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commenti alla Parola della domenica e riflessioni

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XXXI domenica tempo ordinario – anno C – 2019

Zaccheo+e+GesùSap 11,22-12,2; 2Tess 1,11-2,2; Lc 19,1-10

L’incontro di Gesù con Zaccheo è sintesi di un itinerario di incontro e conversione: in Gesù si rende vicina la compassione di Dio, la sua misericordia; Zaccheo anticipato dallo sguardo e dalla voce di Gesù che chiede di entrare nella sua casa cambia il suo stile di vita e lo accoglie.

‘Entrato in Gerico attraversava la città’. Gesù passa. Nel suo cammino verso Gerusalemme attraversa la città di Gerico. Lì lo attende una folla ma anche Zaccheo che sta ai margini. Una serie di motivi lo costringono a stare distante: è capo degli esattori delle imposte, malvisto dai suoi concittadini, temuto per il suo potere e nel contempo emarginato; è poi ricco sulla base della sua attività. Oltre a tutto ciò per la sua statura non riesce a sovrastare gli altri. Così impedimenti fisici e interiori lo tengono lontano: la folla gli impedisce di vedere Gesù.

C’è un’insistenza su questo verbo, ‘vedere’: “Zaccheo cercava di vedere quale fosse Gesù… corse avanti per poterlo vedere”. Zaccheo, nonostante gli ostacoli, è mosso da curiosità, da una ricerca interiore e da una domanda. Con abilità cerca di superare ciò che gli impedisce di vedere e sale su un albero: ‘allora corse avanti e per poterlo vedere salì su un sicomoro, perché doveva passare di là’.

Corre, sale e attende: sono tre movimenti significativi. C’è una curiosità che spinge a scavalcare ostacoli; c’è un salire che conduce ad uscire e andare oltre orizzonti consueti; c’è l’attesa di un dono. Forse l’attesa di un cambiamento della sua vita in cui avvertiva un vuoto.

Ma è Gesù che, passando, fa il primo passo: alzò lo sguardo e disse a Zaccheo ‘scendi subito perché…’: Gesù passa e chiede di fermarsi nella casa. L’incontro con Gesù è sempre personale ed implica la relazione con un ‘tu’, non con le folle come una massa indistinta. Gesù chiama per nome Zaccheo, lo guarda nella sua singolarità. E lo fa dal basso. Per primo prende l’iniziativa. Zaccheo si trova spiazzato: era solo incuriosito ma scopre un ‘tu’ che lo chiama e invita, senza forzature, ad un incontro e lo coinvolge: ‘Oggi devo fermarmi a casa tua’.

C’è un’urgenza e l’indicazione di un tempo che viene trasformato. L’oggi uguale a tanti altri diventa un tempo nuovo, una svolta che investe l’ambito della strada e quello della casa. La casa di Zaccheo è il luogo dell’intimità della sua vita.

La risposta di Zaccheo è pronta: scese in fretta e lo accolse pieno di gioia. Scopre di non essere forzato ma invitato. Non giudicato ma accolto. Gesù per primo ha superato le barriere, è salito con lo sguardo a scorgere Zaccheo: le parti si rovesciano. Zaccheo cercava di vedere Gesù: è invece Gesù che lo vede e invita. Lo precede e va oltre ogni attesa. Gesù oltrepassa anche l’ostacolo della folla che commenta: ‘è andato ad alloggiare da un peccatore’. Contro il perbenismo e il disprezzo per gli altri, lo sguardo di chi pensa che nulla e nessuno può mai cambiare Gesù entra nella casa di chi sta ai margini e tenuto lontano.

In quella casa si compie il miracolo dell’accoglienza. Gesù è accolto nella casa di Zaccheo ma è Zaccheo che si scopre accolto da Gesù. E scorge un volto di Dio che non giudica e rende liberi. Quell’‘oggi’ diviene per lui inizio di un rapporto con gli altri, scoperta di nuove relazioni di giustizia e solidarietà. Dallo scoprirsi guardato e accolto senza condizioni nasce un cambiamento: ‘io do la metà dei miei beni ai poveri, e se ho frodato qualcuno, restituisco quattro volte tanto’. Nell’accogliere il regno prende le distanze da tutto ciò che è anti-regno, ossia la ricchezza come potere e idolatria, non solo smette di rubare e di vivere il ripiegamento sul possesso che lo allontana dagli altri, ma apprende a donare.

In quella casa, in quell’oggi si compie la salvezza che inizia sin d’ora. La salvezza per Zaccheo significa una vita che diviene ‘buona’ e giusta per lui. Si scopre accolto nella sua casa, e concepisce la sua vita non come possesso ma come servizio per gli altri scegliendo Gesù e rifiutando Mammona. ‘Anch’egli è figlio di Abramo’ sono le parole conclusive dell’episodio. Gesù rivela il volto di Dio che cerca e salva ciò che era perduto.

Alessandro Cortesi op

Pachamama

Conversione

Si è concluso il 27 ottobre il Sinodo dei vescovi per l’Amazzonia. Un documento finale ha raccolto l’esito dell’ascolto e del dialogo svoltisi in questa assemblea sotto il titolo: “Amazzonia: Nuovi cammini per la chiesa e per una ecologia integrale”. La parola conversione è al centro di questo documento, lungo e articolato in cinque capitoli, con una introduzione conclusione, che indicano nuovi cammini di conversione, pastorale, culturale, ecologica e sinodale.

“L’ascolto del grido della terra e del grido dei poveri e dei popoli dell’Amazzonia con cui camminiamo ci chiama ad una autentica conversione integrale, con una vita semplice e sobria” (17) … una conversione personale e comunitaria che impegna a relazioni armoniche con l’opera creatrice di Dio che è la ‘casa comune’.

Il secondo capitolo parla di una conversione pastorale e indica i tratti di una chiesa che coinvolge tutti i battezzati: una chiesa missionaria e, dunque, samaritana, misericordiosa solidale. Una Chiesa in attitudine di dialogo ecumenico e interreligioso con volto e cuore indigeno, contadino, afrodiscendente.

“L’azione pastorale trae forza da una spiritualità che si basa sull’ascolto della parola di Dio e del grido del suo popolo, per poi poter annunciare con spirito profetico la buona notizia” (38)

La seconda conversione indicata è di tipo culturale: è un’apertura sincera in una linea di fraternità, si sviluppa come alleanza e inculturazione della fede.

“tutti siamo invitati ad accostarci ai popolo dell’Amazzonia da pari a pari, rispettando la loro storia, le loro culture, il loro stile di buen vivir. Il colonialismo è l’imposizione di determinati modi di viere di alcuni popoli sugli altri, sia dal punto di vista economico, culturale e religioso. Rifiutiamo una evangelizzazione con stile colonialista. Annunciare la buona notizia di Gesù implica riconoscere i semi del Verbo presenti nelle culture. L’evangelizzazione che oggi proponiamo per l’Amazzonia è l’annuncio inculturato che genera processi di interculturalità, processi che promuovano la vita della chiesa con una identità e un volto amazzonico” (55)

La terza conversione è di tipo ecologico: a fronte della crisi socio ambientale si scorge l’urgenza di una conversione ispirata dalla proposta della ecologia integrale.

“E’ urgente affrontare lo sfruttamento illimitato della ‘casa comune e dei suoi abitanti. Una delle cause principali della distruzione nell’Amazzonia è l’estrattivismo predatorio che corrisponde alla logica dell’avarizia, propria del paradigma tecnocratico dominante” (67)

“Proponiamo di promuovere alternative di sviluppo ecologico integrale a partire dalle cosmovisioni che siano costruite con le comunità, salvando la saggezza ancestrale. Sosteniamo progetti che propongono un’economia solidale e sostenibile” (73). Viene indicato il peccato ecologico come “azione o omissione contro Dio, il prossimo la comunità e l’ambiente” (82) e contro le generazioni future.

Una quarta conversione è delineata e riguarda il volto di una chiesa sinodale edè svolta nel capitolo V. Per la chiesa amazzonica è urgente che si promuovano e si conferiscano ministeri per uomini e donne su un piano di parità. “Il tessuto della chiesa locale anche in Amazzonia è garantito da piccole comunità ecclesiali missionarie che coltivano la fede, ascoltano la Parola e celebrano insieme vicino alla vita della gente. Promuovendo la ministerialità dobbiamo consolidare la chiesa di uomini e donne battezzati e soprattutto la consapevolezza della dignità battesimale” (95).

In particolare è proposta una conversione nel dare ascolto alla presenza e azione delle donne: “La sapienza dei popoli ancestrali afferma che la madre terra ha un volto femminile. Nel mondo indigeno e occidentale la donna è colei che lavora in molti modi, nell’istruzione dei figli, nella trasmissione della fede e del vangelo. Le donne sono presenza di testimonianza e responsabilità nella promozione umana e per questo si richiede che la voce delle donne sia ascoltata, che le donne siano consultate e prendano parte nei luoghi in cui si prendono decisioni. In tal modo possano contribuire con la loro propria sensibilità alla sinodalità ecclesiale” (101)

Molte comunità in Amazzonia sono già guidate da donne. Il sinodo chiede che, in ascolto dei nuovi contesti e di attenzione alle comunità, sia creato il ministero istituito della ‘donna dirigente della comunità’, e ricorda come nelle commissioni del sinodo sia stato sollecitato il diaconato permanente per le donne (102).

Al n. 110 si dice: “Esiste un diritto della comunità alla celebrazione dell’Eucaristia che deriva dall’essenza dell’Eucaristia e della sua importanza nell’economia della salvezza”. In rapporto a questa centralità dell’eucaristia per la vita delle comunità cristiane il sinodo propone, sulla linea di quanto indicato in Lumen Gentium 26 di stabilite criteri e disposizioni da parte dell’autorità competente per ordinare sacerdoti uomini idonei e riconosciuti dalla comunità che abbiano un diaconato permanente fecondo e ricevano una formazione adeguata per il presbiterato, potendo tenere famiglia legittimamente costituita e stabile, per sostenere la vita dela comunità cristiana con la predicazione della Parola e la celebrazione dei sacramenti nelle zone più lontane della regione amazzonica. A tal proposito alcuni si sono pronunciati per una considerazione universale del tema” (111).

E’ stata anche proposta la costituzione di un organismo episcopale per la regione con il compito di promuovere la sinodalità tra le chiese della regione e di aprire nuovi cammini per la missione di evangelizzazione (115) e così pure di dare una risposta alle comunità dell’Amazzonia di adattare la liturgia valorizzando la cosmovisione le tradizioni i simboli e i riti originari che includano le dimensioni trascendenti comunitarie e ecologiche (116) in modo tale che la fede possa essere celebrata nelle lingue proprie dei popoli amazzonici.

Il documento indica nuovi cammini ed usa anche una particolare immagine per la vita della chiesa, quella del navigare. L’Amazzonia, che si estende in una immensa area che interessa nove Paesi dell’America del Sud, è segnata e attraversata da immensi fiumi e da innumerevoli corsi d’acqua. Anche la chiesa è chiamata a navigare “promuovendo uno stile di vita in armonia con il territorio e con il buen vivir di coloro che lì vi abitano” (75).

Alessandro Cortesi op

N.B. Il documento può essere letto nella sua versione originale spagnola a questo link. La traduzione delle parti citate è mia.

 

XXIII domenica tempo ordinario – anno C – 2019

IMG_5183.JPGSap 9,13-18; Fm 9-10.12-17; Lc 14,25-33

”Se uno viene a me e non mi ama più di quanto ami suo padre, la madre, la moglie, i figli, i fratelli, le sorelle e perfino la propria vita, non può essere mio discepolo. Colui che non porta la propria croce e non viene dietro a me, non può essere mio discepolo”.

Essere discepoli, coloro che seguono: in queste parole si gioca l’identità di chi desidera stare con Gesù. Quali le caratteristiche di chi segue Gesù? Quali le esigenze per essere coloro a lui rimangono legati? Gesù ha chiamato tutti in diversi modi a seguirlo e li ha invitati ad intraprendere la sua strada. Ha chiesto questo non solo per un certo tempo ma in modo continuo imparando dall’unico vero maestro.

Sorprende innanzitutto la pretesa di Gesù: pretende che altri lo seguano e seguano lui. Chiede una disponibilità senza riserve e aperta nelle diverse fasi della vita. Per questo seguire non è mai un dato scontato, un punto concluso della carriera, ma implica ogni giorno un ricominciare di nuovo.

