la parola cresceva

commenti alla Parola della domenica e riflessioni

Letture e pensieri nella giornata del rifugiato

IMG_0129.jpg(Kamal Birmos, Omaggio alle donne – Illustrazione tratta da Il diritto d’asilo. Report 2018)

Forse in giorni come quelli che stiamo vivendo dovremmo scoprire l’urgenza di resistere, attraverso i piccoli gesti possibili e quotidiani all’ondata di disinformazione, di semplificazione volgare, di barbarie e cattiveria che sta diffondendosi nel nostro Paese e oltre: uno di questi gesti può essere la diffusione di voci che riflettono, ragionano, come quella di Annalisa Camilli, che scrive per “Internazionale” che smonta alcuni autentici miti che vengono ripetuti senza fondamento nel suo articolo Non è vero che c’è un’invasione di migranti in Italia :

“l’ostilità verso i migranti è stata alimentata da discorsi che incitano all’odio, notizie false, luoghi comuni e stereotipi che in alcuni casi si sono trasformati in veri e propri miti.(…) Nonostante la riduzione degli arrivi, in Italia si continua a parlare di un’invasione. Ma in termini assoluti non è l’Italia il paese che ospita più rifugiati e richiedenti asilo: è la Germania, che nel 2017 ha concesso lo status di rifugiato a 325.370 persone, dieci volte di più delle 35.130 dell’Italia (che pure è il terzo paese per numero di rifugiati accolti, dopo la Francia). (…) Non sappiamo esattamente quanti migranti irregolari risiedono al momento sul territorio italiano, ma se si sommano le richieste d’asilo respinte dalle commissioni territoriali dal 2014 a oggi si arriva a una cifra di poco superiore alle centomila persone (…) I dati mostrano che tra il 2015 e oggi le attività delle ong non hanno fatto da pull factor (cioè non sono un fattore di attrazione) e non sono correlate con l’aumento dei flussi. Che le ong operassero in mare o meno i flussi non ne erano influenzati (…) Gli stranieri non riducono l’occupazione degli italiani, ma assumono progressivamente le posizioni meno qualificate abbandonate dagli italiani, soprattutto nei servizi alla persona, nell’edilizia e in agricoltura: settori in cui il lavoro è prevalentemente manuale, più pesante, con paghe basse e contratti che non offrono nessuna stabilità”.

O come la voce di chi di richiama a riconoscere diritti senza pensare ad essere ‘buoni’ ma rimanendo capaci di osservare i diritti del’altro come questa intervista a Domenico Quirico.

O come le espressioni che sgorgano da testimoninze da una vita trascorsa nell’incontro concreto con volti, nomi, storie come nell’intervista al medico di Lampedusa, Pietro Bartolo il cui impegno è stato narrato nel film Fuocammare e che ripensa al passato provando vergogna di quanto sta accadendo in Italia nel presente (“Oggi mi vergogno di essere italiano”):

“Vedo mari differenti, come ci sono in Europa, e purtroppo anche in Italia adesso. Mari accoglienti e non. La stessa Italia che nel passato ha fatto tanto, fino al 2011, (dal 1991 con l’operazione Mare Nostrum da Lampedusa) non ha mai creato un muro o un filo spinato. Ha fatto onore all’umanità intera. Ma oggi è diverso.

Gli italiani si sono incattiviti? No, è un popolo di brava gente ma che è stato cattivamente informato, gli hanno detto un sacco di bugie: che i migranti portano le malattie, che rubano il lavoro, che prendo 35 euro al giorno; tutte queste maldicenze creano paure. È diventata una guerra tra i poveri.

Cosa pensa della gestione dei migranti in Italia?  Io dico sempre che siamo campioni del mondo in accoglienza, ma per quanto riguarda la gestione facciamo pena. E quando il ministro Salvini dice “adesso è finita la pacchia”, ma quale pacchia è? Quella di andare a lavorare nei campi come schiavi a 2 euro l’ora? Quella di andare a vivere sotto i ponti? La pacchia deve finire per chi si è arricchito sulla pelle di questa povera gente. Salvini quelli deve andare a scovare, quelli che si prendono i soldi sulla pelle di queste persone. Hanno fatto capire che c’è l’invasione, che dobbiamo avere paura. Ma chi ci va a raccogliere le patate? Chi va nelle serre? Perché non provano a conoscerli? Sono persone dolcissime, straordinarie. Qualche giorno fa ho medicato 4 donne incinte trasportate da una nave militare che ha soccorso Aquarius. Erano povere donne distrutte dopo quello che hanno passato, ma erano sorridenti. Sono persone migliori di noi perché non si lamentano mai e ringraziano sempre.

(…)  Certo, siamo stati bravi a ridurre gli sbarchi del 70 per cento, come siamo stati bravi a far morire la gente in Libia andando a fare accordi con i delinquenti, siamo pure molto orgogliosi. È veramente vergognoso. Hanno fatto una campagna elettorale basata sull’odio, ci hanno vinto le elezioni. Per tutti è stato un cavallo di battaglia. Come se tutti i problemi dell’Italia fossero gli immigrati”.

O ancora come le voci e singhiozzi di persone che avvertono ancora sussulti di umanità, come la giornalista della MSNBC che si lascia prendere dal pianto mentre legge le determinazioni di Trump sui bambini migranti.

O come infine le parole e i dati che provengono da strumenti di informazione e aggiornamento elaborati da chi ha uno sguardo nutrito di competenza ed insieme di esprienza diretta nell’incontro e nel servizio accanto a persone vulnerabili e segnate dalla violenza e dalla miseria. Tra queste il Report 2018 dal titolo Il diritto d’asilo report 2018. Accogliere proteggere promuovere integrare (ed. Tau 2018), curato dalla Fondazione Migrantes  con contributi di Mariacrisina Molfetta, Ulrich Stege, Elena Rozzi, Maurizio Veglio, Chiara Marchetti, Gianfranco Schiavone e Giovanni De Robertis.

Il testo richiama i quattro verbi suggeriti da papa Francesco nel Messaggio per la 104 Giornata Mondiale del Migrante rifugiato 2018 (14 gennaio 2018). Così si legge nell’introduzione: “L’augurio è che questo testo possa contribuire a costruire un sapere fondato rispetto a chi è in fuga, a chi arriva nel nostro continente e nel nostro Paese, e che possa esserci d’aiuto a “restare umani”, ad aprire la mente e il cuore allontanando diffidenza e paura”.

Mariacristina Molfetta, antropologa culturale impegnata nel mondo della cooperazione internazionale ed ha vissuto nei campi profughi in Pakistan, Darfur e Kurdistan conclude così il suo studio su La protezione internazionale in Europa nel 2016-2017 con queste parole che fanno pensare: “Capiamo infatti che al momento né l’Europa né l’Italia stanno andando speditamente nella direzione di proteggere le persone in fuga nel mondo da situazioni di guerra, crisi, violazione dei diritti o attentati terroristici, mentre diventa urgente e imperativo cominciare a farlo. Sappiamo però che nell’incontro e nelle risposte che sapremo dare loro, anche in termini di azioni concrete e di riconoscimento di diritti, non si gioca soltanto quello che possiamo fare per chi è in difficoltà ma anche che tipo di persone siamo noi, in che cosa crediamo e quali sono i nostri valori” (p.37).

Alessandro Cortesi op

Annunci

Natività di san Giovanni Battista – 2018

IMG_0090.JPGIs 49,1-6; At 13,22-26; Lc 1,57.66-80

L’inno di Zaccaria è presentato da Luca come una profezia, espressione della presenza dello Spirito: Zaccaria, suo padre, fu colmato di Spirito Santo e profetò dicendo:

“Benedetto il Signore, Dio d’Israele, perché ha visitato e redento il suo popolo, e ha suscitato per noi un Salvatore potente nella casa di Davide, suo servo”.

La preghiera è un inno di benedizione rivolto a Dio che ha visitato il suo popolo. La presenza di Dio è indicata nella preghiera del sacerdote Zaccaria come quella di un tu che visita, e si fa vicino. E’ espressione di un’esperienza di Dio come presenza di qualcuno che sta accanto e porta conforto.

L’inno parla di una visita che si rende presente nella nascita, di Gesù, il salvatore. Dio visita suscitando vita, operando cose nuove, generando comunione. Luca legge la nascita annunciata a Maria in parallelo con la vicenda di Elisabetta sua parente, che non poteva avere figli ma riceve benedizione e fecondità inattesa. La sua vita è così visitata, dall’altro e dall’Altro, dal dono di Dio, dalla nuova vita di Giovanni, dalla vicinanza di Maria che si reca ad incontrarla.

La visita di Dio è anche in continuità con altre visite che attraversano una storia lunga nella storia d’Israele. La sua fedeltà si manifesta nel ricordare, e nel mantenere il legame dell’alleanza sin dalla prima uscita di Abramo che lasciò la sua terra accogliendo la chiamata e coinvolgendo la sua vita nella promessa ricevuta:

come aveva detto per bocca dei suoi santi profeti d’un tempo: salvezza dai nostri nemici, e dalle mani di quanti ci odiano. Così egli ha concesso misericordia ai nostri padri e si è ricordato della sua santa alleanza, del giuramento fatto ad Abramo, nostro padre, di concederci, liberati dalle mani dei nemici, di servirlo senza timore, in santità e giustizia al suo cospetto, per tutti i nostri giorni”.

Il lungo cammino dell’alleanza, la lunga marcia che vede la migrazione al cuore della fede, è segnata dall’esperienza della misericordia di Dio, dal suo non venir meno nel visitare e stare accanto, ed è orientata ad una relazione. Risposta al dono di vicinanza sta nel servirlo in santità e giustizia. Sono questi i due orizzonti di una vita che si pone davanti a Dio e in rapporto agli altri: santità è la vita stessa di Dio da accogliere e custodire attuando nella vita uno stile di alleanza e liberazione. Giustizia esprime la fedeltà quale attitudine di ascolto rivolto alla promessa e di relazioni nuove, nel guardare l’altro con gli occhi di Dio che non viene meno alla sua misericordia.

“E tu, bambino, sarai chiamato profeta dell’Altissimo perché andrai innanzi al Signore a preparargli le strade, per dare al suo popolo la conoscenza della salvezza nella remissione dei suoi peccati”.

Giovanni è indicato col nome di profeta dell’altissimo: la sua vita è importante per comprendere Gesù e il suo stile è quello di un profeta, teso nell’annuncio di una venuta di Dio imminente e nella testimonianza personale della sua fedeltà.

“Grazie alla tenerezza e misericordia del nostro Dio, ci visiterà un sole che sorge dall’alto, per risplendere su quelli che stanno nelle tenebre e nell’ombra di morte, e dirigere i nostri passi sulla via della pace”.

La preghiera di Zaccaria pone accento sulla tenerezza di Dio e sulla sua visita: annuncia così la presenza di una luce come liberazione che guida su vie di pace. La pace è parola che chiude quest’inno di benedizione, preghiera che ringrazia e scorge il presente come tempo di germogli, di nascite. E’ un testo chiave per leggere la vicenda di Giovanni come segno che Dio fa grazia. Il suo nome racchiude il progetto della sua vita, l’essere profeta portatore di parola di bene anche laddove sembra che non ci vi sia possibilità di vita e di futuro. L’esperienza della grazia fa rallegrare (Lc 1,57).

La benedizione di Dio diviene benedizione condivisa nelle parole di gioia, di bene, del rallegrarsi insieme. Abbiamo bisogno ancor oggi di profeti capaci di indicare la parola di bene di Dio nella nostra storia. Abbiamo anche bisogno di scambiarci parole di bene nel riconoscere i segni di grazia nonostante ogni buio. Abbiamo bisogno di imparare da Giovanni colui che preparato le strade.

