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Gesù e le prime comunità: tra storia e teologia

E’ appena uscito fresco di stampa l’ultimo volume della collana ‘Sul confine’ pubblicato dalla casa editrice Nerbini di Firenze:

A.Cortesi, G.Ibba (edd.), Gesù e le prime comunità cristiane. Tra storia e teologia, ed. Nerbini Firenze 2017

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indice Ibba Cortesi

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XXXIII domenica tempo ordinario – anno A – 2017

IMG_1495.jpgProv 31,10-13.19-20.30-31; 1Tess 5,1-6; Mt 25,14-30

La parabola dei talenti si legge nel capitolo 25 del vangelo di Matteo. E’ il discorso cosiddetto escatologico, che concerne le ‘cose ultime’: la venuta del Signore Gesù alla fine dei tempi che richiede vigilanza e attesa (la parabola delle dieci vergini, Mt 25,1-13), il giudizio sulla storia (l’azione del re che separa le pecore dai capri: Mt 25,31-46).

Messaggio centrale di questo capitolo è l’urgenza della decisione: tutta la storia va verso un incontro per essere con il Signore, per entrare in una festa di comunione. L’esperienza cristiana è attesa, si attua in un tempo supplementare. Il Signore viene come sposo.

La parabola dei talenti potrebbe essere piuttosto definita la parabola dei tre servi: si svolge in tre movimenti. All’inizio l’affidamento dei beni da parte del padrone a tre suoi servi, poi il diverso comportamento dei tre durante l’assenza del padrone, infine la parte più estesa, il rendiconto al ritorno del padrone dal viaggio. La distribuzione dei beni è compiuta dal padrone ‘secondo le capacità di ciascuno’. Tutto converge verso il finale. Appare un contrasto tra la lode dei servi, detti ‘buoni e fedeli’ e il rimprovero verso il terzo che è stato inoperoso e per paura ha nascosto sotto terra il talento a lui affidato. Un talento era unità di misura per metalli preziosi, ed indicava decine di chili d’oro; a livello monetario equivaleva a circa 6000 dramme o denari quando la retribuzione giornaliera di un operaio era circa di un denaro al giorno.

La parabola nella tradizione è stata letta come richiamo a porre a frutto le proprie capacità e le qualità umane: i talenti sono stati identificati con i doni naturali o di formazione che devono produrre risultati. Da qui nel linguaggio comune il termine ‘talenti’ sta ad indicare le doti di una persona e le sue capacità.

Certamente l’esigenza dell’impegno è un messaggio presente nella parabola ma questa interpretazione è sviante e piega la parabola ad una logica di efficienza e di successo. Gesù insiste su altro.

Nella parabola è da cercare il vertice verso cui tutto il racconto è orientato, che si può individuare nel dialogo tra il padrone e il terzo servo. Il dialogo con i primi due serve da preparazione, per contrasto. Il terzo servo viene rigettato non perché ha compiuto qualcosa di sbagliato. Piuttosto trova rimprovero perché non ha fatto nulla e soprattutto e in modo particolare perché è rimasto succube della paura. Il rapporto con chi gli aveva affidato una così grande ricchezza è stato da lui inteso nella logica della paura e della sottomissione.

Gesù parlava di cose comprensibili a chi udiva: un rapporto di ricchi e di lavoratori, di padrone e di servi. Con l’accenno ai talenti volge però il riferimento ad un altro piano e presenta il comportamento sconcertante del padrone che innanzitutto affida ricchezze così spropositate e inoltre dice ai servi: ‘entra nella gioia del tuo padrone’. L’appellativo ‘servo buono e fedele’ è espressione che va ben oltre la possibilità di relazione tra un padrone e i suoi servi. Gesù intende rinviare al volto di Dio e alla relazione con lui. Chiede a chi lo ascolta di intendere in modo nuovo il rapporto con Dio stesso. I talenti non sono allora le doti di ciascuno, o le ricchezze, piuttosto il dono gratuito e non quantificabile che viene da Dio.

I talenti indicano l’affidamento di un dono spropositato che richiama ed esige responsabilità: il dono di una comunione. Il terzo servo non ha compreso proprio questo: l’autentica ricchezza affidatagli stava nella fiducia, nell’essere accolto in un rapporto oltre ogni paura, oltre ogni esigenza. Si è invece lasciato imprigionare dal sospetto che gli ha impedito di vivere. Rimane chiuso in un’idea di Dio quale padrone esigente e terribile che lo rende incapace di agire: “So che sei un uomo esigente, che mieti dove non hai seminato e raccogli dove non hai sparso”. Ha considerato il talento non come dono ma lo trattiene come cosa estranea, non sua, da restituire senza nemmeno toccarla. Non comprende che il talento affidatogli è segno di una relazione. Non si apre a scorgere che nel talento stava il segreto di un affidamento perché potesse vivere la sua vita con la libertà dei figli, con la creatività di chi mette in circolo i doni.

La parabola è allora un richiamo a vigilare: l’attesa del Signore chiede di cambiare modo di pensare a Dio il Padre, chiede di uscire dalla paura che è contraria alla fede.

I talenti allora possono essere letti come le occasioni innumerevoli della vita nel tempo dato e negli incontri e opportunità di scelta: Dio il Padre affida a ciascuno la vita, ricchezza inesauribile in cui poter vivere tale affidamento. Il disegno del Padre sta nel far entrare i suoi figli nella gioia di una comunione di vita per sempre. Nel tempo della storia i discepoli sono chiamati a vivere la fedeltà non come rapporto contrattuale, fatto di paura, ma come accoglienza delle innumerevoli occasioni per essere creativi nel suo amore. Con gratitudine e responsabilità consapevoli di un dono.

Alessandro Cortesi op

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Talenti

Concetta Candido è un’operaia torinese. Il suo nome è stato ripreso dalle cronache nel giugno scorso. In un giorno di inizio estate nella sede dell’Inps di Torino Concetta ha appiccato il fuoco a se stessa riportando ustioni molto gravi.

Aveva in quel periodo ricevuto il licenziamento da una pseudo cooperativa, di quelle riconosciute legalmente ma che risultano essere sistemi riconosciuti legalmente per sfruttare il lavoro. E si era trovata nella triste situazione di iniziare la trafila burocratica di chi ha perso il lavoro mentre a casa le bollette continuavano a giungere, i debiti aumentavano e le giornate si facevano sempre più pesanti.

La sua storia ha suscitato scalpore e ha colpito molti. Gad Lerner ne ha scritto un libro pubblicato da pochi giorni (Concetta, ed. Feltrinelli). In esso articola una lettura della deriva in atto nel mondo del lavoro in Italia: “La deroga generalizzata dalle conquiste sindacali del secolo scorso si ripercuote a ogni livello con effetti nefasti che nessuna rivoluzione tecnologica sembra in grado di contenere. Basti osservare la prima conseguenza di lunga durata della riforma detta Jobs Act, una volta esaurito il triennio di esonero contributivo concesso alle aziende che assumevano nuovi dipendenti a tempo indeterminato, con un risparmio di 8060 euro il primo anno, e 3250 euro nei successivi 24 mesi. Scaduti nel 2017 i termini di questa imponente defiscalizzazione a carico dell’erario (oltre 10 miliardi), in più del 90% dei casi le nuove assunzioni risultano essere a tempo determinato, cioè precarie”.

E’ in atto una trasformazione che vede venir meno e frantumarsi le acquisizioni di difesa dei lavoratori e porta sempre più ampie fasce di persone a precipitare nella disperazione, senza sostegni e disorientate tra uffici e obblighi sempre nuovi. L’analisi di Lerner fotografa una realtà di drammi personali e sociali per lo più nascosti che richiederebbero invece attenzione diffusa e una progettualità nuova per mondo del lavoro:

“Chi perde il lavoro ha scarsissime probabilità di trovarne un altro a parità di tutele o di reddito. Chi lo cerca per la prima volta, e non dispone di un’alta specializzazione, mette in conto di doversi scordare il posto fisso. Del resto, anche le nuove forme di lavoro autonomo, l’incentivo propagandistico al fai-da-te, mascherano pratiche di autosfruttamento servile in concorrenza feroce con i propri simili. L’esercito della manodopera di riserva è un vasto contenitore di solitudini e frustrazioni che solo i meccanismi spontanei di reciproco sostegno familiare, e il rapido consumo di risorse patrimoniali accumulate dalle generazioni precedenti, proteggono dalla minaccia dell’indigenza” (G.Lerner, Concetta, Feltrinelli).

Quarant’anni fa, in questi giorni, moriva Giorgio la Pira. Può essere motivo di riflessione riascoltare la sua voce di professore di diritto che aveva assunto l’impegno politico a partire dalla sua chiamata ad essere testimone del vangelo. Per lui politica significava cura per le diverse dimensioni in cui si esplica la vita delle persone: la possibilità di una casa, del lavoro, della scuola, della vita sociale e comunitaria.

In una lettera a Fanfani del 27 Novembre 1953 così scriveva: “è mezzanotte, non prendo sonno, e sento la necessità di rispondere subito a qualche punto essenziale della tua lettera odierna. Anzitutto: vedi caro Amintore; io non sono un “sindaco”; come non sono stato un “deputato” o un “sottosegretario”: non ho mai voluto essere né sindaco, né deputato, né sottosegretario, né ministro (ricordi l’offerta di De Gasperi?). Quanto al “sindaco” mi pare che il mio telegramma di una quindicina di giorni fa parla chiaro. E la ragione di tutto questo è così chiara: la mia vocazione è una sola, strutturale direi: pur con tutte le deficienze e le indegnità che si vuole, io sono, per la grazia del Signore, un testimone dell’Evangelo… mi sarete testimoni (eritis mihi testes) mia vocazione. la sola. è tutta qui! Sotto questa luce va considerata la mia “strana” attività politica: non bisogna dimenticare che durante i tempi più acuti e dolorosi del fascismo è stata questa mia vocazione di “testimonianza a Cristo” a mettermi in prima linea nella trincea del più aspro combattimento. E se poi, necessariamente, i cattolici italiani mi misero in prima linea nella vita politica – costringendomi! – quella vocazione di testimonianza fu, almeno come ideale, la sola stella della mia azione. Veniamo ora al “sindacato”: figurati, se io posso rinunziare alla verità ed alla giustizia per servire alla lettera della legge: e poi: quale legge? Guardare senza operare alle iniquità che si nascondono sotto i velami della legge? Summum jus summa iniuria dicevano i romani; e S. Tommaso: non est lex sed corruptio legis: non è legge ma corruzione della legge! Osservare duemila sfrattati senza intervenire in qualsivoglia modo? Quali iniquità: leggi che hanno un solo destinatario: il disgraziato, il povero, il debole; per caricare su di lui altri pesi ed altre oppressioni (legge sfratti, fatta alla insegna D.C.)! Osservare novemila disoccupati senza intervenire in qualsivoglia modo? Senza stimolare, per vie diritte e per vie storte, un governo apatico, quasi ignaro del dramma quotidiano del pane di novemila disoccupati? Non c’è danari: quale formula ipocrita e falsa: non c’è danari per i poveri la formula completa e vera! Siamo un paese povero: altra formula ipocrita: siamo un paese povero pei poveri, è la formula vera!”.

Riflettere oggi sui talenti potrebbe condurre a pensare a tutti i mezzi da usare per redistribuire il lavoro e per difendere la dignità di tutti coloro che lavorano. Ed è lavoro sia quello riconosciuto e retribuito sia ogni forma di lavoro non retribuito e non riconosciuto come tale, per esempio nella vita domestica. Talenti possono essere anche le occasioni in cui è richiesta creatività per progettare un mondo del lavoro con maggiore equità, non costruito su privilegi ed esclusioni dei più fragili. Talenti sono anche i doni che non si identificano con il profitto e il denaro quali fini assoluti, ma sono la vita delle persone, delle loro famiglie quali tesori non da sfruttare ma da custodire e coltivare con cura.

