018

IMG_2704.JPGEs 12,1-14; 1Cor 11,23-26; Gv 13,1-15

Segni, parole, silenzi, musica in questo ritrovarsi del giovedì santo accompagnano e introducono nel mistero della pasqua.

E’ il centro da cui trae origine la vita dei credenti. Il giovedì santo ci fa rivivere il gesto della lavanda dei piedi di Gesù la sera dell’ultima cena, ma di più ci fa cogliere due lavande: nella messa crismale del mattino, la messa celebrata dal vescovo con tutta la chiesa locale nella cattedrale, al centro sta il segno dell’olio profumato: sono consacrati l’olio dei catecumeni, il crisma e l’olio degli infermi e si legge la pagina dell’unzione di Betania (Gv 12,1-11). Nella cena del Signore, la sera, riviviamo il gesto di Gesù che lava i piedi ai suoi. Al mattino il gesto dell’unzione dei piedi con olio profumato da parte di Maria a Gesù, alla sera la lavanda dei piedi da parte di Gesù ai suoi discepoli con l’acqua.

Gesù era a Betania, ad un banchetto in cui anche Lazzaro era uno dei commensali. Il IV vangelo narra che Maria prese trecento grammi di profumo assai prezioso e cosparsi i piedi di Gesù. E’ una prima lavanda dei piedi, nei confronti di Gesù. Marco nel suo vangelo – dopo aver presentato questo gesto, di una donna senza nome, che unge il capo di Gesù – vi aggiunge una parola di Gesù stesso: “In verità vi dico che dovunque, in tutto il mondo, sarà annunziato il vangelo, si racconterà pure in suo ricordo ciò che ella ha fatto” (Mc 14,9). L’annuncio del vangelo sarà per sempre connesso alla memoria di questo gesto di gratuità, di cura, di tenerezza. Un gesto di donna. E’ un gesto che rinvia alla morte di Gesù, ma anche alla speranza connessa al suo corpo che non resterà prigioniero della morte.

I gesti di Maria portano le caratteristiche di quelli dell’amata del Cantico dei cantici: “Mentre il re è sul suo divano, il mio nardo spande il suo profumo” e l’accoglienza di Gesù è presentata come la risposta dell’amore: “un re è stato preso dalle tue trecce” (Ct 7,6).

Maria conosce l’amore e ama vivendo la gratuità, la mancanza di misura propria dell’amore. Non teme di perdere, né di mettere in gioco tutta la vita nei confronti di Gesù. Offre qualcosa di bello, di prezioso. Quell’olio è indicazione di un dono, del suo amore versato, che non segue la logica del dare e dell’avere, ma si offre, spendendosi. E’ anche simbolo del rivolgersi a Cristo nell’abbandono pieno di fiducia. Ma è anche un segno profetico, che racchiude la vita stessa di Gesù, una vita donata. Proprio la delicatezza del gesto dell’unzione esprime anche l’attesa di una novità, l’evento del primo giorno dopo il sabato: Gesù, il crocifisso è rialzato da Dio. L’unzione del suo corpo è promessa e attesa che quel corpo non verrà abbandonato nel buio della morte ma sarà il corpo glorioso del Risorto.

Maria di Betania si affida oltre ogni speranza a Cristo nel suo amore. La lavanda dei piedi di quel giorno è segno della libertà nuova di poter ‘sprecare’ le cose più preziose nel rapporto con Gesù, è segno del suo saper vedere oltre, della custodia di una promessa. Maria coltiva la speranza che la vita e l’amore non possono essere sconfitti.

Questo gesto di spreco e perdita, diviene movimento che si effonde e che porta profumo a tutta la casa: ‘tutta la casa si riempì del profumo d’unguento’. E’ la comunione che nasce da un incontro di amore, di dono senza riserve, in questo clima di affetto profondo per Gesù. Ed è la bellezza di un modo nuovo di vivere insieme, per tutta la casa, un modo di vivere nella fraternità, centro del messaggio stesso di Gesù che parlava del ‘regno’.

Alla sera del giovedì il vangelo propone la lavanda dei piedi, il gesto di Gesù rivolto ai suoi, a Pietro e agli altri. E’ gesto che racchiude tutta l’esistenza di Gesù. E’ la chiave per comprendere la sua morte. Questa è conseguenza di ostilità e complotto del potere politico e religioso. Ma Gesù anche di fronte all’ingiustizia e al male non viene meno alla fedeltà nel fare della sua vita un dono, per dare liberazione e vita a tutti: una vita donata nell’amore.

