la parola cresceva

commenti alla Parola della domenica e riflessioni

XXXIII domenica tempo ordinario – anno C – 2019

IMG_6005.JPGMal 3,19-20; 2Tess 3,7-12; Lc 21,5-19

Il nome ‘Malachia’ significa ‘mio messaggero’, com’è indicato nel libro profetico: “ecco manderò il mio messaggero” (Mal 3,1). Il libro è composto di sei annunci che richiamano l’esigenza di Dio: è presentata innanzitutto una polemica contro il culto praticato dai sacerdoti in Israele (1,6-2,9) mentre si offre una lettura positiva dell’atteggiamento dei pagani che riconoscono il nome del Dio del cielo: “dall’oriente e dall’occidente grande è il mio nome tra le genti” (1,11).

Forse Malachia rappresenta una tradizione aperta ad accogliere stranieri nel popolo di Dio se essi riconoscono il Dio d’Israele, in polemica con una spiritualità di esclusione degli stranieri – come ad esempio Esdra (Esd 7). Malachia faceva proprio l’attitudine del terzo Isaia: “Gli stranieri che hanno aderito al Signore per servirlo, e per amare il nome del Signore, e per essere suoi servi, … li condurrò sul mio monte santo e li colmerò di gioia nella mia casa di preghiera… perché il mio tempio si chiamerà casa di preghiera per tutti i popoli” (Is 56,6-7). Il tempio, segno della presenza di Dio in mezzo al suo popolo, non è interpretato come segno di esclusione ma di riconciliazione e accoglienza.

Nell’ultimo capitolo del libro Malachia annuncia l’attesa di un ‘giorno del Signore’. Verrà insieme ad un messaggero che prepara la via, identificato con la figura di Elia. Nella tradizione ebraica infatti il profeta Elia non era morto ma era stato trasferito in cielo (2Re 2,11) e sarebbe un giorno ritornato per accompagnare il popolo a prepararsi alla venuta di Dio: ‘ecco io invierò il profeta Elia prima che giunga il giorno grande e terribile’ (Mal 3,23).

Malachia descrive il ‘giorno del Signore’ come momento di giudizio e di condanna del male con le immagini del fuoco ardente e della paglia consumata. Dio stesso sarà ‘testimone pronto contro gli incantatori, contro gli adulteri, contro gli spergiuri, contro chi froda il salario all’operaio, contro gli oppressori della vedova dell’orfano e contro chi fa torto al forestiero” (Mal 3,5). Per contro la gioia pervade coloro che sono i ‘cultori del nome di Dio’: per essi ‘sorgerà il sole di giustizia con raggi benefici e voi uscirete saltellanti come vitelli di stalla’ (Mal 3,20).

Questi riferimenti al giorno del Signore sono lo sfondo in cui comprendere i discorsi di Gesù a Gerusalemme, nell’area del tempio: ‘Verranno giorni in cui di tutto quello che ammirate non resterà pietra su pietra che non venga distrutta” (Lc 21,6). Queste parole suscitano una domanda: ‘quando accadrà questo e quale sarà il segno che ciò sta per compiersi?” (Lc 21,7).

Di fronte alla distruzione del tempio per opera dell’esercito di Roma nell’anno 70 la comunità di Luca ricordava l’invito di Gesù: ‘quando sentirete parlare di guerre e rivoluzioni non terrorizzatevi… non sarà subito la fine”. Rispondendo alla ricerca di segni e rassicurazioni Gesù presenta l’esigenza di superare una curiosità tesa ad un dominio magico del futuro.

Invita per contro a vivere la vigilanza, ad assumere responsabilità nel tempo per attuare un impegno concreto nel presente. Suggerisce di operare scelte in una prassi che segua il suo cammino e il suo stile. Prove e persecuzioni non devono immobilizzare e rendere soggiogati alla paura, ma sono occasioni per la testimonianza. Gesù indica di vivere sin dal presente l’affidamento allo Spirito e la testimonianza di lui. Fondandosi sulla sua promessa: “Nemmeno un capello del vostro capo perirà. Con la perseveranza salverete le vostre anime”.

Alessandro Cortesi op

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Paure populismi: ‘non siamo d’accordo’

Anche le ultime elezioni in Spagna hanno indicato una rilevante affermazione di un partito di estrema destra, con orientamenti xenofobi e anti immigrazione, di opposizione al femminismo, di stampo populista di destra con riferimenti al franchismo.

E’ un fenomeno diffuso in vari paesi d’Europa l’ascesa di partiti populisti, di diversa matrice, in particolare di destra, che stanno promuovendo il loro successo con un’opera capillare di promozione della paura condotta con mezzi ambigui e seducenti, con  campagne di fake news nei social media e distribuendo promesse irrealizzabili fomentando il razzismo e la lotta tra i poveri. In un tempo di incertezze diffuse, di complessità e di crisi economica tale propaganda trova terreno fertile per affermare le sue forme di strumentalizzazione e dominio.

L’ascesa del populismo si manifesta in particolare nell’attitudine di esclusione di chi non appartiene ad una tradizione culturale, religiosa, etnica o di genere. Riassumibile nel grido ‘Prima di tutto i nostri’, è un messaggio rivolto a far sentire ‘popolo’ coloro che appartengono ad un ambito sociale determinato, ad una parte solamente che viene ad essere presentata come voce del tutto, ad una identità spesso mitica e costruita in modo semplicistico. Questi, i ‘nostri’, sono ritenuti detentori di un privilegio di proprietà sulla terra, sulla cultura, alimentandosi del mito di una identità fissa e senza l’altro e dell’autoctonia, dell’essere ‘padroni a casa nostra’.

Sono molte le paure diffuse in un’epoca in cui il mondo è divenuto più piccolo, ed ha interrelato i popoli in forme nuove, trasformando il mondo del lavoro, generando nuove povertà e ponendo in crisi i meccanismi della democrazia.

I vescovi cattolici tedeschi si sono interrogati recentemente sulla sfida del populismo oggi presente a livello non solo della società  ma anche nelle comunità ecclesiali in cui tante persone in nome della difesa della tradizione assumono atteggiamenti che sono pienamente contro il vangelo. E’ una presa di posizione autorevole di un episcopato, su questioni in cui spesso le gerarchie preferiscono un silenzio imbarazzato, o, come nel caso italiano, vedono voci autorevoli assecondare e difendere le forme del populismo nostrano.  Come ha osservato Sergio Tanzarella (in “Adista” 16.11.2019) rispondendo all’intervista al card. Ruini: “Lei non può ignorare che per un cristiano impegnato in politica lo spazio pubblico si occupa non con il crocifisso di legno o con i rosari ma con politiche che si fanno carico dei crocifissi di carne, quegli stessi che Salvini e i suoi seguaci, e purtroppo non solo loro (veda Minniti), hanno fatto annegare nel Mediterraneo o permettono che vengano reclusi nei lager libici”. Per questo può essere importante  dare ascolto al documento tedesco del 25 giugno 2019 intitolato Resistere al populismo. Esso inizia con una serie di domande:

“Ci sentiamo sfidati dall’ascesa del populismo nella nostra società. Per alcuni è un termine troppo diffuso  per descrivere un fenomeno molto confuso. Gli uni vedono un populismo di sinistra, altri un populismo di destra; altri ancora deplorano un populismo di centro che si sta diffondendo perfino nei grandi partiti tradizionali del nostro paese. E altri si chiedono: che cosa c’è nel populismo di sconveniente e criticabile? Populismo non vuol dire forse una particolare vicinanza al popolo? E cosa ci sarebbe da dire in contrario se i populisti fanno molta attenzione alle persone, colgono le loro preoccupazioni e i bisogni perché trovino ascolto nella politica e nella società?”

I vescovi tedeschi delineano poi chiaramente il profilo di un populismo minaccioso che esclude e diviene una minaccia concreta soprattutto contro coloro che in qualche modo sono ‘altri’, in particolare contro i migranti e contro chi attua nei loro confronti atteggiamenti di accoglienza e cura.

“Il populismo che ci sfida manifesta quotidianamente il suo volto minaccioso quando, in nome di una «tradizione della cultura tedesca» o di una «difesa delle tradizioni regionali», mette l’accento sull’esclusività e perciò sull’esclusione di tutti coloro che non appartengono a noi da sempre. In questo modo finiscono con l’essere conculcati i diritti di tutti agli altri. L’egoismo nazionale si espande. Gli stati e le regioni del mondo si allontanano tra di loro. «Prima di tutto il proprio Paese!» – questo slogan impedisce la disponibilità a impegnarsi per il giusto sviluppo di tutte le società e di armonizzare i propri interessi con l’imperativo globale della giustizia e della solidarietà. Il populismo colorato di nazionalismo mette in pericolo la coesistenza giusta e pacifica nella propria società come anche nel mondo intero (…) Per i cristiani la difesa della dignità di ogni uomo costituisce una linea-guida ineluttabile”.

“Il populismo che ci sfida mostra ogni giorno il suo volto minaccioso quando semina diffidenze e discordia: tra coloro che, nella nostra società, godono di libertà e sicurezza e coloro che fuggono dalla guerra, dalla persecuzione o dalla miseria, o anche tra coloro che, nella Chiesa e nella società, si impegnano per quanti cercano protezione, e coloro che li guardano con diffidenza e, a volte, persino con aperta ostilità. Il populismo che ci sfida mostra ogni giorno il suo volto minaccioso, perché fa vedere tutto in bianco e nero e con grettezza, nella società e nella Chiesa. (…)

La preoccupazione comprende diversi livelli:

“Ci preoccupa, tuttavia, ancora di più costatare che le vedute e gli atteggiamenti populisti sono presenti nella nostra Chiesa: nelle comunità parrocchiali, nei gruppi e nelle associazioni ecclesiali. Siamo convinti che la nostra fede e la nostra tradizione cattolica in quanto Chiesa universale sono in contraddizione con le caratteristiche basilari del populismo. Pensiamo alla già ricordata assoluta uguaglianza di tutti gli uomini in quanto creature di Dio. Pensiamo al comandamento fondamentale dell’amore al prossimo che si estende anche a coloro che sono forse i più lontani e che, tuttavia, nel loro bisogno di aiuto, diventano nostri prossimi. In quale altro modo, del resto, dovremmo interpretare la parabola di Gesù del buon samaritano? E pensiamo, non da ultimo, all’aiuto indefettibile del nostro buon Dio”.

La presa di posizione è chiara in contrasto con le affermazioni dei populisti di appoggio ad aspetti dell‘insegnamento della chiesa, al fine di presentarsi come difensori della tradizione, paladini della fede, devoti alla religione in una società minacciata:

“A volte i populisti affermano che le loro posizioni concordano con quelle della Chiesa – per esempio per quanto riguarda la protezione della vita, l’attenzione alla famiglia, il significato del cristianesimo nella nostra società o l’apprezzamento della patria. Ma l’apparenza inganna: noi non siamo d’accordo”.

Nel testo vi è una netta indicazione di distanza riguardo a diversi temi. Accanto ad un richiamo preoccupato a fronte di tali movimenti viene indicata un via di reazione non nei termini della paura e del terrore, ma con la fiducia e la serenità di chi confida nel Signore:

“Non di rado i populisti manifestano un indurimento interiore, un autoriferimento ansioso e fantasie deleterie. La speranza dei cristiani ha un’altra direzione. La nostra fede riguarda la fiducia in un Dio che non diffonde paura e terrore, ma la certezza che, nel risolvere i problemi del nostro tempo, non bisogna lasciarsi prendere da un’ansiosa tensione. «Tutto posso in colui che mi dà la forza» (Fil 4,13). Chi sa di essere sostenuto da Dio, può applicarsi con serenità al mondo e alle sue sfide. È serio, perché è sensibile ai bisogni e alle preoccupazioni della gente. Sereno, perché sa che il Signore lo accompagna”.

Alessandro Cortesi op

 

 

Alessandro Cortesi op

XXXII domenica del tempo ordinario – anno C – 2019

IMG_60612Mac 7,1-2.9-14; 2Tess 2,16-3,5; Lc 20,27-38

Nel Primo Testamento si può rintracciare un tortuoso percorso sulla domanda di ciò che attende l’uomo dopo la morte. In una fase più antica il senso profondo della vita è concepito come realizzazione di vita riuscita nel quaggiù: la serenità familiare, il benessere, la pace come pienezza di un vivere godendo appieno dei doni di Dio.

La ricompensa di una vita condotta nella giustizia è vista nel numero degli anni, nella serenità dei rapporti, nel poter apprezzare le cose provenienti dalla provvidenza di Dio. In primo piano sta l’attitudine dell’uomo come desiderio di vivere. Anche la morte è vista come completamento di un percorso in cui il desiderio di vivere ha ricevuto appagamento. Di Abramo si dice: ‘morì dopo una felice vecchiaia, vecchio e sazio di giorni, e fu riunito ai suoi antenati’ (Gen 25,8). Il pensiero alla morte è qui strettamente unito al legame con coloro che appartengono alla medesima famiglia, legame che segna la vita e oltre. La morte appare come inserita nel ritmo della vita e viene presentata come un ritorno alla terra da cui l’uomo è venuto: “Il Signore ha creato l’uomo dalla terra e ad essa lo fa ritornare. Gli ha concesso giorni contati e tempo definito” (Sir 17,1-2). E’ segno che l’uomo è essere povero, di creta (Ger 18,1-6), di polvere (Gb 10,9), come una veste che si logora (Is 50,9): è manifestazione della sua caducità. La morte ha i contorni di destino comune di tutti gli uomini.

