la parola cresceva

commenti alla Parola della domenica e riflessioni

XXII domenica tempo ordinario – anno C – 2016

IMG_1241Sir 3,17-29; Eb 12,18-24; Lc 14,1.7-14

“Figlio nella tua attività sii modesto, sarai amato dall’uomo gradito a Dio. Quanto più sei grande tanto più umiliati; così troverai grazia davanti al Signore; perché grande è la potenza del Signore e dagli umili egli è glorificato”.

Dio è glorificato dagli umili. Umili sono coloro che si sanno legati alla terra (humus). Vivono l’ascolto della terra che parla di limite, di relazioni, di fatica e di pazienza, di cose quotidiane e piccole, di vita e di morte. Essere umile è essere fedele alla terra. La terra parla di concretezza e di quotidiano, è grembo di aria, acqua che precede e supera. Manifesta realtà da conoscere, rispettare, coltivare, di cui aver cura. La terra indica un quaggiù in cui esercitare responsabilità. Maturare consapevolezza del proprio limite è grandezza, ed è cammino di umanizzazione. Anche azioni che rendono ‘grandi’ di fronte agli uomini, hanno radici nella terra di un dono: tutto quello che abbiamo, facciamo o siamo non può essere ridotto a proprietà esclusiva: fiorisce infatti sul terreno di una gratuità originaria. Il vanto dei presuntuosi rivela una profonda insipienza di fronte alla terra. E’ invece l’atteggiamento degli umili che glorifica Dio: la sua grandezza capovolge i criteri della potenza umana. La sua presenza è nascosta e sta dentro la terra: il suo manifestarsi è nel farsi piccolo.

Gesù è uomo fedele alla terra: legge nei fatti della vita la traccia di Dio. Mentre gli invitati sceglievano i primi posti nella casa di uno dei capi dei farisei dice: “Quando sei invitato a nozze da qualcuno, non metterti al primo posto, perché non ci sia un altro invitato più ragguardevole di te e colui che ti ha invitato venga a dirti: cedigli il posto! Allora dovrai con vergogna occupare l’ultimo posto”.

E’ una questione di posti: la ricerca dei primi posti prende tutte le energie della vita. Chi sta ai primi posti è personalità da riverire perché ha un qualche potere, dai più è visto come persona realizzata dotata di privilegi o di superiorità. I primi posti sono per i notabili e per chi esercita un dominio. Per tutti gli altri può non esserci posto secondo una visione esclusiva dell’esistenza.

Gesù capovolge questo modo di intendere la vita: la sua proposta scardina la mentalità della competizione e dell’esclusione. Non solo per qualcuno ma per tutti c’è un posto. Il suo invito è nella linea di vigilare per non pensare di essere superiori e di vantarsi rispetto agli altri. Gesù pone al centro lo sguardo ai rapporti e richiama ad uno sguardo solidale. Ognuno si ritrova ad avere un dono particolare e può svolgere compiti e servizi diversi. Ma ciò va fatto con semplicità. Il posto che ciascuna e ciascuno ha nella vita è punto di connessione tra tanti altri posti.

Gesù non solo smaschera l’arrivismo, la pretesa di essersi fatti da sé, il vanto. Nelle sue parole traspare il volto di Dio. Il Padre è infatti ‘colui che ti ha invitato’ l’unico che può dire ‘Amico, passa più avanti!’. Al centro della parabola sta una proposta sul volto di Dio come ‘colui che invita’. E’ lui che chiama ‘amici’ i suoi commensali e invita ciascuno ad un posto in una festa dove i posti sono tanti e dove ai primi posti sono invitati non i grandi ma gli umili. Da qui deriva un modo nuovo di vivere: “Quando dai un pranzo o una cena… invita poveri, storpi, zoppi, ciechi e sarai fortunato perché non hanno da contraccambiarti’. Con queste parole Gesù smaschera la logica della corruzione dei rapporti, basata sullo scambio di favori, e capovolge le gerarchie; propone ai suoi di prendere le parti di chi sta all’ultimo posto, di chi viene escluso e non considerato perché non ha potere e non può contraccambiare. Avere un posto diviene così chiamata a condividere: aver cura di chi è lasciato all’ultimo posto, dare sapendo di aver ricevuto, con semplicità. La gratuità è il volto di Dio. Per questo ‘amici’ possono essere tutti coloro da cui non si può avere contraccambio.

Alessandro Cortesi op

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Invito

Terra Madre è il nome di una rete mondiale che associa insieme le comunità locali del cibo. A fondamento di tale rete sta un modo di pensare la vita nel senso della relazione e con al centro l’attenzione il cibo. Le idee ispiratrici di Terra Madre si sono tradotte in un progetto che coinvolge pescatori, contadini, pastori e agricoltori. Tutti produttori di cibo a piccole dimensioni attivi in diverse parti del mondo. Al cuore del progetto è porre attenzione alla dimensione locale e valorizzare il proprio lavoro, che proviene da saperi ereditati dalla tradizione. Connettersi in una rete offre un’occasione per dare al proprio lavoro una valenza di costruzione di relazione, una dimensione autenticamente politica. Un progetto che si pone in modo alternativo alle modalità di produrre consumare cibo nel mondo globale. Ancora oggi in un mondo che ha possibilità di produrre cibo per sfamare tutti, esistono intere regioni colpite dalla scarsità di cibo e un miliardo circa di persone soffrono la fame. Questo dato sconvolgente denuncia il fallimento di un sistema di produzione consumo del cibo che genera da un lato lo spreco e la sovrabbondanza e dall’altro la miseria.

Mangiare è il gesto che lega l’umanità alla terra in modo speciale, ma oggi il cibo per lo più è prodotto per essere venduto e non per saziare la fame di persone e popoli. “mangiare è un atto politico” è affermazione di Carlo Petrini, fondatore di Terra madre e autore del libro in cui offre una sintesi della sua visione Terra Madre. Come non farci mangiare dal cibo, ed.Giunti-Slow Food, 2010 e del più recente: Buono, pulito e giusto, ed. Slow Food 2016. Una alleanza nuova va oggi stabilita tra chi produce il cibo e chi si sfama con quel cibo. Al centro sta l’attenzione al principio della sovranità alimentare che consiste nel “garantire a tutti i popoli il diritto a una produzione alimentare sana, abbondante e accessibile”.

Al cuore del progetto di Terra madre sta la provocazione a far crescere la consapevolezza dell’importanza di ogni scelta anche piccola legata all’alimentazione, al cibo, dalla sua qualità, ai luoghi di acquisto ai modi di mangiare, al contrastare la logica dello spreco.

Come non farsi mangiare dal cibo è l’interrogativo che Petrini apre nella sua riflessione. Mangiare è possibile anche da soli ma è sempre un gesto che lega insieme perché quel cibo che sta sulla tavola proviene da una lunga serie di attività umane e di passaggi che tengono insieme lavoro di persone e la terra.Il cibo lega insieme esseri umani e terra nella scoperta di essere insieme partecipi e soggetti di un medesimo respiro e di una casa comune.

Tanto più quando si offre un pranzo o quando si accoglie un invito a mangiare insieme. Mangiare insieme è esperienza quotidiana ricca di una profondità spesso non considerata: è luogo possibile di un sistema diverso di intendere i rapporti tra le persone, i popoli, le tradizioni e le culture: mangiare è veramente un gesto che costruisce un modo di vivere insieme diverso e alternativo rispetto alle modalità dell’esclusione e del privilegio. “Quando dai un pranzo o una cena… invita poveri, storpi, zoppi, ciechi e sarai fortunato perché non hanno da contraccambiarti’.

Alessandro Cortesi op

XXII domenica tempo ordinario – anno C – 2016

IMG_0681Is 66,18-21; Eb 12,5-7.11-13; Lc 13,22-30

‘Passava per città e villaggi insegnando e dirigendosi verso Gerusalemme’. ‘Passare’ è verbo di movimento, apertura, uscita, nell’attraversare i luoghi della vita, nella compagnia degli umani. I luoghi del suo passare sono lontani dai grandi centri della ricchezza e del potere. Gesù attraversava i villaggi della Galilea i luoghi del vivere di chi conosce la fatica del lavoro e il peso dell’oppressione dei potenti. Gesù è profeta che cammina, in un viaggio tutto orientato verso Gerusalemme.

“sono pochi quelli che sono salvati?” E’ domanda di scuola, dibattuta nei circoli dei maestri religiosi del tempo preoccupati di motivare privilegi, esclusioni, verità inaccessibili. Come oggi nei sistemi religiosi e tra le loro gerarchie, così allora diverse risposte trovavano dovizia di spiegazioni: c’era chi sosteneva che pochi si sarebbero salvati e chi invece affermava che tutti gli israeliti avrebbero partecipato al mondo futuro. Visioni più o meno aperte ma incapaci di respiro e rinchiuse in un orizzonte di privilegio ed esclusione.

Gesù non entra nella questione. Conduce piuttosto ad andare alla radice della domanda. Salvezza si pone nei termini di una relazione, e si può paragonare non ad un obiettivo esigente, ma ad una festa, ad un incontro aperto e accogliente. Il suo linguaggio non è per iniziati di una dottrina, ma suscita coinvolgimento. Parla così di una porta: ‘Sforzatevi di entrare per la porta stretta, perché molti cercheranno di entravi ma non ci riusciranno. Quando il padrone di casa si alzerà e chiuderà la porta, rimasti fuori, comincerete a bussare alla porta dicendo: Signore, Signore aprici!’.

Le porte strette erano quelle di accesso alla città, anche di notte quando le grandi porte erano chiuse. Chi avanza pretese e diritti si scontra con le dure parole del padrone di casa: ‘Non so di dove siate: andate via da me, voi tutti che operate l’iniquità’. Chi accampa in qualche modo diritti per ‘aver mangiato e bevuto insieme’, perché ‘hai insegnato nelle nostre piazze’ si deve invece confrontare con altri criteri per poter entrare. Chi può attraversare la porta stretta non rivendica una appartenenza anche di tipo religioso o privilegi particolari, ma è rinviato ad una scelta personale, a compiere la giustizia nella concretezza della vita. Le parole di Gesù rinviano non ad una salvezza in una sfera lontana ma ad un impegno presente, da iniziare ora contro ogni iniquità. Il senso della vita, l’incontro con Dio, il compimento dell’esistenza non si attua altrove se non nella relazione con gli altri.

La porta per entrare è stretta: Gesù non prospetta il disimpegno e l’irrilevanza, ma ai discepoli richiama l’esigenza di una fatica, di prendere posizione, vivere l’urgenza e la responsabilità. E’ una parola che pone in crisi chi avanza pretese senza coinvolgersi in scelte che segnano la prassi. Di fronte a ricerche di rassicuranti certezze o a pretese di ‘diritti acquisiti’ le parole di Gesù suscitano la domanda che investe l’esistenza.

La porta è aperta, ma richiede un atteggiamento lontano da pretese o arroganza. La porta è spalancata per chi proviene da lontano ma troverà accoglienza. La salvezza allora è già una vita vissuta nella giustizia: ‘E verranno da oriente e da occidente da settentrione e da mezzogiorno per prendere posto al banchetto nel regno di Dio. E così vi saranno ultimi che saranno primi e primi che saranno ultimi’. Gesù richiama le parole dei profeti: scagliandosi contro un culto separato dalla vita, indicavano che solo scelte di attenzione ai più poveri sono la via per incontrare Dio.