Alessandro Cortesi op

XXVIII domenica tempo ordinario – anno A – 2017

IMG_0972.JPGIs 25,6-10; Fil 4,12-14.19-20; Mt 22,1-14

“Preparerà il Signore degli eserciti per tutti i popoli, su questo monte, un banchetto … di cibi succulenti, di vini raffinati. …Eliminerà la morte per sempre, il Signore Dio asciugherà le lacrime su ogni volto”.

L’immagine del banchetto sta ad indicare un incontro dei popoli nel condividere un cibo preparato per tutti da Dio stesso. Questo banchetto è il simbolo di un futuro caratterizzato dalla presenza della vita e senza più la morte. L’azione di Dio è vita, dono di gioia. Il Signore che prepara un banchetto è anche colui che elimina la morte, apre la possibilità di incontro nella felicità della condivisione e dello stare insieme. L’immagine del banchetto viene anche collegata alla venuta del messia.

Nei vangeli si parla a più riprese di banchetti, a Cana, in casa di Levi nella casa di Simone il pubblicano dove irrompe la donna peccatrice, nella casa di Zaccheo, da Marta e Maria. Anche la moltiplicazione dei pani diventa banchetto. Gesù visse poi in una cena pasquale il drammatico momento di addio ai suoi prima della sua morte. Così pure nei racconti delle apparizioni vi è insistenza sul ‘mangiare insieme’ in vari contesti.

Anche nelle parole Gesù l’immagine del banchetto ritorna con insistenza, nella parabola del grande banchetto (Lc 14) in quella delle vergini stolte e sagge (Mt 25).

Così pure nelle parole rivolte al centurione, pagano lodato per la sua fede, a cui Gesù annuncia un venire di popoli lontani a partecipare alla mensa con Abramo Isacco e Giacobbe nel regno dei cieli: “molti verranno dall’oriente e dall’occidente e siederanno a mensa con Abramo, Isacco e Giacobbe nel regno dei cieli” (Mt 8,10-11).

La parabola degli invitati al banchetto (Mt 22,1-14) risulta dall’unione di due parabole distinte. Il contesto è quello del confronto di Gesù con le autorità giudaiche presso il tempio di Gerusalemme. La prima parabola presenta l’invito alla festa di nozze e il rifiuto degli invitati. La seconda è centrata sull’abito della festa. Il riferimento alla città data alle fiamme e alla violenza può essere rinvio alla presa di Gerusalemme nel 70 d.C. La parabola può quindi essere una lettura dei rapporti tra comunità cristiana e autorità ufficiali giudaiche. Ed è un testo con molteplici rinvii allegorici: il padrone che invita è Dio, i servi sono i profeti, gli invitati il popolo d’Israele…

Di fronte all’invito la risposta è il rifiuto e la violenza. Gli invitati non si lasciano toccare dalla chiamata. Sono insensibili. I servi sono allora inviati dal re verso ‘coloro che sono ai crocicchi delle strade ‘: ‘tutti quelli che troverete chiamateli alle nozze’.

Si ripropone l’insegnamento: ‘i pubblicani e le prostitute vi precedono nel regno di Dio (Mt 21,31). Il Padre ama chi si apre alla consapevolezza di essere salvato. Chi si crede giusto non avverte l’urgenza di cambiamento. Chi è troppo concentrato sui propri meriti, fino a condannare gli altri ed essere intollerante non può aprirsi ad accogliere la grazia di Dio. Matteo presenta la chiamata di Dio che fa entrare ‘buoni e cattivi’: Dio ama non allontanando i peccatori, ma offrendo misericordia.

La scena del banchetto si tramuta rapidamente in un luogo di giudizio: un invitato senza la veste adatta viene espulso dalla sala. La veste può essere indicazione di un dono ricevuto come il velo che si riceveva nei banchetti, ma che è stato rifiutato. Una manifestazione di autosufficienza e di disdegno nel respingere un dono offerto. Nel linguaggio biblico poi la veste costituisce la dimensione dell’agire, la coerenza tra fede e vita (in Ap 19,8, la veste di lino, data alla sposa dell’agnello, indica ‘le opere giuste dei santi’). Matteo è molto sensibile nel denunciare una fede proclamata a parole ma che non trova riscontro nella pratica: ‘Non chiunque mi dice Signore, Signore, entrerà nel regno dei cieli, ma colui che fa la volontà del Padre mio che è nei cieli’ (Mt 7,21).

La via per partecipare al banchetto dell’incontro con Dio è accoglienza di un dono che genera resposnabilità e impegno ad un amore concreto. Fare la volontà del Padre non è rivendicare l’appartenenza di gruppo o una sicurezza derivante dal ruolo religioso ma si attua nel compiere scelte e gesti di cura e servizio verso gli altri.

Alessandro Cortesi op

IMG_0994.JPGRifiuto

Il World Population Prospects – documento che fornisce stime e proiezioni relative alla situazione demografica mondiale elaborato ogni due anni dalla Divisione per la popolazione dell’ONU – nell’edizione del 2017 (pubblicata il 21 giugno u.s.) presenta le stime di crescita per il 2050. Queste indicano un aumento di 100 milioni di individui rispetto alle ultime previsioni e ciò soprattutto in ragione della crescita demografica che si registra in Africa e India. Le previsioni indicano 8,6 miliardi nel 2030, e 9,8 miliardi nel 2050.

La Cina conta attualmente 1,4 miliardi di persone (il 19% della popolazione mondiale) e l’India 1,3 miliardi (il 18% della popolazione mondiale). La previsione è che nell’arco dei prossimi sette anni la popolazione indiana supererà quella cinese.

Tra i dati rilevanti del Prospetto è da cogliere come tra i dieci Paesi più popolosi del mondo la Nigeria vedrà un incremento tra i più alti. Si stima che la popolazione di questo Paese africano supererà nel 2050 quella degli Stati Uniti, divenendo così il terzo Paese nel mondo per numero di abitanti.

Con India e Nigeria il 50% della concentrazione della crescita demografica mondiale dal 2017 al 2050 sarà nei seguenti Paesi: Congo, Pakistan, Etiopia, Tanzania, Usa, Uganda e Indonesia. L’Europa per contro vedrà una diminuzione della popolazione nei prossimi anni con un progressivo invecchiamento.

Il fatto che la crescita demografica maggiore sia concentrata nei Paesi più poveri del mondo pone serie difficoltà al perseguimento di alcuni Obiettivi di sviluppo sostenibile indicati dall’ONU, in particolare l’obiettivo di ridurre la povertà e la lotta alla fame, come pure lo sviluppo dell’educazione e la riduzione delle disuguaglianze. Il processo di invecchiamento della popolazione può portare ad esigenze rilevanti di assistenza, pensioni e fondi di protezione sociale con conseguenze di aumento della pressioni fiscale.

Alla luce di questo quadro di previsioni demografiche la regione del Mediterraneo costituisce quindi una delle regioni, e non l’unica, che nel mondo continuerà ad essere segnata da una forte pressione migratoria sui paesi europei. Il mare Mediterraneo, nel quadro di una considerazione geografica, costituisce una sorta di lago le cui sponde uniscono Africa Europa e Asia. Pone in comunicazione e mette a stretto contatto i Paesi del Sud del mondo ad alta crescita demografica e i Paesi europei. La disparità dello sviluppo demografico costituirà un elemento importante di spostamento dei popoli.

La logica del rifiuto, della chiusura e dell’innalzamento di barriere con il pensiero che questa sia la soluzione a flussi migratori in un quadro di tale vicinanza geografica e di disparità di crescita demografica è un indirizzo che non solo non risolve il problema nel presente, ma non apre nemmeno a possibili vie per affrontare la complessità di tale fenomeno nel futuro.

Negli ultimi giorni si è assistito ad una convocazione organizzata ai confini della Polonia di migliaia di persone mobilitate in una manifestazione di opposizione all’accoglienza di stranieri e con la paura dell’islamizzazione ‘perchè l’Europa resti cristiana’. La cosa più sconcertante è stata la motivazione religiosa e l’atmosfera di preghiera con il rosario in mano di questa manifestazione. Tale iniziativa appare come un tradimento non solo del vangelo ma anche del senso stesso di una preghiera che richiama lo sguardo a Maria che ha cantato il Magnificat, il canto degli impoveriti che pongono la loro fiducia nel Signore che guarda a chi è tenuto fuori dei confini: “ha deposto i potenti dai troni ha innalzato gli umili, ha ricolmato di beni gli affamati, ha rimandato i ricchi a mani vuote”. Identificare la fede cristiana con una tradizione culturale è stato sempre nella storia processo generatore di incomprensione del vangelo stesso e di sventure per l’espereinza dei credenti e per i popoli.

Olivier Poquillon, frate domenicano francese, segretario della Commissione degli episcopati della Comunità europea (Comece) in una recente intervista in occasione del convegno Re-thinking Europe, ha ricordato: “La questione delle frontiere, delle identità ci fa ricordare quando l’impero romano ha cominciato a perdere forza e a costruire il limes, le frontiere attorno a lui, impiegando tutto se stesso nella difesa delle periferie, svuotando il suo centro. Oggi l’Unione Europea corre lo stesso rischio, perdere il senso della sua missione, che è un progetto di pace e di impegno positivo per il bene comune. (…) non si tratta di difendere una torta con la paura che diventi piccola se porzionata in troppi pezzi, ma di imparare a fare delle torte insieme”.

E ancora: “Se una politica funziona per i più deboli, funziona sicuramente per tutti. Il contrario non è sempre vero. Prendersi cura dei più vulnerabili, dei più poveri è essenziale per costruire il progetto europeo (…) Il motto dell’Europa è l’unità nella diversità. Diversità di culture, diversità di lingue, diversità di storie. La storia dell’Europa è segnata dalle guerre e la guerra esiste ancora alle nostre porte e in Europa, in Ucraina. Essere solidali oggi significa trovare soluzioni comuni. (…)”

Ha infine richiamato ad una dimensione pratica della politica: “La politica è una buona notizia se si mette dalla parte del bene comune. Non è più tempo di enunciare dei grandi principi, ma è il tempo di metterli in pratica”.

La Conferenza degli istituti missionari italiani (Cimi) in un recente documento  del 14 settembre 2017 ha preso una decisa posizione di fronte al recente accordo tra Italia e Libia :

“… l’Italia si è accordata con le milizie e la guardia costiera di al-Sarraj per bloccare i migranti nell’inferno libico dove sono torturati, stuprati o destinati a morire nel deserto di sete, come ha denunciato l’Onu. (…)

Noi missionari condanniamo con forza questo accordo scellerato che sarà pagato così pesantemente dai popoli africani, a noi così cari. Questo costituisce per noi missionari il naufragio dell’Europa come patria dei diritti.

«Il dramma che i migranti e i rifugiati stanno vivendo in Libia – afferma il rapporto dei Medici senza frontiere, del 7 settembre scorso – dovrebbe scioccare la coscienza collettiva dei cittadini e dei leader dell’Europa».

Questa è una politica miope, in vista delle elezioni, per salvare il nostro benessere di occidentali. Noi missionari chiediamo un’altra politica verso i paesi dell’Africa:

– l’apertura di corridoi umanitari per chi fugge da situazioni drammatiche;

– un embargo sulla vendita di armi italiane agli stati africani;

– una seria politica economica verso questi paesi con forti investimenti, non ai governi, ma alle realtà di base per permettere ai popoli d’Africa di rimettersi in piedi;

– la sospensione delle nostre politiche predatorie nei confronti dell’Africa, ricchissima di materie prime;

– la sospensione degli Epa (Accordi di partenariato economico) che la Ue ha imposto ai paesi africani e che creeranno ancora più fame.

