la parola cresceva

commenti alla Parola della domenica e riflessioni

Archivio per il tag “Gesù”

XII domenica tempo ordinario – anno A – 2017

IMG_3912Ger 20,10-13; Rom 5,12-15; Mt 10,26-33

“Il Signore è al mio fianco come un prode valoroso, per questo i miei persecutori cadranno e non potranno prevalere”. Geremia offre uno squarcio sulla sua vicenda personale segnata da una chiamata a farsi profeta uomo della Parola. La pagina è un testo di confessione: la parola uscita dalle labbra di Jahwè si è posata sulle sue labbra inviandolo ad una missione profetica.

L’invio accolto l’ha condotto a vivere situazioni inattese, a subire prove e difficoltà oltre le sue forze. La sua vita è così passata da una condizione di tranquillità al dover affrontare opposizioni e violenza. Annunciare la parola del Signore l’ha condotto a vivere conflitto e crisi. E tutto questo gli ha generato il pensiero di abbandonare tutto, di lasciare ogni impegno. Ciononostante avverte nel cuore un fuoco ardente, quello della Parola. Di fronte a minacce e oppressione matura la consapevolezza che Dio rimane al suo fianco, lo difenderà e i nemici non potranno prevalere.

Geremia sa che il Signore scruta il cuore e la mente: a lui ha affidato la sua vita. Dalla paura e dal senso di impotenza passa alla fiducia e invita anche altri a questa scoperta del volto di Dio che libera: “cantate inni al Signore, lodate il Signore perché ha liberato la vita del povero dalle mani dei malfattori”. Le parole sincere rivolte a Dio non nascondono la crisi ed anche il movimento di rivolta, ma si fanno invocazione: la sua vita è legata al filo di questo rapporto, è segno vivente di questo incontro.

“Un uccello non cade a terra senza il volere del cielo, tanto meno l’uomo” (Talmud Shebit 9,38d). Questo diceva la sapienza ebraica. Gesù forse aveva presente tale riferimento. Dio è per lui presenza che si prende cura della sorte dei passeri e conta i capelli del capo. Nel suo vangelo Matteo raccoglie le parole di Gesù nel discorso ‘missionario’ e al centro pone un invito alla fiducia e all’abbandono. I passeri sono tra i più piccoli uccelli ed erano venduti per uno spicciolo. Gesù parla del Padre capace di sguardo alle piccole cose, insignificanti agli occhi dei più, a ciò che non conta. E’ il Dio della cura e dell’attenzione. Il suo sguardo si lascia afferrare dalla vita.

Invita i suoi a non avere paura delle difficoltà, ma mette in guardia difronte a tutto ciò che fa inaridire la vita e le toglie questa fiducia: “Non abbiate paura di coloro che uccidono il corpo ma non hanno il potere di far perire l’anima; temete piuttosto colui che ha il potere di far perire e l’anima e il corpo nella Geenna… voi valete più di molti passeri”

La fiducia profonda e serena in Dio vicino non sottrae i discepoli alla fatica della testimonianza nel quotidiano. Nel momento della prova il discepolo dovrà ricordare la testimonianza stessa di Cristo. Gesù non propone ai suoi una affermazione sul piano umano o un futuro di gratificazioni: il cammino da lui percorso sarà anche quello dei discepoli: quello del servizio, del dono.

L’invito a ‘non temere’ ha unica ragione nella cura del Padre e nella comunione con Cristo nel momento della prova. La vita del cristiano sta ‘davanti al Padre mio che è nei cieli’. L’atteggiamento fondamentale del discepolo per Matteo è la fiducia semplice nel Padre che ha cura e conosce i capelli del nostro capo. La vita del discepolo è segnata dal legame con Cristo: ‘non temete voi valete più di molti passeri’.

Alessandro Cortesi op

papa-a-barbiana-2017-2Profeti e fedeltà

Nell’ultimo giorno di primavera di quest’anno Papa Francesco si è recato in visita alle tombe di don Primo Mazzolari (1890-1959) e don Lorenzo Milani (1923-1967) due figure di preti che hanno segnato la vicenda della chiesa e della società in Italia. Ricorre infatti in questi giorni il cinquantesimo della morte di don Milani.

Don Mazzolari e don Milani sono due profili molto diversi, per formazione, sensibilità e cultura. Vissero in stagioni diverse, don Mazzolari cappellano militare durante la prima guerra mondiale, matura il senso di opposizione alla guerra, fonda le sue scelte su di una radicale adesione al vangelo, condivide le scelte e gli ideali della Resistenza e per questo deve vivere per un certo tempo come clandestino. Fu parroco di Bozzolo nel mantovano negli anni 30-50 fino alla morte nel 1959. Denunciava una chiesa prona al compromesso con i poteri politici e fu emarginato e contrastato dalle gerarchie per le sue critiche ad una chiesa attratta dalle logiche del potere e dell’affermazione mondana.

Don Milani entrato in seminario dopo un percorso di conversione visse la sua esperienza pastorale negli anni ’40 e 50 come cappellano di San Donato a Calenzano, anni in cui maturò quanto nel 1957 espresse in Esperienze pastorali: questo testo presentava una lucida critica a forme di religiosità superficiali pur portate avanti e favorite dal clero in modo acritico. Le sue posizioni suscitarono la reazione della Curia di Firenze. Fu per questo osteggiato ed esiliato, inviato come priore a Barbiana presso Vicchio, una piccola parrocchia sulle colline del Mugello con poche decine di persone residenti e in condizioni ardue di vita. Lì rimase fino alla morte dando vita ad un’esperienza di scuola intesa come luogo di formazione critica per dare voce ai poveri che rimanevano esclusi. A Barbiana maturò l’esperienza di scrittura collettiva di Lettera ad una professoressa.

Fra Mazzolari e Milani ci fu conoscenza attestata da uno scambio di lettere tra il 1949 e il 1958: “l’assunzione radicale del messaggio evangelico nella propria esperienza personale e pastorale; la forte percezione dell’urgenza dell’azione cristiana, un’azione da incarnare nella storia rifuggendo le visioni astratte e spiritualistiche; la volontà di offrire la parola ai poveri, declinata come giustizia in entrambi, con attenzione speciale alla cultura in Milani; la forte critica ad atteggiamenti e impostazioni ecclesiali e politiche considerate sorde alle esigenze degli ultimi”. Così Mariangela Maraviglia ricorda alcuni aspetti comuni che legano questi due preti (M.Maraviglia, Il messaggio evangelico in tutto e per tutto. Quel sentire comune tra Milani e Mazzolari, “Impegno” 2017, 13-22).

Un anno fa papa Francesco ha citato Mazzolari osservando quale tratto della sua vita la vicinanza ai poveri: “Don Primo Mazzolari … era un prete che aveva capito bene questa complessità della logica del Vangelo: sporcarsi le mani come Gesù, che non era pulito, andava dalla gente e prendeva la gente come era, non come doveva essere». E a Bozzolo nella sua visita del 20 giugno ha detto: ”Don Mazzolari non si è tenuto al riparo dal fiume della vita, dalla sofferenza della sua gente… Non è stato uno che ha rimpianto la Chiesa del passato, ma ha cercato di cambiare la Chiesa e il mondo attraverso l’amore appassionato e la dedizione incondizionata”.

Nel 1955 in un saggio anonimo intitolato «Tu non uccidere» don Mazzolari scriveva: “Lasciate che io vi dica una parola intorno alla guerra è un punto oscuro dell’umanità, la ricapitolazione di tutte le ingiustizie e di tutti i dolori umani. Però, cari fratelli, vi faccio una domanda: trovatemi una giustificazione che Dio vuole la guerra”.

A Bozzolo nel suo discorso Francesco ha detto: “Per camminare bisogna uscire di casa e di Chiesa, se il popolo di Dio non ci viene più; e occuparsi e preoccuparsi anche di quei bisogni che, pur non essendo spirituali, sono bisogni umani e, come possono perdere l’uomo, lo possono anche salvare. Il cristiano si è staccato dall’uomo, e il nostro parlare non può essere capito se prima non lo introduciamo per questa via, che pare la più lontana ed è la più sicura. Per fare molto, bisogna amare molto”.

Anche in don Milani è chiara una linea di opposizione alla guerra che si espresse nella Lettera ai cappellani militari scritta durante la sua malattia e che gli causò l’accusa di apologia di reato per aver difeso l’obiezione di coscienza al servizio militare. Vi esprimeva la convinzione dell’inutilità e dell’ingiustizia delle guerre, cogliendo la differenza con quella che era stata la resistenza.

Don Milani ebbe una particolare attenzione alla parola, all’impegno nel dare voce ai poveri privati della parola. E’ quanto Francesco ha ricordato nel suo discorso dopo aver visitato la stanza della scuola con il grande tavlo al centro dove campeggia la scritta ‘I care’  dove si svolgevano le quotidiane attività della scuola: «Ridare ai poveri la parola perché senza la parola non c’è dignità e quindi neanche libertà e giustizia: questo insegna don Milani. Ed è la parola che potrà aprire la strada alla piena cittadinanza nella società, mediante il lavoro, e alla piena appartenenza alla Chiesa, con una fede consapevole. Questo vale a suo modo anche per i nostri tempi, in cui solo possedere la parola può permettere di discernere tra i tanti e spesso confusi messaggi che ci piovono addosso, e di dare espressione alle istanze profonde del proprio cuore, come pure alle attese di giustizia di tanti fratelli e sorelle che aspettano giustizia. Di quella piena umanizzazione che rivendichiamo per ogni persona su questa terra, accanto al pane, alla casa, al lavoro, alla famiglia, fa parte anche il possesso della parola come strumento di libertà e di fraternità”.

E così Francesco ha motivato il suo pellegrinaggio alla tomba di questo prete scomodo: “Vuole essere una risposta a quella richiesta più volte fatta da don Lorenzo al suo vescovo, e cioè che fosse riconosciuto e compreso nella sua fedeltà al Vangelo e nella rettitudine della sua azione pastorale”.

VI-IT-ART-25223-Barbiana_gruppo_classe_Primi_allievi

L’educazione fu per don Milani come un ottavo sacramento, come ricorda in un bel libro Adele Corradi (Non so se don Lorenzo, ed. Feltrinelli) che collaborò con coinvolgimento profondo all’esperienza della scuola di Barbiana a partire dal 1963. Il suo scritto riporta una serie di impressioni e ricordi che accompagnano a scorgere tratti della personalità di don Lorenzo e la quotidianità dell’atmosfera di Barbiana, segnata dalla passione educativa e dall’attenzione ai bambini protagonisti della scuola che in lei generò apertura e cambiamento: “Prima di conoscere la scuola di Barbiana ero identica alla professoressa contro la quale si è scagliato: un’insegnante vecchio stampo… Ho scoperto che Barbiana era la scuola di cui avevo bisogno, la scuola come avrebbe dovuto essere, la scuola del futuro”.

Mazzolari e Milani, accomunati dalla attenzione ai poveri e dall’opposizione alla guerra. Due figure di profeti che hanno subito ostilità ed emarginazione nella società e nella chiesa, e che nella prova hanno vissuto quella fedeltà basata nel radicamento sul vangelo e sulla fiducia che il Signore rimane fedele.

“La visita del Papa, insieme, a Bozzolo e a Barbiana, in due periferie antiche (di campagna e di montagna) della provincia italiana, assume evidentemente un carattere forte e quasi programmatico: è la sanzione di una linea spirituale e pastorale italiana (che si può far risalire a Rosmini, a Manzoni, a Tommaseo e che giunge a Roncalli e a Montini), minoritaria ma sempre salda nella fede e radicata nella carità, ed è, pure, un’indicazione precisa e vivida, non incerta e non sbiadita, per i vescovi italiani”. (Fulvio De Giorgi, L’impaziente pazienza di don Lorenzo e don Primo)

Il gesto di Francesco di fare memoria della loro esistenza e ricordare oggi la loro eredità nella fedeltà al vangelo, nella vicinanza ai poveri e nella lucida opposizione alla guerra è segno importante che indica una direzione per il futuro, racchiusa nella preghiera di don Mazzolari ripresa al termine della visita:

“Sei venuto per tutti: per coloro che credono e per coloro che dicono di non credere. Gli uni e gli altri, a volte questi più di quelli, lavorano, soffrono, sperano perché il mondo vada un po’ meglio. O Cristo, sei nato ‘fuori della casa’ e sei morto ‘fuori della città’, per essere in modo ancor più visibile il crocevia e il punto d’incontro. Nessuno è fuori della salvezza, o Signore, perché nessuno è fuori del tuo amore, che non si sgomenta né si raccorcia per le nostre opposizioni o i nostri rifiuti”.