La porta stretta si apre ad accogliere chi non ha titoli di appartenenza o privilegi da accampare, chi attua scelte nel prendersi cura per l’altro, nello stare dalla parte degli oppressi, nell’impegno per la giustizia e per la pace. Sono persone che provengono da lontano, estranei a Israele, stranieri, ma con la loro vita dicono il vangelo. Gesù nel suo annuncio spalanca porte nuove, conduce a pensare la fede stessa al di fuori degli steccati. Coloro che sono considerati fuori sono accolti nel regno di Dio: ‘siederanno a mensa nel regno di Dio’. Saranno gli invitati nella casa, troveranno la porta aperta e accogliente. E’ un invito a ripensare il nostro cammino personale e i modi di vita delle nostre comunità.

Alessandro Cortesi op

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La soglia

C’è una ricchezza di pensieri che si affollano alla mente se si riflette sulla soglia, quel luogo domestico, quotidiano, che è limite, spazio di apertura, di attraversamento. La soglia di una casa è pietra che segna il limite tra il dentro e il fuori, delimita l’area di un vuoto e di una apertura dove rendere possibile il passaggio. La soglia è fatta per transitarvi, o per sostarvi sul limite. E’ infatti luogo del passaggio, dove si sta nel momento del saluto e dell’accoglienza, da dove si invita ad entrare e dove si rimane quando si getta lo sguardo al di fuori delle mura domestiche per affacciarsi fuori sul mondo circostante. Attraversare una soglia è movimento che dice incontro e apertura all’altro, è passaggio quotidiano inavvertito come il respiro.

La soglia è anche un confine, un limite che separa e che nello stesso tempo unisce e fa toccare due mondi diversi. Non ci sono solamente soglie fisiche, ci sono soglie interiori da riconoscere e varcare. Chi si ferma al di qua o al di là della soglia costruendo barriere e segnando confini come steccati si rende incapace di gustare la vita nel suo essere passaggio, cammino di soglie oltrepassate, coinvolgimento in quel viaggio in cui dal momento della nascita siamo stati gettati. In un momento storico in cui ritornano le barriere innalzate dentro e fuori, in una stagione in cui la paura sembra prevalere, coloro da cui imparare a vivere sono gli attraversatori di soglie, coloro che vivono il faticoso apprendimento nel far convivere confini dentro se stessi e sanno renderli luogo non di chiusura ma di attraversamento nell’incontro. Come la battigia sulla riva che tiene insieme e fa unire e mescolare mare e terra e nello stesso tempo li distingue, sulla spiaggia impregnata di salsedine. Per riflettere due brani che evocano i significati della soglia:

“Il «limine» può essere identificato con una soglia o come un lungo corridoio o un tunnel che rappresenta il necessario passaggio della nostra soggettività verso un nuovo orizzonte. La soglia implica un dinamismo, un attraversamento: quando ci dirigiamo da un luogo ad un altro, per un tratto ci si allontana, poi ci si avvicina, ma è decisivo il punto e il momento dell’attraversamento. E’ questo stare nel mezzo, questo luogo «terzo» (diverso dall’origine e dalla meta, diverso dalla partenza e dall’arrivo) quello che ci fa mancare il fiato, quello che ci fa tremare nella nostra interiorità, nel nostro tempo interiore. La riva abbandonata è alle spalle e quella verso cui siamo diretti ancora non si vede: la riva da raggiungere è nell’ombra. Questo crinale decisivo, e talvolta terribile, è quello che chiamiamo «essere sulla soglia»: è il luogo della paura e del naufragio, ma anche della sorpresa, della vita autentica, è il luogo dove la nostra soggettività arriva al suo «punto-limite» ed è chiamata a fare delle scelte per dare un senso alla nostra vita e alla nostra esistenza. Nella sua natura originaria e irripetibile, nel suo «punto-limite», la soglia è la «terra di nessuno»: è la terra selvaggia, autentica e originaria dove poter ritornare ad «essere se stessi». La soglia è l’orizzonte della speranza”(Andrea Gentile, Sulla soglia. Tra la linea limite e la linea d’ombra, IfPress 2012).

” I confini sono un catalogo di ipotesi, un’enciclopedia del possibile e del praticabile. Ad esempio, più che demarcazioni lineari, sono passi creste frastagli onde. Sono percorsi, tracce e sentieri: idee e impressioni che diventano disegni sul territorio. Addirittura colori, che sfumano. Tratti, ritratti di paesaggi, cose, persone. Prima che geografie, sono storie, racconti e immagini insieme. Quasi sempre inducono un andare più che un fermarsi. Segnalano, al di là di un limite, una messa in comunicazione, una ineludibile cerimonia di condivisione e comunione. Sono costruzioni che spesso dicono un dentro e un fuori, facendoli coesistere, essendo evidente che senza fuori non può esserci alcun dentro. E ancora, sono pensieri, mappe mentali che si semplificano e fissano, pur rimanendo fluidi, in una traduzione fisica. E viceversa — con i confini c’entra sempre il viceversa. Sono un dato fisico e di percezione che produce mappe mentali e pensieri (…)“Siamo fatti di confini, bisogna solo farli stare bene dentro di noi. I confini non sono che il bacio di due terre, di due cose” (Gianluca Favetto, Se il confine è un sentiero della mente, La Repubblica 5 agosto 2016).

Alessandro Cortesi op

 

 

XX domenica tempo ordinario – anno C – 2016

IMG_0599_2Ger 38,4-6.8-10; Ebr 12,1-4; Lc 12,49-57

“Sono venuto a gettare fuoco sulla terra, e quanto vorrei che fosse già acceso! Ho un battesimo nel quale sarò battezzato, e come sono angosciato finché non sia compiuto!”.

Gesù parla della sua passione come di un ‘battesimo’, termine che traslittera l’espressione greca che significa ‘immersione’. Immergersi è scendere giù, sotto, sprofondare. Immersione è discesa sotto l’acqua in una condizione che evoca la sepoltura. L’immagine del battesimo/immersione richiama così lo sprofondare nella morte. In tale discendere è indicato il percorso di Gesù nella passione: uno scendere nell’abisso dell’ingiustizia e della violenza, un farsi sommergere dalla malvagità e dalla cecità del potere. Il suo battesimo è la sua morte. La discesa nelle acque ne diviene metafora come segno di una scelta di fede nel seguire Gesù nel suo cammino.

Gesù manifesta lucidità di fronte a quanto lo attende, ma non fugge di fronte ad un esito della sua vita che si profilava tragico. Nei vangeli si trova attestazione della sua dirittura nell’andare incontro al rifiuto e alla violenza ostile per portare fino in fondo la sua fedeltà al regno di Dio. Di fronte a questa ‘immersione’ ha paura e angoscia: non è un eroe superiore alle sofferenze e insensibile, ma condivide l’angoscia e il senso di debolezza di chi si sente fragile. Gesù vive questa immersione nella morte in un modo nuovo: la rende luogo di dono e di consegna di sé sino alla fine. Non si fa complice del male, non sceglie la via della violenza, ma apre una via nuova: fa di quella morte il luogo di una testimonianza della possibilità di amare anche lì, fino alla fine.

Un desiderio forte prevale al cuore della sua vita: è il desiderio che il fuoco della sua missione possa rimanere acceso e accendere altri. Fuoco è immagine biblica che rinvia alla parola dei profeti (cfr. Ger 5,14 ad es.), alla fine dei tempi ed al giudizio (Is 66,15; Lc 3,). E’ anche riferimento al dono dello Spirito: Luca presenta infatti nel quadro della Pentecoste (At 2,3) le fiamme di fuoco che si dividono e si poggiano sul capo di ciascuno degli apostoli quale segno del dono dello Spirito. L’immersione nella passione porterà ad un dono che è dono del respiro di Gesù, lo spirito che animava la sua esistenza, lo Spirito che rimane dentro e dà vita a coloro che lo seguono.

Anche nel vangelo di Marco si ritrova questo riferimento alla morte di Gesù come battesimo. Ai due discepoli che gli chiedevano i primi posti Gesù dice: “‘Potete bere il calice che io bevo, o ricevere il battesimo con cui sono battezzato?’ Gli risposero: ‘Lo possiamo’. E Gesù disse: ‘Il calice che io bevo anche voi lo berrete, e il battesimo che io ricevo anche voi lo riceverete. Ma sedere alla mia destra o alla mia sinistra non sta a me concederlo” (Mc 10,38-39).

La passione ha così i tratti di un’immersione nella morte. Ma la violenza e la morte non sono l’ultima parola. Si apre una vita che sconfigge le forze della morte: è il dono dello spirito. E il discepolo è chiamato a seguire il percorso del maestro.

“…corriamo con perseveranza nella corsa che ci sta davanti, tenendo fisso lo sguardo su Gesù, colui che dà origine alla fede e la porta a compimento. Egli, di fronte alla gioia che gli era posta dinanzi, si sottopose alla croce, disprezzando il disonore, e siede alla destra del trono di Dio. Pensate attentamente a colui che ha sopportato contro di sé una così grande ostilità dei peccatori, perché non vi stanchiate perdendovi d’animo. Non avete ancora resistito fino al sangue nella lotta contro il peccato” (Eb 12,1-4). Il battesimo che Gesù ha vissuto è immersione nella morte per poter comunicare quel fuoco che non distrugge ma vince ogni male che rende la vita meno umana ed è quindi forza di vita nuova.

“D’ora innanzi in una casa di cinque persone si divideranno tre contro due e due contro tre; padre contro figlio e figlio contro padre, madre contro figlia e figlia contro madre”. Aderire a Gesù, alla sua persona, conduce ad una decisione che non può lasciare indifferenti o neutrali. Il fuoco che Gesù comunica genera scelte di cambiamento, di ripensamento della propria esistenza in rapporto agli altri, di condivisione. La scelta segna la vita di ogni comunità che prende sul serio la proposta di Cristo. Il tempo presente è il tempo della comunità in cui sono già iniziati gli ultimi tempi: ognuno è posto di fronte a scelte decisive sull’orientamento di fondo dell’esistenza. Luca sottolinea la radicalità della scelta nel seguire Gesù.

Seguire Gesù non pone ‘contro’ qualcuno, eppure suscita ostilità o rifiuto da parte di chi non vuole cambiare nulla, intende mantenere situazioni di ingiustizia, è preoccupato solo di difendere privilegi o potere. La scelta di stare con Gesù lasciandosi prendere dal fuoco della sua missione non si compie senza difficoltà e incomprensioni: genera rifiuto e conduce a subire emarginazione. Lo stile che Gesù ha scelto, quello della nonviolenza, deve essere lo stile del discepolo.

Gesù infine chiede di ‘giudicare da voi ciò che è giusto’: è una chiamata a scegliere in rapporto a lui ed è un appello alla responsabilità. E’ una chiamata a prendere posizione e a leggere i segni della presenza di Dio nella storia.

Alessandro Cortesi op

Team Refugees

Fuoco sulla terra

In questi giorni si stanno svolgendo i giochi olimpici a Rio de Janeiro ed un fuoco è al centro della grande manifestazione che raccoglie atleti da tutto il mondo nella partecipazione alle gare. Quel braciere, acceso con la torcia olimpica portata dai tedofori nella lunga corsa, può facilmente sfuggire allo sguardo quale frammento di una gigantesca coreografia delle olimpiadi divenute un ingranaggio della grande macchina del mercato mondiale. Ma nel suo fuoco reca tuttavia con sé antichi e dimenticati riferimenti. E’ rinvio al fuoco sacro di Olimpia che rimanendo acceso durante tutta la durata dei giochi segnava anche un confine alla guerra facendola tacere almeno per un tratto e delimitava un tempo di sospensione dalla violenza.