Alessandro Cortesi op

IMG_0111

Sulla via della pace

Mercoledì 20 giugno ricorre la Giornata del Rifugiato, indetta dalle Nazioni Unite. Giornata che in questi tempi di regressione a livello globale nel rispetto dei diritti umani assume una particolare rilevanza. E’ infatti una giornata che intende ricordare l’approvazione della Convenzione di Ginevra del 1951. Una convenzione che impegna gli Stati che l’hanno sottoscritta a garantire protezione  a “chiunque nel giustificato timore d’essere perseguitato per ragioni di razza, religione, cittadinanza, appartenenza a un determinato gruppo sociale o per opinioni politiche, si trova fuori dello Stato di cui possiede la cittadinanza e non può o, per tale timore, non vuole domandare la protezione di detto Stato”.

Dopo la devastazione e la violenza della II guerra, dopo le leggi razziali e la persecuzione degli ebrei e di altre minoranze tra cui i rom, la Convenzione di Ginevra seguita alla Dichiarazione universale dei diritti dell’uomo del 1948, ha segnato un passaggio decisivo di affermazione dei diritti e di riconoscimento dei fondamenti alla base di nuovi rapporti tra gli stati europei. Altri stati si sono aggiunti successivamente, sino agli attuali 145 Paesi nel mondo. Ma alcuni stati tra i quali la Libia (è bene ricordarlo!) non hanno sottoscritto questa convenzione che protegge chi cerca rifugio e asilo fuggendo dal proprio paese.

Ieri è stato presentato il rapporto annuale Global Trends 2017 a cura del Agenzia delle Nazioni Unte per i rifugiati (UNHCR) che raccoglie i dati relativi ai rifugiati nel mondo. 68,5 milioni persone nel mondo vivono nella condizione di rifugiati ed è da considerare che si tratta di un movimento continuo e in divenire senza interruzione. 44.500 persone al giorno circa si mettono in cammino per fuggire da guerre, conflitti, persecuzioni di diverso tipo e nel corso del 2017 sono stati particolarmente ingenti gli spostamenti di massa dal Congo, dal Sud Sudan e dal Myanmar (la popolazioni rohingya).

Nel 2017 circa 5 milioni di profughi hanno potuto far ritorno ai territori o paesi di origine. Circa i 2/3 dei rifugiati nel mondo provengono da cinque paesi: Siria (6,3 milioni), Afghanistan (2,6 milioni), Sud Sudan (2,4 milioni) Myanmar (1.2 milioni) Somalia (986.400). I richiedenti asilo, cioè coloro che hanno presentato richiesta di protezione internazionale erano 300 mila nel 2016 e 3,1 milioni nel 2017. Tale aumento segnala come siano peggiorate le condizioni per l’esame delle domande e per il riconoscimento dello status di rifugiato.

La stragrande maggioranza dei profughi risiede non come è idea diffusa, nei paesi occidentali, ma al contrario in paesi poveri. Per lo più chi è costretto a spostarsi dalla sua casa e dal proprio ambiente, portando con sé i beni essenziali e i familiari, lo fa in territori vicini alla sua terra, oltre i confini, con la speranza di rientrare presto. Per questo i luoghi dove si ha il maggior numero di profughi sono la Turchia (a seguito dell’accordo del 2016 con l’Unione europea per il trattenimento dei 3,5 milioni siriani in fuga dalla guerra), poi il Pakistan che ospita metà dei profughi dall’Afghanistan, Uganda, Libano e Iran. Il Libano ha il maggior numero di rifugiati in rapporto ai cittadini (164 ogni mille abitanti) In Italia nel 2017 vi erano 19 rifugiati ogni 1000 abitanti.

Questi numeri richiamano a volti, storie, speranze e ferite di persone che nel mondo sperimentano violazioni di diritti fondamentali. La convenzione di Ginevra la convenzione dei diritti del bambino, sono pietre miliari del diritto che offrono principi ed esigenze da riconoscere ad ogni essere umano. E’ disumano il trattamento riservato ai bambini separati dai loro genitori al confine del Messico, è contro i trattati internazionali far subire alle persone trattamenti degradanti e non riconoscere quella protezione riconosciuta e sottoscritta come solenne impegni degli Stati in convenzioni internazionali proprio a seguito dell’esperienza della devastazione prodotta da leggi razziali e discriminazioni.

La lunga marcia dei diritti è faticosa. Il prof. Antonio Papisca (1937-2017), testimone della elaborazione e attuazione dei diritti umani,  suggeriva di apprendere ad utilizzare “la grammatica dei ‘segni dei tempi’”. Per lui ciò significava “il discernimento e la disponibilità a cogliere, nella fedeltà a valori universali, le opportunità che la provvidenza nella storia offre per costruire strutture e percorsi di bene”. Ne parlava come di un cammino da portare avanti con l’atteggiamento di chi sa guardare oltre, con pazienza affrontando difficoltà, contrasti e momenti di tenebra. “La cultura dei diritti umani è antitetica all’anarchismo o alla svendita delle istituzioni e delle regole”. “ll Diritto internazionale dei diritti umani è portatore di pensiero forte, che non si presta a relativismi di comodo. (…) E’ un Diritto fatto di imperativi che neppure gli automatismi aritmetici della democrazia elettorale possono disattendere” (Discorso 10.12.2007 Università di Padova; Giornata internazionale dei diritti umani).

…e dirigere i nostri passi sulla via della pace…

Alessandro Cortesi op

 

XI domenica – tempo ordinario anno B – 2018

IMG_3761.JPGEz 17,22-24; 2Cor 5,6-10; Mc 4,26-34

“Così è il regno di Dio, come un uomo che getta il seme nel terreno…” Gesù parlava in modo coinvolgente, capace di suscitare quell’attenzione di chi sente una parola significativa per la propria vita. Con parole vicine che mettevano in discussione demolivano egoismi e chiusure e aprivano a cambiamenti di solidarietà.

Punto centrale tutte le parabole è così l’annuncio del ‘regno di Dio’. Dietro a questa espressione non sta la rivendicazione di un dominio. Era invece un’immagine conosciuta da chi ascoltava Gesù, usata per esprimere un venire di Dio vicino. Gesù la usa per indicare lo stile di Dio e il modo in cui si pone in relazione con il suo popolo e l‘umanità. Non solo ne parla: nei suoi gesti presenta il regno come apertura e liberazione: è un mondo nuovo in cui Dio prende la parte di chi è oppresso libera e apre al futuro di accoglienza, pace, giustizia: al centro stanno i piccoli. Gesù si comporta da uomo capace di ospitalità.

Così le sue parole spiegano il suo agire. Gesù non usa un linguaggio che definisce ma usa i modi del racconto, suscita immaginazione. Le parabole narrano movimenti in divenire: di solito con un paragone che introduce un’azione … così come…: così avviene nel regno di Dio… come un uomo che getta il seme nel terreno. Gesù apre domande partendo dalla vita. Nelle parabole Gesù indica così che il rapporto con Dio non è da ricercare in momenti avulsi dalla vita ma nell’ordinario dei nostri giorni. In questo parlare si ritrovano i gesti del lavoro, della vita, della casa: l’incontro con Dio non è realtà ‘sacra’ di cui avere timore né riservato a élites religiose o intellettuali. Il vangelo è bella notizia per chi è povero, mite, perseguitato per la giustizia. Dio prende le parti di chi è lasciato ai margini e dimenticato ed apre un modo nuovo di relazioni in cui i più fragili sono al centro e le pretese della forza e del dominio sono capovolte. Nella terra della vita è deposto un seme. ‘dorma o vegli di notte o di giorno, il seme germoglia e cresce…’. Gesù annuncia che nella storia è presente un seme di novità: è messaggio liberante di una realtà già presente nella terra di casa e che porta frutto buono. Tutto ciò porta a decentrare la vita.

‘E’ come un granello di senape, che quando viene seminato sul terreno è il più piccolo di tutti i semi…” C’è una indicazione preziosa in questo contrasto tra la piccolezza degli inizi e la grandezza dell’esito: il regno di Dio è un seme piccolo, anzi il più piccolo, e cresce e diventa più grande di tutte le piante dell’orto. Dell’orto: cioè sta davanti alla casa, non è qualcosa di grande lontano, ma sta nell’orizzonte vicino e chiede che si aprano occhi e cuore per accoglierlo. Il regno è realtà non appariscente, che sta dentro le pieghe della vita, e richiede occhi attenti per scorgerne la presenza. E’ in via di crescita e si lascia incontrare nei segni piccoli, nel silenzio e nella forza di un seme. Dio non guarda le apparenze, ma al cuore e ascolta il grido di chi non è ascoltato perché è più debole e impoverito.

Gesù pronuncia le parabole in momenti di delusione, di scoramento perché non si vedevano i frutti della sua azione e della sua proposta e cresceva invece il rifiuto e l’ostilità contro di lui. Ma proprio in questi momenti indica come il regno sia realtà piccola che ha però una forza di crescita che nulla può ostacolare ed esige l’attesa paziente del contadino. E così comunica ai suoi la sua fiducia fino alla fine. Ed apre la via di un servizio al regno che investe questa realtà e questa storia, dove i piccoli siano accolti, dove gli oppressi siano liberati, dove gli esclusi trovino ospitalità. Gesù sa leggere i segni del regno già presenti, e semina la parola perché anche i suoi sappiano aprirsi alla novità del vangelo. La parabola coinvolge ed opera: è nel senso più profondo ‘poesia’, parola efficace capace di cambiare chi l’accoglie e di orientare ad un agire di ospitalità.

Alessandro Cortesi op

aquarius

Alberi e nidi

Un albero con tanti rami dove gli uccelli possono fare il nido è immagine che parla di accoglienza: aperta, libera, capace di non porre chiusure. Rami come punti di appoggio e foglie come protezione e sollievo sono messaggio che silenziosamente proviene dalla natura e richiama al senso dell’abitare il mondo. Un risiedere non di proprietari, ma come stranieri di passaggio, come uccelli che giungono da altri orizzonti e fanno sosta e costruiscono casa, facendo nido. Un abitare che apre spazi per nidi diversi e per incroci di voli, di andate e ritorni, momento di riposo nei passaggi delle migrazioni.

La sapienza degli alberi è antica, non s’impone e richiama oggi ad un ascolto da parte degli umani, in un tempo in cui invece parole di odio, di rifiuto, di chiusura si moltiplicano e come nuvola tossica inquinano l’aria che respiriamo.

Raccolgo alcune voci di denuncia e proposta a fronte della vicenda di cinismo e di miopia politica oltre che di cattiveria a cui stiamo assistendo in questi giorni in riferimento alla chiusura dei porti italiani per non accogliere la nave Aquarius con i migranti salvati nel Mediterraneo:

“La presa in ostaggio dei 629 della Aquarius interpella il Parlamento e il Capo dello Stato quale garante del rispetto della Costituzione e dei trattati internazionali. Perché il rifiuto di autorizzarne l’attracco nei porti italiani disposto dal ministro dell’Interno Matteo Salvini nulla ha a che vedere con la discrezionalità dell’azione politica. È un atto insieme illegale e fraudolento. In aperta violazione della “Convenzione Internazionale sulla ricerca e il salvataggio marittimo” siglata ad Amburgo il 27 aprile del 1979 e ratificata dal nostro Paese con la legge 147 del 1989. Quella Convenzione fissa l’obbligo di soccorso in mare a chi sia in pericolo di vita e quello del suo trasferimento in un luogo sicuro (…) Salvini ha consapevolmente violato quell’obbligo. E per giunta, in modo fraudolento, spacciando al mercato del rancore come “vicescafista” la nave di una Ong che aveva partecipato a un’operazione di soccorso disposta dal Paese di cui è ministro dell’Interno”. (Carlo Bonini L’attracco negato è un atto illegale “la Repubblica” 12 giugno 2018)

“…su una cosa sono d’accordo con Salvini: la rotta libica va chiusa. Basta tragedie in mare, basta dare soldi alle mafie libiche del contrabbando. Sogno anch’io un Mediterraneo a sbarchi zero. Il problema però è capire come ci si arriva. E su questo, avendo alle spalle dieci anni di inchieste sul tema, mi permetto di dare un consiglio al ministro perché mi pare che stia ripetendo gli stessi errori dei suoi predecessori. (…) Viviamo in un mondo globalizzato, dove i lavoratori si spostano da un paese all’altro in cerca di un salario migliore. L’Europa, che da decenni importa manodopera a basso costo in grande quantità, in questi anni ha firmato accordi di libera circolazione con decine di paesi extraeuropei. (…)però, continua a proibire ai lavoratori africani la possibilità di emigrare legalmente sul suo territorio. In altre parole, le ambasciate europee in Africa hanno smesso di rilasciare visti o hanno reso quasi impossibile ottenerne uno.