Infine ci auguriamo che la legge sullo Ius Soli, bloccata in Senato, venga subito approvata per permettere a minorenni nati in Italia da genitori immigrati residenti da almeno 5 anni o ad alunni nati all’estero che abbiano completato 5 anni di scuola in Italia, di sentirsi cittadini a pieno titolo. Solo così lentamente e con fatica costruiremo quella “convivialità delle differenze” che ci permetterà di trovarci ricchi delle nostre differenze. O il mondo sarà così o saremo destinati a sbranarci vicendevolmente. Noi missionari crediamo che non c’è umanità se non al plurale»”.

Alessandro Cortesi op

XXVII domenica tempo ordinario – anno A – 2017

IMG_0920(Lando Landini, Uscì per assumere operai per la sua vigna…, Pistoia 1985, part.)

Is 5,1-7; Fil 4,6-9; Mt 21,33-43

“Il mio diletto possedeva una vigna sopra un fertile colle. Egli l’aveva vangata e vi aveva piantato scelte viti… Egli aspettò che producesse uva ma essa fece uva selvatica… Ebbene la vigna del Signore è la casa di Israele”.

Come nel Cantico dei cantici anche Isaia vede nella vigna un simbolo: la ‘vigna in fiore’ del Cantico evoca la bellezza affascinante della donna amata e così Isaia legge la vigna come la casa d’Israele. La vigna è quindi simbolo in cui si rispecchia la vicenda del popolo di Dio.

La vigna del diletto è situata su di un fertile colle e oggetto del lavoro di cura e coltivazione che l’amato ha svolto. Nonostante questa attenzione la vigna ha prodotto uva selvatica. Da qui la delusione e il fallimento delle attese. Anziché attuazione del diritto (mishpat) vi è spargimento di sangue innocente (mispah), al posto della giustizia (sedaqah) c’è il grido degli oppressi (se’aqah). Con giochi di parole Isaia propone nel simbolo della vigna infeconda il dramma dell’infedeltà d’Israele nei riguardi di Dio che ha avuto cura di lui.

L’attesa paziente di Dio che ha cura del popolo viene delusa. Il motivo della vigna ritorna nella letteratura profetica (cfr. Os 10,1). Geremia riprende il motivo dell’infedeltà d’Israele ma anche il desiderio di Dio di racimolare un resto disponibile ad ascoltarlo nonostante l’irresponsabilità dei cattivi pastori (Ger 2,21; 6,9; 12,10). Ezechiele usa tale metafora per parlare di Israele nell’esilio (Ez 17,1-10; 19,10-14) e richiama l’esigenza della fedeltà a JHWH (17,24).

Isaia presenta anche una prospettiva nuova in cui il Signore stesso richiama ad un ritorno e dice che la sua fedeltà non viene meno: “Io il Signore, ne sono il guardiano, a ogni istante la irrigo; per timore che venga danneggiata, io ne ho cura notte e giorno. Io non sono in collera. Vi fossero rovi e pruni, io muoverei loro guerra, li brucerei tutti insieme. O, meglio, si stringa alla mia protezione, faccia la pace con me, con me faccia la pace!” (Is 27,2-5)

La prospettiva finale è di pace, di riconciliazione e di speranza: un ritorno in cui sarà il Signore a raccogliere tutti i suoi figli dispersi e questi ‘si prostreranno al Signore, sul monte santo, in Gerusalemme’ (Is 27,13).

La parabola dei vignaioli omicidi – che è piuttosto una allegoria in cui ad ogni elemento corriponde un riferimento ‘altro’ – è posta da Matteo nei giorni ultimi di Gesù a Gerusalemme prima dell’arresto e della passione. In essa è ripreso chiaramente il riferimento alla vigna di isaia cap. 5. Ma essa è narrata come una storia di ostilità e rifiuto in cui si affaccia la violenza ripetuta prima sui servi inviati e fino all’eliminazione del figlio del padrone. La parabola si fa aspra denuncia del rifiuto dei capi del popolo che si ripete come infedeltà a Dio e all’alleanza. Ma in questa drammatica storia che in filigrana presenta la vicenda stessa di Gesù come giusto perseguitato e eliminato, c’è una fedeltà che si ripropone, la fedeltà del figlio.

Nella comunità di Matteo la parabola acquista un ulteriore significato: non è solo messaggio a quei capi religiosi di Israele che condannarono Gesù, ma è esempio di ogni rifiuto condotto da chi pretende di essere padrone, di chi non accoglie e rifiuta gli inviati da Dio con la violenza giungendo sino ad uccidere. La vigna sarà data ad altri vignaioli, eppure essa rimarrà sempre quella vigna di Israele, la vigna delle promesse senza pentimento da parte di Dio.

Il messaggio centrale della parabola sta nella riaffermazione della fedeltà di amore di Dio: nonostante il rifiuto non viene meno la cura e l’amore di Dio. Gesù è pietra scartata dai costruttori ma sarà pietra iniziale di una nuova costruzione. Matteo nella parabola descrive così il dramma di una storia della salvezza che vede in Gesù colui che è scartato, ma porta nuova vita e apre ad un futuro nuovo.

“Dio…, volgiti, guarda dal cielo e vedi e visita questa vigna, proteggi il ceppo che la tua destra ha piantato, il germoglio che ti sei coltivato” (Sal 80,9-16)

Alessandro Cortesi op

IMG_0921.JPG(Lando Landini, Uscì per assumere operai per la sua vigna…, Pistoia 1985, part.)

Vigna

La vigna è nome che tiene insieme l’uno e i molti. E’ composizione di elementi diversi. Le radici delle viti, i loro fusti, ed insieme le ampie ramificazioni, i tralci, e le grandi foglie a forma di cuore. La vigna è insieme uno e molteplicità. E’ coltivazione di un campo in cui s’intreccia fecondità della terra e lavoro umano. La vigna richiede particolare cura e attenzione: senza una attenta potatura le viti non producono i grappoli dell’uva. Le varie fasi della coltivazione, dalla coltratura del terreno alla legatura dei tralci alla ramatura sono opera che impegna nello scorrere delle diverse stagioni, nel tempo.

La vigna diviene così metafora di un grande processo di vita che unisce insieme la terra e l’uomo. Lo sguardo e la capacità umana incontrano la terra se ne fanno custodia e accompagnamento per una fecondità di vita. La vigna può essere vista come immagine che racconta dell’ambiente in cui viviamo, dei luoghi in cui insieme sulla terra si costruisce relazione. E’ una relazione che vede tante presenze: l’ambiente naturale, le persone che operano, tutti gli elementi che compongono un noi formato di elementi della terra e di presenze umane. E’ relazione anche con la creatività e la capacità di progettare e di creare.

La vigna insomma dice ‘noi’, un noi plurale e in relazione e dove la relazione coinvolge la vita stessa della terra. Racconta di storie in cui non c’è solo riuscita ma tanta fatica e attesa. Talvolta anche fallimento: una improvvisa grandinata, una stagione di siccità, una errata valutazione dei tempi di maturazione dell’uva può condurre a perdere parte o tutto il raccolto. La vigna parla di terra che restituisce con la sua generosità e di un operare umano che deve stare in ascolto dei ritmi della terra.

La vigna evoca anche la fiducia che nonostante il mancato frutto e stagioni andate male la cura e la continuità di coltivazione porteranno esito. La vigna parla di attaccamento e di speranza, di sguardo lungo su quanto può maturare nonostante la mancanza di risultato evidente e la delusione.

La vigna è anche luogo di lotta contro tutto ciò che costituisce minaccia alla sua vita: i parassiti, le malattie che attecchiscono e si diffondono. Nessuna parte di essa può considerarsi preservata e la malattia di una parte rischia di avere diffusione e di portare alla morte. Nella vigna l’attenzione a che ogni processo di corruzione non attecchisca e si diffonda dev’essere continua, quotidiana.

La vigna è metafora di un vivere in cui tutto è interrelato, come la città, ma con la sua collocazione in campo aperto, esposta alla luce del sole e ai venti che smuovono le foglie, in questo essere insieme di respiro della terra e sguardi di volti umani. E’ organismo vivente in cui c’è una linfa che attraverso le radici giunge fino ai pampini più esili, ed anche organismo vivente perché il lavoro che ruota attorno alla vigna è operare di molti che si incontrano e sono invitati a collaborare mettendo ognuno il suo tassello in un’opera comune e per un esito condiviso. Attenzione nel lavoro della vigna è non far restare nessuna parte trascurata o senza respiro, è far sì che l’acqua giunga e possa fecondare la linfa che scorre nei rami. E’ collaborazione infine nella vendemmia che è raccolta insieme di un dono da accogliere con gratitudine e del frutto di una fatica e di una attesa da vivere con gioia.

La vigna è metafora di un vivere non da isolati ma insieme…

Alessandro Cortesi op

XXII domenica tempo ordinario – anno A – 2017

IMG_0774Ger 20,7-9; Sal 62,2-6.8-9; Rm 12,1-2; Mt 16,21-27

Leggendo la sua storia in un momento di difficoltà, Geremia apre uno squarcio sull’interiorità della sua vicenda di uomo chiamato ad essere profeta. Propone una confessione dal tono intimo e appassionato. La sua vita è stata segnata da un incontro con Dio che l’ha cambiato. E’ chiamata che lo ha portato ad essere sentinella ma ciò ha sconvolto le sue attese e i suoi progetti umani fino ad affrontare il rifiuto e lo scherno. Vive così la tentazione di abbandonare tutto e di fuggire lontano; eppure avverte contemporaneamente il senso di una presenza che lo ha afferrato e a cui è legato. Non vi sono solo ostacoli dall’esterno, ma ora egli vive anche il rifiuto e si affaccia il pensiero di non parlare più nel nome del Signore. Nonostante la ritrosia a vivere ciò a cui è inviato, la Parola di Dio è come fuoco che brucia dentro di lui e lo spinge.

Gesù affida a Pietro un compito e Pietro non comprende. Gesù inizia a parlare della sua via su cui incontra il rifiuto, e l’ostilità. Non è tolta la sofferenza, ma questa è affrontata nella libertà. Le parole di Gesù a Pietro sono con probabilità una esplicitazione opera dalla comunità dopo l’evento della Pasqua. Gesù aveva preparato i suoi alla via che lo avrebbe condotto alla croce non tanto con predizioni, quanto con il suo atteggiamento, con alcune parole che i discepoli compresero solamente dopo, con la decisione della sua scelta nel vivere sino in fondo la scelta del servizio e l’annuncio di liberazione. La figura del figlio dell’uomo fa intravedere l’orizzonte della risurrezione e della gloria ricevuta da Gesù da parte del Dio fedele. La sua esistenza – ci dice Matteo – va letta alla luce della vicenda del figlio dell’uomo.

Matteo vede qui l’inizio di una fase particolare della vita di Gesù. Il suo insegnamento viene riservato alla cerchia dei discepoli chiamati a seguirlo. Le folle sono rimaste deluse perché quanto Gesù propone non corrisponde ad un’idea di messia vittorioso e potente. Gesù si concentra sulla comunità dei discepoli e indica la via. Il suo orientamento si pone in fedeltà al disegno di Dio, all’agire di liberazione e di vicinanza presente in tutta la storia della salvezza. Matteo richiama come Gesù vive la sua obbedienza al Padre in riferimento e compimento delle Scritture. Non si tratta però di adempiere una sorta di predizione, ma Gesù nella sua libertà vive in coerenza al disegno di salvezza di Dio. Gesù è presentato da Matteo come ‘figlio di Dio’ che va incontro alla sofferenza alla morte e alla risurrezione (l’espressione ‘il terzo giorno’ è richiamo al primitivo annuncio della risurrezione).