Luca indica alcune caratteristiche del cammino di chi intende seguire Gesù.

La prima condizione è presentata in termini duri e ostici: se uno viene a me e non ‘odia’ suo padre, sua madre… Il termine ‘odiare’ contrasta con l’intero insegnamento di Gesù riguardo all’amare non solo i vicini e gli amici ma anche i nemici. Inoltre aveva chiaramente richiamato il dovere di curare i rapporti familiari prima e al di sopra di un culto separato dalla vita (Mt 15,3-6): inoltre aveva manifestato la denuncia contro coloro che nel fare un’offerta al tempio si ritenevano esonerati dall’onorare il padre e la madre e facendo così “annullavano la parola di Dio”. Gesù non chiede di ‘odiare’: l’uso di questo termine così forte proviene dall’assenza nelle lingue semitiche del modo di dire ‘amare di meno’: per esprimere un amore non totalizzante è quindi usato il verbo ‘odiare’.

Gesù chiede a chi lo segue di saper mettere al primo posto ciò che deve stare primo: così richiama alla presenza di Dio a cui riferire tutta la nostra vita a lui, invita a liberarsi anche da quell’idolatria e dal soffocamento che può provenire da legami che si pongono come esaustivi della vita. La sua pretesa è anche di seguire lui stesso oltre ogni altro affetto. Ogni legame e affetto può essere ricompreso nel divenire discepoli di Gesù, nel seguire il suo cammino di amore fino alla fine, di misericordia e di servizio.

C’è una seconda condizione ed è la scelta di andare dietro a lui ‘portando la croce’: la croce è sintesi e cuore dell’intero cammino di Gesù. Non perché strumento di tortura e di sofferenza, ma perché lì sulla croce Gesù ha detto che è possibile rimanere fedeli all’amore fino alla fine trasformando anche il momento della morte in un momento di essere per Dio e per gli altri. La croce è prima di tutto scelta di dono, non via di sofferenza. E’ scelta di condivisione e racchiude anche il riferimento al fallimento umano, della sofferenza e del dolore. Luca aggiunge una precisazione importante: “se qualcuno vuole venire dietro a me, rinneghi se stesso, prenda la sua croce ogni giorno e mi segua” (Lc 9,23; cfr Mt 10,38). Si riferisce al quotidiano, all’ordinario in cui si gioca gran parte della nostra esistenza: Seguire Gesù non è questione dei grandi momenti o delle scelte eroiche nella vita: questi possono forse esserci ma il cammino di sequela si attua nelle piccole cose, nelle vicende ordinarie, nelle scelte del quotidiano nella normalità che non fa notizia.

La terza condizione è indicata da due immagini, la torre da costruire e la guerra da preparare: sono immagini tratte dall’esperienza e funzionali al messaggio di fondo. Il comportamento di Gesù è in contrasto con logiche di grandi costruzioni (era piuttosto la politica di Erode quella di costruire grandi palazzi e città) e con la scelta di fare la guerra (ma egli conosceva bene la violenza che dilagava). L’esigenza di Gesù a seguirlo richiede capacità di scelte pensate, cioè discernimento, e coraggio e generosità nel partire. La sua via espone a fatica e opposizioni: richiede di soppesare bene ciò a cui si va incontro. E chiede anche una valutazione non superficiale delle proprie forze. Luca sottolinea come si tratti di un coinvolgimento di tutte le energie e dei beni: la rinuncia ai beni non è fine a se stessa ma è per farsi borse che non invecchiano, per scoprire come l’unica vera ricchezza è il regno di Dio.

Gesù propone di liberarsi da cose che appesantiscono e ingombrano non rendendo liberi, ma soprattutto propone di disfarsi di una mentalità di possesso e di superiorità. Seguirlo è esperienza di scoperta di un cammino che libera la vita per cammini di servizio.

Alessandro Cortesi op

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Tempo del creato, tempo della scuola

“Alla radice, abbiamo dimenticato chi siamo: creature a immagine di Dio (cfr Gen 1,27), chiamate ad abitare come fratelli e sorelle la stessa casa comune. Non siamo stati creati per essere individui che spadroneggiano, siamo stati pensati e voluti al centro di una rete della vita costituita da milioni di specie per noi amorevolmente congiunte dal nostro Creatore. È l’ora di riscoprire la nostra vocazione di figli di Dio, di fratelli tra noi, di custodi del creato. È tempo di pentirsi e convertirsi, di tornare alle radici: siamo le creature predilette di Dio, che nella sua bontà ci chiama ad amare la vita e a viverla in comunione, connessi con il creato”.

E’ un passaggio del messaggio di papa Francesco per la giornata del creato che si situa nel mese di settembre dedicato a livello ecumenico al pensiero e approfondimento e preghiera per la casa comune, per maturare consapevolezza della custodia del creato. Il grido della terra è anche nel medesimo tempo il grido dei poveri oggi. L’invito ad una conversione ecologica è il modo di accogliere questo duplice e unico grido: si fa sempre più urgente impostare l’esperienza quotidiana vita secondo nuovi criteri, di attenzione, di pazienza, di rispetto, superando una mentalità del consumo e dello sfruttamento che si realizza sia nei confronti delle cose, sia nei confronti delle persone. La cultura della produzione senza limiti di rifiuti, l’indifferenza per le cose si accompagna al disprezzo verso gli altri, alla mancanza di consapevolezza delle ingiustizie che generano diseguaglianze e sofferenze. La questione non è solo per la vita individuale ma esige un orientamento collettivo, politico, l’orientamento a individuare un sistema economico diverso da quello che genera iniquità e distruzione dell’ambiente.

Settembre è anche tempo di inizio della scuola. La scuola è il primo luogo in cui maturare questa sensibilità, in cui investire per far maturare spirito critico, per essere capaci di andare controvento, come ricorda Franco Lorenzoni nel suo utlimo libro dal titolo I bambini ci guardano. Una esperienza educativa controvento (Sellerio 2019) e che in una recente intervista ha indicato la scuola quale luogo di resistenza contro l’alienazione del nostro tempo, con la capacità di sorpresa, perchè la vita è trasmettere ad altri ciò che si è ricevuto da custodire e coltivare perché possa durare:

“Credo siano i primi a capirlo: quella del maestro non è una missione, ma un mestiere come tanti altri, che ha bisogno della sua cassetta degli attrezzi, da ricalibrare di generazione in generazione (…) Lo sa qual è la cosa che non dovrebbe mai sparire in una classe? La capacità di sorprendersi, quel sapersi mettere in gioco, col proprio corpo, senza vergognarci delle nostre emozioni: può essere l’antidoto giusto all’alienazione (…) Ritengo che qualsiasi tipo di educazione debba andare controvento, che è poi guardare le cose di tutti i giorni, con spirito critico», con riferimento all’opera degli architetti, “i quali utilizzano questo termine per indicare i tiranti che reggono un edificio, così come un educatore si augura che ciò che lascia ai propri ragazzi possa durare nel tempo” (Il Corriere della sera 1 marzo 2019).

Alessandro Cortesi op

 

 

XXII domenica tempo ordinario – anno C – 2019

IMG_5343.JPGSir 3,17-29; Eb 12,18-24; Lc 14,1.7-14

“Figlio nella tua attività sii modesto, sarai amato dall’uomo gradito a Dio. Quanto più sei grande tanto più umiliati; così troverai grazia davanti al Signore; perché grande è la potenza del Signore e dagli umili egli è glorificato”.

L’umiltà è attitudine che fa rimanere con i piedi per terra (humus). Porta a tener sempre presente la differenza tra la terra e il cielo, e soprattutto a mantenere coscienza del limite della propria vita. Anche le azioni che rendono ‘grandi’ di fronte agli uomini, hanno le loro radici profonde nell’humus di un dono: non possiamo dire ‘nostro’ fino in fondo il cammino compiuto. Esso è piuttosto fioritura di una gratuità che precede sempre, di doni da riconoscere con umiltà. L’attitudine del vantarsi rivela immaturità e incapacità di giudicare, una radicale insipienza di fronte alla vita.

Gesù pronuncia una parabola a partire dal suo sguardo alla vita, osservando gli invitati nella casa di uno dei capi dei farisei: “Quando sei invitato a nozze da qualcuno, non metterti al primo posto, perché non ci sia un altro invitato più ragguardevole di te e colui che ti ha invitato venga a dirti: cedigli il posto! Allora dovrai con vergogna occupare l’ultimo posto”.

E’ una questione di posti. Tanto spesso anche nella nostra esperienza quotidiana il problema del posto è rilevante: dal ‘posto’ prenotato e difeso con durezza quando si sale su un mezzo pubblico, al ‘posto’ come ruolo nella società, nel lavoro. C’è chi occupa i primi posti e chi all’ultimo posto o senza posto: il nostro mondo sempre più sta divenendo la ‘società dei senza…’: senza diritti, senza posti da rivendicare, senza cura e attenzione.

Così chi sta ai primi posti nella società è considerato più importante di altri, da riverire nel riconoscimento di meriti e capacità. Ed è bene che ai primi posti, i posti di responsabilità, di guida, di orientamento stiano persone che si distinguono per competenza, per preparazione, per faticosa acquisizione di esperienza e studio. Talvolta tuttavia chi è ai primi posti lo deve ad appoggi, a privilegi, a facilitazioni avute, quando non a malaffare. Ma nello stare in un posto nella vita c’è modo e modo di atteggiarsi: ci può essere la modalità di chi dà spazio solo a chi è tra i primi ed attua disprezzo verso chi sta agli ultimi posti.

Gesù non intende elaborare una teoria sui ruoli nella società. Propone invece con la sua parabola un cambiamento radicale da un modo di vivere secondo una mentalità di competizione, teso a superare gli altri. Propone uno stile di vita alternativo, in cui i rapporti sono intesi come opportunità di un cammino insieme, dove la vita dell’altro è vista come parte della mia stessa vita: un cammino solidale.

Ma nella parabola di Gesù non c’è innanzitutto un messaggio che smaschera ogni arrivismo, la pretesa di essersi fatti da sé, il vanto vuoto. Il messaggio profondo della parabola ha una valenza propriamente teologica: Gesù sta parlando del volto del Padre. E tale messaggio implica la proposta rivoluzionaria di una modalità di rapporti nuovi in cui venga superata la discriminazione e la disuguaglianza.

E’ infatti il Padre ‘colui che invita alla festa di nozze. E’ lui l’unico che può dire ‘Amico, passa più avanti!’. L’annuncio al centro della parabola riguarda il volto di Dio come ‘colui che invita’: è invito a scorgere l’annuncio della grazia del Dio che chiama ‘amici’ i suoi commensali. Da qui deriva la responsabilità di vivere nella propria vita la testimonianza di questa scoperta: “Quando dai un pranzo o una cena… invita poveri, storpi, zoppi, ciechi e sarai beato perché non hanno da contraccambiarti’.

Il regno di Dio apre ad una situazione nuova di rapporti in cui l’attenzione principale è per coloro che sono agli ultimi posti. La nuova regola che Gesù propone ai suoi è di fare come il padre, che invita, che fa salire. E’ l’invito a prendere le parti di chi sta all’ultimo posto, di chi era considerato da escludere. Anche lo stare ai primi posti non ha altro senso se non quello di farsi accanto, nel sostegno e nella compagnia , condividendo il posto di chi è più svantaggiato. E’ occasione di dare, quando qualcosa si ha, sapendo di aver ricevuto, e di farlo con semplicità. Il suo invito è a far salire al primo posto chiamando ‘amici’ tutti coloro da cui non si può avere contraccambio: perché la gratuità è il volto di Dio.

Alessandro Cortesi op

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La vita dei senza…

Le vite ineguali… è il titolo di un libro dell’antropologo francese Didier Fassin che così scrive: “La vita dei senza. Che siano persone senza permesso di soggiorno, senza domicilio, senza cittadinanza, senza una terra, senza diritti, la possiamo comprendere solo in relazione alla vita dei ‘con’, per così dire, ovvero la vita di coloro che beneficiano di queste cose generalmente date per scontate in una relazione mediata dall’insieme delle istituzioni che contribuiscono a legittimare e mantenere tali disuguaglianze. (…) Considerare la vita nella prospettiva della disuguaglianza (…) permette di passare dall’espressione di compassione al riconoscimento dell’ingiustizia”.

