la parola cresceva

commenti alla Parola della domenica e riflessioni

II Domenica Tempo Ordinario – anno B – 2021

Maestro dell’altare di san Giovanni (1500 ca) – forse Hugo Jacobsz – Philadelphia Museum of arts

1Sam 3,3-10.19; 1Cor 6,13-20; Gv 1,35-42

In un tempo in cui ‘la parola del Signore era rara’ Dio chiama Samuele. Anche nel tempo dell’aridità e del silenzio Dio non cessa di rivolgere le sue chiamate. La sua parola si fa strada silenziosamente nella notte, richiede cuori attenti, non guarda alle capacità umane, sceglie i piccoli. E’ parola che passa attraverso la rete di volti e presenze e se da un lato è parola dall’alto, essa si fa vicina per le vie della prossimità di chi accompagna e sta accanto. L’aiuto del vecchio Eli, la sua discrezione e apertura al dono che supera gli schemi umani, è presenza delicata, attenta, che non pretende facili spiegazioni né pine se steso al centro, ma orienta il giovane Samuele a riconoscere una voce che non viene da lui.

‘Parla Signore, il tuo servo ti ascolta’. Tutta la vita del profeta sarà sotto il segno della parola: ‘non lasciò andare a vuoto una sola delle sue parole’ (1Sam 3,19). La chiamata di Dio come acqua che scende sulla terra genera una fecondità nuova e si fa strada sulla terra nei cammini umani, in un cuore disponibile e generoso.

Anche la pagina del IV vangelo vede al centro una chiamata, anzi una catena di chiamate: due discepoli del Battista iniziano a seguire Gesù di cui viene indicato il profilo dallo stesso Giovanni: ‘Ecco l’agnello di Dio’. Una evocazione del suo cammino e della sua vita spesa come il servo di YHWH, agnello muto di fronte alla violenza.

A chi si pone a seguirlo Gesù rivolge una domanda che costituisce un filo unificante dell’intero racconto del vangelo: ‘Che cosa cercate?’ Al cuore di ogni cammino sta una ricerca Da qui inizia un percorso che conduce sino alla domanda ultima ‘Chi cerchi?’ rivolta da Gesù risorto a Maria nel giardino della risurrezione. Il IV vangelo, ma forse l’intera vita di ogni persona, si pone tra queste domande fondamentali. E i primi discepoli gli chiedono dove abiti? Non è questione di un luogo ma di uno stare con lui che si fa cammino.

Il racconto prosegue ricordando come ‘quel giorno si fermarono presso di lui’. Ed è riportato un ricordo preciso dell’ora di questo incontro: un delicato particolare che rinvia ad un’esperienza personale: un momento in cui si fissa un prima e un dopo decisivo della vita. ‘Abitare’ indica di una condivisione di vita espressa anche nei termini del rimanere. Accogliere la chiamata a seguire Gesù è invito a ‘rimanere’ come condivisione di cammino, di orientamento, ed anche più come uno stare uniti, il rimanere dei tralci inseriti nella vite da cui ricevono linfa e corrente di vita.

L’invito di Gesù ai due discepoli ‘Venite e vedrete’ è così apertura a vivere un’esperienza di condivisione che è in primo luogo esperienza di vita. L’incontro con Gesù – ci dice questa pagina – trova suo inizio e sviluppo negli incontri umani. Andrea era fratello di Simone, e poi Filippo incontra Natanaele dicendo ‘Abbiamo trovato…’

Il seguire si dipana nel tessuto umano di amicizie, rapporti, contatti quotidiani. In Gesù chi lo segue scorge aspetti diversi del suo volto, che interrogano e conducono a rimanere con lui: incontrare lui è rispondere alla ricerca profonda che orienta il cammino umano ed è anche aprirsi a cogliere con stupore sempre nuovo le radici del suo andare: Giovanni Battista fissò lo sguardo su Gesù che passava, coloro che lo seguono dovranno continuare a fissare lo sguardo su di lui.

Alessandro Cortesi op

Abitare

C’è un abitare in luoghi che anziché condurre all’autentico senso dell’abitare come riparo, rifugio, incontro, conforto portano all’isolamento, alla disperazione e al senso di esclusione. E’ l’abitare di chi vive nelle carceri e che in questo periodo della pandemia subisce più acutamente di altri le conseguenze di questa crisi.

All’inizio del 2020 gli istituti penitenziari stavano in condizioni sovraffollamento che vedeva un numero di detenuti di circa 11.000 mila unità in più rispetto ai 50.000 posti regolamentari. Lo scoppio della pandemia ha portato al diffondersi di paura e di timori nell’impossibilità di difendersi dal contagio in condizioni di convivenza forzata e senza dispositivi.

“L’impatto della pandemia ha generato paura e spaesamento nei reclusi. Ogni giorno su tv, radio, giornali, si chiedeva di mantenere il distanziamento sociale e di evitare assembramenti, due cose impossibili da fare nelle nostre carceri” osserva Patrizo Gonnella presidente dell’Associazione Antigone.

Proprio il fatto che le carceri sono luoghi di continui afflussi in entrata e uscita e con la presenza di operatori esterni che entrano ed escono ogni giorno, ha comportato un particolare timore per i detenuti di essere esposti al contagio. Oltre a questo le preoccupazioni per la chiusura dei colloqui hanno condotto a situazioni di sofferenza e di rabbia esplose nelle proteste ad inizio marzo in decine di istituti di pena in tutta Italia che hanno visto quattordici morti al termine delle rivolte.

In poche settimane il numero dei detenuti nelle carceri è stato fatto diminuire di circa 8.000 unità soprattutto per il lavoro della magistratura di sorveglianza. Dopo la chiusura dei colloqui in tutte le carceri del paese a tutti i detenuti, sono state concesse chiamate extra rispetto ai 10 minuti a settimana. Ma allo scoppio della seconda ondata della pandemia in autunno le carceri erano ancora in condizioni di sovraffollamento.

E il sovraffollamento genera situazioni di vita che portano a far sì che la pena risulti una afflizione e tortura.  La pena non può divenire una punizione, una forma di vendetta, o di esclusione sociale. Proprio il dettato costituzionale, eredità di un lungo cammino di maturazione del senso di umanità nella giustizia ricorda l’ineludibile carattere educativo mirante ad una reintegrazione nella società di chi ha compiuto un reato. Purtroppo nella società italiana ha visto diffusione una mentalità di tipo giustizialista che contrasta con l’atteggiamento di pietà da avere verso ogni essere umano pur se colpevole di crimini. Come ha osservato Gad Lerner la situazione della pandemia ha evidenziato non solo le carenze strutturali del sistema carcerario ma la sua inadeguatezza. Egli osserva come sia necessario “tener presenti le finalità di reinserimento sociale della pena stessa, apprezzare le buone pratiche che riducono la probabilità di recidiva dei reati, studiare misure alternative alla detenzione, e infine denunciare il sovraffollamento delle carceri per quello che è: una realtà incivile e criminogena” (Gad Lerner, Caro direttore, sulle carceri restiamo umani: è una tragedia, “Il Fatto quotidiano” 1 dicembre 2020)

Sono posizioni che evocano le idee dell’ex magistrato Gherardo Colombo (autore di Anche per giocare servono le regole, ed Chiarelettere) oggi impegnato nel diffondere un’idea nuova di giustizia soprattutto incontrando gli studenti nelle scuole: il carcere non è una struttura in grado di educare e l’autentica giustizia si attua unicamente con l’inclusione (Intervista, “Corriere della sera” 11 settembre 2020 ). Patrizio Gonnella presidente dell’Associazione Antigone osserva: “Quello che serve è investire nelle misure alternative, più economiche e più utili nell’abbattere la recidiva rispetto al carcere. Si devono ristrutturare le carceri esistenti, potenziando le infrastrutture tecnologiche per assicurare la formazione professionale anche da remoto, per consentire ancor più incontri con il mondo del volontariato, per aumentare le possibilità di video-colloqui con familiari e persone care che si aggiungano ai colloqui visivi. Bisogna investire nel capitale umano, assumendo più personale civile… quello che serve è un nuovo sistema penitenziario” (A.Oleandri, Carcere, per i detenuti “un surplus di pena” durante la pandemia, “Il Dubbio” 1 gennaio 2021). Proprio la pandemia ha manifestato l’urgenza  di un nuovo modo di abitare la detenzione in vista di un reinserimento sociale, di un nuovo modo di abitare nella società, insieme, di un nuovo modo di abitare e di pensare le relazioni

Alessandro Cortesi op

I domenica tempo ordinario – Battesimo di Gesù – anno B – 2021

Antifonario C di Scriptorium padovano XIV -XV sec.

