la parola cresceva

commenti alla Parola della domenica e riflessioni

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XX domenica tempo ordinario – anno B – 2018

IMG_0847Pr 9,1-6; Ef 5,15-20; Gv 6,51-58

“Vigilate dunque attentamente sulla vostra condotta, comportandovi non da stolti, ma da uomini saggi; profittando del tempo presente, perché i giorni sono cattivi… sappiate comprendere la volontà di Dio… siate ricolmi dello Spirito Santo”

La lettera agli Efesini inizia con uno sguardo sul disegno di Dio sul cosmo e sulla storia. E’ un disegno di bene e di benedizione aperto a ebrei e pagani. La chiesa è così indicata con l’immagine del corpo di cui Cristo è capo, costruzione in cui Cristo è pietra di fondamento. L’umanità è chiamata come sposa a vivere nella comunione. Il disegno di Dio è quindi disegno di grazia per costruire una comunità di fratelli e sorelle. Da questo dono sorge un nuovo modo di intendere la vita personale e collettiva: ‘vigilate’ è invito a leggere la vita alla luce di questo disegno.

‘Dio ci ha scelti in Cristo prima della fondazione del mondo’: il dono di benedizione genera un imperativo di responsabilità per gli altri. Il tempo assume una importanza particolare. Non siamo individui isolati ma coinvolti. Comportarsi in modo saggio significa vivere responsabilità e coraggio nel lasciarsi guidare dallo Spirito, nel costruire rapporti di cura. E’ lo Spirito il soggetto che costruisce la chiesa/umanità come comunione.

Nel IV vangelo Gesù a partire dal segno del pane passa ad un modo di parlare aperto: “in verità in verità vi dico, se non mangerete la carne del figlio dell’uomo e non bevete il suo sangue, non avrete in voi la vita. Chi mangia la mia carne e beve il mio sangue ha la vita eterna e io lo risusciterò nell’ultimo giorno”.

Partecipare alla vita è trovare il senso più profondo della propria esistenza. Essa respira di un orizzonte di eternità. La vita eterna non sta in un futuro lontano ma inizia sin dal presente. Prendere parte alla vita di Gesù: questo significa il mangiare la sua carne e bere il suo sangue: non si tratta di una garanzia connessa ad un atto di culto. Gesù chiede piuttosto ai suoi di vivere ciò che i segni indicano: il pane condiviso, il vino versato esprimono in modo simbolico quanto Gesù ha vissuto, indicano il suo darsi per gli altri in vista di una comunione con Dio e tra gli uomini. Gesù chiede di vivere dando testimonianza di come lui ha vissuto. La sua prassi solidale diviene strada per i discepoli. Sin d’ora si può vivere in una prospettiva di risurrezione se la vita viene intesa come esistenza nel servizio, pane spezzato per la vita del mondo. “Come il Padre, che ha la vita, ha mandato me e io vivo per il Padre, così anche colui che mangia di me vivrà per me”. Nei ‘giorni cattivi’ dell’egoismo e della cattiveria proclamata, tra i tanti gesti di disumanità e d’indifferenza il messaggio del vangelo annuncia e ricorda che la vita acquista senso solo nel dono per gli altri e nella costruzione di percorsi di pace: in questo è già presente la forza della risurrezione e della vita che rimane.

Alessandro Cortesi op

IMG_0768.JPGVigilare

In questi giorni l’Italia vive il lutto per la tragedia che ha colpito tante famiglie che hanno perso i loro cari nel crollo improvviso del ponte Morandi a Genova il 14 agosto u.s. Dovrebbe essere un tempo di presa di consapevolezza e di approfondimento di cosa significa ‘vigilare’ sulla vita, sui beni di tutti, sulla possibilità per ogni persona di essere custodita nelle vicende della vita quotidiana, nella possibilità di lavorare in sicurezza, di viaggiare serenamente, in una convivenza civile in cui al primo posto vi sia l’attenzione ai beni comuni e la responsabilità per altri.

Le rinnovate irresponsabili dichiarazioni alla ricerca di un capro espiatorio unite a espressioni sintomo di mancanza della più elementare cultura giuridica e di rispetto della Costituzione da parte di chi dovrebbe avere il compito di governare la collettività italiana in questi giorni manifesta un degrado che non tocca soalmente l’ambito delle infrastrutture ma ha dimensioni più profonde di degrado etico e civile che stiamo vivendo in tante forme.

Il crollo del ponte Morandi ha manifestato non solo la condizione di mancanza di cura e manutenzione per i beni pubblici e con essa l’incapacità di progettazione da parte di persone e enti competenti, ma nel suo simbolismo di disfacimento di una struttura tesa ad unisce sponde diverse e oluogo di attraversamenti, ha reso evidente quanto oggi stiamo vivendo come crollo di quanto unisce le sponde, i popoli, le culture. Il ponte crollato diviene simbolto di uno sfaldamento di legami e del tessuto connettivo della società e dei rapporti umani a tanti livelli. Uno sfaldamento esito di irresponsabilità, dominio della logica del profitto, occupazione del potere sfruttando il popolo, incapacità di coltivare quotidianamente la cura verso l’altro.

Vigilare nei giorni cattivi è motivo per scorgere l’importanza di costruire ponti, in spe contra spem, ben oltre i ponti come infrastrutture civili, i ponti della comunicazione, della solidarietà, della pietà per chi soffre, far sì che i ponti siano progettati, costruiti con competenza, mantenuti come luoghi di attraversamento contro il degrado culturale e sociale di un tempo oscuro.

Alessandro Cortesi op

 

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XVIII domenica tempo ordinario – anno B – 2018

IMG_0498.JPGEs 16,2-4.12-15; Sal 77; Ef 4,17.20-24; Gv 6,24-35

“Mosè disse loro ‘E’ il pane che il Signore vi ha dato in cibo’”. Mosè riconosce nel segno della manna, cibo inatteso nel deserto, un intervento del Signore e ne interprete il significato: è pane donato. Il popolo era stanco, logorato dal cammino nel deserto e si era ribellato. La sicurezza di un piatto assicurato era meglio della fatica nel percorso di uscita dall’Egitto. Il bisogno di cibo fa rimpiangere addirittura la situazione della schiavitù. Così il popolo ‘mormorava’: è verbo che dice ribellione e sospetto. E’ rinuncia alle attese più profonde di libertà e ripiegamento nella ricerca di assecondare i bisogni immediati.

Manna e quaglie, cibo che scende dal cielo sono segno di Dio, per mettere alla prova Israele : “Ecco, io sto per far piovere pane dal cielo per voi; il popolo uscirà a raccoglierne ogni giorno la razione di un giorno, perché io lo metta alla prova, per vedere se cammina secondo la mia legge o no.” (Es 16,4)

La mormorazione del popolo è espressione dell’idolatria perché ricerca solo appagamento della propria fame, e dimentica Dio stesso. E’ questo nella Bibbia il grande peccato: affidare la propria vita a qualcosa che non è Dio. Il segno della manna giunge inatteso di fronte alla ribellione ed al sospetto. E’ sfida per aprire i cuori a scorgere che Dio solo è il Signore. Questo cibo per continuare il cammino potrà essere raccolto solamente per la razione di un giorno: la vita di chi cammina nell’alleanza con Lui trova la sua stabilità solo nell’affidamento. La sua presenza è più preziosa di ogni altra sicurezza.

Nel capitolo 6 Giovanni presenta il dialogo di Gesù con la gente che lo seguiva, nella sinagoga di Cafarnao (cfr. Gv 6,59). Dalle sue parole emerge una profonda incomprensione e distanza rispetto alle attese della folla: “voi mi cercate non perché avete visto dei segni, ma perché avete mangiato di quei pani e vi siete saziati. Procuratevi non il cibo che perisce, ma quello che dura per la vita eterna, e che il Figlio dell’uomo vi darà” (Gv 6,26-27)

Le attese della folla sono centrate sui propri bisogni, e la ricerca di Gesù mira a soddisfare la fame. Gesù vede in questo la strumentalizzazione della sua persona. Le sue parole vogliono condurre ad un passaggio, dalle attese immediate ad un altro livello. I pani distribuiti sono un segno che richiede un cambiamento: si tratta di aprirsi ad accogliere il pane che Gesù stesso è, la sua stessa vita. Da ricercare innanzitutto e come prima cosa è il dono dell’incontro con lui, della sua amicizia. E’ il passaggio del credere, affidamento in lui, decentramento dell’esistenza. I segni sono inizio di un cammino per lasciarsi cambiare, per entrare in un incontro. La questione fondamentale riguarda il credere: “Che cosa dobbiamo fare per compiere le opere di Dio?’ Gesù rispose: ‘Questa è l’opera di Dio: credere in colui che egli ha mandato’” (Gv 6,28-29).

Il segno del pane rinvia al dono della manna, cibo nel deserto, e Gesù parla di un nuovo dono di presenza e di vita: “il Padre mio vi dà il pane dal cielo, quello vero; il pane di Dio è colui che discende dal cielo e dà la vita al mondo” (Gv 6,2-33). La sua vita consiste nel ‘dare’ e nel ‘darsi’. Credere significa allora accoglienza colui che Dio ha mandato, riconoscere in Gesù l’inviato del Padre. La manna era stata sostegno per il cammino nel deserto. Gesù presenta se stesso come pane che fa vivere, nutrimento nel camminare ad un incontro di comunione che è l’autentico senso della vita umana.

Alessandro Cortesi op

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Cibo che rimane

Paolo Dall’Oglio è stato rapito cinque anni fa, in Siria, proprio in questi giorni, alla fine di un luglio di guerra, violenze e massacri.  Accompagnato da alcuni amici sin nelle vicinanze del palazzo del governatorato di Raqqa dove si erano stabilite le forze dell’Isis, da quel momento di lui non si sono avute più notizie. Era tornato in Siria per richiedere la liberazione di amici musulmani e cristiani che erano stati imprigionati nel disordine siriano del 2013.

Da allora sono trascorsi cinque lunghi anni. I suoi familiari, il suo Ordine – la Compagnia di Gesù – i suoi tanti amici, cristiani e musulmani, lo attendono, ricercano sue notizie. Paolo si definiva un credente in Gesù innamorato dell’Islam. Aveva fondato un monastero a Deir Mar Mousa, restaurando un antico luogo di preghiera bizantino, per vivere lì l’esperienza di una vita semplice, di preghiera, digiuni, capace di ospitalità, tra musulmani, cristiani, persone in cammino o senza fede.

La sua chiamata, è lui stesso a dirlo, era nata tra la collera e la luce. La collera per la reazione ad accettare il mondo com’è, con le ingiustizie profonde. Cresciuto in una famiglia di profonda tradizione cattolica e di impegno sociale, Paolo avvertiva l’urgenza di impiegare la sua vita per qualcosa di importante. Aveva vissuto la sua giovinezza a Roma negli anni di piombo, aveva compiuto scelte diverse da amici che allora avevano scelto la strada del terrorismo delle Brigate Rosse, ma partecipava a quel respiro comune di una generazione che aspirava ad un cambiamento del mondo. Era poi entrato nella Compagnia di Gesù, senza perdere l’esigenza di radicalità di sguardo al mondo che il vangelo reca con sé e la spinta di libertà.