Quel fuoco recava in sé una nostalgia e una promessa di pace, tutti elementi tragicamente negati dagli eventi che viviamo in questi giorni. Altri fuochi ben diversi sono  sputati da armi che alimentano il conflitto senza tregua in Siria, vengono accesi nella durissima repressione del golpe in Turchia in cui ogni diritto viene calpestato. Ancora fuochi ben diversi sono quelli delle bombe che hanno portato distruzione in ospedali in luoghi di cura di malati e bambini, o nell’assedio di Aleppo dove due milioni di persone sono rinchiuse senza acqua e elettricità, proprio in questi giorni in cui le prime pagine dei giornali sono occupate dai record dei migliori atleti mondiali.

Forse questo fuoco olimpico può illuminare anche aspetti rimasti al buio dell’evento delle Olimpiadi e di situazioni dei nostri giorni che rischiamo di vivere da spettatori distratti: illumina le favelas di Rio in cui le Olimpiadi vengono percepite solamente come eco di un mondo ricco e inavvicinabile, dove lo spettacolo è osservato da lontano mentre la vita di stenti non è per nulla cambiata. Esso illumina la squadra dei rifugiati che è riuscita a partecipare alle Olimpiadi 2016, senza attirare troppa attenzione da parte dei media: di essa fanno parte atleti fuggiti dai loro paesi tra i tanti migranti che hanno cercato rifugio ed hanno continuato a coltivare un sogno, pur essendo ormai senza patria, o meglio avendo scoperto che siamo tutti stranieri in cerca di una patria comune.

Il fuoco di quel braciere può ricordare che nel nostro tempo dovrebbe essere rovesciato il motto olimpico: citius, altius, fortius. Quel fuoco può suggerire ad un mondo che guarda solo ai primi e si lascia attrarre solo dai record o dai fallimenti e delusioni dei campioni, di pensare al senso perduto di un evento ordinario e quotidiano come il gioco nella vita umana indirizzndo lo sgaurdo a chi resta indietro, a chi solo ha partecipato. Nel gioco ciascuna e ciascuno può partecipare, indipendentemente dalle fattezze del proprio corpo, nel riconoscimento della propria provenienza,  e vivere quel sentimento profondamente umano della gioia di gareggiare, di affrontare insieme lo sforzo e la fatica. Nel gioco tutti possono misurarsi nella competizione in cui l’altro non è un nemico ma un volto accomunato nella medesima umanità e passione, tutti possono manifestare l’abilità quale dono di natura e frutto di esercizio, tutti possono vivere la gioia di vincere ma anche assaporare la gioia di perdere scoprendo come proprio nel perdere s’impara l’autentica vittoria non di un momento ma del crescere nel divenire più umani.

Quel fuoco ricorda allora di cambiare prospettiva, non solo in rapporto alle olimpiadi, da scorgere recuperando la luce di quell’antico fuoco liberandolo dal rimanere elemento decorativo e retorico. E’ richiamo ad una conversione in rapporto al modo globale di concepire l’esistenza: non più citius altius fortius più veloce, più in lato, più forte, ma lentius profundius suavius, più lentamente, più in profondità, più dolcemente. Questo potrebbe essere il motto di un mondo che scopre dimensioni inedite e da praticare nella scelta della possibilità dell’impossibile. Lo ricordava Alex Langer anni fa in un suo intervento ripreso nella raccolta di suoi scritti ‘Il viaggiatore leggero’:

“Sinora si è agito all’insegna del motto olimpico ‘citius, altius, fortius’ – più veloce, più alto, più forte – che meglio di ogni altra sintesi rappresenta la quintessenza dello spirito della nostra civiltà, dove l’agonismo e la competizione non sono la mobilitazione sportiva di occasioni di festa, bensì la norma quotidiana ed onnipervadente. Se non si radica una concezione alternativa, che potremmo forse sintetizzare, al contrario, in ‘lentius, profundius, suavius – più lento, più profondo, più dolce -, e se non si cerca in quella prospettiva il nuovo benessere, nessun singolo provvedimento, per quanto razionale, sarà al riparo dall’essere ostinatamente osteggiato, eluso o semplicemente disatteso(da Intervento ai Colloqui di Dobbiaco 94, in Alexander Langer, Il viaggiatore leggero. Scritti 1961-1995, Sellerio 2011, 210).

Alessandro Cortesi op

 

XIX domenica tempo ordinario – anno C – 2016

-2Sap 18,3.6-9; Eb 11,1-2.8-19; Lc 12, 32-48

“la notte della liberazione fu preannunciata ai nostri padri perché avessero coraggio… il tuo popolo infatti era in attesa della salvezza… ”. Notte e giorno, tenebre e luce: è contrapposizione che attraversa la Bibbia. La notte è simbolo del buio e del male, la luce della vita divina. La migrazione dell’esodo si compie di notte ma il buio è squarciato dalla colonna di fuoco e luce. La luce diviene segno: il Signore stesso guida illuminando il cammino del popolo: “la notte della liberazione desti al tuo popolo, Signore, una colonna di fuoco, come guida in un viaggio sconosciuto e come sole innocuo per il glorioso migrare”.

“Non temere piccolo gregge, perchè al Padre vostro è piaciuto di darvi il suo regno”. Gesù indica il regno come un modo nuovo di vivere, scoprendo che Dio è vicino e genera rapporti nuovi e un modo diverso di vedere le cose: la conversione richiesta è un orientamento diverso. Passare dall’idea che le cose cambiano per opera dei grandi, dei ricchi, dei sapienti, alla consapevolezza che il regno è dato ai piccoli. Chi compie la scelta di non accaparrare per sé, chi sceglie di essere senza interessi e potere da difendere, è capace di farsi borse che non invecchiano. Non è una scelta di irresponsabile e di irrealtà: Gesù chiede di intendere in modo nuovo l’uso di tutti i beni. Quello che si ha in tanti modi e in tutte le sue forme può essere utilizzato divenendo schiavi delle cose, oppure nella logica del dono e del servizio. La parola di Gesù tocca le cose concrete, la gestione di quei beni che segnano la nostra vita. Vivere la ‘elemosina’ indica maturare una attitudine di misericordia e compassione per gli altri: non tanto fare un’offerta, ma vivere la propria vita come consegna.

La prima parabola indica una beatitudine indirizzata ai servi che il padrone ritornando trova svegli nel mezzo della notte, intenti alle loro opere. Per loro preparerà una cena e si metterà a servirli. E’ parola che evoca il gesto di Gesù nell’ultima cena, sintesi di tutta la sua vita ed anche promessa. Proprio il vangelo di Luca al momento dell’ultima cena riporta queste parole di Gesù: “chi è più grande, chi sta a tavola, o chi serve? Non è forse colui che sta a tavola? Eppure io sto in mezzo a voi come colui che serve… e io preparo per voi un regno come il Padre l’ha preparato per me…” (Lc 22,25-29).

“Siate simili a coloro che aspettano il padrone quando torna dalle nozze, per aprirgli subito apena arriva e bussa”: il profilo del padrone è particolare. E’ uno strano padrone che deve bussare per entrare: Dio è tutt’altro che padrone, è piuttosto presenza discreta che bussa e chiede di entrare e attende: “Ecco io sto alla porta e busso…” (Ap 3,20).

La seconda breve parabola parla dell’irrompere inatteso del ladro che scassina la casa di notte. E’ una parola difficile perché il venire del figlio dell’uomo è accostato al presentarsi di un ladro. Certo, chi intende la propria vita come il ricco stolto, tutto preso dal programmare come ingrandire i granai per accumulare, percepisce la venuta del Signore come un ladro che gli strappa via ciò in cui ha riposto la ricchezza della propria vita. Solo chi pensa di vivere la vita come possesso si troverà spossessato e derubato.

Una terza parabola infine presenta un amministratore fedele, pronto, al suo posto, che svolge il suo servizio nel quotidiano in fedeltà senza fare calcoli sull’ora del ritorno del padrone di casa. In quella casa dove il padrone torna, la fedeltà dell’attesa è vissuta dall’amministratore. L’amministratore non è il padrone, ma è colui che ha ricevuto in consegna qualcosa. La sua è la condizione di chi ha in affido qualcosa che non è suo.

L’invito che attraversa queste narrazioni è ad ‘essere pronti’: ‘… con la cintura ai fianchi e le lucerne accese: siate simili a coloro che aspettano il padrone quando torna dalle nozze, per aprirgli subito, appena arriva e bussa’. Essere pronti per poter mantenersi non impediti dall’accogliere, non distratti nell’attendere. Capaci di attesa e lucidi per non lasciarsi vincere dal sonno od opprimere dalla fatica. Pronti per aprirsi ad un incontro di visita.

Essere preparati non è cosa scontata: è più facile lasciarsi sopraffare da distrazioni perdendo il senso del tempo, dimenticandone il limite. Stare pronti è l’attitudine di chi si prende cura, lo stile di chi si mette in cammino, con i fianchi cinti, e la lampada in mano per illuminare anche la notte. E’ questo il vestito della pasqua quando l’agnello fu consumato insieme divisi per famiglia, pronti a partire, con i fianchi cinti: ‘Ecco come mangerete l’agnello: coi fianchi cinti, i sandali ai piedi, il bastone in mano’ (Es 12,11). L’essere pronti rinvia ad un viaggio: è un sempre nuovo cammino di esodo, è il viaggio pasquale. In esso non viene meno il pericolo e l’angoscia del buio, ma si è chiamati a scorgere i segni della presenza vicina del Dio che guida come luce.

C’è quindi un richiamo forte in queste letture a considerare tutta la vita cristiana come un viaggio che trova il suo paradigma nel cammino dell’esodo. ‘Noi siamo pellegrini e stranieri come i nostri padri’ (1Cr 29,15). La percezione di essere in pellegrinaggio attraversa le diverse spiritualità. ‘Carissimi, voi siete come stranieri ed emigranti in questo mondo; perciò io vi consiglio di stare lontani da quei desideri egoistici che vi spingono alla rovina.’ (1Pt 2,11). Percepirsi nella precarietà del cammino è tratto essenziale della comunità voluta da Gesù: implica intendere tutta l’esistenza come un viaggio. E’ la condizione di chi sa di non essere arrivato, di non possedere e si scopre legato nella compagnia di tanti altri. Nel cammino l’incontro con Dio si attua nell’incontro con tutti coloro che cercano una direzione, un senso, con tutti coloro che hanno fame e sete di libertà.

Alessandro Cortesi op

-1Per fede…

Domenica scorsa, nell’ultimo giorno di un luglio insanguinato da atti di violenza efferati condotti in varie parti del mondo, e in particolare dopo il gesto dell’uccisione in una chiesa di Rouen di padre Jacques Hamel da parte di terroristi islamisti che hanno accompagnato la loro violenza con il grido ‘Allahu akbar’, molti musulmani hanno aderito all’appello dei loro imam di essere presenti nelle chiese durante l’assemblea domenicale. Un gesto importante per dire che l’esperienza del credere non può condurre alla violenza e che le fedi possono convivere in pace riconoscendo una fraternità costitutiva dell’unica famiglia umana, nelle sue differenze e nella molteplicità delle religioni e delle culture.