Is 55,1-11; 1Gv 5,1-9; Mc 1,7-11

Il vangelo di Marco inizia con la presentazione del Battista e subito dopo narra il battesimo di Gesù. La voce dal cielo ‘Tu sei il mio Figlio prediletto, in te mi sono compiaciuto’ è spiegazione dell’evento e proclamazione di fede dell’identità di Gesù stesso. Il gesto di immergersi nelle acque, proposto da Giovanni, era un segno che indicava penitenza e attesa di un imminente venuta di Dio come giudizio. Esprimeva impegno a cambiare vita confessando il proprio peccato. Indicava un rinnovamento radicale in attesa del giorno del Signore.

Giovanni Battista stesso è presentato con le caratteristiche di un predicatore profetico che chiama tutti a conversione. Il luogo dove Giovanni battezzava, il deserto, faceva tornare all’esperienza dell’esodo, fondante per la fede d’Israele. Si trattava ora di camminare in un nuovo esodo riscoprendo l’affidamento al Dio vicino. La predicazione di Giovanni si accentrava sull’indicazione di qualcuno ‘più forte di me… Io vi ho battezzati con acqua ma egli vi battezzerà con lo Spirito Santo’.’Il ‘forte’, nella tradizione profetica, è il liberatore dalla schiavitù ed è messia (Is 49,24-25). Gesù, nella prima catechesi cristiana, viene presentato come ‘il più forte’ che scaccia il male, personificato in Satana il divisore, e opera gesti di liberazione.

Marco presenta Gesù come uno dei tanti in cammino verso il deserto per ricevere ‘un battesimo di conversione per il perdono dei peccati’. Gesù si presenta così solidale con tutti coloro che sentono il peso del peccato e si aprono ad una salvezza donata. Marco descrive l’immergersi di Gesù e ne offre elementi per interpretare questo suo gesto: ‘Uscendo dall’acqua vide aprirsi i cieli e lo Spirito discendere su di lui come una colomba’. I cieli si aprono e discende lo Spirito. E si ode la voce del Padre ‘Tu sei il Figlio mio prediletto, in te mi sono compiaciuto’. Sono questi elementi delle manifestazioni di Dio.

I cieli si aprono secondo l’invocazione del profeta : “Se tu squarciassi i cieli e scendessi ‘ (Is 63,16-19). Un primo squarciarsi che rinvia allo squarciarsi del velo del tempio al momento della morte di Gesù (Mc 15.39). La colomba richiama alla creazione, quando lo Spirito ‘covava’ come colomba sulle acque (Gen 1,2). Come Isaia aveva visto posarsi sul messia lo spirito del Signore (Is 11,2) così ora la colomba si posa su colui che viene indicato da Marco come il primo uomo di una nuova creazione: ‘lo spirito del Signore è su di me’ (Is 61,1-2). La voce dal cielo richiama il salmo 2,7, un salmo ora riferito al messia. Gesù è proclamato come il Figlio in un rapporto unico con il Padre: è il prediletto, l’unico, come Isacco, il figlio ‘unico’, che passa attraverso la sofferenza e la prova.

Gesù nel battesimo si presenta con il profilo del figlio/servo di Dio: il suo volto reca i tratti del servo sofferente presentato da Isaia: ‘Ecco il mio servo che io sostengo, il mio eletto in cui mi compiaccio. Ho posto il mio spirito su di lui’ (Is 42,1). La voce del Padre riassume così un’espressione della fede della comunità di Marco. Gesù solidale con il cammino dei poveri e dei peccatori è il servo sofferente: uscendo dalle acque, come Mosè e come Giosuè, apre la via della salvezza. Sarà una via non di possesso e di dominio, ma di dono. Il suo cammino si compirà in un battesimo/immersione nella morte donando la sua vita fino alla fine per la salvezza (Mc 10,38).

Alessandro Cortesi op

Campo informale di migranti a Velika Kladusa, cantone di Una Sana, Bosnia Herzegovina (foto di Alessio Romenzi)

Perché spendete denaro per ciò che non è pane?

La domanda al cuore della pagina profetica è forte provocazione a interrogarsi dove si spende il denaro e perché lo si spende per ciò che non è pane cioè possibilità di vita per le persone… Il tempo della pandemia ci ha posto davanti alcune grandi provocazioni per un cambiamento di mentalità e di stili di vita. Su due situazioni tra altre si può porre attenzione. La prima riguarda la assurdità delle spese per la produzione e acquisto di armi e lo scandalo del commercio delle armi in un mondo segnato dalla mancanza delle cure minime e della assistenza sanitaria.

Una recente inchiesta della Fondazione The Bridge ha analizzato la situazione italiana riguardo alle politiche sanitarie. Tra il 2007 e il 2017 viene rilevata una diminuzione del 22% delle strutture di ricovero pubbliche e dell’11% delle private, con una parallela diminuzione dei posti letto in ospedale (-35.797). Da parte dello Stato nel periodo esaminato vi è stato un progressivo venir meno di investimenti nel Servizio Sanitario nazionale. Se nel 1969 vi erano 12 posti letto per 1000 abitanti, attualmente vi sono 3,5 posti letto per 1000 abitanti. Sono anche in calo continuo dal 2010 i finanziamenti ordinari da parte dello Stato al Servizio Sanitario Nazionale in rapporto al Pil dal 2010 è in continuo calo. Tale diminuzione di investimenti ha ampliato la distanza e disparità tra le regioni.

A fianco di questa situazione è da porre attenzione alla situazione del commercio delle armi in cui l’Italia è coinvolta ad esempio nel commercio di armi con Paesi in guerra e con Paesi che violano diritti umani fondamentali. (Rita Rapisardi, Armi sì, respiratori no: nel 2020 oltre 26 miliardi in spese militari per l’Italia, “L’Espresso” 20.05.20). La vendita di armi all’Egitto, ad esempio, un paese da cui si attende ancora risposte riguardo all’uccisione dopo tortura di Giulio Regeni e in cui molti giovani innocenti come Patrick Zaki sono detenuti per tempi illimitati senza alcuna motivazione. L’Italia commercia armi, tra gli altri Paesi, con l’Arabia saudita che bombarda lo Yemen con le bombe prodotte dalla tedesca Rwm in Sardegna. Il nostro Paese sta conducendo il progetto di acquisto degli aerei bombardieri F35 che dovrebbero portare bombe nucleari con un contratto che per 6 aerei ammonta a 368 milioni di dollari. (fonte Aresdifesa). La previsione è quella di una nuova flotta di aerei per la spesa complessiva di 14 miliardi di euro. Sono cifre sconvolgenti se si pensa alle urgenze sociali e assistenziali del nostro Paese evidenziate in particolare nel tempo della pandemia.

La domanda ‘perché spendete denaro per ciò che non è pane?’ interroga anche le modalità in cui si affronta la questione delle migrazioni causate da situazioni di ingiustizia. Non fanno più notizia le morti continue nel mare Mediterraneo che è divenuto il grande cimitero di vittime innumerevoli di naufragi ed è muto testimone delle politiche di respingimento e di tortura attuate dalle milizie libiche che formano la cosidetta Guardia costiera libica sostenuta e finanziata dal governo italiano (Nello Scavo, Amnesty International. Ecco le nuove prove: sui migranti in Libia “abusi di Stato”, Avvenire 20.09.20). Ma non è l’unica frontiera in cui i diritti umani sono calpestati mentre il Patto per le migrazioni in Europa è stato proposto soprattutto nella linea di difendere le frontiere e non secondo una lungimirante prospettiva di solidarietà, di protezione per chi cerca asilo, e di apertura di canali legali di immigrazione per garantire percorsi di integrazione e di inserimento nella vita sociale dei paesi di accoglienza.