La brava giornalista Francesca Mannocchi, autrice di Io Khaled vendo uomini e sono innocente (Einaudi 2019), riprende le riflessioni di Fassin in un recente articolo su L’Espresso dal titolo ‘La vita dei senza’, del 25 agosto 2019 e scrive:

“I corpi, i volti degli uomini della Open arms (la nave con circa un centinaio di migranti bordo salvati nel Mediterraneo e costretti ad attendere per più di quindici giorni un porto sicuro dove sbarcare ndr) impongono di chiederci se possiamo dirci ancora capaci di ospitalità, del crocevia di cammini – per dirla con Edmond Jabès – che riconosce il valore di chi è accolto e, attraverso l’ospitalità, conferisce valore a chi accoglie. Raccontano la paura dell’hospes che può rivelarsi hostis, cioè dell’ospite che può divenire nemico, o peggio, capro espiatorio quando i sentimenti della cura e dell’ospitalità vengono negati. Perché è dalla nostra capacità di fare spazio all’Altro, qualunque Altro che inaspettatamente bussi alla nostra porta, che dipende la qualità del nostro cammino nel mondo. E con esso il nostro gradi di civiltà. La medesima radice può generare rifiuto o comunità, sta a noi decidere, sempre, da che parte stare. Decidere cioè se Hos diventi ospite, o se invece diventi ostile. (…) Lo straniero ci consegna domande ostiche: la vita di Te che mi tendi la mano ha lo stesso valore della mia? Lo straniero, non il migrante, il rifugiato, il richiedente asilo, il minore non accompagnato – lo straniero, non le griglie semantiche, le categorie burocratiche in cui vogliamo spingere le persone per semplificare le implicazioni sociali della loro biografie – lo straniero, colui che semplicemente diverso da noi perché proviene da un altro paese, ha una storia diversa dalla nostra, è banalmente nato altrove, ci affida con la sua presenza, con la sua richiesta di ospitalità, la responsabilità delle ‘politiche della vita che affrontino gli effetti delle disparità di trattamento e le configurazioni sociali che incorporano tali disuguaglianze. Mentre la politica nazionalista e sovranista, la politica dei confini, impugna rosari appellandosi al cuore immacolato di Maria, la politica progressista, moderna dovrebbe essere capace di leggere il mondo nella sua complessità e di relazionarsi a tale complessità non con soluzioni reazionarie e retrive ma incoraggiando la pluralità. Perché le vite sono plurali”.

Viviamo un tempo in cui la vita dei ‘senza’, di coloro che sono relegati agli ultimi posti e vengono esclusi perché non c’è posto per loro nel mondo impegnato alla rincorsa dei primi posti, è provocazione a scorgere la sfida della costruzione di una comune umanità plurale. Proprio il rapporto con chi sperimenta sulla sua pelle la vita ineguale è luogo di costruzione di un percorso altro, che sappia accogliere l’utopia lanciata da Gesù: ‘invita i poveri alla mensa … e sarai beato perché non hanno da contraccambiarti’.

Apre l’orizzonte di una vita intesa non nei termini del commercio per cui tutto ha un prezzo e ad ognuno è richiesto di essere sempre più ricco per poter comprare, ma secondo un altro criterio che è quello del valore supremo dei volti sopra ogni cosa. I volti degli altri da riconoscere come appello a scoprire il proprio autentico volto e a condividere il comune invito alla tavola della vita.

Alessandro Cortesi op

XXI domenica tempo ordinario – anno C – 2019

IMG_5398Is 66,18-21; Eb 12,5-13; Lc 13,22-30

Nella seconda parte del vangelo di Luca Gesù è presentato nel suo cammino verso Gerusalemme. ‘Passava per città e villaggi insegnando e dirigendosi verso Gerusalemme’. Luca raccoglie in questo cammino vari insegnamenti di Gesù.

Tra altri è affrontata la domanda, dibattuta nei circoli rabbinici: “sono pochi quelli che si salvano?’. Diverse erano le risposte: da posizioni più rigoriste a posizioni più aperte. Gesù non entra nella questione. Ne fa occasione di un richiamo alle esigenze di una salvezza non come privilegio scontato ma cammino di esistenza nell’impegno per la giustizia. L’immagine della porta e il paragone di una festa sono introdotti: ‘Sforzatevi di entrare per la porta stretta, perché molti cercheranno di entravi ma non ci riusciranno. Quando il padrone di casa si alzerà e chiuderà la porta, rimasti fuori, comincerete a bussare alla porta dicendo: Signore, Signore aprici!’.

La porta per entrare nella festa è stretta, entrarvi implica fatica e impegno: il termine utilizzato è ‘lotta’ (agone). L’insegnamento di Gesù suscita una scelta e richiama alla responsabilità.

A chi solleva una sorta di diritto acquisito ad entrare, senza impegno per la giustizia, si oppongono le parole del padrone: ‘Non so di dove siate: andate via da me, voi tutti che operate l’iniquità’. L’accesso è chiuso a chi compie l’iniquità. Chi accampa in qualche modo diritti per aver mangiato e bevuto insieme, perché ‘hai insegnato nelle nostre piazze’ si deve invece confrontare con altri criteri per poter entrare: Chi può attraversare la porta stretta non è chi rivendica una appartenenza anche di tipo religioso o privilegi particolari, ma il passaggio è reso possibile solo per chi compie la giustizia.

Gesù critica la pretesa di ‘salvarsi’ in virtù di una appartenenza religiosa che non coinvolge l’esistenza. E’ il modo di vivere la religione in modo esteriore, con manifestazione di simboli ed ossequi agli aspetti di manifestazione ma senza attuare la giustizia e senza cambiamento del cuore. Di fronte a tale pretesa di ‘diritti acquisiti’ di uso della religione come bandiera culturale, le parole di Gesù contrappongono parole dure: ‘Là ci sarà pianto e stridore di denti, quando vedrete Abramo, Isacco e Giacobbe e tutti i profeti nel regno di Dio e voi cacciati fuori’. L’immagine della porta stretta richiama all’esigenza di una salvezza a caro prezzo, seguendo la testimonianza di Gesù. Per chi compie l’iniquità la porta è chiusa.

Tuttavia la prospettiva indicata è quella di una apertura senza confini. La porta è aperta infatti per chi opera la giustizia anche senza appartenenze religiose riconosciute, anche da lontano: ‘E verranno da oriente e da occidente da settentrione e da mezzogiorno per prendere posto al banchetto nel regno di Dio. E così vi saranno ultimi che saranno primi e primi che saranno ultimi’.

La porta stretta si apre ad accogliere chi non ha titoli di appartenenza o privilegi, chi si comporta nella vita in continuità con i gesti di Gesù: nel prendersi cura per l’altro, nello stare dalla parte di chi è oppresso, nell’impegno per la giustizia e per la pace, nella preghiera di fronte al Padre, nell’intendere la vita come servizio nel quotidiano. Tutti costoro che praticano la giustizia, provenienti da lontano, considerati stranieri ‘siederanno a mensa nel regno di Dio’. Saranno gli invitati nella casa, troveranno la porta aperta e accogliente. Gesù richiama un primato della prassi nell’attenzione all’altro su ogni declamazione di appartenenza e su ogni tipo di devozione. Sono parole per ripensare i cammini personali e lo stile di vita delle nostre comunità.

Alessandro Cortesi op

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Religione e iniquità

E’ elemento assodato dagli osservatori che una delle strategie poste in atto dalla destra sovranista internazionale, di cui alcuni interpreti sono Bannon neegli USA e Orban in Europa, è quella di cercare connivenze e agganci con il sentimento religioso popolare. Solamente in questo modo i progetti sovranisti e populisti possono pensare di avere una durata nel tempo aggregando a sé aspetti che toccano attitudini esistenziali e profondità di appartenenze. Da qui le strategie per impadronirsi e utilizzare simboli religiosi per rassicurare le fasce di popolazione più sentimentalmente legate a quei simboli unendole alla predicazione populista. E si sta via via facendo chiaro che uno dei principali nemici dei progetti sovranisti a livello internazionale nell’attuale contesto è la visione di papa Francesco, visione che non si pone sul piano della strategia politica, ma proprio per questo, per il richiamo a dimensioni di libertà dall’idolatria, per la sua profondità umanistica e dialogica, per la comprensione di una fede ben distante dall’ipocrisia di una religione ripiegata su di sé e quale strumento di interessi mondani, è vista come il nemico numero uno perché destruttura alla radice orientamenti autoritari e si oppone alla strumentalizzazione del popolo.

L’ipocrisia dell’uso di simboli religiosi e del loro contemporaneo svuotamento di significato staccandoli dal vangelo, o utilizzando in modo strumentale riferimenti a testi religiosi in sedi istituzionali è stata ripetuta in questi giorni in Parlamento. Si può scorgere in questo l’espressione di un analfabetismo della grammatica della laicità, di quella laicità testimoniata nel testo della Costituzione in cui valori profondamente legati anche alla fede cristiana hanno avuto una traduzione in termini condivisibili in un quadro di pluralismo.

C’è un problema di fondo che riguarda il modo di intendere la fede e forse è da riprendere la distinzione tra fede e religione. Papa Francesco ne ha recentemente fatto cenno usando l’evocativa immagine del ‘turista nella chiesa’ collegandola all’ipocrisia religiosa che viene meno alla sincerità ( e alla prassi) dell’amore come cura dell’altro:

“L’ipocrisia è il peggior nemico di questa comunità cristiana, di questo amore cristiano: quel far finta di volersi bene ma cercare soltanto il proprio interesse. Venire meno alla sincerità della condivisione, infatti, o venire meno alla sincerità dell’amore, significa coltivare l’ipocrisia, allontanarsi dalla verità, diventare egoisti, spegnere il fuoco della comunione e destinarsi al gelo della morte interiore. Chi si comporta così transita nella Chiesa come un turista. Ci sono tanti turisti nella Chiesa che sono sempre di passaggio, ma mai entrano nella Chiesa: è il turismo spirituale che fa credere loro di essere cristiani, mentre sono soltanto turisti delle catacombe. No, non dobbiamo essere turisti nella Chiesa, ma fratelli gli uni degli altri. Una vita impostata solo sul trarre profitto e vantaggio dalle situazioni a scapito degli altri, provoca inevitabilmente la morte interiore. E quante persone si dicono vicine alla Chiesa, amici dei preti, dei vescovi mentre cercano soltanto il proprio interesse. Queste sono le ipocrisie che distruggono la Chiesa! (papa Francesco, Udienza generale, 21 agosto 2019)

Sono domande poste tempo fa da Antonio Spadaro in riferimento alla situazione italiana nella Civiltà cattolica, recentemente fatto oggetto di scomposti attacchi per aver affermato che “Questo è tempo di resistenza umana civile e religiosa”. All’inizio di quest’anno scriveva:

“Dopo anni in cui forse abbiamo dato per scontato il rapporto tra chiesa e popolo, e abbiamo immaginato che il Vangelo fosse penetrato nella gente d’Italia, constatiamo invece che il messaggio di Cristo resta, talvolta almeno, ancora uno scandalo. Sentimenti di paura, diffidenza e persino odio – del tutto alieni dalla coscienza cristiana – hanno preso forma tra la nostra gente” (Antonio Spadaro, in “Civiltà cattolica” 2-16 febbraio 2019).

Così ha osservato recentemente Alex Zanotelli:

“Quando Salvini, il giorno della conversione in legge del decreto Sicurezza bis, ringrazia la Madonna di Medjugorje sa di richiamare un luogo di culto popolarissimo, dove moltissime persone vanno in pellegrinaggio. Soprattutto fedeli delle regioni del Nord est, dove l’elettorato della Lega è più radicato. Perciò quel tipo di appello ha un significato identitario preciso per il popolo del Carroccio. Evidentemente a Salvini non interessa che il richiamo alla Madonna porti con sé un messaggio esattamente opposto a quello dei decreti Sicurezza uno e due, come insegna il culto della Madonna di Porto Salvo, molto cara ai marittimi e ai pescatori in particolare del Mezzogiorno. Salvini capovolge il messaggio per la sua base elettorale. E infatti parlare di Porto salvo a lui non interessa. Quello che è grave è l’appoggio che ha ricevuto da alcuni settori della Chiesa che dovrebbero chiedersi che razza di Vangelo abbiano annunciato. Ma l’Italia è mai stata evangelizzata?” (Alex Zanotelli, L’ipocrisia religiosa del palazzo, “Il manifesto” 22 agosto 2019).

