la parola cresceva

commenti alla Parola della domenica e riflessioni

Archivio per il tag “Gesù”

XXIV domenica tempo ordinario – anno C – 2022

Es 32,7-11.13-14; 1Tim 1,12-17; Lc 15,1-32

E’ questo un periodo di ripresa, dopo l’estate. Ripresa delle scuole, del lavoro, delle attività sociali. Quest’anno la ripresa si situa in un momento di particolare preoccupazione e crisi da tanti punti di vista. Crisi climatica ed ecologica evidenziata  dalla siccità e dai tanti fenomeni atmosferici devastanti in Italia e varie parti del mondo. Crisi della guerra in Ucraina con le conseguenze sul piano economico e alimentare: è una crisi che ha riportato in auge la mentalità della violenza e della guerra. Crisi sociale che segue alla diffusione della pandemia con tante conseguenze sulle vite soprattutto dei più fragili. L’incertezza a livello politico generale genera tanti motivi di inquietudine. E veramente la preghiera in questo tempo di ripresa potrebbe essere quella essenziale del salmo di oggi: “Crea in me, o Dio, un cuore puro, rinnova in me uno spirito saldo”. Il cuore, centro di decisioni e orientamenti della vita è il luogo per ascoltare quanto il Signore indica nella storia difficile, nelle prove. E solo un cuore nuovo, fatto nuovo da Lui, può aprirsi a scoprire il dono dello Spirito che invia. Dalle letture di oggi possiamo ascoltare alcuni messaggi per la nostra vita.

La pagina dell’esodo ricorda la nostalgia sempre presente di farsi un idolo a cui sacrificare la libertà. Il vitello d’oro è simbolo della ricerca di soluzioni facili e immediate a bisogni immediati e richiusi in orizzonti ristretti. E’ il desiderio anche di una divinità a misura, strumentalizzabile e a portata di mano. E’ la storia di sempre della ricerca di una religione che non apre al rischio della fede:  “Non hanno tardato ad allontanarsi dalla via che io avevo loro indicato! Si sono fatti un vitello di metallo fuso, poi gli si sono prostrati dinanzi…”

L’esodo è cammino di uscita, di liberazione, che richiama a ritornare al ricordo della promessa, a vivere il rischio della fede in una relazione impegnativa con il Dio che si è compromesso nell’alleanza: “Ricòrdati di Abramo, di Isacco, di Israele, tuoi servi, ai quali hai giurato per te stesso e hai detto: “Renderò la vostra posterità numerosa come le stelle del cielo…”

La prima lettera a Timoteo esprime la consapevolezza che ogni forza proviene dal Signore Gesù, motivo di gratitudine da coltivare nel cuore: “rendo grazie a colui che mi ha reso forte, Cristo Gesù Signore nostro”. Non c’è quindi spazio per presunzione o vanto per chi ha sperimentato sulla sua vita uno sguardo di misericordia: “Cristo Gesù è venuto nel mondo per salvare i peccatori, il primo dei quali sono io. Ma appunto per questo ho ottenuto misericordia, perché Cristo Gesù ha voluto in me, per primo, dimostrare tutta quanta la sua magnanimità, e io fossi di esempio a quelli che avrebbero creduto in lui per avere la vita eterna”.

Nelle parabole del cap. 15 di Luca si può scorgere l’indicazione di un movimento di perdita, di ricerca e di ritrovamento. Dio, identificato con figure della vita, un pastore, una donna, un padre, si prende cura di ritrovare, accoglie il perduto, vive la gioia senza limiti della condivisione. “Rallegratevi con me, perché ho trovato la moneta che avevo perduto”.

In questo tempo di crisi ogni gesto di cura, di ricerca, di attesa, di festa ospitale è nell’orizzonte della promessa di Dio che ha cura di non perdere nessuno.

Alessandro Cortesi op

Non perdere

La guerra in atto in Ucraina ha condotto nel dibattito pubblico al venir meno del senso della complessità delle questioni: nella drammaticità della situazione, nella situazione di violazione del diritto internazionale, negli orrori perpetrati nell’uso della violenza è arduo assumere un’attitudine di approfondimento e di comprensione problematica di quanto accade. Per fermare la guerra, per ricondurre alla ragionevolezza, per non alimentare la spirale di un conflitto senza fine. E’ difficile ma è indispensabile assumere la fatica di leggere contesti culturali, religiosi e sociali senza lasciarsi sommergere dalla logica binaria di contrapposizioni frontali, di lotta del bene contro il male. L’attenzione da coltivare alla ricerca di cause, di contesti, di posizioni diverse all’interno dei popoli può essere percorso da compiere per non perdere tutte le risorse che possono nel dramma del presente far individuare aperture di pace.

Natalino Valentini, profondo conoscitore della cultura e spiritulità russa, in uno studio dal titolo Il patrimonio da salvare (Il Regno attualità 14,2022, 463-472) offre un’approfondita analisi di quanto sta accadendo in questi mesi. E propone interrogativi che conducono ad indagare la storia sociale e religiosa della Russia, in particolare la questione del rapporto tra Russia ed Europa come grande problema storico e culturale e del rapporto tra Russia e Asia: dalla tradizione culturale russa emerge infatti la tensione irrisolta ad essere appartenente all’Europa e dall’altra parte al mantenersi in rapporto all’Asia, il suo permanere Eurasia.

E’ rilevato poi un elemento fondamentale riscontrabile nel legame tra fede  ortodossa e popolo russo, che vengono quasi a formare una cosa sola. Ma anche a tal proposito si apre la domanda: cosa oggi resta di quella grande tradizione spirituale? Quali cambiamenti ha vissuto la chiesa ortodossa russa passata attraverso la persecuzione sovietica?

“la critica antioccidentale rispolverata dal patriarca Cirillo in forte sintonia con una certa ideologia teologico-politica etnico-nazionalistica che gravita attorno a Putin (…) ha radici profonde nella cultura russa e ortodossa, che non ha dovuto attraversare le grandi sfide culturali della modernità. Così si è fatta strada un’idea politico-religiosa che ritrova la sua identità nella ‘santa Russia’, ma anche nel modello totalitario etno-filetico del Russkij mir, base giustificativa della stessa invasione”. E’ questa a giudizio di Valentini una distorsione ideologica che dal punto di vista religioso figura come un’autentica eresia in quanto tradimento della fede stessa denunciato da molteplici teologi ortodossi contemporanei.   

L’aggressione del 24 febbraio, violando il diritto interazionale, ha manifestato un fallimento della politica ma ha anche fatto emergere una profonda frattura che attraversa le chiese: la guerra insanguina le terre dell’antica Rus di Kiev che è cuore pulsante della tradizione spirituale dell’intera regione. A tal riguardo è richiamato l’insegnamento del grande teologo ortodosso Pavel Florenskij che indicava nella mancanza di ascolto la causa della frammentazione del mondo religioso cristiano.

Tra le conseguenze della guerra si può riscontrare il venir meno di ogni possibilità di discernimento e l’affermarsi della propaganda. In tale quadro inquinato si giunge ad identificare i capi politici e i dittatori con i popoli stessi che dominano. Anche all’interno dello stesso popolo russo, sottoposto ad un sistema oppressivo, è presente una opposizione alla guerra e con grandi difficoltà emergono segnali di resistenza.

Valentini annota come proprio la grande tradizione culturale russa, gli autori della tradizione spirituale e letteraria, il loro insegnamento e le loro opere custodiscono una ricchezza profonda di sapienza orientata alla pace. “Esemplari restano a riguardo gli scritti contro la guerra, la pena di morte, la violenza, la persecuzione e ogni forma di violazione della libertà e dignità umana  dei principali rappresentanti di questo pensiero cristiano che in molti casi hanno pagato con il gulag e con la vita, oppure con l’esilio, la loro coerenza e testimonianza”. Tra altri sono menzionati Pavel Florenskij, Sergei Bulgakov, Nikolai Berdjaev, Osip Mandel’stam, e i testimoni del dissenso tra cui Boris Pasternak, Vasilij Grossman, Aleksander Solzenicyn.

“Anche per queste ragioni avvertiamo con preoccupazione il rapido accrescersi e diffondersi delle diverse forme di ostilità, di ostracismo e persino di odio generalizzato e insulso nei confronti della ‘cultura russa’, che secondo alcuni andrebbe addirittura boicottata e persino ‘cancellata’” (ibid. 472).

La voce di questo studioso è un appello a non perdere quanto oggi è patrimonio di sapienza che nella barbarie del presente andrebbe custodito per ritrovare proprio in questo ascolto e ritrovamento le ragioni per orientare al cessare i combattimenti ed intraprendere una decisa ricerca della pace per le vie della pace.

Alessandro Cortesi op  

XXIII domenica tempo ordinario – anno C – 2022

Sap 9,13-18; Fm 9-10.12-17; Lc 14,25-33

Cosa vuol dire essere discepoli di Gesù? Sta qui la grande questione al cuore del cammino dei credenti. Luca è molto sensibile a tale domanda: nel suo racconto narra come nel suo cammino Gesù chiama a seguirlo in diversi modi: chiede di condividere la sua strada con scelte che coinvolgono l’intera esistenza. Essere discepoli è orientarsi a seguire lui e la strada di Gesù quale cammino sempre nuovo: seguirlo implica ricominciare sempre in fedeltà alla sua parola.

Alcune caratteristiche del seguire sono elencate in quest pagina. Una prima condizione è formulata nei termini duri di un distacco dai legami familiari in cui compare un verbo assai forte: “se uno viene a me e non odia suo padre, sua madre…” Il termine ‘odiare’ contrasta con l’intero insegnamento di Gesù riguardo all’amare vicini e amici ma anche i nemici. Aveva chiaramente richiamato a prendersi cura dei familiari quale modo di attuare un autentico culto (Mt 15,3-6): criticava infatti coloro che facendo un’offerta al tempio si ritenevano a posto, senza prendersi cura del padre e della madre e così “annullavano la parola di Dio”. Gesù quindi non chiede di odiare, ma di vivere un amore aperto. Mette in guardia dal chiudersi egoisticamente entro i legami familiari e chiede di non assolutizzarli. A chi lo segue Gesù indica di porre al primo posto la presenza di Dio a cui riferire tutta la vita.