Alessandro Cortesi op

Corpo e sangue di Cristo – anno A

IMG_3801.JPGDt 8,2-3.14b-16a; 1Cor 10,16-17; Gv 6,51-58

“Ricordati di tutto il cammino che il Signore tuo Dio ti ha fatto percorrere in questi quarant’anni nel deserto…”

Il ricordo fondante per Israele è un cammino. Quel tempo del deserto rimane punto fermo della memoria a cui tornare, da mantenere nel cuore nei giorni della stabilità e della tranquillità. La fede come incontro con Dio sorge in quel cammino, si nutre della precarietà di quell’esperienza. Nel deserto unico sostegno è la promessa e l’attesa: nel non avere altre certezze si apre lo spazio a scoperte inedite. Nel deserto Israele ha compreso di non bastare a se stesso, ha abbandonato ogni pretesa di autosufficienza e di grandezza. Lì non si può pensare che la felicità stia nel possesso, o nell’abbondanza. Lì si può sperimentare la fame e con essa la sete più profonda del cuore umano. ‘Ricordati che nel deserto il Signore ti ha fatto provare fame’. Il deserto è spazio della fatica, della fame, della scoperta di essere vulnerabili. E nel deserto il Signore educa a scoprire il senso di un cammino. La fame genera un vuoto che può farsi protesta, ma anche invocazione, attesa e sorpresa per un dono. La manna, dono inatteso è un segno: ricordati che l’uomo non vive soltanto di pane. Il pane è dono che richiede di non essere accumulato. La manna può essere raccolta in quantità sufficiente solo per un giorno e non accaparrata. Per poter ascoltare la fame anche degli altri e per condividere.

“Chi mangia la mia carne e beve il mio sangue rimane in me e io in lui. Come il Padre che ha la vita ha mandato me e io vivo per il Padre, così anche colui che mangia me vivrà per me”. Il pane che Gesù dà è la sua vita. Mangiare il pane distribuito significa entrare in rapporto con lui. Rimanere in lui, vivere per lui: “Se non mangiate la carne del Figlio dell’uomo e non bevete il suo sangue, non avrete in voi la vita”.

E’ questo entrare in rapporto con lui la porta per rimanere. Il IV vangelo parla di vita eterna: è termine che rinvia non ad un futuro lontano ma ad un presente che si apre a dimensioni profonde. Il nostro vivere dipende dal dono di vita di un Altro che si è dato in tutta la sua esistenza, ‘corpo e sangue’ per noi. E Giovanni nel cap. 6 del suo vangelo concentra il riferimento al segno del pane che diviene eucaristia, un entrare in rapporto con Gesù nel mangiare il pane di vita.

I racconti dei vangeli sinottici uniti alla testimonianza di Paolo nella prima lettera ai Corinzi riportano che nel quadro dell’ultima cena Gesù prese il pane e disse ‘questo è il mio corpo dato per voi’. Quel pane spezzato è segno della sua vita spezzata e data: Gesù non intende la sua esistenza come un tesoro da trattenere ma si dà ai suoi. Rivela così il senso profondo della vita: un dono da condividere.

Di fronte all’ostilità e al rifiuto Gesù non è fuggito, non ha mutato direzione: ha continuato a vivere nell’orizzonte che ha segnato la sua missione. Fino alla fine non è venuto meno nell’annunciare il regno di Dio, nell’attuare segni di accoglienza e di guarigione. Sono segni che il mondo nuovo è stato inaugurato. Gesù affronta anche l’arresto e la passione nell’affidamento pieno al Padre, nella fiducia che il regno si attua. Il segno dell’Eucaristia indica per i discepoli una chiamata a diventare dono e non possessori o consumatori delle cose e degli altri.

Gesù intende la sua vita, il suo corpo, ‘dato per tutti’: il suo amore ha un carattere aperto e rende partecipi del suo rapporto con il Padre: ‘io ho fatto conoscere loro il tuo nome e lo farò conoscere perché l’amore con il quale mi hai amato sia in essi e io in loro’ (Gv 17,26). Gesù desidera rimanere con i suoi e continuare il rapporto iniziato nel tempo. E’ desiderio che si allarga ad un popolo numeroso, alla storia dell’umanità.

‘Questo è il mio corpo dato per voi’: l’Eucaristia è il segno della consegna di Gesù. Gesù indica un amore altro rispetto al possesso ed alla strumentalizzazione degli altri. Vive invece la vulnerabilità di chi si affida e di chi si lascia prendere.

Veramente l’uomo non ha fame e sete solo di pane: ha fame e sete profondamente di lasciarsi incontrare da una presenza di amore che lo prende e apre orizzonti sconfinati al suo vivere sin da ora. C’è una vita in dimensioni nuove che già inizia quando ci si apre al dono di un amore che si dà gratuitamente e ci fa rimanere in Lui: chi mangia ha la vita eterna. E c’è anche una promessa: io lo risusciterò nell’ultimo giorno. Questo cammino, sin d’ora è luogo di esperienza di una vita con i tratti della gioia dell’incontro, della comunione. Un pane che fa camminare nella vita e verso la vita, scoprendo sin da qui un dono che è radice e fondamento del nostro cammino.

“Poiché vi è un solo pane, noi siamo, benché molti, un solo corpo…” Mangiare insieme un unico pane diviene esperienza che apre a comprendere la possibilità del superamento della chiusura individualistica e del ripiegamento su di sé. Quel pane condiviso è segno della vita di Cristo donata ma è anche segno di una comunità che cresce per divenire unico corpo rimanendo in lui. Benché molti e diversi, la chiamata profonda della vita è alla relazione, al costruire un solo corpo. E’ questa la fatica di tanti cammini nella chiesa, nella società, ma sono questi i cammini più autentici. Il pane è segno di comunione, è profezia di un mondo in cui ci si scopra gli uni membra degli altri, è dono di forza per continuare a camminare nella direzione del costruire rapporti di pace.

Alessandro Cortesi opCelia Smith -- Bird-Sculptures-made-from-Wire.jpg

(Celia Smith, Bird sculptures made from wire)

Nel tempo della regressione

Stiamo vivendo un tempo in cui ha preso piede un movimento contrario ad un orientamento verso un mondo più giusto, capace di riconoscere la dignità di ogni persona, teso verso la promozione di equità e diritti. Più vicino a noi in Ungheria, in Polonia, ma anche in Turchia, in India, in Russia, negli USA di Donald Trump si possono scorgere i sintomi tangibili di una pervasiva corrente di regressione (H.Geiselberger (ed.), La grande regressione. Quindici intellettuali da tutto il mondo spiegano la crisi del nostro tempo, Einaudi 2017).

Chiusure, affermarsi di regimi autoritari, nostalgie di società divise in privilegiati e senza diritti. Nuove forme di dittature si vanno affermando non solo in alcune regioni ma in modo diffuso e cavalcano desideri e paure sorti nel quadro della globalizzazione, nella crisi economica, nell’impoverimento di alcune classi sociali. Da qui i desideri di deglobalizzare il mondo e chiudersi in circuiti di sicurezza e appartenenza. Quando Trump promette ai bianchi di tornare ad avere una sovranità culturale su tutti gli altri si torna indietro al tempo della dominazione dei bianchi sui neri e ad intendere l’umanità divisa tra noi e loro, tra chi è superiore e chi è inferiore.

L’antropologo indiano Arjun Appadurai osserva che è “la perdita di sovranità economica che provoca ovunque una reazione basata sull’idea di sovranità culturale”. Il neoliberismo globale provoca un nazionalismo a sfondo etnico, terreno di coltura di ogni genere di populismo.

Zygmunt Bauman, nel saggio redatto per questo libro prima della sua morte avvenuta lo scorso gennaio,  vede nella divisione tra noi e loro nel mondo in cui non si accoglie la sfida di una grande idea di convivere insieme e nella divisione in tribù che sono giustapposte le une accanto e contro le altre, il punto di origine di un antagonismo che sfocia solo nell’affermazione del più forte.

“In un territorio popolato da tribù, le parti in conflitto evitano e rinunciano senza esitazione a convincersi e a convertirsi a vicenda; l’inferiorità di un membro — di un membro qualsiasi — di una tribù straniera è e deve restare una debolezza predestinata, eterna e incurabile, o almeno deve essere vista e trattata come tale. L’inferiorità dell’altra tribù è la sua condizione permanente e irreparabile, il suo stigma indelebile destinato a vincere ogni tentativo di riabilitazione. Una volta che la divisione tra “noi” e “loro” è stata istituita secondo queste regole, lo scopo di ogni incontro fra gli antagonisti non è più lo stemperamento, ma la ricerca o la creazione di ulteriori prove del fatto che qualsiasi stemperamento è irragionevole e fuori questione”.

Nel suo saggio Bauman cita papa Francesco scorgendo un orizzonte alternativo alla grande regressione nell’impegno a lungo termine di educare al dialogo: «Questa cultura del dialogo, che dovrebbe essere inserita in tutti i percorsi scolastici come asse trasversale delle discipline, aiuterà a inculcare nelle giovani generazioni un modo di risolvere i conflitti diverso da quello a cui le stiamo abituando».

Lo stesso Francesco aveva parlato del ‘paradosso dell’abbondanza’in un coraggioso messaggio all’Expo di Milano del 2015 sul tema del cibo: “c’è cibo per tutti, ma non tutti possono mangiare, mentre lo spreco, lo scarto, il consumo eccessivo e l’uso di alimenti per altri fini sono davanti ai nostri occhi. Questo è il paradosso! Purtroppo questo paradosso continua a essere attuale. Ci sono pochi temi sui quali si sfoderano tanti sofismi come su quello della fame; e pochi argomenti tanto suscettibili di essere manipolati dai dati, dalle statistiche, dalle esigenze di sicurezza nazionale, dalla corruzione o da un richiamo doloroso alla crisi economica. Abbiate uno sguardo e un cuore orientati non ad un pragmatismo emergenziale che si rivela come proposta sempre provvisoria, ma ad un orientamento deciso nel risolvere le cause strutturali della povertà. Ricordiamoci che la radice di tutti i mali è la inequità (…) : “No, a un’economia dell’esclusione e della inequità. Questa economia uccide. Non è possibile che non faccia notizia il fatto che muoia assiderato un anziano ridotto a vivere per strada, mentre lo sia il ribasso di due punti in borsa” (EG 53). Questo è il frutto della legge di competitività per cui il più forte ha la meglio sul più debole. Attenzione: qui non siamo di fronte solo alla logica dello sfruttamento, ma a quella dello scarto; infatti “gli esclusi non sono solo esclusi o sfruttati, ma rifiuti, sono avanzi” (ibid., 53). È dunque necessario, se vogliamo realmente risolvere i problemi e non perderci nei sofismi, risolvere la radice di tutti i mali che è l’inequità. Per fare questo ci sono alcune scelte prioritarie da compiere: rinunciare all’autonomia assoluta dei mercati e della speculazione finanziaria e agire anzitutto sulle cause strutturali della inequità”.

Ricordare il cammino percorso e sostare sul segno del pane. Pane condiviso nel dialogo e pane spartito nella distribuzione tra i  molti. Nel pane spezzato dell’eucaristia sta l’indicazione di un cammino da percorrere, terreno su cui orientare i passi nel tempo della grande regressione.

Alessandro Cortesi op

Ascensione del Signore – anno A – 2017

At 1,1-11; Efes 1,17-23; Mt 28,16-20

“Uomini di Galilea, perché state a guardare il cielo? Questo Gesù… tornerà un giorno allo stesso modo in cui l’avete visto andare in cielo”

Una festa tra la terra e il cielo quella dell’Ascensione: un modo di raccontare il mistero della Pasqua e della risurrezione. Gesù ‘elevato in alto’, compie il passaggio dalla terra alla vita di Dio. Cielo anche nella mentalità biblica è il luogo di Dio e la terra, in basso, è ambito del cammino umano. Dire che Gesù è ‘innalzato’ è un altro modo per dire che ha vinto la morte: ora la sua vita è trasformata, è vicino in modo nuovo al Padre. Tornerà così come ‘è andato in cielo’, nei gesti del servizio e dell’ospitalità.

La ‘nube lo sottrasse’ allo sguardo dei discepoli. Nel cammino dell’esodo, una nube accompagnava gli spostamenti, segno della presenza vicina di Dio che cammina con il suo popolo, ma anche segno che Dio non può essere trattenuto. Gesù nel suo cammino terreno è testimone di questa presenza: nella sua umanità vive in questa comunione. E’ stato uomo che ha vissuto per gli altri. Nella risurrezione il Padre ha detto ‘sì’ alla sua vita che ha raccontato il suo volto di amore. Gesù è costituito ‘signore’: ha un nome unico. A partire da qui la comunità dei discepoli sarà condotta a descrivere il farsi vicino di Dio in Gesù come un progressivo scendere: la Parola si è fatta carne e Gesù si è fatto servo. Colui che è salito al Padre è il medesimo che è disceso. Tutta la sua vita è movimento di discendere, farsi servo. Qui si rende visibile volto di Dio che si rivela nel servizio e nel dono di sé. Per questo “… lo risuscitò dai morti e lo fece sedere alla sua destra nei cieli” (Ef 1,20).

‘poi li condusse fuori verso Betania e, alzate le mani, li benedisse. Mentre li benediceva si staccò da loro e fu portato verso il cielo’ (Lc 24,50).

C’è un rapporto profondo tra l’essere preso di Gesù e la benedizione lasciata ai discepoli. Gesù risorto, il signore, invia i discepoli a vivere il tempo della sua assenza: li richiama a non lasciarsi prendere da vane curiosità interrogandosi sul futuro. Chiede l’attesa radicata sulla promessa del Padre, quella di essere immersi nello Spirito Santo. Chiede loro di rimanere a Gerusalemme, luogo della passione, croce e della risurrezione. Lì si dovrà sempre tornare, alla Pasqua di Gesù. Invita i suoi a farsi testimoni di lui: ‘mi sarete testimoni’. E’ una testimonianza fino ai confini della terra.