Alessandro Cortesi op

XIII domenica tempo ordinario – anno C – 2019

Elia-dà-il-mantello-ad-Eliseo-1

1 Re 19.16.19-21; Gal 5,1.13-18; Lc 9,51-62

Eliseo è chiamato a seguire Elia che su di lui getta il suo mantello. La sua vita cambia: questo gesto apre il suo cammino ad essere profeta: sarà uomo di Dio senza paura nei confronti dei potenti: la sua missione sarà stare sotto la parola di Dio, ed esserne annunciatore. Il mantello è segno di una chiamata e di un invio ed anche di passaggio di responsabilità e di dono. D’ora in poi Eliseo lascia il suo lavoro, il seguire i buoi che guidava nell’aratura e si pone al servizio di Elia, divenendo suo discepolo.

Alla morte di Elia, Eliseo raccoglierà il suo mantello (2Re 2,13-14), e con esso aprirà ancora le acque, segno che la parola di Dio è parola di liberazione per tutti, per chi si sente estraneo e lontano, oltre i confini (2Re cap. 5; cfr. Lc 4,27). Quel mantello che egli ricevette apre la strada a rivivere il percorso di liberazione dell’esodo, un percorso personale, e che si fa servizio per gli altri.

“mentre stavano compiendosi i giorni in cui Gesù sarebbe stato tolto dal mondo si diresse decisamente verso Gerusalemme.. mentre andavano per strada un tale gli disse…”

La strada verso Gerusalemme è momento centrale della vita di Gesù per l’evangelista Luca: non solo egli cammina, ma tutto nella sua vita si fa proposta alla comunità da lui raccolta attorno a sé per mettersi in cammino, per uscire dalle tranquille sicurezze.

La fede biblica respira dell’esperienza del camminare, nel deserto. Ed è scoperta della presenza di un Dio vicino pellegrino con il suo popolo. Nel cammino si incontra Dio che spinge ad andare sempre oltre, ad aprirsi al futuro come suo dono.

I primi cristiani parlano di Gesù come ‘colui che è passato facendo del bene…’ (cfr. At 10,38). Il camminare di Gesù con noi è cammino di compagnia e di vicinanza: nel dialogo si fa strada la possibilità di riconoscerlo presente e che si fa vicino nell’incontro con gli altri.

Luca dice che Gesù ‘fece il viso duro’ e si diresse verso Gerusalemme: va verso Gerusalemme dove subirà ostilità e il rifiuto da parte del potere politico e religioso. Ma lì avverrà anche la risurrezione il suo salire al Padre e lì saranno gli inizi della comunità.

Sulla strada varie persone chiedono a Gesù di seguirlo; Gesù stesso rivolge l’invito ‘seguimi’. Seguire Gesù non è un tipo particolare di conoscenza né osservanza di un codice di comportamenti o regole. Indica piuttosto un rapporto, un mettersi in cammino nella condivisione di vita con lui.

Gesù chiama a seguirlo con urgenza e con una sorprendente radicalità. L’apertura al futuro non lascia spazio alle chiusure e alle nostalgie del passato. Non è garanzia di sicurezze ma invito a condividere la precarietà, la povertà della sua vita. E’ chiamata ad un’esistenza che non si lascia imprigionare dalla morte (‘Lascia che i morti seppelliscano i loro morti’). E’ infine richiesta una dedizione che coinvolge tutta l’esistenza: “Nessuno che ha messo mano all’aratro e poi si volge indietro, è adatto per il regno di Dio”. L’aratro preso e da cui non ci si può volgere indietro è richiamo a scelte di fiducia profonda anche nelle difficoltà.

Alessandro Cortesi op

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Seguire

Raccolgo dai quotidiani di questi giorni alcune voci che aiutano ad interrogarsi oggi su cosa significa seguire Gesù, con la sua promessa di speranza e di accoglienza. Cosa significa questo oggi per noi?

«La mia vita è stata facile, ho potuto frequentare tre università, sono bianca, tedesca, nata in un Paese ricco e con il passaporto giusto. Quando me ne sono resa conto ho sentito un obbligo morale: aiutare chi non aveva le mie stesse opportunità». Così ha parlato Carola Rackete 31 anni, tedesca, la capitana della Sea Watch. «Basta, ho deciso di entrare in porto a Lampedusa. So a cosa vado incontro ma i 42 naufraghi a bordo sono allo stremo. Li porto in salvo». Ma questo gesto è rischioso: rischia infatti una incriminazione per favoreggiamento di immigrazione clandestina, il sequestro della nave e una multa da 50 mila di euro.

Così commenta Gad Lerner: “La disobbedienza civile con cui la Capitana ha deciso di sfidare il Capitano piccolo piccolo e il suo Decreto Sicurezza bis che criminalizza il soccorso in mare, è la più classica forma di omaggio alla legalità sostanziale, fondata sul rispetto delle norme internazionali sancite dal diritto del mare”. (Gad Lerner, L’onore di disobbedire, La Repubblica 27 giugno 2019)

Tutto ciò avviene mentre i giornali di tutto il mondo pubblicano la foto di un migrante al confine tra Messico e Usa trovato annegato sulla riva del Rio Grande con attaccata a sé la figlioletta. C’è chi si incammina verso un futuro mosso dalla forza della speranza e chi non vuole ascoltare il grido che proviene dalla disperazione.

“Questa Speranza — in nome della quale tanti uomini moriranno e tanti uomini uccideranno — è lo spirito messianico dei profeti, l’attesa e la preparazione dell’avvento del Messia, quella Terra Promessa verso la quale Mosé non si è stancato di guidare il suo popolo pur sapendo che egli stesso non vi avrebbe mai messo piede. Questo spirito religioso ebraico, questo guardare al futuro — che in qualche modo è già in atto nella traversata del deserto per raggiungerlo — assume una forma universalmente politica — pervasa di messianesimo — nel «sogno di una cosa» di cui parlava Marx, il sogno dell’umanità che rivendica la pienezza, la libertà, la vita vera o semplicemente la vita tout court , perché quella degli schiavi, degli oppressi, dei miserabili non è vita. Questa cosa sognata non si trova nel passato, in un Eden originario da cui l’umanità è stata scacciata, ma nel futuro, nel «non ancora». Come ci hanno insegnato a scuola, sperare è per definizione un verbo che vuole il futuro. E questo «non ancora», dice Virgilio morente nel grande romanzo di Broch, contiene l’«eppure già», perché il cammino verso la Terra Promessa è già Terra Promessa” (C.Magris, Elogio dell’uomo che spera, Corriere della sera 27 giugno 2019).

Questa speranza è spinta che nella vita ha un fragilissimo confine con la disperazione. E’ quella disperazione che ha guidato il gesto di un padre a gettarsi nella corrente del fiume con la figlia legata a sé dentro la sua stessa maglia. Ed è la disperazione incomprensibile ai grandi della terra e a chi comanda:

“Le parole. C’è questo tema dell’abisso che separa la Cosa dalle parole che chi comanda nel mondo — chi ha dunque la responsabilità, anche, di dire per tutti la parola appropriata — usa per indicare la Cosa. Donald Trump ha detto: “Stiamo mettendo le cose a posto, compresa la costruzione del muro”. È spaventosa, sarebbe imbarazzante se non fosse tragica, la convinzione di chi pensa che un muro, una barriera, un porto chiuso un divieto possano convincere Oscar e i milioni di persone che si buttano in acqua rischiando di morire coi propri figli in braccio, morendo con loro, a non farlo. Non sono capaci, i governanti, di indovinare la disperazione, di immaginare l’abisso”. (Concita Di Gregorio, Quanto male ci fa quella foto, La Repubblica 27 giugno 2019)

Anche in Italia ci sono i piccoli Trump, incapaci di scorgere le attese di speranza e gli abissi della disperazione:

“Provate a uscire — immaginate di farlo — andare in riva al mare, nuotare vestiti o salire su una barca che vi porta forse in un’altra terra, forse a morire. Ci andreste, stamani, stanotte, a nuoto, altrove? Vi mettereste vostra figlia nella maglia, se ha due anni e non sa nuotare? E cosa potrebbe indurvi a farlo, furbetti che non siete altro? Facile, eh? Provare a fottere le nostre leggi. I porti sono chiusi. Pensavate di fregarci? E invece guarda: siamo noi che freghiamo voi. Che soddisfazione. Applausi. Speriamo solo che nessuno dei Trump grandi e piccoli, al mondo, abbia mai bisogno di una mano che si tende, a mare. Speriamo che mettersi nei panni anziché esserci davvero, provare a immaginare, sia ancora un esercizio praticabile” (Concita Di Gregorio, ibid.).

«Grazie Carola! Grazie del peso dell’umanità di cui ti sei fatta carico nel mondo grande e terribile governato dell’egoismo». Così il parroco di Lampedusa don Carmelo La Magra ha salutato la decisione della capitana della Seawatch mentre trascorre le notti dormendo sul sagrato della chiesa in segno di solidarietà nell’attesa che la nave possa attraccare sull’isola.

«Chi ha a cuore le sorti del nostro Paese non se la prende con dei poveri disperati che sono allo stremo, ma si batte per cambiare le regole che fanno dell’Italia il capro espiatorio di un fenomeno, che esiste da sempre e che abbiamo il dovere di governare». Così si esprime Pietro Bartòlo, medico degli immigrati di Lampedusa. «Invece ho l’impressione che chi ha costruito gran parte del suo consenso facendo dell’immigrazione un problema, ha tutto l’interesse a che il problema resti così com’è, alimentando una campagna elettorale permanente» (A.Picariello, L’Europa intervenga ne ha il potere. Intervista a Pietro Bartolo, Avvenire 27 giguno 2019).

“Guardiamoci allo specchio, per una volta. E chiediamoci quanto già ci abbia avvelenato la disumanizzazione del nostro prossimo di cui parla Philip Zimbardo in «Effetto Lucifero», quanto vediamo di quel prossimo soltanto la dimensione numerica,vera anticamera dell’inferno che in fondo, come i nazisti ben sapevano, è la semplice negazione della singolarità umana. Così, ecco 40 sbarchi, 50 annegati, tutti uguali: ma è un inganno. Perché le notizie non sono mai tali e quali, come, ad esempio, non lo sono i bimbi sulle navi, ognuno con la sua originale paura del buio, il suo pupazzo preferito, il suo modo di dire mamma. Diverso da ciascuno e diverso dal piccolo siriano Alan, l’unico che, esanime su una spiaggia turca, «vedemmo»come fosse un bambino nostro; e che perciò ci reintegrò, sia pur per poco tempo, nei ranghi dell’umanità”. (G.Buccini, Navi e numeri. Il  rischio (inumano) di assuefarsi, Il Corriere della sera 25 giugno 2019)

Giovanni Ricchiuti, vescovo, presidente di Pax Christi, esprime la sua indignazione: “vorrei però condividere con voi la mia indignazione di fronte a quanto sta succedendo in questi giorni, con la nave Sea Watch, a cui è vietato l’ingresso nel porto di Lampedusa, con a bordo 42 migranti. Il Parroco di Lampedusa, don Carmelo La Magra, dorme sul Sagrato della chiesa fino a quando i profughi non scenderanno a terra in un porto sicuro. E il ministro degli interni gli ha risposto in tono irrisorio “Dorma bene!”. Il Vescovo di Torino, Mons. Nosiglia ha dato la disponibilità ad accogliere senza alcun onere per lo Stato le persone a bordo della nave, e il ministro degli Interni gli ha risposto: “Caro Vescovo, penso che Lei potrà destinare i soldi della Diocesi per aiutare 43 Italiani in difficoltà. Per chi non rispetta la legge i nostri porti sono chiusi”. Sono parole inaccettabili! Bene ha scritto il direttore di Avvenire, parlando di imprudenza, impudenza e arroganza! Come già detto più volte “io non ci sto!”. “Noi non ci stiamo!”. (Verba volant, giugno 2019)

Sono le voci, le parole, le sofferenze, le esistenze che chiamano a seguire Gesù oggi in questo tempo.

