la parola cresceva

commenti alla Parola della domenica e riflessioni

XIV domenica tempo ordinario – anno A – 2020

img_8551Zc 9,9-10; Rom 8,9.11-13; Mt 11,25-30

“… a te viene il tuo re. Egli è giusto e vittorioso, umile, cavalca un asino”. Zaccaria, profeta del VI secolo invita a guardare al futuro di Israele. Dopo la drammatica esperienza dell’esilio si apre un tempo nuovo. Il suo sguardo si spinge ancor più lontano fondandosi sulle promesse di Dio. Il futuro sarà segnato da una presenza: il venire del messia. Il presente va letto allora quale tempo della benevolenza del Signore.

Il tempio sta per essere ricostruito, Gerusalemme ed altre città vengono riedificate: il popolo d’Israele disprezzato e oppresso può ora restaurare antiche rovine. Ma questo è segno di un’altra ricostruzione ancor più importante: una ricostruzione interiore, spirituale. Il tempo della prova apre una chiamata a scorgere che non sono da inseguire progetti di affermazione politica, ma la testimonianza della fede nel Dio dell’alleanza.

Zaccaria presenta l’urgenza di una rinascita spirituale a partire dai cuori e invita a gioire perché sta giungendo un re giusto e salvatore. La sua grandezza non sta nelle sue capacità ma nella fiducia solo in Dio. E’ un re mite: non viene con gli strumenti della violenza e della guerra ma disarmato, e così costruisce la pace. È a capo di una comunità di umili, i poveri di Jahweh, coloro che non hanno altre sicurezze, si appoggiano su Dio, in Lui ripongono la loro fiducia.

Il brano del vangelo riporta una preghiera di Gesù ed apre uno squarcio sulla preghiera di Gesù: per lui è innanzitutto dire grazie, è esperienza di gratitudine e gioia. E’ comunione con Dio l’Abbà. Gesù si lascia sorprendere ed è contento perché l’Abbà sceglie gli esclusi e quelli che non contano. Ringrazia così il Padre perché ha rivelato queste cose ai piccoli e ai poveri. Il vangelo che Gesù è venuto portare è bella notizia per i poveri. Sono loro che non hanno altri sostegni e scoprono che Dio prende le loro parti.

Gesù utilizza lo stile ebraico della preghiera: la benedizione, che è dire il bene e ringraziare Dioper come agisce; parla poi del suo rapporto come Figlio al Padre e della conoscenza tra il Padre e il Figlio; infine invita a seguirlo. E’ Gesù il messia mite e povero e chiede ai piccoli ‘prendete il mio giogo sopra di voi e imparate da me che sono mite e umile di cuore’.

E’ Gesù il ‘piccolo’ che vive nell’abbandono fiducioso al Padre. L’immagine del giogo era utilizzata dai maestri ebrei per parlare della legge (Sof 3,9); Gesù toglie ogni senso di pesantezza e di insopportabilità: ‘il mio giogo infatti è dolce e il mio carico leggero’. Incoraggia dicendo: ‘venite a me voi tutti che siete affaticati e oppressi’ – propone una via di incontro con il Padre nell’affidamento.

“Lo Spirito di Dio abita in voi” è il messaggio di Paolo alla comunità di Roma. E’ un annuncio che cambia la vita. Lo Spirito stesso non solo è donato ma abita dentro i cuori. C’è una presenza di Dio da accogliere e da riconoscere in tutti, oltre ogni pretesa di essere in qualche modo detentori esclusivi, perché lo Spirito soffia oltre ogni confine. Opera dello Spirito è dare respiro di vita. Nella risurrezione di Gesù e nella vita nuova di chiunque scopre questa sorgente di vita nell’interiorità.

Alessandro Cortesi op

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Ricostruzione

“Non è una parentesi”. E’ titolo che incuriosisce quello di questo libro da poco uscito (Non è una parentesi. Una rete di complici per assetati di novità, ed. Effata 2020), una raccolta di riflessioni attuate a partire da una richiesta del vescovo di Pinerolo Derio Olivero.  Di origini cuneesi, prete a Fossano e dal 2017 vescovo di Pinerolo è stato contagiato dal Covid nel mese di marzo. la malattia si è aggravata fino a rendersi necessario il ricovero nel reparto di terapia intensiva. E’ rimasto sospeso per giorni tra la vita e la morte. E’ uscito da quel tunnel accompagnato dalle cure di medici e infermieri ed è guarito. Per altri, per molti, per la medesima malattia in questo tempo c’è stata la morte. Si può comprendere che chi ha vissuto concretamente tale esperienza di prova, di stare tra vita e morte, maturi una sensibilità nuova.

Derio Olivero è convinto che non stata una parentesi. Il tempo dell’epidemia Covid è per lui un’esperienza che ha parlato e continua a parlare, con richieste pressanti per un cambiamento della nostra vita sociale.

“La pandemia ci ha messo di fronte a due dimensioni: l’imprevedibile e il tragico. Noi ci pensavamo al sicuro. Il virus ci ha messo di fronte ad una situazione inedita: l’imprevedibile ovvero non sapere come muoversi e reagire, e il tragico, ovvero la possibilità di morire. Il limite, la fragilità sono sempre presenti e la morte è nostra compagna. Questa non è stata dunque una parentesi ma un invito a modificare profondamente il nostro vivere”. (Intervista Il Covid non è una parentesi, ma un invito a modificare il nostro vivere, “Il Corriere della sera” – Torino 15 giugno 2020)

Nelle sue prime testimonianze dopo essere uscito dall’ospedale ha ricordato di aver vissuto una inattesa serenità nei momenti dell’isolamento e della crisi. Ricorda di aver chiaramente percepito come in lui rimanevano solo l’affidamento a Dio e le relazioni (intervista a “La Repubblica” 27 aprile 2020). La pandemia parla e urla proprio riguardo alle relazioni e chiede un nuovo modo di ricostruire rapporti tra le persone e i popoli:

“Il virus ci ha insegnato che il fratello e la sorella sono la nostra fortuna, non un peso ma un dono. Stare chiusi in casa o lottare contro una malattia, ci ha fatto comprendere che senza l’altro non c’è vita. L’altro ci manca come l’aria. Noi siamo relazione, dialogo, incontro. Non solo le relazioni familiari, ma con tutti gli uomini e le donne del mondo. Oggi abbiamo bisogno di un abbraccio fisico, di una relazione che ritrovi la corporeità, per questo sono necessari tempo, spazio e gesti. La dimensione virtuale e digitale ci ha permesso di rimanere uniti, ma dobbiamo fare un passo avanti”

La sua analisi scorge anche come questo tempo pone anche provocazioni al modo di vivere la fede, a come si attua l’esperienza di chiesa. Invita a superare forme di linguaggioe e di proposta dell’esperienza cristiana che si sono allontanate dal vangelo e non ascoltano le domande del vivere umano:

“Anche la nostra fede è andata in crisi, ci siamo resi conto che le parole del cristianesimo erano diventate logore. Di fronte all’imprevedibile e al tragico, come Chiesa, con l’eccezione di papa Francesco, siamo entrati in crisi. Si è pensato di più al rispetto delle norme, soffermandoci troppo poco sulle risposte da dare alle grandi domande antropologiche e spirituali che la pandemia ci ha posto”.

