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VI domenica tempo ordinario – anno C – 2019

IMG_3039Ger 17,5-8; 1Cor 15,12.16-20; Lc 6,17.20-26

Il discorso delle beatitudini si legge in Matteo come discorso sul monte agli inizi del suo vangelo: è il primo dei cinque grandi discorsi del vangelo. Luca riporta le beatitudini in un altro contesto, mentre Gesù è sulla pianura. Dopo aver trascorso la notte da solo in preghiera, Luca lo fissa, nel discendere dalla montagna, nell’atto di chiamare a sé i discepoli e di sceglierne dodici, numero simbolico con riferimento alle tribù di Israele. E diede loro il nome di apostoli (Lc 6,12-16). “erano venuti per ascoltarlo ed essere guariti dalle loro malattie…e cercavano di toccarlo…”. Di fronte a questo ascolto e a questa ricerca che esprime il desiderio profondo di bene e felicità presente nel cuore di ogni persona Gesù pronuncia il discorso delle beatitudini.

Luca riporta solo quattro beatitudini e le fa seguire da quattro ‘guai’. E’ un modo letterario per contrapporre alla via della benedizione, la via dell’infedeltà. Le beatitudini di Luca si rivolgono a chi ascolta direttamente: beati voi… ‘voi’ che vivete le situazioni della povertà, della fame, del pianto e della persecuzione. Per contro chi vive nella sicurezza e nella felicità del mondo è sottoposto ai ‘guai’.

Le beatitudini annunciano una felicità paradossale: chi vive situazioni di fallimento di dolore e di sofferenza è detto felice sin da ora. Ma Gesù non ha alcuna intenzione di giustificare una condizione di male e di ingiustizia in cui chi soffre viene lasciato a se stesso o illuso con una promessa di premio in un altro mondo. “Dio in Gesù non si limita a dichiarare ma si impegna personalmente per il mutamento dello status quo degli ultimi, un già aperto ad un futuro che è loro e in cui perfetta sarà la gioia” (Giancarlo Bruni, Beatitudini. La via di Gesù alla felicità, ed. Cittadella 2018, 20).

L’agire di Gesù è sempre stata di denuncia delle situazioni ingiuste e di impegno a liberare chi soffriva a causa di pesi imposti da altri o per sofferenze fisiche e psichiche. I gesti e le parole di Gesù sono sempre espressioni di liberazione, sono tese a restituire le persone a se stesse, a liberare da oppressioni interiori od esteriori. La sua stessa vita è stata poi testimonianza di una gioia che scaturiva non dall’avere, dal potere, dall’affermazione di sé sopra gli altri, ma da uno stare ‘in mezzo a voi come colui che serve’. “…non il pianto della morte ma il risus paschalis ha l’ultima parola anche nei confronti di tutto il creato, l’universo, che con noi geme e soffre le doglie del parto fino ad oggi (…) Il Dio che in Gesù mescola le sue lacrime con i piangenti a motivo di chi non è più può dire agli afflitti quello che gli angeli hanno detto di Gesù alle donne: ‘perché cercate ta i morti colui che è vivo?’ (Lc 24,5)” (G.Bruni, Beatitudini, 36)

Al cuore dell’annuncio delle beatitudini sta l’affermazione che il regno è arrivato e Dio prende le parti di chi è povero, di chi ha fame, di chi piange di chi è odiato e insultato. Gesù indica anche che solamente chi è povero, ha fame, è sofferente e perseguitato è in grado di sperimentare l’apertura ad accogliere la salvezza come dono. Questa non è esito delle sue forze e prodotto della sua potenza. Chi è invece appesantito dalle cose, chi vive nella spensieratezza, nella sicurezza e nell’abbondanza non ha spazio nel suo cuore per accogliere l’amore di Dio e la possibilità di vivere la vita nella condivisione e nella semplicità. Chi vive sazio e soddisfatto è occupato dagli idoli soprattutto dall’idolo del proprio ‘io’. Ed è per questo invitato ad uscire da queste chiusure pr aprirsi ad una gioia nuova.

I ‘guai’ contrapposti alle beatitudini sono un rimprovero forte rivolto a chi vive tranquillo nel disinteresse verso gli altri e pensa che la fede sia privilegio e un possesso che consente di non farsi carico degli altri, anzi di opprimere e di mantenere e favorire situazioni ingiuste di oppressione e di sfruttamento.

Il linguaggio minaccioso dei guai è quello proprio dei profeti per risvegliare dal torpore (Is 5,8-24; cfr. Am 5,18;6,1): “Guai a voi che aggiungete casa a casa e unite campo a campo, finché non vi sia più spazio e così restate soli ad abitare nel paese… Guai a coloro che chiamano bene il male e male il bene, che cambiano le tenebre in luce e la luce in tenebre, che cambiano l’amaro in dolce e il dolce in amaro…” sono ‘guai’ rivolti a chi specula, a chi è preoccupato solo del suo piacere, a chi è immorale, perverso, a chi è arrogante e prepotente, a chi è un politico corrotto.

Dietro a tale protesta c’è un invito positivo a vivere la ricerca per la giustizia e a seguire Dio che è padre dei poveri e difensore delle vedove: “Padre degli orfani e difensore delle vedove è Dio nella sua santa dimora” (Sal 68,6).

Gesù propone felicità, nel compimento della fedeltà del Padre. Soprattutto Luca sottolinea l’atteggiamento della povertà quale dimensione fondamentale per poter essere disponibili al regno di Dio. I poveri di Jahwè sono coloro che senza sostegni umani ripongono la loro fiducia nelle promesse di Dio e su di esse fondano la loro intera esistenza. “Maledetto l’uomo che confida nell’uomo, che pone nella carne il suo sostegno … Beato l’uomo che confida nel Signore e il Signore è sua fiducia” (Ger 17,5). Luca insiste sulla attitudine della gioia: “beati voi quando gli uomini vi odieranno… Rallegratevi in quel giorno ed esultate, perché, ecco, la vostra ricompensa è grande nei cieli.” E’ la gioia il messaggio profondo delle beatitudini, proclamazione di una felicità nuova e inaudita perché Dio ha cura del debole e del povero e perché Dio ha scelto la via della povertà e dell’inermità per farsi vicino a noi. Ha capovolto tutti i criteri umani di realizzazione e di affermazione: le beatitudini sono una grande pagina che parla di Gesù, della sua identità in cui trovare speranza e possibilità di gioia, e forza per un nuovo modo di vivere.

Alessandro Cortesi op

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Povertà

Nell’omelia alla messa celebrata il 5 febbraio u.s. nello stadio di Abu Dhabi negli Emirati arabi, papa Francesco ha commentato la pagina delle beatitudini ricordando innanzitutto alcuni aspetti fondamentali: “…è il ritornello che Egli ripete oggi, quasi a voler fissare nel nostro cuore, prima di tutto, un messaggio basilare: se stai con Gesù, se come i discepoli di allora ami ascoltare la sua parola, se cerchi di viverla ogni giorno, sei beato. Non sarai beato, ma sei beato: ecco la prima realtà della vita cristiana. Essa non si presenta come un elenco di prescrizioni esteriori da adempiere o come un complesso insieme di dottrine da conoscere. Anzitutto non è questo; è sapersi, in Gesù, figli amati del Padre. È vivere la gioia di questa beatitudine, è intendere la vita come una storia di amore, la storia dell’amore fedele di Dio che non ci abbandona mai e vuole fare comunione con noi sempre”.

Ha poi precisato: “Vivere da beati e seguire la via di Gesù non significa tuttavia stare sempre allegri. Chi è afflitto, chi patisce ingiustizie, chi si prodiga per essere operatore di pace sa che cosa significa soffrire. Per voi non è certo facile vivere lontani da casa e sentire magari, oltre alla mancanza degli affetti più cari, l’incertezza del futuro. Ma il Signore è fedele e non abbandona i suoi”. “vorrei dirvi anche che vivere le Beatitudini non richiede gesti eclatanti. Guardiamo a Gesù: non ha lasciato nulla di scritto, non ha costruito nulla di imponente. E quando ci ha detto come vivere non ha chiesto di innalzare grandi opere o di segnalarci compiendo gesta straordinarie. Ci ha chiesto di realizzare una sola opera d’arte, possibile a tutti: quella della nostra vita. Le Beatitudini sono allora una mappa di vita”.

E infine a proposito delle prime due beatitudini ha ricordato il viaggio di Francesco presso il sultano (cfr. John Tolan, Il santo dal sultano. L’incontro di Francesco d’Assisi e l’Islam, ed. Laterza 2009). Nel tempo delle crociate – nel 1217 fu indetta infatti una crociata da Onorio III che condusse all’assedio di Damietta per costringere il sultano a restituire la città santa ai cristiani da lui presa nel 1187 – e dell’opposizione armata Francesco sceglie la via della visita, dell’andare incontro, senza difese e senza pregiudizi, esponendosi con il suo corpo a stare di fronte all’altro.

“vorrei soffermarmi brevemente su due Beatitudini. La prima: «Beati i miti» (Mt 5,5). Non è beato chi aggredisce o sopraffà, ma chi mantiene il comportamento di Gesù che ci ha salvato: mite anche di fronte ai suoi accusatori. Mi piace citare san Francesco, quando ai frati diede istruzioni su come recarsi presso i Saraceni e i non cristiani. Scrisse: «Che non facciano liti o dispute, ma siano soggetti ad ogni creatura umana per amore di Dio e confessino di essere cristiani» (Regola non bollata, XVI). Né liti né dispute – e questo vale anche per i preti – né liti né dispute: in quel tempo, mentre tanti partivano rivestiti di pesanti armature, san Francesco ricordò che il cristiano parte armato solo della sua fede umile e del suo amore concreto. È importante la mitezza: se vivremo nel mondo al modo di Dio, diventeremo canali della sua presenza; altrimenti, non porteremo frutto”.

Nell’omelia ad Abu Dhabi Francesco ha ricordato l’invito di Francesco ai suoi frati riguardo allo stile di rapporto nel recarsi presso i non cristiani, nei paesi in cui era presente l’Islam: uno stile di mitezza, di distanza da qualsiasi atteggiamento aggressivo e di ricerca di dispute e scontri, un atteggiamento disarmato e capace di entrare in relazione nel dialogo della vita, all’altezza dello sguardo. Francesco richiama a quello stile di povertà che si connota come assenza di pretese di colonizzare l’altro, e che richiama invece allo stare soggetti, disponibili, capaci di servizio. E’ atteggiamento che ha le sue radici in uno sguardo positivo che riconosce e cerca di intessere relazione. Riconoscendo il valore della vita altrui e aprendosi alla possibilità nuova dell’impossibile che la relazione e la vicinanza può aprire. Nella pazienza del cammino, nella consapevolezza che i tempi della conoscenza e dello scambio delle parole implicano un adattarsi che non è facile e che comporta un lungo viaggio. Francesco si presentò al sultano come uomo di Dio, vestito della veste povera, come un sufi, uomo di preghiera. Questa fu la porta per un dialogo che produsse uno scambio di parole e di doni.

San_Francesco_predica_al_sultano_-_Maestro_della_tavola_Bardi_Firenze_Basilica_di_Santa_Croce_Cappella_BardiA Firenze nella chiesa di santa Croce sono presenti due immagini che rinviano a quell’episodio del 1219 e che possono essere occasione per essere osservate in questo anniversario a distanza di ottocento anni. Il primo è in una pala in cui sono narrati episodi della vita di Francesco a fianco del profilo del santo di Assisi: in uno dei riquadri è riportata la predicazione di Francesco a fronte di un uditorio, tra cui vi è anche il sultano al-Malik al-Kamil. Francesco tiene in mano un libro, riferimento chiaro al libro del vangelo, ma forse interpretabile anche come apertura a riconoscere la dignità del riferimento al Corano per i credenti musulmani: ossia la Parola di Dio che raggiunge in un libro quale guida di vita e l’attitudine di preghiera di fronte a Dio che scaturisce dal senso di affidamento, profonda attitudine dell’Islam stesso. Francesco è ascoltato da un pubblico attento: gli occhi degli uditori sono tutti grandi e sgranati ad indicare il fascino di un presentarsi non con la pesantezza delle armi, ma nella povertà della predicazione.

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Un seconda immagine è invece di mano di Giotto in un affresco sulle pareti della medesima cappella Bardi in santa Croce: Francesco sul lato destro, con a fianco un compagno, si appresta alla prova del fuoco davanti al sultano, raffigurato al centro su di un trono, mentre dall’altra parte i consiglieri e i saggi si volgono altrove. Si tratta di un evento leggendario, senza fondamento storico, costruito da Bonaventura nella Legenda maior per esaltare la carità di Francesco ed il suo desiderio missionario: “Il beato Francesco, per testimoniare la fede di Cristo, volle entrare in un gran fuoco con i sacerdoti del Sultano di Babilonia. Però nessuno di essi volle entrare con lui ma tutti fuggirono subito dalla presenza del Santo e del Sultano” (Legenda Maior IX,8) Ancora è forse da evidenziare la centralità del vangelo per la vita di Francesco. Francesco è disposto ad entrare nel fuoco. Ma quella prova del fuoco costruita dalla leggenda reca in sé un messaggio importante: essa non è sconfessione della religione dell’altro, ma disponibilità ad un coinvolgimento personale, senza tornaconti e senza pretese, affermazione della forza di quel vangelo che ha condotto a visitare e a intraprendere un cammino alternativo alla logica della guerra e dell’esclusione. E’ la forza della parola del vangelo che ha spinto Francesco in un viaggio di pace oltre i confini della separazione giungendo a scoprire di essere lui stesso accolto e a vivere uno scambio di parole e di accoglienza con il sultano.