D’ora in avanti Gesù non sarà più incontrato come prima perché viene sottratto al loro sguardo, ma si apre lo spazio per un vedere nuovo, quello dell’attesa. La comunità è chiamata ad incontrare ancora il suo Signore: è il tempo dello Spirito, dono per i discepoli: è lo Spirito la ‘promessa del Padre’ e la ‘forza che li investe dall’alto’. Da qui il movimento mai finito di conversione e perdono, due momenti che vanno tenuti insieme: non c’è l’uno senza l’altro, entrambi sono dono della Pasqua di Gesù.

La comunità è inviata ad un impegno sulla terra non a restare a guardare il cielo. Insieme. Ogni percorso del credere ha una fondamentale dimensione comunitaria. La promessa di Gesù è vicinanza nuova: ‘ecco io sono con voi tutti i giorni, fino alla fine del mondo’.

Alessandro Cortesi op

Soffi dello spirito

Ci sono nella storia quotidiana soffi dello spirito da cui lasciarsi portare, spingere, aprire per nuove uscite, per lasciarsi aprire ad orizzonti nuovi da vedere, verso cui camminare. Alcuni di questi sono da raccogliere in parole e volti che non hanno risonanza mediatica e di visibilità.

In un’intervista (Andrea Tornielli, ‘Serve una chesa che si mostri bisognosa di perdono’, La Stampa Vatican-Insider 19.05.2017)  Lauro Tisi, vescovo di Trento, parla di Chiesa che oggi ha bisogno di mostrarsi per ciò che è, perdonata e sempre bisognosa di perdono. E parla di una scoperta ad annunciare un Dio capovolto: “Fin dal giorno della mia nomina è qualcosa che mi è venuto fuori quasi per caso: ho detto che noi

dobbiamo parlare di un ‘Dio capovolto’. E questo è diventato un po’ il mio leitmotiv. Credo che ci sia bisogno di raccontare Dio a partire dall’umanità di Gesù Cristo. Siamo abituati a raccontare Dio in modo troppo astratto e filosofico. Dobbiamo imparare a passare dall’umanità di Cristo per narrare Dio.”

E dice: “la realtà prima delle idee. Dobbiamo finire, io credo, con la pastorale dei temi, dei percorsi un po’ troppo astratti. Bisogna partire dai dati concreti e lasciarsi portare dalla realtà per raccontare un Dio bello e interessante. Dobbiamo investire in

positività senza spaventarci del calo dei numeri. Dobbiamo alimentare speranza e la speranza ti viene se ti fidi della realtà”

Si riferisce anche a scelte concrete che riguardano situazioni da affrontare nella gestione dei beni: “Dobbiamo superare l’idea dei recinti e dei territori sacri, anche l’idea dei terreni puliti: il terreno umano è sempre pulito e allo stesso tempo sporco. E allora ecco un altro tema importante, quello della sobrietà e di una Chiesa che si mostri con il volto della vicinanza, della prossimità e della povertà. Penso che per i prossimi anni il nostro obiettivo sia questo: rimettere in gioco le nostre strutture. Già prima che diventassi vescovo in diocesi c’erano 21 canoniche messe a disposizione di situazioni di disagio e di povertà. Devo dire che questo è servito di più di tante catechesi”.

E parla di superamenti da attuare, impostazioni che dividono e sono ostacoli a vivere il vangelo: “Credo che sia necessario superare lo schema preti-laici, che è divisivo, per mettere invece al centro la vita della comunità. Il soggetto evangelizzante è una fraternità cristiana che non si crede perfetta, che ha bisogno di perdono e che pone gesti di prossimità. È finito il regime di cristianità. Abbiamo bisogno di comunità, uomini e donne che vivendo la dinamica di Gesù accolgono il ferito e dicono: guarda che sono stato ferito anch’io (…) Non ci sono gli addetti per la carità, per la famiglia, per i problemi del lavoro. C’è una comunità che incontra i bisogni. La vita delle persone non è divisa in settori”.

In questi giorni ha concluso il suo cammino terreno Antonio Papisca, docente di Relazioni Internazionali e di Organizzazione internazionale dei diritti umani e della pace per molti anni all’Università di Padova. Nel 1982 aveva dato inizio nella medesima Università e poi diretto il Centro Interdipartimentale sui diritti della persona e dei popoli.

La sua vita è stato quella di un docente, un ricercatore e uno studioso. Era animato dalla profonda convinzione del valore di uno studio connesso alla pratica e alla vita delle persone e dei popoli. Era convinto che la riflessione sui diritti umani costituisse una azione essenziale per promuovere cammini concreti per costruire la pace.

Un tratto tipico del suo insegnamento è stato la sobrietà: amava definirsi un badilante, un lavoratore che sposta la terra e con il suo lavoro offre materiale per costruire, aprendo cammini. Il suo tratto discreto e schivo nascondeva una profondità di pensiero ed una ricchezza umana che l’hanno reso noto a livello internazionale.

Ma la sua attività non rimaneva entro l’ambito accademico. Era uomo di relazioni, conscio del limite di un pensare che non si confronta e non entra in vivo rapporto con l’esistenza. Amava collaborare a percorsi portati avanti in tanti modi da associazioni, movimenti e gruppi impegnati per la difesa e promozione dei diritti e per la pace. Aveva profonda fiducia nell’impegno delle Organizzazioni non governative espressione di un movimento di partecipazione dal basso della società. Guardava con profonda simpatia e come completamento della sua azione l’impegno del volontariato.

Il prof. Marco Mascia suo collaboratore e attuale direttore del Centro per i diritti umani di Padova così lo ha ricordato: “È stato un vero apostolo dell’idea di diritti umani, prodigandosi come educatore anche nelle scuole e nel mondo del volontariato… ha vissuto per l’università e per gli studenti. Era un uomo di fede che ha lottato con forza per l’amore e la nonviolenza, cercando sempre una via istituzionale alla pace” (E’ morto il prof. Papisca paladino dei diritti umani, Corriere del Veneto 16.05.2017).

Fede e ricerca di vie istituzionali. Ispirazione interiore di distacco e fiducia nel cammino umano. Spirito di servzio e passione nella forza delle idee che divengono ispiratrici di istituzioni e di cammini di popoli. Orientamento deciso alla ricerca della pace non per le vie delle armi e della violenza, ma per le vie pacifiche e secondo metodi nonviolenti. Mitezza nei modi e caparbietà nel portare avanti lotte ideali e istituzionali. Questi alcuni tratti del suo pensiero e del suo stile.

Uno dei suoi impegni è stato mobilitare la società civile perché l’affermazione del diritto alla pace potesse divenire un diritto umano riconosciuto per tutti, con conseguenze profonde per la vita dei popoli e in vista di scelte da attuare in coerenza a tale riconoscimento, nel cancellare la pretesa degli stati di basarsi su un diritto per fare la guerra. Sosteneva con passione l’importanza di partire dall’inserimento di tale diritto negli statuti dei comuni e province nello sforzo di promuovere la ‘diplomazia delle città’.

L’orientamento su cui la sua riflessione e il suo impegno sono stati diretti è stato quello di progettare l’ONU come ONU dei popoli, e di pensare la diplomazia non come questione dei potenti o dei soli governi ma dei popoli e delle città.

Soffi dello Spirito che si rendono vicini in impegno, dedizione di vita e scelte di testimonianza.

Alessandro Cortesi op

VI domenica di Pasqua – anno A – 2017

At 8,5-8.14-17; Sal 65; 1Pt 3,15-18; Gv 14,15-21

“Filippo, sceso in una città della Samaria, cominciò a predicare loro il Cristo… Frattanto gli apostoli seppero che la Samaria aveva accolto la parola di Dio e vi inviarono Pietro e Giovanni… imponevano loro le mani e quelli ricevevano lo Spirito Santo”.

La Samaria era una regione vista con sospetto dai giudei di Gerusalemme. Abitanti erano popolazioni pagane che avevano mantenuto culti idolatrici (cfr. 2 Re 17,24-41): quando Gesù nel dialogo con la donna di Samaria richiama i ‘cinque mariti’ potrebbe sottintendere tale riferimento (Gv 4,18). I giudei guardavano i samaritani come stranieri, aggregazione disordinata di popoli estranei e nutrivano per loro sentimenti di disprezzo: “Sono irritato contro un popolo che non è neppure un popolo, lo stolto popolo che abita a Samaria” (Sir 50,25-26; cfr. Gv 4,9.20).

Proprio la Samaria, territorio di pagani ed eretici è l’ambito della predicazione di Filippo. E in questa regione la Parola è accolta. Così anche altri apostoli sono coinvolti: ‘imponevano loro le mani e ricevevano lo Spirito Santo’. La pagina degli Atti comunica il diffondersi lieve della Parola e il respiro della libertà dello Spirito, l’abbattimento di ogni barriera di tipo culturale e religioso. E’ scoperta nuova di cui Pietro si fa voce nella casa del pagano Cornelio: ‘Dio non fa preferenze di persone, ma chi lo teme e pratica la giustizia a qualunque popolo appartenga, è a lui accetto’ (At 10,34).

L’agire di Filippo è delineato in poche parole: ‘cominciò a predicare loro il Cristo’ (cfr. At 18,5). Al cuore dell’invio degli apostoli sta l’annuncio di Gesù. Tutto si concentra su di lui. La predicazione comunica che Gesù è il messia atteso, colui che libera la vita dalla paura, dal peccato, da ogni prigionia. Filippo annuncia e insieme vive concretamente lo stile di Gesù: si fa vicino e accompagna nel cammino, pone al centro la Parola di Dio e la legge in riferimento a lui (cfr. Lc 24,13-35). Esce fuori per impulso dello Spirito. Discende sulla strada deserta, sale poi sul carro del funzionario etiope, ascolta le sue domande e lo aiuta a comprendere quanto stava leggendo (cfr. At 8,26-40). In Samaria Filippo ‘recava la buona novella del regno di Dio e del nome di Gesù Cristo’. La bella notizia, il vangelo, è dono di un nome, presenza e vicinanza, e comunicandolo si scopre l’azione dello Spirito già presente e operante nei cuori.

La presenza dello Spirito va insieme all’esperienza della gioia. ‘E vi fu grande gioia in quella città’ (At 8,8). Quest’esperienza ‘gioiosa’ non è ingenuo ottimismo di chi non si rende conto dei problemi. Proprio nei momenti dolorosi di prova e fallimento i discepoli vivono l’esperienza della gioia e dello Spirito santo (At 13,52). Qui è possibile allora individuare un tratto fondamentale dell’invio apostolico: essere collaboratori di una gioia che proviene dal dono di Dio. Scriverà Paolo, descrivendo il profilo del credente e dell’apostolo: “Noi non intendiamo far da padroni sulla vostra fede; siamo invece i collaboratori della vostra gioia, perché nella fede voi siete già saldi” (1Cor 1,23). La gioia come serenità di fondo si accompagna alla predicazione del vangelo e al cammino della fede. Predicare Gesù non è esperienza di superiorità o di dominio ma via per porsi a servizio della gioia degli altri.

Il IV vangelo dà spazio alle parole di Gesù che promette lo Spirito: ‘non vi lascerò orfani’. E’ un dono di speranza per chi è chiamato a scoprirsi figlio. Lo Spirito è paraclito, ‘consolatore’, presenza nuova di Gesù nella sua assenza, presenza interiore e che guida la comunità all’incontro con Gesù. Sarà lui a ricordare quanto Gesù ha fatto e detto. Per questo lo Spirito sta in rapporto con la verità: nel IV vangelo verità è sinonimo di presenza personale che si dà ad incontrare: “Io sono la via, la verità e la vita…” dice Gesù. Lo Spirito ‘rimane in voi’: nel IV vangelo rimanere è verbo che suggerisce una comunicazione profonda e una condivisione che tocca il cuore dell’esistenza. Lo spirito che rimane sarà lui a guidare ad entrare in modi sempre nuovi nell’incontro con Gesù e a renderlo ragione di vita: “egli vi guiderà alla verità tutta intera” (Gv 14,16)

Alessandro Cortesi op

Gioia e leggerezza

“Se è Cristo a suonare il flauto per la danza, lo Spirito è come la melodia, il soffio carezzevole, la nota delicata e incantatrice… questa musica è fatta risunare in noi dallo Spirito, il Consolatore, colui che libera dal peso del passato e dischiude gli ampi spazi della libertà… Vieni a darmi il gusto di una vita più sciolta, più leggera, più aperta alla novità di Dio, una vita che, se mai debba conoscere la sofferenza, senta ancora più forte la dolcezza della speranza” (L.Pozzoli, Quel poco di fede che mi porto dentro, san Paolo 2012, 60-61).

Quale il segreto della gioia? Forse una certa levità, una leggerezza che permette di non pesare troppo, di non occupare troppi spazi, di non pretendere di dire tutto, di lasciare intervalli e interruzioni sospese tra parole e azioni. C’è una pesantezza indubbia e drammatica del male nella vita ma si prova pesantezza a volte anche quando il bene è compiuto in modi impropri. Quando non lascia spazio, quando è invadente, quando si presenta con mire di ostentazione. Leggerezza è un andare lieve che non toglie il respiro, non soffoca, non occupa tutto il posto, ma apre spazi, non si preoccupa di apparire, percorre sentieri non affollati e vocianti, confida nella discrezione dei toni e nella gentilezza dell’agire.