“Li amò sino alla fine”: l’acqua e l’asciugatoio sono un altro genere di unzione. Ora è Gesù colui che lava i piedi ai suoi, vi versa acqua e li asciuga sollevando ogni stanchezza. E mostra la sua pazienza di fronte all’incomprensione e all’incapacità: “Quello che io faccio tu ora non lo capisci, ma lo capirai dopo… se io, il Signore e il maestro, ho lavato i vostri piedi, anche voi dovete lavarvi i piedi gli uni gli altri. Vi ho dato infatti l’esempio, perché come ho fatto io, facciate anche voi.” Il gesto di lavare i piedi è unito ad un invito alla felicità: “Sapendo queste cose, sarete beati se le metterete in pratica”. Gesù indica uno stile di vita per la sua comunità: solamente nel chinarsi si potrà ‘aver parte a Gesù’. L’incontro con lui passerà per questo incontro con l’altro.

Camminiamo così in questi giorni verso la Pasqua, respirando del profumo che si effonde per tutta la casa e lasciandoci lavare i piedi per accogliere l’invito ‘come ho fatto io fate anche voi’.

Alessandro Cortesi op

Domenica delle palme e della passione del Signore – anno B – 2018

IMG_2635.JPGIs 50,4-7; Fil 2,6-11; Mc 14,1-15,47

La liturgia della domenica delle palme introduce alla settimana della memoria della passione e di Pasqua, mistero di morte e di vita, di sofferenza e di amore.

Marco narra la passione di Gesù scorgendo in essa il mistero della sua identità. L’intero vangelo, è annuncio di Gesù, come messia atteso: ‘figlio di Dio’ è titolo del re messia (Salmo 2,7).

Tuttavia lungo il vangelo chi esprimeva affermazioni sull’identità di Gesù veniva messo a tacere: non solo i demoni (1,24; 3,11), ma anche gli apostoli (9,7.9). Marco sa bene che vi è possibilità di costruire un’immagine falsa di Gesù, proiettando in lui le attese di un messia di potenza e dominio.

Nel racconto della passione Gesù è presentato nella sua vulnerabilità. Prova paura e angoscia, vive la debolezza e lo sfinimento. Marco fa scorgere anche la solitudine di Gesù quando tutti lo abbandonano e fuggono (Mc 14,50).

Così nella preghiera nell’orto degli ulivi Gesù pronuncia le parole: “Abbà Padre, allontana da me questo calice”. Marco segue Gesù quando sta in silenzio di fronte al sommo sacerdote: “Non rispondi nulla?… Ma egli taceva e non rispondeva nulla” (14,60), e di fronte a Pilato (14,5). Lo presenta nella sua incapacità a portare il legno della croce caricato sulle spalle dei condannati. Gesù non ce la fa ed è aiutato da Simone di Cirene, di passaggio, che fu costretto a portare quel peso (14,21). Infine sono riportate le parole di scherno e offesa contro di lui sotto la croce: dicevano “ha salvato altri, non può salvare se stesso! Il Cristo, il re d’Israele, scenda ora dalla croce, perché vediamo e crediamo” (14,32-33). Il credere come risposta alle opere di potenza viene contrapposto al credere che nasce dalla Pasqua. E’ un credere che passa attraverso una conversione radicale e che diventa seguire Gesù stesso nel suo cammino: solo la via della croce è la via della risurrezione e della vita.

Gesù è il Messia che non scende dalla croce, e sulla croce si rivolge al Padre con il grido del salmo 22,2: “Dio mio, Dio mio, perché mi hai abbandonato”. Gesù fa sua la preghiera di chi nell’oppressione presenta a Dio il senso di abbandono. Riprende l’invocazione delle vittime della storia. Sappiamo che il salmo 22 si conclude in un inno di affidamento a Dio, come colui che esaudisce l’invocazione del giusto sofferente e non gli nasconde il suo volto. Gesù è messia che prende su di sé la debolezza e vive nel dono di sé fino alla fine.

Secondo il modo di pensare umano la potenza e la violenza di ogni potere hanno ragione; in modo paradossale Gesù inerme davanti al sommo sacerdote afferma la sua pretesa di essere lui il Figlio dell’uomo, figura del giudice degli ultimi tempi (cfr. Dan 7), colui che giudicherà il mondo e la storia (14,62).

Proprio nel momento della morte di Gesù, Marco annota due particolari: per la prima volta risuona una parola sull’identità di Gesù a cui non è imposto il silenzio “veramente quest’uomo era figlio di Dio”. Un pagano, soldato romano riconosce il volto del messia nel crocifisso che ha dato la sua vita per tutti. In quella vita donata è possibile scorgere il senso del cammino di Gesù come messia. E’ una parola che esprime il significato che Gesù stesso aveva dato alla sua vita e alla sua morte e che lui stesso aveva indicato ai suoi nei segni dell’ultima cena: “Questo è il mio sangue, il sangue dell’alleanza, versato per molti” (14,24).

La sua morte, esito di un complotto dei capi politici e religiosi, punto di conclusione di un’ostilità al suo annuncio del regno e al suo stile, è in radice fedeltà al Padre e alla missione di annuncio del regno. Gesù è messia venuto per servire (cfr. Mc 10,45).

Nel momento della sua morte – scrive Marco – ‘il velo del tempio si squarciò in due dall’alto in basso’. Di fronte al sommo sacerdote il discorso si era appuntato sul ‘tempio fatto da mani d’uomo’ e sul ‘tempio non fatto da mani d’uomo’ (14,58).

