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commenti alla Parola della domenica e riflessioni

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V domenica di Pasqua – anno C – 2019

IMG_4263At 14,21-27; Ap 21,1-5; Gv 13,31-33.34-35

Al centro della pagina di Atti è posto l’impegno di Paolo e Barnaba: “dopo aver predicato il vangelo in quella città e aver fatto un numero considerevole di discepoli, ritornarono a Listra, Iconio e Antiochia rianimando i discepoli ed esortandoli a restare saldi nella fede”.

Paolo e Barnaba danno forza ed esortano. Invitano a resistere nel tempo della difficoltà. E’ l’esperienza della prima comunità ma è anche esperienza delle comunità di ogni tempo: la fatica della prova, il senso di insufficienza e incapacità, talvolta di inutilità di fronte ad opposizioni esterne e incomprensioni nel momento in cui si vive la fedeltà alla parola di Dio e alle sue chiamate. E’ la storia di tutti coloro che cercano di essere testimoni ed annunciatori con scelte coraggiose e nella libertà che la parola stessa suscita.

Paolo e Barnaba invitano a restare saldi. La vita cristiana non toglie la prova, anzi questa è esperienza che prima o poi si presenta. Non proviene dal di fuori, ma spesso si presenta come emarginazione, sospetto, contrapposizione ad opera di chi è preoccupato di fissare il vangelo in una religione, da parte chi cerca strutture rassicuranti, da parte di chi non ascolta il soffio dello Spirito e i segni dei tempi, impedendo di aprire porte perché la parola possa fare il suo corso, perdendo di vista il vangelo stesso.

Nel libro degli Atti Luca insiste sull’atteggiamento centrale di affidarsi alla grazia di Dio e non su altre sicurezze. E’ la fiducia nel Signore che può far andare avanti. E’ lui che apre nuove porte e strade e a noi richiede una disponibilità coraggiosa e libera. E’ lui che apre le porte al cammino della parola. Importante è un cammino comune, il riferirsi alla comunità, e l’apertura ad uscire oltre i confini serrati da porte chiuse: “Non appena furono arrivati, riunirono la comunità e riferirono tutto quello che Dio aveva compiuto per mezzo loro e come aveva aperto ai pagani la porta della fede”.

La pagina dell’Apocalisse orienta a guardare la nuova Gerusalemme, una città. La città santa è presentata nel quadro di un nuovo cielo e una nuova terra. Il mare – simbolo di ogni forza del male – non c’è più e la città assume il profilo di donna: come sposa illuminata mentre è pronta ad incontrare il suo sposo.

Apocalisse – un libro scritto nel tempo della prova e della grande persecuzione – invita a guardare oltre. Spinge a fissare lo sguardo sul fine della storia: non un giardino (il paradiso) ma una città sarà il futuro della vita. La città è costruzione umana, luogo del vivere insieme, incrocio di natura e di cultura, di ambiente e di opera umana, è incontro, costruzione e presenza di relazioni.

Al centro della città, detta ‘dimora di Dio con gli uomini’ sta la presenza di colui che ha per nome “Dio-con-loro”. L’Emmanuele (Mt 1,23; Is 7,14) Gesù è il Dio con noi: è il nome che ricorda la promessa di Gesù risorto, ‘ecco io sono-con-voi tutti i giorni fino alla fine del mondo’ (Mt 28,20). Questa città reca in sé qualcosa di nuovo e luminoso: le cose di prima sono passate, non c’è più la morte né lutto né lamento né affanno: un nuovo mondo iniziato.

Apocalisse, nel tempo della prova, richiama al grande progetto di Dio che è disegno di incontro e di pace, secondo il sogno di Isaia: ‘Tripudierò con Gerusalemme, gioirò con il mio popolo; mai più le lacrime mai più il lamento risuoneranno in lei. E costruiranno case e le abiteranno; e pianteranno vigne e ne mangeranno il frutto” (Is 65,19.21)

La pagina del vangelo indica la via che Gesù lascia ai suoi, il comandamento nuovo. Nel quarto vangelo la morte di Gesù è presentata in modo paradossale e spaesante come momento di ‘glorificazione’. Gesù manifesta la gloria di Dio proprio sulla croce perché lì, nel luogo del dolore e dell’ingiusta condanna si fa visibile l’amore che giunge sino alla fine: ‘avendo amato i suoi … li amò sino alla fine’.

Gesù lascia così ai suoi il nuovo comandamento che riassume e compie ogni altro comandamento: ‘amate come io vi ho amati’. Non si tratta tanto o solamente di seguire un esempio, ma di trovare in lui la forza di amare in tale modo. Gesù indica la via dell’amore quale strada per essere suoi discepoli: ‘da questo tutti sapranno che siete miei discepoli, se avrete amore gli uni per gli altri’. Vivere così, come lui ha vissuto, è già partecipare alla sua gloria.

E’ invito ad affidarci a lui, ad accogliere l’amore che non tiene per sé. E’ anche invito a riconoscere coloro che attuano questa sua parola come gli autentici discepoli di Gesù e lasciarci cambiare.

Alessandro Cortesi op

IMG_4273      Michelangelo, I prigioni – 1513 ca – Firenze Galleria dell’Accademia

Città

“L’abitare per me deve avere tre caratteristiche: va rafforzato dalla condivisione, dalla cooperazione, dalla corresponsabilità. Affinché la ricchezza dei pochi non impoverisca gli altri, in determinismo possessivo, che può rendere la convivenza davvero difficile e frammentata”.

Così mons. Bregantini ha presentato una sua riflessione sulla città al Festival biblico, suggerendo che riflettere sulla domanda come costruire città vivibili oggi significa ritornare a pensare e a costruire un abitare che significhi appartenenza a comunità in cui ci si prende cura:

“L’abitare è paradigma della consapevolezza di appartenere a una comunità, dove ci si prende cura dell’arte del noi, come vera rivoluzione dei nostri giorni, per progettare insieme un futuro sostenibile, libero dalla corruzione, a servizio della prossimità, fatto di fiducia sociale solida e reciproca. Sono le città che visita san Paolo, cittadino europeo, come Gerusalemme, Atene e Roma. Sono l’icona della teologia, dell’antropologia e della politica. Cioè, la bellezza di chi sa pregare (la teologia), la forza di chi progetta e pensa, come ad Atene, e la chiarezza amministrativa, come per Roma. Se l’Europa guarderà a questo triplice intreccio, sarà capace di avere futuro vero e solidale.”

Il pensiero non può non andare al futuro dell’Europa in un momento di profonda crisi di ogni progetto comunitario, nel tempo del prevalere degli egoismi nazionali, degli isolamenti tribali. Le scelte di costruzione delle città passano per una costruzione di una casa comune che sempre più dovrebbe vedere le città come soggetti che riportano al centro la preoccupazione propria di questi luoghi di vita insieme, intrecciata, di diversità e uguaglianza, in cui i legami sono concretezza e in cui l’altro non è numero ma volto.

Come ricordava Giorgio La Pira, già sindaco di Firenze e uomo dedito alla costruzione della pace nel mondo, in uno storico discorso del 1967 le città richiamano all’urgenza, all’imperativo di non fare la guerra, di non cedere alla logica della violenza devastatrice. Perché le città sanno cosa significa la distruzione e l’orrore dei bombardamenti e della devastazione procurata dall’odio che rende i vicini nemici e i lontani figure senza volto né nome.

Le città conoscono il dramma dell’annullamento dell’altro e della morte e sanno che tutto questo è negazione della vita di uomini e donne che solo nell’incontro e nella riconciliazione possono ritrovare se stessi. Le città, nel mondo globale e nell’età della guerra globale, unendosi, legandosi in relazioni di solidarietà, dovrebbero essere così baluardo di costruzione di una casa comune.

Così ancora Bregantini: “Il senso di essere comunità, infine, si avverte forte e vero solo quando consideriamo che la città è fatta di volti, di storie, di nomi, di incontri e non di numeri. Dove tutti siamo destinatari e artefici del bene comune. Dove nessuno è dimenticato, oscurato, emarginato. Dove la libertà non fa a meno della verità. Dove non è offuscata la sete di futuro, di pace, di giustizia. Dove la cementificazione non contagia il cuore. Dove il piccolo, come i borghi, sono laboratori di valori, di antichi mestieri, di tradizioni, di culture che si fanno linguaggi identitari di un popolo, di un territorio. La mia proposta è che nasca nelle nostre diocesi una vera pastorale della città, mirata a fondare la cultura dell’incontro, dell’accoglienza, dell’attenzione all’altro. Una pastorale della fraternità, tra le mani di laici testimoni del Vangelo che include. Una pastorale della città che si fa essa stessa punto di riferimento per il nuovo umanesimo, per la difesa degli ultimi, per la società della gratuità, pane spezzato dell’essere per l’altro. Dove la piccola Nazaret vale come la grande Gerusalemme! Perché “Polis” non è altro che relazioni fraterne, libere e forti!”

La fraternità, la cultura dell’incontro, l’apprendistato all’accoglienza e alla convivialità con chi diverso apre a nuovi orizzonti la costruzione di un ‘noi’ sempre da fare nuovamente e sempre in cammino. L’ospitalità come orizzonte. Sono questi i tasselli oggi così mancanti e dimenticati – e da recuperare urgentemente e a cui dar respiro – di una passione per la comunità che dovrebbe animare scelte di vita di chiesa e scelte politiche per ciascuna e ciascuno nella concretezza del proprio ambito di agire quotidiano.

Alessandro Cortesi op

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III domenica di Pasqua – anno C – 2019

IMG_4009At 5,27-32.40-41; Ap 5,11-14; Gv 21,1-19

La fede dei primi testimoni trova il suo senso e la sua chiave di lettura nella risurrezione, vero centro focale dell’esperienza cristiana.

L’apocalisse per indicare Gesù risorto usa l’immagine dell’agnello: è un agnello immolato che riceve onore e gloria da tutte le creature del cielo e della terra. Nel quarto vangelo Gesù muore mentre nel tempio venivano immolati gli agnelli per la cena pasquale ebraica. L’immagine dell’agnello ferito, ma in piedi, indica Cristo crocifisso e risorto, in cui risplende la gloria del Padre.

Nel libro degli Atti Pietro davanti al sommo sacerdote offre la sua testimonianza di fede centrata sulla pasqua: “Rispose allora Pietro insieme agli apostoli: ‘Bisogna obbedire a Dio piuttosto che agli uomini. Il Dio dei nostri padri ha risuscitato Gesù, che voi avevate ucciso appendendolo alla croce. Dio lo ha innalzato con la sua destra facendolo capo e salvatore, per dare a Israele la grazia della conversione e il perdono dei peccati. E di questi fatti siamo testimoni noi e lo Spirito Santo, che Dio ha dato a coloro che si sottomettono a lui”

Il Dio dei padri ha risuscitato Gesù, ed è lui ora capo e salvatore: Pietro parla della risurrezione come continuità di vita. Colui che è stato incontrato vivente dopo la morte non è un fantasma ma è il medesimo Gesù che ha annunciato la venuta del regno. Il suo annuncio si pone in fedeltà al disegno di salvezza del Dio dei padri nei confronti di Israele e di tutti i popoli.

Pietro per riferirsi alla risurrezione usa delle metafora. Parla di un ‘rialzarsi’ ma anche fa riferimento ad un innalzamento per opera del Padre: ‘Dio lo ha innalzato con la sua destra’. Sono linguaggi diversi per dire che la vita di Gesù Cristo appartiene ad una dimensione ‘altra’ da quella terrena. I cieli in alto si contrappongono alla terra in basso e Cristo ora vive in una dimensione diversa. L’evento della risurrezione va oltre l’esperienza umana: è irruzione della ita di Dio che tocca la storia. Pietro indica Cristo come vicino: è il medesimo Gesù di Nazareth. Nel contempo vive ora come l’innalzato: la sua presenza può essere incontrata in modo nuovo, nell’esperienza del credere.

Il quarto vangelo narra alcune apparizioni di Gesù dopo la Pasqua. In particolare la scena si svolge in tre momenti. All’inizio sta il presentarsi di Gesù a coloro che hanno seguito l’invito di Pietro ‘io vado a pescare’. Poi c’è il gesto di mangiare insieme con i discepoli sulla riva del lago; infine il dialogo con Pietro interrogato sull’amore: ‘mi ami tu?’.

La scena iniziale è posta in una atmosfera quotidiana con la presenza di sette discepoli individuati con precisione: Simon Pietro, Tommaso detto Didimo, Natanaele di Cana di Galilea, i figli di Zebedeo e altri due discepoli. Questi sono presentati nel momento in cui salgono sulla barca tornando alle loro attività consuete. E vivono il fallimento della pesca, ‘ma in quella notte non presero nulla’. Gesù si presenta sulla riva ma non è riconosciuto. Invita a gettare nuovamente le reti dalla parte destra. Nonostante molte interpretazioni possibili è forse augurio di bene (la destra simbolo di buona fortuna). Solamente di fronte alla meraviglia di una pesca abbondante il discepolo che Gesù amava scorge il volto di Gesù: è lui infatti che dice a Pietro: ‘E’ il Signore’ e Simon Pietro si getta incontro.

E’ questa una scena di riconoscimento in cui il quarto vangelo suggerisce che Gesù si rende vicino e presente, ma in modo nuovo e va riconosciuto in un modo nuovo di ‘vedere’: Gesù ora va incontrato con gli occhi della fede e dell’amore. La barca e la rete che non si spezza possono essere interpretati come simboli della chiesa che segue il suo Signore.

La condivisione nel mangiare insieme è poi gesto di comunione: Gesù chiede che il pesce pescato sulla sua parola sia portato insieme a quello già preparato insieme al pane sul fuoco. E ripete quei gesti che aveva lasciato loro come indicazione del senso dell’intera sua esistenza: ‘Prese il pane e lo diede a loro, e così pure il pesce’.

Il mangiare insieme allude all’esperienza liturgica in cui si incontra Cristo risorto nei segni che lui ha compiuto. Segue una terza scena attorno al dialogo tra Gesù e Pietro. Per tre volte Gesù ripete l’unica domanda sull’amore. E quasi il ripercorrere le tre volte in cui Pietro durante la passione negò di essere di quelli di Gesù. Alla fine Pietro dice: ‘Signore tu sai tutto, tu sai che ti amo’. Sono parole che esprimono come la radice della missione stessa di Pietro non sta nelle sue forze ma nel perdono di Gesù. La sua missione avrà fecondità e significato solamente se trasmette l’esperienza della gratuità accolta e nel seguire lui, unico pastore delle pecore (Eb 13,20).