E’ chiaro per Derio che di fronte quanto questo tempo di prova ci ha portato non è possibile pensare di tornare alla situazione di prima, alla società e alla chiesa di prima. C’è una ricostruzione da attuare, che deve partire dalle fondamenta. Per questo invita a ricostruire, anzi «costruire sognando», una nuova società e una nuova chiesa, a partire non da modelli precostituiti o normativi, ma nella relazione con le vite delle persone, attuando così un ascolto nuovo del vangelo in questo tempo.

“Credo che la questione più importante sia la capacità di parlare alla concretezza della vita e non per dottrine e norme. Il cristianesimo deve entrare nelle esistenze degli uomini di oggi. Tutto questo si può fare tornando al vangelo, ma non semplicemente per rileggerlo ma cogliendone la sua portata vitale. La sfida è dunque interrogare le coscienze di ogni persona sulle grandi domande della vita”.

Alessandro Cortesi op

 

 

 

XIII domenica tempo ordinario – anno A – 2020

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E’ il tema dell’accoglienza la linea che percorre le letture di questa domenica.

La prima lettura narra una scena che riporta alla quotidianità della casa. Eliseo, uomo di Dio, riceve l’invito a fermarsi a tavola da una donna di Sunem, una straniera. Riceve poi accoglienza in quella casa dove viveva una coppia senza figli. Questo gesto di ospitalità e apertura nei confronti si apre alla sorpresa di un dono inatteso: un figlio diviene il segno della vita che nasce nuova proprio dall’esperienza dell’accoglienza.

La pagina del vangelo riporta alcuni insegnamenti di Gesù sulla missione. Gesù chiede una dedizione di fondo a seguirlo non mettendo null’altro al di sopra del riferimento a lui. Chiede innanzitutto un’accoglienza della sua parola e del suo invito: ‘chi ama figlio o figlia più di me non è degno di me’. La sua proposta è un cammino in cui il discepolo segue il maestro. La vita di Gesù si è posta nell’orizzonte dell’amore e del dono, e così chiede sia la vita del discepolo.

Prendere la croce e seguirlo è un’espressione che spesso è stata letta come appello a sopportare la sofferenza o addirittura a subirla come volontà di Dio stesso. Ma Gesù non chiede ai suoi di scegliere la sofferenza: piuttosto propone la via dell’amore. La via della croce per Gesù non è stata scelta di sofferenza e dolore, ma è stato il luogo in cui ha manifestato che anche lì, nel momento più disumano, è stato possibile vivere un amore più forte della violenza, dell’ingiustizia. Prendere la croce per Gesù significa restare fino in fondo fedele all’annuncio del regno come nuovo modo di intendere la vita e i rapporti nell’accoglienza degli altri, nella tenerezza, nella convivialità.

In questo quadro Gesù invita i suoi ad intendere la vita non come percorso di possesso, di rincorsa di affermazione di se stessi, ma come luogo di condivisione, di discesa, di perdita: perdersi per ritrovarsi. La vita può essere trattenuta in un movimento di ripiegamento, di concentrazione su di sé e diviene arida senza frutto. Ma può anche divenire esperienza di apertura, di dono, di condivisione. E si apre allora ad una fecondità nuova, Gesù indica che solo nell’accoglienza si può scoprire il senso profondo della vita come comunione. Comunione con gli altri, comunione con Dio stesso che si da ad incontrare nel volto dei poveri.

Chi accoglie voi accoglie me, e chi accoglie me accoglie colui che mi ha mandato. Accogliere gli altri è esperienza che apre ad accogliere la presenza di Dio stesso che viene ad abitare in noi, ci dona la sua vita, ci fa scoprire che noi siamo amati innanzitutto e accolti.

Tutto questo si attua non in ambiti particolari nell’eccezionalità di luoghi o esperienze di tipo religioso, ma nella quotidianità della vita, nei piccoli gesti ordinari che sono alla portata di tutti e che dicono come la presenza di Dio vada oltre le nostre barriere ed esclusioni. Nel dare un bicchier d’acqua si compie l’esperienza accoglienza luogo di manifestazione dell’umanità e di Dio stesso: ‘chi avrà dato anche un solo bicchiere di acqua fresca a uno di questi piccoli, perché è mio discepolo, non perderà la sua ricompensa’.

Solo passando attraverso il rapporto con l’altro ci apriamo a scoprire l’Altro che ci rivolge la sua parola e che chiama a intendere la vita nei termini di comunione.

Alessandro Cortesi op

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Rifugiati

Pochi giorni fa, il 20 giugno, vi è stata la Giornata mondiale del rifugiato. In questa data l’Alto Commissariato dell’Onu per i rifugiati (Unhcr/Acnur) presenta il suo Rapporto sui rifugiati nel mondo.

E’ stata un’occasione per ricordare come oggi nel mondo i rifugiati, ossia le persone che hanno dovuto abbandonare la propria casa e la propria terra sono circa 80 milioni. Rispetto a dieci anni fa vi è stato un aumento che è quasi un raddoppio della popolazione rifugiata nel mondo. Una persona su 100 circa è nella condizione di rifugiato.

Tra di esse la grande maggioranza è costituita da sfollati interni ai Paesi. Ciò significa da un lato che chi fugge dal proprio luogo di vita lo fa per lo più con il desiderio di poter rientrare e quindi fermandosi nel medesimo Paese oppure in zone vicine.

