la parola cresceva

commenti alla Parola della domenica e riflessioni

Archivi per il mese di “gennaio, 2015”

IV domenica tempo ordinario – anno B – 2015

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(Marc Chagall, Profeta Isaia)

Dt 18,15-20; Sal 94; 1Cor 7,32-35; Mc 1,21-28

 “Io susciterò loro un profeta in mezzo ai loro fratelli e gli porrò in bocca le mie parole”. La promessa al cuore della pagina del Deuteronomio riguarda l’azione di Dio che farà sorgere un profeta. Profeta nella Bibbia non è una sorta di mago ‘lettore del futuro’ piuttosto è uomo della Parola. La sua vita è segnata da una chiamata proveniente da un intervento di Dio, dal suo comunicarsi: il profeta non si fa da solo, viene suscitato, scopre una parola altra e da altrove che lo chiama e lo invia. La sua vita è trasformata per essere a servizio di altri in un rapporto che si allarga, in una corrente di comunicazione.

I profeti saranno la risposta, in ogni circostanza, soprattutto nei momenti più difficili alla richiesta – presentata da Israele sul monte Oreb (Dt 5,23-28) – di potersi accostare senza timore a Dio: una risposta ad una richiesta di vicinanza di Dio. Dio si fa vicino attraverso la voce e la vita di qualcuno, fratello tra gli altri, a cui egli pone sulla bocca le sue parole. Così il profeta, uomo della parola, è ‘colui che parla davanti’: la sua parola non proviene da lui, ma dipende da un ascolto che coinvolge in primo luogo sua esistenza e si prolunga nell’ascolto richiesto a tutto il popolo.

La sua parola è eco, rinvio, memoria, ma anche interpretazione del presente. Per questo il profeta è figura scomoda per ogni tipo di potere e trova opposizione e sospetto di essere voce di illuso o di sognatore. Ma il futuro diviene possibile solamente come risposta alla Parola di Dio annunciata dal profeta. La sua è azione in favore di tutto un popolo e in mezzo al popolo: un profeta in mezzo ai fratelli, quasi una apertura alla promessa che tutti nel popolo di Dio sono chiamati ad essere profeti, a vivere un ascolto vivo della Parola di Dio.

La pagina del vangelo di Marco presenta Gesù stesso come ‘uomo della parola’. Il verbo ‘insegnare’ ritorna con insistenza in questo brano. Gesù insegna e lo fa come uno che ha autorità, non come gli scribi. Si tratta di un insegnamento – parole – che sgorgano dalla sua vita. Un insegnare con autorevolezza allora più che autorità: continuità e coerenza tra interno ed esterno, tra parole e vita. Gesù rifugge le forme del potere autoritario, ma la sua parola suscita stupore perché espressione della sua vita, dell’orientamento di fondo di tutto il suo agire.

La scena è presentata nel giorno di sabato, memoria del riposo di Dio nella creazione e dell’alleanza nel dono della legge, all’interno della sinagoga, a Cafarnao. Proprio lì, nel luogo religioso della sinagoga c’è un uomo ‘posseduto’, oppresso, in una condizione di sottomissione a forze che lo dominano: una malattia, una condizione di impurità che lo tiene sofferente ed emarginato, incapace di essere se stesso. C’è un contasto sottolineato da Marco tra l’insegnare di Gesù, profeta e maestro e il grido dell’uomo posseduto da uno spirito immondo. “‘che c’entri con noi Gesù nazareno? Io so chi tu sei: il santo di Dio!’. E Gesù lo sgridò: ‘Taci, esci da quell’uomo’. E lo spirito immondo, straziandolo e gridando forte, uscì da lui.”

Gesù impone di tacere ad una voce che grida la sua identità. E’ riconosciuto come il santo, ‘unto’: è il riconoscimento della sua esperienza nel battesimo. La forza dello Spirito ricevuta lo ha inviato e lo fa entrare a contatto con tutto ciò che è impuro. Gesù invita al silenzio: ‘Ammutolisci ed esci da lui’. Al centro del luogo religioso – ci dice questo passo – è presente la forza del male in contrasto con la parola di insegnamento di Gesù. Gesù si manifesta come colui che libera l’uomo da ciò che lo sottomette, lo strazia e non gli permette di maturare una capacità di ascolto. Il suo insegnare si fa gesto di liberazione. La sua parola diviene azione e apre il passaggio dal grido all’ascolto. L’ascolto è l’attitudine fondamentale del credente. Non una parola che fa morire, ma un parola che apre la possibilità di vivere.

Quell’uomo gridava, dominato dal male, contro la ‘forza debole’ della parola di Gesù: la sua era purtuttavia un riconoscimento della sua identità, una professione di fede anche, gridata, che copriva il suo insegnamento. Gesù si contrappone ad una fede ‘gridata’, si oppone sorattutto a tutto ciò che divide la persona dentro di sè e la tiene oppressa.

Con la sua parola Gesù restituisce quell’uomo a se stesso. Il suo gesto libera e permette che quell’uomo sia restituito alla sua libertà, a se stesso, non più dominato e sottomesso. Marco delinea in Gesù il modello di un profeta che insegna lasciando spazio alla crescita, alla vita di ognuno. Ciò suscita meraviglia perché il suo insegnamento era ‘nuovo’ e si poneva come parola significativa, capace di comunicare, di restituire alla vita. Non si tratta di una ‘dottrina’, è piuttosto insegnamento vivo, capace di coinvolgere la vita, capace di aprire un rapporto di libertà.

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Alcune osservazioni per noi oggi.

Parola e profezia. La parola di un profeta non è parola senza tempo, ma richiamo che pone insieme fedeltà a Dio e interpretazione del presente. Cosa il Signore ci chiama a vivere in questo tempo, in questa storia? Come comunciare la vicinanza di un Dio che non è lontano e inarrivabile, o peggio Dio del giudizi e della condanna, ma Dio dell’ospitalità e della vicinanza che si fa incontro nei gesti e nelle parole umane? Abbiamo bisogno di profeti, di coloro che si sono lasciati coinvolgere nel cammino della fede. Ma abbiamo anche bisogno di non cadere in una mentalità della delega: fossero tutti profeti nel popolo di Dio…

C’è una presenza di profeti nascosti, quelli del quotidiano, tutti coloro che si chiedono in modo ordinario e quotidiano come tradurre il vangelo nell’esistenza e cercano di farlo, senza alcuna pretesa di riconoscimento. Questi sono i profeti, uomini e donne della Parola, capaci di portare visioni di creatività e di porre segni di un mondo nuovo diverso in mezzo ai loro fratelli. Forse il desiderio di protagonisti e di figure eccezionali ci distoglie dall’attenzione all’ascolto dei profeti del quotidiano, ed anche di scoprire la chiamata ad essere profeti che sta al cuore dell’esistenza di ogni persona. E questo non nella linea di una esaltazione del singolo, ma proprio nel cercare di essere profeti insieme.