La domanda che sorge è allora: come vivere oggi ‘per fede’ come Abramo, come Sara, come tutti i padri e le madri che sono stati testimoni di affidamento e di cammino nella vita in un orizzonte di fede? Abramo e Sara, padri e madri in particolare delle famiglie religiose che ad essi si richiamano come radici. Siamo eredi di una storia in cui le religioni sono state responsabili di violenze senza limite e di guerre. L’ispirazione religiosa è tutt’oggi sfruttata ad alimento di fondamentalismi diversi che portano a concepire l’altro come nemico, o inferiore, o da salvare nell’assimilazione e nella sottomissione. E questo deve suscitare una riflessione approfondita su come maturare forme di proposta e di educazione che contrastino ogni fondamentalismo.

Qualche voce in questi giorni ha giustamente notato che la grande offesa degli atti di violenza oggi non è stata solo rivolta ad alcune comunità religiose, ma alla comuità umana indipendentemente dalla propria appartenenza religiosa. Così è stato nelle violenze eclatanti dei terroristi che hanno seminato morte e dolore in luoghi di vita ordinaria, ristoranti, pub, metropolitane, luoghi di ritrovo, piazze, aeroporti, mercati.

Gli occhi vanno poi tenuti aperti anche sulle forme nascoste della violenza che attraversa le vicende dei popoli sia nelle molteplici guerre dove si oppongono interessi politici e economici, sia in altri modi in cui la guerra è combattuta nelle forme della devastazione ambientale, dello sfruttamento delle risorse, nell’impoverimento delle popolazioni, nelle violazioni dei diritti umani e civili fondamentali. Sono tutte le forme di un sistema ingiusto che è stato costruito, che appare ineluttabile e che genera iniquità, miseria e disperazione.

Come partire come Abramo ‘per fede’ oggi? Forse questo tempo presenta una grande sfida che in prospettiva riunisce tutti, credenti e non credenti, ed a tutti senza distinzioni è rivolta. E’ la scoperta che siamo accomunati in questa terra, e si può distruggere tutto se si pretende di vivere senza l’altro, concependo l’altro come nemico, in logiche di esclusivismo e di pretesa di essere detentori di verità e non a servizio della verità da accogliere e ricercare. Se si pensa di essere padroni della propria esistenza, se non si cresce nella consapevolezza della custodia e del rispetto mite per la natura e per le altre persone, se non si riconosce la differenza di tradizioni, culture e l’esigenza di comporre insieme un vivere affrontando i conflitti inevitabili con la parola,  tutto diviene occasione di guerra e rincorsa per il dominio. Il passo richiesto ad ogni uomo e donna oggi è quello di scoprire il proprio cammino non come esclusivo, ma aperto alla visita e al’incontro. La grande opera richiesta oggi non si pone nella linea dell’uso delle armi, nel progettare nuove guerre, ma è una silenziosa e profonda opera di disarmo interiore e culturale, un cambiamento di direzione dell’intendere la propria stessa fede: una conversione del ‘togliersi i sandali’ di fronte alla vita degli altri, ponendosi in ascolto, in ricerca.

Solo tale percezione della fragilità della propria vita, del legame che stringe gli esseri umani e questi con la terra, può generare un futuro da vivere insieme, mai senza l’altro. Ciò implica che ho bisogno dell’altro per vivere ciò che di più profondo sta nella mia stessa esperienza umana o di fede. Solamente da qui può aprirsi il dialogo che si nutre di rispetto, fiducia e simpatia, ed è riconoscimento delle differenze e faticoso cammino per aperture nuove. Per chi vive un riferimento a fedi religiose questa risorsa di pace va rintracciata nelle profondità del proprio credo, nei termini della fraternità, della compassione, del senso del limite; per chi vive la propria esperienza umana come luogo di costruzione di una convivenza con gli altri questa risorsa di pace può essere ritrovata nelle profondità della propria umanità, nella nostalgia di rimanere e diventare umani in sintonia con la terra. Per tutti la sfida è scoprirsi segnati dal limite e dall’apertura fragile. E’ la ricerca di “un’altra interpretazione della parola amore” come ha ricordato Dacia Maraini in una sua riflessione di fronte alla violenza degli uomini verso le donne (Il dominio feroce dei maschi deboli, in “Corriere della sera”, 3 agosto 2016) :  “Non è la vendetta che ci interessa. Non è infierendo su chi infierisce che si cambiano le cose. Quello che vorremmo è una presa di consapevolezza comune, un’altra interpretazione della parola amore. Che pure esiste. Dobbiamo solo riconoscerla dentro di noi al posto del sospetto e dell’odio”.

Forse solo questa via di umanizzazione e di riconoscimento della fragilità comune può essere una via che si oppone alla devastazione della violenza nelle sue diverse forme e della guerra. Per i cristiani non si tratta forse di un passaggio di essenzialità e di scoperta che solamente nella rinuncia al dominio dell’altro e nel prendersi cura del volto sofferente è possibile sprimentare l’incontro con Dio, raccontato da Gesù come il Padre?

Alessandro Cortesi op

Nel tempo della violenza stare nei luoghi di frattura

In questi tempi e giorni la violenza attuata in varie forme appare come un’ onda che  prende e trasforma, trascinando tutto con sè, generando rabbia e reazione, incapacità di giudizio e di lettura critica, e anche da parte di chi si dice cristiano venir meno del riferimento al vangelo. Può essere motivo di orientamento e forza riandare alla testimonianza di chi ha saputo leggere i segni dei tempi e impegnarsi con la vita nelle vie esigenti del dialogo e dell’incontro. Qui di seguito riporto in mia traduzione l’omelia tenuta oggi al Capitolo generale dell’Ordine domenicano da fr. Jean Jacques Pérennès a vent’anni dall’assassinio  di fr.Pierre Claverie: un testimone da ascoltare. (ac)

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Vent’anni fa, in questo giorno, il 1 agosto veniva assassinato il nostro confratello fr. Pierre Claverie. Anche se le circostanze della sua morte non sono state completamente chiarite ciò che è certo è che lo hanno ucciso per farlo tacere.

L’Algeria viveva allora un periodo di guerra civile che opponeva partiti islamisti, un regime militare pronto alla repressione e una società civile che aspirava a maggiore libertà. In tale difficile contesto Pierre aveva deciso di parlare nonostante i rischi, per sostenere l’aspirazione degli algerini alla libertà, per denunciare la violenza da qualunque parte provenisse, violenza degli islamisti o violenza dello Stato, e contribuire alla promozione di una società plurale e fraterna.

Ha fatto questa scelta in solidarietà con molti algerini vittime di una violenza che non risparmiava nessuno. E’ significativo il fatto che sia morto in compagnia di un giovane musulmano, Mohamed Bouchikhi, che lo accompagnava nei suoi spostamenti nel periodo estivo ed aveva assunto il rischio di frequentare un cristiano. Questo destino condiviso rimane vent’anni dopo come un grande messaggio. La forza della parola di Pierre proviene innanzitutto dal fatto che egli stesso ha sperimentato la necessità di aprirsi all’altro.

Nato ad Algeri in un contesto coloniale prese poco alla volta coscienza di vivere in ciò che indicava una ‘bolla’, la ‘bolla coloniale’. Lo cito: “Ho vissuto la mia infanzia ad Algeri in un quartiere popolare di questa città mediterranea cosmopolita. A differenza di altri europei nati in campagna o in piccole città, io non ho mai avuto amici arabi, né alla scuola del mio quartiere in cui non c’erano, né al liceo in cui erano pochi, e nel tempo in cui la guerra di Algeria iniziava a creare un clima esplosivo. Non eravamo razzisti, solamente indifferenti, ignorando la maggioranza degli abitanti di questo paese. Facevano parte del paesaggio delle nostre uscite, del decoro dei nostri incontri e delle nostre vite. Non sono mai stati dei compagni… Ho dovuto ascoltare molte omelie sull’amore del prossimo, perché ero cristiano ed anche scout, senza mai rendermi conto che anche gli arabi erano il mio prossimo. Non sono uscito da questa bolla, come altri hanno fatto, per andare alla scoperta di questo mondo differente che accostavo continuamente senza conoscerlo. C’è voluta una guerra perché la bolla si rompesse”.

Questa scoperta dell’altro è stata per Pierre un apprendimento doloroso, ma più tardi indicherà che questo è stata la sua vera nascita come uomo. In seguito impegnerà tutta la sua vita ad essere artigiano del dialogo, un dialogo nella verità che non riduce, ma al contrario, prende in conto la differenza irriducibile dell’altro.

Un secondo aspetto del suo messaggio merita di essere sottolineato e si riassume in una frase: “io ho bisogno della verità degli altri”. Dopo i suoi studi domenicani Pierre ritorna in Algeria, il paese in cui era nato. Ben presto gli vengono affidate responsabilità nella chiesa di Algeria che viveva un passaggio radicale dalla situazione di una chiesa in contesto coloniale a quello di una chiesa la cui missione era innanzitutto testimoniare Cristo in un paese musulmano.

Apprese ben presto e bene la lingua araba, si fece molti amici musulmani e aiutò la chiesa a comprendere meglio il senso di una presenza in un paese quasi esclusivamente musulmano. Cosa significa stare lì, essere testimoni di Cristo, senza poter convertire gli altri? Alla fine della sua vita Pierre scrisse su tale questione un testo ispirato: “In questa esperienza fatta della chiusura, poi della crisi e dell’emergenza dell’individuo, ho maturato la convinzione personale che non vi è che una umanità plurale e quando noi pretendiamo di possedere la verità – nella chiesa cattolica ne abbiamo triste esperienza nella nostra storia – o di parlare a nome dell’umanità, cadiamo nel totalitarismo e nell’esclusione. Nessuno possiede la verità, ognuno la ricerca, ci sono certamente verità oggettive ma esse ci oltrepassano tutti e ad esse non si può accedere se non attraverso un lungo cammino e ricomponendo poco alla volta quella verità, spigolando nelle altre culture, negli altri tipi di umanità, quanto anche gli altri hanno acquisito ed hanno cercato nel loro cammino verso la verità. Sono credente, credo in un solo Dio, ma non ho la pretesa di possedere Dio stesso né per mezzo di Gesù che me lo rivela, né con i dogmi della mia fede. Non si possiede Dio, non si possiede la verità e ho bisogno della verità degli altri”.

Siamo chiari: Pierre Claverie non fa l’apologia del relativismo. Sottolinea invece l’importanza di riconoscere la presenza dello spirito di Dio nella ricerca di ogni essere umano che è in ricerca sincera della verità. Riconoscere che anche lui ha accesso a ciò che l’islamologo Louis Massignon chiamava “le acque sotterranee della grazia” e che lui può arricchire la mia stessa ricerca di Dio.

Il terzo messaggio che Pierre Claverie ci lascia è un invito a donare la vita. Un mese prima della sua morte, nel momento in cui questa diveniva prevedibile, si recò a Prouilhe luogo di nascita dell’Ordine domenicano. Non vi era mai andato prima.