Alessandro Cortesi op

Ascensione del Signore – anno C – 2019

ascensione.jpgAt 1,1-11; Eb 9,24-28; 10,19-23; Lc 24,46-53

L’intero vangelo di Luca è strutturato attorno al tema del viaggio. Gesù percorre la strada verso Gerusalemme e il suo viaggio è una salita, una ‘ascensione’. Gerusalemme è infatti posta sul colle di Sion e i pellegrini che andavano verso la città santa la vedevano da lontano come meta posta in alto. Tanti salmi cantano così l’ascensione verso Gerusalemme, al tempio di Dio ed erano usati mentre si saliva verso Gerusalemme. Luca nel suo vangelo presenta così il cammino di Gesù come salita a Gerusalemme: “Mentre stavano per compiersi i giorni della sua ascensione, Gesù si diresse decisamente verso Gerusalemme” (Lc 9,51). Nell’episodio della trasfigurazione, nel dialogo tra Mosè e Elia, essi “parlavano dell’esodo che Gesù avrebbe portato a compimento a Gerusalemme” (9,31).

Nel racconto della passione Gesù sale al Calvario e poi sulla croce. Il suo risvegliarsi dal sonno della morte, il suo ‘alzarsi’, è presentato da Luca nei termini di salita alla destra del Padre: “Gesù li condusse fuori verso Betania e, alzate le mani, li benedisse. Mentre li benediceva, si staccò da loro e fu portato verso il cielo. Ed essi, dopo averlo adorato, tornarono a Gerusalemme con grande gioia; e stavano sempre nel tempio lodando Dio” (Lc 24,52-53).

Ascendere è movimento di salita, ed esprime tutta la vita di Cristo: il suo percorso è una salita che Luca indica sfociare non solo fino a Gerusalemme ma ancora più in alto nello stare accanto al Padre. Il cielo, simbolo del divino, è la sfera in cui Gesù vive ora nella condizione del ‘vivente’ (è questo il titolo del risorto per Luca), colui che ha vinto la morte. Il suo ‘salire’ si compie portando con sé tutto al Padre. E salendo al cielo lascia una benedizione. Non rimane senza legame con i suoi e con la terra. Non sarà più presente, la comunità dovrà vivere nella sua assenza, nell’attesa di un ritorno, e d’ora in poi sulla terra si svolgerà la missione di coloro che sono investiti della forza dello Spirito Santo e sono chiamati a vivere un nuovo incontro con lui e nella speranza.

Nel movimento della ascensione quindi Luca legge la nuova vita di Gesù oltre la morte e il sorgere del cammino della chiesa: Gesù ora vive nella comunione con il Padre, e dona la forza dall’alto, il dono dello Spirito perché l’incontro con lui si attua nella sua assenza, attraverso i suoi testimoni.

Il movimento che lo porta in alto è inizio di un grande raduno. Il quarto vangelo esprime questo dicendo : ‘quando sarò innalzato da terra attirerò tutti a me’ (Gv 12,32). Colui che sulla croce era stato visto come il fallito, proprio sulla croce ha manifestato l’amore fedele fino alla fine. Nel dono di sé e nel farsi servo sta il senso più profondo della vita di Gesù e del cammino che Gesù indica ai suoi.

La lettera agli Ebrei vede nella corporeità di Gesù risorto una strada che si apre per un salita nel nuovo tempio, il tempio celeste che è comunione con Dio. Non ci sono più esclusi o condizioni particolari per entrarvi: Gesù con il suo sangue, cioè con la sua vita, ha aperto una strada nuova. E’ una via che è una persona: è Gesù, nella sua corporeità, la via nuova e vivente. “Avendo, fratelli, piena libertà di entrare nel santuario per mezzo del sangue di Gesù, per questa via nuova e vivente che egli ha inaugurato per noi attraverso il velo, cioè la sua carne…. Manteniamo senza vacillare la professione della nostra speranza, perché è fedele colui che ha promesso”.

La festa dell’ascensione è un aspetto della festa della Pasqua: indica un passaggio aperto per un incontro nuovo, di vita, con il Padre. E’ anche festa di speranza per la chiesa, comunità chiamata a non rimanere a guardare il cielo, ma ad impegnarsi sulla terra annunciando la presenza nuova del Signore e accompagnando all’incontro con Lui nello Spirito.

Alessandro Cortesi op

Vendita gomitoli onlineRancore e speranza

Qualche commentatore ha evidenziato come in Italia il grande vincitore delle elezioni europee sia stato non solo e non tanto un capo-popolo, che dirige un partito politico, quanto piuttosto un sentimento diffuso che ha fatto sì che molte persone si siano affidate alle illusorie promesse di chi si è presentato come salvatore. Non la paura è il sentimento predominante. E pure la paura è stata alimentata a piene mani con una presentazione dei problemi e della realtà deformate e capaci di suscitare allarme e opposizione di fronte all’altro, all’immigrato, al più povero. Ma più che la paura è il rancore l’atteggiamento dominante. E’ sentimento che viene coltivato e che da tanto tempo costituisce un legante di esperienze e persone assai diverse. Il rancore è proprio di chi avverte la propria situazione come segnata da disagio e da tradimenti e cerca di individuare un capro espiatorio colpevole della mancata realizzazione di aspirazioni o del venir meno di condizioni di privilegio, di benessere e o di soluzione al proprio disagio.

Il rancore alimenta anche quell’attitudine populista che si può sintetizzare nel sentimento di una bontà racchiusa nel popolo, depositario di ogni tipo di virtù, e di una colpa propria di una élite il cui carattere principale sarebbe l’egoismo. Una contrapposizione di bene e male considerati interamente separati da una parte e dall’altra senza possibilità di mediazione e di democrazia.

A partire dagli anni 80 in Italia a più riprese varie fasce della società si sono affidate a diverse figure percepite come ‘salvatori del popolo’ che hanno vissuto parabole di affermazione e di discesa talvolta in modo più lungo, altre volte in modo più rapido, ma sempre contrapponendo promesse di soluzioni mirabolanti ad effettive realizzazioni assai deludenti, quando non concluse nel malaffare e nella corruzione. E’ la vicenda di diversi populismi che hanno segnato la storia recente del paese e che hanno visto il crescere di entusiasmi talvolta con risultati anche elettorali mirabolanti, e il successivo spegnersi e appassirsi di tante esaltazioni a fronte dell’incapacità di affrontare la complessità del reale.

E’ questo forse il principale problema di una popolazione italiana in certe fasce sociali caratterizzata dalla preoccupazione di trattenere e non perdere una ricchezza percepita come privilegio senza responsabilità sociale, nemmeno verso le generazioni più giovani, in altre aree segnata duramente da condizioni di disagio e di venir meno progressivo di sostegni sociali in condizioni di povertà.

Il rancore e la chiusura vengono a costituire il comune denominatore di una società ripiegata e incapace di pensare un futuro diverso e altro rispetto a nostalgie di un passato ormai alle spalle. Caratteristiche di un invecchiamento che non pensa al futuro e non lascia spazio alle aspirazioni dei giovani.

A fronte di tale sentimento prevalente sarebbe da auspicare un nuovo sguardo e la maturazione di un atteggiamento diverso nei confronti della vita, degli altri, del futuro. E’ questo l’atteggiamento di chi nel cuore coltiva la speranza, che non fa ricadere su altri le colpe di ciò che va male. La speranza è attitudine di chi avverte la problematicità della situazione e non pretende soluzioni miracolistiche in termini di esclusione degli altri. E’ legata alla mitezza propria di chi percepisce il proprio limite e nello stesso tempo cerca di costruire passo passo senza affidarsi ad illusioni. Soprattutto è consapevole che solo in una rinnovata solidarietà sociale e nella consapevolezza di appartenere ad un’unica comunità umana è possibile affrontare le difficoltà del presente, ricercando le cause profonde delle sofferenze e cercando di costruire insieme. Chi spera non vive ‘contro’, con giudizi perentori sugli altri e non riconoscendo il proprio limite. Al contrario vive ‘per’, nella tensione a mettere energie al servizio di un progetto comune, ad aprire vie di pensiero e di prassi ad una vita buona per tutti. “Manteniamo senza vacillare la professione della nostra speranza”.

Alessandro Cortesi op

V domenica di Pasqua – anno C – 2019

IMG_4263At 14,21-27; Ap 21,1-5; Gv 13,31-33.34-35

Al centro della pagina di Atti è posto l’impegno di Paolo e Barnaba: “dopo aver predicato il vangelo in quella città e aver fatto un numero considerevole di discepoli, ritornarono a Listra, Iconio e Antiochia rianimando i discepoli ed esortandoli a restare saldi nella fede”.

Paolo e Barnaba danno forza ed esortano. Invitano a resistere nel tempo della difficoltà. E’ l’esperienza della prima comunità ma è anche esperienza delle comunità di ogni tempo: la fatica della prova, il senso di insufficienza e incapacità, talvolta di inutilità di fronte ad opposizioni esterne e incomprensioni nel momento in cui si vive la fedeltà alla parola di Dio e alle sue chiamate. E’ la storia di tutti coloro che cercano di essere testimoni ed annunciatori con scelte coraggiose e nella libertà che la parola stessa suscita.

Paolo e Barnaba invitano a restare saldi. La vita cristiana non toglie la prova, anzi questa è esperienza che prima o poi si presenta. Non proviene dal di fuori, ma spesso si presenta come emarginazione, sospetto, contrapposizione ad opera di chi è preoccupato di fissare il vangelo in una religione, da parte chi cerca strutture rassicuranti, da parte di chi non ascolta il soffio dello Spirito e i segni dei tempi, impedendo di aprire porte perché la parola possa fare il suo corso, perdendo di vista il vangelo stesso.

Nel libro degli Atti Luca insiste sull’atteggiamento centrale di affidarsi alla grazia di Dio e non su altre sicurezze. E’ la fiducia nel Signore che può far andare avanti. E’ lui che apre nuove porte e strade e a noi richiede una disponibilità coraggiosa e libera. E’ lui che apre le porte al cammino della parola. Importante è un cammino comune, il riferirsi alla comunità, e l’apertura ad uscire oltre i confini serrati da porte chiuse: “Non appena furono arrivati, riunirono la comunità e riferirono tutto quello che Dio aveva compiuto per mezzo loro e come aveva aperto ai pagani la porta della fede”.

La pagina dell’Apocalisse orienta a guardare la nuova Gerusalemme, una città. La città santa è presentata nel quadro di un nuovo cielo e una nuova terra. Il mare – simbolo di ogni forza del male – non c’è più e la città assume il profilo di donna: come sposa illuminata mentre è pronta ad incontrare il suo sposo.

Apocalisse – un libro scritto nel tempo della prova e della grande persecuzione – invita a guardare oltre. Spinge a fissare lo sguardo sul fine della storia: non un giardino (il paradiso) ma una città sarà il futuro della vita. La città è costruzione umana, luogo del vivere insieme, incrocio di natura e di cultura, di ambiente e di opera umana, è incontro, costruzione e presenza di relazioni.

Al centro della città, detta ‘dimora di Dio con gli uomini’ sta la presenza di colui che ha per nome “Dio-con-loro”. L’Emmanuele (Mt 1,23; Is 7,14) Gesù è il Dio con noi: è il nome che ricorda la promessa di Gesù risorto, ‘ecco io sono-con-voi tutti i giorni fino alla fine del mondo’ (Mt 28,20). Questa città reca in sé qualcosa di nuovo e luminoso: le cose di prima sono passate, non c’è più la morte né lutto né lamento né affanno: un nuovo mondo iniziato.

Apocalisse, nel tempo della prova, richiama al grande progetto di Dio che è disegno di incontro e di pace, secondo il sogno di Isaia: ‘Tripudierò con Gerusalemme, gioirò con il mio popolo; mai più le lacrime mai più il lamento risuoneranno in lei. E costruiranno case e le abiteranno; e pianteranno vigne e ne mangeranno il frutto” (Is 65,19.21)

La pagina del vangelo indica la via che Gesù lascia ai suoi, il comandamento nuovo. Nel quarto vangelo la morte di Gesù è presentata in modo paradossale e spaesante come momento di ‘glorificazione’. Gesù manifesta la gloria di Dio proprio sulla croce perché lì, nel luogo del dolore e dell’ingiusta condanna si fa visibile l’amore che giunge sino alla fine: ‘avendo amato i suoi … li amò sino alla fine’.

Gesù lascia così ai suoi il nuovo comandamento che riassume e compie ogni altro comandamento: ‘amate come io vi ho amati’. Non si tratta tanto o solamente di seguire un esempio, ma di trovare in lui la forza di amare in tale modo. Gesù indica la via dell’amore quale strada per essere suoi discepoli: ‘da questo tutti sapranno che siete miei discepoli, se avrete amore gli uni per gli altri’. Vivere così, come lui ha vissuto, è già partecipare alla sua gloria.