Come favorire percorsi in cui accogliere la chiamata ad aiutarci ad essere profeti insieme? Nell’ascolto di ciò che la Parola del Signore – che si fa viva nelle parole della vita – ci chiede oggi. La parola del profeta è rinvio alla parola di Dio che destabilizza e fa cambiare, che apre alla speranza e suscita liberazione. Quale impegno per una prassi di umanizzazione oggi?

Insegnare e agire: Gesù presenta un insegnamento con autorevolezza. C’è una linea di coerenza che suscita interrogativo e stupore nel parlare di Gesù. La sua parola fa riferimento al suo agire e diviene luce dei suoi gesti. Non dottrina ma vicinanza e cura. Sta qui una grande provocazione a noi oggi per scoprire come la dimensione dell’agire, non solo nei termini di buone azioni episodiche, ma di un agire quale stile di attenzione ospitale, che innervi tutte le dimensioni del vivere, cha sia attitudine di fondo sempre da ricercare e in cui camminare.

Viviamo il senso di delusione e stanchezza di fronte a tante parole che nascondono dietro a sé un vuoto. E’ lo sfiancamento delle parole: ma le parole riprendono vita quando sgorgano da un agire che ‘parla’ e si fa forza interiore e rinvio ad una parola che innerva la vita. Forse a questo siamo chiamati oggi: potremmo chiederci quali sono le scelte e le modalità di vita ordinaria che rendono leggibile il vangelo anche senza tante parole. Per ridare spazi di libertà a chi in tanti modi è posseduto e spossessato di se stesso, nelle diverse forme di dipendenza e schiavitù che la vita oggi propone: ci sono le dipendenze dai miti del denaro, della superficialità e della faciloneria e di una logica di vita nel consumo e nello sfruttamento di beni. Ci sono dipendenze drammatiche nel gioco, nel divertimento vacuo, nell’inseguire tutto ciò che fa apparire e rende protagonisti o ‘più scaltri’ o ‘primi’. Ci sono dipendenze dai mezzi tecnologici che non aiutano ad alzare sguardi e mente sulla realtà… Assumere lo stile di insegnamento di Gesù, il suo accostarsi per liberare apre a gesti concreti per restituire alla vita perché ognuno possa realizzarsi non nella chiusura ma nell’ascolto e nell’incontro.

Alessandro Cortesi op

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III domenica tempo ordinario – anno B – 2015

Santa Maria in valle Porclaneta Rocca di Mezzo 171

Giona sotto la pianta di ricino (qiqajon) – s.Maria in Valle Porcianeta (part.)

Gn 3,1-10; 1Cor 7,29-31; Mc 1,14-20

Giona è profeta che pretende di piegare Dio alle sue vedute: non segue la chiamata a partire secondo le indicazioni di Dio e ad andare verso la grande città, ma si dirige in direzione opposta. Tutto il racconto di Giona è attraversato dal tema della conversione come cambiamento di direzione. E’ un percorso di cambiamento declinato in tre grandi orizzonti.

C ’è innanzitutto l’orizzonte della conversione di Ninive la grande città, simbolo di una vita lontana da Dio. La conversione della grande città è risposta all’appello del profeta a vivere rapporti di giustizia, a lasciare un sistema di egoismo e di ingiusta ricchezza. Con ironia nel libro di Giona si parla della penitenza del re di Ninive che alla predicazione di Giona risponde con il cambiamento e il digiuno, e con lui tutta la città. Un movimento di accoglienza delle sue parole e di cambiamento ben diverso dal rifiuto del re di Gerusalemme, Ioiakim di Giuda: anch’egli aveva ricevuto dal profeta l’invito al digiuno e all’abbandono di una condotta malvagia ma aveva risposto gettando nel fuoco il rotolo dov’erano scritte quelle parole (Ger 36,23-25). La città di Ninive figura di un mondo lontano e corrotto cambia inaspettatamente direzione: e proprio questo fa arrabbiare il profeta.

C’è poi la conversione di Dio stesso che di fronte al cambiamento improvviso e generale di Ninive si ravvede e non compie ciò che aveva in mente di fare. La narrazione è quasi un commento alla pagina di Geremia dove l’agire di Dio viene paragonato all’opera di un vasaio: “Forse non potrei agire con voi, casa d’Israele, come questo vasaio? Oracolo del Signore. Ecco, come l’argilla è nelle mani del vasaio, così voi siete nelle mie mani, casa di Israele. Talvolta nei riguardi di un popolo o di un regno io decido di sradicare, di abbattere e di distruggere; ma se questo popolo, contro il quale avevo parlato, si converte dalla sua malvagità, io mi pento del male che avevo pensato di fargli” (Ger 18,6-8). E’ il volto di un Dio che si lascia vincere dal cambiamento e fa cadere quell’ira segno della sua reazione al male e alla violenza umana.

Infine c’è il cammino della conversione di Giona, un cambiamento solo suggerito nel libro e lasciato aperto quasi a suggerire un percorso da attuare da parte di chiunque legge. E’ il cambiamento più difficile perché Giona è l’uomo religioso chiuso nella sua concezione di una salvezza riservata solo ad Israele, prigioniero di una religiosità che esclude e pretende di possedere il progetto di Dio sulla storia. L’intero suo cammino appare come lento accompagnamento alla scoperta di un modo nuovo di concepire il volto di Dio e il rapporto con gli altri: è chiamato sì, ma ad andare oltre una visione esclusiva e di competizione violenta, verso l’incontro con un Dio che si prende cura di tutti, si fa vicino, desidera vita e salvezza senza privilegi. Giona viene incaricato di un annuncio più grande di lui che gli sconvolge la vita e lo conduce ad una avventura e ad un viaggio interiore. Dio si prende cura dei vicini e dei lontani: la sua grande fatica è condurre anche il religioso e fondamentalista Giona – il profeta renitente – ad aprirsi ad un incontro nuovo con Lui e con gli altri. Su tutti questi percorsi c’è il rivolgersi fedele, attento, paziente di Dio, preoccupato di far comprendere a Giona, agli abitanti di Ninive, ad Israele suo popolo, che il suo disegno di salvezza non è un privilegio da riservare a qualcuno, ma è dono per tutti.