Così Giorgio La Pira percepì nel XX secolo il segno profetico di quel viaggio: “la storia che Dio vuol scrivere con gli uomini non la realizzano le crociate, ma il pellegrinaggio disarmato del santo di Assisi. Si tratta quindi di “renvérsér les croisades”, di rovesciare le crociate, cioè di rovesciare un  paradigma storico, purificare la memoria, lasciare che i valori trascendenti delle religioni che pur nella loro irriducibilità si riferiscono alla avventura di Abramo, uniscano i popoli cristiani, musulmani e Israele perché siano visibili le tracce della trascendenza e si apra una nuova logica dei rapporti internazionali diversa da quella, vissuta da La Pira, della guerra fredda prodotta da i due opposti materialismi atei. È stato in fondo san Francesco con la sua missione disarmata nella terra dell’Islam a mettere le vicende mediorientali sotto la luce del dialogo (e della ammirazione reciproca) fra appartenenti a religioni diverse” (Marco Giovannoni, Giorgio La Pira: dialogo religioso e pace, in Aa.Vv. Storie di testimoni, sfide di pace, ed. Nerbini 2014).

Sono gesti che nella storia rimangono indicazione di cammini aperti… sono questi gli autentici miracoli dell’accoglienza delle beatitudini nella vita.

Alessandro Cortesi op

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III domenica tempo ordinario – anno C – 2019

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Ne 8,2-10; 1Cor 12,12-31; Lc 1,1-4; 4,14-21

Due libri stanno aperti davanti a noi in questa terza domenica del tempo ordinario: il rotolo della Bibbia che il sacerdote Esdra apre nello spazio del Tempio ricostruito mentre sullo sfondo compare Gerusalemme ricostruita dopo il ritorno dall’esilio (forse attorno al 444 a.C.) e legge davanti a tutto il popolo e il rotolo aperto da Gesù nella sinagoga di Nazaret.

Il rotolo di Esdra viene letto a brani distinti, spiegato ed accolto come parola che tocca i cuori dei presenti. Coinvolge profondamente al punto da suscitare un pianto di pentimento e il desiderio di conversione.

Ma mentre il popolo piangeva ascoltando le parole della legge, Neemia, capo politico del popolo d’Israele tornato dall’esilio, invita a cogliere il senso profondo della parola di Dio, l’invito alla gioia: “Questo giorno è consacrato al Signore, andate, mangiate carni grasse, bevete vini dolci perché la gioia del Signore è la vostra forza”.

Il pentimento dev’essere solo una tappa dello stare davanti alla Parola di Dio. Questa trasforma i cuori e li rende capaci di gioia, aperti ad accogliere la speranza messianica di un banchetto dove non ci sarà più morte, né pianto, né afflizione.

Il secondo libro al centro di questa liturgia è il rotolo di Isaia. Gesù lo apre nella sinagoga, quando di sabato, come ogni pio ebreo adulto è invitato a leggere e commentare la Scrittura. Nel suo paese Nazaret, di fronte ai suoi parenti e a coloro che lo conoscevano, il figlio di Giuseppe e Maria, legge parole che indicano una missione di liberazione e di pace: “Lo Spirito del Signore è sopra di me; per questo mi ha consacrato con l’unzione, e mi ha mandato per annunziare ai poveri un lieto messaggio, per proclamare ai prigionieri la liberazione e ai ciechi la vista; per rimettere in libertà gli oppressi, e predicare un anno di grazia del Signore”. Si tratta di un testo del terzo Isaia (61,1-2).

Ma la pagina del profeta è riportata con piccole ma importanti modifiche: nella lettura è tralasciato ogni riferimento al ‘giorno di vendetta del Signore’, e sono riprese invece tutte le espressioni che parlano di vita nuova, di libertà, di salvezza, di gioia, di sconfitta di ogni male e oppressione. Al termine Gesù non commenta il testo ma dice solamente ‘Oggi si è adempiuta questa Scrittura che voi avete udita con i vostri orecchi’. La promessa di Dio di liberazione e di giustizia diviene ora presente nell’oggi di Gesù. Si tratta non solo di un ‘oggi’ che indica un tempo cronologico, ma è un ‘oggi’ che indica il tempo di salvezza ormai giunto e vicino.

Nel vangelo di Luca questo ‘oggi’ tornerà in momenti decisivi per chi incontrando Gesù si apre alla vita nuova e alla liberazione che da lui vengono, come Zaccheo a cui Gesù dice: ‘oggi la salvezza è entrata in questa casa’ (Lc 19,9), o come il malfattore appeso alla croce accanto a Gesù che ascolta le parole: ‘oggi sarai con me in paradiso’ (Lc 23,43).

La parola di Dio, le sue promesse di vita di liberazione, di senso nuovo per la vita, di gioia diviene presente nell’agire di Gesù. Tutto ciò genera meraviglia e scandalo: non è lui il figlio di Giuseppe?… Fa difficoltà aprirsi ad un incontro con Dio che si fa vicino nella debolezza di un uomo, che ci raggiunge come ‘figlio di Giuseppe’, così simile a noi e senza caratteristiche eccezionali, senza potenza. Gesù reagisce a questa meraviglia sospettosa e distante, e fa riferimento a due episodi del Primo testamento in cui Dio si è rivelato per mezzo dei suoi profeti non ai vicini, e ai membri del popolo d’Israele, ma ad una donna pagana, una vedova di Sarepta. E’ una donna capace di un gesti di accoglienza e di cura verso il profeta Elia (1Re 17,1) che si presenta come ospite alla sua casa. Così un lebbroso, Naaman, proveniente dalla Siria, cioè un pagano, fu risanato da Eliseo (2Re 5,14) per l’intervento e suggerimento a lui offerto in piena gratuità e contro ogni buonsenso umano da una ragazza di un popolo straniero, prigioniera.

Gesù scardina le pretese di possedere in qualche modo Dio e la sua stessa persona, da parte di coloro che sono i ‘suoi’. Ed afferma la necessità di una conversione della vita. La salvezza, l’incontro con Dio si rende presente nei gesti di gratuità e accoglienza che testimoniano la liberazione di Dio. E’ un appello alla fede che implica non diritti di appartenenza ma apertura del cuore.

La vedova di Sarepta o il lebbroso Naaman, al di fuori delle appartenenze costituite, lontani o pagani, sono testimoni di liberazione, di apertura degli occhi e del cuore. E’ la bella notizia ed è animato dalla forza dello Spirito che soffia dove vuole. E conduce a riscoprire l’unzione dello Spirito che invia al seguito di Gesù ad essere annunciatori di liberazione nel servizio accanto a chi è oppresso.

Alessandro Cortesi op

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Gesti di cura

Cristina Cattaneo è docente di medicina legale all’Università di Milano e dirige il LabAnOf, il laboratorio di antropologia e odontologia forense. La sua attività di medico forense si è indirizzata inizialmente allo studio di resti umani di epoche antiche, ma con il tempo ha visto il suo impegno orientarsi nel contribuire a fare giustizia, nello studio in particolare delle vittime di violenza, nel centro medico specialistico di assistenza per i problemi della violenza alle donne.

Una delle attività più coinvolgenti e drammatiche della sua vicenda professionale è stata la partecipazione all’opera di studio e identificazione dei morti in naufragi di navi migranti nel Mediterraneo, in particolare dei morti nel naufragio di Lampedusa del 3 ottobre 2013 e del 18 aprile 2015.

Nel suo libro Naufraghi senza volto. Dare nome alle vittime del Mediterraneo (ed. Raffaello Cortina 2018) ha descritto l’impegno della sua comunità scientifica, composta di professionisti la cui opera è quella di ricostruire e identificare le vittime soprattutto quando avvengono disastri come un incidente aereo, uno tsunami, un deragliamento di treno, cogliendo tuttavia una sorta di distacco e indifferenza di fronte alle tragedie del Mare Mediterraneo che colpivano i migranti:

“… è proprio per questo che rimasi scioccata quando mi accorsi che, per le tragedie dei barconi pieni zeppi di migranti provenienti dall’Africa e dal Medio Oriente, morti e sepolti senza un nome, nessuno della comunità internazionale batteva ciglio. Nessuno della ‘mia’ comunità, quella che sapeva benissimo che cosa significasse lasciare un corpo senza identità e che aveva sgomitato per dare il proprio contributo in occasione di tanti altri disastri, aveva mosso un dito” (27)

Ricorda i segnali di umanità sorti in Italia in un passato che oggi appare lontano e dimenticato: il soccorso dalle spiagge per aiutare naufraghi, le iniziative della Marina militare e della Guardia Costiera, i sistemi di prima accoglienza messi in atto da governo e ONG, le sepolture quasi sempre dignitose. “Ma quando si trattava di dare un nome a questi corpi.. niente”.

Nelle pagine del suo racconto offre una descrizione del suo personale coinvolgimento dal putno di vista professionale e umano, a partire dalla tragedia di Lampedusa che scosse le coscienze. In questo disastro di un ‘imbarcazione che portava migliaia di persone furono recuperati 366 cadaveri. Da lì nacque l’operazione Mare nostrum “e da lì iniziò, seppur molto lentamente, a pensare ai loro morti come ai nostri” (44)

E poi il 18 aprile 2015, un altro naufragio a cento chilometri dalle coste libiche con quasi mille morti. Era il Barcone che conteneva circa mille passeggeri quasi tutti adolescenti e giovani la maggioranza proveniente dall’Africa sub-sahariana. Il più grande disastro di cui si ha conoscenza per numero di morti in questi decenni in cui il mare Mediterraneo è divenuto la tomba di decine di migliaia di uomini e donne che viaggiavano in cerca di un futuro.

Così Cristina Catteno descrive lo squarcio di umanità che in quell’occasione si aprì: “Di solito queste vittime, soprattutto dall’Europa ‘che conta’, non vengono considerate degne di pietas né di essere identificate, né i loro parenti degno di sapere se il proprio figlio è vivo o morto, di entrare in ossesso di certificati di morte, fondamentali per esempio come nel caso di Lampedusa, per il ricongiungimento degli orfani. Per il Barcone, invece, si è momentaneamente aperto uno squarcio di umanità in un periodo nuvoloso per la rabbia e l’ostilità, grazie alla volontà di un paese che, ironicamente, era proprio l’ultimo che poteva permettersi tale gesto…. Nei trent’anni di attività, questo è trai gesti collettivi più nobili che abbia visto e sentito” (99-100).

Un gesto di cura, di pietas umana, un gesto antico che ripete lo squarcio del cuore di chi accompagna alla sepoltura un proprio caro, facendo di questo gesto un momento fondamentale che dà senso all’esistenza nel riconoscimento dell’altro.

La ricerca di identificazione e ricostruzione dei corpi delle vittime di quel naufragio è narrata nelle pagine di questo libro che toccano e accompagnano a percepire come si possa morire di speranza. E’ quella speranza racchiusa nei sacchetti di terra recati con sé e trattenuta in fagottini di cellophane tra gli indumenti di giovani eritrei, è la speranza portata nel leggero bagaglio di una tessera di biblioteca e di una attestazione di donatore di sangue gelosamente custodite nel viaggio, ed è la speranza scolpita nei voti di una pagella scritta in arabo e francese, recuperata dopo aver scucito una tasca da un giubbotto di un adolescente del Mali:

“mentre tastavo la giacca, sentii qualcosa di duro e quadrato. Tagliammo dall’interno per recuperare, senza danneggiarla qualsiasi cosa fosse. Mi ritrovai in mano un piccolo plico di carta composto da diversi strati. Cercai di dispiegarli senza romperli e poi lessi: Bulletin scolaire e, in colonna le parole un po’ sbiadite mathematiques, sciences physiques.. Era una pagella. ‘Una pagella’, qualcuno di noi ripeté a voce alta. Tutti si avvicinarono e ci furono diversi secondi di silenzio durante i quali si sentiva soltanto il lontano chiacchiericcio dei medici legali che operavano nella tenda accanto dettandosi appunti. Pensammo tutti la stessa cosa, ne sono sicura: con quali aspettative questo giovane adolescente del Mali aveva con tanta cura nascosto un documento così prezioso per il suo futuro, che mostrava i suoi sforzi, le sue capacità nello studio, e che pensava gli avrebbe aperto chissà quali porte di una scuola italiana o europea, orami ridotto a poche pagine colorite intrise di acqua marcia?” (134-135).

Ai suoi occhi e nel quotidiano operare delle sue mani nel prendersi cura di corpi irriconoscibili e di cui rimaneva talvolta solamente un brandello è apparso come quell’imbarcazione, diventata la tomba di tanti giovani diveniva una reliquia, un memoriale che avrebbe potuto ricordare cosa non doveva più accadere.

Sappiamo tuttavia che le tragedie sono continuate, sappiamo che innumerevoli barche, gommoni contenenti settanta ottanta cento persone hanno continuato naufragare, sappiamo come contro i migranti provenienti dall’inferno della Libia si sia accanita una politica che ha fatto di loro merce di mercanteggiamento elettorale in questa Italia in cui pure squarci di umanità si sono aperti e si aprono magari nascosti e soffocati da una cattiveria dilagante, sappiamo la disumanità della chiusura dei porti, sappiamo i patti iniqui di governanti italiani con la polizia libica, sappiamo la criminalizzazione avvenuta delle ONG che salvavano vite umane e le cui navi ora sono costrette a rimanere ferme, sappiamo l’orrore dei respingimenti riportando nelle mani di torturatori spietati persone che fuggono dalla persecuzione.

“Il Barcone rappresentava cosa succedeva dietro l’angolo di quell’Europa e dei rispettivi parlamenti, che si dichiarano i più civili, democratici e liberali: adolescenti e giovani morti, stipati su imbarcazioni che nulla hanno di diverso dalle antiche navi guerriere, per scapare dalla guerra, dalla persecuzione o dalla fame. Un monito di ciò che non deve più succedere o, meglio, di quanto sia facile dimenticare o non voler guardare, dal momento che, ancora una volta, è successo proprio a noi di non guardare e di dimenticare” (176).

Cristina Cattaneo racconta e immortala questa storia nelle righe del suo libro, con gli occhi di un medico legale che insieme a tante collaboratrici e collaboratori ha vissuto i giorni di Melilli per dare un nome alle vittime dimenticate, per dare venerazione, nei pazienti gesti della ricomposizione dei corpi, a volti distrutti vittime della malvagità e dell’indifferenza che parlano come nessun altro può, di violenze, sofferenze, speranze e sogni traditi. “Non ti abitui mai a parlare con i parenti delle vittime” (69)…

La sua voce, come quella di Antigone, è richiamo oggi, nel tempo dei porti chiusi, nel tempo in cui si impedisce il soccorso in mare, a insorgere in una resistenza civile, a recuperare quel senso di umanità che porta a dare un nome e accompagnare nella sepoltura i morti, per rispondere all’angustia di chi non sa la sorte dei propri cari, per ricordare ai vivi la sofferenza delle vittime e per indicare vie di giustizia e di cura.