E’ invito ad affidarci a lui, ad accogliere l’amore che non tiene per sé. E’ anche invito a riconoscere coloro che attuano questa sua parola come gli autentici discepoli di Gesù e lasciarci cambiare.

Alessandro Cortesi op

IMG_4273      Michelangelo, I prigioni – 1513 ca – Firenze Galleria dell’Accademia

Città

“L’abitare per me deve avere tre caratteristiche: va rafforzato dalla condivisione, dalla cooperazione, dalla corresponsabilità. Affinché la ricchezza dei pochi non impoverisca gli altri, in determinismo possessivo, che può rendere la convivenza davvero difficile e frammentata”.

Così mons. Bregantini ha presentato una sua riflessione sulla città al Festival biblico, suggerendo che riflettere sulla domanda come costruire città vivibili oggi significa ritornare a pensare e a costruire un abitare che significhi appartenenza a comunità in cui ci si prende cura:

“L’abitare è paradigma della consapevolezza di appartenere a una comunità, dove ci si prende cura dell’arte del noi, come vera rivoluzione dei nostri giorni, per progettare insieme un futuro sostenibile, libero dalla corruzione, a servizio della prossimità, fatto di fiducia sociale solida e reciproca. Sono le città che visita san Paolo, cittadino europeo, come Gerusalemme, Atene e Roma. Sono l’icona della teologia, dell’antropologia e della politica. Cioè, la bellezza di chi sa pregare (la teologia), la forza di chi progetta e pensa, come ad Atene, e la chiarezza amministrativa, come per Roma. Se l’Europa guarderà a questo triplice intreccio, sarà capace di avere futuro vero e solidale.”

Il pensiero non può non andare al futuro dell’Europa in un momento di profonda crisi di ogni progetto comunitario, nel tempo del prevalere degli egoismi nazionali, degli isolamenti tribali. Le scelte di costruzione delle città passano per una costruzione di una casa comune che sempre più dovrebbe vedere le città come soggetti che riportano al centro la preoccupazione propria di questi luoghi di vita insieme, intrecciata, di diversità e uguaglianza, in cui i legami sono concretezza e in cui l’altro non è numero ma volto.

Come ricordava Giorgio La Pira, già sindaco di Firenze e uomo dedito alla costruzione della pace nel mondo, in uno storico discorso del 1967 le città richiamano all’urgenza, all’imperativo di non fare la guerra, di non cedere alla logica della violenza devastatrice. Perché le città sanno cosa significa la distruzione e l’orrore dei bombardamenti e della devastazione procurata dall’odio che rende i vicini nemici e i lontani figure senza volto né nome.

Le città conoscono il dramma dell’annullamento dell’altro e della morte e sanno che tutto questo è negazione della vita di uomini e donne che solo nell’incontro e nella riconciliazione possono ritrovare se stessi. Le città, nel mondo globale e nell’età della guerra globale, unendosi, legandosi in relazioni di solidarietà, dovrebbero essere così baluardo di costruzione di una casa comune.

Così ancora Bregantini: “Il senso di essere comunità, infine, si avverte forte e vero solo quando consideriamo che la città è fatta di volti, di storie, di nomi, di incontri e non di numeri. Dove tutti siamo destinatari e artefici del bene comune. Dove nessuno è dimenticato, oscurato, emarginato. Dove la libertà non fa a meno della verità. Dove non è offuscata la sete di futuro, di pace, di giustizia. Dove la cementificazione non contagia il cuore. Dove il piccolo, come i borghi, sono laboratori di valori, di antichi mestieri, di tradizioni, di culture che si fanno linguaggi identitari di un popolo, di un territorio. La mia proposta è che nasca nelle nostre diocesi una vera pastorale della città, mirata a fondare la cultura dell’incontro, dell’accoglienza, dell’attenzione all’altro. Una pastorale della fraternità, tra le mani di laici testimoni del Vangelo che include. Una pastorale della città che si fa essa stessa punto di riferimento per il nuovo umanesimo, per la difesa degli ultimi, per la società della gratuità, pane spezzato dell’essere per l’altro. Dove la piccola Nazaret vale come la grande Gerusalemme! Perché “Polis” non è altro che relazioni fraterne, libere e forti!”

La fraternità, la cultura dell’incontro, l’apprendistato all’accoglienza e alla convivialità con chi diverso apre a nuovi orizzonti la costruzione di un ‘noi’ sempre da fare nuovamente e sempre in cammino. L’ospitalità come orizzonte. Sono questi i tasselli oggi così mancanti e dimenticati – e da recuperare urgentemente e a cui dar respiro – di una passione per la comunità che dovrebbe animare scelte di vita di chiesa e scelte politiche per ciascuna e ciascuno nella concretezza del proprio ambito di agire quotidiano.

Alessandro Cortesi op

III domenica di Pasqua – anno C – 2019

IMG_4009At 5,27-32.40-41; Ap 5,11-14; Gv 21,1-19

La fede dei primi testimoni trova il suo senso e la sua chiave di lettura nella risurrezione, vero centro focale dell’esperienza cristiana.

L’apocalisse per indicare Gesù risorto usa l’immagine dell’agnello: è un agnello immolato che riceve onore e gloria da tutte le creature del cielo e della terra. Nel quarto vangelo Gesù muore mentre nel tempio venivano immolati gli agnelli per la cena pasquale ebraica. L’immagine dell’agnello ferito, ma in piedi, indica Cristo crocifisso e risorto, in cui risplende la gloria del Padre.

Nel libro degli Atti Pietro davanti al sommo sacerdote offre la sua testimonianza di fede centrata sulla pasqua: “Rispose allora Pietro insieme agli apostoli: ‘Bisogna obbedire a Dio piuttosto che agli uomini. Il Dio dei nostri padri ha risuscitato Gesù, che voi avevate ucciso appendendolo alla croce. Dio lo ha innalzato con la sua destra facendolo capo e salvatore, per dare a Israele la grazia della conversione e il perdono dei peccati. E di questi fatti siamo testimoni noi e lo Spirito Santo, che Dio ha dato a coloro che si sottomettono a lui”

Il Dio dei padri ha risuscitato Gesù, ed è lui ora capo e salvatore: Pietro parla della risurrezione come continuità di vita. Colui che è stato incontrato vivente dopo la morte non è un fantasma ma è il medesimo Gesù che ha annunciato la venuta del regno. Il suo annuncio si pone in fedeltà al disegno di salvezza del Dio dei padri nei confronti di Israele e di tutti i popoli.

Pietro per riferirsi alla risurrezione usa delle metafora. Parla di un ‘rialzarsi’ ma anche fa riferimento ad un innalzamento per opera del Padre: ‘Dio lo ha innalzato con la sua destra’. Sono linguaggi diversi per dire che la vita di Gesù Cristo appartiene ad una dimensione ‘altra’ da quella terrena. I cieli in alto si contrappongono alla terra in basso e Cristo ora vive in una dimensione diversa. L’evento della risurrezione va oltre l’esperienza umana: è irruzione della ita di Dio che tocca la storia. Pietro indica Cristo come vicino: è il medesimo Gesù di Nazareth. Nel contempo vive ora come l’innalzato: la sua presenza può essere incontrata in modo nuovo, nell’esperienza del credere.

Il quarto vangelo narra alcune apparizioni di Gesù dopo la Pasqua. In particolare la scena si svolge in tre momenti. All’inizio sta il presentarsi di Gesù a coloro che hanno seguito l’invito di Pietro ‘io vado a pescare’. Poi c’è il gesto di mangiare insieme con i discepoli sulla riva del lago; infine il dialogo con Pietro interrogato sull’amore: ‘mi ami tu?’.

La scena iniziale è posta in una atmosfera quotidiana con la presenza di sette discepoli individuati con precisione: Simon Pietro, Tommaso detto Didimo, Natanaele di Cana di Galilea, i figli di Zebedeo e altri due discepoli. Questi sono presentati nel momento in cui salgono sulla barca tornando alle loro attività consuete. E vivono il fallimento della pesca, ‘ma in quella notte non presero nulla’. Gesù si presenta sulla riva ma non è riconosciuto. Invita a gettare nuovamente le reti dalla parte destra. Nonostante molte interpretazioni possibili è forse augurio di bene (la destra simbolo di buona fortuna). Solamente di fronte alla meraviglia di una pesca abbondante il discepolo che Gesù amava scorge il volto di Gesù: è lui infatti che dice a Pietro: ‘E’ il Signore’ e Simon Pietro si getta incontro.

E’ questa una scena di riconoscimento in cui il quarto vangelo suggerisce che Gesù si rende vicino e presente, ma in modo nuovo e va riconosciuto in un modo nuovo di ‘vedere’: Gesù ora va incontrato con gli occhi della fede e dell’amore. La barca e la rete che non si spezza possono essere interpretati come simboli della chiesa che segue il suo Signore.

La condivisione nel mangiare insieme è poi gesto di comunione: Gesù chiede che il pesce pescato sulla sua parola sia portato insieme a quello già preparato insieme al pane sul fuoco. E ripete quei gesti che aveva lasciato loro come indicazione del senso dell’intera sua esistenza: ‘Prese il pane e lo diede a loro, e così pure il pesce’.

Il mangiare insieme allude all’esperienza liturgica in cui si incontra Cristo risorto nei segni che lui ha compiuto. Segue una terza scena attorno al dialogo tra Gesù e Pietro. Per tre volte Gesù ripete l’unica domanda sull’amore. E quasi il ripercorrere le tre volte in cui Pietro durante la passione negò di essere di quelli di Gesù. Alla fine Pietro dice: ‘Signore tu sai tutto, tu sai che ti amo’. Sono parole che esprimono come la radice della missione stessa di Pietro non sta nelle sue forze ma nel perdono di Gesù. La sua missione avrà fecondità e significato solamente se trasmette l’esperienza della gratuità accolta e nel seguire lui, unico pastore delle pecore (Eb 13,20).

Alessandro Cortesi op

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Le stelle di Lampedusa

“Gesù si avvicinò, prese il pane e lo diede loro, e così pure il pesce”.

Pietro Bartolo è un medico, è il medico di Lampedusa. Non l’ho mai incontrato personalmente ma chi l’ha incontrato può dire che Pietro è una di quelle persone che sembra di aver conosciuto da sempre, con cui poter instaurare un dialogo fatto di familiarità e di vicinanza, di quell’umanità vera che è nostalgia struggente oggi in tempo di cattiveria.

Leggere il suo libro Le stelle di Lampedusa (Mondadori 2018) è come entrare nel suo cuore, scorgere le sue preoccupazioni, il suo impegno, la sua disponibilità a vivere fino in fondo la condizione che Lampedusa ha vissuto orami da anni, essere l’isola dell’accoglienza, di quell’accoglienza faticosa tremenda e dolorosa dei profughi dal mare, dei migranti che sono stati gettati nella traversata del Mediterraneo dopo l’inferno della Libia, sui barconi e sui gommoni. Un testimone, Pietro, figlio di pescatori, pescatore pure lui, testimone di incontri con un’umanità sfruttata e disperata, un’umanità dolente e tenuta in condizione disumana e costretta a subire dopo il dramma del viaggio le difficoltà di vivere in un’Europa che esclude e rifiuta.

Testimone di un senso di impotenza e dell’urgenza di mettersi a disposizione oltre ogni limite delle forze per accogliere, spettatore di una vicenda mondiale che, nell’ignoranza e indifferenza dei più, genera ingiustizia e dolore, impoverimento di persone disperate che fuggendo dalle terre della guerra e della miseria si espongono a vivere percorsi fatti di orrore e desolazione fino alla morte.