Tuttavia la morte è anche frutto di una rottura, è venir meno e spegnimento del desiderio di vivere e l’uomo vive il dramma del peccato e la morte stessa come dramma (cfr. Gen 3,19). La morte in alcuni testi è percepita come fonte di angoscia e di smarrimento luogo in cui si sperimenta impotenza e amarezza (1Sam 15,32). Accanto a questa linea si può ritrovare anche la provocazione di Qohelet che s’interroga sulla questione del senso dell’esistenza: “La sorte degli uomini e quella delle bestie è la stessa; come muoiono queste, muoiono quelli; c’è un solo soffio vitale per tutti. (…) Tutti sono diretti verso la medesima dimora: tutto è venuto dalla polvere e tutto ritorna nella polvere.” (Qo 3,19-21).

Nella Bibbia si ritrovano anche testi in cui la morte è presentata come un passaggio e ‘ciò che viene dopo’ rimane racchiuso nel mistero di Dio. Ma il giusto non deve temere perché il rapporto con Dio vissuto nel corso della sua esistenza si aprirà ad una comunione più profonda: alcuni salmi esprimono una prospettiva nuova, pur se non meglio specificata, di speranza: il salmo 73 indica l’azione di Dio che ‘prende’ il suo fedele, ed è richiamo al rapimento di Enoc (Gen 5,24 e all’assunzione di Elia (2Re 2,11): “Ma io sono con te sempre: tu mi hai preso per la mano destra. Mi guiderai con il tuo consiglio e poi mi accoglierai nella tua gloria” (Sal 73,23-24). Così nel salmo 49,16: “Ma Dio potrà riscattarmi, mi strapperà dalle mani della morte”. La morte rappresentata nell’immagine di un regno delle ombre (lo sheol) non ha l’ultima parola, Dio è più forte. Nel salmo 16,10-11: “… non abbandonerai la mia vita nel sepolcro, né lascerai che il tuo santo veda la corruzione. Mi indicherai il sentiero della vita, gioia piena nella tua presenza, dolcezza senza fine alla tua destra”. L’accento sta tutto nella fiducia in Dio che non può venir meno al suo amore, alla sua cura, anche se nulla viene detto su ciò che sta oltre la morte.

Così nel libro della Sapienza il giusto è presentato come colui che sta nelle mani di Dio e si evita di parlare della sua morte: “agli occhi degli stolti i giusti parve morissero” (Sap 3,2) ma a differenza degli empi, vivono l’esperienza dell’esistenza nell’amore di Dio: il dono della sapienza che proviene dal cuore di Dio è capacità di realizzare una vita giusta. “Dio ha creato l’uomo per l’incorruttibilità” (Sap 2,23). Il libro della Sapienza è proposta di speranza per il giusto che si aggrappa a Dio: lì confluisce un percorso di speranza nella vittoria sulla morte già annunciato in Isaia: “Dio distruggerà per sempre la morte” (Is 25,8; cfr. Is 26,19: “i morti rivivranno e i loro cadaveri risorgeranno”). La speranza in una vita oltre la morte è tratto proprio della fede ebraica che giunge a maturazione nella dolorosa vicenda storica in cui si colloca la storia dei fratelli Maccabei (2Mac 7; cfr, Dan 12,1-4).

Gesù risponde alla provocazione dei sadducei richiamando alle promesse di Dio, il Dio della vita: è lui che ha donato le sue promesse ad Abramo Isacco e Giacobbe. Il Dio dei viventi è il Dio dell’alleanza che continua a comunicarsi. La vita oltre la morte non deve essere vista come una proiezione della nostra esperienza terrena. Sarà comunione nuova: comunione con Dio per sempre, come futuro in Dio che apre a modalità di relazione nuove e vissute nel suo amore e va al di là di ogni possibilità di descrizione.

L’incontro con Dio inizia nella vita di quaggiù, in questo penultimo e non è senza futuro. Non è questione individuale, ma esperienza di comunione con il Dio di… Abramo e dei viventi e con gli altri in modo nuovo. Gesù invita a coltivare questo incontro con Dio ora, a non disperdersi in curiosità che celano una pretesa di dominare anche su Dio e distraggono dal prendersi cura degli altri. Credere nella risurrezione è affidarsi al Signore dei viventi che vuole una vita buona per tutti i suoi figli, e di questo disegno farsi responsabili sin d’ora.

Alessandro Cortesi op

martiri-el-salvadorok-wpv_1600x_center_centerMartiri

Nella notte del 16 novembre 1989 a San Salvador, in Centroamerica sei gesuiti furono massacrati nella sede della ‘Universidad Centroamericana José Simeón Cañas’. Insieme a loro, tutti docenti della UCA, due donne che lavoravano nell’Università, Elba Julia la cuoca, e sua figlia. I loro nomi: Ignacio Ellacuría, Ignacio Martin Baro, Segundo Montes, Amando Lopez, Juan Ramon Moreno, il salvadoregno Joaquin Lopez, Elba Julia Ramos e Celina Mariceth Ramos, sua figlia quindicenne. Gli esecutori del massacro furono i soldati del battaglione anti-guerriglia Atlacatl, addestrato negli Stati Uniti.

Furono uccisi a causa del loro impegno nella teologia della liberazione: avevano vissuto sulla linea di Medellin e Puebla l’opzione preferenziale per i poveri e nel loro insegnamento e nella ricerca denunciavano l’ingiustizia sociale individuando in essa una violenza sistematica a cui si doveva opporre un rigoroso lavoro di coscientizzazione per la liberazione delle maggioranze oppresse e di attuazione di un nuovo modo di fare teologia. Prendere le difese dei poveri per loro significava un ritorno al Vangelo. Sostenevano che l’Università “deve incarnarsi tra i poveri per essere la scienza di coloro che non hanno scienza, la voce di coloro che non hanno voce, il supporto intellettuale di coloro che nella loro stessa realtà possiedono la verità e la ragione ma non hanno le ragioni accademiche per giustificarle e legittimarle”. (El Salvador, quei martiti dell’università Uca, VaticanInsider 16.09.2012)

Gli esecutori della strage finirono assolti e due di essi poterono godere di un’amnistia poco dopo che la pubblicazione di un rapporto della Commissione della Verità dell’Onu attribuì agli alti vertici militari la responsabilità della strage. Ad oggi non è stata fatta ancora chiarezza in sede di giudizio pubblico sulle modalità dell’eccidio, su responsabili, sulle coperture. Circa un anno fa vi è stata la riapertura del caso, per decisione del Tribunale di pace, che ha potere sulla Procura della Repubblica, a riguardo dei presunti mandanti (cfr. A.Metalli, Massacro dei gesuiti di El Salvador, il tribunale: “Si riapra il processo” VaticanInsider 20.04.2018).

Ignacio Ellacuría definiva la teologia della liberazione una ricerca sulla realtà di Dio nella storia: la realtà storica costituisce il punto di partenza nel suo essere considerata connessa in modo inscindibile dall’azione di Dio. Nella storia è da ricercare l’azione di Dio mantenendo aperta la domanda domandandosi: “Come si realizza la salvezza dell’umanità a partire da Gesù?”. Uno dei suoi libri reca come titolo: Conversione della chiesa al Regno di Dio, per annunciarlo e realizzarlo nella storia (ed. Queriniana 1992) «…È nella storia che ci imbattiamo nel luogo privilegiato della comunicazione divina […] Senza l’irruzione di Dio nella storia, senza la sua manifestazione nello spazio storico, ben poco sapremmo di Lui; ma se la sua manifestazione si verifica nello spazio storico, allora bisogna rimanere aperti a codesta irruzione mutevole che è la storia» (ivi 185)

La sua attenzione era rivolta ad approfondire il concetto di popolo di Dio, che storicamente si configura come popolo crocifisso e servo di Jahvé. «Il popolo crocifisso… è la vittima del peccato del mondo ed è anche colui che apporterà la salvezza al mondo» (ivi 68). In tale linea si situa l’opzione preferenziale per i poveri: i poveri stessi costituiscono coloro che liberano e salvano. «Solo rivolgendosi ai poveri la Chiesa diventerà una forza dinamica capace di produrre storicamente una nuova creazione, un uomo nuovo» (ivi 84) Si tratta di una liberazione dal peccato, innanzitutto materiale: ciò esige una conversione a livello personale e, a livello storico, un processo di trasformazione e di rivoluzione. «Senza conversione ai poveri, come luogo dove Dio si rivela e chiama, è impossibile accostarsi adeguatamente alla realtà viva di Dio ed alla sua luce chiarificatrice, e senza la presenza e la grazia di Dio dataci nei poveri e attraverso di essi, non c’è possibilità di piena conversione» (ivi 143)

I gesuiti dell’Università UCA muoiono così per essersi schierati prendendo le difese del popolo crocifisso, per aver dedicato la loro ricerca e intelligenza a denunciare l’ingiustizia e ascoltare le chiamate di Dio nella, storia, le due donne appartenevano a quel popolo crocifisso. Sono testimoni di una lotta per la giustizia come amore.

Così ricorda il confratello Ellacuria, Jon Sobrino, in una delle sue lettere che continuò ad indirizzare al suo amico ‘Ellacu’ negli anni successivi alla sua morte:

“Voi vi siete impegnati e tu lo hai ben teorizzato. Hai dato valore estremo all’impegno, poiché per essere umani, dicevi, bisogna “farsi carico della realtà” e “assumersene tutto il peso”. E lo hai storicizzato con la massima radicalità: non bisogna impegnarsi per qualunque cosa, ma bisogna “rovesciare la storia”. Molti non vogliono più ricordarti così, e del personaggio Ellacuri­a preferiscono ricordare e persino invocare la sua obiettività  e il suo realismo – che furono ben tue -, ma non la profezia e l’utopia che hanno guidato il tuo impegno radicale con questo popolo. Nell’impegno per “rovesciare la storia” tu hai impegnato la vita e nell’impegno l’hai perduta. (…) All’impegno univi la speranza. “Solo con l’utopia e la speranza si può credere e avere il coraggio di tentare insieme a tutti i poveri e gli oppressi del mondo di rovesciare la storia, sovvertirla e lanciarla in altra direzione”. (…) Ellacu, voi siete stati persone di speranza e avete dato speranza a molta altra gente. Nel tuo ultimo articolo, “Utopia e profetismo”, il tuo testamento teologico, termini citando quegli uomini nuovi che “continuano ad annunciare fermamente, per quanto sempre nell’oscurità, un futuro sempre più grande, perché al di là dei successivi futuri storici si intravede il Dio salvatore, il Dio liberatore” (cfr. J.Sobrino, Scrivo a te fratello martire. Lettere a Ignacio Ellacuria, EMI 2006).

Alessandro Cortesi op

XXXI domenica tempo ordinario – anno C – 2019

Zaccheo+e+GesùSap 11,22-12,2; 2Tess 1,11-2,2; Lc 19,1-10

L’incontro di Gesù con Zaccheo è sintesi di un itinerario di incontro e conversione: in Gesù si rende vicina la compassione di Dio, la sua misericordia; Zaccheo anticipato dallo sguardo e dalla voce di Gesù che chiede di entrare nella sua casa cambia il suo stile di vita e lo accoglie.

‘Entrato in Gerico attraversava la città’. Gesù passa. Nel suo cammino verso Gerusalemme attraversa la città di Gerico. Lì lo attende una folla ma anche Zaccheo che sta ai margini. Una serie di motivi lo costringono a stare distante: è capo degli esattori delle imposte, malvisto dai suoi concittadini, temuto per il suo potere e nel contempo emarginato; è poi ricco sulla base della sua attività. Oltre a tutto ciò per la sua statura non riesce a sovrastare gli altri. Così impedimenti fisici e interiori lo tengono lontano: la folla gli impedisce di vedere Gesù.

C’è un’insistenza su questo verbo, ‘vedere’: “Zaccheo cercava di vedere quale fosse Gesù… corse avanti per poterlo vedere”. Zaccheo, nonostante gli ostacoli, è mosso da curiosità, da una ricerca interiore e da una domanda. Con abilità cerca di superare ciò che gli impedisce di vedere e sale su un albero: ‘allora corse avanti e per poterlo vedere salì su un sicomoro, perché doveva passare di là’.

Corre, sale e attende: sono tre movimenti significativi. C’è una curiosità che spinge a scavalcare ostacoli; c’è un salire che conduce ad uscire e andare oltre orizzonti consueti; c’è l’attesa di un dono. Forse l’attesa di un cambiamento della sua vita in cui avvertiva un vuoto.

Ma è Gesù che, passando, fa il primo passo: alzò lo sguardo e disse a Zaccheo ‘scendi subito perché…’: Gesù passa e chiede di fermarsi nella casa. L’incontro con Gesù è sempre personale ed implica la relazione con un ‘tu’, non con le folle come una massa indistinta. Gesù chiama per nome Zaccheo, lo guarda nella sua singolarità. E lo fa dal basso. Per primo prende l’iniziativa. Zaccheo si trova spiazzato: era solo incuriosito ma scopre un ‘tu’ che lo chiama e invita, senza forzature, ad un incontro e lo coinvolge: ‘Oggi devo fermarmi a casa tua’.

C’è un’urgenza e l’indicazione di un tempo che viene trasformato. L’oggi uguale a tanti altri diventa un tempo nuovo, una svolta che investe l’ambito della strada e quello della casa. La casa di Zaccheo è il luogo dell’intimità della sua vita.

La risposta di Zaccheo è pronta: scese in fretta e lo accolse pieno di gioia. Scopre di non essere forzato ma invitato. Non giudicato ma accolto. Gesù per primo ha superato le barriere, è salito con lo sguardo a scorgere Zaccheo: le parti si rovesciano. Zaccheo cercava di vedere Gesù: è invece Gesù che lo vede e invita. Lo precede e va oltre ogni attesa. Gesù oltrepassa anche l’ostacolo della folla che commenta: ‘è andato ad alloggiare da un peccatore’. Contro il perbenismo e il disprezzo per gli altri, lo sguardo di chi pensa che nulla e nessuno può mai cambiare Gesù entra nella casa di chi sta ai margini e tenuto lontano.