Don Luigi Pozzoli, prete milanese, colto, lettore di romanzi e amico di poeti, schivo e profondo cesellatore della parola in alcune sue note di diario scrive: “Amo tutto ciò che è lieve, discreto, segreto. Amo sempre più le esistenze lievi di tante persone che passano senza occupare spazio alcuno, raccolte nei loro pensieri segreti, nelle loro gelose speranze, nella loro naturale, inconsapevole gentilezza. Lievi sono i loro gesti, le loro parole, i loro sorrisi, i loro passi. Lievi anche le loro lacrime. Non è forse la levità la nota più preziosa dell’infanzia spirituale? E non è forse l’infanzia spirituale il fiorire dell’esistenza cristiana nella sua più suggestiva bellezza? Vorrei essere anch’io un’esistenza lieve portata da una grande speranza…” (L.Pozzoli, Quel poco di fede, cit., 162).

Il gusto per tutto quanto è lieve si scontra con le voci gridate che occupano la scena pubblica in una tensione ossessiva ad apparire, ad occupare il proscenio, in continua campagna elettorale, là dove illusioni vengono contrabbandate come promesse e non si odono inviti a pensare, a fermarsi e sostare per comprendere, per cercare orientamento. Ogni questione e problema è presentato come nodo da sciogliere con tagli perentori, nella velocità del tempo, senza riflessione, con gesto pesante e senza scrupolo, volgare, senza cura per volti e vite. La levità si oppone anche alla brutale violenza che dilaga e pervade in tanti modi il vivere quotidiano.

Ciò che è discreto e custodito in parole e gesti che si intervallano a silenzi per poter dare il tempo per comunicare, è forse il cuore di un’esperienza dove ci sia spazio per una gioia, lieve anch’essa, assaporata come soffio dello spirito che passa e conduce oltre, che fa respirare e invita a scorgere le lezioni della natura e delle parole aperte, alla vita, all’incontro e non la chiusura in teorie e codici freddi e opprimenti.

Una foto in questi giorni ha avuto grande diffusione sui social media: è stata scattata nella metropolitana di New York il 16 aprile scorso nel giorno della festa di Pasqua. Chi ha fissato questo momento sullo schermo del suo telefonino è un giovane, Jackie Summers, che ha lasciato il suo posto permettendo ad un coppia di ebrei osservanti di sedersi. Ed essi si sono un po’ scostati lasciando spazio ad una donna musulmana che stava dando il biberon al suo bambino che teneva in braccio. Nella scena presentatasi davanti ai suoi occhi il giovane passeggero ha colto una coincidenza: nel casuale incrociarsi avvenuto durante il veloce sfrecciare della metropolitana di un mattino di primavera ha letto un’espressione – per lui che si definisce taoista – di quell’energia nascosta e segreta che connette insieme e genera armonia tra ogni realtà e persone. E’ anche questo levità che genera gioia. La leggerezza dello Spirito che soffia dove vuole e suscita l’alzarsi lieve nel gesto semplice e gentile di chi sa lasciare posto all’altro generando incontri inediti e possibili.

Alessandro Cortesi op

V domenica di Pasqua – anno A – 2017

At 6,1-7; 1Pt 2,4-9; Gv 14,1-12

‘Signore non sappiamo dove vai e come possiamo conoscere la via?’ … ‘Io sono la via, la verità e la vita’. La via è spazio attraversato per camminare: è direzione verso una meta, è luogo di movimento, passaggio e incontro. Nel cammino si genera e cresce un incontro che procura vita. Gesù indica se stesso come via, percorso aperto di un cammino per un incontro. E la sua promessa apre orizzonti di comunione: ‘Io vado a prepararvi un posto; quando sarò andato e vi avrò preparato un posto, ritornerò e vi prenderò con me perché siate anche voi dove sono io’. Ai suoi Gesù indica una via e promette un luogo di comunione. Non la riduzione ad un unità indistinta, ma la presenza dei molti in relazione: ci sono molti posti. Provenienze diverse possono incontrarsi: i molti possono trovare casa dove trovare ospitalità. La sua via non esclude ma è orientata al prendere con sé, allo stare insieme di molti.

Il IV vangelo insiste sul fatto che Gesù nella sua vita ‘mostra il Padre’. Il Verbo, la Parola è ‘rivolto verso il Padre’ (Gv 1,1). Gesù è indicato come ‘la porta’, soglia per entrare ed uscire e trovare vita. L’incontro con lui non chiude cammini ma apre strade. Per coloro che l’hanno accostato tutta la sua vita è stata spazio di aperture a partire, a vivere il coraggio del mettersi in cammino. Gesù stesso dice il senso del suo venire “perché abbiano la vita e l’abbiano in abbondanza”. La via di Gesù apre ad orizzonti di libertà. Non è via di schiavitù e oppressione. E’ un dato importante della prima testimonianza cristiana che tutta la vita di Gesù sia stata essa stessa orientata al Padre, a stare in dialogo e a seguire i suoi sentieri, a mostrare il volto della cura e della vicinanza. Così l’esperienza umana di Gesù è luogo in cui si può scorgere il volto invisibile del Padre. Nessuno ha mai visto Dio ma le opere di Gesù, i suoi gesti, la cura il servizio sono racconto del volto del Padre.

Gesù mostra il volto del Padre. Il IV vangelo esprime questo nel dire che Gesù ha manifestato la gloria del Padre, lo ha ‘glorificato’ nella sua vita. Nel suo cammino fino alla croce. E’ questo l’esito della sua fedeltà nel dono e nella consegna. Per giungere al Padre la via è quella del dono e del servire.

La prima lettera di Pietro offre uno sguardo al cammino della chiesa. La comunità di stranieri e pellegrini che camminano fissando lo sguardo su Gesù formano una costruzione composita di tanti elementi, pietre viventi. Unico fondamento è Cristo, non altri. Pietro chiama a stringersi a Gesù solo, ponendo lui al centro e tornando a lui.

E’ pietra scartata dagli uomini, ma allo sguardo di Dio è base su cui tutto cresce, è la prima pietra per una costruzione nello Spirito: ‘Stringendovi a Cristo, pietra viva, rigettata dagli uomini, ma scelta e preziosa davanti a Dio, anche voi venite impiegati come pietre vive per la costruzione di un edificio spirituale”. Si ricordano così le parole del salmo ‘La pietra rifiutata dai costruttori è diventata la pietra principale. Questo è opera del Signore ed è una meraviglia ai nostri occhi!’ (Sal 118,22-23). Tutto l’edificio, una vita comune di molti diversi, dovrà crescere sulla base di questa pietra d’angolo (cfr. Mt 21,42-43).

C’è uno scandalo al cuore dell’esperienza del seguire Gesù: è il paradosso della ‘gloria’ che si rende presente nella croce e nello svuotamento. Ogni tentativo di evitare questo paradosso è tradimento da parte della chiesa che vive del suo unico Signore. E’ perdere di vista il fondamento di questo edificio che vive del medesimo respiro, lo Spirito di Gesù. Lo Spirito ha spinto Gesù nel deserto e lo ha guidato nel fare della sua vita un servire per gli altri. Il popolo che vive nello Spirito è chiamato a percorrere i passi del suo unico Signore: è lui la via.

Nella comunità ci sono diversi doni e servizi. Di fronte a situazioni nuove che pongono nuovi interrogativi ed esigenze si pone la questione di ripensare i servizi nella comunità. Ogni servizio viene da un dono e non è privilegio o motivo di superiorità. Chiede di essere vissuto nella forza dello Spirito, sorgente di ogni dono. Lo Spirito porta a scoprire l’altro non come nemico da escludere ma come volto da accogliere nella sua sofferenza e ascoltare, da servire come Gesù che si è chinato a lavare i piedi ai suoi e in questo gesto ha raccontato il mistero del volto di Dio.

Alessandro Cortesi op

(Bill Viola, The path / Il sentiero, 2002)

(Il video di Bill Viola presenta nel giorno del solstizio d’estate, di primo mattino, una folla di persone diverse, di età, condizione sociale e colore della pelle che cammina attraverso una pineta, formando un flusso continuo, senza interruzione, con ritmi diversi dei passi. E’ espressione del cammino che si compie sul ‘sentiero della vita’ – Mostra Palazzo Strozzi Firenze maggio 2017)

Piedi e cammino

Spesso, frequentando l’ambiente dello scoutismo, si sente ripetere un’espressione enigmatica ed evocativa: “lo scoutismo s’impara dai piedi”. C’è un’immagine che può esprimere visivamente quest’affermazione. E’ la foto scattata da Vladimir Cicmanec durante una manifestazione a Brno nel mese di aprile 2017. Una giovane scolta, 16 anni, di nome Lucie Mysilkova, regge uno striscione e affronta discutendo un naziskin con la testa rasata che con gesti agitati e i muscoli tesi le sta urlando qualcosa. Stavano discutendo di rifugiati e migranti.

La ragazza esprime nel suo volto sereno la forza di affrontare la rabbia contrapponendo le ragioni dell’accoglienza. La sua leggerezza pervade la scena, mentre attorno galleggiano nell’aria alcune bolle di sapone che riflettono i colori dell’arcobaleno. A fronte della violenza e dell’urlare del populismo becero di chi propone l’odio e l’esclusione c’è lo stare ritto, inerme, di questa scolta. Espressione di una forza mite che si contrappone alla violenza. Veramente dalla concretezza di gesti, di impegno, di coinvolgimento sale dai piedi un percorso educativo. E’ vero della grande avventura educativa che è lo scoutismo ma anche di tutti i percorsi autentici di comunicazione e di crescita.

Ogni maturazione profonda di vita non parte dall’alto, dai discorsi, dalle istruzioni, ma sorge dalla pratica vissuta, dalla condivisione, dal contatto diretto, dal tempo speso insieme, dalla terra… insomma da dove stanno i piedi. Dall’esperienza. Da lì sale qualcosa di indefinito e inesprimibile fino a raggiungere tutta la persona, fino a poter essere detto e comunicato. Non allora… dalla testa ai piedi ma il contrario.

Tante sono le cose che si apprendono nella vita ‘a partire dai piedi’ e forse è possibile anche declinare aspetti diversi di questa profonda indicazione pedagogica. Ciò che sale dai piedi è possibile per tutti perché per chiunque il contatto con la terra, con tutto ciò che sta in basso è possibile. A partire dai piccoli che non arrivano in alto, ma in basso sì. Quanto sta in basso è accessibile, senza esclusioni, anche per chi si sente ‘a terra’.

Il riferimento ai piedi parla anche di una concretezza che si attua nel camminare e nel tenere i piedi per terra. L’esperienza operativa, con le mani e con i piedi, il tirocinio delle cose, del concreto, costituisce luogo di crescita proprio perché implica un misurarsi con la realtà, un prendere le misure non solo in senso teorico, ma direttamente: attua un contatto con la vita e dà forma. E’ verifica della verità di quanto si dice. Tutto ciò che sale dai piedi dice concretezza e riferimento alla terra dove i piedi si poggiano. Non fuga ideale, copertura fumosa e ipocrita di parole vuote, ma luogo di formulazione di parole che respirano di esperienza vissuta. Ed è anche processo che si apre ad un divenire che non è chiuso, ma che si fa cammino. Forse per questo anche Gesù amava camminare sulla strada e ha indicato la via come luogo dell’incontro.

Camminare in tal senso, fare strada, e farlo insieme, è scuola di vita, esperienza di spiritualità più di tante elucubrazioni spesso compiute in luoghi asfittici e chiusi. E chi viaggia a piedi impara a guardare le cose in modo nuovo, diverso, con tempi lunghi, osservando. Camminare è arte da apprendere passo dopo passo, scoprendo il ritmo del respiro, imparando a dosare le forze, scoprendo il segreto del progredire in modo graduale, senza salti e senza la pretesa del ‘tutto e subito’. Senza illusioni su di sé, anzi nel lasciare che fragilità e debolezze si smascherino. Senza corse vissute ‘a perdifiato’ che conducono a spendere ogni energia e a trovarsi spossati senza più forza per perseverare nei tempi distesi del cammino. Perché camminare esige lentezza e pazienza.

Camminare chiede sguardo lungo e fiducia di compagnia. Non si arriva mai da soli. C’è una saggezza nascosta nel passo del camminatore che vale tante lezioni di maturazione nella scoperta di sé, nell’apprendere il bisogno degli altri, nell’aprirsi al senso di essere partecipi di una natura più grande di cui si è parte e che custodisce il rumore sordo dei passi. E quanti rumori diversi su suoli i più vari, un tappeto di foglie nella faggeta, una traccia sulla neve, un stretto sentiero di ghiaia tra le rocce, i sassi di una mulattiera, la sabbia levigata dalle onde sulla spiaggia o l’asfalto bagnato di città.

Uno spunto di riflessione proviene da Olivier Bleys, scrittore francese che ha vinto il Prix Goncourt des Lycéens del 2015 per un suo libro dal titolo Discours d’un arbre sur la fragilité des hommes. Bleys è camminatore che ha deciso di dedicare un mese all’anno al camminare, senza fretta e senza ansie di record, in un tempo limitato. Rilevante è la sua sottolineatura che il camminare è una forma di resistenza come pure la sua scelta del viaggio come risposta alla precarietà che caratterizza la condizione odierna:

“Camminare è una forma di resistenza. Non solo fisica ma anche nei confronti del mondo. E’ un elogio alla perseveranza, alla lentezza, allo sforzo, che in una società ossessionata dai risultati, è decisamente controcorrente. Farlo in questo modo, un mese all’anno, è l’equivalente contemporaneo della cattedrale medievale: un progetto a lunghissimo termine, da tramandare eventualmente di padre in figlio. E’ la generosità di creare qualcosa che vada oltre la nostra esistenza… Nel suo essere ancestrale la marcia è un’attività super contemporanea, perché risponde ai bisogni di chi soffre per la folle velocità che ci impone il quotidiano… Quando cammino non penso a nulla, non lavoro, non costruisco storie. Non vado ‘oltre’. Al contrario, mi sento, totalmente parte del presente e del mondo che mi circonda, con il corpo e con la mente” (L.Traldi, On the road, La repubblicaD, 27 marzo 2017).