La sua sensibilità lo conduce a percepire il dramma degli altri, dei bambini. Il suo libro parla soprattutto di bambini, delle loro storie, del loro dolore e dei grandi che ruotano attorno a loro. E dell’opera di Pietro nel farsene carico, fino a prenderli con sé, ma anche fino a sperimentare il senso profondo di impotenza:

”Migliorò, ma le sue condizioni erano comunque gravissime e a Lampedusa non avevano le attrezzature necessarie per curarlo bene. Allora lo indirizzai verso l’Ospedale dei bambini di Palermo. Ricordo il viaggio verso l’elipista e l’ultimo saluto. Stringeva in mano un coniglietto di peluche che gli avevano dato poco prima e che lui aveva ribattezzato ‘Battolo’. Prima di salutarci e decollare di novo, mi sorrise. E in quel preciso istante capii che quello, e solo quello, era il modo giusto per fare i conti con il senso di impotenza. Accogliere e curare. E nulla più” (p.39)

Le pagine del libro narrano di nomi, volti, persone con la delicatezza di chi, medico, sa che dietro ad un volto c’è una sofferenza palese o nascosta da ascoltare, da accompa-gnare, a cui dare spazio. La storia di Anila è struggente: questa bambina giunta sola e devastata aveva solamente notizia della presenza della mamma in Europa… ma l’Europa è grande. Una storia che sembrava giunta ad un possibile lieto fine, in breve tempo e in modo stupefacente, eppure dovette scontrarsi non più con gli orrori della Libia e dei viaggi in barcone, ma con le difficoltà delle leggi, del buco nero della burocrazia. “Aveva attraversato il Sahara e il Mediterraneo, era sopravvissuta a un naufragio e al carcere in Libia e ora era lì, ferma immobile, prigioniera di un’attesa insensata” (p.55).

Anila, una storia simile e diversa a quella di tanti altri bambini, ricordati da Pietro nel suo passeggiare la notte nell’isola avvolta dal silenzio.

“…preferisco pensare che le stelle stiano lì per proteggere le migliaia di bambini che ogni giorno si ritrovano ad affrontare viaggi disperati come quello di Anila. Autentici, coraggiosissimi eroi, capaci di sopportare il dolore e la paura pur di giungere a destinazione, con il sogno di rivedere i loro cari e vivere felici da qualche parte, in un Paese senza guerre o persecuzioni. Ecco perché mi piace tanto venire a passeggiare quaggiù la notte. Perché mi basta alzare lo sguardo per vederli tutti, i bambini che sono passati di qui, Favour, Mohamed, Akim… Le stelle di Lampedusa sono lì per loro” (p.87).

La storia di Anila che con il suo viaggio ha salvato anche la mamma è stata una storia anche di altre stelle, quattro donne che Pietro ricorda nel suo libro, suor Teresa, suor Letizia, Luisa e Monique. Nel libro racconta anche la storia di queste quattro donne straordinarie: le stelle di Lampedusa sono anche loro. E come loro tanti che accompagnano, in un fare silenzioso e indomito, in una terra di disperazione ed orrore, in un mondo segnato da cattiveria e disumanità, a rintracciare i semi di una speranza faticosa e fessure di luce. Come le stelle nel cielo della notte.

Alessandro Cortesi op

 

V domenica di Quaresima – anno C – 2019

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“Non ricordate più le cose passate, non pensate più alle cose antiche! Ecco, faccio una cosa nuova, proprio ora germoglia e non ve ne accorgete?”

La parola del profeta è incoraggiamento e speranza. Invita a non restare chiusi nel passato e a scorgere qualcosa di nuovo che sta nascendo nella storia, nonostante tutte le contraddizioni. E’ difficile scorgere una novità di bene laddove si vive in condizioni di prova e di morte. Il secondo Isaia, profeta di un tempo difficile, dell’esilio, indica un germoglio. E’ una novità che richiede occhi capaci di osservazione alle cose piccole… è sbocciare silenzioso e fragile che annuncia la bella stagione. Nel deserto indica la gioia della vita nascente al di là di tutto ciò che la contrasta. E’ questione di sguardo.

Il profeta annuncia così che nonostante la fatica del presente la tragica esperienza dell’esilio sta per finire e insieme finisce la paura della schiavitù, l’essere stranieri e oppressi. Invita a non lasciarsi rinchiudere in un ricordo angusto delle cose passate: la sofferenza, la distruzione, tutto ciò che pesa nel cuore.

E’ l’annuncio di un nuovo esodo, di un passaggio nuovo verso un futuro di vita e di speranza, di un nuovo incontro con il Dio liberatore. Dio è fedele alle sue promesse e anche nel deserto apre una strada, porta acqua nella desolazione: ‘Aprirò anche nel deserto una strada, immetterò fiumi nella steppa… il popolo che io ho plasmato per me celebrerà le mie lodi’.

Anche Paolo richiama la comunità di Filippi a distaccarsi da tutto ciò che è costrizione, paura, delusione. E parla di futuro. L’immagine della corsa nello stadio esprime la sua tensione nel correre con il riferimento a Gesù, per ‘conoscere la potenza della sua risurrezione, la partecipazione alle sue sofferenze, diventandogli conforme nella morte, con la speranza di giungere alla risurrezione dei morti’.

Paolo presenta così la vita come una corsa: non si pone come un arrivato, non ha già raggiunto il premio ma legge l’esistenza cristiana come un mettersi in movimento, come tensione verso il futuro di comunione con Cristo: “Dimentico del passato e proteso verso il futuro, corro verso la meta per arrivare al premio che Dio ci chiama a ricevere lassù, in Cristo Gesù”.

La pagina del vangelo è viva testimonianza dell’agire di Gesù. Anche Gesù apre futuro. Il suo sguardo è dono di vita per una donna, ferita dalla sofferenza e dall’essere ridotta ad oggetto, a pretesto per uan disputa di condanna. La sua identità è calpestata dal giudizio implacabile dell’ipocrisia maschile, di quegli uomini che intendono lapidarla. Le parole di Gesù sono una critica senza riserve nei confronti di chi si pone come paladino della moralità, giudice implacabile e negatore di ogni possibilità di cambiamento e di perdono: ‘Chi di voi è senza peccato scagli per primo la pietra contro di lei’.

Gesù risponde al tranello posto dai suoi accusatori non entrando nella discussione ma reagendo con il silenzio. Non c’è parola da dire laddove un volto è ridotto a oggetto per far valere una dottrina. Il suo scrivere con il dito per terra è atteggiamento che rimane enigmatico. Forse un riferimento ad un testo di Geremia: ‘Sulla terra verrà scritto chi ti abbandona, perché hai abbandonato il Signore sorgente di acqua viva’ (Ger 17,13). Non guardando più i volti si abbandona il Signore sorgente di vita. ‘Chi di voi è senza peccato scagli per primo la pietra contro di lei’. Gesù offre un modo nuovo di guardare la propria e l’altrui vita. Da quel momento si svolge il lento andarsene di tutti ed è posto in risalto il distaccarsi ‘uno per uno, cominciando dai più anziani fino agli ultimi’.

‘Rimase solo Gesù con la donna là nel mezzo’: non è solo un’indicazione spaziale. Nel profondo del suo cuore quella donna si trova ora di fronte a Gesù. E Gesù volge a lei il suo sguardo, non di giudizio e condanna, ma uno sguardo che coglie la ferita e l sua attesa. Nel suo essere sola davanti a lui lo può riconoscere come ‘Signore’, acqua viva della sua esistenza, suo futuro. Da lui accoglie non parole di condanna, ma la parola della misericordia e del perdono che fa rinascere e rende nuovi: ‘Donna, dove sono? Nessuno ti ha condannata? Ed essa rispose: Nessuno Signore. E Gesù le disse ‘Neanch’io ti condanno….’

Dopo che tutti se ne furono andati Gesù apre la possibilità di futuro nuovo; il suo sguardo di fiducia e di bene inaugura una storia nuova. Ogni esperienza di perdono è come il germogliare della Pasqua nelle nostre esistenze personali e nella vita dei popoli.

Alessandro Cortesi op

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Di famiglie e amore

Nei giorni scorsi un congresso internazionale sulla famiglia, tenutosi a Verona segnato da atteggiamenti e voci che si sono poste in termini di condanna e di disprezzo di altre esperienze, ha accentrato l’attenzione dei media. Tra le tante voci spesso scomposte e disordinate ne raccolgo due che mi sono state d’aiuto a scorgere come parlare di famiglia implica uno sguardo non arrogante e pretenzioso ma capace di scorgere come la realtà è più importante dell’idea, e capace di ascoltare i volti e le storie. Non solo, ma come ricorda Massimo Recalcati è al cuore del messaggio evangelico non tanto un modello fisso e illusorio, ma la sfida continua a vivere e attuare l’apertura all’altro come frontiera dell’amore che è sempre da ricercare nella vita con umiltà e scorgendo la propria insufficienza e il proprio limite nel saper fare comunità con altri.

Questa è la lettera inviata a Concita De Gregorio e ripresa nella sua rubrica da uno studente di 18 anni:

«Mi chiamo Paolo, sono uno studente di 18 anni, frequento il V liceo. Sto iniziando a leggere giornali, a seguire i telegiornali non perché abbia aspirazioni politiche ma per curiosità, informazione, per iniziare a conoscere il mondo oltre le frontiere del mio paesino.
Perciò tra i vari argomenti, uno che ho seguito è stato il congresso per la famiglia (o contro) a Verona.
Oggi, camminando in sala noto mio fratello Mattia di sette anni che sta scrivendo su una lavagnina giocattolo. Pensavo stesse disegnando qualcosa. Dieci minuti dopo mi accorgo che era alle prese con il suo “saggio” sulla famiglia, la nostra. Trascrivo qui, errori compresi: “La famiglia è la cosa più importantissima di tutto. Quindi a che serve la famiglia io lo so. Serve la compania. La compania pure voi. I vecchi sono certi da soli quindi avete capito che serve la famiglia, io celò. Vi dico tutti i nomi della mia famiglia: Emanuele, Papà, Mamma e Paolo questa gente fa quello che vuole».
Ciò che un bambino dice nasce dalla sua esperienza di vita quotidiana. Lui è mio fratello, ma i nostri papà sono diversi. Mia mamma ha divorziato anni fa, e poco dopo ha costruito una nuova famiglia, stupenda, unita.
Nonostante ciò, io e l’altro mio fratello, Emanuele, continuiamo a vedere regolarmente nostro padre. Questa è una dimostrazione tangibile, per tutti coloro i quali sostengono le famiglie tradizionali e la loro superiorità morale, che non è così. Mattia ha dimostrato con semplicità e sensibilità ciò che tra noi traspare; lui la chiama “compagnia”. Siamo una famiglia, e lui ci ama incondizionatamente, senza sapere il nostro orientamento politico o sessuale, cosa facciamo quando non siamo con lui; non gli importa che mio padre sia diverso dal suo, lo sa benissimo e non ci vede nulla di male. Poi conclude con: “Ognuno fa quello che vuole”. Questo inciso, abbastanza ambiguo, rimanda al fatto che, nonostante l’educazione rigida e intransigente di nostra madre, lei non ci ha mai negato di scegliere chi essere, cosa voler fare nella nostra vita, di voler bene a qualsiasi persona; ci ha insegnato a fare di noi il soggetto della nostra vita, e non l’oggetto di quella degli altri. Mattia lo ha già capito. Dovremmo imparare a pensare come loro, vivere come loro, fare in modo che la nostra anima infantile, se è ancora in noi, non si allontani e ci guidi verso un futuro migliore, o per lo meno felice» (Dalla rubrica Invece Concita, Mattia 7 anni: la mia famiglia è compagnia’, “La Repubblica”, 2 aprile 2019)

E Massimo Recalcati offre una riflessione sull’amore come derivante non tanto da una legge di natura quanto da una parola di amore: “L’amore non è mai, infatti, amore generico per la vita, ma è sempre amore di un nome. Senza il miracolo della parola che adotta la vita del figlio non esiste né padre, né madre, non esiste quella responsabilità illimitata che istituisce la genitorialità ben al di là delle leggi della natura. È così difficile da capire? Dovremmo davvero ridurre la forza sublime di questo straordinario gesto di adozione, frutto dell’amore dei Due, ad un mero meccanismo di cellule, ad un ingranaggio anonimo della natura o ad una mera necessità istintuale? Oppure dovremmo davvero pensare che questa responsabilità illimitata sia un privilegio esclusivo dei cosiddetti genitori naturali? Ma non è forse quello della genitorialità un gesto che eccede ogni legge della natura? Non è la forza nuda della parola di Dio — della sua grazia — che guarisce le matriarche dalla sterilità rendendo possibile la filiazione umana della vita? Possiamo davvero pensare — pensano davvero questo i sostenitori della famiglia naturale — che la generazione di un figlio sia un evento della natura, simile ad una pioggia o ad un filo d’erba? La vita umana non vive di istinti, ma si nutre della luce della parola.