In quella casa si compie il miracolo dell’accoglienza. Gesù è accolto nella casa di Zaccheo ma è Zaccheo che si scopre accolto da Gesù. E scorge un volto di Dio che non giudica e rende liberi. Quell’‘oggi’ diviene per lui inizio di un rapporto con gli altri, scoperta di nuove relazioni di giustizia e solidarietà. Dallo scoprirsi guardato e accolto senza condizioni nasce un cambiamento: ‘io do la metà dei miei beni ai poveri, e se ho frodato qualcuno, restituisco quattro volte tanto’. Nell’accogliere il regno prende le distanze da tutto ciò che è anti-regno, ossia la ricchezza come potere e idolatria, non solo smette di rubare e di vivere il ripiegamento sul possesso che lo allontana dagli altri, ma apprende a donare.

In quella casa, in quell’oggi si compie la salvezza che inizia sin d’ora. La salvezza per Zaccheo significa una vita che diviene ‘buona’ e giusta per lui. Si scopre accolto nella sua casa, e concepisce la sua vita non come possesso ma come servizio per gli altri scegliendo Gesù e rifiutando Mammona. ‘Anch’egli è figlio di Abramo’ sono le parole conclusive dell’episodio. Gesù rivela il volto di Dio che cerca e salva ciò che era perduto.

Alessandro Cortesi op

Pachamama

Conversione

Si è concluso il 27 ottobre il Sinodo dei vescovi per l’Amazzonia. Un documento finale ha raccolto l’esito dell’ascolto e del dialogo svoltisi in questa assemblea sotto il titolo: “Amazzonia: Nuovi cammini per la chiesa e per una ecologia integrale”. La parola conversione è al centro di questo documento, lungo e articolato in cinque capitoli, con una introduzione conclusione, che indicano nuovi cammini di conversione, pastorale, culturale, ecologica e sinodale.

“L’ascolto del grido della terra e del grido dei poveri e dei popoli dell’Amazzonia con cui camminiamo ci chiama ad una autentica conversione integrale, con una vita semplice e sobria” (17) … una conversione personale e comunitaria che impegna a relazioni armoniche con l’opera creatrice di Dio che è la ‘casa comune’.

Il secondo capitolo parla di una conversione pastorale e indica i tratti di una chiesa che coinvolge tutti i battezzati: una chiesa missionaria e, dunque, samaritana, misericordiosa solidale. Una Chiesa in attitudine di dialogo ecumenico e interreligioso con volto e cuore indigeno, contadino, afrodiscendente.

“L’azione pastorale trae forza da una spiritualità che si basa sull’ascolto della parola di Dio e del grido del suo popolo, per poi poter annunciare con spirito profetico la buona notizia” (38)

La seconda conversione indicata è di tipo culturale: è un’apertura sincera in una linea di fraternità, si sviluppa come alleanza e inculturazione della fede.

“tutti siamo invitati ad accostarci ai popolo dell’Amazzonia da pari a pari, rispettando la loro storia, le loro culture, il loro stile di buen vivir. Il colonialismo è l’imposizione di determinati modi di viere di alcuni popoli sugli altri, sia dal punto di vista economico, culturale e religioso. Rifiutiamo una evangelizzazione con stile colonialista. Annunciare la buona notizia di Gesù implica riconoscere i semi del Verbo presenti nelle culture. L’evangelizzazione che oggi proponiamo per l’Amazzonia è l’annuncio inculturato che genera processi di interculturalità, processi che promuovano la vita della chiesa con una identità e un volto amazzonico” (55)

La terza conversione è di tipo ecologico: a fronte della crisi socio ambientale si scorge l’urgenza di una conversione ispirata dalla proposta della ecologia integrale.

“E’ urgente affrontare lo sfruttamento illimitato della ‘casa comune e dei suoi abitanti. Una delle cause principali della distruzione nell’Amazzonia è l’estrattivismo predatorio che corrisponde alla logica dell’avarizia, propria del paradigma tecnocratico dominante” (67)

“Proponiamo di promuovere alternative di sviluppo ecologico integrale a partire dalle cosmovisioni che siano costruite con le comunità, salvando la saggezza ancestrale. Sosteniamo progetti che propongono un’economia solidale e sostenibile” (73). Viene indicato il peccato ecologico come “azione o omissione contro Dio, il prossimo la comunità e l’ambiente” (82) e contro le generazioni future.

Una quarta conversione è delineata e riguarda il volto di una chiesa sinodale edè svolta nel capitolo V. Per la chiesa amazzonica è urgente che si promuovano e si conferiscano ministeri per uomini e donne su un piano di parità. “Il tessuto della chiesa locale anche in Amazzonia è garantito da piccole comunità ecclesiali missionarie che coltivano la fede, ascoltano la Parola e celebrano insieme vicino alla vita della gente. Promuovendo la ministerialità dobbiamo consolidare la chiesa di uomini e donne battezzati e soprattutto la consapevolezza della dignità battesimale” (95).

In particolare è proposta una conversione nel dare ascolto alla presenza e azione delle donne: “La sapienza dei popoli ancestrali afferma che la madre terra ha un volto femminile. Nel mondo indigeno e occidentale la donna è colei che lavora in molti modi, nell’istruzione dei figli, nella trasmissione della fede e del vangelo. Le donne sono presenza di testimonianza e responsabilità nella promozione umana e per questo si richiede che la voce delle donne sia ascoltata, che le donne siano consultate e prendano parte nei luoghi in cui si prendono decisioni. In tal modo possano contribuire con la loro propria sensibilità alla sinodalità ecclesiale” (101)

Molte comunità in Amazzonia sono già guidate da donne. Il sinodo chiede che, in ascolto dei nuovi contesti e di attenzione alle comunità, sia creato il ministero istituito della ‘donna dirigente della comunità’, e ricorda come nelle commissioni del sinodo sia stato sollecitato il diaconato permanente per le donne (102).

Al n. 110 si dice: “Esiste un diritto della comunità alla celebrazione dell’Eucaristia che deriva dall’essenza dell’Eucaristia e della sua importanza nell’economia della salvezza”. In rapporto a questa centralità dell’eucaristia per la vita delle comunità cristiane il sinodo propone, sulla linea di quanto indicato in Lumen Gentium 26 di stabilite criteri e disposizioni da parte dell’autorità competente per ordinare sacerdoti uomini idonei e riconosciuti dalla comunità che abbiano un diaconato permanente fecondo e ricevano una formazione adeguata per il presbiterato, potendo tenere famiglia legittimamente costituita e stabile, per sostenere la vita dela comunità cristiana con la predicazione della Parola e la celebrazione dei sacramenti nelle zone più lontane della regione amazzonica. A tal proposito alcuni si sono pronunciati per una considerazione universale del tema” (111).

E’ stata anche proposta la costituzione di un organismo episcopale per la regione con il compito di promuovere la sinodalità tra le chiese della regione e di aprire nuovi cammini per la missione di evangelizzazione (115) e così pure di dare una risposta alle comunità dell’Amazzonia di adattare la liturgia valorizzando la cosmovisione le tradizioni i simboli e i riti originari che includano le dimensioni trascendenti comunitarie e ecologiche (116) in modo tale che la fede possa essere celebrata nelle lingue proprie dei popoli amazzonici.

Il documento indica nuovi cammini ed usa anche una particolare immagine per la vita della chiesa, quella del navigare. L’Amazzonia, che si estende in una immensa area che interessa nove Paesi dell’America del Sud, è segnata e attraversata da immensi fiumi e da innumerevoli corsi d’acqua. Anche la chiesa è chiamata a navigare “promuovendo uno stile di vita in armonia con il territorio e con il buen vivir di coloro che lì vi abitano” (75).

Alessandro Cortesi op

N.B. Il documento può essere letto nella sua versione originale spagnola a questo link. La traduzione delle parti citate è mia.

 

XXX domenica tempo ordinario – anno C – 2019

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La preghiera è atteggiamento di chi si scopre povero e si apre a stare sotto lo sguardo di Dio sostegno del povero, dell’orfano e della vedova. In Dio nutre fiducia e attesa perché Egli ‘ascolta la preghiera dell’oppresso, non trascura la supplica dell’orfano’.

“Gesù disse questa parabola per alcuni che presumevano di essere giusti e disprezzavano gli altri. Due uomini salirono al tempio a pregare…”. Luca presenta un insegnamento di Gesù che riguarda la contrapposizione di due modi di pregare, una falsa preghiera e per contro lo stare davanti a Dio in autenticità.

La chiave di lettura di questa pagina è la critica a chi ritiene di essere giusto. Il fariseo e il pubblicano, l’esattore delle tasse, sono presentati in un comune movimento che li accomuna: entrambi si recano al tempio, tutti e due sono ritratti in un momento della preghiera, ma vivono la stessa esperienza due atteggiamenti profondamente diversi.

La preghiera del fariseo è espressione di una tensione religiosa preoccupata dell’osservanza della legge – e tutto questo è buono, positivo, importante: per Israele infatti la legge è cammino di vita è via per accogliere l’incontro con Dio. Ma il fariseo vive questo ripiegato su di sé, in una ricerca di perfezione individualistica e senza compassione. La osservanza scrupolosa nell’ambito della vita ordinaria è centrata sul suo io. Così la sua preghiera esprime la vita di quell’uomo religioso attento a compiere le pratiche rituali, scrupoloso nel praticare il digiuno, puntuale nel pagare le tasse. La sua vita è condotta secondo prospettive di rettitudine: è una vita buona e impegnata. La sua preghiera tuttavia rivela un atteggiamento di fondo che lo rende chiuso all’incontro con Dio perché presenta a Lui solo i suoi buoni comportamenti come suo possesso e come sua affermazione: a Dio non chiede nulla, presenta solo la sua giustizia. Parla con Dio ma si presenta come un padrone tutto preoccupato del proprio io. La sua preghiera è quella di un ricco che offre a Dio le sue ricchezze, ciò che ha accumulato per avere ricompensa. E’ in fondo un tentativo di piegare Dio alla sua grandezza piuttosto che un ricercare il volto di Dio stesso. Inoltre nella sua vita, pur impegnata, c’è senso di superiorità e disprezzo nei confronti degli altri ‘ti ringrazio perché non sono come gli altri uomini, ladri disonesti e adulteri…’.

La sua tensione morale risulta vanificata dalla freddezza nel suo cuore, dall’assenza di un umile affidamento, dal mancare nel riconoscere il proprio limite.

La figura del pubblicano, l’esattore delle tasse, è posta a contrasto. La sua non è una vita irreprensibile ma è segnata dal peccato: esercitava un mestiere mal visto, a servizio della potenza occupante romana nella Palestina del tempo, visto come persona da evitare perché sfruttatore dei poveri. Non si trova a suo agio nel tempio, luogo di culto e per questo rimane in fondo. La sua preghiera si risolve in una semplice invocazione: ‘Dio, abbi pietà di me peccatore’. E’ una sorta di grido e di supplica in cui si riconosce nella condizione di peccato. Non elenca inutili giustificazioni del suo comportamento. Vive un affidamento in verità. In queste poche parole sta ciò che Gesù chiede ai suoi: mettersi in verità di fronte a Lui non ricchi della propria autosufficienza, ma affidando a Lui la propria povertà. Il pubblicano è sincero nel suo rivolgersi senza difese e ponendosi nelle mani di Dio e a lui affidando tutto.

La sua vita è segnata dalla consapevolezza del peccato, dal senso di non farcela con le sole sue forze. Non parla di sé a Dio, ma riconosce la possibilità che la presenza di Dio nella sua vita lo cambi. Riceve il perdono di Dio, accoglie la sua misericordia perché non è prigioniero del suo io, non è ripiegato su di sé. Non è migliore del fariseo, né più umile, ma affida a Dio la sua scontentezza per la sua situazione, il desiderio di cambiare: riconosce il primato di Dio nella sua vita. Affida a Dio il peso che aveva nel cuore nella consapevolezza del suo essere peccatore.

“Io vi dico: questi tornò a casa giustificato”. La preghiera è esperienza di gratuità e di salvezza che viene da Dio e per questo anche nella liturgia nel invocazioni all’inizio , dicendo Signore pietà, e alla fine ‘Agnello di Dio… abbi pietà noi’, riprendono questa semplice preghiera e richiamano all’umiltà quale condizione umana davanti a Dio.

Alessandro Cortesi op

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Autenticità

E’ uscito in questi giorni un libro di un noto giornalista italiano, Mario Calabresi, che è stato direttore di grandi testate come La Stampa (dal 2009 al 2015) e La Repubblica dal 2016 a febbraio 2019. Il suo libro ha un tratto particolare: unisce un puntuale riferimento autobiografico, ad un momento particolare della sua vita, con il rinvio all’esperienza di molti, possibile per tutti, quando ci si trova di fronte, in modo inatteso ad un evento che cambia l’esistenza, che può in qualche modo chiuderla, renderla buia, triste, ripiegata, rancorosa, inutile.

Per Calabresi questo momento è stato una mattina di febbraio quando convocato del gruppo proprietario de La Repubblica, gli è stato comunicato che era finito il suo incarico di direttore. La sua agenda era zeppa di appuntamenti e progetti, i suoi pensieri erano tutti proiettati nella progettazione di piani e impegni per la redazione. Uscito dalla riunione, senza concordare un comunicato diplomatico in cui sarebbe risultato che la sua dimissione risultava da un accordo tra le parti, in un breve tweet comunicò la decisione degli editori e la fine del suo incarico di direttore.

“Quando sono uscito da Repubblica la diplomazia avrebbe voluto che concordassi un comunicato congiunto in cui si diceva che eravamo d’accordo su tutto e che passavo a un altro incarico. Ma non sarei stato in grado di mantenere quella versione, e ho detto la verità. Quando prendi questa strada, sei senza ritorno”.

