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commenti alla Parola della domenica e riflessioni

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Battesimo del Signore – anno C – 2022

Is 42,1-4.6-7; At 10,34-38; Lc 3,15-16.21-22

Giovanni il battista è profeta che si ritira in una zona desertica e propone un gesto di cambiamento e conversione nel quadro di una profonda attesa di un messia, di un forte capace di liberare il popolo d’Israele e di rinnovarlo. Nella sua predicazione infatti presenta qualcuno che deve venire dopo di lui e lo indica come ‘il forte’. Nello stesso modo Isaia aveva parlato del messia, ‘forte, potente come Dio’ (Is 9,5). E la figura del forte e del re che viene è presente nei salmi: ‘Benedetto colui che viene nel nome del Signore’ (Sal 118; cfr. Zac 9,9).

Ad un certo punto della sua vita dopo molti anni vissuti nel lavoro, nella quotidianità nascosta di Nazareth, Gesù si reca da Giovanni e si associa al gesto di purificazione proposto dal Battista. E’ momento decisivo della sua vita. Da allora tutto cambia. Così viene ricordato come momento di svolta sin dagli inizi: “voi siete al corrente di quello che è accaduto in Galilea prima e in Giudea poi, dopo che Giovanni era venuto a predicare e a battezzare…” (At 10,37; cfr At 13,24-25).

Il fatto che Gesù si aggregò ai discepoli del Battista e lì maturò chiarezza sulla missione della sua vita è letto, a partire dalla Pasqua come momento di manifestazione (epifania) della sua identità. Nel momento del battesimo di Gesù si inizia a scorgere il suo cammino di messia.

Tre elementi sono ripresi per evidenziare questo: il cielo aperto, la colomba, la voce dal cielo.

Il cielo aperto indica una apertura nuova fra Dio e la terra: l’immagine richiama l’invocazione profetica ‘se tu squarciassi i cieli e scendessi…’. (Is 63,19). La colomba rinvia allo Spirito di Dio effuso sul messia, e richiama la profezia di Isaia: “Su di lui si poserà lo Spirito del Signore, Spirito di sapienza e di intelligenza, Spirito di consiglio e di fortezza, Spirito di conoscenza e di timore del Signore” (Is 11,2). La colomba è anche simbolo del popolo d’Israele (Sal 68,14; Os 7,11): in Cristo Luca vede l’inizio della comunità e del popolo di Dio che segue il messia.

La voce divina  rinvia al salmo 2, in cui era evocata la salita al trono del re in Israele: “Tu sei mio figlio, oggi ti ho generato” (Sal 2,7). In Gesù si manifesta il volto del Figlio. E la voce divina pronuncia un testo profetico sul profilo del servo del Signore: “Ecco il mio servo che io sostengo, il mio eletto di cui mi compiaccio” (Is 42,1).

Sin dall’inizio del vangelo Luca presenta Gesù come messia salvatore, che attua la speranza presente in Israele di un liberatore. In lui trova risposta l’attesa del re messia figlio di Davide (2Sam 7) ma Gesù ha i tratti del servo che coinvolge la sua vita e subisce rifiuto e sofferenza: libera gli altri offrendo se stesso.

La voce che ricorda l’identità di Gesù torna altre volte nel vangelo di Luca dopo il battesimo: alla trasfigurazione ed al calvario. Sotto la croce sarà un centurione romano a riconoscere che ‘veramente quest’uomo era giusto’ (Lc 23,47).

Il battesimo di Gesù è momento di manifestazione della sua chiamata, della sua via come liberatore e salvatore. E’ anche annuncio di speranza per coloro che possono trovare accoglienza nel rapporto con il Dio della misericordia.

Alessandro Cortesi op

Domenica della santa Famiglia

1Sam 1,20-28; 1Gv 3,1-2-21-24; Lc 2,41-52

Si prova un certo disagio a celebrare la festa della santa famiglia in un tempo in cui il riferimento alla famiglia, unito spesso alla dizione ‘famiglia tradizionale’, è divenuto in tanti ambienti motivo di riduzione del messaggio cristiano ad un modello culturale e morale quando non moralistico e motivo di giudizio escludente e discriminante verso tutte le forme di comunità di affetti e verso le esperienze che vivono la complessità dell’esperienza affettiva e le diversità nell’attuare la realtà così umana e quindi varia, ricca, molteplice della famiglia.

Quando poi la ‘santa famiglia’ viene utilizzata quale modello teorico e idealizzato di una famiglia che s’identifica con la famiglia di tipo borghese il disagio si accresce ancora di più. Lo sguardo alle concrete vicende delle famiglie oggi porta a considerare come proprio l’ambito familiare sia luogo delle più diverse esperienze, della presenza di complessità difficili da ridurre ad un modello: le famiglie umane sono mosaico di meraviglie di amori vissuti nelle forme più diverse, nella autenticità, ed anche luoghi di sofferenze profonde per la difficoltà di comunicare, per le interruzioni, rotture e abbandoni, per conflitti diffusi, per le tante angustie presenti nei rapporti tra coniugi, con i figli, nel rapporto con gli anziani. Oggi non di famiglia si dovrebbe parlare ma di famiglie al plurale  nella grande diversità e complessità dei cammini affettivi e delle relazioni che coinvolgono generazioni diverse.

Ci sono due verbi del vangelo su cui poter sostare: lo cercavano… e si stupirono. Sono due chiavi per andare alla ricerca di come Gesù abbia inteso la sua famiglia, aprendosi a scoperte e che stupiscono e aprono nuovo cammino.

I vangeli innanzitutto attestano che Gesù è entrato nella storia di una serie di storie di famiglie che non racchiudono affatto storie esemplari e non sono narrate nella Bibbia, questo libro che riflette la storia umana, a scopo edificante. Possono essere lette come lo specchio della realtà umana della storia delle famiglie umane. Sono le vicende di generazioni in cui si sono intrecciati volti e nomi molteplici e diversi. In particolare è da notare come nella genealogia presentata da Matteo (Mt 1,1-17) compaiono alcune decisive figure di donne nella serie di generazioni declinate tutte al maschile di padre in figlio. E queste donne sono figure irregolari attraverso le quali Dio ha condotto avanti la sua storia di salvezza all’interno di questa vicenda di famiglie concrete. I nomi di Tamar la prostituta, di Racab anche lei prostituta di Gerico, di Rut la straniera di Moab, di Betsabea, la moglie di Uria, sedotta dal re Davide, fino a Maria che interrompe la discendenza tutta maschile di Gesù, sono significative di una storia di salvezza che si attua nel tessuto della vicenda umana per vie che Dio solo conosce e all’interno di vicende segnate dalla complessità e dal disordine della realtà umana.

Un secondo aspetto è sorprendente. Alla domanda “tua madre e i tuoi fratelli ti cercano” (Mc 3.31ss) Gesù risponde “chi è mia madre e chi sono i miei fratelli?” E afferma “mia madre e i miei fratelli sono coloro che fanno la volontà del Padre mio”. In tal modo Gesù rompe le barriere di una concezione del legame familiare ristretto alla cerchia dei propri parenti di sangue ed apre ad un nuovo modo di concepire la stessa famiglia. Madre, sorelle, fratelli sono da ritrovare non in cerchie ristrette di clan rinchiusi, ma nell’orizzonte di rapporti aperti a vivere una relazione che deborda da confini stabiliti e impermeabili agli altri. Gesù spalanca così le chiusure di una concezione di famiglia che vive un egoismo appartato e mette in cammino nello scoprire famiglia laddove c’è relazione di un amore aperto al servizio.

C’è una terza importante espressione di Gesù nei vangeli quando dice ai suoi “non chiamate nessuno padre sulla terra perché uno solo è il padre vostro quello del cielo” (Mt 23,9). In questo modo Gesù presenta una critica a tutte le forme patriarcali di pensare i rapporti e la stessa vita familiare, offrendo un orizzonte in cui impostare la vita insieme non sottomettendosi al dominio patriarcale ma vivendo nella logica della fraternità e sororità ospitale, riconoscendosi in una comunità di uguali e nel contempo accogliendo le diversità che sono proprie della vita di ciascuna e ciascuno.

Facendo riferimento al Padre del cielo Gesù inoltre non intende offrire una visione patriarcale di Dio stesso. Il volto del Padre è da lui proposto nel profilo di chi soffre con viscere di donna e che proprio per questa sua presenza scardina ogni pretesa di chi sulla terra si pone secondo la logica del dominio e dell’oppressione maschile.  

Il volto di Dio annunciato da Gesù è quello di un padre/madre che desidera ‘fare casa’ e va alla ricerca per creare fraternità tra i suoi figli, attendendo e ricercando il perduto per fargli sentire che quella casa è casa sua, e andando incontro e cercando di convincere quello che si sente a posto per fargli comprendere che un’osservanza fredda della legge è il senso della vita ma l’incontro con Dio stesso si attua nell’accogliere un dono di condivisione, di accoglienza, di fraternità nella medesima casa comune (Lc 15,11-32). E’ un Dio che inviata a far festa e rallegrarsi perché c’è posto nella casa per chi si era allontanato e per chi era rimasto, e per sapersi accolti nella diversità dei cammini, aprendosi ad un cambiamento di menatalità.     

Un quarto aspetto dell’insegnamento di Gesù sula comunità famiglia che egli voleva si può ritrovare nelle sue parole dedicate all’accoglienza dei piccoli: “chi accoglie uno di questi bambini nel mio nome accoglie me” (Mc 9,37).  Accogliere i bambini nel mondo culturale di Gesù significava accogliere coloro che erano considerati senza diritti. Gesù richiama a questa attitudine fondamentale: la sua famiglia è una comunità in cui al centro sono posti i ‘senza diritti’, da accogliere e custodire. E ci si può chiedere oggi chi siano i tanti, i cui diritti fondamentali non sono riconosciuti…

Nella pagina del vangelo è possibile cogliere un’assenza – quella di Giuseppe – ed una presenza nominata – quella di Maria – di cui si sottolinea l’attitudine comune del ‘custodire’. Giuseppe è figura di chi ‘prende con sé’ qualcuno che gli è affidato, senza porre condizioni e nell’affidamento radicale a Dio – e in questa attitudine orienta tutto il suo cammino. Maria è indicata come colei che ‘tiene insieme’ e così custodisce nel cuore vivendo la stessa fede come ricerca e cammino. Sta forse qui la chiave per cogliere il messaggio evangelico che proviene dalla famiglia di Nazaret.