Alessandro Cortesi op

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Le stelle di Lampedusa

“Gesù si avvicinò, prese il pane e lo diede loro, e così pure il pesce”.

Pietro Bartolo è un medico, è il medico di Lampedusa. Non l’ho mai incontrato personalmente ma chi l’ha incontrato può dire che Pietro è una di quelle persone che sembra di aver conosciuto da sempre, con cui poter instaurare un dialogo fatto di familiarità e di vicinanza, di quell’umanità vera che è nostalgia struggente oggi in tempo di cattiveria.

Leggere il suo libro Le stelle di Lampedusa (Mondadori 2018) è come entrare nel suo cuore, scorgere le sue preoccupazioni, il suo impegno, la sua disponibilità a vivere fino in fondo la condizione che Lampedusa ha vissuto orami da anni, essere l’isola dell’accoglienza, di quell’accoglienza faticosa tremenda e dolorosa dei profughi dal mare, dei migranti che sono stati gettati nella traversata del Mediterraneo dopo l’inferno della Libia, sui barconi e sui gommoni. Un testimone, Pietro, figlio di pescatori, pescatore pure lui, testimone di incontri con un’umanità sfruttata e disperata, un’umanità dolente e tenuta in condizione disumana e costretta a subire dopo il dramma del viaggio le difficoltà di vivere in un’Europa che esclude e rifiuta.

Testimone di un senso di impotenza e dell’urgenza di mettersi a disposizione oltre ogni limite delle forze per accogliere, spettatore di una vicenda mondiale che, nell’ignoranza e indifferenza dei più, genera ingiustizia e dolore, impoverimento di persone disperate che fuggendo dalle terre della guerra e della miseria si espongono a vivere percorsi fatti di orrore e desolazione fino alla morte.

La sua sensibilità lo conduce a percepire il dramma degli altri, dei bambini. Il suo libro parla soprattutto di bambini, delle loro storie, del loro dolore e dei grandi che ruotano attorno a loro. E dell’opera di Pietro nel farsene carico, fino a prenderli con sé, ma anche fino a sperimentare il senso profondo di impotenza:

”Migliorò, ma le sue condizioni erano comunque gravissime e a Lampedusa non avevano le attrezzature necessarie per curarlo bene. Allora lo indirizzai verso l’Ospedale dei bambini di Palermo. Ricordo il viaggio verso l’elipista e l’ultimo saluto. Stringeva in mano un coniglietto di peluche che gli avevano dato poco prima e che lui aveva ribattezzato ‘Battolo’. Prima di salutarci e decollare di novo, mi sorrise. E in quel preciso istante capii che quello, e solo quello, era il modo giusto per fare i conti con il senso di impotenza. Accogliere e curare. E nulla più” (p.39)

Le pagine del libro narrano di nomi, volti, persone con la delicatezza di chi, medico, sa che dietro ad un volto c’è una sofferenza palese o nascosta da ascoltare, da accompa-gnare, a cui dare spazio. La storia di Anila è struggente: questa bambina giunta sola e devastata aveva solamente notizia della presenza della mamma in Europa… ma l’Europa è grande. Una storia che sembrava giunta ad un possibile lieto fine, in breve tempo e in modo stupefacente, eppure dovette scontrarsi non più con gli orrori della Libia e dei viaggi in barcone, ma con le difficoltà delle leggi, del buco nero della burocrazia. “Aveva attraversato il Sahara e il Mediterraneo, era sopravvissuta a un naufragio e al carcere in Libia e ora era lì, ferma immobile, prigioniera di un’attesa insensata” (p.55).

Anila, una storia simile e diversa a quella di tanti altri bambini, ricordati da Pietro nel suo passeggiare la notte nell’isola avvolta dal silenzio.

“…preferisco pensare che le stelle stiano lì per proteggere le migliaia di bambini che ogni giorno si ritrovano ad affrontare viaggi disperati come quello di Anila. Autentici, coraggiosissimi eroi, capaci di sopportare il dolore e la paura pur di giungere a destinazione, con il sogno di rivedere i loro cari e vivere felici da qualche parte, in un Paese senza guerre o persecuzioni. Ecco perché mi piace tanto venire a passeggiare quaggiù la notte. Perché mi basta alzare lo sguardo per vederli tutti, i bambini che sono passati di qui, Favour, Mohamed, Akim… Le stelle di Lampedusa sono lì per loro” (p.87).

La storia di Anila che con il suo viaggio ha salvato anche la mamma è stata una storia anche di altre stelle, quattro donne che Pietro ricorda nel suo libro, suor Teresa, suor Letizia, Luisa e Monique. Nel libro racconta anche la storia di queste quattro donne straordinarie: le stelle di Lampedusa sono anche loro. E come loro tanti che accompagnano, in un fare silenzioso e indomito, in una terra di disperazione ed orrore, in un mondo segnato da cattiveria e disumanità, a rintracciare i semi di una speranza faticosa e fessure di luce. Come le stelle nel cielo della notte.

Alessandro Cortesi op

 

V domenica di Quaresima – anno C – 2019

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“Non ricordate più le cose passate, non pensate più alle cose antiche! Ecco, faccio una cosa nuova, proprio ora germoglia e non ve ne accorgete?”

La parola del profeta è incoraggiamento e speranza. Invita a non restare chiusi nel passato e a scorgere qualcosa di nuovo che sta nascendo nella storia, nonostante tutte le contraddizioni. E’ difficile scorgere una novità di bene laddove si vive in condizioni di prova e di morte. Il secondo Isaia, profeta di un tempo difficile, dell’esilio, indica un germoglio. E’ una novità che richiede occhi capaci di osservazione alle cose piccole… è sbocciare silenzioso e fragile che annuncia la bella stagione. Nel deserto indica la gioia della vita nascente al di là di tutto ciò che la contrasta. E’ questione di sguardo.

Il profeta annuncia così che nonostante la fatica del presente la tragica esperienza dell’esilio sta per finire e insieme finisce la paura della schiavitù, l’essere stranieri e oppressi. Invita a non lasciarsi rinchiudere in un ricordo angusto delle cose passate: la sofferenza, la distruzione, tutto ciò che pesa nel cuore.

E’ l’annuncio di un nuovo esodo, di un passaggio nuovo verso un futuro di vita e di speranza, di un nuovo incontro con il Dio liberatore. Dio è fedele alle sue promesse e anche nel deserto apre una strada, porta acqua nella desolazione: ‘Aprirò anche nel deserto una strada, immetterò fiumi nella steppa… il popolo che io ho plasmato per me celebrerà le mie lodi’.

Anche Paolo richiama la comunità di Filippi a distaccarsi da tutto ciò che è costrizione, paura, delusione. E parla di futuro. L’immagine della corsa nello stadio esprime la sua tensione nel correre con il riferimento a Gesù, per ‘conoscere la potenza della sua risurrezione, la partecipazione alle sue sofferenze, diventandogli conforme nella morte, con la speranza di giungere alla risurrezione dei morti’.

Paolo presenta così la vita come una corsa: non si pone come un arrivato, non ha già raggiunto il premio ma legge l’esistenza cristiana come un mettersi in movimento, come tensione verso il futuro di comunione con Cristo: “Dimentico del passato e proteso verso il futuro, corro verso la meta per arrivare al premio che Dio ci chiama a ricevere lassù, in Cristo Gesù”.

La pagina del vangelo è viva testimonianza dell’agire di Gesù. Anche Gesù apre futuro. Il suo sguardo è dono di vita per una donna, ferita dalla sofferenza e dall’essere ridotta ad oggetto, a pretesto per uan disputa di condanna. La sua identità è calpestata dal giudizio implacabile dell’ipocrisia maschile, di quegli uomini che intendono lapidarla. Le parole di Gesù sono una critica senza riserve nei confronti di chi si pone come paladino della moralità, giudice implacabile e negatore di ogni possibilità di cambiamento e di perdono: ‘Chi di voi è senza peccato scagli per primo la pietra contro di lei’.

Gesù risponde al tranello posto dai suoi accusatori non entrando nella discussione ma reagendo con il silenzio. Non c’è parola da dire laddove un volto è ridotto a oggetto per far valere una dottrina. Il suo scrivere con il dito per terra è atteggiamento che rimane enigmatico. Forse un riferimento ad un testo di Geremia: ‘Sulla terra verrà scritto chi ti abbandona, perché hai abbandonato il Signore sorgente di acqua viva’ (Ger 17,13). Non guardando più i volti si abbandona il Signore sorgente di vita. ‘Chi di voi è senza peccato scagli per primo la pietra contro di lei’. Gesù offre un modo nuovo di guardare la propria e l’altrui vita. Da quel momento si svolge il lento andarsene di tutti ed è posto in risalto il distaccarsi ‘uno per uno, cominciando dai più anziani fino agli ultimi’.

‘Rimase solo Gesù con la donna là nel mezzo’: non è solo un’indicazione spaziale. Nel profondo del suo cuore quella donna si trova ora di fronte a Gesù. E Gesù volge a lei il suo sguardo, non di giudizio e condanna, ma uno sguardo che coglie la ferita e l sua attesa. Nel suo essere sola davanti a lui lo può riconoscere come ‘Signore’, acqua viva della sua esistenza, suo futuro. Da lui accoglie non parole di condanna, ma la parola della misericordia e del perdono che fa rinascere e rende nuovi: ‘Donna, dove sono? Nessuno ti ha condannata? Ed essa rispose: Nessuno Signore. E Gesù le disse ‘Neanch’io ti condanno….’

Dopo che tutti se ne furono andati Gesù apre la possibilità di futuro nuovo; il suo sguardo di fiducia e di bene inaugura una storia nuova. Ogni esperienza di perdono è come il germogliare della Pasqua nelle nostre esistenze personali e nella vita dei popoli.

Alessandro Cortesi op

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Di famiglie e amore

Nei giorni scorsi un congresso internazionale sulla famiglia, tenutosi a Verona segnato da atteggiamenti e voci che si sono poste in termini di condanna e di disprezzo di altre esperienze, ha accentrato l’attenzione dei media. Tra le tante voci spesso scomposte e disordinate ne raccolgo due che mi sono state d’aiuto a scorgere come parlare di famiglia implica uno sguardo non arrogante e pretenzioso ma capace di scorgere come la realtà è più importante dell’idea, e capace di ascoltare i volti e le storie. Non solo, ma come ricorda Massimo Recalcati è al cuore del messaggio evangelico non tanto un modello fisso e illusorio, ma la sfida continua a vivere e attuare l’apertura all’altro come frontiera dell’amore che è sempre da ricercare nella vita con umiltà e scorgendo la propria insufficienza e il proprio limite nel saper fare comunità con altri.

Questa è la lettera inviata a Concita De Gregorio e ripresa nella sua rubrica da uno studente di 18 anni:

«Mi chiamo Paolo, sono uno studente di 18 anni, frequento il V liceo. Sto iniziando a leggere giornali, a seguire i telegiornali non perché abbia aspirazioni politiche ma per curiosità, informazione, per iniziare a conoscere il mondo oltre le frontiere del mio paesino.
Perciò tra i vari argomenti, uno che ho seguito è stato il congresso per la famiglia (o contro) a Verona.
Oggi, camminando in sala noto mio fratello Mattia di sette anni che sta scrivendo su una lavagnina giocattolo. Pensavo stesse disegnando qualcosa. Dieci minuti dopo mi accorgo che era alle prese con il suo “saggio” sulla famiglia, la nostra. Trascrivo qui, errori compresi: “La famiglia è la cosa più importantissima di tutto. Quindi a che serve la famiglia io lo so. Serve la compania. La compania pure voi. I vecchi sono certi da soli quindi avete capito che serve la famiglia, io celò. Vi dico tutti i nomi della mia famiglia: Emanuele, Papà, Mamma e Paolo questa gente fa quello che vuole».
Ciò che un bambino dice nasce dalla sua esperienza di vita quotidiana. Lui è mio fratello, ma i nostri papà sono diversi. Mia mamma ha divorziato anni fa, e poco dopo ha costruito una nuova famiglia, stupenda, unita.
Nonostante ciò, io e l’altro mio fratello, Emanuele, continuiamo a vedere regolarmente nostro padre. Questa è una dimostrazione tangibile, per tutti coloro i quali sostengono le famiglie tradizionali e la loro superiorità morale, che non è così. Mattia ha dimostrato con semplicità e sensibilità ciò che tra noi traspare; lui la chiama “compagnia”. Siamo una famiglia, e lui ci ama incondizionatamente, senza sapere il nostro orientamento politico o sessuale, cosa facciamo quando non siamo con lui; non gli importa che mio padre sia diverso dal suo, lo sa benissimo e non ci vede nulla di male. Poi conclude con: “Ognuno fa quello che vuole”. Questo inciso, abbastanza ambiguo, rimanda al fatto che, nonostante l’educazione rigida e intransigente di nostra madre, lei non ci ha mai negato di scegliere chi essere, cosa voler fare nella nostra vita, di voler bene a qualsiasi persona; ci ha insegnato a fare di noi il soggetto della nostra vita, e non l’oggetto di quella degli altri. Mattia lo ha già capito. Dovremmo imparare a pensare come loro, vivere come loro, fare in modo che la nostra anima infantile, se è ancora in noi, non si allontani e ci guidi verso un futuro migliore, o per lo meno felice» (Dalla rubrica Invece Concita, Mattia 7 anni: la mia famiglia è compagnia’, “La Repubblica”, 2 aprile 2019)

E Massimo Recalcati offre una riflessione sull’amore come derivante non tanto da una legge di natura quanto da una parola di amore: “L’amore non è mai, infatti, amore generico per la vita, ma è sempre amore di un nome. Senza il miracolo della parola che adotta la vita del figlio non esiste né padre, né madre, non esiste quella responsabilità illimitata che istituisce la genitorialità ben al di là delle leggi della natura. È così difficile da capire? Dovremmo davvero ridurre la forza sublime di questo straordinario gesto di adozione, frutto dell’amore dei Due, ad un mero meccanismo di cellule, ad un ingranaggio anonimo della natura o ad una mera necessità istintuale? Oppure dovremmo davvero pensare che questa responsabilità illimitata sia un privilegio esclusivo dei cosiddetti genitori naturali? Ma non è forse quello della genitorialità un gesto che eccede ogni legge della natura? Non è la forza nuda della parola di Dio — della sua grazia — che guarisce le matriarche dalla sterilità rendendo possibile la filiazione umana della vita? Possiamo davvero pensare — pensano davvero questo i sostenitori della famiglia naturale — che la generazione di un figlio sia un evento della natura, simile ad una pioggia o ad un filo d’erba? La vita umana non vive di istinti, ma si nutre della luce della parola.