Pietro, il primo dei Dodici, reagisce con forza a questo insegnamento e lo rifiuta. Deve vivere un difficile passaggio: lasciarsi coinvolgere nel seguire Gesù è una sfida difficile. Stare dietro a lui è quanto Gesù gli aveva chiesto sin dall’inizio: ‘venite dietro a me’. C’è un cammino da compiere e un’autentica conversione: dalla fede nel ‘figlio di Dio’ alla fede nel ‘figlio dell’uomo’ che affronta la sofferenza per la fedeltà all’amore. Ci può essere una accoglienza teorica della presenza di Gesù come figlio di Dio, come messia, ma si tratta di andare oltre. Ciò implica andare al di là di un ‘pensare secondo gli uomini’. Nel dialogo con Pietro c’è l’opposizione di due modi di pensare il messia. Pietro rappresenta l’attesa di un messianismo di gloria e di affermazione. L’apparente buon senso e saggezza di Pietro, che si rifiuta di accettare la via della sofferenza e della morte è stoltezza per Dio. Il ruolo di Pietro è proprio quello di ricordare con la sua stessa presenza, come primo dei dodici, questo cammino della fede.

Seguire Gesù implica un cambiamento radicale: inoltre Matteo nel suo vangelo è attento al fatto che Gesù chiama a seguirlo come comunità. La comunità che Gesù desidera è una comunità che vive innanzitutto un rapporto profondo con lui, lo segue, non si lascia distrarre da altri criteri di riferimento. Questa comunità è capace di lasciarsi mettere in discussione dal rimprovero di Gesù, e lasciarsi cambiare da lui. Inoltre condivide la via di Gesù, ne fa il nucleo dell’annuncio e lo stile della sua vita, anche se questo va contro modelli dominanti e diffusi.

Alessandro Cortesi op

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Seguire

In un tempo di muri seguire Gesù significa scegliere di percorrere ponti, di sognare ponti. Una bella preghiera proposta nel Natale 2016 dalla comunità di san Niccolò all’Arena di Verona può aiutare ed essere traccia di cammino:

Ponti, non muri tra la testa e il cuore perché non ci sia un amore senza pensiero e un pensiero senza amore.

Ponti, non muri tra giovani e vecchi perché non ci sia un futuro senza memoria e una memoria senza futuro.

Ponti non muri tra religioni diverse perché non esista violenza in nome di Dio e la terra trovi il suo cuore pensante.

Ponti, non muri tra chiesa e mondo perché non ci sia una chiesa fuori dal mondo, chiusa nelle sue paure, e un mondo senza gioia.

Ponti, non muri tra politica ed economia perché ci sia una politica bella e una economia che guardi dalla parte dei poveri.

Ponti, non muri tra scuola e lavoro perché la cultura sia il pane quotidiano, il linguaggio della non esclusione.

Ponti, non muri tra educazione e libertà perché educare sia liberare dalla dipendenza e dalla rassegnazione.

Ponti, non muri tra confine e confine perché il mondo sia la casa di tutti e le porte siano aperte al vento.

Ponti, non muri tra mare e mare, tra oceano e oceano perché donne e bambini non sprofondino nell’abisso ma danzino il girotondo della vita.

Ponti, non muri tra Natale e Pasqua perché tutti possano rinascere e risorgere ogni giorno.

Ponti, non muri tra Dio e le persone perché tutti possano gustare l’abbraccio della tenerezza di Dio.

Ponti, solo ponti tra sguardo e sguardo, tra città e città.

Ponti, solo ponti! Un grande arcobaleno che congiunge terra e cielo, perché non ci può essere allegria nel cielo se non c’è amore sulla terra! Amen

XXI domenica tempo ordinario – anno A – 2017

IMG_0640Is 22,19-23; Rm 11,33-36; Mt 16,13-20

Al tempo del re Ezechia (718-687 a.C.), un maggiordomo del re, contestato da Isaia per la brama di grandezza viene destituito e al suo posto viene affidato ad un altro il compito di guidare gli abitanti di Gerusalemme, e il richiamo va a Davide, il re a cui è stata fatta la promessa di Dio. “Ti toglierò la carica, ti rovescerò dal tuo posto… in quel giorno chiamerò il mio servo Eliakim… sarà un padre per gli abitanti di Gerusalemme… gli porrò sulla spalla la chiave di Davide, se egli apre, nessuno chiuderà”. Una responsabilità è connessa a questo simbolo. Le chiavi aprono e chiudono. Sono simbolo di un mandato e di una responsabilità affidata.

La pagina del vangelo di Matteo narra un dialogo tra Gesù e Pietro. A lui è affidato un ruolo particolare come riferimento del gruppo dei dodici e della comunità che Gesù aveva convocato attorno a sé. E’ ripreso il motivo delle chiavi (16,19) con la citazione del versetto di Isaia: “a te darò le chiavi del regno dei cieli, e tutto ciò che legherai sulla terra sarà legato nei cieli e tutto ciò che scioglierai sulla terra sarà sciolto nei cieli”. E’ il segno di un affidamento, una responsabilità è consegnata connessa al legare e sciogliere.

Ricorre nel vangelo di Matteo il termine ‘chiesa’ e rinvia all’ebraico, ‘convocazione di chiamati’ (qahal), comunità che si riunisce in assemblea per il culto di Jahwè. Gesù indica questa comunità in un rapporto al messia. Su di lei le forze della morte, gli inferi, non potranno prevalere. La comunità è presentata come luogo di salvezza, su cui non avranno predominio le forze del male.

Nel quadro di un discorso apologetico il brano veniva posto alla base dell’affermazione indiscutibile di Gesù stesso come fondatore della chiesa: nella parola di affidamento delle chiavi avrebbe istituito la chiesa, fondandola su Pietro, e trasferendo poi le prerogative di Pietro ai suoi successori.

Il giuramento antimodernista del 1910 che riprende l’enciclica Pascendi, costituisce una sintesi di questa visione che alla domanda se Gesù avesse avuto intenzione di fondare la chiesa e fosse stato lui stesso ad edificarla sulla presenza di Pietro risponde in modo chiaro e affermativo: “Credo fermamente che la chiesa custode e maestra della parola rivelata è stata istituita immediatamente e direttamente dallo stesso Cristo vero e storico, mentre era tra di noi, e che essa è stata edificata su Pietro, principe della gerarchia apostolica, e sui suoi successori per sempre” (DS 3540).

Un approccio esegetico e storico critico dei testi del Nuovo Testamento ha condotto a cogliere una serie di problemi per una più approfondita interpretazione di questo passo. Sono emerse innanzitutto difficoltà dal punto di vista storico: i vangeli scritti dopo la Pasqua proiettano in una situazione precedente alcuni sviluppi di quanto le comunità vivono dopo la pasqua. I vangeli sono quindi già in se stessi interpretazione e attualizzazione di un passaggio tra il momento dell’esperienza di Gesù e una situazione post-pasquale. La chiamata dei Dodici è un segno simbolico attuato da Gesù ma non è finalizzata ad una trasmissione o delega di poteri, piuttosto è azione simbolica della raccolta delle dodici tribù di Israele, inizio dell’irrompere del regno di Dio al cuore della missione di Gesù.

Lumen Gentium (n. 5) esprime una visione consapevole di tali acquisizioni nell’indicare Gesù come fondamento della chiesa ma non parlando di lui come fondatore. Il Nuovo Testamento mostra che la chiesa vede i suoi inizi dopo la resurrezione di Gesù, sulla base dell’annuncio del regno, e sul fondamento dell’annuncio pasquale della risurrezione del crocifisso, per opera dello Spirito.

Il termine ekklesia ricorre solo due volte (in Matteo cap. 16 e 18) in testi sicuramente post-pasquali. Lo stesso Luca, che pur conosce e cita continuamente il termine chiesa negli Atti degli apostoli, non lo utilizza mai, neanche una volta, quando narra parole  e gesti di Gesù nel suo vangelo.

In Mt 16 è espressa la volontà di Gesù di edificare la chiesa in un orizzonte futuro: è futuro con rinvio alla sua morte e risurrezione. La chiesa sta quindi in un decisivo rapporto con questo passaggio e non viene prima. Nella visuale di Matteo la ekklesia è opera del Risorto che vive in eterno (cfr. Mt 28,20: ecco io sono con voi tutti i giorni …) e si pone nel legame con Gesù figlio di Dio, in un rapporto unico in quanto Gesù parla della ‘mia’ chiesa.

La chiesa è delineata in Matteo come raduno di tutti coloro che riconoscono come Pietro che Gesù è il Cristo il Figlio di Dio. Inoltre il legame con il messia indica anche il rapporto con il Gesù terreno e con la sua parola.

Matteo pone questo gesto di Gesù subito dopo la domanda ai suoi discepoli sulla sua identità: ‘La gente chi dice che sia il figlio dell’uomo?’. E’ lui il messia, debole, rifiutato ma a cui spetta il giudizio sulla storia – come richiama la figura del figlio dell’uomo. Simon Pietro riconosce che Gesù è messia e figlio. Ma a questo punto Pietro deve scoprire che quanto ha detto non proviene da sue capacità e forze ma è un dono: ‘né la carne né il sangue te l’hanno rivelato, ma il Padre mio che sta nei cieli’. E’ chiamato ad una conversione: il suo rapporto con Gesù proviene da un dono da accogliere nella disponibilità della fede. A lui, chiamato a vivere questo percorso, Gesù affida un compito in relazione alla comunità. La presenza di Pietro è segno. Ricorda la dipendenza da un dono ed anche che ogni responsabilità è affidamento, non per lui solo, ma per tutta la comunità che Gesù desidera.

Il rinvio alla roccia (kefa singifica roccia) è da accostare al discorso della montagna: Gesù aveva parlato della casa sulla roccia e della casa sulla sabbia. (“Eccomi, io pongo in Sion una pietra scelta, angolare, preziosa, da fondamento: chi vi crede non vacillerà” Is 28,16). Su questa costruzione nulla potrà portare distruzione. In Isaia è immagine di un nuovo popolo che ha inizio da un ‘resto’, un piccolo gruppo rimasto fedele: al centro della loro vita sta la fede, roccia su cu stare saldi. Matteo rilegge questi testi in rapporto alla comunità che Gesù voleva. Pietro Kefa è testimone che ha espresso la fede in Gesù e ha scoperto che la fede stessa non è conquista ma dono.

Pietro fa fatica ad accettare la via di Gesù così lontana dalle idee umane del potere. Gesù non è un messia che vuole conquistare un potere umano ma subisce la croce, dà la sua vita e passa per la sofferenza e la morte. A Pietro starà il compito di seguire Gesù e di esserne suo testimone, insieme con tutta la comunità che si raccoglie attorno a lui.

Nella chiesa continua la necessità di ‘legare e sciogliere’, sarà necessario continuare lo sforzo di cogliere quale sia la volontà di Dio nelle diverse situazioni umane. E’ funzione di responsabilità di tutta la comunità.

Nel libro dell’Apocalisse (Ap 3,7-13 nella lettera ad una delle sette chiese dell’Asia minore) ricorre l’immagine delle chiavi: “All’angelo della chiesa di Filadelfia scrivi: Così parla il Santo, il Verace, colui che ha la chiave di Davide: quando egli apre nessuno chiude e quando chiude nessuno apre”. Gesù risorto è riferimento centrale alla vita della comunità, continua ad essere vivo e operante ed è lui solo che ha la piena responsabilità sulla nostra vita.

Alessandro Cortesi op

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Chiavi

Nabi Samuel è un villaggio nella Cisgiordania distante circa 7 km e mezzo da Gerusalemme. E’ situato in un territorio particolare la cosiddetta seam-zone, l’area tra la Linea verde e il muro di separazione eretto da Israele per gran parte all’interno dei Territori occupati della Palestina. Nabi Samuel è uno tra i tanti villaggi che soffrono di una particolare condizione di isolamento: sono circa 7500 abitanti nell’intera Cisgiordania e 250 circa a Nabi Samuel.