Innanzitutto un messaggio che parla della fiducia di vivere in una custodia da parte di Dio delle vite e dei cammini, nella loro complessità nelle diversità, nella difficoltà a comprendere e nelle contraddizioni della vita umana.

In secondo luogo un messaggio che rinvia alla custodia da attuare nei confronti di ogni percorso e di ogni persona nella sua originalità e irripetibilità. L’esperienza familiare nel suo essere intreccio di relazioni, luogo dello svolgersi degli affetti, porta a vivere la meraviglia dell’amore in tutte le sue armoniche e le sofferenze più profonde per l’incomprensione e le delusioni nella complessità dei cammini umani. Ma il messaggio di scoprirsi custoditi e dell’invio a farsi custodi dell’altro può essere oggi indicazione per coltivare speranza per sé e per tutti ritornando a Gesù e al suo vangelo che è annuncio di liberazione e di gioia nelle nostre vite, e nella vita delle famiglie nella molteplicità dei cammini.

Alessandro Cortesi op

II domenica di Avvento – anno C – 2021

Bar 5,1-9; Fil 1,4-6.8-11; Lc 3,1-6

Luca inizia il suo scritto con la presentazione della genealogia di Gesù che riporta le sue radici fino ad Adamo. Matteo presenta in parallelo una genealogia che giunge ad Abramo: appare da questo raffronto l’interesse di Luca nel considerare la storia di Gesù all’interno della storia di tutta l’umanità. Gesù è così presentato come partecipe di una vicenda che riguarda non solo il popolo d’Israele ma l’intero cammino umano. Luca intende offrire un messaggio di relazione e di vicinanza: la vita di Gesù si rapporta a quella di ogni uomo e donna nel tempo. In questa genealogia è anche sottolineata la concretezza storica  dell’esperienza di Gesù: la sua vicenda si situa in un tempo e in un luogo, è partecipe della storia che vede in Adamo, colui che è ‘tratto dalla terra’ (adamah) il suo inizio.

Luca è poi attento ad indicare tempi e luoghi di una esistenza concreta: Gesù compare nella storia nell’anno decimoquinto dell’impero di Tiberio, mentre Ponzio Pilato era governatore della Giudea. Gesù quindi nasce in una storia segnata dal dominio dell’impero romano, nella Palestina, territorio di conquista ai margini dell’impero. Non è un personaggio mitico, ma una persona reale, condivide un contesto storico. Luca nomina il governatore romano Pilato, in carica dal 26 al 36, e i vari re: Erode Antipa, il suo fratellastro Filippo e Lisania. Poi presenta le due più alte cariche dell’autorità religiosa giudaica, il sommo sacerdote Anna, deposto dai romani nel 15 d.C. e Caifa (che fu sommo sacerdote dal 15 al 36). Questi nomi torneranno alla conclusione del vangelo nella condanna di Gesù.

Luca si dimostra quindi attento alla storia. Presenta anche la figura di Giovanni Battista con tratti ripresi dal Secondo Isaia: “Una voce grida: ‘Nel deserto preparate la via al Signore…” (Is 40,3-4). Queste parole rinviano all’esperienza del ritorno dall’esilio: i monti abbassati e le valli riempite indicano la predisposizione di una strada da poter percorrere. Anche il salmo 125 canta questa situazione del ritorno. “Quando il Signore ricondusse i prigionieri di Sion, ci sembrava di sognare… Grandi cose ha fatto il Signore per noi, ci ha colmato di gioia. Riconduci, Signore, i nostri prigionieri! Chi semina nelle lacrime mieterà con giubilo” (Sal 125)

Giovanni Battista è presentato come ‘voce’ di uno che nel deserto richiama a preparare vie nuove per nuovi cammini. Il Battista propone un rito di immersione (battesimo) nell’acqua del fiume Giordano: un tempo nuovo sta per iniziare e ciò richiede una preparazione ed un cambiamento che coinvolga la vita. L’immersione è per il perdono. Appello alla conversione e annuncio del perdono sono i due tratti principali della predicazione del Battista. E’ richiesto un diverso orientamento delle scelte, del modo di pensare, del modo di vedere il mondo e la storia.

Giovanni Battista è uomo di scelte radicali, profeta che scorge una novità da lasciar entrare nella vita in rapporto ad una venuta imminente di Dio. Si pone in polemica con un sistema religioso che opprime e non conduce all’autenticità. Invita a scorgere – con annuncio minaccioso e urgente e con la coerenza del suo coinvolgimento personale – il senso profondo della propria esistenza nel rapporto con Dio e in una relazione nuova con gli altri. Il suo è annuncio di preparazione per accogliere una salvezza che ha i tratti del dono di Dio rivolto a tutti: ‘Ogni uomo vedrà la salvezza di Dio’.

Alessandro Cortesi op

Preparare vie per camminare insieme

Preparare vie per camminare insieme: è questo l’impegno che si è aperto nel percorso sinodale che impegna la chiesa a livello mondiale dal 2021 al 2023. E’ un’occasione di conversione pastorale, di rinnovamento personale e comunitario, di riforma di strutture e di stili da attuare nella vita della chiesa.

«Far germogliare sogni, suscitare profezie e visioni, far fiorire speranze, stimolare fiducia, fasciare ferite, intrecciare relazioni, risuscitare un’alba di speranza, imparare l’uno dall’altro, e creare un immaginario positivo che illumini le menti, riscaldi i cuori, ridoni forza alle mani» (Documento preparatorio del sinodo, 9 settembre 2021, 32).

In questa parole, riprese da papa Francesco, sta l’indicazione di un cammino da svolgere insieme che trova il suo primo momento nell’ascolto della situazione del tempo e delle persone e non solo di coloro che sono vicini, ma anche di coloro che non sono ai ascoltati e le cui voci possono creare difficoltà e destabilizzare.

“Chiediamoci, con sincerità, in questo itinerario sinodale: come stiamo con l’ascolto? Come va “l’udito” del nostro cuore? Permettiamo alle persone di esprimersi, di camminare nella fede anche se hanno percorsi di vita difficili, di contribuire alla vita della comunità senza essere ostacolate, rifiutate o giudicate? Fare Sinodo è porsi sulla stessa via del Verbo fatto uomo: è seguire le sue tracce, ascoltando la sua Parola insieme alle parole degli altri. È scoprire con stupore che lo Spirito Santo soffia in modo sempre sorprendente, per suggerire percorsi e linguaggi nuovi. È un esercizio lento, forse faticoso, per imparare ad ascoltarci a vicenda – vescovi, preti, religiosi e laici, tutti, tutti i battezzati – evitando risposte artificiali e superficiali, risposte prêt-à-porter, no. Lo Spirito ci chiede di metterci in ascolto delle domande, degli affanni, delle speranze di ogni Chiesa, di ogni popolo e nazione. E anche in ascolto del mondo, delle sfide e dei cambiamenti che ci mette davanti. Non insonorizziamo il cuore, non blindiamoci dentro le nostre certezze. Le certezze tante volte ci chiudono. Ascoltiamoci” (papa Francesco, omelia all’apertura del sinodo, 10 ottobre 2021).

Il grande problema che pone il camminare insieme è uscire da logiche di clericalismo e di dominio che impediscono l’ascolto condiviso delle chiamate del Signore nel tempo e costituiscono ostacolo alla creatività di tradurre l’ispirazione evangelica in gesti e scelte nella vita. Per questo è necessario «trasformare certe visioni verticiste, distorte e parziali sulla Chiesa, sul ministero presbiterale, sul ruolo dei laici, sulle responsabilità ecclesiali, sui ruoli di governo e così via» (papa Francesco, Momento di riflessione per l’inizio del percorso sinodale 9 ottobre 2021).

In una meditazione del 2013 Francesco individuava nel clericalismo il grande ostacolo alla profezia, ad essa contrapposto. Commentando l’episodio della chiamata di Samuele (1Sam3,1) e Mt 21,23-27) osservava:

«quando nel popolo di Dio non c’è profezia, il vuoto che lascia viene occupato dal clericalismo. E proprio questo clericalismo che chiede a Gesù: con quale autorità fai queste cose, con quale legalità?» (…) «Quando non c’è profezia la forza cade sulla legalità. E questi sacerdoti sono andati da Gesù a chiedere la cartella di legalità: Con quale autorità fai queste cose?». È come se avessero detto: «Noi siamo i padroni del tempio; tu con quale autorità fai queste cose?». In realtà «non capivano le profezie, avevano dimenticato la promessa. Non sapevano leggere i segni del momento, non avevano né occhi penetranti né udito della parola di Dio. Soltanto avevano l’autorità»

E propose «una preghiera in questi giorni nei quali ci prepariamo al Natale del Signore:… non manchino profeti nel tuo popolo. Tutti noi battezzati siamo profeti. Signore, che non dimentichiamo la tua promessa; che non ci stanchiamo di andare avanti; che non ci chiudiamo nelle legalità che chiudono le porte. Signore, libera il tuo popolo dallo spirito del clericalismo e aiutalo con lo spirito di profezia».

Alessandro Cortesi op

XXXIV domenica tempo ordinario – Cristo re – anno B – 2021

Dn 7,13-14; Ap 1,5-8; Gv 18,33b-37

Tra Gesù e Pilato si svolge un drammatico dibattito attorno alla questione del regno e della verità.

La domanda del prefetto romano: ‘Tu sei il re dei Giudei?’ rivela l’inquietudine del potere politico di fronte all’agire di Gesù che aveva suscitato il risvegliarsi di attese di liberazione. Il suo messaggio e la sua pratica erano una sfida all’ordine costituito: la sua predicazione dava risonanza alle attese di spiritualità della gente e il suo agire indicava un nuovo modo di pensare i rapporti sociali con profonde conseguenze sul piano politico. Nel dialogo con Pilato emerge quindi l’importanza della questione del ‘regnare’.

Nelle risposte a Pilato il IV vangelo evidenzia un crescendo di tensione nella contrapposizione tra i regni di questo mondo e un regno altro, diverso: ‘il mio regno non è di questo mondo, se il mio regno fosse di questo mondo, i miei servitori avrebbero combattuto perché non fossi consegnato ai giudei’. Gesù accetta di essere indicato come re da Pilato, che è rappresentante del potere politico romano, ma orienta in un’altra direzione: il suo regno viene da altrove, non può essere interpretato con le categorie proprie dei regni umani perché non è questione di dominio e sfruttamento, ma orizzonte di fraternità e di cura. Proprio perché re di tipo diverso non ha messo in campo la spada per difendersi  ma si è liberamente consegnato. Gesù è quindi re sì, ma in modo paradossale, indica la via della nonviolenza attiva, contesta alla radice un potere che si connota come dominio.