(…) Quello che fa davvero la differenza è la legge dell’amore e non la legge della natura. È il cuore della predicazione cristiana. Dove questa Legge è operativa c’è rispetto per l’eteros, per la differenza assoluta dell’altro; dove invece questa Legge è assente c’è contesa, rivendicazione, distruzione dell’eteros. Vi sono famiglie che vogliono arrogarsi il diritto esclusivo dell’amore. Vi sono coloro che pensano che l’anonimato della legge della natura garantisca una buona genitorialità. Non si percepisce il carattere rozzamente materialistico di queste posizioni? In natura l’istinto organizza la vita da capo a piedi. Ma vale lo stesso per la vita umana? Esisterebbe un istinto genitoriale? Magari presente nei genitori naturali e assente in quelli adottivi? Non dovremmo forse imparare a ragionare al contrario? Pensare, per esempio, che tutti i genitori naturali dovrebbero guardare quelli adottivi per imparare cosa significhi donare se stessi in un rapporto senza alcuna continuità naturale, senza rispecchiamento. È così difficile capire che c’è padre e c’è madre, che c’è famiglia non perché c’è continuità di sangue o differenza anatomica degli organi genitali dei genitori, ma perché c’è dono, amore per l’eteros del figlio, assunzione di una responsabilità illimitata, esperienza incondizionata dell’accoglienza?” (Massimo Recalcati, La vera legge dell’amore, “La Repubblica” 31 marzo 2019)

Infine un richiamo alla concretezza di misure che possano veramente aiutare chi si trova a vivere nelle forme diverse l’avventura di fare famiglia. Alla domanda su quali siano le urgenze presenti di una situazione di grande sofferenza delle famiglie oggi a cui la politica non sta offrendo risposte così ha risposto – in un’intervista  a cura di Domenico Agasso jr. su Vatican Insider – Gigi De Palo, presidente del Forum delle Associazioni familiari, che ha deciso di non prendere parte al Congresso mondiale di Verona: «Ci stiamo pericolosamente assuefacendo al fatto che mettere al mondo un figlio sia la seconda causa di povertà nel Paese, che le donne siano costrette a scegliere tra il lavoro e la famiglia, che i nostri figli dovremo guardarli su Skype quando, in cerca di futuro, saranno costretti ad andare all’estero, che la discriminazione fiscale sia una triste costante. Credo che il vero problema di queste manifestazioni sia che, in conclusione, offrano alibi a tutti i politici che non hanno intenzione di fare nulla per la famiglia. Se ne parla, ma non si fa nulla, si riempiono le pagine di giornali di polemiche e non di proposte concrete per porre rimedio alle lacune decennali che vengono perpetrate di governo in governo. L’analisi la conosciamo bene: la famiglia è una risorsa e non un problema, ma dev’essere messa nelle condizioni di rendere per ciò che è»

Alessandro Cortesi op

I domenica di Quaresima- anno C – 2019

IMG_3443Dt 26,4-10; Rm 10,8-13; Lc 4,1-13

“Mio padre era un arameo errante; scese in Egitto… gli egiziani ci maltrattarono e ci imposero una dura schiavitù… Il Signore vide la nostra oppressione e ci fece uscire dall’Egitto… e ci diede questo paese, dove scorre latte e miele”.

Israele professa così la sua fede: non è un elenco di definizioni su Dio, ma è il racconto di una storia di schiavitù e di liberazione. In questa storia Israele ha incontrato il Dio vicino e liberatore. E’ un Dio che agisce, libera, ascolta il grido degli oppressi scende a liberarli. I suoi pensieri non sono i pensieri dell’uomo; eppure nello stesso tempo è il Dio che si prende cura dei più deboli.

La sua azione è descritta nei termini del far uscire dalla terra di oppressione: ‘ci fece uscire dall’Egitto’. Da qui sorge un camino per Israele e la terra diviene segno di fedeltà alla promessa.

Iniziare il cammino di Quaresima significa situarsi in questa storia, aprirsi a vivere un cammino di fede in ascolto di Dio che libera e salva. Il grido che saliva dal popolo d’Israele oppresso nella schiavitù d’Egitto continua oggi nel grido di tanti popoli. Quaresima è tempo di riscoperta di un cammino nel rapporto con Dio che fa uscire ancora.

Anche Luca nel suo vangelo presenta la scena delle tentazioni di Gesù: il suo racconto può essere letto in parallelo a Matteo che descrive tre momenti e tenendo presente quanto solamente accenna Marco che vede le tentazioni come chiave di lettura dell’intero cammino di Gesù.

Nella versione di Luca appare un elemento particolare: la conclusione delle tre tentazioni di Gesù non avviene su di un alto monte (come fa invece Matteo) ma sul pinnacolo del Tempio di Gerusalemme, al cuore quindi della città santa. La città di Gerusalemme ha per Luca un’importanza particolare: da lì tutto inizia, al cuore del tempio, con l’annuncio dell’angelo a Zaccaria, e a Gerusalemme tutto si compie nei giorni della passione e della morte.

Nel racconto delle tentazioni Luca intende comunicare che la prova non costituisce un momento passeggero ed unico nella vicenda di Gesù. E’ piuttosto un’esperienza che attraversa tutta la sua vita. E a Gerusalemme trova il suo culmine. Nel momento della morte Gesù si affida fino in fondo al Padre: ‘nelle tue mani affido il mio spirito’.

Così di fronte alle diverse ‘tentazioni’, la risposta di Gesù non è altro che un ripetere la sua fiducia e il suo affidamento in Dio Padre: “Solo al Signore tuo Dio ti prostrerai Lui solo adorerai”.

In primo luogo Gesù non risponde alle attese di chi vuole un salvatore che risponda alle esigenze immediate: ‘se tu sei figlio di Dio, dì a questa pietra che diventi pane’. Gesù non intende essere un messia funzionale alle richieste di risolvere i problemi della vita come la sussistenza.

La sua non è nemmeno la risposta ad un’attesa di potere, sia esso di natura politica o religiosa: ‘ti darò tutta questa potenza e la gloria di questi regni, perché è stata messa nelle mie mani e io la do a chi voglio. Se ti prostri davanti a me tutto sarà tuo’. Gesù rifiuta di essere un messia di tipo politico e del successo. Non si piega al potere che tutto vuole comprare con il denaro e con la propria arroganza.

Si oppone infine – ed è il terzo momento – a manifestarsi come un messia che suscita meraviglia: ‘se tu sei figlio di Dio, buttati giù’. Gesù rigetta di essere un messia che viene con potenza, con colpi di scena. I suoi gesti di bene, il suo agire attraversa il quotidiano ed invita a scoprire che l’incontro con Dio non è questione di eventi eccezionali, ma è vicino nel tessuto della vita. I suoi sono gesti di guarigione, di cura, di dono, di speranza. Per lo più sono attuati prendendo le distanze dalla folla che ricerca spettacolarità e prodigi. La sua scelta, il cuore della sua missione sta nell’essere un messia povero.

Luca pone l’episodio delle tentazioni di Gesù dopo aver indicato la sua genealogia che lo unisce ad Adamo: Gesù riprende nella sua vita la storia dell’umanità. Gesù indica il senso più profondo di questa storia nell’affidamento a Dio, il Padre di misericordia che salva e apre cammini di liberazione.

Alessandro Cortesi op

Marc Chagall L'ebreo errante 1923-25 olio su tela Musée du Petit Palais Ginevra      Marc Chagall, L’ebreo errante 1923-25 olio su tela – Musée du Petit Palais Ginevra

Un arameo errante

L’ebreo errante è figura che richiama elementi diversi e lontani. Alcuni risalgono ad antichissime leggende: nel suo profilo evoca la sorte di chi a causa di un atto sacrilego è costretto a pellegrinare nell’esistenza preso dal rimorso per il proprio peccato, come Caino. Per altri aspetti richiama le leggende attorno a figure presenti alla passione di Gesù e che lo offesero. In racconti medioevali come la Historia maior del benedettino inglese Matthew Paris del XIII secolo si trova il ricordo – proveniente dall’Armenia – di un certo Cartaphylus, portiere del palazzo di Pilato che aveva esortato Gesù a muoversi e che ricevette come risposta: “Io vado, ma tu aspetterai fino a che io ritorni”.

Attorno a questa figura si sviluppa in età medioevale la tradizione di un pellegrino dai contorni misteriosi e il racconto è utilizzato con forti accenti antiebraici. Dopo la Riforma soprattutto in Germania la leggenda trovò nuovo sviluppo in libri popolari. Nel Volksbuch tedesco, edito per la prima volta nel 1602 e più volte ripubblicato in diversi Paesi, compare la figura di un ebreo pellegrino dal nome Aashuerus con cinque soldi nelle sue tasche che si rinnovano: il suo vagare continuo per tutta l’Europa è un modo per manifestare la propria colpa, ma anche il proprio pentimento, senza mai trovare un porto di riposo al suo errare.

Nella ripresa del mito da parte di Goethe, Aashuerus diviene paradigma del vagabondo che non comprende la profondità del divino, ma peraltro manifesta lucida lettura della condizione umana. In epoche successive la figura dell’ebreo errante trovò espressioni letterarie diverse con vari accenti simbolici. Per un verso figura di chi nega la divinità e dopo un lungo errare si riconcilia con Dio, per altri aspetti figura del perenne camminare dell’umanità che continua a ricercare pace e giustizia.

L’ebreo errante manifesta nella cultura europea l’esempio della figura dell’ ‘altro’, che per un verso non si riconosce nella tradizione e nella fede cristiana e dall’altro è un testimone diretto della presenza di Cristo e della sua passione. E’ espressione dello straniero che inquieta e non cessa di interrogare sull’identità e sulla differenza proprio nella sua itineranza senza fine (cfr. R.Bernasconi, D. Wood (edd.), The Provocation of Lévinas. Rethinking the Other, London-New York, Routledge 1988).

Marc Chagall nei suoi quadri riprende questa antica figura. L’ebreo errante diviene nella sua interpretazione un riferimento alla sorte degli ebrei vittime dell’odio, costretti a fuggire di fronte alla persecuzione. Ebreo errante e Cristo crocifisso nell’arte di Chagall divengono simboli che si rinviano l’uno all’altro e richiamano alla persecuzione ed alla sofferenza inflitta al popolo ebraico.

Chagall capovolge nella sua lettura la prospettiva del mito: la figura dell’ebreo errante non è colui che ha offeso, ma la vittima costretta a fuggire e ad andare errando lontano. Così nella Crocifissione bianca, del 1938, l’ebreo errante è paradigma non dell’offensore ma di colui che è perseguitato, ed è vittima. Come Gesù sulla croce, che nella sua sofferenza è pienamente solidale con i patimenti del suo popolo.

Il dipinto dal titolo ‘L’ebreo errante’ (1923-1925) di Chagall riprende questo motivo. Sullo sfondo sono presentati alcuni elementi simbolici: si individua infatti la presenza dell’asino, animale tipico della campagna, la chiesa ortodossa di Vitebsk con i tetti delle isbe del villaggio dell’infanzia dell’artista, e quale figura imponente che occupa grande spazio della tela, il profilo del profugo in fuga con un sacco sulle spalle pieno di tutto ciò che un uomo in fuga può salvare. La figura dell’ebreo in cammino occupa quasi tutto lo spazio della tela. Il colore che si distingue tra gli altri è l’arancione. E’ un rinvio all’esperienza dell’errare propria del popolo ebreo a seguito dei pogrom e persecuzioni ma anche di Chagall stesso che fu costretto ad abbandonare Vitebsk per recarsi a san Pietroburgo e poi a Berlino e Parigi. Il bastone e il sacco sono simboli di un errare in cui si porta con sé la propria fede, la tradizione del popolo, il tesoro di un’identità ebraica che non è perduta. Una prima versione del dipinto, riportata su una fotografia e accompagnata da uno scritto di Bella Chagall, reca il titolo En route (In cammino).

Chagall con questa immagine evoca da un lato il cammino di una umanità sofferente che desidera pace e si trova a dover fuggire dalla violenza e dalla guerra. Dall’altro pone insieme il riferimento al cammino del popolo ebraico, cammino di vittime dell’odio e della malvagità associato alla figura di Cristo stesso, che ebreo di Galilea nel suo cammino ha condiviso il cammino di un popolo vittima dell’oppressione e dell’esilio e con esso il cammino delle vittime della storia.

Alessandro Cortesi op

Per approfondire: M.Massenzio, La passione secondo l’ebreo errante. I mitici itinerari del testimone vivente. Dalla passione di Cristo alla crocifissione di Chagall, Quodlibet 2007. M.Massenzio, L’ebreo errante di Chagall. Gli anni del nazismo, Editori Riuniti, 2018.

 

 

 

 

VI domenica tempo ordinario – anno C – 2019

IMG_3039Ger 17,5-8; 1Cor 15,12.16-20; Lc 6,17.20-26

Il discorso delle beatitudini si legge in Matteo come discorso sul monte agli inizi del suo vangelo: è il primo dei cinque grandi discorsi del vangelo. Luca riporta le beatitudini in un altro contesto, mentre Gesù è sulla pianura. Dopo aver trascorso la notte da solo in preghiera, Luca lo fissa, nel discendere dalla montagna, nell’atto di chiamare a sé i discepoli e di sceglierne dodici, numero simbolico con riferimento alle tribù di Israele. E diede loro il nome di apostoli (Lc 6,12-16). “erano venuti per ascoltarlo ed essere guariti dalle loro malattie…e cercavano di toccarlo…”. Di fronte a questo ascolto e a questa ricerca che esprime il desiderio profondo di bene e felicità presente nel cuore di ogni persona Gesù pronuncia il discorso delle beatitudini.

Luca riporta solo quattro beatitudini e le fa seguire da quattro ‘guai’. E’ un modo letterario per contrapporre alla via della benedizione, la via dell’infedeltà. Le beatitudini di Luca si rivolgono a chi ascolta direttamente: beati voi… ‘voi’ che vivete le situazioni della povertà, della fame, del pianto e della persecuzione. Per contro chi vive nella sicurezza e nella felicità del mondo è sottoposto ai ‘guai’.