Alessandro Cortesi op

 

 

 

 

 

 

 

«Non è solo una questione di memoria o del diritto sacrosanto ad avere un nome anche nella morte. Identificare significa anche tutelare i vivi, basti pensare al ricongiungimento familiare dei minori rimasti orfani»

 

Battesimo del Signore – anno C – 2019

IMG_2460.JPGIs 40,1-11; Tt 2,11-14; 3,4-7; Lc 3,15-16.21-22

“Io vi battezzo con acqua, ma viene uno che è più forte di me, al quale io non sono degno di sciogliere neppure il legaccio dei sandali: costui vi battezzerà in Spirito Santo e fuoco”

Giovanni il Battista presenta colui che deve venire come ‘il forte’ e si fa eco delle parole con cui Isaia parlava della figura del messia, ‘forte, potente come Dio’ (Is 9,5). E nel dire ‘viene uno che è più forte di me’ richiama anche le benedizioni rivolte al messia: ‘Benedetto colui che viene nel nome del Signore’ (Sal 118; cfr. Zac 9,9: ‘Ecco Sion, a te viene il tuo re…’).

I quattro vangeli canonici riportano un fatto agli inizi della vita pubblica di Gesù: il battesimo al Giordano per opera di Giovanni il battezzatore. La predicazione di Giovanni e la sua scelta di ritirarsi in una zona desertica per proporre un gesto di penitenza e di cambiamento di vita s situano nell’atmosfera di attesa di un messia liberatore. In Israele era viva l’attesa di un rinnovamento religioso e di un regno di giustizia e di pace e di una presenza.

Per le prime comunità cristiane questo ricordo di Gesù che si associa al gesto di purificazione proposto da Giovanni, è motivo di profonda difficoltà. Eppure esso rimane ricordato perché momento vissuto con una particolare importanza nella vita di Gesù.

Per Luca questo passaggio che apre l’attività pubblica segna un momento di manifestazione dell’identità e della missione di Gesù. Per esprimere questo opera un lettura teologica esprimendo il significato del battesimo di Gesù. Tre elementi racchiudono il messaggio di questo momento: il cielo aperto, la colomba, la voce dal cielo. Luca sottolinea che ‘tutto il popolo veniva battezzato’: Gesù entra in una storia di una comunità partecipando ad una vicenda di popolo. Gesù sceglie di stare in mezzo ad una folla che riconosce la condizione di peccato e vive l’attesa.

Gesù è presentato da Luca mentre prega. E nella preghiera si attua l’incontro con lo Spirito Santo. Nella preghiera Gesù si lascia condurre dallo Spirito.

Il cielo aperto indica un passaggio, una apertura appunto tra due mondi lontani e senza comunicazione. Dio sta in cielo e gli uomini la terra. E la preghiera di Israele era nutrita dell’invocazione: ‘se tu squarciassi i cieli e scendessi…’. La colomba è indicata da Luca come rinvio alla presenza dello Spirito di Dio effuso sul messia. Anche qui c’è un richiamo alla profezia di Isaia: “Su di lui si poserà lo Spirito del Signore, Spirito di sapienza e di intelligenza, Spirito di consiglio e di fortezza, Spirito di conoscenza e di timore del Signore” (Is 11,2) E la colomba indicava anche l’intero popolo d’Israele (Sal 68,14; Os 7,11). Luca vede in Gesù la vicenda di tutto un popolo.

La voce divina rinvia al salmo 2,7: “Tu sei mio figlio, oggi ti ho generato”. Nel salmo il riferimento era alla cerimonia di intronizzazione del re in Israele. Dio interviene ponendo sul trono il re-messia visto come figlio adottivo. Ora in Gesù Luca indica che si può incontrare colui che è Figlio. La voce che viene dall’alto propone un testo di Isaia che indica il servo del Signore: “Ecco il mio servo che io sostengo, ecco il mio eletto in cui pongo la mia compiacenza” (Is 42).

Nei simboli del cielo, della colomba e della voce in una sapiente tessitura di testi del Primo testamento, pone la vicenda di Gesù in rapporto alla alleanza mai revocata, alle promesse di Dio, ed offre anche i tratti della sua identità. E’ il Figlio, servo. La sua vita è in rapporto con un popolo e in lui si attua la speranza presente in Israele di un Messia. Si uniscono le linee dell’attesa del re messia secondo la promessa fatta a Davide (2Sam 7), e di quella del profeta servo, figura evocata da Isaia, segnato dalla sofferenza, e capace di liberazione per gli altri offrendo se stesso. Il servo di Jahwè opera infatti liberazione:.

Per tre volte nel vangelo di Luca tornerà il riferimento alla voce dall’alto. la prima volta al momento del battesimo al Giordano, poi nella trasfigurazione ed al calvario, quando Gesù si rivolge al Padre e a lui si affida.

Gesù immergendosi nelle acque del Giordano riceve l’invio per la sua missione ad essere il messia servo che dà la vita per gli altri. Questo momento è letto da Luca come la sua presentazione al mondo: una epifania. Il centurione romano, pagano, lo riconoscerà sotto la croce: ‘egli era veramente un uomo giusto’ (Lc 23,47).

Alessandro Cortesi op

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Epifanie

“Oggi, come abbiamo ascoltato quando si leggeva la lettura divina, il Signore e Salvatore nostro è stato battezzato da Giovanni nel Giordano; e non è una piccola solennità: è grande, anzi grandissima. Quando il nostro Signore si è degnato di farsi battezzare, lo Spirito Santo è sceso su di lui in forma di colomba, e si è udita la voce del Padre che diceva: «Questi è il mio Figlio diletto, nel quale mi sono compiaciuto» (Mt 3, 17)”.

Così inizia una sua predica Cromazio di Aquileia, che divenne vescovo di Aquileia nel 388. Aquileia era una chiesa che aveva vissuto profondamente la persecuzione al tempo degli imperatori Decio Valeriano e Diocleziano, tra III e IV secolo ed era stata scossa anche dalla eresia ariana come tante chiese di quel periodo.

Cromazio è partecipe di quella chiesa che aveva vissuto un tempo di fioritura negli ultimi decenni del IV secolo al punto che Girolamo nelle sue Cronache la descrive come un coro dei beati. E Girolamo parla anche della famiglia in cui Cromazio era cresciuto e dove erano presenti profondi ideali condivisi dai fratelli e sorelle.

Cromazio era nato nel 345 e ordinato presbitero, poi ricevette la ordinazione episcopale da Ambrogio. Fu responsabile di una regione amplissima che andava dal Nordest italiano all’Ungheria, la decima regione. Morì al tempo della discesa dei Goti e degli Unni nei primi anni del V secolo.

Nelle sue prediche si avverte un’eco della spiritualità che animava la chiesa di Aquileia. Così nel sermone 34 sull’epifania (SCh 154), egli legge nell’evento del battesimo di Gesù un momento di rivelazione del volto di Dio trinitario, Padre Figlio e Spirito. E il battesimo del Signore è interpretato come apertura dei cieli, possibilità di nascita nuova nel dono dello Spirito che viene dato a tutti i credenti.

“Oh, che grande mistero in questo battesimo celeste! Il Padre si fa udire dal cielo, il Figlio era visto in terra, lo Spirito Santo appariva in forma di colomba. Non esiste, infatti, battesimo né remissione dei peccati, dove non c’è la verità della Trinità; e non c’è remissione dei peccati se non si crede la perfetta Trinità. Il battesimo della Chiesa è unico e vero; viene amministrato una sola volta, quando uno viene immerso una sola volta e diventa puro e nuovo; puro perché depone la sozzura del peccato; nuovo perché risorge a nuova vita dopo aver deposto la vecchiezza del peccato. Il lavacro di questo battesimo rende l’uomo più bianco della neve, non nella pelle del corpo, ma nello splendore della mente e nella purezza dell’anima. Nel battesimo del Signore si sono aperti i cieli, affinché mediante il lavacro della rigenerazione si aprisse ai credenti il regno dei cieli, secondo la sentenza del Signore: «Se uno non nasce di nuovo dall’acqua e dallo Spirito Santo, non entrerà nel regno dei cieli» (Gv 3, 5). Entra dunque chi nasce di nuovo e chi non trascura di custodire il battesimo; e così non entra chi non nasce di nuovo”

Parla così del battesimo di Gesù come dono di salvezza perché l’umanità possa rinascere:

“Il nostro Signore, essendo venuto per dare un nuovo battesimo per la salvezza del genere umano e per la remissione di tutti i peccati, prima si è degnato di sottoporsi al battesimo non tanto per liberare sé stesso dai peccati, poiché non aveva commesso alcun peccato, bensì per santificare le acque del battesimo, affinché cancellasse i peccati di tutti i credenti che erano nati di nuovo mediante il battesimo di rigenerazione. Perciò egli è stato battezzato nell’acqua, affinché noi fossimo purificati da tutti i peccati. Egli è sceso nell’acqua perché noi fossimo purificati dalla macchia delle colpe. Egli ha ricevuto il lavacro della rigenerazione, perché noi rinascessimo dall’acqua e dallo Spirito Santo…”

Cromazio così unisce il battesimo di Gesù al battesimo dei cristiani richiamando alle parole di Paolo che legge il battesimo come inserimento della vita in Cristo:

“Il battesimo di Cristo ci lava dalle macchie dei peccati e ci rinnova per la vita della salvezza. Ascolta quanto dichiara l’apostolo: «Quanti siete stati battezzati in Cristo, vi siete rivestiti di Cristo» (Gal 3, 27). E aggiunge: «Per mezzo del battesimo siete stati sepolti in lui nella morte, affinché come Cristo è stato risuscitato da morte, così anche voi camminiate in novità di vita» (Rm 6, 4). Mediante il battesimo moriamo al peccato, però viviamo con Cristo; veniamo sepolti alla vita antica, però risorgiamo a vita nuova; ci spogliamo dell’uomo vecchio, però indossiamo l’abito dell’uomo nuovo. Il Signore nel battesimo ha voluto compiere ogni giustizia, perché ha voluto farsi battezzare perché anche noi ci facessimo battezzare; ha ricevuto il lavacro della rigenerazione, perché nascessimo di nuovo alla vita”.

Cromazio scorge come Gesù Cristo nel suo essere Figlio di Dio, santifica le acque e ne fa strumento di salvezza. E così è Giovanni il battezzatore ma è lui stesso ad essere battezzato cioè santificato. Nel battesimo Gesù riceve una immersione ma è egli stesso che battezza:

Giovanni ha battezzato il nostro Signore e Salvatore, però è stato battezzato anche lui da Cristo, perché questi ha santificato le acque, e da queste acque quello è stato santificato. Cristo ha dato la grazia, Giovanni l’ha ricevuta; questo ha deposto i peccati, quello li ha rimessi perché Giovanni era uomo, mentre Cristo era Dio. È proprio di Dio rimettere i peccati, come è stato scritto: «Chi può rimettere i peccati se non Dio soltanto? » (Mc 2, 7). Perciò Giovanni disse a Cristo: «Io devo essere battezzato da te e tu vieni da me?» (Mt 3, 14). Giovanni, infatti, aveva bisogno del battesimo, perché non poteva essere senza peccato; mentre Cristo non poteva avere bisogno del battesimo perché non aveva commesso peccati. Di conseguenza, in quel battesimo il Signore e Salvatore nostro aveva cancellato prima di tutto i peccati di Giovanni e poi quelli di tutto il mondo. E così disse: «Lascia fare! Conviene che noi adempiamo ogni giustizia» (Mt 3, 15)”.

Cromazio conclude la sua predica con un riferimento al Primo testamento e legge il rapporto tra il battesimo di Ges e il passaggio del Giordano da parte di Israele. Quel passaggio fu apertura per una libertà nuova. Ora nelle acque si apre una via per una nuova terra promessa e la guida è Gesù:

“Un tempo la grazia del battesimo è stata enunciata misticamente: appunto quando il popolo, guadando il Giordano, è stato introdotto nella terra promessa. Perciò come allora – prima che il Signore venisse – al popolo fu aperta una via nel Giordano per entrare nella terra promessa, così ora mediante le stesse acque del fiume Giordano è stato aperto per la prima volta il tracciato della via celeste, percorrendo la quale raggiungeremo quella beata terra promessa, cioè la promessa del regno celeste. Gesù figlio di Nave fu il loro condottiero nel Giordano, mentre per mezzo del battesimo è diventato per noi guida della salvezza eterna Gesù Cristo Signore, l’unigenito Figlio di Dio che è benedetto nei secoli dei secoli. Amen”.

In un tempo prossimo a quello di Cromazio Ambrogio a Milano (340-397, vescovo dal 374) scrive un inno che introduce a scorgere la liturgia della sua chiesa. Ambrogio rende in poesia i riferimenti alle Scritture e attraverso il canto propone un modo di entare nel mistero della fede. Nell’inno legge insieme il mistero dell’epifania di Gesù, del battesimo e delle nozze di Cana. L’inno si apre con una invocazione a Gesù verità, luce, vita, pace. E’ lui che fa risplendere nel cielo gli astri e le stelle. Ed è invocazione che evoca al preghiera dei salmi:

O Tu che illumini superno / i globi degli astri splendenti, / pace vita verità luce, / Gesù, ascolta chi t’invoca.

Viene poi ricordato il primo mistero del manifestarsi di Gesù nel suo discendere nelle acque al momento del battesimo: Col mistero del tuo battesimo / le acque del Giordano, a ritroso / per tre volte un tempo fluenti, / in questo giorno consacrasti.

La memoria della storia della salvezza si unisce al giorno in cui la liturgia si svolge: il giorno presente è tempo che unisce insieme l’evento di Gesù e la vita di coloro che sono riuniti per celebrare.