L’omelia che pronunciò ha l’andamento di un testamento spirituale: “Dall’inizio del dramma algerino spesso mi è stato chiesto: che cosa fate lì? Perché rimanete? Sbattete la polvere dai vostri sandali! Rientrate a casa vostra!… A casa vostra?… Dove siamo a casa nostra? Noi siamo lì a causa di questo messia crocifisso. Per nessun altra persona e per nessun’altra causa! Non abbiamo nessun interesse da salvaguardare, nessuna influenza da mantenere. Non siamo spinti da non so quale perversione masochista. Non abbiamo alcun potere, ma siamo lì come al capezzale di un amico, di un fratello malato, in silenzio, tenendogli la mano, asciugandogli la fronte. A causa di Gesù perché è lui che soffre là, in questa violenza che non risparmia nessuno, crocifisso di nuovo nella carne di migliaia di innocenti. Come Maria, sua madre e san Giovanni, siamo là, ai piedi della croce, dove Gesù muore abbandonato dai suoi e deriso dalla folla. Non è per caso essenziale per il cristiano essere presente nei luoghi di derelizione e di abbandono?… La chiesa si sbaglia e inganna il mondo se si pone come una potenza tra le altre, come una organizzazione umanitaria o come un movimento evangelico per apparire. Può brillare, ma non brucia del fuoco dell’amore di Dio, ‘forte come la morte’, dice il Cantico dei Cantici. Perché qui si tratta proprio di amore, d’amore innanzitutto e d’amore solamente. Una passione di cui Gesù ci ha dato il gusto e ha tracciato il cammino. ‘Non c’è amore più grande che dare la vita per coloro che si amano'”.

Hanno ucciso il nostro fratello Pierre per farlo tacere, ma la sua vita e il modo in cui è morto continuano ad avere un’eco forte nel nostro Ordine, nella chiesa e nella società. Se la sua voce richiama così tanto è perché tocca una delle questioni essenziali del nostro tempo: lì dove c’è rifiuto dell’altro, dell’alterità, si è condannati alla violenza. L’attualità di questi giorni ce lo ricorda tristemente. Mentre questo capitolo generale s’interroga sul rinnovamento della missione in un mondo che sembra abbandonato alla violenza, Pierre nostro fratello ci invita a porre le nostre vite su quelle ‘luoghi di frattura’ dell’umanità, domandando al Padre di ogni amore di compiere la sua opera di risurrezione nella carne crocifissa. San Domenico ci aiuti a rispondere a questo appello con creatività coraggio, e nella gioia. Amen.

Omelia di fr. Jean Jacques Pérennès direttore de l’Ecole Biblique et Archéologique Française di Gerusalemme, al Capitolo generale dell’Ordine domenicano nella messa di anniversario a 20 anni dall’assassinio di mons. Pierre Claverie, vescovo di Orano (Algeria) – Bologna 1 agosto 2016.

Qui un articolo di Filippo Rizzi in ‘Avvenire’ 31.07.16: Claverie e Mohamed meticci nella santità

XVIII domenica tempo ordinario anno C – 2016

IMG_0535_2Qoh 1,2;2,21-23; Col 3,1-5.9-11; Lc 12,13-21

“Chi ha lavorato con sapienza, con scienza e con successo dovrà poi lasciare i suoi beni a un altro che non vi ha per nulla faticato. Anche questo è vanità e grande sventura”. Qohelet, ‘il predicatore’, è uno tra i più inquietanti autori della Bibbia. E’ stato identificato con Salomone, re dalla vita splendida e riuscita (Qoh 1,12-2,26). Eppure la constatazione che guida il libro è che tutto, ricchezze, sapere, piaceri è ‘vanità’: l’ebraico ‘hebel/habel’ indica la nebbia, il vapore che si dissolve, la schiuma effimera sulle onde, la rugiada che svapora al mattino. Anche quanto nella vita è ricercato e agognato come obiettivo di vita riuscita si rivela cosa inconsistente.

Qohelet, uomo ricco che ha percorso la vita, che ha potuto gustare il bello e il piacere, conclude con uno sguardo disincantato e disilluso, denuncia le contraddizioni, la bugia sottesa, la finzione, e la ‘vanità’ in ogni situazione, personale, sociale politica (Qoh 4,13-16; 5,7; 9,13-15), religiosa (Qoh 4,17-5,6). Il suo libro è stato letto quale spietata denuncia della pretesa umana di comprendere e di dare facili risposte alle inquietudini dell’esistenza: un messaggio scandaloso al cuore della Bibbia segnato dalla percezione dell’inesorabile sgretolarsi della vita umana (cfr. Qoh 12,1-7).

Un redattore finale ha cercato di smussare tutto questo nella conclusione (cfr. Qoh 12,9-14) riportando il discorso in termini consolatori: “conclusione del discorso, dopo che si è ascoltato ogni cosa: temi Dio e osserva i suoi comandamenti, perché questo per l’uomo è tutto”.

Ma il libro di Qohelet rimane un testo difficile, si presta a diverse interpretazioni, non facilmente assimilabile ad un discorso religioso di consolazione. Per qualche interprete può essere accostato quale proposta di una visione radicale fondata solamente sul senso di infinito. Si osserva infatti che Dio ha posto nel cuore ‘nozione di eternità’: è forse la tensione a cercare risposta ai grandi quesiti che vengono dalle contraddizioni dell’esistenza? E’ il desiderio di una visione d’insieme di una vita che appare frammentaria e sfilacciata? E’ forse apertura oltre tutto ciò che è inconsistente, smascherando le facili consolazioni, i surrogati e le illusioni? Certo, tuttavia, al cuore di questo percorso rimane un ‘non comprendere’ quale grande sfida posta al lettore. “Ho considerato l’occupazione che Dio ha dato agli uomini, perché si occupino in essa. Egli ha fatto ogni cosa bella a suo tempo, ma egli ha messo la nozione dell’eternità nel loro cuore, senza però che gli uomini possano capire l’opera compiuta da Dio dal principio alla fine” (Qo 3,10-11).

Il ricco della parabola è esempio tipico di un uomo appagato e realizzato, ma profondamente stolto: è il profilo dell’uomo assorbito dalle vanità, dal pensare solo a programmare l’accumulo e ad organizzare i suoi averi. Non valuta il senso del tempo, non s’interroga sulla vita, non si pone la questione del limite. “C’è chi è ricco a forza di attenzione e di risparmio; ed ecco la parte della sua ricompensa: mentre dice: ‘Ho trovato riposo; ora mi godrò i miei beni’ non sa quanto tempo ancora trascorrerà; lascerà tutto ad altri e morirà” (Sir 11,18-19).

Preoccupato di ammassare, ignaro del tempo del vivere, troppo occupato e distratto per potersi fermare e interrogarsi sul senso del vivere reca in sé i tratti dello stolto. Incapace d comprendere, duro di cuore e superficiale nel suo affidarsi ad illusioni: è uomo immerso nella vanità, misero nella sua inconsapevolezza eppur prepotente e arrogante nell’illudersi del suo potere. “Voi dite: oggi o domani andremo nella tal città e vi passeremo un anno e faremo affari e guadagni. E invece non sapete che cosa sarà domani! Ma che è mai la vostra vita? Siete come vapore che appare per un istante e poi scompare” (Gc 4,13.14).

Stoltezza è vivere della vanità attuando così una forma di idolatria: il ritrovare nelle ricchezze un piccolo dio. Nell’agire del ricco si rende vivo il volto concreto della stoltezza come assorbimento nella questione dei beni e dell’accumulo per se stessi. Gesù propone una sapienza diversa, un modo di vivere capace di valutare le cose. Indicando come stolto quest’uomo spinge a considerare il senso del limite, ed un modo possibile di intendere la vita, non ripiegata su se stessi, ma aperta agli altri. Suggerisce che la vita non dipende dai beni. Vivere nella sapienza implica un modo diverso di guardare: le persone non contano per i beni che possiedono. Si può divenire schiavi di una ricchezza accumulata per se senza pensare alla condivisione.

Alessandro Cortesi op

rembrandt-parabola-del-ricco-stolto2(Rembrandt, La parabola del ricco stolto, part.)

I beni

“Chi è nato ricco o è diventato ricco, grazie a un matrimonio fortunato o a un superstipendio, difficilmente vedrà il proprio capitale ridursi. Anzi diventerà sempre più ricco…”. L’economista Thomas Piketty, autore di una fondamentale analisi del capitalismo (Il capitale nel XXI secolo), ha denunciato come oggi il rendimento del capitale è superiore alla crescita dell’economia reale e del reddito. Nell’attuale contesto europeo, di stagnazione e in cui l’economia non cresce, chi vive di rendita può mantenere la propria posizione di preminenza mentre coloro che vivono del lavoro e del proprio stipendio sono le categorie più esposte ai cambiamenti e alla crisi. L’analisi di Piketty evidenzia i possibili sviluppi del sistema attuale verso una situazione in cui l’eredità di chi ha accumulato ricchezze finanziarie ha la preminenza sul lavoro. La sua analisi è presto sintetizzata: “Il problema è che le nostre economie occidentali non si muovono verso una maggiore uguaglianza, le spinte verso la socialdemocrazia e la ridistribuzione del Novecento sono state un’eccezione e un’illusione, quello che ci aspetta è il ritorno a un capitalismo ottocentesco come quello dei romanzi di Balzac in cui non importa quanto tu possa lavorare duro: la ricchezza non si accumula, si eredita”. (“La Repubblica” 8 ottobre 2014). Thomas Piketty suggerisce per uscire alcune misure da tale situazione: la tassazione progressiva dei grandi patrimoni con politiche mondiali per rintracciare coloro che nascondono le proprie ricchezze lottando contro i paradisi fiscali e attuando norme severe contro l’evasione.

Ma le misure economiche che pure possono essere esse in atto non possono sostituire la presa di consapevolezza dell’iniquità del sistema in cui si attua un accumulo di ricchezze da parte di una percentuale di popolazione mondiale esigua, nell’indifferenza verso una distribuzione delle risorse e della ricchezza. Le parole rivolte al ricco stolto oggi non riguardano solamente un appello a singoli, ma sono parole rivolte a livello collettivo soprattutto a chi detiene i grandi gruppi della finanza mondiale. Ma quali vie per un cambiamento di sistema?

Nel suo libro Trasformare l’economia. Fonti culturali, modelli alternativi, prospettive politiche, (ed. Francoangeli 2014) Roberto Mancini passa in rassegna e analizza i vari modelli di altra economia alla ricerca di nuove vie percorribili. L’attuale sistema ha prodotto l’homo oeconomicus: “L’homo oeconomicus non si specchia e non vede neppure la propria immagine. Non tanto perché vede solo il denaro, quanto perché vede tutto secondo il denaro, che quindi è molto più di un misuratore del valore dei beni e del lavoro: è la luce che fa “vedere” ogni cosa”. Un nuovo modo di vivere il rapporto con i beni e l’economia non può scaturire da applicazione i modelli, se non trae radici da una presa di consapevolezza comune per cui operare a diversi livelli. Mancini osserva che non è sufficiente la lotta alla politica dell’austerità, se si rimane dentro ai parametri del capitalismo. Le crisi economiche sono parte integrante di questo sistema ad esso indispensabili per potersi riprodurre. A suo avviso è necessaria una rivoluzione che coinvolga i modi di sentire e di pensare. Agli esseri umani deve essere restituita dignità per non essere trattati né come esuberi, cioè esseri inutile, né come una risorsa, solamente in considerazione della loro utilità e produttività senza avere una considerazione per le persone nella loro unicità. E questo discorso si potrebbe ampliare anche in considerazione della natura, da considerare non solo come ricchezza da usare, ma come dono da custodire.