Di conversione si parla anche nella pagina del vangelo. Gesù annuncia che c’è un tempo ‘compiuto’ e presenta l’appello di fronte all’irromprere del regno che si è fatto vicino: il regno di Dio ha i tatti di una bella notizia che apre ad un Dio amico e vicino, in cui male e oppressione sono tolti, ed è possibile un mondo di relazioni nuove. “Convertitevi e credete al vangelo”.

A queste prime parole sintesi del messaggio di Gesù segue un gesto, la chiamata dei primi discepoli presso il lago e la risposta di Simone e Andrea e poi di Giacomo e Giovanni figli di Zebedeo. Gesù passa, fissa con il suo sguardo e chiama dicendo ‘Seguitemi’. La scena descritta coglie un momento di vita ordinaria, durante il lavoro, nel rassettare le reti di pescatori. Gesù chiama a seguirlo per renderli ‘pescatori di uomini’: la loro attività per procurare vita alle loro famiglie è chiamata a divenire missione per dare vita ad altri, ad una comunità allargata.

C’è una preziosità dell’incontro con Gesù che conduce ad un ‘lasciare’ il padre, la barca, le reti. Un’indicazione che nulla può essere considerato più importante. Relazioni e attività sono da scoprire in modo nuovo nel seguire Gesù. La cosa più importante diviene la relazione con lui. In lui sarà da scoprire la profondità del regno come situazione nuova sin da ora come nuovo modo di intendere la vita nel servizio e nella cura. Sarà anche un modo nuovo di intendere i legami e la propria attività in una comunità intesa come fraternità e sororità di uguali. ‘Seguimi’ è chiamata a seguire, a camminare ‘stando dietro’.

Si tratta di una sequela che avrà per quei discepoli (ma anche per ognuno che si mette a seguire Gesù) i caratteri della fatica, dello sbandamento, dell’incomprensione, anche del fallimento e dell’abbandono. Ma è cammino di conversione alla scoperta del vangelo di Dio che nei gesti di Gesù si può incontrare e in cui lasciarsi coinvolgere.

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Alcune considerazioni per noi oggi

L’antica Ninive è nel territorio della moderna Mosul città diventata tristemente famosa per essere luogo dell’avanzare in questi tempi dello Stato islamico, della persecuzione contro le comunità di yazidi e cristiani obbligati a fuggire dalle loro case e a rifugiarsi in Irak. A Mosul poco tempo fa, nel luglio 2014, è stata distrutta la moschea di Giona. Sì, moschea, perché Giona è profeta riconosciuto anche nella tradizione islamica (nel Corano c’è una sura di Giona). Giona unisce diversi cammini religiosi e più profondamente è simbolo di un cammino umano, al cuore e oltre le religioni. C’è una violenza che si oppone ad un cammino umano come chiamata a convertirsi all’altro, a scoprire la vita come cammino comune nelle differenze, nel lasciarsi interrogare dall’altro. La persecuzione oggi in Irak e nella piana di Mosul accomuna cristiani, musulmani, yazidi, mezzo milione di persone rifugiate in Kurdistan. Prima di Natale il patriarca caldeo di Baghdad, Louis Sako, ha visitato i profughi nel Kurdistan e ha chiesto ai suoi fedeli in Iraq di digiunare nei giorni precedenti il Natale e di “celebrare le feste  – compreso Capodanno – con sobrietà, proprio per avvicinarsi alle ferite  e all’abbandono di chi ha perso tutto a causa della fede, domandando al Signore Gesù il ritorno a casa, a Mosul”. C’è un digiuno nuovo da scoprire oggi come segno di conversione. La sfida che oggi abbiamo davanti è quella di scorgere quale conversione ci è richiesta in modi diversi nelle diverse religioni e convinzioni: l’uscita dagli eclusivismi contrapposti, l’uscita dal modo assolutista e violento di pensare non accogliendo la diversità. L’uscita dalla logica della violenza, dal pensiero autosufficiente che non ha bisogno dell’altro e non è disponibile a cambiare e a prendere in considerazione altri punti di vista.

Nel libro, uscito in questi giorni, a cura di François Buet (ed.Gribaudi) che raccoglie alcune meditazioni di fratel Luc, monaco e medico di Tibhirine, si legge: “La salvezza ci viene dagli altri che sono per noi la presenza di Dio che chiama alla vita. Se la fede salva è perché essa svia il nostro sguardo verso un altro, dunque crea una relazione che ci strappa alla nostra solitudine mortale… Ogni volta che lasciamo la preoccupazione per noi stessi sostituendola con la preoccupazione per un altro, viviamo questa fede che è, forse a nostra insaputa, fede in Dio…”

Ma c’è anche una conversione per dare spazio e attenzione alle situazioni di chi nel mondo subisce oppressione e persecuzione senza trovare considerazione nei media: come in Irak, così in Nigeria più recentemente (mentre il mondo si sollevava per le uccisioni a Parigi, calava l’indifferenza verso più di duemila vittime di violenze). Sono questi percorsi di conversione globali, ma che toccano anche la nostra quotidianità.

Pescatori di uomini: chi oggi si trova a pescare uomini? Chi oggi vive veramente l’abbandono di padri, madri e delle proprie reti per andare incontro ad un’avventura di cui non si hanno garanzie e pone la propria vita in un seguire speranza di dignità e di pane? La vicenda delle innumerevoli folle di migranti, di tutti coloro che hanno sperimentato l’essere pescati nei drammatici naufragi nel mare Mediterraneo è invito per noi a scoprire come i percorsi della fede sono nascosti dentro le vicende umane e come il seguire Gesù dovrebbe essere vissuto nell’ascolto e nell’accoglienza di cammini umani che sono in se stessi segni del vangelo oggi e chiamate a cambiare modo di intendere la vita nella linea del regno di Dio che è regno di pace giustizia sin dal presente.