Le condizioni di vita degli abitanti di queste enclaves è particolarmente penosa e difficile. Da quando nel 1967, con la guerra dei sei giorni, Israele ha occupato la Cisgiordania, Gerusalemme est, la Striscia di Gaza, il Golan e il Sinai egiziano si sono susseguite le conseguenze della occupazione e del progressivo ampliamento della colonizzazione israeliana, soprattutto la confisca di terre da destinare agli insediamenti ebraici, e la demolizione di case. Tutti questi fattori hanno reso la vita degli abitanti di questi villaggi sempre più difficile ed hanno generato un progressivo abbandono del villaggio da parte dei residenti.

In un recente reportage sulla situazione di Nabi Samuel riportato dall’agenzia Nena News la condizione dei residenti è presentata come quella di chi è costretto a vivere in gabbia: isolata rispetto all’Autorità Nazionale palestinese che non può condurvi l’amministrazione e segregata rispetto a Israele. La gran parte della popolazione non può recarsi a Gerusalemme ma può solamente accedere alla Cisgiordania attraverso un check-point dove spesso non è consentito o viene rallentato il passaggio di beni essenziali e delle ambulanze. Il villaggio inoltre non può essere raggiunto dagli altri residenti in Cisgiordania. Proprio lì l’associazione italiana Cospe sta svolgendo una attività di assistenza e solidarietà per sollevare dalla condizione di isolamento rispetto all’ambiente anche vicino.

Quest’anno ricorre l’anniversario di cinquant’anni dalla guerra dei sei giorni (giugno 1967-2017). Può essere singificativo leggere una riflessione di questo annivesario nell’articolo curato da Giorgio Bernardelli per il sito ‘Bocche scucite’ nel giorno di tale anniversario (L’infermiera israeliana che ha allattato il piccolo palestinese).

Nabi Samuel è un villaggio che ricorda il dramma che stanno vivendo ormai da decenni le popolazioni palestinesi a distanza di cinquant’anni dalla guerra dei sei giorni e prima ancora a partire dalla data del 1948 ricordata dai palestinesi come la Nakba, la catastrofe, ossia l’allontanamento dalle loro case con l’esproprio dei propri campi e dei propri beni. Il 14 maggio 1948 avvenne la fondazione ufficiale dello Stato di Israele. A seguito della proclamazione iniziò la prima guerra fra arabi e israeliani conclusasi con una sconfitta degli arabi. Come conseguenza circa 700mila palestinesi furono costretti ad abbandonare le proprie case e a lasciare i villaggi. Altre decine di villaggi palestinesi subirono la distruzione e gli abitanti da allora furono costretti a vivere nei campi profughi.

Nelle risoluzioni 242 e 338, l’ONU ha chiesto a Israele di ritirarsi ai territori precedenti al ’67 (da qui prendono il nome ‘territori del 67’ i territori che erano stati ottenuti con la vittoria del 1948) ed ha riconosciuto invece le conquiste del 1948. Molte delle famiglie palestinesi già dopo la cacciata del 1948/49 hanno recato con sé le chiavi delle case abbandonate e che sono state poi occupate o distrutte.

La vicenda del villaggio di Nabi Samuel ricorda l’urgenza per ricercare una situazione di giustizia che offra un futuro di pace alla terra dove due popoli sono e saranno chiamati a vivere uno accanto all’altro e insieme, trovando modalità di accettazione dell’altro e di superamento di mezzo secolo di ostilità, violenze e oppressione.

Le chiavi di casa sono il simbolo di questo ricordo ed un richiamo a quell’esigenza di giustizia, che nonostante l’oppressione, non può rimanere tacitato. Le chiavi di casa conservate e consegnate da padri e madri ai propri figli e figlie costituiscono un filo che lega il passato e la responsabilità del presente nonostante tutte le delusioni e le situazioni insopportabili dell’occupazione e l’umiliazione a cui un intero popolo è sottoposto.

Sono chiavi che ricordano come la vita delle persone e dei popoli è legata alla casa, la casa che è il riparo dove ritrovarsi e riposare e la casa che è la patria dove trovare accoglienza rifugio, sicurezza. Le chiavi di casa potrebbero essere un forte simbolo di richiamo a ricercare una pace giusta, soprattutto con attenzione a chi è vittima più debole di una oppressione e violazione di diritti che spezza le vite delle persone.

«È possibile perseguire l’impegno per una soluzione pacifica delle controversie e dei conflitti. Si evitino da parte di tutti iniziative e atti che contraddicono alla dichiarata volontà di giungere ad un vero accordo e non ci si stanchi di perseguire la pace con determinazione e coerenza». Così si è espresso papa Francesco nel 2014, nel suo incontro con Shimon Peres a quel tempo presidente di Israele.

Le chiavi possono essere segno di questa ricerca di porte da aprire anche laddove sembra vi siano solo catenacci serrati.

Alessandro Cortesi op

 

 

XII domenica tempo ordinario – anno A – 2017

IMG_3912Ger 20,10-13; Rom 5,12-15; Mt 10,26-33

“Il Signore è al mio fianco come un prode valoroso, per questo i miei persecutori cadranno e non potranno prevalere”. Geremia offre uno squarcio sulla sua vicenda personale segnata da una chiamata a farsi profeta uomo della Parola. La pagina è un testo di confessione: la parola uscita dalle labbra di Jahwè si è posata sulle sue labbra inviandolo ad una missione profetica.

L’invio accolto l’ha condotto a vivere situazioni inattese, a subire prove e difficoltà oltre le sue forze. La sua vita è così passata da una condizione di tranquillità al dover affrontare opposizioni e violenza. Annunciare la parola del Signore l’ha condotto a vivere conflitto e crisi. E tutto questo gli ha generato il pensiero di abbandonare tutto, di lasciare ogni impegno. Ciononostante avverte nel cuore un fuoco ardente, quello della Parola. Di fronte a minacce e oppressione matura la consapevolezza che Dio rimane al suo fianco, lo difenderà e i nemici non potranno prevalere.

Geremia sa che il Signore scruta il cuore e la mente: a lui ha affidato la sua vita. Dalla paura e dal senso di impotenza passa alla fiducia e invita anche altri a questa scoperta del volto di Dio che libera: “cantate inni al Signore, lodate il Signore perché ha liberato la vita del povero dalle mani dei malfattori”. Le parole sincere rivolte a Dio non nascondono la crisi ed anche il movimento di rivolta, ma si fanno invocazione: la sua vita è legata al filo di questo rapporto, è segno vivente di questo incontro.

“Un uccello non cade a terra senza il volere del cielo, tanto meno l’uomo” (Talmud Shebit 9,38d). Questo diceva la sapienza ebraica. Gesù forse aveva presente tale riferimento. Dio è per lui presenza che si prende cura della sorte dei passeri e conta i capelli del capo. Nel suo vangelo Matteo raccoglie le parole di Gesù nel discorso ‘missionario’ e al centro pone un invito alla fiducia e all’abbandono. I passeri sono tra i più piccoli uccelli ed erano venduti per uno spicciolo. Gesù parla del Padre capace di sguardo alle piccole cose, insignificanti agli occhi dei più, a ciò che non conta. E’ il Dio della cura e dell’attenzione. Il suo sguardo si lascia afferrare dalla vita.

Invita i suoi a non avere paura delle difficoltà, ma mette in guardia difronte a tutto ciò che fa inaridire la vita e le toglie questa fiducia: “Non abbiate paura di coloro che uccidono il corpo ma non hanno il potere di far perire l’anima; temete piuttosto colui che ha il potere di far perire e l’anima e il corpo nella Geenna… voi valete più di molti passeri”

La fiducia profonda e serena in Dio vicino non sottrae i discepoli alla fatica della testimonianza nel quotidiano. Nel momento della prova il discepolo dovrà ricordare la testimonianza stessa di Cristo. Gesù non propone ai suoi una affermazione sul piano umano o un futuro di gratificazioni: il cammino da lui percorso sarà anche quello dei discepoli: quello del servizio, del dono.

L’invito a ‘non temere’ ha unica ragione nella cura del Padre e nella comunione con Cristo nel momento della prova. La vita del cristiano sta ‘davanti al Padre mio che è nei cieli’. L’atteggiamento fondamentale del discepolo per Matteo è la fiducia semplice nel Padre che ha cura e conosce i capelli del nostro capo. La vita del discepolo è segnata dal legame con Cristo: ‘non temete voi valete più di molti passeri’.

Alessandro Cortesi op

papa-a-barbiana-2017-2Profeti e fedeltà

Nell’ultimo giorno di primavera di quest’anno Papa Francesco si è recato in visita alle tombe di don Primo Mazzolari (1890-1959) e don Lorenzo Milani (1923-1967) due figure di preti che hanno segnato la vicenda della chiesa e della società in Italia. Ricorre infatti in questi giorni il cinquantesimo della morte di don Milani.

Don Mazzolari e don Milani sono due profili molto diversi, per formazione, sensibilità e cultura. Vissero in stagioni diverse, don Mazzolari cappellano militare durante la prima guerra mondiale, matura il senso di opposizione alla guerra, fonda le sue scelte su di una radicale adesione al vangelo, condivide le scelte e gli ideali della Resistenza e per questo deve vivere per un certo tempo come clandestino. Fu parroco di Bozzolo nel mantovano negli anni 30-50 fino alla morte nel 1959. Denunciava una chiesa prona al compromesso con i poteri politici e fu emarginato e contrastato dalle gerarchie per le sue critiche ad una chiesa attratta dalle logiche del potere e dell’affermazione mondana.

Don Milani entrato in seminario dopo un percorso di conversione visse la sua esperienza pastorale negli anni ’40 e 50 come cappellano di San Donato a Calenzano, anni in cui maturò quanto nel 1957 espresse in Esperienze pastorali: questo testo presentava una lucida critica a forme di religiosità superficiali pur portate avanti e favorite dal clero in modo acritico. Le sue posizioni suscitarono la reazione della Curia di Firenze. Fu per questo osteggiato ed esiliato, inviato come priore a Barbiana presso Vicchio, una piccola parrocchia sulle colline del Mugello con poche decine di persone residenti e in condizioni ardue di vita. Lì rimase fino alla morte dando vita ad un’esperienza di scuola intesa come luogo di formazione critica per dare voce ai poveri che rimanevano esclusi. A Barbiana maturò l’esperienza di scrittura collettiva di Lettera ad una professoressa.

Fra Mazzolari e Milani ci fu conoscenza attestata da uno scambio di lettere tra il 1949 e il 1958: “l’assunzione radicale del messaggio evangelico nella propria esperienza personale e pastorale; la forte percezione dell’urgenza dell’azione cristiana, un’azione da incarnare nella storia rifuggendo le visioni astratte e spiritualistiche; la volontà di offrire la parola ai poveri, declinata come giustizia in entrambi, con attenzione speciale alla cultura in Milani; la forte critica ad atteggiamenti e impostazioni ecclesiali e politiche considerate sorde alle esigenze degli ultimi”. Così Mariangela Maraviglia ricorda alcuni aspetti comuni che legano questi due preti (M.Maraviglia, Il messaggio evangelico in tutto e per tutto. Quel sentire comune tra Milani e Mazzolari, “Impegno” 2017, 13-22).

Un anno fa papa Francesco ha citato Mazzolari osservando quale tratto della sua vita la vicinanza ai poveri: “Don Primo Mazzolari … era un prete che aveva capito bene questa complessità della logica del Vangelo: sporcarsi le mani come Gesù, che non era pulito, andava dalla gente e prendeva la gente come era, non come doveva essere». E a Bozzolo nella sua visita del 20 giugno ha detto: ”Don Mazzolari non si è tenuto al riparo dal fiume della vita, dalla sofferenza della sua gente… Non è stato uno che ha rimpianto la Chiesa del passato, ma ha cercato di cambiare la Chiesa e il mondo attraverso l’amore appassionato e la dedizione incondizionata”.

