la parola cresceva

commenti alla Parola della domenica e riflessioni

Testimoni di una profezia di amicizia: la luce di Orano

IMG_1962In una giornata luminosa, piena della luce che il Mediterraneo sa donare nella limpidezza di un inizio di inverno tiepido, in questo 8 dicembre, festa di Maria, a Orano, in Algeria, si è svolta la Messa in cui i 19 martiri di Algeria sono stati dichiarati beati.

Dal momento della loro morte, tra il 1993 e il 1996 il loro ricordo e la loro presenza sono stati punti di riferimento e di benedizione per  la piccola chiesa di Algeria, ma non solo  per essa. La loro scelta di restare a fianco del popolo algerino che stava vivendo uno dei periodi più tragici della sua storia, segnato da una violenza inaudita condotta contro tutti coloro che percorrevano le vie del dialogo, che credevano all’incontro delle diversità, che affermavano la possibilità di una convivenza pacifica tra uomini e donne di diverse religioni e culture, nel riconoscimento della diversità, è stata una scelta coraggiosa, faticosa, a prezzo della vita, ma che ha seminato semi che non potranno andare perduti di pace e riconciliazione.

IMG_1948Uno dei momenti più intensi della celebrazione è stato quando il vescovo di Orano Jean-Paul Vesco ha abbracciato al momento della pace la mamma di Mohamed Bouchikhi, l’autista musulmano di Pierre Claverie che fu ucciso con lui nell’attentato del 1 agosto 1996. Vicino alla mamma di Mohamed stava la sorella di Pierre.

IMG_1969E’ lei che ha custodito la memoria del fratello domenicano, con l’affetto indicibile di una sorella che con lui ha condiviso ore e momenti della vita d’infanzia e della giovinezza, che con lui è cresciuta in una famiglia serena e ricca di legami, e che quando parla di lui lo descrive nei tratti di ragazzo del sud che amava il sole, la vita, l’amicizia, che era aperto all’incontro, capace di tenerezza e di innamorarsi per tutte le cose belle della vita.

Nelle preghiere dei fedeli durante la messa è stata ricordata la testimonianza dei tanti imam musulmani, più di cento, uccisi in quel periodo e dei giornalisti e intellettuali, come anche degli operai croati trucidati nei pressi del monastero di Tibhirine. Una schiera di uomini e donne che nel tempo della devastazione, insieme ai 19 martiri, hanno mescolato il loro sangue a quello di coloro che vivevano il mistero della visitazione in terra algerina rimanendo aacanto ad un popolo che soffriva come tenendo la mano di un amico al suo capezzale, nella sofferenza.

IMG_1989La messa si è svolta sulla spianata del santuario che sovrasta Orano, con una vista che si allargava sul complesso della città da un lato e sul porto e il mare dall’altro lato. Un panorama largo e luminoso che richiamava al senso delle vite spese in terre lontane nella scoperta della debolezza di una presenza che si apriva a scorgere il volto di Dio nell’incontro e nella apertura a lasciarsi cambiare dall’altro. Il senso di vite leggere come quelle di uccelli che possono partire e d’altra parte esili come i rami che offrono appoggio e sicurezza nella tempesta. “Nessuno può prenderci la vita perché l’abbiamo già donata”: una sintesi della spiritualità di semplicità e di compagnia che animava il quotidiano di questi uomni e donne non eccezionali, ma immersi profondamente nel mistero dell’incarnazione e della ricerca di Dio, spossessati di se stessi per seguire le vie di un amore che chiama all’amicizia aperta a tutti.

IMG_1976Sullo sfondo del presbiterio un pannello raccoglieva insieme i volti dei 19 testimoni. tra di essi il profilo esile e smagrito di Christian De Chergé, uno dei sette monaci trappisti di Tibhirine. Era lui che riflettendo sul mistero della visitazione di Maria a Elisabetta diceva: “La mia chiesa non mi dice qual è il legame tra il Cristo e l’islam. E vado verso i musulmani senza sapere qual è questo legame. Ed ecco, che quando Maria arriva, è Elisabetta che parla per prima. Ma non è completamente esatto perché Maria ha detto ‘As salam alaikum!’. E questa è una cosa che possiamo fare! Diciamo la pace : la pace sia con voi! E questo semplice saluto ha fatto vibrare qualcosa, qualcuno in Elisabetta. E nella sua vibrazione, qualcosa si è detto.. che era la buona novella….”

IMG_1974Jean-Paul Vesco ha regalato al cardinale Becciu che ha presieduto la celebrazione una stola banca con una scritta in rosso ricamata. Ha spiegato che era il simbolo tessuto su una stola che stava particolarmente a cuore a Pierre Claverie, dove stava scritto in arabo ‘Allah u merkhaba’, cioè, Dio è amore.

IMG_1977Christian ancrora parlando della visitazione pensava alla chiesa e al cuore della chiamata evamgelica all’ospitalità: “Questo mistero (della visitazione) è quello della più completa ospitalità reciproca. E’ bene che la Chiesa lo metta sempre più nel cuore della ‘premura’ che la porta verso l’altro. Essa scopre allora la sua ‘missione’, quella che spiegava il nostro fratello e nostro padre Jean-Marie Rimbaud vescovo del Sahara (…): ‘La missione sotto l’azione dello Spirito santo è la confluenza di due grazie, una data all’inviato, l’altra al chiamato (…). Il cristiano si sforza di leggere quello che Dio gli dice mediante la persona (…) del non cristiano; si sforza anche di essere lui stesso con la sua comunità un segno visibile, una parola la più chiara possibile di Dio, Padre, Figlio e Spirito’”.

E Pierre richiamava il cuore del suo percorso interiore che lo condusse fino alla fine a restare, contro ogni logica e calcolo umano, rimanendo fedele a quell’amicizia che costituiva l’intuizione centrale della sua esistenza: “La parola chiave della mia fede (…) è dunque il dialogo. Non per tattica od opportunità, ma perché il dialogo è costitutivo della relazione di Dio con l’umanità e degli uomini tra di loro. Apprendo con Gesù che Dio stesso, per farsi conoscere e per manifestare la sua volontà, ha preso in prestito dall’umanità le sue parole, fino alla sua carne…”.

“Noi siamo lì (in terra di Algeria) a causa di questo Messia crocifisso (…) Noi non siamo spinti da chissà quale perversioen masochista o suicida (…) A causa di Gesù perché è lui che soffre l’, in questa violenza che non risparmia nessuno, crocifisso di nuovo nella carne di migliaia di innocenti”.

IMG_1981Nella Messa a Orano i canti sono stati animati da una corale formata da giovani donne e uomini provenienti dalla zona del Sahara del Sud: è stato cantato l’Alleluia di Haendel con la direzione di una direttrice di coro europea. Un incontro di pluralità capaci di accordare voci e suoni sotto il cielo di Orano, in una giornata di luce.

IMG_1938Una luce che segnava i volti dei parenti di coloro che sono state vittime della violenza ma che in primo luogo sono testimoni di vite donate e spese nell’incontro e nel servizio. Quei volti lasciavano scorgere la gioia sofferta di sapere che quelle vite donate sono seme di pace e  profezia di un cammino che oggi si fa riferiemnto oltre i confini dell’Algeria, per la chiesa, additando uno stile e una spiritualità di semplicità e di povertà, e per il mondo indicando le vie della pace.

IMG_1991Un clima di amicizia: questo è quanto si è respirato nei gesti, nei canti, nell’essere insieme di musulmani e cristiani nella memoria dei 19 testimoni di Algeria. Quel respiro di incontro a cui diede voce una testimonianza Oum El Kheir il giorno dei funerali di Pierre: “Amici miei sto per farvi una confifdenza: mio padre, mio fratello, il mio amico Pierre mi ha insegnato ad amare l’islam, mi ha insegnato ad essere musulmana, amica dei cristiani di Algeria. Ho imparato con Pierre che l’amicizia è prima di tutto la credenza in Dio, è l’amore dell’altro, è la solidarietà umana. Essere cristiano o musulmano veniva dopo, il problema non si poneva alla scuola di Claverie, inq uesta scuola dove s’imparava ad ascoltarsi, a dialogare, molto semplicemente ad amare…”

IMG_1993Ad Orano, in una giornata di luce, perdendo lo sguardo verso il mare, nella luce calda del Mediterraneo, inseguendo un sogno di amicizia e di convivenza dei popoli nella pluralità e nel dialogo, nella memoria di chi ha donato la sua vita come seme di amicizia e semplicità.

Alessandro Cortesi op

* le citazioni sono tratte dal libro di C.Monge, G.Routhier, Il martirio dell’ospitalità. La testimonianza di Christian de Chergé e Pierre Claverie, EDB, Bologna 2018.