A proposito di piedi… Erri De Luca ha elencato una serie di ragioni per cui farne l’elogio: alcune fanno sorridere, altre danno a pensare:

“Perché reggono l’intero peso.
Perché sanno tenersi su appoggi e appigli minimi.
Perché sanno correre sugli scogli e neanche i cavalli lo sanno fare.
Perché portano via.
Perché sono la parte più prigioniera di un corpo incarcerato. E chi esce dopo molti anni deve imparare di nuovo a camminare in linea retta.
Perché sanno saltare, e non è colpa loro se più in alto nello scheletro non ci sono le ali.
Perché scalzi sono belli.

Perché sanno piantarsi nel mezzo delle strade come muli e fare una siepe davanti al cancello di una fabbrica.
Perché sanno giocare con la palla e sanno nuotare.
Perché per qualche popolo pratico erano unità di misura.
Perché quelli di donna facevano friggere i versi di Pushkin.
Perché gli antichi li amavano e per prima cura di ospitalità li lavavano al viandante.
Perché sanno pregare dondolandosi davanti a un muro o ripiegati indietro da un inginocchiatoio.
Perché mai capirò come fanno a correre contando su un appoggio solo.
Perché sono allegri e sanno ballare il meraviglioso tango, il croccante tip-tap, la ruffiana tarantella.
Perché non sanno accusare e non impugnano armi.
Perché sono stati crocefissi.
Perché anche quando si vorrebbe assestarli nel sedere di qualcuno, viene lo scrupolo che il bersaglio non meriti l’appoggio.
Perché, come le capre, amano il sale.
Perché non hanno fretta di nascere, però poi quando arriva il punto di morire scalciano in nome del corpo contro la morte” (Erri De Luca, Elogio dei piedi qui in una versione letta da Gian Maria Testa)

I piedi sorreggono e danno equilibrio al camminare. Nel loro toccare la terra sono memoria dell’importanza del cammino: quello sulle strade, sui sentieri di montagna o nei viottoli. Ma sono anche ricordo di cammini interiori da far rimanere vivi, da far progredire sempre oltre: quelli dell’interrogarsi, del rimanere fedeli alla terra, del non lasciarsi incatenare da un modo di vivere di fretta e di fuga dalla realtà.

Gesù lavò i piedi ai suoi amici quei piedi che avevano camminato su vie polverose. I suoi piedi, quei piedi da cui aveva imparato la concretezza della strada, glieli strinsero le donne al mattino di Pasqua: “Gesù venne loro incontro e disse: ‘Salute a voi’. Ed esse si avvicinarono, gli abbracciarono i piedi…”

Alessandro Cortesi op

III domenica di Pasqua – anno A – 2017

(He Qi – Emmaus)

At 2,14.22-33; 1Pt 1,17-21; Lc 24,13-35

“Questo Gesù Dio l’ha risuscitato e noi tutti ne siamo testimoni. Innalzato pertanto alla destra di Dio e dopo aver ricevuto dal Padre lo Spirito Santo lo ha effuso come voi stessi potete vedere e udire”

Nel discorso di Pietro a pentecoste, si specchiano alcuni tratti della prima predicazione cristiana. Pietro parla di Gesù come uomo che nel suo agire diceva la presenza di Dio. I suoi segni sono indicazione e traccia.

E poi parla della sua risurrezione come evento che compie un grande disegno di salvezza. I salmi ne avevano parlato, e ricorda le parole di fede del salmo 16. Davide – dice Pietro – morì e fu sepolto e la sua tomba è ancora oggi tra noi’. Dio, il Padre, invece ha costituito Signore Cristo il Gesù crocifisso. Pietro legge così l’annuncio della risurrezione di Gesù nei salmi di Davide dove si legge: ‘questi non fu abbandonato negli inferi, né la sua carne vide corruzione’ (cfr. Sal 16,10).

La vita di Gesù è così presentata innalzamento. Dio Padre che ha costituito Gesù ‘signore’ dando a lui le prerogative della vita divina. Come il re quando veniva accolto sul trono: ‘Disse il Signore al mio Signore, siedi alla mia destra, finché io ponga i miei nemici come sgabello ai tuoi piedi’. E’ quindi Gesù il ‘signore’ di cui parla il salmo 110 e il ‘messia’ che parla nel salmo 16.

Le parole finali del salmo sono così riferite a Gesù: ‘tu non abbandonerai l’anima mia negli inferi né permetterai che il tuo santo veda la corruzione. Mi hai fatto conoscere le vie della vita mi colmerai di gioia con la tua presenza’. Gesù è stato innalzato in questi ultimi tempi (con riferimento a Gioele 3,1-5) e ha avuto un nome che è il nome stesso di Dio: ‘Signore’. Chiunque invocherà quel ‘nome’ sarà salvato.

Il racconto dell’incontro di Emmaus è una bellissima pagina di Luca, una catechesi che risponde alla domanda: come incontrare Gesù risorto? La strada da Gerusalemme a Emmaus è simbolo del cammino dei discepoli e della comunità in cui l’incontro con Cristo si rinnova. Luca indica così ‘luoghi’ in cui egli si fa vicino a noi.

I due di Emmaus sono fissati mentre si stanno allontanando da Gerusalemme. I loro sentimenti sono di desolazione e delusione. Nel cuore hanno solo fallimento e desiderio di prendere le distanze. Ma nel parlare e discorrere tra loro uno sconosciuto si affianca. Luca suggerisce che uno dei primi luoghi d’incontro col Risorto è proprio il dialogo, anche quello fatto di domande e di sconforto, e l’incontro con lo straniero, l’altro.

I due discepoli sono provocati dagli interrogativi dello straniero e ritornano ai giorni di Gerusalemme. Sono accompagnati a ricomporre passo dopo passo tutti i tasselli di un mosaico di eventi di cui sono stati protagonisti.

Luca descrive con parole lievi lo stile del farsi accanto di Gesù, la sua pazienza nel domandare, la sua cura nel suscitare un percorso personale e condiviso. I due erano tristi, ma colloquiavano e si confrontavano insieme sui fatti accaduti: Gesù pone domande, accompagna ad andare al fondo del loro dolore, non offre risposte facili. Non li rimprovera.

Come pellegrino che cammina insieme, si fa aiuto, dal basso, nella condivisione, per ricomporre il quadro della loro esperienza. I due hanno tutti gli elementi, ma non sono in grado di leggere i segni. I loro occhi erano incapaci di riconoscere Gesù che camminava con loro, così il loro sguardo era incapace di leggere dentro agli eventi vissuti. ‘tu solo dei così forestiero in Gerusalemme da non sapere ciò che vi è accaduto in questi giorni?’

Lo sconosciuto porta i due a scoprirsi essi stessi forestieri e li conduce anche ad una ricerca più profonda. Al centro della narrazione sta la testimonianza delle donne: ‘ma alcune donne, delle nostre, ci hanno sconvolti; recatesi al mattino al sepolcro e non avendo trovato il suo corpo, sono venute a dirci di avere avuto una visione di angeli, i quali affermano che egli è vivo’. I due si rendono così testimoni della risurrezione. egli è il vivente e ha vinto la morte. Ma è un riferire freddo senza partecipazione del cuore e della vita.

Gesù li accompagna allora a rileggere le Scritture. Indica un luogo d’incontro con la sua presenza come vivente. Poi cede al loro invito mentre si fa buio: ‘resta con noi perché si fa sera’. Si ferma e nella locanda, a tavola, spezza il pane per mangiare con loro. Allora ai due si aprono gli occhi: quel gesto, un gesto di tutti i giorni, vissuto insieme rinvia al gesto dell’ultima sera con Gesù. E’ il gesto simbolo della sua vita. I due di Emmaus si aprono ad un vedere nuovo, il vedere della fede.

Non vi sono stati miracoli: hanno appreso scorgere i segni. In quel gesto c’è anche il riferimento alla possibilità di incontrare il risorto in ogni gesto dello spezzare il ‘pane della propria esistenza’. Lì si rende presente e si fa ‘vedere’ Gesù risorto. I due poi si recano dagli altri e lì scoprono che Gesù è possibile incontrarlo proprio lì, da dove si erano allontanati delusi. ‘davvero il Signore è risorto e si è fatto vedere’ non è più parola vuota ma esperienza possibile.

Alessandro Cortesi op

La profezia di un maestro

Ci sono maestri che sono tali non per l’accumulo di titoli o di riconoscimenti, e nemmeno perché hanno occupato posti di ruolo, ma perché le loro parole seminate sono state accompagnamento di esistenza, i loro gesti recano lo spessore delle scelte faticose e maturate. E la loro vita è eredità che si consegna accendendo fuochi e aprendo strade nei cuori di chi li ha incontrati.

In questi giorni il coro de I crodaioli di Bepi De Marzi insieme al coro Monte Pizzo a Lizzano Belvedere nella manifestazione Lizzano è In…Canto (22 aprile 2017) hanno ricordato la figura di un maestro, il ‘capitano con gli occhi da bambino’, il capitano Toni, Antonio Giuriolo.

Originario della provincia di Vicenza, nato ad Arzignano nel 1912, il capitano Toni è stato ucciso in un scontro tra le truppe tedesche e la sua formazione partigiana il 12 dicembre 1944 sulle pendici dell’Appennino emiliano nel versante bolognese del Corno alle Scale, dopo che nei mesi del 1944 aveva contribuito alla liberazione di vari paesi della montagna.

Nato ad Arzignano aveva condotto i suoi studi a Vicenza al liceo Pigafetta e si era poi laureato in lettere a Padova nel 1935, in anni in cui il peso della propaganda fascista e la violenza del regime si faceva pesantemente sentire anche nella sua famiglia. Rifiutò la tessera del regime fascista e condusse attività di insegnante in modo precario. Fu a contatto con Norberto Bobbio, poi con Aldo Capitini leggendo i suoi testi e condividendo gli orientamenti di nonviolenza e pace.

Maturò la scelta di salire in montagna dopo l’8 settembre 1943, quando si pose la necessità di una scelta tra l’indifferenza, il silenzio di adesione al fascismo e l’accettazione di essere arruolati nella Repubblica di Salò, e la scelta alternativa di battersi per porre fine al fascismo, condividendo la lotta partigiana. Morì sull’Appennino, mentre guidava operazioni di resistenza contro l’esercito tedesco, colpito sul Belvedere sotto il Corno alle Scale. Il suo ricordo unisce la pianura veneta e le valli dell’Appennino e il suo nome rimane inciso nel cippo al Belvedere, nelle scuole a lui intitolate ad Arzignano, Vicenza e a Porretta, così come nel rifugio nelle Piccole Dolomiti a Campogrosso.

Norberto Bobbio lo ricordò a Vicenza alla Biblioteca Bertoliana, luogo dei suoi studi, il 26 settembre 1948: “Toni Giuriolo fu un nobilissimo esempio di educatore senza cattedra; e siete voi stessi, giovani amici di lui, che lo avete così definito e consegnato alla storia della vostra vita spirituale come il maestro che vi ha educati non nell’aula, ma per le strade della vostra Vicenza, per i sentieri delle vostre campagne, camminando, discorrendo, discutendo, e vi ha insegnato più di tutti i maestri della scuola, anche di quella universitaria (…)

E così continuava: “Se ora dovessi racchiudere in una formula il significato della sua vita, direi che egli rappresentò l’incarnazione più perfetta che mai io abbia vista realizzata in un giovane della nostra generazione dell’unione di cultura e di vita morale” (N. Bobbio, L’uomo e il partigiano, in Per Antonio Giuriolo. Scritti di Antonio Barolini, Norberto Bobbio, Enzo Enriques Agnoletti, Luigi Meneghello, Vicenza 1966).

Un ritratto della sua vita con la profondità della memoria sofferta e personale è quello uscito dalla penna di Luigi Meneghello, nel racconto dell’esperienza del gruppo dei giovani che prima negli anni universitari e poi al tempo della guerra si unì a lui salendo sulle montagne per vivere in quella scelta il rifiuto della dittatura fascista e per aprire strade nuove di libertà. Il libro che è puntuale ricostruzione storica, scritto e riscritto, e sofferta testimonianza s’intitola I piccoli maestri (1 edizione 1964). Un libro che cerca di “esprimere un modo di vedere la Resistenza che differisce radicalmente da quello divulgato (e non penso solo ai discorsi e alle celebrazioni) – e cioè in chiave anti-eroica” (L.Meneghello, I piccoli maestri, nota alla II^ edizione, 1976).