La seconda condizione è andare dietro a lui e ‘portare la croce’: la croce racchiude in qualche modo l’intero percorso di Gesù. E’ uno strumento orribile di condanna e di tortura, è tuttavia proprio sulla croce e fino a quel momento Gesù ha manifestato il senso profondo della sua vita quale dono totale nell’amore. Chi segue Gesù è chiamato a vivere secondo questa logica di dono ogni giorno – è sottolineatura propria di Luca questo accento sul quotidiano-. Egli scrive in una comunità in cui si fa presente la fatica del cammino che continua ogni giorno (Lc 9,23; cfr Mt 10,38). Seguire Gesù non è questione di alcuni momenti particolari ed eccezionali ma è scelta che tocca le vicende ordinarie, il quotidiano nascosto e talvolta monotono.

La terza condizione è indicata da due immagini, la torre da costruire e la guerra da preparare: sono esempi tratti dalle vicende umane ed entrambi utilizzati per un messaggio di fondo. Gesù richiede per seguirlo l’attitudine a pensare, a valutare le proprie forze, a preparare ciò che si costruisce. L’impresa è ardua. Esige uno sguardo lungo e forse anche la scoperta che da soli con le nostre sole forze non ce la facciamo. Luca richiama come questa impresa richieda tutte le energie e tutti i beni: rinunciare ai beni significa condividere ed è scelta di farsi borse che non invecchiano, per aprirsi all’unica vera ricchezza dell’incontro con il Signore Gesù.

In fondo tutte queste condizioni si possono raccogliere in un unico appello a vincere la superficialità, ad intendere l’importanza della vita, ad operare scelte nella direzione del regno di Dio.

Alessandro  Cortesi op

Pane, dono, gratitudine

Il 1 settembre è nella Chiesa italiana Giornata nazionale per la custodia del Creato ed apre un mese – tempo del creato – dedicato all’attenzione e alla cura dell’ambiente. La CEI ha proposto un  documento di riflessione a partire dalla riscoperta del pane. Ne riporto alcuni brevi brani quale occasione per ascoltare il messaggio che giunge dal pane frutto della terra e del lavoro di tante persone in questo momento in cui anche a causa della guerra in Ucraina proprio il grano e il pane e vengono a mancare in tante regioni:

“Quante cose sa dirci un pezzo di pane! Basta saperlo ascoltare (…)  Ogni pezzo di pane arriva da lontano: è un dono della terra. (…) Quando Gesù prende il pane nelle sue mani, accoglie la natura medesima, il suo potere rigenerativo e vitale; e, dicendo che il pane è “suo corpo”, Egli sceglie di inserirsi nei solchi di una terra già spezzata, ferita e sfruttata. (…) Gesù, dopo aver preso il pane nelle sue mani, pronuncia le parole di benedizione e rende grazie. È la gratitudine il suo atteggiamento più distintivo, nel solco della tradizione pasquale. Essere grati è, dunque, l’attitudine fondamentale di ogni cristiano, è la matrice che ne plasma la vita… (…)

Chi non è grato non è misericordioso. Chi non è grato non sa prendersi cura e diventa predone e ladro, favorendo le logiche perverse dell’odio e della guerra. Chi non è grato diventa vorace, si abbandona allo spreco, spadroneggia su quanto, in fondo, non è suo ma gli è stato semplicemente offerto. Chi non è grato, può trasformare una terra ricca di risorse, granaio per i popoli, in un teatro di guerra, come tristemente continuiamo a constatare in questi mesi.  (…)

Prendere il pane, spezzarlo e condividerlo con gratitudine ci aiuta, invece, a riconoscere la dignità di tutte le cose che si concentrano in un frammento così nobile: la creazione di Dio, il dinamismo della natura, il lavoro di tanta gente: chi semina, coltiva e raccoglie, chi predispone i sistemi di irrigazione, chi estrae il sale, chi impasta e inforna, chi distribuisce. In quel frammento c’è la terra e l’intera società. Ci fa pensare anche a chi tende inutilmente la sua mano per nutrirsi, perché non incontra la solidarietà di nessuno, perché vive in condizioni precarie. (…)

Mangiare con altri significa allenarsi alla condivisione. A tavola si condivide ciò che c’è. Quando arriva il vassoio il primo commensale non può prendere tutto. Egli prende non in base alla propria fame, ma al numero dei commensali, perché tutti possano mangiare. Per questo mangiare insieme significa allenarsi a diventare dono. Riceviamo dalla terra per condividere, per diventare attenti all’altro, per vivere nella dinamica del dono. Riceviamo vita per diventare capaci di donare vita. (…) Torniamo, dunque, al gusto del pane: spezziamolo con gratitudine e gratuità, più disponibili a restituire e condividere.(…)”

Alessandro Cortesi op

XIII domenica tempo ordinario – anno C

1 Re 19.16.19-21; Gal 5,1.13-18; Lc 9,51-62

Eliseo è chiamato in modo inatteso a seguire il profeta Elia che su di lui getta il mantello in segno di scelta e invio. La sua vita cambia, il mantello che lo avvolge segna l’inizio di un cammino nuovo: sarà uomo di Dio non impaurito di fronte ai potenti e la sua missione di profeta si manterrà sotto la parola di Dio. Il mantello indica così una chiamata ed un invio. D’ora in poi Eliseo lascia il suo lavoro, la cura dei buoi e si pone al servizio di Elia divenendone discepolo. Alla morte del maestro Eliseo raccoglierà il suo mantello (2Re 2,13-14) e con esso aprirà ancora le acque, segno che la parola di Dio è fonte di liberazione per tutti, per chi si sente estraneo e lontano, oltre i confini (2Re cap. 5; cfr. Lc 4,27). Eliseo fu ‘uomo di Dio’ perché con i suoi gesti testimoniò che Dio è liberatore e vicino, un Dio diverso dalle logiche del potere umano. Quel mantello accolto su di sé apre la strada a rivivere il percorso di liberazione dell’esodo, opera di Dio, un percorso che è personale ed insieme collettivo e deve allargarsi a tutti.

La fede biblica è segnata dal cammino, nel deserto. Lì avviene la scoperta della presenza di Dio vicino, pellegrino e nomade con il suo popolo. Nel cammino si incontra Dio che spinge ad andare sempre oltre, ad aprirsi al futuro come suo dono. Le prime testimonianze parlano di Gesù come “colui che è passato facendo del bene…” (cfr. At 10,38). Il suo cammino non è solo esteriore ma interiore: sulla strada Gesù incontra, dialoga, e coinvolge nel suo itinerario. La strada verso Gerusalemme è esperienza importante della vita di Gesù. Luca riporta che ad un certo punto Gesù ‘fece il viso duro’ e si diresse verso Gerusalemme: è un momento di scelta e di decisione non facile. Gesù si dirige verso la città del potere religioso dove incontrerà il rifiuto e l’ostilità nell’acuirsi del conflitto contro di lui. Si dirige verso la città sede del tempio e della classe sacerdotale: lì vivrà la passione e subirà l’ingiusta condanna. Gesù si dirige ad affrontare lo scontro con il potere politico e religioso che si sentono minacciati dalla sua predicazione inerme. Gerusalemme è tuttavia anche il luogo della risurrezione, del dono di vita nuova, dell’inizio del cammino della comunità. La strada indica la chiamata di Gesù e quella dei discepoli che lo seguono: sono chiamata a condividere la sua vita, a generare una convivenza di pace.

Sulla strada varie persone chiedono a Gesù di seguirlo ed egli stesso rivolge l’invito ad alcuni con la parola: ‘seguimi’. Nei brevi dialoghi di questo brano sta al centro la questione del seguire Gesù. L’intera esperienza dei cristiani può essere sintetizzata nel ‘seguire’. Non si tratta di un percorso di conoscenza e nemmeno di praticare una regola di comportamento: seguire è anche tutto ma ben di più e richiede disponibilità a lasciarsi coinvolgere in un incontro e a praticare scelte libere. Ad ogni passo incontra rischi, sfide, imprevisti, esige creatività, impegno e lotta per andare avanti. Seguire Gesù sulla sua strada implica soprattutto una condivisione di vita ed entrare in un rapporto personale. Gesù chiama a seguirlo con urgenza e con una sorprendente radicalità. Chi è chiamato è posto di fronte ad una urgenza: l’apertura al futuro non lascia spazio a nostalgie del passato. Si tratta di condividere la sua precarietà rinunciando a ‘tane sicure’ o nidi protetti. E’ chiamata ad una vita che non può lasciarsi imprigionare dalla morte: “Lascia che i morti seppelliscano i loro morti”. E’ richiesta una dedizione senza riserve: “Nessuno che ha messo mano all’aratro e poi si volge indietro, è adatto per il regno di Dio”. L’immagine dell’aratro richiama a scelte orientate ad un futuro con dedizione e alla fiducia verso Gesù. L’aratro rivolge le pesanti zolle della terra; la sua opera sta nel rendere la terra accogliente per il seme del vangelo quale dono per la vita di tutti.

Alessandro Cortesi op

Lasciar pacificare il cuore

“si incamminarono ed entrarono in un villaggio di Samaritani per preparargli l’ingresso. Ma essi non vollero riceverlo, perché era chiaramente in cammino verso Gerusalemme. Quando videro ciò, i discepoli Giacomo e Giovanni dissero: «Signore, vuoi che diciamo che scenda un fuoco dal cielo e li consumi?». Si voltò e li rimproverò. E si misero in cammino verso un altro villaggio”.

“Si voltò e li rimproverò”. Dietro a questo rimprovero di Gesù non c’è solo una reazione ad una logica di violenza – quella del fuoco dal cielo invocata dai discepoli combattivi ‘figli del tuono’ – ma è da leggere anche una proposta alternativa sul modo di intendere i rapporti. Gesù si oppone a chi intende usare i mezzi della violenza per contrastare ed eliminare il nemico che ha assunto attitudini ostili e di rifiuto.

Ma la sua proposta va oltre ed apre orizzonti nuovi. Il suo orientamento delinea la scelta di stare nell’obbedienza a Dio nella condivisione piena del cammino umano. Si immerge pienamente in una storia manifestando un capovolgimento del modo di intendere la vita umana come autoaffermazione. Gesù obbedisce al disegno del Padre nel camminare verso Gerusalemme, nella sua scelta di intendere la vita in modo diverso dalla pretesa di Adamo che si pone in senso padronale e sceglie invece la linea del servizio e dell’apertura all’altro nella ricerca di quella luce di vita che è presente in ognuno.