Già da tempo inchieste giornalistiche e le voci di organizzazioni umanitarie hanno denunciato la scandalosa situazione dei respingimenti a catena che si sta attuando lungo il confine nordest italiano a cui giunge la cosiddetta rotta balcanica dei migranti. Il 23 dicembre è andato a fuoco un campo profughi a Lipa in Bosnia lasciando più di mille persone senza alcun riparo nell’inverno dei Balcani. La Caritas ha dichiarato una catastrofe umanitaria. Per i migranti la prospettiva è quella di tentare quello che chiamano il ‘Game’ – ossia il tentativo di attraversare Croazia e Slovenia per giungere in Italia – che viene ripetuto e ripetuto nonostante le indicibili difficoltà a passare. Ad attenderli infatti ai confini con la Croazia ci sono milizie in uniforme nera e con il volto coperto che agiscono per mandato e con assenso della polizia croata. Queste usano una violenza inaudita su persone inermi e in cerca di protezione e li respingono lasciandoli feriti e con fratture, privi di viveri, soldi, indumenti e telefonini nei boschi o in riva ai fiumi. Chi riesce, nonostante tutto, a raggiungere il confine italiano, viene trattenuto ai valichi dalle forze di polizia che non consente loro di presentare richiesta di asilo. Funzionari di polizia fanno firmare moduli per ricondurli in Slovenia e da qui in Croazia nuovamente al punto da cui sono partiti in Bosnia, fuori dei confini dell’Europa (F.Tonacci, I sogni spezzati di Osman. ‘Tradito a Trieste mi hanno respinto in Bosnia’, “La Repubblica” 5 gennaio 2021). Si tratta di respingimenti dai tratti totalmente illegali attuati dalla polizia italiana che gode del pieno appoggio politico da parte del governo.

Come in Libia si sta attuando la medesima politica di esternalizzazione delle frontiere: il controllo dei confini è consentito in qualunque forma anche in violazione dei diritti umani, pur di fermare i migranti e impedire loro l’ingresso in Europa. La rete “RiVolti ai Balcani” – composta da molte realtà e singoli in difesa dei diritti delle persone – ha rivolto un appello all’Unione europea e alle autorità internazionali  (https://www.asgi.it/asilo-e-protezione-internazionale/bosnia-si-fermi-disumanita/) per individuare soluzioni a lungo termine che dotino la Bosnia Erzegovina di un effettivo sistema di accoglienza e protezione dei rifugiati e per attivare un programma di evacuazione umanitaria e di ricollocamento dei migranti in tutti i paesi dell’Unione Europea.

“Sarebbe una situazione ampiamente gestibile se l’Europa avesse visione e capacità di investire a lungo termine trovando soluzioni strutturali” dice Francesca Mannocchi, giornalista “Parliamo di circa 6500 persone ospitate in strutture ufficiali in Bosnia Erzegovina, a fronte di altre 3000 che vivono al di fuori dei centri di accoglienza in campi improvvisati. Quindi, circa 10mila persone: una situazione ampiamente gestibile dall’Europa e anche dalla Bosnia stessa” (…) “La Bosnia, come la Turchia o la Libia o per certi aspetti gli hotspot sulle isole greche sono la cartina al tornasole di una grande ipocrisia da parte dell’Europa. Se le risposte non vengono date per anni si genera una crisi….”. (Antonella Palermo, Il ‘limbo’ balcanico e le cicatrici antiche di chi è in fuga, Vatican News 30.12.20)

Veramente la domanda del profeta “perché spendete denari per ciò che non è pane?” chiede oggi risposta e attenzione. Rimane domanda sospesa che invita a contrastare l’orrore compiuto vicino alle porte di casa nostra, a vincere l’indifferenza complice e spinge a lasciarsi immergere nella solidarietà con l’umanità sofferente di questo nostro tempo.

Alessandro Cortesi op

II domenica dopo Natale – 2021

Sir 24,1-4.8-12; Efes 1,3-6.15-18; Gv 1,1-18

 ‘E il Verbo si fece carne e venne ad abitare in mezzo a noi’. Questo versetto può essere anche tradotto con l’espressione ‘pose la sua tenda in mezzo a noi’. Si rende così chiara l’evocazione che il testo racchiude alla ‘tenda’.

La tenda, chiamata la ‘dimora’ (shekinah), aveva accompagnato il percorso dell’esodo ed era il luogo in cui risiedeva la ‘gloria’ di Jahwè (cfr. Es 26,1-14): è luogo dell’abitare di Dio: all’interano di essa stava l’arca dell’alleanza custodia delle tavole della legge. Tenda e arca rinviano a  quel movimento di incontro fondamento dell’esperienza di fede d’Israele: Dio è sceso per liberare il suo popolo e non viene meno a questo suo patto che vede nella Legge una fissazione.

La tenda viene ad essere il segno della compagnia di Dio che cammina insieme e accanto al popolo nel percorso della liberazione dalla schiavitù. Tenda è  ‘luogo dell’incontro’: Mosè vi entrava, durante il cammino dell’esodo, per ascoltare la voce di Dio: “Quando Mosè entrava nella tenda scendeva la colonna di nube e restava all’ingresso della tenda. Allora il Signore parlava con Mosè… Così il Signore parlava con Mosè faccia a faccia come un uomo parla con un altro” (Es 33,7.9.11).

La tenda è segno della presenza di Dio che accompagna e guida il faticoso cammino d’Israele verso la libertà. Sopra la tenda stava la nube, segno che indica una presenza e nello stesso tempo un nascondimento. Dio non può essere visto, ma è una presenza vicina. Così la tenda è luogo di un meraviglioso dialogo in cui Dio parlava con Mosè ‘come un uomo parla con un altro’.

I rabbini commentavano che proprio nell’ascolto della Torah (la legge) si rendeva possibile un’esperienza di incontro: “Se due si riuniscono insieme per dedicarsi alle parole della Torah, la shekinah (la dimora) è presente” (Pirkê Abot III 3; cfr. Mt 18,20).

I profeti rileggono questa presenza di Dio che abita nel tempio. Natan proporrà a Davide l’annuncio che Dio non abita in qualche luogo particolare, ma Dio abita il suo popolo: Dio sta in mezzo a Israele per adempiere la sua parola: ‘Io sarò con te’ (Es 3,12) e la sua presenza starà in una discendenza vivente. Anche il tempio, sede dell’arca dell’alleanza nel tempo della stabilità dopo il cammino nel deserto, è solamente un  segno e i profeti richiamano al dimorare di Dio in Sion (Gl 4,17.21; Ez 43,7).

Zaccaria annuncia la promessa di un abitare di Dio in mezzo al suo popolo fonte di gioia per tutti in un orizzonte che si allarga a comprendere nazioni e popoli chiamati da lontano: “Gioisci, esulta, figlia di Sion, perché ecco io vengo ad abitare in mezzo a  te… nazioni numerose aderiranno in quel giorno al Signore e diverranno suo popolo ed egli dimorerà in mezzo a te” (Zac 2,14).

‘Il Verbo ha posto la sua tenda in mezzo a noi’: è la Parola il nuovo luogo di una presenza di Dio invisibile, ora resosi vicino in colui che è l’unico esegeta del Padre: “Dio nessuno l’ha mai visto: proprio il Figlio unigenito che nel seno del Padre, lui lo ha rivelato” (Gv 1,18). Il Verbo nella sua umanità, ponendo la sua tenda tra le nostre, è colui che spiega e fa vedere la gloria di Dio il Padre.