Alessandro Cortesi op

XVII domenica tempo ordinario – anno C – 2016

IMG_0440Gen 18,20-21.23-32; Col 2,12-14; Lc 11,1-13

“Davvero sterminerai il giusto con l’empio? Forse vi sono cinquanta giusti nella città: davvero li vuoi sopprimere? E non perdonerai a quel luogo per riguardo ai cinquanta giusti che vi si trovano?”. Abramo è il padre dei credenti, nel suo cammino si può ritrovare il percorso di ogni credente. Ha vissuto l’accoglienza di una speranza inattesa, ha ricevuto la promessa di futuro e discendenza nel segno delle nelle luci di un cielo stelato, ha scoperto la presenza di un Dio vicino e fedele nell’alleanza. Nei volti degli stranieri giunti alla sua tenda ha accolto la visita di Dio nella sua vita. Di Abramo si ricorda anche il suo atteggiamento verso la città, il suo intercedere per un mondo vasto in cui forse vi è la presenza di alcuni giusti. La sua preghiera si fa speranza di cambiamento per la città inospitale, fondata sul seme dei giusti. La sua preghiera è espressione della sua fede in Jahwè. Abramo è il credente che sta davanti a Dio e intercede per altri. Non difende la città empia dall’ira di un Dio assetato di vendetta; piuttosto diviene nella sua preghiera specchio della speranza di Dio che non vuole la morte del peccatore. La sua preghiera svela il volto di un Dio che non vuole il male, ma desidera che ogni male sia vinto e superato nella scelta del bene. Svela anche il volto di un Dio che desidera che la sua cura divenga quella del suo fedele. Abramo assume il profilo di colui che in se stesso reca l’immagine stessa di Dio, specchio della ricerca di Dio di un solo giusto che possa essere segno di salvezza per tutta la città.

La preghiera di Abramo sembra trovare eco e interpretazione nelle parole di Etty Hillesum riportate nel suo Diario in data 11 di luglio del 1942 (uno Shabbat). Così scriveva nel tempo della violenza e dello sterminio: “Una cosa, però, diventa sempre più evidente per me, e cioè che tu non puoi aiutare noi, ma che siamo noi a dovere aiutare te, e in questo modo aiutiamo noi stessi… Sembra che tu non possa far molto per modificare le circostanze attuali ma anch’esse fanno parte di questa vita? E quasi ad ogni battito del mio cuore, cresce la mia certezza: tu non puoi aiutarci, ma tocca a noi aiutare te, difendere fino all’ultimo la tua casa in noi».

Per Abramo la preghiera si fa eco della speranza di Dio, che nella grande città si attui un cambiamento. Abramo diviene uomo capace di non rimanere ripiegato su di sé. E’ aperto a de-centrarsi: la sua fede lo spinge a farsi carico di una storia segnata dal peccato, scorge come la sua esperienza può divenire vita per altri. La sua preghiera è anche sguardo all’invisibile, tensione a scorgere che vi è nella storia la presenza di alcuni giusti, una presenza spesso nascosta. Ma proprio tale presenza è preziosa: un solo giusto può essere seme di cambiamento per tutti. La preghiera diviene luogo non tanto per cambiare Dio ma per cambiare l’idea di Dio che abbiamo, convertendoci al Dio dell’alleanza e della promessa di vita.

Nel vangelo di Luca Gesù ad un certo punto viene sollecitato dai suoi ad insegnare a pregare ‘come anche Giovanni ha insegnato ai suoi discepoli’. Gesù ‘si trovava in un luogo a pregare’: quando ebbe finito i suoi discepoli si rivolgono a lui. Gesù viveva la sua preghiera nel prendere le distanze dalle folle, nella solitudine, non si appoggia su altri elementi, è indicazione della suo spazio dato all’incontro con il Padre nella sua vita.

Ai suoi indica che la preghiera non è una pratica da eseguire. Piuttosto è imparare a stare davanti al Padre riconoscendolo come Presenza non per qualcuno solamente ma ‘nostro’. Le poche parole che Gesù lascia ai suoi indicano la debolezza del pregare. Pregare non è riducibile a fare qualcosa, ma si racchiude nel riconoscersi accoglienti: è vivere nella confidenza e affidamento, invocando il regno, rivolgere a Dio un balbettio di bambini, scorgere che ha cura di noi.

Le parole sono poche indicazioni, rinvio a scoprire che Dio è vicino nella nostra storia. Il suo nome, la sua santità si sta manifestando, il regno sta venendo. Accogliere il suo nome coinvolge. La parola chiave è allora ‘Padre’, indicato come ‘nostro’, che contrasta ogni logica di ridurre a Dio e la vita stessa ad una questione di proprietà e di vantaggi in senso individualista.

Le prime due richieste riguardano il realizzarsi del progetto di Dio: il suo nome ci è comunicato, il regno viene. Dio rivela il suo nome quando libera e salva, ed attua il regno quando prende la parte degli oppressi liberandoli. Le altre richieste, sono il pane, il perdono e la fortezza nella prova. Il pane è necessità quotidiana e semplice dell’uomo, che reca con sé il simbolo della condivisione. Il perdono è dono senza confini che ha origine da Dio, e passa attraverso i percorsi umani di riconciliazione. E’ dono da invocare e ricevere, ed è anche via sulla quale scoprire la possibilità di rapporti nuovi. L’ultima invocazione è di non soccombere nella prova. Nel momento della sua prova Gesù vive un affidamento radicale al Padre (Lc 22,39-46).

In queste parole confluiscono come due corsi d’acqua lo sguardo al regno e l’impegno per rapporti nuovi in una storia di riconciliazione. Il Padre dona lo Spirito santo, la sua stessa vita. Luca ricorda che la preghiera reca in sé fecondità non secondo calcoli umani, ma oltre ogni attesa: ‘Chiedete e vi sarà dato, cercate e troverete, bussate vi sarà aperto’.

Alessandro Cortesi op

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Intercedere

E’ sempre difficile passare in mezzo e attraversare. E’ passaggio irto di pericoli ogni attraversamento sul confine tra terre lontane e situazioni diverse. Inter-cedere è attitudine di chi sceglie di porsi nel mezzo, di non farsi da parte con indifferenza, di non assumere una visione semplicistica, soprattutto di fronte a chi è responsabile di male. Intercedere è movimento di chi vive la consapevolezza di essere inserito in una rete di relazioni, in cui scoprire la propria responsabilità. Chi intercede sa cogliere le differenze, e sa distinguere: anche di fronte all’ingiustizia, alla cattiveria all’egoismo intercedere è attitudine che mantiene lucidità, che non confonde il male con il bene, ma sa cogliere l’importanza di distinguere lo sguardo alla persona, nel suo presente e nel suo possibile futuro, e il giudizio sulle sue scelte e azioni.

Intercedere è attitudine di chi non semplifica la realtà, di chi non rivolge uno sguardo a situazioni e persone in termini riduttivi. Intercedere è capacità di schierarsi dalla parte delle vittime per difendere i più deboli ed evitare nuove ingiustizie e malvagità. Intercedere implica camminare scorgendo che dietro ad ogni gesto c’è una persona che può distaccarsi dal male, dalle azioni compiute ed aprirsi ad una novità esigente.

Intercedere è anche un camminare in mezzo scorgendo nelle zone di conflitto i punti di passaggio, i varchi e le fessure per una riconciliazione possibile, per una giustizia più grande che implica superamento della logica della vendetta, rifiuto della violenza quale metodo di soluzione. Usando fermezza e forza per fermare ogni operatore di malvagità e con il coraggio di denunciare e opporsi all’ingiustizia.

Intercedere è scelta faticosa perché facilmente si può essere giudicati come conniventi con l’oppressione o con il male o, per contro partigiani di una sola parte. Così il card. Martini parlava dell’intercedere di Gesù sulla croce: “Questa è l’intercessione cristiana evangelica. Per essa è necessaria una duplice solidarietà. Tale solidarietà è un elemento indispensabile dell’atto di intercessione. Devo potere e volere abbracciare con amore e senza sottintesi tutte le parti in causa. Devo resistere in questa situazione anche se non capito o respinto dall’una o dall’altra, anche se pago di persona. Devo perseverare pure nella solitudine e nell’abbandono. Devo avere fiducia soltanto nella potenza di Dio, devo fare onore alla fede in Colui che risuscita i morti”. (Omelia veglia per la pace, 29 gennaio 1991).

Intercedere implica un atteggiamento di chi cammina, di chi rimane in ricerca, e continua a inquietare e inquietarsi e non viene meno nel dare spazio a tutto ciò che implica un prendersi carico della vita altrui e attui riconciliazione possibile.

Nei terribili conflitti del nostro tempo è sempre più urgente la presenza di chi si faccia carico nello stare in mezzo ai luoghi di frattura e conflitto, camminando tra le frontiere, inter-cedendo nel tentativo paziente, spesso fallimentare, di costruire ponti di dialogo, parole di comunicazione, nella fatica di scorgere i volti di quei giusti che sono seme di cambiamento per tutti.

Così scriveva Fedör Dostojevskij ne I fratelli Karamazov presentando il senso della preghiera di intercessione, nel discorso dello staretz Zosima a un giovane: «Ragazzo, non scordare la preghiera. Nella tua preghiera, se è sincera, trasparirà ogni volta un nuovo sentimento e una nuova idea che prima ignoravi e che ti ridarà coraggio; e comprenderai che la preghiera educa. Rammenta poi di ripetere dentro di te, ogni giorno, anzi ogni volta che puoi: “Signore, abbi pietà di tutti coloro che oggi sono comparsi dinanzi a te”. Poiché a ogni ora, a ogni istante migliaia di uomini abbandonano la loro vita su questa Terra e le loro anime si presentano al cospetto del Signore e quanti di loro lasciano la Terra in solitudine, senza che lo si venga a sapere, perché nessuno li piange né sa neppure se abbiano mai vissuto. Ma ecco che forse, dall’estremo opposto della Terra, si leva allora la tua preghiera al Signore per l’anima di questo morente, benché tu non lo conosca affatto né lui abbia conosciuto te. Come si commuoverà la sua anima, quando comparirà timorosa dinanzi al Signore, nel sentire in quell’istante che vi è qualcuno che prega anche per lei, che sulla Terra è rimasto un essere umano che ama pure lei. E lo sguardo di Dio sarà più benevolo verso entrambi, poiché se tu hai avuto tanta pietà di quell’uomo, quanto più ne avrà Lui, che ha infinitamente più misericordia e più amore di te. Egli perdonerà grazie a te».

Alessandro Cortesi op

 

XVI domenica tempo ordinario – anno C – 2016

IMG_0265_2Gen 18,1-10; Col 1,24-28; Lc 10,38-42

“il Signore apparve ad Abramo alle Querce di Mamre, mentre egli sedeva all’ingresso della tenda nell’ora più calda del giorno”. L’incontro con il Signore nella vita di Abramo è evento che irrompe in diversi modi. Qui è venire inatteso nel quotidiano: nell’ora del mezzogiorno, presso la tenda, la sua casa, nel giungere di tre sconosciuti.

Negli ospiti che Abramo accoglie offrendo ristoro una visita di Dio tocca la sua vita. Di fronte a questi stranieri Abramo scorge la presenza di Dio: “Mio signore, se ho trovato grazia ai tuoi occhi, non passare oltre senza fermarti dal tuo servo”.