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Labirinto della pace – san Domenico Pistoia avvento 2018

IMG_1912Chiesa di san Domenico Pistoia – Labirinto della pace

Nel periodo di Avvento di quest’anno 2018 l’Ordine domenicano invita ad un mese di preghiera per la pace. La nascita di Gesù è dono di pace e richiama tutti ad un impegno di preghiera e solidarietà soprattutto con chi vive in situazioni di guerre e violenza e attende giustizia e liberazione.

In questo mese siamo invitati a pregare in particolare per la Repubblica Democratica del Congo, un Paese segnato dallo sfruttamento che impoverisce la popolazione e nel quale moltissime persone sono costrette a fuggire dalle loro terre e dalle loro case a causa di violenza e conflitti.

Il labirinto da percorrere al centro della chiesa è un segno che richiama al cammino, al silenzio, alla preghiera, alla ricerca di una strada per la pace. Siamo invitati ad entrare nel labirinto e a percorrerlo con il pensiero rivolto a tanti che soffrono nella Repubblica Democratica del Congo e in altre parti del mondo.

Il labirinto conduce davanti ad una composizione, creata per l’occasione dall’artista pistoiese Adriano Veldorale che richiama al mistero dell’incontro. I due alberi che si intrecciano evocano il venire incontro di Dio all’umanità ferita e l’incontro possibile dei popoli nella riconciliazione e nella giustizia.

Nel volto di Gesù che è nostra pace, che ha abbattuto i muri di separazione, siamo chiamati a scorgere, come in uno specchio, il volto più autentico di noi stessi. Siamo chiamati alla comunione e a fare scelte concrete di accoglienza e di giustizia.

Vi invitiamo a percorrere questo labirinto, tenendo in mano un lumino, coltivando l’attesa di una rinascita e di un rinnovamento della nostra vita pregando per la pace. Al termine potrete scrivere un pensiero e depositarlo ai piedi della composizione. (ac)

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IMG_1872(Adriano Veldorale – Incontro)

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1. La condizione dei diritti umani nella Repubblica Democratica del Congo

Con una superficie di più di due milioni di km2, quattro volte la Francia, la Repubblica Democratica del Congo è sfortunatamente caratterizzata da un’amministrazione povera di giustizia, massicce e sistematiche violazioni dei diritti umani, e un’economia fatiscente che porta povertà, miseria, un alto tasso di disoccupazione, sfruttamento illegale delle sue risorse e specialmente conflitti armati di ogni tipo.

Infatti, tra le 26 province del Paese, 6 sono particolarmente afflitte e rovinate dall’attività di questi gruppi armati. Le province interessate sono quelle del Kivu del Nord, Kivu del Sud, ManiemaIturi, Basso  Uélé e Alto Uélé. Più di 140 gruppi armati sono operativi nel Congo orientale.Alcuni hanno preso parte a conflitti di paesi stranieri che hanno imperversato nella Repubblica Democratica del Congo per molti decenni. Secondo diversi rapporti concordanti, i fattori che causano la proliferazione di questi gruppi armati sono la frammentazione di alcuni gruppi chiave nella lotta alla leadership, la persistenza di conflitti interetnici, tensioni con i paesi confinanti, le crisi politiche alla stregua del traffico illegale di minerali provocate particolarmente dall’estensione del mandato del presidente in carica, dal posporsi delle elezioni, dalla duplicazione dei partiti politici, dalla chiusura degli spazi di libera espressione.

Fattori aggiuntivi sono le crisi nel Kasai (nel Centro del Paese) dove il conflitto ha causato più di 5000 morti (2013-2016) e il conflitto Bantu/Pigmei nel Tanganika (nel Sud-Est). Migliaia di bambini sono reclutati e impiegati ogni anno da questi gruppi armati. Stando ai rapporti dell’UNICEF e della Missione delle Nazioni Unite nel Congo (MONUSCO), nel 2017, le violazioni nei confronti dei bambini hanno raggiunto proporzioni allarmanti. Infatti i bambini erano uccisi, o reclutati e usati come feticci, soldati, spie, messaggeri, scudi umani, schiavi sessuali ecc. 

Stando all’Alto Commissariato delle Nazioni Unite per i rifugiati (UNHCR) e il Consiglio Norvegese per i rifugiati, tutti questi gruppi armati hanno istigato una violenza che tra 2016 e 2017 ha portato al più grande spostamento interno di persone nel mondo. nella Repubblica Democratica del Congo attualmente hanno trovato riparo 4 milioni di persone, con un incremento di 1,7 milioni nel 2018. Inoltre, l’agenzia delle Nazioni Unite, FAO (Food and Agriculture Organization), dopo un’analisi condotta nel 2017 in 138 su 145 territori (distretti rurali), ha concluso che l’11% della popolazione rurale del Congo ha sofferto un’acuta crisi alimentare, con un incremento del 30% dal 2016.

Perciò, secondo l’Organizzazione Internazionale per la Migrazione (IOM), tutti i segnali portano verso la più grande crisi umanitaria della Repubblica Democratica del Congo nel 2018 e negli anni a venire: “La situazione nella Repubblica Democratica del Congo è ignorata e sta per diventare la più urgente emergenza del 2018” ha detto Mohammed Abdiker, capo esecutivo dell’IOM, dopo un viaggio nel Paese la cui instabilità minaccia il cuore del continente. 

2. Cosa stanno facendo i Domenicani?

Alla luce del contesto descritto sopra, alcuni membri della famiglia Domenicana sono coinvolti a fianco dei più vulnerabili e svantaggiati per accompagnarli sia nella promozione dei diritti umani sia nell’educazione civica e elettorale. Esiste anche un Osservatorio per lo Sfruttamento delle Risorse Naturali e gli Investimenti nell’Uélé Basin (OBERIUELE) dell’Università di Uélé (gestito in larga misura da membri della famiglia Domenicana) al fine di aiutare non soltanto i piccoli minatori, ma anche per assicurare i benefici sociali derivanti dallo sfruttamento delle risorse naturali da parte di multinazionali che stanno aumentando notevolmente la loro presenza nella regione di Uélé.

 

 

II domenica di Avvento – anno C – 2018

IMG_1847.jpgBar 5,1-9; Fil 1,4-6.8-11; Lc 3,1-6

“Deponi, o Gerusalemme, la veste del lutto e dell’afflizione, rivèstiti dello splendore della gloria che ti viene da Dio per sempre. Avvolgiti nel manto della giustizia di Dio…. Sarai chiamata da Dio per sempre: «Pace di giustizia» e «Gloria di pietà»…. Dio ha deciso di spianare ogni alta montagna e le rupi perenni, di colmare le valli livellando il terreno, perché Israele proceda sicuro sotto la gloria di Dio”.

Deponi la veste del lutto… rivestiti: sono gli inviti ad un momento di rinnovamento, di capovolgimento di situazione. Gerusalemme deve accogliere un nome nuovo che è ‘pace di giustizia’. E’ invito rivolto al popolo d’Israele per scorgere nella sua vicenda un operare di Dio che avvolge e veste in modo nuovo, che dona gioia al posto del lutto, che apre ad un cammino in cui Egli stesso prepara la via. Sono grandi immagini che stanno ad indicare la chiamata ad un incontro con Dio che si attua nella pace e nella giustizia. Ed è incontro da cui lasciarsi prendere, rivestire, lasciarsi avvolgere come da un manto.

Luca è attento alle date che indicano tempi e luoghi precisi: nell’anno decimoquinto dell’impero di Tiberio, mentre Ponzio Pilato era governatore della Giudea. E’ così descritto così il momento storico in cui Gesù si presenta sulla scena della vita palestinese nel I secolo, tra il 27 e il 30 d.C. Gesù nasce ed entra nella vicenda di una storia umana, inserito pienamente in una vicenda di popoli e in un contesto culturale concreto. Si inserisce in una storia più ampia di quella del popolo d’Israele, in rapporto quindi anche con gli altri popoli e i pagani.

Luca insiste nel parlare del governatore romano Pilato, in carica dal 26 al 36, dei vari re della Giudea, Erode Antipa, il suo fratellastro Filippo, che governava due province al Nord della Palestina e Lisania, re di una regione a Nord l’Abilene. Poi presenta le due più alte cariche della comunità giudaica, il sommo sacerdote Anna che fu deposto dai romani nel 15 d.C. e colui che fu sommo sacerdote in carica dal 15 al 36, Caifa, che avrà un ruolo insieme ad Anna nella condanna di Gesù. Luca presenta così Gesù nel quadro di una storia. La sua vicenda è irruzione della presenza di Dio nella storia degli uomini. E’ questo il senso dell’incarnazione che Luca intende far maturare nella sua comunità.