Siamo arrivati al punto che l’ultima e unica via praticabile per l’emigrazione dall’Africa all’Europa è quella del contrabbando libico. Le mafie libiche hanno ormai il monopolio della mobilità sud-nord del Mediterraneo centrale. Riescono a spostare fino a centomila passeggeri ogni anno con un fatturato di centinaia di milioni di dollari ma anche con migliaia di morti.

Eppure non è sempre stato così. Davvero ci siamo dimenticati che gli sbarchi non esistevano prima degli anni Novanta? Vi siete mai chiesti perché? E vi siete mai chiesti perché nel 2018 anziché comprarsi un biglietto aereo una famiglia debba pagare il prezzo della propria morte su una barca sfasciata in mezzo al mare? Il motivo è molto semplice: fino agli anni Novanta era relativamente semplice ottenere un visto nelle ambasciate europee in Africa. In seguito, man mano che l’Europa ha smesso di rilasciare visti, le mafie del contrabbando hanno preso il sopravvento. (…)

… continuo a non capire come mai un ventenne di Lagos o Bamako, debba spendere cinquemila euro per passare il deserto e il mare, essere arrestato in Libia, torturato, venduto, vedere morire i compagni di viaggio e arrivare in Italia magari dopo un anno, traumatizzato e senza più un soldo, quando con un visto sul passaporto avrebbe potuto comprarsi un biglietto aereo da cinquecento euro e spendere il resto dei propri soldi per affittarsi una stanza e cercarsi un lavoro. Esattamente come hanno fatto cinque milioni di lavoratori immigrati in Italia, che guardate bene non sono passati per gli sbarchi e tantomeno per l’accoglienza. Sono arrivati dalla Romania, dall’Albania, dalla Cina, dal Marocco e si sono rimboccati le maniche. Esattamente come hanno fatto cinque milioni di italiani, me compreso, emigrati all’estero in questi decenni. Esattamente come vorrebbero fare i centomila parcheggiati nel limbo dell’accoglienza. (…) Altro che riforma Dublino, noi dobbiamo chiedere la libera circolazione dentro l’Europa dei lavoratori immigrati. Perché non possiamo permetterci di avere cittadini di serie a e di serie b. E guardate che lo dobbiamo soprattutto a noi stessi.

Perché chiunque di noi abbia dei bambini, sa che cresceranno in una società cosmopolita. Già adesso i loro migliori amici all’asilo sono arabi, cinesi, africani. Sdoganare un discorso razzista è una bomba a orologeria per la società del domani. Perché forse non ce ne siamo accorti, ma siamo già un noi. Il noi e loro è un discorso antiquato. Un discorso che forse suona ancora logico alle orecchie di qualche vecchio nazionalista. (…) Legalizzate l’emigrazione Africa –Europa, rilasciate visti validi per la ricerca di lavoro in tutta l’Europa, togliete alle mafie libiche il monopolio della mobilità sud-nord e facciamo tornare il Mediterraneo ad essere un mare di pace anziché una fossa comune. O forse trentamila morti non sono abbastanza?” (Gabriele Del Grande Lettera al ministro dell’Interno post su Facebook, 13.06.2018).

“Salvini sta facendo sapere a tutta Europa che l’Italia è pronta a vedere annegare quegli sventurati passeggeri pur di esibire i muscoli a Francia e Germania. Tutti gli interrogativi morali e politici che gli sbarchi implicano sono risolti senza indugio, svelando sin dai primi giorni del governo Conte il vero volto del populismo in carica. Le conseguenze che la catechesi rivoluzionaria predicata in campagna elettorale può sortire sono state illuminate come da un lampo ora che questa ha traslocato dalle piazze ai vertici del governo del nostro Paese. Salvini ha virato in una direzione che non ha mai fatto mistero di voler imboccare. E tutto il carrozzone al comando non ha saputo fare di meglio che acconsentire e prendere atto. Non ha mosso ciglio il Presidente del Consiglio. Nulla ha obbiettato Di Maio, che si trova tra l’incudine di una porzione di elettorato sconvolta dall’idea di negare l’attracco all’Aquarius e il martello del suo coinquilino alla vicepresidenza del Consiglio. Questo oscuro episodio ci dice molte cose. In primo luogo ci mostra che il «governo del cambiamento» è pronto a privilegiare la ragione di Stato (la presunta necessità di dare un segnale “forte”) all’etica della situazione, che imporrebbe invece di salvare quelle 629 vite prima di tutto e poi, solo in un momento successivo, di ridiscutere i termini di Dublino.
Inoltre, questa vicenda ci ricorda un’altra lezione. Chi stringe patti col diavolo prima o poi ne resta vittima. (…) Il mito sovranista non vuol dire altro che questo: aspirare incondizionatamente ad una sovranità illimitata esercitata da una minoranza (perché la Lega è una minoranza) in nome e per conto dell’intero popolo sovrano. Con una acrobazia politica si cerca si contrabbandare la parte per il tutto e di piegare un’intera nazione al volere di un partito che in un dato momento ha raccolto il voto della frustrazione e della rabbia. E che ora sembra trascinare dietro di sé tutto l’esecutivo e ammaestrare il suo Presidente ad assecondare ogni arbitraria decisione”. (Antonio Merlino, Il vero volto del populismo in carica, “Trentino” 13 giugno 2018)

“L’hashtag #chiudiamoiporti, twittato dal neoministro degli Interni e rimbalzato nella Rete, è il Muro innalzato dall’Italia. Così è stato interpretato all’estero. I porti si chiudono quando sta per arrivare un invasore, un nemico insidioso, di fronte al quale ci si sente indifesi. Ma l’Aquarius ha solo un carico di migranti fuggiti da fame, miseria, guerra, alcuni feriti e ustionati, molti esausti; tra questi 123 minori non accompagnati e parecchi bambini. Lo schiaffo del No è anche per loro, colpevoli di essere migranti, cioè di essersi mossi. I diritti dei cittadini, protetti dai confini, mal si conciliano con i diritti di quelli che stanno là fuori e sono semplicemente esseri umani. (…)Con quel gesto l’Italia ha perso ben più di quanto abbia guadagnato. Perché quel che l’ha contraddistinta nei secoli non è solo e non è tanto l’arte e l’ingegno, quanto piuttosto l’umanità. (Donatella Di Cesare, Lo scontro (perdente) tra la sovranità e l’umanità dell’Italia, “Corriere della Sera” 13 giugno 2018).

“…non si può non constatare che il sistema Paese non può andare in panne per 100mila persone, quante sono le persone sbarcate in Italia nel corso di un anno, che si vanno ad aggiungere ad un totale sette o otto volte tanto. In Germania è arrivato un milione di persone nel giro di due anni e il sistema Paese ha retto. Non parliamo poi di altri Paesi, come Libano o Giordania, dove i profughi parliamo di ben altri numeri che rapportati a quelle popolazioni portano a percentuali qui inimmaginabili. L’Italia, un Paese con 60 milioni di abitanti, si inceppa per 100mila persone? Dobbiamo renderci conto del fenomeno e delle sue reali dimensioni, elaborando vere politiche di sistema. C’è una drammatizzazione oggettiva che dipende però anche da una carenza: l’accoglienza non ha saputo affrontare il problema del dopo.” (Intervista a don Mogavero, vescovo: Riccardo Cristiano, Dal dramma migranti alla drammatizzazione. Parla il vescovo Mogavero, www.formiche.net 14.06.18).

E’ del 14 giugno 2018 il testo di un messaggio di papa Francesco inviato al “II colloquio Santa Sede – Messico sulla migrazione internazionale”. In esso il papa richiama “ai valori della giustizia, della solidarietà e della compassione” e ad un cambiamento di mentalità:

“A tal fine, occorre un cambiamento di mentalità: passare dal considerare l’altro come una minaccia alla nostra comodità allo stimarlo come qualcuno che con la sua esperienza di vita e i suoi valori può apportare molto e contribuire alla ricchezza della nostra società. Perciò, l’atteggiamento fondamentale è quello di «andare incontro all’altro, per accoglierlo, conoscerlo e riconoscerlo»”. (…)  Vorrei infine segnalare che nella questione della migrazione non sono in gioco solo numeri, bensì persone, con la loro storia, la loro cultura, i loro sentimenti e le loro aspirazioni. Queste persone, che sono nostri fratelli e sorelle, hanno bisogno di una protezione continua, indipendentemente dal loro status migratorio. I loro diritti fondamentali e la loro dignità devono essere protetti e difesi. Un’attenzione speciale va riservata ai migranti bambini, alle loro famiglie, a quanti sono vittime delle reti del traffico di esseri umani e a quelli che sono sfollati a causa di conflitti, disastri naturali e persecuzioni. Tutti costoro sperano che abbiamo il coraggio di abbattere il muro di quella complicità comoda e muta che aggrava la loro situazione di abbandono e che poniamo su di loro la nostra attenzione, la nostra compassione e la nostra dedizione”.

Ricordo infine alcuni orientamenti su cui impegnare sforzi e progetti per affrontare la complessità di fenomeni che richiederebbero oggi lucidità e responsabilità che sono stati proposti dai missionari italiani: questi sono l’apertura di corridoi umanitari per chi fugge da situazioni drammatiche; l’embargo sulla vendita di armi italiane agli stati africani; una seria politica economica verso questi paesi con forti investimenti, non ai governi, ma alle realtà di base per permettere ai popoli d’Africa di rimettersi in piedi; la sospensione delle nostre politiche predatorie nei confronti dell’Africa, ricchissima di materie prime; la sospensione degli Epa (Accordi di partenariato economico) che la Ue ha imposto ai paesi africani e che creeranno ancora più fame.

Alessandro Cortesi op

90 anni di Gustavo Gutierrez

Gustavo_Gutirrez_Merino_OP_Photo_courtesy_of_Notre_Dame_Matt_Cashore_CNA_5_8_15Gustavo Gutierrez, teologo domenicano, uno dei padri della teologia della liberazione in America Latina, ha compiuto 90 anni il 8 giugno u.s. Qui di seguito il suo saluto ai presenti alla concelebrazione  e un suo testo tratto dalla discussione della sua tesi di dottorato:

“Certamente conoscete una piccola storia che si svolge al corteo di un funerale. Durante il funerale gli amici fanno così tanti elogi al defunto che la vedova dice a suo figlio: vai a vedere se non stiamo seguendo il feretro sbagliato… In questo momento mi sento un po’ quel defunto…

Stasera vari testi dell’Antico Testamento si sono incrociati nella mia testa: sono quelle piccole cose che si trattengono nella lettura e segnano la vita. Sto pensando a Michea 6,8 “ti ha detto” – è veramente questo testo è rivolto a tuta l’umanità – “ti ha detto come fare qualcosa di buono: rispettare la giustizia, amare gli altri e camminare umilmente con il tuo Dio”. Nelle parole di Jorge (P. Jorge Alvarez Calderon, amico d’infanzia di Gustavo che ha tenuto l’omelia ndr) l’altro testo, che si collega a Dio, ‘avere una lingua da discepolo’. Il desiderio di avere una lingua da discepolo: è chiara l’immagine.