Marco presenta il Cristo, nel momento della morte, come colui che apre in modo nuovo all’incontro con Dio. Ogni barriera tra Dio e l’umanità è tolta, il velo che separa si apre. A tutti, a partire dal centurione pagano, è possibile proclamare quanto nel vangelo solamente la voce di Dio aveva annunciato: ‘Questi è il mio Figlio, l’amato’ (cfr Mc 1,11; 9,7). La morte di Gesù è inizio di una vita nuova.

Quel giovinetto che l’aveva seguito vestito solo di un lenzuolo perché voleva vedere le vicende della passione ed era fuggito via nudo (Mc 14,51-52), sarà il giovinetto seduto sulla destra del sepolcro, vestito d’una veste bianca che annuncia: ‘E’ risorto non è qui… vi precede in Galilea…là lo vedrete…’ (Mc 16,5).

Alessandro Cortesi op

IMG_2696.JPGLo sguardo e il grido

“Il primo sguardo di Gesù è uno sguardo messianico. Non è prima di tutto per il peccato degli altri, ma per la loro sofferenza” (J.B.Metz, Mistica degli occhi aperti. Per una spiritualità concreta e responsabile, ed. Queriniana 2013, 17). Così J.B.Metz sottolinea l’attitudine di Gesù e ne sottolinea l’importanza come riferimento fondamentale per tornare a lui e seguirlo. Nel corso della storia del cristianesimo ciò spesso è stato perso di vista. E’ stata promossa una religiosità di tipo privato senza attenzione al grido di sofferenza proveniente dalle vittime della storia, a tutti coloro che sono rimasti senza voce e dimenticati. Primo passo per assumere lo stile di Gesù è coltivare la memoria della sofferenza.

L’intero percorso di Gesù si colloca in ascolto della sofferenza delle vittime e di coloro che sono i dimenticati, gli esclusi della storia. “la passione di Cristo è inserita nella storia di passione degli uomini” (64). Gesù presenta una spiritualità in cui l’incontro con Dio non può realizzarsi nel volgere le spalle ai sofferenti e a chi è senza voce perché eliminato dalla violenza e dall’oppressione. Metz indica questa via come “una mistica biblica della giustizia; è la passione di Dio nel senso di compassione, di mistica pratica della compassione” (ibid. 18).

“Buddha medita, Gesù grida. La mistica delle tradizioni bibliche è, nel suo nucleo centrale, una mistica che cerca il volto, non è una natura priva di volto o una spiritualità cosmica dell’assoluta totalità. Buddha medita, Gesù grida. L’ultimo (quarto) viaggio di Buddha termina dopo le esperienze, per lui dolorosissime, sofferte dinanzi al dolore, al bisogno e alla morte degli uomini, con un ritorno alla meditazione che cerca redenzione. L’ultimo viaggio di Gesù finisce con un grido che cerca un volto: ‘Dio mio, Dio mio, perché mi hai abbandonato?’ Il centurione che si trovava di fronte a lui, avendolo visto spirare in quel modo, disse: ‘Davvero quest’uomo era Figlio di Dio!’” (ibid. 105-106).

Metz sottolinea che “chi di ‘Dio’ non deve chiudere gli occhi. Il cristianesimo non è un cieco incanto dell’anima, ma insegna una mistica degli occhi aperti” (ibid. 101). Vi sono modi di intendere la religione come allontanamento dalla sofferenza, o di sostituire tale attenzione con la preoccupazione solo per il peccato e la salvezza. Gesù ha vissuto la sua passione aprendo la via per intendere la vita nella compassione e nella passione per Dio che non dimentica la sofferenza.

La compassione è la via che Gesù ha mostrato nel grido sulla croce e la compassione è anche il tratto di una mistica che si fa pratica nel seguire Gesù: «una mistica degli occhi aperti che sa com-patire» (ibid. 81)

L’incontro con Gesù nel suo cammino di passione è luogo di inizio di una sequela che chiede di divenire esperienza pratica nella compassione e nella vicinanza. “il discorso cristiano di Dio può essere universale e non solo un problema di Chiesa, può diventare anche un problema dell’umanità solo quando è nella sua essenza un discorso che, sensibile alla sofferenza del diverso, alla ‘sofferenza degli altri’, è orientato alla giustizia e alla ricerca di essa” (ibid. 17). Solo una fede capace di memoria che si traduce in prassi di compassione è mistica di chi mantiene gli occhi aperti, di chi non volge le spalle al grido delle vittime e così si pone in cammino nel seguire il Cristo sofferente.

