la parola cresceva

commenti alla Parola della domenica e riflessioni

Archivio per il tag “Gesù”

XV domenica tempo ordinario – anno A – 2020

IMG_8586Is 55,10-11, Rom 8,18-23; Mt 13,1-23

“Come la pioggia scende dal cielo e non vi ritorna senza aver irrigato la terra… così sarà della parola uscita dalla mia bocca” (Is 55,10) Lo scendere della pioggia, l’andare del seminatore, l’uscire della parola, sono tre movimenti presenti nelle letture di questa domenica.

La pioggia scende e, nell’incontrarsi con la terra, suscita un processo di trasformazione . Dal suo scendere sorgono frutti, seme al seminatore e pane da mangiare. L’acqua è elemento essenziale della vita.

Le culture del deserto sanno bene che l’acqua è indispensabile. Con questa immagine il profeta secondo-Isaia vuole dire qualcosa sull’agire di Dio: “Quanto il cielo sovrasta la terra tanto le mie vie sovrastano le vostre vie, i miei pensieri sovrastano i vostri pensieri”. La pioggia scende dall’alto come dono di un Dio che ha pensieri oltre i nostri limitati schemi e le nostre povere parole. I pensieri di Dio sono la gratuità del suo amore, dono abbondante, senza limitazioni, che si diffonde ovunque ed offre possibilità di vita.

E’ una vita che fa germogliare semi diversi. Non annulla ciò che esiste ma lo fa crescere, dà forza perché quella vita che è già dono, ed ogni seme possa esprimere la sua carica vitale. E rimane totalmente dono. La pioggia che scende indica che la Parola di Dio è dono, viene prima di ogni germoglio e frutto, né è condizione di crescita.

Ogni opera nostra ha radici che ricevono un’acqua che viene dall’alto. Il ‘parlare’ di Dio – ‘dabar’ in ebraico – è un dire ma è anche un ‘fare’, un agire. Quando Dio comunica la sua parola, comunica se stesso e la sua forza creatrice di vita: “così sarà della parola uscita dalla mia bocca: non ritornerà a me senza aver operato ciò che desidero e senza aver compiuto ciò per cui l’avevo mandata”.

E’ ancora il percorso della parola al centro della pagina del vangelo, narrazione in parabola dell’agire del seminatore. Prima che un messaggio sulla diversità dei terreni, questa parabola suggerisce una domanda sul seminatore e sul seme stesso: è un coltivatore che getta il seme in modo abbondante, senza calcoli e senza preoccupazione di sprecare il seme. I suoi gesti indicano una ampiezza di cuore. Il seminatore esce a seminare e il seme cade ovunque. Gesù presenta una scena quotidiana e chi lo ascolta può riconoscersi coinvolto. Non cala dall’alto un insegnamento lontano la vita ma invita  a leggere dentro i gesti ordinari della vita e pone di fronte ad una scelta. ‘voi, che ascoltate, da che parte vi ponete? Di fronte all’azione del seminatore che getta la parola con tanta abbondanza che fare? L’invito è riconoscere questa gratuità e lasciarsi coinvolgere cambiando la propria esistenza, entrando in questo movimento.

La parabola è anche un invito alla speranza. Alla fine il raccolto sarà abbondante nonostante tutte le difficoltà e i fallimenti: anzi il suo esito è spropositato. La parola di Dio è efficace: noi vediamo i fallimenti, lo spreco, ma questa parabola ci parla di un Dio i cui pensieri non sono i nostri pensieri, il suo amore è gratuito, la sua azione ha una fecondità inedita.

C’è poi anche un invito a riconoscere il nostro terreno, a saper cogliere gli ostacoli che spesso ci fanno essere incapaci di accogliere la Parola di Dio, la comunicazione della sua vita. E così soffocarla.

La seconda lettura ci parla di speranza: tutta la creazione sta vivendo un parto. Qualcosa di nuovo sta per nascere ma l’attesa e il passaggio è drammatico. Accogliere la parola di Dio è vivere in questa attesa e in questo impegno con tutta la creazione.

Alessandro Cortesi op

van-gogh- seminatore(Vincent Van Gogh, Il seminatore al tramonto, 1888)

Fallimento e fecondità

La scena del seminatore che esce a seminare è la storia di un fallimento. Semina ovunque, ma da ogni parte qualcosa interviene a far sì che quel seme non possa trovare spazio per attecchire e crescere. La strada, i sassi, le spine dei rovi. E’ un po’ la fotografia di tanti aspetti della nostra vita: fatta di generosità, di energie elargite con abbondanza e con tante attese e aperture sul futuro e fatta anche di ostacoli, di fallimenti, di delusioni.

Questo racconto, parabola che è narrazione e paragone, parla del coraggio di chi decide di uscire a ripetere quel gesto che è gesto ampio, senza calcolo, generoso. Seminare è agire in perdita, è sprecare aprendosi all’attesa, è attraversare terreni dove non si sa cosa possa venire. E in secondo luogo questo racconto parla di un inedito che si fa presente. Per tanti terreni dove il seme non prende vita, c’è un terreno in cui sorge qualcosa di eccezionale e di imprevisto. C’è una abbondanza che fa sorprendere, nascosta in ogni uscire e in ogni gesto che si pone come dono (indipendentemente da dove provenga e chi ne sia il soggetto).

L’esperienza della catastrofe e del fallimento segna il nostro presente: si può riflettere sull’esperienza della pandemia che sta colpendo soprattutto i più poveri sulla terra e sta generando un senso di desolazione. Si può pensare alla rigidità e all’incapacità di mettersi in discussione di persone, responsabili dei meccanismi di un sistema economico che ha devastato la terra, l’ha resa incapace di produrre semi di vita e genera iniquità.Si può pensare alla insensibilità e indifferenza di fronte al dramma epocale del movimento di singoli e popoli, costretti a lasciare le loro terre per condizioni di miseria, fame, violenza, guerra e disastri climatici. E lasciati morire, respinti brutalmente o consegnati nelle mani di aguzzini e di sistemi di sfruttamento e tortura.

Il disastro appunto, la catastrofe sono esperienza che attraversa il nostro quotidiano. E può rendere delusi e ripiegati, preoccupati solamente per se stessi e bloccati di fronte ad ogni speranza. Presi da un senso di impotenza e rinchiusi nell’attuare un piccolo cabotaggio che eviti le grandi questioni e le sofferenze di vittime innumerevoli di ingiustizia e disumanità. In questo disastro si può tuttavia scorgere quelel fessure da cui proviene una fecondità inattesa e che decentra: i tanti gesti delal cura di medici infermieri, di persone che hanno svolto il loro lavoro con attenzione agli altri nella pandemia, l’accoglienza di chi salva i naufraghi nel tempo del rifiuto e della xenofobia (un messaggio di una ONG in questi giorni ricordando un salvataggio diceva: ci siamo salvati insieme…)

La scena del seminatore ci parla di due esperienze di Gesù: la serenità nell’uscire. C’è una abbondanza della Parola – chiamata di vita, annuncio di un mondo nuovo, bella notizia di rapporti possibili nella fraternità, annuncio e testimonianza che Dio prende su di sé la causa dei poveri – che proviene da un ‘uscire’. E’ l’uscire stesso di un amore che è sorgente di vita e di speranza. E’ l’uscire stesso di Dio; è l’uscire di Gesù che non ha smesso di uscire anche di fronte al fallimento e all’incomprensione. Si può accogliere e rimanere coinvolti in questo movimento di uscita che porta a scorgere un secondo aspetto del racconto. C’è il fallimento, l’infecondità della fatica del seminare. Ma in modo sorprendente, inatteso, ci sarà un luogo della vita in cui il dono apparentemente inutile, senza esito e fallimentare, diviene spazio di accoglienza per un seme gettato con generosità e senza calcoli.

Anche l’esperienza di chiesa non è indenne da questa dialettica di fallimento e speranza. Prima dell’inizio del sinodo sull’Amazzonia nell’ottobre del 2019 si è tenuto un momento di celebrazione e affidamento a san Francesco del cammino del sinodo con un gesto simbolico: è stato piantato un albero che proveniva da Assisi su una terra recata dall’Amazzonia e bagnata con le acque dei fiumi di quella regione. Sr Liliana Franco in quell’occasione ha detto:

“E’ il momento. E’ giunto il momento di piantare, di credere nella forza che deriva da tutto ciò che germina, di riconoscere il potenziale fecondo dei semi. Il momento di ascoltare la voce che lo Spirito ci porta dall’Amazzonia, voce con una capacità di abbracciare e trasformare (…) Seminare significa conoscere il momento opportuno, inchinarsi, accarezzare la terra e fidarsi umilmente di ciò che non si vede, organizzare tutto ed essere sorpresi dalla fecondità creativa di Dio, che è capace di far abbondare grazie e frutti, anche nei campi più sterili” (in S.Noceti, Chiesa, casa comune, EDB Bologna 2020,137-138).

Anche dopo il Sinodo tante delusioni hanno raffreddato attese e speranze per una chiesa che fosse disponibile ad ascoltare la profezia e le domande provenienti dalle comunità dei poveri che si affidano al Signore in regioni considerate marginali e insignificanti ma dove il vangelo è testimoniato nella vita. Rimane tuttavia la forza di un gesto, il seminare che non si stanca, anche al tramonto di un mondo e di un modello di chiesa – come suggerisce il quadro di Van Gogh – e la fecondità del seme gettato che trova spazio nonostante i fallimenti.

Alessandro Cortesi op

Solennità della ss.Trinità – anno A – 2020

img_8393Es 34,4b-6.8-9; 2Cor 13,11-13; Gv 3,16-28

Nel colloquio con Nicodemo, un uomo saggio in sincera ricerca, Gesù parla di Dio come un volto amante: “Dio ha tanto amato il mondo da dare il suo Figlio unigenito, perché chiunque crede in lui non muoia, ma abbia la vita eterna.”

Al cuore di Dio sta un movimento di donare, di consegnare: così anche è indicato il ‘consegnarsi’ di Cristo. C’è un dono del Padre e il dono del Figlio e tutti sono per la vita e la salvezza dell’uomo. Vivere questo incontro, dice Gesù a Nicodemo, non è questione di capacità o di sapienza umana, ma è una nascita ‘di nuovo’ e ‘dall’alto’. Non è esito di uno sforzo umano ma frutto dello Spirito da accogliere con gratitudine.

Gesù dice anche ‘io e il Padre siamo una sola cosa’ (Gv 10,30): tutta la vita di Gesù sta sotto il segno del dono per farci entrare nella comunione di amicizia con il Padre.

Il quarto vangelo parla così del ‘Figlio’, colui che da sempre sta in rapporto di accoglienza e di dono nei confronti di Dio, il Padre, sorgente della vita e dell’amore.

Gesù ha vissuto la sua esistenza come dono e servizio agli altri: il IV vangelo espriem tuto questo con un gesto, il lavare i piedi. La sua vita è umanizzazione del Dio vicino e compassionevole, affonda le sue radici nel mistero dell’amore di Dio il Padre che nessuno ha mai visto. Gesù è così presentato come il Figlio, l’interprete del Padre per noi, colui che nella sua vita ha raccontato il Padre: ‘Nessuno ha mai visto Dio: il Figlio unico di Dio, quello che è sempre vicino al Padre, ce l’ha fatto conoscere’ (Gv 1,18).

Gesù ci ha reso vicino il volto di Dio comunione: il suo progetto non è giudicare il mondo, ma che il mondo si salvi. E’ un volto affascinante e nuovo: ha i caratteri dell’amore personale, della cura e della passione perché ogni persona, il mondo – quel ‘mondo’ che nel linguaggio del IV vangelo è la realtà segnata dal peccato e dal male – anch’esso trovi cambiamento, apertura, salvezza.

Gesù aveva annunciato un modo nuovo di essere presente e aveva parlato dello Spirito di verità che avrebbe guidato i suoi alla verità tutta intera, ad un incontro con lui, nuovo, nell’assenza. Nel dono di Gesù hanno potuto scorgere l’umanizzarsi di Dio amore che si dona.

Paolo esprime questo dicendo che lo Spirito è la presenza Dono che sta all’origine di ogni regalo, colui che suscita i servizi diversi nella comunità ed ogni gesto di fraternità e comunione. La pace è dono che ci raggiunge per mezzo di Gesù: per mezzo suo possiamo accostarci con la fede a Dio; “Dio ha messo il suo amore nei nostri cuori per mezzo dello Spirito Santo che ci ha dato” (Rom 5,1-5).

Noi tutti siamo come bambini che sono stati adottati e sono autentici figli: “Dio ha inviato nei vostri cuori lo Spirito di suo Figlio che esclama. Abbà, Padre. Non siete più schiavi ma figli. E se siete figli siete anche eredi. Così vuole Dio” (Gal 4,6-7).