Luca presenta anche la figura di Giovanni Battista con i tratti ripresi da un brano del Secondo Isaia: “Una voce grida: ‘Nel deserto preparate la via al Signore… ogni valle sia colmata, ogni monte e colle siano abbassati” (Is 40,3-4). I profeti indicano così l’esperienza del ritorno dall’esilio: i monti sono abbassati, le valli colmate per fare spazio ad una via di ritorno e di libertà per il popolo del Signore. Questa via diritta ricorda le ‘vie sacre’ dell’antichità dove si svolgevano processioni verso il tempio, e diviene simbolo del percorso del popolo che cammina nella luce del suo Dio.

Luca introduce Giovanni indicandolo come “Voce di uno che grida nel deserto: Preparate la via del Signore, raddrizzate i suoi sentieri! Ogni burrone sia riempito, ogni monte e ogni colle sia abbassato”. Il Battista è annunciatore di una via da percorrere per incontrare il Signore. Il Battista predica un rito di immersione (battesimo) nell’acqua del fiume Giordano, per la remissione dei peccati: un tempo nuovo sta per iniziare e richiede un cambiamento della vita, un nuovo orientamento delle scelte. Gesù porterà l’annuncio di un dono gratuito di vita nuova per percorrere la via dell’incontro con Lui e con gli altri.

Paolo, scrivendo ai Filippesi, comunità a lui cara e verso cui prova profondo affetto, ricorda loro l’orizzonte a cui tende la vita della comunità: il giorno di Cristo Gesù. Il tempo da vivere è nell’attesa di un giorno che compirà questo tempo. E’ giorno del venire di Gesù, del suo tornare come Signore. Ma è questo anche il giorno che si attua nei giorni del presente, in cui la fatica da compiere è quella di scegliere ciò che è bene, non lasciarsi confondere. Paolo comunica alla comunità di Filippi la fiducia che anima i suo cammino. Al centro della sua vita sta la consapevolezza della gratuità dell’intervento di Dio, il dono della sua grazia: “Sono persuaso che colui il quale ha iniziato in voi quest’opera buona, la porterà a compimento fino al giorno di Cristo Gesù” Da qui sorge l’invito: “possiate distinguere ciò che è meglio ed essere integri e irreprensibili per il giorno di Cristo”.

Alessandro Cortesi op

Yousuf, la moglie Faith e la loro bimba di sei mesi Per effetto del decreto sicurezza di Salvini, 26 migranti con permesso umanitario sono stati espulsi dal CARA di Capo Rizzuto

Pace di giustizia

A seguito dell’entrata in vigore del cosiddetto ‘decreto sicurezza’ voluto dal ministro Salvini le prime misure di applicazione del provvedimento sono state eseguite. Nella serata di venerdì 29 novembre 24 migranti, a cui era stato riconosciuta la protezione umanitaria e quindi il permesso di soggiorno per motivi umanitari, sono stati allontanati dalla struttura del Centro Accoglienza Richiedenti Asilo (CARA) di Isola Capo Rizzuto. Tra di essi una giovane coppia con una bambina di 5 mesi e quattro donne vittime di tratta.

Per loro si apre una situazione di incertezza e di abbandono: pur avendo diritto a restare in Italia avendo ricevuto la protezione umanitaria, non possono beneficiare né della prima accoglienza né del diritto di essere accolti nel sistema Sistema Protezione Richiedenti Asilo e Rifugiati (SPRAR). Per accogliere nell’emergenza queste persone si sono attivate a Crotone associazioni di accoglienza, la Croce e Rossa e la Caritas. Altre 200 persone che dovranno lasciare la struttura dovranno trovare soluzioni di fortuna accampandosi in baracche sotto i cavalcavia nei pressi di Crotone.

Le misure del governo italiano hanno anche cancellato il fondo per la salute dei migranti privando così della possibilità di assistenza e nel decreto fiscale è stata imposta una tassa sulle rimesse dei migranti (1,5 % su trasferimenti oltre i 10 euro extra UE) colpendo in tal modo il money-transfer che costituisce una delle vie di sostegno alle famiglie dei migranti che giungono direttamente alle situazioni in loco.

Le misure del governo colpiscono indifesi e innocenti ed esprimono una mentalità di cattiveria rivolta verso le persone più vulnerabili facendo della povertà una colpa: si aggiungono alle chiusure dei porti e alla campagna di delegittimazione delle ONG che soccorrono i naufraghi nel Mediterraneo (anche il 24 novembre u.s. sono giunti al porto di Pozzallo oltre 200 naufraghi, con donne e bambini, segno che le operazioni di salvataggio nel Mediterraneo sono necessarie con urgenza).

Di fronte a politiche di ingiustizia che colpiscono i più vulnerabili creando così nuove emergenze per alimentare la paura si rende necessaria una reazione di contrasto trovando nuove forme di solidarietà e accoglienza quale obiezione di coscienza della società civile. Per affermare i valori costituzionali, i diritti umani fondamentali.  Attraversare confini per cercare dignità e  lavoro, fuggire da miseria e violenza per chiedere asilo non è un crimine. Per chi è credente, opporsi con lucidità alla ‘legge della strada’ è via per attuare una fedeltà al vangelo che scorge come proprio il Natale significhi appello ad accogliere coloro per cui non c’era posto nell’albergo.

“Il presepe di cui qui si parla è vivente. Loro sono giovanissimi: Giuseppe ( Yousuf), Fede (Faith) e la loro creatura. Che è già nata, è una bimba e ha appena cinque mesi. Giuseppe viene dal Ghana, Fede è nigeriana, entrambi godono – è questo il verbo tecnico – della «protezione umanitaria» accordata dalla Repubblica Italiana. Ora ne stanno godendo in mezzo a una strada. Una strada che comincia appena fuori di un Cara calabrese e che, senza passare da nessuna casa, porta dritto sino al Natale. Il Natale di Gesù: Uno che se ne intende di povertà e grandezza, di folle adoranti e masse furenti, di ascolto e di rifiuto, del ‘sì’ che tutto accoglie e tutti salva e dei ‘no’ che si fanno prima porte sbattute in faccia e poi chiodi di croce. Giuseppe e Fede solo stati abbandonati, con la loro creatura, sulla strada che porta al Natale e, poi, non si sa dove. Sono parte di un nuovo popolo di ‘scartati’, che sta andando a cercare riparo ai bordi delle vie e delle piazze, delle città e dell’ordine costituito, ingrossando le file dei senza niente. Sono i senza più niente. Avevano trovato timbri ufficiali e un ‘luogo’ che si chiama Sprar (Sistema di protezione per richiedenti asilo e rifugiati) su cui contare per essere inclusi legalmente nella società italiana, apprendendo la nostra lingua, valorizzando le proprie competenze, studiando per imparare cose nuove e utili a se stessi e al Paese che li stava accogliendo. Adesso quel luogo non li riguarda più. I ‘rifugiati’ sì, i ‘protetti’ no. E a loro non resta che la strada, una strada senza libertà vera, e gli incontri che la strada sempre offre e qualche volta impone: persone perbene e persone permale, mani tese a dare e a carezzare e mani tese a prendere e a picchiare, indifferenza o solidarietà. Si può essere certi che il ministro dell’Interno, come i parlamentari che hanno votato e convertito in legge il suo decreto su sicurezza e immigrazione, non ce l’avesse con Giuseppe, Fede e la loro bimba di cinque mesi. Ma è un fatto: tutti insieme se la sono presa anche con loro tre, e con tutti gli altri che il Sistema sta scaricando fuori dalla porta. Viene voglia di chiamarla ‘la Legge della strada’. Che come si sa è dura, persino feroce, non sopporta i deboli e, darwinianamente, li elimina.” (Marco Tarquinio, Il presepe vivente Norma cattiva e parole al vento, “Avvenire” 2 dicembre 2018)

“prego che, quando le rive/ si allontaneranno fino a sparire/ e la nosra barca non sarà più/ che un puntino gettato/ fra onde ribollenti, pronte a inghiottirla,/ Dio guidi la nostra rotta./ perché tu sei un carico prezioso, Marwan,/ il più prezioso di tutti. / Vorrei che il mare lo sapesse. / Inshallah” (Khaled  Hosseini, Preghiera del mare, SEM, Milano 2018)

Alessandro Cortesi op

 

1 domenica tempo di Avvento – anno C – 2018

Luca

Ger 33,14-16; 1 Tess 3,12-4,2; Lc 21,25-36

Un nuovo anno liturgico, un tempo nuovo, nel segno dell’attesa di una venuta.

“In quei giorni farò germogliare per Davide un germoglio di giustizia; egli eserciterà il giudizio e la giustizia sulla terra. In quei giorni Giuda sarà salvato e Gerusalemme sarà chiamata: Signore-nostra-giustizia”.