“Il tempo si è fatto breve”. L’espressione di Paolo rinvia ad un’immagine di navigazione: le vele della barca che presso il porto vengono sciolte e raccolte per permettere gli ultimi preparativi per l’approdo. Non si tratta di un invito al ‘carpe diem’ ignaro del passato e del futuro. E nemmeno è esortazione all’indifferenza nei confronti del presente e di quanto comporta l’impegno qui ed ora nella costruzione di un mondo più giusto e umano con la propria attività. In queste parole sta piuttosto il suggerimento a cogliere la differenza tra ciò che è penultimo, e quanto è ultimo, tra l’importanza di tutto ciò che richiede il massimo coinvolgimento nello sforzo (come in una barca che sta per attraccare) e la bellezza di una realtà nuova che è vicina ed è punto di arrivo meta finale (come il pregustare l’abbraccio con i propri cari nel porto ormai raggiunto a termine del viaggio). Qui s’innesta la serenità e la libertà del credente. Tra il penultimo e l’ultimo al credente non è chiesto l’oblio del tempo, ma percepire lo spessore di ogni istante che tiene legati insieme il passato, il presente e il futuro. Il tempo allora non assume il carattere oppressivo di una dimensione che minaccia e genera paura, ma può divenire il luogo di una libertà nuova ed anche di speranza. Si può vivere immersi e impegnati ma non sommersi e angustiati nelle cose. C’è un quotidiano da accogliere e custodire recando nel cuore la tensione a ciò che è ultimo, nella consapevolezza di tutto ciò che è buono, giusto e di tutto ciò che è vita nel presente: ogni piccolo gesto, ogni impegno nel vivere relazioni che tessono solidarietà e pace è penultimo che si scontra anche con la conraddizione, con la fatica e il fallimento e nel contempo prepara, fa pregustare e annuncia l’ultimo.

Alessandro Cortesi op

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II domenica tempo ordinario anno B – 2015

640px-Mathis_Gothart_Grünewald_022 - Versione 2(Mathias Grünewald – altare di Isenheim 1512-1516 – particolare)

1Sam 3,3-19; 1Cor 6,13-20; Gv 1,35-42

Il giovane Samuele scopre Dio si rende vicino nella sua vita con la sua parola. Samuele è figlio giunto come dono inatteso ad Anna, donna che non poteva avere figli, rimproverata dal sacerdote nel tempio perché con il suo pianto non aveva un comportamento decoroso. Samuele fa questa esperienza in un tempo in cui la parola del Signore era rara. Coglie poco alla volta con difficoltà e fatica la chiamata di Dio: “Mi hai chiamato, eccomi! Egli rispose: Non ti ho chiamato, torna a dormire! … Parla, Signore, perché il tuo servo ti ascolta”.

E’ una chiamata difficile da ricevere, e Samuele si apre poco alla volta ad intenderla, all’ascolto, anche grazie alla disponibilità di Eli. La scambia infatti per la voce del sacerdote, ma il medesimo Eli non si frappone, non lo distoglie con le sue parole, ma lo indirizza ad una parola altra, da accogliere anche per lui, anziano, sconosciuta. Lo invita così all’ascolto: “se ti chiamerà ancora dirai: Parla Signore perché il tuo servo ti ascolta”. Il volto di Dio è di un Tu che rivolge la sua parola e chiama per nome: a Samuele indica una missione, il senso della sua esistenza in un dialogo. Come con Abramo, e con Mosè. Anche Samuele raggiunto in modo inatteso vive una fatica per cogliere da dove provenga la voce che lo chiama.

“Ecco l’agnello di Dio che toglie i peccati del mondo… “. Il quarto vangelo non narra il battesimo di Gesù ma lo presuppone. Giovanni non battezza Gesù ma lo indica come l’agnello: un rinvio al suo cammino e alla croce. Il momento della morte di Gesù nel IV vangelo coincide con il tempo in cui nel tempio venivano sacrificati gli agnelli per la Pasqua, (Gv 19,36). Indicare Gesù come agnello così rinvia a signficato della Pasqua, e al cammino della liberazione dall’Egitto (Es 12). La vicenda di Gesù ha al cuore la pasqua. Il termine ‘agnello’ in aramaico (talja) indicava sia l’agnello sia il servo, e sa qui un altro rinvio alla figura del ‘servo di Jahwè’ di Isaia: “Maltrattato si lasciò umiliare e non aprì la sua bocca: era come agnello condotto al macello, come pecora muta di fronte ai suoi tosatori e non aprì la sua bocca” (Is 53,7). Il ‘servo’ prende su di sé il peccato del popolo con la nonviolenza ‘toglie il peccato del mondo’: ‘prende sulle spalle’ e ‘toglie via’, nel medesimo tempo. Porta i pesi degli altri e non pone pesi insopportabili sulle spalle degli altri.

Anche la pagina del vangelo parla di chiamate: vi sono i primi discepoli, che seguono Gesù. Che cosa cercate? E’ la prima domanda: la sequela si apre non con un discorso ma con un interrogativo. Così Gesù suscita un cammino e invita ad uno stare insieme. Seguirlo si radica su un cercare ed implica andare al fondo di un’inquietudine e di una attesa.

‘Che cosa cercate?’ è la grande domanda che attraversa il quarto vangelo. In ogni cuore c’è una sete profonda – come per la donna di Samaria al cap. 4 -. Gesù non mette al primo posto una sua risposta: piuttosto invita a stare nella ricerca, fa spazio ad una inquietudine, accompagna a porsi domande. Apre ad uno stare insieme. Oltre ogni pretesa di chiudere anche la sua presenza entro i ristretti confini di una ‘religione’ o di un tempio.

La strada conduce fino al giardino fuori del sepolcro alla fine del vangelo (Gv 20,11), quando il giardiniere sconosciuto rivolge a Maria di Magdala in lacrime una parola sconvolgente: ‘Donna, perché piangi? Chi cerchi?’. E’ chiamata per nome: ‘Maria’ e la domanda passa dal ‘che cosa’ al ‘chi’. L’intero vangelo si fa così itinerario da una ricerca di qualcosa alla ricerca di un tu, di una relazione ‘chi cerchi?’. E’ Gesù, la sua presenza, come parola di Dio al cuore di ogni ricerca umana.