Improvvisamente si trovò davanti una pagina bianca della sua vita con il rischio di rimanere travolto dal senso di delusione, di vuoto e di rassegnazione. Una pagina d ascrivere con caratteri nuovi e con sulle spalle il peso del rifiuto e del giudizio negativo. Come un pugile che inaspettatamente subisce un ko. Ma per lui il mattino dopo ha inaugurato un nuovo tempo: scrivere questo libro, com’egli confessa è stata la terapia per superare un momento di insuccesso, di fallimento, per risalire da una situazione presentatasi come ingiustizia e motivo di abbattimento e delusione.

La mattina dopo è stato inizio di un cammino: “Ho avuto una decina di giorni per prepararmi. Mi sono detto: Mario, stai attento. Senza lavoro, può essere un disastro. Ti alzerai e penserai di dover andare in ufficio, allora ti trascinerai a comprare i giornali. E poi a fare la spesa alle 11 del mattino insieme ai pensionati. Devi trovarti delle cose da fare che abbiano un senso, altrimenti finisci per naufragare (…) la mattina dopo è quando si rompe il tuo equilibrio e ognuno ha la sua. Uno perde il lavoro, uno va in pensione, uno perde una persona cara. La dimensione del dolore può essere differente, ma non ci può essere una scala” (dall’intervista a Elle a cura di Federica Furino).

Si è così messo a camminare non solo in passeggiate quotidiane, ma anche interiormente: “Mi sono messo a camminare. Un’ora e mezza tutti i giorni, senza telefono e senza musica nelle orecchie. Camminando vedo le cose con lentezza e mi rimetto in comunicazione con me stesso”.

‘La mattina dopo’ è un libro che parla di tanti pezzi di vita che possono essere rimessi insieme, come un vaso rotto, che non potrà tornare quello di prima ma da cui può sorgere un nuovo mosaico. Così le tante storie, le tante mattine, le più diverse di chi, trovandosi in una situazione inattesa e dolorosa ha deciso di tenere la schiena diritta e di affrontare ancora la vita dicendo dei sì, non lascianodsi piegare dai no, non lasciandosi vincere dalla pesantezza del dolore e della disperazione. In fondo una scelta di affidamento alla forza della vita, un distacco dal proprio io per aprirsi al rifuggire dal fariseismo di chi tutto nasconde e dissimula per scegliere invece la pericolosa via di una autenticità sofferta, ma che sola può rendere capaci di vivere veramente.

Alessandro Cortesi op

 

XXIX domenica tempo ordinario – anno C – 2019

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L’esperienza dell’uomo biblico è fondamentalmente quella di essere custodito dalla presenza di Dio: è scoperta che il cammino della vita non è conquista e opera delle forze umane, anche se così a volte può sembrare. Piuttosto la nostra esistenza è sospesa nella cura di Colui che è creatore del cielo e della terra e custode della nostra storia.

Le mani aperte di Mosè sul monte esprimono questa apertura di accoglienza: pur in un quadro di battaglia che riporta ad un contesto di violenza diviene tuttavia simbolo della dipendenza totale dalla custodia di YHWH. Quando Mosè alzava le mani in segno di preghiera Israele era più forte. La vita e il futuro di Israele dipende dal riconoscimento della presenza di Dio. La preghiera viene così presentata come uno stare alla presenza di Dio per poter avere vita e futuro.

Pregare inoltre non è esperienza solitaria, ma è esperienza di solidarietà con altri, è portare avanti la vita di un popolo.

“Alzo gli occhi verso i monti da dove mi verrà l’aiuto? Il mio aiuto viene dal Signore che ha fatto il cielo e la terra. Non lascerà vacillare il tuo piede… il Signore è il tuo custode”

Nella seconda lettura l’invito rivolto a Timoteo specifica il contenuto del pregare. Timoteo è esortato a rimanere saldo in ciò che ha appreso cioè nella lettura e ascolto della Scrittura. In essa soffia lo Spirito di Dio. La preghiera si nutre dell’ascolto della Scrittura, ed è via per mantenere la vita orientata in Cristo e illuminata dalla sua Parola. In tale ascolto si matura quella preparazione per ogni opera buona, per poter annunziare la parola in modo significativo nella situazione in cui siamo inseriti.

La parabola del giudice e della vedova del vangelo di Luca esigono di essere lette come denuncia di una profonda esperienza di ingiustizia: Non vano lette come metafora in cui il giudice rappresenterebbe Dio e la vedova colei che prega rivolgendosi a Lui.

Nella parabola il racconto delinea un giudice che rinvia continuamente il momento in cui prendere in considerazione la causa di una vedova. E’ un comportamento iniquo, e la vedova è la figura del debole, senza difese e senza appoggi umani. Il suo coraggio e la sua insistenza superano il senso di impotenza e la delusione che interviene in queste vicende. Luca descrive la vedova come una donna che non smette di andare dal giudice dicendo ‘Rendimi giustizia contro il mio avversario’. E’ condizione del tempo di Gesù contro cui Gesù prova un moto di ripulsa e denuncia e la condizione del nostro tempo.

L’insistenza della vedova non viene meno di fronte all’ingiusta attesa a cui è sottoposta che ha i tratti di un’angheria. Non viene fiaccata nemmeno dalla delusione per non essere ascoltata. E’ questo un episodio di vita. E’ sintesi di tante esperienze quotidiane vissute o in riferimento a situazioni lontane segnate dall’indifferenza e dall’ingiustizia. Situazioni che possono condurre alla delusione, al senso di impotenza fino ad incattivirsi. Ad un certo punto però nella parabola il giudice cede alle insistenze: ‘le renderò giustizia, perché non venga a seccarmi’ espressione che si potrebbe anche leggere così: ‘le farò giustizia perché alla fine non mi colpisca in faccia’. Luca qui accenna alla giusta rabbia degli oppressi di fronte alla prepotenza a cui sono sottoposti. E’ la descrizione di un ascolto, alfine, da parte di un giudice iniquo solamente perché teme che la vedova lo danneggi.

La domanda che sorge è allora: ci sarà un fine a questa situazione di ingiustizia? O è tutto inutile? Il rischio vicino è quello della rassegnazione e del lasciare tutto andare senza alcuna attesa. Sarà stabilita la giustizia (parola che ritorna a più riprese nella parabola)?

Il centro della parabola sta nell’annuncio che ‘il Signore’ – ed il riferimento va al Risorto – opererà e farà giustizia. E’ annuncio del regno di Dio come diversità rispetto alla situazione di oppressione: Dio è fedele alle sue promesse e ascolta il grido dei poveri che gridano a lui.

Alla sua comunità che viveva ormai a distanza di tempo dalla vicenda storica di Gesù Luca dice che vale la pena continuare ad impegnarsi sapendo che il signore farà giustizia. Gesù chiede di ‘pregare sempre senza incattivirsi’.

A questo deve condurre la preghiera: aprirsi all’alterità di Dio, entrare nell’incontro con Lui. La preghiera non è esperienza che si vive per cambiare Dio, piuttosto è ascolto prolungato della Parola per cambiare il nostro cuore. La preghiera conduce all’attesa che disarma le nostre aspettative e proiezioni: Dio è fedele alle sue promesse che non corrispondono alle nostre richieste. E’ sempre più grande dei nostri pensieri e del nostro cuore. Entrare nella preghiera non è questione di metodi o di pratiche magiche ma significa camminare in una relazione che coinvolge l’intera esistenza.

Dio rimane fedele, anche se l’attesa è faticosa, anche se sembra che la preghiera non trovi ascolto, anche se la domanda che attraversa i cuori dei giusti oppressi è ‘fino a quando Signore?’: “Per te ogni giorno siamo messi a morte, stimati come pecore da macello. Svegliati perché dormi Signore? Destati non ci respingere per sempre. Perché nascondi il tuo volto, dimentichi la nostra miseria e oppressione?” (Sal 44,23-25).

Pregare è momento per scoprire la nostra responsabilità per operare in vista dellla giustizia per un mondo nuovo. Dietrich Bonhoeffer così esprime questa attesa:

“Le parole d’un tempo devono perdere la loro forza e ammutolire, e il nostro essere cristiani
 consisterà oggi solo in due cose: pregare e praticare ciò che è giusto tra gli uomini. Non è nostro compito predire il giorno ma quel giorno verrà in cui degli uomini saranno chiamati nuovamente a pronunciare la parola “Dio” in modo tale che il mondo ne sarà cambiato e rinnovato”. Pregare e operare la giustizia sono i due movimenti del credente.

La parabola ofre anche un messaggio sul volto del discepolo: chi crede è colui che non viene meno alla fede, non smette di invocare, di sperare: sempre, senza stancarsi. La vedova è esempio del credente che non ha altri sostegni, che ha fiducia in ‘Colui che non usa parzialità e non accetta regali, rende giustizia all’orfano e alla vedova, ama il forestiero e gli dà pane e vestito’ (Dt 10,17-18). E’ lo stare di queste persone, come la vedova, che non è riconosciuta ed è calpestata nei suoi diritti, a mantenere la preghiera che porta avanti il mondo.

Alessandro Cortesi op

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Il grido dei traditi

“Uno sguardo puro, una stretta di mano sicura, la determinazione delle sue idee politiche. Questa era Hevrin Khalaf. Che indossasse abiti civili, o da ragazza la divisa militare — come fanno tante donne curde che hanno scelto sì la politica attiva, provenendo però dalla battaglia sul campo — aveva uno stile che non passava inosservato.” (Marco Ansaldo, Hevrin, nemica di Erdogan La paladina dei diritti uccisa in un’imboscata, “la Repubblica” 14 ottobre 2019)

Hevrin Khalaf aveva 35 anni. Si batteva per la coesistenza pacifica fra curdi, cristiano-siriaci e arabi. Apparteneva a quel popolo di donne curde che si sono proposte al mondo come esempio di lotta per una convivenza sociale e politica nel riconoscimento dei diritti. E’ stata uccisa in questi giorni da milizie della Free Syrian Army assoldate dall’esercito turco, in una strada controllata dai turchi che hanno iniziato la conquista del territorio del Kurdistan siriano. Un’esecuzione sommaria mentre questa attivista, tra i fodnatori del Partito del Futuro siriano, che difendeva i diritti umani stava cercando di raggiungere la città di Qamishli. Per il dittatore turco Tayyp Erdogan questa donna era una terrorista come il popolo curdo ritenuto una minaccia alla sicurezza dello stato turco.

Le donne curde hanno lanciato un messaggio che ha il tenore di un grido lanciato nell’abbandono e nel tradimento subito in un contesto internazionale distratto e a Stati preoccupati solo di interessi  e vantaggi interni mentre è in atto il massacro del popolo curdo. Hanno presentato una serie di richieste: dalla fine dell’invasione della Turchia al prevenire la pulizia etnica, al fermare la vendita delle armi alla Turchia:

“Vi stiamo scrivendo nel bel mezzo della guerra nella Siria del Nord-Est, forzata dallo Stato turco nella nostra terra natale. Stiamo resistendo da tre giorni sotto i bombardamenti degli aerei da combattimento e dei carri armati turchi. Abbiamo assistito a come le madri nei loro quartieri sono prese di mira dai bombardamenti quando escono di casa per prendere il pane per le loro famiglie. Abbiamo visto come l’esplosione di una granata Nato ha ridotto a brandelli la gamba di Sara di sette anni, e ha ucciso suo fratello Mohammed di dodici anni”.

“Hevrin era, piuttosto, una delle figure più rappresentative di quello che oggi sono i nuovi curdi. Attenta ai diritti delle donne, inclusiva, favorevole a uno Stato laico e rispettoso del cittadino, multietnico, liberale. Si batteva per la coesistenza pacifica di tutti: curdi, turchi, cristiano-siriaci e arabi. Aveva una laurea in ingegneria. Aveva 35 anni”. (Marco Ansaldo, Hevrin, nemica di Erdogan La paladina dei diritti uccisa in un’imboscata, “la Repubblica” 14 ottobre 2019).

Così si legge nel Rapporto che Amnesty International ha pubblicato nel febbraio 2019 con il titolo “Obiettivo: silenzio. La repressione globale contro le organizzazioni della società civile

“Oggi le organizzazioni della società civile e i difensori dei diritti umani che hanno il coraggio di contestare apertamente leggi ingiuste e pratiche di governo inique, che sfidano il sentire diffuso nell’opinione pubblica o di chi occupa posizioni di potere e reclama giustizia, uguaglianza, dignità e libertà sono sempre di più sotto attacco.

(…) negli ultimi dieci anni sia emersa a livello mondiale una tendenza preoccupante che vede l’introduzione e l’uso da parte degli stati di leggi mirate a interferire con il diritto alla libertà di associazione e a ostacolare il lavoro delle organizzazioni delle società civile e dei suoi membri.

(…) Chiunque critica le autorità in questi paesi, chi esprime pubblicamente opinioni non allineate con le idee politiche, sociali o culturali prevalenti è a rischio. Troppo spesso queste persone sono costrette ad abbassare i toni, ad autocensurarsi, a ridimensionare le proprie iniziative, a dedicare le scarse risorse disponibili a inutili formalità burocratiche, venendo altresì escluse da finanziamenti. Nei casi peggiori, le organizzazioni della società civile vengono chiuse e i suoi esponenti trattati come criminali e incarcerati per il solo fatto di difendere i diritti umani. Queste norme restrittive sono in realtà il riflesso di tendenze politico-culturali più ampie, diffuse attraverso una narrazione tossica che demonizza “l’altro”, alimentando sentimenti come la colpa, l’odio e la paura,e creando un terreno fertile per la loro attuazione, che viene giustificata nell’interesse della sicurezza nazionale, dell’identità e dei valori tradizionali”.