In secondo luogo questo fa riflettere sul fatto che i Paesi con maggior numero di rifugiati sono Paesi del Sud del mondo che si trovano nella condizione di provvedere alle necessità di tantissime persone senza avere le ricchezze dei Paesi del Nord del pianeta. Circa 34 milioni di rifugiati trova accoglienza in Paesi in via di sviluppo. Molto spesso sono Paesi che devono affrontare situazioni di carestie e malnutrizione. Già questi dati dovrebbero far riflettere.

Ma il Rapporto offre una fotografia della situazione in cui emerge un altro aspetto su cui porre attenzione: benché la maggior parte dei rifugiati si allontani con la speranza di un ritorno, si stanno sempre meno realizzando le condizioni perché ciò possa avvenire. Infatti mentre alcuni decenni fa circa un milione e mezzo di persone riuscivano ogni anno a rientrare nei luoghi di origine, oggi questa cifra è diminuita paurosamente: solo 400 mila persone riescono a ritornare. Ciò significa che la stragrande maggioranza dei rifugiati vive ormai da anni nella condizione dei campi profughi in condizioni di vita estremamente difficili, nella precarietà e nell’impossibilità di pensare ad un futuro per sé e per i propri figli. Un altro numero infatti che fa riflettere è che 30 milioni di rifugiati sono minorenni.

Questi pochi dati sono da leggere come numeri che racchiudono le sofferenze, le speranze, le attese di milioni di persone, uomini donne e bambini. Essi manifestano quanto sia grande la cecità del mondo occidentale delle società del Nord, della nostra Italia, a fronte di questo dramma che segna la vita di così tante persone. Si pensa a queste persone come a presenze che minacciano un benessere inteso come privilegio da difendere senza farsi carico delle sofferenze degli altri.

Camillo Ripamonti, presidente del Centro Astalli scrive: “È come se noi ci stessimo abituando a vedere una fotografia sempre più sfocata di una barca in mezzo al mare, in cui non si distinguono volti, storie personali e tragedie umane. Stiamo mettendo in atto una sorta di strategia dell’anonimato. Meno sappiamo delle persone che cercano di arrivare, più facile è lasciarle in un centro di detenzione o riportarle in Libia, lasciarle in un campo in Grecia o vederle morire in mare senza sentirsi complici o responsabili”.

E tuttavia ci ricorda anche che “le storie belle nascono e si diffondono dove trovano spazio e condizioni per farlo. Tutti coloro che operano in prima linea nell’accoglienza sono consapevoli dei dolori da lenire e delle ingiustizie da sanare, ma anche testimoni privilegiati della bellezza che ci portano i rifugiati. Nonostante le mille difficoltà e gli ostacoli che si moltiplicano nel cammino in Italia, loro rimangono portatori di speranza e buoni compagni di viaggio lungo la strada della vita” (“Avvenire” 20 giugno 220).

Portatori di bellezza e speranza e buoni compagni di viaggio: portano speranza ad un mondo malato e asfittico, ripiegato in una incapacità a guardare all’altro. E sono compagni di viaggio perché aiutano a scoprire che tutti siamo in viaggio e improvvisamente per tutti si può aprire nella vita una condizione nuova in cui scoprire la propria fragilità e l’essenziale importanza dell’essere accolti.

Questo tempo della pandemia che ha attraversato tutto il mondo potrebbe essere occasione di scoperta di questi orizzonti di accoglienza e solidarietà che avevano dimenticato o posto ai margini della nostra vita.

Alessandro Cortesi op

XII domenica tempo ordinario – anno A – 2020

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Il testo di Geremia risuona di echi personali. E’ una confessione del profeta che parla di se stesso. La sua storia è stata segnata da una chiamata dalla parola di Jahwè che si è posata sulle sue labbra.

Questo incontro l’ha spinto a vivere situazioni che mai avrebbe immaginato. Strappato ad una condizione di tranquillità ha dovuto affrontare pericoli minacce, conflitti e crisi. Più volte confessa di aver pensato di abbandonare tutto e non pensare più all’impegno di testimoniare la parola di Dio.

Tuttavia continua a sentire nel suo cuore un fuoco ardente. Nonostante la minaccia e l’oppressione dei nemici sa che Dio è al suo fianco come presenza che gli dà forza e i nemici non potranno prevalere. E’ un testo di profonda fiducia pur in una situazione di prova.

Il Signore scruta i cuori e il profeta gli ha affidato la vita: “cantate inni al Signore, lodate il Signore perché ha liberato la vita del povero dalle mani dei malfattori”. Non nasconde la crisi, anche la sua rivolta interiore, ma sa che la sua vita è segno vivente dell’incontro con il Dio fedele e liberatore.

Matteo raccoglie gli insegnamenti di Gesù sulla missione in alcune pagine del suo vangelo (capp. 9-10). Il filo rosso è l’invito alla fiducia e all’abbandono. Gesù parla dei passeri, che si potevano mangiare ed erano venduti per uno spicciolo di rame. E parla di Dio, il Padre come di qualcuno attento alle piccole cose, a ciò che non ha valore riconosciuto, ai passeri appunto. Gesù racconta il volto di un Dio attento alle pieghe nascoste e ai particolari a cui non si dà peso, che si prende cura dei suoi figli, anche e soprattutto di coloro che non sono considerati, degli invisibili e dei dimenticati. E’ preoccupato dei volti, delle relazioni.

“non abbiate paura di quelli che uccidono il corpo, ma non hanno potere di uccidere l’anima”. Questa fiducia serena in Dio vicino non sottrae ai discepoli la fatica della testimonianza. Nella prova si dovrà ricordare la testimonianza stessa di Gesù: il discepolo è chiamato a percorrere la medesima strada del maestro, non le vie del successo e del potere.

Gesù non propone ai suoi una prospettiva di affermazioni e di gloria e non nasconde che il suo cammino sarà anche quello dei discepoli. La vita del discepolo è segnata dal legame con Cristo e dal sereno affidamento alla cura del Padre: ‘non temete voi valete più di molti passeri’.

Alessandro Cortesi op

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Proposta di preghiera

E’ veramente bello, dà senso alla nostra vita

dire il nostro grazie

a Te Dio padre e madre, sorgente dell’amore

in ogni situazione gioiosa o triste

dei nostri giorni

a Te che sei il Dio dei passeri

che non lasci che nulla vada perduto.