Il Verbo è la Parola che dal principio è ‘rivolta verso’ il Padre (Gv 1,1): dal Padre tutto riceve e tutto fa tornare a lui in un dinamismo di accoglienza e di risposta. Il Verbo fatto carne è la nuova tenda di una alleanza, dono da accogliere con stupore nella fede, dono di una vita nuova nella relazione con Dio amore: “a quanti però l’hanno accolto ha dato il poter di diventare figli di Dio; a quelli che credono nel suo nome, i quali non da volere di carne, né da volere di sangue, ma da Dio sono stati generati” (Gv 1,12-13).

Il IV vangelo legge nel mistero della vita di Dio il senso profondo della nascita di Gesù. La vita di un bambino segnato dalla debolezza e la vicenda umana di Gesù è la nuova ‘tenda’. Gesù è il figlio, esegeta del Padre che fa vedere la gloria di Dio nella sua vita. “In lui era la vita e la vita era la luce degli uomini… e noi vedemmo la sua gloria, gloria come di unigenito dal Padre” (Gv 1,4.14).

La luce di Dio, la sua vita, illumini gli occhi della nostra mente “per farci comprendere a quale speranza ci ha chiamati” (Efes 1,18).

Alessandro Cortesi op

Dal Messaggio di papa Francesco per la LIV Giornata mondiale della pace 1 gennaio 2021

La cultura della cura come percorso di pace

“(…) La cura del bene comune Ogni aspetto della vita sociale, politica ed economica trova il suo compimento quando si pone al servizio del bene comune, ossia dell’«insieme di quelle condizioni della vita sociale che permettono sia alle collettività sia ai singoli membri, di raggiungere la propria perfezione più pienamente e più celermente». Pertanto, i nostri piani e sforzi devono sempre tenere conto degli effetti sull’intera famiglia umana, ponderando le conseguenze per il momento presente e per le generazioni future. Quanto ciò sia vero e attuale ce lo mostra la pandemia del Covid-19, davanti alla quale «ci siamo resi conto di trovarci sulla stessa barca, tutti fragili e disorientati, ma nello stesso tempo importanti e necessari, tutti chiamati a remare insieme», perché «nessuno si salva da solo»e nessuno Stato nazionale isolato può assicurare il bene comune della propria popolazione.

La cura mediante la solidarietà. La solidarietà esprime concretamente l’amore per l’altro, non come un sentimento vago, ma come«determinazione ferma e perseverante di impegnarsi per il bene comune: ossia per il bene di tutti e di ciascuno perché tutti siamo veramente responsabili di tutti». La solidarietà ci aiuta a vedere l’altro – sia come persona sia, in senso lato, come popolo o nazione – non come un dato statistico, o un mezzo da sfruttare e poi scartare quando non più utile, ma come nostro prossimo, compagno di strada, chiamato a partecipare, alla pari di noi, al banchetto della vita a cui tutti sono ugualmente invitati da Dio.

La cura e la salvaguardia del creato. L’Enciclica Laudato si’ prende atto pienamente dell’interconnessione di tutta la realtà creata e pone in risalto l’esigenza di ascoltare nello stesso tempo il grido dei bisognosi e quello del creato. Da questo ascolto attento e costante può nascere un’efficace cura della terra, nostra casa comune, e dei poveri. A questo proposito, desidero ribadire che «non può essere autentico un sentimento di intima unione con gli altri esseri della natura, se nello stesso tempo nel cuore non c’è tenerezza, compassione e preoccupazione per gli esseri umani»…”

S.Famiglia 2020

Gen 15,1-6; 21,1-3; Sal 104; Eb 11,8-19; Lc 2,22-40

«Guarda in cielo e conta le stelle, se riesci a contarle… Tale sarà la tua discendenza»

Ad Abramo senza figli Dio promette una discendenza. E la promessa avviene nel quadro di una notte stellata. Quelle stelle innumerevoli indicano la sproporzione di una discendenza che contraddice la condizione di solitudine di Abramo. Dio dona oltre ogni misura e il suo dono è relazione: non una famiglia per rinchiudersi in un nido di egoismo, ma innumerevoli popoli e nazioni. E ancor oggi possiamo chiederci se abbiamo accolto questa promessa a divenire famiglia di Abramo, promessa per tutte le famiglie della terra, tra i popoli che riconoscono in Abramo il loro padre, seme e promessa di una umanità ospitale…

Per fede, anche Sara, sebbene fuori dell’età, ricevette la possibilità di diventare madre, perché ritenne degno di fede colui che glielo aveva promesso...

Abramo è nostro padre nella fede e Sara è madre, una delle matriarche che indicano l’impossibile divenuto possibile, la fecondità accolta come dono, il cammino di un affidamento che si apre all’inaudito di Dio. Nella vicenda di Sara la vita vince il vuoto e la morte e la novità irrompe inaspettata e improvvisa: il suo cammino è traccia dello scoprire la vita nel segno dell’accoglienza di una promessa e centrata nella fedeltà di Dio degno di fede.

Il padre e la madre di Gesù si stupivano delle cose che si dicevano di lui

C’è uno stupore  che pervade i vangeli dell’infanzia di Gesù: lo stupore di Giuseppe e Maria padre e madre di Gesù è attitudine di chi si apre all’altro e vive la sua presenza non come possesso ma come dono. E stupirsi è l’atteggiamento di chi non ritiene che la vita debba essere inscatolata dentro a schemi, dottrine, teologie, ma si lascia interpellare dalla novità dell’altro nel cui volto riconoscere e accogliere una chiamata di Dio stesso che va sempre oltre i nostri ristretti orizzonti. E solo lo stupore può generare  apertura ai pensieri di Dio che superano i nostri pensieri. Sulla vita degli altri, sui percorsi delle famiglie, sui sentieri di ogni figlio e figlia che è tale perché proviene da una relazione in cui è già all’opera l’amore di Dio e che nella vita può crescere se incontra sguardi e gesti che comunicano un amore che non giudica e accoglie sempre come quello del Dio di Gesù.

Alessandro Cortesi op  

S. Natale 2020 – messa della notte

Is 9,1-6; Sal 95; Tt 2,11-14; Lc 2,1-14

C’erano in quella regione alcuni pastori che, pernottando all’aperto, vegliavano tutta la notte facendo la guardia al loro gregge… Il Natale quest’anno ci raggiunge nella notte. Per le doverose limitazioni di questo tempo di pandemia non è la notte della tradizionale messa a mezzanotte ma è un’altra notte: è la notte dei popoli e dei cuori. E’ questa notte la situazione che ha coinvolto in questo tempo della pandemia una parte del mondo ricca e che in fondo dava per scontato una sicurezza da difendere. Ed invece anche questa parte di mondo si è scoperta nella stessa condizione della maggioranza dell’umanità segnata da tante crisi e da tante notti. Ed è quindi notte per riflettere, per sostare, per cambiare direzione…

E’ questa notte il primo motivo di questo Natale che ci provoca ad interrogarci, a stare svegli. I pastori vegliavano nella notte e anche noi possiamo vegliare, cioè esercitare quella capacità di tenere occhi aperti e orecchie attente in questo buio che pervade la nostro vita. E’ una notte segnata da tanto dolore, i tanti morti di questo tempo, i malati, tutte le famiglie segnate dal lutto, le tante sofferenze diffuse e silenziose di chi ha perso lavoro e vive l’incertezza sul futuro proprio e dei propri cari, di chi ha fame e sperimenta una pesante solitudine, di coloro a cui è stato richiesto una dedizione e fatica oltre misura per assistere e curare – per vegliare appunto – sugli altri. In questo Natale siamo provocati a stare svegli, a non lasciarci illudere da false illusioni o da facili promesse di ritorni alla normalità… quale normalità? Questa notte pone domande che conducono a guardare lontano, a leggere le attese più profonde della nostra vita.    

Sono le notti della nostra vita personale e della vita collettiva: i momenti in cui sperimentiamo più chiaramente che siamo fragili, che non ce la facciamo con le nostre forze, in cui rivolgiamo un grido di aiuto perché qualcuno ci venga vicino e ci salvi. E sono queste le notti in cui è richiesto uno stare svegli, un non lasciarsi appesantire e distrarre da ciò che non è essenziale.  