Meneghello ne suggerisce la forza interiore che si comunicava nell’incontro: “non era solo un uomo più autorevole, dieci anni più vecchio di noi; era un anello della catena apostolica, quasi un uomo santo” (da I piccoli maestri). Un ‘eroe senza gesti’ – come lo definì Bobbio – un ‘uomo santo’, anche un ‘oppositore totale’ capace di andare contro la corrente nell’atmosfera di un orientamento comune e pervasivo nella società vicentina del tempo del ventennio fascista da cui era difficile staccarsi, capace di autonomia di riflessione e di coerenza nelle scelte di vita. (Cfr. E.Pellegrini, Un oppositore totale. Immagini di Antonio Giuriolo nell’opera di Luigi Meneghello)

“’L’Italia vera, dicevo a Lelio nelle secche del nostro esilio militare è rinchiusa nell’animo degli oppositori totali, come Giuriolo. E’ uno di Vicenza, avrà trent’anni; è un professore, ma non fa scuola perché non ha voluto prendere la tessera’. ‘Credevo che non ce ne fossero più’, diceva Lelio. ‘C’è lui’, dicevo io. ‘E si può dire che noi siamo suoi discepoli’. ‘Cosa vuoi discepolare?’, diceva Lelio; ma io gli spiegavo che chi frequentava Toni Giuriolo diventava fatalmente suo discepolo, e in fondo anche chi frequentava i suoi discepoli. ‘Ormai sei un discepolo anche tu’, gli dicevo. ‘Quanti ce n’è di questi discepoli?’. ‘Saremo una dozzina’. ‘Come quelli di Cristo’. ‘Quelli erano gli apostoli’” (da I piccoli maestri).

In Fiori italiani, libro che racconta il tipo di educazione impartita al tempo del fascismo, Luigi Meneghello ricorda il momento della nascita di quel libro: “Ho pensato per la prima volta in confuso a questo libro nell’estate del 1944 sdraiato per terra all’imboccatura di una grotta in Valsugana, guardando le coste del Grappa lì di fronte. (…) Che cos’è un’educazione? Avevo il senso di sapere soltanto il negativo della risposta, che cos’è una diseducazione”. Ricorda l’impatto decisivo con Antonio Giuriolo come presenza che invitava a pensare :“Per la prima volta gli pareva di pensare, e si sentiva pensare. Se in principio gli avrebbe fatto spavento e ribrezzo l’idea di poter diventare “antifascista”, ora quel sentimento s’invertiva, e alla fine sarebbe inorridito di essere ancora fascista. Fu un processo esaltante e lacerante insieme: un po’ come venire in vita, e nello stesso tempo morire”.

Il capitano Toni aveva la statura propria del maestro: “l’influenza di Antonio, pur avendo per oggetto la mente dei suoi discepoli, investiva tutta la loro personalità e la cambiava…” (da Fiori italiani).

E suggerisce la concretezza quale caratteristica dell’ insegnamento del maestro antifascista, che gli aveva aperto mente e cuore e che si potrebbe anche indicare come capacità di unire finezza intellettuale con attenzione ad un impegno di responsabilità etica: “Spiccavano certi tratti di metodo. Anzitutto la concretezza. Antonio si rivolgeva sempre a una persona precisa: questo libro, questo passo, questo concetto. Additava, citava (non a memoria come un retore, ma aprendo e cercando); brani segnati a matita, sottolineati. (…) Antonio non pareva certo un raffinato del gusto, pure nelle sue interpretazioni c’era una sorprendente finezza, che armonizzava col suo modo di sentire energico e virile. Il punto d’arrivo non era estetico, ma morale”.

Il suo essere maestro non nella scuola ma sulla strada, nella quotidianità, suscitava in chi gli stava accanto la percezione di qualcosa di profondo e inedito che accadeva nell’incontro. Ancora Luigi Meneghello dà voce ai sentimenti dei giovani che furono a contatto con il capitano Toni: “L’incontro con lui ci è sempre parso la cosa più importante che ci sia capitata nella vita: fu la svolta decisiva della nostra storia personale, e inoltre (con un drammatico effetto di rovesciamento) la conclusione della nostra educazione… L’impronta che ha lasciato in noi è dello stesso stampo di quella che lasciano le esperienze che condizionano per sempre il nostro modo di pensare, di vivere e, se scriviamo, di scrivere” (da Fiori italiani).

Da dove proveniva questa forza? Bobbio nella commemorazione del 1948 riporta un brano da una sua lettera: “Non basta occuparsi del proprio perfezionamento individuale; bisogna dare anche il proprio contributo, per quanto modesto esso sia, all’umanità…: l’uomo di cultura non può starsene appartato, deve assumersi degli impegni nella società degli uomini, deve sentire la grande responsabilità che grava sulle sue spalle: difendere e custodire quello senza cui né cultura né moralità possono vivere: la libertà” (N. Bobbio, L’uomo e il partigiano, 24).

Il capitano Toni è stato maestro, capace di passare una corrente di vita, di testimonianza ad altri piccoli maestri.

Il canto dei cori alpini nella valle di Lizzano in questi giorni che ricordano la liberazione è soffio che ci riporta questa eredità di piccoli grandi maestri, e ci chiede di farla nostra. Anche oggi nella responsabilità e nel coinvolgimento del cammino è possibile aprire nuovi percorsi di libertà.

Alessandro Cortesi op

Per approfondire:

Antonio Trentin, Toni Giuriolo. Un maestro di libertà, Sommacampagna, Cierre-Istrevi, 2012.

Antonio Giuriolo, Pensare la libertà. I quaderni di Antonio Giuriolo, a cura di Renato Camurri, Venezia, Marsilio 2016.

Piero Casentini «Il maestro di S., mio, e dei nostri compagni». Note da un taccuino di Antonio Giuriolo, in http://storiamestre.it/2016/11/il-maestro-di-s/

II domenica di Pasqua – anno A – 2017

At 2,42-47; 1Pt 1,3-9; Gv 20,19-31

La prima lettera di Pietro parla della Pasqua nel rapporto con la vita dei credenti e suggerisce aspetti fondamentali della fede cristiana. Al centro sta lo sguardo all’opera di Dio. “Sia benedetto Dio e Padre del Signore nostro Gesù Cristo: nella sua grande misericordia egli ci ha rigenerati, mediante la risurrezione di Gesù Cristo dai morti, per una speranza viva, per una eredità che non si corrompe, non si macchia e non marcisce”.

Il Padre ha pronunciato l’ultima parola sulla vita di Gesù, ha risollevato la vita del crocifisso e gli ha dato un ‘nome al di sopra di ogni altro nome’. Nella risurrezione ha costituito Gesù come signore. Ha così pronunciato il suo sì definitivo alla vita e alla morte di Gesù vissute nello ‘spendersi fino alla fine’, nell’amare fino al segno supremo.

Al centro della fede sta questo dono per tutti. Nel ‘rialzare’ Gesù dalla morte il Padre ha offerto un dono di rigenerazione per l’umanità. Nella risurrezione di Cristo è donata una vita nuova, opera del Padre. Da qui si apre la speranza dei credenti: è speranza viva, eredità che non si consuma. E’ eredità di incontro che diventa modo nuovo di intendere la vita, i rapporti, ogni cosa sin d’ora.

Da qui l’invito a scorgere questa condizione nuova: una vita rigenerata, nella custodia da parte di Dio che vince le forze di male. La vita e la morte stessa acquistano un senso nuovo dalla parola/azione definitiva della risurrezione. Questa eredità è conservata nei cieli, per chi ‘dalla potenza di Dio è custodito mediante la fede’.

Fede è così fissare lo sguardo su quanto il Padre ha compiuto, è ritrovare la propria eredità più preziosa in questo incontro. E’ anche inizio di una speranza per vivere seguendo Gesù nel cammino da lui percorso. I cristiani vivono – o dovrebbero vivere! – per questo nella provvisorietà, nella dispersione, come stranieri, in condizione di cammino. Non sono ancora giunti a casa, ma sanno che Dio li custodisce: ‘dalla potenza di Dio siete custoditi mediante la fede’.

Nella pagina degli Atti degli apostoli l’evento della risurrezione è letto come spartiacque del tempo. Luca nel vangelo aveva narrato il cammino di Gesù fino a Gerusalemme. Ora la bella notizia della risurrezione è annunciata sino agli estremi confini della terra. In brevi sommari sono delineati tratti essenziali della testimonianza delle prime comunità: sono memoria ma anche richiamo ad un ideale da coltivare sempre.

Il primo tratto è la fedeltà all’insegnamento degli apostoli: al centro sta la memoria della vita di Gesù consegnata agli apostoli, il ricordo delle sue parole e gesti. E’ memoria che suscita scelte e impegno nuovi.

Il secondo tratto è la frazione del pane: la vita della comunità trae forza dal ripetere il gesto di Gesù nella cena e attuarlo nella vita. Spezzare il pane è riandare alla sua vita come dono per tutti per vivere scelte di condivisione e accoglienza.

Il terzo tratto è la preghiera: i discepoli di Gesù continuano a vivere la preghiera di Israele. Salgono al tempio, continuano l’invocazione dei salmi e la memoria dell’alleanza di Dio.

Il quarto tratto è la comunione: è innanzitutto dono che sgorga dalla vita di Dio. E’ poi chiamata a condividere i beni, a distribuire a ciascuno secondo il bisogno. Seguire Gesù è movimento che conduce a spostare la domanda: non ‘chi sono io?’ ma ‘per chi sono io?’. Rende responsabili degli altri e chiede scelte concrete.

Alessandro Cortesi op

Spezzare il pane

Sono quasi 9000 i migranti salvati nei giorni della Pasqua di quest’anno. Nel Mediterraneo hanno collaborato la Guardia costiera con dieci unità navali, altrettante quelle delle ONG , due di Frontex, una dell’operazione Sofia. E non sono state sufficienti: vi è stata la richiesta dell’aiuto di più di dieci navi mercantili presenti nelle aree dei salvataggi.

Carlotta Sami, portavoce dell’l’Alto commissariato per i rifugiati delle Nazioni Unite (UNHCR) di fronte a questa situazione ripete: “È essenziale che l’Europa si attivi per aprire corridoi umanitari, rafforzando il dialogo tra le nazioni per avviare una concreta strategia dell’inclusione, o quest’estate i problemi saranno moltiplicati’’ (Giuseppe Lo Bianco, Italia-Libia, così non va. Non è illegale cercare asilo. Intervista a Carlotta Sami, “il Fatto Quotidiano” 19 aprile 2017). La portavoce UNHCR ricorda le statistiche che indicano come vi sia un aumento di arrivi di eritrei, sudanesi, maliani. Sono provenienze da Paesi dilaniati da guerre, o pesantemente segnati dalle carestie, come la Somalia e il Sud Sudan. Carlotta Sami ricorda inoltre che Paesi tra i più poveri del mondo accolgono al loro interno milioni di rifugiati, molti più di quanti siano accolti in Europa: tra di essi l’Etiopia, il Sudan, il Niger. In Libia è in atto una crisi umanitaria devastante. Vi sono centri di detenzione di massa che trattengono centinaia di migliaia di persone. Violenze, torture, abusi sono pratiche ordinarie e non contrastate. La maggior parte delle donne subisce violenze e stupri ripetuti.

In tale quadro il recente accordo Italia-Libia dimostra la sua inadeguatezza e la presenza di elementi inquietanti che contrastano con l’attenzione ai diritti fondamentali. Giancarlo Perego, della Fondazione Migrantes della Caritas – da pochi giorni nominato vescovo di Ferrara – ha posto in luce come tale accordo indebolisca la tutela del diritto d’asilo: «Si è siglato un accordo con un Paese, la Libia, che è al di fuori del contesto europeo come in qualche modo poteva essere la Turchia; che non dà garanzie; che potrebbe semplicemente spostare gli sbarchi da Tripoli a Bengasi, territorio che non è sotto il controllo di Al Sarraj … indebolisce la tutela del diritto d’asilo e scarica ancora una volta la responsabilità nei confronti di persone che sono in fuga da guerre, violenze, fame, povertà e terrorismo» (Daniela Fassini, Caritas: non accettiamo questa politica dello scaricabarile, “Avvenire” 4 febbraio 2017)

Il giornalista e regista Gabriele Del Grande – che sta vivendo momenti drammatici nei giorni scorsi arrestato senza alcuna ragione al confine della Turchia e lì trattenuto – con la consapevolezza di chi da anni ha seguito le vicende dei viaggi dei migranti nel Mediterraneo contando i morti su queste rotte ha postato agli inizi di febbraio una lettera aperta al presidente del consiglio chiedendo per una volta ascolto di voci diverse da quelle della paura o dei sondaggi: “mi permetto di darle un consiglio non richiesto. La rotta va chiusa, concordo. Basta morti, basta miliardi alle mafie libiche e basta miliardi all’assistenzialismo. Tuttavia state andando nella direzione sbagliata…. Riscrivete le regole dei visti Schengen. Allentate le maglie. Fatelo gradualmente. Partite con un pacchetto di cinquanta-centomila visti UE all’anno per l’Africa. (…) Chi oggi investe tre-quattromila euro per il viaggio Lagos-Tripoli-Lampedusa, investirebbe gli stessi soldi per comprare un biglietto aereo, affittarsi una camera e cercare un lavoro. E se non lo trovasse, tornerebbe in patria sapendo che potrebbe ritentare l’anno successivo. (…) Tra la repressione in frontiera e l’assistenzialismo in casa, c’è un terzo modello. È il modello della cittadinanza globale. L’idea che modernità è anche poter scegliere dove inseguire la propria felicità. Ovunque essa sia. Fosse anche una chimera. Sapendo che potrai sempre tornare a casa. Perché c’è una porta girevole. (…) Il flusso non si può fermare. Si può soltanto governare, dirigendolo verso gli uffici consolari e da lì verso gli aeroporti internazionali”.