Abbiamo visto il riflesso del tuo volto

nei gesti e nelle parole di Gesù tuo Figlio

che ha preso su di sé la nostra fragilità.

E’ lui l’Adamo ultimo, tratto dalla terra

che ci ha manifestato un modo di vivere

nel dono, nell’ospitalità, nel servizio, costruendo pace.

In Lui scopriamo che la nostra vita

come fiore sboccia

ad una speranza nuova

aperta a tutti.

La speranza di un mondo nella fraternità e nella pace

in cui vi è attenzione per i più piccoli e deboli.

Come gli uccelli del cielo quando cantano

sono voce di dialogo e armonia

così anche le nostre voci si uniscono

al respiro di tutto il creato per cantare la tua gloria…

Alessandro Cortesi op

 

 

Corpo e sangue di Cristo – anno A – 2020

 

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Dt 8,2-3.14b-16a; 1Cor 10,16-17; Gv 6,51-58

‘Questo è il mio corpo dato per voi’: l’Eucaristia è il segno della consegna di Gesù. Gesù indica un amore che segue vie altre e diverse rispetto a quelle del possesso e del dominio sull’altro. Vive la vulnerabilità di chi si affida e si lascia prendere.

Queste parole accompagnano i gesti dell’ultima cena, il, gesto dello spezzare il pane e dare il vino, il gesto del lavare i piedi (secondo il IV vangelo). In queste parole e gesti è racchiuso il senso profondo della sua vita, l’orizzonte che lo spingeva ad incontrare le persone senza giudizi ed esclusioni, attorno alla tavola, nel condividere ciò che vi era da mangiare: Gesù intende la sua vita come un dono e vive la fedeltà all’amore che si dona anche nel buio della prova e dell’ostilità. E affronta questo momento nella fede totale.

Gesù ci lascia nell’Eucaristia l’indicazione di un cammino: non è nel segno della privazione ma nella linea di un compimento di ciò a cui siamo chiamati: diventare dono e non possessori o consumatori delle cose e degli altri.

Nell’Eucaristia il corpo di Gesù è ‘dato per tutti’: intende la sua vita non in rapporto ad una ristretta cerchia ma in apertura a tutti e così ci ha resi partecipi del suo rapporto con il Padre: ‘io ho fatto conoscere loro il tuo nome e lo farò conoscere perché l’amore con il quale mi hai amato sia in essi e io in loro’ (Gv 17,26).

L’Eucaristia è connessa al desiderio di Gesù di stare con i suoi e di rimanere di continuare la relazione iniziata nel tempo della sua vita. E’ un desiderio che si allarga alla storia dell’umanità.

Imparare ad amare, prendendo l’Eucaristia a riferimento, è un cammino che dura tutta la vita: esige di incontrare i volti di quelli che ci stanno davanti come Gesù non è rimasto indifferente e distaccato.

E’ anche un cammino in cui aprirsi all’amore, ad uscir fuori guardando lontano oltre orizzonti vconsueti e per condividere, non accettando che la vita rimanga chiusa in mondi ristretti di ripiegamento in piccoli egoismi. L’amore di Gesù si mostra a noi quando prende il pane e lo spezza perché possa essere condiviso. E ci dice che là dove il pane è condiviso si fa autentica eucaristia. 

E’ indicazione di un’esperienza esistenziale che non può limitarsi in un rito da ripetere ma è chiamata ad un cammino da attuare nella prassi in scelte che aprano cammini di liberazione per gli altri. Ogni amore è chiamato ad aprire spazi di libertà.

Alessandro Cortesi op

Il corpo di Gesù e i corpi

E’ giorno oggi per pensare ai corpi. Il corpo di George Floyd mentre stava immobile e nell’impossibilità di respirare sotto il ginocchio e la presa di un poliziotto a Minneapolis supplicando: ‘Amico non riesco a respirare’.

I corpi di tutti coloro che sono disprezzati e discriminati per il colore della pelle, per la loro provenienza, per la religione.

Il corpo torturato di Giulio Regeni, per cui i suoi genitori da anni stanno chiedendo verità e giustizia mentre proprio in questi giorni il governo italiano conclude la vendita di navi da guerra con il governo egiziano. 

I corpi dei bambini presenti nelle barche dei migranti che il 6 giugno cercavano di attraversare il Mediterraneo recuperati dalla Guardia costiera di Tripoli, composta da trafficanti di uomini, sotto il controllo di un aereo dell’agenzia europea Frontex, e riportati nei luoghi di detenzione della Libia dov’è attuata una sistematica violazione di diritti umani con torture, uccisioni e privazioni di ogni genere.

I corpi dei profughi che sono fuggiti dalle violenze e dalla guerra in Siria e si trovano ora rinchiusi a migliaia dietro il filo spinato nelle isole greche di Lesbos e Samos costretti in condizioni disumane nel tempo della pandemia

I corpi di tutte le vittime di violenza, le donne in particolare, spesso tra le pareti di casa, dei bambini vittime di abusi da parte di coloro che dovevano custodirli e difenderli in ambienti di educazione e delle comunità religiose.

I corpi di tutte le vittime della violenza mafiosa i cui nomi, in una lista senza fine, sono ricordati in Italia nella giornata di memoria delle vittime innocenti di mafia.

I corpi di lavoratori e lavoratrici piegati in lavori in cui sono sottoposti a sfruttamento e ricatti.

I corpi devastati dei torturati nelle carceri del mondo in cui si attuano pratiche di violenza fisica e psicologica.

I corpi degli anziani vittime del Covid-19, non difesi e trascurati nelle case di riposo.

I corpi senza forze di coloro che si stanno lasciando andare in questo momento di crisi sociale diffusa per la mancanza di solidarietà e di attenzione ai più deboli.

I corpi delle vittime di ogni ingiustizia e delle conseguenze della devastazione dell’ambiente e dell’inquinamento.

Il corpo Cristo è la sua vita spezzata per essere solidale a tutti i crocifissi della storia. Il corpo di Cristo s’incontra nei corpi di coloro che subiscono oggi violenza, ingiusta condanna, disprezzo.