Un angelo del Signore si presentò a loro e la gloria del Signore li avvolse di luce... Nella storia biblica Dio interviene sempre in punta di piedi e nella notte. Pensiamo alla notte in cui Abramo è invitato a guardare verso le stelle, alla notte della lotta di Giacobbe, alla notte dell’esodo, alla notte in cui Davide ascolta la voce che lo chiama, alla notte dell’esilio in cui il popolo nelle tenebre ‘vide una grande luce’, fino alla notte di Betlemme, alle notti della preghiera di Gesù, alla notte del Getsemani, alla notte della Pasqua. La storia di Israele e la testimonianza di Gesù ci dicono che Dio passa nella notte. Nella notte non siamo soli, ma una luce viene e vince le tenebre che non riescono a trattenerla: è la luce che si rende presente in tutti i messaggeri – volti che stanno spesso in secondo piano, presenze discrete ma che portano avanti la storia – che annunciano le vie della giustizia e della pace. Sono i messaggeri di un Dio che si fa vicino non nella grandezza e nella potenza ma nell’inermità di un bambino.

La pandemia ci ha posto davanti agli occhi che un sistema di dominio e di devastazione dell’ambiente ha rivelato i suoi piedi d’argilla smascherando le incoerenze di una società malata di egoismo, di primeggiare, di pensarsi senza gli altri. Ha fatto cogliere come un mondo costruito sulla ricerca del profitto, sulla competizione e sull’esclusione non ha futuro. A fronte di confini sbarrati ai movimenti dei poveri che vengono respinti e tenuti prigionieri come invisibili, un invisibile virus ha varcato ogni barriera e chiusura manifestando che siamo tutti connessi, che il bene di alcuni non può essere tale senza considerazione al bene di tutti, che l’indifferenza ed esclusione comporta perdita di umanità e minaccia di vita per tutti. Nella notte ci sono fessure di luce, bagliori che sono il passare di Dio che chiama in ogni tempo e in ogni luogo e dona luci da accogliere, al di fuori di ogni programma e sistema umano o religioso, se stiamo svegli, se sappiamo scorgere cammini nuovi.

Essi furono presi da grande timore, ma l’angelo disse loro: «Non temete: ecco, vi annuncio una grande gioia, che sarà di tutto il popolo: oggi, nella città di Davide, è nato per voi un Salvatore, che è Cristo Signore. Questo per voi il segno: troverete un bambino avvolto in fasce, adagiato in una mangiatoia».… Il segno è un bambino, l’annuncio è invito alla gioia. Possiamo imparare alcune indicazioni da questo segno. Questo Natale sarà vissuto in modo più raccolto, forse più interiore. Possiamo apprezzare i doni racchiusi nel nostro quotidiano, nelle case, nei luoghi di ogni giorno, luoghi in cui Dio stesso viene a visitarci. Possiamo lasciarci ospitare in questo incontro scorgendo che Gesù ci manifesta un volto di Dio che visita la nostra povertà e pochezza. Entra nei nostri limiti, ci accoglie nelle fragilità, ci visita nelle nostre notti.

Posiamo anche imparare la semplicità, che non è ingenuità o superficialità, ma accogliere la luce di una presenza: al centro del Natale sta un bambino. Dio ci visita nei volti e si fa incontrare laddove si riconosce il dono dei volti. Sono i volti dei senza nome della storia, sono i volti dei dimenticati e degli oppressi e di chi si spende per la giustizia. Quel bambino, visitato dai pastori ci ricorda che Dio si lascia incontrare da chi si mette in cammino, si muove verso i volti di coloro che sono tenuti fuori perché per loro non c’è posto.

Possiamo imparare allora a scorgere il Natale come movimento di ospitalità e di cura. Abbiamo scoperto in questo tempo della pandemia la preziosità della presenza di coloro che in tanti modi si sono presi cura degli altri: personale sanitario, insegnanti, volontari, operatori nei servizi, nella vita sociale, persone cha hanno garantito sostegno ai più deboli. Nell’oscurità e nello sconforto di questo tempo segni di luce sono riflessi di quella luce che apparve nella notte dei pastori, una luce ai margini della storia, tra dimenticati ed esclusi. Qualel luce richiamava ad una presenza da incontrare, da inseguire, non solo in un giorno ma nel quotidiano dell’esistenza.

Alessandro Cortesi op

Voci di un Natale diverso

Raccolgo alcune voci per sostare in questo Natale e per viverlo come momento in cui stare svegli nella notte e accogliere un annuncio di gioia:

“La notte di Natale nel racconto cristiano, sappiamo, annuncia la venuta al mondo del “Salvatore”. Esiste un modo laico per leggere la potenza di questo racconto? Ai miei occhi si tratta dell’evento che rende la vita umana immensamente sacra. Nel tempo traumatico del Covid la festività del Natale ci ricorda che ogni morte non è mai una morte anonima ma è la morte dell’immensamente sacro. Agostino riflette sul gesto di Maria, narrato dall’evangelista Luca, di collocare il suo “primogenito” in una umile mangiatoia sottolineando l’equivalenza del corpo di Gesù con quella del nutrimento. Questo Natale non sarà il tempo della festa, ma quello che ci obbliga a pensare all’esistenza di un altro nutrimento rispetto a quello a cui ci siamo abituati nella nostra mondanizzazione del Natale. La sofferenza e i morti di questo terribile anno ci invitano a farlo”. (Massimo Recalcati, Covid, istruzioni per un altro Natale, La repubbblica 21 Dicembre 2020)

“…E, pure naturalmente obbedendo a ogni prescrizione anti contagio, è lecito domandarsi se, di seconda ondata in terza, una volta finita l’epidemia un fondo di diffidenza verso l’altro sconosciuto non ci resterà addosso; se guariremo da questo irrigidimento, da questa freddezza e quasi paura del prossimo, che del Covid sono un triste effetto collaterale. Non continueranno a difendersi gli anziani, i più minacciati, anche una volta sconfitto il virus? E i bambini che sono andati a scuola per la prima volta nel 2020, e per prima cosa hanno imparato che bisogna stare distanti l’uno dall’altro, dimenticheranno questo innaturale imprinting, e torneranno normali?

Il timore, speriamo infondato, che l’epidemia ci stia insegnando anche un altro modo di stare in rapporto fra noi. I gesti, gli abbracci, la vicinanza fisica sono già una lingua, e una lingua universale. Noi italiani la parlavamo molto bene, generosamente, la bella lingua del corpo. Se ci ritrovassimo cambiati sarebbe un impoverimento, un altro segno lasciatoci addosso da questa ma- lattia globale. Auguriamoci allora anche, insieme alla fine dell’emergenza e dei lutti e alla ripresa dell’economia e del lavoro, una ‘piccola’ cosa per l’anno che viene: di poter ritrovare la semplice gioia di un abbraccio fra amici, e perfino solo di una stretta di mano, di quelle forti, vere” (Marina Corradi, Non scordiamo gli abbracci, Avvenire 20 dicembre 2020).