Il medesimo documento di Amnesty ricorda anche: “La Dichiarazione sui difensori dei diritti umani riconosce in particolare l’importanza delle persone che si adoperano, individualmente e in associazione ad altri, per attuare i diritti umani e il diritto di tutti a costituire, aderire e partecipare ad organizzazioni, associazioni o gruppi della società civile e promuovere o difendere i diritti umani come pilastro fondamentale di un sistema di diritti umani internazionale. Quando fu adottata, nel 1998, la Dichiarazione spostò la “percezione del progetto sui diritti umani: da compito affidato principalmente agli stati e alla comunità internazionale a compito che riguarda tutti noi, singoli individui e gruppi collettivi, che formiamo la società. La Dichiarazione riconosce che la giustizia sociale, le pari opportunità e la pari dignità senza forme di discriminazione, così lungamente attese e meritate da ciascuno di noi, possono essere attuate mettendo gli individui e i gruppi nelle condizioni di difendere, impegnarsi e mobilitarsi per i diritti umani”.

Alessandro Cortesi op

 

 

XXVIII domenica tempo ordinario – anno C – 2019

CodexAureus_Cleansing_of_the_ten_lepersGuarigione dei dieci lebbrosi, miniatura dal Codex Aureus, 1040 ca. – Nürnberg, Germanisches Nationalmuseum

2Re 5,14-17; 2Tim 2,8-13; Lc 17,11-19

“Naaman siro scese e si lavò nel Giordano sette volte e la sua carne ridivenne come la carne di un giovinetto: egli era guarito”

Naaman, alto ufficiale della Siria, straniero al popolo d’Israele è un lebbroso guarito dal profeta. Eliseo non gli richiede particolari prove né opera riti magici, forse attesi dallo stesso Naaman, ma gli indica solo di affidarsi alla sua parola, di scendere a lavarsi sulle rive del Giordano: una azione quotidiana, prosaica. E’ un gesto che arreca un cambiamento di quest’uomo che si umilia e scende. Naaman, una volta guarito, chiede di portare con sé alcuni sacchi di quella terra santa perché ha scoperto che quella è terra di Dio: ‘Ora so che non c’è Dio su tutta la terra se non in Israele’. Questo straniero viene guarito da Eliseo mentre tanti lebbrosi erano in Israele a quel tempo (cfr Lc 4,27). Nel suo scendere e lavarsi giunge a riconoscere il Dio di Israele, si apre alla fede come chi scopre di essere salvato. Alla sua vicenda Gesù fa riferimento quando per la prima volta – secondo Luca – insegna nella sinagoga di Nazaret. Annuncia che la bella notizia è per tutti e il regno di Dio non conosce limiti ma richiede la disponibilità di un cuore aperto.

Nella pagina del vangelo compare un’altra figura di straniero, malato di lebbra. Era una malattia particolarmente visibile, considerata in Israele come castigo di Dio, ed era vista – erroneamente eppure con gran timore – come la malattia più pericolosa e infettiva (cfr. Lev 13-14) al punto che i lebbrosi non potevano nemmeno avvicinarsi ai centri abitati e dovevano farsi notare da lontano perché nessuno li avvicinasse: nel testo del vangelo si precisa ‘fermatisi a distanza, alzarono la voce’.

I malati di tante affezioni della pelle considerati lebbrosi non solo erano dei malati, ma erano considerati impuri e da tener lontani dalla vita sociale. Gesù è uomo libero, che supera le barriere e le distanze imposte da regole sanitarie e religiose. Si accostava e toccava i malati, operando gesti che suscitavano scandalo (Lc 5,12-16).

“Vennero incontro a Gesù dieci lebbrosi i quali, fermatisi a distanza, alzarono la voce dicendo: ‘Gesù maestro, abbi pietà di noi!…”

Gesù li ascolta e la sua parola è forza di guarigione. Essi guariscono accogliendo la sua parola, che li inviava dai sacerdoti. Ma solamente uno dei dieci ‘tornò lodando Dio a gran voce’: è questo per Luca l’atteggiamento del credente che torna indietro a ringraziare, e loda Dio. E’ l’unico che si gettò ai piedi di Gesù per ringraziarlo. Luca a questo punto precisa: ‘Era un samaritano’. Malato, lebbroso ed anche straniero: era persona su cui si concentravano diversi motivi di sospetto e ostilità. Questo straniero è l’unico che torna indietro per ringraziare: vive i due atteggiamenti propri del credente, il dire il bene – lodare – e il saper dire grazie – il ringraziare. Riconosce in Gesù l’agire di Dio e per questo dà gloria a Dio. Di fronte al suo ritornare Gesù solamente riconosce la fede: ‘Alzati e va’, la tua fede ti ha salvato’. Tutti gli altri furono guariti in quanto ‘purificati’ dalla lebbra, ma di questo straniero si dice che ‘fu salvato’: nelle parole e nei gesti di Gesù ha saputo leggere la via ad un incontro con Dio che gli ha cambiato l’esistenza aprendo un cammino nuovo.

Alessandro Cortesi op

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Gratitudine

La gratitudine – non è la menzione
di una tenerezza,
ma il suo silenzioso apprezzamento
al di là del semplice linguaggio –

Quando il mare non dà risposta
al filo e al piombo
è prova che non c’è mare, o non piuttosto
un più remoto letto?

Questa poesia di Emily Dickinson del 1865 suggerisce di soffermarsi sull’atteggiamento di gratitudine nella sua profondità. E’ questa un silenzioso apprezzamento, oltre le parole della tenerezza. Il linguaggio non ha la capacità di dire con parole la gratitudine. Chi sperimenta la riconoscenza vive qualcosa di più profondo, e ciò è accostato all’immagine della corda e del piombo, cioè lo scandaglio gettato nel mare a sondarne le profondità e che non giunge a toccare il fondo. Così la medesima poetessa ancora definisce la gratitudine: “Gratitudine è l’unica timida ricchezza che possiedono coloro che non hanno nulla” (Lettera 57 a Thomas W. Higginson del giugno 1869).

Tommaso d’Aquino nella sua ricerca sugli atti umani parla della gratitudine come un atteggiamento complesso, che tiene insieme gradi diversi: “La gratitudine ha diversi gradi secondo l’ordine degli elementi da lei richiesti. Il primo di essi è che il beneficiato riconosca  il beneficio ricevuto; il secondo è che ringrazi a parole; il terzo  è che ricompensi a tempo secondo le proprie capacità” (Summa Theol. IIa-IIae, q. 107, a. 2, c.)

Riconoscere innanzitutto che si è ricevuto un bene è considerare e accogliere, pensare al bene ricevuto. Nella lingua tedesca e inglese il verbo che esprime la gratitudine, ringraziare, ha una vicinanza particolare con il verbo che indica pensare: danken (ringraziare) rinvia a denken (pensare) così come to thank inglese è vicino a to think (pensare). C’è una circolarità tra pensare e ringraziare. Il medesimo pensare trova la sua radice nel movimento di gratitudine originario nei confronti di un altro e di qualcosa ricevuto, dell’altro che è dono. L’apertura del pensiero rinvia ad un riconoscere che la vita stessa si attua in un favore, un dono ricevuto.

Martin Buber richiamò questi riferimenti quando in occasione del suo 85° compleanno osservò: “E’ giunta per me l’ora della poco usuale gratitudine. Ho molto da ringraziare. Questa è stata per me l’occasione per meditare una volta di più sulla parola ringraziare”. E in questo scritto richiamava il verbo ebraico usato per dire ringraziare (hodoth) il cui significato sta nel  dare la propria adesione a qualcuno  e in secondo luogo ringraziare. Così spiegava il filosofo ebraico:Colui che ringrazia dà la propria adesione a colui che egli ringrazia. Egli sarà ora, sarà ormai il suo alleato. Questo include, senz’altro, l’idea del ricordo, ma implica di più. Il fatto non si produce soltanto all’interno dell’anima, ma procede da essa verso il mondo per divenirvi atto ed evento. Ora, dare la propria adesione a qualcuno in questo modo significa confermarlo nella sua esistenza” (E.Lévinas, Martin Buber, in  “Dialogo con Martin Buber”, Castelvecchi, Roma, 2014, 41- 47)

Ringraziare è azione che instaura un rapporto e vede innanzitutto un riconoscimento dell’altro: riconoscenza è non solo riconoscere l’altro ma anche scoprire di essere riconosciuti e questo scambio fa iniziare un percorso che conduce all’incontro e fa camminare nell’incontro di una alleanza nuova e mutua (Paul Ricoeur Percorsi del riconoscimento: tre saggi, (Raffaello Cortina, Milano, 2005).

Gratitudine non è punto di partenza della vita, è piuttosto esito di un cammino faticoso di crescita, di scontro con il proprio egoismo nel cammino umano. L’osservazione psicologica aiuta a cogliere come esperienza del bambino sia lo scontro con il limite del non poter avere tutto a disposizione, nel non poter divorare e assimilare ogni cosa a sè. Chi è vicino, chi cura, come la stessa presenza materna non può essere appropriato. Un passaggio di maturazione essenziale nella vita è la scoperta di non poter essere possessori  di tutto in una autonomia che distrugge l’altro. Si apre così, in questo passaggio faticoso, la possibilità di vivere l’atteggiamento della gratitudine come riconoscimento di quanto si è ricevuto e si riceve continuamente dall’altro, dagli altri ed esserne appunto grati.

“Ringraziare significa riconoscere la grazia dell’Altro, la sua assoluta differenza. In questo senso la forma più alta della gratitudine è quella della preghiera nella quale si ringrazia del dono dell’essere, del dono della nostra presenza nell’essere. Nella gratitudine infatti – come nella forma più radicale della preghiera – non si chiede nulla, ma, semplicemente, si ringrazia di ciò che si è ricevuto. È il tratto essenziale di ogni discorso amoroso: ti sono grato per nessuna delle tue proprietà o qualità, per nessun tuo attributo, ma della tua stessa esistenza. Spinta al fondo la gratitudine è la forma più alta del riconoscimento della vita dell’Altro come vita piena e autonoma, impossibile da raggiungere. Per questa ragione il sentimento della gratitudine sconfina nell’amor fati con il quale Nietzsche definiva il rapporto dell’uomo con il proprio destino: la gratitudine è sempre gratitudine per l’evento stesso del mondo”. (Massimo Recalcati, Come è difficile dire ‘grazie’ (anche in amore) “La Repubblica” 6.11.2018)

Alessandro Cortesi op

 

 

XXVII domenica tempo ordinario – anno C – 2019

granello-senapaAb 1,2-3; 2,2-4; 2Tim 1,6-14; Lc 17,5-10

“Fino a quando Signore implorerò e non ascolti, a te alzerò il grido ‘Violenza!’ e non soccorri? Perché mi fai vedere l’iniquità e resti spettatore dell’oppressione?”

La domanda del profeta: ‘Fino a quando?’ è denuncia dell’ingiustizia e della condizione di oppressione e violenza. Ed è anche implorazione a Dio. Domanda che rimane sospesa. “Fino a quando Signore?” È la preghiera anche dei salmi che rivolgendosi a Dio non possono non guardare allo scandalo del male e dell’ingiustizia. “Perché mi fai vedere l’iniquità e resti spettatore dell’oppressione?… Non ha più forza la legge né mai si afferma il diritto. L’empio infatti raggira il giusto e il giudizio ne esce stravolto”.

La triste esperienza della legge stravolta, dei giudizi tramutati in esaltazione della truffa, l’arroganza dei disonesti che schiacciano i deboli e la corruzione del giudizio, fa sorgere la drammatica domanda che investe la stessa fede e la spoglia di ogni presunzione e sicurezza.

Abacuc guarda non solo alle sofferenze di un singolo ma pone una domanda che tocca una realtà più ampia. Come può Dio, il santo, colui che ha occhi troppo puri per vedere il male, permettere che sia un popolo barbaro a compiere vendetta e che popoli malvagi vengano offesi da popoli ancora più malvagi? La sua domanda si pone nella linea della provocazione di Giobbe: disorienta le teologie che intendono tutto spiegare. La sua pagina è esemplare del coraggio del profeta che apre domande difficili e le rivolge a Dio stesso. Nell’annuncio della risposta di Dio viene indicato un termine: l’ingiustizia e la violenza non sono l’ultima parola. Ma è richiesto di attendere, di sperimentare una radicale fiducia in Dio.

Come tenere insieme la fiducia nel Dio buono e giusto e le tragedie storiche d’ingiustizia e oppressione? Abacuc invita ad avere il coraggio di lanciare verso Dio il grido che sorge dal dolore, a vivere l’attesa.

E’ la domanda che risuona nel grido di ogni credente che non volge le spalle ad Auschwitz. Ed è ancora e sempre la domanda che si leva come grido silenzioso di fronte alla barbarie, all’orrore, alla violenza.

Abacuc nel suo breve libro richiama l’atteggiamento del giusto: ‘soccombe colui che non ha l’animo retto, mentre il giusto vivrà per la sua fede’. Il giusto è colui che, senza scorciatoie, senza facili risposte al male, mantiene la sua fedeltà rivolta al Dio della vita. Trova la sua stabilità in tale affidamento.

La sfida del credere è vivere il presente, con il cuore rivolto a Dio senza far venir meno la domanda ‘fino a quando?’ Credere non è quindi percorso senza problemi. La fatica interiore del credente proviene dallo scorgere le contraddizioni della storia.

La fede rimane sospesa alla fedeltà di colui che non verrà meno alle sue promesse, che chiama a solidarietà con le vittime dell’ingiustizia.

Il vangelo richiama lo stile del credere: credere non è adesione ad una serie di dottrine, è invece incontro e cammino, coinvolgimento della vita in una relazione con Dio.  E’ affidamento. ‘Accresci la nostra fede’ è espressione di un cammino che sempre mantiene la ricerca. Non sono facilmente eliminati i problemi e le difficoltà del pensare, del confronto con la storia e la vita. Non sono eliminate le fatiche di vedere il suo cammino come una sorta di illusione inutile. Il credente è presentato nel vangelo di Luca come colui che non trova in sé la forza per affidarsi a colui che salva.