A conclusione della seconda lettera ai Corinzi, Paolo fa scorgere il profondo legame tra il volto del Dio trinitario e una vita aperta alla pace, a rapporti nuovi tra di noi:

“… vivete nella gioia, correggetevi, incoraggiatevi, andate d’accordo, vivete in pace. E Dio che dà amore e pace sarà con voi. Salutatevi tra di voi con un fraterno abbraccio. … La grazia del Signore Gesù Cristo, l’amore di Dio e la comunione dello Spirito Santo siano con voi tutti” (2Cor 13,11-13).

Alessandro Cortesi op

img_8441Volto di Dio e ecologia

George Monbiot giornalista britannico in un recente articolo (Insegniamo l’ecologia a  scuola, “Internazionale” 31 maggio 2020) osserva come nelle teorie economiche convenzionali la considerazione dell’uomo al centro dell’universo sia fattore generativo di un modo di intendere i rapporti nel senso della competizione e del dominio sul pianeta e parla di una sua esperienza nel tempo del lockdown:

“Durante il lockdown ho fatto una cosa che sognavo da tempo: ho sperimentato l’educazione ecologica. Non è stato facile, e non penso di aver fatto tutto nel modo giusto. Ed è difficile convincere un bambino a vederti ora come genitore, ora come insegnante. Però, lavorando con una bambina di otto anni e una di nove (mia figlia piccola e la sua migliore amica) sto scoprendo che quel sogno non è ridicolo. Non parlo di ecologia come materia isolata, ma di una cosa ancor più sostanziale, cioè l’ecologia e le scienze della Terra messe al cuore dell’istruzione, visto che sono al cuore della vita. Abbiamo cominciato costruendo un quadro gigantesco formato da quindici pannelli formato A4. Ciascun pannello rappresenta un habitat, dalle montagne all’oceano profondo, e su ognuno abbiamo attaccato immagini della flora e della fauna che lo abitano. Il quadro diventa così la piattaforma da cui partiamo per esplorare i processi di ogni ecosistema e della Terra nel suo complesso. Gli ecosistemi a loro volta sono come chiavi per aprire altre porte. Un esempio: l’ecologia della foresta pluviale ti spinge ad approfondire la fotosintesi, la chimica organica, gli atomi e le molecole, e da qui il ciclo del carbonio, i combustibili fossili, l’energia e l’elettricità”.

Da tempo è in atto una riflessione che sollecita a ripensare le modalità di impostare la didattica e con essa un’impostazione di fondo del nostro vivere il rapporto con la creazione. Queste osservazioni che richiamano ad un ripensamento dell’insegnamento partire dalla conoscenza della natura, suggerendo anche di sfruttare le possibilità della didattica all’aperto, si collegano ad un approfondimento dello stesso modo di pensare il volto di Dio.

“Noi… abbiamo incominciato a comprendere Dio, nella coscienza del suo spirito per amore di Cristo, come il Dio Uni-Trino, come quel Dio che rappresenta in se stesso la comunione singolare e perfetta di Padre, Figlio e Spirito santo. Ma se comprendiamo Dio non più in modo monoteistico come il soggetto unico e assoluto, bensì in modo trinitario, come l’unità del Padre, Figlio e Spirito, il suo rapporto con il mondo da Lui creato verrà concepito non più come unilateralmente basato sulla signoria, bensì come rapporto, variegato e complesso, di comunione. E’ appunto questa l’idea di fondo che troviamo in una teologia non-gerarchica, decentralizzata, comunionale (J.Moltmann, Dio nella creazione. Dottrina ecologica della creazione, Queriniana Brescia 1992 2 ed., 13)

Così scrive Jürgen Moltmann uno tra i più grandi teologi contemporanei che ha approfondito il tema del rapporto tra volto di Dio comunicato da Gesù e creazione.

E’ un’impostazione che implica un cambiamento radicale nel considerare il rapporto tra esseri umani e creazione.

“Stando alle tradizioni bibliche tutto l’agire divino, nei suoi effetti, è pneumatico. E’ lo Spirito Colui che porta a compimento l’opera del Padre e del Figlio. Per cui il Dio Uno e Trino ispira incessantemente anche la sua creazione. Tutto ciò che è, esiste e vive per il continuo afflusso di energie e possibilità derivanti dallo spirito cosmico. (…) egli non si oppone ad essa in modo soltanto trascendentale, ma le è anche immanente. Il fondamento biblico su cui poggia questo modo di intendere la creazione nello Spirto ci è dato dal Salmo 104,29-30: Se nascondi il tuo volto, vengono meno, togli loro il respiro muoiono e ritornano nella loro polvere. Mandi il tuo spirito sono creati e rinnovi la faccia della terra” (ibid. 21-22)

“ (…) La dottrina trinitaria della creazione non parte quindi da una contrapposizione tra Dio e mondo, per definire poi Dio e mondo, Dio come non mondano e il mondo come non divino. Parte invece da una tensione immanente in Dio stesso: Dio crea il mondo e al tempo stesso lo compenetra. Lo chiama all’esistenza e al tempo stesso, mediante il mondo, manifesta la propria esistenza. Il mondo vive della e nella forza creatrice di Dio” (ibid 26-27).

E’ una linea di pensiero che ha portato ad un approfondmento nella teologia e nella vita delle chiese e ha visto un momento fondamentale la riflessione dell’enciclica Laudato sì, pubblicata cinque anni fa. Questo documento unisce insieme la considerazione della ingiustizia e l’emergenza ecologica come due facce di una medesima fondamentale sfida che l’umanità oggi si trova ad affrontare nell’ascolto del grido della terra insieme al grido dei poveri provocati dall’ingiustizia globale.

E viene altresì sottolineato come la stessa spiritualità cristiana dovrebbe respirare di una nuova apertura relazionale proprio a partire da un rapporto nuovo con la creazione in cui scorgere la presenza stessa di Dio che è relazione (LS 240):

“Le Persone divine sono relazioni sussistenti, e il mondo, creato secondo il modello divino, è una trama di relazioni. Le creature tendono verso Dio, e a sua volta è proprio di ogni essere vivente tendere verso un’altra cosa, in modo tale che in seno all’universo possiamo incontrare innumerevoli relazioni costanti che si intrecciano segretamente (Cfr. Tommaso d’Aquino, Summa Theologiae I, q. 11, art. 3; q. 21, art. 1, ad 3; q. 47, art. 3). Questo non solo ci invita ad ammirare i molteplici legami che esistono tra le creature, ma ci porta anche a scoprire una chiave della nostra propria realizzazione. Infatti la persona umana tanto più cresce, matura e si santifica quanto più entra in relazione, quando esce da sé stessa per vivere in comunione con Dio, con gli altri e con tutte le creature. Così assume nella propria esistenza quel dinamismo trinitario che Dio ha impresso in lei fin dalla sua creazione. Tutto è collegato, e questo ci invita a maturare una spiritualità della solidarietà globale che sgorga dal mistero della Trinità”.

Alessandro Cortesi op

V domenica di Pasqua – anno A – 2020

img_8199At 6,1-7; 1Pt 2,4-9; Gv 14,1-12

Tommaso che chiede a Gesù l’indicazione di una via. E’ una domanda importante e rivela un po’ la fisionomia interiore di Tommaso, l’apostolo che desidera vedere e che si pone in ricerca: ‘non sappiamo dove vai e come possiamo conoscere la via?’ la risposta di Gesù è invito a guardare al suo cammino, alla sua vita come ‘via’. E aggiunge che il suo andare è per preparare un posto: ‘Io vado a prepararvi un posto; quando sarò andato e vi avrò preparato un posto, ritornerò e vi prenderò con me perché siate anche voi dove sono io’. Gesù indica innanzitutto una via, non come sistema di dottrina o di morale, ma come rapporto vivo in un incontro.

Suggerisce poi che la sua via, l’orientamento fondamentale di tutta la sua vita è il preparare una accoglienza allargata: è l’orizzonte di una comunità e di una comunione. Il suo essere ‘via’ si collega all’altra immagine: Gesù è la porta, per entrare ed uscire in quell’incontro caratterizzato come ‘venire al Padre’. C’è il cuore di una comunione nella vita di Gesù, il suo essere nel Padre e in relazione con il Padre, che viene comunicato come dono che coinvolge nel profondo e genera una comunione nuova.

Il cammino di Gesù è tutto orientato al Padre, ed in lui si ‘fa vedere’ il volto invisibile del Padre. Il Padre stesso si cela e si manifesta nelle sue opere, nei segni della cura e del servizio di una esistenza vissuta come essere uomo-per-gli-altri. Il prologo del IV vangelo dirà perciò che Gesù è Parola, Verbo ‘rivolto verso il Padre’.

Gesù manifesta il volto del Padre, la sua ‘gloria’ nel suo affrontare la morte: la croce è esito della sua fedeltà all’amore. Per giungere al Padre la via è il dono di sé. Al centro della vita cristiana sta l’incontro con Dio, il Padre misericordioso. Non è volto autoritario di dominio e di imposizione, ma il volto amante di chi conosce i gesti della tenerezza, di chi si consegna fino in fondo a noi..

La prima lettera di Pietro, scritto battesimale per comunità che vivevano nella prova, richiama all’essere chiesa come uno ‘stringersi a Cristo’. Gesù risorto è pietra viva e fondamento di una costruzione composta di tante presenze, pietre vive. E l’autentico culto a Dio si attua nella vita, nel costruire una convivenza nella forza dello Spirito: “Stringendovi a Cristo, pietra viva, rigettata dagli uomini, ma scelta e preziosa davanti a Dio, anche voi venite impiegati come pietre vive per la costruzione di un edificio spirituale, per un sacerdozio santo, per offrire sacrifici spirituali graditi a Dio… “.

Nel cammino dell’esodo, nel deserto, il popolo d’Israele aveva scoperto che Dio liberatore lo aveva chiamato quale ‘stirpe eletta, regale sacerdozio, nazione santa (Es 19,6) per testimoniare la sua presenza nella storia. Pietro riprende questo riferimento e parla della comunità come sacerdozio santo, stirpe eletta. Tutti nel popolo di Dio sono perciò ‘sacerdoti’, resi responsabili di una terra affidata (quindi ‘re’). Unico fondamento è Cristo pietra scartata dai costruttori, ma divenuta pietra d’angolo (Sal 118,22-23; cfr. Mt 21,42-43). E’ lui la base di un edificio che vive nello Spirito.

La comunità di Gesù non dovrà mai perdere di vista che suo fondamento è il crocifisso, lo scartato e oppresso e le logiche di relazione nella comunità dovranno essere quelle del servizio e della comune dignità. Ogni tentativo di evitare questo scandalo – il paradosso della gloria che si rende presente nella croce e nello svuotamento – utilizzando i modi di affermazione del potere e del dominio, e la violenza stessa, sarà un tradimento del suo Signore. La comunità ha così il volto di un popolo che vive nello Spirito ed è chiamato a percorrere i passi del suo unico Signore: è lui la via vivente e la patria del nostro cammino.

Nella comunità – ci ricorda la prima lettura – ci sono diversi doni e servizi. E questi ministeri sono anche da individuare in base delle esigenze storiche per lasciar correre il disegno di Dio. Un gruppo di nuovi predicatori della Parola viene strutturato in vista di un servizio a ‘quelli di lingua greca’. Il disegno di Dio non mira alla formazione di un gruppo contrapposto ad altri, ma alla salvezza, vita in abbondanza sin da qui e ora, per tutta l’umanità. Ogni servizio non proviene da un privilegio, ma da un dono ricevuto e da vivere per la crescita degli altri, sempre al di là di confini e recinti che spesso poniamo nel nostro pensare alla chiesa.

Alessandro Cortesi op

He Qi(immagine dell’artista He Qi)

Ministeri: un dibattito attuale

E’ viva oggi e in molti ambienti ecclesiali percepita come urgente la questione di un ripensamento del ministero e dei ministeri nella chiesa.

Il Concilio Vaticano II ha condotto un profonda revisione della teologia del ministero. I punti fondamentali della revisione conciliare possono essere brevemente elencati.

Si lascia una visione del ministero centrato su una dimensione in riferimento a Cristo e di tipo ontologico: il prete come riferimento principale nel suo agire in persona Christi.

Il ministero ordinato è posto nel quadro della considerazione della dignità messianica di tutto il popolo di Dio (LG 20.24), quindi nella cornice di una considerazione di chiesa come comunità in cui tutte e tutti hanno una medesima dignità fondata sul battesimo e vi è un sacerdozio battesimale che si esplica nei diversi servizi ministeri e carismi. Questi sono da intendere nell’orizzonte dell’edificazione di una comunità che si apre al disegno di salvezza di Dio per tutta l’umanità.

Il Concilio poi considera i processi di un divenire storico dei vari ministeri in funzione di mantenere la trasmissione del vangelo ricevuto. Si riconosce che le figure che hanno storicamente espresso il ministero ordinato sono mutate nel corso del tempo.