Tra le voci che ricordano le contraddizioni di scelte politiche che generano illegalità vi è quella di Camillo Ripamonti, , presidente del Centro Astalli di Roma (l’Huffington Post” 5 gennaio 2017 ) “A oggi l’unico modo per giungere nel nostro Paese è farlo senza documenti, senza permesso. A rendere illegali i migranti siamo noi e le leggi sull’immigrazione in vigore: vecchie e non più in grado di regolamentare un fenomeno profondamente diverso dai tempi della Legge Turco-Napolitano e dalla legge Bossi-Fini che da 20 anni sono le uniche norme in vigore”.

Accanto a queste voci le buone pratiche diffuse e non considerate. Una ringhiera con i colori di tante bandiere è il benvenuto con cui si presenta Sant’Alessio d’Aspromonte, comune che conta circa 400 abitanti nella vallata del Gallico (Marzio Cencioni, Sant’Alessio, il paese che rinasce grazie ai migranti, “L’Unità” 19 aprile 2017).

Il giovane sindaco Stefano Ioli Calabrò è animatore di un progetto insieme a Luigi De Filippis, un medico che si è dedicato all’attenzione ai migranti con attenzione precipua ai più vulnerabili. Quest’ultimo presenta le linee di un progetto che potrebbe costituire un orizzonte di impegno a più ampio raggio nelle politiche dell’immigrazione: “Parliamo di soggetti che vivono, nel dramma del loro viaggio verso una vita migliore, particolari condizioni personali, donne, soprattutto singole, in stato di gravidanza, genitori singoli con figli minori, persone sottoposte a torture, stupri o altre forme gravi di violenza psicologica, fisica o sessuale. Ma anche soggetti che necessitano di assistenza sanitaria e domiciliare specialistica più o meno prolungata e coloro che presentano una disabilità anche temporanea, e, infine, le famiglie con minori. Il nostro è un progetto che prevede un processo programmato di inserimento nel tessuto sociale. Punto centrale di questa integrazione, che avviene per gradi, non invasiva per la comunità locale, è la reciproca convenienza e sulle opportunità economiche che questa presenza offre al Paese. Obiettivo è riportare queste persone all’autonomia, fornendo loro strumenti e competenze per farle diventare parte attiva della società italiana”.

Il sindaco osserva che “alcuni migranti sono stati inseriti in servizi di pulizia delle aiuole, recupero floreale, ed altri, impegnati nei laboratori di falegnameria, stanno recuperando le panchine in legno degli spazi pubblici». Il Progetto ha portato nuova vita ad un paese che viveva il processo di spopolamento e di mancanza di lavoro per i giovani. Ha portato anche occasioni nuove per i giovani per mettere a frutto le loro competenze professionali.

Spezzare il pane oggi si concretizza in scelte di giustizia e di ospitalità che aprono a scorgere nuovi orizzonti di senso anche per la vita di paesi, città. Per una convivenza giusta e umana.

Alessandro Cortesi op

Letture di Pasqua

Buona Pasqua!

(Pasqua 2017 – celebrazione della chiesa copta etiope – Atene)

“…. Alla spicciolata Stella, io e gli altri amici prendemmo la via del ritorno. Quando fui a casa mantenni la promessa e in quei fogli che Marco mi aveva consegnato al termine della mia visita all’eremo trovai una bellissima sorpresa. Un tentativo di riscrivere la messa, ardito e rigoroso, in un linguaggio capace, almeno a me così sembrò, di dare freschezza a messaggi spesso coperti da uno strato di polvere insopportabile.

Lessi d’un fiato il Credo:

“Credo in Dio onnipotente nell’amore, che ha dato vita all’Universo, che ci ha messo nel cuore la nostalgia delle cose invisibili.

Credo in Gesù Cristo figlio di Dio, cresciuto nella casa di Maria e di Giuseppe, per mezzo di Lui tutti gli uomini, gli animali e le cose sono redenti.

Per essere compagno nella sofferenza e nella gioia e santificare la vita ha posto la sua tenda in mezzo a noi, nascendo da Maria di Nazareth, sorella nel silenzio e nella fede. Fu appeso alla croce e divenne fratello fino alla morte, caricandosi di tutti i peccati e dell’immenso dolore del mondo.

Al tempo di Pilato e di Caifa, infatti morì e fu sepolto. Ma il terzo giorno è risuscitato: lo testimoniano Maria di Magdala, le donne che lo accompagnarono e lo amarono nella vita e poi i suoi discepoli.

E i viandanti di Emmaus lo riconobbero quando divise il pane con loro.

Oggi lo sentiamo presente nella nostra vita e condividiamo con tutti l’attesa del ritorno; quando verrà a portare la pace ai vivi e ai morti. E tergerà le lacrime dai loro occhi. Non ci sarà più la morte, né lutto, né lamento, né affanno perché le cose di prima sono passate.

Credo nello spirito creatore e creativo che ci comunica la vita del Padre e del Figlio, che apre la bocca dei Profeti, dà speranza ai poveri, coraggio ai sofferenti, lo Spirito d’amore che soffia dove vuole e chiama ad essere le cose che non sono.

Vivo nella comunità dei credenti, cattolica nella santità e nel peccato, che cammina nella storia, insieme ai messaggeri della resurrezione che in ogni angolo della terra ti raccontano con la preghiera e con la carità. Fedeli alla terra e allo stesso tempo pellegrini.

Professo il battesimo della Tua grazia e della Tua compagnia per il superamento e il perdono dei peccati. Ed attendo il ritorno del Signore, la risurrezione dei morti e la vita sel mondo che verrà. Amen”

Lo rileggo ancora, con calma, dentro il silenzio ormai pieno di questa notte in questo strano paese sospeso tra realtà e immaginazione. E’ bello, è proprio bello, caro Marco!”

(da Mariano Borgognoni, Le primavere nascono d’inverno, ed.Cittadella 2016, 52-53)

“la radice di quella passione era mia madre. Dovunque vivessimo c’erano sempre fiori, era come un segno di eleganza e dignità, nella povertà della nostra esistenza girovaga. Se c’è qualcosa di regale su questa terra è proprio la sobrietà e la misura. Almeno io la penso così. La mancanza di ricchezza non mi è mai pesata.

Caro dottore, deve sapere che l’inverno offre la possibilità di avere degli straordinari fiori profumati. Perché non mette a dimora il calicanto o qualche tipo di dafne o i viburni che le daranno dei fiori di un rosa confetto molto delicati e resistenti? O anche tutte queste specie assieme, spazio ne ha a sufficienza. E se vuole allungare la stagione mescoli dei bulbi di bucaneve con perenni dai fiori precoci come l’alliboro. Avrà una fioritura rigogliosa e profumata. Niente di meglio per iniziare bene la giornata. La cosa affascinante del giardinaggio è questa santa alleanza tra uomo e natura, bisogna saper assecondare la natura, prenderla per il verso giusto, saperla ascoltare. E’ un’arte complessa quella del giardinaggio, gli impazienti non la possono mai praticare né all’opposto i pigri. Chiede capacità di attendere e perseveranza, conoscenza di un linguaggio diverso e rispetto. Fiducia nella forza della vita e speranza, con solo un piccolo spolvero di ottimismo, che il troppo addormenta, ma quel poco è come se fosse avvertito dalla natura come un far credito alle sue forze e perfino a qualche sorpresa e a un po’ di fantasia. Nel giardinaggio non tutto può essere previsto, c’è un imponderabile che ci insegna a non sentirci onnipotenti. Chi pratica questo vizio velenoso prima o poi ne paga il prezzo. Ma forse le ho rivelato troppi segreti, dottore, non pretendo che faccia altrettanto con la medicina!”

Sabato Felici aveva preso una paginata di appunti. Faceva così per tutte le cose che lo interessavano. Tornammo in salotto per un caffè forte fatto con la macchinetta napoletana.”

(da Mariano Borgognoni, Le primavere nascono d’inverno, ed.Cittadella 2016, 102-103)

—–

“Le donne del vangelo, invece, sono guidate dalla consolazione del Signore a entrare davvero nel mistero ed è quindi il loro atteggiamento che dobbiamo attentamente considerare (…)

… Gesù aggiunge ancora una frase: ‘Versando quest’olio sul mio corpo lo ha fatto in vista della mia sepoltura’. Maria di Betania rappresenta, mi sembra, il sì dell’umanità alla morte di Gesù. Non è Pietro che dice a Gesù: ‘Tu non farai questo’, ma è l’umanità che dice a Gesù: ‘Ti ringrazio Signore, e ti lodo e ti onoro per l’amore con il quale darai la vita per noi’. E’ la partecipazione dell’umanità alla morte del Signore. Partecipazione che è passiva e umiliante, se volete, per chi desidera essere sempre al primo posto. Umiliante per Pietro e per Giuda, umiliante per tutti noi, che vorremmo sempre fare qualcosa per il Signore, ma a cui il Signore dice in realtà: voi credete di fare qualcosa per me, ma se aveste il cuore illuminato dall’amore, come questa donna, capireste che sono io che sto facendo qualcosa per voi. Questa donna sta accettando il mio amore di salvatore: è l’unica che ha capito il Vangelo. Il Vangelo è l’amore di salvezza, è per questo che sarà predicato.

La buona novella appare quindi, qui, in una persona che è riuscita a capire che il Vangelo non è gloriarsi di far qualche cosa per il Signore, ma ringraziare perché il Signore fa qualcosa per noi poveri. I primi poveri da aiutare siamo noi. Questa donna, dunque, è il simbolo dell’umanità che si è lasciata amare da Gesù nella sua passione. E’ il simbolo della realtà di Maria: questa donna compie in maniera ‘intuitiva’ questo gesto, ma chi lo compie pienamente – lo sappiamo da Giovanni – è Maria, la quale come madre accetta l’assurdo che suo figlio soffra per lei (…) E’ lei che dice il suo ‘sì’, non un ‘sì’ per fare qualcosa, ma un ‘sì’ per lasciarsi fare…”

(da C.M.Martini, I vangeli. Esercizi spirituali per la vita cristiana, ed. Bompiani 2017, 297-307)

“E allora ho preso a dire, forse balbettando: “la mia fede? E’ ben povera cosa la mia fede. E’ una fede semplice, povera, elementare. Quello che posso dire è che non potrei mai vivere senza sentirmi legato a Gesù Cristo. Credo in tutto quello che ha detto, trovo stupendo tutto quello che ha fatto, è per me motivo di profonda pace quello che ha promesso. Mi sembra che le sue parole sulla croce: ‘Nelle tua mani consegno la mia vita’ siano le parole più belle che uno possa ritrovarsi sulle labbra. C’è il consegnarsi di chi si sente piccolo nelle mani buone di qualcuno che è soltanto amore”

(da Luigi Pozzoli, Quel poco di fede che mi porto dentro. Il sacerdote e lo scrittore. Pagine scelte, ed Paoline 2010)

Domenica di Pasqua – anno A – 2017

At 10,34.37-43; Col 3,1-4; Gv 20,1-9

Il lungo discorso di Pietro nella casa del pagano Cornelio è una sintesi della prima predicazione cristiana ed espressione di una apertura nuova: ‘sto rendendomi conto che Dio non fa preferenze di persone’. Al centro sta Gesù e la sua vita, annuncio di pace per tutti. Di lui si ricordano i momenti del suo passare: il rapporto con Giovanni Battista, il battesimo, i suoi gesti nella forza dello Spirito. ‘Essi lo uccisero appendendolo a una croce, ma Dio lo ha risuscitato al terzo giorno e volle che apparisse, non a tutto il popolo, ma a testimoni prescelti da Dio’. Crocifisso dagli uomini ma risuscitato da Dio, il Padre. Gesù si è dato ad incontrare, vivente, a testimoni ‘che hanno mangiato e bevuto con lui dopo la risurrezione’.

Da questa testimonianza sorge la fede: con la sua morte si è aperta una nuova storia, una speranza di vita nuova. Incontrando il pagano Cornelio, Pietro impara ancora qualcosa di nuovo per lui. Il dono di Dio non è riservato ad alcuni ma è per tutti: ‘ci ha ordinato di testimoniare che egli è il giudice dei vivi e dei morti costituito da Dio’. Pietro porta la bella notizia, ma in modo inaspettato è lui ad essere evangelizzato: scopre quella bella notizia in atto nella casa di Cornelio. E’ liberazione dal peccato e dalla morte per chiunque si affidi al condannato della croce, per chiunque vive nella sua esistenza ciò che Gesù ha vissuto.

Due serie di verbi attraversano la pagina del IV vangelo: sono verbi di movimento – recarsi, correre, uscire – e verbi di vedere – vide che la pietra…, …vide le bende… vide e credette. Andare, correre, vedere sono le azioni del giorno dopo il sabato, ma sono anche espressione di ogni cammino dell’incontro con Cristo risorto. Questo si attua nell’uscire, nel ricercare, nel vedere.