“L’amore di Dio si è manifestato in questo, nell’aver amato l’uomo quando l’uomo era suo nemico. In Gesù è avvenuto il riavvicinamento dell’umanità a Dio, in modo tale che, qualunque cosa l’uomo faccia, l’ultima parola non sarà il no dell’uomo, ma il sì di Dio. Dio dona all’uomo un cuore di carne (Ezechiele), che Paolo chiama spirito: lo spirito è la soggettività di Dio che diventa soggettività dell’uomo, capacità di vivere la storia secondo la vocazione originaria”. (Armido Rizzi, Conferenza – Per una teologia della pace, 1987)

Soggiace al rimprovero di Gesù l’invito ad un capovolgimento di sguardo ed una proposta di intendere in modo diverso il rapporto con l’altro: si apre la fatica a come coltivare una attitudine di rapporti nuovi, anche con il nemico, anche con il violento, seguendo la via tracciata da Lui, assumendo lo stile di un passaggio, dalla logica della vendetta e della ritorsione alla scelta decisa di impostare in modo nuovo le relazioni.

“ci occorre una ermeneutica della differenza, che insegni a comprendere ciò che è diverso, senza incasellarlo nei nostri schemi, che offra aiuti pratici per esercitare la vicinanza del vivere insieme e nello stesso tempo assicuri la giusta distanza, che rispetta l’identità dello straniero e assicura a noi tutti la comune dignità umana” (T. Sundermeier, Comprendere lo straniero, Queriniana, 12)

Il cambiamento che si rende urgente implica un movimento che attui il far venir meno di una mentalità di superiorità, di pretesa di possesso della verità, ed apra ad un modo di concepire la vita come cammino verso un bene ancora da scoprire e da attuare. Il cammino che si pare è la costruzione di una relazionalità in cui l’essere insieme – l’ ‘essere con’ gli altri – non sia una aggiunta ad una situazione dell’io come dato stabile e chiuso con pretese di potenza, ma un percorso essenziale al vivere stesso. La pretesa di un io padronale è radice della costruzione dell’altro come nemico e questa attitudine vede il rimprovero di Gesù che indica un modo nuovo di intendere la vita stessa.

“Il gesto fondatore del cuore costruttore di pace è un cuore che consente di lasciarsi pacificare dentro di sé, di accettare di spogliarsi del cuore padronale, del soggetto di diritti. Nel cuore padronale c’è la violenza originaria di chi già in cuor suo ha costituito l’altro come nemico e quindi come legittimamente aggredibile. Dobbiamo abbattere dentro di noi il gesto fondatore dell’altro come nemico. Può darsi che effettivamente l’altro sia nemico, ma ciò di cui dobbiamo spogliarci è il cuore padronale che non tiene conto di ciò che realmente l’altro è. Occorre rifarci uno sguardo capace di vedere le cose come sono” (Armido Rizzi, ibid.)

Non è facile tutto questo: se da un lato l’esigenza di spogliarsi da un cuore padronale apre una nuova via dall’altro proprio la scelta della nonviolenza si deve attuare sempre all’interno di concrete situazioni storiche in cui la ricercava condotta nella valutazione dei passi possibili, dei modi concreti che conducano al superamento della violenza, al cessare l’uso delle armi, ad instaurare processi di pace, accettando la precarietà e la complessità delle situazioni. La mediazione implica ricerca di limitare al massimo fino ad eliminare ogni violenza e va compiuta nella considerazione del momento storico che viviamo. Oggi sono a disposizione strumenti per fare la guerra che nella storia mai si erano visti con potenza così devastante. Inoltre dopo Hiroshima e dopo l’orrore di Auschwitz una nuova comprensione è maturata nell’umanità riguardo alle dimensioni di male che risiedono nel cuore dell’uomo e alle possibilità di escalation dei conflitti. E’ questo il momento di ribadire con forza che non solo l’uso ma anche la produzione e il commercio di armi sono da condannare come processi che producono morte e sofferenza. I mezzi oggi a disposizione comportano il rischio dell’eliminazione dell’umanità e della distruzione del creato. A partire dalle vittime e dall’ascolto del grido di sofferenza è possibile costruire vie di pace.

Alessandro Cortesi op

I domenica di Quaresima – anno C – 2022

Persone cercano rifugio dai bombardamenti nei parcheggi sotterranei e nella metropolitana di Kiyv

Dt 26,4-10; Rm 10,8-13; Lc 4,1-13

“Mio padre era un Aramèo errante; scese in Egitto, vi stette come un forestiero … Gli Egiziani ci maltrattarono, ci umiliarono e ci imposero una dura schiavitù. Allora gridammo al Signore, al Dio dei nostri padri, e il Signore ascoltò la nostra voce, … il Signore ci fece uscire dall’Egitto … Ci condusse in questo luogo e ci diede questa terra, dove scorrono latte e miele.”

La fede di Israele trova sintesi in queste parole che erano pronunciate ad accompagnare un gesti di offerta: non un elenco di dottrine ma racconto che ripercorre i momenti di una storia in cui il popolo d’Israele ha incontrato Dio come presenza vicina, capace di chinarsi ad accogliere grido degli oppressi. E’ Colui che è sceso a liberare ed ha stretto alleanza con il popolo d’Israele. Il Dio biblico è riconosciuto come il “Dio dei nostri padri” presenza che si rende vicina, attua liberazione ed apre futuro. E’ il Dio ‘totalmente altro’, lontano e diverso dall’uomo, non riducibile ai suoi pensieri, e nel contempo il Dio vicino che si prende cura degli indifesi.

“ci fece uscire dall’Egitto.. ci condusse in questo luogo”: la terra è segno della sua promessa. Quel grido che del popolo d’Israele oppresso nella schiavitù d’Egitto continua oggi nel grido dei popoli oppressi.

Luca nel suo vangelo presenta con accenti propri l’episodio delle tentazioni di Gesù nel deserto. In particolare Luca situa il momento conclusivo di un confronto drammatico tra Gesù e il ‘divisore’ (il diabolos) non su di un alto monte (come in Matteo) ma sul pinnacolo del Tempio di Gerusalemme,  al cuore della città santa. Gerusalemme nel vangelo di Luca ha un’importanza particolare: da lì tutto ha inizio e lì si compie il cammino di Gesù che proprio a Gerusalemme è condotto a morte. Luca intende indicare che la prova non è un momento passeggero o limitabile ad un evento, ma attraversa l’intera vita di Gesù e vede il suo culmine a Gerusalemme. Gesù risponde alle provocazioni con il rinvio alla Scrittura, all’esperienza della fede di Israele e di fronte alle tre prove la sua risposta è sempre rinvio alla fiducia in Dio Padre: “Solo al Signore tuo Dio ti prostrerai Lui solo adorerai”. E sulla croce, a Gerusalemme, Gesù vive l’affidamento ultimo al Padre con le parole ‘nelle tue mani affido il mio spirito’.

Le prove che Gesù deve affrontare riguardano il modo di essere messia. Innanzitutto non risponde alle attese di chi da lui attendeva facili risposte alle proprie esigenze con attenzione ai bisogni immediati: ‘Se tu sei Figlio di Dio, di’ a questa pietra che diventi pane’. ‘Figlio di Dio’ era il titolo riferito al Messia (unto, consacrato) atteso come colui che avrebbe portato la signoria di Dio sulla terra. Gesù non intende la sua missione di messia in termini sacrali o miracolistici.

Egli non risponde neppure risponde alle attese di potere, tema della seconda provocazione: “Ti darò tutto questo potere e la loro gloria, perché a me è stata data e io la do a chi voglio. Perciò, se ti prostrerai in adorazione dinanzi a me, tutto sarà tuo”. Gesù rifiuta la logica del potere e non intende essere un messia di tipo politico sul modello di coloro che sulla terra detengono il potere e impongono il loro dominio: ai suoi dirà “tra voi non è così”.

La terza tentazione riguarda un messianismo di tipo spettacolare: “Se tu sei Figlio di Dio, gèttati giù di qui; sta scritto infatti: ‘Ai suoi angeli darà ordini a tuo riguardo affinché essi ti custodiscano’”. Gesù respinge anche questa provocazione. Le sue opere di potenza non sono gesti spettacolari ma atti finalizzati a guarire, sanare, ridare speranza. Sono gesti che Gesù compie per lo più nella distanza dalla folla che ricerca prodigi e miracoli. L’orientamento della sua vita è nella scelta di povertà.

Luca colloca il racconto delle tentazioni di Gesù subito dopo la genealogia: in lui l’intera storia dell’umanità trova una risposta. Gesù la indica nell’affidamento a Dio, Padre misericordioso che scende a liberare i suoi figli. La quaresima ripropone  un cammino di fede che ponga al centro l’accoglienza dell’agire di Dio che scende a liberarci.

Alessandro Cortesi op

Yelena Osipova – sopravvissuta all’assedio di Leningrado – arrestata dalla polizia a san Pietroburgo mentre protesta contro la guerra. Nel cartello è scritto: “Soldato lascia cadere la tua arma e sarai un vero eroe”

No alla guerra

Alcune voci possono essere raccolte per guardare in faccia che cosa è la guerra, che cosa porta nella vita delle persone: desolazione, disastro, dolore, morte. Null’altro. Le persone, i popoli, le città non volgiono la guerra perché sanno tutto questo. Ascoltare alcune voci può essere improtante per far tesoro dello sguardo di chi la guerra l’ha vista non lasciandosi condizionare dalla mentalità di militarizzazione che prende i cuori e si concretizza nell’uso delle armi produttrici di morte e distruzione. La testimonianza di Francesca Mannocchi inviata a Dnipro in questi giorni ricorda io dramma e il dolore sordo delle famiglie spezzate:

“Dnipro. ‘Posso raccontare come ho combattuto e sparato, ma raccontare quanto e come ho pianto non posso. Questo resterà non detto. So solo una cosa: in guerra l’uomo si trasforma in un essere spaventoso e oscuro’ (Svetlana Aleksievic).