Alessandro Cortesi op

 

 

 

 

V domenica Quaresima – anno B – 2018

IMG_2506.JPGGer 21,31-34; Eb 5,7-9; Gv 12,20-33

Un altro passaggio del cammino di alleanza segna questa domenica di quaresima: Geremia annuncia una ‘alleanza nuova’ scritta nel profondo del cuore, che compirà la parola della promessa e del dono di Jahwè ‘Io sono il Signore tuo Dio’ (Es 20,1): “Porrò la mia legge nel loro animo, la scriverò sul loro cuore. Allora io sarò il loro Dio ed essi il mio popolo”. Quella reciproca appartenenza, nucleo profondo dell’alleanza, è promessa come dono che investe l’interiorità e trasforma il cuore, il centro delle scelte personali e dell’orientamento della vita.

La seconda lettura, dalla lettera agli Ebrei, indica in Cristo il Figlio che imparò l’obbedienza dalle cose che patì e in lui si compie l’alleanza promessa: “reso perfetto divenne causa di salvezza per tutti coloro che gli obbediscono.” Cristo una volta per tutte si è offerto per noi. In lui si compie l’alleanza definitiva.

L’autore della lettera agli Ebrei rilegge la passione di Cristo dicendo: ‘offrì preghiere con forti grida e lacrime a colui che poteva liberarlo da morte e fu esaudito per la sua pietà’. E’ l’indicazione della via seguita da Cristo, la sua fedeltà al Padre. Il Padre l’ha esaudito non perché l’ha liberato dalla passione e dalla morte ma perché lo ha sostenuto nella fedeltà alla testimonianza dell’amore: il mistero di Dio è infatti l’amore debole e inerme che si dà fino alla fine. La salvezza giunge dal dono di amore di Gesù.

La pagina del IV vangelo si apre con la domanda: ‘Vogliamo vedere Gesù’. Il desiderio di ‘vedere’ racchiude in sé la tensione ad andare in profondità, a scorgere il significato profondo degli eventi. E’ domanda delle comunità per cui vangelo è scritto: qual è in profondità l’identità di Gesù?

A tale domanda segue un lungo discorso: “E’ giunta l’ora che sia glorificato il figlio dell’uomo. In verità, in verità vi dico: se il chicco di grano caduto per terra non muore rimane solo; se invece muore produce molto frutto. Chi ama la sua vita la perde e chi odia la sua vita in questo mondo, la conserverà per la vita eterna”

Gesù parla della sua ora e del senso della sua esistenza: l’ora della sua vita è il momento in cui si consegna al Padre e offre la sua vita per tutti. Consegnato nel tradimento, in realtà egli stesso ha inteso la sua vita come dono: nella sua libertà si consegna come chicco di grano. Nel morire è presente una fecondità nuova. In questo si rivela la gloria di Gesù.

E’ così giunta quell’ora evocata nell’intero percorso del IV vangelo, a Cana, nel dialogo con la donna di Samaria: “E’ giunta l’ora che sia glorificato il figlio dell’uomo”. L’ora di Gesù è l’ora della croce, quando tutti volgeranno lo sguardo a colui che hanno trafitto; è anche l’ora in cui innalzato da terra, Gesù attirerà tutti a sé. L’ora di Gesù è tempo che anticipa ogni futuro (è ora del figlio dell’uomo) e rivela il senso della storia: è tempo finale che irrompe nel presente e manifesta i tratti dell’amore di Dio.

Gesù vive paura ed angoscia di fronte a quest’ora ed invoca: ‘Padre glorifica il tuo nome’. Il Padre è coinvolto e presente nell’ora di Gesù, e conferma la via che Gesù sta seguendo. Gesù sulla croce sarà innalzato: la croce umanamente appare come la più grande umiliazione, costituisce l’esaltazione che già lì si sta compiendo: Giovanni infatti vede sulla croce il rivelarsi della ‘gloria’ di Dio, l’ora in cui si manifesta l’amore senza riserve e senza limiti del Padre che Gesù ha testimoniato ‘fino al segno supremo’: è lui l’esegeta del Padre (cfr Gv 1,18), il Figlio che rende visibile il volto del Padre. Per questo nel momento in cui è trafitto inizia quel movimento di attrazione e di coinvolgimento che si allarga: coloro che hanno visto la sua ‘gloria’ non possono non seguire i passi che lui ha percorso.

Alessandro Cortesi op

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Come un seme

In un tempo segnato da inquietanti movimenti di ripiegamento, di egoismo e di violenza diffusa a livello globale il male sembra prevalere. Ancor più si manifesta come forza che domina perché in questo quadro si avverte l’impotenza – da parte di chi avverte l’urgenza di resistere ed opporsi – di incidere con le proprie scelte e con il proprio impegno individuale o di piccoli gruppi. Movimenti di ampia portata hanno risonanza e si affermano: il rinnovato diffondersi della guerra e della violenza per dominare, l’oppressione attuata dal sistema economico, l’affermarsi di concezioni di razzismo, xenofobia, rigetto dell’altro. Ondate di male attraversano e pervadono il vivere sociale.