Nell’immagine di un grande albero è narrata la genealogia di una famiglia. L’albero racchiude la storia di una comunità fatta di volti e nomi: la storia di popoli, con radici nascoste e profonde è la storia di tanti volti intrecciati nel tempo come i rami di un albero. Ogni identità sorge dall’intreccio di relazioni. Geremia vede lo sbocciare di un germoglio dall’albero della famiglia di Davide, il re della pace, il re ricordato da Israele come ideale riferimento di un tempo di benessere e pace. Il germoglio che nascerà dall’albero di Davide porterà un tempo nuovo, una nuova era di pace: è immagine di vita nuova e speranza.

E’ una presenza nuova, l’intervento del Signore nostra giustizia. Giustizia è sinonimo di ‘fedeltà’. Dio rimane fedele alle sue promesse. Il Dio fedele viene a prendere la difesa di chi è senza difesa, vittima dell’ingiustizia. Il suo venire non è quindi da guardare con paura ma è liberazione e salvezza. Per questo il salmo canta: “Ai miseri del suo popolo renderà giustizia, salverà i figli dei poveri, abbatterà gli oppressori. Nei suoi giorni fiorirà la giustizia e abbonderà la pace” (Sal 72,4.7)

Un seconda immagine è la strada: l’esperienza di fede del popolo di Israele prima e dei discepoli di Gesù sorge sulla strada. Abramo è chiamato a mettersi in cammino verso una terra nuova, Mosè guida Israele nel cammino verso la libertà, nell’esilio Israele scopre la possibilità di una via di ritorno nella gioia. “Fammi conoscere Signore le tue vie, insegnami i tuoi sentieri. Guidami nella tua verità…. Tutti i sentieri del Signore sono verità e grazia” (salmo 24). La strada è simbolo della vita, del tempo. Gesù chiama i suoi a seguirlo lungo la strada. Siamo invitati a riscoprire la Parola di Dio come lampada per i nostri passi e luce alla nostra strada.

Una terza immagine è il giorno. Luca nel discorso sulle ‘realtà ultime’ (cap. 21) utilizza un linguaggio apocalittico. Intende con esso indicare l’intervento di Dio che si comunica nella storia. Apocalisse significa rivelazione: “state bene attenti che i vostri cuori non si appesantiscano in dissipazioni… e che quel giorno non vi piombi addosso improvviso…” (Lc 21)

‘Quel giorno’ non è tanto riferimento ad un tempo cronologico ma ad una azione di Dio: nel Primo Testamento è il ‘giorno del Signore’, attesa del suo intervento nella storia. E’ attesa del ‘giudizio’ di Dio di salvezza in una storia carica di ingiustizie.

Lo stile di vita del discepolo è così descritto: “alzatevi e levate il capo, perché la vostra liberazione è vicina… vegliate e pregate in ogni momento”. Il discepolo è presentato come persona del giorno, che non si lascia prendere dalla sonnolenza della notte. Sta in piedi, si dà da fare coltivando la speranza. Vive il presente immerso nell’impegno perché già da ora hanno inizio le realtà ultime: oggi è il tempo della salvezza e nel presente viviamo l’attesa di Qualcuno che viene.

Paolo sintetizza i tratti di chi vive la fede nel Signore risorto: “il Signore vi faccia crescere e abbondare nell’amore vicendevole e verso tutti, come è il nostro amore verso di voi, per render saldi e irreprensibili i vostri cuori nella santità, davanti a Dio padre nostro, al momento della venuta del Signore nostro Gesù con tutti i suoi santi”.

Alessandro Cortesi op

Amal FathyLiberazione attesa

Se invece di essere impiccato
vieni sbattuto dentro
per non aver rinunciato a sperare
nel mondo, nel paese, nel popolo,
se devi farti dieci o quindici anni
oltre al tempo che ti rimane,
non dirai,
«Sarebbe stato meglio essere appeso a una corda
come una bandiera»…
Punterai i piedi e vivrai.
Potrebbe non essere esattamente piacevole,
ma è tuo solenne dovere
vivere ancora un altro giorno
per fare dispetto al nemico.

Una parte di te potrebbe sentirsi sola, là dentro,
come un sasso in fondo a un pozzo.
Ma l’altra parte
deve essere così coinvolta
nel vortice del mondo
che ti venga da tremare là dentro
quando fuori, a quaranta giorni di distanza, una foglia si muove.

Aspettare lettere mentre sei dentro,
cantare canzoni tristi,
o stare svegli tutta la notte a fissare il soffitto
è dolce ma pericoloso.
Guardati la faccia tra una rasatura e l’altra,
dimentica la tua età,
stai attento ai pidocchi
e alle notti di primavera,
e ricorda sempre
di mangiare ogni ultimo boccone di pane…
E inoltre non dimenticarti di ridere di cuore.

E chissà,
la donna che ami potrebbe smettere di amarti.
Non dire che non è una gran cosa:
è come un ramo verde spaccato
per l’uomo che è là dentro.

Pensare alle rose e ai giardini fa male,
pensare al mare e alle montagne fa bene.
Leggi e scrivi senza riposo,
e consiglio anche di tessere
e di costruire specchi.

Voglio dire, non è che non si possano passare
dieci o quindici anni dentro
e anche di più…
È possibile
fintanto che il gioiello
nella parte sinistra del tuo petto non perda la sua lucentezza.

Nazim Hikmet (1902-1963), poeta turco, scrisse questa poesia in riferimento alla sua esperienza di perseguitato politico e di prigionia. Per lunghi anni infatti fu prigioniero nel carcere di Bursa in Turchia. La sua poesia richiama al vivere giorno dopo giorno, resistendo al nemico e coltivando la speranza: “dimentica la tua età,… e ricorda sempre/ di mangiare ogni ultimo boccone di pane… “.

Con le sue parole conduce a pensare a tutti coloro che oggi nelle carceri di diversi paesi del mondo sono rinchiusi a causa delle loro idee politiche, o per un lavoro svolto nella promozione dei diritti e della libertà – gli avvocati come Amal Fathy in Egitto, moglie di un consulente legale della famiglia Regeni,  gli attivisti di diritti umani, insegnanti e giornalisti oggi in Turchia, o i perseguitati a motivo della loro fede religiosa – si pensi alla vicenda di Asia Bibi in Pakistan – o ancora a causa di una condizione di vita, dell’essere migranti – e il pensiero va alla Libia e alla condizione delle innumerevoli persone imprigionate e torturate oggi nei lager libici nell’indifferenza di un mondo preoccupato di allontanare i perseguitati dalla porta di casa.

Una descrizione di chi oppresso si interroga sulla sua colpa è presentata dalla voce femminile di Dareen Tatour (1982-), poetessa palestinese imprigionata nel 2015 per aver pubblicato sui social media una poesia dal titolo “Resist, my people resist them”, (“Resist, my people, resist them. / Resist the settler’s robbery / And follow the caravan of martyrs.“) e accusata di istigazione alla violenza:

“(…) Non conosceranno mai la loro colpa …
poiché l’amore è il loro crimine
e per gli innamorati, la prigione è il destino.
Ho interrogato la mia anima,
fra dubbio e sbalordimento:
“Qual è il tuo crimine, anima mia?”.
Non lo so ancora.
Ho fatto una cosa sola:
svelare i miei pensieri,
scrivere di questa ingiustizia…
tracciare con l’inchiostro i miei sospiri …
Ho scritto una poesia…
La colpa ha vestito il mio corpo,
dalla punta dei piedi al capo.
Sono una poetessa in prigione,
una poetessa dalla terra dell’arte.
Sono accusata per le mie parole. (…)”

Non è facile alzare il capo nelle condizioni dell’oppressione e guardare alla liberazione futura e vicina. E’ stato questo alzare il capo a nutrire la speranza di coloro che non hanno rinunciato alla loro libertà anche quando attorno a loro tutto imponeva disperazione e degrado. ““alzatevi e levate il capo, perché la vostra liberazione è vicina…”

Alessandro Cortesi op

 

Gesù Cristo re dell’universo – anno B – 2018

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(Ermete Lancini, Gesù e Pilato, 1948 collezione privata)

Dn 7,13-14; Ap 1,5-8; Gv 18,33b-37

Il dialogo di Gesù con Pilato è una disputa drammatica. Si parla del regno innanzitutto e a Gesù è chiesto: ‘Tu sei il re dei Giudei?’

Il potere politico manifesta inquietudine e ansia di fronte a gesti e parole che possono minacciarlo. Gesù nel suo agire aveva risvegliato attese di liberazione e di riscatto. Il suo messaggio e la sua pratica di vita presentava aspetti di critica radicale all’ordine costituito: toccava le attese di spiritualità della gente e la sua testimonianza di vita chiedeva un nuovo modo di pensare i rapporti e la vita sociale. Gesù risponde alla domanda di Pilato indicando i tratti del suo regno: ‘il mio regno non è di questo mondo, se il mio regno fosse di questo mondo, i miei servitori avrebbero combattuto perché non fossi consegnato ai giudei’.