“Dunque tu sei re? – Tu lo dici: io sono re. Per questo io sono nato e per questo sono venuto nel mondo: per rendere testimonianza alla verità. Chiunque è dalla verità, ascolta la mia voce”. Gesù unisce il suo essere re alla missione di testimone della verità. Riprende così la linea dei profeti. Non ripropone il modo di essere che i profeti contestavano ma parla di se stesso come testimone. Verità è sinonimo di fedeltà dell’amore: è questo il tratto principale del Dio di Israele: in lui si ritrova l’amore fedele, che è roccia in cui trovare riparo. Colui che crede trova appiglio nella roccia della sua stabilità di vicinanza: è il Dio che ha ascoltato il grido del suo popolo ed è sceso a liberarlo.

A Pilato Gesù indica la sua vita e la sua originale regalità quale testimonianza della presenza di Dio. Il regno per lui la possibilità di un nuovo rapporto con Dio, Padre fedele a cui affidare tutta la propria esistenza, e nuovo modo di vivere ai rapporti con gli altri: se Dio è il fedele e verità, roccia, della vita umana, allora i rapporti con gli altri vanno impostati in modo nuovo nella responsabilità reciproca, nel farsi carico gli uni degli altri. Il regno che Gesù annuncia non è percorso di singoli ma ha una valenza comunitaria e universale.

Pilato è il rappresentante dell’imperatore, che sta giudicando Gesù: ma il IV vangelo presenta in filigrana un altro giudizio che si sta compiendo di fronte a Gesù. Davanti a lui coloro che ascoltano sono provocati a prendere posizione. Nei tratti di quest’uomo umiliato e offeso sta la salvezza e il senso della vita umana, sta la verità di ogni donna e uomo. Gesù è re proprio mentre appare come il giudicato e il condannato. Il suo regno è dono di speranza e di pace per tutti coloro che sono affaticati e oppressi. D’ora in poi sarà possibile incontrarlo tra i volti delle vittime e dei condannati della storia, perché lì si manifesta la vicinanza del Padre che prende le loro difese per inaugurare una nuova storia.

Alessandro Cortesi op

Georges Rouault Cristo davanti a Pilato

Pilato e Gesù

Gustavo Zagrebelski, in una sua lettura – dal punto di vista di giurista e costituzionalista – del dialogo tra Pilato e Gesù (Il crucifige e la democrazia, Einaudi 2011), scorge in questa pagina del IV vangelo un confronto drammatico che vede incrociarsi diversi soggetti e istituzioni: c’è un uomo con le mani legate innanzitutto condotto in giudizio, e davanti a lui un uomo della legge, delegato dell’imperatore nella regione di Giudea. Anche se assente dalla scena, vi è tuttavia, silenziosa e sottesa, anche la presenza del sinedrio e del sommo sacerdote, rappresentanti di un potere di tipo religioso. Pilato si trova di fronte alla sottile crinale di una scelta, di un giudizio.

In questa dinamica Zagrebelski pone in risalto l’emergere un primo esempio di dialogo che deve tenere conto delle ragioni del diritto, assumendo il rischio della scelta che si trova a valutare motivi da ascoltare e non si pone come giudizio oracolare o strumento divino. E’ quindi ravvisabile per certi aspetti l’esempio del confrontarsi di forme diverse e modi di intendere la democrazia. Caifa e il Sinedrio sono i portavoce di una ‘democrazia’ dogmatica che si comprende come detentrice di una verità che non ammette obiezioni. Pilato, per contro, delinea nel suo agire il profilo di una ‘democrazia’ scettica: è unicamente preoccupato del mantenimento del potere, bloccato nella paura nel suo essere esecutore dei voleri dell’imperatore, e si pone con indifferenza di fronte all’uomo che sta davanti a lui. Il popolo, strumentalizzato dai capi religiosi, che grida la richiesta di crocifiggere quell’uomo, è raffigurazione plastica della massa che viene utilizzata e si lascia strumentalizzare dai detentori del potere: è una massa acritica, che si muove confondendosi senza che i volti siano distinguibili. Zagrebelski nella sua analisi scorge nel confronto tra Pilato e Gesù l’inizio della modernità del giudizio. Pilato si appella al popolo per  pronunciare un giudizio. Ma in questo rivolgersi al popolo si evidenziano anche le derive di una consultazione – oggi si direbbe la dinamica del sondaggio – che coinvolge un popolo manipolato e  strumentalizzato da chi lo tiene sotto il proprio potere, lo blandisce o convince di falsità, e lo solleva a suo piacimento. Pilato non cerca quindi un ascolto ma cerca di disfarsi di una responsabilità. Sta qui uno dei drammi che pervadono questo dialogo tra Pilato e Gesù. E in esso il contrapporsi di due modi di intendere il potere. Tra Pilato che giudica e Cristo, che non giudica e perdona, si pone una alternativa decisiva. Emerge forse per un attimo l’umanità di Pilato sovrastata immediatamente dal suo essere succube delle logiche della Realpolitik. Zagrebelski tra le alternative della democrazia dogmatica e scettica che si evidenziano in questo dramma che egli legge tra il Crucifige e la democrazia, suggerisce le vie da perseguire della democrazia critica che attua una assunzione di responsabilità senza piegarsi alle forme dogmatiche e senza venire asservita a logiche di pura conservazione del potere.

Al di là e oltre la lettura di questo fine studioso giurista, ciò che permane come domanda dal dialogo tra Pilato e Gesù è il diverso rapporto con il popolo. Esso può essere una massa uniforme, che viene utilizzata quale strumento per mantenere il potere imperiale o l’istituzione irrigidita di un sistema religioso oppure può essere un popolo di volti e di sofferenti a cui l’uomo con le mani legate offre non un giudizio ma una consegna di sé nell’accoglienza e nell’inermità.

Alessandro Cortesi op

XXX domenica del tempo ordinario – anno B – 2021

Ger 31,7-9; Eb 5,1-6; Mc 10,46-52

Al termine di un capitolo in cui Marco ha raccolto parole di Gesù sullo stile della comunità che lui voleva presenta un suo gesto: è la guarigione di un cieco, lungo la strada, nell’uscire da Gerico.

La ‘via’ che Gesù sta percorrendo è la via di un messia che incontra opposizione e ostilità e si sta dirigendo verso un momento di conflitto e sofferenza come indicano gli annunci della passione che in questa parte Marco inserisce (mc 8,31-33; 9,30-32; 10,3234). Sulla strada Gesù istruisce i suoi chiedendo loro di camminare dietro a lui sulle sue tracce: è via verso Gerusalemme, è via in cui scoprire il volto di un ‘messia diverso’ che si pone in contrasto ai disegni umani di potere.

Proprio in questo snodo del suo racconto Marco situa la narrazione della guarigione di un cieco. Al capitolo 11 presenterà l’ingresso di Gesù a Gerusalemme, come anti-messia, che cavalca un asino ed entra nella città santa non come un guerriero ma disarmato messaggero di pace. Alla vigilia dei giorni di Gerusalemme l’incontro con il cieco diviene indicazione preziosa: c’è infatti bisogno di una luce diversa per vedere con occhi rinnovati quanto sta per accadere. Il volto del messia che si consegna nelle mani degli uomini è il volto di colui che ha realizzato pienamente la sua vita nella via del dono, dell’abbandono, del servizio e in questo modo dona la salvezza.

Il cieco di Gerico è per Marco immagine del discepolo. Sta lungo la strada a mendicare e il suo grido è una invocazione ed una indicazione dell’identità di Gesù: ‘Figlio di Davide, abbi pietà di me’. Gesù è figlio di Davide, re ma secondo una modalità nuova e diversa dalle aspettative dei suoi contemporanei: è re in fedeltà al Padre perché ha inteso la sua vita come cura e vicinanza ai poveri e agli esclusi. ‘Figlio di Davide’ è un titolo che racchiude anche una valenza politica: il regno di Dio è regno di giustizia e di pace, esige rapporti nuovi di fraternità e accoglienza. Dio infatti guarda all’umile e al povero e non vuole discriminazione ed oppressione. Il ‘regno’ è nucleo centrale di tutta la predicazione di Gesù: “Il tempo è compiuto, e il regno di Dio è vicino, convertitevi e credete al vangelo” (1,18)… “il regno di Dio… è come un granellino di senapa” (4,31). Il cieco di Gerico riesce a vedere che il ‘regno’ si è avvicinato a lui nella persona di Gesù. La folla lo ostacola ma lo sguardo di Gesù lo raggiunge. “gettato via il suo mantello, balzò in piedi e venne da Gesù”. Cieco, vive l’esperienza di un affidamento a Gesù che passa, a lui grida e lascia il suo mantello, simbolo della sua unica sicurezza, per mettersi a seguirlo.

Il cieco diventa un discepolo inatteso e in contrasto con l’incomprensione dei dodici. Non è alla ricerca dei primi posti ma invoca di poter vedere. Gesù non rimane indifferente al suo grido, si accosta a lui e gli chiede ‘Che cosa vuoi che io faccia per te?’  Alla sua richiesta risponde ‘Và, la tua fede ti ha salvato’. Egli solo lascia spazio a quell’apertura e affidamento già presente nel suo cuore. E riconosce che lì è già in atto la salvezza. ‘E subito vide di nuovo’ Il cieco ritrova la capacità di vedere ‘e lo seguiva lungo la strada’.

Il discepolo – suggerisce Marco – è colui che si mette a seguire Gesù lungo la strada verso Gerusalemme, affidandosi a lui. Egli vive un vedere nuovo che scorge in Gesù che va verso la croce il volto dell’autentico messia che rende vicino il Dio della cura e della solidarietà. E’ sguardo che proviene da un dono di luce presente e nascosto nel cuore: lo slancio della fede. Gesù riconosce questo nel dire ‘Va’ la tua fede ti ha salvato’: il cieco si apre ad un vedere in modo nuovo e da qui inizia a seguire Gesù: è lui esempio del discepolo che segue Gesù sulla strada.