L’esperienza rinvia a domande che hanno segnato la riflessione umana nel tempo sul contrasto tra male e bene, sulla possibilità o meno d porre un argine e sconfiggere il male oppure se abdicare ad esso. Ma proprio l’esperienza e la lettura di situazioni e di atti di persone in situazioni di male può aprire alla considerazione che nonostante tutto c’è una resistenza del bene nel cuore umano, una resistenza profonda che come seme fa capolino e germoglia in modo sorprendente, inatteso. E contagia, con una fecondità di cui è difficile calcolare la portata: è la debole e fragile capacità del bene. La vita non è il male (ed. Salani 2016) è il titolo di un agile libro scritto a quattro mani da Gabriella Caramore e Maurizio Ciampa.

Il libro trae la sua ispirazione da una espressione di Vasilij Grossman, scrittore russo testimone di tragedie immani del Novecento, autore di Vita e destino, che nei suoi libri ha narrato i lager i gulag. Una frase che riassume la conclusione a cui lo stesso Grossman è giunto. Il bene si inframmezza come squarcio in situazioni senza respiro e senza apertura. E’ forza inerme ma rompe l’oppressione del male. E’ come piccolo seme che si fa spazio nella terra, crescendo laddove nessuno pensava la possibilità di novità e di vita. La vita non è il male.

Nonostante tutto, il male non riesce a cancellare ed eliminare del tutto il bene dall’esistenza umana. E’ un bene non teorico, nemmeno legato necessariamente a posizioni religiose o ideologiche. E’ il bene racchiuso in gesti singolari, sgorganti da una resistenza che si fa spazio nel cuore, un desiderio a salvare un pezzetto di Dio nella storia come diceva Etty Hillesum o anche una reazione a non venire meno ad un sogno di umanità. Gesti e scelte che squarciano la cappa nera dell’oppressione. Nonostante tutto il bene non viene cancellato, ma appare, improvvisamente, quasi come epifania, in situazioni diverse in cui sembra non esserci alternativa al buio della violenza e della cattiveria. Non nei termini di un progetto dispiegato come una grande forza che si oppone al male, ma nella debolezza e nella puntualità di gesti che fioriscono da scelte individuali, e che per questo salvano anche gli altri, coloro a cui sono rivolti, ma anche coloro che li vengono a conoscere. E salvano dalla disperazione e dal non senso.

Al cuore delle esperienze descritte nel libro sta la convinzione le scelte di singole persone, quelle che sono poste nella direzione del bene e che costruiscono, sono capaci di contagio. Si tratta di una forza fragile che si espande attraverso le reti di conoscenza di vicinanza di amicalità, quasi un passa-parola del bene che non ha confini. Una forza come di piccoli granelli di sabbia che si inframmezzano tra gli ingranaggi di una grande meccanismo interrompendolo o come di piccoli semi che da puntuali eventi singolari aprono ad un movimento che coinvolge e raduna.

E’ di questi giorni la notizia di una lettera scritta da una giovane studentessa del Burkina Faso in risposta ad una scritta violenta e razzista apparsa nei bagni dell’Università Ca’ Foscari di Venezia (F.Furlan, “Lettera a un mio coetaneo razzista che sui muri mi vuole uccidere” “La Repubblica” 12 marzo 2018). Al coetaneo razzista che sui muri invocava violenza sugli altri, Leaticia Ouedraogo indirizza queste parole: “Non devi uccidere me, devi uccidere quel mostro oscuro che si nutre delle tue paure e della tua ignoranza, ma anche della tua ingenuità. Ti auguro sinceramente di sconfiggere questi mostri”.

Alessandro Cortesi op

 

 

IV domenica di Quaresima – anno B – 2018

IMG_2254.jpg2Cr 36,14-23; Ef 2,4-10; Gv 3,14-21

E’ la domenica della gioia nel cammino di quaresima che prepara alla pasqua. Le letture di oggi accompagnano a guardare al dono di salvezza, l’opera di Dio per noi.

Dio non si stanca di riproporre la sua alleanza con l’invio di messaggeri e profeti.: ‘premurosamente e incessantemente’ sono gli avverbi che indicano l’agire di Dio, che continua a riproporre la sua fedeltà senza venir meno. Ma i suoi inviati hanno trovato l’indifferenza e il rifiuto: “Ma essi si beffarono dei messaggeri di Dio, disprezzarono le sue parole e schernirono i suoi profeti al punto che l’ira del Signore contro il suo popolo raggiunse il culmine, senza più rimedio”.

L’ira di Dio è attribuzione a Dio stesso di un atteggiamento umano: intende esprimere l’esperienza di incontro nella fede con un volto di Dio appassionato non lontano e distaccato, ma capace di attesa e desiderio. L‘ultima parola non è l’ira e il rigetto. Un rinnovato gesto di fedeltà si fa luce: un re pagano, Ciro di Persia, con il suo editto che pone fine all’esilio, apre al popolo d’Israele la possibilità del ritorno nella terra di Canaan. Per vie nuove e diverse all’interno delle vicende della storia si apre una nuova offerta di alleanza, un tempo nuovo.