Dove dimori? E’ un’altra domanda: racchiude non solo la ricerca della casa di Gesù, ma pone la questione su dove Gesù rimane. E Gesù ancora invita ad un cammino. ‘Venite e vedete’. Per accogliere lui è importante camminare, ‘venire’ e ‘vedere’, fare esperienza della sua vita, lasciarsi accogliere da lui. Si tratta di un coinvolgimento quotidiano dell’esistere, che apre ad un vedere nuovo.

Tutto questo avviene all’interno di una rete di relazioni. L’incontro con Gesù passa attraverso il tessuto delgli incontri. Sono gli incontri della quotidianità, della parentela e dell’amicizia: Andrea è fratello di Simone, Filippo è della città di Andrea, Filippo incontra Natanaele…. L’incontro con Gesù passa non attraverso voci magiche, eccezionali, ma nel tessuto delle parole, delle chiamate e delle relazioni di ogni giorno.

DSCF5464Alcuni spunti di riflessione per noi oggi

Parlare e ascoltare. Eli indica a Samuele un ascolto da coltivare. Giovanni indica Gesù e intende la sua presenza accanto a lui nell’espressione: “egli deve crescere io diminuire” (Gv 3,30). Eli può essere visto come una figura di educatore, capace di favorire un ascolto non delle parole proprie ma della parola di Dio. Questa si fa presente nel cuore di ognuno, come chiamata a compiere il proprio nome, unico e originale, la via della propria vita che nessun modello o regola può predeterminare, ma che va soperta nel dare spazio alla parole: alle parole umane e a quella Parola di Dio racchiusa nel proprio nome, nella vita.

Di fronte alle situazioni di violenza e di disumanità che sperimentiamo si accresce il senso di urgenza di quell’accompagnare alla scoperta di vie di umanizzazione che è la funzione educativa. Ma educare non è imporre un proprio modello, non è riempire di parole già date, è piuttosto fare spazio, aprire le possibilità per una ricerca oltre le chiusure e la bruttura del presente: fare spazio per un cammino in cui sia possibile l’accoglienza e lo scambio di parole di relazione.

Fare l’insegnante – osserva Carla Melazzini in “Insegnare al principe di Danimarca” (ed. Sellerio 2011) libro testimonianza di un’esperienza di scuola con ragazzi difficili in quartieri degradati – vuol dire “dare significato alla parola”, aprire a quello scambio di parole che rende possibile la comunicazione con l’altro e il superamento della violenza. Da qui la necessità di saper “accogliere i silenzi, i veti, ma anche gli indizi, i suggerimenti, gli orientamenti da parte degli alunni, pena la perdita, appunto, della significanza”. L’educazione come cammino comune, non relazione di dipendenza ma scoperta insieme nel ridare parola, nel fare spazio per ascolto, nello scambio di parole.

Alessandro Cortesi op

parole rodari

Battesimo del Signore – anno B -2015

DSCF5501Is 55,1-11; 1Gv 5,1-9; Mc 1,7-11

“I miei pensieri non sono i vostri pensieri, le mie vie non sono le vostre vie…” C’è una differenza radicale, una distanza incolmabile indicata da queste parole che esprimono il rapporto tra Dio e la condizione umana. Dio è altro, diverso, non riducibile alla misura umana. Le vie umane non possono incrociare le sue vie. La voce profetica è una provocazione a mettersi davanti a Dio come ‘colui che è Altro’, riconoscendo una distanza invalicabile. Il nostro parlare di Dio, il nostro tentativo di nominare Dio stesso e di rinchiuderlo entro la pochezza dei nostri pensieri deve tener conto e sostare su queste parole: ‘i miei pensieri non sono i vostri pensieri’. C’è una distanza come dal cielo alla terra, incommensurabile.

Eppure questa parola profetica non parla solo di una distanza ma insieme e in modo paradossale sottolinea anche una vicinanza inattesa: da quel cielo lontano e irraggiungibile, come la pioggia e le neve, la parola di Dio si fa vicina, scende e feconda la terra, luogo della vita umana, e la trasforma. Ne sorge un processo di fecondazione e può fiorire un frutto di vita, qualcosa di nuovo, che fa trarre seme, il tesoro da consegnare per la vita futura, e pane, possibilità di vita come nutrimento e senso del quotidiano. Il Dio lontano si è fatto vicinissimo, il suo disegno è nei termini della comunicazione e dell’incontro. Entra nella storia e la sua presenza è da scorgere nella vicenda del cosmo.

Da qui l’invito: “Cercate il Signore mentre si fa trovare”. Il Dio lontano è anche il vicinissimo, che si comunica. La sua parola non rimane esterna, al di fuori, ma permea la terra e l’umanità come pioggia, come neve, come acqua che si diffonde e irrora la terra. La sua parola non è distante e inavvicinabile, ma è vicina, sta dentro alle cose. E’ da cercare come cercatori di tracce e di parole…

Se da un lato questa parola è provocazione a non rendere Dio una costruzione della nostra piccolezza, una proiezione della miseria dei nostri pensieri, dall’altro questa pagina è anche annuncio di vicinanza, apre alla ricerca non solo di una traccia di Dio, ma della sua parola, del suo comunicarsi dentro le cose, la realtà umana, il nostro vivere.

Non solo: il Dio umanissimo è il Dio che si fa vicino e nell’incontro trasforma, cambia e rende capace la storia umana di fecondità di vita nuova: capace di frutti che portano seme e portano pane. L’incontro apre ad un cambiamento impensabile, al sorgere di una nuova creazione, ad una fecondità inimmaginabile.

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(Lucio Fontana, 1899-1968 – Concetto spaziale Attese 1968)

La scena del battesimo di Gesù nel vangelo di Marco è una bellissima lettura teologica del rapporto che Gesù nella sua vita ebbe con Giovanni detto il battezzatore.