La guerra è un affare di chi muore o di chi resta? La risposta a questa domanda si consuma sui binari delle stazioni ucraine che stanno separando le famiglie. Stazioni come quella di Dnipro, ieri mattina: da una parte gli uomini che restano a combattere, dall’altra le donne e i bambini che vanno via, ammassati prima sulle scale, in attesa, poi sul binario, col treno che si avvicina, e da ultimo confusi in un groviglio di corpi che si spingono, allontanano le persone vicine dalle porte di ingresso, cercando di salire per primi, con una mano tenendo i figli, con l’altra una busta di viveri. La lotta a conquistare un posto che porti via dalla guerra, l’immagine di un’umanità sradicata dai suoi istinti primitivi. Il primo: sopravvivere. In questo conflitto che ha il suono delle sirene degli allarmi aerei e il colore dell’inverno a Est, si va a tentoni, smarriti. È smarrito chi osserva e fatica a orientare il tempo della guerra nello spazio che sembra appartenerci più degli altri scenari di battaglia (ma è un’illusione, le guerre, si è già detto, si somigliano tutte). È smarrita la politica che tenta ma non sa ancora come uscire dalla nebbia, fitta, di una minaccia che ha già cambiato tutto. E sono perdute le esistenze, trasformate in meno di una settimana in una formula che le accomuna tutte: la vita di prima. Nessuno sa come comportarsi, né cosa sia meglio fare, nessuno pare sicuro del senso del suo agire. (…)

Come si fa a raccontare ai bambini che si parte per una vacanza, mentre le donne intorno gridano, salutando gli uomini che restano a combattere, consumando un congedo di necessità. Donne che si guardano, chiedendosi chi sarà la prima a trasformarsi da moglie in vedova. La guerra è separazione. Padri, figli. Mariti, mogli. Misha è qui ad accompagnare le donne della sua famiglia. Ha settant’anni e sul binario uno della stazione di Dnipro ci sono le due figlie, i quattro nipoti. Le figlie non riescono a parlare, la più giovane si allontana una decina di passi ogni volta che le scende una lacrima. Poi lo prende per mano e gli chiede di salutarsi prima che arrivi il treno. Abbracciami qui, papà, non dal finestrino, non piangendo. E lui si allontana con i bambini, compra loro due pacchetti di caramelle, come avrebbe fatto una settimana fa, all’edicola della stazione, un giornale per lui, le figurine dei calciatori, un album. Il leccalecca. E prende i più grandi per mano, torna dalle figlie le bacia, con la delicatezza frettolosa di chi è sicuro di rivedersi presto, come quando si consuma un addio volendolo mascherare da arrivederci.

Il treno arriva dopo un’ora. E sono lì, centinaia più dei passeggeri che le carrozze potrebbero trasportare, a tessere la storia parallela, quella che non fanno i titoli dei grandi avvenimenti, quella che non fanno i numeri, e quella che si perde più velocemente: la storia delle vite umane, che non riescono a trovare le parole per dire perché si va via. Perché ci hanno fatto questo.

La storia della guerra è fatta dalle vita di prima attraversata da crepe. Dai volti degli uomini che restano fermi sui binari a guardare il treno che scompare, non trattengono più le lacrime perché non c’è più nessuno a cui nasconderle, stringono le spalle nelle loro giacche per proteggersi dal freddo e tornano nelle case vuote di una città che si prepara alla guerra. E dai volti delle donne ucraine che vanno via, con le lacrime trattenute da nascondere ai figli e un bagaglio di solitudine paziente”. (F.Mannocchi, Famiglie spezzate, “La Stampa” 2 marzo 2022)

Nel libro postumo di Gino Strada che sarà pubblicato a breve ed ha come titolo Non arrendimaoci alle guerre, è riportata la domanda di Einstein nel 1955: «Questo è dunque il dilemma che vi sottoponiamo, crudo, spaventoso e ineludibile. Dobbiamo porre fine alla razza umana, o deve l’umanità rinunciare alla guerra?». E ricorda il progetto di scienziati riuniti in quel tempo.

“Il progetto a breve termine era procedere verso un disarmo nucleare, riportando la distruttività dei conflitti almeno ai livelli precedenti a Hiroshima. «Dobbiamo cominciare a pensare in una nuova maniera. Dobbiamo imparare a chiederci non che mosse intraprendere per offrire la vittoria militare al proprio gruppo preferito, perché non ci saranno poi ulteriori mosse di questo tipo; la domanda che dobbiamo farci è: che passi fare per prevenire uno scontro militare il cui risultato sarà inevitabilmente disastroso per entrambe le parti?». Gli scienziati non usavano mezze misure, in gioco c’era la distruzione totale del pianeta. E allora, perché giocare? Sarebbe stato come organizzare consapevolmente l’Apocalisse: ce l’eravamo costruita in laboratorio quella possibilità. (…)

«Se un dittatore opprime il suo popolo dobbiamo lasciarlo fare?», «Ma se c’è un genocidio non dobbiamo intervenire anche con la forza per fermarlo?». Potrei continuare con il repertorio di chi si è arreso all’idea della guerra, di chi la difende la invoca la giustifica, di chi la decide e di chi la fa. Queste domande, però, hanno già ricevuto una risposta. Sappiamo esattamente che cosa è stato fatto finora, quale scelta è stata compiuta, molte volte, negli ultimi decenni. La risposta è stata quasi sempre la guerra. In un Paese, l’Afghanistan, si nasconde un terrorista di nome Osama bin Laden, mandante degli attacchi dell’11 settembre 2001: si bombarda il Paese, si radono al suolo villaggi, lo si occupa militarmente per 20 anni, spendendo miliardi di euro per fare «la guerra al terrorismo». Saddam Hussein non è più un alleato affidabile? Si inventano le prove che lo identificano come un pericolo, il Segretario Usa agita provette per l’esame urine al palazzo dell’Onu spacciandole per armi chimiche. Infine si bombarda l’Iraq, lo si occupa militarmente. Muhammar Gheddafi in Libia non è più l’amico che fornisce petrolio a mezza Europa? Nessun problema. Si bombarda, si forniscono armi ai suoi nemici, nuova benzina sul fuoco della guerra. Ogni volta la stessa risposta, la stessa scelta. Chi ha deriso il movimento per la pace, accusandolo di non sapere offrire alternative, non si è mai fermato a riflettere sulle conseguenze delle sue scelte. E allora, verrebbe da chiedere: come è andata con la scelta ripetuta della guerra in tutti questi anni? Come vivono oggi le persone in Afghanistan e Iraq, in Libia e in Siria e in tutti gli altri luoghi devastati dalla violenza? Che cosa hanno da mangiare, possono studiare, ricevono le cure di cui hanno bisogno? Quanti morti hanno dovuto piangere, quante sofferenze sopportare, quanto orrore hanno dovuto vedere? Non ne ho mai sentito parlare, da politici e militari. La vita, la dignità, la libertà, la sofferenza e la morte delle persone sembrano argomenti minori, anche rispettabili ma sostanzialmente marginali per chi si sente sulle spalle l’arduo compito di sovrintendere i destini del mondo. Dopo tutti questi anni di guerra, la sola realtà, la sola verità inoppugnabile è che quello strumento, quella scelta ancora una volta non ha funzionato. Non c’è bisogno di avere principi etici intransigenti, né ideologie particolari, per capire che la guerra come strumento non funziona. Basta un minimo di intelligenza, basta solo guardare le cose in modo obiettivo e senza pregiudizi. Chi ricorda «la guerra per far finire tutte le guerre» del presidente americano Thomas Woodrow Wilson? Era il 1916.La guerra, anche quella che si invoca o si fa per porre fine ad altre atrocità, «per far finire tutte le guerre», non può funzionare perché è di per sé antitetica alle ragioni che la sostengono: la guerra è la negazione di ogni diritto” (Gino Strada, Non arrendiamoci alle guerre, “La Stampa” 3 marzo 2022).

All’Angelus del 27 febbraio papa Francesco ha richiamato che chi fa la guerra dimentica l’umanità e si affida alla logica perversa delle armi, ha ricordato la povera gente vittima di ogni conflitto, della follia della guerra, ed ha citato l’articolo 11 della Costituzione italiana: “Chi fa la guerra dimentica l’umanità. Non parte dalla gente, non guarda alla vita concreta delle persone, ma mette davanti a tutto interessi di parte e di potere. Si affida alla logica diabolica e perversa delle armi, che è la più lontana dalla volontà di Dio. E si distanzia dalla gente comune, che vuole la pace; e che in ogni conflitto è la vera vittima, che paga sulla propria pelle le follie della guerra. Penso agli anziani, a quanti in queste ore cercano rifugio, alle mamme in fuga con i loro bambini… Sono fratelli e sorelle per i quali è urgente aprire corridoi umanitari e che vanno accolti. Con il cuore straziato per quanto accade in Ucraina – e non dimentichiamo le guerre in altre parti del mondo, come nello Yemen, in Siria, in Etiopia… –, ripeto: tacciano le armi! Dio sta con gli operatori di pace, non con chi usa la violenza. Perché chi ama la pace, come recita la Costituzione Italiana, «ripudia la guerra come strumento di offesa alla libertà degli altri popoli e come mezzo di risoluzione delle controversie internazionali» (Art. 11)”.

Alessandro Cortesi op

IV domenica del tempo ordinario – anno C – 2022

Ger 1,4-5.17-19; 1Cor 12,31-13,13; Lc 4,21-30

I compaesani di Gesù, i più vicini, si comportano verso Gesù ricercando privilegi. Pretendono di conoscere Gesù in quanto uno dei loro, per appartenenza familiare e sociale, e la loro preoccupazione, di fronte ai suoi gesti di guarigione di liberazione, mira a trarre vantaggio dalla sua presenza ponendolo in una contrapposizione tra ‘noi’ e ‘gli altri’.

Ma Gesù segue un’altra logica: il suo agire non mira al successo, all’affermazione, non mira neppure a suscitare stupore per il prodigioso. E’ lontano da una religiosità dei miracoli. Con i suoi gesti intende comunicare una bella notizia per i poveri: è iniziato un nuovo tempo in cui vivere un rapporto con Dio e con gli altri nell’orizzonte della fraternità.  Nel suo agire si rivolge ai poveri, ai dimenticati, a coloro che sono considerati ‘gli altri’, gli esclusi dai circuiti della ricchezza e della religione.

Così i compaesani pretendono da lui segni. Ma Gesù ricorda due episodi presenti alla memoria di Israele. Sono racconti di segni prodigiosi avvenuti nella quotidianità e al di fuori dei confini stabiliti.  In essi sono protagonisti due profeti, Elia e Eliseo e due figure di pagani, una vedova e un lebbroso. Questi racconti contengono il messaggio che l’amore di Dio è per tutti e soprattutto Dio sceglie i poveri, coloro che si aprono a Lui senza avere potere e sicurezze umane. Ogni pretesa di trattenere Gesù di considerarlo ‘dei nostri’ è così resa vana, come pure quella di pensare di rinchiuderlo entro ciò che si conosce di lui.