Poi Ambrogio si sofferma sulla stella che ha guidato i magi nel loro cammino e vede in quella luce l’annuncio e la guida opera di Cristo nella vita dei sapienti che si recano a Betlemme, e ancora vi è insistenza sull’oggi che unisce il presente con l’annuncio a Maria e il cammino dei magi:

Fulgente in cielo, con la stella / di Maria il parto nunziasti; / in questo giorno ad adorarti / i magi al presepe guidasti..

Nel suo Commento al vangelo di Luca Ambrogio scrive:  “Dove c’è Cristo, la stella si fa nuovamente vedere e indica la via. Questa stella è la via, e Cristo è la via, perché Cristo è la stella. Dove c’è Cristo, c’è anche la stella; egli, infatti, è la stella fulgida del mattino. Egli si manifesta con la sua stessa luce” (Comment. In Lc II 45).

Infine Ambrogio legge l’episodio delle nozze di Cana come terza manifestazione di Gesù Cristo, riprendendo così il testo del IV vangelo: “(A Cana) Gesù manifestò la sua gloria” (Gv 2, 11).

Nelle anfore di acqua ricolme / sapore di vino infondesti; / ne attinse il servo ben conscio / di non averle sì riempite. / Vedendo l’acqua imporporarsi / ed a tutti infondere ebbrezza, / stupì al mutar degli elementi / da una ad un’altra sostanza..

E subito dopo ricollega a questo momento la moltiplicazione dei pani:

Mentre a cinquemila persone / si dividono cinque pani,/ sotto i loro avidi denti / in bocca cresce il nutrimento. “Era moltiplicato il pane / a misura ch’era gustato; / chi, ciò vedendo, stupirà / del perenne fluir delle fonti?/ Fra le mani di chi lo spezza / a profusione scorre il pane; / tutti i frammenti non spezzati / di là si dileguano intatti”.

Come a Cana così nella moltiplicazione dei pani la distribuzione del vino e del pane è segno che esprime un dono che risponde a desideri e attese e dona vita.

Ambrogio quindi legge insieme le tre epifanie, manifestazioni di Gesù nella visita dei magi, nel battesimo, e nella festa di Cana. (Inni natalizi di Sant’Ambrogio, ed. Interlinea, 1996).

Le Epifanie del Signore

O Tu che illumini superno
i globi degli astri splendenti,
pace vita verità luce,
Gesù, ascolta chi t’invoca.

Col mistero del tuo battesimo
le acque del Giordano, a ritroso
per tre volte un tempo fluenti,
in questo giorno consacrasti.

Fulgente in cielo, con la stella
di Maria il parto nunziasti;
in questo giorno ad adorarti
i magi al presepe guidasti.

Nelle anfore di acqua ricolme
sapore di vino infondesti;
ne attinse il servo ben conscio
di non averle sì riempite.

Vedendo l’acqua imporporarsi
ed a tutti infondere ebbrezza,
stupì al mutar degli elementi
da una ad un’altra sostanza.

Mentre a cinquemila persone
si dividono cinque pani,
sotto i loro avidi denti
in bocca cresce il nutrimento.

Era moltiplicato il pane
a misura ch’era gustato;
chi, ciò vedendo, stupirà
del perenne fluir delle fonti?

Fra le mani di chi lo spezza
a profusione scorre il pane;
tutti i frammenti non spezzati
di là si dileguano intatti.

(sant’Ambrogio, Inni)

Alessandro Cortesi op

Nella novena di Natale…

Marc Chagal albero di Iesse

Marc Chagall, L’albero di Iesse

Una riflessione a partire da Mt 1,1-17

La genealogia posta all’inizio del Vangelo di Matteo (1,1-17) è una serie di nomi segnati dal ritornello di un padre che generò un figlio. Attraverso questa genealogia passa la promessa messianica collegata alla discendenza di Giuda e di Davide. Matteo non intende fare opera di ricerca storica, ma in questa pagina offre un messaggio sul volto di Gesù come messia.

I nomi che compongono la genealogia sono in linea con l’intento di Matteo di collegare Gesù a Davide: nomi in serie di quattordici, da Abramo fino a Davide, e dall’esilio fino a Gesù. Tuttavia questa discendenza non appare lineare e senza interruzioni. L’elemento più appariscente è che la serie di generazioni si chiude con il riferimento a Giuseppe presentato come sposo di Maria «dalla quale è nato Gesù’ (Mt 1,16).

Si tratta di un albero genealogico composto quasi esclusivamente di nomi maschili che ha come esito ultimo di riferimento una donna che diviene madre. Giuseppe infatti, e il seguito del racconto di Matteo lo indicherà, scopre che il bambino che sta per nascere da Maria non viene da lui.

La genealogia di Matteo intende sottolineare che Gesù è figlio di Davide, proviene quindi dalla promessa che in Davide ha un punto di riferimento fondamentale. E’ Davide il re che aveva avuto l’idea di costruire un tempio al Dio d’Israele, ma il suo progetto viene posto in discussione dal profeta Natan che gli comunica il disegno diverso di Dio: non tu costruirai una casa a Dio, ma sarà Dio stesso che costruirà a te un casato. Se Davide pensava ad un tempio, ad un luogo per la presenza di Dio, il disegno di Dio rovescia questo pensiero e indica come il tempio in cui la sua presenza si farà vicina non sarà una costruzione, un luogo, un edificio sacro, ma sarà un volto, una discendenza, una presenza personale. «Gesù Cristo figlio di Davide, figlio di Abramo». Davide reca la promessa che veramente la gloria di Dio è la vita e il volto degli uomini e delle donne: la gloria di Dio è l’uomo vivente dirà Ireneo, la gloria di Dio è la vita dei poveri con cui Gesù si identifica.

Figlio di Davide quindi e figlio di Abramo. La vicenda di Gesù si colloca all’interno di una storia segnata dalle promesse di Dio e, con lo sguardo rivolto ad Abramo, con l’attenzione alla vicenda della fede che da Abramo ha inizio. Abramo è infatti padre perché primo di coloro che hanno accolto l’invito e la chiamata di Dio ‘Esci da te stesso, dal tuo paese, e va’ verso la terra che io ti indicherò’. Abramo, padre di tutti gli uomini e donne migranti che hanno lasciato e lasciano le loro case e le loro terre alla ricerca non solo di pane, di pascoli, di un futuro, di dignità, ma alla ricerca più profonda di quella promessa che sta al cuore della vita umana, promessa che è appello ad una fiducia capace di guardare le stelle del cielo e scorgervi lì il segno di Dio che vuole vita e discendenza e che si fa vicino nel dono di figlie e figli. Abramo grande padre dei credenti e amico di Dio (come è indicato nella tradizione islamica) perché presenza capace di relazione…

Nella genealogia presentata da Matteo appare tuttavia la prevalenza di nomi maschili. Ad indicare il limite di una struttura patriarcale che segna il modo di considerare la discendenza. Di padre in figlio, senza alcuna considerazione della presenza delle donne. Eppure prima di Maria in questa lunga serie di nomi, compaiono, quasi come fessure di interruzione, i nomi di quattro donne: Tamar, con riferimento alla storia narrata nel capitolo 38 di genesi, Rahab, la cui vicenda è raccontata nel capitolo 2 di Giosuè, Rut, di cui si racconta nel delizioso libretto che da lei prende il nome (Rut 3-4). La quarta donna è la moglie di Uria, cioè Betsabea (cfr. 2Sam 11,1-12,24). I nomi di queste donne sono connesse a situazioni ‘irregolari’ e peraltro a passaggi fondamentali per la discendenza che conduce a Gesù. Tamar, donna ridotta ad essere senza identità, rifiutata, ad un certo punto si finge prostituta in rapporto a Giuda. Quando Giuda scopre di essere lui il padre del bambino che deve nascere rendendosi conto dell’accaduto dirà: “ella è più giusta di me!”. Uno dei gemelli che da lei nasceranno sarà indicato come colui che si è aperto una breccia.

Raab, anche lei prostituta è la donna che a Gerico vive ospitalità incondizionata e salva i messaggeri degli israeliti, mettendo una corda, un filo rosso (e filo/corda in ebraico è termine che ha anche significato di speranza). Col suo agire trasforma la paura di entrare nella terra in coraggio, pone speranza dove c’era paura e incertezza. La tradizione rabbinica ebraica parlerà di Raab come moglie di Giosuè. Nella lettera agli Ebrei viene indicata come donna di fede: ‘Per fede, Raab, la prostituta, non perì con gli increduli, perché aveva accolto con benevolenza gli esploratori’ (Eb 11,31). Ella rende possibile ciò che appariva impossibile.

Rut è la straniera, del popolo di Moab, considerato maledetto da Israele, colei che segue la sua suocera Noemi, nella condizione di sventura, dicendo ‘il tuo popolo sarà il mio popolo, il tuo Dio sarà il mio Dio’, percorrendo le vie della solidarietà e della condivisione, anche di fronte al rifiuto, senza calcoli, e diviene colei che dà alla nascita il nonno di Davide i cui nome è Obed / Ebed il servo.

Betsabea è moglie del generale Uria, donna sola mentre il marito è in guerra, donna intraprendente, seducente, che riesce a farsi avvicinare da Davide e a raggiungere il potere. Darà a Davide il figlio Salomone dopo la morte del primo figlio. Anche lei entra nella vicenda della genealogia di Gesù.

Situazioni irregolari quindi, complesse e marginali, in cui s’intrecciano sentimenti, aperture e limiti. Ma ad una lettura più profonda quei nomi di donna fanno scorgere in una genealogia tutta maschile come il disegno e la promessa di Dio nella storia umana si fanno strada per vie che sono imprevedibili e diverse da schemi prestabiliti. E quelle nascite sono quindi secondo la giustizia di Dio, che rimane fedele alla sua promessa, come quella di Maria per cui anche Giuseppe sarà detto ‘uomo giusto’.

Quei nomi e storie di donne sono così anticipazioni e sono coerenti con la storia di Maria, anche lei protagonista di una maternità che può essere definita eterodossa (Giuseppe si interrogava come licenziarla in segreto…). Da loro nascono presenze che fanno parte del grande albero di vita che si conclude con un’altra interruzione e anomalia.

La genealogia infatti si conclude con Giuseppe, che non è presentato come padre, ma come sposo di Maria da cui è nato Gesù il Cristo. Gesù proviene da un storia pienamente umana, che respira della complessità delle vicende umane e d’altra parte non è solamente prodotto essa, ma la sua identità ha radici che orientano ad altrove. E Giuseppe è giusto perché non giudica ma si mantiene nel silenzio di chi s’interroga davanti ad un agire di Dio sempre da ricercare, ad un suo esserci al contempo presente e altrove, a colui che rimane altro e provoca all’abbandono della fede, a rinunciare alla pretesa di tenere Dio e il suo disegno dentro le nostre mani e i nostri progetti.

La lettura di questa densa pagina di nomi questa sera a noi può indicare due motivi di riflessione: il primo è che Dio si rende presente e chiama nella vicenda umana, al cuore di relazioni e di rapporti che sono quelli delle famiglie, dei popoli, degli alberi genealogici che legano l’umanità collegando a radici lontane e a volti sconosciuti. Siamo tutte e tutti partecipi di una storia in cui riconoscere una presenza di Dio che passa attraverso le relazioni, gli incontri, gli intrecci contorti e complessi delle famiglie umane. Gesù nasce all’interno di questa storia e si rende solidale con essa. Per questo oggi è così urgente riscoprire uno sguardo di accoglienza e ascolto dell’altro, dell’altro diverso, dell’altro povero che è visita di Dio.

Un secondo motivo di riflessione proviene dallo scorgere che in questa storia carica di pesantezza umana e di peccato, Gesù proviene da una vicenda segnata da alcuni passaggi in cui donne irregolari, con le loro scelte, con la loro fede, con la loro ostinatezza fanno procedere un disegno di promessa e di liberazione. La chiamata di Dio giunge dai margini, da chi è considerato esterno e lontano. Il volto di Dio di Gesù si rende vicino nei volti e nei nomi da ricordare, tutti, non perdendone alcuno. Gesù unisce a sé questa memoria di umanità ferita, fatta di storie scomode e non dimentica nessuno. Il suo profilo è quello di re messia, ma di un messia diverso. E a noi chiede la fede che è stata di Abramo, di Davide, di Rut, di Maria.

Alessandro Cortesi op – san Domenico di Fiesole, 17 dicembre 2018

 

II domenica di Avvento – anno C – 2018

IMG_1847.jpgBar 5,1-9; Fil 1,4-6.8-11; Lc 3,1-6

“Deponi, o Gerusalemme, la veste del lutto e dell’afflizione, rivèstiti dello splendore della gloria che ti viene da Dio per sempre. Avvolgiti nel manto della giustizia di Dio…. Sarai chiamata da Dio per sempre: «Pace di giustizia» e «Gloria di pietà»…. Dio ha deciso di spianare ogni alta montagna e le rupi perenni, di colmare le valli livellando il terreno, perché Israele proceda sicuro sotto la gloria di Dio”.

Deponi la veste del lutto… rivestiti: sono gli inviti ad un momento di rinnovamento, di capovolgimento di situazione. Gerusalemme deve accogliere un nome nuovo che è ‘pace di giustizia’. E’ invito rivolto al popolo d’Israele per scorgere nella sua vicenda un operare di Dio che avvolge e veste in modo nuovo, che dona gioia al posto del lutto, che apre ad un cammino in cui Egli stesso prepara la via. Sono grandi immagini che stanno ad indicare la chiamata ad un incontro con Dio che si attua nella pace e nella giustizia. Ed è incontro da cui lasciarsi prendere, rivestire, lasciarsi avvolgere come da un manto.

Luca è attento alle date che indicano tempi e luoghi precisi: nell’anno decimoquinto dell’impero di Tiberio, mentre Ponzio Pilato era governatore della Giudea. E’ così descritto così il momento storico in cui Gesù si presenta sulla scena della vita palestinese nel I secolo, tra il 27 e il 30 d.C. Gesù nasce ed entra nella vicenda di una storia umana, inserito pienamente in una vicenda di popoli e in un contesto culturale concreto. Si inserisce in una storia più ampia di quella del popolo d’Israele, in rapporto quindi anche con gli altri popoli e i pagani.