Il Vaticano II compie anche un altro passaggio: riconosce la sacramentalità dell’episcopato ed offre una lettura del carattere collegiale del ministero episcopale stesso.

A questa visione rinnovata dell’episcopato è legata la considerazione dei ministeri del presbiterato e diaconato che nel Concilio sono letti in rapporto con la pienezza del saramento dell’ordine nella consacrazione episcopale, non secondo la logica di una gradazione gerarchica, ma nella linea di collaborazione al servizio della chiesa locale.

Il Vaticano II centra poi la sua riflessione ecclesiologica nel considerare i tre aspetti di Gesù Cristo, sacerdote, re e profeta quali doni e compiti affidati a tutto il popolo di Dio (nel capitolo II di Lumen gentium) e letti in modo specifico relativamente al servizio dei vescovi, dei presbiteri e di tutti i fedeli.

In tale quadro si attua un superamento della concezione tridentina del sacerdote quale riferimento principale per articolare una riflessione sul ministero nella considerazione di una ecclesiologia del popolo di Dio, quale segno e strumento di salvezza per tutta l’umanità.

In tale impostazione va posta oggi sia la questione specifica dell’ordinazione e del diaconato delle donne sia una considerazione più ampia del pensare a diverse forme di ministerialità nel popolo di Dio (pur in considerazione del blocco posto alla questione sull’ordinazione delle donne da parte di Giovanni Paolo II nel 1994 con la lettera apostolica Ordinatio sacerdotalis). Ma la ricerca teologica che s’interroga sulla traduzione del vangelo nei diversi contesti storici non può fermarsi e non può non ascoltare le attese delle comunità e la richiesta della via da seguire.

Il Vaticano II nella decisione di re-istituire il diaconato permanente non ha inteso compiere un’operazione solo di ripristino di un’antica istituzione, che attraversa la pratica ecclesiale del primo millennio, ma ha inteso più profondamente ripensare una articolazione del ministero che giungeva dalla tradizione introducendo una figura nuova in risposta alle esigenze storiche del tempo e della vita delle comunità cristiane.

Così oggi l’esigenza di pensare a figure ministeriali in cui le donne in particolare, e con loro tanti fedeli, siano riconosciute per il servizio che già operano in tante comunità e luoghi diversi si porrebbe in un orizzonte di accoglienza della tradizione e nel contempo di ascolto delle esigenze del tempo e della maturazione umana storica e di sensibilità in cui si rendono presenti le chiamate di Dio.

Sarebbe un’opera di ascolto dei segni dei tempi. Sarebbe anche un operare attivo per contrastare forme diverse di clericalismo insistentemente indicate da papa Francesco come in una recente omelia mattutina santa Marta (5 maggio us): “il clericalismo (che) si mette al posto di Gesù … la rigidità (che)… allontana dalla saggezza di Gesù… e toglie la libertà. E tanti pastori fanno crescere questa rigidità nelle anime dei fedeli, e questa rigidità non ci fa entrare dalla porta di Gesù”.

In particolare il riconoscimento di un specifico ministero di donne diaconesse ordinate – richiesto peraltro da una significativa maggioranza durante l’ultimo sinodo dei vescovi sull’Amazzonia – si porrebbe in continuità con il diaconato permanente quale servizio specifico che si pone nell’orizzonte della fedeltà al vangelo e del servizio pastorale e nel contempo dell’attenzione alla prassi di servizio concreto per l’umanità nelle sue sofferenze.

Ma le nuove e diverse situazioni sociali, le differenti esigenze pastorali oggi nelle regioni del mondo, e di una chiesa divenuta mondiale, presentano un’urgenza avvertita a livello diffuso di introdurre e riconoscere nuove forme di ministerialità: il diaconato delle donne è una di queste ma non è l’unico orizzonte su cui continuare a svolgere una ricerca in ascolto del vangelo e della storia.

Continuamente il seguire Gesù spinge a scorgere come attuare in modi nuovi ciò che la prima comunità di Gerusalemme ebbe il coraggio di vivere proprio in rapporto ad un ascolto delle chiamate di Dio nelle vicende storiche.

Alessandro Cortesi op

Domenica II di Pasqua – anno A – 2020

Ev9mmF8DhH_McZ5lakaQtAahGZm0AsSeQy6Jj9ZZ-4awEtxkiaqFQR1ixhMrOb3oIZ8SfR45Iqt99vucPNxrOo3adhs6iX7LehtOvkEFzDp4LuSqVvrd1Bk_I0YvrPdpO8JyyCL82AV8v8LcMiniatura dal codex aureus – Echternach (ca. 1030-50)

At 2,42-47; Sal 117; 1Pt 1,3-9; Gv 20,19-31

I racconti di incontro con Gesù dopo la Pasqua esigono di essere letti non come  resoconti cronachistici, ma come narrazioni che esprimono in termini narrativi l’esperienza pasquale dei discepoli, un’esperienza che sorge da un’irruzione inattesa e insperata (il darsi ad incontrare di Gesù) e che peraltro coinvolge in un cammino ineriore personale e collettivo di cambiamento e trasformazione nella fede.

Gesù viene in mezzo ai suoi discepoli ed è riconosciuto come il vivente. E’ sera. Il luogo è la sala in cui i discepoli hanno condiviso con Gesù la cena prima della sua passione. Sono elementi importanti e simbolici: la sera rinvia al buio che accompagna la passione, così pure alla sera della cena, alla memoria vicina del mangiare insieme e dei gesti di Gesù. Ora non c’è più l’intimità e l’amicizia ma la paura e la chiusura delle porte e dei cuori. Il luogo è chiuso e i cuori dei discepoli sono bloccati nel loro disorientamento.

In questo contesto – che parla di una condizione di assenza di prospettiva, di impreparazione e di impotenza – ‘Gesù venne’. Gesù risorto oltrepassa le porte e i cuori chiusi e irrompe inatteso, presenza che si fa vicina in modo totalmente nuovo, inedito, soprendente. Ogni motivo di paura è vinto. Anche la morte non ha più potere. In tutti i racconti di incontro con Gesù dopo la sua morte il suo venire è inatteso e l’iniziativa è sua. La sua presenza non è preparata né programmata. Il suo venire non è costruzione interiore di chi ha elaborato la sua morte, ma è un irrompere fonte di stupore e insieme nuovo percorso esistenziale che coinvolge la fede. Gesù venne e si fermò: il suo ‘venire’ particolare, oltre le barriere. Sta qui un richiamo alla Pasqua ebraica, che secondo la tradizione dell’Esodo fu celebrata dietro le porte segnate dal sangue degli agnelli.

Il suo primo saluto di Gesù è un saluto di pace. E’ il primo dono della Pasqua in stretto legame con le piaghe delle mani e del costato mostrate ai discepoli. Chi ‘venne’ non è un altro: è il crocifisso risorto, con i segni delle ferite nel suo corpo. Offrendo la pace fa un gesto di rivelazione: ‘mostra’ loro le ferite. Nel IV vangelo la pace è connessa alla passione e risurrezione di Gesù (14,27; 16,33; 20,19-26). Non è la pace del mondo, non elimina la morte e la sofferenza. E’ pace dono di Gesù: ‘Io ho vinto il mondo’ (Gv 16,33).

I discepoli ‘gioirono’. Il secondo dono della Pasqua di Gesù è la gioia. E’ una gioia che non dimentica la croce, ma che proprio nella croce legge il manifestarsi di un volto di Dio come amore che si dona. In questo sta la ‘gloria’ di Dio che si comunica sulla croce. Là dove c’è pace e gioia sono presenti i segni del Risorto e vi sono tracce per poterlo incontrare.

Gesù invia i suoi, li rende partecipi di una missione “Come il Padre ha mandato me, anch’io mando voi… alitò su di loro e disse: Ricevete lo Spirito santo; a chi rimetterete i peccati saranno rimessi e a chi non li rimetterete resteranno non rimessi”. I discepoli sono inviati a continuare l’opera di Gesù, il motivo della sua vita. Gesù dona lo Spirito: la prima comunità è trasformata: è accompagnata a superare la chiusura per portare il perdono di Cristo, dono dello Spirito. Gesù chiede ai suoi, a tutti insieme non solo a qualcuno, di continuare la sua missione, di essere presenza di riconciliazione. E’ lo Spirito il grande protagonista dell’esperienza della fede e della testimonianza che da Pasqua inizia.

Ciò apre a noi una visione di speranza e di fiducia: in ogni percorso umano in cui la pace è ricercata per superare conflitti, laddove c’è gioia che vince chiusure e distanze, laddove c’è opera di riconciliazione lì vi sono tracce della presenza del Risorto che ha consegnato il suo Spirito.

Alessandro Cortesi op

Taddeo Gaddi, armadio di s.croce,1335-40

Taddeo Gaddi, armadio della sacrestia di s.Croce, Galleria dell’Accademia Firenze 1335-40

Ricostruire comunità

Gesù stette in mezzo… La prima esperienza della Pasqua per i discepoli fu quella di una ricostituzione della comunità insieme attorno ad una presenza che raduna, raccoglie e genera comunione laddove c’era stata dispersione, paura, disorientamento, chiusura.

Ci si può chiedere se questa esperienza non possa essere luce per ciò che stiamo vivendo nella crisi globale della pandemia: la domanda che si pone nel momento in cui si affaccia la possibilità sperata di un ripartire dovrebbe far riflettere sul fatto che non si può ripartire come se nulla fosse accaduto. E sarebbe prezioso far tesoro di quanto tale emergenza ci sta insegnando.

Il futuro dovrà vedere un comune impegno per una ricostruzione di un con-vivere universale che abbia chiara la consapevolezza della dimensione comunitaria del nostro vivere. Il mondo si è rivelato in questo frangente come un mondo collegato: persone e popoli diversi siamo interrelati, tutte e tutti partecipi di una medesima vicenda dell’unica famiglia umana. Ed insieme parte dell’unica casa comune dell’ambiente naturale.

Questa epidemia si è caratterizzata nella sua aggressività e letalità per il fatto di essere una malattia collettiva. E questo dato, nella sua evidenza quasi elementare tuttavia ha posto in discussione le modalità in cui è stata impostata la stessa struttura della sanità. Una sanità pensata in modo individualizzato per operare di fronte alla malattia pensata come condizione individuale si è trovata in grave difficoltà laddove la malattia ha invece presentato i connotati di un evento pubblico e collettivo. E’ stata questa la differenza di reazione nei modelli di sanità dei diversi Paesi ed anche in diverse regioni italiane. Una struttura concepita in modo privatistico non solo per il taglio delle risorse alla struttura pubblica e al privilegio offerto negli anni alla dimensione privata ma anche per la modalità di approccio alla malattia stessa si è trovata pur con il suo alto livello di qualità di fronte ad un’incapacità e ad un limite (in particolare nel rapporto tra assistenza ospedaliera, cura sul territorio e strutture di assistenza sanitaria non ospedaliere). Pensare la salute nei termini collettivi e di interrelazione implica una considerazione e scelte conseguenti sul piano della costruzione di una sanità orientata non al singolo ma alla comunità senza discriminazioni, privilegi ed esclusioni. Questa è una sfida aperta a diversi livelli per un possibile futuro.

Quattro proposte concrete in questi giorni sono state sollevate nella prospettiva di pensare ad un futuro nei termini di una tessitura di più profondi legami di comunità tra le persone.

La prima viene dal card. Tagle che ha proposto l’annullamento del debito dei paesi poveri. Il tempo che viviamo richiede una soluzione straordinaria di fronte alla condizione dei popoli più poveri del pianeta. Così ha detto in una sua omelia del 29 marzo u.s. commentando il brano evangelico della risurrezione di Lazzaro e prendendo spunto dalle parole di Gesù che inviata slegare e liberare Lazzaro facendolo uscire dalla tomba:

“Facciamo appello ai paesi ricchi: in questo momento potete rimettere i debiti dei paesi poveri, perché possano usare le loro scarse risorse per sostenere le loro comunità, invece che pagare gli interessi che voi imponete ai paesi poveri? Potrebbe la crisi del coronavirus portare a un giubileo, alla remissione del debito, perché quanti si trovano nelle tombe dell’indebitamento possano trovare vita? Slegateli, liberateli. Un’altra tomba: molti paesi spendono tanto in armamenti, in armi, per la sicurezza nazionale. Possiamo fermare le guerre? Possiamo smettere di produrre armi? Possiamo uscire da queste tombe e spendere questo denaro per una vera sicurezza? Ora ci rendiamo conto che non abbiamo abbastanza maschere, mentre ci sono pallottole in abbondanza. Non abbiamo abbastanza ventilatori, ma abbiamo milioni di pesos, dollari, euro spesi in un solo aeroplano per attaccare. Possiamo avere un cessate il fuoco permanente, e nel nome dei poveri, liberare risorse per la vera sicurezza, l’educazione, l’abitazione, l’alimentazione?”