Alessandro Cortesi op

Soccorrere non è reato

Dopo due anni di indagini la procura di Agrigento ha concluso il procedimento con la richiesta di archiviazione per l’equipaggio della Mare Jonio, il rimorchiatore dell’italiana “Mediterranea” che il 10 maggio 2019 aveva condotto nel territorio italiano 30 cittadini extracomunitari. L’accusa da cui è partita l’inchiesta era pesante perché vedeva «atti diretti a procurare illegalmente l’ingresso nel territorio italiano». Durante gli interrogatori gli indagati – il capomissione Giuseppe Caccia e il comandante Massimiliano Napolitano – hanno espresso la loro decisione di non voler riconsegnare i profughi alla Libia, che peraltro non rispondeva alle comunicazioni. Le ragioni di questo stavano non solo nell’atteggiamento ostile delle Autorità libiche ma anche perché nel rapporto dell’UNHCR dell’ottobre  2019 si documentavano torture, abusi, stupri, violenze sessuali e traffico di esseri umani anche per opera di funzionari dello Stato libico. Per questo la Libia non può essere ritenuta “luogo sicuro” e i suoi porti non possono essere ritenuti ‘Place of safety’ (POS). La decisione stabilisce quindi che l’intervento umanitario, in mancanza di prove di contatti tra Ong e trafficanti, non è mai sanzionabile.

Così osserva Nello Scavo indicando l’importanza di tale archiviazione: “Per salvare vite umane nel Mediterraneo non serve una ‘patente’ da concedere alle navi di soccorso. E le Ong che effettuano operazioni umanitarie non devono coordinarsi con i guardacoste libici, né condurre i naufraghi in Tunisia e tantomeno a Malta, che non ha sottoscritto gli accordi internazionali per il salvataggio”  (N.Scavo, Chiesta archiviazione per Mare Jonio: soccorrere non è mai reato, Avvenire 19 ottobre 2021) .

Dopo la richiesta di proscioglimento per Mare Jonio giunge anche la definitiva archiviazione per la ONG tedesca Sea Watch. Il procuratore aggiunto di Agrigento Salvatore Vella e il pubblico ministero Cecilia Baravelli, riguardo a Sea Watch così hanno concluso:  «i soccorritori agiscono, infatti, perché costretti dalla necessità di salvare le persone che si trovano a bordo delle precarie imbarcazioni con le quali effettuano le traversate nel Mar Mediterraneo». Al comandante Arturo Centore e al suo equipaggio indagati è stato riconosciuto di aver adempiuto «ai doveri previsti dalle fonti nazionali e sovranazionali, che impongono agli Stati e ai comandanti delle imbarcazioni tutte, pubbliche e private, il salvataggio delle vite umane in mare». Osserva il giornalista di ‘Avvenire’ Nello Scavo: “E’ come se di colpo la dottrina Minniti, confermata e aggravata poi da Matteo Salvini e infine mai del tutto riformata dai governi successivi, si infrangesse di colpo”  (Archiviazione anche per Sea Watch. Così si sfalda la dottrina anti Ong, “Avvenire” 21 ottobre 2021)

La Corte di Cassazione ha inoltre bocciato la mancata concessione di protezione internazionale ad un migrante senegalese passato attraverso i campi di detenzione libici. Si osserva che i giudici hanno tenuto conto non solo della minore età, ma anche delle violenze subite nei campi di detenzione in Libia. E’ una sentenza importante perché determina che i migranti che hanno attraversato le prigioni libiche richiedono tutela.

Tutto ciò avviene mentre emerge la notizia che nell’ultimo mese a Torino nel Centro di permanenza per i rimpatri (CPR) dove vengono rinchiusi stranieri trovati senza permesso di soggiorno e che devono essere riportati nei loro Paesi d’origine almeno 26 persone, hanno tentato di togliersi la vita. I CPR assimilabili a gabbie sono dieci in tutta Italia “in particolare il Cpr di Corso Brunelleschi, a Torino, e quello di Ponte Galeria, a Roma, rappresentano la realizzazione di un incubo esistenziale e architettonico, che può definirsi attraverso la categoria di “gabbietà”. Un vertiginoso labirinto, un ossessivo rincorrersi di sbarre e cemento, «una matrioska di disperazione» (Elena Stancanelli)” (L.Manconi, Le gabbie della nostra vergogna, “La Stampa” 21 ottobre 2021). In questi centri di reclusione vedono rinchiusi non persone che hanno compiuto reati ma che sono unicamente privi di documenti validi. Il 22 maggio scorso Mamadou Moussa Balde, di 23 anni, originario della Guinea, si è tolto la vita nel CPR di corso Brunelleschi a Torino mentre era in ‘isolamento sanitario’. Così ancora commenta Manconi: “considerato che, nel complesso, le condizioni degli altri nove Cpr sono altrettanto oltraggiose per la dignità della persona, la scelta più saggia dovrebbe essere quella di chiudere, una volta per sempre, queste strutture patogene e criminogene” (ibid.).

L’affermazione che soccorrere non è reato e il dovere di tutelare chi è passato attraverso situazioni di violazione di diritti umani costituisce un importante passo in questo momento.

Alessandro Cortesi op

XXIX domenica del tempo ordinario – anno B – 2021

Is 53,10-11; Eb 4,14-16; Mc 10,35-45

Due discepoli, Giacomo e Giovanni, che seguivano Gesù lungo la strada lo interrogano: “concedici di sedere nella tua gloria uno alla tua destra e uno alla tua sinistra”.

Questa domanda racchiude un’attesa e un modo di intendere la via di Gesù come conquista di un potere da cui può derivare l’acquisizione di un ruolo e un posto di privilegio per i più vicini. Con la sua durezza Marco nel vangelo raffigura i discepoli come coloro che non capiscono e nemmeno seguono Gesù. Gesù risponde con un linguaggio simbolico e parla di calice e di battesimo: “Potete bere il calice che io bevo, o ricevere il battesimo che io ricevo?”. Nella Bibbia il calice è associato alla situazione che gli empi devono subire. Il Salmo 75,9 parla di un calice colmo di vino che gli empi dovranno bere. E’ simbolo dell’ira di Dio per coloro che operano il male. Gesù con questo rimando intende parlare di se stesso: nella sua vita prende la condizione di chi è più lontano di chi è ‘maledetto’. Il suo cammino è in solidarietà con i peccatori, lontani da Dio. L’immagine del battesimo – che significa immersione – rinvia poi ad una situazione di morte. Nei salmi chi è immerso nelle acque vive nel dramma di essere perduto: “affondo nel fango e non ho sostegno, sono caduto in acque profonde e l’onda mi travolge” (Sal 69,3).

Gesù indica in tal modo la sua strada: non si tratta di un percorso di ascesa, di conquista di potere, di gloria e potenza, ma di umiliazione e morte. Sullo sfondo è l’annuncio della croce stessa.

Dice anche loro che il ‘regno’ è dono del Padre e non dipende da progetti umani. I due discepoli sono particolarmente sicuri e rispondono ‘noi possiamo fare questo’, ma Gesù indica ad un orizzonte nuovo. Propone loro una via diversa, contro corrente rispetto alle mire umane di affermazione e supremazia:  “sapete che coloro che sono ritenuti capi delle nazioni le dominano e i loro grandi esercitano su di esse il potere. Fra voi però non è così; ma chi vuol essere grande tra voi si farà vostro servitore, e chi vuol essere il primo tra voi si farà servo di tutti”.

In queste parole si può ritrovare una descrizione della via di Gesù, quale strada del servizio e del dono di sè per tutti. Nella sua prassi egli attua la missione del ‘servo’: “Il Figlio dell’uomo infatti non è venuto per essere servito ma per servire e dare la propria vita in riscatto per molti”.

La sua via è accostabile a quella del servo, una figura che il secondo-Isaia vissuto nel tempo della fine dell’esilio aveva delineato nei suoi scritti. “Disprezzato e reietto dagli uomini, che ben conosce il patire”. Tuttavia il servo sofferente è come una pianta nel deserto e come una radice in terra arida. La sua vita arreca linfa nuova e porta fecondità. Benché egli sia sottoposto al disprezzo e alla condanna, proprio nel suo offrirsi per gli altri va compiendosi la salvezza di Dio. Il suo soffrire è dono della sua vita in rapporto a tutto il popolo e diviene esperienza di salvezza per tutti. “Il giusto mio servo giustificherà molti egli si addosserà la loro iniquità”. Marco nel suo vangelo presenta Gesù come colui che è venuto per servire e non per essere servito e legge nel suo progetto di vita il compimento delle caratteristiche del ‘servo di Jahwè’.

Marco raccoglie così un altro fondamentale insegnamenti di Gesù ai suoi lungo la via: si tratta di fare proprio il suo destino. La sua proposta è un modo alternativo di vivere i rapporti. In contrasto con la ricerca dei primi posti Gesù invita a vivere nella gratuità del servizio. La via che Gesù ha seguito apre liberazione dalla schiavitù e dalla morte per tutti. Su questa via chiama i suoi a seguirlo.

Alessandro Cortesi op

Egli ama la giustizia e il diritto; dell’amore del Signore è piena la terra

Una lettera è stata inviata a firma dei ministri degli esteri di dodici paesi europei alla Presidente della commissione europea Ursula von der Leyen il 7 ottobre scorso. I sottoscrittori comprendono non solo i quattro Paesi componenti il cosiddetto gruppo di Visegrad (Polonia, Rep. Ceca, Slovacchia e Ungheria) nei quali da tempo si stanno attuando misure che vanno contro principi dello stato di diritto a fondamento dell’Unione Europea, ma anche da altri Paesi quali Danimarca, Austria, Lituania, Lettonia, Estonia, Bulgaria, Grecia, Cipro. La lettera esprime una chiara posizione di preoccupazione unicamente per la difesa della sicurezza e di lettura delle migrazioni quale fenomeno di minaccia e di attacco. Chiede altresì  scelte legislative per contrastare ciò che  viene indicato come tentativo di sfruttamento della migrazione illegale da parte di Paesi terzi ed altre “minacce ibride” (così nel testo) ai Paesi della Unione europea.

La situazione dello sfruttamento della migrazione da parte di Paesi terzi può essere riferita a quanto sta accadendo al confine tra la Bielorussia e la Polonia dove i migranti sono diventati uno strumento utilizzato dal dittatore Lukaschenko per fare pressione sulla Polonia e sull’Europa a causa delle sanzioni decise a seguito della brutale repressione degli oppositori dopo l’elezione presdienziale rubata nel 2020. Vengono così spinti al confine dalle milizie bielorusse ma si trovano di fronte uno spiegamento massiccio dell’esercito della Polonia che li respinge in modo tale che si ritrovano così intrappolati e in condizioni di abbandono fino a dover affrontare la morte.