E la sua chiamata a vivere il vangelo era mossa dalla percezione di una luce. Così ne parla lui stesso: “L’altra forza è la luce. Oggi forse parlerei di trasparenza. Potrei dire la fede. Temo però che ci si possa fare l’idea che la mia luce consista in un quadro di riferimento religioso prefissato, che racchiuda il mio pensiero e la mia esistenza. Ebbene, si tratta esattamente del contrario. E’ una luce-fede il più lontano possibile dall’immediato, è il sentire più intimo, la possibilità di porre i miei sforzi all’interno di una prospettiva, di un progetto in cui credo, che sento, decido essere tutt’un col progetto finale del mondo, il desiderio profondo di ogni cosa, l’auspicio, il disegno dell’Autore della vita, Allah, Dio. (…) Scrivo queste righe nel giorno dell’anniversario della nascita del Profeta in una città curda del nord dell’Iraq, che amo perché ha voglia di vivere e non lo nasconde. Ieri era l’ultimo giorno di una festività dei caldei, figli della Mesopotamia. Confesso che queste due feste mi hanno dato gioia. Per me, non è artificioso dire ‘mi sento musulmano’. In effetti ho sempre creduto in Gesù all’interno di quella chiesa che mi ha portato al largo, lontano; perciò l’islam sta nel mio spazio spirituale e culturale. Questo non è in contraddizione con il mio battesimo, anzi lo esprime. Detto più semplicemente, se credi d poter essere esclusivamente cristiano, allora, in qualche modo, sei un cattivo cristiano” (P.Dall’Oglio, Collera e luce. Un prete nella rivoluzione siriana, Emi 2013, 18).

Nel 1976 aveva percepito la chiamata a servire l’incontro islamo-cristiano. Studiò l’arabo, l’ebraico, il siriaco. E aveva scorto nella Siria con sguardo di mistico, il luogo in cui quest’incontro faceva parte della vita, della storia di quel territorio, promessa e sofferenza. La Siria dominata dalla dittatura degli Assad.

Nel 2011, dopo vent’anni di presenza operosa e di fede, Paolo è testimone dei sommovimenti delle rivoluzioni arabe, delle manifestazioni che vedono anche in Siria l’opposizione al regime e la richiesta di libertà. E’ testimone anche della feroce repressione di quei giorni. Del regime di Bashar Assad Paolo fu lucido oppositore, vivendo una profonda lacerazione interiore: “la mia coscienza cristiana è chiaramente lacerata. Da un lato vi è il desiderio radicale di portare fino in fondo la rivoluzione contro questo regime. Dall’altro, poco o tanto questo pare provocherebbe una islamizzazione radicale della Siria e creerebbe le condizioni per una definitiva emarginazione della comunità cristiana. La creazione di uno Stato in cui si giungesse all’incompatibilità culturale, e magari alle persecuzioni dirette di persone, come è avvenuto a Baghdad o a Mossul, farebbe semplicemente scomparire questa chiesa siriana che mi è infinitamente cara. Confesso di provare anche, dentro di me, un desiderio di vendetta contro coloro che ci hanno fatto così tanto male… al momento attuale noi non vogliamo altro che farla finita con il regime, non importa a quale prezzo e non importa con quale silenzio. Secondo ogni evidenza, qualora questo regime potesse riprendere il potere sul paese, la Siria diverrebbe un buco nero” (ibid. 37).

Così scriveva Paolo nel 2013: Sono passati cinque anni e vediamo ora che la Siria è stata ridotta ad un cumulo di macerie, le città distrutte, il regime di Assad sostenuto da Putin e dall’Iran ha fatto il deserto ad Aleppo, a Damasco, nel quartiere della Douma, a Raqqa e l’ha chiamato pace….

Paolo come monaco era affascinato dalla forza silenziosa della nonviolenza, tuttavia la sua immersione nella tragedia siriana, la vicinanza a persone e storie gli offriva tuttavia motivi di contraddizione e crisi: “Nel marzo 2011, agli esordi della rivoluzione siriana che seguiva passo passo le primavere arabe, il desiderio di un cambiamento senza spargimento di sangue era molto chiaro: nelle classi popolari e tra l’élite contavano soltanto la forza delle idee e un’autentica convinzione nonviolenta. All’inizio i rivoluzionari dicevano: ‘Ciò che non si può ottenere con la nonviolenza non vale la pena di ottenerlo’. Un giovane di Duma, Ghiyat Matar, andava ad offrire l’acqua fresca ai soldati e porgeva loro dei fiori. Fu torturato e ucciso. Una giovane donna, Caroline Ayoub, era andata a distribuire uova di Pasqua ai figli dei rifugiati con un versetto del Corano a parole del Vangelo. E’ stata arrestata e torturata. Le persone venivano torturate perché il governo non poteva concepire, né teanto meno, accettare la nonviolenza. Il regime ha percepito subito questo rischio: sarebbe stato distrutto se non avesse represso la nonviolenza; non poteva cedere alla libertà d’espressione, forse rimpiangeva già di aver ceduto fino a quel punto” (ibid. 75).

Paolo ha vissuto con coinvolgimento interiore e spirituale una solidarietà di esistenza e una autentica compassione con il popolo della Siria, con la terra di Siria, scorgendovi lì la sorgente della civiltà mediterranea. “Non ho bisogno di ripetere i motivi che fanno sì che io i sia schierato dal parte della rivoluzione, al punto di giustificare ‘autodifesa armata di quel popolo tradito e abbandonato dall’opinione pubblica mondiale. Al di là di tutti gli sforzi impiegati in vent’anni di dialogo, devo confessare il fallimento completo dei miei tentativi di favorire un passaggio nonviolento a una democrazia matura, per il bene dei nostri figli e la riconciliazione. Eppure voglio entrare in Siria per portare una testimonianza e per gettare un seme” (ibid. 152)

La sua azione lo condusse a pellegrinaggi di preghiera, di visita e di pianto nei luoghi delle stragi, incontrando parenti di scomparsi, cercando fosse comuni per potervi pregare e d’altra parte la sua vita spirituale ferita dal fallimento e dalla collera respirava di un soffio profondo: “Nutro la speranza che i mujahidin, questi combattenti dell’islam venuti in Siria sulla spinta di una motivazione religiosa radicale, perfino esclusiva, scoprano nella Damasco degli amici di Dio, la Sham dei santi musulmani, una profondità, un’autenticità, una bellezza autenticamente musulmane, una grazie divina abbondante. Questa grazia è legata alla composizione originaria della Siria, dove il pluralismo religioso non dipende da una mancanza di serietà, di autenticità e di radicamento, ma da una conoscenza spirituale della benevolenza di Dio, il Misericordioso… E questa terra, nella quale apparirà l’atteso Ben Guidato mohammadico e sulla quale discenderà al suo ritorno Gesù il Messia, il figlio di Maria, è proprio la medesima terra su cui hanno vissuto nella pace e nell’armonia ebrei, cristiani e musulmani, essi stessi appartenenti a diversi gruppi e scuole.” (ibid. 113)

Il ricordo di Paolo è tenuto vivo, nell’attesa, da tanti amici. Tra essi Riccardo Cristiano, giornalista attento alle vicende medio-orientali ha scritto un libro in cui offre indicazioni preziose e dolorose su quanto è accaduto in Siria ancora martoriata da violenza. Nel suo Siria. L’ultimo genocidio, (Castelvecchi 2017) non solo ricorda la testimonianza e la visione di Paolo Dall’Oglio, ma richiama anche alla funzione dei cristiani d’Oriente di esser inseriti pienamente nel cultura araba in attitudine di solidarietà e dialogo e di fare da ponte per costruire un avvenire di ospitalità reciproca nell’ottica di una cittadinanza che vada oltre i nazionalismi, nel rispetto dei diritti umani.

“Datevi da fare non per il cibo che non dura, ma per il cibo che rimane per la vita eterna e che il Figlio dell’uomo vi darà”.

Alessandro Cortesi op

XIV domenica tempo ordinario – anno B – 2018

IMG_0286.jpgEz 2,2-5; 2Cor 12,7-10; Mc 6,1-6

“…ascoltino o non ascoltino – perché sono una genia di ribelli – sapranno almeno che un profeta si trova in mezzo a loro… tu riferirai loro le mie parole” (Ez 2,5.7). Il Signore chiede al profeta di aprire la bocca e di ingoiare un rotolo scritto. La sua missione sarà nel porsi totalmente al servizio di questa comunicazione. Sarà uomo della Parola, chiamato a stare in ascolto e a ridire con la sua vita la parola accolta ad altri. Ma la sua disponibilità si scontra con la chiusura e l’indifferenza, sino al rifiuto. La parola del profeta destabilizza, ha una funzione critica di fronte ad ogni pretesa di rinchiudere la parola di Dio in un sistema di pensiero o di religione. Ingoiare il rotolo scritto è segno che indica la forza critica del suo annuncio e l’appello ad un cambiamento mai concluso della vita: il profeta è l’uomo della fede. Alla testimonianza dei profeti, che richiamano al cuore della fede si contrappone l’atteggiamento della durezza di cuore.

Uno degli aspetti dell’attività di Gesù che colpì i suoi contemporanei fu certamente il suo stile profetico, al punto che nei vangeli troviamo tale titolo di ‘profeta’ come uno dei modi di esprimere la sua identità. Ai suoi compaesani fa problema che Gesù sia uno come loro, del loro paese: ‘il carpentiere, il figlio di Maria, il fratello di Joses, di Giuda e di Simone? E le sue sorelle non stanno qui da noi?” (Mc 6,3). Non possono pensare ad una presenza di Dio che si fa vicina a partire dal lor quotidiano. Gesù, di cui si conoscono i vicini e le sue relazioni familiari è rifiutato perché troppo vicino, troppo umano. Si tratta di un rifiuto ad accogliere nelle parole e nei gesti di Gesù la presenza di Dio che si fa vicino nell’ordinario e nella ferialità, nel cammino di relazioni e vicinanza di ogni giorno, nel tessuto dei rapporti del paese e della parentela.

I suoi compaesani si pongono come difensori della distanza di un Dio che non può contaminarsi con il quotidiano e che per questo rimane relegato nelle sfere del sacro e del potere. In tale orientamento mantengono intatti i rapporti di dominio e il prestigio sacrale e politico con cui la presenza di Dio viene identificata. A questa incredulità di fondo Gesù reagisce con il silenzio e lo stupore: ““Gesù disse loro: un profeta non è disprezzato che nella sua patria, tra i suoi parenti e in casa sua” E non vi poté operare nessun prodigio, ma solo impose le mani a pochi ammalati e li guarì. E si meravigliava della loro incredulità” (Mc 6,4-6).

Marco così descrive l’approfondirsi di un rifiuto che coinvolge non solo farisei ed erodiani (Mc 3,6), ma anche i compaesani di Gesù e l’ostilità diviene di tutti. E’ un rifiuto generato dalla chiusura del cuore. La reazione si accentra sulla pretesa di Gesù di comunicare il volto di un Dio che libera. Non si pone nella logica dei ‘nostri’ contro ‘i loro’, ma si fa vicino nelle vicende ordinarie della vita, e sceglie persone che agli occhi umani non hanno prestigio. Capovolge così il modo di pensare dei potenti e dei sapienti. E’ la contestazione radicale di una fede fondata sulla attesa di un Dio della dei prodigi e lontano dalla vita. Per accogliere Gesù, dice Marco, è necessario aprire il cuore, liberarsi dalla pretesa di possedere in qualche modo Dio stesso, lasciarsi cambiare dall’incontro con Gesù, scorgerne i tratti di presenza nella storia.

Alessandro Cortesi op

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Profezia del quotidiano

La voce del profeta richiama ad un percorso di umanità anche e proprio laddove la religione e la legge stessa divengono strumenti di oppressione, funzionali a forme di schiavitù e dominio. Anche questi giorni diverse voci hanno reagito in modo pacato ma lucido e deciso al clima di violenza ed egoismo dilagante in un contesto in cui si costruiscono non solo false notizie che hanno grande seguito e diffusione, ma anche vere e proprie seminagioni di paure e di emergenze costruite per distrarre dagli autentici problemi. Le grandi emergenze dovrebbero essere individuate nello scandalo del commercio delle armi, nelle politiche di controllo delle riserve energetiche e minerarie e in economie che attuano sfruttamento di terre e popolazioni per un guadagno di pochi. Invece si è costruita in Europa una autentica opera di distrazione che individua nei migranti poveri la causa di una crisi economica e sociale che ha ben altre radici. E’ la logica del capro espiatorio e di disprezzo dell’altro che conduce prima alla segregazione e poi all’eliminazione secondo la pretesa di essere padroni della terra che si abita, come la storia del ‘900 testimonia e come il conflitto della ex Iugoslavia negli anni 90 ha ancora manifestato.