Rispettare la giustizia è pienamente messaggio biblico, non è una questione sociale, è un questione cristiana teologica, l’amore per il proprio lavoro e il cammino, quando si raggiunge i 90 anni, uno si rende conto che ha camminato – io personalmente con qualche difficoltà, ma ho camminato -.   “Quella lingua di discepolo”. Vorrei dire un’altra cosa, che ho già detto altre volte: Jorge mi attribuisce il titolo di teologo. La teologia per me è come scrivere una lettera d’amore a Dio, alla Chiesa, di cui faccio parte, alle persone, al popolo di cui faccio parte. Lo avrò fatto bene, non lo so, in modo regolare, non lo so. Dio avrà misericordia, come ama dire Francesco. Sinceramente ho fatto uno sforzo per corrispondere nel camminare, a questa richiesta, a questa indicazione del testo di Michea.

E soprattutto avere una lingua di un discepolo, questo è ciò che siamo tutti noi qui presenti.  Desidero ringraziarvi per la vostra presenza, la mia famiglia qui presente, e tutti voi. L’essere umano non è mai solo, e se è solo non sa più chi è, noi siamo quello che siamo, ci arricchiamo gli uni gli altri nello scambio. Senza amicizia non c’è vita. Questo è un incontro di amicizia davvero. Vorrei ringraziare le persone che hanno inviato molti testi, anche se, come ha detto il padre provinciale, sono troppo lunghi per leggerli tutti e in questo momento, so che andrò a trovare nutrimento da essi. Amici, perché uno è così testardo? Nello sforzo della riflessione teologica, perché questa è amore. Grazie!

******

“Seguire Gesù è ciò che definisce il cristiano. Stando alle fonti bibliche, questo itinerario è un’esperienza comunitaria, poiché è veramente un popolo a mettersi in marcia. I poveri dell’America Latina hanno cominciato a portare avanti la lotta per l’affermazione della loro dignità umana e della loro condizione di figli e figlie di Dio. In tale movimento si realizza un’esperienza spirituale, in altre parole, si presenta qui il luogo e il momento di un incontro col Signore, delineandosi così un cammino al seguito di Gesù Cristo.
Il carattere fontale della sequela Christi è una preoccupazione ormai di vecchia data nella riflessione teologica che si compie in America Latina (perché essa ha coscienza di essere preceduta dall’esperienza spirituale dei cristiani impegnati nel processo di liberazione). Tale inquietudine si è però fatta più urgente e più ricca col precipitare degli avvenimenti di questi ultimi anni. Nel contesto della lotta per la liberazione in funzione dell’amore e della giustizia per tutti, si apre forse in America Latina una via nuova per seguire Gesù. Spiritualità in germe che, per questa stessa ragione, sfugge ancora a un disegno preciso, al tentativo di identificarla e imprigionarla in pochi tratti caratteristici, ma che non per questo è meno reale e promettente”. (Gustavo Gutierrez)

X domenica tempo ordinario – anno B – 2018

IMG_2818.JPGGen 3,9-15; 2Cor 4,15-5,1; Mc 3,20-35

“Porrò inimicizia…” Usando il linguaggio del mito e accogliendo le grandi narrazioni dei popoli vicini, la lettura sapienziale di Israele che si coagula nei primi capitoli del libro di Genesi, mira a presentare sin dal principio la condizione della vita nella storia e l’orizzonte del futuro a cui Dio chiama. Non sono pagine che intendono spiegare le origini del mondo e dell’umanità, sono invece testi di sapienza che presentano una lettura della condizione umana e della vita in vista di scorgere l’orizzonte di una chiamata alla fede nel Dio della liberazione e dell’alleanza.

La condizione umana non è così presentata in modo idealizzato e senza problemi. E’ invece realisticamente descritta come segnata da disarmonie, inimicizie e rotture. Una lettura disincantata della realtà è consapevole della presenza anche del male, dell’orgoglio, della sete di dominio e dell’ingiustizia. Tuttavia l’umanità respira anche di una nostalgia che rinvia ad una armonia di relazioni che è sogno e dono di speranza. Tutto ciò che è male e negatività non è l’ultima parola. La parola costitutiva sull’umanità e sul mondo è invece parola di bellezza e parola di promessa. Nonostante ogni contraddizione non viene meno: la creazione è dono bello di Dio sgorgante dalla comunione e chiamata ad una comunione nuova.

D’altra parte la disarmonia e la rottura sperimentata si attua in diversi ambiti: nei rapporti con la natura che si esprime nell’attitudine di indifferenza e sfruttamento. Nei rapporti con Dio perché l’orgoglio fa venir meno la trasparenza nel rapporto con lui: è la nudità che porta a nascondersi anziché a stare davanti a Lui nella fiducia. E’ rottura ancora nella relazione tra gli esseri umani che vede l’incomprensione, la presa di distanza il venir meno della solidarietà e dello stupore. Così l’altro è accusato e reso colpevole.

Tale situazione di frattura contraddice il desiderio profondo di comunione, di incontro, di comprensione e accoglienza. E permane la nostalgia di un superamento e di un compimento che non può venire da forza umana, né è da ricercare in capacità proprie, ma può confidare in una promessa e si delinea come futuro atteso e verso cui andare. Al cuore del messaggio dei primi capitoli di Genesi sta la realistica comprensione della vita umana e cosmica segnata dal peso di tutto ciò che separa – l’inimicizia – e d’altra parte da un dono che non viene meno: è il dono della creazione stessa come parola di amicizia di Dio, della vita umana come relazione in cui si fa presente l’immagine di Dio amicizia, e la promessa di fedeltà di Dio amico che non viene meno alla sua vicinanza.

“i suoi, sentito questo, uscirono per andare a prenderlo; dicevano infatti: «È fuori di sé».
Gli scribi, che erano scesi da Gerusalemme, dicevano: «Costui è posseduto da Beelzebùl e scaccia i demòni per mezzo del capo dei demòni»

Uno tra gli aspetti che i vangeli sottolineano nella vicenda di Gesù è quello del suo agire in gesti che liberano le persone da tutto ciò che le opprime e rinchiude in situazioni di sofferenza, di male, e di violenza. Gesù opera come guaritore e il contatto con lui per coloro che si accostano con fiducia diviene inizio di una storia nuova, apertura alla relazione, liberazione da forze che legano e tengono come schiavi. Certamente Gesù ha vissuto gesti di guarigione e liberazione e questo ha suscitato la reazione indispettita di chi non accettava la sua offerta di vita e di libertà in termini che ponevano in discussione il sistema religioso e aprivano ad un cammino nuovo, di trasparenza, di attenzione ai piccoli, oltre le appartenenze di chi ragiona secondo le categorie dei ‘nostri’ e dei ‘loro’. I gesti di Gesù provocano a pensare un nuovo modo di concepire le relazioni: non la logica di sistemi chiusi, di una religione in cui prevale l’accento sul ‘mio’ sul rimanere chiusi e condannare gli altri, ma quella che si apre nello scorgere rapporti nuovi in cui l’altro diviene ‘per me fratello sorella e madre…”.

Alessandro Cortesi op

siria-dream

(vignetta di Mauro Biani)

Anestesia delle coscienze

“… non posso fare a meno di rivolgere innanzitutto un ringraziamento al presidente della Repubblica Sergio Mattarella, il quale ha deciso di ricordare l’ottantesimo anniversario dell’emanazione delle leggi razziali, razziste, del 1938 facendo una scelta sorprendente: nominando quale senatrice a vita una vecchia signora, una persona tra le pochissime ancora viventi in Italia che porta sul braccio il numero di Auschwitz.

Porta sul braccio il numero di Auschwitz e ha il compito non solo di ricordare, ma anche di dare, in qualche modo, la parola a coloro che ottant’anni orsono non la ebbero; a quelle migliaia di italiani, 40.000 circa, appartenenti alla piccola minoranza ebraica, che subirono l’umiliazione di essere espulsi dalle scuole, dalle professioni, dalla società, quella persecuzione che preparò la shoah italiana del 1943-1945, che purtroppo fu un crimine anche italiano, del fascismo italiano. Soprattutto, si dovrebbe dare idealmente la parola a quei tanti che, a differenza di me, non sono tornati dai campi di sterminio, che sono stati uccisi per la sola colpa di essere nati, che non hanno tomba, che sono cenere nel vento.

Salvarli dall’oblio non significa soltanto onorare un debito storico verso quei nostri concittadini di allora, ma anche aiutare gli italiani di oggi a respingere la tentazione dell’indifferenza verso le ingiustizie e le sofferenze che ci circondano. A non anestetizzare le coscienze, a essere più vigili, più avvertiti della responsabilità che ciascuno ha verso gli altri. In quei campi di sterminio altre minoranze, oltre agli ebrei, vennero annientate.

Tra queste voglio ricordare oggi gli appartenenti alle popolazioni rom e sinti, che inizialmente suscitarono la nostra invidia di prigioniere perché nelle loro baracche le famiglie erano lasciate unite; ma presto all’invidia seguì l’orrore, perché una notte furono portati tutti al gas e il giorno dopo in quelle baracche vuote regnava un silenzio spettrale. (…)

Mi rifiuto di pensare che oggi la nostra civiltà democratica possa essere sporcata da progetti di leggi speciali contro i popoli nomadi. Se dovesse accadere, mi opporrò con tutte le energie che mi restano”.

E’ questo uno stralcio del discorso di Liliana Segre, senatrice a vita, nella discussione per la fiducia al nuovo governo in Italia il 5 giugno u.s. E’ un discorso che richiama i pericoli insiti in scelte e orientamenti che non riconoscono il proprio stare sulla terra nella comune umanità con altri esseri umani.

Nel panorama europeo e mondiale si affermano voci che richiamano alla sovranità di un popolo identificato con la propria nazione o con gruppi particolari e queste recano con sè in modo consapevole o inconsapevole, nell’indifferenza, oggi la riproposizione di autentici miti, quale quello del possesso della terra – che può facilmente essere decostruito da una anche superficiale lettura storica. La pretesa che la terra su cui si vive sia prorpia, mia o tua, ed esclusiva, in mod da tenere qualcuno fuori della terra, starniero, senza riconoscimento di abitante.

Ma la terra non può esser considerata proprietà esclusiva e pretendere di decidere con chi abitare è la premessa a quello che la storia del 900 ha mostrato essere il piano inclinato che conduce ai campi di internamento e ai campi di concentramento, sino all’eliminazione dell’altro.

Settantacinque anni fa Hannah Arendt, filosofa ebrea tedesca rifugiatasi negli Stati Uniti, scriveva un breve saggio dal titolo ‘Noi profughi’. In esso ricordava la condizione degli ebrei profughi come avanguardia dei popoli ridotti ad essere senza patria senza diritti.

Nel suo scritto più ampio Le origini del totalitarismo descrive il percorso della progressiva perdita a cui si costringono persone e popoli quando si perde di vista la dignità umana: “La disgrazia degli individui senza status giuridico non consiste nell’essere privati della vita, della libertà, del perseguimento della felicità, dell’eguaglianza di fronte alla legge e della libertà di opinione…ma nel non appartenere più ad alcuna comunità di sorta, nel fatto che per essi non esiste più nessuna legge, che nessuno desidera più neppure opprimerli” (H. Arendt, Le Origini del Totalitarismo, Edizioni di Comunità, Milano, 1996, 409). Così si attua il mito della autoctonia. Fino ai campi di internamento e di concentramento.

L’autoctono pretende di poter escludere l’estraneo che arriva lo straniero che giunge da lontano, il diverso da sé. Ma la terra dove si abita è terra dove nessuno può pretendere con chi abitare escludendo altri esseri umani: qualcun altro c’era in precedenza e qualcun altro vi sarà… è terra dell’umanità.

Sta qui una profonda provocazione rivolta alla politica degli stati nazione che si sono strutturati pensando una sovranità che non riconosce i diritti di altri esseri umani a livello globale. E pur affermando in linea teorica i diritti umani di fatto giunge a negarli di fronte a chi è posto nella condizione di ‘apolide’, ‘senza patria’, costretto nella condizione del profugo e del richiedente rifugio.