Per parlare della fede Gesù indica un granellino di senapa, il più piccolo di tutti i semi. La vita della fede non è opera umana, non è realtà che s’impone e nemmeno qualcosa di grande, è piuttosto lasciare spazio all’azione di Dio. Per questo la preghiera del credente è richiesta di cammino: “Accresci in noi la fede”. Chi crede è – dice Luca – come colui che risponde ad un incarico affidatogli. Sta qui il messaggio al centro della parabola del servo. Il senso della sua vita sta nella relazione con qualcuno che attende e a cui rispondere. Non è questione di diritti e pretese, ma riconosce di essere ‘semplice servo’ (non ‘inutile’, ma unicamente servo).

Nel rapporto con Dio il grande dono è poter assumere l’attitudine di Gesù che è stata quella del servo: e rimanere come lui. Nell’immagine qui utilizzata del servo, che agisce e attende, l’accento non sta sul rapporto servo-padrone quasi che l’atto di fede sia riconducibile ad un rapporto schiavistico e oppressivo della libertà. Piuttosto chi crede scopre come tutto ciò che è ed ha proviene da un dono e va messo a servizio di altri. Come Gesù che si è chinato per lavare i piedi dei suoi discepoli assumendo la condizione del servo. E indicando ai suoi: anche voi fate così.

Alessandro Cortesi op

 

foglie colori diversiCredere e giovani

“Molti parlano di un cristianesimo che nel vecchio continente ha ormai esaurito la sua traiettoria sociale, che non costituisce più la cultura comune, relegato ai margini della società e della storia. Ciò che un tempo è stata la culla della proposta cristiana oggi rischia – anche nella percezione di molti uomini del sacro – di trasformarsi nella sua tomba. Ampie quote di popolazione si starebbero spogliando poco a poco delle radici religiose, d’un legame di affinità durato per secoli, il cui segno più evidente viene individuato nella perdita della fede da parte delle nuove generazioni o nella loro indifferenza sulle questioni ultime o penultime dell’esistenza”.

Con questa osservazione Franco Garelli* indica il punto di partenza di una sua ricerca condotta in Italia sul tema del rapporto tra giovani e religione: F. Garelli, Piccoli atei crescono. Davvero una generazione senza Dio?, il Mulino, Bologna 2016.

Come anche il titolo dell’indagine indica, la domanda di partenza che guida la ricerca è se veramente ci si trovi di fronte ad una situazione di una ‘generazione incredula’ – come qualcuno afferma – o piuttosto siano da scorgere altri elementi in base ad una lettura più approfondita e maturare diverse sensibilità a fronte dell’esperienza dei giovani oggi in rapporto al credere. Facendo di tale indagine motivo per ripensare linguaggi e modalità di approccio all’esperienza del credere.

Circa il 30% dei giovani in Italia tra i 18 e i 29 anni si dicono ‘senza Dio’ e ‘senza religione’. E’ rilevata quindi la presenza di un’area dell’ateismo: “Quella dell’ateismo (anche a livello giovanile) si presenta comunque come una realtà variegata al proprio interno, comprendendo soggetti ‘non credenti’ di diversa natura e sensibilità”.

Tra questi vi sono coloro che “ritengono che «non occorra scomodare Dio per condurre una vita sensata»; che «è difficile credere o aver fede in precetti considerati poco plausibili o senza alcun fondamento scientifico»; che «con le conoscenze scientifiche che abbiamo adesso è davvero arduo credere nell’esistenza di un potere superiore che regoli tutto»; che «oggi, dopo tanti anni di evoluzione, di scienza, tecnologia e anche, perché no, di delusioni, è davvero complicato dire che esiste un Dio e che ci crediamo».”

Vi sono altri che considerano come fede e cultura contemporanea siano incompatibili. Altri ancora condividono un atteggiamento di negazione di Dio più per condizionamento e uniformità con il proprio ambiente che per maturate convinzioni personali. Una parte vive una reazione di ostilità spesso orientata nei confronti della chiesa dovuta ad esperienze negative vissute.

Ai volti diversi della non credenza si affiancano i volti assai variegati del credere che Garelli descrive riprendendo la metafora utilizzata dal card.Martini: «Accanto ai cristiani della linfa, vi sono quelli del tronco, della corteccia e infine coloro che come muschio stanno attaccati solo esteriormente all’albero».

Osserva il sociologo torinese: “Proprio la religiosità del ‘muschio’, e in parte della ‘corteccia’, sembra avere un buon seguito nelle attuali giovani generazioni, alla stessa stregua di quanto avviene nella popolazione adulta. Oltre un terzo degli italiani di età compresa tra i 18 e i 29 anni presentano infatti un profilo religioso sorprendente e curioso, tipico di quanti mantengono un’identità cristiana più per motivi culturali o etnici che spirituali, ritrovando a questo livello un riferimento che offre sicurezza in una società sempre più precaria. (…) Si tratta di giovani che si ritengono – per citare alcuni brani di intervista – «culturalmente cristiani, ma non praticanti né osservanti». Si tratta di una appartenenza più di tipo culturale e non derivante da scelte di tipo religioso.

Ciò che sorprende in questa area è che tale atteggiamento contrasta con la percezione che le scelte dei giovani siano maggiormente ispirate a criteri di autenticità e di libertà. Appare invece la tendenza ad un allinearsi in ambito religioso su linee tracciate dalla tradizione senza attitudine critica.

Un’altra fascia di giovani italiani, circa un sesto, è quella di coloro che sono impegnati in ambienti ecclesiali e di volontariato e che spesso hanno avuto esperienze positive di fede in famiglia e in ambienti formativi.

A conclusione della descrizione del panorama così evidenziato si può concudere che “la varietà religiosa non emerge solo dalle statistiche, ma appare sempre più un tratto che attraversa la cultura e le interazioni quotidiane dei giovani”. La percezione dei giovani è quella della normalità di vivere in un contesto religioso plurale, in cui le scelte dei singoli in questo ambito siano da rispettare senza che esse divengano motivo di ostacolo a percorsi di amicizia e relazione. E’ anche da rilevare un terreno di dialogo che appare presente: chi ha posizioni di negazione di Dio e della religione spesso si manifesta aperto a riconoscere la plausibilità di altre posizioni di chi vive la propria fede in modo convinto e pensa che sia possibile anche nella situazione della cultura attuale.

“L’apertura di parte dei non credenti nei confronti di una fede religiosa sembra comunque condizionata alla qualità della fede stessa. Qui emerge la particolare allergia dei giovani nei confronti di espressioni religiose ritenute perlopiù ambigue o incoerenti, che non sembrano rappresentare per il soggetto un principio vitale, apparendo più frutto di convenzioni sociali che di riflessione. È la religiosità fredda e asettica, che non smuove gli affetti, non interpella la coscienza contemporanea, più imposta dalla famiglia o dall’ambiente che fatta propria dal singolo… il vero bersaglio di molti giovani, siano essi credenti o meno. Mentre, per contro, la fede ritenuta plausibile è quella al centro di una scelta consapevole, che si esprime in un iter di ricerca senza confini di cui il soggetto si sente protagonista”.

La ricerca sociologica di Garelli manifesta come in Italia ciò che sta avvenendo sia da un lato una interruzione di canali di trasmissione dell’esperienza religiosa che ha generato una rottura. Ciò si accompagna ad una marcata diffidenza nei confronti della chiesa come istituzione. E questo dovrebbe essere motivo di riflessione considerazione a livello ecclesiale dell’aspetto di contro-testimonianza della fede e di inadeguatezza di una proposta che non incontra le inquietudini e domande dei giovani. D’altra parte si rileva come si manifesta una ricerca variegata di spiritualità: “la nozione di spiritualità divide l’insieme dei giovani. Una parte di essi sembra attenta a questa dimensione dell’esistenza, altri la interpretano come una risorsa per essere più armonici e solidali nella vita, altri ancora come una via soggettiva e più autentica per credere in Dio ed esprimere la propria fede religiosa, pur risultando aperti ad altri percorsi di senso”.

Si pone l’urgenza di guardare alla situazione dei giovani non secondo criteri del passato o nella considerazione di un mondo passato visto come l’età dell’oro. Oggi l’esperienza del credere non è più dovuta a pressioni sociali ma si pone come una opzione tra le tante e ciò richiederebbe un nuovo linguaggio nella comunicazione della fede ed un ascolto alle richieste di senso pur presenti spesso in forme implicite al cuore della vita dei giovani.

“Insomma, c’è una grande domanda di significato (talvolta più implicita che esplicita) che occorre saper riconoscere e interpretare. Una domanda che sembra attivarsi in particolari situazioni, a fronte di eventi che interpellano nel profondo le persone o di figure pubbliche dotate di un particolare spessore umano, etico e spirituale”.

L’attenzione che viene rivolta sia da credenti sia da non credenti ad alcune figure di testimoni credibili è motivo per pensare che oggi la comunicazione della fede è interpellata soprattutto sul piano della prassi e di una comunicazione che viva della testimonianza, fatta di accoglienza, capacità di vicinanza e di disponibilità ad accompagnare cammini.

* F.Garelli, E’ plausibile per i giovani d’oggi credere in Dio? in Francisco Sánchez Leyva, Credere e non credere a confronto. Per un’«apologetica originale, LAS 2019, 181-198; consultabile in “Note di pastorale giovanile”

Alessandro Cortesi op

 

 

XXVI domenica tempo ordinario – anno C – 2019

ricchezza-povertà-1.jpgAm 6,1.4-7; 1Tim 6,11-16; Lc 16,19-31

Amos nella sua azione di profeta denuncia gli spensierati, seduti in letti d’avorio, che canterellano, bevono il vino in larghe coppe e si ungono con gli unguenti più raffinati. E’ modo di vivere di chi rimane insensibile alla miseria degli impoveriti che nel medesimo tempo vivevano nella miseria e nell’oppressione. Amos grida la sua protesta che proviene dalla chiamata ad annunciare la parola del Signore: ‘finirà l’orgia dei buontemponi’.

La parabola del ricco e del povero Lazzaro, il cui nome ‘El azar’, significa ‘Dio aiuta’, è un racconto proprio del vangelo di Luca, attento in modo particolare alla questione della povertà.

La parabola nella prima parte presenta due quadri opposti: la situazione del ricco descritto con i caratteri di uno spensierato che gode nell’abbondanza, reso insensibile dal lusso e dell’agiatezza. Vive come in una bolla e non si rende nemmeno conto del dolore di chi alla sua porta non ha nemmeno il cibo indispensabile per sfamarsi.

Alla sua porta, vicino e distante, sta Lazzaro, povero, coperto di piaghe, allontanato dalla casa dove si banchettava lautamente e la sua unica compagnia sono i cani randagi. E’ un situazione di contrasto che già nella presentazione diviene accusa di un modo di vivere che Gesù vedeva attorno a lui nel divario tra la ricchezza dei potenti e la miseria degli sfruttati, nell’ingiustizia che esso rappresenta.

Il momento della morte comporta un totale rovesciamento della situazione: Lazzaro è portato dagli angeli accanto ad Abramo mentre il ricco è immerso nei tormenti. Abramo è padre della fede d’Israele e diviene padre dei poveri. E il ricco invece sperimenta la rovina.

Questa descrizione non intende essere una sorta di descrizione della vita dell’aldilà per suscitare strane immaginazioni, di cui si trova attestazione nell’iconografia di questo racconto. Il motivo centrale della parabola sta altrove. La questione al cuore della parabola non è un invito ad immaginare un futuro lontano e fuori della nostra portata, è piuttosto un appello rivolto al presente in cui scorgere come orientare la propria vita per trovare il suo senso più profondo: a questo ci guida la seconda parte del racconto.

La seconda parte della parabola infatti presenta un dialogo tra il ricco e Abramo. Il ricco chiede di andare ad avvisare i suoi cinque fratelli, perché non abbiano a subire la medesima sorte. Si rende conto che una vita spesa nell’indifferenza senza farsi carico degli altri è una vita fallita. Ma la sua richiesta trova in modo sorprendente un rifiuto. Abramo gli risponde: “Hanno Mosè e i profeti: li ascoltino… Se non ascoltano Mosè e i profeti, anche se uno risuscitasse dai morti non si lascerebbero convincere”. E’ una parola dura, un richiamo forte a chi ascolta.

Siamo qui di fronte al punto verso cui tutto il racconto converge: l’espressione ‘Mosè e i profeti’ indica le Scritture, rinvia alla storia della comunicazione di Dio con Israele. Lì Dio si manifesta come colui che si volge alla sofferenza del povero. La risposta di Abramo, padre dei credenti, richiama ad un ascolto che va vissuto nella vita, che interpella il presente. Non è quindi questione di miracoli sorprendenti e di invii celesti: il progetto di Dio per l’umanità è sogno di comunione, di raduno di popoli, di condivisione. Le Scritture sono via per ascoltare la volontà di Dio sulla propria vita e per agire responsabilmente. Solamente l’ascolto che provoca a cambiare il cuore è forza che conduce a vincere l’insensibilità e la cecità del ricco. Tale ascolto della parola dei profeti e del grido dei poveri può generare un diverso rapporto con gli altri perché la vita si apra al suo compimento che è incontro e comunione.

Alessandro Cortesi op

yemen_editorialeNon si tratta solo di altri

E’ un pugno nello stomaco il reportage di Francesca Moannocchi dallo Yemen pubblicato su “L’Espresso” del 22 settembre 2019, pp.10-21. Il titolo già indica la discesa a cui conduce l’articolo: L’inferno dei bambini. E’ un percorso di contatto diretto con la realtà in cui si viene portati ad ascoltare una parola ripetuta ogni giorno: “‘manca tutto’ dicono i bambini”. Ma è affermazione che contrasta con gli scaffali delle botteghe in cui è esposta la farina e le farmacie in cui sono presenti i medicinali. “Però nelle case manca tutto, le corsie degli ospedali sono piene di bambini malnutriti e i bambini muoiono di fame. Sono gli effetti delle guerre quando assumono la forma più subdola, quando diventano cioè guerre economiche e i morti che si contano, nel burocratico vocabolario bellico, si chiamano vittime indirette”.