Oggi cosa fanno e chi sono i giovani? «La storia è sempre andata avanti in un rapporto tra minoranze “virtuose”, innovatrici, e maggioranze più conformiste, sostanzialmente più egoiste. Ci sono però momenti in cui le minoranze influiscono in modo determinante sulla Storia, e sui comportamenti e le idee delle maggioranze. C’è una novità in questi ultimi anni: è rappresentata dai gruppi e gruppetti di ragazzi che sentono il dovere di occuparsi di chi soffre, degli immigrati, dei “subalterni”… Sentono il dovere di occuparsi della natura, dei rischi che comporta la violenza nei suoi confronti esercitata dal capitalismo – e dal consumismo che ci rende tutti suoi complici». Hanno un peso sociale queste minoranze attive?«È difficile che queste minoranze alzino la testa in un anno pessimo come il 2020, di fronte a una minore tensione tra ceti sociali unificati da un sistema culturale pesantemente conformista se non reazionario. Però diversi segnali di un risveglio ci sono e il futuro, con le sue storture crescenti, spingerà le nuove leve a cercare nuovi modi di agire per contrastare il disastro»” (Mirella Serri, Intervista a Goffredo Fofi: si stanno risvegliando i giovani, “La Stampa 20 dicembre 2020)

“Sappiamo bene che la vita è fatta di alti e bassi, di luci e ombre. Ognuno di noi sperimenta momenti di delusione, di insuccesso e di smarrimento. Inoltre, la situazione che stiamo vivendo, segnata dalla pandemia, genera in molti preoccupazione, paura e sconforto; si corre il rischio di cadere nel pessimismo, il rischio di cadere in quella chiusura e nell’apatia. Come dobbiamo reagire di fronte a tutto ciò? Ce lo suggerisce il Salmo di oggi: «L’anima nostra attende il Signore: egli è nostro aiuto e nostro scudo. È in lui che gioisce il nostro cuore» (Sal 32,20-21)” (Papa Francesco, Angelus 29 novembre 2020)

“…forse sarà un Natale in cui capiremo meglio chi, anche nel Natale degli anni precedenti, non aveva comunque nessuno con cui festeggiare o sentiva di non avere alcun motivo per farlo. Ma soprattutto speriamo che sia un Natale più autentico, in cui essere più “vicini” a chi è solo, soffre e attende una parola amica e un aiuto solidale. Non ci mancano mai le occasioni per offrire doni di “vicinanze” di questo tipo, neppure in mezzo alle restrizioni sanitarie… Il Natale cristiano vuole trasmettere proprio questa fiducia che il Signore viene nella nostra vita (anche quando non te l’aspetti o forse soprattutto quando non te lo aspetti) e rende possibile l’impossibile”. (Eugenio Bernardini, già moderatore della Tavola valdese, Avvento. Il Signore viene nella nostra vita e rende possibile l’impossibile, “Il Fatto quotidiano” 20 dicembre 2020)

Buon Natale

Pistoia – antico ospedale del Ceppo – Le opere di misericordia (Santi Buglioni) – Tondi (Giovanni Della Robbia) – Foto nel loggiato: i medici e infermieri della pandemia 2020

Quest’anno desidero augurarvi così buon Natale!

Un Natale …. pensando a chi ha vissuto

e vive l’inermità della malattia

pensando ai dimenticati ed esclusi

nel tempo della pandemia.

… pensando a chi si è preso cura

in questo tempo faticoso

di anziani, giovani e bambini,

perché anche noi impariamo

a prenderci cura degli altri

Buon Natale!

Alessandro

Lanterne accese…

O Signore, accordaci la tua pace,
perché siamo pronti
ad andare incontro con le lampade accese
al tuo amatissimo Figlio che viene.

Tre movimenti e un nome

In quei giorni Maria si alzò e andò in fretta verso la regione montuosa, in una città di Giuda. Entrata nella casa di Zaccarìa, salutò Elisabetta. Appena Elisabetta ebbe udito il saluto di Maria, il bambino sussultò nel suo grembo. Elisabetta fu colmata di Spirito Santo ed esclamò a gran voce: «Benedetta tu fra le donne e benedetto il frutto del tuo grembo! A che cosa devo che la madre del mio Signore venga da me? Ecco, appena il tuo saluto è giunto ai miei orecchi, il bambino ha sussultato di gioia nel mio grembo. E beata colei che ha creduto nell’adempimento di ciò che il Signore le ha detto» (Lc 1,39-45)

Tre movimenti e un nome possono esssere colti in questa breve scena della visita di Maria a Elisabetta.

Maria si alzò e andò in fretta… E’ un primo movimento: alzarsi è verbo di risurrezione. Dopo aver accolto l’annuncio dell’angelo, una parola proveniente da Dio nella sua vita, Maria si alza e va incontro all’altro. Si muove al di fuori, si dirige verso… in un movimento che la conduce a rendersi disponibile, ad aiutare. Esce per incontrare: dalla Parola accolta sorge in lei una spinta di apertura all’altro. Ed è già questo un movimento di risurrezione che si fa servizio.

Fu colmata di Spirito santo... è questo il secondo movimento: è indicazione di quanto si muove nel mistero della visita. Nell’andare incontro e nel salutare – che è abbraccio di accoglienza senza difese – scende lo Spirito. Lo Spirito santo è il nascosto protagonista della vita di Gesù sin dai primi momenti ed è soffio e respiro del silenzio di Dio che pervade l’esistenza di ognuno. Lo Spirito è lasciato soffiare quando si attua il dialogo nell’incontro che apre a vita nuova.

Il bambino ha sussultato di gioia nel grembo… è un terzo movimento: Maria si reca a far visita ad Elisabetta, e questa visita come ogni visita racchiude un mistero di vita che nasce e cresce. Visitare è aprirsi al mistero racchiuso nella vita dell’altro e il sussulto del bambino rinvia ad un movimento di danza: la danza di Davide nudo davanti all’arca di Dio. C’è un mistero di vita e presenza di Dio stesso racchiuso nei volti umani e nella visita questa scoperta si apre alla gioia perché Egli viene non in modo sorprendente ma nell’ordinario di un ospitare che è anche essere sempre accolti.

Nel saluto di Elisabetta infine compare un nome che indica Maria: è infatti indicata come ‘colei che ha creduto’. Non un titolo altisonante e sovrumano, ma il nome di chi si è posta in cammino nel seguire Gesù. E’ il nome suo e può essere il nome nostro: colui/colei che vive un affidamento di fondo, radicale alla parola di Dio per andare, per incontrare, per inseguire lo Spirito che sempre precede, che fa attraversare i confini e pone in un cammino mai concluso.

Chiediamo che questo Natale sia per noi occasione per alzarsi e vivere l’esperienza di rinascere e risorgere nell’accogliere la Parola di Dio che ci raggiunge in tanti e diversi modi nella vita. Chiediamo che sia occasione per renderci disponibili allo Spirito, ospite silenzioso nei cuori. Chiediamo che sia occasione per assaporare la gioia di un venire di Dio che rende responsabili di visitare questo nostro tempo, chi soffre e chi è oppresso, ogni persona in ricerca.

Alessandro Cortesi op – san Domenico di Fiesole – novena del Natale 21.12.20

IV domenica di Avvento – anno B – 2020

2Sam 7,1-16; Sal 88; Rom 16,25-27; Lc 1,26-38

Davide è il re grande e ideale d’Israele: è l’amato, scelto quand’era piccolo e debole per sconfiggere la presunzione dei Filistei.  Sua opera fu l’unificazione delle tribù d’Israele  attorno alla città di Gerusalemme. Davide è anche il peccatore: insegue le illusioni di un potere senza limiti quando strappa Betsabea a suo marito e quando organizza il grande censimento per affermare la grandezza d’Israele. E riconosce il suo peccato.

Davide cammina sul sottile crinale tra l’affidamento a Dio nella consapevolezza di essere stato amato e la pretesa di considerarsi autosufficiente, di costruirsi una grandezza umana indipendente dal legame con Dio da cui la sua vita dipende. Sta qui la radice contraddittoria del desiderio di Davide di costruire a Dio una casa: vuole porre un segno visibile della presenza di Dio al cuore del suo popolo, ma d’altra parte nutre anche il desiderio di manifestare così la grandezza di un regno che perde di vista il rimanere in cammino sotto la parola di Dio come nell’esodo.

Il profeta Natan, che richiama al disegno di Dio, pone in crisi questo disegno. Natan ricorda a Davide che Dio lo ha preso quando era debole e dimenticato. Il Signore non ha bisogno di segni di grandezza ma sarà lui stesso a costruire una casa a Davide. Davide è riportato al dono che sta alla radice della sua esperienza. Sarà ancora l’iniziativa di Dio a precederlo, sovvertendo e spiazzando i suoi progetti. Non un tempio di pietre sarà il segno della presenza di Dio in mezzo al suo popolo ma una presenza vivente, un volto. sarà questa la casa che Dio costruisce per Davide capovolgendo il suo progetto di costruire una casa a Dio.  Il Dio d’Israele si rende vicino non in luoghi e costruzioni, ma nel volto di qualcuno, all’interno della storia.