Nella lettera si chiedono modifiche al Codice frontiere Schengen e al Regolamento UE 2016/399 per indicare chiare azioni in caso di un “attacco su larga scala di migranti irregolari” promosso da un paese terzo e si giunge a proporre l’innalzamento di barriere fisiche di protezione delle frontiere esterne dell’Unione in modo permanente. Il tono della lettera ed il linguaggio utilizzato affrontano la situazione dei migranti secondo una logica militare, senza alcune considerazione etica e giuridica della condizione umana di coloro che si trovano nella condizione di profughi e cercano rifugio. Ma in particolare in nessun modo viene compresa la possibilità di garantire il diritto di richiedere protezione a asilo – diritto fondamentale riconosciuto nell’Unione – e il principio del non respingimento dei migranti previsto dalla Convenzione internazionale di Ginevra. Addirittura si lascerebbe spazio libero ai respingimenti collettivi che non solo diverrebbero possibili ma costituirebbero secondo le richieste di questi dodici Paesi, l’attitudine ordinaria e normale. La eliminazione del diritto di asilo e la pratica del respingimento aprirebbero alla ordinaria attuazione dell’uso della violenza sui migranti che si affacciano alle frontiere cercando di entrare.

Così osserva Gianfranco Schiavone: “ciò che è stato messo nero su bianco è … un tentativo di sovvertire principi fondamentali dell’ordinamento democratico dell’Unione, talmente inaudito che ritengo verrà esaminato dagli storici che studieranno la nostra epoca come uno dei più significativi manifesti ideologici del neo autoritarismo del XXI secolo” (G.Schiavone, I gendarmi d’Europa vogliono cancellare il diritto d’asilo, “Il riformista” 12 ottobre 2021).

Tutto questo avviene mentre proprio l’Unione Europea ha attuato da tempo accordi con paesi terzi  – ad esempio con la Turchia o nell’accordo tra Italia e Libia con il finanziamento della cosiddetta guardia costiera formata da milizie criminali che attua respingimenti – per far sì che i migranti rimangano bloccati e non giungano alle frontiere.

Alcune testate come “Avvenire” e “The Guardian” insieme al progetto Lighthouse Report (progetto di giornalismo collaborativo sorto in Olanda) attestano che è in atto una violenta campagna condotta da uomini a volto coperto per respingere i richiedenti asilo alle frontiere dell’Unione europea. Non si tratta di vigilanti mascherati ma di forze di polizia che fanno riferimento ai governi dei Paesi UE. Sono operazioni negate in pubblico ma finanziate e attuate con i soldi della UE.

L’inchiesta pubblicata il 6 ottobre 2021 da un team di giornalisti di ARD, Lighthouse Report, Novosti, RTL Croatia, Spiegel, SRF  documenta 11 operazioni di respingimento avvenute tra il maggio e il settembre 2021 con video sulla inaudita violenza attuata con trattamenti disumani degradanti verso le persone migranti (cfr. L.Rondi, Respingimenti sulla rotta balcanica: l’inchiesta che smaschera la polizia croata e l’Ue, “Altreconomia” 8 ottobre 2021). Su Avvenire del 7 ottobre us sono state pubblicate le impressionanti immagini di tali respingimenti attuati sistematicamente e con violenza al confine tra Croazia e Bosnia. “I governi dell’Ue – scrive Lighthouse – negano l’esistenza di una violenta campagna condotta da uomini a volto coperto per respingere i richiedenti asilo alle frontiere dell’Unione’. Ma l’esito dell’inchiesta giornalistica ‘smaschera questi gruppi, rivela chi li comanda e li finanzia. Il nostro report – aggiungono i giornalisti – mostra che queste ‘forze clandestine’ non sono vigilanti mascherati, ma unità di polizia che riferiscono ai governi dell’Ue. Le operazioni sono negate in pubblico ma finanziate ed equipaggiate dai bilanci dell’Unione Europea” (N.Scavo, Le prove dell’operazione segreta per respingere i profughi dall’UE, “Avvenire” 7 ottobre 2021). Le azioni di analoghi eserciti-ombra sono state individuate anche in Romania e in Grecia. Così al confine tra Bielorussia e Lituania è attestato che molti profughi sono morti per abbandono e mancanza di soccorso nelle foreste sul confine (cfr. il reportage dal confine tra Lituania e Bielosussia di N.Scavo, Famiglie di profughi isolate nei boschi. ‘Non abbiamo più cibo, moriremo, “Avvenire” 13 ottobre 2021).

La rete Border violence monitoring network (BVMN) ha documentato i respingimenti a catena che si verificano da Austria e Slovenia. Ma anche l’Italia è coinvolta in questo disegno di progressiva militarizzazione dei confini, con un accordo di cui non sono stati resi i contenuti con la polizia slovena per pattugliamenti misti sulla frontiera in cui le persone intercettate, senza avere possibilità di incontrare un avvocato o di presentare richiesta di asilo, sono deportate con respingimenti a catena, in Croazia e successivamente in Bosnia.

Appare come tali azioni di respingimenti violenti, condotte in modo illegale e in palese violazione dei regolamenti della UE e del Codice Frontiere, costituiscano una sorta di esperimento per quello che potrebbe essere una decisione politica di chiusura delle frontiere ai migranti e rifugiati che viene esplicitamente richiesta dalla lettera dei dodici Paesi su menzionata.

Sono orientamenti che fanno scorgere un ritorno drammatico dell’Europa alle pagine più buie della storia vissute nel secolo scorso. E’ un processo già in atto da tempo e attuato nelle politiche di rifiuto o impedimento al prestare soccorso in mare lasciando spazio ai respingimenti attuati dalle milizie libiche, e negli accordi per rinchiudere i migranti nei campi che costituiscono una forma di carcerazione e tolgono ogni speranza a chi cerca un futuro di dignità e protezione.

Ogni passaggio di questa discesa nella barbarie che non riconosce più nei profughi degli esseri umani, dovrebbe suscitare indignazione e reazione dettate dal riconoscimento di diritti umani fondamentali posti a fondamento della stessa esistenza della UE e dal senso di umanità e della cura che sole possono aprire un futuro e possibilità di convivenza per tutti.

Alessandro Cortesi op

XXVIII domenica del tempo ordinario – anno B – 2021

Sap 7,7-11; Eb 4,12-13; Mc 10,17-30

“Maestro buono, che cosa devo fare per avere la vita eterna?”. Una domanda apre un dialogo con Gesù. Questo tale che lo interroga esprime il desiderio di ognuno che si lascia toccare dal desiderio di dare un senso autentico alla propria vita. Questo ‘tale’ ha condotto una vita di impegno dal punto di vista religioso, nell’osservanza dei comandamenti, e presenta il profilo di un credente che ha camminato secondo la legge: un uomo buono, con apertura sincera a vivere la vita in modo significativo per sé e per gli altri. Gesù manifesta verso di lui sentimenti di ammirazione e simpatia: il suo sguardo è di sintonia e di amore: “Fissatolo lo amò…”. E la sua risposta apre ad una scelta da vivere: “una cosa sola ti manca: va’ vendi quello che hai e dallo ai poveri e avrai un tesoro in cielo; poi vieni e seguimi”. La ‘cosa che manca’ ha a che fare con la condivisione di quanto si ha: ricchezze materiali ma anche ricchezze di vita. Gesù indica la via del farsi solidali con i poveri, del condividere per entrare in una dimensione nuova, autentica nel rapporto con lui. Propone di lasciarsi sgravare da ciò che situa la vita nell’orizzonte del possesso e del mantenere per aprirla ad una scioltezza che permette di ‘venire e seguire’ lui.

Questa pagina è stata letta nella tradizione cristiana come indice di una chiamata particolare solamente per pochi. Si tratta invece di una chiamata che Gesù nel suo cammino rivolge a tutti per seguirlo: Marco infatti nel vangelo situa questo incontro dopo aver parlato del progetto di Dio sul rapporto tra uomo e donna. Ora si tratta del rapporto con i beni e con ogni genere di ricchezza. I molti beni imbrigliano e opprimono e solamente nella condivisione possono lasciare la vita aperta e non soffocata. Quel tale “se ne andò via afflitto perché aveva molti beni”. Non sappiamo se in seguito iniziò a seguire Gesù: è una storia che rimane aperta e sospesa, segnata da questo invito. Ma questo passaggio del vangelo indica ai discepoli che una vita autentica deve passare per un rapporto nuovo con i beni: “Quanto difficilmente coloro che hanno ricchezze entreranno nel regno di Dio… è più facile che un cammello passi per la cruna di un ago, che un ricco entri nel regno di Dio”. Questo cammello è stato variamente interpretato: forse una corda utilizzata sulle barche dai marinai oppure una porta stretta della città di Gerusalemme detta ‘cruna d’ago’, ingresso aperto quando le altre porte erano chiuse o ancora riferimento ad altro: l’immagine in ogni caso è finalizzata ad aprire il cuore dei discepoli ad una scelta nel vivere la sequela di Gesù, per tutti. La reazione è a questo punto di smarrimento e di paura: “e chi mai si può salvare?”.

Gesù propone ancora una volta un affidamento senza riserve a Dio, trovando in lui la forza per vivere rapporti nuovi sin d’ora: legami di fraternità e sororità che fanno scorgere gli altri come parte di un noi sempre più grande. La pretesa di salvarsi con le sole proprie forze e di considerare la salvezza un progetto umano è fallimentare: “Impossibile presso gli uomini, ma non presso Dio! perché tutto è possibile presso Dio”: è questo il grande annuncio della salvezza come opera del Dio che viene e per primo ci ha amati (cfr Lc 1,37). Il senso autentico della nostra vita non si compie nei termini di sicurezza, conquista accumulo o possesso, ma secondo la logica dell’affidamento, del dono, della condivisione. La salvezza non è solo orizzonte da attendere nel futuro ma da scorgere in una vita liberata sin da ora.

Da qui sorge un modo diverso di usare ogni bene e la possibilità di rispondere all’invito di Gesù a condividere con i poveri ed a seguirlo lungo la strada che lui ha percorso.

Alessandro Cortesi op

Un momento di verità

“Dagli anni 70 un punto particolare è da sottolineare: fino agli inizi degli anni 2000 vi è una indifferenza profonda, una indifferenza totale ed anche crudele nei confronti delle vittime”. “Per me la cosa più terribile è stata aver visto il male assoluto, la violazione dell’integrità fisica e psichica di bambini. Un’opera di morte, perpetrata da persone con la missione di portare vita e salvezza”. Con queste parole François Devaux, presidente dell’associazione di vittime di abuso  ‘La parola liberata’, è intervenuto nella conferenza stampa di presentazione delle conclusioni del rapporto sugli abusi sessuali nella chiesa in Francia dal 1950 ad oggi.