Accetta di essere indicato come re ma precisa che il suo regno viene da altrove, non può essere interpretato con le categorie proprie dei regni umani. E’ re diverso, non ha spada per difendersi non cerca un qualche dominio. Il suo regnare si compie nel darsi. Si è liberamente consegnato a chi è venuto per arrestarlo nella notte nell’orto degli Ulivi. L’assenza di spada, la sua inermità sono i segni del suo essere re: accetta di essere ‘consegnato’. Il regno di Gesù racchiude un messaggio nuovo di pace e di nonviolenza.

“Dunque tu sei re? Tu lo dici: io sono re. Per questo io sono nato e per questo sono venuto nel mondo: per rendere testimonianza alla verità. Chiunque è dalla verità, ascolta la mia voce”. La questione si sposta dall’essere re all’essere testimone della verità. La testimonianza della verità propria dei profeti in Israele è qui riproposta da Gesù. La verità connessa alla fedeltà dell’amore è tratto del volto di Dio amore fedele e saldo, su cui potersi appoggiare. Fede è trovare appiglio nela verità di Dio appoggio sicuro.

Gesù indica così la sua vita. Il regno è offerta di un nuovo rapporto con Dio: se Dio è il fedele ed è lui la verità, allora i rapporti con gli altri devono essere intesi in modo nuovo. Non nel dominio, nel potere, nella disuguaglianza, ma nella responsabilità nella pace e nella giustizia. Rapporti in cui ogni volto è da incontrare come fratello, sorella.

Nel racconto sembra che Pilato il rappresentante dell’imperatore, stia giudicando Gesù: di fatto il IV evangelista presenta un giudizio che si sta compiendo. Ma è Gesù che giudica, o meglio è di fronte a lui che si chiamati a prendere posizione.

“Allora Gesù uscì, portando la corona di spine e il mantello di porpora. E Pilato disse loro: ‘Ecco l’uomo!’. Al vederlo i sommi sacerdoti e le guardie gridarono: ‘Crocifiggilo, crocifiggilo!'”. Gesù è un re che ha inteso la sua vita come servizio fino alla fine. Chiede ai suoi di entrare nel regno facendo della propria vita un cammino di servizio e di attenzione solidale agli altri. ‘Ecco l’uomo’: Nei tratti di quest’uomo umiliato e offeso sta il volto autentico di ogni uomo e donna. Gesù si manifesta re proprio quando è il giudicato e il condannato. Il suo regno è dono di speranza e di pace per tutti coloro che sono vittime e schiacciati dalla storia. D’ora in poi sarà possibile incontrarlo tra i volti delle vittime e dei condannati della storia, perché lì si manifesta la vicinanza del Padre che prende le loro difese per inaugurare una nuova storia. Lo sguardo a Cristo re significa anche pensare alla responsabilità per lasciare spazio e far crescere il regno da lui iniziato nella nostra storia nelle concrete relazioni di ogni giorno.

Alessandro Cortesi op

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Quale regno oggi?

Festa di Gesù Cristo re dell’universo… Quale tipo di regno? Cosa significa oggi universo? Per rispondere a queste domande faccio riferimento ad alcune riflessioni raccolte in questi ultimi giorni.

Ernesto Olivero fondatore dell’Arsenale della Pace a Torino, si interroga sul tempo che stiamo vivendo abitato da aggressività, dalla rabbia, dall’odio che si diffonde dai social ai gesti della violenza (La pace è fragile ed è nelle nostre mani, Avvenire 15 novembre 2018).

“C’è tanta rabbia in giro, non siamo capaci di cogliere le sfumature della realtà, puntiamo il dito, cerchiamo un nemico facile. In fondo tutto questo ci rassicura, ci fa stare tranquilli nelle nostre certezze, ma alla fine ci blocca. Mai come oggi, ho capito che il male che vive dentro e fuori di noi può vincere. Il male che passa per bene, che può andare in prima pagina e affascinare. Il male che ti fa credere che ci siano condottieri capaci di risolvere ogni problema. Ma il male, cari amici, resta male e resta sulla coscienza di chi lo causa e di chi lo alimenta. E questo riguarda ognuno di noi. Mi chiedo in momenti così particolari che ruolo possiamo svolgere noi che, senza sentirci migliori degli altri, da tanto tempo stiamo provando a vivere la bontà come scelta del cuore e dell’intelligenza. Abbiamo scelto, anche tra le lacrime, di essere una porta aperta, per poter fasciare le mille situazioni di fatica, di disagio, di solitudine che ci hanno interpellato”.

(…) L’accoglienza non può essere improvvisata. Ha senso solo se amata, pensata, costruita insieme, governata. Ma è ciò che deve continuare a contraddistinguerci. Un Paese che costruisce muri è un Paese che soffoca, che non ha respiro, che chiude mente e cuore. Questa è una responsabilità di tutti. Chi non l’accetta si mette fuori da solo e rischia di creare i presupposti per un futuro terribile, di odio, di conflitto”.

Parlare di regno può significare allora guardare a questo tipo di rapporti nuovi in cui alla chiusura e al male si contrappone una ostinata testimonianza di uno stile alternativo, come ancora Olivero lo descrive: “Vorrei in modo semplice che ognuno di noi potesse testimoniare questo stile, per portare dialogo dove c’è contrapposizione, pacatezza dove c’è rabbia, braccia aperte dove ci sono pugni chiusi, disponibilità dove c’è insofferenza”.

In un’intervista la sociologa Danièele Hervieu-Léger (intervista di Olivier Pascal-Moussellard Pédophilie dans l’Eglise : “C’est tout le système clérical qu’il faut déconstruire” pleinjour.wordpress.com; traduzione http://www.finesettimana.org) partendo dalla considerazioen dello scandalo pedofilia nella chiesa parla della sfida che la chiesa si trova ad affrontare in una crisi, quella del tempo presente, paragonabile a passaggi epocali di secoli passati. Così la descrive:

“È gravissima. Di un’ampiezza paragonabile secondo me a quella che ha dato luogo alla Riforma nel XVI secolo o a quella che è stata indotta dalla Costituzione civile del clero nel 1790. Per comprenderla, bisogna riconsiderare la sua evoluzione nel tempo: risalire al XIX secolo, alla Rivoluzione, e allo scontro della Chiesa con lo sconvolgimento costituito dall’affermazione del diritto degli individui all’autonomia, che è il cuore della nostra modernità. Quest’ultima si è imposta prima di tutto sul terreno politico. La modernità con cui si scontrava la Chiesa allora era il riconoscimento dell’autonomia dei cittadini che faceva sì che la società sfuggisse alla regìa della religione. Questa rivendicazione di autonomia non ha mai smesso di ampliarsi e abbraccia oggi tanto la sfera intima che la vita morale e spirituale degli uomini e delle donne che, senza tuttavia necessariamente smettere di essere credenti, rifiutano la legittimità della Chiesa a dare norme in registri che ritengono debbano essere di competenza solo della loro coscienza personale”.


La sociologa individua due questioni fondamentali che richiedono una attenta revisione a fronte della crisi in atto:

“Il XIX secolo è il secolo in cui si inventa il modello familiare che conosciamo: quello della famiglia borghese centrata sulla coppia e sulla sua progenitura. È su questa cellula familiare eretta a “cellula di Chiesa”, che la Chiesa concentrerà al massimo i suoi sforzi di controllo. In che modo lo fa? Attraverso il controllo del corpo delle donne da un lato e l’esaltazione della figura del prete come uomo del sacro dall’altro”.

Danièle Hervieu-Léger delinea gli ambiti di un cambiamento avvertito con sempre più urgenza soprattutto nel superamento del sistema clericale e affrontando la questione femminile. In gioco è un modo nuovo di essere chiesa basato sul sacerdozio comune di tutti i fedeli:

“Il sistema clericale, a cui si imputano ormai le gravissime derive che esplodono oggi, non è riformabile. È questo stesso sistema che bisogna smantellare se si vuole inventare, se possibile, un’altra maniera di fare Chiesa. Quest’ultima non può più separare la ridefinizione radicale del sacerdozio come servizio della comunità e il riconoscimento pieno dell’uguaglianza delle donne in tutte le dimensioni, della vita della Chiesa, comprese quelle sacramentali. L’invito fatto ai preti di essere vicini ai loro fedeli, la nomina di qualche donna negli organismi del potere e perfino l’apertura dell’ordinazione ad alcuni uomini sposati debitamente selezionati non scongiureranno il disastro. Il problema che è sul tavolo è quello del sacerdozio di tutti i laici, uomini e donne, sposati o celibi a loro scelta. Una sola cosa è certa: la rivoluziona sarà globale o non sarà, e deve passare da una rifondazione completa del regime del potere nell’istituzione”.