E’ la sfida che oggi si presenta nel mondo delle migrazioni e dove le esigenze di giustizia sociale e di equità a livello globale dovrebbero suscitare approfondimento lungimirante e progettualità che mantenga chiara la direzione di “respingere la tentazione dell’indifferenza verso le ingiustizie e le sofferenze che ci circondano”.

Commentando il dibattito alle Camere e i discorsi del nuovo presidente del consiglio Giuseppe Conte così scrive Francesco Riccardi: “La «gente chiede il cambiamento», il governo ‘ascolterà i cittadini’ ripete il presidente del Consiglio. (…) Sarebbe significativo, però, se il nuovo governo cominciasse a non essere sordo al grido che si alza dal sangue versato nelle campagne di Gioia Tauro, a quello sommerso dalle acque del Mediterraneo, alle mille ferite delle persone che non sono ‘gente’ eppure hanno bisogno di cambiamento”. (Francesco Riccardi, La visione povera, “Avvenire” 6 giugno 2018)

Alessandro Cortesi op

 

 

 

Solennità del Ss. Corpo e Sangue del Signore – anno B – 2018

33400750_10214864917432403_5116185504219398144_n(Kim En Yoong – Esposizione – Centro ‘O lumen’ – Madrid)

Es 24,3-8; Eb 9,11-15; Mc 14,12-16.22-26

“… Mosè prese il sangue e ne asperse il popolo, dicendo: ‘Ecco il sangue dell’alleanza, che il Signore ha concluso con voi sulla base di tutte queste parole’”. Il sangue di animali, simbolo della vita è effuso in parte sul popolo in parte sull’altare. Il gesto di Mosè che segue alla lettura del libro dell’alleanza viene spiegato dalle parole: ‘quanto il Signore ha ordinato, noi lo faremo e lo eseguiremo’.

E’ un rito con profondo significato simbolico: un’unica corrente di vita (simboleggiata dal sangue) lega la vita del popolo d’Israele e quella di Jahwè (sono aspersi il popolo e l’altare). E’ dono di alleanza ed ha suo fondamento nelle dieci parole. La parola ‘Io sono il tuo Dio’ segna il percorso di un popolo che si affida e si lega: il rito esprime così la consapevolezza che Dio dona il suo amore ed il popolo è chiamato a stare nell’attitudine dell’ascolto, lasciandosi trasformare da quella parola. Ne sorge un impegno: quello che abbiamo ascoltato lo eseguiremo. Il dono di vita accolta, la scoperta della presenza di un Dio vicino e liberatore, deve farsi camino storico, responsabilità per altri, davanti a Dio.

L’ultima cena di Gesù con i discepoli avvenne in un contesto pasquale, una festa ricca di significati che legava la vita delle famiglie in Israele al momento dell’uscita dalla schiavitù paese d’Egitto: ogni generazione diviene partecipe di quell’evento.

Il passaggio dell’angelo di Dio che passando sopra alle case contrassegnate dal sangue dell’agnello libera il popolo schiavo è evento di liberazione: l’agnello, che in quella notte è mangiato prima della partenza, diviene così uno dei segni centrali del rito della Pasqua ebraica. Con il sangue si era compiuta l’uscita dalla schiavitù. La cena nel plenilunio della primavera è memoriale. Gli eventi dell’esodo sono rivissuti in prima persona e riattualizzati. Chi celebra quel rito si scopre coinvolto in una storia di alleanza e di promessa.

Gesù, nel quadro di una cena nei giorni della Pasqua, presenta il pane e il vino e ne fa simboli dell’intera sua esistenza e della sua morte: “mentre mangiavano prese il pane e, pronunciata la benedizione, lo spezzò e lo diede loro, dicendo: ‘Prendete, questo è il mio corpo’. Poi prese il calice e rese grazie, lo diede loro e ne bevvero tutti. E disse: ‘Questo è il mio sangue, il sangue dell’alleanza, versato per molti. In verità vi dico che io non berrò più del frutto della vite fino al giorno in cui lo berrò nuovo nel regno di Dio” (Mc 14,22-25)

La sua esistenza è detta nel pane spezzato e nel vino versato. Le parole della cena esprimono il suo essere per gli altri, il suo modo di intendere la vita come servizio. Le parole sul calice, rinviano all’alleanza del Sinai, simboleggiata nel ‘versare il sangue’. Gesù parla così di alleanza nella sua vita: la sua morte è rivelazione dell’amore del Padre, di comunicazione di vita, fino alla fine.

Il gesto di Gesù, ripetuto in sua memoria è segno di un dono di amicizia. Ed egli in quel contesto dice la sua fiducia oltre la morte e la promessa di un nuovo incontro: ‘non berrò più del frutto della vite fino al giorno in cui lo berrò nuovo nel regno di Dio’ (Mc 14,25). Alla vigilia della sua morte conferma la sua speranza e il suo affidamento alla causa del regno: la sua fiducia è annuncio della risurrezione che rinvia i suoi a seguirlo sulla sua strada e ad intendere la vita come esistenza eucaristica, pane spezzato per gli altri.

Alessandro Cortesi op

1-6

Populismo

“Mosè andò a riferire al popolo tutte le parole del Signore e tutte le norme. Tutto il popolo rispose a una sola voce dicendo: «Tutti i comandamenti che il Signore ha dato, noi li eseguiremo!»” (Es 24,3-8)

“…quanto chiamiamo genericamente ‘populismo’ non è un nuovo (o forse anche vecchio) ‘soggetto politico’ in senso proprio. L’equivalente di un partito politico, un movimento, un ‘attore’, con una propria identità strutturata, una propria matrice organizzativa, una propria cultura politica per detestabile e criticabile che essa sia. Non è un ‘ismo’ come gli altri che abbiamo disseminato nel corso storico della modernità: socialismo, comunismo, liberalismo, fascismo… e con cui ci siamo identificati (per appartenenza) o contro cui abbiamo combattuto (per contrapposizione). E’ un’entità molto più impalpabile e meno identificabile entro specifici confini e involucri. E’ uno stato d’animo. Un mood. La forma informe che assume il disagio e i conati di protesta nelle società sfarinate e lavorate dalla globalizzazione e dalla finanza totale – da ciò che Luciano Gallino ha chiamato il ‘finanzcapitalismo’ – nell’epoca di assenza di voce e di organizzazione” (M.Revelli, Populismo 2.0, Einaudi, 2017,10)

Revelli indica alcune caratteristiche del ‘populismo’, che è fenomeno riscontrabile nella storia del sec XIX e XX in forme diverse e categoria difficile oggi da definire: ne individua i tratti propri nella centralità di riferimento al popolo quale entità pura, compatta e originaria contrapposta a tutto ciò che sta sopra di esso (élites, poteri, caste…) oppure che lo minaccia dall’esterno e sotto di esso (stranieri, immigrati, nomadi…). Un secondo tratto sta nell’idea di un tradimento subito da parte di una oligarchia che ha usurpato il potere e di sfiducia radicale verso una classe dirigente additata come universalmente corrotta, identificata in modo indifferenziato come responsabile del disagio e del malessere sociale. La visione è quella di una lotta del bene contro il male, dove l’ identificazione dei soggetti di male sono facili: gli usurpatori, gli stranieri etc…. Un terzo fattore è indicato nel rovesciamento, con l’utilizzo del linguaggio del cambiamento radicale del cambiare verso, dello scardinare, in breve della rivoluzione per fare il bene del popolo indicato in modo generico e indistinto, oltre le regole e saltando il riferimento a principi fondamentali del convivere (costituzionali), nela rivendicazione di una sorvanità del popolo senza vincoli e delimitazioni.

Molteplici sono le espressioni del populismo che sta dilagando a livello mondiale: dalle elezioni di Trump negli USA a fine 2016 alla campagna per la Brexit nel 2017, all’avanzata delle formazioni xenofobe alle elezioni in Francia e Germania, all’affermazione del nazionalpopulismo di Orban nell’ Ungheria che ha innalzato fili spinati ai confini. Le forme assunte dai vari populismi sono estremamente diverse, tuttavia denominatore comune può essere individuato in un venir meno della democrazia e della rappresentanza. Il populismo attuale appare come una malattia senile della democrazia. E’ segno di un impoverimento che ha toccato soprattutto le classi medie e delle trasformazioni che hanno svuotato il senso del lavoro.

Nel libro di Revelli viene delineato il caso italiano come un caso particolare, segnato dall’affermarsi di varie figure di neo-populismo: Sono esperienze in cui prevale il ruolo del leader che si connota come attore protagonista in un scena teatrale attorniato da claque e fans. Esse vivono di rottura delle mediazioni, con una comunicazione che fa prevalere il rapporto diretto con un pubblico non delimitato come in forme tradizionali di appartenenza e militanza. Enfasi particolare è posta poi sul presentare se stessi come inizio di un cambiamento che ha i tratti del rinnovamento radicale e con promesse iperboliche e non realizzabili. Forme accomunate da rivendicazioni rispetto ad un disagio diffuso, che vivono di seminagione della paura e in cui sono identificati capri espiatori del malessere sociale. Populismo televisivo, populismo del web e dei social, populismo dall’alto e altre varianti analoghe possono essere le forme di una tale situazione in cui si rivendica una sovranità del popolo che peraltro non viene servito ma viene subdolamente utilizzato e viene così asservito, rendendolo massa indistinta, acclamante, tenuta a debita distanza da nuove stanze del potere.

Revelli a conclusione suggerisce brevi osservazioni per contrastare tali fenomeni in diffusione: “Eppure basterebbero forse dei segnali chiari … per disinnescare almeno in parte quelle mine vaganti nella post-democrazia incombente: politiche tendenzialmente redistributive, servizi sociali accessibili, un sistema sanitario non massacrato, una dinamica salariale meno punitiva, politiche meno chiuse al dogma dell’austerità… quello che un tempo si chiamava ‘riformismo’ e che oggi appare ‘rivoluzionario’ “ (ibid. 155)

La sfida che sta davanti a noi oggi è più in profondità nell’orizzonte di far crescere una sensibilità di popolo non come massa indifferenziata utilizzabile secondo slogan di nuove gerarchie dominanti ma come cittadinanza di persone responsabili, capaci di riconoscimento degli altri e del comune impegno a costruire un convivere sociale tenendo conto della complessità delle questioni e di principi di riferimento che orientano le scelte. E’ una prospettiva di alleanza cioè di incontro e di relazione che sta al cuore dell’immagine di un popolo consapevole di responsabilità, proteso alla solidarietà con i più fragili e alla liberazione di chi è vittima d’ingiustizia.

Alessandro Cortesi op

Solennità della Ss. Trinità – anno B – 2018

Spirito-Santo(Dina Figueiredo – Spirito Santo)

Dt 4,32-34.39-40; Rom 8,14-17; Mt 28,16-20

“Sappi dunque oggi e conserva bene nel tuo cuore che il Signore Dio è lassù nei cieli e quaggiù sulla terra; e non ve n’è altro”.

Nell’esperienza della fede di Israele Dio è presenza nascosta e vicina: non è una tra le creature della terra, sta infatti ‘lassù’, luogo del divino, nelle altezze dei cieli, metafora di una dimensione non racchiudibile entro i confini del creato. Nel medesimo tempo si fa vicino ed irrompe nel ‘quaggiù’, nei luoghi della vicenda umana, sulla terra.

Il Dio unico e vicino, è il non dominabile, non racchiudibile. Non sta nelle mani dell’uomo, non è uno tra gli elementi del cosmo. Per questo tutto nel creato viene così sdivinizzato e il mondo è restituito ad essere mondo dell’uomo. Nessuna manifestazione naturale, nessun essere per quanto meraviglioso, nessun uomo o donna possono prendere il posto di Dio. Dio è altro.