La seconda proposta viene da papa Francesco in una sua lettera indirizzata ai movimenti popolari del 12 aprile 2020. Così egli scrive: “So che siete stati esclusi dai benefici della globalizzazione. Non godete di quei piaceri superficiali che anestetizzano tante coscienze. Ciononostante ne dovete subire sempre i danni. I mali che affliggono tutti, vi colpiscono doppiamente. Molti di voi vivono alla giornata, senza alcun tipo di tutela legale a proteggervi. I venditori ambulanti, i riciclatori, i giostrai, i piccoli agricoltori, gli operai, i sarti, quanti svolgono attività di assistenza. Voi, lavoratori informali, indipendenti o dell’economia popolare, non avete un salario stabile per far fronte a questo momento… E le quarantene sono per voi insostenibili. Forse è giunto il momento di pensare a un salario universale che riconosca e dia dignità ai nobili e insostituibili lavori che svolgete; capace di garantire e trasformare in realtà questa parola d’ordine tanto umana e tanto cristiana: nessun lavoratore senza diritti. Vorrei anche invitarvi a pensare al “poi”, perché questa tormenta finirà e le sue gravi conseguenze già si sentono. Non siete degli sprovveduti, avete la cultura, la metodologia, ma soprattutto la saggezza che s’impasta con il lievito di sentire il dolore dell’altro come proprio. Pensiamo al progetto di sviluppo umano a cui aneliamo, incentrato sul protagonismo dei Popoli in tutta la loro diversità e sull’accesso universale a quelle tre T che voi difendete: tierra, techo y trabajo, terra, tetto e lavoro”.

Il papa propone in questo frangente una misura concreta quale un reddito universale che sia riconoscimento per chi lavora in tante forme che non consentono uno stipendio e che non ha riconosciuti diritti fondamentali nell’ottica che sia garantito per tutti accesso alla terra, ad una casa e al lavoro.

La terza proposta è la regolarizzazione di tutti gli immigrati che lavorano in Italia ma non hanno una situazione regolare. E’ idea sostenuta in questi giorni da Tito Boeri: “ora se vogliamo davvero liberarci di questo maledetto virus, dobbiamo, volenti o nolenti, regolarizzare gli immigrati illegali che vivono nel nostro Paese. Tutti. Non solo quelli che devono lavorare in agricoltura. E non per ragioni umanitarie, ma per una pura e semplice questione di controllo del territorio e di sopravvivenza (…) Gli immigrati irregolari sono ormai più di 650 mila dato che prima la paura dei populisti e poi i populisti in carne e ossa hanno impedito per più di 10 anni che arrivassero regolarmente le persone di cui le famiglie e le imprese italiane avevano bisogno” (Tito Boeri, Per liberarci dal virus dobbiamo regolarizzare gli immigrati, “La Repubblica” 16 arile 2020).

La quarta è una proposta a livello italiano promossa da un gruppo di personalità il 7 aprile u.s. e ripresa da Livia Turco, già ministra e parlametare, che individua la possibilità di istituire un servizio civile pubblico di cura obbligatorio per essere preparati a fronte di emergenze che toccano così profondamente la vita sociale e di fronte alle quali nulla serve un approccio di tipo militaristico, ma in cui risulterebbe assai proficua una preparazione di tipo civile.

“La pandemia ha dimostrato la necessità di grandi competenze per il bene comune. Di qui la proposta di rilanciare e ripensare il Servizio Civile come una forza nazionale giovanile con la missione di aiutare le fasce deboli della popolazione a fianco della Protezione Civile e di altre organizzazioni. Una forza dotata di una adeguata formazione. E costruita pensando anche alla fragilità del pianeta. In futuro altre emergenze economiche, ambientali e sanitarie saranno inevitabili. (…)non basta attribuire al meraviglioso volontariato, alla capacità di dedizione dei cittadini, alle organizzazioni del Terzo settore il compito di sollecitare in tale direzione. Bisogna mettere in discussione, scardinare, anche attraverso un dibattito pubblico, la scansione del tempo che caratterizza la nostra società e la considerazione pubblica riconosciuta ai vari lavori e alle forme di impegno sociale. Oggi abbiamo una scansione del tempo che considera la cura delle persone un tempo privato, il lavoro retribuito il tempo pubblico che fonda diritti e cittadinanza ed alimenta la nostra democrazia, il tempo della gratuità e del dono come tempo onorato e anche riconosciuto nella Costituzione nella sua funzione di sussidiarietà rispetto al pubblico e in talune leggi e politiche (La legge 328/2000 sulle politiche sociali con la pratica della co-progettazione e le recente riforma del Terzo Settore), ma confinato in un cono d’ombra affidato al buon cuore dei cittadini. Se, dunque, il tema cruciale oggi è promuovere la ‘comunità competente’ per la realizzazione dei beni comuni, il tempo della cura delle persone, il prendersi cura delle persone deve essere riconosciuto anche come tempo pubblico, ingrediente della democrazia e motore della cittadinanza. (…) Il Servizio Civile Universale e obbligatorio sarebbe una grande politica che aiuta la promozione delle competenze dei giovani nei beni comuni, a costruire concretamente la comunità e il welfare universalistico e comunitario”. (Livia Turco, Costruire la “comunità competente”. Sì all’obbligatorietà del servizio civile, “Avvenire” 16 aprile 2020).

Costruire comunità solidali è un orizzonte che ora più che mai si rende presente come chiamata di questo tempo.

Alessandro Cortesi op

Domenica delle Palme – anno A – 2020

L'ingresso_di_Gesù_a_Gerusalemme_Codex_Purpureus_Rossanensis(Codex Purpureus Rossanensis – sec. VI – ingresso di Gesù a Gerusalemme)

Is 50,4-7; Fil 2,6-11; Mt 26,14-27,66

‘Ho presentato il dorso ai flagellatori, la guancia a coloro che mi strappavano la barba; non ho sottratto la faccia gli insulti e agli sputi. Il Signore Dio mi assiste, per questo non resto confuso’

La figura del ‘servo di Jahwè’, a partire da un riferimento ad un’espeirenza singolare racchiude il riferimento alla vicenda dell’intero popolo d’Israele come popolo. Il servo è quindi figura che racchiude in sé la dimensione collettiva: non si pone di fronte alla violenza con una violenza opposta ma si affida a Dio, e confida che Dio sta dalla parte delle vittime e degli oppressi. E’ così messaggero che annuncia la pace (Is 52,7): a costo della sua vita, la sua esperienza è fonte di pace. Il suo agire nonviolento è testimonianza del suo affidarsi A Dio che sconfigge e rende vana la violenza stessa.

Le prime comunità cristiane hanno visto questa figura come modalità per esprimere la vicenda di Gesù. Gesù nella sua passione come giusto sofferente continua e attua l’esperienza dell’intero popolo d’Israele.

Nel racconto della passione secondo Matteo si possono cogliere sette tappe da leggere alla luce delle parole che iniziano il racconto: ‘Voi sapete che fra due giorni è pasqua e che il Figlio dell’uomo sarà consegnato per essere crocifisso’ (Mt 26,2).

La Pasqua ebraica, evento di alleanza e rivelazione del Dio vicino, che ascolta il grido degli oppressi e scende a liberarli, è il contesto della narrazione ma anche la chiave di lettura. Matteo indica poi il tema della ‘consegna’. Gesù è tradito, consegnato: ma vi è una più profonda consegna da scorgere: Gesù si consegna al Padre e all’umanità: è il servo che giustificherà molti.

L’unzione di Betania, primo momento, è annuncio profetico della morte di Gesù. Seguono i preparativi e la cena pasquale, seconda scena: Gesù, tradito dai suoi (Mt 26,16.20), offre in libertà la sua vita: la sua vita è il ‘sangue dell’alleanza versato per tutti’ (Mt 26,28).

Il terzo momento è al Getsemani. In Gesù si delinea il profilo del giusto nella prova in rapporto con la sua comunità: ‘andò con loro… presi con sé Pietro e i due figli di Zebedeo… disse loro: … vegliate con me’ (Mt 26,26-38).

Segue la scena l’arresto: al centro è ancora Gesù che si rifiuta di percorrere la via della violenza che pure ha contagiato anche i discepoli (Mt 26,51-54).

Matteo presenta poi il processo giudaico (Mt 26,57-68) mentre Pietro vive il rinnegamento di Gesù (Mt 26,69-75): in questa sezione Gesù viene indicato con alcuni titoli che ne suggeriscono l’identità come messia: ‘d’ora innanzi vedrete il Figlio dell’uomo seduto alla destra di Dio e venire sulle nubi dell’altissimo’ (Mt 26,64).

La sesta scena è il processo romano, davanti a Pilato. La folla di Gerusalemme è strumentalizzata, Pilato si lava le mani e la moglie di lui interviene (Mt 27,19) indicando Gesù come ‘giusto’. A conclusione del processo vi è un altro passaggio di consegna: Pilato ‘lo consegnò ai soldati perché fosse crocifisso’ (Mt 27,26)

Al vertice della narrazione sta la crocifissione: Gesù è inerme e condannato, e non salva se stesso: per questo subisce lo scherno: ‘ha salvato gli altri, non può salvare se stesso’ (Mt 27,42). Accetta la morte senza salvare se stesso: ora è lui che si consegna. Ma proprio il momento della morte è presentato come una rivelazione di Dio, una grandiosa teofania. Le immagini proprie dell’apocalisse stanno ad indicare che la sua morte segna e cambia la storia, coinvolge il cosmo e tutta l’umanità. C’è chi rifiuta Gesù, c’è chi si apre ad una nuova fede come il centurione pagano e si attua un moviemnto di liberazione e uscita per tutta l’umanità: i morti escono dai sepolcri. Il salmo 22 – le cui prime parole sono pronunciate da Gesù sulla croce – è la preghiera di un giusto sofferente che invoca Dio e a lui si abbandona lasciando a lui l’ultima parola. Sulla croce Gesù nel suo grido manifesta un volto di Dio che soffre insieme ed è vicino nella sofferenza. Dio a cui affidare la vita proprio perché com-patisce fino in fondo.

Il racconto si chiude con la sepoltura e con l’indicazione di due gruppi davanti al sepolcro: le donne che vigilano con amore (Mt 27,61) e le guardie che vigilano in modo diverso, a servizio dei poteri, politico e religioso, che hanno ucciso Gesù (Mt 27,64-65).

Matteo presenta Gesù come il giusto che affida la sua vita al Padre e la dona a tutti: è messia che compie le Scritture nel ‘fare la pasqua con i suoi’.

Alessandro Cortesi op

Panaro-solidale-per-i-bisognosi-1000x600(Napoli, via santa Chiara, marzo 2020)

Dolore e speranza

La pandemia causata dal virus Covid-19 è giunta in Italia a partire dal mese di febbraio. La percezione della gravità della situazione non è stata subito avvertita. Dagli inizi del mese di marzo il governo ha determinato misure progressive di chiusura di ogni attività eccetto i servizi essenziali.

Il rapido diffondersi dell’epidemia soprattutto in alcune regioni del Nord Italia come la Lombardia ha provocato un numero ingente di morti. Al momento sono più di 12.000 coloro che sono deceduti a causa del virus. Questa pandemia ha innanzitutto portato grande dolore anche nell’impossibilità di accompagnare i defunti stando loro vicini al momento della morte o in un ultimo saluto incontrando le persone care e gli amici.

Lo stato di emergenza ha posto inoltre in risalto le condizioni di sofferenza di molte persone senza casa che non sanno dove trovare rifugio, dei carcerati costretti in ambiti dove le norme di distanza non possono essere rispettate, di molti stranieri profughi senza sostegni, di chi ha dovuto lavorare anche quando era palese il rischio di contagio perché le ragioni del profitto venivano anteposte all’attenzione alla salute.

La chiusura di ogni attività lavorativa sta inoltre generando grande sofferenza nelle famiglie e nella popolazione: molti hanno perso il lavoro, la maggior parte dei lavoratori sono stati messi in cassa integrazione o hanno preso un periodo di ferie. Solo per una parte è stato possibile intraprendere il lavoro in forma telematica (smart working) e molti operai hanno dovuto continuare a recarsi al lavoro senza che vi fossero garantite misure sanitarie.

In questo periodo medici e operatori della sanità hanno manifestato una grande dedizione esponendo le loro vite al rischio del contagio e molti tra di essi hanno perso la vita. A tutti livelli della vita sociale si sono moltiplicate le iniziative di solidarietà e vicinanza ai più deboli da parte della protezione civile e del volontariato.

Questa situazione suscita riflessioni e invita a pensare come potremo uscire rinnovati da questa crisi.