Il IV vangelo pone nei capitoli iniziali il dialogo tra Gesù e Nicodemo, maestro ebreo e conoscitore delle Scritture. E’ uno degli incontri di Gesù, con un saggio, un maestro la cui figura diviene paradigma di molti altri che si avvicinano a Gesù con interrogativi e curiosità. A ncodemo Gesù fa scorgere altre dimensioni della sapienza e lo richiama ad un nuovo inizio. Gli parla dell’urgenza di una scelta e di un giudizio che si svolge a partire dal cuore: il cammino del credere non è conquista umana ma come affidamento nel rinascere dallo Spirito.

Gesù è testimone, secondo il IV vangelo, del volto di Dio che ama il mondo. Il suo venire non è per condannare. “Dio infatti ha tanto amato il mondo da dare il suo Figlio unigenito, perché chiunque crede in lui non muoia, ma abbia la vita eterna. Dio non ha mandato il Figlio nel mondo per giudicare il mondo ma perché il mondo si salvi per mezzo di lui.”

Nicodemo come ogni altro maestro e saggio si trova interpellato al di là del suo preteso sapere. L’incontro con Gesù non lascia indifferenti. La sua parola e il suo agire sono appello a prendere posizione. Si apre così una crisi. La vita può aprirsi ad orizzonti di futuro e di pienezza oppure inoltrarsi nelle tenebre: “la luce è venuta nel mondo ma gli uomini hanno scelto le tenebre alla luce, perché le loro opere erano malvage”. Credere in Gesù lui è movimento del cuore, implica orientare la propria esistenza in un affidamento. L’andare verso di lui porta ad una comunione aperta oltre il tempo, nella vita di Dio.

All’anziano maestro ebreo Gesù propone di nascere di nuovo, nascere dall’alto. Nonostante la sua età può nascere ancora: lo può sperimentare nel volgersi a Gesù come nel deserto il popolo d’Israele si rivolgeva al segno del serpente posto sull’asta da Mosè segno di guarigione (Num 21,4-9). “Come Mosè innalzò il serpente nel deserto, così bisogna che sia innalzato il Figlio dell’uomo, perché chiunque crede in lui abbia la vita eterna” (Gv 3,14-15).

Innalzamento sta ad indicare la morte della croce. Sulla croce Gesù è l’innalzato. Ricordare la croce è memoria della morte dell’umiliato e schiacciato dal potere. E’ il segno del fallimento. Ma lì sulla croce Gesù manifesta il limite cui giunge l’amore del Dio. Gesù si manifesta come il Figlio. Consegnato dal Padre, nella libertà si consegna. La croce per il IV vangelo è già manifestazione della gloria di Dio, di risurrezione, della forza di vita dell’amore. A chi guarda la croce Gesù pone la questione di affidarsi a lui e percorrere la sua via. Il giudizio si compie nell’accogliere questo invito. Gesù vive l’umiliazione e la condanna, ma sulla croce è già presente l’innalzamento della Pasqua. Lì si manifesta che l’ultima parola è quella dell’amore e del servizio. Sotto la croce inizia un raduno nuovo: “Quando sarò innalzato da terra attirerò tutti a me” (Gv 12,32). Ed è questo movimento che si prolunga nella storia dell’umanità e diviene chiamata.

Alessandro Cortesi op

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Morte e speranza

“Sono davanti a voi in nome di un popolo che ha deciso sul suolo dei propri antenati di affermare d’ora in avanti se stesso e farsi carico della propria storia. Oggi vi porto i saluti fraterni di un paese di 274.000 Km2 in cui sette milioni di bambini, donne e uomini si rifiutano di morire di ignoranza, di fame e di sete non riuscendo più a vivere (…) Chi mi ascolta mi permetta di dire che parlo non solo in nome del mio Burkina Faso, tanto amato, ma anche di tutti coloro che soffrono in ogni angolo del mondo. Parlo in nome dei milioni di esseri umani che vivono nei ghetti perché hanno la pelle nera o perché sono di culture diverse, considerati poco più che animali. Soffro in nome degli Indiani d’America che sono stati massacrati, schiacciati, umiliati e confinati per secoli in riserve così che non potessero aspirare ad alcun diritto e la loro cultura non potesse arricchirsi con una benefica unione con le altre, inclusa quella dell’invasore. Parlo in nome di quanti hanno perso il lavoro, in un sistema che è strutturalmente ingiusto e congiunturalmente in crisi, ridotti a percepire della vita solo il riflesso di quella dei più abbienti.

Con queste parole Thomas Sankara si rivolgeva all’assemblea dell’ONU il 4 ottobre 1984. Il suo fu uno dei degli appassionati discorsi davanti in ambito internazionale che fecero risuonare la voce di un rappresentante dell’Africa della zona del Sahel, la più povera e sottosviluppata nel tempo della decolonizzazione. Un rappresentante di un popolo che condusse avanti un sogno di liberazione e di integrità fino a che le armi fecero tacere la sua voce coraggiosa che aveva aperto speranza e dignità per un Paese tra quelli dimenticati della terra e per tutta l’Africa.