(…) Quello che fa davvero la differenza è la legge dell’amore e non la legge della natura. È il cuore della predicazione cristiana. Dove questa Legge è operativa c’è rispetto per l’eteros, per la differenza assoluta dell’altro; dove invece questa Legge è assente c’è contesa, rivendicazione, distruzione dell’eteros. Vi sono famiglie che vogliono arrogarsi il diritto esclusivo dell’amore. Vi sono coloro che pensano che l’anonimato della legge della natura garantisca una buona genitorialità. Non si percepisce il carattere rozzamente materialistico di queste posizioni? In natura l’istinto organizza la vita da capo a piedi. Ma vale lo stesso per la vita umana? Esisterebbe un istinto genitoriale? Magari presente nei genitori naturali e assente in quelli adottivi? Non dovremmo forse imparare a ragionare al contrario? Pensare, per esempio, che tutti i genitori naturali dovrebbero guardare quelli adottivi per imparare cosa significhi donare se stessi in un rapporto senza alcuna continuità naturale, senza rispecchiamento. È così difficile capire che c’è padre e c’è madre, che c’è famiglia non perché c’è continuità di sangue o differenza anatomica degli organi genitali dei genitori, ma perché c’è dono, amore per l’eteros del figlio, assunzione di una responsabilità illimitata, esperienza incondizionata dell’accoglienza?” (Massimo Recalcati, La vera legge dell’amore, “La Repubblica” 31 marzo 2019)

Infine un richiamo alla concretezza di misure che possano veramente aiutare chi si trova a vivere nelle forme diverse l’avventura di fare famiglia. Alla domanda su quali siano le urgenze presenti di una situazione di grande sofferenza delle famiglie oggi a cui la politica non sta offrendo risposte così ha risposto – in un’intervista  a cura di Domenico Agasso jr. su Vatican Insider – Gigi De Palo, presidente del Forum delle Associazioni familiari, che ha deciso di non prendere parte al Congresso mondiale di Verona: «Ci stiamo pericolosamente assuefacendo al fatto che mettere al mondo un figlio sia la seconda causa di povertà nel Paese, che le donne siano costrette a scegliere tra il lavoro e la famiglia, che i nostri figli dovremo guardarli su Skype quando, in cerca di futuro, saranno costretti ad andare all’estero, che la discriminazione fiscale sia una triste costante. Credo che il vero problema di queste manifestazioni sia che, in conclusione, offrano alibi a tutti i politici che non hanno intenzione di fare nulla per la famiglia. Se ne parla, ma non si fa nulla, si riempiono le pagine di giornali di polemiche e non di proposte concrete per porre rimedio alle lacune decennali che vengono perpetrate di governo in governo. L’analisi la conosciamo bene: la famiglia è una risorsa e non un problema, ma dev’essere messa nelle condizioni di rendere per ciò che è»

Alessandro Cortesi op

I domenica di Quaresima- anno C – 2019

IMG_3443Dt 26,4-10; Rm 10,8-13; Lc 4,1-13

“Mio padre era un arameo errante; scese in Egitto… gli egiziani ci maltrattarono e ci imposero una dura schiavitù… Il Signore vide la nostra oppressione e ci fece uscire dall’Egitto… e ci diede questo paese, dove scorre latte e miele”.

Israele professa così la sua fede: non è un elenco di definizioni su Dio, ma è il racconto di una storia di schiavitù e di liberazione. In questa storia Israele ha incontrato il Dio vicino e liberatore. E’ un Dio che agisce, libera, ascolta il grido degli oppressi scende a liberarli. I suoi pensieri non sono i pensieri dell’uomo; eppure nello stesso tempo è il Dio che si prende cura dei più deboli.

La sua azione è descritta nei termini del far uscire dalla terra di oppressione: ‘ci fece uscire dall’Egitto’. Da qui sorge un camino per Israele e la terra diviene segno di fedeltà alla promessa.

Iniziare il cammino di Quaresima significa situarsi in questa storia, aprirsi a vivere un cammino di fede in ascolto di Dio che libera e salva. Il grido che saliva dal popolo d’Israele oppresso nella schiavitù d’Egitto continua oggi nel grido di tanti popoli. Quaresima è tempo di riscoperta di un cammino nel rapporto con Dio che fa uscire ancora.

Anche Luca nel suo vangelo presenta la scena delle tentazioni di Gesù: il suo racconto può essere letto in parallelo a Matteo che descrive tre momenti e tenendo presente quanto solamente accenna Marco che vede le tentazioni come chiave di lettura dell’intero cammino di Gesù.

Nella versione di Luca appare un elemento particolare: la conclusione delle tre tentazioni di Gesù non avviene su di un alto monte (come fa invece Matteo) ma sul pinnacolo del Tempio di Gerusalemme, al cuore quindi della città santa. La città di Gerusalemme ha per Luca un’importanza particolare: da lì tutto inizia, al cuore del tempio, con l’annuncio dell’angelo a Zaccaria, e a Gerusalemme tutto si compie nei giorni della passione e della morte.

Nel racconto delle tentazioni Luca intende comunicare che la prova non costituisce un momento passeggero ed unico nella vicenda di Gesù. E’ piuttosto un’esperienza che attraversa tutta la sua vita. E a Gerusalemme trova il suo culmine. Nel momento della morte Gesù si affida fino in fondo al Padre: ‘nelle tue mani affido il mio spirito’.

Così di fronte alle diverse ‘tentazioni’, la risposta di Gesù non è altro che un ripetere la sua fiducia e il suo affidamento in Dio Padre: “Solo al Signore tuo Dio ti prostrerai Lui solo adorerai”.

In primo luogo Gesù non risponde alle attese di chi vuole un salvatore che risponda alle esigenze immediate: ‘se tu sei figlio di Dio, dì a questa pietra che diventi pane’. Gesù non intende essere un messia funzionale alle richieste di risolvere i problemi della vita come la sussistenza.

La sua non è nemmeno la risposta ad un’attesa di potere, sia esso di natura politica o religiosa: ‘ti darò tutta questa potenza e la gloria di questi regni, perché è stata messa nelle mie mani e io la do a chi voglio. Se ti prostri davanti a me tutto sarà tuo’. Gesù rifiuta di essere un messia di tipo politico e del successo. Non si piega al potere che tutto vuole comprare con il denaro e con la propria arroganza.

Si oppone infine – ed è il terzo momento – a manifestarsi come un messia che suscita meraviglia: ‘se tu sei figlio di Dio, buttati giù’. Gesù rigetta di essere un messia che viene con potenza, con colpi di scena. I suoi gesti di bene, il suo agire attraversa il quotidiano ed invita a scoprire che l’incontro con Dio non è questione di eventi eccezionali, ma è vicino nel tessuto della vita. I suoi sono gesti di guarigione, di cura, di dono, di speranza. Per lo più sono attuati prendendo le distanze dalla folla che ricerca spettacolarità e prodigi. La sua scelta, il cuore della sua missione sta nell’essere un messia povero.

Luca pone l’episodio delle tentazioni di Gesù dopo aver indicato la sua genealogia che lo unisce ad Adamo: Gesù riprende nella sua vita la storia dell’umanità. Gesù indica il senso più profondo di questa storia nell’affidamento a Dio, il Padre di misericordia che salva e apre cammini di liberazione.

Alessandro Cortesi op

Marc Chagall L'ebreo errante 1923-25 olio su tela Musée du Petit Palais Ginevra      Marc Chagall, L’ebreo errante 1923-25 olio su tela – Musée du Petit Palais Ginevra

Un arameo errante

L’ebreo errante è figura che richiama elementi diversi e lontani. Alcuni risalgono ad antichissime leggende: nel suo profilo evoca la sorte di chi a causa di un atto sacrilego è costretto a pellegrinare nell’esistenza preso dal rimorso per il proprio peccato, come Caino. Per altri aspetti richiama le leggende attorno a figure presenti alla passione di Gesù e che lo offesero. In racconti medioevali come la Historia maior del benedettino inglese Matthew Paris del XIII secolo si trova il ricordo – proveniente dall’Armenia – di un certo Cartaphylus, portiere del palazzo di Pilato che aveva esortato Gesù a muoversi e che ricevette come risposta: “Io vado, ma tu aspetterai fino a che io ritorni”.

Attorno a questa figura si sviluppa in età medioevale la tradizione di un pellegrino dai contorni misteriosi e il racconto è utilizzato con forti accenti antiebraici. Dopo la Riforma soprattutto in Germania la leggenda trovò nuovo sviluppo in libri popolari. Nel Volksbuch tedesco, edito per la prima volta nel 1602 e più volte ripubblicato in diversi Paesi, compare la figura di un ebreo pellegrino dal nome Aashuerus con cinque soldi nelle sue tasche che si rinnovano: il suo vagare continuo per tutta l’Europa è un modo per manifestare la propria colpa, ma anche il proprio pentimento, senza mai trovare un porto di riposo al suo errare.

Nella ripresa del mito da parte di Goethe, Aashuerus diviene paradigma del vagabondo che non comprende la profondità del divino, ma peraltro manifesta lucida lettura della condizione umana. In epoche successive la figura dell’ebreo errante trovò espressioni letterarie diverse con vari accenti simbolici. Per un verso figura di chi nega la divinità e dopo un lungo errare si riconcilia con Dio, per altri aspetti figura del perenne camminare dell’umanità che continua a ricercare pace e giustizia.

L’ebreo errante manifesta nella cultura europea l’esempio della figura dell’ ‘altro’, che per un verso non si riconosce nella tradizione e nella fede cristiana e dall’altro è un testimone diretto della presenza di Cristo e della sua passione. E’ espressione dello straniero che inquieta e non cessa di interrogare sull’identità e sulla differenza proprio nella sua itineranza senza fine (cfr. R.Bernasconi, D. Wood (edd.), The Provocation of Lévinas. Rethinking the Other, London-New York, Routledge 1988).

Marc Chagall nei suoi quadri riprende questa antica figura. L’ebreo errante diviene nella sua interpretazione un riferimento alla sorte degli ebrei vittime dell’odio, costretti a fuggire di fronte alla persecuzione. Ebreo errante e Cristo crocifisso nell’arte di Chagall divengono simboli che si rinviano l’uno all’altro e richiamano alla persecuzione ed alla sofferenza inflitta al popolo ebraico.

Chagall capovolge nella sua lettura la prospettiva del mito: la figura dell’ebreo errante non è colui che ha offeso, ma la vittima costretta a fuggire e ad andare errando lontano. Così nella Crocifissione bianca, del 1938, l’ebreo errante è paradigma non dell’offensore ma di colui che è perseguitato, ed è vittima. Come Gesù sulla croce, che nella sua sofferenza è pienamente solidale con i patimenti del suo popolo.

Il dipinto dal titolo ‘L’ebreo errante’ (1923-1925) di Chagall riprende questo motivo. Sullo sfondo sono presentati alcuni elementi simbolici: si individua infatti la presenza dell’asino, animale tipico della campagna, la chiesa ortodossa di Vitebsk con i tetti delle isbe del villaggio dell’infanzia dell’artista, e quale figura imponente che occupa grande spazio della tela, il profilo del profugo in fuga con un sacco sulle spalle pieno di tutto ciò che un uomo in fuga può salvare. La figura dell’ebreo in cammino occupa quasi tutto lo spazio della tela. Il colore che si distingue tra gli altri è l’arancione. E’ un rinvio all’esperienza dell’errare propria del popolo ebreo a seguito dei pogrom e persecuzioni ma anche di Chagall stesso che fu costretto ad abbandonare Vitebsk per recarsi a san Pietroburgo e poi a Berlino e Parigi. Il bastone e il sacco sono simboli di un errare in cui si porta con sé la propria fede, la tradizione del popolo, il tesoro di un’identità ebraica che non è perduta. Una prima versione del dipinto, riportata su una fotografia e accompagnata da uno scritto di Bella Chagall, reca il titolo En route (In cammino).

Chagall con questa immagine evoca da un lato il cammino di una umanità sofferente che desidera pace e si trova a dover fuggire dalla violenza e dalla guerra. Dall’altro pone insieme il riferimento al cammino del popolo ebraico, cammino di vittime dell’odio e della malvagità associato alla figura di Cristo stesso, che ebreo di Galilea nel suo cammino ha condiviso il cammino di un popolo vittima dell’oppressione e dell’esilio e con esso il cammino delle vittime della storia.

Alessandro Cortesi op

Per approfondire: M.Massenzio, La passione secondo l’ebreo errante. I mitici itinerari del testimone vivente. Dalla passione di Cristo alla crocifissione di Chagall, Quodlibet 2007. M.Massenzio, L’ebreo errante di Chagall. Gli anni del nazismo, Editori Riuniti, 2018.

 

 

 

 

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