Le beatitudini annunciano una felicità paradossale: chi vive situazioni di fallimento di dolore e di sofferenza è detto felice sin da ora. Ma Gesù non ha alcuna intenzione di giustificare una condizione di male e di ingiustizia in cui chi soffre viene lasciato a se stesso o illuso con una promessa di premio in un altro mondo. “Dio in Gesù non si limita a dichiarare ma si impegna personalmente per il mutamento dello status quo degli ultimi, un già aperto ad un futuro che è loro e in cui perfetta sarà la gioia” (Giancarlo Bruni, Beatitudini. La via di Gesù alla felicità, ed. Cittadella 2018, 20).

L’agire di Gesù è sempre stata di denuncia delle situazioni ingiuste e di impegno a liberare chi soffriva a causa di pesi imposti da altri o per sofferenze fisiche e psichiche. I gesti e le parole di Gesù sono sempre espressioni di liberazione, sono tese a restituire le persone a se stesse, a liberare da oppressioni interiori od esteriori. La sua stessa vita è stata poi testimonianza di una gioia che scaturiva non dall’avere, dal potere, dall’affermazione di sé sopra gli altri, ma da uno stare ‘in mezzo a voi come colui che serve’. “…non il pianto della morte ma il risus paschalis ha l’ultima parola anche nei confronti di tutto il creato, l’universo, che con noi geme e soffre le doglie del parto fino ad oggi (…) Il Dio che in Gesù mescola le sue lacrime con i piangenti a motivo di chi non è più può dire agli afflitti quello che gli angeli hanno detto di Gesù alle donne: ‘perché cercate ta i morti colui che è vivo?’ (Lc 24,5)” (G.Bruni, Beatitudini, 36)

Al cuore dell’annuncio delle beatitudini sta l’affermazione che il regno è arrivato e Dio prende le parti di chi è povero, di chi ha fame, di chi piange di chi è odiato e insultato. Gesù indica anche che solamente chi è povero, ha fame, è sofferente e perseguitato è in grado di sperimentare l’apertura ad accogliere la salvezza come dono. Questa non è esito delle sue forze e prodotto della sua potenza. Chi è invece appesantito dalle cose, chi vive nella spensieratezza, nella sicurezza e nell’abbondanza non ha spazio nel suo cuore per accogliere l’amore di Dio e la possibilità di vivere la vita nella condivisione e nella semplicità. Chi vive sazio e soddisfatto è occupato dagli idoli soprattutto dall’idolo del proprio ‘io’. Ed è per questo invitato ad uscire da queste chiusure pr aprirsi ad una gioia nuova.

I ‘guai’ contrapposti alle beatitudini sono un rimprovero forte rivolto a chi vive tranquillo nel disinteresse verso gli altri e pensa che la fede sia privilegio e un possesso che consente di non farsi carico degli altri, anzi di opprimere e di mantenere e favorire situazioni ingiuste di oppressione e di sfruttamento.

Il linguaggio minaccioso dei guai è quello proprio dei profeti per risvegliare dal torpore (Is 5,8-24; cfr. Am 5,18;6,1): “Guai a voi che aggiungete casa a casa e unite campo a campo, finché non vi sia più spazio e così restate soli ad abitare nel paese… Guai a coloro che chiamano bene il male e male il bene, che cambiano le tenebre in luce e la luce in tenebre, che cambiano l’amaro in dolce e il dolce in amaro…” sono ‘guai’ rivolti a chi specula, a chi è preoccupato solo del suo piacere, a chi è immorale, perverso, a chi è arrogante e prepotente, a chi è un politico corrotto.

Dietro a tale protesta c’è un invito positivo a vivere la ricerca per la giustizia e a seguire Dio che è padre dei poveri e difensore delle vedove: “Padre degli orfani e difensore delle vedove è Dio nella sua santa dimora” (Sal 68,6).

Gesù propone felicità, nel compimento della fedeltà del Padre. Soprattutto Luca sottolinea l’atteggiamento della povertà quale dimensione fondamentale per poter essere disponibili al regno di Dio. I poveri di Jahwè sono coloro che senza sostegni umani ripongono la loro fiducia nelle promesse di Dio e su di esse fondano la loro intera esistenza. “Maledetto l’uomo che confida nell’uomo, che pone nella carne il suo sostegno … Beato l’uomo che confida nel Signore e il Signore è sua fiducia” (Ger 17,5). Luca insiste sulla attitudine della gioia: “beati voi quando gli uomini vi odieranno… Rallegratevi in quel giorno ed esultate, perché, ecco, la vostra ricompensa è grande nei cieli.” E’ la gioia il messaggio profondo delle beatitudini, proclamazione di una felicità nuova e inaudita perché Dio ha cura del debole e del povero e perché Dio ha scelto la via della povertà e dell’inermità per farsi vicino a noi. Ha capovolto tutti i criteri umani di realizzazione e di affermazione: le beatitudini sono una grande pagina che parla di Gesù, della sua identità in cui trovare speranza e possibilità di gioia, e forza per un nuovo modo di vivere.

Alessandro Cortesi op

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Povertà

Nell’omelia alla messa celebrata il 5 febbraio u.s. nello stadio di Abu Dhabi negli Emirati arabi, papa Francesco ha commentato la pagina delle beatitudini ricordando innanzitutto alcuni aspetti fondamentali: “…è il ritornello che Egli ripete oggi, quasi a voler fissare nel nostro cuore, prima di tutto, un messaggio basilare: se stai con Gesù, se come i discepoli di allora ami ascoltare la sua parola, se cerchi di viverla ogni giorno, sei beato. Non sarai beato, ma sei beato: ecco la prima realtà della vita cristiana. Essa non si presenta come un elenco di prescrizioni esteriori da adempiere o come un complesso insieme di dottrine da conoscere. Anzitutto non è questo; è sapersi, in Gesù, figli amati del Padre. È vivere la gioia di questa beatitudine, è intendere la vita come una storia di amore, la storia dell’amore fedele di Dio che non ci abbandona mai e vuole fare comunione con noi sempre”.

Ha poi precisato: “Vivere da beati e seguire la via di Gesù non significa tuttavia stare sempre allegri. Chi è afflitto, chi patisce ingiustizie, chi si prodiga per essere operatore di pace sa che cosa significa soffrire. Per voi non è certo facile vivere lontani da casa e sentire magari, oltre alla mancanza degli affetti più cari, l’incertezza del futuro. Ma il Signore è fedele e non abbandona i suoi”. “vorrei dirvi anche che vivere le Beatitudini non richiede gesti eclatanti. Guardiamo a Gesù: non ha lasciato nulla di scritto, non ha costruito nulla di imponente. E quando ci ha detto come vivere non ha chiesto di innalzare grandi opere o di segnalarci compiendo gesta straordinarie. Ci ha chiesto di realizzare una sola opera d’arte, possibile a tutti: quella della nostra vita. Le Beatitudini sono allora una mappa di vita”.

E infine a proposito delle prime due beatitudini ha ricordato il viaggio di Francesco presso il sultano (cfr. John Tolan, Il santo dal sultano. L’incontro di Francesco d’Assisi e l’Islam, ed. Laterza 2009). Nel tempo delle crociate – nel 1217 fu indetta infatti una crociata da Onorio III che condusse all’assedio di Damietta per costringere il sultano a restituire la città santa ai cristiani da lui presa nel 1187 – e dell’opposizione armata Francesco sceglie la via della visita, dell’andare incontro, senza difese e senza pregiudizi, esponendosi con il suo corpo a stare di fronte all’altro.

“vorrei soffermarmi brevemente su due Beatitudini. La prima: «Beati i miti» (Mt 5,5). Non è beato chi aggredisce o sopraffà, ma chi mantiene il comportamento di Gesù che ci ha salvato: mite anche di fronte ai suoi accusatori. Mi piace citare san Francesco, quando ai frati diede istruzioni su come recarsi presso i Saraceni e i non cristiani. Scrisse: «Che non facciano liti o dispute, ma siano soggetti ad ogni creatura umana per amore di Dio e confessino di essere cristiani» (Regola non bollata, XVI). Né liti né dispute – e questo vale anche per i preti – né liti né dispute: in quel tempo, mentre tanti partivano rivestiti di pesanti armature, san Francesco ricordò che il cristiano parte armato solo della sua fede umile e del suo amore concreto. È importante la mitezza: se vivremo nel mondo al modo di Dio, diventeremo canali della sua presenza; altrimenti, non porteremo frutto”.

Nell’omelia ad Abu Dhabi Francesco ha ricordato l’invito di Francesco ai suoi frati riguardo allo stile di rapporto nel recarsi presso i non cristiani, nei paesi in cui era presente l’Islam: uno stile di mitezza, di distanza da qualsiasi atteggiamento aggressivo e di ricerca di dispute e scontri, un atteggiamento disarmato e capace di entrare in relazione nel dialogo della vita, all’altezza dello sguardo. Francesco richiama a quello stile di povertà che si connota come assenza di pretese di colonizzare l’altro, e che richiama invece allo stare soggetti, disponibili, capaci di servizio. E’ atteggiamento che ha le sue radici in uno sguardo positivo che riconosce e cerca di intessere relazione. Riconoscendo il valore della vita altrui e aprendosi alla possibilità nuova dell’impossibile che la relazione e la vicinanza può aprire. Nella pazienza del cammino, nella consapevolezza che i tempi della conoscenza e dello scambio delle parole implicano un adattarsi che non è facile e che comporta un lungo viaggio. Francesco si presentò al sultano come uomo di Dio, vestito della veste povera, come un sufi, uomo di preghiera. Questa fu la porta per un dialogo che produsse uno scambio di parole e di doni.

San_Francesco_predica_al_sultano_-_Maestro_della_tavola_Bardi_Firenze_Basilica_di_Santa_Croce_Cappella_BardiA Firenze nella chiesa di santa Croce sono presenti due immagini che rinviano a quell’episodio del 1219 e che possono essere occasione per essere osservate in questo anniversario a distanza di ottocento anni. Il primo è in una pala in cui sono narrati episodi della vita di Francesco a fianco del profilo del santo di Assisi: in uno dei riquadri è riportata la predicazione di Francesco a fronte di un uditorio, tra cui vi è anche il sultano al-Malik al-Kamil. Francesco tiene in mano un libro, riferimento chiaro al libro del vangelo, ma forse interpretabile anche come apertura a riconoscere la dignità del riferimento al Corano per i credenti musulmani: ossia la Parola di Dio che raggiunge in un libro quale guida di vita e l’attitudine di preghiera di fronte a Dio che scaturisce dal senso di affidamento, profonda attitudine dell’Islam stesso. Francesco è ascoltato da un pubblico attento: gli occhi degli uditori sono tutti grandi e sgranati ad indicare il fascino di un presentarsi non con la pesantezza delle armi, ma nella povertà della predicazione.

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Un seconda immagine è invece di mano di Giotto in un affresco sulle pareti della medesima cappella Bardi in santa Croce: Francesco sul lato destro, con a fianco un compagno, si appresta alla prova del fuoco davanti al sultano, raffigurato al centro su di un trono, mentre dall’altra parte i consiglieri e i saggi si volgono altrove. Si tratta di un evento leggendario, senza fondamento storico, costruito da Bonaventura nella Legenda maior per esaltare la carità di Francesco ed il suo desiderio missionario: “Il beato Francesco, per testimoniare la fede di Cristo, volle entrare in un gran fuoco con i sacerdoti del Sultano di Babilonia. Però nessuno di essi volle entrare con lui ma tutti fuggirono subito dalla presenza del Santo e del Sultano” (Legenda Maior IX,8) Ancora è forse da evidenziare la centralità del vangelo per la vita di Francesco. Francesco è disposto ad entrare nel fuoco. Ma quella prova del fuoco costruita dalla leggenda reca in sé un messaggio importante: essa non è sconfessione della religione dell’altro, ma disponibilità ad un coinvolgimento personale, senza tornaconti e senza pretese, affermazione della forza di quel vangelo che ha condotto a visitare e a intraprendere un cammino alternativo alla logica della guerra e dell’esclusione. E’ la forza della parola del vangelo che ha spinto Francesco in un viaggio di pace oltre i confini della separazione giungendo a scoprire di essere lui stesso accolto e a vivere uno scambio di parole e di accoglienza con il sultano.

Così Giorgio La Pira percepì nel XX secolo il segno profetico di quel viaggio: “la storia che Dio vuol scrivere con gli uomini non la realizzano le crociate, ma il pellegrinaggio disarmato del santo di Assisi. Si tratta quindi di “renvérsér les croisades”, di rovesciare le crociate, cioè di rovesciare un  paradigma storico, purificare la memoria, lasciare che i valori trascendenti delle religioni che pur nella loro irriducibilità si riferiscono alla avventura di Abramo, uniscano i popoli cristiani, musulmani e Israele perché siano visibili le tracce della trascendenza e si apra una nuova logica dei rapporti internazionali diversa da quella, vissuta da La Pira, della guerra fredda prodotta da i due opposti materialismi atei. È stato in fondo san Francesco con la sua missione disarmata nella terra dell’Islam a mettere le vicende mediorientali sotto la luce del dialogo (e della ammirazione reciproca) fra appartenenti a religioni diverse” (Marco Giovannoni, Giorgio La Pira: dialogo religioso e pace, in Aa.Vv. Storie di testimoni, sfide di pace, ed. Nerbini 2014).

Sono gesti che nella storia rimangono indicazione di cammini aperti… sono questi gli autentici miracoli dell’accoglienza delle beatitudini nella vita.

Alessandro Cortesi op

III domenica tempo ordinario – anno C – 2019

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Ne 8,2-10; 1Cor 12,12-31; Lc 1,1-4; 4,14-21

Due libri stanno aperti davanti a noi in questa terza domenica del tempo ordinario: il rotolo della Bibbia che il sacerdote Esdra apre nello spazio del Tempio ricostruito mentre sullo sfondo compare Gerusalemme ricostruita dopo il ritorno dall’esilio (forse attorno al 444 a.C.) e legge davanti a tutto il popolo e il rotolo aperto da Gesù nella sinagoga di Nazaret.

Il rotolo di Esdra viene letto a brani distinti, spiegato ed accolto come parola che tocca i cuori dei presenti. Coinvolge profondamente al punto da suscitare un pianto di pentimento e il desiderio di conversione.