Il corpo di Cristo si incontra in tutti coloro che come lui resistono e lottano attuando fino alla fine la nonviolenza attiva dell’amore. “Questo è il mio corpo dato per voi”…

Alessandro Cortesi op

Ciclo di videoconferenze

Il Centro Espaces Giorgio La Pira e la Biblioteca dei domenicani di Pistoia invitano ad un ciclo di videoconferenze dal titolo Leggere il presente: tra esperienza del credere e ascolto della storia

Per partecipare si deve inviare una mail a info@bibliotecadeidomenicani.it. Vi verrà poi inviato il link per il collegamento all’incontro sulla piattafroma zoom. Qui di seguito il programma completo

Martedì 9 giugno 2020 ore 21.00 Fabrizio Mandreoli

Giuseppe Dossetti e Giorgio La Pira: sguardi sul Mediterraneo

Martedì 16 giugno 2020 ore 21.00 Mariangela Maraviglia

David Maria Turoldo: vita e poesia

Venerdì 19 giugno 2020 ore 21.00 Pietro Domenico Giovannoni

Ernesto Balducci: scrutare un cambiamento d’epoca

Venerdì 26 giugno 2020 ore 21.00 Silvia Scatena

La storia di Taizé: una parabola di comunione

Le videoconferenze saranno tenute sulla piattaforma zoom. Per partecipare si prega di inviare una mail di richiesta a info@bibliotecadeidomenicani.it.

Sarà inviato prima della conferenza un invito con indicazione del link a cui collegarsi. Per informazioni contattare la Biblioteca dei domenicani: 346.6176464

Proposta di sussidio per celebrazione della domenica della Ss.Trinità – 7 giugno 2020

A questo link nel sito http://www.insiemesullastessabarca.it è possibile scaricare la proposta di una celebrazione domestica della solennità della Ss. Trinità 7 giugno 2020

Solennità della ss.Trinità – anno A – 2020

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Nel colloquio con Nicodemo, un uomo saggio in sincera ricerca, Gesù parla di Dio come un volto amante: “Dio ha tanto amato il mondo da dare il suo Figlio unigenito, perché chiunque crede in lui non muoia, ma abbia la vita eterna.”

Al cuore di Dio sta un movimento di donare, di consegnare: così anche è indicato il ‘consegnarsi’ di Cristo. C’è un dono del Padre e il dono del Figlio e tutti sono per la vita e la salvezza dell’uomo. Vivere questo incontro, dice Gesù a Nicodemo, non è questione di capacità o di sapienza umana, ma è una nascita ‘di nuovo’ e ‘dall’alto’. Non è esito di uno sforzo umano ma frutto dello Spirito da accogliere con gratitudine.

Gesù dice anche ‘io e il Padre siamo una sola cosa’ (Gv 10,30): tutta la vita di Gesù sta sotto il segno del dono per farci entrare nella comunione di amicizia con il Padre.

Il quarto vangelo parla così del ‘Figlio’, colui che da sempre sta in rapporto di accoglienza e di dono nei confronti di Dio, il Padre, sorgente della vita e dell’amore.

Gesù ha vissuto la sua esistenza come dono e servizio agli altri: il IV vangelo espriem tuto questo con un gesto, il lavare i piedi. La sua vita è umanizzazione del Dio vicino e compassionevole, affonda le sue radici nel mistero dell’amore di Dio il Padre che nessuno ha mai visto. Gesù è così presentato come il Figlio, l’interprete del Padre per noi, colui che nella sua vita ha raccontato il Padre: ‘Nessuno ha mai visto Dio: il Figlio unico di Dio, quello che è sempre vicino al Padre, ce l’ha fatto conoscere’ (Gv 1,18).

Gesù ci ha reso vicino il volto di Dio comunione: il suo progetto non è giudicare il mondo, ma che il mondo si salvi. E’ un volto affascinante e nuovo: ha i caratteri dell’amore personale, della cura e della passione perché ogni persona, il mondo – quel ‘mondo’ che nel linguaggio del IV vangelo è la realtà segnata dal peccato e dal male – anch’esso trovi cambiamento, apertura, salvezza.

Gesù aveva annunciato un modo nuovo di essere presente e aveva parlato dello Spirito di verità che avrebbe guidato i suoi alla verità tutta intera, ad un incontro con lui, nuovo, nell’assenza. Nel dono di Gesù hanno potuto scorgere l’umanizzarsi di Dio amore che si dona.

Paolo esprime questo dicendo che lo Spirito è la presenza Dono che sta all’origine di ogni regalo, colui che suscita i servizi diversi nella comunità ed ogni gesto di fraternità e comunione. La pace è dono che ci raggiunge per mezzo di Gesù: per mezzo suo possiamo accostarci con la fede a Dio; “Dio ha messo il suo amore nei nostri cuori per mezzo dello Spirito Santo che ci ha dato” (Rom 5,1-5).

Noi tutti siamo come bambini che sono stati adottati e sono autentici figli: “Dio ha inviato nei vostri cuori lo Spirito di suo Figlio che esclama. Abbà, Padre. Non siete più schiavi ma figli. E se siete figli siete anche eredi. Così vuole Dio” (Gal 4,6-7).

A conclusione della seconda lettera ai Corinzi, Paolo fa scorgere il profondo legame tra il volto del Dio trinitario e una vita aperta alla pace, a rapporti nuovi tra di noi:

“… vivete nella gioia, correggetevi, incoraggiatevi, andate d’accordo, vivete in pace. E Dio che dà amore e pace sarà con voi. Salutatevi tra di voi con un fraterno abbraccio. … La grazia del Signore Gesù Cristo, l’amore di Dio e la comunione dello Spirito Santo siano con voi tutti” (2Cor 13,11-13).

Alessandro Cortesi op

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George Monbiot giornalista britannico in un recente articolo (Insegniamo l’ecologia a  scuola, “Internazionale” 31 maggio 2020) osserva come nelle teorie economiche convenzionali la considerazione dell’uomo al centro dell’universo sia fattore generativo di un modo di intendere i rapporti nel senso della competizione e del dominio sul pianeta e parla di una sua esperienza nel tempo del lockdown:

“Durante il lockdown ho fatto una cosa che sognavo da tempo: ho sperimentato l’educazione ecologica. Non è stato facile, e non penso di aver fatto tutto nel modo giusto. Ed è difficile convincere un bambino a vederti ora come genitore, ora come insegnante. Però, lavorando con una bambina di otto anni e una di nove (mia figlia piccola e la sua migliore amica) sto scoprendo che quel sogno non è ridicolo. Non parlo di ecologia come materia isolata, ma di una cosa ancor più sostanziale, cioè l’ecologia e le scienze della Terra messe al cuore dell’istruzione, visto che sono al cuore della vita. Abbiamo cominciato costruendo un quadro gigantesco formato da quindici pannelli formato A4. Ciascun pannello rappresenta un habitat, dalle montagne all’oceano profondo, e su ognuno abbiamo attaccato immagini della flora e della fauna che lo abitano. Il quadro diventa così la piattaforma da cui partiamo per esplorare i processi di ogni ecosistema e della Terra nel suo complesso. Gli ecosistemi a loro volta sono come chiavi per aprire altre porte. Un esempio: l’ecologia della foresta pluviale ti spinge ad approfondire la fotosintesi, la chimica organica, gli atomi e le molecole, e da qui il ciclo del carbonio, i combustibili fossili, l’energia e l’elettricità”.