Ma il Dio che sta lassù è anche il vicinissimo, E’ presenza che soffia non sopra ma dentro le cose, con il suo spirito che è respiro di vita donata. ascolta il grido del popolo che soffre e scende a liberarlo. è coinvolto nella vita del popolo. Abramo padre dei credenti è l’esempio di chi ha ascoltato una parola interiore, una chiamata di Dio. E così Mosè. Quest’esperienza del cuore, non di uno solo ma di popolo, viene espressa con l’immagine del fuoco che avvolge il roveto e non lo consuma. Un fuoco che arde e non dà morte ma porta vita.

Da lì sorge una storia di incontro che si delinea come amore impegnativo e di relazione. Israele lo esprime nei termini dell’alleanza, un patto di dono e fedeltà: “Interroga pure i tempi antichi, che furono prima di te: dal giorno in cui Dio creò l’uomo sulla terra e da un’estremità dei cieli all’altra, vi fu mai cosa grande come questa e si udì mai cosa simile a questa? Che cioè un popolo abbia udito la voce di Dio parlare dal fuoco come l’hai udita tu, e che rimanesse vivo?”.

I testi biblici non offrono una definizione di Dio ma raccontano l’esperienza di un popolo nell’incontro della fede. Il suo volto si delinea solo in una storia. E’ una storia sospesa, fondata sull’affidamento: la fede è espressa con l’immagine di appoggiarsi su un piccolo appiglio di roccia, una parola accolta nel cuore, una promessa custodita e trasmessa, una stabilità fragile. Israele scopre l’agire di Dio negli eventi della storia. La sua è esperienza non tanto della ricerca umana di Dio, quanto del venire di Dio in cerca dell’uomo. E’ un venire, il suo, che continuamente si ripropone in modi nuovi, e passa per la chiamata di persone che si fanno voce della sua Parola, che annunciano la sua fedeltà, che allargano i confini di un raduno.

Nei vangeli un dato fondamentale del profilo di Gesù è indicato nel suo rapporto con l’Abbà, Dio il padre. Partecipe della fede del suo popolo Gesù, come ebreo vive la fede dei padri. Nella sua vita manifesta la coscienza di un rapporto particolare con l’Abbà: a lui si affida senza riserve. Nella sua preghiera sta la profondità del suo rapporto con Dio. All’Abbà si rivolge nella solitudine e soprattutto nei momenti di scelta e di prova. Si affida a Dio di cui annuncia il regno, come vicinanza che apre senso della vita e salvezza per chi non ha speranza. La sua preghiera respira di una confidenza unica fino al grido sulla croce in cui affida a Dio il suo grido che esprime l’esperienza dell’abbandono. Marco riporta che il centurione vedendolo morire a quel modo, sotto la croce, disse ‘Veramente quest’uomo è Figlio di Dio’. Dopo la Pasqua la comunità riconosce a Gesù i titoli di ‘Figlio’ e Signore.

L’esperienza della prima comunità dopo la pasqua, si può sintetizzare nell’esperienza dello Spirito che fa sentire accolti, figlie e figli: “Tutti quelli che sono guidati dallo Spirito di Dio, costoro sono figli di Dio. E voi non avete ricevuto uno Spirito da schiavi per ricadere nella paura, ma avete ricevuto uno Spirito da figli adottivi per mezzo del quale gridiamo Abbà, Padre. Lo Spirito stesso attesta al nostro Spirito che siamo figli di Dio”.

Dire Abbà non è esito di sforzo umano: è in radice un dono, opera dello Spirito, dono della Pasqua (cfr Gv 20,22). Nello Spirito, lasciando spazio a lui, colui che ricorda tutto quello che Gesù ha detto (cfr. Gv 14,26) e consola (Gv 14,15), la comunità vive l’esperienza di essere coinvolta in un evento di comunione: “Io pregherò il Padre ed egli vi darà un altro Consolatore perché rimanga con voi per sempre… in quel giorno voi saprete che io sono nel Padre e voi in me e io in voi” (cfr. Gv 14,20).

Se il volto di Dio è comunione il volto autentico di ogni persona e dell’umanità stessa è nell’orizzonte della comunione. La comunità di Gesù dovrebbe essere segno e strumento, profezia e annuncio, di tale comunione nel cammino della storia. L’esperienza di vita nelle famiglie, delle comunità umane, dei rapporti tra i popoli, può trovare nel volto di Dio Trinità, una promessa, una chiamata ed un orizzonte di speranza.

Alessandro Cortesi op

Versione 2Dubitare

Pagano: Ti prego, fratello, guidami a capirti quando parli del tuo Dio. Dimmi: che cosa sai del Dio che adori?
        Cristiano: So che tutto ciò che so, non è Dio, e che tutto ciò che concepisco, non gli è somigliante, ma che egli è al di sopra di tutto”.

E’ questo un rapido scambio di battute tra il pagano e il cristiano, protagonisti dell’opera Dialogo tra un pagano e un cristiano di Niccolò Cusano. Filosofo, teologo, vescovo del XV secolo, Cusano, in questo intenso dialogo fa emergere profonde domande ed apre nuovi orizzonti nel pensare Dio stesso. Presenta soprattutto il pericolo insito in ogni pretesa umana di dire Dio e di nominarlo. E’ continuo il rischio di rinchiuderlo in una gabbia che non lascia spazio al suo essere Altro. Il ‘dare il nome’ è sempre indirizzato a piccole cose e di fronte a Dio ogni nome è incapace a disegnarne il profilo. Così Cusano parla di un non sapere riguardo a Dio che tuttavia costituisce la grande e autentica saggezza: è una dotta ignoranza.

“È piccola cosa quella che è nominata. La grandezza di ciò che non può essere concepito, rimane ineffabile”.
 Ineffabile, ma anche sopra ogni nome, oltre.

La grandezza di certi testimoni della fede e del pensiero sta nell’introdurre a domande inquietanti: essi spingono ad uscire da comode certezze e da situazioni acquisite. L’avventura della vita umana forse troppo spesso non ha il coraggio di affacciarsi sugli strapiombi dei grandi interrogativi che fanno percepire la fragilità, l’incertezza, il dubbio. C’è un sottile crinale che non si delinea fuori dei cuori ma li attraversa all’interno, in modi che difficilmente sono giudicabili. Tra questi soprattutto il crinale tra credere e non credere: ognuno reca in sé stesso un non credente e un credente che tra loro si parlano e s’interrogano in un ininterrotto dialogo interiore. E domande inquietanti sorgono. “Il non credente che è in me inquieta il credente che è in me e viceversa» (Carlo Maria Martini).

E’ questa l’attitudine che si ritrova nei cercatori e camminatori su vie di confine, laddove l’ascolto dell’altro pone in questione dati acquisiti:

“La mia fede in Dio è tutta intrisa di dubbi e sento che non potrebbe essere altrimenti, perché credere è affidarsi a ciò che è oltre i propri orizzonti. Trovo spiritualmente esaltante questo affidarmi all’oltre i miei orizzonti, dove le mie certezze si indubbiano e da quelle crepe intravedo l’oltre in cui esisto. Io, dalla fede intrisa di dubbi, provo prossimità con l’ateo dall’ateismo intriso di dubbi. I re magi dovevano proprio essere personaggi così: non riuscivano a negare che quella stella mai vista avesse un senso; d’altra parte non sapevano dove li avrebbe condotti qualora l’avessero seguita”.

Così parla di ‘una fede intrisa di dubbi’ p.Luciano Mazzocchi, sensibile all’incontro di fedi e culture, testimone del dialogo tra vangelo e zen. E così continua suggerendo il movimento del credere come un volare in un cielo che qualsiasi volo non può rinchiudere o comprendere e che pure lo custodisce: “L’uccello gusta di volare dentro il cielo che rimane sempre più ampio del suo volo; lo preferisce a un qualsiasi spazio recintato tutto suo. La fede è gusto religioso del dubbio, vissuto con fiducia, senza indietreggiare. Ma tutto svanisce se il dubbio viene eretto a criterio assoluto: non è più dubbio. Si può fare la farsa di dubitare, mentre non ci si vuole minimamente spostare dal tepore del dubbio. Non ci si vuole mettere in cammino. Perché chi sa dove si può andare a finire! La fede è gaudio esistenziale di esistere “finito” dentro l’”infinito”. Di essere sempre ambedue gli aspetti, senza che uno assorba l’altro. Se il finito assorbe l’infinito, l’infinito cessa di essere infinito mancandogli il finito; e viceversa. L’uccello vola sospeso dentro il vuoto del cielo; il credente cammina immerso nel mistero della vita”.

E’ forse bene ricordare che al dubbio non si oppone il credere, ma la certezza, il sapere. E il credere stesso è popolato di domande, di inquietudini in cui grande è la consapevolezza del non sapere. Il credere non si confonde con una via intellettuale di conoscenza, ma vive di fiducia, nel ‘dire sì’ consegnandosi, di un sapere anche, ma particolare, che proviene dallo sguardo dell’amore. Per questo si mantiene solo nel cammino. Traccia ne è l’esperienza del dono, della cura, dell’amore.

Tiene insieme inquietudine, la fatica del dubbio, come uno stare al bivio, e cammino che si affida continuando a superare l’immobilità. Non si nutre di evidenze ma di intuizione profonda che indica una direzione. Non vive di spiegazioni ma di testimonianza accolta e di promessa. E’ continuamente cercato e atteso nel lasciarsi coinvolgere. E proprio il percorso umano fatto di incontri, di parole scambiate, di silenzi, nell’incapacità di esprimere il segreto delle cose o di trovare parole per dire se stessi, lì è luogo di una ricerca che, affidandosi, rimane sospesa… “Quando lo videro, si prostrarono. Essi però dubitarono…”

Alessandro cortesi op

 

 

Domenica di Pentecoste – anno B – 2018

_MG_2021At 2,1-11; Gal 5,16-25; Gv 15,26-27;16,12-15

Nel IV vangelo lo Spirito Santo è al centro dei discorsi dell’ultima cena, i discorsi di addio. E’ promesso da Gesù come colui che verrà, ed ha i tratti di una presenza personale: prima di lasciare i suoi promette un consolatore, qualcuno che egli stesso manderà. Lo Spirito è in relazione profonda con il Padre, perché ‘procede dal Padre’ e sta anche in relazione con Gesù, il Figlio, perché ne sarà testimone: “Quando verrà il Consolatore, che io vi manderò dal Padre, lo Spirito di verità che procede dal Padre, egli mi renderà testimonianza; e anche voi mi renderete testimonianza perché siete stati con me fin dal principio” (Gv 15,26-27). Il momento del dono dello Spirito è poi presentato nel IV vangelo alla morte di Gesù: dopo aver amato i suoi fino alla fine dopo che tutto è stato compiuto, ‘consegnò lo Spirito’, dono della sua presenza di comunione.

Il consolatore (colui che è ‘chiamato vicino’, il ‘paraclito’) porta aiuto, sta accanto, sostiene. E’ Gesù innanzitutto il consolatore, ma, prima di lasciare i suoi, annuncia loro il venire di ‘un altro consolatore’. Lo Spirito assume i tratti di presenza vicina come di chi sta accanto e accompagna e insegna e ricorda nel tempo dell’assenza di Gesù: “vi suggerirà ciò che dovrete dire”. La sua presenza avrà anche i tratti della guida: “vi guiderà alla verità tutta intera”. Lo Spirito viene così presentato come presenza silenziosa, vicina nell’intimità, non delimitabile, ma capace di donare forza nel cammino. Sta accanto nel momento della prova, nella fatica della testimonianza. Raduna la comunità chiamata a riconoscere e vedere l’amore di Gesù e a continuarlo nelle relazioni reciproche.