Ma mentre il popolo piangeva ascoltando le parole della legge, Neemia, capo politico del popolo d’Israele tornato dall’esilio, invita a cogliere il senso profondo della parola di Dio, l’invito alla gioia: “Questo giorno è consacrato al Signore, andate, mangiate carni grasse, bevete vini dolci perché la gioia del Signore è la vostra forza”.

Il pentimento dev’essere solo una tappa dello stare davanti alla Parola di Dio. Questa trasforma i cuori e li rende capaci di gioia, aperti ad accogliere la speranza messianica di un banchetto dove non ci sarà più morte, né pianto, né afflizione.

Il secondo libro al centro di questa liturgia è il rotolo di Isaia. Gesù lo apre nella sinagoga, quando di sabato, come ogni pio ebreo adulto è invitato a leggere e commentare la Scrittura. Nel suo paese Nazaret, di fronte ai suoi parenti e a coloro che lo conoscevano, il figlio di Giuseppe e Maria, legge parole che indicano una missione di liberazione e di pace: “Lo Spirito del Signore è sopra di me; per questo mi ha consacrato con l’unzione, e mi ha mandato per annunziare ai poveri un lieto messaggio, per proclamare ai prigionieri la liberazione e ai ciechi la vista; per rimettere in libertà gli oppressi, e predicare un anno di grazia del Signore”. Si tratta di un testo del terzo Isaia (61,1-2).

Ma la pagina del profeta è riportata con piccole ma importanti modifiche: nella lettura è tralasciato ogni riferimento al ‘giorno di vendetta del Signore’, e sono riprese invece tutte le espressioni che parlano di vita nuova, di libertà, di salvezza, di gioia, di sconfitta di ogni male e oppressione. Al termine Gesù non commenta il testo ma dice solamente ‘Oggi si è adempiuta questa Scrittura che voi avete udita con i vostri orecchi’. La promessa di Dio di liberazione e di giustizia diviene ora presente nell’oggi di Gesù. Si tratta non solo di un ‘oggi’ che indica un tempo cronologico, ma è un ‘oggi’ che indica il tempo di salvezza ormai giunto e vicino.

Nel vangelo di Luca questo ‘oggi’ tornerà in momenti decisivi per chi incontrando Gesù si apre alla vita nuova e alla liberazione che da lui vengono, come Zaccheo a cui Gesù dice: ‘oggi la salvezza è entrata in questa casa’ (Lc 19,9), o come il malfattore appeso alla croce accanto a Gesù che ascolta le parole: ‘oggi sarai con me in paradiso’ (Lc 23,43).

La parola di Dio, le sue promesse di vita di liberazione, di senso nuovo per la vita, di gioia diviene presente nell’agire di Gesù. Tutto ciò genera meraviglia e scandalo: non è lui il figlio di Giuseppe?… Fa difficoltà aprirsi ad un incontro con Dio che si fa vicino nella debolezza di un uomo, che ci raggiunge come ‘figlio di Giuseppe’, così simile a noi e senza caratteristiche eccezionali, senza potenza. Gesù reagisce a questa meraviglia sospettosa e distante, e fa riferimento a due episodi del Primo testamento in cui Dio si è rivelato per mezzo dei suoi profeti non ai vicini, e ai membri del popolo d’Israele, ma ad una donna pagana, una vedova di Sarepta. E’ una donna capace di un gesti di accoglienza e di cura verso il profeta Elia (1Re 17,1) che si presenta come ospite alla sua casa. Così un lebbroso, Naaman, proveniente dalla Siria, cioè un pagano, fu risanato da Eliseo (2Re 5,14) per l’intervento e suggerimento a lui offerto in piena gratuità e contro ogni buonsenso umano da una ragazza di un popolo straniero, prigioniera.

Gesù scardina le pretese di possedere in qualche modo Dio e la sua stessa persona, da parte di coloro che sono i ‘suoi’. Ed afferma la necessità di una conversione della vita. La salvezza, l’incontro con Dio si rende presente nei gesti di gratuità e accoglienza che testimoniano la liberazione di Dio. E’ un appello alla fede che implica non diritti di appartenenza ma apertura del cuore.

La vedova di Sarepta o il lebbroso Naaman, al di fuori delle appartenenze costituite, lontani o pagani, sono testimoni di liberazione, di apertura degli occhi e del cuore. E’ la bella notizia ed è animato dalla forza dello Spirito che soffia dove vuole. E conduce a riscoprire l’unzione dello Spirito che invia al seguito di Gesù ad essere annunciatori di liberazione nel servizio accanto a chi è oppresso.

Alessandro Cortesi op

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Gesti di cura

Cristina Cattaneo è docente di medicina legale all’Università di Milano e dirige il LabAnOf, il laboratorio di antropologia e odontologia forense. La sua attività di medico forense si è indirizzata inizialmente allo studio di resti umani di epoche antiche, ma con il tempo ha visto il suo impegno orientarsi nel contribuire a fare giustizia, nello studio in particolare delle vittime di violenza, nel centro medico specialistico di assistenza per i problemi della violenza alle donne.

Una delle attività più coinvolgenti e drammatiche della sua vicenda professionale è stata la partecipazione all’opera di studio e identificazione dei morti in naufragi di navi migranti nel Mediterraneo, in particolare dei morti nel naufragio di Lampedusa del 3 ottobre 2013 e del 18 aprile 2015.

Nel suo libro Naufraghi senza volto. Dare nome alle vittime del Mediterraneo (ed. Raffaello Cortina 2018) ha descritto l’impegno della sua comunità scientifica, composta di professionisti la cui opera è quella di ricostruire e identificare le vittime soprattutto quando avvengono disastri come un incidente aereo, uno tsunami, un deragliamento di treno, cogliendo tuttavia una sorta di distacco e indifferenza di fronte alle tragedie del Mare Mediterraneo che colpivano i migranti:

“… è proprio per questo che rimasi scioccata quando mi accorsi che, per le tragedie dei barconi pieni zeppi di migranti provenienti dall’Africa e dal Medio Oriente, morti e sepolti senza un nome, nessuno della comunità internazionale batteva ciglio. Nessuno della ‘mia’ comunità, quella che sapeva benissimo che cosa significasse lasciare un corpo senza identità e che aveva sgomitato per dare il proprio contributo in occasione di tanti altri disastri, aveva mosso un dito” (27)

Ricorda i segnali di umanità sorti in Italia in un passato che oggi appare lontano e dimenticato: il soccorso dalle spiagge per aiutare naufraghi, le iniziative della Marina militare e della Guardia Costiera, i sistemi di prima accoglienza messi in atto da governo e ONG, le sepolture quasi sempre dignitose. “Ma quando si trattava di dare un nome a questi corpi.. niente”.

Nelle pagine del suo racconto offre una descrizione del suo personale coinvolgimento dal putno di vista professionale e umano, a partire dalla tragedia di Lampedusa che scosse le coscienze. In questo disastro di un ‘imbarcazione che portava migliaia di persone furono recuperati 366 cadaveri. Da lì nacque l’operazione Mare nostrum “e da lì iniziò, seppur molto lentamente, a pensare ai loro morti come ai nostri” (44)

E poi il 18 aprile 2015, un altro naufragio a cento chilometri dalle coste libiche con quasi mille morti. Era il Barcone che conteneva circa mille passeggeri quasi tutti adolescenti e giovani la maggioranza proveniente dall’Africa sub-sahariana. Il più grande disastro di cui si ha conoscenza per numero di morti in questi decenni in cui il mare Mediterraneo è divenuto la tomba di decine di migliaia di uomini e donne che viaggiavano in cerca di un futuro.

Così Cristina Catteno descrive lo squarcio di umanità che in quell’occasione si aprì: “Di solito queste vittime, soprattutto dall’Europa ‘che conta’, non vengono considerate degne di pietas né di essere identificate, né i loro parenti degno di sapere se il proprio figlio è vivo o morto, di entrare in ossesso di certificati di morte, fondamentali per esempio come nel caso di Lampedusa, per il ricongiungimento degli orfani. Per il Barcone, invece, si è momentaneamente aperto uno squarcio di umanità in un periodo nuvoloso per la rabbia e l’ostilità, grazie alla volontà di un paese che, ironicamente, era proprio l’ultimo che poteva permettersi tale gesto…. Nei trent’anni di attività, questo è trai gesti collettivi più nobili che abbia visto e sentito” (99-100).

Un gesto di cura, di pietas umana, un gesto antico che ripete lo squarcio del cuore di chi accompagna alla sepoltura un proprio caro, facendo di questo gesto un momento fondamentale che dà senso all’esistenza nel riconoscimento dell’altro.

La ricerca di identificazione e ricostruzione dei corpi delle vittime di quel naufragio è narrata nelle pagine di questo libro che toccano e accompagnano a percepire come si possa morire di speranza. E’ quella speranza racchiusa nei sacchetti di terra recati con sé e trattenuta in fagottini di cellophane tra gli indumenti di giovani eritrei, è la speranza portata nel leggero bagaglio di una tessera di biblioteca e di una attestazione di donatore di sangue gelosamente custodite nel viaggio, ed è la speranza scolpita nei voti di una pagella scritta in arabo e francese, recuperata dopo aver scucito una tasca da un giubbotto di un adolescente del Mali:

“mentre tastavo la giacca, sentii qualcosa di duro e quadrato. Tagliammo dall’interno per recuperare, senza danneggiarla qualsiasi cosa fosse. Mi ritrovai in mano un piccolo plico di carta composto da diversi strati. Cercai di dispiegarli senza romperli e poi lessi: Bulletin scolaire e, in colonna le parole un po’ sbiadite mathematiques, sciences physiques.. Era una pagella. ‘Una pagella’, qualcuno di noi ripeté a voce alta. Tutti si avvicinarono e ci furono diversi secondi di silenzio durante i quali si sentiva soltanto il lontano chiacchiericcio dei medici legali che operavano nella tenda accanto dettandosi appunti. Pensammo tutti la stessa cosa, ne sono sicura: con quali aspettative questo giovane adolescente del Mali aveva con tanta cura nascosto un documento così prezioso per il suo futuro, che mostrava i suoi sforzi, le sue capacità nello studio, e che pensava gli avrebbe aperto chissà quali porte di una scuola italiana o europea, orami ridotto a poche pagine colorite intrise di acqua marcia?” (134-135).

Ai suoi occhi e nel quotidiano operare delle sue mani nel prendersi cura di corpi irriconoscibili e di cui rimaneva talvolta solamente un brandello è apparso come quell’imbarcazione, diventata la tomba di tanti giovani diveniva una reliquia, un memoriale che avrebbe potuto ricordare cosa non doveva più accadere.

Sappiamo tuttavia che le tragedie sono continuate, sappiamo che innumerevoli barche, gommoni contenenti settanta ottanta cento persone hanno continuato naufragare, sappiamo come contro i migranti provenienti dall’inferno della Libia si sia accanita una politica che ha fatto di loro merce di mercanteggiamento elettorale in questa Italia in cui pure squarci di umanità si sono aperti e si aprono magari nascosti e soffocati da una cattiveria dilagante, sappiamo la disumanità della chiusura dei porti, sappiamo i patti iniqui di governanti italiani con la polizia libica, sappiamo la criminalizzazione avvenuta delle ONG che salvavano vite umane e le cui navi ora sono costrette a rimanere ferme, sappiamo l’orrore dei respingimenti riportando nelle mani di torturatori spietati persone che fuggono dalla persecuzione.

“Il Barcone rappresentava cosa succedeva dietro l’angolo di quell’Europa e dei rispettivi parlamenti, che si dichiarano i più civili, democratici e liberali: adolescenti e giovani morti, stipati su imbarcazioni che nulla hanno di diverso dalle antiche navi guerriere, per scapare dalla guerra, dalla persecuzione o dalla fame. Un monito di ciò che non deve più succedere o, meglio, di quanto sia facile dimenticare o non voler guardare, dal momento che, ancora una volta, è successo proprio a noi di non guardare e di dimenticare” (176).

Cristina Cattaneo racconta e immortala questa storia nelle righe del suo libro, con gli occhi di un medico legale che insieme a tante collaboratrici e collaboratori ha vissuto i giorni di Melilli per dare un nome alle vittime dimenticate, per dare venerazione, nei pazienti gesti della ricomposizione dei corpi, a volti distrutti vittime della malvagità e dell’indifferenza che parlano come nessun altro può, di violenze, sofferenze, speranze e sogni traditi. “Non ti abitui mai a parlare con i parenti delle vittime” (69)…

La sua voce, come quella di Antigone, è richiamo oggi, nel tempo dei porti chiusi, nel tempo in cui si impedisce il soccorso in mare, a insorgere in una resistenza civile, a recuperare quel senso di umanità che porta a dare un nome e accompagnare nella sepoltura i morti, per rispondere all’angustia di chi non sa la sorte dei propri cari, per ricordare ai vivi la sofferenza delle vittime e per indicare vie di giustizia e di cura.

Alessandro Cortesi op

 

 

 

 

 

 

 

«Non è solo una questione di memoria o del diritto sacrosanto ad avere un nome anche nella morte. Identificare significa anche tutelare i vivi, basti pensare al ricongiungimento familiare dei minori rimasti orfani»

 

Battesimo del Signore – anno C – 2019

IMG_2460.JPGIs 40,1-11; Tt 2,11-14; 3,4-7; Lc 3,15-16.21-22

“Io vi battezzo con acqua, ma viene uno che è più forte di me, al quale io non sono degno di sciogliere neppure il legaccio dei sandali: costui vi battezzerà in Spirito Santo e fuoco”

Giovanni il Battista presenta colui che deve venire come ‘il forte’ e si fa eco delle parole con cui Isaia parlava della figura del messia, ‘forte, potente come Dio’ (Is 9,5). E nel dire ‘viene uno che è più forte di me’ richiama anche le benedizioni rivolte al messia: ‘Benedetto colui che viene nel nome del Signore’ (Sal 118; cfr. Zac 9,9: ‘Ecco Sion, a te viene il tuo re…’).

I quattro vangeli canonici riportano un fatto agli inizi della vita pubblica di Gesù: il battesimo al Giordano per opera di Giovanni il battezzatore. La predicazione di Giovanni e la sua scelta di ritirarsi in una zona desertica per proporre un gesto di penitenza e di cambiamento di vita s situano nell’atmosfera di attesa di un messia liberatore. In Israele era viva l’attesa di un rinnovamento religioso e di un regno di giustizia e di pace e di una presenza.