Innanzitutto la diffusione del virus ha condotto a comprendere la fragilità di un mondo con pretese di onnipotenza in cui prevalevano progetti di dominio e di guerra. Il nemico invisibile ha smascherato la debolezza di un mondo armato – con le armi della finanza e con le armi belliche – ma fragile, un gigante di argilla, che si è dovuto fermare nonostante anche i proclami di leader politici inetti che minimizzavano la gravità dell’epidemia in corso. Non abbiamo nemmeno la grammatica per parlare di questa situazione nuova di fragilità imprevista: si parla di guerra e si usa la terminologia del combattimento, ma l’epidemia è una condizione di contagio che richiede non la guerra ma la cura e fa scorgere l’altro non come nemico, ma come presenza importante a cui la propria vita è legata .

Questa emergenza ha così condotto a maturare una nuova consapevolezza che si era perduta: l’umanità a tutti i livelli è collegata e interrelata in modo inscindibile. Popoli diversi di ogni angolo della Terra vivono una vicenda in cui la possibilità di vita o di morte è strettamente legata agli altri. Abbiamo vissuto in questi ultimi anni una globalizzazione che ha generato ingiustizie ed esclusioni. L’interruzione della corsa al profitto che la pandemia ha prodotto apre ora gli occhi sul fatto che viviamo una medesima vicenda umana. Solamente scoprendosi legati insieme e ponendo attenzione gli uni agli altri si possono generare condizioni di salute e di possibilità di vita per tutti.

Studi scientifici hanno evidenziato come la diffusione del virus sia strettamente collegata al fatto che alcune specie animali portatrici del virus siano state costrette a mutare il loro habitat naturale a causa dell’intervento umano sulle grandi aree verdi e forestali e nella devastazione degli ecosistemi. Questa pandemia rivela che uno squilibrio si è generato a livello del rapporto tra umanità e ambiente e ciò ha generato conseguenze devastanti anche per la vita umana nel pianeta.

L’emergenza che stiamo vivendo dovrebbe essere motivo per rivedere profondamente il sistema economico e di impostazione delle attività umane che hanno prodotto un così grave squilibrio a livello della vita degli ecosistemi e nell’equilibrio con la vita della Terra.

Infine in questi mesi si può notare come si sia mossa una immensa corrente di dedizione e di solidarietà di fronte al grande dolore. E’ questo un segno di una potenzialità presente nel tessuto della vita sociale ed è motivo per imparare una lezione anche per il futuro che si aprirà, un futuro che vedrà intere fasce di popolazione in condizioni di debolezza e di impoverimento. Si tratta di scoprire come vivere nuovi rapporti improntati alla solidarietà tra le persone e i popoli, nel prendersi cura soprattutto dei più deboli e vulnerabili, nel riconoscimento di tutti: nessun volto umano può mai essere considerato scarto, da eliminare.

La scoperta che tutti siamo sulla stessa barca, che non ci si salva da soli ma solo insieme e facendosi carico dei più deboli, e che questo momento è una occasione per una scelta che determini un possibile futuro diverso per le nostre società è la lezione da apprendere in questo tempo di difficoltà e di tanto dolore.

Alessandro Cortesi op

 

 

Proposta per una celebrazione domestica – V domenica di Quaresima anno A – 2020

Senza titolo

Codex Purpureus – Rossano – VI secolo

A questo link si può scaricare una Proposta per una celebrazione domestica – V domenica Quaresima per vivere un momento di preghiera insieme come comunità della casa – chiesa domestica, in questo tempo (ac)

bfdfb83a-c499-4203-848a-daa2c7f02cfc

V domenica di Quaresima – anno A – 2020

0A711DC2-39F3-42E8-9C55-09682AF5E42EEz 37,12-14; Rom 8,8-11; Gv 11,1-45

Nel capitolo 11 del IV vangelo il ‘segno’ della vita, dell’uscita dal buio del sepolcro, segue ai segni del vino a Cana, dell’acqua con la donna di Samaria, della luce nell’incontro con il cieco.

Gesù, informato he il suo amico Lazzaro è morto attende e non si reca subito da lui. In questo intende offrire un messaggio: ‘questa malattia non è per la morte ma per la gloria di Dio’. Il ‘segno’ della vita di Lazzaro è orientato a far comprendere che la persona di Gesù è presenza di vita. Nella sua presenza c’è il dono di un profumo che vince l’odore della morte. In lui si può incontrare la vicinanza del Padre che vuole la vita. Nel credere come affidarsi in lui, una vita nuova può essere scoperta sin da ora: ‘Chi crede è passato dalla morte alla vita’.

Gesù dice a Marta. ‘tuo fratello risusciterà’. E ciò costituisce una conferma della fede di Marta che gli risponde: ‘So che risusciterà nell’ultimo giorno’. Ma Gesù le propone un affidamento più profondo e radicale: ‘Io sono la risurrezione e la vita; chi crede in me, anche se muore vivrà’. Ogni segno nel IV vangelo è orientato a condurre all’unico grande segno in cui Dio rivela la sua gloria: la morte sulla croce di Gesù, ora di rivelazione del volto di un Dio che si è umanizzato e che s’incontra nell’amore.

Gesù propone a Marta non solo di vivere la fede nella risurrezione nell’ultimo giorno, ma di vivere sin d’ora un’esperienza di vita nuova nell’incontro con lui, nell’uscire dalle chiusure e camminare sulla sua via. Per Marta – e per ognuno di noi – è già ora presente la possibilità di una vita nuova, l’esperienza della risurrezione. Gesù guida Marta ad aprirsi non solo al superamento di una mentalità che vede la vita chiudersi con la morte ma la invita anche ad uscire fuori, come grida a Lazzaro ‘Vieni fuori’.

Gesù fa uscire Lazzaro dal sepolcro: nella mentalità semitica era questo l’ingresso nello Sheol, l’ambiente delle ombre: ‘Non gli inferi ti lodano Signore, né la morte ti canta inni; quanti scendono nella fossa non sperano nella tua fedeltà. Il vivente, il vivente ti rende grazie, come io faccio quest’oggi’ (Is 38,18-19).

Uscire fuori da ogni dominio e oppressione è possibile a chi scopre che in Gesù la morte è stata vinta e il dono della risurrezione, dono dell’incontro con lui è realtà già in atto nella nostra esistenza e già ha inizio nel presente.

Paradossalmente dopo il segno di Betania cresce l’opposizione contro di lui: proprio di fronte a gesti di vita si prepara la sua morte. Betania è così luogo di morte e di vita. Di fronte alla morte Gesù è turbato e reagisce opponendosi a tutto quello che essa comporta. Negli elementi presenti nel racconto si può scorgere già in filigrana l’annuncio della risurrezione di Gesù: le lacrime di chi piange alla tomba, il sepolcro e la pietra, le fasce, l’invito a ‘lasciar andare’. Il segno di Lazzaro rinvia così al segno definitivo, la morte di Gesù sulla croce. E’ questo il momento in cui si rende visibile il volto di Dio, la sua gloria come amore: nel suo morire, avendo amato fino alla fine, Gesù rende visibile una vita che va oltre la morte. La via di fedeltà all’amore e al servizio è strada che non va verso la chiusura e il buio ma va verso la vita.

Alessandro Cortesi op

LapresseFo_68594342

Respiro

Non attendere che Dio su te discenda/ e ti dica «Sono»./ Senso alcuno non ha quel Dio che afferma/ l’onnipotenza sua./ Sentilo tu nel soffio, onde Egli ti ha colmo/ da che respiri e sei/. Quando non sai perché t’avvampa il cuore:/ è Lui che in te si esprime. (18.05.1898 Viareggio – Rainer Maria Rilke – 1875-1926 – Poesie giovanili 1895-1898, a cura di G.Baioni A. Lavagetto, Einaudi, Biblioteca della Pléiade 1994)

E’ una riflessione amara e triste quella di questi giorni, di fronte ad uno scenario di morte. L’epidemia che divampa in tutto il mondo è impressionante perché toglie il respiro. Toglie il respiro a coloro che si trovano a lottare nei reparti di terapie intensiva per far entrare un po’ d’ossigeno nei polmoni incapaci, toglie il respiro a tutti coloro che si dedicano, con l’affanno e l’ansia di chi non ha mezzi sufficienti, nell’arginare la sofferenza dei malati. Toglie il respiro a chi rimane a casa, ingabbiato tra le mura domestiche nel desiderio e nella nostalgia dell’aria aperta. Toglie il respiro a chi si espone per motivi di lavoro, di servizio, di cura ad entrare in contatto con altri in un tempo in cui l’invisibile nemico si annida dove non sappiamo, in un piccolo particolare del quotidiano. Chi sta lottando nella malattia testimonia la durezza del cercare il respiro attimo per attimo. Chi sta vivendo l’interruzione del lavoro, di impegni avverte la sospensione dell’aria che dà vita nel venir meno delle risorse, nel pensiero di un futuro incerto e buio.

In questa ricerca di respiro che tutti avvolge indistintamente da origine e cultura, da colore della pelle e appartenenze sociali, da lingua e religione, da condizione di vita ci scopriamo uniti nella medesima umanità e nel legame che ci rende interdipendenti gli uni dagli altri. Un legame che fa avvertire il dolore dell’altro come proprio, la speranza dell’altro come propria, la sofferenza dell’altro come propria. E’ questo forse il respiro della compassione, respiro che è anelito di tanti, di tutti… respiro in cui si fa vicino non il Dio lontano delle religioni e dei sistemi teologici, ma il Dio della vita, il Dio da scrutare nel respiro della terra, nel fiato corto di chi fa più fatica, nel respiro di un’umanità ferita e in ricerca.

Alessandro Cortesi op

IV domenica di Quaresima – anno A – 2020

IMG_71521Sam 16,1-13; Efes 5,8-14; Gv 9,1-41

Nel IV vangelo il dramma del buio e della cecità si contrappone alla luce, presentata come simbolo della rivelazione: ‘la luce splende nelle tenebre ma le tenebre non l’hanno accolta’ (Gv 1,5.9). La vicenda del cieco nato è uno dei sette ‘segni’ presentati nel vangelo. Non sono chiamati ‘miracoli’ ma ‘segni’. Tutti sono infatti orientati alla morte e risurrezione di Gesù, unico e grande segno in cui si rivela il volto di Dio amore che si consegna.

Il racconto è nel contesto della festa delle capanne, di sabato, al principio dell’autunno. La festa ricorda il cammino di Israele nel deserto. Il sommo sacerdote si recava alla piscina di Siloe per attingere acqua e versarla sull’altare degli olocausti. Così il profeta Isaia parlava delle acqua di Siloe: ‘Questo popolo ha rigettato le acque di Siloe che scorrono tranquille… Per questo il Signore gonfierà contro di loro le acque dell’Eufrate, impetuose e abbondanti’ (Is 8,5-7) Le acque dell’Eufrate qui indicano la potenza dell’impero assiro con cui il regno di Giuda aveva cercato alleanza e sicurezza mentre le acque di Siloe divengono simbolo di fede nel Signore. Le mura di Gerusalemme nella festa delle capanne venivano illuminate con molti fuochi e si creava uno spettacolo suggestivo con le torce che squarciavano il buio della notte. Una festa con i simboli dell’acqua e della luce.

La narrazione descrive uno scontro di Gesù con ‘i Giudei’: così nel IV vangelo sono indicati gli uomini religiosi che sono preoccupati del proprio potere, chiusi in una religiosità di esclusione e discriminazione. Gesù entra in polemica con l’idea che la malattia sia una punizione di Dio o una retribuzione per un peccato. Rigetta anche una concezione fatalistica di fronte al male. I suoi gesti di bene manifestano il suo opporsi contro ogni tipo di male. La cecità del cieco non è segno di un peccato, ma diviene occasione del manifestarsi dell’operare di Dio che vuole la vita.

La guarigione del cieco è presentata come azione laboriosa, compiuta nel giorno di sabato. E’ un gesto di rottura nei confronti di una religiosità che pone l’osservanza religiosa del tempo sacro al di sopra della cura per le persone.

Il percorso del cieco non è solo lento recupero della vista ma diviene segno di una progressiva apertura al credere come nuovo modo di vedere – e si fa riferimento all’acqua e alla luce che nella tradizione cristiana sono i segni del battesimo (nella prima chiesa il battesimo stesso era indicato come illuminazione) -.

Il cieco diviene un esempio, una figura tipo che si apre ad una novità accogliendo il dono di vita di Gesù: i suoi occhi sono aperti. Al centro è l’incontro con Gesù. Interrogato dai ‘giudei’ che non sanno vedere, il cieco risponde che i suoi occhi ‘sono stati aperti’ e riconosce Gesù innanzitutto come uomo e inviato di Dio. Nonostante le minacce dice: ‘proprio questo è strano, che voi non sapete di dove sia, eppure mi ha aperto gli occhi’. Per questo viene cacciato fuori. E Gesù si fa accanto a chi è stato messo ai margini. Il dialogo con lui si accentra sul credere. Il cieco che ora vede indica Gesù come Kyrios, signore, salvatore della sua vita.