Luca insiste nel parlare del governatore romano Pilato, in carica dal 26 al 36, dei vari re della Giudea, Erode Antipa, il suo fratellastro Filippo, che governava due province al Nord della Palestina e Lisania, re di una regione a Nord l’Abilene. Poi presenta le due più alte cariche della comunità giudaica, il sommo sacerdote Anna che fu deposto dai romani nel 15 d.C. e colui che fu sommo sacerdote in carica dal 15 al 36, Caifa, che avrà un ruolo insieme ad Anna nella condanna di Gesù. Luca presenta così Gesù nel quadro di una storia. La sua vicenda è irruzione della presenza di Dio nella storia degli uomini. E’ questo il senso dell’incarnazione che Luca intende far maturare nella sua comunità.

Luca presenta anche la figura di Giovanni Battista con i tratti ripresi da un brano del Secondo Isaia: “Una voce grida: ‘Nel deserto preparate la via al Signore… ogni valle sia colmata, ogni monte e colle siano abbassati” (Is 40,3-4). I profeti indicano così l’esperienza del ritorno dall’esilio: i monti sono abbassati, le valli colmate per fare spazio ad una via di ritorno e di libertà per il popolo del Signore. Questa via diritta ricorda le ‘vie sacre’ dell’antichità dove si svolgevano processioni verso il tempio, e diviene simbolo del percorso del popolo che cammina nella luce del suo Dio.

Luca introduce Giovanni indicandolo come “Voce di uno che grida nel deserto: Preparate la via del Signore, raddrizzate i suoi sentieri! Ogni burrone sia riempito, ogni monte e ogni colle sia abbassato”. Il Battista è annunciatore di una via da percorrere per incontrare il Signore. Il Battista predica un rito di immersione (battesimo) nell’acqua del fiume Giordano, per la remissione dei peccati: un tempo nuovo sta per iniziare e richiede un cambiamento della vita, un nuovo orientamento delle scelte. Gesù porterà l’annuncio di un dono gratuito di vita nuova per percorrere la via dell’incontro con Lui e con gli altri.

Paolo, scrivendo ai Filippesi, comunità a lui cara e verso cui prova profondo affetto, ricorda loro l’orizzonte a cui tende la vita della comunità: il giorno di Cristo Gesù. Il tempo da vivere è nell’attesa di un giorno che compirà questo tempo. E’ giorno del venire di Gesù, del suo tornare come Signore. Ma è questo anche il giorno che si attua nei giorni del presente, in cui la fatica da compiere è quella di scegliere ciò che è bene, non lasciarsi confondere. Paolo comunica alla comunità di Filippi la fiducia che anima i suo cammino. Al centro della sua vita sta la consapevolezza della gratuità dell’intervento di Dio, il dono della sua grazia: “Sono persuaso che colui il quale ha iniziato in voi quest’opera buona, la porterà a compimento fino al giorno di Cristo Gesù” Da qui sorge l’invito: “possiate distinguere ciò che è meglio ed essere integri e irreprensibili per il giorno di Cristo”.

Alessandro Cortesi op

Yousuf, la moglie Faith e la loro bimba di sei mesi Per effetto del decreto sicurezza di Salvini, 26 migranti con permesso umanitario sono stati espulsi dal CARA di Capo Rizzuto

Pace di giustizia

A seguito dell’entrata in vigore del cosiddetto ‘decreto sicurezza’ voluto dal ministro Salvini le prime misure di applicazione del provvedimento sono state eseguite. Nella serata di venerdì 29 novembre 24 migranti, a cui era stato riconosciuta la protezione umanitaria e quindi il permesso di soggiorno per motivi umanitari, sono stati allontanati dalla struttura del Centro Accoglienza Richiedenti Asilo (CARA) di Isola Capo Rizzuto. Tra di essi una giovane coppia con una bambina di 5 mesi e quattro donne vittime di tratta.

Per loro si apre una situazione di incertezza e di abbandono: pur avendo diritto a restare in Italia avendo ricevuto la protezione umanitaria, non possono beneficiare né della prima accoglienza né del diritto di essere accolti nel sistema Sistema Protezione Richiedenti Asilo e Rifugiati (SPRAR). Per accogliere nell’emergenza queste persone si sono attivate a Crotone associazioni di accoglienza, la Croce e Rossa e la Caritas. Altre 200 persone che dovranno lasciare la struttura dovranno trovare soluzioni di fortuna accampandosi in baracche sotto i cavalcavia nei pressi di Crotone.

Le misure del governo italiano hanno anche cancellato il fondo per la salute dei migranti privando così della possibilità di assistenza e nel decreto fiscale è stata imposta una tassa sulle rimesse dei migranti (1,5 % su trasferimenti oltre i 10 euro extra UE) colpendo in tal modo il money-transfer che costituisce una delle vie di sostegno alle famiglie dei migranti che giungono direttamente alle situazioni in loco.

Le misure del governo colpiscono indifesi e innocenti ed esprimono una mentalità di cattiveria rivolta verso le persone più vulnerabili facendo della povertà una colpa: si aggiungono alle chiusure dei porti e alla campagna di delegittimazione delle ONG che soccorrono i naufraghi nel Mediterraneo (anche il 24 novembre u.s. sono giunti al porto di Pozzallo oltre 200 naufraghi, con donne e bambini, segno che le operazioni di salvataggio nel Mediterraneo sono necessarie con urgenza).

Di fronte a politiche di ingiustizia che colpiscono i più vulnerabili creando così nuove emergenze per alimentare la paura si rende necessaria una reazione di contrasto trovando nuove forme di solidarietà e accoglienza quale obiezione di coscienza della società civile. Per affermare i valori costituzionali, i diritti umani fondamentali.  Attraversare confini per cercare dignità e  lavoro, fuggire da miseria e violenza per chiedere asilo non è un crimine. Per chi è credente, opporsi con lucidità alla ‘legge della strada’ è via per attuare una fedeltà al vangelo che scorge come proprio il Natale significhi appello ad accogliere coloro per cui non c’era posto nell’albergo.

“Il presepe di cui qui si parla è vivente. Loro sono giovanissimi: Giuseppe ( Yousuf), Fede (Faith) e la loro creatura. Che è già nata, è una bimba e ha appena cinque mesi. Giuseppe viene dal Ghana, Fede è nigeriana, entrambi godono – è questo il verbo tecnico – della «protezione umanitaria» accordata dalla Repubblica Italiana. Ora ne stanno godendo in mezzo a una strada. Una strada che comincia appena fuori di un Cara calabrese e che, senza passare da nessuna casa, porta dritto sino al Natale. Il Natale di Gesù: Uno che se ne intende di povertà e grandezza, di folle adoranti e masse furenti, di ascolto e di rifiuto, del ‘sì’ che tutto accoglie e tutti salva e dei ‘no’ che si fanno prima porte sbattute in faccia e poi chiodi di croce. Giuseppe e Fede solo stati abbandonati, con la loro creatura, sulla strada che porta al Natale e, poi, non si sa dove. Sono parte di un nuovo popolo di ‘scartati’, che sta andando a cercare riparo ai bordi delle vie e delle piazze, delle città e dell’ordine costituito, ingrossando le file dei senza niente. Sono i senza più niente. Avevano trovato timbri ufficiali e un ‘luogo’ che si chiama Sprar (Sistema di protezione per richiedenti asilo e rifugiati) su cui contare per essere inclusi legalmente nella società italiana, apprendendo la nostra lingua, valorizzando le proprie competenze, studiando per imparare cose nuove e utili a se stessi e al Paese che li stava accogliendo. Adesso quel luogo non li riguarda più. I ‘rifugiati’ sì, i ‘protetti’ no. E a loro non resta che la strada, una strada senza libertà vera, e gli incontri che la strada sempre offre e qualche volta impone: persone perbene e persone permale, mani tese a dare e a carezzare e mani tese a prendere e a picchiare, indifferenza o solidarietà. Si può essere certi che il ministro dell’Interno, come i parlamentari che hanno votato e convertito in legge il suo decreto su sicurezza e immigrazione, non ce l’avesse con Giuseppe, Fede e la loro bimba di cinque mesi. Ma è un fatto: tutti insieme se la sono presa anche con loro tre, e con tutti gli altri che il Sistema sta scaricando fuori dalla porta. Viene voglia di chiamarla ‘la Legge della strada’. Che come si sa è dura, persino feroce, non sopporta i deboli e, darwinianamente, li elimina.” (Marco Tarquinio, Il presepe vivente Norma cattiva e parole al vento, “Avvenire” 2 dicembre 2018)

“prego che, quando le rive/ si allontaneranno fino a sparire/ e la nosra barca non sarà più/ che un puntino gettato/ fra onde ribollenti, pronte a inghiottirla,/ Dio guidi la nostra rotta./ perché tu sei un carico prezioso, Marwan,/ il più prezioso di tutti. / Vorrei che il mare lo sapesse. / Inshallah” (Khaled  Hosseini, Preghiera del mare, SEM, Milano 2018)

Alessandro Cortesi op

 

XXXI domenica tempo ordinario – anno B – 2018

IMG_1477Dt 6,2-6; Eb 7,23-28; Mc 12,28-34

Uno scriba interroga Gesù: “Qual è il primo di tutti i comandamenti?” Gesù risponde richiamando la Torah ponendo insieme due passi della Scrittura. Il primo testo dal Deuteronomio: “Ascolta Israele, il Signore è il nostro Dio, il Signore è uno solo. Tu amerai il Signore tuo Dio con tutto il cuore, con tutta l’anima e con tutte le forze” (Dt 6,4-9). Il secondo testo è tratto dal libro del Levitico, appartenente al codice di santità: “Non ti vendicherai e non serberai rancore contro i figli del tuo popolo, ma amerai il tuo prossimo come te stesso. Io sono il Signore” (Lev 19,18).

‘Ascolta Israele’ è un richiamo all’importanza essenziale dell’ascolto per sfuggire al grande peccato dell’idolatria, del costruirsi divinità vane che sembrano forti ma si rivelano senza consistenza. Ascoltare è l’attitudine di chi si vive la disponibilità di ricevere, in relazione con Dio che si fa vicino nella storia. Dio chiama Israele a scoprire la sua vicinanza negli eventi in cui egli agisce ed è presente: ‘Io sarò colui che sarò, sarò con te’ (cfr. Es 3,14).

‘Ascolta’ è attitudine del ‘cuore’ che, nel linguaggio biblico è il centro della sensibilità e sede da cui scaturiscono le decisioni della vita. ‘Ascoltare’ connota una fede che lascia entrare Dio come unico sovrano nell’esistenza. Lo Shemà è così sintesi della spiritualità dell’esodo: il Dio che ha liberato Israele il cui nome è ‘io sono colui che vi ha fatti uscire dal paese della schiavitù’, non prende il posto del faraone, ma dona liberazione e vita e chiama a rimanere nell’ascolto per rispondere alla sua Parola, nel dialogo dell’alleanza.

Gesù unisce a questo riferimento all’ascolto il testo del Levitico: richiama così il cuore della legge. Non entra nel dibattito di scuola sul più importante dei precetti, ma ne indica la radice. Non rinvia ad una serie di norme o di espressioni cultuali. Richiama al cuore e al significato più profondo della legge: rinvia all’esperienza dell’Esodo.

Nel dialogo lo scriba riprende l’insegnamento lo approfondisce: ascoltare di Dio e amare l’altro è la via a cui Dio chiama ed è ben diversa da una religione fatta di atti cultuali. Il rapporto con il Dio liberatore che chiede ascolto si attua nell’apertura all’incontro e nella cura rivolte all’altro. Il senso profondo della vita umana sta per Gesù nel rimanere in attesa, rivolti a Dio e alle sue chiamate. Egli si rende vicino nel volto degli altri. L’altro è prossimo da riconoscere come tale, da vedere e da incontrare. Gesù richiama ad un orientamento fondamentale: l’incontro con Dio, il senso dell’esistenza si attua rispondendo alla chiamata che viene da lui, nello stare in ascolto. E tale ascolto provoca a scorgere come l’incontro con Dio si attua sin dal presente nella cura, nell’amore per l’altro. E’ anche da tener presente che non esiste amore per l’altro quando vi è disprezzo per se stessi, per la propria vita: amare l’altro come se stessi è indicazione di un cammino che sappia accogliere la propria vita come dono. Apertura all’altro è possibile solo nell’apprezzare il dono e lo sguardo di Dio sua propria vita, e ascoltando la sua chiamata all’incontro. Ascoltare Dio non può andare senza ascoltare e prendersi cura degli altri.

Alessandro Cortesi op

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Universale e particolare

“Dio non ama l’umanità in generale, categoria della quale noi non saremmo altro che degli esemplari, come si può dire che qualcuno ama il whisky o i canadesi. Un tale amore sarebbe freddo e vuoto. Nel romanzo Casa desolata, Charles Dickens ci presenta la signora Jellyby, affetta da una ‘filantropia telescopica, come se non potesse vedere niente più vicino dell’Africa’. Amava gli africani in generale, ma non si accorgeva nemmeno dell’esistenza dei propri figli. Dio si compiace d ciascuno di noi in mood unico e irripetibile. Si delizia della maniera in cui tu cammini, della curva del tuo collo, dell’eco della tua risata. Se il nostro amore è una partecipazione al Dio che è amore, allora anch’esso aspirerà sempre ad essere sia particolare sia universale” (Timothy Radcliffe, Alla radice la libertà. I paradossi del cristianesimo, EMI Verona 2018, 16).

C’è una difficoltà a parlare dell’amore, amore di Dio, amore del prossimo e a fare di questo motivo di pensieri generici e che non toccano per nulla la quotidianità della ostar esperienza. Non solo il parlare dell’amore è spesso generico e talmente universale da risultare vago e insignificante per la vita, ma anche ciò diviene motivo per uno sguardo simile alla filantropia telescopica della signora Jellyby, incapace di scorgere le relazioni vicine e tutta presa da un legame generale e generico, non coinvolgente la vita per figure lontane.