Per le prime comunità cristiane questo ricordo di Gesù che si associa al gesto di purificazione proposto da Giovanni, è motivo di profonda difficoltà. Eppure esso rimane ricordato perché momento vissuto con una particolare importanza nella vita di Gesù.

Per Luca questo passaggio che apre l’attività pubblica segna un momento di manifestazione dell’identità e della missione di Gesù. Per esprimere questo opera un lettura teologica esprimendo il significato del battesimo di Gesù. Tre elementi racchiudono il messaggio di questo momento: il cielo aperto, la colomba, la voce dal cielo. Luca sottolinea che ‘tutto il popolo veniva battezzato’: Gesù entra in una storia di una comunità partecipando ad una vicenda di popolo. Gesù sceglie di stare in mezzo ad una folla che riconosce la condizione di peccato e vive l’attesa.

Gesù è presentato da Luca mentre prega. E nella preghiera si attua l’incontro con lo Spirito Santo. Nella preghiera Gesù si lascia condurre dallo Spirito.

Il cielo aperto indica un passaggio, una apertura appunto tra due mondi lontani e senza comunicazione. Dio sta in cielo e gli uomini la terra. E la preghiera di Israele era nutrita dell’invocazione: ‘se tu squarciassi i cieli e scendessi…’. La colomba è indicata da Luca come rinvio alla presenza dello Spirito di Dio effuso sul messia. Anche qui c’è un richiamo alla profezia di Isaia: “Su di lui si poserà lo Spirito del Signore, Spirito di sapienza e di intelligenza, Spirito di consiglio e di fortezza, Spirito di conoscenza e di timore del Signore” (Is 11,2) E la colomba indicava anche l’intero popolo d’Israele (Sal 68,14; Os 7,11). Luca vede in Gesù la vicenda di tutto un popolo.

La voce divina rinvia al salmo 2,7: “Tu sei mio figlio, oggi ti ho generato”. Nel salmo il riferimento era alla cerimonia di intronizzazione del re in Israele. Dio interviene ponendo sul trono il re-messia visto come figlio adottivo. Ora in Gesù Luca indica che si può incontrare colui che è Figlio. La voce che viene dall’alto propone un testo di Isaia che indica il servo del Signore: “Ecco il mio servo che io sostengo, ecco il mio eletto in cui pongo la mia compiacenza” (Is 42).

Nei simboli del cielo, della colomba e della voce in una sapiente tessitura di testi del Primo testamento, pone la vicenda di Gesù in rapporto alla alleanza mai revocata, alle promesse di Dio, ed offre anche i tratti della sua identità. E’ il Figlio, servo. La sua vita è in rapporto con un popolo e in lui si attua la speranza presente in Israele di un Messia. Si uniscono le linee dell’attesa del re messia secondo la promessa fatta a Davide (2Sam 7), e di quella del profeta servo, figura evocata da Isaia, segnato dalla sofferenza, e capace di liberazione per gli altri offrendo se stesso. Il servo di Jahwè opera infatti liberazione:.

Per tre volte nel vangelo di Luca tornerà il riferimento alla voce dall’alto. la prima volta al momento del battesimo al Giordano, poi nella trasfigurazione ed al calvario, quando Gesù si rivolge al Padre e a lui si affida.

Gesù immergendosi nelle acque del Giordano riceve l’invio per la sua missione ad essere il messia servo che dà la vita per gli altri. Questo momento è letto da Luca come la sua presentazione al mondo: una epifania. Il centurione romano, pagano, lo riconoscerà sotto la croce: ‘egli era veramente un uomo giusto’ (Lc 23,47).

Alessandro Cortesi op

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Epifanie

“Oggi, come abbiamo ascoltato quando si leggeva la lettura divina, il Signore e Salvatore nostro è stato battezzato da Giovanni nel Giordano; e non è una piccola solennità: è grande, anzi grandissima. Quando il nostro Signore si è degnato di farsi battezzare, lo Spirito Santo è sceso su di lui in forma di colomba, e si è udita la voce del Padre che diceva: «Questi è il mio Figlio diletto, nel quale mi sono compiaciuto» (Mt 3, 17)”.

Così inizia una sua predica Cromazio di Aquileia, che divenne vescovo di Aquileia nel 388. Aquileia era una chiesa che aveva vissuto profondamente la persecuzione al tempo degli imperatori Decio Valeriano e Diocleziano, tra III e IV secolo ed era stata scossa anche dalla eresia ariana come tante chiese di quel periodo.

Cromazio è partecipe di quella chiesa che aveva vissuto un tempo di fioritura negli ultimi decenni del IV secolo al punto che Girolamo nelle sue Cronache la descrive come un coro dei beati. E Girolamo parla anche della famiglia in cui Cromazio era cresciuto e dove erano presenti profondi ideali condivisi dai fratelli e sorelle.

Cromazio era nato nel 345 e ordinato presbitero, poi ricevette la ordinazione episcopale da Ambrogio. Fu responsabile di una regione amplissima che andava dal Nordest italiano all’Ungheria, la decima regione. Morì al tempo della discesa dei Goti e degli Unni nei primi anni del V secolo.

Nelle sue prediche si avverte un’eco della spiritualità che animava la chiesa di Aquileia. Così nel sermone 34 sull’epifania (SCh 154), egli legge nell’evento del battesimo di Gesù un momento di rivelazione del volto di Dio trinitario, Padre Figlio e Spirito. E il battesimo del Signore è interpretato come apertura dei cieli, possibilità di nascita nuova nel dono dello Spirito che viene dato a tutti i credenti.

“Oh, che grande mistero in questo battesimo celeste! Il Padre si fa udire dal cielo, il Figlio era visto in terra, lo Spirito Santo appariva in forma di colomba. Non esiste, infatti, battesimo né remissione dei peccati, dove non c’è la verità della Trinità; e non c’è remissione dei peccati se non si crede la perfetta Trinità. Il battesimo della Chiesa è unico e vero; viene amministrato una sola volta, quando uno viene immerso una sola volta e diventa puro e nuovo; puro perché depone la sozzura del peccato; nuovo perché risorge a nuova vita dopo aver deposto la vecchiezza del peccato. Il lavacro di questo battesimo rende l’uomo più bianco della neve, non nella pelle del corpo, ma nello splendore della mente e nella purezza dell’anima. Nel battesimo del Signore si sono aperti i cieli, affinché mediante il lavacro della rigenerazione si aprisse ai credenti il regno dei cieli, secondo la sentenza del Signore: «Se uno non nasce di nuovo dall’acqua e dallo Spirito Santo, non entrerà nel regno dei cieli» (Gv 3, 5). Entra dunque chi nasce di nuovo e chi non trascura di custodire il battesimo; e così non entra chi non nasce di nuovo”

Parla così del battesimo di Gesù come dono di salvezza perché l’umanità possa rinascere:

“Il nostro Signore, essendo venuto per dare un nuovo battesimo per la salvezza del genere umano e per la remissione di tutti i peccati, prima si è degnato di sottoporsi al battesimo non tanto per liberare sé stesso dai peccati, poiché non aveva commesso alcun peccato, bensì per santificare le acque del battesimo, affinché cancellasse i peccati di tutti i credenti che erano nati di nuovo mediante il battesimo di rigenerazione. Perciò egli è stato battezzato nell’acqua, affinché noi fossimo purificati da tutti i peccati. Egli è sceso nell’acqua perché noi fossimo purificati dalla macchia delle colpe. Egli ha ricevuto il lavacro della rigenerazione, perché noi rinascessimo dall’acqua e dallo Spirito Santo…”

Cromazio così unisce il battesimo di Gesù al battesimo dei cristiani richiamando alle parole di Paolo che legge il battesimo come inserimento della vita in Cristo:

“Il battesimo di Cristo ci lava dalle macchie dei peccati e ci rinnova per la vita della salvezza. Ascolta quanto dichiara l’apostolo: «Quanti siete stati battezzati in Cristo, vi siete rivestiti di Cristo» (Gal 3, 27). E aggiunge: «Per mezzo del battesimo siete stati sepolti in lui nella morte, affinché come Cristo è stato risuscitato da morte, così anche voi camminiate in novità di vita» (Rm 6, 4). Mediante il battesimo moriamo al peccato, però viviamo con Cristo; veniamo sepolti alla vita antica, però risorgiamo a vita nuova; ci spogliamo dell’uomo vecchio, però indossiamo l’abito dell’uomo nuovo. Il Signore nel battesimo ha voluto compiere ogni giustizia, perché ha voluto farsi battezzare perché anche noi ci facessimo battezzare; ha ricevuto il lavacro della rigenerazione, perché nascessimo di nuovo alla vita”.

Cromazio scorge come Gesù Cristo nel suo essere Figlio di Dio, santifica le acque e ne fa strumento di salvezza. E così è Giovanni il battezzatore ma è lui stesso ad essere battezzato cioè santificato. Nel battesimo Gesù riceve una immersione ma è egli stesso che battezza:

Giovanni ha battezzato il nostro Signore e Salvatore, però è stato battezzato anche lui da Cristo, perché questi ha santificato le acque, e da queste acque quello è stato santificato. Cristo ha dato la grazia, Giovanni l’ha ricevuta; questo ha deposto i peccati, quello li ha rimessi perché Giovanni era uomo, mentre Cristo era Dio. È proprio di Dio rimettere i peccati, come è stato scritto: «Chi può rimettere i peccati se non Dio soltanto? » (Mc 2, 7). Perciò Giovanni disse a Cristo: «Io devo essere battezzato da te e tu vieni da me?» (Mt 3, 14). Giovanni, infatti, aveva bisogno del battesimo, perché non poteva essere senza peccato; mentre Cristo non poteva avere bisogno del battesimo perché non aveva commesso peccati. Di conseguenza, in quel battesimo il Signore e Salvatore nostro aveva cancellato prima di tutto i peccati di Giovanni e poi quelli di tutto il mondo. E così disse: «Lascia fare! Conviene che noi adempiamo ogni giustizia» (Mt 3, 15)”.

Cromazio conclude la sua predica con un riferimento al Primo testamento e legge il rapporto tra il battesimo di Ges e il passaggio del Giordano da parte di Israele. Quel passaggio fu apertura per una libertà nuova. Ora nelle acque si apre una via per una nuova terra promessa e la guida è Gesù:

“Un tempo la grazia del battesimo è stata enunciata misticamente: appunto quando il popolo, guadando il Giordano, è stato introdotto nella terra promessa. Perciò come allora – prima che il Signore venisse – al popolo fu aperta una via nel Giordano per entrare nella terra promessa, così ora mediante le stesse acque del fiume Giordano è stato aperto per la prima volta il tracciato della via celeste, percorrendo la quale raggiungeremo quella beata terra promessa, cioè la promessa del regno celeste. Gesù figlio di Nave fu il loro condottiero nel Giordano, mentre per mezzo del battesimo è diventato per noi guida della salvezza eterna Gesù Cristo Signore, l’unigenito Figlio di Dio che è benedetto nei secoli dei secoli. Amen”.

In un tempo prossimo a quello di Cromazio Ambrogio a Milano (340-397, vescovo dal 374) scrive un inno che introduce a scorgere la liturgia della sua chiesa. Ambrogio rende in poesia i riferimenti alle Scritture e attraverso il canto propone un modo di entare nel mistero della fede. Nell’inno legge insieme il mistero dell’epifania di Gesù, del battesimo e delle nozze di Cana. L’inno si apre con una invocazione a Gesù verità, luce, vita, pace. E’ lui che fa risplendere nel cielo gli astri e le stelle. Ed è invocazione che evoca al preghiera dei salmi:

O Tu che illumini superno / i globi degli astri splendenti, / pace vita verità luce, / Gesù, ascolta chi t’invoca.

Viene poi ricordato il primo mistero del manifestarsi di Gesù nel suo discendere nelle acque al momento del battesimo: Col mistero del tuo battesimo / le acque del Giordano, a ritroso / per tre volte un tempo fluenti, / in questo giorno consacrasti.

La memoria della storia della salvezza si unisce al giorno in cui la liturgia si svolge: il giorno presente è tempo che unisce insieme l’evento di Gesù e la vita di coloro che sono riuniti per celebrare.

Poi Ambrogio si sofferma sulla stella che ha guidato i magi nel loro cammino e vede in quella luce l’annuncio e la guida opera di Cristo nella vita dei sapienti che si recano a Betlemme, e ancora vi è insistenza sull’oggi che unisce il presente con l’annuncio a Maria e il cammino dei magi:

Fulgente in cielo, con la stella / di Maria il parto nunziasti; / in questo giorno ad adorarti / i magi al presepe guidasti..

Nel suo Commento al vangelo di Luca Ambrogio scrive:  “Dove c’è Cristo, la stella si fa nuovamente vedere e indica la via. Questa stella è la via, e Cristo è la via, perché Cristo è la stella. Dove c’è Cristo, c’è anche la stella; egli, infatti, è la stella fulgida del mattino. Egli si manifesta con la sua stessa luce” (Comment. In Lc II 45).

Infine Ambrogio legge l’episodio delle nozze di Cana come terza manifestazione di Gesù Cristo, riprendendo così il testo del IV vangelo: “(A Cana) Gesù manifestò la sua gloria” (Gv 2, 11).

Nelle anfore di acqua ricolme / sapore di vino infondesti; / ne attinse il servo ben conscio / di non averle sì riempite. / Vedendo l’acqua imporporarsi / ed a tutti infondere ebbrezza, / stupì al mutar degli elementi / da una ad un’altra sostanza..

E subito dopo ricollega a questo momento la moltiplicazione dei pani:

Mentre a cinquemila persone / si dividono cinque pani,/ sotto i loro avidi denti / in bocca cresce il nutrimento. “Era moltiplicato il pane / a misura ch’era gustato; / chi, ciò vedendo, stupirà / del perenne fluir delle fonti?/ Fra le mani di chi lo spezza / a profusione scorre il pane; / tutti i frammenti non spezzati / di là si dileguano intatti”.

Come a Cana così nella moltiplicazione dei pani la distribuzione del vino e del pane è segno che esprime un dono che risponde a desideri e attese e dona vita.

Ambrogio quindi legge insieme le tre epifanie, manifestazioni di Gesù nella visita dei magi, nel battesimo, e nella festa di Cana. (Inni natalizi di Sant’Ambrogio, ed. Interlinea, 1996).