Il suo itinerario del cieco è un lento percorso di riconoscimento e di incontro: al principio sta un dono, un passare dal buio alla luce nell’incontro con Gesù. C’è chi ci vede eppure è cieco come i religiosi chiusi in una religiosità dell’esclusione e della mancanza di umanità. E c’è chi si apre a vedere perché scorge in Gesù il rivelatore di un Dio che ha cura di ogni persona e desidera la vita.

Alessandro Cortesi op

libia-1024x427

La responsabilità del ‘non vedere’

E’ stato pubblicato nei giorni scorsi un documento che dovrebbe essere conosciuto e diffuso proprio in questo tempo in cui si scopre che siamo tutti legati in un’unica vicenda che ci rende solidali nel bene e nel male. Il suo titolo è La fabbrica dela tortura. Rapporto sulle gravi violazioni dei diritti umani dei migranti e dei rifugiati in Libia ed è stato redatto dall’organizzazione umanitaria Medici per i diritti umani (MEDU).

E’ un testo che raccoglie le testimonianze dal 2014 ad oggi di migranti che sono passati attraverso le carceri e i luoghi di detenzione, veri e propri centri di tortura e di annichilimento degli esseri umani in Libia. Le sue pagine riecheggiano un immenso grido di dolore che raccoglie tante voci di chi ce l’ha fatta ad uscire vivo da quel girone d’inferno che dista poche ore di volo dall’Italia.

E’ un testo che evoca quel grido ‘Nunca mas’ che divenne il titolo di un report sui desaparecidos dell’Argentina degli anni ’70 e ’80 che documentava le violazioni di diritti umani, torture e assassini compiuti in modo sistematico, attuati con ritmo quotidiano. E fa risuonare anche il ‘mai più’ seguito alla presa di consapevolezza dei crimini orribili dei lager nazisti e della Shoah. E’ un grido che denuncia anche le responsabilità di società e di vertici politici sordi a tale condizione di disumanità e ingiustizia. Come riporta l’introduzione del documento:

“Questo rapporto si basa essenzialmente sulle testimonianze dirette dei migranti che sono passati dalla Libia nel corso degli ultimi sei anni e che gli operatori di Medici per i Diritti Umani (MEDU) hanno raccolto in tempi e in luoghi diversi. L’attendibilità delle informazioni fornite dai testimoni è stata verificata in base ai riscontri oggettivi disponibili come ad esempio l’effettiva esistenza dei centri di detenzione nei luoghi e nei tempi riferiti, l’esistenza di testimonianze, informazioni, rapporti di soggetti terzi a conferma/disconferma di quanto affermato”.

Le testimonianze che sono raccolte sono drammatiche e suscitano orrore e vergogna talvolta proprio nella loro brevità e nell’impotenza delle parole a specificare le umiliazioni e sofferenze subite dalle vittime. Sono denuncia di una malvagità lasciata libera di infierire sugli inermi ed eco di quel grido di dolore e di attesa di giustizia che sale da chi oggi è dimenticato ed escluso. sono anche conferma di quello che tanti coraggiosi giornalisti e attivisti di organizzazioni non governative e umanitarie hanno testimoniato e documentato in questi anni.

“Tutti i migranti e rifugiati detenuti hanno subito continue umiliazioni e in molti casi oltraggi religiosi e altre forme di trattamenti degradanti. Nove migranti su dieci hanno dichiarato di aver visto qualcuno morire, essere ucciso o torturato. Alcuni sopravvissuti sono stati costretti a torturare altri migranti per evitare di essere uccisi. Numerosissime le testimonianze di migranti costretti ai lavori forzati o a condizioni di schiavitù per mesi o anni. Questi dati, probabilmente addirittura sottostimati, rappresentano, a nostro avviso, un quadro fedele delle violenze sistematiche a cui vengono sottoposti pressoché tutti i migranti e rifugiati che giungono dalla Libia nel nostro paese”.

In un tempo in cui le vicende dell’evolversi dell’epidemia del coronavirus rendono a concentrare ogni attenzione, può essere importante lascare spazio all’ascolto di queste voci che implorano. Sono le voci di coloro che sono dimenticati ed emarginati. Siamo chiamati a riflettere, ad ascoltarle proprio in questo tempo in cui scopriamo la preziosità della compassione, del riconoscimento e della accoglienza quando si è più vulnerabili. E’ un grido rivolto ad aprire gli occhi su ciò che per tanti anni è stato nascosto, su ciò che viene perpetrato anche in virtù di appoggi al sistema di detenzione illegale che giungono dall’Italia e degli accordi con la Libia (ved. Memorandum di accordi con la Libia di cui si chiede la sosepnsione e revisione integrale).

“Le proposte di emendamento del Memorandum presentate dal governo italiano al governo libico il 9 febbraio (2020 ndr), del resto, non contengono modifiche sostanziali e appaiono destinate a non incidere in modo sostanziale sulla sicurezza e sulla salvaguardia dei diritti fondamentali dei migranti. Resta infatti intatto l’obiettivo di sbarrare il flusso di migranti dall’Africa sub-sahariana, chiudendo il confine a sud, e bloccando i barconi in partenza dalle coste libiche, in cambio di supporto organizzativo, tecnologico ed economico. Non cambia inoltre il ruolo della Guardia Costiera libica, che, continua ad essere supportata, per le attività di ricerca e soccorso in mare, con risorse economiche, corsi di formazione ed equipaggiamento”.

“Anche il linguaggio utilizzato nel Memorandum contrasta in modo stridente con la realtà dei fatti; in alcuni passaggi, ad esempio, i terribili centri di detenzione libici vengono ancora ostinatamente definiti “centri di accoglienza”. Tutto ciò aggrava ulteriormente la responsabilità del governo italiano poiché, mentre in occasione della prima firma dell’accordo, si poteva ancora dubitare circa i gravi rischi per i diritti umani che esso avrebbe comportato, oggi, alla luce di tre anni di attuazione, il suo rinnovo senza radicali modifiche rappresenta nei fatti un atto di connivenza con le atrocità che senza sosta continuano a perpetrarsi”.

Da tutto ciò si è distolto lo sguardo nella scelta nefasta dell’indifferenza e della cecità  di fronte a questo sistema di sfruttamento e di attuazione sistematica di crimini contro l’umanità.

E così anche nella situazione che stiamo vivendo nelle nostre città accanto a noi non si dovrebbe dimenticare e ‘non vedere’ chi è più debole.

Alessandro Cortesi op

VII domenica tempo ordinario – anno A – 2020

IMG_6973Lev 19,1-2.17-18; Sal 102; 1Cor 3,16-23; Mt 5,38-48

Al cuore del cap. 19 del libro del Levitico, libro di norme e leggi sorte in un ambito sacerdotale ebraico, sta l’invito ad essere ‘santi come Dio è santo’. E’ un invito a lasciarsi orientare da Dio in ogni momento e a vivere l’esistenza come partecipazione alla sua stessa vita che è santità. Indica l’importanza di vivere un rapporto con Dio in tutti i momenti e le situazioni della vita, anche le più ordinarie e quotidiane. Si pone secondo la fondamentale intuizione espressa in Es 29,45: “abiterò in mezzo ai figli d’Israele e sarò il loro Dio”. Ma soprattutto la parola sul rapporto con il prossimo apre uno squarcio di novità: “Non coverai odio nel tuo cuore… amerai il tuo prossimo come te stesso”.

Gesù riprenderà queste parole unendo questo precetto del Levitico con le parole del Deuteronomio (6,5): ‘amerai il Signore tuo Dio con tutto il cuore’. I due momenti vanno sempre insieme a formare un solo orientamento, amare Dio e riconoscere il prossimo. Non è possibile accostarsi a Dio senza riconoscere il volto dell’altro e di chi ha bisogno e aprirsi a lui. Il Dio biblico non è una energia impersonale ma presenza che chiama e apre ad un incontro con Lui che passa attraverso il rapporto con il prossimo. Sta qui la radice del precetto al cuore del Primo testamento ‘Amerai il prossimo tuo come te stesso’. Una lettura ebraica suggerisce l’interpretazione: “Amerai il prossimo tuo. E’ come te stesso”.

La concretezza di queste parole si traduce nell’imperativo “tu amerai il forestiero, cioè l’immigrato residente, come te stesso…” Quando un forestiero dimorerà presso di voi nella vostra terra, non lo opprimerete. … tu l’amerai come te stesso perché anche voi siete stati forestieri in terra d’Egitto. Io sono il Signore vostro Dio”.

Nel discorso della montagna Matteo raccoglie l’insegnamento di Gesù, la nuova legge. L’invito ad essere perfetti è – come nel Levitico – apertura a lasciare spazio nella propria esistenza all’opera di Dio. Solo il suo amore poco alla volta cambia il cuore e rende capaci di crescita, di riconciliazione, e soprattutto di uno sguardo nuovo su di sé e sugli altri. Non si tratta di una perfezione impossibile all’uomo e che rende ripiegati su di sè. Ma è indicazione di cammino per rispecchiare nella vita lo stile di Dio stesso: non covare odio, ma coltivare accoglienza, comprensione, dedizione concreta.

Coltivare questo apre l’esistenza ad un amore che non è limitato, ma giunge fino ad amare il nemico. Non si tratta di non reagire di fronte all’ingiustizia e alla sopraffazione, non è invito a non disturbare i potenti. L’amore non può essere scambiato con l’assuefazione e la sottomissione all’ingiustizia. Ma è atteggiamento di libertà, orientamento della vita all’accoglienza gratuità e servizio. E’ stata questa la via che Gesù ha seguito. E’ stato questo amore inerme e nonviolento che ha suscitato la reazione contro di lui: Gesù non si è piegato all’ingiustizia ma ha testimoniato un amore oltre i confini togliendo esclusione, ostilità, violenza.

Alessandro Cortesi op

151559588-9d02302a-c973-4945-85a1-af10f2f29983

Querida Amazonia…

E’ stata pubblicata nei giorni scorsi l’Esortazione apostolica post- sinodale dal titolo Querida Amazonia di papa Francesco. Fa seguito al Sinodo svoltosi a Roma nell’ottobre del 2019 con la partecipazione di molti vescovi dell’area amazzonica che copre nove Paesi dell’America Latina. I lavori del sinodo si sono situati all’interno di un ampio processo di ascolto e coinvolgimento con le comunità locali che ha visto un capillare coinvolgimento e dialogo nei mesi precedenti al sinodo.

Questo processo era iniziato il 19 gennaio 2018, quando Francesco si era recato a Puerto Maldonado, e lì aveva rivolto l’invito a “plasmare una Chiesa con un volto amazzonico e una Chiesa con un volto indigeno”. Il sinodo si è posto così quale occasione di attenzione e di cura per l’Amazzonia, un territorio di enorme ricchezza e bellezza naturale e di diversità di popoli, ma anche una terra particolarmente minacciata oggi da diversi tipi di sfruttamento delle risorse, di impoverimento dei suoi abitanti e di processi di devastazione ambientale.

Proprietà di questo documento di Francesco è l’essere un testo che intende porsi accanto al Documento finale approvato dall’Assemblea del Sinodo con votazione. “Non svilupperò qui tutte le questioni abbondantemente esposte nel Documento conclusivo. Non intendo né sostituirlo né ripeterlo. Desidero solo offrire un breve quadro di riflessione che incarni nella realtà amazzonica una sintesi di alcune grandi preoccupazioni che ho già manifestato nei miei documenti precedenti, affinché possa aiutare e orientare verso un’armoniosa, creativa e fruttuosa ricezione dell’intero cammino sinodale” (QA 2).

Tali espressioni indicano come il Sinodo rimanga in un certo modo aperto ad un processo di ricezione e di attuazione di quanto emerso. Ma l’attenzione all’Amazzonia è un appello a tutte le comunità per riconoscere la peculiarità di questa terra e per accogliere le sfide dell’inculturazione nei diversi contesti oggi: “L’Amazzonia è una totalità multinazionale interconnessa, un grande bioma condiviso da nove paesi: Brasile, Bolivia, Colombia, Ecuador, Guyana, Perù, Suriname, Venezuela e Guyana Francese. Tuttavia, indirizzo questa Esortazione a tutto il mondo. Lo faccio, da una parte, per aiutare a risvegliare l’affetto e la preoccupazione per questa terra che è anche “nostra” e invitarli ad ammirarla e a riconoscerla come un mistero sacro; dall’altra, perché l’attenzione della Chiesa alle problematiche di questo luogo ci obbliga a riprendere brevemente alcuni temi che non dovremmo dimenticare e che possono ispirare altre regioni della terra di fronte alle loro proprie sfide” (QA 5).