La sfida che viviamo oggi sta nel superare un mondo fatto di relazioni virtuali e affrontare  la concretezza dell’incontro. E’ sempre un rischio affrontare le relazioni vicine e lasciarsi interrogare nella difficoltà. Affrontare tale rischio è passaggio per maturare un modo di amare più profondo, per cresere nella scoperta dell’amore non come emozione superficiale, ma percorso di riconoscimento dell’altro, e di cambiamento nell’incontro. L’amore non è il sogno spesso coltivato di una situazione ideale che poi lascia delusi alla prima difficoltà, ma è cammino faticoso e coinvolgente che attraversa e impegna tutta la vita. E’ cammino di apprendendimento di un’arte difficile e quotidiana, fatta di piccoli gesti, di attenzione e di capacità di attraversare momenti di silenzio e di fatica. Ed è importante anche imparare a riconoscere la precarietà di ogni momento in questo cammino.

“Mentre lavoro a queste pagine, entra un confratello irlandese e mi chiede: ‘Che scrivi?’. ‘Un capitolo sull’amore’, rispondo. Incalza: ‘Ma cucini sempre la stessa minestra?’. Così, per impressionarlo gli leggo un brano del Profumo delle notti del Nilo, un romanzo dell’egiziana Ahdaf Soueif: ‘Ihq è l’amore che intreccia due persone, shagaf è l’amore che si annida nelle cavità segrete del cuore, hayam è l’amore che percorre la terra, teeh è l’amore in cui perdi te stesso, walah è l’amore che racchiude in sé il dolore, sababah è l’amore che trasuda dai pori, gharam è l’amore che vuole pagare il prezzo’. Mi aspetto che si stupisca e lui dice: ‘Sembra il menu di un ristorante indiano”. (ibid. 13-14)

I diversi nomi dell’amore, e i diversi gesti dell’amore, anziché essere difficili nomi del menu di un ristorante, costituiscono forse la declinazione molto concreta che fa scorgere come l’amore investa e coinvolga l’esperienza umana nella sue dimensioni più ampie e profonde.   E’ esperienza universale, luogo di domande, attese, sofferenze e gioie per uomini e donne di ogni latitudine e lingua. Ed è esperienza da leggere come cammino da vivere nel procedere, nel faticare, nella crisi, nell’incomprensione e interruzione, nell’essere feriti e nel ferire. Un cammino ma anche una soglia, che fa avvicinare e scorgere un oltre, al di là e al di dentro dei cammini dell’amore. Non nella distanza di chi dicendo di amare tutti cerca di scrollarsi di dosso la sfida dell’incontrare volti e nomi concreti, ma nel coinvolgimento in cui l’amore è incrocio di storie, di viventi, luogo di aperture possibili e non ancora scritte.

Alessandro Cortesi op

 

 

 

XXIX domenica tempo ordinario – anno B – 2018

IMG_1429 2.jpgIs 53,10-11; Eb 4,14-16; Mc 10,35-45

Una delle pagine del secondo-Isaia, profeta del tempo dell’esilio di Israele, presenta l’enigmatico profilo del ‘servo di Jahwe’. Dietro a questo appellativo sta una figura difficile da cogliere, perché da un lato può essere riferito ad una collettività, forse ad Israele nella sua storia di popolo oppresso e colpito. D’altra parte alcuni tratti del servo sono riferimenti ad un individuo singolo. Il servo di Jahwé è un uomo che subisce rifiuto e oppressione, e per l’esempio della sua vita vissuta in fedeltà a Jahwé è sottoposto a tortura disprezzo e sofferenza fino alla morte. “Disprezzato e reietto dagli uomini, che ben conosce il patire”.

L’autore di questa pagina accosta il ritratto di quest’uomo offeso e privato di dignità e bellezza all’immagine di una pianta appena nata in mezzo al deserto. Benché attorno a lui domini la violenza e l’offesa, che non portano vita, ma morte, aridità appunto, la sua testimonianza è per contro un segno carico di fecondità per altri. E’ come una radice in terra arida. Egli sperimenta la contraddizione e il rifiuto ma fa sorgere una vita nuova per tutti. “vedrà una discendenza, vivrà a a lungo”. Il suo soffrire è letto come luogo di salvezza per altri, come il rito di sacrificio che costituiva esperienza della vicinanza di Dio che offre salvezza e perdona i peccati. Con la sua vita compie il progetto di salvezza di Dio. Dio infatti è liberatore e desidera salvezza per tutti. Accoglie la fedeltà di qualcuno, di un piccolo ‘resto’ rimasto fedele, per riproporre per tutti il suo dono di salvezza. “Il giusto mio servo giustificherà molti, egli si addosserà la loro iniquità”.

Questa figura del servo di Jahwè è stata vista dai primi cristiani che leggevano le Scritture ebraiche come una prefigurazione del cammino di Gesù: la sua via appare come quella del ‘servo di Jahwè’.

Nel dialogo presentato da Marco al cap 10, Gesù risponde ad una esigenza di due discepoli che lo seguivano sulla strada: “Maestro, noi vogliamo che tu ci faccia quello che ti chiederemo… concedici di sedere nella tua gloria uno alla tua destra e uno alla tua sinistra”. Sorprende innanzitutto cogliere come Giacomo e Giovanni, i più vicini a Gesù, poco comprendano della sua via e del suo progetto. Marco è attento a sottolineare tale incomprensione e durezza di cuore.

Nelle parole di risposta di Gesù ai due desiderosi dei primi posti si fa riferimento a due simboli, il calice e il battesimo, indicazione velata del cammino di Gesù “Potete bere il calice che io bevo , o ricevere il battesimo che io ricevo”. Il calice nella Bibbia indica la situazione che gli empi devono subire. Nel salmo 75 si legge: “nella mano del Signore è un calice ricolmo di vino drogato, fino alla feccia ne dovranno sorbire ne berranno tutti gli empi della terra” (Sal. 75,9). E’ un segno che rinvia alla collera e alla condanna da parte di Dio nei confronti degli empi. Ma anche il calice è il segno della comunione con Dio e dell’offerta a lui del ringraziamento per la salvezza. Nei riti e nel momento dei pasti il calice significava tale comunione e tale offerta. Il simbolo del calice rinvia al fatto che Gesù ha preso su di sé la condizione di chi è più lontano, dell’empio e che la sua vita è nell’orizzonte della solidarietà con tutti, ed è una consegna radicale a Dio suo Padre e per gli altri.

L’immagine del battesimo o immersione indica lo sprofondarsi in una situazione di morte e di prova. Nel salmo 69,3 si legge: “affondo nel fango e non ho sostegno, sono caduto in acque profonde e l’onda mi travolge; sono sfinito dal gridare e riarse sono le mie fauci: i miei occhi si consumano nell’attesa del mio Dio”. Gesù entra nel buio della morte e condivide tale condizione.

Ai suoi dice che non sta a lui concedere i posti nel regno: il ‘regno’ è dono del Padre e non dipende da quanto gli uomini pretendono o progettano. I due discepoli manifestano sicurezza e ingenuità nel dire ‘noi possiamo compiere questo cammino. Ancora non comprendono e sono chiusi nei loro schemi di affermazione.

Gesù intende condurli a concepire la vita e ad orientare le lor domande secondo orizzonti totalmente nuovi: “Voi sapete che coloro che sono ritenuti capi delle nazioni le dominano e i loro grandi esercitano su di esse il potere. Fra voi però non è così; ma chi vuol essere grande tra voi si farà vostro servitore, e chi vuol essere il primo tra voi si farà servo di tutti”.

La vita di Gesù si sintetizza in queste parole, la strada che egli sta percorrendo è quella del servizio e del dono di sè. Nella sua prassi egli attua la missione del ‘servo’.

“Il Figlio dell’uomo infatti non è venuto per essere servito ma per servire e dare la propria vita in riscatto per molti”. Figlio dell’uomo rinvia ad una figura presentata nel libro di Daniele che viene a giudicare con il potere di Dio (Dan 7,13): il potere di Dio è una forza debole e diversa rispetto alle attese umane: si rende presente nel servire.

Gesù propone ai suoi un modo alternativo di vivere i rapporti con gli altri e nella stessa comunità chiamata a scoprire il senso del servizio: ‘fra voi non è così…’. In contrasto con la ricerca dei primi posti Gesù invita ad una libertà nuova, alla ricerca della gratuità.

Alessandro Cortesi op

Kyrill - Bartolomeo

Inquietudini e rotture ad Oriente

Nelle chiese ortodosse sta accadendo qualcosa di importante e grave, una rottura che ha dimensioni e conseguenze difficilmente calcolabili per la vita dei popoli e per il cammino delle chiese. L’11 ottobre il Sinodo di Costantinopoli, presieduto dal patriarca Bartolomeo I, ha deciso “di procedere alla concessione dell’autocefalia della Chiesa ucraina”. Bartolomeo che è primus inter pares tra i capi delle chiese che costituiscono la Chiesa ortodossa orientale ha preso questa decisione in un quadro segnato dalle vicende storiche del passato e del presente.

Le motivazioni di tale scelta affondano le radici in una storia lontana e nelle vicende più recenti. Il cristianesimo giunse in Russia con la conversione del principe Vladimir di Kiev nel 988. Da Kiev quindi dall’Ucraina la fede cristiana si diffuse in Russia. Nei secoli l’importanza della chiesa russa è cresciuta soprattutto a seguito della caduta dell’impero bizantino quando Costantinopoli nel 1453 fu conquistata ai turchi. Mosca assurge così al ruolo di terza Roma nel cristianesimo. Nel 1589 il metropolita di Mosca si proclama patriarca della Chiesa russa e nel 1686 prende l’eredità del patriarcato di Kiev.

Nel 1991 dopo lo smembramento dell’Urss, la Chiesa ortodossa ucraina, legata a quella russa, si è divisa in tre parti: la parte più numerosa è composta dalla chiesa ortodossa ucraina sotto la giurisdizione del patriarcato di Mosca; la Chiesa ortodossa ucraina dell’autoproclamato patriarcato di Kiev guidata da Filarete; una piccola chiesa autocefala, la chiesa ortodossa autocefala ucraina di Macario. La decisione di Bartolomeo I comporta di fatto la revoca di una decisione del 1686 che poneva Kiev sotto la giurisdizione di Mosca (cioè il Patriarca di Mosca aveva il diritto di ordinare il Metropolita di Kiev), affermado che la lettera sinodale dell’anno 1686 fu “rilasciata per le circostanze dell’epoca”. Viene quindi proclamata “la sua dipendenza canonica dalla Chiesa Madre di Costantinopoli”. Le ultime due chiese (di Filarete e Macario) verrebbero così a formare la nuova Chiesa autocefala; ma questa, senza la Chiesa ucraina-russa rimarrebbe monca.

La Chiesa russa aveva preannunciato che, nel caso Costantinopoli avesse approvato la richiesta di indipendenza del patriarcato di Kiev, avrebbe proclamato lo scisma, cioè la rottura della comunione eucaristica con Costantinopoli. Così Kirill, patriarca di Mosca e di tutte le Russie, ha “sospeso la Comunione eucaristica” con Costantinopoli, annunciando la decisione durante il Sinodo del 15 ottobre u.s., a Minsk in Bielorussia. “Con nostro grande dolore”, si legge nella Dichiarazione del Patriarcato di Mosca, “i membri del Santo Sinodo hanno ritenuto impossibile continuare ad essere in comunione eucaristica con il Patriarcato di Costantinopoli”.

Le decisioni prese e la situazione di rottura prodotta avranno profonde conseguenze nei rapporti all’interno dell’ortodossia e nel quadro più ampio del mondo cristiano, e non sono senza risvolti di tipo politico.

Tutto ciò avviene infatti in un momento in cui il Cremlino dopo l’annessione della Crimea nel 2014 sta conducendo una politica imperialistica in Ucraina dove è in corso una guerra nella regione del Donbass.

“Da parte sua, il presidente ucraino Petro Poroshenko ha legato le sue fortune politiche all’ottenimento della “autocefalia”. E, se il ministro degli esteri russo Serghiei Lavrov ha detto che la decisione dell’11 ottobre è “una provocazione organizzata dal patriarca Bartolomeo col diretto sostegno di Washington”, Putin ha convocato il Consiglio russo di sicurezza per valutare le conseguenze della contestata “autocefalia ucraina”. E la “prima Roma”? Sul suo versante, di fronte al tremendo dissidio Mosca-Costantinopoli, si trova in croce”. (Luigi Sandri, A oriente incombe lo scisma,“Trentino” 15 ottobre 2018).

Tra voi però non è così…  la parola del vangelo rimane sfida per una testimonianza di Gesù credibile nel difficile presente.

Alessandro Cortesi op

 

XXVIII domenica tempo ordinario – anno B – 2018

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 (Francesco Bonsignori, attr. – Verona 1455-1519 – Venezia – Ca’ d’oro)

Sap 7,7-11; Eb 4,12-13; Mc 10,17-30

“Maestro buono, che cosa devo fare per avere la vita eterna?” Questa domanda è rivolta a Gesù da ‘un tale’. Un volto senza nome che potrebbe forse raffigurare ogni profilo di persona in ricerca, toccata dal desiderio di trovare un senso profondo per la propria vita. Si tratta di ‘un tale’ educato nella tradizione religiosa, osservante della legge. E’ un uomo con apertura sincera e buono. Gesù manifesta sentimenti di accoglienza e benevolenza: “Fissatolo lo amò…”. Nell’incontro si fa strada una proposta: “una cosa sola ti manca: va’ vendi quello che hai e dallo ai poveri e avrai un tesoro in cielo; poi vieni e seguimi”. Gesù propone di compiere un passo che non riguarda una osservanza ma coinvolge tutta la vita: gli chiede di intendere la vita nel seguirlo attuando una libertà nuova. Gli indica la via di una povertà scelta con libertà nel farsi solidale con i poveri. Indica la via per entrare così in rapporto con lui condividendo il suo cammino: è una liberazione da quanto appesantisce per ‘venire e seguirlo’.