Le Epifanie del Signore

O Tu che illumini superno
i globi degli astri splendenti,
pace vita verità luce,
Gesù, ascolta chi t’invoca.

Col mistero del tuo battesimo
le acque del Giordano, a ritroso
per tre volte un tempo fluenti,
in questo giorno consacrasti.

Fulgente in cielo, con la stella
di Maria il parto nunziasti;
in questo giorno ad adorarti
i magi al presepe guidasti.

Nelle anfore di acqua ricolme
sapore di vino infondesti;
ne attinse il servo ben conscio
di non averle sì riempite.

Vedendo l’acqua imporporarsi
ed a tutti infondere ebbrezza,
stupì al mutar degli elementi
da una ad un’altra sostanza.

Mentre a cinquemila persone
si dividono cinque pani,
sotto i loro avidi denti
in bocca cresce il nutrimento.

Era moltiplicato il pane
a misura ch’era gustato;
chi, ciò vedendo, stupirà
del perenne fluir delle fonti?

Fra le mani di chi lo spezza
a profusione scorre il pane;
tutti i frammenti non spezzati
di là si dileguano intatti.

(sant’Ambrogio, Inni)

Alessandro Cortesi op

Nella novena di Natale…

Marc Chagal albero di Iesse

Marc Chagall, L’albero di Iesse

Una riflessione a partire da Mt 1,1-17

La genealogia posta all’inizio del Vangelo di Matteo (1,1-17) è una serie di nomi segnati dal ritornello di un padre che generò un figlio. Attraverso questa genealogia passa la promessa messianica collegata alla discendenza di Giuda e di Davide. Matteo non intende fare opera di ricerca storica, ma in questa pagina offre un messaggio sul volto di Gesù come messia.

I nomi che compongono la genealogia sono in linea con l’intento di Matteo di collegare Gesù a Davide: nomi in serie di quattordici, da Abramo fino a Davide, e dall’esilio fino a Gesù. Tuttavia questa discendenza non appare lineare e senza interruzioni. L’elemento più appariscente è che la serie di generazioni si chiude con il riferimento a Giuseppe presentato come sposo di Maria «dalla quale è nato Gesù’ (Mt 1,16).

Si tratta di un albero genealogico composto quasi esclusivamente di nomi maschili che ha come esito ultimo di riferimento una donna che diviene madre. Giuseppe infatti, e il seguito del racconto di Matteo lo indicherà, scopre che il bambino che sta per nascere da Maria non viene da lui.

La genealogia di Matteo intende sottolineare che Gesù è figlio di Davide, proviene quindi dalla promessa che in Davide ha un punto di riferimento fondamentale. E’ Davide il re che aveva avuto l’idea di costruire un tempio al Dio d’Israele, ma il suo progetto viene posto in discussione dal profeta Natan che gli comunica il disegno diverso di Dio: non tu costruirai una casa a Dio, ma sarà Dio stesso che costruirà a te un casato. Se Davide pensava ad un tempio, ad un luogo per la presenza di Dio, il disegno di Dio rovescia questo pensiero e indica come il tempio in cui la sua presenza si farà vicina non sarà una costruzione, un luogo, un edificio sacro, ma sarà un volto, una discendenza, una presenza personale. «Gesù Cristo figlio di Davide, figlio di Abramo». Davide reca la promessa che veramente la gloria di Dio è la vita e il volto degli uomini e delle donne: la gloria di Dio è l’uomo vivente dirà Ireneo, la gloria di Dio è la vita dei poveri con cui Gesù si identifica.

Figlio di Davide quindi e figlio di Abramo. La vicenda di Gesù si colloca all’interno di una storia segnata dalle promesse di Dio e, con lo sguardo rivolto ad Abramo, con l’attenzione alla vicenda della fede che da Abramo ha inizio. Abramo è infatti padre perché primo di coloro che hanno accolto l’invito e la chiamata di Dio ‘Esci da te stesso, dal tuo paese, e va’ verso la terra che io ti indicherò’. Abramo, padre di tutti gli uomini e donne migranti che hanno lasciato e lasciano le loro case e le loro terre alla ricerca non solo di pane, di pascoli, di un futuro, di dignità, ma alla ricerca più profonda di quella promessa che sta al cuore della vita umana, promessa che è appello ad una fiducia capace di guardare le stelle del cielo e scorgervi lì il segno di Dio che vuole vita e discendenza e che si fa vicino nel dono di figlie e figli. Abramo grande padre dei credenti e amico di Dio (come è indicato nella tradizione islamica) perché presenza capace di relazione…

Nella genealogia presentata da Matteo appare tuttavia la prevalenza di nomi maschili. Ad indicare il limite di una struttura patriarcale che segna il modo di considerare la discendenza. Di padre in figlio, senza alcuna considerazione della presenza delle donne. Eppure prima di Maria in questa lunga serie di nomi, compaiono, quasi come fessure di interruzione, i nomi di quattro donne: Tamar, con riferimento alla storia narrata nel capitolo 38 di genesi, Rahab, la cui vicenda è raccontata nel capitolo 2 di Giosuè, Rut, di cui si racconta nel delizioso libretto che da lei prende il nome (Rut 3-4). La quarta donna è la moglie di Uria, cioè Betsabea (cfr. 2Sam 11,1-12,24). I nomi di queste donne sono connesse a situazioni ‘irregolari’ e peraltro a passaggi fondamentali per la discendenza che conduce a Gesù. Tamar, donna ridotta ad essere senza identità, rifiutata, ad un certo punto si finge prostituta in rapporto a Giuda. Quando Giuda scopre di essere lui il padre del bambino che deve nascere rendendosi conto dell’accaduto dirà: “ella è più giusta di me!”. Uno dei gemelli che da lei nasceranno sarà indicato come colui che si è aperto una breccia.

Raab, anche lei prostituta è la donna che a Gerico vive ospitalità incondizionata e salva i messaggeri degli israeliti, mettendo una corda, un filo rosso (e filo/corda in ebraico è termine che ha anche significato di speranza). Col suo agire trasforma la paura di entrare nella terra in coraggio, pone speranza dove c’era paura e incertezza. La tradizione rabbinica ebraica parlerà di Raab come moglie di Giosuè. Nella lettera agli Ebrei viene indicata come donna di fede: ‘Per fede, Raab, la prostituta, non perì con gli increduli, perché aveva accolto con benevolenza gli esploratori’ (Eb 11,31). Ella rende possibile ciò che appariva impossibile.

Rut è la straniera, del popolo di Moab, considerato maledetto da Israele, colei che segue la sua suocera Noemi, nella condizione di sventura, dicendo ‘il tuo popolo sarà il mio popolo, il tuo Dio sarà il mio Dio’, percorrendo le vie della solidarietà e della condivisione, anche di fronte al rifiuto, senza calcoli, e diviene colei che dà alla nascita il nonno di Davide i cui nome è Obed / Ebed il servo.

Betsabea è moglie del generale Uria, donna sola mentre il marito è in guerra, donna intraprendente, seducente, che riesce a farsi avvicinare da Davide e a raggiungere il potere. Darà a Davide il figlio Salomone dopo la morte del primo figlio. Anche lei entra nella vicenda della genealogia di Gesù.

Situazioni irregolari quindi, complesse e marginali, in cui s’intrecciano sentimenti, aperture e limiti. Ma ad una lettura più profonda quei nomi di donna fanno scorgere in una genealogia tutta maschile come il disegno e la promessa di Dio nella storia umana si fanno strada per vie che sono imprevedibili e diverse da schemi prestabiliti. E quelle nascite sono quindi secondo la giustizia di Dio, che rimane fedele alla sua promessa, come quella di Maria per cui anche Giuseppe sarà detto ‘uomo giusto’.

Quei nomi e storie di donne sono così anticipazioni e sono coerenti con la storia di Maria, anche lei protagonista di una maternità che può essere definita eterodossa (Giuseppe si interrogava come licenziarla in segreto…). Da loro nascono presenze che fanno parte del grande albero di vita che si conclude con un’altra interruzione e anomalia.

La genealogia infatti si conclude con Giuseppe, che non è presentato come padre, ma come sposo di Maria da cui è nato Gesù il Cristo. Gesù proviene da un storia pienamente umana, che respira della complessità delle vicende umane e d’altra parte non è solamente prodotto essa, ma la sua identità ha radici che orientano ad altrove. E Giuseppe è giusto perché non giudica ma si mantiene nel silenzio di chi s’interroga davanti ad un agire di Dio sempre da ricercare, ad un suo esserci al contempo presente e altrove, a colui che rimane altro e provoca all’abbandono della fede, a rinunciare alla pretesa di tenere Dio e il suo disegno dentro le nostre mani e i nostri progetti.

La lettura di questa densa pagina di nomi questa sera a noi può indicare due motivi di riflessione: il primo è che Dio si rende presente e chiama nella vicenda umana, al cuore di relazioni e di rapporti che sono quelli delle famiglie, dei popoli, degli alberi genealogici che legano l’umanità collegando a radici lontane e a volti sconosciuti. Siamo tutte e tutti partecipi di una storia in cui riconoscere una presenza di Dio che passa attraverso le relazioni, gli incontri, gli intrecci contorti e complessi delle famiglie umane. Gesù nasce all’interno di questa storia e si rende solidale con essa. Per questo oggi è così urgente riscoprire uno sguardo di accoglienza e ascolto dell’altro, dell’altro diverso, dell’altro povero che è visita di Dio.

Un secondo motivo di riflessione proviene dallo scorgere che in questa storia carica di pesantezza umana e di peccato, Gesù proviene da una vicenda segnata da alcuni passaggi in cui donne irregolari, con le loro scelte, con la loro fede, con la loro ostinatezza fanno procedere un disegno di promessa e di liberazione. La chiamata di Dio giunge dai margini, da chi è considerato esterno e lontano. Il volto di Dio di Gesù si rende vicino nei volti e nei nomi da ricordare, tutti, non perdendone alcuno. Gesù unisce a sé questa memoria di umanità ferita, fatta di storie scomode e non dimentica nessuno. Il suo profilo è quello di re messia, ma di un messia diverso. E a noi chiede la fede che è stata di Abramo, di Davide, di Rut, di Maria.

Alessandro Cortesi op – san Domenico di Fiesole, 17 dicembre 2018

 

II domenica di Avvento – anno C – 2018

IMG_1847.jpgBar 5,1-9; Fil 1,4-6.8-11; Lc 3,1-6

“Deponi, o Gerusalemme, la veste del lutto e dell’afflizione, rivèstiti dello splendore della gloria che ti viene da Dio per sempre. Avvolgiti nel manto della giustizia di Dio…. Sarai chiamata da Dio per sempre: «Pace di giustizia» e «Gloria di pietà»…. Dio ha deciso di spianare ogni alta montagna e le rupi perenni, di colmare le valli livellando il terreno, perché Israele proceda sicuro sotto la gloria di Dio”.

Deponi la veste del lutto… rivestiti: sono gli inviti ad un momento di rinnovamento, di capovolgimento di situazione. Gerusalemme deve accogliere un nome nuovo che è ‘pace di giustizia’. E’ invito rivolto al popolo d’Israele per scorgere nella sua vicenda un operare di Dio che avvolge e veste in modo nuovo, che dona gioia al posto del lutto, che apre ad un cammino in cui Egli stesso prepara la via. Sono grandi immagini che stanno ad indicare la chiamata ad un incontro con Dio che si attua nella pace e nella giustizia. Ed è incontro da cui lasciarsi prendere, rivestire, lasciarsi avvolgere come da un manto.

Luca è attento alle date che indicano tempi e luoghi precisi: nell’anno decimoquinto dell’impero di Tiberio, mentre Ponzio Pilato era governatore della Giudea. E’ così descritto così il momento storico in cui Gesù si presenta sulla scena della vita palestinese nel I secolo, tra il 27 e il 30 d.C. Gesù nasce ed entra nella vicenda di una storia umana, inserito pienamente in una vicenda di popoli e in un contesto culturale concreto. Si inserisce in una storia più ampia di quella del popolo d’Israele, in rapporto quindi anche con gli altri popoli e i pagani.

Luca insiste nel parlare del governatore romano Pilato, in carica dal 26 al 36, dei vari re della Giudea, Erode Antipa, il suo fratellastro Filippo, che governava due province al Nord della Palestina e Lisania, re di una regione a Nord l’Abilene. Poi presenta le due più alte cariche della comunità giudaica, il sommo sacerdote Anna che fu deposto dai romani nel 15 d.C. e colui che fu sommo sacerdote in carica dal 15 al 36, Caifa, che avrà un ruolo insieme ad Anna nella condanna di Gesù. Luca presenta così Gesù nel quadro di una storia. La sua vicenda è irruzione della presenza di Dio nella storia degli uomini. E’ questo il senso dell’incarnazione che Luca intende far maturare nella sua comunità.

Luca presenta anche la figura di Giovanni Battista con i tratti ripresi da un brano del Secondo Isaia: “Una voce grida: ‘Nel deserto preparate la via al Signore… ogni valle sia colmata, ogni monte e colle siano abbassati” (Is 40,3-4). I profeti indicano così l’esperienza del ritorno dall’esilio: i monti sono abbassati, le valli colmate per fare spazio ad una via di ritorno e di libertà per il popolo del Signore. Questa via diritta ricorda le ‘vie sacre’ dell’antichità dove si svolgevano processioni verso il tempio, e diviene simbolo del percorso del popolo che cammina nella luce del suo Dio.

Luca introduce Giovanni indicandolo come “Voce di uno che grida nel deserto: Preparate la via del Signore, raddrizzate i suoi sentieri! Ogni burrone sia riempito, ogni monte e ogni colle sia abbassato”. Il Battista è annunciatore di una via da percorrere per incontrare il Signore. Il Battista predica un rito di immersione (battesimo) nell’acqua del fiume Giordano, per la remissione dei peccati: un tempo nuovo sta per iniziare e richiede un cambiamento della vita, un nuovo orientamento delle scelte. Gesù porterà l’annuncio di un dono gratuito di vita nuova per percorrere la via dell’incontro con Lui e con gli altri.