Ricordando la vedova di Sarepta che non aveva più nulla da mangiare nel tempo della carestia e accoglie nella sua casa il profeta Elia e Naaman il lebbroso recatosi da Eliseo varcando confini non solo geografici, Gesù contesta una religiosità fatta di pretese, di privilegi, di appartenenze, di ricerca di vantaggi, che in fondo nasconde solo un sete di potere. 

Ma è proprio questo a suscitare sospetto e rifiuto, perché pone in crisi ed apre a necessità di cambiamento nel modo di intendere i rapporti con l’altro. Tutto questo non è accettato dai suoi compaesani di Nazareth: “pieni di sdegno si levarono, lo cacciarono fuori dalla città…”. Questo rifiuto manifesta la falsa ricerca di chi insegue un volto Dio che risponda a proprie pretese di superiorità  e bisogni.

I due esempi ricordati indicano che la fede è presente e vive al di là dei confini stabiliti, è cammino aperto a tutti, sta nei percorsi dei poveri che sanno aprirsi all’accoglienza e si mettono in cammino. Nella visita di uno straniero o negli incontri quotidiani si attua il segno, cioè miracolo, della visita di Dio. Per questo Gesù si dirige verso Cafarnao la città straniera. Ripercorre così i passi dei profeti: “Nessun profeta è accetto nella sua patria’.

Gesù viene quindi presentato da Luca con il profilo del profeta. Accoglie su di sè e fa propria la parola di Geremia: “Prima di formarti nel grembo materno, ti ho conosciuto, prima che tu uscissi alla luce, ti ho consacrato; ti ho stabilito profeta delle nazioni. Tu, dunque, stringi la veste ai fianchi, àlzati e di’ loro tutto ciò che ti ordinerò… io sono con te per salvarti”.

Alessandro Cortesi op

La vedova di Sarepta

Leggo nel sito di Radiobullets un reportage giornalistico di Barbara Schiavulli dall’Afghanistan, da Kabul (17 gennaio 2022): “Ieri dopo un lungo viaggio, sono arrivata in Afghanistan. Un paese in piena crisi umanitaria, sociale ed economica. Un paese dove 23 milioni di persone su una popolazione di 38 milioni − hanno bisogno di assistenza umanitaria. Un paese dove la società civile è stata cancellata e le donne vivono intrappolate nelle loro case. Si parla di un milione di bambini a rischio morte per fame. Malnutrizione a livelli mai visti. E mentre i talebani negano la crisi e puntano il dito su quel marcio che c’era prima, sperando che l’Occidente li riconosca, cerchiamo di andare a vedere cosa succede a quattro bambini dall’altra parte della capitale, in periferia. (…) Attraversiamo un cancello, un pezzetto di terra innevato, ed entriamo in una stanza nella quale veniamo investiti dall’odore del fumo della legna bruciata dalla stufa al centro. Piccoli pezzetti di legna che però sono troppo umidi per scaldare veramente. Intorno ci sono quattro bambini che ci guardano incuriositi, ma senza troppo interesse”.

La visita è alla casa di Adigol un afghano che lavorava nell’esercito prima della fuga degli occidentali nell’agosto scorso ed ora vende scarpe usate in paese. Con questo lavoro sostenta la sua famiglia moglie e tre figli. Da qualche tempo ha accolto nella sua povera casa alcuni bambini trovati abbandonati per la strada. Benché la sua attività, quando va bene, gli consenta di guadagnare 100 afghani al giorno, circa 83 centesimi (!!) cerca di provvedere per quanto può anche a loro provvedendo per lo meno un riparo. Ma la situazione è desolante.

Il racconto della giornalista continua presentando l’incontro con Adigol nella sua casa e la decisione di recarsi al mercato. E, dopo aver cambiato 100 dollari (circa 10.000 afghani) il loro procedere all’acquisto di alimenti di base, di coperte e di altro materiale per offrire un piccolo sostegno alla famiglia di Adigol. Tra le cose anche qualche giocattolo per i bambini. Al loro ripresentarsi nella casa sono i bambini a trovare nuova vivacità e a fare festa di fronte all’inatteso dono. “… scoppiano in un sorriso ed è come se la stanza improvvisamente fosse pulita e luminosa. Toglie il fiato anche a noi. Sono così emozionati che non tirano fuori neanche le bambole dalle scatole: le guardano sorridendo come se fosse cioccolato”.

“Quando ce ne andiamo quella stanza non è più silenziosa come quando siamo arrivati. Ci sono risate, sorrisi e tante parole. E sappiamo bene di non aver cambiato la loro vita. Di non aver fatto alcuna differenza, se non per un minuto, ma una cosa è successa: quei bambini hanno costretto noi adulti ad allearci per aiutarli. Sono stati loro a fare la differenza in noi”.

Anche oggi vi sono segni da scorgere in una storia segnata da ingiustizie e povertà. Sono le presenze di quella vedova di Sarepta che rivive e si rende presente in volti che manifestano dove Dio si rende vicino e richiamano ad un cambiamento nella nostra vita.

Alessandro Cortesi op

Battesimo del Signore – anno C – 2022

Is 42,1-4.6-7; At 10,34-38; Lc 3,15-16.21-22

Giovanni il battista è profeta che si ritira in una zona desertica e propone un gesto di cambiamento e conversione nel quadro di una profonda attesa di un messia, di un forte capace di liberare il popolo d’Israele e di rinnovarlo. Nella sua predicazione infatti presenta qualcuno che deve venire dopo di lui e lo indica come ‘il forte’. Nello stesso modo Isaia aveva parlato del messia, ‘forte, potente come Dio’ (Is 9,5). E la figura del forte e del re che viene è presente nei salmi: ‘Benedetto colui che viene nel nome del Signore’ (Sal 118; cfr. Zac 9,9).

Ad un certo punto della sua vita dopo molti anni vissuti nel lavoro, nella quotidianità nascosta di Nazareth, Gesù si reca da Giovanni e si associa al gesto di purificazione proposto dal Battista. E’ momento decisivo della sua vita. Da allora tutto cambia. Così viene ricordato come momento di svolta sin dagli inizi: “voi siete al corrente di quello che è accaduto in Galilea prima e in Giudea poi, dopo che Giovanni era venuto a predicare e a battezzare…” (At 10,37; cfr At 13,24-25).

Il fatto che Gesù si aggregò ai discepoli del Battista e lì maturò chiarezza sulla missione della sua vita è letto, a partire dalla Pasqua come momento di manifestazione (epifania) della sua identità. Nel momento del battesimo di Gesù si inizia a scorgere il suo cammino di messia.

Tre elementi sono ripresi per evidenziare questo: il cielo aperto, la colomba, la voce dal cielo.

Il cielo aperto indica una apertura nuova fra Dio e la terra: l’immagine richiama l’invocazione profetica ‘se tu squarciassi i cieli e scendessi…’. (Is 63,19). La colomba rinvia allo Spirito di Dio effuso sul messia, e richiama la profezia di Isaia: “Su di lui si poserà lo Spirito del Signore, Spirito di sapienza e di intelligenza, Spirito di consiglio e di fortezza, Spirito di conoscenza e di timore del Signore” (Is 11,2). La colomba è anche simbolo del popolo d’Israele (Sal 68,14; Os 7,11): in Cristo Luca vede l’inizio della comunità e del popolo di Dio che segue il messia.

La voce divina  rinvia al salmo 2, in cui era evocata la salita al trono del re in Israele: “Tu sei mio figlio, oggi ti ho generato” (Sal 2,7). In Gesù si manifesta il volto del Figlio. E la voce divina pronuncia un testo profetico sul profilo del servo del Signore: “Ecco il mio servo che io sostengo, il mio eletto di cui mi compiaccio” (Is 42,1).

Sin dall’inizio del vangelo Luca presenta Gesù come messia salvatore, che attua la speranza presente in Israele di un liberatore. In lui trova risposta l’attesa del re messia figlio di Davide (2Sam 7) ma Gesù ha i tratti del servo che coinvolge la sua vita e subisce rifiuto e sofferenza: libera gli altri offrendo se stesso.

La voce che ricorda l’identità di Gesù torna altre volte nel vangelo di Luca dopo il battesimo: alla trasfigurazione ed al calvario. Sotto la croce sarà un centurione romano a riconoscere che ‘veramente quest’uomo era giusto’ (Lc 23,47).

Il battesimo di Gesù è momento di manifestazione della sua chiamata, della sua via come liberatore e salvatore. E’ anche annuncio di speranza per coloro che possono trovare accoglienza nel rapporto con il Dio della misericordia.

Alessandro Cortesi op

Domenica della santa Famiglia

1Sam 1,20-28; 1Gv 3,1-2-21-24; Lc 2,41-52

Si prova un certo disagio a celebrare la festa della santa famiglia in un tempo in cui il riferimento alla famiglia, unito spesso alla dizione ‘famiglia tradizionale’, è divenuto in tanti ambienti motivo di riduzione del messaggio cristiano ad un modello culturale e morale quando non moralistico e motivo di giudizio escludente e discriminante verso tutte le forme di comunità di affetti e verso le esperienze che vivono la complessità dell’esperienza affettiva e le diversità nell’attuare la realtà così umana e quindi varia, ricca, molteplice della famiglia.

Quando poi la ‘santa famiglia’ viene utilizzata quale modello teorico e idealizzato di una famiglia che s’identifica con la famiglia di tipo borghese il disagio si accresce ancora di più. Lo sguardo alle concrete vicende delle famiglie oggi porta a considerare come proprio l’ambito familiare sia luogo delle più diverse esperienze, della presenza di complessità difficili da ridurre ad un modello: le famiglie umane sono mosaico di meraviglie di amori vissuti nelle forme più diverse, nella autenticità, ed anche luoghi di sofferenze profonde per la difficoltà di comunicare, per le interruzioni, rotture e abbandoni, per conflitti diffusi, per le tante angustie presenti nei rapporti tra coniugi, con i figli, nel rapporto con gli anziani. Oggi non di famiglia si dovrebbe parlare ma di famiglie al plurale  nella grande diversità e complessità dei cammini affettivi e delle relazioni che coinvolgono generazioni diverse.