Per questo il rosario brandito da un ministro italiano accompagnato da affermazioni d discriminazione e da scelte di rifiuto di persone bisognose di soccorso, di accoglienza e di protezione è utilizzo di simboli religiosi per affermare il contrario di quanto essi significano come preghiera che si fa affidamento della propria e dell’altrui vita ‘nell’ora della nostra morte’. Riferendosi ad un crocifisso tenuto in mano da una partecipante alla manifestazione leghista di Pontida con sottostante la scritta: ‘se non vuoi il crocifisso torna al tuo paese’ la Assemblea generale della Pro Civitate Christiana di Assisi in una lettera aperta scrive: “Quel Crocifisso di cui, cara signora, lei parla, lo guardi bene: non giudica e non ha le braccia conserte, ha le braccia allargate in un grande abbraccio che qualcuno ha voluto inchiodare. E non chiede a nessuno ‘da dove vieni?’, ma propone a tutti ‘seguimi’, anche a noi, anche a lei che sembra disposta a riconoscere quel Crocifisso di duemila anni fa e pare dimenticarsi o – peggio – ‘non volere’, sino al rifiuto, i tanti crocifissi di oggi”.

Il Centro Astalli chiede in un comunicato stampa di “attivare immediatamente operazioni di soccorso in mare. Salvare vite oltre ad essere una priorità irrinunciabile è prima di tutto un dovere. Pertanto non si può giocare su questo un braccio di ferro tra Stati dell’Unione e altri attori coinvolti. Il salvataggio in mare e lo sbarco in condizioni di sicurezza costituiscono un obbligo previsto dal diritto internazionale e non possono essere subordinati a nessuna altra considerazione politica od organizzativa. Subito canali umanitari per attivare un’alternativa legale al traffico di esseri umani. Chiusure, respingimenti, muri e campi di detenzione, accordi di rimpatrio sono ricette inefficaci, il cui costo umano ed economico non può essere in alcun modo giustificato. Servono ingressi programmati per chi deve chiedere asilo, misure di reinsediamento accessibili e proporzionate alla necessità. Il fenomeno delle migrazioni forzate va gestito, non ignorato. Fare in modo che tutti gli Stati membri accolgano in modo proporzionale i migranti forzati. Applicare il prima possibile all’interno dell’UE il mutuo riconoscimento dello status di rifugiato in modo da facilitare i percorsi individuali di integrazione e i ricongiungimenti familiari. (…) La Libia continua ad essere paese non sicuro per i migranti. Al Centro Astalli ne abbiamo evidenze quotidiane nei racconti dei rifugiati che riescono ad arrivare: torture, abusi e violenze sono purtroppo pratiche comuni. Si continuano a mettere in atto misure inadeguate, deleterie e per di più dispendiose, lasciando che innocenti trovino la morte in mare. Una vergogna inaccettabile”.

Domenico Quirico (Adesso troviamo il coraggio: parliamo di morti, “La Stampa” 30 giugno 2018) richiama al pensiero dei morti: “I morti: per favore, per una volta invece dei vivi, dei migranti vivi, quelli che ci ingombrano, che non sappiamo ripartire come armenti, dei flussi, degli utili e degli inutili, degli aventi diritto e dei clandestini, si abbia il pudore di non parlare. Contiamo gli altri, i morti, i migranti morti. Guardiamo il mare, un chioccolio di acque calme, l’acqua viva, qua e là, di chiazze iridescenti di petrolio. Uomini portano a riva piccoli cadaveri con vestiti colorati. Diciamo la verità: non sapremmo enumerarli tutti questi morti. Sono tanti, sono dappertutto, in ogni lembo del Mediterraneo, ieri davanti alla Libia e a Lampedusa e nelle acque delle isole greche. Se ci provassimo a contarli, i morti, quelli che rientrano nelle statistiche, ebbene ne dimenticheremmo sempre la metà. Forse di più, quelli che non sappiamo, i naufragi senza nome, di cui non abbiamo trovato i segni. Sì. Parliamo dei morti. Se ne abbiamo il coraggio. (…) Dove sono le vie di uscita per aggirarli, per far finta che non esistano? Dove li possiamo nascondere, in preda al comodo oblio, le storie di ciò che sono stati? Non basteranno gli occulti mattatoi degli anni, i ghirigori delle competenze, la carta bollata del tocca a te, la geografia dello scaricabarile diplomatico. I morti sono lì, implacabili, irrimediabili. Ci guardano. La solitudine c’è, forse, solo per i vivi. Rispetto ai morti non c’è solitudine, i morti sono sempre qui.
(…) Non neghiamo nulla, non saltelliamo via. Salveremo ciò che siamo solo se sapremo guardare questi morti, immutabili, ormai lacerati dalla sofferenza, ma non sfigurati, caparbi, immortali”.

E’ notizia quotidiana il moltiplicarsi di episodi di quotidiano razzismo, diffusi effetti capillari di quella banalità del male che sta appestando un vivere quotidiano in cui un cane aizzato contro un ambulante nero sulla spiaggia suscita applausi e incoraggiamenti dei villeggianti e dichiarazioni di un sindaco esprimono l’esigenza di separare i bambini dai migranti durante le vaccinazioni all’Asl. Al sindaco hanno espresso la loro reazione, Paolo Naso Renato Sacco e don Giorgio Borroni di Novara Migranti, le Chiese contro il sindaco di Domo: «basta razzismo in una lettera che motiva i perché della critica: “…lei mette in guardia la popolazione del suo Comune dalla prossimità fisica con gli immigrati perché “i migranti sono spesso portatori di malattie contagiose”. Con questa frase pronunciata con leggerezza e senza citare alcun dato scientifico ed oggettivo, lei fa però  delle affermazioni gravi che dovrebbero essere seriamente documentate,  inoltre procura un allarme sociale e incoraggia comportamenti xenofobici. (…) Per studio ed osservazione sul campo, abbiamo imparato che la politica di oggi si nutre di dichiarazioni ad effetto grazie alle quali un amministratore arriva all’onore delle cronache. E la tecnica è tanto più remunerativa quando non implica dei costi come si renderebbe necessario, ad esempio, per offrire opportunità ai giovani  o migliorare i servizi agli anziani ed ai disabili. Lanciare un allarme sociale nei confronti degli immigrati, invece, non costa niente. (…) questo schema di pensiero – siamo certi al di là delle sue intenzioni –  produce razzismo. Sì, razzismo, che non è solo quello dell’apartheid sudafricano o del segregazionismo degli USA ai tempi di Martin Luther King. E’ anche un atteggiamento sottile, persino nutrito della buona fede di chi finisce per credere che gli immigrati siano “clandestini”, delinquenti ed ora anche pericolosamente infettivi. Con il suo teorema, se applicato, finiremo per discriminare gli immigrati negli ambulatori e poi – perché no? – nelle scuole, sugli automezzi pubblici, magari al supermercato. Ma la nostra Costituzione vieta ogni discriminazione basata su distinzioni  “di sesso, di razza, di lingua, di religione, di opinioni politiche, di condizioni personali e sociali”. E per questo, sicuri che vorrà onorarla, speriamo di potere rubricare la sua esternazione come un malinteso o come un’improvvisazione favorita da un clima politico acceso che dà spazio alla voce del bar. Capita, ma un bravo Sindaco impara a trattenersi e a misurare le parole. Questo, con rispetto, le auguriamo” (Domodossola 28 giugno 2018).

Sono queste voci di quella profezia ordinaria e quotidiana che è possibile a ciascuno pur nella limitatezza delle proprie competenze e energie.

Alessandro Cortesi op

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

X domenica tempo ordinario – anno B – 2018

IMG_2818.JPGGen 3,9-15; 2Cor 4,15-5,1; Mc 3,20-35

“Porrò inimicizia…” Usando il linguaggio del mito e accogliendo le grandi narrazioni dei popoli vicini, la lettura sapienziale di Israele che si coagula nei primi capitoli del libro di Genesi, mira a presentare sin dal principio la condizione della vita nella storia e l’orizzonte del futuro a cui Dio chiama. Non sono pagine che intendono spiegare le origini del mondo e dell’umanità, sono invece testi di sapienza che presentano una lettura della condizione umana e della vita in vista di scorgere l’orizzonte di una chiamata alla fede nel Dio della liberazione e dell’alleanza.

La condizione umana non è così presentata in modo idealizzato e senza problemi. E’ invece realisticamente descritta come segnata da disarmonie, inimicizie e rotture. Una lettura disincantata della realtà è consapevole della presenza anche del male, dell’orgoglio, della sete di dominio e dell’ingiustizia. Tuttavia l’umanità respira anche di una nostalgia che rinvia ad una armonia di relazioni che è sogno e dono di speranza. Tutto ciò che è male e negatività non è l’ultima parola. La parola costitutiva sull’umanità e sul mondo è invece parola di bellezza e parola di promessa. Nonostante ogni contraddizione non viene meno: la creazione è dono bello di Dio sgorgante dalla comunione e chiamata ad una comunione nuova.

D’altra parte la disarmonia e la rottura sperimentata si attua in diversi ambiti: nei rapporti con la natura che si esprime nell’attitudine di indifferenza e sfruttamento. Nei rapporti con Dio perché l’orgoglio fa venir meno la trasparenza nel rapporto con lui: è la nudità che porta a nascondersi anziché a stare davanti a Lui nella fiducia. E’ rottura ancora nella relazione tra gli esseri umani che vede l’incomprensione, la presa di distanza il venir meno della solidarietà e dello stupore. Così l’altro è accusato e reso colpevole.

Tale situazione di frattura contraddice il desiderio profondo di comunione, di incontro, di comprensione e accoglienza. E permane la nostalgia di un superamento e di un compimento che non può venire da forza umana, né è da ricercare in capacità proprie, ma può confidare in una promessa e si delinea come futuro atteso e verso cui andare. Al cuore del messaggio dei primi capitoli di Genesi sta la realistica comprensione della vita umana e cosmica segnata dal peso di tutto ciò che separa – l’inimicizia – e d’altra parte da un dono che non viene meno: è il dono della creazione stessa come parola di amicizia di Dio, della vita umana come relazione in cui si fa presente l’immagine di Dio amicizia, e la promessa di fedeltà di Dio amico che non viene meno alla sua vicinanza.

“i suoi, sentito questo, uscirono per andare a prenderlo; dicevano infatti: «È fuori di sé».
Gli scribi, che erano scesi da Gerusalemme, dicevano: «Costui è posseduto da Beelzebùl e scaccia i demòni per mezzo del capo dei demòni»

Uno tra gli aspetti che i vangeli sottolineano nella vicenda di Gesù è quello del suo agire in gesti che liberano le persone da tutto ciò che le opprime e rinchiude in situazioni di sofferenza, di male, e di violenza. Gesù opera come guaritore e il contatto con lui per coloro che si accostano con fiducia diviene inizio di una storia nuova, apertura alla relazione, liberazione da forze che legano e tengono come schiavi. Certamente Gesù ha vissuto gesti di guarigione e liberazione e questo ha suscitato la reazione indispettita di chi non accettava la sua offerta di vita e di libertà in termini che ponevano in discussione il sistema religioso e aprivano ad un cammino nuovo, di trasparenza, di attenzione ai piccoli, oltre le appartenenze di chi ragiona secondo le categorie dei ‘nostri’ e dei ‘loro’. I gesti di Gesù provocano a pensare un nuovo modo di concepire le relazioni: non la logica di sistemi chiusi, di una religione in cui prevale l’accento sul ‘mio’ sul rimanere chiusi e condannare gli altri, ma quella che si apre nello scorgere rapporti nuovi in cui l’altro diviene ‘per me fratello sorella e madre…”.