Nel 1955 in un saggio anonimo intitolato «Tu non uccidere» don Mazzolari scriveva: “Lasciate che io vi dica una parola intorno alla guerra è un punto oscuro dell’umanità, la ricapitolazione di tutte le ingiustizie e di tutti i dolori umani. Però, cari fratelli, vi faccio una domanda: trovatemi una giustificazione che Dio vuole la guerra”.

A Bozzolo nel suo discorso Francesco ha detto: “Per camminare bisogna uscire di casa e di Chiesa, se il popolo di Dio non ci viene più; e occuparsi e preoccuparsi anche di quei bisogni che, pur non essendo spirituali, sono bisogni umani e, come possono perdere l’uomo, lo possono anche salvare. Il cristiano si è staccato dall’uomo, e il nostro parlare non può essere capito se prima non lo introduciamo per questa via, che pare la più lontana ed è la più sicura. Per fare molto, bisogna amare molto”.

Anche in don Milani è chiara una linea di opposizione alla guerra che si espresse nella Lettera ai cappellani militari scritta durante la sua malattia e che gli causò l’accusa di apologia di reato per aver difeso l’obiezione di coscienza al servizio militare. Vi esprimeva la convinzione dell’inutilità e dell’ingiustizia delle guerre, cogliendo la differenza con quella che era stata la resistenza.

Don Milani ebbe una particolare attenzione alla parola, all’impegno nel dare voce ai poveri privati della parola. E’ quanto Francesco ha ricordato nel suo discorso dopo aver visitato la stanza della scuola con il grande tavlo al centro dove campeggia la scritta ‘I care’  dove si svolgevano le quotidiane attività della scuola: «Ridare ai poveri la parola perché senza la parola non c’è dignità e quindi neanche libertà e giustizia: questo insegna don Milani. Ed è la parola che potrà aprire la strada alla piena cittadinanza nella società, mediante il lavoro, e alla piena appartenenza alla Chiesa, con una fede consapevole. Questo vale a suo modo anche per i nostri tempi, in cui solo possedere la parola può permettere di discernere tra i tanti e spesso confusi messaggi che ci piovono addosso, e di dare espressione alle istanze profonde del proprio cuore, come pure alle attese di giustizia di tanti fratelli e sorelle che aspettano giustizia. Di quella piena umanizzazione che rivendichiamo per ogni persona su questa terra, accanto al pane, alla casa, al lavoro, alla famiglia, fa parte anche il possesso della parola come strumento di libertà e di fraternità”.

E così Francesco ha motivato il suo pellegrinaggio alla tomba di questo prete scomodo: “Vuole essere una risposta a quella richiesta più volte fatta da don Lorenzo al suo vescovo, e cioè che fosse riconosciuto e compreso nella sua fedeltà al Vangelo e nella rettitudine della sua azione pastorale”.

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L’educazione fu per don Milani come un ottavo sacramento, come ricorda in un bel libro Adele Corradi (Non so se don Lorenzo, ed. Feltrinelli) che collaborò con coinvolgimento profondo all’esperienza della scuola di Barbiana a partire dal 1963. Il suo scritto riporta una serie di impressioni e ricordi che accompagnano a scorgere tratti della personalità di don Lorenzo e la quotidianità dell’atmosfera di Barbiana, segnata dalla passione educativa e dall’attenzione ai bambini protagonisti della scuola che in lei generò apertura e cambiamento: “Prima di conoscere la scuola di Barbiana ero identica alla professoressa contro la quale si è scagliato: un’insegnante vecchio stampo… Ho scoperto che Barbiana era la scuola di cui avevo bisogno, la scuola come avrebbe dovuto essere, la scuola del futuro”.

Mazzolari e Milani, accomunati dalla attenzione ai poveri e dall’opposizione alla guerra. Due figure di profeti che hanno subito ostilità ed emarginazione nella società e nella chiesa, e che nella prova hanno vissuto quella fedeltà basata nel radicamento sul vangelo e sulla fiducia che il Signore rimane fedele.

“La visita del Papa, insieme, a Bozzolo e a Barbiana, in due periferie antiche (di campagna e di montagna) della provincia italiana, assume evidentemente un carattere forte e quasi programmatico: è la sanzione di una linea spirituale e pastorale italiana (che si può far risalire a Rosmini, a Manzoni, a Tommaseo e che giunge a Roncalli e a Montini), minoritaria ma sempre salda nella fede e radicata nella carità, ed è, pure, un’indicazione precisa e vivida, non incerta e non sbiadita, per i vescovi italiani”. (Fulvio De Giorgi, L’impaziente pazienza di don Lorenzo e don Primo)

Il gesto di Francesco di fare memoria della loro esistenza e ricordare oggi la loro eredità nella fedeltà al vangelo, nella vicinanza ai poveri e nella lucida opposizione alla guerra è segno importante che indica una direzione per il futuro, racchiusa nella preghiera di don Mazzolari ripresa al termine della visita:

“Sei venuto per tutti: per coloro che credono e per coloro che dicono di non credere. Gli uni e gli altri, a volte questi più di quelli, lavorano, soffrono, sperano perché il mondo vada un po’ meglio. O Cristo, sei nato ‘fuori della casa’ e sei morto ‘fuori della città’, per essere in modo ancor più visibile il crocevia e il punto d’incontro. Nessuno è fuori della salvezza, o Signore, perché nessuno è fuori del tuo amore, che non si sgomenta né si raccorcia per le nostre opposizioni o i nostri rifiuti”.

Alessandro Cortesi op

Corpo e sangue di Cristo – anno A

IMG_3801.JPGDt 8,2-3.14b-16a; 1Cor 10,16-17; Gv 6,51-58

“Ricordati di tutto il cammino che il Signore tuo Dio ti ha fatto percorrere in questi quarant’anni nel deserto…”

Il ricordo fondante per Israele è un cammino. Quel tempo del deserto rimane punto fermo della memoria a cui tornare, da mantenere nel cuore nei giorni della stabilità e della tranquillità. La fede come incontro con Dio sorge in quel cammino, si nutre della precarietà di quell’esperienza. Nel deserto unico sostegno è la promessa e l’attesa: nel non avere altre certezze si apre lo spazio a scoperte inedite. Nel deserto Israele ha compreso di non bastare a se stesso, ha abbandonato ogni pretesa di autosufficienza e di grandezza. Lì non si può pensare che la felicità stia nel possesso, o nell’abbondanza. Lì si può sperimentare la fame e con essa la sete più profonda del cuore umano. ‘Ricordati che nel deserto il Signore ti ha fatto provare fame’. Il deserto è spazio della fatica, della fame, della scoperta di essere vulnerabili. E nel deserto il Signore educa a scoprire il senso di un cammino. La fame genera un vuoto che può farsi protesta, ma anche invocazione, attesa e sorpresa per un dono. La manna, dono inatteso è un segno: ricordati che l’uomo non vive soltanto di pane. Il pane è dono che richiede di non essere accumulato. La manna può essere raccolta in quantità sufficiente solo per un giorno e non accaparrata. Per poter ascoltare la fame anche degli altri e per condividere.

“Chi mangia la mia carne e beve il mio sangue rimane in me e io in lui. Come il Padre che ha la vita ha mandato me e io vivo per il Padre, così anche colui che mangia me vivrà per me”. Il pane che Gesù dà è la sua vita. Mangiare il pane distribuito significa entrare in rapporto con lui. Rimanere in lui, vivere per lui: “Se non mangiate la carne del Figlio dell’uomo e non bevete il suo sangue, non avrete in voi la vita”.

E’ questo entrare in rapporto con lui la porta per rimanere. Il IV vangelo parla di vita eterna: è termine che rinvia non ad un futuro lontano ma ad un presente che si apre a dimensioni profonde. Il nostro vivere dipende dal dono di vita di un Altro che si è dato in tutta la sua esistenza, ‘corpo e sangue’ per noi. E Giovanni nel cap. 6 del suo vangelo concentra il riferimento al segno del pane che diviene eucaristia, un entrare in rapporto con Gesù nel mangiare il pane di vita.

I racconti dei vangeli sinottici uniti alla testimonianza di Paolo nella prima lettera ai Corinzi riportano che nel quadro dell’ultima cena Gesù prese il pane e disse ‘questo è il mio corpo dato per voi’. Quel pane spezzato è segno della sua vita spezzata e data: Gesù non intende la sua esistenza come un tesoro da trattenere ma si dà ai suoi. Rivela così il senso profondo della vita: un dono da condividere.

Di fronte all’ostilità e al rifiuto Gesù non è fuggito, non ha mutato direzione: ha continuato a vivere nell’orizzonte che ha segnato la sua missione. Fino alla fine non è venuto meno nell’annunciare il regno di Dio, nell’attuare segni di accoglienza e di guarigione. Sono segni che il mondo nuovo è stato inaugurato. Gesù affronta anche l’arresto e la passione nell’affidamento pieno al Padre, nella fiducia che il regno si attua. Il segno dell’Eucaristia indica per i discepoli una chiamata a diventare dono e non possessori o consumatori delle cose e degli altri.

Gesù intende la sua vita, il suo corpo, ‘dato per tutti’: il suo amore ha un carattere aperto e rende partecipi del suo rapporto con il Padre: ‘io ho fatto conoscere loro il tuo nome e lo farò conoscere perché l’amore con il quale mi hai amato sia in essi e io in loro’ (Gv 17,26). Gesù desidera rimanere con i suoi e continuare il rapporto iniziato nel tempo. E’ desiderio che si allarga ad un popolo numeroso, alla storia dell’umanità.

‘Questo è il mio corpo dato per voi’: l’Eucaristia è il segno della consegna di Gesù. Gesù indica un amore altro rispetto al possesso ed alla strumentalizzazione degli altri. Vive invece la vulnerabilità di chi si affida e di chi si lascia prendere.

Veramente l’uomo non ha fame e sete solo di pane: ha fame e sete profondamente di lasciarsi incontrare da una presenza di amore che lo prende e apre orizzonti sconfinati al suo vivere sin da ora. C’è una vita in dimensioni nuove che già inizia quando ci si apre al dono di un amore che si dà gratuitamente e ci fa rimanere in Lui: chi mangia ha la vita eterna. E c’è anche una promessa: io lo risusciterò nell’ultimo giorno. Questo cammino, sin d’ora è luogo di esperienza di una vita con i tratti della gioia dell’incontro, della comunione. Un pane che fa camminare nella vita e verso la vita, scoprendo sin da qui un dono che è radice e fondamento del nostro cammino.

“Poiché vi è un solo pane, noi siamo, benché molti, un solo corpo…” Mangiare insieme un unico pane diviene esperienza che apre a comprendere la possibilità del superamento della chiusura individualistica e del ripiegamento su di sé. Quel pane condiviso è segno della vita di Cristo donata ma è anche segno di una comunità che cresce per divenire unico corpo rimanendo in lui. Benché molti e diversi, la chiamata profonda della vita è alla relazione, al costruire un solo corpo. E’ questa la fatica di tanti cammini nella chiesa, nella società, ma sono questi i cammini più autentici. Il pane è segno di comunione, è profezia di un mondo in cui ci si scopra gli uni membra degli altri, è dono di forza per continuare a camminare nella direzione del costruire rapporti di pace.

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(Celia Smith, Bird sculptures made from wire)

Nel tempo della regressione

Stiamo vivendo un tempo in cui ha preso piede un movimento contrario ad un orientamento verso un mondo più giusto, capace di riconoscere la dignità di ogni persona, teso verso la promozione di equità e diritti. Più vicino a noi in Ungheria, in Polonia, ma anche in Turchia, in India, in Russia, negli USA di Donald Trump si possono scorgere i sintomi tangibili di una pervasiva corrente di regressione (H.Geiselberger (ed.), La grande regressione. Quindici intellettuali da tutto il mondo spiegano la crisi del nostro tempo, Einaudi 2017).