Il 5 ottobre us è stato infatti presentato il rapporto della commissione indipendente sugli abusi sessuali nella Chiesa cattolica (Ciase), richiesto dalla Conferenza episcopale di Francia (CEF) e dalla Conferenza delle religiose e dei religiosi di Francia (Corref).

La commissione è stata presieduta da Jean-Marc Sauvé, ex vicepresidente del Consiglio di Stato, che ha guidato i lavori. In un’intervista alla BBC egli ha detto che la commissione si attendeva un numero di qualche migliaio di soggetti coinvolti, tuttavia man mano che gli ascolti procedevano si sono rivelate proporzioni sconcertanti del fenomeno. La commissione è giunta ad accertare dal 1950 ad oggi la presenza di 216.000 vittime (che oggi hanno 18 o più anni) che hanno subito violenze sessuali e abusi da parte di un prete, di un diacono o di un religioso. Se si aggiungono gli abusi attuati da persone nell’ambito ecclesiale, come ad esempio personale scolastico, catechisti, animatori di movimenti giovanili e altro si giunge alla stima di 330.000 vittime. Sono cifre impressionanti che suscitano sconcerto e indignazione. Jean Marc Sauvé ha detto: “La Chiesa cattolica è, al di fuori delle cerchie familiari e amicali, l’ambiente in cui la prevalenza di violenze sessuali è la più elevata”.

L’inchiesta è stata condotta in due anni e mezzo di lavoro ed ha posto in luce che dal 1950, un  numero compreso tra 2900 e 3200 preti, diaconi e religiosi di accertata identità hanno inflitto violenze sessuali per lo più a minorenni o a maggiorenni vulnerabili (principalmente religiose, ma anche seminaristi). La commissione ha affermato che “un tasso attorno al 3% di chierici e religiosi autori di aggressioni sessuali costituisce una stima minima e una base di confronto pertinente con gli altri paesi”. Sono cifre che delineano un fenomeno diffuso e sistematico.

La reazione della chiesa istituzione a fronte di questo fenomeno è stata studiata nell’inchiesta dal sociologo e storico Philippe Portier, professore alla École pratique des hautes études. Dalla sua ricerca risulta che più della metà degli abusi (56%) si sono verificati negli anni ‘50 e ‘60 del secolo scorso. La gerarchia ecclesiastica ha innanzitutto operato in modo da difendersi dal possibile scandalo nell’intento di difendere l’istituzione con una attenzione rivolta ai preti aggressori e non prestando ascolto alle vittime, anzi spesso invitandole al silenzio. Nei due decenni successivi si è verificato il 22% degli abusi. In questo periodo l’attenzione ha visto una decrescita e solo negli anni ‘90 è iniziata una iniziale considerazione dell’esistenza delle vittime. Ma solo a partire dagli ultimi dieci anni è stato attuato un riconoscimento delle vittime, anche se in modo diseguale nella chiesa.

La commissione ha espresso un giudizio sintetico nei termini di ‘occultamento’ e “relativizzazione, se non negazione, con un riconoscimento solo molto recente, realmente visibile solo a partire dal 2015”. E’ quindi rilevato un fenomeno che coinvolge il sistema nel suo complesso: “l’istituzione ecclesiale non ha chiaramente saputo prevenire quelle violenze, né semplicemente vederle, e meno ancora trattarle con la determinazione e la precisione necessarie”.

La commissione ha indicato come l’impianto del diritto canonico vigente sia “ampiamente inadatto”, perché non pone alcuna attenzione alle vittime e neppure prende in considerazione le violenze sessuali. Esso non risponde “agli standard del processo equo e ai diritti della persona umana nella materia così sensibile delle aggressioni sessuali su minori”.

La commissione inoltre ha evidenziato alcuni elementi che hanno favorito la pratica degli abusi quali la sacralizzazione del prete, l’eccessiva valorizzazione del celibato, lo sviamento dell’obbedienza fino a cancellare la responsabilità di coscienza, la visione tabuistica della sessualità.

Riguardo alle misure poste in atto negli ultimi vent’anni dalla chiesa dopo che i primi casi di abusi erano stato resi noti suscitando una reazione pubblica, il giudizio della commissione è che esse sono state spesso prese in ritardo e “globalmente insufficienti”.

François Devaux rappresentante delle vittime, nella conferenza stampa ha denunciato “un tradimento della fiducia, della morale, dei bambini, dell’innocenza, del Vangelo, di tutto insomma”. Ha detto inoltre che “la chiesa non ha saputo vedere, non ha saputo ascoltare”. Dal 1950 al 2000, “le vittime non vengono credute, ascoltate, si ritiene abbiano un po’ contribuito a quello che è loro accaduto”. Ha avuto parole assai chiare rivolte alle istituzioni ecclesiastiche e ha indicato l’”estrema confusione del diritto canonico sulle responsabilità del vescovo”.

A conclusione del rapporto la commissione ha elencato 45 raccomandazioni per la chiesa sui temi: riforma del governo, aggiornamento del diritto canonico, maggiore attenzione nella selezione del clero, ridimensionamento del potere e del ruolo sacrale del prete. Esigenze che impongono una non ritardabile opera di riforma strutturale. Su tali ambiti si rende necessario un cambiamento.

Le reazioni ai lavori di questa commissione sono state di grande impressione. Vergogna e orrore ha manifestato il presidente della Conferenza episcopale francese, Eric de Moulins-Beaufort. Papa Francesco nell’udienza di mercoledì 6 ottobre ha menzionato l’inchiesta dicendo il suo dolore nell’aver appreso le notizie, e ha rivolto il suo pensiero “anzitutto alle vittime, con grande dispiacere per le loro ferite e gratitudine per il loro coraggio nel denunciare”. Anch’egli ha parlato di vergogna sua personale e della chiesa.

Due brevi riflessioni a margine di questi dati che rinviano ad un fenomeno di portata sistemica. Non è sufficiente manifestare il sentimento e la reazione di vergogna e nemmeno concentrare unicamente la preoccupazione sui doverosi risarcimenti alle vittime. Si deve condurre con lucidità la ricerca delle cause di fenomeni che affondano le radici in un tempo segnato dall’impostazione tradizionale della formazione dei preti e della vita delle parrocchie (gli anni 50 e 60) e che hanno avuto continuazione in forme diverse anche successivamente. Soprattutto sono da considerare le ragioni di una presenza così diffusa nella realtà ecclesiale di aggressori.

Appare come la questione del potere nella chiesa e la sacralizzazione di tale potere nella esaltazione della figura del prete  e nella mentalità del clericalismo assai diffuso costituisca una tra le principali cause. L’abuso infatti si delinea come espressione di un dominio violento sugli altri, sui più fragili, che vengono ridotti ad oggetti di utilizzo e consumo e costretti ad un silenzio senza uscita. Tale consapevolezza dovrebbe condurre a cambiamenti strutturali nella chiesa che investa un radicale ripensamento sulla figura del prete, sul modo di impostare i percorsi di formazione dei ministri e le dinamiche di rapporto tra i diversi soggetti ecclesiali nelle comunità e nei compiti di servizio.   

Un fondamentale passaggio è da attuare è il riconoscimento della voce delle vittime e il passaggio dalla considerazione degli abusi come peccato – con la preoccupazione rivolta a difendere l’aggressore e ad evitare scandali per l’istituzione – ad una considerazione del reato con l’apertura a riferirsi ai percorsi della giustizia civile e a collaborare con essi.   

Veronique Margron, suora domenicana presidente della Conferenza dei religiosi e delle religiose di Francia ha partecipato ai lavori della commissione e ha detto: «Si tratta di crimini contro l’umanità, che non invecchiano» con riferimento a quegli atti che preferisce non indicare non come pedofilia e abusi ma con il termine pedocriminalità. Nel suo libro Un moment de vérité (ed. Albin Michel 2019) aveva denunciato anche una errata cultura del segreto nella chiesa e aveva posto la questione di rivedere la nozione di peccato che ha permesso di non riconoscere la responsabilità dell’aggressore. Secondo la teologa questa crisi deve condurre la Chiesa a “rivedere la sua morale”, richiamando ad un’opera di riforma radicale. Accanto a questo si pone l’esigenza di un ripensamento di fondo della stessa visione della sessualità per “allontanarsi da un cristianesimo del codice a favore di un cristianesimo dello ‘stile’”, cioè ispirato allo stile di Gesù e al suo “modo di abitare il mondo con l’ospitalità, l’assenza di menzogna e la corrispondenza con lui”.

Certamente tale inchiesta può costituire occasione  di grande ripensamento e cambiamento e può aprire una nuova consapevolezza: p.Zollner, docente alla Gregoriana e consultore della commissione pontificia per la protezione dell’infanzia, ha chiesto che dopo la Francia anche in Italia sia condotta una ricerca per indagare realtà dell’abuso negli ultimi decenni.

È questa la prima modalità per dare ascolto alla voce delle vittime e per riconoscere come da loro può provenire una parola di verità per tutta la chiesa. Ed anche per superare il sistema clericale fondato sulla sacralizzazione del potere, sulla difesa dell’istituzione al di sopra della dignità delle persone che ha permesso il perpetuarsi di tali crimini e l’indifferenza crudele verso le vittime. E per una revisione della stessa funzione dei vescovi che hanno potuto coprire e difendere tanti aggressori. La domanda se una tale revisione sia possibile nella chiesa rimane aperta e drammaticamente sospesa.

Alessandro Cortesi op

XVIII domenica tempo ordinario – anno B – 2021

Es 16,2-15; Sal 77; Ef 4,17-24; Gv 6,24-35

‘E’ il pane che il Signore vi ha dato in cibo’. Mosè riconosce nel segno della manna un intervento del Signore. La manna è la risposta da parte di Dio al lamento del popolo, deluso e stanco nel cammino del deserto. La fame spinge a rimpiangere addirittura la situazione della schiavitù, purché il cibo sia assicurato. Così il popolo ‘mormora’, vive ribellione e sospetto contro un Dio che l’ha condotto nella condizione insopportabile del deserto. E’ disposto a rinunciare la libertà per saziare la fame. Le quaglie  e la manna provengono dall’iniziativa di Dio: sono sì un dono, ma anche una sfida per riconoscerlo come unico Signore. La mormorazione è espressione dell’idolatria che dimentica la signoria di Dio e l’orizzonte dell’alleanza: è rinuncia ad affidarsi e anziché riconoscere il Dio vicino, cercare altre fonti di sicurezza. La manna è offerta quale segno di fronte alla ribellione, un segno che indica di scorgere la provvidenza di Dio che non dimentica il suo popolo: potrà essere raccolta solamente per la razione di un giorno. E la manna è cibo per camminare, per continuare un viaggio che è iniziato come dono di liberazione e continua. Il cammino potrà aprirsi unicamente nell’affidamento al Dio vicino sorgente di ogni bene.