Alessandro Cortesi op

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(vignetta di Mauro Biani)

Anestesia delle coscienze

“… non posso fare a meno di rivolgere innanzitutto un ringraziamento al presidente della Repubblica Sergio Mattarella, il quale ha deciso di ricordare l’ottantesimo anniversario dell’emanazione delle leggi razziali, razziste, del 1938 facendo una scelta sorprendente: nominando quale senatrice a vita una vecchia signora, una persona tra le pochissime ancora viventi in Italia che porta sul braccio il numero di Auschwitz.

Porta sul braccio il numero di Auschwitz e ha il compito non solo di ricordare, ma anche di dare, in qualche modo, la parola a coloro che ottant’anni orsono non la ebbero; a quelle migliaia di italiani, 40.000 circa, appartenenti alla piccola minoranza ebraica, che subirono l’umiliazione di essere espulsi dalle scuole, dalle professioni, dalla società, quella persecuzione che preparò la shoah italiana del 1943-1945, che purtroppo fu un crimine anche italiano, del fascismo italiano. Soprattutto, si dovrebbe dare idealmente la parola a quei tanti che, a differenza di me, non sono tornati dai campi di sterminio, che sono stati uccisi per la sola colpa di essere nati, che non hanno tomba, che sono cenere nel vento.

Salvarli dall’oblio non significa soltanto onorare un debito storico verso quei nostri concittadini di allora, ma anche aiutare gli italiani di oggi a respingere la tentazione dell’indifferenza verso le ingiustizie e le sofferenze che ci circondano. A non anestetizzare le coscienze, a essere più vigili, più avvertiti della responsabilità che ciascuno ha verso gli altri. In quei campi di sterminio altre minoranze, oltre agli ebrei, vennero annientate.

Tra queste voglio ricordare oggi gli appartenenti alle popolazioni rom e sinti, che inizialmente suscitarono la nostra invidia di prigioniere perché nelle loro baracche le famiglie erano lasciate unite; ma presto all’invidia seguì l’orrore, perché una notte furono portati tutti al gas e il giorno dopo in quelle baracche vuote regnava un silenzio spettrale. (…)

Mi rifiuto di pensare che oggi la nostra civiltà democratica possa essere sporcata da progetti di leggi speciali contro i popoli nomadi. Se dovesse accadere, mi opporrò con tutte le energie che mi restano”.

E’ questo uno stralcio del discorso di Liliana Segre, senatrice a vita, nella discussione per la fiducia al nuovo governo in Italia il 5 giugno u.s. E’ un discorso che richiama i pericoli insiti in scelte e orientamenti che non riconoscono il proprio stare sulla terra nella comune umanità con altri esseri umani.

Nel panorama europeo e mondiale si affermano voci che richiamano alla sovranità di un popolo identificato con la propria nazione o con gruppi particolari e queste recano con sè in modo consapevole o inconsapevole, nell’indifferenza, oggi la riproposizione di autentici miti, quale quello del possesso della terra – che può facilmente essere decostruito da una anche superficiale lettura storica. La pretesa che la terra su cui si vive sia prorpia, mia o tua, ed esclusiva, in mod da tenere qualcuno fuori della terra, starniero, senza riconoscimento di abitante.

Ma la terra non può esser considerata proprietà esclusiva e pretendere di decidere con chi abitare è la premessa a quello che la storia del 900 ha mostrato essere il piano inclinato che conduce ai campi di internamento e ai campi di concentramento, sino all’eliminazione dell’altro.

Settantacinque anni fa Hannah Arendt, filosofa ebrea tedesca rifugiatasi negli Stati Uniti, scriveva un breve saggio dal titolo ‘Noi profughi’. In esso ricordava la condizione degli ebrei profughi come avanguardia dei popoli ridotti ad essere senza patria senza diritti.

Nel suo scritto più ampio Le origini del totalitarismo descrive il percorso della progressiva perdita a cui si costringono persone e popoli quando si perde di vista la dignità umana: “La disgrazia degli individui senza status giuridico non consiste nell’essere privati della vita, della libertà, del perseguimento della felicità, dell’eguaglianza di fronte alla legge e della libertà di opinione…ma nel non appartenere più ad alcuna comunità di sorta, nel fatto che per essi non esiste più nessuna legge, che nessuno desidera più neppure opprimerli” (H. Arendt, Le Origini del Totalitarismo, Edizioni di Comunità, Milano, 1996, 409). Così si attua il mito della autoctonia. Fino ai campi di internamento e di concentramento.

L’autoctono pretende di poter escludere l’estraneo che arriva lo straniero che giunge da lontano, il diverso da sé. Ma la terra dove si abita è terra dove nessuno può pretendere con chi abitare escludendo altri esseri umani: qualcun altro c’era in precedenza e qualcun altro vi sarà… è terra dell’umanità.

Sta qui una profonda provocazione rivolta alla politica degli stati nazione che si sono strutturati pensando una sovranità che non riconosce i diritti di altri esseri umani a livello globale. E pur affermando in linea teorica i diritti umani di fatto giunge a negarli di fronte a chi è posto nella condizione di ‘apolide’, ‘senza patria’, costretto nella condizione del profugo e del richiedente rifugio.

E’ la sfida che oggi si presenta nel mondo delle migrazioni e dove le esigenze di giustizia sociale e di equità a livello globale dovrebbero suscitare approfondimento lungimirante e progettualità che mantenga chiara la direzione di “respingere la tentazione dell’indifferenza verso le ingiustizie e le sofferenze che ci circondano”.

Commentando il dibattito alle Camere e i discorsi del nuovo presidente del consiglio Giuseppe Conte così scrive Francesco Riccardi: “La «gente chiede il cambiamento», il governo ‘ascolterà i cittadini’ ripete il presidente del Consiglio. (…) Sarebbe significativo, però, se il nuovo governo cominciasse a non essere sordo al grido che si alza dal sangue versato nelle campagne di Gioia Tauro, a quello sommerso dalle acque del Mediterraneo, alle mille ferite delle persone che non sono ‘gente’ eppure hanno bisogno di cambiamento”. (Francesco Riccardi, La visione povera, “Avvenire” 6 giugno 2018)

Alessandro Cortesi op

 

 

 

Solennità del Ss. Corpo e Sangue del Signore – anno B – 2018

33400750_10214864917432403_5116185504219398144_n(Kim En Yoong – Esposizione – Centro ‘O lumen’ – Madrid)

Es 24,3-8; Eb 9,11-15; Mc 14,12-16.22-26

“… Mosè prese il sangue e ne asperse il popolo, dicendo: ‘Ecco il sangue dell’alleanza, che il Signore ha concluso con voi sulla base di tutte queste parole’”. Il sangue di animali, simbolo della vita è effuso in parte sul popolo in parte sull’altare. Il gesto di Mosè che segue alla lettura del libro dell’alleanza viene spiegato dalle parole: ‘quanto il Signore ha ordinato, noi lo faremo e lo eseguiremo’.

E’ un rito con profondo significato simbolico: un’unica corrente di vita (simboleggiata dal sangue) lega la vita del popolo d’Israele e quella di Jahwè (sono aspersi il popolo e l’altare). E’ dono di alleanza ed ha suo fondamento nelle dieci parole. La parola ‘Io sono il tuo Dio’ segna il percorso di un popolo che si affida e si lega: il rito esprime così la consapevolezza che Dio dona il suo amore ed il popolo è chiamato a stare nell’attitudine dell’ascolto, lasciandosi trasformare da quella parola. Ne sorge un impegno: quello che abbiamo ascoltato lo eseguiremo. Il dono di vita accolta, la scoperta della presenza di un Dio vicino e liberatore, deve farsi camino storico, responsabilità per altri, davanti a Dio.

L’ultima cena di Gesù con i discepoli avvenne in un contesto pasquale, una festa ricca di significati che legava la vita delle famiglie in Israele al momento dell’uscita dalla schiavitù paese d’Egitto: ogni generazione diviene partecipe di quell’evento.

Il passaggio dell’angelo di Dio che passando sopra alle case contrassegnate dal sangue dell’agnello libera il popolo schiavo è evento di liberazione: l’agnello, che in quella notte è mangiato prima della partenza, diviene così uno dei segni centrali del rito della Pasqua ebraica. Con il sangue si era compiuta l’uscita dalla schiavitù. La cena nel plenilunio della primavera è memoriale. Gli eventi dell’esodo sono rivissuti in prima persona e riattualizzati. Chi celebra quel rito si scopre coinvolto in una storia di alleanza e di promessa.

Gesù, nel quadro di una cena nei giorni della Pasqua, presenta il pane e il vino e ne fa simboli dell’intera sua esistenza e della sua morte: “mentre mangiavano prese il pane e, pronunciata la benedizione, lo spezzò e lo diede loro, dicendo: ‘Prendete, questo è il mio corpo’. Poi prese il calice e rese grazie, lo diede loro e ne bevvero tutti. E disse: ‘Questo è il mio sangue, il sangue dell’alleanza, versato per molti. In verità vi dico che io non berrò più del frutto della vite fino al giorno in cui lo berrò nuovo nel regno di Dio” (Mc 14,22-25)

La sua esistenza è detta nel pane spezzato e nel vino versato. Le parole della cena esprimono il suo essere per gli altri, il suo modo di intendere la vita come servizio. Le parole sul calice, rinviano all’alleanza del Sinai, simboleggiata nel ‘versare il sangue’. Gesù parla così di alleanza nella sua vita: la sua morte è rivelazione dell’amore del Padre, di comunicazione di vita, fino alla fine.

Il gesto di Gesù, ripetuto in sua memoria è segno di un dono di amicizia. Ed egli in quel contesto dice la sua fiducia oltre la morte e la promessa di un nuovo incontro: ‘non berrò più del frutto della vite fino al giorno in cui lo berrò nuovo nel regno di Dio’ (Mc 14,25). Alla vigilia della sua morte conferma la sua speranza e il suo affidamento alla causa del regno: la sua fiducia è annuncio della risurrezione che rinvia i suoi a seguirlo sulla sua strada e ad intendere la vita come esistenza eucaristica, pane spezzato per gli altri.