Parlare di regno implica così anche affrontare la questione della riforma della chiesa che la situazione del presente sollecita in modo pressante.

Infine parlare di regno di Gesù Cristo oggi implica un riflettere sull’universo. In questi giorni si sta svolgendo a Milano un convegno nazionale promosso dall’Ufficio CEI per l’ecumenismo e il dialogo interreligioso sul tema «Un creato da custodire, da credenti responsabili, in risposta alla parola di Dio». L’orizzonte del regno è quello di un creato di cui scoprirsi parte e in cui scorgere che il grido dei poveri è indissolubilmente legato al grido della terra. Jürgen Moltmann in un suo messaggio al convegno ha scritto: «abbiamo bisogno di una nuova teologia della terra… la terra è nostra madre » e il patriarca ecumenico di Costantinopoli Bartolomeo ha ricordato «il manipolare e il controllare le limitate risorse umane del pianeta e la nostra avidità ci hanno alienato dal proposito iniziale della creazione».

Sono queste alcune implicazioni per riflettere oggi su come intendere che Gesù Cristo è re, non del dominio, ma che ha donato la sua vita nel servizio sino alla fine e chiama discepoli e discepole a scorgere come essere nel tempo responsabili del vangelo del regno.

Alessandro Cortesi op

XXXIII domenica del tempo ordinario – anno B – 2018

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Dn 12,1-3; Eb 10,11-14; Mc 13,24-32

In tempi di persecuzione sorse in ambito ebraico la letteratura apocalittica, o di rivelazione: utilizzava particolari visioni, immagini e simboli, descrizioni di sconvolgimenti del mondo e del cielo, descrizioni di battaglie e conflitti per parlare della vicinanza di Dio nella prova, del suo rivelarsi. Eventi di angoscia e terrore venivano raccontati, ma all’interno di essi stava un messaggio di speranza e di attesa.

A tale genere di scritti appartiene la pagina di Daniele in cui viene presentata una enigmatica figura, quella del ‘figlio dell’uomo’ in un contesto di sconvolgimento del cosmo e con allusione ad eventi nel tempo ultimo in cui la storia giunge al suo termine.

“In quei giorni, dopo quella tribolazione, il sole si oscurerà e la luna non darà più il suo splendore, e gli astri si metteranno a cadere dal cielo, e le potenze che sono nei cieli saranno sconvolte. Allora vedranno il Figlio dell’uomo venire sulle nubi con  grande potenza e gloria”

Sono molteplici i tratti di questo ‘figlio dell’uomo’: per un lato può essere letto come figura personale, appartenente al mondo di Dio, con funzione di giudice; per altro una figura collettiva, che racchiude una moltitudine e indica così il destino dell’Israele fedele.

Appare nei tempi ultimi, ed ha un potere eterno conferito da un vegliardo. La sua è funzione di giudizio nei confronti dell’umanità e della storia. Il suo regno si differenzia dai tanti imperi che si sono succeduti ed hanno dominato nel corso dei secoli perché durerà in eterno e non sarà mai distrutto. Nel giudizio il male viene definitivamente eliminato, e si attua la vittoria definitiva del bene. I santi sono coinvolti nel compito di giudici della storia (Dan 7,22).

Ad una prima lettura questa pagina può suscitare timore e inquietudine, ma al suo cuore sta un profondo messaggio di speranza. E’ stata infatti scritta nel II secolo a.C. al tempo dell’oppressione di dominatori che imposero ad Israele l’adozione di costumi dei pagani e il rinnegamento della fede.

Il messaggio di speranza è rivolto al popolo con annuncio di una vita oltre la morte, una vita risvegliata in Dio per chi è stato fedele: “Vi sarà un tempo di angoscia, come non c’era mai stato dal sorgere delle nazioni fino a quel tempo; in quel tempo sarà salvato il tuo popolo, chiunque si troverà scritto nel libro. Molti di quelli che dormono nella polvere si risveglieranno: gli uni alla vita eterna e gli altri alla vergogna e per l’infamia eterna” (Dan 12,1-3)

Nel tempo della persecuzione Daniele diffonde un messaggio per resistere e richiamando il valore della fedeltà. L’ultima parola è quella di Dio che affida il potere di giudizio alla figura del ‘figlio dell’uomo’.

La prima comunità cristiana conosceva questa immagine e la utilizzò per indicare Gesù come figlio dell’uomo: davanti a lui si scorge la sua vita come proveniente da Dio e nei suoi gesti è visto l’irrompere dei tempi ultimi.

Gesù indica ai suoi che la storia non è senza orizzonte ma è indirizzata verso un futuro di speranza. Il tempo ultimo non sarà la fine, ma tempo di incontro e invita  scorgere i segni di un’estate vicina. “Dal fico imparate questa parabola: quando già il suo ramo si fa tenero e mette le foglie, voi sapete che l’estate è vicina; così anche voi, quando vedete accadere queste cose, sappiate che egli è vicino, alle porte…”

In queste parole sta racchiusa una promessa e un orientamento al futuro. Gesù promette che tornerà e sarà compimento della novità della risurrezione, la comunione per sempre con Dio e con gli altri: “… sappiate che egli è vicino, alle porte…”. Accogliere la promessa di Gesù apre ad un  futuro che si fa av-venire: è lui, il risorto, che conduce al Padre ed alla comunione.

L’esempio del fico è richiamo allora ad attenzione e responsabilità nel tempo presente: “quando il suo ramo si fa tenero e mette le foglie voi sapete che l’estate è vicina…”. Sin da ora si possono scorgere segni di novità, di fioritura che annuncia una nuova stagione di gioia  disseminati nella storia. Sono segni da scorgere pur nelle contraddizioni e nelle difficoltà del tempo.

Nel tempo della storia già ci sono segni della presenza di colui che tornerà. Nel tempo sta crescendo come seme il ‘regno’: è la presenza stessa di Gesù che ha preso su di sè la storia umana ed inaugura nuovi rapporti umani e Gesù per questo ai suoi chiede di scrutare i ‘segni dei tempi’.

La vita cristiana si pone tra l’attenzione al presente nello scorgere i segni del regno e l’attesa del compimento della promessa. ‘Vieni Signore Gesù’: con questa invocazione le prime comunità esprimevano la loro attesa e la loro speranza. “Il cielo e la terra passeranno, ma le mie parole non passeranno”.

Alessandro Cortesi op

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Tempo

Momo è la protagonista dell’omonimo romanzo di Michael Ende (ed Longanesi 1993, orig. ted. 1973). E’ una bambina vestita con una larga giacca che si presenta in una città senza nome senza conoscere la sua età, forse 8 forse 10 anni, provenendo da un orfanotrofio. Vive in un antico anfiteatro romano. Momo ha un cuore buono e il suo sguardo sa soffermarsi sui volti e cose cogliendo sfumature che fanno vivere: ha capacità di ascolto e un’apertura che suscita la fantasia e genera pace attorno a sè. Nella città senza nome quando qualcuno ha dei problemi diviene usuale l’invito: “Ma va’ da Momo che ti passa!”.

Alcune persone che incontra diventano suoi amici particolare, come Beppo spazzino, da cui apprende l’importanza di spazzare la strada dalle foglie, un colpo alla volta, senza fretta e con pazienza, scorgendo così il senso di ogni momento e di ogni passo nella vita da affrontare con un preciso ritmo: passo- respiro-colpo di scopa-passo-respiro-colpo di scopa. Così Beppo, mentre spazza, nel silenzio dell’alba, lascia spazio ai suoi pensieri che cercano di distanziarsi da ogni falsità. E poi Gigi Cicerone, improbabile guida turistica dell’antico anfiteatro che usa la sua parlantina per proporre storie inventate ai turisti che lo seguono ammirati dal suo cappello con visiera, ed è capace di scherzi e risate spensierate. E così altri tra cui Mastro Hora che abita nella Casa di Nessun Luogo all’interno Vicolo di Mai dove sono collezionati orologi classici, pendole, orologi da taschino, cucù, altri segnatempo di ogni genere e tipo. Lì per andare veloce bisogna camminare piano.

Momo non compie grandi cose, sta in ascolto e diviene poco alla volta presenza che nella città guarisce conflitti, consola, riesce a dar valore a chi sembra non avere nessuna capacità. I ritmi di una vita in cui vi è spazio per pensare agli altri lasciano tempo per la spensieratezza, per il gioco, per il lavoro che accetta i limiti e insieme per la festa.