Paolo, scrivendo ai Filippesi, comunità a lui cara e verso cui prova profondo affetto, ricorda loro l’orizzonte a cui tende la vita della comunità: il giorno di Cristo Gesù. Il tempo da vivere è nell’attesa di un giorno che compirà questo tempo. E’ giorno del venire di Gesù, del suo tornare come Signore. Ma è questo anche il giorno che si attua nei giorni del presente, in cui la fatica da compiere è quella di scegliere ciò che è bene, non lasciarsi confondere. Paolo comunica alla comunità di Filippi la fiducia che anima i suo cammino. Al centro della sua vita sta la consapevolezza della gratuità dell’intervento di Dio, il dono della sua grazia: “Sono persuaso che colui il quale ha iniziato in voi quest’opera buona, la porterà a compimento fino al giorno di Cristo Gesù” Da qui sorge l’invito: “possiate distinguere ciò che è meglio ed essere integri e irreprensibili per il giorno di Cristo”.

Alessandro Cortesi op

Yousuf, la moglie Faith e la loro bimba di sei mesi Per effetto del decreto sicurezza di Salvini, 26 migranti con permesso umanitario sono stati espulsi dal CARA di Capo Rizzuto

Pace di giustizia

A seguito dell’entrata in vigore del cosiddetto ‘decreto sicurezza’ voluto dal ministro Salvini le prime misure di applicazione del provvedimento sono state eseguite. Nella serata di venerdì 29 novembre 24 migranti, a cui era stato riconosciuta la protezione umanitaria e quindi il permesso di soggiorno per motivi umanitari, sono stati allontanati dalla struttura del Centro Accoglienza Richiedenti Asilo (CARA) di Isola Capo Rizzuto. Tra di essi una giovane coppia con una bambina di 5 mesi e quattro donne vittime di tratta.

Per loro si apre una situazione di incertezza e di abbandono: pur avendo diritto a restare in Italia avendo ricevuto la protezione umanitaria, non possono beneficiare né della prima accoglienza né del diritto di essere accolti nel sistema Sistema Protezione Richiedenti Asilo e Rifugiati (SPRAR). Per accogliere nell’emergenza queste persone si sono attivate a Crotone associazioni di accoglienza, la Croce e Rossa e la Caritas. Altre 200 persone che dovranno lasciare la struttura dovranno trovare soluzioni di fortuna accampandosi in baracche sotto i cavalcavia nei pressi di Crotone.

Le misure del governo italiano hanno anche cancellato il fondo per la salute dei migranti privando così della possibilità di assistenza e nel decreto fiscale è stata imposta una tassa sulle rimesse dei migranti (1,5 % su trasferimenti oltre i 10 euro extra UE) colpendo in tal modo il money-transfer che costituisce una delle vie di sostegno alle famiglie dei migranti che giungono direttamente alle situazioni in loco.

Le misure del governo colpiscono indifesi e innocenti ed esprimono una mentalità di cattiveria rivolta verso le persone più vulnerabili facendo della povertà una colpa: si aggiungono alle chiusure dei porti e alla campagna di delegittimazione delle ONG che soccorrono i naufraghi nel Mediterraneo (anche il 24 novembre u.s. sono giunti al porto di Pozzallo oltre 200 naufraghi, con donne e bambini, segno che le operazioni di salvataggio nel Mediterraneo sono necessarie con urgenza).

Di fronte a politiche di ingiustizia che colpiscono i più vulnerabili creando così nuove emergenze per alimentare la paura si rende necessaria una reazione di contrasto trovando nuove forme di solidarietà e accoglienza quale obiezione di coscienza della società civile. Per affermare i valori costituzionali, i diritti umani fondamentali.  Attraversare confini per cercare dignità e  lavoro, fuggire da miseria e violenza per chiedere asilo non è un crimine. Per chi è credente, opporsi con lucidità alla ‘legge della strada’ è via per attuare una fedeltà al vangelo che scorge come proprio il Natale significhi appello ad accogliere coloro per cui non c’era posto nell’albergo.

“Il presepe di cui qui si parla è vivente. Loro sono giovanissimi: Giuseppe ( Yousuf), Fede (Faith) e la loro creatura. Che è già nata, è una bimba e ha appena cinque mesi. Giuseppe viene dal Ghana, Fede è nigeriana, entrambi godono – è questo il verbo tecnico – della «protezione umanitaria» accordata dalla Repubblica Italiana. Ora ne stanno godendo in mezzo a una strada. Una strada che comincia appena fuori di un Cara calabrese e che, senza passare da nessuna casa, porta dritto sino al Natale. Il Natale di Gesù: Uno che se ne intende di povertà e grandezza, di folle adoranti e masse furenti, di ascolto e di rifiuto, del ‘sì’ che tutto accoglie e tutti salva e dei ‘no’ che si fanno prima porte sbattute in faccia e poi chiodi di croce. Giuseppe e Fede solo stati abbandonati, con la loro creatura, sulla strada che porta al Natale e, poi, non si sa dove. Sono parte di un nuovo popolo di ‘scartati’, che sta andando a cercare riparo ai bordi delle vie e delle piazze, delle città e dell’ordine costituito, ingrossando le file dei senza niente. Sono i senza più niente. Avevano trovato timbri ufficiali e un ‘luogo’ che si chiama Sprar (Sistema di protezione per richiedenti asilo e rifugiati) su cui contare per essere inclusi legalmente nella società italiana, apprendendo la nostra lingua, valorizzando le proprie competenze, studiando per imparare cose nuove e utili a se stessi e al Paese che li stava accogliendo. Adesso quel luogo non li riguarda più. I ‘rifugiati’ sì, i ‘protetti’ no. E a loro non resta che la strada, una strada senza libertà vera, e gli incontri che la strada sempre offre e qualche volta impone: persone perbene e persone permale, mani tese a dare e a carezzare e mani tese a prendere e a picchiare, indifferenza o solidarietà. Si può essere certi che il ministro dell’Interno, come i parlamentari che hanno votato e convertito in legge il suo decreto su sicurezza e immigrazione, non ce l’avesse con Giuseppe, Fede e la loro bimba di cinque mesi. Ma è un fatto: tutti insieme se la sono presa anche con loro tre, e con tutti gli altri che il Sistema sta scaricando fuori dalla porta. Viene voglia di chiamarla ‘la Legge della strada’. Che come si sa è dura, persino feroce, non sopporta i deboli e, darwinianamente, li elimina.” (Marco Tarquinio, Il presepe vivente Norma cattiva e parole al vento, “Avvenire” 2 dicembre 2018)

“prego che, quando le rive/ si allontaneranno fino a sparire/ e la nosra barca non sarà più/ che un puntino gettato/ fra onde ribollenti, pronte a inghiottirla,/ Dio guidi la nostra rotta./ perché tu sei un carico prezioso, Marwan,/ il più prezioso di tutti. / Vorrei che il mare lo sapesse. / Inshallah” (Khaled  Hosseini, Preghiera del mare, SEM, Milano 2018)

Alessandro Cortesi op

 

XXXI domenica tempo ordinario – anno B – 2018

IMG_1477Dt 6,2-6; Eb 7,23-28; Mc 12,28-34

Uno scriba interroga Gesù: “Qual è il primo di tutti i comandamenti?” Gesù risponde richiamando la Torah ponendo insieme due passi della Scrittura. Il primo testo dal Deuteronomio: “Ascolta Israele, il Signore è il nostro Dio, il Signore è uno solo. Tu amerai il Signore tuo Dio con tutto il cuore, con tutta l’anima e con tutte le forze” (Dt 6,4-9). Il secondo testo è tratto dal libro del Levitico, appartenente al codice di santità: “Non ti vendicherai e non serberai rancore contro i figli del tuo popolo, ma amerai il tuo prossimo come te stesso. Io sono il Signore” (Lev 19,18).

‘Ascolta Israele’ è un richiamo all’importanza essenziale dell’ascolto per sfuggire al grande peccato dell’idolatria, del costruirsi divinità vane che sembrano forti ma si rivelano senza consistenza. Ascoltare è l’attitudine di chi si vive la disponibilità di ricevere, in relazione con Dio che si fa vicino nella storia. Dio chiama Israele a scoprire la sua vicinanza negli eventi in cui egli agisce ed è presente: ‘Io sarò colui che sarò, sarò con te’ (cfr. Es 3,14).

‘Ascolta’ è attitudine del ‘cuore’ che, nel linguaggio biblico è il centro della sensibilità e sede da cui scaturiscono le decisioni della vita. ‘Ascoltare’ connota una fede che lascia entrare Dio come unico sovrano nell’esistenza. Lo Shemà è così sintesi della spiritualità dell’esodo: il Dio che ha liberato Israele il cui nome è ‘io sono colui che vi ha fatti uscire dal paese della schiavitù’, non prende il posto del faraone, ma dona liberazione e vita e chiama a rimanere nell’ascolto per rispondere alla sua Parola, nel dialogo dell’alleanza.

Gesù unisce a questo riferimento all’ascolto il testo del Levitico: richiama così il cuore della legge. Non entra nel dibattito di scuola sul più importante dei precetti, ma ne indica la radice. Non rinvia ad una serie di norme o di espressioni cultuali. Richiama al cuore e al significato più profondo della legge: rinvia all’esperienza dell’Esodo.

Nel dialogo lo scriba riprende l’insegnamento lo approfondisce: ascoltare di Dio e amare l’altro è la via a cui Dio chiama ed è ben diversa da una religione fatta di atti cultuali. Il rapporto con il Dio liberatore che chiede ascolto si attua nell’apertura all’incontro e nella cura rivolte all’altro. Il senso profondo della vita umana sta per Gesù nel rimanere in attesa, rivolti a Dio e alle sue chiamate. Egli si rende vicino nel volto degli altri. L’altro è prossimo da riconoscere come tale, da vedere e da incontrare. Gesù richiama ad un orientamento fondamentale: l’incontro con Dio, il senso dell’esistenza si attua rispondendo alla chiamata che viene da lui, nello stare in ascolto. E tale ascolto provoca a scorgere come l’incontro con Dio si attua sin dal presente nella cura, nell’amore per l’altro. E’ anche da tener presente che non esiste amore per l’altro quando vi è disprezzo per se stessi, per la propria vita: amare l’altro come se stessi è indicazione di un cammino che sappia accogliere la propria vita come dono. Apertura all’altro è possibile solo nell’apprezzare il dono e lo sguardo di Dio sua propria vita, e ascoltando la sua chiamata all’incontro. Ascoltare Dio non può andare senza ascoltare e prendersi cura degli altri.

Alessandro Cortesi op

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Universale e particolare

“Dio non ama l’umanità in generale, categoria della quale noi non saremmo altro che degli esemplari, come si può dire che qualcuno ama il whisky o i canadesi. Un tale amore sarebbe freddo e vuoto. Nel romanzo Casa desolata, Charles Dickens ci presenta la signora Jellyby, affetta da una ‘filantropia telescopica, come se non potesse vedere niente più vicino dell’Africa’. Amava gli africani in generale, ma non si accorgeva nemmeno dell’esistenza dei propri figli. Dio si compiace d ciascuno di noi in mood unico e irripetibile. Si delizia della maniera in cui tu cammini, della curva del tuo collo, dell’eco della tua risata. Se il nostro amore è una partecipazione al Dio che è amore, allora anch’esso aspirerà sempre ad essere sia particolare sia universale” (Timothy Radcliffe, Alla radice la libertà. I paradossi del cristianesimo, EMI Verona 2018, 16).

C’è una difficoltà a parlare dell’amore, amore di Dio, amore del prossimo e a fare di questo motivo di pensieri generici e che non toccano per nulla la quotidianità della ostar esperienza. Non solo il parlare dell’amore è spesso generico e talmente universale da risultare vago e insignificante per la vita, ma anche ciò diviene motivo per uno sguardo simile alla filantropia telescopica della signora Jellyby, incapace di scorgere le relazioni vicine e tutta presa da un legame generale e generico, non coinvolgente la vita per figure lontane.

La sfida che viviamo oggi sta nel superare un mondo fatto di relazioni virtuali e affrontare  la concretezza dell’incontro. E’ sempre un rischio affrontare le relazioni vicine e lasciarsi interrogare nella difficoltà. Affrontare tale rischio è passaggio per maturare un modo di amare più profondo, per cresere nella scoperta dell’amore non come emozione superficiale, ma percorso di riconoscimento dell’altro, e di cambiamento nell’incontro. L’amore non è il sogno spesso coltivato di una situazione ideale che poi lascia delusi alla prima difficoltà, ma è cammino faticoso e coinvolgente che attraversa e impegna tutta la vita. E’ cammino di apprendendimento di un’arte difficile e quotidiana, fatta di piccoli gesti, di attenzione e di capacità di attraversare momenti di silenzio e di fatica. Ed è importante anche imparare a riconoscere la precarietà di ogni momento in questo cammino.

“Mentre lavoro a queste pagine, entra un confratello irlandese e mi chiede: ‘Che scrivi?’. ‘Un capitolo sull’amore’, rispondo. Incalza: ‘Ma cucini sempre la stessa minestra?’. Così, per impressionarlo gli leggo un brano del Profumo delle notti del Nilo, un romanzo dell’egiziana Ahdaf Soueif: ‘Ihq è l’amore che intreccia due persone, shagaf è l’amore che si annida nelle cavità segrete del cuore, hayam è l’amore che percorre la terra, teeh è l’amore in cui perdi te stesso, walah è l’amore che racchiude in sé il dolore, sababah è l’amore che trasuda dai pori, gharam è l’amore che vuole pagare il prezzo’. Mi aspetto che si stupisca e lui dice: ‘Sembra il menu di un ristorante indiano”. (ibid. 13-14)

I diversi nomi dell’amore, e i diversi gesti dell’amore, anziché essere difficili nomi del menu di un ristorante, costituiscono forse la declinazione molto concreta che fa scorgere come l’amore investa e coinvolga l’esperienza umana nella sue dimensioni più ampie e profonde.   E’ esperienza universale, luogo di domande, attese, sofferenze e gioie per uomini e donne di ogni latitudine e lingua. Ed è esperienza da leggere come cammino da vivere nel procedere, nel faticare, nella crisi, nell’incomprensione e interruzione, nell’essere feriti e nel ferire. Un cammino ma anche una soglia, che fa avvicinare e scorgere un oltre, al di là e al di dentro dei cammini dell’amore. Non nella distanza di chi dicendo di amare tutti cerca di scrollarsi di dosso la sfida dell’incontrare volti e nomi concreti, ma nel coinvolgimento in cui l’amore è incrocio di storie, di viventi, luogo di aperture possibili e non ancora scritte.

Alessandro Cortesi op

 

 

 

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