Il capitolo 6 del IV vangelo riprende il segno dei pani. Gesù osserva: “voi mi cercate non perché avete visto dei segni, ma perché avete mangiato di quei pani e vi siete saziati. Procuratevi non il cibo che perisce, ma quello che dura per la vita eterna, e che il Figlio dell’uomo vi darà” (Gv 6,26-27) E’ un invito ad interrogarsi sulla ricerca: Gesù critica una ricerca finalizzata ai propri bisogni e orienta a superare le attese immediate per aprirsi ad una ricerca più profonda: il segno dei pani distribuiti rinvia alla sua stessa vita. E per questo chiede di affidarsi a lui. “Che cosa dobbiamo fare per compiere le opere di Dio?’ Gesù rispose: ‘Questa è l’opera di Dio: credere in colui che egli ha mandato’” (Gv 6,28-29).

Il segno del pane ricorda il dono della manna nel deserto.  “In verità, in verità vi dico: non Mosè vi ha dato il pane dal cielo, ma il Padre mio vi dà il pane dal cielo, quello vero; il pane di Dio è colui che discende dal cielo e dà la vita al mondo” (Gv 6,2-33)

La vita intera di Gesù si riassume nel ‘darsi’. Viene così suggerito un cammino del credere: è innanzitutto accogliere Gesù e riconoscere in lui l’inviato del Padre. La manna è segno per indicare un percorso di fede. Gesù ora presenta se stesso come pane, nutrimento che dona senso all’esistenza ed apre a nuovo cammino.

Alessandro Cortesi op

Contro la fame

Il segno dei pani ricorda come Gesù sia attento alle esigenze concrete delle persone, come il suo agire sappia essere ascolto del grido di sofferenza che sorge dalla ferita che trafigge l’esistenza. Il suo sguardo non si posa su casi da affrontare con distacco, ma si lascia toccare dall’unicità delle persone, con le loro fatiche, le loro attese e speranze. Si lascia interrogare dai volti. Alla fame e al bisogno di pane Gesù risponde facendo in modo che vi sia pane per tutti e suggerisce come nel distribuire, nel condividere quel poco che c’è, si può attuare un processo nuovo, che conduce ad una sovrabbondanza inattesa.

Ma anche il suo ritrarsi e il suo fuggire perché volevano farlo re indica qualcosa d’importante: Gesù non vuole assecondare una ricerca che rinserra la vita nell’interesse immediato. Contrasta tutto ciò che rinchiude la vita entro gabbie che non le consentono apertura a dimensioni profonde. C’è la fame di pane, ma ci sono anche altre fami a cui dare ascolto. C’è la fame di nutrimento ma la vita non può essere nutrita solo di cibi o di cose. C’è un vuoto che va accolto e rinvia alla fame di libertà, di amore, di relazioni autentiche, di bellezza, di rapporti di giustizia tra le persone e i popoli, di pace.

La pretesa di una felicità che sta solamente nell’avere e nel consumare è grande illusione. Lo ricordava Herbert Marcuse – di cui ricorre in questi giorni il 40 anniversario dalla morte – nella sua opera “L’uomo a una dimensione”, del 1964. Il modello sociale prodotto dall’industrializzazione che pretende di assorbire ogni aspetto della vita umana la riduce al solo bisogno di avere e di consumare senza alcuna apertura ad una libertà che è il l’anelito più profondo del cammino umano. Si acconsente così a divenire vittime di una repressione che mantiene la vita nell’unica dimensione del consumo e della sola possibilità di scegliere oggetti doversi da consumare.

L’attenzione alla fame che ancora segna la vita di gran parte dell’umanità e l’impegno a ricordare le tante dimensioni della vita umana con tante attese e fami apre all’esigenza di un cambiamento radicale del modo di vivere.

Ricorda papa Francesco: “Questa pandemia ci ha posti di fronte alle ingiustizie sistemiche che minano la nostra unità come famiglia umana. I nostri fratelli e sorelle più poveri, e la Terra, la nostra Casa Comune che «protesta per il male che le provochiamo, a causa dell’uso irresponsabile e dell’abuso dei beni che Dio ha posto in lei», esigono un cambiamento radicale. Sviluppiamo nuove tecnologie con le quali possiamo accrescere la capacità del pianeta di dare frutti, e tuttavia continuiamo a sfruttare la natura al punto di renderla sterile, ampliando così non solo i deserti esteriori ma anche i deserti spirituali interiori. Produciamo alimenti sufficienti per tutte le persone, ma molte restano senza il loro pane quotidiano. Ciò «costituisce un vero scandalo», un crimine che viola diritti umani fondamentali. Pertanto, è dovere di tutti estirpare questa ingiustizia mediante azioni concrete e buone pratiche, e attraverso politiche locali e internazionali audaci” (messaggio al pre-summit sul Food System Summit 2021, 26 luglio 2021.

Alessandro Cortesi op

XVII domenica tempo ordinario – anno B – 2021

2Re 4,42-44; Ef 4,1-6; Gv 6,1-15

Il profeta Eliseo di fronte  ad una offerta di primizie recate a lui come uomo di Dio invita a compiere una distribuzione nel dare pani alla gente. «Dallo da mangiare alla gente. Poiché così dice il Signore: “Ne mangeranno e ne faranno avanzare”». I venti pani d’orzo e grano novello, cibo dei poveri, sono distribuiti ad un gran numero di persone e per tutti ce n’è a sufficienza: non solo tutti poterono mangiare ma i pani distribuiti sono sovrabbondanti e ne avanzano, secondo la promessa del Signore. La parola del profeta lascia spazio al compiersi di quello che vuole il Signore: pochi pani sono poca cosa eppure il dono, il metterli a disposizione sfama tanta gente. Quel poco rivela nell’essere distribuito una sorprendente abbondanza.

L’intero capitolo 6 del IV vangelo si svolge attorno al segno dei pani. Gesù compie segni sugli infermi, segni che indicano un mondo nuovo, la cura perché chi soffre abbia vita. E c’è una gran folla. Gesù è preoccupato di dare da mangiare: è attenzione concreta, immediata, risonde ad una attea e ad una fame che sa leggere in quei volti davanti a lui. «Dove potremo comprare il pane perché costoro abbiano da mangiare?» Filippo si fa portavoce del dubbio di poter sfamare tante persone anche andando a comprare il pane:  la folla è immensa – sono indicate cinquemila persone – e il denaro non basta. Ma c’è un piccolo gesto che interrompe una situazione senza speranza. E’ la disponibilità di un ragazzo: cinque pani e due peci che vengono messi a disposizione. “Gli disse allora uno dei suoi discepoli, Andrea, fratello di Simon Pietro: «C’è qui un ragazzo che ha cinque pani d’orzo e due pesci; ma che cos’è questo per tanta gente?». Andrea scorge l’insignificanza e la pochezza di quei pani e dei pesci. Ma quel gesto di donoè accolto e continuato da Gesù che apre spazio ad una distribuzione senza limiti. “Gesù prese i pani e, dopo aver reso grazie, li diede a quelli che erano seduti, e lo stesso fece dei pesci, quanto ne volevano”. Lui stesso comincia a distribuirli. Attorno ai tre gesti del prendere, ringraziare, dare si genera l’impossibile, l’inatteso. Quel poco diviene corrente inestinguibile che viene incontro alla fame di tutti. Dall’accoglienza, nel ringraziamento, nella condivisione di un dare senza riserve e senza trattenere sorge una realtà nuova. 

Il racconto di questa distribuzione porta a scorgere quell’esperienza così presente nella vita di Gesù, il mangiare insieme con gli altri: un pasto comune diviene oggetto di una lettura che lo rende un racconto di segno con riferimenti rilevanti alla cena eucaristica, e ai gesti di Elia e di Eliseo.

Il IV vangelo presenta infatti l’episodio dei pani in un luogo distante dai centri abitati e lo colloca temporalmente in riferimento alla Pasqua vicina.  Sono allusioni all’episodio della manna e delle quaglie nel deserto (Es 16; Num 11) e alla figura del profeta atteso come Mosé che avrebbe rinnovato il miracolo della manna.

Gesù stesso distribuisce il pane ed invita a raccogliere quanto è avanzato perché nulla vada perduto. I canestri in cui vengono raccolti i pani avanzati sono dodici, un numero che si riferisce alle dodici tribù del popolo d’Israele orientato a comprendere  l’intera umanità.

Di fronte al segno dei pani però da parte della folla sorge un’incomprensione: riconoscono in Gesù un profeta e vogliono prenderlo per farlo re: “Ma Gesù, sapendo che stavano per venire a prenderlo per farlo re, si ritirò sulla montagna tutto solo”. Gesù prende le distanze da una ricerca di un messia che corrisponde ai bisogni ed è visto come soluzione ai problemi immediati.

Il segno dei pani è richiamo esigente ad un modo nuovo di vivere nella linea della condivisone della distribuzione. Gesù stesso nel gesto di distribuire i pani manifesta il suo volto. E’ lui stesso pane della vita (Gv 6,35): “Io sono il pane della vita: chi viene a me non avrà più fame e chi crede in me non avrà più sete”.

Alessandro Cortesi op

Pane e fame

Un recente rapporto di Oxfam riporta i dati sulla fame nel mondo in questo nostro tempo. A distanza di un anno mezzo dall’inizio della pandemia emerge da questo dossier come si sia verificata una crescita sorprendente del numero di persone che nel mondo vivono nel rischio di una carestia. Sono 155 milioni di persone sulla terra che non hanno una situazione alimentare sicura. Il loro numero è cresciuto di 20 milioni rispetto al 2020.

Il rapporto indica come “il virus della fame” si stia moltiplicando perché le persone che rischiano di morire per la fame sono quasi il doppio di quelle che sono vittime del contagio della pandemia Covid.

Le cause della condizione di fame nel mondo sono sintetizzate in tre ‘C’. La prima è infatti quella dei conflitti. Quasi 100 milioni di persone in 23 paesi della terra si trovano a vivere in regioni in cui sono in atto  conflitti armati e violenza.