Da tempo è in atto una riflessione che sollecita a ripensare le modalità di impostare la didattica e con essa un’impostazione di fondo del nostro vivere il rapporto con la creazione. Queste osservazioni che richiamano ad un ripensamento dell’insegnamento partire dalla conoscenza della natura, suggerendo anche di sfruttare le possibilità della didattica all’aperto, si collegano ad un approfondimento dello stesso modo di pensare il volto di Dio.

“Noi… abbiamo incominciato a comprendere Dio, nella coscienza del suo spirito per amore di Cristo, come il Dio Uni-Trino, come quel Dio che rappresenta in se stesso la comunione singolare e perfetta di Padre, Figlio e Spirito santo. Ma se comprendiamo Dio non più in modo monoteistico come il soggetto unico e assoluto, bensì in modo trinitario, come l’unità del Padre, Figlio e Spirito, il suo rapporto con il mondo da Lui creato verrà concepito non più come unilateralmente basato sulla signoria, bensì come rapporto, variegato e complesso, di comunione. E’ appunto questa l’idea di fondo che troviamo in una teologia non-gerarchica, decentralizzata, comunionale (J.Moltmann, Dio nella creazione. Dottrina ecologica della creazione, Queriniana Brescia 1992 2 ed., 13)

Così scrive Jürgen Moltmann uno tra i più grandi teologi contemporanei che ha approfondito il tema del rapporto tra volto di Dio comunicato da Gesù e creazione.

E’ un’impostazione che implica un cambiamento radicale nel considerare il rapporto tra esseri umani e creazione.

“Stando alle tradizioni bibliche tutto l’agire divino, nei suoi effetti, è pneumatico. E’ lo Spirito Colui che porta a compimento l’opera del Padre e del Figlio. Per cui il Dio Uno e Trino ispira incessantemente anche la sua creazione. Tutto ciò che è, esiste e vive per il continuo afflusso di energie e possibilità derivanti dallo spirito cosmico. (…) egli non si oppone ad essa in modo soltanto trascendentale, ma le è anche immanente. Il fondamento biblico su cui poggia questo modo di intendere la creazione nello Spirto ci è dato dal Salmo 104,29-30: Se nascondi il tuo volto, vengono meno, togli loro il respiro muoiono e ritornano nella loro polvere. Mandi il tuo spirito sono creati e rinnovi la faccia della terra” (ibid. 21-22)

“ (…) La dottrina trinitaria della creazione non parte quindi da una contrapposizione tra Dio e mondo, per definire poi Dio e mondo, Dio come non mondano e il mondo come non divino. Parte invece da una tensione immanente in Dio stesso: Dio crea il mondo e al tempo stesso lo compenetra. Lo chiama all’esistenza e al tempo stesso, mediante il mondo, manifesta la propria esistenza. Il mondo vive della e nella forza creatrice di Dio” (ibid 26-27).

E’ una linea di pensiero che ha portato ad un approfondmento nella teologia e nella vita delle chiese e ha visto un momento fondamentale la riflessione dell’enciclica Laudato sì, pubblicata cinque anni fa. Questo documento unisce insieme la considerazione della ingiustizia e l’emergenza ecologica come due facce di una medesima fondamentale sfida che l’umanità oggi si trova ad affrontare nell’ascolto del grido della terra insieme al grido dei poveri provocati dall’ingiustizia globale.

E viene altresì sottolineato come la stessa spiritualità cristiana dovrebbe respirare di una nuova apertura relazionale proprio a partire da un rapporto nuovo con la creazione in cui scorgere la presenza stessa di Dio che è relazione (LS 240):

“Le Persone divine sono relazioni sussistenti, e il mondo, creato secondo il modello divino, è una trama di relazioni. Le creature tendono verso Dio, e a sua volta è proprio di ogni essere vivente tendere verso un’altra cosa, in modo tale che in seno all’universo possiamo incontrare innumerevoli relazioni costanti che si intrecciano segretamente (Cfr. Tommaso d’Aquino, Summa Theologiae I, q. 11, art. 3; q. 21, art. 1, ad 3; q. 47, art. 3). Questo non solo ci invita ad ammirare i molteplici legami che esistono tra le creature, ma ci porta anche a scoprire una chiave della nostra propria realizzazione. Infatti la persona umana tanto più cresce, matura e si santifica quanto più entra in relazione, quando esce da sé stessa per vivere in comunione con Dio, con gli altri e con tutte le creature. Così assume nella propria esistenza quel dinamismo trinitario che Dio ha impresso in lei fin dalla sua creazione. Tutto è collegato, e questo ci invita a maturare una spiritualità della solidarietà globale che sgorga dal mistero della Trinità”.

Alessandro Cortesi op

Parole della pandemia

img_7538-collageNel tempo del confinamento causato dall’emergenza della pandemia Covid-19 molte e diverse sono state le esperienze vissute. Ho cercato di raccogliere tra persone amiche echi di questo tempo particolare, doloroso e impegnativo per custodire testimonianze, sentimenti, riflessioni.

Ringrazio tutte e tutti coloro che hanno voluto condividere un pensiero su di una parola chiave di questo tempo. Ne è risultato questo mosaico di voci raccolte sotto il titolo ‘Parole di un tempo difficile. Testimonianze e riflessioni nella quarantena del Covid-19’ che aiuta a custodire quanto abbiamo appreso e ad orientarci nel cammino che ora si apre. (ac)

Si può scaricare la pubblicazione cliccando qui

Sussidio per celebrazione della Pentecoste

img_8367Nel sito http://www.insiemesullastessabarca.it è possibile scaricare un sussidio, curato da un gruppo ecumenico, con due proposte di preghiera per una celebrazione domestica della Pentecoste sia per famiglie e piccoli gruppi, sia per bambini.