Nella tradizione questa pagina è stata letta spesso come esempio di una chiamata rivolta solo a qualcuno. Nel quadro del vangelo risulta invece una proposta di Gesù rivolta a tutti coloro che desiderano seguirlo: dopo aver parlato del progetto di Dio sul rapporto tra uomo e donna nel cap. 10 Marco pone questo episodio che tocca il rapporto con i beni. Quel tale “se ne andò via afflitto perché aveva molti beni”. Quel tale sperimenta la difficoltà nel seguire Gesù e nell’accogliere la radicalità della sua proposta. Questa scena invita a vivere un rapporto diverso e nuovo con i beni. La salvezza, il senso della vita, non è da riporre nelle ricchezze: “Quanto difficilmente coloro che hanno ricchezze entreranno nel regno di Dio… è più facile che un cammello passi per la cruna di un ago, che un ricco entri nel regno di Dio”.

Questa immagine può trovare varie spiegazioni: forse cammello indica una corda utilizzata dai marinai, così la cruna può esser rinvio ad una porta stretta della città di Gerusalemme detta ‘cruna d’ago’ da cui si passava quando le altre porte erano chiuse forse. Il messaggio al cuore di quest’immagine è il richiamo a seguire di Gesù non affidandosi alle proprie forze. Per questo i discepoli vivono smarrimento e paura: “e chi mai si può salvare?” Gesù indica loro l’affidamento senza riserve a Dio, per trovare solo in lui la forza per vivere rapporti nuovi. Non nasconde loro che la pretesa di considerare la salvezza un progetto umano è fallimentare: affidare la salvezza alle ricchezze è impossibile: “Impossibile presso gli uomini, ma non presso Dio! perché tutto è possibile presso Dio”: è questo il grande annuncio dell’opera del Dio.

Il senso autentico della vita non si ritrova come esito di conquista o ricompensa di sforzi e meriti, non proviene dall’osservanza dei comandamenti, ma è radicalmente dono, è agire gratuito di Dio che invita ad un cammino a seguire e trasforma la vita suscitando la nostra libertà. Non è solo un bene da attendere nel futuro ma è esperienza possibile sin dal presente nella vita quotidiana. Per tutti coloro che seguono Gesù c’è un lasciare, un uscire, e un ritrovare, uno scoprire relazioni nuove nella condivisione: “non c’è nessuno che abbia lasciato casa o fratelli o sorelle o madre o padre o figli o campi a causa mia e a causa del vangelo, che non riceva già al presente cento volte tanto in case e fratelli e sorelle e madri e figli e campi, insieme a persecuzioni, e nel futuro la vita eterna”.

E’ importante sottolineare una variazione in questa frase: manca il riferimento al ‘padre’ nella seconda parte. Nel quadro della società fortemente patriarcale in cui Gesù vive egli indica che la sua comunità, la nuova famiglia che raduna con chi lo segue non dovrà riproporre le forme del dominio e della superiorità, ma porsi in modo alternativo secondo uno stile di fraternità di uguali.

“La Parola di Dio è viva, efficace…” ascoltare la Parola di Dio è fonte di vita per i credenti. Essa è viva e opera nella nostra vita.

Alessandro Cortesi op

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(palla d’altare usata nella messa in cui mons.Oscar Romero fu ucciso – ora a Barcellona)

San Romero d’America

Domenica prossima insieme a Paolo VI sarà ufficialmente proclamato santo Oscar Arnulfo Romero, ucciso il 24 marzo 1980. Sono due volti di testimoni del vangelo in questo tempo. In modi diversi, per cammini diversi nella loro esistenza hanno incontrato Gesù Cristo che li ha chiamati ad un servizio ai poveri. E’ bene ricordare alcuni aspetti dell’esperienza e spiritualità di Romero.

Romero visse nella sua vita un progressivo cambiamento che ha i tratti di una conversione: a partire da quando era vescovo a Santiago de Maria e in particolare quando fu ucciso il gesuita Rutilio Grande insieme a due contadini nel 1977. Era un periodo durissimo per il Salvador. L’oligarchia al potere si serviva dell’esercito e degli squadroni della morte per opprimere i contadini e soffocare ogni movimento di reazione nel sangue. La persecuzione si rivolse anche contro la parte della chiesa che stava dalla parte del popolo. La presa di consapevolezza della vita degli oppressi fu per Romero motivo di cambiamento della vita.

La sua vita si mosse nel senso della accoglienza al suo vescovado e all’hospitalito. Si trovò a vivere la compassione di fronte alle vittime di violazioni e della violenza.

Cristo insiste nelle sue apparizioni: Toccatemi, sono io! Sono lo stesso Cristo storico che, attraverso la Pasqua di morte e risurrezione, vivo incarnato sulla terra. Sono il Cristo salvadoregno. Cristo vive nel Salvador. Cristo vive in Guatemala. Cristo vive in Africa. Il Cristo storico. Dio fatto uomo vive in tutti i tempi della storia, in tutti i popoli del mondo. Questa è la caratteristica del Cristo vivo e presente”. (Omelia del 2 aprile 1978)

Le sue omelie divennero momento di denuncia delle ingiustizie nel ricordo dei nomi delle vittime, delle situazioni in cui avvenivano le violazioni, di elencazione dei nomi degli esecutori delle violenze. Intese la sua vita nela solidarietà al popolo degli oppressi: “non abbandonerò questo popolo”.

Quando disprezziamo il povero, coloro che raccolgono caffè, cotone o tagliano la canna da zucchero, il contadino che va in gruppo peregrinando  a lavorare cercando il sostentamento  per tutto l’anno, fratelli pensiamo, non lo dimentichiamo, in loro c’è il volto di Cristo. Volto di Cristo presente nei torturati e maltrattati nelle carceri. Volto di Cristo presente nei bambini che muoiono di fame perché non hanno da mangiare. Volto di Cristo presente nel bisognoso che chiede di aver voce nella chiesa”. (Omelia del 26 novembre 1978)

Fino alla supplica nei giorni precedenti alla sua uccisione: «In nome di Dio, in nome di questo popolo sofferente i cui lamenti salgono fino al cielo ogni giorno più tumultuosi, vi chiedo, vi supplico, vi ordino, in nome di Dio, cessi la repressione!».

Così Romero parlava di seguire Gesù nella sua incarnazione, proponendo un coinvolgimento radicale della vita:

Questo è l’impegno dell’essere cristiano: seguire Cristo nella sua incarnazione. E se Cristo è il Dio maestoso che si fa uomo umile fino ad accettare la morte degli schiavi e vive con i poveri, così deve essere la nostra fede cristiana. Il cristiano che non vuole vivere questo impegno di solidarietà con il povero, non è degno di chiamarsi cristiano”. (Omelia del 17 febbraio 1979)

“Monsignor Romero aveva chiara coscienza che doveva riconoscere le stimmate sofferenti del Cristo nei volti dei poveri del suo popolo. La sua opzione per loro è l’angolo concreto e storico che ci permette di comprendere il suo impegno e il suo messaggio, il suo appello alla pace basata sulla giustizia, la sua lettura del Vangelo” (G.Gutierrez, L’assassinio di Romero, “Il giorno” 26 aprile 1980).

Così lo ricorda Jon Sobrino: “Noi concludiamo dicendo che mons. Romero è già stato canonizzato. E ricordiamo i principali momenti di questa sua canonizzazione. Mons. Casaldaliga, appresa la notizia del suo martirio, scrisse il poema “San Romero de América, pastor y mártir nuestro”, concludendo con una certezza: «Nessuno farà tacere la tua ultima omelia». (…) Il popolo, su pobrería (celebre espressione di dom Pedro Casaldáliga, ndt), lo amò come raramente si ama un’autorità, un vescovo. Lo piansero come solo si piange un padre. Oggi, 33 anni dopo, molti continuano ad amarlo veramente. In El Salvador, lo amano in maniera diversa da come amano altri santi popolari canonizzati. Lo amano e lo ricordano in modo speciale i sopravvissuti ai massacri, mogli e madri di mariti e figli assassinati e desaparecidos, familiari di vittime di cui nessuno si ricorda. E senza sapere esattamente cosa significhi “canonizzazione”, “culto pubblico”, “intercessione”, si rallegrano che un papa proclami il suo nome solennemente e dica a tutto il mondo che Monsignore è stato una persona buona. Sono contenti. E questa non è piccola come espressione di canonizzazione” (J.Sobrino, San Romero di America, “Adista documenti” 1.06.2013).

Alessandro Cortesi op

La messa incompiuta. Le omelie di un vescovo assassinato EDB, Bologna 2014.

Ettore Masina, L’arcivescovo deve morire. Oscar Romero e il suo popolo, Il Margine, Trento 2011

Piergiorgio Cattani (ed.), Romero, santo dei poveri. Il martirio di un vescovo convertito dal popolo, Il Margine, Trento 2015

Antonio Angeli, Il Cristo di Romero. La teologia che ha nutrito il Martire d’America», EMI, Bologna 2010

Jon Sobrino, Romero, martire di Cristo e degli oppressi», EMI, Bologna 2015

Maria Clara Bingemer, Oscar Romero. Martire della liberazione, Messaggero, Padova 2015

XXIV domenica tempo ordinario – anno B – 2018

IMG_0945Is 50,5-9a; Sal 114; Gc 2,14-18; Mc 8,27-35.

“Il Signore Dio mi ha aperto l’orecchio e io non ho opposto resistenza non mi sono tirato indietro”. Il servo di Jahwè, è figura centrale ed enigmatica al cuore del libro del Terzo Isaia profeta del tempo dell’esilio: La sua è testimonianza di chi ascolta e segue la chiamata di Dio: “Il Signore Dio mi ha aperto l’orecchio”. Subisce disprezzo e persecuzione per la sua fedeltà al Signore e per questo subisce rifiuto e persecuzione. Nella sofferenza vive fino in fondo una fiducia senza riserve: “il Signore Dio mi assiste… è vicino chi mi rende giustizia”. La presenza vicina del Dio vicino gli dà la la forza per affrontare ingiustizia e violenza: “Ho presentato il mio dorso ai flagellatori… non ho sottratto la faccia gli insulti e agli sputi”. Il servo può essere identificato con la figura di qualche profeta, nella singolarità di una testimonianza che diviene esempio, ma può anche essere interpretato come figura che rinvia all’esperienza di tutto il popolo d’Israele. Racchiude infatti un riferimento collettivo, al popolo che nell’esilio vive la sofferenza ed è chiamato ad appoggiarsi a Dio che libera.

“Religione pura e senza macchia davanti a Dio nostro Padre è questa: soccorrere gli orfani e le vedove nelle loro afflizioni e conservarsi puri da questo mondo” (Gc 1,27). L’esperienza di fede appare connessa al rapporto con l’orfano, la vedova, e con il povero. Sono queste le persone a cui Dio guarda con benevolenza. Egli è chinato a liberare Israele nella condizione di debolezza e di schiavitù in Egitto. L’esperienza della liberazione da Dio diviene riferimento di cammino per tutto il popolo: farsi testimone della presenza liberatrice, attuare rapporti nuovi di giustizia. Vivere un rapporto autentico con Dio rinvia ad attuare rapporti di cura e solidarietà con la vedova l’orfano e il forestiero. Nella lettera di Giacomo un’esortazione ritorna con insistenza: “Che giova, fratelli miei, se uno dice di avere la fede ma non ha le opere?” i credenti sono chiamati a maturare un’attenzione particolare nei confronti dei poveri, e devono porre al centro della loro vita la parola della Scrittura: ‘Amerai il prossimo tuo come te stesso’ (Gc 2,8). Può esserci una fede morta perché privata di una traduzione nella prassi. Banco di prova della fede sta nella relazione con gli altri. Per Giacomo le ‘opere’ sono il germogliare di una fede che chiede di esprimersi in uno stile di rapporti e in una tensione di vita: l’insistenza sulla dimensione comunitaria della vita cristiana costituisce il nucleo del messaggio di questo testo. C’è insistenza su ambiti concreti della vita tra di essi l’uso dei beni e la solidarietà con i poveri contrastando una mentalità di accumulo e di indifferenza verso situazioni di ingiustizia.

A metà del vangelo di Marco emerge la domanda fondamentale che attraversa ogni pagina: chi è Gesù? Questa domanda è collocata in un preciso momento del vangelo: dopo gli entusiasmi provocati dai suoi gesti le folle restano deluse. Gesù non corrisponde alle attese di un messia politico e nazionalistico: non risponde ai desideri di soluzione immediata dei problemi o di ribaltamento politico e non asseconda una religiosità delle osservanze e del privilegio. Il suo agire si pone in una linea diversa. Ai suoi propone la strada del servire in modo concreto coinvolgendo tutta l’esistenza: “Il Figlio dell’uomo non è venuto per essere servito ma per servire e dare la sua vita in riscatto di molti”. A questo punto le folle se ne vanno e Gesù ‘sulla strada’ interroga i discepoli per guidarli ad un incontro difficile e ed esigente: si scontra con la durezza di cuore che impedisce di fidarsi di lui. Solo lui può aprire gli occhi e guarire aprendo la strada a seguirlo. Solo la forza della risurrezione sarà il dono di una luce nuova e della scoperta che ‘egli vi precede in Galilea’.

‘Chi dice la gente che io sia?… E voi chi dite che io sia?’ Alla domanda Pietro risponde “Tu sei il Cristo, cioè il messia, ma il problema che si apre è quale tipo di messia? Gesù inizia a parlare ai suoi di un messia che segue la strada del servizio fino alla sofferenza per rimanere fedele all’annuncio della vicinanza di Dio che inaugura un mondo di rapporti nuovi. Ciò contrasta radicalmente con le preoccupazioni di chi intende mantenere un potere politico o religioso.

“E cominciò ad insegnar loro che il Figlio dell’uomo doveva molto soffrire ed essere riprovato dagli anziani, dai sommi sacerdoti e dagli scribi, poi venire ucciso e, dopo tre giorni, risuscitare”.

Probabilmente queste parole sono state così elaborate dall’evangelista dopo la vicenda della passione e della risurrezione, ma rivelano la direzione della sua vita. La proposta della sua via che Gesù presenta anche ai suoi come cammino da condividere non è quindi una prospettiva di affermazione e potere ma è quella del dono della vita nella fedeltà all’amore, e per rimanere fedele è disposto sino a morire vittima di una violenza ingiusta. Ciò genera la reazione di Pietro e il conseguente rimprovero di Gesù: ‘tu non pensi secondo Dio ma secondo gli uomini’. Gesù richiama Pietro a stare dietro di lui, a mettersi nella posizione del discepolo che deve seguire: “Chi vuol venire dietro a me rinneghi se stesso, prenda la sua croce e mi segua… chi perderà la sua vita per causa mia e del vangelo, la salverà”.