Le guerre non sono solo causa della fame ma tra guerra e fame è presente un rapporto di relazione, perché in molti paesi in cui sono presenti conflitti la mancanza di cibo viene utilizzata come un’arma: vengono lasciate popolazioni senza accesso all’acqua e a beni di prima necessità e vengono impediti gli accessi degli aiuti umanitari. 

La seconda causa è la diffusione del Covid-19 e la crisi economica aggravata dalla situazione della pandemia. In molti paesi del mondo è stato interrotto il ciclo della produzione di alimenti tra il 2020 e gli inizi del 2021 e contemporaneamente si è verificato un aumento della disoccupazione a livello globale. Ma anche le disuguaglianze nel poter accedere ai vaccini a causa degli interessi economici delle aziende farmaceutiche e delle politiche egoiste dei Paesi ricchi, sono un fattore che impedisce i processi di uscita dalla miseria per moltissimi.

Una terza causa è la situazione di emergenza climatica in atto alle varie latitudini, che costituisce una tra le principali ragioni che spinge le persone a lasciare la propria terra e la propria casa, costringendole nella condizione di sfollati interni o di rifugiati. Le situazioni di conflitto e di crisi climatiche hanno costretto 48 milioni di persone a fine 2020 a trovarsi nella condizione di sfollati interni. Nel rapporto si legge: “I disastri climatici sono stati i principali responsabili del fatto che quasi 16 milioni di persone in 15 Paesi hanno raggiunto livelli critici di fame” (p.8). Nel cosiddetto “corridoio arido” centroamericano (Guatemala, El Salvador, Honduras e Nicaragua) è registrato un rapporto tra aumento delle vittime per fame e delle situazioni di emergenza alimentare e disastri climatici. Nel 2020 vi sono stati 30 uragani climatici, con un incremento di circa il doppio di fenomeni rispetto all’anno precedente.

Ciononostante le spese militari sono aumentate e a livello globale ha registro un incremento di 51 miliardi di dollari. Si tratta di una cifra esorbitante, che grida scandalo al solo pensiero che equivale a sei volte e mezzo rispetto a quanto richiesto dalle Nazioni Unite per la lotta alla fame a livello globale.

Nel rapporto sono tristemente evidenziate ed elencate le regini della fame più terribile: sono innanzitutto lo Yemen, in cui è in atto da sei anni  un conflitto che ha conseguenze devastanti soprattutto sui bambini che muoiono per  malnutrizione e malattie. Nel Paese oltre 4 milioni di persone sono sfollati interni e vivono nella insicurezza alimentare. Una condizione aggravata da inondazioni e disastri climatici.

In Afghanistan vi è stato un aumento della fame estrema: “Non vi è esempio migliore di un Paese colpito dalle tre C letali: Covid-19, conflitto e crisi climatica. In Afghanistan la seconda ondata del virus, aggravata da un’impennata di violenza a seguito del ritiro delle truppe statunitensi, ha provocato forti perdite economiche, occupazione irregolare, massicci movimenti di sfollati e un forte calo delle rimesse” (p.11).

Vi è poi il Sud Sudan, un paese con età media della popolazione giovanissima, dove l’82 % degli abitanti vive tuttavia in una condizione di estrema povertà e circa 7,2 milioni di persone a rischio di fame. “Nella regione del Sahel Occidentale, comprendente Burkina Faso, Chad, Mali, Mauritania, Niger, Nigeria e Senegal, la curva della fame evidenzia un’impressionante impennata del 67%” (p.12).

In America del Sud è il Venezuela il paese in cui più del 90 % della popolazione non può accedere ad una alimentazione sufficiente. La situazione di crisi economica e l’inflazione crescente hanno generato nel Paese una crisi umanitaria.

Ma accanto a questi Paesi in cui sono in atto situazioni e sofferenze drammatiche di uomini donne e bambini che muoiono per fame, altre regioni si affacciano nella condizione di crisi alimentare: tra di esse il Brasile in cui la pandemia ha avuto diffusione devastante anche per le responsabilità del governo che non ha posto in atto strumenti per fronteggiarla. Da qui la interruzione di attività economiche ed altre disastrose conseguenze per la popolazione.

Anche l’India ha visto milioni di persone dover fronteggiare una drammatica mancanza di cibo e si è registrata la necessità di ridurre l’apporto di cibo per la maggior parte della popolazione. Anche la chiusura delle scuole  in cui milioni di bambini potevano ricevere un pasto quotidiano ha avuto come conseguenza il non poter sfamare questi piccoli.

Così pure il Sudafrica, benché fosse un Paese considerato sicuro inizia ad essere una regione in cui più di 24 milioni di persone soffrono l’insufficienza di cibo.

Lo sguardo a questa realtà nel mondo non può non richiamare ad un’impostazione diversa nelle politiche di produzione e distribuzione del cibo e soprattutto è un richiamo per un radicale cambiamento di stili di vita. In un mondo dove vi sarebbe il cibo per tutti, il fatto che innumerevoli persone soffrono per fame suscita una domanda che dovrebbe condurre ad una lotta innanzitutto contro l’industria e il commercio delle armi che alimentano i conflitti, ad un impegno per promuovere rapporti di solidarietà con i paesi vittime di politiche inique e ingiuste – con abolizione dei brevetti dei vaccini mentre la pandemia continua a diffondersi – e per contrastare i cambiamenti climatici che sono una delle cause di tale situazione. 

Alessandro Cortesi op

XV domenica tempo ordinario – anno B – 2021

Am 7,12-15; Ef 1,3-14; Mc 6,7-13

“Ed essi partiti … ungevano di olio molti infermi e li guarivano”

I dodici sono convocati insieme innanzitutto per ‘stare con Gesù’: “ne costituì dodici che stessero con lui”. Marco nel suo vangelo indica così il primo ed essenziale momento di un’esistenza di chi è inviato: è scoperta che tutto nasce dalla sua chiamata, da un incontro. Stare con lui è la prima missione a cui Gesù chiama i dodici, un passaggio non del fare ma del lasciarsi prendere da un dono di presenza e di comunità. Nello stare con lui i suoi amici scoprono poi quale è la strada su cui Gesù li precede e sono provocati a cambiare il loro modo di pensare. I dodici rinviano al numero delle tribù del popolo d’Israele. E’ il numero simbolo di una comunità che si allarga a comprendere un popolo vasto, il popolo di Dio aperto a tutti i popoli della terra. Soprattutto rinvia a scorgere la continuità con la vicenda del popolo d’Israele. Gesù non costituisce un gruppo che sostituisce il popolo d’Israele, popolo della chiamata e della promessa di Dio che permangono. Il grande raduno, sognato dai profeti, di cui il popolo d’Israele è primizia, è aperto a coinvolgere tutti i popoli della terra.

C’è poi un secondo movimento della vita degli apostoli: ‘chiamati per stare con Gesù’ ma anche “prese a mandarli a due a due e dava loro potere sugli spiriti impuri”. La parola e l’operare per portare vita, liberazione, per vincere il male sono i due ambiti di azione degli inviati.

‘Stare per andare’. Tale invio è per tutti nella comunità che Gesù voleva: non ha un termine, non trova conclusione e lo stile della missione è la povertà. “ordinò loro di non prendere per il viaggio nient’altro che un bastone: né pane, né sacca, né denaro nella cintura; ma di calzare sandali e di non portare due tuniche”. Non è solo richiamo a comportamenti sobri, più in radice esprime la scelta di seguire Cristo che si è fatto povero per noi.  Gesù richiama ad affidarsi al Padre che non fa mancare ai suoi figli la sua cura.

Al cuore dell’esistenza nel seguire Gesù sta non un progetto di dominio, ma un movimento di lasciare spazio all’altro, di spogliarsi di tutto ciò che appesantisce e non apre ad accogliere la cura del Padre. L’invio di Gesù non è per una conquista ma per una testimonianza del suo vangelo, bella notizia che libera e guarisce l’esistenza per ogni uomo e donna.

Alessandro Cortesi op

Direzioni della missione

Un breve testo tratto dall’opera di David Bosch, Transforming mission:

“La proclamazione del regno di Dio è il centro di tutto il ministero di Gesù. Nel suo tempo, periodo di dominazione straniera, prevaleva la concezione del Regno di Dio come una realtà totalmente futura, che avrebbe capovolto la situazione e dato il dominio a Israele. Gesù, invece, sottolinea due elementi. Primo, il Regno di Dio riguardava non solo il futuro, ma anche già il presente, si era reso vicino; qualcosa di totalmente nuovo stava avvenendo; la speranza di liberazione si faceva vicina, il futuro era già entrato nel presente. Secondo, il Regno di Dio giungeva dovunque Gesù vinceva il potere del male. Siccome il male assume forme diverse – malattia, morte, possesso del demonio, peccato, privilegi dei gruppi, emarginazioni, vendette – anche il potere di Dio assume forme diverse.

Non si comprende l’azione di Gesù verso gli emarginati se non si coglie ciò che per Gesù è il Regno di Dio. È soprattutto a quanti sono messi ai margini della società che Gesù offre la possibilità di una nuova vita, basata sulla realtà dell’amore di Dio: possono stare a testa alta, sono figli del suo Regno, Dio si prende cura di loro. Agli occhi dei contemporanei di Gesù, Satana mostrava sugli impossessati la sua capacità di spadroneggiare. L’attacco del Regno di Dio contro il male si manifesta, allora, particolarmente con le guarigioni e la cacciata dei demoni: se Gesù caccia i demoni “con il dito di Dio”, “è segno che il Regno di Dio vi ha raggiunti” (Lc 11,20).

Va notata la natura inglobante del Regno di Dio: Gesù tocca tutte le forme di alienazione e tutti i muri dell’inimicizia e dell’esclusione. Per lui non c’è opposizione tra salvare dal peccato e salvare da una malattia fisica: per noi salvare è diventato un termine esclusivamente religioso, mentre nei Vangeli è usato almeno 18 volte nel caso di guarigione delle malattie. Anche il termine perdono comporta significati che vanno dalla liberazione degli schiavi al condono dei debiti, alla liberazione escatologica e alla remissione dei peccati.

La manifestazione del Regno di Dio nell’azione di Gesù è politica, anche se non nel senso moderno del termine. Dichiarare “figli del Regno di Dio” i poveri, era esprimere un profondo scontento della situazione e un forte desiderio di cambiamento. Per le vittime della società, la fede nella realtà del Regno di Dio risultava come un movimento di resistenza al fatalismo e all’emarginazione. Il venga il tuo Regno doveva suonare alle autorità come un proclama chiaramente politico. Hanno, infatti, ritenuto sovversiva l’azione di Gesù e l’hanno eliminato”.

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