Il sussidio può essere scaricato anche cliccando qui.

Solennità di Pentecoste – anno A – 2020

img_8368At 2,1-11; Sal 103; 1Cor 12,3b-7.12-13; Gv 20,19-23

Pentecoste è termine che indica cinquanta giorni: è il tempo dopo la Pasqua in cui cade una tra le feste gioiose di pellegrinaggio, le più importanti per Israele (Deut 16,16). Situata all’inizio dell’estate raccoglie la gioia per le primizie della mietitura (Es 34,22; cfr Es 23,16): “celebrerai la festa delle settimane per il Signore tuo Dio, offrendo nella misura della tua generosità e in ragione di ciò che il Signore tuo Dio ti avrà benedetto” (Deut 16,9-10; cfr. Num 28,26).

Pentecoste nasce come festa legata alla gioia comune al momento del raccolto che vide accompagnarsi anche la memoria del dono della Torah, la legge di Dio. La libertà aperta dalla Pasqua si fa cammino nell’accoglienza la parola di Dio, nella sua legge per servire Lui: “Io sarò con te. Eccoti il segno che io ti ho mandato: quando tu avrai fatto uscire il popolo dall’Egitto, servirete Dio su questo monte” (Es 3,12).

Nel Nuovo Testamento i cinquanta giorni dopo (pentecoste) sono momento del dono dello Spirito: ciò che Luca pone cinquanta giorni dopo la Pasqua nel IV vangelo è situato la sera del giorno stesso della risurrezione. Gesù si presenta in mezzo ai discepoli ‘alitò su di loro e disse: Ricevete lo Spirito Santo’ (Gv 20,22). Sulla croce morendo Gesù aveva consegnato lo spirito (Gv 19,30), ora lo soffia sui suoi amici donando loro pace e inviandoli a testimoniare riconciliazione.

La ‘prima pentecoste’ è il soffio di Dio su ogni creatura: “Ora la terra era informe e deserta e le tenebre ricoprivano l’abisso e lo spirito di Dio aleggiava sulle acque” (Gen 1,2). Lo Spirito è il soffio presente nella creazione ed è respiro generativo di un cosmo bello che proviene dalle mani di Dio.

Al soffio della creazione nella Bibbia si affianca il soffio della Parola, in particolare di quella profetica. Il profeta Ezechiele condotto a vedere la desolazione di un popolo come una pianura di ossa aride, è spinto ad annunciare la promessa di Dio come dono dello Spirito: “Farò entrare in voi il mio Spirito e rivivrete; vi farò riposare nel vostro paese; saprete che io sono il Signore. L’ho detto e lo farò” (Ez 37,14)

Lo Spirito è soffio di presenza, forza di rigenerazione e apertura. Ad un saggio maestro d’Israele Gesù aveva detto: “se uno non rinasce dall’alto non può entrare nel regno di Dio… se uno non nasce da acqua e da Spirito, non può entrare nel regno di Dio” (Gv 3,3.5). “Il vento soffia dove vuole e ne senti la voce, ma non sai di dove viene e dove va: così è di chiunque è nato dallo Spirito” (Gv 3,8)

L’alitare di Gesù nella sera di Pasqua è ancora creazione, inizio dell’esistenza di una comunità che partecipa della sua vita.

Nella Pentecoste nasce una comunità chiamata a vivere relazioni nuove e una speranza: Gesù oltrepassa le barriere della paura e apre la comunità dei discepoli ad un invio: tutti sono investiti di forza: “fossero tutti profeti nel popolo del Signore e volesse il Signore dare loro il suo Spirito” (Num 11,29).

Nel Nuovo Testamento la Pentecoste è narrata più volte in modi diversi: oltre alla versione giovannea nella sera di Pasqua c’è il racconto di Luca della Pentecoste a Gerusalemme. Luca usa le immagini del vento impetuoso e delle lingue di fuoco.

Il dono dello Spirito suscita modi nuovi di comunicazione. Coloro che sono investiti di ‘forza dall’alto’ assumono un coraggio che non proviene dalle loro capacità. La loro parola è comprensibile e raggiunge gli uditori. “Com’è che li sentiamo ciascuno parlare la nostra lingua nativa?” (At 2,8).

Una nuova comunicazione si apre: nel racconto di Babele Dio era intervenuto ad interrompere il progetto dell’impero oppressore di dominare tutti con una sola lingua e aveva disperso lingue e popoli. Pentecoste è evento che si delinea non solo come l’anti-Babele, cioè critica ad ogni pretesa di uniformità e dominio ma diviene anche compimento della promessa di Babele, l’attuarsi cioè di una chiamata di Dio a vivere relazioni nuove nel riconoscimento delle differenze e attuando una comprensione ciascuno nella propria lingua: è il miracolo dell’accoglienza, del dialogo e dell’incontro.

“Li udiamo annunziare nelle nostre lingue le grandi opere di Dio” (At 2,11). A Pentecoste lo Spirito è presenza che de-centra la nostra vita e rende capaci di annunciare e testimoniare l’opera di Dio.

Alessandro Cortesi op

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Gioia

“Forse dal latino gaudia plurale di gaudium, forse da joca plurale di jocum, che dal latino s’è sparso dalla Provenza alla Romania; in ogni caso la radice antica sarebbe gawedh, che ha a che fare con qualcosa di materiale tipo i piaceri del sesso e solo viaggiando nei millenni si è disincarnato nei piaceri dello spirito. È bello che la gioia sia plurale, è bello che sia fatta di materia, naturalmente è pure bello che si sia dispiegata nello spirito. Alla vostra cortese attenzione porrei l’errore, ferale, che in epoca moderna non distingue la gioia dalle gioie intese come gioielli, quelli non hanno niente a che fare né con Joca né con gaudia, ma vengono diritto dall’arabo giohar, scusate la latinizzazione, che significa pietra preziosa, gemma. Per cui l’idea che i gioielli diano vera gioia è solo frutto di pura e stupida confusione. Gioia, da quant’è che non vi viene in mente di dirlo, che ne so, ho provato una grande gioia? E di pensarlo?” (M.Maggiani, “La Repubblica-Robinson” 24 maggio 2020)

Conclude Maggiani “In fin dei conti la gioia non è che una promessa, ed è spiegato dunque perché questi non son tempi gioiosi”. Non sono tempi gioiosi per molte ragioni soprattutto quando la promessa non solo non sembra inseguita ma viene anche calpestata e negata, soprattutto nei confronti dei bambini e delle bambine che in una società sono coloro che recano l’apertura alla promessa e quindi alla gioia.