Alessandro Cortesi op

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Populismo

“Mosè andò a riferire al popolo tutte le parole del Signore e tutte le norme. Tutto il popolo rispose a una sola voce dicendo: «Tutti i comandamenti che il Signore ha dato, noi li eseguiremo!»” (Es 24,3-8)

“…quanto chiamiamo genericamente ‘populismo’ non è un nuovo (o forse anche vecchio) ‘soggetto politico’ in senso proprio. L’equivalente di un partito politico, un movimento, un ‘attore’, con una propria identità strutturata, una propria matrice organizzativa, una propria cultura politica per detestabile e criticabile che essa sia. Non è un ‘ismo’ come gli altri che abbiamo disseminato nel corso storico della modernità: socialismo, comunismo, liberalismo, fascismo… e con cui ci siamo identificati (per appartenenza) o contro cui abbiamo combattuto (per contrapposizione). E’ un’entità molto più impalpabile e meno identificabile entro specifici confini e involucri. E’ uno stato d’animo. Un mood. La forma informe che assume il disagio e i conati di protesta nelle società sfarinate e lavorate dalla globalizzazione e dalla finanza totale – da ciò che Luciano Gallino ha chiamato il ‘finanzcapitalismo’ – nell’epoca di assenza di voce e di organizzazione” (M.Revelli, Populismo 2.0, Einaudi, 2017,10)

Revelli indica alcune caratteristiche del ‘populismo’, che è fenomeno riscontrabile nella storia del sec XIX e XX in forme diverse e categoria difficile oggi da definire: ne individua i tratti propri nella centralità di riferimento al popolo quale entità pura, compatta e originaria contrapposta a tutto ciò che sta sopra di esso (élites, poteri, caste…) oppure che lo minaccia dall’esterno e sotto di esso (stranieri, immigrati, nomadi…). Un secondo tratto sta nell’idea di un tradimento subito da parte di una oligarchia che ha usurpato il potere e di sfiducia radicale verso una classe dirigente additata come universalmente corrotta, identificata in modo indifferenziato come responsabile del disagio e del malessere sociale. La visione è quella di una lotta del bene contro il male, dove l’ identificazione dei soggetti di male sono facili: gli usurpatori, gli stranieri etc…. Un terzo fattore è indicato nel rovesciamento, con l’utilizzo del linguaggio del cambiamento radicale del cambiare verso, dello scardinare, in breve della rivoluzione per fare il bene del popolo indicato in modo generico e indistinto, oltre le regole e saltando il riferimento a principi fondamentali del convivere (costituzionali), nela rivendicazione di una sorvanità del popolo senza vincoli e delimitazioni.

Molteplici sono le espressioni del populismo che sta dilagando a livello mondiale: dalle elezioni di Trump negli USA a fine 2016 alla campagna per la Brexit nel 2017, all’avanzata delle formazioni xenofobe alle elezioni in Francia e Germania, all’affermazione del nazionalpopulismo di Orban nell’ Ungheria che ha innalzato fili spinati ai confini. Le forme assunte dai vari populismi sono estremamente diverse, tuttavia denominatore comune può essere individuato in un venir meno della democrazia e della rappresentanza. Il populismo attuale appare come una malattia senile della democrazia. E’ segno di un impoverimento che ha toccato soprattutto le classi medie e delle trasformazioni che hanno svuotato il senso del lavoro.

Nel libro di Revelli viene delineato il caso italiano come un caso particolare, segnato dall’affermarsi di varie figure di neo-populismo: Sono esperienze in cui prevale il ruolo del leader che si connota come attore protagonista in un scena teatrale attorniato da claque e fans. Esse vivono di rottura delle mediazioni, con una comunicazione che fa prevalere il rapporto diretto con un pubblico non delimitato come in forme tradizionali di appartenenza e militanza. Enfasi particolare è posta poi sul presentare se stessi come inizio di un cambiamento che ha i tratti del rinnovamento radicale e con promesse iperboliche e non realizzabili. Forme accomunate da rivendicazioni rispetto ad un disagio diffuso, che vivono di seminagione della paura e in cui sono identificati capri espiatori del malessere sociale. Populismo televisivo, populismo del web e dei social, populismo dall’alto e altre varianti analoghe possono essere le forme di una tale situazione in cui si rivendica una sovranità del popolo che peraltro non viene servito ma viene subdolamente utilizzato e viene così asservito, rendendolo massa indistinta, acclamante, tenuta a debita distanza da nuove stanze del potere.

Revelli a conclusione suggerisce brevi osservazioni per contrastare tali fenomeni in diffusione: “Eppure basterebbero forse dei segnali chiari … per disinnescare almeno in parte quelle mine vaganti nella post-democrazia incombente: politiche tendenzialmente redistributive, servizi sociali accessibili, un sistema sanitario non massacrato, una dinamica salariale meno punitiva, politiche meno chiuse al dogma dell’austerità… quello che un tempo si chiamava ‘riformismo’ e che oggi appare ‘rivoluzionario’ “ (ibid. 155)

La sfida che sta davanti a noi oggi è più in profondità nell’orizzonte di far crescere una sensibilità di popolo non come massa indifferenziata utilizzabile secondo slogan di nuove gerarchie dominanti ma come cittadinanza di persone responsabili, capaci di riconoscimento degli altri e del comune impegno a costruire un convivere sociale tenendo conto della complessità delle questioni e di principi di riferimento che orientano le scelte. E’ una prospettiva di alleanza cioè di incontro e di relazione che sta al cuore dell’immagine di un popolo consapevole di responsabilità, proteso alla solidarietà con i più fragili e alla liberazione di chi è vittima d’ingiustizia.

Alessandro Cortesi op

Ascensione del Signore – anno B – 2018

IMG_2872.jpgAt 1,1-11; Ef 1,17-23; Mc 16,15-20

“perché state a guardare il cielo? … tornerà un giorno” (At 1,11) al cuore della fede fondata sulla Pasqua c’è una assenza e una nostalgia. Attesa di ritorno: tornerà… Non si incontra più Gesù come prima. E’ possibile custodire la sua promessa e l’esperienza d’incontro con lui può continuare in modo nuovo, nel modo dell’attesa, nella vita della comunità, nei segni da lui lasciati, nello sxogere l’operare dello Spirito.

Gli apostoli chiedono di ‘conoscere i tempi e i momenti’: è curiosità di prevedere il futuro. Gesù invita a non dare spazio a questa vana curiosità che impedisce di cogliere le cose più importanti. E’ inutile sprecare energie in questo sforzo. Piuttosto lo sguardo va orientato in altra direzione, al presente. Sin d’ora è vicino in modo nuovo. L’attitudine richiesta è quella dell’attesa, ‘attendere che si adempia la promessa del Padre’ e ricevere la forza dello Spirito. La promessa del Padre è per l’umanità, per poter partecipare alla vita in Cristo: l’essere immersi (battezzati) nello Spirito Santo e ricevere da lui forza.

Lo Spirito è il dono di Cristo risorto. Dopo la Pasqua l’incontro con Gesù può avvenire per opera dello Spirito, nella sua forza. La sua presenza è reale tra noi e nel contempo è interiore e coinvolge l’intimo delle persone. ‘Una nube lo sottrasse al loro sguardo’: la nube è simbolo della penombra dello Spirito, che copre e rivela. Gesù è nella vita di Dio. Il suo ‘spazio’ è altro rispetto allo spazio e al tempo in cui Gesù ha vissuto la sua vita terrena. Ma la sua presenza continua, si rende vicina nell’interiorità e si fa vicina nei segni che ci ha lasciato: lo Spirito accompagna ad incontrarlo nella fede e rende testimoni della sua risurrezione. D’ora in poi l’incontro con Gesù sarà vissuto nell’incontro con qualcuno che in forza dell’agire dello Spirito, testimonia di Gesù, lo racconta e cammina sui suoi passi: ‘voi mi sarete testimoni’.

“Andate in tutto il mondo e predicate il vangelo ad ogni creatura…”. Gesù invia i suoi a continuare l’annuncio della bella notizia del ‘regno’ (cfr Mc 1,12) a offrire segni di liberazione e di novità di vita (Mc 1,32-34). Ed essi fanno l’esperienza di un agire che li precede e li accompagna e che non dalla loro forza ma dalla presenza del Signore si attua la comunicazione del vangelo: “Allora essi partirono e predicarono dappertutto, mentre il Signore operava insieme con loro e confermava la parola con i prodigi che l’accompagnavano”.

I segni accompagnano la parola e dicono che la morte non è l’ultima parola. Gesù non lascia la sua chiesa dona lo Spirito, presenza-dono che conduce ad entrare nella relazione di amore del Padre e del Figlio. Anche la comunità vive questa fondamentale chiamata, la vocazione ad essere segno della comunione del Padre del Figlio e dello Spirito. E’ vita nuova: i diversi doni, che provengono dallo Spirito, recano in sè la spinta ad essere messi a servizio per la comunione. Le differenze non vanno eliminate, ignorate, sopresse ma vi può essere condivisione di doni e servizi, segno della vita trinitaria. Unità di relazione in cui l’essere-con si fa essere-per e si può abitare nella reciprocità dell’amicizia.

Ascensione non è festa del distacco ma di una gioia diversa per un incontro nuovo con Cristo. Il Padre ha detto sì alla vita di Gesù e la sua umanità è principio di comunione. Vivere l’inconro con Gesù nel sentire la sua mancanza è esperienza di fede nel Dio di cui si avverte la mancanza. La preghiera stessa rimane domanda sospesa, senza risposta, ma anche rivolta come grido che non lascia che l’attesa venga meno.

Alessandro Cortesi op

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Lingue nuove

Lingue nuove sono le lingue diverse dei popoli. Parlare lingue nuove è esito di apertura a scorgere che la propria lingua non è senza legami con altre lingue diverse. E’ passaggio per superare lo sconforto dell’incapacità di comunicare. Parlare lingue nuove passa attraverso la fatica dell’accostarsi ad altri mondi, e si costruisce nell’apprendimento ad incontrare ascoltando e tessendo rapporti.

La possibilità di parlare lingue nuove è attraversamento che si attua nel tradurre le parole della propria lingua madre in parole altre. Nella traduzione l’estraneo si fa riconoscibile nei tratti del suo volto e diviene familiare, si costruiscono ponti che consentono avvicinamento e comprensione.

E’ stato soprattutto il filosofo Paul Ricoeur ad approfondire il paradigma della traduzione come via per affrontare la sfida dell’incontro con l’altro, per aprire vie di comunicazione nel mondo del pluralismo e per incontrare lo straniero, senza far venir meno la diversità, accettandola, e rendendola luogo di un riconoscimento possibile. Apprendere a parlare lingue nuove conduce a scoprire che le lingue umane non sono sistemi impermeabili e chiusi, ma sono come case aperte con porte e finestre che consentono passaggi e visite. Percorsi mai compiuti definitivamente e sempre da intraprendere di nuovo. Percorsi che accompagnano a riconoscere l’altro, ma anche a comprendere e riconoscere in modi nuovi la propria in lingua, la propria esistenza.

E’ possibile allora camminare verso quella che Paul Ricoeur indica come ospitalità linguistica?

“Ospitalità linguistica quindi, ove al piacere di abitare la lingua dell’altro corrisponde il piacere di ricevere presso sé, nella propria dimora di accoglienza, la parola dello straniero» (P.Ricoeur, La traduzione. Una sfida etica, Morcelliana, Brescia 2002, 50)

Tale ospitalità è orizzonte da ricercare continuamente ed implica la fatica della traduzione, scoprendo che la propria lingua è importante quale casa aperta ad accogliere, e nel contempo è anche importante la lingua dell’altro nella diversità. Solamente da tale intuizione può avere inizio l’avventura del parlare lingue nuove, di cercare di tradurre.

E’ veramente l’opposto dell’irrigidimento che chiude e rende impermeabili ad ogni comunicazione. E’ il contrario dei diktat che pretendono di parlare e intendere un’unica lingua che diviene lingua del potere e della violenza, è l’opposto del rifiuto del dialogo possibile che tanto segna il nostro quotidiano e lo tinge di intolleranza e di rifiuto degli altri.

“Tradurre significa rendere giustizia allo straniero, significa instaurare la giusta distanza da un insieme di linguaggio all’altro. La tua lingua è altrettanto importante della mia. È la formula dell’equità-uguaglianza. La formula della diversità riconosciuta” (P. Ricœur, Il Giusto, vol. 2, Effatà, Cantalupa (To) 2007, 51).

Imparare a tradurre diviene via per aprirsi ad un modo di tare insieme in cui il discorso tra le persone possa essere uno e nel medesimo tempo plurale. E’ esperienza che può aprire la via a maturare un orizzonte di impegno e di vita insieme, “un’etica della ospitalità linguistica e della convivialità” (D.Iervolino, Per una filosofia della traduzione, Morcelliana Brescia 2008, 125).