Quando Gesù si immerge ‘vide i cieli squarciarsi’ – dice Marco. E’ una potente immagine, rinvio ad un’altra lacerazione che Marco pone a conclusione del vangelo al momento della morte di Gesù: “il velo del tempio si squarciò in due da cima a fondo” (Mc 15,38). L’intero vangelo è posto tra questi due squarci, al battesimo/immersione nelle acque e alla croce/immersione nella morte. Due spazi separati, cielo e terra vengono congiunti in tale aprirsi. Lo spazio di Dio non è più lontano, inaccessibile. Né è raggiungibile solo attraverso la mediazione del sommo sacerdote che entrava nel Santo dei santi dopo aver oltrepassato il velo. Il cielo non è più luogo di Dio contrapposto alla terra luogo degli uomini. Il mondo di Dio è vicino nell’umanità di Gesù, il crocifisso. L’incontro con Dio è possibile in quell’umanità con cui Gesù si è reso solidale fino alla fine. Nuovo Adamo nella sua vita indica il senso della vita umana, la dignità di ogni volto.

Al momento in cui Gesù uscì dall’acqua dice Marco ‘venne una voce dal cielo’. Si tratta di una voce proveniente dall’alto, dal Padre, che porta in sé indicazione sull’identità di Gesù. Gesù è un ‘tu’ per il Padre, il Tu amante della sua vita. Gesù è anche indicato come ‘il figlio’: il cuore dlela vita sta nella relazione al Padre suo. Infine Gesù è l’amato, eletto: “in te ho posto la mia gioia”. Il testo racchiude così un’evocazione di espressioni del secondo Isaia, profeta della fine dell’esilio, dove la parola di Jahwè si rivolge alla figura di un enigmatico profeta: “Ecco il mio servo che io sostengo, il mio eletto di cui mi compiaccio. Ho posto il mio spirito su di lui: egli porterà il diritto alle nazioni… Così dice il Signore Dio che crea i cieli e li dispiega , distende la terra con ciò che vi nasce, dà il respiro alla gente che la abita…” (Is 42,1.5) E ancora “il Signore dal seno materno mi ha chiamato, fino dal grembo di mia madre ha pronunciato il mio nome… Mi ha detto: Mio servo sei tu, Israele, sul quale manifesterò la mia gloria” (Is 49,1.3).

Il momento dell’immersione nelle acque è visto da Marco come passaggio della chiamata di Gesù, apertura di un cammino in cui gli si rende chiaro la direzione della sua missione. La sua vita è guidata nella forza del soffio di Dio, lo Spirito: solamente lui – secondo Marco – vide i cieli aperti e scendere lo Spirito come colomba. E’ unto dallo Spirito come profeta e messia. Un’esperienza interiore che viene così espressa per cogliere sin d’ora nel cammino di Gesù, le profondità della sua identità di profeta e di messia chiamato a ‘scendere’ e servire fino alla morte.

Il momento del battesimo è inizio di una missione a cui Gesù si scopre mandato, inviato: per gli altri, per tutti. Sarà ‘messia’ ma un ‘messia’ non a misura delle attese umane e della ricerca umana di potere. La sua vita di cui il Padre si compiace è una vita che si fa servizio e prende su di sé la storia di sofferenza degli uomini.

DSCF5514Una riflessione per noi oggi.

I miei pensieri non sono i vostri pensieri. Dio è altro dai nostri pensieri… Si avverte la tragica autenticità di questa affermazione in momenti come quelli che stiamo vivendo in questi giorni,  in cui il nome di Dio è invocato – come nella strage perpetrata a Parigi – per rivendicare atti di violenza dell’uomo sull’uomo, ed è posto a sigillo di atti omicidi tesi a soffocare la libertà con il terrorismo e l’uso di armi portatrici di morte.

Di fronte alla barbarie e alla violenza siamo provocati a non cadere nella logica dell’intolleranza e della vendetta. Siamo di fronte alla sfida di costruire un mondo in cui non prevalga la logica della violenza e della sopraffazione: è la sfida a vivere ogni orientamento culturale e appartenenza religiosa come fattore non di violenza verso l’altro ma di ricerca di pace e di giustizia. E’ la sfida a pensare la possibilità di una convivenza insieme nel mondo del pluralismo delle culture, delle convinzioni e delle fedi.

Non è facile soprattutto quando prevale la scelte della violenza e del terrore: la più profonda risposta alla violenza del terrorismo non sta nella scelta di vie di guerra e di uso della violenza. Di fronte alla ferocia e alla violenza di chi nomina, in tal modo bestemmiandolo, il nome di Dio per uccidere dev’esserci chiarezza nella condanna e nella presa di distanza nei confronti di questo radicale tradimento della fede, di ogni fede, e una scelta chiara nel cercare e percorrere altre vie.

Dovremmo oggi sapere aiutare tutti i musulmani credenti ad operare la distinzione tra un autentica attitudine religiosa che mai può negare la dignità del volto umano e il tradimento dell’ispirazione religiosa con la scelta dell’intolleranza. Dovremmo aiutare ad esprimere con chiarezza la distanza dalle forme del terrorismo che si servono di riferimenti religiosi tradendone in radice l’ispirazione di una autentica fede. E’ un cammino che investe la nostra responsabilità cristiana nel tempo, nella memoria anche di come i cristiani abbiano perpetrato nella storia violenza, oppressione e scelte di uso delle armi e come ancor oggi giustificano o attuano scelte di oppressione e violenza. E’ un cammino di crescita in umanità per tutti e di immersione in questo presente che ci chiede di uscire insieme da ogni logica di esclusivismo e di violenza.

Davanti a tali episodi si levano voci di intolleranza, di vendetta, di odio. Ma altre vie possibili sono da ricercare: le vie in cui l’affidamento a Dio non può andare insieme all’esclusione o all’eliminazione dell’altro, le vie in cui lottare contro l’ingiustizia e per il riconoscimento della comune umanità e del comune destino che ci lega insieme sulla terra. Contro la decomposizione di una società che vive la disintergazione della paura viviamo la sfida di ricercare vie che gettino ponti nella quotidianità e conducano ad incontrare le persone con le loro storie.

Per questo anche ogni atteggiamento di disprezzo, di denigrazione, di diffamazione delle più profonde convinzioni dell’altro è, a mio avviso, espressione di una libertà immatura, incapace di comprendersi nella relazione, di scorgere un limite dettato dalla presenza dell’altro, dall’imperativo ‘non uccidere’ proveniente dal volto altrui, chiusa a lasciar crescere le possibilità di incontro.