Chiusure, affermarsi di regimi autoritari, nostalgie di società divise in privilegiati e senza diritti. Nuove forme di dittature si vanno affermando non solo in alcune regioni ma in modo diffuso e cavalcano desideri e paure sorti nel quadro della globalizzazione, nella crisi economica, nell’impoverimento di alcune classi sociali. Da qui i desideri di deglobalizzare il mondo e chiudersi in circuiti di sicurezza e appartenenza. Quando Trump promette ai bianchi di tornare ad avere una sovranità culturale su tutti gli altri si torna indietro al tempo della dominazione dei bianchi sui neri e ad intendere l’umanità divisa tra noi e loro, tra chi è superiore e chi è inferiore.

L’antropologo indiano Arjun Appadurai osserva che è “la perdita di sovranità economica che provoca ovunque una reazione basata sull’idea di sovranità culturale”. Il neoliberismo globale provoca un nazionalismo a sfondo etnico, terreno di coltura di ogni genere di populismo.

Zygmunt Bauman, nel saggio redatto per questo libro prima della sua morte avvenuta lo scorso gennaio,  vede nella divisione tra noi e loro nel mondo in cui non si accoglie la sfida di una grande idea di convivere insieme e nella divisione in tribù che sono giustapposte le une accanto e contro le altre, il punto di origine di un antagonismo che sfocia solo nell’affermazione del più forte.

“In un territorio popolato da tribù, le parti in conflitto evitano e rinunciano senza esitazione a convincersi e a convertirsi a vicenda; l’inferiorità di un membro — di un membro qualsiasi — di una tribù straniera è e deve restare una debolezza predestinata, eterna e incurabile, o almeno deve essere vista e trattata come tale. L’inferiorità dell’altra tribù è la sua condizione permanente e irreparabile, il suo stigma indelebile destinato a vincere ogni tentativo di riabilitazione. Una volta che la divisione tra “noi” e “loro” è stata istituita secondo queste regole, lo scopo di ogni incontro fra gli antagonisti non è più lo stemperamento, ma la ricerca o la creazione di ulteriori prove del fatto che qualsiasi stemperamento è irragionevole e fuori questione”.

Nel suo saggio Bauman cita papa Francesco scorgendo un orizzonte alternativo alla grande regressione nell’impegno a lungo termine di educare al dialogo: «Questa cultura del dialogo, che dovrebbe essere inserita in tutti i percorsi scolastici come asse trasversale delle discipline, aiuterà a inculcare nelle giovani generazioni un modo di risolvere i conflitti diverso da quello a cui le stiamo abituando».

Lo stesso Francesco aveva parlato del ‘paradosso dell’abbondanza’in un coraggioso messaggio all’Expo di Milano del 2015 sul tema del cibo: “c’è cibo per tutti, ma non tutti possono mangiare, mentre lo spreco, lo scarto, il consumo eccessivo e l’uso di alimenti per altri fini sono davanti ai nostri occhi. Questo è il paradosso! Purtroppo questo paradosso continua a essere attuale. Ci sono pochi temi sui quali si sfoderano tanti sofismi come su quello della fame; e pochi argomenti tanto suscettibili di essere manipolati dai dati, dalle statistiche, dalle esigenze di sicurezza nazionale, dalla corruzione o da un richiamo doloroso alla crisi economica. Abbiate uno sguardo e un cuore orientati non ad un pragmatismo emergenziale che si rivela come proposta sempre provvisoria, ma ad un orientamento deciso nel risolvere le cause strutturali della povertà. Ricordiamoci che la radice di tutti i mali è la inequità (…) : “No, a un’economia dell’esclusione e della inequità. Questa economia uccide. Non è possibile che non faccia notizia il fatto che muoia assiderato un anziano ridotto a vivere per strada, mentre lo sia il ribasso di due punti in borsa” (EG 53). Questo è il frutto della legge di competitività per cui il più forte ha la meglio sul più debole. Attenzione: qui non siamo di fronte solo alla logica dello sfruttamento, ma a quella dello scarto; infatti “gli esclusi non sono solo esclusi o sfruttati, ma rifiuti, sono avanzi” (ibid., 53). È dunque necessario, se vogliamo realmente risolvere i problemi e non perderci nei sofismi, risolvere la radice di tutti i mali che è l’inequità. Per fare questo ci sono alcune scelte prioritarie da compiere: rinunciare all’autonomia assoluta dei mercati e della speculazione finanziaria e agire anzitutto sulle cause strutturali della inequità”.

Ricordare il cammino percorso e sostare sul segno del pane. Pane condiviso nel dialogo e pane spartito nella distribuzione tra i  molti. Nel pane spezzato dell’eucaristia sta l’indicazione di un cammino da percorrere, terreno su cui orientare i passi nel tempo della grande regressione.

Alessandro Cortesi op

Ascensione del Signore – anno A – 2017

At 1,1-11; Efes 1,17-23; Mt 28,16-20

“Uomini di Galilea, perché state a guardare il cielo? Questo Gesù… tornerà un giorno allo stesso modo in cui l’avete visto andare in cielo”

Una festa tra la terra e il cielo quella dell’Ascensione: un modo di raccontare il mistero della Pasqua e della risurrezione. Gesù ‘elevato in alto’, compie il passaggio dalla terra alla vita di Dio. Cielo anche nella mentalità biblica è il luogo di Dio e la terra, in basso, è ambito del cammino umano. Dire che Gesù è ‘innalzato’ è un altro modo per dire che ha vinto la morte: ora la sua vita è trasformata, è vicino in modo nuovo al Padre. Tornerà così come ‘è andato in cielo’, nei gesti del servizio e dell’ospitalità.

La ‘nube lo sottrasse’ allo sguardo dei discepoli. Nel cammino dell’esodo, una nube accompagnava gli spostamenti, segno della presenza vicina di Dio che cammina con il suo popolo, ma anche segno che Dio non può essere trattenuto. Gesù nel suo cammino terreno è testimone di questa presenza: nella sua umanità vive in questa comunione. E’ stato uomo che ha vissuto per gli altri. Nella risurrezione il Padre ha detto ‘sì’ alla sua vita che ha raccontato il suo volto di amore. Gesù è costituito ‘signore’: ha un nome unico. A partire da qui la comunità dei discepoli sarà condotta a descrivere il farsi vicino di Dio in Gesù come un progressivo scendere: la Parola si è fatta carne e Gesù si è fatto servo. Colui che è salito al Padre è il medesimo che è disceso. Tutta la sua vita è movimento di discendere, farsi servo. Qui si rende visibile volto di Dio che si rivela nel servizio e nel dono di sé. Per questo “… lo risuscitò dai morti e lo fece sedere alla sua destra nei cieli” (Ef 1,20).

‘poi li condusse fuori verso Betania e, alzate le mani, li benedisse. Mentre li benediceva si staccò da loro e fu portato verso il cielo’ (Lc 24,50).

C’è un rapporto profondo tra l’essere preso di Gesù e la benedizione lasciata ai discepoli. Gesù risorto, il signore, invia i discepoli a vivere il tempo della sua assenza: li richiama a non lasciarsi prendere da vane curiosità interrogandosi sul futuro. Chiede l’attesa radicata sulla promessa del Padre, quella di essere immersi nello Spirito Santo. Chiede loro di rimanere a Gerusalemme, luogo della passione, croce e della risurrezione. Lì si dovrà sempre tornare, alla Pasqua di Gesù. Invita i suoi a farsi testimoni di lui: ‘mi sarete testimoni’. E’ una testimonianza fino ai confini della terra.

D’ora in avanti Gesù non sarà più incontrato come prima perché viene sottratto al loro sguardo, ma si apre lo spazio per un vedere nuovo, quello dell’attesa. La comunità è chiamata ad incontrare ancora il suo Signore: è il tempo dello Spirito, dono per i discepoli: è lo Spirito la ‘promessa del Padre’ e la ‘forza che li investe dall’alto’. Da qui il movimento mai finito di conversione e perdono, due momenti che vanno tenuti insieme: non c’è l’uno senza l’altro, entrambi sono dono della Pasqua di Gesù.

La comunità è inviata ad un impegno sulla terra non a restare a guardare il cielo. Insieme. Ogni percorso del credere ha una fondamentale dimensione comunitaria. La promessa di Gesù è vicinanza nuova: ‘ecco io sono con voi tutti i giorni, fino alla fine del mondo’.

Alessandro Cortesi op

Soffi dello spirito

Ci sono nella storia quotidiana soffi dello spirito da cui lasciarsi portare, spingere, aprire per nuove uscite, per lasciarsi aprire ad orizzonti nuovi da vedere, verso cui camminare. Alcuni di questi sono da raccogliere in parole e volti che non hanno risonanza mediatica e di visibilità.

In un’intervista (Andrea Tornielli, ‘Serve una chesa che si mostri bisognosa di perdono’, La Stampa Vatican-Insider 19.05.2017)  Lauro Tisi, vescovo di Trento, parla di Chiesa che oggi ha bisogno di mostrarsi per ciò che è, perdonata e sempre bisognosa di perdono. E parla di una scoperta ad annunciare un Dio capovolto: “Fin dal giorno della mia nomina è qualcosa che mi è venuto fuori quasi per caso: ho detto che noi

dobbiamo parlare di un ‘Dio capovolto’. E questo è diventato un po’ il mio leitmotiv. Credo che ci sia bisogno di raccontare Dio a partire dall’umanità di Gesù Cristo. Siamo abituati a raccontare Dio in modo troppo astratto e filosofico. Dobbiamo imparare a passare dall’umanità di Cristo per narrare Dio.”

E dice: “la realtà prima delle idee. Dobbiamo finire, io credo, con la pastorale dei temi, dei percorsi un po’ troppo astratti. Bisogna partire dai dati concreti e lasciarsi portare dalla realtà per raccontare un Dio bello e interessante. Dobbiamo investire in

positività senza spaventarci del calo dei numeri. Dobbiamo alimentare speranza e la speranza ti viene se ti fidi della realtà”

Si riferisce anche a scelte concrete che riguardano situazioni da affrontare nella gestione dei beni: “Dobbiamo superare l’idea dei recinti e dei territori sacri, anche l’idea dei terreni puliti: il terreno umano è sempre pulito e allo stesso tempo sporco. E allora ecco un altro tema importante, quello della sobrietà e di una Chiesa che si mostri con il volto della vicinanza, della prossimità e della povertà. Penso che per i prossimi anni il nostro obiettivo sia questo: rimettere in gioco le nostre strutture. Già prima che diventassi vescovo in diocesi c’erano 21 canoniche messe a disposizione di situazioni di disagio e di povertà. Devo dire che questo è servito di più di tante catechesi”.

E parla di superamenti da attuare, impostazioni che dividono e sono ostacoli a vivere il vangelo: “Credo che sia necessario superare lo schema preti-laici, che è divisivo, per mettere invece al centro la vita della comunità. Il soggetto evangelizzante è una fraternità cristiana che non si crede perfetta, che ha bisogno di perdono e che pone gesti di prossimità. È finito il regime di cristianità. Abbiamo bisogno di comunità, uomini e donne che vivendo la dinamica di Gesù accolgono il ferito e dicono: guarda che sono stato ferito anch’io (…) Non ci sono gli addetti per la carità, per la famiglia, per i problemi del lavoro. C’è una comunità che incontra i bisogni. La vita delle persone non è divisa in settori”.

In questi giorni ha concluso il suo cammino terreno Antonio Papisca, docente di Relazioni Internazionali e di Organizzazione internazionale dei diritti umani e della pace per molti anni all’Università di Padova. Nel 1982 aveva dato inizio nella medesima Università e poi diretto il Centro Interdipartimentale sui diritti della persona e dei popoli.

La sua vita è stato quella di un docente, un ricercatore e uno studioso. Era animato dalla profonda convinzione del valore di uno studio connesso alla pratica e alla vita delle persone e dei popoli. Era convinto che la riflessione sui diritti umani costituisse una azione essenziale per promuovere cammini concreti per costruire la pace.