Francesco esprime così i quattro sogni che indica in riferimento all’Amazzonia ma che si allargano ad essere sogni di cambiamento per il cammino dell’umanità e della chiesa:

“6. Tutto ciò che la Chiesa offre deve incarnarsi in maniera originale in ciascun luogo del mondo, così che la Sposa di Cristo assuma volti multiformi che manifestino meglio l’inesauribile ricchezza della grazia. La predicazione deve incarnarsi, la spiritualità deve incarnarsi, le strutture della Chiesa devono incarnarsi. Per questo mi permetto umilmente, in questa breve Esortazione, di formulare quattro grandi sogni che l’Amazzonia mi ispira.

7. Sogno un’Amazzonia che lotti per i diritti dei più poveri, dei popoli originari, degli ultimi, dove la loro voce sia ascoltata e la loro dignità sia promossa.

Sogno un’Amazzonia che difenda la ricchezza culturale che la distingue, dove risplende in forme tanto varie la bellezza umana.

Sogno un’Amazzonia che custodisca gelosamente l’irresistibile bellezza naturale che l’adorna, la vita traboccante che riempie i suoi fiumi e le sue foreste.

Sogno comunità cristiane capaci di impegnarsi e di incarnarsi in Amazzonia, fino al punto di donare alla Chiesa nuovi volti con tratti amazzonici”.

A fronte di una analisi della situazione in cui si rileva il dramma dello sfruttamento e delle politiche di dominio di dominio che incombono in Amazzonia è presentato il sogno sociale “quello di un’Amazzonia che integri e promuova tutti i suoi abitanti perché possano consolidare un “buon vivere”. Ma c’è bisogno di un grido profetico e di un arduo impegno per i più poveri” (QA 8). Tutto ciò implica indignazione profetica in una lotta alla colonizzazione che si attua oggi in forme diverse e puntando sulla capacità di fraternità propria dei popoli amazzonici (QA 20).

Il secondo sogno è un sogno culturale, di attenzione e valorizzazione delle culture proprie di questo enorme territorio e dei popoli e comunità che lì risiedono: “Il tema è promuovere l’Amazzonia; ciò però non significa colonizzarla culturalmente, bensì fare in modo che essa stessa tragga da sé il meglio. Questo è il senso della migliore opera educativa: coltivare senza sradicare; far crescere senza indebolire l’identità; promuovere senza invadere” (QA 28). I sogno culturale implica prendersi cura delle radici, ossia della saggezza culturale dei popoli e della diversità.

Il terzo sogno è un sogno ecologico. “In una realtà culturale come l’Amazzonia, dove esiste una relazione così stretta dell’essere umano con la natura, l’esistenza quotidiana è sempre cosmica. Liberare gli altri dalle loro schiavitù implica certamente prendersi cura dell’ambiente e proteggerlo, ma ancor più aiutare il cuore dell’uomo ad aprirsi con fiducia a quel Dio che non solo ha creato tutto ciò che esiste, ma ci ha anche donato sé stesso in Gesù Cristo” (QA 41).

A tal riguardo Francesco inserisce nel testo molteplici citazioni di poeti e poetesse indigeni che esprimono con il linguaggio della poesia il mistero di una terra percepita come madre e la minaccia di una distruzione imminente: “La poesia aiuta ad esprimere una dolorosa sensazione che oggi in molti condividiamo. La verità ineludibile è che, nelle attuali condizioni, con questo modo di trattare l’Amazzonia, tanta vita e tanta bellezza stiano “prendendo la direzione della fine”, benché molti vogliano continuare a credere che non è successo nulla: «Quelli che credevano che il fiume fosse una corda per giocare si sbagliavano. Il fiume è una vena sottile sulla faccia della terra. […]
Il fiume è una fune a cui si aggrappano animali e alberi.
Se tirano troppo forte, il fiume potrebbe esplodere. Potrebbe esplodere e lavarci la faccia con l’acqua e con il sangue»” (QA 47).

Il documento esprime la consapevolezza che la vita dell’intero pianeta dipende dal rispetto dell’ambiente naturale in amazzonia e in biomi come quello del Congo in Africa e del Borneo. L’invito è di proteggere l’Amazzonia, “cuore del pianeta”, e ad affrontare temi quali la deforestazione, il flagello della tratta delle persone, l’inquinamento ambientale.

Riprendendo intuizioni espresse nella enciclica Laudato sì Francesco invita ad ascoltare insieme il grido della terra e il grido dei poveri, richiamando al tenere insieme un approccio ecologico e un approccio attento alla giustizia sociale (QA 8).

“Imparando dai popoli originari, possiamo contemplare l’Amazzonia e non solo analizzarla, per riconoscere il mistero prezioso che ci supera. Possiamo amarla e non solo utilizzarla, così che l’amore risvegli un interesse profondo e sincero. Di più, possiamo sentirci intimamente uniti ad essa e non solo difenderla, e allora l’Amazzonia diventerà nostra come una madre. Perché «il mondo non si contempla dal di fuori ma dal di dentro, riconoscendo i legami con i quali il Padre ci ha unito a tutti gli esseri»” (QA 55).

Il quarto sogno è un sogno ecclesiale. Francesco esprime a tal riguardo il sogno di una chiesa dal volto amazzonico. A tal proposito insiste sulla dinamica dell’inculturazione. L’annuncio del kerigma cristiano «riconfigura sempre la propria identità nell’ascolto e nel dialogo con le persone, le realtà e le storie del suo territorio» (QA 66).

“perché la Chiesa ha un volto pluriforme «non solo da una prospettiva spaziale […], ma anche dalla sua realtà temporale». Si tratta dell’autentica Tradizione della Chiesa, che non è un deposito statico né un pezzo da museo, ma la radice di un albero che cresce” (QA 66).

A tal riguardo è presente una attenzione alla inculturazione del liturgia secondo un approccio di incontro e ascolto raccogliendo gli elementi degli indigeni nel loro contatto con la natura e stimolando le espressioni native in canti, danze, riti, gesti e simboli (QA 82) Si osserva che dopo il Concilio Vaticano II è stato condotto uno sforzo di inculturazione della liturgia nei popoli indigeni, ma pochi progressi si sono realizzati (QA 82)

E’ recepito «il lamento di tante comunità dell’Amazzonia “private dell’Eucaristia domenicale per lunghi periodi di tempo”. Si afferma che c’è bisogno di ministri che possano comprendere dall’interno la sensibilità e le culture amazzoniche» (QA 86). Tuttavia nulla viene detto a proposito delle richieste esplicite emerse dai lavori del sinodo a riguardo della creazione di nuovi ministeri sia nel chiamare al sacerdozio ministeriale dei diaconi permanenti, sia nell’istituzione del diaconato delle donne.

Viene prospettato un orientamento di maggiore promozione di servizi laicali: “Abbiamo bisogno di promuovere l’incontro con la Parola e la maturazione nella santità attraverso vari servizi laicali, che presuppongono un processo di maturazione – biblica, dottrinale, spirituale e pratica – e vari percorsi di formazione permanente” (QA 93). Inoltre si prospetta l’impegno a sviluppare “una cultura ecclesiale propria, marcatamente laicale. Le sfide dell’Amazzonia esigono dalla Chiesa uno sforzo speciale per realizzare una presenza capillare che è possibile solo attraverso un incisivo protagonismo dei laici” (QA 94). Questa sollecitazione è certamente motivo per rallegrarsi e può essere indicazione importante anche per tutte le altre chiese.

Gli aspetti più deboli di questa parte appaiono nell’indicazione di far fronte alla mancanza di preti con la preghiera di nuove vocazioni e con l’invio di missionari nei territori dell’Amazzonia (QA 90) e soprattutto nel modo in cui si affronta la presenza delle donne nella chiesa. Di esse si riconosce un ruolo fondamentale nella vita delle comunità ecclesiali: “per secoli le donne hanno tenuto in piedi la Chiesa in quei luoghi con ammirevole dedizione e fede ardente. Loro stesse, nel Sinodo, hanno commosso tutti noi con la loro testimonianza” (QA 99). Si riconosce che “di fatto svolgono un ruolo centrale nelle comunità amazzoniche” (QA 103).

Ma, viene osservato, accordare alle donne “accesso all’Ordine sacro… “limiterebbe le prospettive, ci orienterebbe a clericalizzare le donne, diminuirebbe il grande valore di quanto esse hanno già dato e sottilmente provocherebbe un impoverimento del loro indispensabile contributo” (QA 100). Si dice solamente che “dovrebbero poter accedere a funzioni e anche a servizi ecclesiali che non richiedano l’Ordine sacro e permettano di esprimere meglio il posto loro proprio” (QA 103).

A tal proposito osserva René Poujol in un articolo dal titolo Francesco e l’Amazzonia: non aprire le porte… senza tenerle chiuse! (trad. Finesettimana): “Ma tornare continuamente all’immagine, certo ammirevole, di Maria, non è certo il modo migliore per mobilitare le donne a servizio della missione. Vedere nell’accesso all’Ordine sacro (qui il diaconato) un “rischio di clericalizzare le donne”, lascia perplessi. Ci si pone forse la stessa domanda per i candidati maschi al diaconato o al presbiterato? Ordinare un uomo celibe non è forse clericalizzare un laico? Conosciamo l’ostilità del Vaticano e di papa Francesco per “l’ideologia del genere”. Ma se la crisi che attraversa la Chiesa ha davvero come causa il deficit di inculturazione, l’istituzione potrà ancora a lungo ignorare l’aspirazione delle donne cattoliche, al pari delle donne in tutti gli altri settori della vita, ad una forma di uguaglianza che non si accontenta più di un semplice discorso sulla complementarietà?”

Motivo di speranza per futuri sviluppi che peraltro il documento di Francesco non chiude, ma nemmeno apre con la sua parola autorevole, possono essere colti nell’affermazione al n.104: “Accade spesso che, in un determinato luogo, gli operatori pastorali intravedano soluzioni molto diverse per i problemi che affrontano, e perciò propongano forme di organizzazione ecclesiale apparentemente opposte. Quando succede questo, è probabile che la vera risposta alle sfide dell’evangelizzazione stia nel superare tali proposte, cercando altre vie migliori, forse non immaginate. Il conflitto si supera ad un livello superiore dove ognuna delle parti, senza smettere di essere fedele a sé stessa, si integra con l’altra in una nuova realtà” (QA 104).

“Le autentiche soluzioni non si raggiungono mai annacquando l’audacia, sottraendosi alle esigenze concrete o cercando colpe esterne. Al contrario, la via d’uscita si trova per “traboccamento”, trascendendo la dialettica che limita la visione per poter riconoscere così un dono più grande che Dio sta offrendo… in questo momento storico, l’Amazzonia ci sfida a superare prospettive limitate, soluzioni pragmatiche che rimangono chiuse in aspetti parziali delle grandi questioni, al fine di cercare vie più ampie e coraggiose di inculturazione” (QA 105).

Due temi considerati in questa ultima parte del documento, in cui la terminologia del sacerdozio è applicata solo ai chierici senza considerazione del sacerdozio comune di tutti i fedeli, rimangono aperti: come pensare una chiesa non nei termini nella contrapposizione tra laicato e chierici ma nel quadro della comune dignità e responsabilità dei battezzati nel popolo di Dio che possono essere soggetti di diversi ministeri? Come pensare e vivere un’esperienza di chiesa composta di uomini e di donne nell’uguaglianza fondamentale che proviene dalla fede e dal battesimo e nel riconoscimento delle differenze, individuando forme diverse, anche nuove, di una ministerialità articolata e differenziata di uomini e di donne quali soggetti a pieno titolo nel popolo di Dio? Soprattutto superando il clericalismo congiunto al maschilismo e la mentalità di potere che segna ancora pesantemete la situazione attuale della chiesa.

All’interno di una chiamata a conversione dell’umanità, in particolare di quella parte di umanità che detiene la ricchezza e il potere economico, a rinunciare alla mentalità del potere che opprime e devasta l’ambiente e genera sofferenza e ingiustizia, anche la chiesa è chiamata ad una conversione profonda che si esprime anche nella riforma delle sue strutture e nella coerenza e creatività della sua testimonianza.

E’ da attendere con pazienza – ma ciò non toglie il senso di un certo sconforto a fronte di questi appuntamenti mancati – che lo Spirito di Dio faccia ‘traboccare’ il suo dono in una stagione in cui si avverte forte l’esigenza di un rinnovamento della vita ecclesiale e di scelte di semplicità e coraggio nel percorrere vie nuove in fedeltà al vangelo e in ascolto delle domande di questo tempo.

Alessandro Cortesi op

III domenica tempo ordinario – anno A – 2020

IMG_6548Is 8,23b.9,1-3; 1Cor 1,10-17; Mt 4,12-23

In passato umiliò la terra di Zàbulon e la terra di Nèftali, ma in futuro renderà gloriosa la via del mare, oltre il Giordano, Galilea delle genti. Il popolo che camminava nelle tenebre vide una grande luce…” Terra di Galilea, terra di pagani: una regione devastata dalle guerre, popolazioni di confine considerate male e con sospetto come pagani.