Tuttavia il clima di serenità è turbato dall’arrivo degli uomini grigi, strani personaggi, vestiti tutti uguali e con il volto oscuro. Il loro progetto, che cercano di attuare con metodi subdoli, è quello di impadronirsi del tempo. Il tempo rubato dagli uomini grigi agli abitanti della città alla fine è il tempo della gratuità e della bellezza, il tempo della cura e delle cose inutili che però danno respiro ai cuori. Gli uomini grigi intuiscono che la presenza di Momo  è la più grave minaccia ala loro strategia di rubare il tempo inducendo alla logica di un consumo senza limiti, ad un’efficienza che non guarda più in faccia le persone,e  le fa divenire struemnti e merce di un grande ingranaggio che mira a far diventare ricchi e al denaro tutto assoggetta. Gli uomini grigi si presentano infatti come agenti della ‘cassa di risparmio del tempo’ e cercano di convincere a risparmiare sempre più tempo. I minuti, le ore, i giorni risparmiati verrebbero restituiti dopo il sessantaduesimo anno con gli interessi.

Ma rubando così il tempo rendono irrealizzabile ciò che è più bello nella vita, che si compie nel tempo perduto, in un gesto gratuito, nella bellezza condivisa, come il tempo impiegato per stare accanto a qualcuno o  solamente ascoltare, o per svolgere il proprio compito quotidiano senza angustia.

“Come voi avete occhi per vedere la luce, e orecchie per sentire i suoni, così avete un cuore per percepire il tempo. E tutto il tempo che il cuore non percepisce è perduto, come i colori dell’arcobaleno per un cieco o il canto dell’usignolo per un sordo.”

La favola di Momo è una riflessione sul senso del tempo. Sul valore del tempo dedicato con gratuità, agli altri, a tutto ciò che fa respirare la vita e che non può essere assoggettato ad una logica di consumo, di dominio, di efficienza e produzione. Il tempo come luogo di incontro e di respiro della vita.

“Esiste un grande eppur quotidiano mistero. Tutti gli uomini ne partecipano ma pochissimi si fermano a rifletterci. Quasi tutti si limitano a prenderlo come viene e non se ne meravigliano affatto. Questo mistero è il tempo. Esistono calendari ed orologi per misurarlo, misure di ben poco significato, perché tutti sappiamo che talvolta un’unica ora ci può sembrare un’eternità, ed un’altra invece passa in un attimo… dipende da quel che viviamo in quell’ora. Perché il tempo è vita. E la vita dimora nel cuore.”

Alessandro Cortesi op

 

XXXII domenica tempo ordinario – anno B – 2018

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1Re 17,10-16; Eb 9,24-28; Mc 12,38-44

Un delicato gesto di ospitalità è narrato nel capitolo 17 del primo libro dei Re. Il racconto è situato nel Nord d’Israele, territorio ai confini, abitato da popoli pagani. Una vedova si affretta per rispondere alla richiesta di un po’ d’acqua da parte del profeta Elia lì giunto inatteso; quando poi le chiede anche un pezzo di pane la donna risponde di avere solamente “un pugno di farina e un po’ d’olio per me e per mio figlio… andrò a cuocerla, la mangeremo e poi moriremo”. In questi rapidi accenni sta il riferimento ad una situazione di grave penuria. E’ ricordo di un tempo di siccità e carestia dopo la divisione dei regni di Giuda e di Israele (2Re 6,25-29). L’invito del profeta è a confidare in Dio. Elia le disse “Non temere, perché dice il Signore: la farina della tua giara non si esaurirà e l’olio dell’orcio non si svuoterà”.

Il profeta e la vedova si pongono in ascolto della Parola del Signore. Il profeta è spinto a chiedere aiuto e cibo: il Signore parla nella vita dei suoi servi, è presente e guida anche nelle situazioni in cui sembra che egli sia lontano. Elia è uomo della parola che si rende disponibile nell’ascolto. Anche la vedova compie la Parola del Signore. E’ una straniera, non appartenente al popolo d’Israele, è una pagana, ma il suo gesto di ospitalità è manifestazione dell’agire di Dio, oltre ogni confine, rivela un ascolto di una parola che sta dentro di lei e suscita i suoi gesti.

Elia vive un momento drammatico della sua vita. Aveva contestato l’idolatria e il re (1Re 16,30) e, perseguitato, deve fuggire. In questo cammino, seguendo la ‘parola del Signore’ scopre la vicinanza di Dio nel gesto della donna povera. Mentre il re d’Israele sceglieva le vie della potenza e dell’idolatria il profeta incontra la presenza di Dio nel gesto di una donna vedova e straniera, e nell’ospitalità offerta scopre la fecondità della Parola di Dio: “La farina della giara non venne meno e l’orcio dell’olio non diminuì, secondo la parola che il Signore aveva pronunziata per mezzo di Elia” (1Re 17,16). Quel gesto dell’ospitalità è fessura di luce che rivela il Dio vicino che accoglie e si prende cura. Anche Gesù fa riferimento a questo gesto della vedova di Zarepta nel discorso nella sinagoga di Nazaret riportato da Luca (Lc 4,25-26): il gesto della straniera è indicato come segno della salvezza di Dio per tutti i popoli.

Una vedova povera è al centro anche di una breve scena risportata da Marco. E’ indicata da Gesù nel cuore del tempio. Mentre molti passano gettando offerte nel tesoro e lo fanno con ostentazione e desiderio di visibilità la donna povera getta nel tesoro “due monetine, che fanno un soldo”. Non ne tiene nemmeno una per sè: e quelle due monetine insieme facevano la più piccola somma di denaro. Non dà qualcosa di superfluo, ma “tutto quello che aveva, tutto quanto aveva per vivere”. Gesù la nota in mezzo ai tanti e non si lascia attirare da altri gesti se non da quello. La indica ai suoi. Quella donna povera, come la vedova di Zarepta, affida la sua vita, ciò che aveva per vivere. Gesù ai suoi indica di guardarsi bene da una religione del potere che si accompagna all’indifferenza per chi soffre: “Guardatevi dagli scribi, che amano passeggiare in lunghe vesti, ricevere saluti nelle piazze, avere i primi seggi nelle sinagoghe e i primi posti nei banchetti. Divorano le case delle vedove e pregano a lungo per farsi vedere”. Richiama poi al gesto della vedova, povera. In quel suo offrire sta racchiusa la fiducia nel Dio della vita e l’affidamento totale della fede. Gesù legge in quel gesto, che poteva passare inosservato, qualcosa di grande. L’autentica fede è nascosta nel cuore dei poveri; Gesù sa leggere i gesti della quotidianità come cose grandi a cui fare attenzione. Scorge in essi l’affidamento e un modo di intendere tutta la vita, non secondo la linea del possesso o della ricerca della propria grandezza ma nella consegna di sè: ed è questo essenziale per un incontro autentico con il Dio dei piccoli e dei poveri.

Alessandro Cortesi op

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Gesti

«Tenuto conto della gratitudine per l’ospitalità e la benevolenza che il popolo italiano ha mostrato nei nostri confronti e consapevoli, più di altri della sofferenza che l’abbandono e la solitudine provocano di fronte alle disgrazie della vita, i sottoscritti richiedenti asilo, ospiti delle varie strutture operanti nel territorio vercellese, si dichiarano disponibili a fornire qualunque forma di aiuto e sostentamento alle popolazioni così duramente colpite».

Così si legge in una lettera scritta da un gruppo di richiedenti asilo attualmente residenti a Vercelli. Sono rimasti colpiti nel venire a conoscenza delle situazioni di devastazione causate dal maltempo dell’ultimo periodo nel Nord e nel Sud Italia e hanno scritto al Prefetto per dire la loro disponibilità a fornire in qualche modo il loro aiuto: «A casa nostra saremmo già lì a dare una mano». Sono ragazzi provenienti da Paesi dell’Africa occidentale, e fanno parte dell’associazione ‘Noi von voi’ di Vercelli. Uno di loro ha detto: «ciò che è accaduto a tante persone in Italia mi ha toccato il cuore. So cosa significa perdere tutto, non avere più nulla. Io, come tanti altri immigrati, desidero aiutare chi sta soffrendo. Siamo pronti a partire per i luoghi disastrati e a coinvolgere chi ci sta accanto».