E’ un aspetto della distanza odierna ma i mondi della ricchezza in cui regna l’abbondanza e lo spreco e gli inferni della miseria in cui i bambini muoiono di fame, di colera e difterite a causa della guerra. C’è infatti un elemento importante che il reportage pone in evidenza: le guerre sono tra le prime cause della iniquità che attraversa il mondo. Lo Yemen oggi è terra dimenticata in cui questa tragedia è quotidiana e da lì sale il grido silenzioso delle vittime. Dodici milioni di persone vedranno nelle prossime settimane ulteriormente diminuite. E questa situazione si svolge mentre la comunità internazionale rimane indifferente.

Racconta Francesca Mannocchi delle parole e del volto di una madre: “Alima, come le altre madri, sembra anestetizzata dalla fatica di sopravvivere. Non inveisce, non si lamenta”. E’ questo silenzio da ascoltare…

“Secondo lo Yemen Data Project che raccoglie i dati sugli attacchi aerei, la coalizione a guida saudita ha effettuato 20 mila attacchi aerei, un terzo dei quali su siti non militari: infrastrutture, ospedali, scuole. I danni materiali, uniti al blocco aereo, navale e marittimo imposto alle aree settentrionali hanno paralizzato l’accesso ai beni primari, mettendo in ginocchio il paese che era già il più precario dell’area e impoverendolo al punto da essere considerato sull’orlo della carestia”.

“E nel tutti contro tutti la guerra militare è anche guerra di propagande nemiche che alimentano l’arma più subdola: la fame, la più insidiosa delle battaglie, perché la fame uccide lentamente e dalla fame nessuno può scappare”.

Le foto di Alessio Romenzi che corredano l’articolo testimoniano interni di ospedali, bambini seduti tra case ridotte a cumuli di macerie, edifici sventrati e inabitabili, immagini della devastazione e della distruzione che sono denuncia della responsabilità di quanti alimentano questa guerra e dell’ignavia di un mondo distratto. La storia del ricco e di Lazzaro si ripete anche nel nostro mondo.

“Le società economicamente più avanzate sviluppano al proprio interno la tendenza a un accentuato individualismo che, unito alla mentalità utilitaristica e moltiplicato dalla rete mediatica, produce la “globalizzazione dell’indifferenza”. In questo scenario, i migranti, i rifugiati, gli sfollati e le vittime della tratta sono diventati emblema dell’esclusione perché, oltre ai disagi che la loro condizione di per sé comporta, sono spesso caricati di un giudizio negativo che li considera come causa dei mali sociali. L’atteggiamento nei loro confronti rappresenta un campanello di allarme che avvisa del declino morale a cui si va incontro se si continua a concedere terreno alla cultura dello scarto. Infatti, su questa via, ogni soggetto che non rientra nei canoni del benessere fisico, psichico e sociale diventa a rischio di emarginazione e di esclusione.

Per questo, la presenza dei migranti e dei rifugiati – come, in generale, delle persone vulnerabili – rappresenta oggi un invito a recuperare alcune dimensioni essenziali della nostra esistenza cristiana e della nostra umanità, che rischiano di assopirsi in un tenore di vita ricco di comodità. Ecco perché “non si tratta solo di migranti”, vale a dire: interessandoci di loro ci interessiamo anche di noi, di tutti; prendendoci cura di loro, cresciamo tutti; ascoltando loro, diamo voce anche a quella parte di noi che forse teniamo nascosta perché oggi non è ben vista”.

Papa Francesco nel Messaggio per la 105 giornata mondiale del migrante e rifugiato (29 settembre 2019) richiama un fenomeno in atto di globalizzazione dell’indifferenza, che non solo è disinteresse per la sorte di interi popoli, ma diviene attitudine di disprezzo e sospetto verso i più vulnerabili. E’ la cultura dello scarto per cui si può fare a men di qualcuno e la vita viene intesa come una gande competizione in cui c’è posto solo per i più forti e più ricchi e gli altri sono come i resti portati via dalla risacca sul bagnasciuga.

Una vita ricca di comodità, ma anche una pigrizia nel non ricercare modi per conoscere la reale condizione della vita degli altri impedisce di vedere.

La parola chiave che guida l’appello è Non si tratta solo di migranti… si tratta infatti della nostra vita… come per il ricco che si domanda sul senso della sua vita quando ormai il suo tempo è finito…

Non si tratta solo di migranti: si tratta della carità. … Non si tratta solo di migranti: si tratta della nostra umanità. … Non si tratta solo di migranti: si tratta di non escludere nessunoNon si tratta solo di migranti: si tratta di mettere gli ultimi al primo posto…. Non si tratta solo di migranti: si tratta di tutta la persona, di tutte le persone. … Non si tratta solo di migranti: si tratta di costruire la città di Dio e dell’uomo.

“la risposta alla sfida posta dalle migrazioni contemporanee si può riassumere in quattro verbi: accogliere, proteggere, promuovere e integrare. Ma questi verbi non valgono solo per i migranti e i rifugiati. (…) non è in gioco solo la causa dei migranti, non è solo di loro che si tratta, ma di tutti noi, del presente e del futuro della famiglia umana. I migranti, e specialmente quelli più vulnerabili, ci aiutano a leggere i “segni dei tempi”. Attraverso di loro il Signore ci chiama a una conversione…”

Una lettera da leggere per intero ed in cui trovare motivi per un cambiamento che ci conduca dall’ostilità all’ospitalità, dal sospetto al desiderio di incontri diretti, dall’indifferenza al farci carico nella concretezza di scelte e azioni quotidiane.

Alessandro Cortesi op

XXV domenica tempo ordinario – anno C – 2019

amministratore-disonestoAm 8,4-7; 1Tim 2,1-8; Lc 16,1-13

“Ascoltate questo, voi che calpestate il povero e dite: Quando sarà passato il novilunio e il sabato perché si possa smerciare il frumento, diminuendo le misure e … usando bilance false per comprare con denaro gli indigenti e il povero per un paio di sandali? Il Signore lo giura: Certo, non dimenticherò mai le loro opere”

Amos era coltivatore e pastore nella terra di Samaria nell’VIII secolo a.C.: la sua vita fu radicalmente cambiata, in modo imprevisto, da un irrompere improvviso della chiamata di Dio nella sua vita. Si sentì afferrato e spinto a portare la sua parola, come profeta, senza avere particolari capacità. Tale incontro lo spinse a recarsi di fronte ai potenti, a denunciare davanti ai ricchi ed agli spensierati una situazione di ingiustizia.

Amos smaschera il peccato davanti a Dio e ne delinea i caratteri: i poveri sono calpestati e i ricchi si affannano a guadagnare sulla pelle degli indigenti. Il rapporto con Dio esige rapporti giustizia e costruire giustizia a che fare con la fede. Le sue parole richiamano ad una fede che attua scelte di giustizia in rapporto al Dio vicino, che sostiene i più deboli. Il suo messaggio è richiamo ad abbandonare gli idoli della ricchezza della ricerca del denaro, la rincorsa agli affari che procurano profitto. Critica l’insensibilità e l’indifferenza al grido dei poveri, il disprezzo verso altri esseri umani considerati nulla. Amos richiama a volgersi al Dio che si china sull’orfano, sulla vedova sul forestiero, che non dimentica le sofferenze degli impoveriti.

La parabola di Gesù parte dal riferimento ad una concreta situazione del suo tempo: un amministratore di cui il padrone ha coperto la disonestà è minacciato di essere allontanato presto dal suo lavoro. S dà da fare allora con urgenza, in tutti i modi,e con fare disonesto per rendersi alcune persone amiche, per prepararsi un futuro in cui avere qualcuno riconoscente. E lo fa falsando i pagamenti e concedendo vantaggi ai debitori.

Il punto centrale della parabola non sta in una sorta di elogio della disonestà di questo amministratore maneggione. Gesù come spesso nelle parabole – che sono narrazioni che fanno riferimento alla vita e coinvolgono gli ascoltatori – legge invece una situazione che poteva essere conosciuta da chi lo ascoltava. E intende però accompagnare a scorgere le esigenze del regno di Dio.

Attira l’attenzione sul modo di comportarsi  di quell’amministratore disonesto e osserva che per guadagnare denaro, vantaggi, prestigio spesso ‘i figli di questo mondo’ pongono in atto una incredibile capacità creativa e sanno attuare scelte rischiose con coraggio e furbizia. E’ un modo di agire disonesto in rapporto ad una ‘ricchezza disonesta’.

Ma guardando a questo modo di comportarsi Gesù invita ‘i figli della luce’, cioè i suoi discepoli, a comprendere l’urgenza del momento presente perché l’annuncio del regno di Dio pone a vivere un impegno e una urgenza nuovi: c’è esigenza di risposta e di coinvolgimento della vita. E’ momento che richiede capacità di essere pronti, di decisioni attuate con coraggio e creatività.

Gesù guardando alla prontezza di quell’amministratore presenta per contro l’alternativa che i suoi discepoli hanno dinanzi: scegliere di servire Dio o Mammona, cioè la ricchezza. Non si può servire a due padroni così diversi. Mammona ha una assonanza con il termine ebraico che indica fede, ‘aman’ (da cui il nostro Amen) cioè indica un affidamento, una fiducia di una vita centrata sull’avere. E’ in gioco perciò l’orizzonte di fondo della vita: o ci si fida di Dio o ci si affida ad altri idoli pervasivi. Ci si può inchinare a Mammona oppure affidarsi a Dio che chiede solidarietà e condivisione. E’ come una scelta tra due amori che non possono stare insieme.

Essere fedeli al Dio a cui giunge il grido del povero, implica un rapporto nuovo con i beni, e porta a scegliere la condivisione. Essere fedeli a Dio si attua in rapporti di giustizia, in un rapporto nuovo con gli altri, perché chiede di ascoltare il grido e la sofferenza di chi è vittima dell’ingiustizia.

Alessandro Cortesi op

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Lo scandalo delle disuguaglianze

Il Rapporto annuale dell’Oxfam sulla povertà nel mondo pubblicato nel gennaio 2019 dal titolo ‘Bene pubblico o ricchezza privata’ presenta un quadro della situazione mondiale.

Il panorama presentato è complesso e preoccupante. Si riconosce che negli ultimi decenni si è giunti ad una rilevante riduzione del numero di persone che vivono in estrema povertà (la Banca Mondiale identifica questa soglia in 1,90 dollari pro-capite al giorno).

Tuttavia, proprio leggendo i dati forniti dalla Banca Mondiale si comprende che dal 2013 il tasso di riduzione della povertà si è dimezzato e che la povertà estrema sta aumentando nell’Africa sub-sahariana. Una grandissima parte dell’umanità vive ancora in condizioni di povertà: 3,4 miliardi di persone, pari a poco meno di metà della popolazione mondiale, sopravvivono con meno di 5,50 dollari al giorno. La ricchezza è concentrata nelle mani di pochi.

La disuguaglianza è scandalosa: l’uomo più ricco del mondo, Jeff Bezos, proprietario di Amazon, ha un patrimonio di 112 miliardi di dollari.L’1% di questa cifra corrisponde quasi all’intero budget sanitario di un Paese africano come l’Etiopia, che conta 105 milioni di abitanti.

La ricchezza è quindi sempre più concentrata e le disuguaglianze aumentano: nel 2018 soltanto 26 individui (contro i 43 dell’anno precedente) possedevano una ricchezza pari a quella posseduta dalla metà più povera dell’umanità, 3,8 miliardi di persone. E’ un dato spaventoso che fa riflettere sull’iniquità presente nel mondo in cui viviamo.

Da dieci anni circa la crisi finanziaria ha segnato la vita economica del mondo generando enormi sofferenze. In questo periodo tempo si è registrato un aumento della ricchezza dei più ricchi: il numero di miliardari è quasi raddoppiato.

Se la ricchezza di chi possiede ricchezze miliardarie fosse soggetta ad una tassazione più equa, si potrebbero ricavare risorse da destinare all’educazione dei bambini e per le cure mediche. I più ricchi infatti pagano sempre meno tasse mentre l’accesso ai servizi essenziali nel mondo è impedito a molti: 262 milioni di bambini non hanno accesso all’istruzione e intere fasce di popolazione non hanno possibilità accesso alle cure mediche.

La disuguaglianza a livello globale ha anche un aspetto di discriminazione di genere. Le donne guadagnano il 23% in meno degli uomini e gli uomini possiedono il 50% in più della ricchezza rispetto alle donne. Ma è da rilevare che la vita economica dei Paesi si basa sul lavoro delle donne che non è ufficialmente riconosciuto, poiché esse svolgono gran parte del lavoro di cura a livello sociale che non è retribuito.

C’è anche una conseguenza rilevante della disuguaglianza nell’ambito della vita politica dei Paesi. E’ in corso a livello globale una progressiva limitazione della libertà di parola ed una compressione di spazi democratici. La disuguaglianza si rivela essere l’esito di orientamenti politici e di scelte ben precise.

Il Rapporto Oxfam indica come uno tra gli strumenti per ridurre la disuguaglianza tra super-ricchi e persone comuni sia la scelta di fornire servizi pubblici universali e tutela sociale finanziati attraverso un sistema di tassazione equo.