Lo Spirito guida verso l’altro da sé: accompagna ad incontrare Gesù Risorto, la verità tutta intera. Gesù, via verità e vita, non s’identifica con una dottrina da conoscere ma è presenza da incontrare. Lo Spirito avrà il compito di introdurre in quel ‘rimanere in’ Gesù, che per il IV vangelo è il senso della vita di chi lo segue, dei discepoli chiamati alla comunione e alla testimonianza. Così pure lo Spirito sarà guida all’incontro con la presenza di Gesù risorto che è ancora e sempre scoperta a cui aprire il cuore e mai conquista, possesso o privilegio: “Quando però verrà lo Spirito di verità, egli vi guiderà alla verità tutta intera, perché non parlerà da sé, ma dirà tutto ciò che avrà udito e vi annunzierà le cose future. Egli mi glorificherà perché prenderà del mio e ve l’annunzierà”. Aprirà un futuro da attendere e verso cui vivere nella fedeltà al presente.

Lo Spirito reca anche i tratti della comunione e dell’amore. Accoglie tutto dal Padre, e introduce nella vita in cui il Figlio condivide tutto con il Padre: “Tutto quello che il Padre possiede è mio, per questo vi ho detto che prenderà del mio e ve l’annunzierà” (Gv 16,15).

Il dono dello Spirito genera una vita nuova: è la vita di chi si apre alla accoglienza dello Spirito e cammina nella libertà e nel dono di sé.

C’è nella vita la possibilità di un orientamento secondo il proprio egoismo, nella preoccupazione solo del proprio interesse e nella dimenticanza degli altri: scrivendo ai Galati, Paolo, con l’espressione ‘legge della carne’, indica una vita piegata nell’egoismo. In questi termini denuncia una vita che non fa proprio lo sguardo del povero, che non guarda agli altri e per questo si intristisce. Alla legge della carne espressione dell’egoismo Paolo oppone la ‘legge dello Spirito’ e ne indica i frutti. Sono i segni di una vita aperta alla relazione, all’accoglienza, a non voler primeggiare e aggredire: “…amore, gioia, pace, pazienza, benevolenza, bontà, fedeltà, mitezza, dono di sé”. Sono questi i segni di una vita buona, sono i frutti dello Spirito. Lo Spirito agisce e trasforma l’interiorità e suscita azioni capaci di coraggio e di testimonianza. La sua azione è forza (dynamis) che fa ‘camminare’: Paolo delinea così a vita del credente come un camminare secondo lo Spirito.

Alessandro Cortesi op

31895269_1574165299378645_3405374780386312192_n

Politica

Viviamo un tempo nel quale si sperimenta una profonda crisi della partecipazione e dell’impegno politico. A diversi livelli si avverte lo sfrangiarsi dei legami sociali, le lotte tra gruppi di interesse e di potere, il dominio dei potentati della finanza che hanno svuotato la dignità del lavoro, il prevalere di logiche di violenza e guerra. In un tempo di individualismo sperimentiamo la fragilità a cui è esposta la convivenza sociale.

Ogni giorno è da recuperare il senso di responsabilità verso l’altro e se questo non è compiuto, antichi fantasmi si riaffacciano, i fantasmi della prevaricazione dei forti sui deboli, del razzismo che esclude e divide le persone, dei metodi violenti di imposizione e intimidazione di stampo fascista.

Porsi l’interrogativo su Spirito e politica è forse non questione da ingenui e sognatori. C’è un soffio dello Spirito da accogliere proprio in un contesto in cui drammaticamente si sperimenta ciò che contrasta i frutti dello Spirito: amore, gioia, pace, pazienza, benevolenza, bontà, fedeltà, mitezza, dono di sé…

Sono molteplici e quotidiani i segni che contraddicono il soffio dello Spirito, quel soffio che pur è presente nella storia e nei cuori come sete di giustizia, attesa di pace e che ritorna prepotente a farsi sentire nel grido delle vittime: sono i segni della violenza, delle oppressioni, del non riconoscimento dell’altro.

L’impegno politico oggi non può essere inteso come limitato ad ambiti ristretti. Appare sempre più come dimensione che dovrebbe segnare la vita dei singoli e delle comunità sociali. Che senso ha fare politica oggi? Gianrico Carofiglio in un’intervista con Jacopo Rosatelli (edita dalle edizioni gruppo Abele, 2018) riflettendo sulle questioni relative a politica e verità, suggerisce una bella immagine:

“La politica è un impegno qui e ora, oltre le chiacchere e i proclami. E’ fare i conti con le cose come sono davvero. E spesso non sono belle, lineari e pulite come le vorremmo. Ci si può inzaccherare, sì. Ma come si sporcano di fango gli stivali dei volontari che intervengono nelle alluvioni che ciclicamente investono porzioni del nostro territorio devastato dal dissesto idrogeologico. Bisogna stare nel fango, a volte, per aiutare gli altri ad uscirne. Oggi fare politica nel nostro Paese vuol dire molto speso avere i piedi nel fango, in contesti difficili, dove la realtà sfugge a schemi ideologici troppo rigidi: può non piacere, ma se si vuole incidere davvero sulle cose per migliorarle, bisogna averne piena consapevolezza. Da sola l’alternativa della ‘testa fra le nuvole’ non funziona” (p.90)

La capacità di trasmettere emozioni, la capacità di uno sguardo in lontananza non appiattito sul presente e sull’esito dei sondaggi, lo sguardo lungo sul futuro e la consapevolezza del passato, la pazienza nell’operare cambiamenti che non sono frutto del tutto e subito, ma lenta disposizione di spostamenti di tasselli, la radicalità nei principi insieme ad un’attitudine di realismo nel confrontarsi con la prassi. Sono queste alcune delle caratteristiche che vengono elencate, insieme ad un netto contrasto della ormai diffusa esaltazione della genericità e dell’incompetenza, quali proprie di un impegno politico che interpreti oggi la sete di giustizia di fronte alle eclatanti iniquità e ingiustizie. Chi s’impegna per gli altri risponde ad una esigenza di orientamento verso valori per difendere chi non ha voce.

Nella crisi della politica oggi è presente una chiamata dello Spirito che spinge alla relazione oltre ogni egoismo e suscita doni diversi e molteplici perché siano posti a servizio di una costruzione comune.

Alessandro Cortesi op

Invocazioni allo Spirito (di don Tonino Bello)

Spirito di Dio, che agli inizi della creazione ti libravi sugli abissi dell’universo, e trasformavi in sorriso di bellezza il grande sbadiglio delle cose, scendi ancora sulla terra e donale il brivido dei cominciamenti. Questo mondo che invecchia, sfioralo con l’ala della tua gloria. Dissipa le sue rughe. Fascia le ferite che l’egoismo sfrenato degli uomini ha tracciato sulla sua pelle. Mitiga con l’olio della tenerezza le arsure della sua crosta. Restituiscile il manto dell’antico splendore, che le nostre violenze le hanno strappato, e riversale sulle carni inaridite anfore di profumi. Permea tutte le cose, e possiedine il cuore. Facci percepire la tua dolente presenza nel gemito delle foreste divelte, nell’urlo dei mari inquinati, nel pianto dei torrenti inariditi, nella viscida desolazione delle spiagge di bitume. Restituiscici al gaudio dei primordi. Riversati senza misura su tutte le nostre afflizioni. Librati ancora sul nostro vecchio mondo in pericolo. E il deserto, finalmente, ridiventerà giardino, e nel giardino fiorirà l’albero della giustizia e frutto della giustizia sarà la pace.

Spirito Santo, che riempivi di luce i Profeti e accendevi parole di fuoco sulla loro bocca, torna a parlarci con accenti di speranza. Frantuma la corazza della nostra assuefazione all’esili. Ridestaci nel cuore nostalgie di patrie perdute. Dissipa le nostre paure. Scuotici dall’omertà. Liberaci dalla tristezza di non saperci più indignare per i soprusi consumati sui poveri. E preservaci dalla tragedia di dover riconoscere che le prime officine della violenza e della ingiustizia sono ospitate nei nostri cuori. Donaci la gioia di capire che Tu non parli solo dai microfoni delle nostre Chiese. Che nessuno può menar vanto di possederti. E che, se i semi del Verbo sono diffusi in tutte le aiuole, è anche vero che i tuoi gemiti si esprimono nelle lacrime dei maomettani e nelle verità dei buddisti, negli amori degli indù e nel sorriso degli idolatri, nelle parole buone dei pagani e nella rettitudine degli atei.

Spirito Santo, che hai invaso l’anima di Maria per offrici la prima campionatura di come un giorno avresti invaso la Chiesa e collocato nei tuoi perimetri il tuo nuovo domicilio, rendici capaci di esultanza. Donaci il gusto di sentirci “estroversi”. Rivolti cioè, verso il mondo, che non è una specie di Chiesa mancata, ma l’oggetto ultimo di quell’incontenibile amore per il quale la Chiesa stessa è stata costruita. Se dobbiamo attraversare i mari che ci separano dalle altre culture, soffia nelle vele, perché, sciolte le gomene che ci legano agli ormeggi del nostro piccolo mondo antico, un più generoso impegno missionario ci solleciti a partire. Se dobbiamo camminare sull’asciutto, mettici le ali ai piedi perché, come Maria, raggiungiamo in fretta la città. La città terrena, Che tu ami appassionatamente. Che non è il ripostiglio dei rifiuti, ma il partner con cui dobbiamo “agonizzare” perché giunga a compimento l’opera della Redenzione.(…)

 

Ascensione del Signore – anno B – 2018

IMG_2872.jpgAt 1,1-11; Ef 1,17-23; Mc 16,15-20

“perché state a guardare il cielo? … tornerà un giorno” (At 1,11) al cuore della fede fondata sulla Pasqua c’è una assenza e una nostalgia. Attesa di ritorno: tornerà… Non si incontra più Gesù come prima. E’ possibile custodire la sua promessa e l’esperienza d’incontro con lui può continuare in modo nuovo, nel modo dell’attesa, nella vita della comunità, nei segni da lui lasciati, nello sxogere l’operare dello Spirito.

Gli apostoli chiedono di ‘conoscere i tempi e i momenti’: è curiosità di prevedere il futuro. Gesù invita a non dare spazio a questa vana curiosità che impedisce di cogliere le cose più importanti. E’ inutile sprecare energie in questo sforzo. Piuttosto lo sguardo va orientato in altra direzione, al presente. Sin d’ora è vicino in modo nuovo. L’attitudine richiesta è quella dell’attesa, ‘attendere che si adempia la promessa del Padre’ e ricevere la forza dello Spirito. La promessa del Padre è per l’umanità, per poter partecipare alla vita in Cristo: l’essere immersi (battezzati) nello Spirito Santo e ricevere da lui forza.

Lo Spirito è il dono di Cristo risorto. Dopo la Pasqua l’incontro con Gesù può avvenire per opera dello Spirito, nella sua forza. La sua presenza è reale tra noi e nel contempo è interiore e coinvolge l’intimo delle persone. ‘Una nube lo sottrasse al loro sguardo’: la nube è simbolo della penombra dello Spirito, che copre e rivela. Gesù è nella vita di Dio. Il suo ‘spazio’ è altro rispetto allo spazio e al tempo in cui Gesù ha vissuto la sua vita terrena. Ma la sua presenza continua, si rende vicina nell’interiorità e si fa vicina nei segni che ci ha lasciato: lo Spirito accompagna ad incontrarlo nella fede e rende testimoni della sua risurrezione. D’ora in poi l’incontro con Gesù sarà vissuto nell’incontro con qualcuno che in forza dell’agire dello Spirito, testimonia di Gesù, lo racconta e cammina sui suoi passi: ‘voi mi sarete testimoni’.

“Andate in tutto il mondo e predicate il vangelo ad ogni creatura…”. Gesù invia i suoi a continuare l’annuncio della bella notizia del ‘regno’ (cfr Mc 1,12) a offrire segni di liberazione e di novità di vita (Mc 1,32-34). Ed essi fanno l’esperienza di un agire che li precede e li accompagna e che non dalla loro forza ma dalla presenza del Signore si attua la comunicazione del vangelo: “Allora essi partirono e predicarono dappertutto, mentre il Signore operava insieme con loro e confermava la parola con i prodigi che l’accompagnavano”.