Ci sono due verbi del vangelo su cui poter sostare: lo cercavano… e si stupirono. Sono due chiavi per andare alla ricerca di come Gesù abbia inteso la sua famiglia, aprendosi a scoperte e che stupiscono e aprono nuovo cammino.

I vangeli innanzitutto attestano che Gesù è entrato nella storia di una serie di storie di famiglie che non racchiudono affatto storie esemplari e non sono narrate nella Bibbia, questo libro che riflette la storia umana, a scopo edificante. Possono essere lette come lo specchio della realtà umana della storia delle famiglie umane. Sono le vicende di generazioni in cui si sono intrecciati volti e nomi molteplici e diversi. In particolare è da notare come nella genealogia presentata da Matteo (Mt 1,1-17) compaiono alcune decisive figure di donne nella serie di generazioni declinate tutte al maschile di padre in figlio. E queste donne sono figure irregolari attraverso le quali Dio ha condotto avanti la sua storia di salvezza all’interno di questa vicenda di famiglie concrete. I nomi di Tamar la prostituta, di Racab anche lei prostituta di Gerico, di Rut la straniera di Moab, di Betsabea, la moglie di Uria, sedotta dal re Davide, fino a Maria che interrompe la discendenza tutta maschile di Gesù, sono significative di una storia di salvezza che si attua nel tessuto della vicenda umana per vie che Dio solo conosce e all’interno di vicende segnate dalla complessità e dal disordine della realtà umana.

Un secondo aspetto è sorprendente. Alla domanda “tua madre e i tuoi fratelli ti cercano” (Mc 3.31ss) Gesù risponde “chi è mia madre e chi sono i miei fratelli?” E afferma “mia madre e i miei fratelli sono coloro che fanno la volontà del Padre mio”. In tal modo Gesù rompe le barriere di una concezione del legame familiare ristretto alla cerchia dei propri parenti di sangue ed apre ad un nuovo modo di concepire la stessa famiglia. Madre, sorelle, fratelli sono da ritrovare non in cerchie ristrette di clan rinchiusi, ma nell’orizzonte di rapporti aperti a vivere una relazione che deborda da confini stabiliti e impermeabili agli altri. Gesù spalanca così le chiusure di una concezione di famiglia che vive un egoismo appartato e mette in cammino nello scoprire famiglia laddove c’è relazione di un amore aperto al servizio.

C’è una terza importante espressione di Gesù nei vangeli quando dice ai suoi “non chiamate nessuno padre sulla terra perché uno solo è il padre vostro quello del cielo” (Mt 23,9). In questo modo Gesù presenta una critica a tutte le forme patriarcali di pensare i rapporti e la stessa vita familiare, offrendo un orizzonte in cui impostare la vita insieme non sottomettendosi al dominio patriarcale ma vivendo nella logica della fraternità e sororità ospitale, riconoscendosi in una comunità di uguali e nel contempo accogliendo le diversità che sono proprie della vita di ciascuna e ciascuno.

Facendo riferimento al Padre del cielo Gesù inoltre non intende offrire una visione patriarcale di Dio stesso. Il volto del Padre è da lui proposto nel profilo di chi soffre con viscere di donna e che proprio per questa sua presenza scardina ogni pretesa di chi sulla terra si pone secondo la logica del dominio e dell’oppressione maschile.  

Il volto di Dio annunciato da Gesù è quello di un padre/madre che desidera ‘fare casa’ e va alla ricerca per creare fraternità tra i suoi figli, attendendo e ricercando il perduto per fargli sentire che quella casa è casa sua, e andando incontro e cercando di convincere quello che si sente a posto per fargli comprendere che un’osservanza fredda della legge è il senso della vita ma l’incontro con Dio stesso si attua nell’accogliere un dono di condivisione, di accoglienza, di fraternità nella medesima casa comune (Lc 15,11-32). E’ un Dio che inviata a far festa e rallegrarsi perché c’è posto nella casa per chi si era allontanato e per chi era rimasto, e per sapersi accolti nella diversità dei cammini, aprendosi ad un cambiamento di menatalità.     

Un quarto aspetto dell’insegnamento di Gesù sula comunità famiglia che egli voleva si può ritrovare nelle sue parole dedicate all’accoglienza dei piccoli: “chi accoglie uno di questi bambini nel mio nome accoglie me” (Mc 9,37).  Accogliere i bambini nel mondo culturale di Gesù significava accogliere coloro che erano considerati senza diritti. Gesù richiama a questa attitudine fondamentale: la sua famiglia è una comunità in cui al centro sono posti i ‘senza diritti’, da accogliere e custodire. E ci si può chiedere oggi chi siano i tanti, i cui diritti fondamentali non sono riconosciuti…

Nella pagina del vangelo è possibile cogliere un’assenza – quella di Giuseppe – ed una presenza nominata – quella di Maria – di cui si sottolinea l’attitudine comune del ‘custodire’. Giuseppe è figura di chi ‘prende con sé’ qualcuno che gli è affidato, senza porre condizioni e nell’affidamento radicale a Dio – e in questa attitudine orienta tutto il suo cammino. Maria è indicata come colei che ‘tiene insieme’ e così custodisce nel cuore vivendo la stessa fede come ricerca e cammino. Sta forse qui la chiave per cogliere il messaggio evangelico che proviene dalla famiglia di Nazaret.

Innanzitutto un messaggio che parla della fiducia di vivere in una custodia da parte di Dio delle vite e dei cammini, nella loro complessità nelle diversità, nella difficoltà a comprendere e nelle contraddizioni della vita umana.

In secondo luogo un messaggio che rinvia alla custodia da attuare nei confronti di ogni percorso e di ogni persona nella sua originalità e irripetibilità. L’esperienza familiare nel suo essere intreccio di relazioni, luogo dello svolgersi degli affetti, porta a vivere la meraviglia dell’amore in tutte le sue armoniche e le sofferenze più profonde per l’incomprensione e le delusioni nella complessità dei cammini umani. Ma il messaggio di scoprirsi custoditi e dell’invio a farsi custodi dell’altro può essere oggi indicazione per coltivare speranza per sé e per tutti ritornando a Gesù e al suo vangelo che è annuncio di liberazione e di gioia nelle nostre vite, e nella vita delle famiglie nella molteplicità dei cammini.

Alessandro Cortesi op

II domenica di Avvento – anno C – 2021

Bar 5,1-9; Fil 1,4-6.8-11; Lc 3,1-6

Luca inizia il suo scritto con la presentazione della genealogia di Gesù che riporta le sue radici fino ad Adamo. Matteo presenta in parallelo una genealogia che giunge ad Abramo: appare da questo raffronto l’interesse di Luca nel considerare la storia di Gesù all’interno della storia di tutta l’umanità. Gesù è così presentato come partecipe di una vicenda che riguarda non solo il popolo d’Israele ma l’intero cammino umano. Luca intende offrire un messaggio di relazione e di vicinanza: la vita di Gesù si rapporta a quella di ogni uomo e donna nel tempo. In questa genealogia è anche sottolineata la concretezza storica  dell’esperienza di Gesù: la sua vicenda si situa in un tempo e in un luogo, è partecipe della storia che vede in Adamo, colui che è ‘tratto dalla terra’ (adamah) il suo inizio.

Luca è poi attento ad indicare tempi e luoghi di una esistenza concreta: Gesù compare nella storia nell’anno decimoquinto dell’impero di Tiberio, mentre Ponzio Pilato era governatore della Giudea. Gesù quindi nasce in una storia segnata dal dominio dell’impero romano, nella Palestina, territorio di conquista ai margini dell’impero. Non è un personaggio mitico, ma una persona reale, condivide un contesto storico. Luca nomina il governatore romano Pilato, in carica dal 26 al 36, e i vari re: Erode Antipa, il suo fratellastro Filippo e Lisania. Poi presenta le due più alte cariche dell’autorità religiosa giudaica, il sommo sacerdote Anna, deposto dai romani nel 15 d.C. e Caifa (che fu sommo sacerdote dal 15 al 36). Questi nomi torneranno alla conclusione del vangelo nella condanna di Gesù.

Luca si dimostra quindi attento alla storia. Presenta anche la figura di Giovanni Battista con tratti ripresi dal Secondo Isaia: “Una voce grida: ‘Nel deserto preparate la via al Signore…” (Is 40,3-4). Queste parole rinviano all’esperienza del ritorno dall’esilio: i monti abbassati e le valli riempite indicano la predisposizione di una strada da poter percorrere. Anche il salmo 125 canta questa situazione del ritorno. “Quando il Signore ricondusse i prigionieri di Sion, ci sembrava di sognare… Grandi cose ha fatto il Signore per noi, ci ha colmato di gioia. Riconduci, Signore, i nostri prigionieri! Chi semina nelle lacrime mieterà con giubilo” (Sal 125)

Giovanni Battista è presentato come ‘voce’ di uno che nel deserto richiama a preparare vie nuove per nuovi cammini. Il Battista propone un rito di immersione (battesimo) nell’acqua del fiume Giordano: un tempo nuovo sta per iniziare e ciò richiede una preparazione ed un cambiamento che coinvolga la vita. L’immersione è per il perdono. Appello alla conversione e annuncio del perdono sono i due tratti principali della predicazione del Battista. E’ richiesto un diverso orientamento delle scelte, del modo di pensare, del modo di vedere il mondo e la storia.

Giovanni Battista è uomo di scelte radicali, profeta che scorge una novità da lasciar entrare nella vita in rapporto ad una venuta imminente di Dio. Si pone in polemica con un sistema religioso che opprime e non conduce all’autenticità. Invita a scorgere – con annuncio minaccioso e urgente e con la coerenza del suo coinvolgimento personale – il senso profondo della propria esistenza nel rapporto con Dio e in una relazione nuova con gli altri. Il suo è annuncio di preparazione per accogliere una salvezza che ha i tratti del dono di Dio rivolto a tutti: ‘Ogni uomo vedrà la salvezza di Dio’.

Alessandro Cortesi op

Preparare vie per camminare insieme

Preparare vie per camminare insieme: è questo l’impegno che si è aperto nel percorso sinodale che impegna la chiesa a livello mondiale dal 2021 al 2023. E’ un’occasione di conversione pastorale, di rinnovamento personale e comunitario, di riforma di strutture e di stili da attuare nella vita della chiesa.