Isaia con lo sguardo lungo del profeta vede le tenebre di questa regione ai margini aprirsi ad una luce e ad una gioia nuova: annuncia una liberazione e la speranza che un re, ancora bambino, avrebbe portato luce e pace. E’ l’annuncio di un giorno in cui il diritto e la giustizia sono ristabiliti. Una luce grande entra nella storia proprio nella terra di confine, degli incroci, dei mescolamenti e dell’emarginazione. Isaia scorge un cammino di popolo dalle tenebre alla luce.

All’inizio del suo racconto Matteo riprende questo testo di Isaia e presenta Gesù che ritorna verso la Galilea. Vi si reca dopo il ritiro nel deserto e dopo che Giovanni Battista è arrestato. Giovanni Battista è consegnato nella sua passione e morte. In questo momento in cui Gesù, venuto a conoscenza di quanto era accaduto a Giovanni, poteva comprendere ciò a cui egli stesso andava incontro, si reca nella provincia dei pagani, nel territorio di confine, dei marginali: il suo essere messia parte da lì, segue vie che non corrispondono a progetti di potenza. Torna in Galilea, ma a Cafarnao, villaggio degli incontri, con coloro che sono dimenticati e esclusi dove i suoi incontri sono con malati e lontani. Gesù è venuto per tutti. E lì si fa vicino e i suoi gesti sono di guarigione e liberazione.

Il suo invito ‘convertitevi’ segue l’annuncio del regno dei cieli. Viene cioè dopo l’annuncio di un dono che genera gioia: il ‘regno dei cieli’ indica la vicinanza di Dio che apre ad un modo nuovo di intendere la vita come fratelli e sorelle, nella ospitalità. Il regno non è qualcosa lontano dalla nostra vita, è dono che viene dal Dio Padre: dono di vicinanza. Ed è anche scoperta che genera la gioia di lasciare tutto per cercarlo perché è una ricchezza che salva l’esistenza e le fa trovare il suo senso più profondo. Aprirsi al regno suscita un radicale cambiamento nella vita. Conversione è il movimento di cambiamento radicale, di mutare direzione, con cui si accoglie la presenza di Dio che si fa vicina nell’agire e nelle parole di Gesù. I suoi gesti di liberazione, guarigione, accoglienza e le sue parole indicano un modo nuovo di intendere la vita non come accaparramento ma come gratuità, non come egoismo ma come fratellanza. Rapporti nuovi sono possibili sin da ora nell’affidarsi a Dio che vuole la salvezza.

Gesù chiama a seguirlo: ‘Venite dietro a me’. E’ indicazione dell’essenziale della vita dei discepoli: rimanere dietro, camminare sui passi di Gesù, condividere lo stile della sua esistenza. Quando Gesù vede i due fratelli esprime lo sguardo di Dio che vede ogni persona come unica e originale e propone una chiamata. Simone e Andrea sono guardati nella loro vita ordinaria e nella loro unicità. Gesù li chiama nel loro operare di ogni giorno, mentre gettavano le reti in mare. Si fa vicino non nei luoghi religiosi, ma nei luoghi della vita. Li chiama ad essere ancora pescatori, ma ad esserlo in modo nuovo: pescatori di uomini. ‘Pescatore’ è da scorgere come chi porta vita: indica un servizio in riferimento ad altri, perché ognuno possa trovare il senso profondo della sua vita. Il regno dei cieli inizia a realizzarsi nella vita di Gesù: la vita cristiana non è apprendimento di una astratta dottrina fatta di principi e norme e neppure mera esecuzione di indicazioni morali, ma si compie nel seguire Gesù, nel porre i propri passi sulla sua via, nella creatività di vivere in relazione con lui che cammina sempre davanti, che annuncia e cura indicando la via del dono e del servizio.

Alessandro Cortesi op

SF00000000_67691687Maria Vingiani, un’esistenza ecumenica

Una donna, laica, un’esperienza profetica di questo tempo, una donna capace di cammini di fede e di incontro che hanno condotto a riscoprire il vangelo nella sua forza di novità e cambiamento. Una donna che ha seguito Gesù nella originalità di rispondere alla sua chiamata nel tempo.Di lei si può dire che ha accolto la voce: ‘Venite dietro a me’.

Maria Vingiani, all’età di 98 anni, è morta il 17 gennaio scorso. Un giorno particolare: è infatti la data dedicata al dialogo tra cattolici e ebrei. Su questa frontiera ella aveva svolto il suo cammino maturando intuizioni che guardavano avanti e aprivano nuovi orizzonti ben prima del Concilio Vaticano II.

Proveniva da una famiglia napoletana ed era nata nel 1921 a Venezia dove visse la sua infanzia e dove maturò la sua educazione e impegno in ambienti cattolici. Nel particolare contesto costituito dalla città lagunare, con la sua storia e pluralità di testimonianze artictiche e religiose, ebbe modo di scorgere l’esistenza di diverse comunità cristiane oltre quella cattolica: ognuna si diceva chiesa… Questo sguardo attento attorno a sé e il contatto con la vita fu l’humus in cui sorse in lei una profonda inquietudine e una domanda. Brunetto Salvarani nel suo libro Un tempo per tacere e un tempo per parlare” (Città Nuova 2016) in cui trascrive appunti presi in colloqui personali, riporta il ricordo diretto di Maria in quella fase della sua vita:

“Tra le chiese non c’era conflitto ma piuttosto indifferenza e reciproca ignoranza! Allora giovanissima, a Venezia vivevo un itinerario di fede nella mia parrocchia cattolica, ma m’incuriosivano le altre chiese che vedevo camminando per strada: quella valdese, luterana, metodista… Un giorno, avevo undici o dodici anni, decisi di entrare in una di queste in Campo Santi Apostoli. Mentre lo facevo mi sentii subito colpevole; qualcuno avrebbe potuto vedermi… Ma entrai lo stesso, e fui subito attratta dai libri poggiati sopra di un tavolo. Mi avvicinai autogiustificandomi, dicendomi che in fin dei conti stavo semplicemente guardando dei libri (…) Volevo capire e per capire dovevo studiare. Crescendo e arrivando alla laurea, pur tra mille difficoltà anche familiari, decisi di approfondire proprio il tema delle relazioni tra le chiese, non trovando praticamente nulla: solo qualche studio apologetico di parte cattolica. La mia vocazione ecumenica nacque da lì, dal fatto che non potevo accettare di buon grado le barriere esistenti tra chiese unite dall’unico vangelo, dall’unico Cristo, dall’unica salvezza. Quelle barriere per me erano una contraddizione inaccettabile!”. (cfr. anche una intervista inedita di Brunetto Salvarani a Maria Vingiani in Settimananews)

A quel tempo il solo partecipare ad una celebrazione di altre chiese era motivo di scomunica: Maria ottenne per questo il permesso dal patriarca di Venezia card. Piazza che glielo concesse non senza una messa in guardia per ‘non perdersi’.

Erano gli anni del dopoguerra. Sin da quel tempo iniziò a promuovere attività di conoscenza e formazione ecumenica. Si impegnò nell’ambito politico e fu eletta, molto giovane, in Consiglio comunale, divenendo poi assessora alle Belle Arti. In tale veste di responsabile per il patrimonio artistico cittadino incontrò il patriarca Roncalli, quando nel 1953 arrivò a Venezia, facendo il suo ingresso in città su una gondola. Lo incontrò come uomo di dialogo, di apertura mentale, capace di ascolto e di riportare la Parola di Dio al centro della vita cristiana. Di Roncalli Maria Vingiani ricordava ammirata la lettera pastorale del 1956 in occasione del V centenario della morte di san Lorenzo Giustiniani. In quella lettera il patriarca invitava a leggere Antico e Nuovo Testamento non solo nelle occasioni comunitarie della liturgia ma nella dimensione personale e nella vita familiare: “Noi cattolici non avevamo mai sentito parlare della Bibbia in quel modo, allora la Bibbia non c’era, nelle nostre case”. Con Roncalli maturò un rapporto di stima e profonda fiducia che passò dagli ambiti propri del rapporto professionale legato alla custodia dell’arte ai temi dell’ecumenismo a lei tanto cari e che guidavano il suo cammino di fede. Trovandosi così a condividere un orizzonte di fede ma anche ad ispirare con la sua intuizione aperture e scelte che troveranno maturazione in tempi successivi.

MariaVingiani-1956_InPixioQuando Roncalli fu eletto papa e dopo pochi mesi, il 25 gennaio 1959, annunciò un futuro Concilio di carattere ecumenico, Maria Vingiani intuì la portata epocale di quanto stava per iniziare. Da qui la sua decisione di lasciare l’impegno amministrativo e politico a Venezia e di trasferirsi a Roma dove continuò l’insegnamento di lettere nella scuola.

A lei si deve l’incontro tra Giovanni XXIII e Jules Isaac, grande studioso ebreo, indagatore delle radici dell’antisemitismo cristiano – l’insegnamento del disprezzo-, la cui famiglia era stata sterminata ad Auschwitz. Maria Vingiani aveva conosciuto Isaac in occasione delle Biennali di Venezia – a cui lui partecipava regolarmente in ricordo della morte artista uccisa ad Auschwitz -. E fu Maria che favorì l’occasione di un incontro diretto avvenuto il 13 giugno 1960. Giovanni XXIII rimase toccato dalla testimonianza dell’anziano professore che cercava di far giungere il suo appello come missione. Da quel momento il tema del rapporto tra Israele e chiesa divenne una delle questioni inserite nel dibattito conciliare e che condusse ad una tra le novità più profonde del Concilio, una autentica conversione nel modo di intendere i rapporti con l’ebraismo e alla redazione della dichiarazione Nostra aetate, che aprì una nuova prospettiva di incontro e dialogo. Tale cambiamento riflette una intuizione propria di Maria che scorgeva come la divisione dei cristiani non poteva trovare orizzonte di riconciliazione se non in un nuova comprensione delle proprie radici riandando ad un rinnovato incontro con l’ebraismo scoprendosi sempre situati in rapporto con l’altro.

Ebbe a scrivere a proposito della sua lettura delle divisioni dei cristiani: «Mi era ormai chiaro che l’unica vera grave lacerazione era alle origini del cristianesimo e che, per superare le successive divisioni tra i cristiani, bisognava ripartire insieme dalla riscoperta della comune radice biblica e dalla valorizzazione dell’ebraismo». Da tali intuizioni ebbe origine il Segretariato Attività Ecumeniche che continua a tutt’oggi ad essere uno dei luoghi di incontro e formazione ecumenica e prevede nella sua costituzione di ‘partire dal dialogo ebraico-cristiano’.

Specificità di tale movimento interconfessionale fondato da Maria Vingiani, è la sua laicità: non è previsto che alcun responsabile ‘religioso’ sia membro ma può essere amico o consulente, e molti sono stati negli anni gli amici e consulenti di tale tipo, preti, pastori, rabbini. Tuttavia la caratterizzazione laica del movimento indica la scelta di un ecumenismo dal basso, con stretto legame alla vita e capace di forza profetica rispetto ai ritardi, alle incomprensioni ed alle durezze delle istituzioni e delle gerarchie. «Una scelta che comporta autonomia totale, anche economica, per favorire un percorso nuovo di incontro, dialogo, formazione e quindi poi l’intesa, la collaborazione e la comunione». I convegni nazionali del Segretariato Attività Ecumeniche ebbero inizio dalla metà degli anni ’60 e a partire dal 1978 fino al 1998 si tennero al passo della Mendola. Del SAE Maria Vingiani è stata presidente fino al 1996. E la vita del Segretariato continua tutt’oggi.

Nell’intervista raccolta da “Avvenire” (Riccardo Maccioni, Aveva 98 anni. È morta Maria Vingiani: il coraggio del dialogo, “Avvenire”, 17 gennaio 2020) in occasione dei suoi novant’anni Maria diceva: “Abbiamo vissuto anni di grande passione in cui bisognava sempre combattere, sperare, chiarire. Ogni volta c’erano battaglie da vincere, muri da far cadere, separazioni da trasformare in cammino di incontro, di riconciliazione. Oggi invece – continua – l’ecumenismo corre il rischio della tranquillità. Sembra che sia tutto normale, quasi scontato, mancano salti di qualità. Il pericolo è che la normalità sfoci nell’indifferenza (…) Occorre una grande passione, un grande amore per i nostri fratelli, nel senso di un’autentica fraternità. Bisogna puntare sul Vangelo, valorizzare al massimo la Bibbia. Io però non ho fatto nulla, a lavorare sono stati la fede, l’esperienza e la grazia di Dio” .

La sua testimonianza rimane come luce in questo tempo, nei cammino dell’umanità chiamata a riconciliazione perché come ella amava ricordare “la fede si vive nella speranza” (cfr. intervista nel sito della diocesi di Cremona)

Alessandro Cortesi op

Navigazione articolo