Sono questi i gesti, rintracciabili in brevi trafiletti a margine delle pagine di qualche giornale quotidiano (Chiara Genisio, I richiedenti asilo: possiamo dare una mano? “Avvenire” 6 novembre 2018), che fanno pensare perché aprono improvvisamente gli  occhi su modi di vivere l’attenzione all’altro alternativi rispetto alle chiusure e agli egoismi dilaganti.  Fanno scorgere raggi di luce in questo tempo segnato dal razzismo e dalla volgarità diffusa nel disprezzo dell’altro. Sono gesti che soprendono perché rivelano una sensibilità che sembra essere merce rara nel tempo della chiusura del ‘prima i nostri’ del ‘noi senza voi’, dell’ ‘io senza te’… Il nome della loro associazione è un programma. Si intitola infatti ‘Noi con voi’. Ma anche il loro gesto ripropone lo stile della vedova del vangelo: dà quello che ha per vivere… perché ha fatto esperienza di ciò che è essenziale nella vita. E per questo sa anche condividere e di fronte al dolore dell’altro sa mettere davanti ad ogni altra preoccupazione la cura per chi soffre e offre semplicemente la disponibilità nello stare accanto ed ‘esser lì a dare una  mano’.

Alessandro Cortesi op

 

2 novembre giorno di memoria

cimitero di Lampedusa

al cimitero di Lampedusa…

XXXI domenica tempo ordinario – anno B – 2018

IMG_1477Dt 6,2-6; Eb 7,23-28; Mc 12,28-34

Uno scriba interroga Gesù: “Qual è il primo di tutti i comandamenti?” Gesù risponde richiamando la Torah ponendo insieme due passi della Scrittura. Il primo testo dal Deuteronomio: “Ascolta Israele, il Signore è il nostro Dio, il Signore è uno solo. Tu amerai il Signore tuo Dio con tutto il cuore, con tutta l’anima e con tutte le forze” (Dt 6,4-9). Il secondo testo è tratto dal libro del Levitico, appartenente al codice di santità: “Non ti vendicherai e non serberai rancore contro i figli del tuo popolo, ma amerai il tuo prossimo come te stesso. Io sono il Signore” (Lev 19,18).

‘Ascolta Israele’ è un richiamo all’importanza essenziale dell’ascolto per sfuggire al grande peccato dell’idolatria, del costruirsi divinità vane che sembrano forti ma si rivelano senza consistenza. Ascoltare è l’attitudine di chi si vive la disponibilità di ricevere, in relazione con Dio che si fa vicino nella storia. Dio chiama Israele a scoprire la sua vicinanza negli eventi in cui egli agisce ed è presente: ‘Io sarò colui che sarò, sarò con te’ (cfr. Es 3,14).

‘Ascolta’ è attitudine del ‘cuore’ che, nel linguaggio biblico è il centro della sensibilità e sede da cui scaturiscono le decisioni della vita. ‘Ascoltare’ connota una fede che lascia entrare Dio come unico sovrano nell’esistenza. Lo Shemà è così sintesi della spiritualità dell’esodo: il Dio che ha liberato Israele il cui nome è ‘io sono colui che vi ha fatti uscire dal paese della schiavitù’, non prende il posto del faraone, ma dona liberazione e vita e chiama a rimanere nell’ascolto per rispondere alla sua Parola, nel dialogo dell’alleanza.

Gesù unisce a questo riferimento all’ascolto il testo del Levitico: richiama così il cuore della legge. Non entra nel dibattito di scuola sul più importante dei precetti, ma ne indica la radice. Non rinvia ad una serie di norme o di espressioni cultuali. Richiama al cuore e al significato più profondo della legge: rinvia all’esperienza dell’Esodo.

Nel dialogo lo scriba riprende l’insegnamento lo approfondisce: ascoltare di Dio e amare l’altro è la via a cui Dio chiama ed è ben diversa da una religione fatta di atti cultuali. Il rapporto con il Dio liberatore che chiede ascolto si attua nell’apertura all’incontro e nella cura rivolte all’altro. Il senso profondo della vita umana sta per Gesù nel rimanere in attesa, rivolti a Dio e alle sue chiamate. Egli si rende vicino nel volto degli altri. L’altro è prossimo da riconoscere come tale, da vedere e da incontrare. Gesù richiama ad un orientamento fondamentale: l’incontro con Dio, il senso dell’esistenza si attua rispondendo alla chiamata che viene da lui, nello stare in ascolto. E tale ascolto provoca a scorgere come l’incontro con Dio si attua sin dal presente nella cura, nell’amore per l’altro. E’ anche da tener presente che non esiste amore per l’altro quando vi è disprezzo per se stessi, per la propria vita: amare l’altro come se stessi è indicazione di un cammino che sappia accogliere la propria vita come dono. Apertura all’altro è possibile solo nell’apprezzare il dono e lo sguardo di Dio sua propria vita, e ascoltando la sua chiamata all’incontro. Ascoltare Dio non può andare senza ascoltare e prendersi cura degli altri.

Alessandro Cortesi op

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Universale e particolare

“Dio non ama l’umanità in generale, categoria della quale noi non saremmo altro che degli esemplari, come si può dire che qualcuno ama il whisky o i canadesi. Un tale amore sarebbe freddo e vuoto. Nel romanzo Casa desolata, Charles Dickens ci presenta la signora Jellyby, affetta da una ‘filantropia telescopica, come se non potesse vedere niente più vicino dell’Africa’. Amava gli africani in generale, ma non si accorgeva nemmeno dell’esistenza dei propri figli. Dio si compiace d ciascuno di noi in mood unico e irripetibile. Si delizia della maniera in cui tu cammini, della curva del tuo collo, dell’eco della tua risata. Se il nostro amore è una partecipazione al Dio che è amore, allora anch’esso aspirerà sempre ad essere sia particolare sia universale” (Timothy Radcliffe, Alla radice la libertà. I paradossi del cristianesimo, EMI Verona 2018, 16).

C’è una difficoltà a parlare dell’amore, amore di Dio, amore del prossimo e a fare di questo motivo di pensieri generici e che non toccano per nulla la quotidianità della ostar esperienza. Non solo il parlare dell’amore è spesso generico e talmente universale da risultare vago e insignificante per la vita, ma anche ciò diviene motivo per uno sguardo simile alla filantropia telescopica della signora Jellyby, incapace di scorgere le relazioni vicine e tutta presa da un legame generale e generico, non coinvolgente la vita per figure lontane.

La sfida che viviamo oggi sta nel superare un mondo fatto di relazioni virtuali e affrontare  la concretezza dell’incontro. E’ sempre un rischio affrontare le relazioni vicine e lasciarsi interrogare nella difficoltà. Affrontare tale rischio è passaggio per maturare un modo di amare più profondo, per cresere nella scoperta dell’amore non come emozione superficiale, ma percorso di riconoscimento dell’altro, e di cambiamento nell’incontro. L’amore non è il sogno spesso coltivato di una situazione ideale che poi lascia delusi alla prima difficoltà, ma è cammino faticoso e coinvolgente che attraversa e impegna tutta la vita. E’ cammino di apprendendimento di un’arte difficile e quotidiana, fatta di piccoli gesti, di attenzione e di capacità di attraversare momenti di silenzio e di fatica. Ed è importante anche imparare a riconoscere la precarietà di ogni momento in questo cammino.

“Mentre lavoro a queste pagine, entra un confratello irlandese e mi chiede: ‘Che scrivi?’. ‘Un capitolo sull’amore’, rispondo. Incalza: ‘Ma cucini sempre la stessa minestra?’. Così, per impressionarlo gli leggo un brano del Profumo delle notti del Nilo, un romanzo dell’egiziana Ahdaf Soueif: ‘Ihq è l’amore che intreccia due persone, shagaf è l’amore che si annida nelle cavità segrete del cuore, hayam è l’amore che percorre la terra, teeh è l’amore in cui perdi te stesso, walah è l’amore che racchiude in sé il dolore, sababah è l’amore che trasuda dai pori, gharam è l’amore che vuole pagare il prezzo’. Mi aspetto che si stupisca e lui dice: ‘Sembra il menu di un ristorante indiano”. (ibid. 13-14)

I diversi nomi dell’amore, e i diversi gesti dell’amore, anziché essere difficili nomi del menu di un ristorante, costituiscono forse la declinazione molto concreta che fa scorgere come l’amore investa e coinvolga l’esperienza umana nella sue dimensioni più ampie e profonde.   E’ esperienza universale, luogo di domande, attese, sofferenze e gioie per uomini e donne di ogni latitudine e lingua. Ed è esperienza da leggere come cammino da vivere nel procedere, nel faticare, nella crisi, nell’incomprensione e interruzione, nell’essere feriti e nel ferire. Un cammino ma anche una soglia, che fa avvicinare e scorgere un oltre, al di là e al di dentro dei cammini dell’amore. Non nella distanza di chi dicendo di amare tutti cerca di scrollarsi di dosso la sfida dell’incontrare volti e nomi concreti, ma nel coinvolgimento in cui l’amore è incrocio di storie, di viventi, luogo di aperture possibili e non ancora scritte.

Alessandro Cortesi op

 

 

 

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