Luca nel suo vangelo ha presente la vicenda di Davide e presenta Maria come la ‘nuova Gerusalemme, Sion’. Come sull’arca stava la nube, ombra di Dio (cfr. Sal 91,1-2) e segno della sua presenza, così in Maria sta l’ombra dell’altissimo: ‘Lo Spirito Santo scenderà su di te, su te stenderà la sua ombra la potenza dell’altissimo”. Maria è presentata come casa vivente, in cui si rende vicina la presenza di Gesù che è salvatore. Nella sua vita si può trovare il segno di un volto di Dio che non chiede per sé templi e costruzioni ma si rende vicino nell’umanità.   

“Nulla è impossibile a Dio”. In queste parole è racchiuso il significato del Natale. Il Dio d’Israele, di Maria, di Gesù non abbandona la storia umana ma la prende con sè. Natale è invito ad aprirsi alla promessa di Dio che rende nuove tutte le cose e si umanizza nel volto di Gesù. Nel seguire lui possiamo scorgere le possibilità inedite di vivere accogliendo la presenza di Dio umanissimo che abita i volti.

Alessandro Cortesi op

Una casa per tutti

E’ notizia di questi giorni l’annuncio dell’arrivo dei vaccini che potranno costituire un argine al diffondersi della pandemia che ha segnato la vita di tutti i popoli della terra in questo anno. E’ stato infatti previsto l’inizio della distribuzione dei vaccini americani di Pfizer e Moderna e del vaccino prodotto da Astra-Zeneca e dall’Università di Oxford in collaborazione con l’Istituto Irbm di Pomezia (Roma).

E’ certamente una bella notizia che arreca sollievo in una stagione che ha portato tanta sofferenza e innumerevoli lutti e vede la presenza di un diffuso disagio e angustia per le difficoltà economiche conseguenti alla sospensione delle attività lavorative.

Tuttavia questa notizia si accompagna alla percezione che da questa crisi epocale generata dal virus Covid-19 l’umanità non riesca ad uscire in termini nuovi, abbandonando orientamenti che hanno generato disuguaglianze scandalose tra i popoli e ingiustizie che gridano al cielo. Infatti alla notizia dell’arrivo dei vaccini si è scatenata tra i Paesi una corsa ad accaparrarsi per primi le dosi disponibili senza attenzione al programmare una politica internazionale di equa distribuzione delle dosi. I Paesi più ricchi del pianeta hanno già fatto la parte del leone assicurandosi gran parte della produzione di vaccini.

I governi dell’India e del Sudafrica si sono fatti promotori di un appello a livello mondiale presentato all’Organizzazione mondiale del commercio in cui chiedono che si deroghi alla legislazione sui brevetti e ai diritti di proprietà individuale per il tempo in cui la pandemia sarà in corso per quanto riguarda vaccini, dispositivi di protezione personale e altre tecnologie mediche. E questo per far sì che anche le popolazioni più povere possano avere accesso alla fornitura dei vaccini e dei dispositivi diagnostici e di protezione. Ciò consentirebbe una condivisione dei risultati di ricerche e sperimentazioni e potrebbe condurre a collaborazioni più ampie nella produzione di medicinali e vaccini destinati a contrastare il contagio.

Appare peraltro come sinora la Commissione europea non abbia dato segni di accoglienza di questo appello e nemmeno il governo italiano – nonostante le affermazioni espresse a livello ministeriale sul vaccino come bene comune – abbia compiuto passi concreti per aderire a tale proposta.

Una lezione emerge con chiarezza dall’esperienza globale della pandemia: è la scoperta – se ce ne fosse ancora bisogno – della rilevanza dell’interconnessione e della comunicazione stretta di popoli e persone propria del nostro mondo, e della relazione fondamentale con l’ambiente. Si potrebbe dire in termini più semplici che la pandemia ci sollecita a scorgere le dimensioni di una casa quale ambito in cui nessuno può salvarsi da solo senza gli altri. La vita dell’umanità viene ad assumere i contorni di una casa comune in cui rendersi contro della responsabilità degli uni per gli altri e nei confronti del creato. Ogni perseguimento di visioni egoistiche ed esclusive è destinato a fare i conti con un fallimento globale con conseguenze nefaste di distruzione non solo per qualcuno ma per tutti.

Questo tempo è occasione per scorgere che possiamo custodire e costruire oppure distruggere e rovinare questa casa, di volti e di popoli. E così rispondere alla promessa e chiamata di Dio stesso, Dio che non vuole, per sè, una casa, ma che desidera donare una casa di volti, di presenze, di incontro.

Alessandro Cortesi op

III domenica di Avvento – anno B – 2020

Santa Sofia Istanbul – mosaico

Is 61,1-2a. 10-11; 1Ts 5,16-24; Gv 1,6-8.19-28

Un profeta del tempo dell’esilio scrive al popolo d’Israele rivolgendosi ai rimpatriati da Babilonia che avevano ripreso la costruzione del tempio di Gerusalemme. I deportati avevano fatto l’esperienza delle privazioni e dell’oppressione, ma dopo il ritorno tuttavia scoprono la fatica della libertà: ben altre costrizioni e schiavitù si presentano ed essi si confrontano con il cammino della fedeltà a Dio sempre da rinnovare. Il profeta porta un annuncio di liberazione a persone con il cuore spezzato, parla di rinnovamento, di germogli nuovi da coltivare, di restauri di antiche rovine e annuncia un tempo nuovo, anno di grazia, tempo della remissione dei debiti: tempo della gioia perché tempo di nuova condivisione.

Il capitolo 1 del IV vangelo riporta all’attesa di un messia. Al tempo di Gesù molte erano le interpretaazioni di questa attesa, con contenuti e modalità diverse. Al Battista chiedono: ‘Sei tu il messia oppure Elia o uno dei profeti?’.

L’attesa di un giorno del Signore e del suo intervento con le caratteristiche di un giudizio nella gloria si  componeva con l’attesa di un profeta più grande di Mosè (Dt 18,18). Giovanni Battista invitava con forza a prepararsi alla venuta del messia e si presenta come voce che grida: ‘Preparate nel deserto una via per il Signore’ “(Is 40,3-5). Nel quarto vangelo egli assume il profilo del testimone di Gesù che richiama a lui: ‘Ebbene io l’ho visto accadere, e posso testimoniare che Gesù è il Figlio di Dio’. (Gv 1,32-34)

Giovanni non attira a sè ma intende tutta la sua vita orientata a preparare la via all’incontro con Cristo: è l’amico dello sposo che prepara l’incontro. La venuta di Gesù come Messia è incontro di comunione tra il Dio dell’amore e l’umanità chiamata a partecipare della sua vita (cfr. 1Gv 1,2-3).

Nella lettera ai Tessalonicesi – scritto da Paolo del 50-51 – Paolo si rivolge ad una comunità segnata dalla persecuzione e dalla difficoltà ricordando di essere sempre lieti e richiama al fondamento della gioia: ‘Colui che vi chiama è fedele e farà tutto questo’. Tutto deve esser vissuto per la venuta del Signore nostro Gesù Cristo. L’invito alla gioia è motivato dalla fiducia nella venuta di Gesù Signore. La fede dei Tessalonicesi è ancora malferma, in crescita. Essi vivono difficoltà tuttavia il loro cammino si nutre dell’attesa di Gesù Cristo che verrà. Paolo ricorda loro che la parola di Dio non è semplice parola umana, ma parola efficace che opera nei credenti: è ‘parola di Dio… veramente tale e agisce in voi che credete!” (1Tess 2,13). Proprio nell’esperienza della prova egli invita a rimanere nella gioia, fondati sulla sua Parola. Sta qui il senso profondo del celebrare questa domenica d’avvento che inizia con l’invito ‘Rallegratevi nel Signore’.