Prima di lui il paese da cui proveniva era denominato Alto Volta, ed era stato l’esito della divisione territoriale seguita alla fine della colonizzazione che aveva smembrato appartenenze culturali, gruppi e tradizioni. Con lui il paese cambiò nome: si chiamò Burkina Faso. Il termine mette insieme le due principali lingue del paese e significa: ‘paese degli uomini integri’. Burkina, in lingua moré indica ‘uomini di valore’, Faso nella lingua dioula significa ‘patria’.

In questo cambiamento di nome è in qualche modo riassunto il progetto politico e il sogno ideale che animò l’impegno di Thomas Sankara. Nato nel 1949 in una famiglia in cui il padre era stato militare per l’esercito francese, aveva potuto accedere alla scuola, poi al liceo cattolico. La sua famiglia ebbe i mezzi per farlo entrare nell’esercito e durante la sua formazione militare Sankara maturò la convinzione che i militari dovessero essere formati ed educati per divenire cittadini ma anche per essere una forza promotrice di emancipazione e sviluppo della popolazione. In Madagascar all’Accademia militare maturò le idee di una rivoluzione democratica e popolare. Giunse ad essere ufficiale con grande autorevolezza. Ai suoi soldati chiese di promuovere servizi di pubblica utilità come lo scavo di pozzi per l’acqua e il rimboschimento contro l’avanzata del deserto.

Il governo del Paese dopo la fine della colonizzazione francese aveva visto vari cambiamenti con colpi di stato. Dal 1970 i protagonisti erano quadri militari. Dopo un periodo di scioperi nel novembre 1980 un colpo di Stato militare del colonnello Sayé-Zerbo rovesciò il governo ma presto la situazione di corruzione si affermò nuovamente. Nel 1982 un altro colpo di Stato porta Sankara ad essere nominato primo ministro nel governo di Jean-Baptiste Ouedraogo. Ma nel 1983 a causa delle sue posizioni e per l’affermarsi della sua fama fu arrestato. Tuttavia tale scelta coagulò la solidarietà attorno a lui e una rivolta popolare e dei militari lo condusse ad essere presidente del Paese il 4 agosto 1983. Il suo progetto da presidente è così sintetizzato: “Democratizzare la nostra società, aprire gli animi ad un universo di responsabilità collettiva per osare inventare il futuro”.

Egli ha chiaro l’obiettivo di realizzare una liberazione dall’imperialismo occidentale che dopo la fine del colonialismo si è affermato in modi più pervasivi in ciò che egli definisce ‘la colonizzazione delle mentalità’. Il suo impegno va nella direzione di promuovere una autonomia dei paesi dell’Africa rispetto agli aiuti internazionali che in qualche modo sono un ricatto e una nuova forma di oppressione. “Ne abbiamo davvero abbastanza di questi aiuti alimentari, che immettono nelle nostre menti riflessi da mendicante, da assistito bisogna produrre, produrre di più perché è normale che chi vi dà da mangiare vi detti anche le sue volontà”.

Con il recupero della tradizione locale nella coltivazione e nella produzione di tessuti mira ad affermare che è possibile emanciparsi dalla miseria anche da parte di Stati poveri come il Burkina. Il suo progetto politico si concentra sull’agricoltura per permettere a tutti una sufficiente alimentazione quotidiana e il superamento della fame. L’industria viene orientata a produzione di beni di prima necessità in contrasto con forme di dipendenza dalle importazioni e dagli aiuti.

“La nostra rivoluzione avrà valore solo se, guardando intorno a noi, potremo dire che i Burkinabé sono un po’ più felici grazie a essa. Perché hanno acqua potabile e cibo abbondante e sufficiente, sono in splendida salute, perché hanno scuola e case decenti, perché sono meglio vestiti, perché hanno diritto al tempo libero; perché hanno l’occasione di godere di più libertà, più democrazia, più dignità. La rivoluzione è la felicità. Senza felicità, non possiamo parlare di successo” (Discorso a Tenkodogo 2 ottobre 1987).

Perseguì anche una politica di rigore morale porta all’eliminazione di privilegi della classe politica e dei ministri a cui impose di usare semplici Renault 5. Viene attuato un progetto di rimboschimento per contrastare la desertificazione di ampie aree del Paese. Lo sforzo per la promozione della scolarizzazione vede in pochi anni esiti importanti così come le campagne di vaccinazione contro le malattie e l’attenzione ai diritti delle donne.

“Parlo in nome dei milioni di esseri umani che vivono nei ghetti perché hanno la pelle nera o sono di culture diverse, considerati da tutti poco più che animali. Parlo  in nome di quelli che hanno perso il lavoro in un sistema che è strutturalmente ingiusto e congiunturalmente in crisi, ridotti a percepire della vita solo il riflesso di quella dei più abbienti. Parlo in nome delle donne del mondo intero che soffrono in nome di un sistema maschilista che le sfrutta. Le donne che vogliono cambiare hanno capito e urlano a gran voce che lo schiavo che non organizza la propria ribellione non merita compassione per la sua sorte. Questo schiavo è responsabile della sua sfortuna se nutre qualche illusione quando il padrone gli promette libertà”. (Discorso all’ONU, 4 ottobre 1984).