La diversità delle lingue è la babele di un mondo in cui chi parla in modi diversi non è capace d’intendersi, ma è anche la babele in cui i diversi accenti e suoni suscitano la curiosità dell’incontro, segnano così la benedizione di una umanità plurale, che si scopre chiamata a camminare insieme imparando a parlare lingue nuove. “Nella benedizione di Babele, dunque, è già prefigurato (…) il kerygma pentecostale del dono delle lingue, annuncio di una umanità riconciliata nel riconoscimento delle diversità” (D. Jervolino, Per una filosofia della traduzione, 119)

Alessandro Cortesi op

 

 

VI domenica di Pasqua – anno B – 2018

Versione 2At 10,1-48; 1Gv 4,7-10; Gv 15,9-17

“Pietro stava ancora dicendo queste cose, quando lo Spirito Santo scese sopra tutti coloro che ascoltavano il discorso. E i fedeli circoncisi, che erano venuti con Pietro, si meravigliarono che anche sopra i pagani si effondesse il dono dello Spirito Santo”

Non di conversione di Cornelio si tratta. Piuttosto di conversione di Pietro. Ed è provocazione anche per noi ad un cambiamento di orizzonte per il nostro credere.

Un racconto affascinante è situato nel libro degli Atti, là dove l’attenzione si focalizza sul cammino di Pietro: narra di un cambiamento e di un’apertura e respira di quell’aria nuova che entra da finestre spalancate. Dove soffia lo Spirito.

Tutto inizia con due visioni in due luoghi diversi. A Cesarea, Cornelio, ufficiale dell’esercito romano, uomo religioso è spinto ad inviare suoi uomini per invitare a casa sua un certo Simone. Anche Simone (Pietro) a Giaffa ha una visione: una grande tovaglia ripiena di ogni genere di cibi gli è presentata innanzi con tanti cibi: “Non devi considerare impuro quello che Dio ha dichiarato puro”. Mentre cercava di capire il significato di quel sogno – segno di una chiamata di Dio ad uscire dai suoi schemi religiosi – giungoro gli inviati da parte di Cornelio. Pietro accoglie, pur con qualche resistenza, l’invito e li fa entrare e li ospita. E’ lo Spirito che ha spinto Cornelio ed è lo Spirito che invia Pietro: ‘alzati e và con loro senza paura, perché li ho mandati io da te’. E’ lo Spirito che apre ad ospitare l’altro nella propria casa.

Così Pietro si reca a Cesarea ed entra nella casa di un pagano. Qui la sua vita si apre ad una scoperta nuova. Cornelio lo accoglie andandogli incontro. Pietro si lascia prendere dalla novità di Dio: in quell’esperienza d’incontro lo ha infatti accompagnato ad un nuovo modo di concepire la vita: non si deve evitare nessun uomo come impuro. In ogni volto che vive la ricerca e l’incontro c’è un messaggio di Dio stesso.

Pietro parla così di Gesù e lo Spirito scende. L’intera vicenda è guidata dallo Spirito. Negli incontri ordinari è all’opera lo Spirito santo, per vie non programmabili e non racchiudibili entro schemi prefissati. Discepolo è chi si mette in ascolto di ciò che lo Spirito suggerisce. Dio non fa preferenze, non genera esclusioni, il suo progetto non è quello di appartenenze religiose che tengono fuori.

L’episodio è così il racconto di due cambiamenti. C’è quello di Cornelio che scopre Gesù scorgendo nel suo cammino umano il dono di Dio, già presente nella sua ricerca e nella sua vita. E c’è quello di Pietro. La sua conversione è esempio di una chiamata continua per la chiesa stessa. Nell’andare incontro, nel dialogare, nel superare la distanza e la diffidenza, si può scoprire l’agire dello Spirito che sempre precede, spinge ad uscire, fa scoprire l’ospitalità da offrire e ricevere. L’annuncio del vangelo non può essere racchiuso entro confini di privilegi né in una religione fatta di prescrizioni e di decreti. Tra queste conversioni si situa il nostro cammino anche oggi.

‘Vi ho chiamati amici’. E’ l’ultima parola che Gesù lascia ai suoi. Quasi una definizione di cosa vorrebbe per la sua comunità: una comunità dove l’amicizia sia possibile, dono e quotidianità. L’amicizia è andare oltre i confini, uscire dai territori stabiliti, di appartenenze a gruppi, a popoli, a culture determinate, a religioni che si fanno sistemi che rinchiudono. Amicizia è parola che evoca percorsi aperti, un guardare gli altri non dal piedistallo di una pretesa superiorità, ma lo scendere da cavallo, da prestigio e potere per guardare negli occhi e riconoscersi specchiati nello sguardo dell’altro, inermi e partecipi del medesimo destino, con ele medesime domande nel cuore. Amicizia è non progettare una società di padroni e servi, ma relazioni in cui vi è riconoscimento e comprensione. Amico è parola che accoglie e costruisce intimità, conoscenza di chi comprende fragilità e fatiche. Gesù chiama i suoi con la parola impegnativa ‘amici’ e chiede loro di uscire dalla mentalità dei servi, per camminare nella libertà di chi si sa accolto.

Alessandro Cortesi op

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Amicizia

Una poesia di don Angelo Casati, a cocnlusione di una intensa meditazione sull’amicizia, è invito a scorgere i volti degli amici come terra sacra. Quei volti recano in se stessi anche un motivo per sperare, per procedere nel cammino. Amicizia è nostalgia presente nei cuori, ed è esperienza umana che fa intravedere luce. E’ come fessura attraverso cui passa ciò che pur rimane nascosto, dentro e sempre oltre. L’esperienza degli amici è racconto nella condivisione e nel tempo, dell’incontro con il maestro che chiamava i suoi ‘amici’. I volti degli amici non sono i volti noti e famosi, nemmeno possono essere quelli innumerevoli accumulati nelle reti ‘social’ dove ‘amicizia’ diventa parola svuotata e banale. Sono invece i volti familiari, quelli concreti, che attraversano il tempo della vita, che popolano le giornate ordinarie di chi fatica, ama, lavora e soffre, di chi si lascia abitare dai sentimenti dei semplici.

I volti degli amici
sono come Terra Promessa:
pochi metri
di zolla nera e feconda
che conosco palmo a palmo,
come il ramificarsi
delle vene su una mano.

I volti dei miei amici
sono come lo specchio del tempo.
Li interrogo in silenzio la sera:
negli occhi s’è fissata
e ancora vive, tutta,
l’avventura di un giorno:
ancora inseguono
scomode immagini,
come mozziconi
che nessuno osa spegnere
in ceneri di indifferenza.
Dilaga nella piega
degli occhi
la lotta dei disperati,
l’amore dei folli,
questo nostro sperare
contro ogni speranza.

Sui volti dei miei amici
ripercorro ogni giorno
il sentiero inquieto
delle nostre domande
senza risposta.

Unica certezza
-tra sabbie e deserti
di scelte provvisorie-
il Cristo Presenza e Assenza,
vicino come la carne
di uno sposo,
e atteso nella notte
con fiaccole
che faticano al vento
quasi fossero
sul punto di morire.

E noi, amici?
Noi chiamati
a rischiare la notte,
a decidere al buio
-quando fioca è la luce-
per un cammino o per l’altro.
Perché non parli, o Signore?

Nostra nuova condizione
è non sapere e sperare
contro ogni speranza.
Volti dei miei amici
volti senza presunzione,
immagine
della speranza dei folli.
Volti dei miei amici,
la terra del domani. 

(Angelo Casati)

V domenica di Pasqua – anno B – 2018

IMG_2947At 9,26-31; 1Gv 3,18-24; Gv 15,1-8

La vigna è pianta familiare ai popoli dell’arco mediterraneo. attorno ad essa si svolge una faticosa opera di cura e di lavoro. Nella Bibbia la vigna diviene simbolo del popolo di Israele: una realtà unica, come il popolo, che tiene in sé e pone in relazione i tanti elementi che la compongono. La vigna è una e molti insieme. E l’attenzione alla vigna è così riferita alla cura appassionata ed alla fedeltà amorosa di Dio.

Jahwè, il Dio della promessa è Dio che si prende cura, coltiva con pazienza, fa crescere in attesa di un frutto che porta condivisione e gioia. La vigna è quindi un simbolo collettivo, del popolo stesso d’Israele. Non sempre la vigna porta un frutto abbondante e i profeti leggono in tale aridità l’infedeltà del popolo di fronte alla cura di Dio: “Il mio diletto possedeva una vigna sopra un fertile colle. Egli l’aveva vangata e sgombrata dai sassi e vi aveva piantato scelte viti… aspettò che producesse uva ma essa fece uva selvatica. Or dunque, abitanti di Gerusalemme e uomini di Giuda, siate voi giudici fra me e la mia vigna…” (Is 5,1-6)

L’immagine è ripresa dai profeti e dai salmi divenendo così un rinvio noto e familiare per richiamare ad una conversione e nello stesso tempo per dire che la fedeltà di Dio non viene meno, nonostante ogni contrasto e fallimento. “Hai divelto una vite dall’Egitto, per trapiantarla hai espulso i popoli… Le hai preparato il terreno, hai affondato le sue radici e ha riempito la terra… Dio degli eserciti, volgiti, guarda dal cielo e vedi e visita questa vigna, proteggi il ceppo che la tua destra ha piantato, il germoglio che ti sei coltivato (Sal 80,9-10.15-16).

Nei discorsi dell’ultima cena riportate dal IV vangelo Gesù parla della vigna con un’affermazione che colpisce: ‘Io sono la vera vite’. Non parla quindi della vigna di Israele, ma si riferisce a lui stesso, alla sua vita: la vera vite è lui. E’ quindi da ricercare il senso di questa affermazione che certamente ha alle spalle in rinvio al popolo di Dio ed alla relazione di amore che nella Bibbia è simboleggiata nel simbolo della vigna curata da Jahwè. Gesù indica di essere partecipe della storia di amore e di cura che ha segnato la vicenda di Israele. Oltre a questo nelle sue parole sta forse il desiderio di comunicare che nell’incontro con lui si può incontrare la cura di Dio per il suo popolo: in Gesù si compie la tenera custodia e coltivazione del Padre come annunciavano i profeti. E ancora è lui che porta quei frutti che il Padre si attendeva: sono giunti in lui i tempi ultimi.

Ma l’immagine rinvia ad ulteriori significati: nella vite un dono di vita e una partecipazione di tutti coloro che a lui sono legati, i tralci. Da un lato si richiama la vicenda personale di Gesù – amato, come il popolo d’Israele – dall’altro l’immagine evoca la comunicazione di vita che da lui trae origine e che fa sorgere la comunità.

In lui si genera una comunione con tutti coloro che sono tenuti insieme e uniti come tralci viventi. Da qui può venirne frutto. ‘Rimanete in me’ è l’invito al cuore di questo discorso di Gesù. E’ un rimando all’inizio del quarto vangelo: Gesù chiede ai due discepoli ‘Che cosa cercate?’ essi lo seguirono e ‘rimasero’ presso di lui (Gv 1,39). Il verbo ‘rimanere’ è importante nel IV vangelo: indica una familiarità di vita, un incontro di amicizia, di condivisione profonda. Non una consolatoria chiusura intimistica ma il dono di una amicizia, un cammino di stare con lui per affidarsi e fondare in lui l’esistenza: ‘Chi mangia la mia carne e beve il mio sangue rimane in me e io in lui’ (Gv 6,56). Da qui sgorga un cammino di vita che è il percorso descritto nell’intero vangelo: i tralci rimangono nella vite ma in fondo è la vita di Gesù che rimane, è trasmessa ai suoi e fa sorgere ogni frutto.