Alessandro Cortesi op

…farà germogliare la giustizia

E’ stato presentato il 3 dicembre on line il Report 2020 Il diritto d’asilo dal titolo: Costretti a fuggire… ancora respinti. Si tratta del quarto report annuale curato dalla Fondazione Migrantes di Caritas Italiana sulla situazione dei richiedenti asilo e rifugiati. Riporta dati e osservazioni sulla situazione del diritto d’asilo a livello mondiale e italiano in particolare e si può scaricare gratuitamente nel sito Vie di fuga. Il Report è strutturato in 12 contributi scritti da diversi autori impegnati sia sul versante della ricerca sia nell’accompagnamento di richiedenti asilo e rifugiati.

I dati dell’UNHCR del luglio 2020 riportano che il numero di sfollati e rifugiati nel mondo ha raggiunto livelli che non si vedevano dal tempo della seconda guerra mondiale: quasi 80 milioni sono nel mondo le persone costrette da varie ragioni a fuggire dalla loro case. Questi motivi spesso sono guerre e situazioni di violenza e conflitto, impossibilità di avere accesso al cibo o all’acqua, violazioni di diritti fondamentali, processi di desertificazione o di land grabbing, disastri ambientali dovuti ai cambiamenti climatici. Tra questi 80 milioni di persone circa 50 milioni sono sfollati interni, cioè persone che hanno lasciato la loro casa ma permanendo all’interno del proprio Paese, spesso in campi profughi.

Il Report offre elementi per comprendere la situazione di questo momento storico. Viene posto in luce come sia aumentata la richiesta di protezione nei paesi del mondo, ma ciononostante l’Unione europea e l’Italia sempre meno rispondono a tale richiesta. Nel 2019 e 2020 si sono resi palesi e tangibili gli effetti delle politiche di chiusura e di rifiuto dei migranti condotte in Italia da vari anni e a livello globale la pandemia scoppiata nei primi mesi del 2020 ha spinto a chiudere ancor più le frontiere e a rendere sempre più difficile la condizione di chi è in fuga lasciando la propria casa.

A livello europeo è stato presentato nel settembre il nuovo progetto della Commissione europea di “Nuovo Patto per la migrazione e l’asilo”. La lettura di quella che per ora rimane ancora una proposta manifesta tuttavia che obiettivo di fondo, al di là di alcune affermazioni generali di principio, non è generare una solidarietà tra Paesi europei nel senso dell’accoglienza delle persone in fuga e di offrire concrete vie di impegno per la rimozione delle cause all’origine delle migrazioni. Obiettivo di fondo appare invece l’attuazione di una collaborazione nel difendere le frontiere del continente evitando per quanto si può ulteriori ingressi e con la paura del ripetersi di situazioni critiche come si è verificato nel 2015. La condizione della pandemia ha dato poi il pretesto per definire ulteriori chiusure e misure difensive.

Tra gennaio e settembre 2020 sono circa 72.000 gli attraversamenti “irregolari” di migranti e rifugiati giunti nell’Unione Europea, con una diminuzione del 21% rispetto allo stesso periodo 2019. Le rotte più frequentate sono quella del Mediterraneo centrale e quella dei Balcani occidentali, ma con una drastica diminuzione rispetto agli anni precedenti in particolare dal 2015 anno dell’“emergenza migranti” europea. Negli ultimi mesi sono aumentati gli arrivi nell’Atlantico nel territorio spagnolo delle Canarie.

Coloro che nel 2019 sono riusciti a chiedere asilo nell’Unione Europea provengono principalmente dalle seguenti regioni: Siria (circa 74.000), Afghanistan (53.000), Venezuela (45.000), Colombia (32.000) e Iraq (27.000). L’ultimo anno ha visto in forte aumento i richiedenti asilo venezuelani e colombiani rispetto al biennio precedente.

Nel 2019 l’UE ha garantito protezione a circa 300.000 persone con riconoscimento dello status di rifugiato o della protezione sussidiaria o di quella umanitaria, ma le percentuali di riconoscimento delle varie forme di protezione sul totale dei richiedenti esaminati permangono molto basse. In Italia la percentuale di riconoscimento di protezione è al di sotto della media europea e vede il riconoscimento per appena il 20% sul totale degli esaminati.

Nonostante i messaggi di allarme e finalizzati a generare paura da parte di alcune forze politiche che paventavano nuove ondate di sbarchi e nuove invasioni, nell’anno 2020 gli arrivi in Italia di migranti e rifugiati via mare risultano a livelli minimi rispetto agli anni precedenti: a fine settembre 2020 gli arrivi erano 23.720 (a confronto dei 132.043 nello stesso periodo del 2016 e i 105.417 del 2017). Certamente si è attuata una lieve crescita rispetto al biennio 2018‐2019 segnato dalla politica dei “porti chiusi” e della “guerra alle ONG”. Un altro dato su cui riflettere è che fra l’estate 2019 e l’estate 2020 una rilevante parte degli “sbarchi” in Italia è avvenuta in maniera autonoma e meno di un rifugiato/migrante su cinque è stato soccorso dalle ONG.

La rotta più pericolosa permane quella del Mediterraneo centrale, verso l’Italia e Malta (25.888 gli arrivi da gennaio a settembre 2020). Nel 2019 risultano 8 morti e dispersi ogni 100 rifugiati e migranti che ce l’hanno fatta ad arrivare in Italia e Malta.

Fra gennaio e settembre 2020 circa 9.000 rifugiati e migranti sono stati intercettati e riportati nell’inferno di Libia dalla Guardia costiera “libica”. L’ONU e l’UNHCR hanno ripetuto denunce e appelli perché la Libia non è un porto sicuro. Anche varie ONG hanno denunciato e reso note le condizioni disumane dei lager libici. Le testimonianze e documentazioni su questa situazione di continua e palese violazione di diritti umani sono ormai innumerevoli ed è scandalosa a fronte di questi orrori l’indifferenza da parte europea e internazionale.

Il Report offre un approfondimento in particolare sulla rotta balcanica evidenziando come nell’intera area vi sia “un approccio oltremodo ostile verso i migranti nel complesso e i rifugiati in particolare”. Vengono denunciate autentiche forme di respingimento attuate dai paesi dell’Unione europea e dal confine orientale dell’Italia verso Paesi non UE. Sono respingimenti operati con estrema violenza e facendo ricorso a procedure completamente al di fuori della, legalità. Si attuano così respingimenti cosiddetti a catena: dall’Italia alla Slovenia e Croazia, fino in Bosnia, all’esterno delle frontiere UE, senza consentire ai migranti di fare richiesta di asilo e di avere assistenza legale.  Il 24 luglio 2020 è stata presentata un’interrogazione da Riccardo Magi al ministero dell’Interno, su tali respingimenti. La risposta ha dato conferma di procedimenti di riammissione anche per chi vorrebbe richiedere protezione internazionale. Inoltre le riammissioni sono attuate senza consegnare alcun provvedimento e senza documentazione. Si tratta di una grave situazione di violazione di diritti umani proprio ai confini del nostro Paese.

Nelle conclusioni del Report si legge: «Anche i rifugiati, come abbiamo mostrato in questo volume, lungi dall’essere un “problema” o un “peso economico” si rivelano frequentemente un volano per trasformare le società in una direzione più dinamica capace di futuro. Ma questo può avvenire solo se riconosciamo pienamente la soggettività dei nuovi arrivati e se concepiamo le politiche di accoglienza e integrazione come un “investimento”. Se si fosse adottato questo approccio sin dagli anni Novanta, rinunciando alla deriva emergenzialista che ha caratterizzato queste politiche, già oggi avremmo a livello europeo e italiano una struttura più stabile e ordinaria, rispettosa dei diritti, e allo stesso tempo capace di valorizzare queste presenze, ricevendone partecipazione e supporto, da pieni cittadini»

Alessandro Cortesi op

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