La violenza perpetrata in nome di Dio è espressione di chiusura alla ricerca di Dio. C’è invece una chiamata da accogliere in questo tempo a cercare Dio mentre si fa trovare nel volto di quell’umanità sfinita e sofferente, la concreta umanità di volti vicini e lontani con cui Gesù si è fatto solidale fino alla fine.

Alessandro Cortesi op

Epifania

briefmarke_10Mt 2,1-12

Luca aveva parlato dei pastori, indicando che l’annuncio della nascita di Gesù aveva messo in cammino chi era impuro ed emarginato al suo tempo, ed aveva trovato accoglienza da parte di persone estranee alla cerchia dei religiosi. Matteo nei suoi racconti dell’infanzia indica presenze di maghi, lontani, presenze malviste e considerate con sospetto. Sono gli inseguitori di stelle, ricercatori; certamente sapienti che nel cuore coltivavano una domanda ed un desiderio. Matteo sottolinea che sono uomini che si mettono in cammino, da lontano.

Inseguono una luce, una stella e si interrogano su una nascita. Provengono da oriente là dove sorge la luce e recano con sé l’interrogativo che la luce che sorge fa nascere nei cuori. La loro identità è di stranieri, di presenze da ‘oltre i confini’, provenienti da territori pagani. Uomini del desiderio e della tensione, non appagati da risposte facili. Matteo con questa indicazione intende proporre che l’incontro con Gesù è possibile a chi si mette in cammino, a chi segue l’inquietudine della ricerca e reca nel cuore una domanda: ‘dov’è?’.

Provengono dall’oriente… luogo dove sorge il sole, e nasce la luce. L’oriente reca in sé proprio questa spinta verso un luogo un ‘dove’ desiderato. Un ‘dove’ che alla fine non è un luogo ma un volto. La loro ricerca giunge all’inchinarsi paradossale davanti ad un bambino in braccio a sua madre. Una adorazione davanti al bambino, con i doni che lo riconoscono come re. Un volto di Dio che si lascia incontrare da occhi che sanno guardare lontano, che sanno nutrire attese.

I ‘maghi’ (resi poi dalla devozione popolare re e magi) sono presenze insolite, lontane dai palazzi. Nei palazzi siede Erode accanto agli scribi. In quei palazzi non c’è ricerca e non c’è interrogativo. Qualcosa di drammatico avviene nell’incontro a Gerusalemme. Gli scribi custodiscono una conoscenza sacra, detengono le Scritture, ma non si pongono in cammino, anzi chiudono con il loro sapere le indicazioni della Scrittura. I capi dei sacerdoti e gli scribi, insieme a tutta Gerusalemme restano scossi profondamente, turbati dal cammino e dalla domanda dei magi. E’ la paura di ogni potere di perdere i controllo, paura di dover porsi in questione, di rivedere la propria dottrina acquisita senza rimanere in ascolto.

C’è nel testo una contrapposizione radicale: c’è chi ha la luce della Scrittura ma la legge nel clima della paura, legato e sottomesso ad un potere timoroso di essere detronizzato. Tutta Gerusalemme,: la città luogo del potere politico e del potere religioso arroccati nella difesa di un sistema, è turbata. Gli scribi i capi dei sacerdoti che dovrebbero essere guide del popolo nella città del tempio sono i custodi della scrittura ma la leggono senza lasciarsi smuovere. Sono anch’essi prigionieri della paura.

I magi invece inseguono la luce della stella: visono la libertà del ricercare, si lasciano sorprendere dal vedere la stella e provano una grandissima gioia. La stella può essere indicazione quella luce presente nel cuore di ogni uomo e donna che apre alle domande e ai desideri più profondi, chiamate di Dio stesso e soffio dello Spirito. E’ la luce della coscienza presente in ogni uomo e donna e che esige ascolto, attenzione.

C’è un cammino da rispettare e da ascoltare, di chi vive nella sua vita una ricerca sincera a cui magari ancora non dà volto. Quel cammino è orientato all’incontro con Cristo. Lì in quell’inseguire quella voce e quella luce è presente già un incontro con Cristo. Perché allora tanta paura di fronte alla ricerca umana, di fronte all’interrogarsi che abbisognerebbe non di avvertimenti di chi detiene il potere ma di accompagnatori docili a condividere tratti di strada?autun42x

Oro incenso e mirra sono i doni dei magi. Sono indicazione dell’identità di Gesù riconosciuto come re in contrasto con i dominatori della terra: un re dal volto paradossale, senza armi, bambino. E’ riconosciuto poi nel suo essere messia non della potenza, ma del servizio, il figlio dell’uomo che vive la passione e la morte.

Epifania è festa di manifestazione. E’ manifestazione del Signore. La presenza di Gesù, il dono del vangelo è aperto a tutti i popoli. C’è una apertura universale che varca i confini di un ambiente, di un popolo, e coinvolge il cammino e la ricerca di tutti. Nessuno è escluso: sono i lontani i primi a riconoscere la novità della presenza di Gesù che racconta il volto di Dio.

Il cammino dei magi annuncia che una luce è dentro ai cammini delle persone e dei popoli. Il IV vangelo dirà: veniva nel mondo la luce vera quella che illumina ogni uomo (Gv 1,9). C’è una luce nel cuore di ogni uomo e donna. E’ questa luce quella di cui ci parla la stella. E’ luce che è già in riferimento a Cristo.

Il senso più profondo della missione da scoprire oggi sta nel dialogo, nell’ascolto e nel lasciare spazio alle domande più profonde. Ma questo è possibile solamente nel coltivare compagnia nel cammino, ambienti di amicizia, luoghi in cui ascoltare, spzi in cui lasdciarsi meravigliare dalla luce che viene da fuori di noi e ci chiama a partire. Una rivoluzione nei modi di pensare la missione.