L’essere discepoli di Cristo si attua nei frutti dell’amore. I tralci non vivono da soli, separati e isolati gli uni dagli altri, ma insieme ed nell’intreccio tra loro: Gesù propone ai suoi un ‘rimanere’ che ha due assi. L’asse del rapporto con lui e l’asse del rapporto con gli altri. La vita di comunione in Cristo non respira senza una vita di relazione e solidarietà con gli altri. Rimanere in lui significa accogliere innanzitutto il suo dono e vivere il suo stile: la forza dello stare insieme viene dal rimanere in lui. “Chi rimane in me e io in lui, fa molto frutto, perché senza di me non potete far nulla”.

‘Egli ha dato la sua vita per noi; quindi anche noi dobbiamo dare la vita per i fratelli’. Il comandamento di Dio – dice Giovanni – si racchiude nel credere nel nome del Figlio suo e amarci gli uni gli altri: in questa esperienza si attua quel dimorare/rimanere di noi in Dio e di Dio in noi.

Alessandro Cortesi op

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Coraggio

“Allora Bàrnaba lo prese con sé, lo condusse dagli apostoli e raccontò loro come, durante il viaggio, aveva visto il Signore che gli aveva parlato e come in Damasco aveva predicato con coraggio nel nome di Gesù”.

Nei giorni in cui si celebra il 25 aprile, festa della liberazione e il ricordo di tanti che ebbero il coraggio di investire la propria vita nella lotta al regime oppressivo fascista nella resistenza, è forse opportuno sostare sul coraggio quale attitudine di fondo di chi ha sacrificato la vita per aprire ercorsi di libertà e democrazia. Oggi viviamo un tempo in cui crescono sentimenti di indifferenza, di dimenticanza della storia e di incapacità a vivere con coraggio scelte per continuare quel cammino di liberazione.

Carissimi genitori, parenti e amici tutti, devo comunicarvi una brutta notizia. Io e Candido, tutt’e due, siamo stati condannati a morte. Fatevi coraggio, noi siamo innocenti. Ci hanno condannati solo perché siamo partigiani. Io sono sempre vicino a voi. Dopo tante vitacce, in montagna, dover morir così… Ma, in Paradiso, sarò vicino a mio fratello, con la nonna, e pregherò per tutti voi.

E’ un brano della lettera scritta il 22 dicembre 1944 da Armando Amprino, che aveva 20 anni, prima della sua fucilazione avvenuta nella medesima giorno al Poligono del Martinetto a Torino. Era stato catturato nello stesso mese di dicembre.

La lettera che segue è stata scritta il giorno della sua fucilazione da Irma Marchiani (Anty) di 33 anni a Pally. Era stata staffetta partigiana poi dopo la cattura e la fuga, combattente di brigate partigiane nel modenese. Catturata venne fucilata il 26 novembre 1944 a Pavullo:

“… sono gli ultimi istanti della mia vita… credimi non ho mai fatto nessuna cosa che potesse offendere il nostro nome. Ho sentito il richiamo della patria per la quale ho combattuto, ora sono qui… fra poco non sarò più, muoio sicura di aver fatto quanto mi era possibile affinché la libertà trionfasse… “

Sono solo due esempi tra i molti delle ultime parole di chi infonde coraggio ai propri cari che rimangono. Queste lettere sono anche testimonianza del coraggio di chi ha vissuto scelte decisive e ha saputo investire la propria vita facendo il bene. Come scrive Eusebio Giambone (Franco) nella sua lettera a Luisetta del 3 aprile 1944:

“Io che sono non credente, io che non credo alla vita nell’al di là, mi dispiace morire ma non ho paura di morire: non ho paura della morte, sono forse per questo un Eroe? Niente affatto, sono tranquillo e calmo per un semplice ragione che tu comprendi, sono tranquillo perché ho la coscienza pulita, ciò è piuttosto banale, perché la coscienza pulita l’ha anche colui che non ha fatto del male, ma io non solo non ho fatto del male, ma durante tutta la mia vita ho la coscienza di aver fatto del bene non solo nella forma ristretta di aiutare il prossimo, ma dando tutto me stesso, tutte le mie forze, benché modeste, lottando senza tregua per la Grande e Santa Causa della liberazione dell’Umanità oppressa”.

Giacomo Ulivi di 19 anni, studente di giurisprudenza, fucilato il 10 novembre 1944 sulla piazza Grande di Modena aveva uno sguardo capace di spingersi lontano. In una lettera agli amici scrive: “oggi bisogna combattere contro l’oppressore. Questo è il primo dovere per noi tutti. Ma è bene prepararsi a risolvere quei problemi in modo duraturo, e che eviti il risorgere di essi e il ripetersi di tutto quanto si è abbattuto su noi”

Sono parole tra tante altre di uomini e donne che hanno saputo affrontare momenti decisivi. Umberto Fogagnolo (ing.Bianchi) di 32 anni, ingegnere elettrotecnico dopo l’8 settembre 1943 membro del CLN di Sesto san Giovanni, fucilato il 10 agosto 1944 in piazzale Loreto a Milano scrive: “V’è nella vita di ogni uomo però un momento decisivo nel quale chi ha vissuto per un ideale deve decidere e abbandonare le parole”.

Queste lettere dei condannati a morte della resistenza (tratte da Lettere di condannati a morte della resistenza europea, Einaudi 1967) ricordano il coraggio nel vivere momenti decisivi e nell’affrontare quanto umanamente è arduo e insopportabile.

Voci di giovani di oggi sanno cogliere questo coraggio e tradurlo nel presente: “Non dimentichiamo mai di guardare al mondo: la situazione in Siria. La questione palestinese. Il neo-protezionismo americano. L’antifascismo nel 2018 bisogna vederlo come un’analisi critica delle ideologie autoritarie e discriminanti.  L’antifascismo è un insieme di valori, idee, domande che riguardano i rapporti tra le persone, tra cittadini e potere, tra forze politiche. Le nuove generazioni di antifascisti, che posano lo sguardo verso il futuro con ansia e incertezza, devono prendere quello che c’è di buono nelle esperienze passate e usarlo per affrontare le sfide del presente. Le risposte a queste sfide non sono la chiusura, la nostalgia, il nazionalismo; ma l’inclusione, la non discriminazione, la capacità di pensare al domani con una visione di crescita condivisa, con una visione europea di pace e cooperazione fra popoli”. (Raffaele La Regina 24 anni – Potenza, Liberi di, lettera alla mia generazione, dalla rubrica Invece Concita, La Repubblica 26 aprile 2018).

C’è necessità in questo tempo, di coraggio, da vivere e da trasmettere ad altri.

Alessandro Cortesi op

IV domenica di Pasqua – anno B – 2018

IMG_0318.JPGAt 4,8-12; 1Gv 3,1-2; Gv 10,11-18

La figura del pastore nel IV vangelo si delinea in contrapposizione a tre diverse e opposte figure, il ladro, l’estraneo e il mercenario.

Gesù è il pastore che da’ la sua vita per le sue pecore. In queste parole sta il riferimento alla figura del servo di Jahwè che ‘non ha apparenza né bellezza per attirare i nostri sguardi, non splendore per provare in lui diletto…si è caricato delle nostre sofferenze, si è addossato i nostri dolori… Egli è stato trafitto per i nostri delitti, schiacciato per le nostre iniquità. Il castigo che ci dà salvezza si è abbattuto su di lui, per le sue piaghe noi siamo stati guariti… era come agnello condotto al macello (Is 53,3-7). Paradossalmente la figura di colui che è sfigurato, davanti al quale ci si copre il volto, è presa per indicare il volto di Gesù, pastore bello. La sua bellezza manifesta la gratuità che segna la sua vita, il dono della sua esistenza….

Il pastore indicato nel IV vangelo porta in sé infatti i tratti sconcertanti della figura del servo che si offre per tutti. Il mercenario, presta servizio fino al momento in cui può ricavare utilità. non si coinvolge in una relazione con gli altri, ne cerca solo vantaggio e utile. Gesù ha fatto della sua vita un dono per tutti. Vive un rapporto unico come quello del pastore con il suo gregge.

Il pastore conosce le sue pecore: conoscere nel IV vangelo indica una relazione nella reciprocità: così anche le pecore conoscono… e le mie pecore ‘conoscono me’. C’è una relazione particolare che conduce chi ha incontrato Gesù ad entrare nell’amore che lega il Figlio con il Padre: ‘come il Padre conosce me e io conosco il Padre’.

‘Non vi chiamo più servi, ma vi ho chiamati amici’. Incontrare Gesù è cammino di amicizia, chiamata ad un amore che coinvolge l’esistenza. E’ il dono ed il progetto di vita che viene proposto a chi si apre all’incontro con Gesù.

La conoscenza tra il Figlio e il Padre è dono e di accoglienza di amore che circola e di reciprocità di vita; così il ‘conoscere’ che lega Gesù a noi. E’ dono perché Gesù offre la vita per noi e conoscere lui è entrare in una intimità di vita per compiere scelte come le sue.

L’immagine del pastore apre a guardare oltre i confini: ‘ho altre pecore che non di quest’ovile; e anche queste io devo condurre; ascolteranno la mia voce e diventeranno un solo gregge e un solo pastore’. Gesù attua un raduno nel donare la sua vita: la sua testimonianza è forza che genera la possibilità di un incontro nuovo e di una unificazione nella diversità laddove c’era dispersione e lontananza.

Lo sguardo di Gesù va oltre ogni ovile che tiene chiuso il gregge in una situazione di tranquillità. La sua vita è non per il privilegio di qualcuno, ma per la condivisione. La radice di un tale sguardo che si allarga sta nella sua libertà, attitudine che si esprime nel donarsi: ‘io offro la mia vita, per poi riprenderla di nuovo. Nessuno me la toglie, ma la offro da me stesso, poiché ho il potere di offrirla e il potere di riprenderla di nuovo’.

La bellezza del pastore è la gratuità e la libertà con cui offre la sua vita. Nel dono di questa libertà nell’incontro è situato il percorso della nostra vita. il disegno di salvezza del Padre ha di mira una comunità nuova, un gregge oltre ogni confine, che sta in altri ovili. Siamo chiamati a testimoniare che solo la bellezza – frutto della gratuità e della libertà del dono di sè – può salvare il mondo.

Alessandro Cortesi op

IMG_1652.jpgOltre i recinti

“Afef è la narratrice, introduce poi si ferma mangiucchiandosi le dita: «Ma come sono andata?». «Brava, solo alza la voce». I professori incoraggiano. Bruno Nataloni, insegnante di religione, è anche attore. Paolo Bosco, docente di italiano che fa l’ora di alternativa, ha scritto il canovaccio con gli alunni della seconda B tenendo insieme il racconto biblico sul figlio di Giacobbe e Rachele, ripreso anche dal Corano e rivisitato da Thomas Mann in una sua opera. Dentro c’è tutto: l’amore, i sogni, la cacciata dello straniero, il bivio nella scelta tra vendetta e perdono. Prove di teatro in classe che in realtà sono prove di integrazione. È l’ora del dialogo. Tra mondi, culture, religioni. Alle medie Saffi, scuola nel quartiere popolare e multietnico di Bologna, l’ora di religione cattolica si fa insieme all’attività alternativa. Almeno, lo si sperimenta. È un progetto annuale votato dal collegio dei docenti, condiviso coi genitori. Invece di dividere gli studenti, i quattro insegnanti dell’istituto dove sei ragazzini su dieci hanno genitori stranieri (l’80 per cento in alcune classi), hanno deciso di unire le lezioni stando in aula in due”  (Ilaria Venturi L’ora delle religioni In aula lezione di dialogo, “la Repubblica” 17.04.2018).