I segni accompagnano la parola e dicono che la morte non è l’ultima parola. Gesù non lascia la sua chiesa dona lo Spirito, presenza-dono che conduce ad entrare nella relazione di amore del Padre e del Figlio. Anche la comunità vive questa fondamentale chiamata, la vocazione ad essere segno della comunione del Padre del Figlio e dello Spirito. E’ vita nuova: i diversi doni, che provengono dallo Spirito, recano in sè la spinta ad essere messi a servizio per la comunione. Le differenze non vanno eliminate, ignorate, sopresse ma vi può essere condivisione di doni e servizi, segno della vita trinitaria. Unità di relazione in cui l’essere-con si fa essere-per e si può abitare nella reciprocità dell’amicizia.

Ascensione non è festa del distacco ma di una gioia diversa per un incontro nuovo con Cristo. Il Padre ha detto sì alla vita di Gesù e la sua umanità è principio di comunione. Vivere l’inconro con Gesù nel sentire la sua mancanza è esperienza di fede nel Dio di cui si avverte la mancanza. La preghiera stessa rimane domanda sospesa, senza risposta, ma anche rivolta come grido che non lascia che l’attesa venga meno.

Alessandro Cortesi op

8405822-sfondo-astratto-mani-colorate.jpg

Lingue nuove

Lingue nuove sono le lingue diverse dei popoli. Parlare lingue nuove è esito di apertura a scorgere che la propria lingua non è senza legami con altre lingue diverse. E’ passaggio per superare lo sconforto dell’incapacità di comunicare. Parlare lingue nuove passa attraverso la fatica dell’accostarsi ad altri mondi, e si costruisce nell’apprendimento ad incontrare ascoltando e tessendo rapporti.

La possibilità di parlare lingue nuove è attraversamento che si attua nel tradurre le parole della propria lingua madre in parole altre. Nella traduzione l’estraneo si fa riconoscibile nei tratti del suo volto e diviene familiare, si costruiscono ponti che consentono avvicinamento e comprensione.

E’ stato soprattutto il filosofo Paul Ricoeur ad approfondire il paradigma della traduzione come via per affrontare la sfida dell’incontro con l’altro, per aprire vie di comunicazione nel mondo del pluralismo e per incontrare lo straniero, senza far venir meno la diversità, accettandola, e rendendola luogo di un riconoscimento possibile. Apprendere a parlare lingue nuove conduce a scoprire che le lingue umane non sono sistemi impermeabili e chiusi, ma sono come case aperte con porte e finestre che consentono passaggi e visite. Percorsi mai compiuti definitivamente e sempre da intraprendere di nuovo. Percorsi che accompagnano a riconoscere l’altro, ma anche a comprendere e riconoscere in modi nuovi la propria in lingua, la propria esistenza.

E’ possibile allora camminare verso quella che Paul Ricoeur indica come ospitalità linguistica?

“Ospitalità linguistica quindi, ove al piacere di abitare la lingua dell’altro corrisponde il piacere di ricevere presso sé, nella propria dimora di accoglienza, la parola dello straniero» (P.Ricoeur, La traduzione. Una sfida etica, Morcelliana, Brescia 2002, 50)

Tale ospitalità è orizzonte da ricercare continuamente ed implica la fatica della traduzione, scoprendo che la propria lingua è importante quale casa aperta ad accogliere, e nel contempo è anche importante la lingua dell’altro nella diversità. Solamente da tale intuizione può avere inizio l’avventura del parlare lingue nuove, di cercare di tradurre.

E’ veramente l’opposto dell’irrigidimento che chiude e rende impermeabili ad ogni comunicazione. E’ il contrario dei diktat che pretendono di parlare e intendere un’unica lingua che diviene lingua del potere e della violenza, è l’opposto del rifiuto del dialogo possibile che tanto segna il nostro quotidiano e lo tinge di intolleranza e di rifiuto degli altri.

“Tradurre significa rendere giustizia allo straniero, significa instaurare la giusta distanza da un insieme di linguaggio all’altro. La tua lingua è altrettanto importante della mia. È la formula dell’equità-uguaglianza. La formula della diversità riconosciuta” (P. Ricœur, Il Giusto, vol. 2, Effatà, Cantalupa (To) 2007, 51).

Imparare a tradurre diviene via per aprirsi ad un modo di tare insieme in cui il discorso tra le persone possa essere uno e nel medesimo tempo plurale. E’ esperienza che può aprire la via a maturare un orizzonte di impegno e di vita insieme, “un’etica della ospitalità linguistica e della convivialità” (D.Iervolino, Per una filosofia della traduzione, Morcelliana Brescia 2008, 125).

La diversità delle lingue è la babele di un mondo in cui chi parla in modi diversi non è capace d’intendersi, ma è anche la babele in cui i diversi accenti e suoni suscitano la curiosità dell’incontro, segnano così la benedizione di una umanità plurale, che si scopre chiamata a camminare insieme imparando a parlare lingue nuove. “Nella benedizione di Babele, dunque, è già prefigurato (…) il kerygma pentecostale del dono delle lingue, annuncio di una umanità riconciliata nel riconoscimento delle diversità” (D. Jervolino, Per una filosofia della traduzione, 119)

Alessandro Cortesi op

 

 

VI domenica di Pasqua – anno B – 2018

Versione 2At 10,1-48; 1Gv 4,7-10; Gv 15,9-17

“Pietro stava ancora dicendo queste cose, quando lo Spirito Santo scese sopra tutti coloro che ascoltavano il discorso. E i fedeli circoncisi, che erano venuti con Pietro, si meravigliarono che anche sopra i pagani si effondesse il dono dello Spirito Santo”

Non di conversione di Cornelio si tratta. Piuttosto di conversione di Pietro. Ed è provocazione anche per noi ad un cambiamento di orizzonte per il nostro credere.

Un racconto affascinante è situato nel libro degli Atti, là dove l’attenzione si focalizza sul cammino di Pietro: narra di un cambiamento e di un’apertura e respira di quell’aria nuova che entra da finestre spalancate. Dove soffia lo Spirito.

Tutto inizia con due visioni in due luoghi diversi. A Cesarea, Cornelio, ufficiale dell’esercito romano, uomo religioso è spinto ad inviare suoi uomini per invitare a casa sua un certo Simone. Anche Simone (Pietro) a Giaffa ha una visione: una grande tovaglia ripiena di ogni genere di cibi gli è presentata innanzi con tanti cibi: “Non devi considerare impuro quello che Dio ha dichiarato puro”. Mentre cercava di capire il significato di quel sogno – segno di una chiamata di Dio ad uscire dai suoi schemi religiosi – giungoro gli inviati da parte di Cornelio. Pietro accoglie, pur con qualche resistenza, l’invito e li fa entrare e li ospita. E’ lo Spirito che ha spinto Cornelio ed è lo Spirito che invia Pietro: ‘alzati e và con loro senza paura, perché li ho mandati io da te’. E’ lo Spirito che apre ad ospitare l’altro nella propria casa.

Così Pietro si reca a Cesarea ed entra nella casa di un pagano. Qui la sua vita si apre ad una scoperta nuova. Cornelio lo accoglie andandogli incontro. Pietro si lascia prendere dalla novità di Dio: in quell’esperienza d’incontro lo ha infatti accompagnato ad un nuovo modo di concepire la vita: non si deve evitare nessun uomo come impuro. In ogni volto che vive la ricerca e l’incontro c’è un messaggio di Dio stesso.

Pietro parla così di Gesù e lo Spirito scende. L’intera vicenda è guidata dallo Spirito. Negli incontri ordinari è all’opera lo Spirito santo, per vie non programmabili e non racchiudibili entro schemi prefissati. Discepolo è chi si mette in ascolto di ciò che lo Spirito suggerisce. Dio non fa preferenze, non genera esclusioni, il suo progetto non è quello di appartenenze religiose che tengono fuori.

L’episodio è così il racconto di due cambiamenti. C’è quello di Cornelio che scopre Gesù scorgendo nel suo cammino umano il dono di Dio, già presente nella sua ricerca e nella sua vita. E c’è quello di Pietro. La sua conversione è esempio di una chiamata continua per la chiesa stessa. Nell’andare incontro, nel dialogare, nel superare la distanza e la diffidenza, si può scoprire l’agire dello Spirito che sempre precede, spinge ad uscire, fa scoprire l’ospitalità da offrire e ricevere. L’annuncio del vangelo non può essere racchiuso entro confini di privilegi né in una religione fatta di prescrizioni e di decreti. Tra queste conversioni si situa il nostro cammino anche oggi.

‘Vi ho chiamati amici’. E’ l’ultima parola che Gesù lascia ai suoi. Quasi una definizione di cosa vorrebbe per la sua comunità: una comunità dove l’amicizia sia possibile, dono e quotidianità. L’amicizia è andare oltre i confini, uscire dai territori stabiliti, di appartenenze a gruppi, a popoli, a culture determinate, a religioni che si fanno sistemi che rinchiudono. Amicizia è parola che evoca percorsi aperti, un guardare gli altri non dal piedistallo di una pretesa superiorità, ma lo scendere da cavallo, da prestigio e potere per guardare negli occhi e riconoscersi specchiati nello sguardo dell’altro, inermi e partecipi del medesimo destino, con ele medesime domande nel cuore. Amicizia è non progettare una società di padroni e servi, ma relazioni in cui vi è riconoscimento e comprensione. Amico è parola che accoglie e costruisce intimità, conoscenza di chi comprende fragilità e fatiche. Gesù chiama i suoi con la parola impegnativa ‘amici’ e chiede loro di uscire dalla mentalità dei servi, per camminare nella libertà di chi si sa accolto.

Alessandro Cortesi op

IMG_3021.JPG

Amicizia

Una poesia di don Angelo Casati, a cocnlusione di una intensa meditazione sull’amicizia, è invito a scorgere i volti degli amici come terra sacra. Quei volti recano in se stessi anche un motivo per sperare, per procedere nel cammino. Amicizia è nostalgia presente nei cuori, ed è esperienza umana che fa intravedere luce. E’ come fessura attraverso cui passa ciò che pur rimane nascosto, dentro e sempre oltre. L’esperienza degli amici è racconto nella condivisione e nel tempo, dell’incontro con il maestro che chiamava i suoi ‘amici’. I volti degli amici non sono i volti noti e famosi, nemmeno possono essere quelli innumerevoli accumulati nelle reti ‘social’ dove ‘amicizia’ diventa parola svuotata e banale. Sono invece i volti familiari, quelli concreti, che attraversano il tempo della vita, che popolano le giornate ordinarie di chi fatica, ama, lavora e soffre, di chi si lascia abitare dai sentimenti dei semplici.

I volti degli amici
sono come Terra Promessa:
pochi metri
di zolla nera e feconda
che conosco palmo a palmo,
come il ramificarsi
delle vene su una mano.

I volti dei miei amici
sono come lo specchio del tempo.
Li interrogo in silenzio la sera:
negli occhi s’è fissata
e ancora vive, tutta,
l’avventura di un giorno:
ancora inseguono
scomode immagini,
come mozziconi
che nessuno osa spegnere
in ceneri di indifferenza.
Dilaga nella piega
degli occhi
la lotta dei disperati,
l’amore dei folli,
questo nostro sperare
contro ogni speranza.

Sui volti dei miei amici
ripercorro ogni giorno
il sentiero inquieto
delle nostre domande
senza risposta.

Unica certezza
-tra sabbie e deserti
di scelte provvisorie-
il Cristo Presenza e Assenza,
vicino come la carne
di uno sposo,
e atteso nella notte
con fiaccole
che faticano al vento
quasi fossero
sul punto di morire.

E noi, amici?
Noi chiamati
a rischiare la notte,
a decidere al buio
-quando fioca è la luce-
per un cammino o per l’altro.
Perché non parli, o Signore?

Nostra nuova condizione
è non sapere e sperare
contro ogni speranza.
Volti dei miei amici
volti senza presunzione,
immagine
della speranza dei folli.
Volti dei miei amici,
la terra del domani. 

(Angelo Casati)

Navigazione articolo