Maria di Magdala si reca al sepolcro al mattino ‘quando era ancora buio’: la sua ricerca inizia nell’oscurità esteriore e interiore. E’ legata al passato, non c’è luce nel suo cuore. La sua è una triste ricerca del Gesù ricordato prima della passione, in un passato ormai chiuso. Il suo percorso dovrà aprirsi ad una apertura nuova del vedere ‘vide che la pietra era stata tolta dal sepolcro’. Inizia una corsa ‘andò da Simon Pietro e dall’altro discepolo quello che Gesù amava e disse: Hanno portato via il Signore dal sepolcro e non sappiamo dove l’hanno posto…”. Il suo vedere si ferma alla constatazione. Il suo cammino si aprirà solo quando si sentirà chiamata per nome: solo allora apre il cuore ad una disponibilità nuova, la luce vince il buio del suo animo (cfr Gv 20,11-18).

Simon Pietro, il primo tra gli apostoli è ritratto nel suo uscire e correre: uscì insieme all’altro discepolo… correvano insieme. Ma nella corsa viene preceduto. Tuttavia è atteso e per primo entra nel sepolcro. Vede ma non sa interpretare i segni. I segni – dice il IV vangelo – non sono sufficienti per la fede. Pietro, il primo, deve lasciarsi guidare anche lui: c’è chi giunge prima e sa vedere oltre. E’ il vedere dell’altro discepolo, il discepolo che Gesù amava. Non ‘il prediletto’ ma colui che è consapevole di un amore unico e grande. Il suo vedere è il vedere dell’amore.

Il discepolo che Gesù amava corre così, insieme a Pietro, ma anche diversamente da lui. Lo attende, lo fa entrare per primo ma il suo vedere precede e apre orizzonti nuovi. Di lui si dice ‘ e vide e credette’: il suo sguardo è un vedere dentro e oltre i segni. E’ il vedere del credere. Parte dai segni ma va oltre nell’amore. Vede i teli ma il sepolcro luogo di morte ormai non è il posto di Gesù. La sua presenza è da cercare e incontrare nella vita.

Il brano si chiude con una osservazione: ‘non avevano infatti ancora compreso la Scrittura, che egli cioè doveva risuscitare dai morti’. Chi ascolta questa pagina è condotto a tornare alle Scritture. Il IV vangelo si chiuderà con una indicazione di cammino: ‘beati coloro che pur senza aver visto crederanno’.

Alessandro Cortesi op

Vedere

Il 12 aprile 1963 in un telegramma inviato a mons. Angelo Dell’Acqua, segretario di Stato, Giorgio La Pira, allora sindaco di Firenze, così scriveva: “Abbia bontà trasmettere Santo Padre questo messaggio. Grazie beatissimo Padre, a nome del popolo fiorentino e vorrei anche dire a nome di tutti i popoli della terra. Avete davvero, come l’Angelo dell’Apocalisse, incatenato e gettato nell’abisso il demone della guerra ed avete fatto fiorire per sempre sulla terra l’ulivo della pace. I secoli che verranno e le generazioni che verranno ricorderanno come inizio dell’era nuova del mondo questo giovedì santo 1963 nel quale Giovanni XXIII proclamò e quasi decretò la pace perpetua e l’unità fraterna dei popoli. Questa non è retorica o poesia. E’ la constatazione di un altro segno dei tempi che indica l’introduzione del genere umano nella stagione storica nuova della primavera e della mietitura. Il grano della grazia sta per diventare in tutto il mondo campo ricco di spighe che già biondeggiano…”(G.La Pira, Lettere a Giovanni XXIII. Il sogno di un tempo nuovo, ed. san Paolo 2009, 404).

Fa impressione leggere queste espressioni a distanza di più di cinquant’anni da quel 11 aprile 1963 data di pubblicazione dell’enciclica Pacem in terris in cui Giovanni XXIII parlava della guerra come ‘follia’ e indicava orizzonti per un cammino di pace dei popoli. Le parole di La Pira cozzano contro la contraddizione delle devastazioni e delle violenze che abbiamo vissuto in questo mezzo secolo contrappuntato da guerre e genocidi sino ai nostri giorni nel dramma della Siria, un meraviglioso paese distrutto.

Sembrano parole di un sognatore. Eppure egli coglieva lì, in quel  testo che interrompeva secoli di giustificazione della guerra, un seme di grazia, gettato sulla terra, capace di fecondità nella storia umana. E’ parola di profezia, non di poesia come retorica, ma poesia quale parola creatrice di novità.

Oggi siamo più disincantati, più consapevoli della tragicità del presente e della distruzione attuata e possibile da parte degli esseri umani. Ciò che non può venir meno è il vedere fine dei profeti, il richiamo dei poeti, come ricorda Franco Arminio:

“E’ molto grave che il mondo abbia dichiarato un vero e proprio embargo verso i poeti. Il mondo dei disperati che vogliono distrarsi odia i disperati che invece cantano la loro disperazione. Fra le tante guerre in corso, strisciante e non dichiarata, c’è quella che vede i poeti come vittime. (…) Gli uomini non possono tollerare che esistano creature che hanno gli occhi, il cuore e le parole, ma che nulla hanno da spartire con loro”. (F.Arminio, Cedi la strada agli alberi. Poesie d’amore e di terra, Chiarelettere 2017, 143).

Con lo sguardo rivolto a orizzonti che coinvolgono l’intera umanità siamo rinviati ad interrogarci personalmente su come vivere il nostro uscire, andare, vedere. La poesia può essere guida:

“Abbiamo bisogno di contadini,

poeti, gente che sa fare il pane,

che ama gli alberi e riconosce il vento.

Più che l’anno della crescita

ci vorrebbe l’anno dell’attenzione.

Attenzione a chi cade, al sole che nasce

e che muore, ai ragazzi che crescono,

attenzione anche a un semplice lampione,

a un muro scrostato.

Oggi essere rivoluzionari significa togliere

più che aggiungere, rallentare più che accelerare,

significa dare valore al silenzio, alla luce,

alla fragilità, alla dolcezza”

(F.Arminio, Cedi la strada agli alberi, 12)

Alessandro Cortesi op

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

Domenica delle Palme – anno A – 2017

Is 50,4-7; Fil 2,6-11; Mt 26,14-27,66

Matteo suddivide in sette momenti la narrazione della passione di Gesù. All’inizio indica due riferimenti chiave: alla pasqua e alla morte di Gesù come consegna: ‘Voi sapete che fra due giorni è pasqua e che il Figlio dell’uomo sarà consegnato per essere crocifisso’ (Mt 26,2).

La Pasqua ebraica è evento di alleanza. Nella liberazione dalla schiavitù, ricordata nella festa ogni anno, la memoria si accentra sull’operare di Dio che ascolta il grido dei poveri e scende a liberarli. A questo sfondo Matteo aggiunge il tema della ‘consegna’: Gesù viene tradito da qualcuno dei suoi. Una lettura degli eventi nella fede coglie come in quelle vicende Gesù attua fino in fondo una consegna di sé al Padre e agli altri: è lui il servo che giustificherà molti.

Il primo momento è l’unzione di Betania, annuncio profetico della morte di Gesù. Seguono i preparativi e lo svolgimento della cena pasquale. Nel contesto della cena insieme ai suoi Gesù, consegnato da Giuda (Mt 26,16.20), si offre liberamente: la sua vita è il ‘sangue dell’alleanza versato per tutti’ (Mt 26,28).

Terzo momento è all’orto del Getsemani: Gesù è presentato con i tratti del giusto che subisce la prova e si nota una sottolineatura propria di Matteo al rapporto con la comunità: ‘andò con loro… presi con sé Pietro e i due figli di Zebedeo… disse loro: … vegliate con me’ (Mt 26,26-38).

Segue la scena l’arresto: Gesù rifiuta la violenza la logica della spada che ha contagiato anche i discepoli (Mt 26,51-54): Matteo invita a leggere le sue scelte come ‘compimento delle Scritture’.

Segue il processo giudaico (Mt 26,57-68) mentre contemporaneamente Pietro è colto nel suo rinnegare Gesù (Mt 26,69-75): è una sezione densa di riferimenti all’identità di Gesù. Davanti al sommo sacerdote risponde: ‘d’ora innanzi vedrete il Figlio dell’uomo seduto alla destra di Dio e venire sulle nubi dell’altissimo’ (Mt 26,64). E’ citazione di un testo di Daniele (Dan 7,13) in cui si accenna ad una figura degli ultimi tempi, che giunge come giudice della storia con una signoria nuova.

La sesta scena è il momento del processo romano, davanti a Pilato. E’ qui sottolineata da Matteo la strumentalizzazione della folla di Gerusalemme da parte dei capi religiosi, l’indifferenza di Pilato rappresentante del potere politico, che si lava le mani, l’espressione di interrogativo da parte pagana espresso dalla moglie di Pilato (Mt 27,19) che indica Gesù come ‘giusto’. A conclusione del processo ancora una consegna: Pilato ‘lo consegnò ai soldati perché fosse crocifisso’ (Mt 27,26)

Al vertice della narrazione la crocifissione: Gesù è presentato nella sua vulnerabilità e nell’arrendersi alla violenza del potere: è inerme. Lo schernivano ‘ha salvato gli altri, non può salvare se stesso’ (Mt 27,42). Gesù accetta la morte senza salvare se stesso: è lui stesso che si consegna. Ma proprio quel momento di buio e fallimento è presentato da Matteo come una rivelazione di Dio. Usa infatti il linguaggio delle teofanie bibliche. Il simbolismo di eventi strabilianti in cielo e in terra sta ad indicare che la morte di Gesù è evento decisivo per tutta la storia, coinvolge il cosmo e tutta l’umanità. C’è chi rifiuta Gesù, c’è chi si apre ad un nuovo sguardo come il centurione pagano. L’allusione ai morti che escono dai sepolcri indica che questo evento è liberazione per tutta l’umanità. Matteo riporta alcune parole pronunciate da Gesù sulla croce: sono parte del salmo 22, preghiera di un giusto sofferente che chiede di essere scampato dalla spada e si abbandona a Dio. Nella sua desolazione si affida e esprime la sua speranza in rapporto al regno di Dio: ‘il regno è del Signore… e io vivrò per lui…’. Si può cogliere un riferimento interno alla narrazione del vangelo al momento del battesimo come manifestazione del volto di Dio (cfr. Mt 3,13-17). Qui ‘accade la pasqua’.

Segue il momento della sepoltura accompagnata da un duplice ‘vigilare’. Vi sono le guardie che attuano la vigilanza colma di paura e violenza, il controllo del potere (Mt 27,64-65). E ci sono per contro le donne (Mt 27,61) che hanno seguito Gesù fino a lì. Matteo presenta Gesù con il volto del giusto che affida la sua vita al Padre e la dona a tutti: è messia che compie le Scritture nel ‘fare la pasqua con i suoi’.

Alessandro Cortesi op

 

Al cuore della fede

Quest’anno le meditazioni della via crucis al Colosseo il venerdì santo sono state affidate ad una biblista francese Anne Marie Pelletier. Intervistata da Laura Badaracchi per “Avvenire” (Pelletier: nella mia Via Crucis risuona il dolore del mondo, “Avvenire” 2 aprile 2017) ha ricordato alcuni tratti di questa sua riflessione:

«Nel nostro presente, un numero sempre maggiore di Paesi scivola verso un autoritarismo molto maschilista; va di moda esaltare la virilità da conquistatore. Invece la Chiesa fa un gesto, mi sembra, che sta andando nella direzione opposta: si ricorda e ricorda che furono le donne a essere le ultime accanto a Gesù nella sua Passione e le prime a ricevere l’annuncio della Risurrezione». Pelletier ha anche osservato: “La morte di Gesù sulla croce rimanda al cuore della fede. Perché affronta il paradosso assoluto: Dio subisce la violenza degli uomini, entrandoci dentro per vincerla con l’amore e il perdono”. «Quel momento storico in cui il male sembra trionfare e la morte ha l’ultima parola, in cui tutta l’umanità – simboleggiata nella Bibbia attraverso l’espressione ‘ebrei e greci’ – si ritrova unita contro l’innocente, è simultaneamente il momento in cui la vita di Dio trionfa ed è più potente del male. Quindi il Venerdì Santo è inseparabile dalla mattina di Pasqua, della Risurrezione».

Ricorda inoltre il rapporto ineludibile tra riflessione sulla passione e morte di Gesù e l’esistenza umana: “forse anzitutto, ho voluto che nelle mie parole risuonasse la vita del mondo contemporaneo, con tutte le sue tragedie e attese, dai migranti alle

vittime dei conflitti e delle violenze. Il mondo è in preda al dolore. Cosa sarebbe una fede pasquale che prendesse le distanze da queste realtà?”.

Queste sollecitazioni rinviano ad un ricordare e ricordarsi quanto sia deleterio inseguire forme di autoritarismo e clericalismo, peraltro così diffuse e pervasive nella vita ecclesiale, e che oggi ritornano in nuove modalità e nostalgie. Si pone l’urgenza di compiere scelte nel ripensare questioni ormai ineludibili nell’ambito dei ministeri e del ruolo delle donne nelle comunità ecclesiali. Più in radice è proprio l’insensibilità alla sofferenza e la mentalità gerarchica di superiorità di alcuni e di chiusura autoritaria che andrebbe superata nel mettere al centro il vangelo e la croce di Gesù.

Per vivere una testimonianza pasquale nutrita di compassione verso chi nel mondo soffre ed è oggi oppresso.

Alessandro Cortesi op

 

Navigazione articolo