La croce non è innanzitutto luogo del dolore come certa pietà della sofferenza ha portato ad intendere, ma luogo in cui si manifesta come l’amore è l’ultima parola. E’ il segno di una vita vissuta sino alla fine come dono di sé e servizio nell’amore.

Alessandro Cortesi op

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Identità e paure

Chi sono? chi siamo? è domanda che attraversa la vita e quando viene posta nella tensione a cercare di darvi un risposta definitiva si scontra con la dura smentita che la vita nei suoi mutamenti pone. Siamo gli stessi, ma mai i medesimi. Identità è storia e narrazione come ricorda Paul Ricoeur: c’è un nucleo di riferimento che fa riconoscere un ‘io’ davanti ad un altro. Questo nucleo è ciò che indichiamo con identità, eppure, nel medesimo tempo, questo ‘io’ non è mai il medesimo, ma nel rapporto stesso, nel tempo diviene altro. E’ così mutevole, esposto ad un dare e ricevere con l’ambiente, con il mondo in cui vive, con tutto ciò che entra nella vita e soprattutto nella relazione con gli altri. Anche assumere atteggiamenti di chiusura e di rifiuto a lasciarsi contaminare da altri è un modo in cui costruire la propria vita, una via per non rimanere identici. Ci si può chiudere e inaridire in un isolamento che poco alla volta intristisce la vita fino a scelte di discriminazione e di violenza oppure si può affrontare il rischio e l’avventura dell’incontro accogliendo la provocazione che l’irruzione dell’altro porta nell’esistenza. Ci si può lasciar continuamente cambiare dagli incontri, trasformare dalle relazioni, affrontando gli inevitabili conflitti come occasioni nel cammino. Le diverse situazioni possono divenire luoghi di crescita, di scoperta di aspetti inediti del vivere, di possibilità nuove.

L’identità ha bisogno di confini, di una casa dove riconoscersi e abitare. Ma come la casa può essere un luogo appartato e separato o spazio di incontro, di apertura e di vita, così nella vita il confine del proprio io può divenire soglia di attraversamento nella consapevolezza che non si esiste da soli, che il cammino è sempre comune e nessuno è un’isola. La vita può aprirsi a dimensioni di bellezza e di senso se si percepisce che il rapporto con l’altro è al cuore di ogni esistenza ed è continuamente chiamata. Chi bussa alle porte è volto che può portare l’inatteso in un cammino di umanizzazione.

Identità è quindi non un dato fisso e immobile, ma è storia, incontro e scoperta che c’è un passaggio continuo nello scorrere dei giorni. Vi sono radici da distinguere: alcune sono le radici capaci di fecondità e se alimentate portano frutti buoni. Altri sono influssi sono inquinanti che conducono ad appassire, a non far frutto. Aggrapparsi a radici senza scorgere la vita che essere devono far scorrere impedisce ogni crescita. E’ così per i singoli ed è così per i popoli.

In questi giorni il Parlamento Europeo ha votato per avviare la procedura che mette in stato d’accusa uno Stato membro, l’Ungheria, che ha condotto scelte che minacciano gravemente e in modo persistente i valori fondanti dell’Unione tra l’altro riguardo ai diritti delle persone appartenenti a minoranze e i diritti fondamentali dei migranti, dei richiedenti asilo e dei rifugiati.

La relatrice di questa istanza è stata Judith Sargentini, deputata olandese dei Verdi, che nel Parlamento ha dichiarato: “Nella settimana in cui si discute lo stato dell’Unione, il Parlamento europeo invia un messaggio importante: difendiamo i diritti di tutti gli europei, compresi i cittadini ungheresi, e difendiamo i nostri valori europei. I leader europei devono ora assumersi le proprie responsabilità e smettere di guardare dall’esterno, poiché lo Stato di diritto viene distrutto in Ungheria. Per un’Unione costruita su democrazia, stato di diritto e diritti fondamentali, ciò è inaccettabile”. Judith Sargentini ha dietro di sé un percorso di impegno sociale e di militanza nel partito dei Verdi olandesi GroenLink. Ha ricevuto riconoscimenti per il suo impegno per il commercio equo e per il suo impegno a favore dei Paesi in via di sviluppo. Nel suo discorso al Parlamento europeo ha richiamato come le espressioni che rinviano ai diritti fondamentali non possono rimanere solo testi scritti su carta, ma devono essere tradotti in scelte che richiamano alla responsabilità di ciascuno ed esigono oggi scelte urgenti in Europa.

Vincere le paure non con la chiusura dei confini, non con la rivendicazione di pretese identità pure in opposizione all’altro è una sfida aperta. E’ sempre più urgente attuare scelte che affrontino la complessità di un mondo segnato da ingiustizie e indicare vie di costruzione di convivenza solidali: e c’è bisogno di persone che sappiano vivere in tal senso il servizio per il bene comune lasciandosi aprire le orecchie nell’ascolto dell’altro e della vita.

Alessandro Cortesi op

XXII domenica tempo ordinario – anno B – 2018

IMG_E0951Dt 4,1-8; Gc 1,17-27; Mc 7,1-23

“…Perché i tuoi discepoli non si comportano secondo la tradizione degli antichi?” Nel vangelo di Marco i farisei sono presentati come gruppo in forte polemica con Gesù. Per certi versi Marco opera una caricatura della spiritualità farisaica, legata alla Legge, alla fedeltà quotidiana all’alleanza, ad esprimere la fede in atti concreti e visibili. Per certi aspetti il loro impegno era espressione di coerenza e vicino a quanto Gesù stesso proponeva. Ma Marco nell’indicare i farisei sottolinea un modo di opporsi a Gesù proprio di persone religiose, ma che vivono una religiosità centrata su di sé, escludente e incapace di aprirsi al dono di grazia. Marco scorge che vi è un rifiuto della proposta di Gesù che giunge proprio da persone religiose, che non comprendono il suo annuncio e vi si oppongono perché destabilizza un modo di intendere la religione. I farisei divengono così paradigma di un modo di vivere la religione in termini di esteriorità, di egoismo, di preoccupazione per sé e di indifferenza agli altri. Sono chiusi alle sofferenze del prossimo e per loro le norme stanno al di sopra dell’attenzione alle persone. L’osservanza delle prescrizioni, l’esecuzione dei riti, sono così slegati dall’attenzione agli altri. Vi è al fondo una pretesa di stare nel giusto in rapporto a Dio ed una mentalità di autoaffermazione che esclude e si pone in una condizione di autosufficienza e di superiorità.

I farisei criticano Gesù perché i discepoli prendono cibo senza lavarsi le mani, il che era una prescrizione religiosa e igienica. Gesù risponde a questa critica affrontando la questione del rapporto tra quello che Dio vuole da noi e le tradizioni che sono frutto di elaborazione umana. Gesù si oppone decisamente all’ipocrisia: è questo l’atteggiamento raffinato di chi anziché vivere la fedeltà a Dio in rapporti di giustizia pone la sua preoccupazione nell’adempimento di pratiche religiose ritenendo che questo sia tutto. I profeti richiamavano con forza che l’autentico culto doveva essere compiuto nella vita e stare in rapporto ad un impegno concreto di giustizia nei rapporti con gli altri e denunciavano un modo di rapportarsi a Dio che dava spazio al culto, ma senza coinvolgimento del cuore e perdendo di vista il centro della fede come rapporto che coinvolge la vita: “Questo popolo mi onora con le labbra, ma il suo cuore è lontano da me. Invano essi mi rendono culto insegnando dottrine che sono precetti di uomini (Is 29,13).

Il cuore nella mentalità ebraica è il centro della persona. “Smettete di presentare offerte inutili, l’incenso è un abominio per me, noviluni, sabati, assemblee sacre, non posso sopportare delitto e solennità. I vostri noviluni e le vostre feste io detesto, sono per me un peso (…) Le vostre mani grondano sangue. Lavatevi purificatevi, togliete il male delle vostre azioni dalla mia vita. Cessate di fare il male, imparate a fare il bene, ricercate la giustizia, soccorrete l’oppresso, rendete giustizia all’orfano, difendete la causa della vedova” (Is 1,13-17)

Gesù pone la medesima domanda: dove sta il cuore, ossia il centro delle decisioni della persona? Se il cuore sta presso Dio allora il culto dovrebbe risultare un modo di vivere in cui si attua un nuovo modo di relazione con gli altri, e al primo posto sta lo sguardo alle persone a cui Dio, difensore del povero, dello straniero e della vedova, rinvia. Non ci può essere contrasto o dissociazione tra il riferimento a Dio e lo sguardo agli altri, soprattutto a coloro che non hanno sostegni e difese, ai poveri. Gesù smaschera la deviazione di ogni tipo di fariseismo religioso, il trasporre tradizioni di uomini quale esigenza divina divenendo indifferenti alle persone, alla loro sete di liberazione e di vita.

“Trascurando il comandamento di Dio, voi osservate la tradizione degli uomini”: la durezza di queste parole dovrebbe rimanere monito ad ogni tentazione sempre presente di non mantenere il riferimento alla parola di Dio, alla sua richiesta di un culto come giustizia per i poveri, criterio primo e irrinunciabile della nostra esistenza.

C’è un secondo aspetto da cogliere nella risposta di Gesù alla questione sul puro e sull’impuro: “Ascoltatemi tutti e intendete bene: non c’è nulla fuori dell’uomo che, entrando in lui possa contaminarlo; sono invece le cose che escono dall’uomo a contaminarlo”. Bene e male non stanno nelle cose in se stesse. Le cose in se stesse non sono buone o cattive. E’ invece la persona che decide per il bene o per il male nel modo in cui utilizza le cose. .

Così dicendo Gesù dice che tutte le cose in se stesse sono buone ma possono essere utilizzate in vario modo, per il bene o per il male. In sé non hanno radice di male. Tutto viene da Dio e per questo non può esser cattivo o impuro in sé. E’ chiamata in gioco la responsabilità umana che non può essere delegata ad altri. Gesù critica quindi una religiosità che fa rimanere tranquilli perché si osservano alcune pratiche esteriorie  non s’interroga sull’orientamento del cuore. E indica come il rapporto con Dio sia un dialogo vivente in cui non si è mai concluso di domandare cosa è bene davanti a lui e in rapporto agli altri.

Puro e impuro rinviano allora ad una vita di fedeltà a Dio che trova espressione in una prassi che ha radice in un ‘cuore’ rivolto al Signore. Gesù richiama all’interiorità, a quella sorgente profonda da cui ogni comportamento della vita ha origine. Pone ogni persona davanti nella situazione di responsabilità, nell’esigenza di rispondere a se stessa e agli altri, davanti a Dio. E’ un messaggio di libertà e di fiducia perché apre ad accogliere la presenza di Dio, che solo può liberarci dall’egoismo e da ogni tipo di idolatria.

Alessandro Cortesi op

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C’è un tipo di responsabilità a cui oggi siano chiamati in modo particolare, che unisce insieme il rispondere agli altri, in particolare a chi soffre per l’ingiustizia e l’iniqua distribuzione dei beni della terra e la vita stessa del pianeta: è la responsabilità ecologica che si scopre inscindibilmente legata alla responsabilità sociale. I mutamenti climatici in atto stanno dimostrando come un certo modello di sviluppo che viene presentato come elemento di miglioramento delle condizioni di vita dei popoli incide profondamente sugli equilibri ecologici. Così la devastazione della terra, lo sfruttamento senza limite delle risorse, si riflette nello sfruttamento e nell’impoverimento di popolazioni e persone.

Nel Messaggio per la 13ª Giornata Nazionale per la Custodia del Creato che si terrà il 1° settembre 2018 la commissione episcopale per i problemi sociali e il lavoro insieme alla commissione per l’ecumenismo e il dialogo richiamano a Coltivare l’alleanza con la terra.

Ricorda il simbolo dell’arcobaleno di Gen 9,12. L’arco nel cielo richiama il dono della terra come spazio abitabile: Dio promette un futuro in cui l’umanità e gli altri viventi possano fiorire nella pace

In contrasto a questa visione di alleanza e di pace è richiamata la situazione del nostro presente: “Anche gli ultimi mesi hanno visto diverse aree del paese sconvolte da eventi metereologici estremi, che hanno spezzato vite e famiglie, comunità e culture – e le prime vittime sono spesso i poveri e le persone più fragili. Le stesse storie narrate da tanti migranti, che giungono nel nostro paese chiedendo accoglienza, parlano di fenomeni inediti che colpiscono – in modo spesso anche più drammatico – aree molto distanti del pianeta”.

Di fronte all’ampiezza del degrado può insorgere un senso di impotenza e di disperazione. Il Messaggio richiama ad un’attitudine di attenzione e di prevenzione fatta di pazienza e di un quotidiano operare che investe l’ambito politico e le scelte economiche. E viene sottolineato come la cura del creato sia da collegare ad una cura per gli altri, per il popolo e ad una dimensione spirituale: “…la sfida non interessa solo l’economia e la politica: c’è anche una prospettiva pastorale da ritrovare, nella presa in carico solidale delle fragilità ambientali di fronte agli impatti del mutamento, in una prospettiva di cura integrale. Occorre ritrovare il legame tra la cura dei territori e quella del popolo, anche per orientare a nuovi stili di vita e di consumo responsabile…”

“Ma c’è anche una prospettiva spirituale da coltivare: papa Francesco ricorda che “la pace interiore delle persone è molto legata alla cura dell’ecologia e al bene comune, perché, autenticamente vissuta, si riflette in uno stile di vita equilibrato unito a una capacità di stupore che conduce alla profondità della vita” (Laudato Si’, n.225)”.

Tali sfide sono da affrontare con la cura che parte dai comportamenti quotidiani e dalla lucidità nel saper leggere le cause profonde di fenomeni quali il cambiamento climatico e le migrazioni che segnano il nostro presente.

“é importante operare assieme, perché possiamo tornare ad abitare la terra nel segno dell’arcobaleno, illuminati dal “Vangelo della creazione”.

Alessandro Cortesi op

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