“Tutti i governi devono stabilire obiettivi e piani d’azione concreti per ridurre i divari economici, soggetti a precise scadenze e incoerenza con quanto stabilito dall’Obiettivo di Sviluppo Sostenibile n. 10 dell’Agenda 2030 delle Nazioni Unite sulla riduzione della disuguaglianza all’interno e tra i Paesi. Tali piani devono comprendere…

Erogare servizi sanitari ed educativi universali e gratuiti, mettendo fine alla privatizzazione dei servizi pubblici.(…)

Riconoscere l’enorme lavoro di cura svolto dalle donne supportandole con la messa a disposizione di servizi pubblici. (…)

Porre fine a sistemi fiscali che avvantaggiano ricchi individui e grandi corporation, tassando in maniera equa la ricchezza e il capitale, e arrestando la corsa al ribasso sulla tassazione dei redditi individuali e di impresa.”

Nel Rapporto è riportata la voce di Waangari Maathai, fondatrice del Green Belt Movement, premio Nobel per la pace nel 2004:

“Nel corso della storia giunge il momento in cui l’umanità è chiamata ad elevarsi ad un nuovo livello di coscienza… a raggiungere un piano morale più elevato. Il momento in cui dobbiamo abbandonare la paura e infonderci speranza l’un l’altro. Quel momento è ora”.

Alessandro Cortesi op

 

XXIV domenica tempo ordinario – anno C – 2019

IMG_2009Es 32,7-14; 1Tim 1,12-17; Lc 15,1-32

“Si avvicinavano a lui tutti i pubblicani e i peccatori per ascoltarlo. I farisei e gli scribi mormoravano: ‘Costui riceve i peccatori e mangia con loro’. Allora egli disse loro questa parabola…”

Dopo questa introduzione seguono tre parabole che compongono la sola e unica parabola annunciata: colui che va in cerca della pecora perduta, la donna che cerca la moneta perduta e il padre che attende e va incontro ai figli perduti. In tutte c’è una perdita, un’attesa o una ricerca ed un ritrovamento.

Farisei e scribi sono ‘coloro che mormoravano’: era questo l’atteggiamento del popolo d’Israele nel deserto (Es 16,2-3.7.12; Num 16,11): il lamento deluso di chi nel deserto perde fiducia nella vicinanza di Dio e giunge ad avere nostalgia della schiavitù d’Egitto, dove almeno ‘eravamo seduti presso la pentola della carne’. E’ la risentita espressione della mancanza di fede e del rifiuto ad affidarsi alle promesse del Dio liberatore.

Un altro tipo di persone sta di fronte a Gesù: chi ‘si avvicinava per ascoltarlo’. L’ascolto in Luca è l’attitudine propria del discepolo: sono i pubblicani e i peccatori, gli irregolari dal punto di vista religioso. Per loro le parabole acquistano un significato particolare perchè sono accolte in un ascolto della vita.

Le prime due insistono sulla ricerca, della pecora e della moneta. Per chi si pone alla ricerca ciò che è perduto vale più di tutto il resto. Si delinea un messaggio centrale: Gesù annuncia il volto di Dio Padre, un padre dal volto materno, tenero, che si pone alla ricerca dell’uomo.Un Dio dal volto di donna che si china a cercare nella penombra una moneta rotolata via. E che così può essere riconosciuto al cuore dell’esperienza quotidiana di chi era escluso dai circuiti principali della religione.

Segue la parabola più lunga costituita di tre grandi movimenti: il primo è la richiesta del figlio minore di essere autonomo e di andarsene dalla casa del padre. E’ allontanamento per avere autonomia, ma poi si delinea come fallimento e si interrompe in quella decisione di ‘ritornare’. Tuttavia le ragioni di questo ritorno sono ancora il desiderio di avere una sicurezza quotidiana, di poter trovare da mangiare almeno come i salariati nella casa del padre. Il punto di svolta sta qui, non tanto la delusione per una felicità lontano dalla casa, ma la consapevolezza di aver sbagliato percorso e la decisione di tornare indietro: una ‘conversione’ che lo riconduce dove era partito. Tuttavia egli si aspetta ancora quella che può esser definita la soluzione del buon senso: la richiesta al padre è ‘trattami d’ora in poi come uno dei tuoi garzoni’.

La seconda scena vede al centro la figura del padre: il figlio che torna è atteso e viene anticipato nel suo desiderio di presentarsi a lui chiedendo di poter ritornare. Il volto del padre è segnato da uno sguardo che attende da lontano e non lascia spazio alle parole ma solo a gesti: l’abbraccio che fa ricominciare una storia di incontro. Per primo, con l’affetto che non fa calcoli e non pone condizioni si getta al collo e lo baciò. I segni della gioia sono l’abito più bello, l’anello al dito, i calzari ai piedi, la festa.

L’amore di questo padre trasforma una storia di morte in una storia di vita: ‘mangiamo e facciamo festa, perché questo mio figlio era morto ed è tornato in vita, era perduto ed è stato ritrovato’. Il padre buono pone la fretta nel lasciare alle spalle la situazione passata per lasciare spazio solo alla gioia di ritrovarsi.

La terza scena è anche questa volta occupata dal padre, dal suo uscire verso il figlio maggiore. Anche quel figlio viveva nella casa ma da estraneo, come uno schiavo. Non aveva compreso la cosa più importante, la gioia del rapporto. Anche verso di lui vi sono parole di misericordia e di invito. Per vivere un modo nuovo di stare in quella casa ma anche per scoprire cosa significhi essere fratelli: ‘figlio, tu sei sempre con me e tutto ciò che è mio è tuo; ma bisognava far festa e rallegrarsi, perché questo tuo fratello era morto ed è tornato in vita, era perduto ed è stato ritrovato’.

La parabola propone un itinerario di scoperta del volto di Dio padre che non viene meno nella ricerca e nell’attesa di cammini di incontro e di riconoscimento dell’altro come fratello.

Alessandro Cortesi op

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Padre/madre

Le figure della madre e del padre in questo tempo hanno visto in Massimo Recalcati un profondo interprete da un punto di vista psicanalitico che ha sondato le attuali tendenze, limiti e aperture (Cosa resta del padre, Cortina 2011; Le mani della madre, Feltrinelli 2015)

Il primo volto della madre – dice Recalcati – sono le sue mani. La madre è colei che risponde al grido di aiuto del bambino, la sua prima soccorritrice. Dove una vita inerme trova accoglienza lì c’è una madre. La madre offre poi al figlio uno sguardo: immergendosi in esso e riflettendosi, un bambino incontra il mondo: gli orizzonti possono aprirsi e dilatarsi. Il desiderio della madre è il lievito che fa crescere e accompagna. Un terzo elemento è il seno, che la madre offre al bambino rispondendo al bisogno di cure che le sono richieste.

Madre è nome di cura particolare e nella cura è anche trasmissione del desiderio che apre strade ai figli, apprendendo nel tempo la faticosa attitudine del lasciarli andare. In una visione patriarcale della maternità quando una donna diventa madre smette di essere donna. Ma è proprio questo un movimento da contrastare: anche i figli hanno bisogno che le madri restino donne. Nel tempo dell’incuria, il nostro tempo segnato da disprezzo e indifferenza, occorre lasciare nuovo spazio alla dimensione dell’attenzione: un amore che unisce desiderio, accoglienza ma anche capacità di distacco e autonomia.

Perché si possa parlare di padre – ancora secondo Recalcati – è necessario non solo guardare a un atto biologico. Ma il divenire padre si compie in un complesso processo di adozione della vita del figlio. Il passaggio indispensabile sta nel gesto di un riconoscimento nel rivolgersi a lui dicendogli “tu sei mio figlio“,  e nell’assumere una responsabilità senza limiti “perché la tua venuta al mondo ha reso il mondo diverso“. Recalcati riprendendo Lacan afferma che la figura del padre sta nel tenere unite insieme legge e desiderio. Ma egli osserva che “Il problema del nostro tempo è che l’alleanza tra legge e desiderio si è interrotta: siamo infatti nel tempo del desiderio impazzito, dissipativo. Per dirlo con le parole di Lacan, il nostro tempo è il tempo dell’evaporazione del padre”. Si è passati da modelli di paternità come il padre padrone che domina e s’impone con autorità all’emergere di modelli diversi e possibilità nuove. Recalcati indica la figura del padre testimone: “padre è testimone e la sua testimonianza viene data attraverso la sua vita: il padre non deve spiegare il senso della vita, ma deve mostrare attraverso la sua che la vita, con i dovuti limiti, può avere un senso, animando così la vita del figlio con la speranza. La parola del padre non ha forza e capacità per guidare la vita del figlio ma di proteggerla: e facendo questo può portare nel cuore dei figli l’esperienza dell’impossibile…

Fulvio De Giorgi, nel suo libro Il figliol prodigo. Parabola dell’educazione, (Scholè, 2018) presenta e discute varie interpretazioni, teologiche e non solo, della parabola nelle diverse epoche. Vi legge la presenza delle forme di educazione presenti anche nel tempo contemporaneo: l’educazione autoritaria, quella permissiva e quella liberatrice.

Ciò che colpisce nella parabola è l’assenza della madre. David Maria Turoldo leggeva tale assenza come necessaria: a suo avviso l’insegnamento di fondo si focalizza nella accettarsi reciprocamente: «O Dio quando impareremo a sopportarci, a comprenderci: appunto a tollerarci come tu ci tolleri? Vera tolleranza è di sentire tutti uguali. È ammettere che anche il fratello ha una sua verità” (Anche Dio è infelice).

De Giorgi osserva come la parabola potrebbe anche intitolarsi la parabola della madre assente: «Manca la donna, manca la madre: manca l’afflato femminile materno. C’è l’ordine, ci sono le norme. Ma non ci sono la protezione e i permessi, il nutrimento del cuore». E osserva: «Siamo di fronte a un fallimento educativo completo, con un figlio che esce da casa e uno che non vuole entrare».

Enzo Bianchi, rimarcando la finale aperta della parabola che fa divenire protagonistie  coinvolti in una storia la cui finale non fa restare indifferenti, afferma: «Tu che chiami Dio padre, che immagine di Dio hai? L’immagine di un padre padrone? Di un padre giusto, dotato di giustizia retributiva? O di un padre che ama senza porre condizioni? Un padre che perdona sempre? Gesù ci interpella! A ciascuno di noi la risposta nel nostro cuore» (Ma l’altro figlio fu ‘prodigo’?, “Avvenire” 11 marzo 2010)

Vent’anni fa Carlo Maria Martini, arcivescovo di Milano, iniziava con queste parole la sua lettera pastorale intitolata ‘Ritorno al Padre’ strutturata attorno al commento della parabola del padre e dei due figli:

“Mi alzerò e andrò da mio Padre” (Lc 15,18) Vi sono molti modi di rifiutare il Padre e il cammino verso di lui. Il più comune (e il più nascosto nell’inconscio) è di rifiutare la morte. Eppure tutti, senza distinzione, siamo incamminati in un viaggio, breve o lungo, che inesorabilmente ci porta verso di essa. Vivere è anche convivere con l’idea che tutto prima o poi finirà. V’è chi si consola pensando che quando ci sarà la morte noi non ci saremo più e che finché ci siamo essa non c’è. Ma si tratta di una consolazione fragile. In realtà la morte incombe su ogni istante della nostra vita, incombe nella forma della domanda: che sarà di me dopo la morte? che senso ha per me la vita? dove vado con tutto il bagaglio dei miei sforzi, delle mie pene, delle mie magre consolazioni?

In tali domande la morte appare come una sfida radicale al pensare umano, una sfida da cui nasce una riflessione seria. E’ come una sentinella che fa la guardia al mistero. E’ come la roccia dura che ci impedisce di affondare nella superficialità. E’ un segnale a cui non si sfugge e che ci costringe a cercare una meta per cui valga la pena di vivere. E’ il “vallo estremo” (E. Montale) da cui ci viene, come un contraccolpo, il bisogno di lottare contro l’apparente trionfo della morte e un’esigenza profonda di cercare il senso della vita, di giustificare la fatica dei giorni.

Sento che alcuni leggendo queste parole saranno tentati di rifiutarle: perché cominciare con un argomento così serio e troppo poco pervaso dalla speranza delle Scritture? Eppure non ho fatto altro che richiamare la vicenda narrata da Gesù nella parabola dei due figli. E’ quando il minore, che ha voluto andarsene da casa e ha sperperato i suoi beni, si trova a toccare il fondo (“avrebbe voluto saziarsi con le carrube che mangiavano i porci; ma nessuno gliene dava”, Lc 15,16) che, quasi per contraccolpo, si ricorda che c’è una casa del padre, dove anche i servi hanno vita, dignità e “pane in abbondanza” (Lc 15,17). L’esperienza della miseria gli consente di guardare in faccia la via della morte che sta percorrendo e di ribellarsi. Quando ci sentiamo soli, quando nessuno sembra volerci più e noi stessi abbiamo ragioni per disprezzarci o essere scontenti di noi, quando la prospettiva della morte o di una perdita grave ci spaventa e ci getta nella depressione, ecco che dal profondo del cuore riemerge il presentimento e la nostalgia di un Altro che possa accoglierci e farci sentire amati, al di là di tutto e nonostante tutto.

Il Padre è in questo senso – se si vuole un senso ancora laico e mondano – l’immagine di qualcuno a cui affidarci senza riserve, il porto dove far riposare le nostre stanchezze, sicuri di non essere respinti. La sua figura ha al tempo stesso tratti paterni e materni: se ne può parlare come del Padre nelle cui braccia si è sicuri e come della Madre a cui ancorare la vita che da essa riconosciamo. E’ pertanto evocazione dell’origine, del grembo, della patria, della casa, del focolare, del cuore a cui rimettere tutto ciò che siamo, del volto a cui guardare senza timore. Il bisogno del Padre è quindi equiparabile al bisogno di un riferimento e di un rifugio paterno e materno e può essere espresso indifferentemente con metafore maschili e femminili”.

Alessandro Cortesi op

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