«Far germogliare sogni, suscitare profezie e visioni, far fiorire speranze, stimolare fiducia, fasciare ferite, intrecciare relazioni, risuscitare un’alba di speranza, imparare l’uno dall’altro, e creare un immaginario positivo che illumini le menti, riscaldi i cuori, ridoni forza alle mani» (Documento preparatorio del sinodo, 9 settembre 2021, 32).

In questa parole, riprese da papa Francesco, sta l’indicazione di un cammino da svolgere insieme che trova il suo primo momento nell’ascolto della situazione del tempo e delle persone e non solo di coloro che sono vicini, ma anche di coloro che non sono ai ascoltati e le cui voci possono creare difficoltà e destabilizzare.

“Chiediamoci, con sincerità, in questo itinerario sinodale: come stiamo con l’ascolto? Come va “l’udito” del nostro cuore? Permettiamo alle persone di esprimersi, di camminare nella fede anche se hanno percorsi di vita difficili, di contribuire alla vita della comunità senza essere ostacolate, rifiutate o giudicate? Fare Sinodo è porsi sulla stessa via del Verbo fatto uomo: è seguire le sue tracce, ascoltando la sua Parola insieme alle parole degli altri. È scoprire con stupore che lo Spirito Santo soffia in modo sempre sorprendente, per suggerire percorsi e linguaggi nuovi. È un esercizio lento, forse faticoso, per imparare ad ascoltarci a vicenda – vescovi, preti, religiosi e laici, tutti, tutti i battezzati – evitando risposte artificiali e superficiali, risposte prêt-à-porter, no. Lo Spirito ci chiede di metterci in ascolto delle domande, degli affanni, delle speranze di ogni Chiesa, di ogni popolo e nazione. E anche in ascolto del mondo, delle sfide e dei cambiamenti che ci mette davanti. Non insonorizziamo il cuore, non blindiamoci dentro le nostre certezze. Le certezze tante volte ci chiudono. Ascoltiamoci” (papa Francesco, omelia all’apertura del sinodo, 10 ottobre 2021).

Il grande problema che pone il camminare insieme è uscire da logiche di clericalismo e di dominio che impediscono l’ascolto condiviso delle chiamate del Signore nel tempo e costituiscono ostacolo alla creatività di tradurre l’ispirazione evangelica in gesti e scelte nella vita. Per questo è necessario «trasformare certe visioni verticiste, distorte e parziali sulla Chiesa, sul ministero presbiterale, sul ruolo dei laici, sulle responsabilità ecclesiali, sui ruoli di governo e così via» (papa Francesco, Momento di riflessione per l’inizio del percorso sinodale 9 ottobre 2021).

In una meditazione del 2013 Francesco individuava nel clericalismo il grande ostacolo alla profezia, ad essa contrapposto. Commentando l’episodio della chiamata di Samuele (1Sam3,1) e Mt 21,23-27) osservava:

«quando nel popolo di Dio non c’è profezia, il vuoto che lascia viene occupato dal clericalismo. E proprio questo clericalismo che chiede a Gesù: con quale autorità fai queste cose, con quale legalità?» (…) «Quando non c’è profezia la forza cade sulla legalità. E questi sacerdoti sono andati da Gesù a chiedere la cartella di legalità: Con quale autorità fai queste cose?». È come se avessero detto: «Noi siamo i padroni del tempio; tu con quale autorità fai queste cose?». In realtà «non capivano le profezie, avevano dimenticato la promessa. Non sapevano leggere i segni del momento, non avevano né occhi penetranti né udito della parola di Dio. Soltanto avevano l’autorità»

E propose «una preghiera in questi giorni nei quali ci prepariamo al Natale del Signore:… non manchino profeti nel tuo popolo. Tutti noi battezzati siamo profeti. Signore, che non dimentichiamo la tua promessa; che non ci stanchiamo di andare avanti; che non ci chiudiamo nelle legalità che chiudono le porte. Signore, libera il tuo popolo dallo spirito del clericalismo e aiutalo con lo spirito di profezia».

Alessandro Cortesi op

XXXIV domenica tempo ordinario – Cristo re – anno B – 2021

Dn 7,13-14; Ap 1,5-8; Gv 18,33b-37

Tra Gesù e Pilato si svolge un drammatico dibattito attorno alla questione del regno e della verità.

La domanda del prefetto romano: ‘Tu sei il re dei Giudei?’ rivela l’inquietudine del potere politico di fronte all’agire di Gesù che aveva suscitato il risvegliarsi di attese di liberazione. Il suo messaggio e la sua pratica erano una sfida all’ordine costituito: la sua predicazione dava risonanza alle attese di spiritualità della gente e il suo agire indicava un nuovo modo di pensare i rapporti sociali con profonde conseguenze sul piano politico. Nel dialogo con Pilato emerge quindi l’importanza della questione del ‘regnare’.

Nelle risposte a Pilato il IV vangelo evidenzia un crescendo di tensione nella contrapposizione tra i regni di questo mondo e un regno altro, diverso: ‘il mio regno non è di questo mondo, se il mio regno fosse di questo mondo, i miei servitori avrebbero combattuto perché non fossi consegnato ai giudei’. Gesù accetta di essere indicato come re da Pilato, che è rappresentante del potere politico romano, ma orienta in un’altra direzione: il suo regno viene da altrove, non può essere interpretato con le categorie proprie dei regni umani perché non è questione di dominio e sfruttamento, ma orizzonte di fraternità e di cura. Proprio perché re di tipo diverso non ha messo in campo la spada per difendersi  ma si è liberamente consegnato. Gesù è quindi re sì, ma in modo paradossale, indica la via della nonviolenza attiva, contesta alla radice un potere che si connota come dominio.

“Dunque tu sei re? – Tu lo dici: io sono re. Per questo io sono nato e per questo sono venuto nel mondo: per rendere testimonianza alla verità. Chiunque è dalla verità, ascolta la mia voce”. Gesù unisce il suo essere re alla missione di testimone della verità. Riprende così la linea dei profeti. Non ripropone il modo di essere che i profeti contestavano ma parla di se stesso come testimone. Verità è sinonimo di fedeltà dell’amore: è questo il tratto principale del Dio di Israele: in lui si ritrova l’amore fedele, che è roccia in cui trovare riparo. Colui che crede trova appiglio nella roccia della sua stabilità di vicinanza: è il Dio che ha ascoltato il grido del suo popolo ed è sceso a liberarlo.

A Pilato Gesù indica la sua vita e la sua originale regalità quale testimonianza della presenza di Dio. Il regno per lui la possibilità di un nuovo rapporto con Dio, Padre fedele a cui affidare tutta la propria esistenza, e nuovo modo di vivere ai rapporti con gli altri: se Dio è il fedele e verità, roccia, della vita umana, allora i rapporti con gli altri vanno impostati in modo nuovo nella responsabilità reciproca, nel farsi carico gli uni degli altri. Il regno che Gesù annuncia non è percorso di singoli ma ha una valenza comunitaria e universale.

Pilato è il rappresentante dell’imperatore, che sta giudicando Gesù: ma il IV vangelo presenta in filigrana un altro giudizio che si sta compiendo di fronte a Gesù. Davanti a lui coloro che ascoltano sono provocati a prendere posizione. Nei tratti di quest’uomo umiliato e offeso sta la salvezza e il senso della vita umana, sta la verità di ogni donna e uomo. Gesù è re proprio mentre appare come il giudicato e il condannato. Il suo regno è dono di speranza e di pace per tutti coloro che sono affaticati e oppressi. D’ora in poi sarà possibile incontrarlo tra i volti delle vittime e dei condannati della storia, perché lì si manifesta la vicinanza del Padre che prende le loro difese per inaugurare una nuova storia.

Alessandro Cortesi op

Georges Rouault Cristo davanti a Pilato

Pilato e Gesù

Gustavo Zagrebelski, in una sua lettura – dal punto di vista di giurista e costituzionalista – del dialogo tra Pilato e Gesù (Il crucifige e la democrazia, Einaudi 2011), scorge in questa pagina del IV vangelo un confronto drammatico che vede incrociarsi diversi soggetti e istituzioni: c’è un uomo con le mani legate innanzitutto condotto in giudizio, e davanti a lui un uomo della legge, delegato dell’imperatore nella regione di Giudea. Anche se assente dalla scena, vi è tuttavia, silenziosa e sottesa, anche la presenza del sinedrio e del sommo sacerdote, rappresentanti di un potere di tipo religioso. Pilato si trova di fronte alla sottile crinale di una scelta, di un giudizio.

In questa dinamica Zagrebelski pone in risalto l’emergere un primo esempio di dialogo che deve tenere conto delle ragioni del diritto, assumendo il rischio della scelta che si trova a valutare motivi da ascoltare e non si pone come giudizio oracolare o strumento divino. E’ quindi ravvisabile per certi aspetti l’esempio del confrontarsi di forme diverse e modi di intendere la democrazia. Caifa e il Sinedrio sono i portavoce di una ‘democrazia’ dogmatica che si comprende come detentrice di una verità che non ammette obiezioni. Pilato, per contro, delinea nel suo agire il profilo di una ‘democrazia’ scettica: è unicamente preoccupato del mantenimento del potere, bloccato nella paura nel suo essere esecutore dei voleri dell’imperatore, e si pone con indifferenza di fronte all’uomo che sta davanti a lui. Il popolo, strumentalizzato dai capi religiosi, che grida la richiesta di crocifiggere quell’uomo, è raffigurazione plastica della massa che viene utilizzata e si lascia strumentalizzare dai detentori del potere: è una massa acritica, che si muove confondendosi senza che i volti siano distinguibili. Zagrebelski nella sua analisi scorge nel confronto tra Pilato e Gesù l’inizio della modernità del giudizio. Pilato si appella al popolo per  pronunciare un giudizio. Ma in questo rivolgersi al popolo si evidenziano anche le derive di una consultazione – oggi si direbbe la dinamica del sondaggio – che coinvolge un popolo manipolato e  strumentalizzato da chi lo tiene sotto il proprio potere, lo blandisce o convince di falsità, e lo solleva a suo piacimento. Pilato non cerca quindi un ascolto ma cerca di disfarsi di una responsabilità. Sta qui uno dei drammi che pervadono questo dialogo tra Pilato e Gesù. E in esso il contrapporsi di due modi di intendere il potere. Tra Pilato che giudica e Cristo, che non giudica e perdona, si pone una alternativa decisiva. Emerge forse per un attimo l’umanità di Pilato sovrastata immediatamente dal suo essere succube delle logiche della Realpolitik. Zagrebelski tra le alternative della democrazia dogmatica e scettica che si evidenziano in questo dramma che egli legge tra il Crucifige e la democrazia, suggerisce le vie da perseguire della democrazia critica che attua una assunzione di responsabilità senza piegarsi alle forme dogmatiche e senza venire asservita a logiche di pura conservazione del potere.