La linea di produrre e consumare burkinabé evitando importazioni di frutta verdura che annullano il mercato e la produzione locale apre a un nuovo dinamismo per cui prodotti locali sono acquistabili sul posto di lavoro e si dà spazio all’invito ad usare gli abiti tradizionali prodotti in modo artigianale, il Faso dan fani.

“La cosa più importante è aver condotto il popolo ad aver fiducia in se stesso, a capire che finalmente può sedersi e scrivere la propria storia; può sedersi e scrivere la sua felicità; può dire quello che vuole. E allo stesso tempo, sentire qual è il prezzo da pagare per questa felicità”.

Nei rapporti internazionali Sankara conduce la battaglia contro il pagamento del debito. Questo è da lui denunciato come continuazione del potere coloniale che conduce all’immiserimento dei paesi africani, riproposizione di controllo e colonizzazione dell’Africa da parte delle istituzioni finanziarie internazionali. All’Organizzazione dell’Unità Africana dice: “Vorrei dire chiaramente che noi non possiamo pagare il debito… Questo per evitare che ci facciamo assassinare individualmente. Se il Burkina Faso da solo si rifiuta di pagare il debito, io non sarò presente alla prossima conferenza”.

Non ebbe paura di parlare con orgoglio e coraggio di fronte all’assemblea dell’ONU e a manifestare la sua visione in contrasto con la visione colonialista anche di fronte al presidente francese François Mitterrand.

Il 15 ottobre 1987 Thomas Sankara in un complotto fu assassinato. Ad ora non è stata fatta chiarezza sulle responsabilità né è stato avviato un processo per individuare i colpevoli. Un ruolo decisivo lo ebbe certamente Blaise Compaoré, suo stretto collaboratore, sostenuto dalla Francia e dagli USA. Compaoré divenne poi per molti anni esecutore delle politiche liberiste nella regione e stretto alleato di Parigi.

Dopo ventisette anni di governo di Blaise Compaoré, dal 2014, la situazione in Burkina Faso è mutata con inizio di un periodo di transizione a seguito di una insurrezione popolare. Compaoré è fuggito in Costa d’Avorio. Nel marzo del 2015 è stata avviata un’inchiesta sulla morte di Thomas Sankara. Il 27 novembre 2017 Emmanuel Macron in un discorso all’università di Ouagadougou ha promesso che tutti i documenti prodotti dalla amministrazione francese durante la presidenza di Sankara e dopo il suo assassinio siano declassificati e consultati in risposta alle richieste della giustizia burkinabé. Un segno di un possibile cambiamento della politica francese in Africa. Il 7 febbraio la commissione rogatoria è stata affidata ad un giudice francese. La rete Justice pour Sankara justice pour l’Afrique, ha accolto questa decisione come un passo in avanti decisivo per la ricerca della verità.

“Riconoscendoci parte del Terzo mondo vuol dire, parafrasando José Martí, ‘affermare che sentiamo sulla nostra guancia ogni schiaffo inflitto contro ciascun essere umano ovunque nel mondo’. Finora abbiamo porto l’altra guancia, gli schiaffi sono stati raddoppiati. Ma il cuore del cattivo non si è ammorbidito. Hanno calpestato le verità del giusto. Hanno tradito la parola di Cristo e trasformato la sua croce in mazza. Si sono rivestiti della sua tunica e poi hanno fatto a pezzi i nostri corpi e le nostre anime”.

Così parlava Sankara all’Onu. Il suo percorso di uomo probo, la sua dedizione per un progetto politico di liberazione e di affermazione della dignità dei paesi africani e dei popoli impoveriti, il suo sguardo che si allargava a considerare la necessità di una alleanza dei popoli poveri per farsi solidali con tutti gli oppressi, è un seme gettato per il cammino dei paesi africani ma ha anche una validità particolare nel mondo attuale in cui i medesimi meccanismi oppressivi e di colonizzazione sono tuttora in atto e presenti.

Alessandro Cortesi op

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Per approfondire:

Bruno Jaffré, Thomas Sankara. La patrie ou la mort (1997), ed. L’Harmattan, Paris.

Bruno Jaffré, Thomas Sankara ou la dignité de l’Afrique “Le Monde Diplomatique” 7.10.2007

Il discorso integrale all’ONU in traduzione italiana di Marinella Correggia

Gabriella Giudici, Thomas Sankara, la seconda indipendenza africana, pagina blog con alcuni filmati sulla vita e discorsi.

Daniele Bellocchio, Quei misteri dietro la morte di Thomas Sankara 13.12.2017.

www.thomassankara.net

 

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