Alessandro Cortesi op

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II domenica dopo Natale – anno B – 2015

DSCF5506Sir 24,1-4.8-12; Ef 1,3-6.15-18; Gv 1,1-18

“Ho posto le radici in mezzo a un popolo glorioso, nella porzione del Signore è la mia eredità, nell’assemblea dei santi ho preso dimora…”

“E il Verbo si fece carne e venne ad abitare in mezzo a noi…”

“Casa. L’ho già detto e lo ripeto: una casa per ogni famiglia. Non bisogna mai dimenticare che Gesù nacque in una stalla perché negli alloggi non c’era posto, che la sua famiglia dovette abbandonare la propria casa e fuggire in Egitto, perseguitata da Erode. Oggi ci sono tante famiglie senza casa, o perché non l’hanno mai avuta o perché l’hanno persa per diversi motivi. Famiglia e casa vanno di pari passo! Ma un tetto, perché sia una casa, deve anche avere una dimensione comunitaria: il quartiere ed è proprio nel quartiere che s’inizia a costruire questa grande famiglia dell’umanità, a partire da ciò che è più immediato, dalla convivenza col vicinato. Oggi viviamo in immense città che si mostrano moderne, orgogliose e addirittura vanitose. Città che offrono innumerevoli piaceri e benessere per una minoranza felice ma si nega una casa a migliaia di nostri vicini e fratelli, persino bambini, e li si chiama, elegantemente, “persone senza fissa dimora”. È curioso come nel mondo delle ingiustizie abbondino gli eufemismi. Non si dicono le parole con precisione, e la realtà si cerca nell’eufemismo. Una persona, una persona segregata, una persona accantonata, una persona che sta soffrendo per la miseria, per la fame, è una persona senza fissa dimora; espressione elegante, no? Voi cercate sempre; potrei sbagliarmi in qualche caso, ma in generale dietro un eufemismo c’è un delitto.

Viviamo in città che costruiscono torri, centri commerciali, fanno affari immobiliari ma abbandonano una parte di sé ai margini, nelle periferie. Quanto fa male sentire che gli insediamenti poveri sono emarginati o, peggio ancora, che li si vuole sradicare! Sono crudeli le immagini degli sgomberi forzati, delle gru che demoliscono baracche, immagini tanto simili a quelle della guerra. E questo si vede oggi.

Sapete che nei quartieri popolari dove molti di voi vivono sussistono valori ormai dimenticati nei centri arricchiti. Questi insediamenti sono benedetti da una ricca cultura popolare, lì lo spazio pubblico non è un mero luogo di transito ma un’estensione della propria casa, un luogo dove generare vincoli con il vicinato. Quanto sono belle le città che superano la sfiducia malsana e che integrano i diversi e fanno di questa integrazione un nuovo fattore di sviluppo! Quanto sono belle le città che, anche nel loro disegno architettonico, sono piene di spazi che uniscono, relazionano, favoriscono il riconoscimento dell’altro! Perciò né sradicamento né emarginazione: bisogna seguire la linea dell’integrazione urbana! Questa parola deve sostituire completamente la parola sradicamento, ora, ma anche quei progetti che intendono riverniciare i quartieri poveri, abbellire le periferie e “truccare” le ferite sociali invece di curarle promuovendo un’integrazione autentica e rispettosa. È una sorta di architettura di facciata, no? E va in questa direzione. Continuiamo a lavorare affinché tutte le famiglie abbiano una casa e affinché tutti i quartieri abbiano un’infrastruttura adeguata (fognature, luce, gas, asfalto, e continuo: scuole, ospedali, pronto soccorso, circoli sportivi e tutte le cose che creano vincoli e uniscono, accesso alla salute — l’ho già detto — all’educazione e alla sicurezza della proprietà”.

Due versetti delle letture di questa domenica accostati ad un brano del discorso di Francesco, vescovo di Roma, ai rappresentanti dei movimenti popolari riuniti a Roma il 28 ottobre 2014. In tale accostamento sta una provocazione ad intendere le pagine della Scrittura di questa domenica quale chiamata a scorgere come possiamo oggi fare casa insieme e accogliere la presenza di Dio che prende dimora e apre ad una storia in cui le case siano luoghi di condivisione: come possiamo rendere le nostre case luoghi di ospitalità viva e apert?

“Venne ad abitare… ha posto la sua tenda in mezzo a noi”: questa parola evoca il il segno della presenza nascosta di Dio, la dimora, l’arca dell’alleanza, segno di quella vicinanza del Dio incontrato vicino nel cammino dell’esodo.

Il dimorare in mezzo a noi di Gesù come parola e comunicazione del Padre, è l’annuncio al centro di queste letture.C’è infatti al centro un messaggio sulla dimora, e la dimora è la casa. Casa di Dio e case di uomini e donne: l’umanità di Gesù è dimora di chi si è reso solidale fino in fondo con la nostra storia umana.

Nella realtà delle case umane, nella diversità delle forme in cui l’abitare insieme prende concretezza alle diverse latitudini, dalle capanne agli appartamenti, dalle case di campagna a quelle delle città, dalle costruzioni di fango e pietra alle abitazioni di cemento e mattoni, dai ripari dei luoghi caldi a quelli di regioni segnate dal gelo, la casa è luogo della vita, dello stare insieme, delle relazioni: del mangiare insieme, del lavoro domestico, dell’amore, del riposo, del tempo quotidiano, del riparo da pericoli e intemperie, della parola scambiata e della condivisione del tempo e delle cose.

Viviamo oggi l’ingiustizia di non procurare una dimora dignitosa a tanti e di essere indifferenti verso chi non ha casa. Essere senza casa non è solamente essere privi di un tetto, ma significa molto di più: reca con sé l’essere relegati in un isolamento senza attenzione e senza cura. Mentre il vangelo ci parla di un Dio che si mette in relazione e vuole che tutti si sentano a casa come figli attesi e accolti. Come vivere una umanità che sia casa per altri?

Natale è scoperta che la presenza di Dio in mezzo a noi prende casa in una umanità fragile. Il bambino di Nazaret è appello a vivere l’incontro con Dio nell’incontro con l’umanità ferita e senza sostegno. E’ una via di sapienza da accogliere per cambiare le nostre vite. Per scoprire la bellezza di una casa e come nel quotidiano si apre la possibilità d’incontro con Dio. Non è un Dio lontano e inavvicinabile ma si è fatto vicino prendendo casa nella nostra umanità, e sta dentro la nostra vita. Questo significa una spiritualità dell’incarnazione: la carne, cioè la vita concreta di uomini e donne è luogo dell’incontro con Dio che ha preso casa tra di noi nella vita di Gesù.

Alessandro Cortesi op

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