La lettura del giornale quotidiano è spesso motivo di sconforto per le tante notizie che offrono il panorama di una realtà mondiale segnata da violenza, esclusione dell’altro e scelte di guerra. Talvolta tuttavia si trovano notizie – come questa – che fanno respirare ed aprono orizzonti nuovi. Raccontano di tentativi di superamento di ristretti recinti. Parlano dell’inventiva di chi cerca nel proprio quotidiano di creare occasioni di conoscenza, incontro e comprensione. Nonostante le tante difficoltà e crisi la scuola è luogo in cui si attua, nel quotidiano spesso pesante, il processo di interrelazione tra generazioni, tra persone diverse, tra culture. C’è spazio ancora per andare oltre ristretti recinti e aprire nuove vie di fronte alle sfide educative del presente.

“In alcune scuole dei quartieri di Bologna con un’alta percentuale di studenti stranieri, i docenti hanno abbandonato l’insegnamento tradizionale della religione per coinvolgere tutta la classe in un progetto dedicato alla cultura religiosa. E le religioni di tutto il mondo sono diventate un «pretesto» per tenere unita la classe e per allenare bambini e ragazzini all’integrazione. Risultato: sono sempre meno gli studenti figli di genitori atei o di religioni diverse da quella cattolica che lasciano la classe durante l’ora di religione. Si sta tutti insieme e si impara cosa è importante nella cultura di ciascuno” (Daniela Corneo, L’ora di religioni nella scuola multietnica, “Corriere di Bologna” 7.04.18)

Sperimentare modi nuovi di affrontare le tradizioni religiose per farne motivo di ricerca, di conoscenza dell’altro, di individuazione di vie per costruire una convivenza solidale, scorgere che un approccio serio all’esperienza religiosa è luogo per un interrogarsi insieme da parte di chi vive una fede e da parte di chi non si riconosce in un’esperienza religiosa. Sono queste le sfide di un presente che guarda al futuro delle generazioni più giovani e per quelle che verranno. Nel quadro desolante dei ripiegamenti identitari e della superficialità con cui oggi si pensa alla politica, esperienze di questo tipo sono luci che indicano una creatività possibile.

“I docenti di religione delle medie Saffi portano in classe i diversi testi religiosi, li studiano, trovano le somiglianze, gli incroci, le sovrapposizioni. Letterarie, storiche, culturali. In supporto, sull’analisi dei testi, c’è sempre il docente dell’attività alternativa, spesso un prof di italiano. «E poi porto in classe — dice Nataloni — anche il testo della Costituzione, perché tutto deve essere fatto dentro questa cornice che ci dà diritti, doveri, regole».

Si tratta di un tentativo, una sperimentazione appunto, altre vie certamente sono possibili e da tempo sono individuate e proposte da chi s’interroga sulla sfida che il mondo plurale pone all’educazione, alla scuola, alle comunità di fede, anche nel ripensamento dell’insegnamento riguardo all’esperienza religiosa ed alle religioni nella scuola.

Sono tentativi che fanno sorgere gratitudine per chi ha avuto la capacità inventiva di porli in atto e che indicano vie a cui fare maggiore attenzione per far sì che nei luoghi del vivere sociale si promuovano esperienze per abbattere le tante barriere di separazione e di intolleranza, i tanti recinti che generano esclusione ed incomprensione dell’altro.

Alessandro Cortesi op

III domenica di Pasqua – anno B – 2018

IMG_2886.JPGAt 3,13-19; 1Gv 2,1-5a; Lc 24,35-48

All’inizio della vita della comunità cristiana sta l’annuncio che Gesù Cristo è risorto: nel libro degli Atti si possono rintracciare gli schemi fondamentali della prima predicazione cristiana soprattutto quando sono riportati i discorsi degli apostoli. A Gerusalemme  Pietro (At 3,12-26) pone in risalto da un lato l’agire degli uomini, l’ignoranza, il rifiuto, il rinnegamento e l’uccisione di Gesù; per contro l’azione di Dio che non ha lasciato Gesù nella morte ma lo ha ‘rialzato’: è lui il Padre, Abbà a cui Gesù, il Figlio ha affidato la sua vita.

Con il suo intervento di vita il Padre ha portato a compimento ‘ciò che aveva annunziato per bocca di tutti i profeti, che cioè il Cristo sarebbe morto’. Pasqua è evento di passione morte e risurrezione. Luca insiste sul fatto che la passione di Cristo è stata predetta dai profeti (cfr. Lc 9,22; 18,31, 22,22; 24,7; At 2,23; 3,18; 4,28). Non si tratta del compimento letterale di una previsione; piuttosto, e molto più profondamente, di una coerenza tra l’agire di Dio nella storia della salvezza e la vicenda di Gesù di Nazaret. La passione e la morte di Cristo sono lette come adempimento del farsi vicino di Dio all’umanità e rinnovamento dell’esperienza dei profeti. Cristo compie le Scritture perché sceglie le vie dell’inermità, del servizio, del prendere le sorti dei disprezzati e allontanati, la via della misericordia. Al centro la testimonianza della morte e della risurrezione di Cristo.

La prima comunità sperimenta il rischio di dimenticare che Gesù aveva scelto di vivere come povero, con i poveri di Jahwè. Nel suo vangelo Luca presenta questo nel percorso di Gesù in libertà e decisione verso Gerusalemme: sapeva che lì avrebbe incontrato il rifiuto e la condanna. La risurrezione è evento di conferma da parte del Padre che la via percorsa da lui verso Gerusalemme è la via della vita e della risurrezione. Il crocifisso è stato glorificato dal Padre.

Nel suo vangelo Luca presenta un incontro con il Risorto a Gerusalemme, centro del suo vangelo, là dove tutto era iniziato, nel tempio di (Lc 1,8). Gli undici e gli altri con loro vivono in modo nuovo l’incontro con Gesù.

Luca nel suo racconto è preoccupato di affermare che il Risorto è il medesimo e la sua presenza è viva e reale. L’incontro con lui è autentico e segna in modo inatteso un nuovo inizio. Intende così contrastare interpretazioni puramente spiritualistiche, presenti forse nella sua comunità, di chi deprezzava la corporeità affermando la risurrezione come una sorta di immortalità dell’anima ma nulla più.

L’incontro con Gesù risorto coinvolge l’esistenza: Gesù non è un fantasma, ma invita i suoi ad incontrarlo in modo nuovo: ‘Sono proprio io’. La relazione con lui segna la vita nella sua concretezza. Luca narra che Gesù chiede di mangiare con loro, accoglie il pesce arrostito che gli è porto e condivide con i suoi.

Gesù rimane, ora in modo nuovo. Luca con il suo racconto intende indicare alla sua comunità in quale modo pè possibile vivere l’espereinza dell’incontro con il Risorto. Al centro sta un’esperienza di fede. Nel mangiare insieme la comunità scoprirà la sua presenza. Gesù in mezzo ai suoi apre all’intelligenza delle Scritture: tornare alle Scritture sarà un altro luogo di incontro reale con lui. ‘Pace a voi’: è il saluto che racchiude il dono del risorto ai suoi. Il dono della pace, accolta e da trasmettere, è forza per essere testimoni.

Alessandro Cortesi op

 

aeham_ahmad_damascoPace

La parola ‘pace’ è alla radice di molti tipi di saluto nelle diverse culture. Sia nelle parole, si pensi a shalom / salam aleikum, sia nei gesti che accompagnano il saluto. Talvolta il portare la mano al cuore o il congiungerle con un inchino si fa augurio di pace, un sentimento che tocchi l’interiorità e divenga riconoscimento grazioso dell’altro. Il rinvio alla pace fa parte del modo di porsi davanti al volto e alla vita da accolgiere, a cui lasciare spazio, a cui offrire sguardo di benevolenza.

Nel tempo presente il saluto di ‘pace’ è svuotato e negato dalle diverse forme dell’ingiustizia, della violenza nella molteplicità delle sue forme e dalle minacce di guerra. La pace quale possibilità di vita buona e costruzione di rapporti di riconoscimento è minacciata sia da armi, sofisticate e terribili, sia dall’affermarsi di rapporti di oppressione e di esclusione.

L’augurio pace risuona ma pace non c’è. Anzi sembra proprio che prevalga l’ingiustizia e la scelta delle armi per risolvere i conflitti.

In questi giorni di Pasqua varie azioni di ferocia e violenza inaudita, atti che si delineano come crimini contro l’umanità sono stati compiuti in diverse regioni. Ai confini della Turchia nella regione del Rojava contro la popolazione curda della regione l’esercito turco sta conducendo bombardamenti su villaggi e azioni di guerra denominando tale azione ‘ramoscello d’ulivo’. In Siria bombardamenti con l’uso di sostanze chimiche nel quartiere di Ghouta e poi di Douma alla periferia di Damasco con uccisione di centinaia di bambini ad opera delle forze governative del dittatore Assad. Ai confini della striscia di Gaza dove l’esercito israeliano ha sparato contro manifestanti palestinesi nella ‘marcia del ritorno’ che intendeva ricordare la sofferenza del popolo palestinese per la perdita della propria patria nel 1948 e il diritto al ritorno. Azioni di violenza inaudita, azioni di eserciti tra i più armati del mondo perpetrate contro popolazioni inermi come a Gaza. Crimini contro l’umanità su cui, a parte esili voci e richieste dell’ONU per un’inchiesta internazionale poi respinta, è calato il silenzio a livello di opinione pubblica internazionale. E’ l’indifferenza si diffonde nel senso di impotenza e nella passiva accettazione, nell’abitudine a ricevere notizie, immagini di una ferocia senza limiti. La situaizone che oggi viviamo è quella di una violazione continua del saluto ‘pace’ trasformato nel suo contrario, offesa di guerra, umiliazione dell’altro.

L’invito di papa Francesco è grido ripetuto: lo scorso 1 aprile nel messaggio pasquale ha chiesto ai responsabili di fermare immediatamente lo “sterminio in corso in Siria dove la popolazione è stremata da una guerra che non vede fine”; e ha aggiunto la sua invocazione a pregare “per tutti i defunti, i feriti le famiglie che soffrono… per i responsabili politici e militari… scelgano l’altra via, quella del negoziato, la sola che può portare a una pace che non passi da morte e distruzione”.

Nel buio della violenza, dello sterminio e dell’uso di armi atroci che viene condotto in Siria un’immagine richiama al desiderio di pace più forte della guerra.

Aeham Ahmad è un giovane siriano nato nel 1988 a Damasco. Appartenente ad una famiglia palestinese di profughi viveva in Siria nel campo rifugiati di Yarmouk. Sin da bambino è stato educato a studiare la musica e ha proseguito negli anni questa passione. Ma dal 2011 dopo la feroce repressione di Assad dei movimenti della primavera araba la Siria è divenuto un paese segnato da guerra e violenze, sino ad essere devastato e distrutto.

L’immagine di Aeham seduto al pianoforte di fronte alle rovine di un palazzo crivellato da proiettili e bombe fu nel 2015 un segno della resistenza di note di pace, la forza della musica a fronte della immane potenza distruttiva delle armi e della malvagità umana. Nel 2015 Aeham è stato costretto così ad abbandonare il campo rifugiati di Yarmouk prima assediato dalle forze governative e ridotto alla fame, poi dall’arrivo dell’Isis. Ha lasciato la Siria e la sua casa trovando accoglienza in Germania dove ha potuto continuare e praticare la musica. Oggi portando nei suoi concerti quella musica che invoca pace. Il pianista di Yarmouk (ed. La nave di Teseo) è libro che raccoglie la sua storia. Una storia che richiama al saluto di ‘pace’ più forte come desiderio di ogni devastazione e deserto creato dalle armi.

Alessandro Cortesi op

 

 

 

 

 

 

 

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