I gesti di Abramo sono quelli dell’ospitalità: procura riposo agli stranieri, li pone al centro dell’attenzione, fa preparare il cibo e vi provvede, lo condivide nel mangiare insieme.

Gesù nella casa di Betania vive l’ospitalità amica. Nella casa di Betania si respira l’atmosfera di accoglienza della tenda di Abramo. Dopo la parabola del samaritano l’episodio di Betania completa la risposta alla domanda ‘maestro che cosa devo fare per ereditare la vita eterna?’ (Lc 10,25-42).

Nella parabola lo straniero è l’unico capace di fermarsi e ‘vedere’ il volto del sofferente, e agisce concretamente ponendo gesti di cura e vicinanza. Ciò che vale veramente è il servizio e la cura. Nella casa di Betania Marta continua questo stile di azione: è ‘presa dai tanti servizi’. Accanto a lei Maria ‘ascoltava’ la parola di Gesù.

Marta e Maria vanno viste insieme: in quella casa sono entrambi tese all’accoglienza. Nei loro volti sta l’indicazione di due attitudini da non separare e da tenere unite per vivere l’incontro con Gesù. Vivono insieme, in modi diversi, il servizio e l’ascolto. Ogni servizio autentico sorge dal lasciar spazio ad un parola presente nel profondo della vita e ogni ascolto è vuoto se non si traduce in prassi di servizio. Ricordando anche che una sola cosa è essenziale: le parole di Gesù richiamano a quanto è necessario per non farsi prendere dall’affanno.

Quale l’autentica cosa necessaria? Non la vita contemplativa come migliore rispetto alla vita attiva, non la contrapposizione tra chi sta in silenzio e prega e chi opera e si dà da fare. La cosa necessaria, l’unica, è intendere la vita nell’incontro, maturare uno sguardo capace di scorgere che decentra ed apre all’irruzione dell’Altro e all’incontro con i volti. La vera sorgente di fecondità della vita nonsta  nel proprio affannarsi, che talvolta genera orgoglio, non nel sentirsi a posto e appagati per l’efficienza del proprio organizzare, e neppure nel silenzio di un ascolto che rischia sempre di essere disincarnato, disimpegnato,vissuto nell’indifferenza per chi fatica, nel non farsi carico di scelte operative.  Nasce invece qualcosa di nuovo solo dalla presenza di un Altro nella vita che irrompe come ospite. In questo scorgere il limite della nostra vita, nell’accogliere il vuoto e la mancanza nel nostro esistere sorge la disponibilità di accogliere, si apre la possibilità della scoperta che l’incontro con Dio si fa vicino, si rende esperienza possibile nell’incontro con gli altri. La fede che ne sgorga è fede umile, si concepisce come cammino nella mancanza, nell’apertura all’Atro e agli altri, si scopre quale incontro che non oppone Dio e mondo, aldilà e aldiqua, materia e spirito. E’ la fede capace di vedere come il tessuto della vita stessa reca in sé i tratti della vita di Dio ed è chiamata ad ascoltare la sua chiamata all’ospitalità.

Alessandro Cortesi op

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Ospite

Per Edmund Jabès autore de Il libro dell’Ospitalità (Cortina, Milano 1991) l’ospitalità è esperienza che permette alle persone umane di incontrarsi e di riconoscersi: “L’ospitalità è crocevia di cammini”. “Ti benedico, ospite mio, mio invitato poiché il tuo nome è colui che cammina. / Il cammino è nel tuo nome / L’ospitalità è crocevia di cammini”.

Fondamentale, in questo cammino dell’ospitalità, è l’attitudine di chi riconosce un vuoto in sé, una mancanza che non ha nome e non sa nemmeno quali siano le direzioni del desiderio si fa attesa: “Davvero ospitale è, fino in fondo, l’Attesa”.

Ospitanti e ospitati: forse per scorgere le frontiere dell’ospitalità è in primo luogo richiesto di scorgere la nostra condizione esistenziale di ospitati. Solo da questo riconoscimento può germogliare la capacità di vivere l’apertura dell’accogliere. Ci si deve infatti guardare dal viverla come offerta paternalistica di ricchi, nella nascosta preoccupazione di non farsi minacciare. Ospitalità può divenire esperienza che de-centra e si fa condivisione della medesima condizione umana. Scoperta che lo straniero è rivelatore delle profondità di se stessi e di dimensioni inedite della vita: stranieri a se stessi.

La tenda di Abramo è così metafora dell’ospitalità perché si lascia attraversare da ciò che viene e da chi viene: “una certa rinuncia incondizionata alla sovranità è richiesta a priori” (J.Derrida).

Per rimanere tale, e quindi capace di essere gesti di pace l’ospitalità deve mantenere il senso dell’estraneità. C’è un disagio che sorge di fronte allo sconosciuto, allo straniero. Ignorare le emozioni suscitate nell’incontro e nel percepire diversità sarebbe cadere nella falsa logica dell’assimilazione dell’inconsistenza delle differenze, del confermare solo la propria identità. Il venire di un altro porta sempre sconcerto. Forse sta qui la ragione del fatto che medesima è la radice latina per i due termini ‘ospite’ e ‘nemico’ (hospes – hostis): “questa ambiguità deriva dalla presunzione di un diritto, quello dell’appartenenza al luogo che abitiamo come fosse originariamente nostro, e la possibilità di ospitare non confermasse in fondo altro che il nostro possesso. E se così non fosse?” (S.Tarter, Evento e ospitalità. Lèvinas Derrida e la questione straniera, Cittadella, Assisi 2004,104).

Alessandro Cortesi op

XV domenica tempo ordinario – anno C – 2016

IMG_0233Deut 30,10-14; Col 1,15-20, Lc 10,25-37

“Questa parola è molto vicina a te, è nella tua bocca e nel tuo cuore, perché tu la metta in pratica”. Tutta la vita, suggerisce questa pagina del Deuteronomio può essere intesa come una grande ricerca, un movimento dettato dalla passione per ritrovare gli echi di una parola nascosta. Non è lontana benché tante ricerche di senso spingano a compiere viaggi e ad intraprendere percorsi faticosi: è parola interiore, dentro la bocca e nel cuore. E’ da dissotterrare da zone nascoste all’interno del vivere che domanda solo di essere ascoltato. Tornare alla parola è sfida che rinvia alle profondità e non alla velocità, alla pazienza dell’ascolto più che alla fretta del dire. La via del bene e la via del male: due orizzonti da cogliere con una parola che sta dentro la vita. Nella bocca e nel cuore: nelle profondità del cuore, sede delle decisioni esistenziali, ma anche nei messaggi provenienti dal corpo e dal contatto con tutto ciò che è fuori, stando sul confine del rapporto con persone e cose. E’ parola sorgiva, dentro la vita di ogni uomo e donna: è provocazione a scorgere come il suo ascolto non è rinchiuso in aree definite, in religioni o chiese. E’ motivo per mantenere la vita in apertura a scorgere sempre altrove, sempre più in profondità chiamate che vengono da Dio stesso e sono impastate della concretezza del vivere e delle situazioni della storia.

‘Chi è il mio prossimo?’ è la domanda del dottore della legge che intendeva mettere alla prova Gesù. La parabola è situata a Gerico, luogo del racconto della prostituta, l’esclusa, che accoglie i messaggeri di Giosuè e per questa sua accoglienza degli stranieri trova salvezza (Gs 2,1-14; 6,25). Come Giosué anche Gesù si reca a Gerico dove incontra Zaccheo, l’escluso, giudicato come peccatore, che lo accoglie nella sua casa (Lc 19,1-10). E nella parabola detta al dottore della legge l’ambientazione è ancora la strada da Gerusalemme a Gerico. Un uomo attaccato dai briganti, percosso e moribondo sulla strada, è soccorso da un samaritano. Il samaritano, nemico ed estraneo vede e si ferma di fronte a quell’uomo ferito sulla strada.

Il suo passaggio avviene dopo che altri avevano percorso quella medesima strada, avevano visto, ma erano passati oltre, dall’altra parte: un sacerdote prima, un levita poi, persone religiose, anzi custodi del sacro. Il primo forse scendeva dopo aver svolto il suo servizio settimanale nel tempio di Gerusalemme; il secondo aveva compiuto la sua mansione di inserviente o di cantore nel tempio. Erano due persone osservanti e religiose. Luca dice che ‘videro’ ma il loro modo di vedere li fa discostare, li porta a proseguire il cammino sull’altro lato della strada. Non spiega perché non si sono fermati: forse perché il contatto con il sangue o con un morto rendeva impuri, e impediva di compiere azioni di culto, forse perché l’uomo era uno sconosciuto.

A questo punto la parabola ha un punto di svolta: ‘Invece un samaritano, che era in viaggio, passandogli accanto lo vide e ne ebbe compassione’: una persona considerata un eretico, uno straniero, un nemico di fronte a quell’uomo che soffriva sulla strada, ‘lo vide’. E’ un vedere diverso da chi era passato prima di lui: il samaritano riconosce in lui un uomo. E – aggiunge Luca – ‘ne ebbe compassione’, avvertì una sofferenza che lo prese nelle viscere. E’ questo il verbo del soffrire femminile utilizzato nei vangeli per indicare la vicinanza di Dio alla nostra sofferenza umana. Il samaritano diviene immagine di Dio che si china e sente su di sé le sofferenze dell’uomo.

La com-passione si fa azione concreta con una particolare sottolineatura sul carattere personale delle sue attenzioni: ‘gli si fece vicino, gli fasciò le ferite versandovi olio e vino; poi, caricatolo sopra il suo giumento, lo portò ad una locanda e si prese cura di lui ‘. E’ l’elencazione di una serie di gesti, concreti, mirati a soccorrere, ma che hanno al centro la persona di ‘lui’. Quell’uomo è per il samaritano un ‘tu’ di cui prendersi cura. Così nelle parole rivolte all’albergatore ‘Abbi cura di lui…’.

E’ la presentazione forse più alta di cosa significa ascoltare la parola che non è lontana da noi è nel cuore e sulla bocca, al centro della vita. Prendersi cura dell’altro, riconoscere nell’altro non un nemico, ma un volto da soccorrere. Il prossimo non è qui un membro conosciuto del proprio gruppo, della propria confessione religiosa. Gesù capovolge allora la domanda: il samaritano non si è chiesto ‘chi è il mio prossimo’ ma ha ascoltato la vita, ha accolto la parola che gli giungeva dal cuore e dal vedere. Ha riconosciuto il volto di chi soffriva e aveva bisogno di cura. Gesù non dà quindi una definizione di ‘prossimo’ da inserire in un catechismo. Rinvia al profondo della coscienza: a quel vedere che è apertura alla vita, mistica degli occhi aperti (J.B.Metz) e assunzione di responsabilità personale. ‘a chi tu sei prossimo?’ E’ possibile offrire una risposta solo nel prendersi cura di qualcuno.

Nel chinarsi del samaritano in filigrana si intravede il volto stesso di Cristo che si china, rialza, ci aiuta a guarire e accompagna a ‘tornare alla vita’. I gesti del prendersi cura sono forse l’unica parola credibile e significativa su Dio. In essi infatti è già presente il volto del Dio ‘samaritano dell’uomo’, che scende ed ha cura. Nel caravanserraglio del buon samaritano presso Gerico un pellegrino medioevale ha scritto: ‘se persino sacerdoti e leviti passano oltre la tua angoscia, sappi che il Cristo è il buon samaritano: egli avrà compassione di te nell’ora della tua morte e ti porterà alla locanda eterna’.