Uno degli ambiti in cui oggi appare una disattenzione alla promessa è il mondo della scuola e degli studenti che hanno subito pesantemente il limite del confinamento e della chiusura delle scuole nel tempo della pandemia

“Dall’inizio della pandemia, quando l’intero sistema è stato stravolto e tutti – insegnanti, studenti, genitori – hanno dovuto rivedere radicalmente ciò che davano per scontato, dalle modalità di insegnamento e apprendimento agli spazi e orari quotidiani, sembra che le preoccupazioni principali della ministra dell’Istruzione siano state il mantenimento del calendario scolastico, la garanzia che nessuno sarebbe stato bocciato e la valutazione degli apprendimenti. Che intere settimane di scuola siano saltate prima che qualche cosa si mettesse in moto, che questo “qualcosa”, sotto l’etichetta di “didattica a distanza” si sia realizzato in modi diversissimi per impegno degli insegnanti, tempo, grado di coinvolgimento forzato dei genitori necessario, accessibilità da parte degli studenti, efficacia a seconda, non solo della capacità degli insegnanti, ma dell’età degli studenti e delle condizioni ambientali in cui vivono – tutto questo non sembra entrato nelle priorità della ministra” (Chiara Saraceno, la scuola ha tradito i più deboli, “La Stampa” 15 maggio 2020).

Da un sondaggio promosso da Cittadinanzattiva riportato sul sito www.vita.it risulta che “Il 92% delle scuole ha attivato la didattica a distanza, per lo più con lezioni in diretta su varie piattaforme (85%) e una durata media a lezione fra i 40 e i 60 minuti (69%). Buona la valutazione del lavoro svolto dai docenti in questa nuova veste (per il 60% dei rispondenti). Ma si conferma la grande questione della esclusione di tanti studenti che – per lo più per mancanza di device, per inadeguata connessione e in parte anche per condizioni familiari difficili – non partecipano alle videolezioni. A segnalarlo il 48% dei 1245 soggetti, fra genitori, insegnanti e studenti, coinvolti nel sondaggio civico promosso da Cittadinanzattiva sulla didattica a distanza. È ricorrente il fatto che alcuni ne siano esclusi principalmente per: connessione inadeguata (48,5%), condivisione del dispositivo fra più fratelli o familiari (33,5%), assenza di dispositivi (24,5%), assenza di connessione (16,4%)”.

In un’intervista a Mariapia Veladiano, scrittrice e dirigente scolastica, apparsa su ‘Il Regno’ curata da Sarah Numico (Sarah Numico, Scuola: declinare la prossimità Intervista a Mariapia Veladiano, “Il Regno Attualità” 15.05.20), vengono evidenziati alcuni aspetti del problema. Sono rilevati aspetti positivi, nel sottolineare la disponibilità delle scuole in particolare degli insegnanti ad attivarsi nell’utilizzo di strumenti nuovi per mantenere prossimità con gli alunni. Ma anche sono rilevati elementi negativi soprattutto per il fatto che in questo periodo si sono aggravate le disuguaglianze e molti pesi sono ricaduti in misura pesante sulle famiglie e sulle donne in particolare.

«Credo che mediamente ci sia stata una straordinaria capacità, da parte delle scuole, di mettere in campo in tempi rapidi degli strumenti capaci di non lasciar cadere il rapporto educativo con i ragazzi. La chiamo scuola di prossimità. Il primo e fondamentale compito della scuola è non lasciar cadere i bambini e i ragazzi, restare prossima ai luoghi in cui loro si trovano, sempre. La scuola di prossimità ha sempre forme diverse. Quella dei maestri di strada a Napoli si disseminava nei quartieri, fisicamente. Quella del tempo del coronavirus raggiunge a casa gli studenti con ogni strumento possibile. (…) in questa prima fase sono aumentate le disuguaglianze (…)

Per ora le indicazioni sono di continuare la DaD (Didattica a Distanza ndr) come se stesse andando bene per tutti, il che non è vero evidentemente. Che cosa si potrebbe fare, già ora, di meglio? Innanzi tutto pensare la scuola come un interesse di tutti e non delle singole famiglie che si devono arrangiare a trovare una soluzione. Congedi alternati per i genitori che devono seguire i bambini, è stato detto. Studiare possibilità di rientro differenziato come è stato fatto in Danimarca, ad esempio. I piccoli in piccole classi con accorgimenti opportuni: qui devono essere gli esperti a dire fin dove si può andare. Torno a pensare a piccoli gruppi seguiti, anche nella scuola a distanza, da ragazzi che si mettono a disposizione, forse ancora il servizio civile. Esplorare le possibilità. Se si fa finta di niente tutto ricadrà sulle famiglie, e in particolare sulle donne. La crisi del 2008 ha riportato moltissime donne a casa, senza lavoro e senza reddito. Un arretramento terribile».

Quali azioni si possono mettere in campo perché la scuola del futuro si rinnovi alla luce di questa esperienza?

«Abbiamo imparato qualcosa che sapevamo ma che avevamo lasciato sullo sfondo della nostra consapevolezza. Che la normalità che conosciamo è fragilissima. Vale per molti aspetti della nostra civiltà; ma, restando nel campo della scuola, abbiamo visto che le situazioni di crisi accentuano la disuguaglianza se si parte già diseguali. Per cui certo occorre più omogeneità nell’accesso alla connessione e nell’accesso agli strumenti informatici, per permettere almeno quella scuola di prossimità di cui si parlava. Poi classi molto meno numerose. In certe condizioni forse saremmo già tornati a scuola, almeno i piccoli, se le nostre classi non fossero così compresse in spazi inadeguati. Poi qualcosa che riguarda il lavoro. I contratti devono prevedere forme di flessibilità non penalizzante…”.

Coltivare la promessa significa concretamente oggi porre attenzione a chi come i bambini ha meno difese e sostegni, eppure sono loro che possono portare gioia nuova ad una società che potrà trovare futuro solo scegliendo vie di solidarietà.

Alessandro Cortesi op

 

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