Un tratto tipico del suo insegnamento è stato la sobrietà: amava definirsi un badilante, un lavoratore che sposta la terra e con il suo lavoro offre materiale per costruire, aprendo cammini. Il suo tratto discreto e schivo nascondeva una profondità di pensiero ed una ricchezza umana che l’hanno reso noto a livello internazionale.

Ma la sua attività non rimaneva entro l’ambito accademico. Era uomo di relazioni, conscio del limite di un pensare che non si confronta e non entra in vivo rapporto con l’esistenza. Amava collaborare a percorsi portati avanti in tanti modi da associazioni, movimenti e gruppi impegnati per la difesa e promozione dei diritti e per la pace. Aveva profonda fiducia nell’impegno delle Organizzazioni non governative espressione di un movimento di partecipazione dal basso della società. Guardava con profonda simpatia e come completamento della sua azione l’impegno del volontariato.

Il prof. Marco Mascia suo collaboratore e attuale direttore del Centro per i diritti umani di Padova così lo ha ricordato: “È stato un vero apostolo dell’idea di diritti umani, prodigandosi come educatore anche nelle scuole e nel mondo del volontariato… ha vissuto per l’università e per gli studenti. Era un uomo di fede che ha lottato con forza per l’amore e la nonviolenza, cercando sempre una via istituzionale alla pace” (E’ morto il prof. Papisca paladino dei diritti umani, Corriere del Veneto 16.05.2017).

Fede e ricerca di vie istituzionali. Ispirazione interiore di distacco e fiducia nel cammino umano. Spirito di servzio e passione nella forza delle idee che divengono ispiratrici di istituzioni e di cammini di popoli. Orientamento deciso alla ricerca della pace non per le vie delle armi e della violenza, ma per le vie pacifiche e secondo metodi nonviolenti. Mitezza nei modi e caparbietà nel portare avanti lotte ideali e istituzionali. Questi alcuni tratti del suo pensiero e del suo stile.

Uno dei suoi impegni è stato mobilitare la società civile perché l’affermazione del diritto alla pace potesse divenire un diritto umano riconosciuto per tutti, con conseguenze profonde per la vita dei popoli e in vista di scelte da attuare in coerenza a tale riconoscimento, nel cancellare la pretesa degli stati di basarsi su un diritto per fare la guerra. Sosteneva con passione l’importanza di partire dall’inserimento di tale diritto negli statuti dei comuni e province nello sforzo di promuovere la ‘diplomazia delle città’.

L’orientamento su cui la sua riflessione e il suo impegno sono stati diretti è stato quello di progettare l’ONU come ONU dei popoli, e di pensare la diplomazia non come questione dei potenti o dei soli governi ma dei popoli e delle città.

Soffi dello Spirito che si rendono vicini in impegno, dedizione di vita e scelte di testimonianza.

Alessandro Cortesi op

VI domenica di Pasqua – anno A – 2017

At 8,5-8.14-17; Sal 65; 1Pt 3,15-18; Gv 14,15-21

“Filippo, sceso in una città della Samaria, cominciò a predicare loro il Cristo… Frattanto gli apostoli seppero che la Samaria aveva accolto la parola di Dio e vi inviarono Pietro e Giovanni… imponevano loro le mani e quelli ricevevano lo Spirito Santo”.

La Samaria era una regione vista con sospetto dai giudei di Gerusalemme. Abitanti erano popolazioni pagane che avevano mantenuto culti idolatrici (cfr. 2 Re 17,24-41): quando Gesù nel dialogo con la donna di Samaria richiama i ‘cinque mariti’ potrebbe sottintendere tale riferimento (Gv 4,18). I giudei guardavano i samaritani come stranieri, aggregazione disordinata di popoli estranei e nutrivano per loro sentimenti di disprezzo: “Sono irritato contro un popolo che non è neppure un popolo, lo stolto popolo che abita a Samaria” (Sir 50,25-26; cfr. Gv 4,9.20).

Proprio la Samaria, territorio di pagani ed eretici è l’ambito della predicazione di Filippo. E in questa regione la Parola è accolta. Così anche altri apostoli sono coinvolti: ‘imponevano loro le mani e ricevevano lo Spirito Santo’. La pagina degli Atti comunica il diffondersi lieve della Parola e il respiro della libertà dello Spirito, l’abbattimento di ogni barriera di tipo culturale e religioso. E’ scoperta nuova di cui Pietro si fa voce nella casa del pagano Cornelio: ‘Dio non fa preferenze di persone, ma chi lo teme e pratica la giustizia a qualunque popolo appartenga, è a lui accetto’ (At 10,34).

L’agire di Filippo è delineato in poche parole: ‘cominciò a predicare loro il Cristo’ (cfr. At 18,5). Al cuore dell’invio degli apostoli sta l’annuncio di Gesù. Tutto si concentra su di lui. La predicazione comunica che Gesù è il messia atteso, colui che libera la vita dalla paura, dal peccato, da ogni prigionia. Filippo annuncia e insieme vive concretamente lo stile di Gesù: si fa vicino e accompagna nel cammino, pone al centro la Parola di Dio e la legge in riferimento a lui (cfr. Lc 24,13-35). Esce fuori per impulso dello Spirito. Discende sulla strada deserta, sale poi sul carro del funzionario etiope, ascolta le sue domande e lo aiuta a comprendere quanto stava leggendo (cfr. At 8,26-40). In Samaria Filippo ‘recava la buona novella del regno di Dio e del nome di Gesù Cristo’. La bella notizia, il vangelo, è dono di un nome, presenza e vicinanza, e comunicandolo si scopre l’azione dello Spirito già presente e operante nei cuori.

La presenza dello Spirito va insieme all’esperienza della gioia. ‘E vi fu grande gioia in quella città’ (At 8,8). Quest’esperienza ‘gioiosa’ non è ingenuo ottimismo di chi non si rende conto dei problemi. Proprio nei momenti dolorosi di prova e fallimento i discepoli vivono l’esperienza della gioia e dello Spirito santo (At 13,52). Qui è possibile allora individuare un tratto fondamentale dell’invio apostolico: essere collaboratori di una gioia che proviene dal dono di Dio. Scriverà Paolo, descrivendo il profilo del credente e dell’apostolo: “Noi non intendiamo far da padroni sulla vostra fede; siamo invece i collaboratori della vostra gioia, perché nella fede voi siete già saldi” (1Cor 1,23). La gioia come serenità di fondo si accompagna alla predicazione del vangelo e al cammino della fede. Predicare Gesù non è esperienza di superiorità o di dominio ma via per porsi a servizio della gioia degli altri.

Il IV vangelo dà spazio alle parole di Gesù che promette lo Spirito: ‘non vi lascerò orfani’. E’ un dono di speranza per chi è chiamato a scoprirsi figlio. Lo Spirito è paraclito, ‘consolatore’, presenza nuova di Gesù nella sua assenza, presenza interiore e che guida la comunità all’incontro con Gesù. Sarà lui a ricordare quanto Gesù ha fatto e detto. Per questo lo Spirito sta in rapporto con la verità: nel IV vangelo verità è sinonimo di presenza personale che si dà ad incontrare: “Io sono la via, la verità e la vita…” dice Gesù. Lo Spirito ‘rimane in voi’: nel IV vangelo rimanere è verbo che suggerisce una comunicazione profonda e una condivisione che tocca il cuore dell’esistenza. Lo spirito che rimane sarà lui a guidare ad entrare in modi sempre nuovi nell’incontro con Gesù e a renderlo ragione di vita: “egli vi guiderà alla verità tutta intera” (Gv 14,16)

Alessandro Cortesi op

Gioia e leggerezza

“Se è Cristo a suonare il flauto per la danza, lo Spirito è come la melodia, il soffio carezzevole, la nota delicata e incantatrice… questa musica è fatta risunare in noi dallo Spirito, il Consolatore, colui che libera dal peso del passato e dischiude gli ampi spazi della libertà… Vieni a darmi il gusto di una vita più sciolta, più leggera, più aperta alla novità di Dio, una vita che, se mai debba conoscere la sofferenza, senta ancora più forte la dolcezza della speranza” (L.Pozzoli, Quel poco di fede che mi porto dentro, san Paolo 2012, 60-61).

Quale il segreto della gioia? Forse una certa levità, una leggerezza che permette di non pesare troppo, di non occupare troppi spazi, di non pretendere di dire tutto, di lasciare intervalli e interruzioni sospese tra parole e azioni. C’è una pesantezza indubbia e drammatica del male nella vita ma si prova pesantezza a volte anche quando il bene è compiuto in modi impropri. Quando non lascia spazio, quando è invadente, quando si presenta con mire di ostentazione. Leggerezza è un andare lieve che non toglie il respiro, non soffoca, non occupa tutto il posto, ma apre spazi, non si preoccupa di apparire, percorre sentieri non affollati e vocianti, confida nella discrezione dei toni e nella gentilezza dell’agire.

Don Luigi Pozzoli, prete milanese, colto, lettore di romanzi e amico di poeti, schivo e profondo cesellatore della parola in alcune sue note di diario scrive: “Amo tutto ciò che è lieve, discreto, segreto. Amo sempre più le esistenze lievi di tante persone che passano senza occupare spazio alcuno, raccolte nei loro pensieri segreti, nelle loro gelose speranze, nella loro naturale, inconsapevole gentilezza. Lievi sono i loro gesti, le loro parole, i loro sorrisi, i loro passi. Lievi anche le loro lacrime. Non è forse la levità la nota più preziosa dell’infanzia spirituale? E non è forse l’infanzia spirituale il fiorire dell’esistenza cristiana nella sua più suggestiva bellezza? Vorrei essere anch’io un’esistenza lieve portata da una grande speranza…” (L.Pozzoli, Quel poco di fede, cit., 162).

Il gusto per tutto quanto è lieve si scontra con le voci gridate che occupano la scena pubblica in una tensione ossessiva ad apparire, ad occupare il proscenio, in continua campagna elettorale, là dove illusioni vengono contrabbandate come promesse e non si odono inviti a pensare, a fermarsi e sostare per comprendere, per cercare orientamento. Ogni questione e problema è presentato come nodo da sciogliere con tagli perentori, nella velocità del tempo, senza riflessione, con gesto pesante e senza scrupolo, volgare, senza cura per volti e vite. La levità si oppone anche alla brutale violenza che dilaga e pervade in tanti modi il vivere quotidiano.

Ciò che è discreto e custodito in parole e gesti che si intervallano a silenzi per poter dare il tempo per comunicare, è forse il cuore di un’esperienza dove ci sia spazio per una gioia, lieve anch’essa, assaporata come soffio dello spirito che passa e conduce oltre, che fa respirare e invita a scorgere le lezioni della natura e delle parole aperte, alla vita, all’incontro e non la chiusura in teorie e codici freddi e opprimenti.

Una foto in questi giorni ha avuto grande diffusione sui social media: è stata scattata nella metropolitana di New York il 16 aprile scorso nel giorno della festa di Pasqua. Chi ha fissato questo momento sullo schermo del suo telefonino è un giovane, Jackie Summers, che ha lasciato il suo posto permettendo ad un coppia di ebrei osservanti di sedersi. Ed essi si sono un po’ scostati lasciando spazio ad una donna musulmana che stava dando il biberon al suo bambino che teneva in braccio. Nella scena presentatasi davanti ai suoi occhi il giovane passeggero ha colto una coincidenza: nel casuale incrociarsi avvenuto durante il veloce sfrecciare della metropolitana di un mattino di primavera ha letto un’espressione – per lui che si definisce taoista – di quell’energia nascosta e segreta che connette insieme e genera armonia tra ogni realtà e persone. E’ anche questo levità che genera gioia. La leggerezza dello Spirito che soffia dove vuole e suscita l’alzarsi lieve nel gesto semplice e gentile di chi sa lasciare posto all’altro generando incontri inediti e possibili.

Alessandro Cortesi op

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