Alessandro Cortesi op

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Harambee

‘Quando l’autobus si pianta’: è il titolo di un breve capitolo all’interno di un simpatico e agile libro che in questi mesi viene presentato in giro per l’Italia dal suo autore, politico italiano di origine emiliana, Matteo Richetti. In questo capitolo introduce una di quelle parole affascinanti e intraducibili che appartengono alle tradizioni proprie di popoli e culture: Harambee. Una parola ascoltata dallo zio, missionario per tanti anni in Kenya, che scrivendo a casa proponeva obiettivi per ‘fare insieme il nostro harambee’.

“Sì perché Harambee è la parola che si usa quando l’autobus va fuori strada. Dovete immaginarvi il Kenya dei villaggi, non dei villaggi turistici. Il Kenya quello reale in cui le strade sono terra battuta e non asfalto. Il Kenya di quando piove e il fango prende il sopravvento e la carreggiata non si vede più. E se si prende l’autobus, come fanno i re quarti della popolazione, pieno zeppo, uomini, donne, bambini, più poveri e meno poveri, attaccati anche all’esterno, può capitare che l’autobus si impantani e che il driver faccia scendere tutti, uomini, donne, bambini, più poveri e meno poveri e insieme si spinge al ritmo dell’harambee, ‘oh issa’. Tutti insieme e contemporaneamente, per portare a casa lo stesso risultato: rimettere l’autobus in carreggiata e arrivare insieme alla meta” (M.Richetti, Harambee. Per fare politica ci vuole passione, Guerini e associati 2016)

Caricando il malcapitato ‘sul suo giumento’ – un cavallo? o forse piuttosto un asino con cui camminava – forse si può pensare che anche il samaritano della parabola abbia vissuto tale gesto accompagnandolo con un ‘oh issa’. Il prendersi cura implica una fatica, vissuta nei termini di quella leggerezza propria di chi non fa calcoli ma si impegna e si dedica. Laddove la fatica pur presente non viene percepita perché animata dall’energia della passione. Harambee è un ‘oh issa’ detto insieme, una parola nascosta dentro al cuore e spesso inascoltata. Una sfida ad un tempo fatto di iper-velocità, di tempo reale e incapacità di vedere per l’incapacità di fermarsi, di andare lentamente. Harambee è parola da pronunciare insieme: anche forse il samaritano trovò qualcuno ad aiutarlo per caricare quell’uomo che riconobbe come lui, fragile e spossato, per portarlo al riparo. Insieme. Quanta nostalgia negli echi di tale parola da dire ritmicamente insieme: un ‘oh issa’ grido di profezia in un tempo di sgretolamenti di solidarietà, di sfilacciarsi di legami e di individualismi prepotenti.

Alessandro Cortesi op

XIV domenica tempo ordinario – anno C – 2016

134320054-dae528b4-dad3-4dab-9be9-e56b3c63f0be(Codex Purpureus Rossanensis – manoscritto del V- VI secolo recentemente restaurato e che sta facendo ritorno a Rossano – CS)

Is 66,10-14; Gal 6,14-18; Lc 10,1-2.17-20

“Come una madre consola un figlio, così io vi consolerò”. Consolazione è parola che ritorna in modo insistente in questa pagina del terzo-Isaia: è l’espressione di una grande speranza, al cuore dell’esperienza di un profeta che nel tempo della fine dell’esilio ricorda la fedeltà di Dio, la sua tenerezza e richiama a fondare su questa sua presenza ogni azione del presente e ogni sguardo al futuro.

Nella lettera ai Galati Paolo presenta la vita del cristiano come cammino di libertà. Non si tratta di una libertà qualsiasi: certamente non una libertà dai tratti dell’individualismo e del possesso. Non è una ‘libertà posseduta’, quale dominio personale, in cui l’altro è percepito come limite. Essere stati liberati dal Cristo apre ad una libertà ‘per incontrare l’altro’, spinge a farsi carico, a prendersi cura.

Seguire Gesù è così un cammino aperto a chi non proviene dal popolo delle promesse, gli ebrei, ma dal mondo dei ‘pagani’, a chi è considerato lontano, estraneo ai confini religiosi. I Galati che avevano accolto il ‘vangelo’ annunciato da Paolo come forza liberante, ben presto si erano volti alla predicazione di chi intendeva riportarli alle condizioni della legge. Paolo in modo polemico reagisce contro chi chiedeva ai pagani la condizione di seguire l’osservanza della legge giudaica per essere cristiani. Sulla via di Damasco aveva scoperto che Cristo gli aveva donato la salvezza senza alcuna condizione e lo inviava a farsi testimone di possibilità di incontro anche per i pagani. Credere significa aprirsi alla riconoscenza e alla responsabilità per questo dono. La salvezza non è limitata a coloro che vivono nell’obbedienza alla legge. Paolo si è scoperto salvato con una libertà nuova: “quanto a me non ci sia altro vanto che nella croce del Signore nostro Gesù Cristo”.

L’invio di Gesù è rivolto ad ogni nazione e popolo per una convocazione nuova. Settantadue era il numero dei popoli che formavano il tessuto multicolore dell’umanità originaria (Gen 10). I discepoli sono chiamati a vivere la loro testimonianza senza appesantimenti inutili e vivendo un cammino che reca pace e annuncia il regno di Dio quale vicinanza di Dio che consola, che fa scorrere la pace, che prende in braccio.

Alcuni tratti di uno stile di missione e del profilo di chi è inviato possono essere posti in luce: il primo tratto è l’andare insieme, a due a due. C’è un’importanza particolare dell’incontro da condurre nel cammino. Essere insieme è occasione di dialogo, di confronto, come i due di Emmaus. Il secondo tratto è la preghiera: “pregate il padrone della messe…”. Lo sguardo di chi è mandato non dev’essere ripiegato ma aperto sul mondo in cui una messe sta crescendo. E’ simbolo di un operare di Dio che già è presente e chiama al lavoro di raccolta e raduno propria degli inviati. Un terzo tratto è la scelta della nonviolenza: “ecco, vi mando come agnelli in mezzo a lupi”. Come agnelli, capaci di stare anche in mezzo a lupi rifiutando la logica della violenza ma rimanendo al seguito di Gesù, che ha vissuto decisamente il contrasto forte alla violenza con la sua testimonianza fedele e inerme. L’annuncio da portare si connota per essere annuncio di pace: “In qualunque casa entriate, prima dite: Pace a questa casa!”. Un quarto tratto è la sobrietà e la libertà: “non portate borsa né sacca né sandali”. Il non essere appesantiti da troppe cose apre ad una condizione di passare con leggerezza, nella disponibilità al cammino e nell’apertura interiore a scorgere il bene. Un quinto tratto è il disinteresse: quando si è accolti, accettare la condivisione è occasione di scoprire il miracolo dell’ospitalità, e la stessa fede come via di dialogo ricordando il centro dell’annuncio che è il regno di Dio: “Quando entrerete in una città e vi accoglieranno, mangiate quello che vi sarà offerto, guarite i malati che vi si trovano, e dite loro: “È vicino a voi il regno di Dio”. Quando non si è accolti, non cercare di trattenere nulla. Infine un ultimo tratto è la serenità che conduce a gioire non per i risultati ma per la presenza di Dio che ha cura di noi: la vita è nelle sue mani: “Rallegratevi piuttosto perché i vostri nomi sono scritti nei cieli”.

Alessandro Cortesi op

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Di fronte alla violenza

Avvertiamo in questi tempi un crescere di violenza presente in modo pervasivo e in ambiti che possono essere considerati diversi e lontani. E’ la violenza di chi rivendica separazioni e nuove frontiere e rifiuta di affrontare la complessità delle questioni poste dalle migrazioni. E’ la violenza di guerre spesso dimenticate che hanno come ragioni il dominio sulle fonti energetiche e sulle risorse. E’ la violenza condotta in modo sistematico nello sfruttamento indiscriminato della terra. E’ la violenza che si manifesta in omicidi che vedono come vittime soprattutto le donne e denotano una mentalità maschilista di potere. C’è tuttavia un legame tra queste forme di violenza in cui scorgere un appello oggi a ricercare un nuovo stile del vivere che non separi gli ambiti di esperienza ma ne sappia cogliere i profondi collegamenti.

Vandana Shiva, testimone di una lotta per un diverso paradigma di vita ecologica e sociale, fondatrice della ‘Università della terra’ e autrice tra molti altri libri di Chi nutrirà il mondo? Manifesto per il cibo del terzo millennio e di Terra madre. Sopravvivere allo sviluppo ha riflettuto sul legame di diversi tipi di violenza: “un modello di patriarcato capitalista che escluda il lavoro delle donne e la creazione di ricchezza nella mente, aggrava la violenza escludendo le donne dai loro mezzi di sostentamento e alienandole dalle risorse naturali da cui i loro mezzi di sostentamento dipendono: la loro terra, i loro boschi, la loro acqua, i loro semi e la biodiversità. Le riforme economiche basate sull’idea di una crescita illimitata in un mondo limitato possono essere mantenute soltanto dal furto, da parte dei potenti, delle risorse degli inermi. Il furto delle risorse che è essenziale per la ‘crescita’ crea una cultura di stupro, lo stupro della terra, delle economie autosufficienti, lo stupro delle donne. L’unico modo in cui questa ‘crescita’ è ‘inclusiva’ è attraverso la sua inclusione di numeri sempre più vasti di persone nella sua cerchia di violenza. Ho ripetutamente sottolineato che lo stupro della Terra e lo stupro delle donne sono intimamente collegati, sia metaforicamente nel modellare visione del mondo, sia materialmente nel modellare le vite quotidiane delle donne. L’aggravamento della vulnerabilità economica delle donne le rende più vulnerabili a tutte le forme di violenza, comprese le aggressioni sessuali” (Riforme economiche e violenza contro le donne).

Recentemente l’esito del referendum in Gran Bretagna ha condotto a cogliere la diffusione del clima di paura e di desiderio di rinchiudersi e di erigere nuove frontiere di separazione e di difesa: ma ha anche evidenziato, in una campagna appiattita solamente su considerazioni di interesse economico, una mancanza fondamentale di pensieri grandi, di parole capaci di dare senso oltre allo stretto calcolo di vantaggi di corto respiro, capaci di far risuonare considerazione di significati profondi di altre dimensioni della vita tute insieme relazionate.

Ancora Vandana Shiva ricorda come la vita sia un tessuto fragile, non riducibile ad un oggetto da manipolare, ma una realtà che fiorisce nella relazione di diversi piani dell’essere, a tante e diverse dimensioni. «L’economia dei beni comuni è l’unica possibilità che l’umanità ha di sopravvivere. Le risorse del pianeta vanno tutelate, è una nostra responsabilità. L’economia va ridefinita»

C’è un legame profondo tra il rapporto umanità con la natura e i rapporti tra le persone e i popoli nell’incontro delle diversità e nella considerazione dell’altro: questa è forse la grande questione da considerare al cuore del sistema economico, della crisi dell’Europa in questo momento, della violenza che si diffonde e che denota incapacità a vivere la sfida dell’incontro. Uno sguardo attento a queste interrelazioni, a tali legami, scorgendo paradigmi alternativi di vita, è forse un orizzonte in cui scoprire oggi percorsi possibili di pace.

Alessandro Cortesi op

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