Al di là e oltre la lettura di questo fine studioso giurista, ciò che permane come domanda dal dialogo tra Pilato e Gesù è il diverso rapporto con il popolo. Esso può essere una massa uniforme, che viene utilizzata quale strumento per mantenere il potere imperiale o l’istituzione irrigidita di un sistema religioso oppure può essere un popolo di volti e di sofferenti a cui l’uomo con le mani legate offre non un giudizio ma una consegna di sé nell’accoglienza e nell’inermità.

Alessandro Cortesi op

XXX domenica del tempo ordinario – anno B – 2021

Ger 31,7-9; Eb 5,1-6; Mc 10,46-52

Al termine di un capitolo in cui Marco ha raccolto parole di Gesù sullo stile della comunità che lui voleva presenta un suo gesto: è la guarigione di un cieco, lungo la strada, nell’uscire da Gerico.

La ‘via’ che Gesù sta percorrendo è la via di un messia che incontra opposizione e ostilità e si sta dirigendo verso un momento di conflitto e sofferenza come indicano gli annunci della passione che in questa parte Marco inserisce (mc 8,31-33; 9,30-32; 10,3234). Sulla strada Gesù istruisce i suoi chiedendo loro di camminare dietro a lui sulle sue tracce: è via verso Gerusalemme, è via in cui scoprire il volto di un ‘messia diverso’ che si pone in contrasto ai disegni umani di potere.

Proprio in questo snodo del suo racconto Marco situa la narrazione della guarigione di un cieco. Al capitolo 11 presenterà l’ingresso di Gesù a Gerusalemme, come anti-messia, che cavalca un asino ed entra nella città santa non come un guerriero ma disarmato messaggero di pace. Alla vigilia dei giorni di Gerusalemme l’incontro con il cieco diviene indicazione preziosa: c’è infatti bisogno di una luce diversa per vedere con occhi rinnovati quanto sta per accadere. Il volto del messia che si consegna nelle mani degli uomini è il volto di colui che ha realizzato pienamente la sua vita nella via del dono, dell’abbandono, del servizio e in questo modo dona la salvezza.

Il cieco di Gerico è per Marco immagine del discepolo. Sta lungo la strada a mendicare e il suo grido è una invocazione ed una indicazione dell’identità di Gesù: ‘Figlio di Davide, abbi pietà di me’. Gesù è figlio di Davide, re ma secondo una modalità nuova e diversa dalle aspettative dei suoi contemporanei: è re in fedeltà al Padre perché ha inteso la sua vita come cura e vicinanza ai poveri e agli esclusi. ‘Figlio di Davide’ è un titolo che racchiude anche una valenza politica: il regno di Dio è regno di giustizia e di pace, esige rapporti nuovi di fraternità e accoglienza. Dio infatti guarda all’umile e al povero e non vuole discriminazione ed oppressione. Il ‘regno’ è nucleo centrale di tutta la predicazione di Gesù: “Il tempo è compiuto, e il regno di Dio è vicino, convertitevi e credete al vangelo” (1,18)… “il regno di Dio… è come un granellino di senapa” (4,31). Il cieco di Gerico riesce a vedere che il ‘regno’ si è avvicinato a lui nella persona di Gesù. La folla lo ostacola ma lo sguardo di Gesù lo raggiunge. “gettato via il suo mantello, balzò in piedi e venne da Gesù”. Cieco, vive l’esperienza di un affidamento a Gesù che passa, a lui grida e lascia il suo mantello, simbolo della sua unica sicurezza, per mettersi a seguirlo.

Il cieco diventa un discepolo inatteso e in contrasto con l’incomprensione dei dodici. Non è alla ricerca dei primi posti ma invoca di poter vedere. Gesù non rimane indifferente al suo grido, si accosta a lui e gli chiede ‘Che cosa vuoi che io faccia per te?’  Alla sua richiesta risponde ‘Và, la tua fede ti ha salvato’. Egli solo lascia spazio a quell’apertura e affidamento già presente nel suo cuore. E riconosce che lì è già in atto la salvezza. ‘E subito vide di nuovo’ Il cieco ritrova la capacità di vedere ‘e lo seguiva lungo la strada’.

Il discepolo – suggerisce Marco – è colui che si mette a seguire Gesù lungo la strada verso Gerusalemme, affidandosi a lui. Egli vive un vedere nuovo che scorge in Gesù che va verso la croce il volto dell’autentico messia che rende vicino il Dio della cura e della solidarietà. E’ sguardo che proviene da un dono di luce presente e nascosto nel cuore: lo slancio della fede. Gesù riconosce questo nel dire ‘Va’ la tua fede ti ha salvato’: il cieco si apre ad un vedere in modo nuovo e da qui inizia a seguire Gesù: è lui esempio del discepolo che segue Gesù sulla strada.

Alessandro Cortesi op

Soccorrere non è reato

Dopo due anni di indagini la procura di Agrigento ha concluso il procedimento con la richiesta di archiviazione per l’equipaggio della Mare Jonio, il rimorchiatore dell’italiana “Mediterranea” che il 10 maggio 2019 aveva condotto nel territorio italiano 30 cittadini extracomunitari. L’accusa da cui è partita l’inchiesta era pesante perché vedeva «atti diretti a procurare illegalmente l’ingresso nel territorio italiano». Durante gli interrogatori gli indagati – il capomissione Giuseppe Caccia e il comandante Massimiliano Napolitano – hanno espresso la loro decisione di non voler riconsegnare i profughi alla Libia, che peraltro non rispondeva alle comunicazioni. Le ragioni di questo stavano non solo nell’atteggiamento ostile delle Autorità libiche ma anche perché nel rapporto dell’UNHCR dell’ottobre  2019 si documentavano torture, abusi, stupri, violenze sessuali e traffico di esseri umani anche per opera di funzionari dello Stato libico. Per questo la Libia non può essere ritenuta “luogo sicuro” e i suoi porti non possono essere ritenuti ‘Place of safety’ (POS). La decisione stabilisce quindi che l’intervento umanitario, in mancanza di prove di contatti tra Ong e trafficanti, non è mai sanzionabile.

Così osserva Nello Scavo indicando l’importanza di tale archiviazione: “Per salvare vite umane nel Mediterraneo non serve una ‘patente’ da concedere alle navi di soccorso. E le Ong che effettuano operazioni umanitarie non devono coordinarsi con i guardacoste libici, né condurre i naufraghi in Tunisia e tantomeno a Malta, che non ha sottoscritto gli accordi internazionali per il salvataggio”  (N.Scavo, Chiesta archiviazione per Mare Jonio: soccorrere non è mai reato, Avvenire 19 ottobre 2021) .

Dopo la richiesta di proscioglimento per Mare Jonio giunge anche la definitiva archiviazione per la ONG tedesca Sea Watch. Il procuratore aggiunto di Agrigento Salvatore Vella e il pubblico ministero Cecilia Baravelli, riguardo a Sea Watch così hanno concluso:  «i soccorritori agiscono, infatti, perché costretti dalla necessità di salvare le persone che si trovano a bordo delle precarie imbarcazioni con le quali effettuano le traversate nel Mar Mediterraneo». Al comandante Arturo Centore e al suo equipaggio indagati è stato riconosciuto di aver adempiuto «ai doveri previsti dalle fonti nazionali e sovranazionali, che impongono agli Stati e ai comandanti delle imbarcazioni tutte, pubbliche e private, il salvataggio delle vite umane in mare». Osserva il giornalista di ‘Avvenire’ Nello Scavo: “E’ come se di colpo la dottrina Minniti, confermata e aggravata poi da Matteo Salvini e infine mai del tutto riformata dai governi successivi, si infrangesse di colpo”  (Archiviazione anche per Sea Watch. Così si sfalda la dottrina anti Ong, “Avvenire” 21 ottobre 2021)

La Corte di Cassazione ha inoltre bocciato la mancata concessione di protezione internazionale ad un migrante senegalese passato attraverso i campi di detenzione libici. Si osserva che i giudici hanno tenuto conto non solo della minore età, ma anche delle violenze subite nei campi di detenzione in Libia. E’ una sentenza importante perché determina che i migranti che hanno attraversato le prigioni libiche richiedono tutela.

Tutto ciò avviene mentre emerge la notizia che nell’ultimo mese a Torino nel Centro di permanenza per i rimpatri (CPR) dove vengono rinchiusi stranieri trovati senza permesso di soggiorno e che devono essere riportati nei loro Paesi d’origine almeno 26 persone, hanno tentato di togliersi la vita. I CPR assimilabili a gabbie sono dieci in tutta Italia “in particolare il Cpr di Corso Brunelleschi, a Torino, e quello di Ponte Galeria, a Roma, rappresentano la realizzazione di un incubo esistenziale e architettonico, che può definirsi attraverso la categoria di “gabbietà”. Un vertiginoso labirinto, un ossessivo rincorrersi di sbarre e cemento, «una matrioska di disperazione» (Elena Stancanelli)” (L.Manconi, Le gabbie della nostra vergogna, “La Stampa” 21 ottobre 2021). In questi centri di reclusione vedono rinchiusi non persone che hanno compiuto reati ma che sono unicamente privi di documenti validi. Il 22 maggio scorso Mamadou Moussa Balde, di 23 anni, originario della Guinea, si è tolto la vita nel CPR di corso Brunelleschi a Torino mentre era in ‘isolamento sanitario’. Così ancora commenta Manconi: “considerato che, nel complesso, le condizioni degli altri nove Cpr sono altrettanto oltraggiose per la dignità della persona, la scelta più saggia dovrebbe essere quella di chiudere, una volta per sempre, queste strutture patogene e criminogene” (ibid.).

L’affermazione che soccorrere non è reato e il dovere di tutelare chi è passato attraverso situazioni di violazione di diritti umani costituisce un importante passo in questo momento.

Alessandro Cortesi op

Navigazione articolo