la parola cresceva

commenti alla Parola della domenica e riflessioni

Archivi per il mese di “luglio, 2019”

XVII domenica tempo ordinario – anno C – 2019

IMG_4928Gen 18,20-21.23-32; Col 2,12-14; Lc 11,1-13

Luca presenta Gesù che viene spinto dai suoi ad insegnare a pregare come ha fatto Giovanni. Ciò avviene mentre ‘si trovava in un luogo a pregare’ e solo quando ebbe finito i suoi discepoli si rivolgono a lui chiedendo di insegnare loro a pregare.

Gesù non insegnava ai suoi a pregare, ma pregava. Luca presenta questo insegnamento quasi come una forzatura da parte dei discepoli preoccupati di non essere al pari di altri. La preghiera di Gesù si connota nel vangelo di Luca per essere un’esperienza di allontanamento e di tranquillità. In luoghi deserti Gesù rimane solo, per dare spazio ad una presenza e all’incontro che è cuore della sua esistenza.

Pregare per Gesù non è esercizio interiore né questione di metodo, non è nemmeno qualcosa che si insegna e s’impara. Ha piuttosto a che fare con la relazione, è imparare a stare con Dio stesso, a dargli spazio nella vita, uno spazio che non è fuori della vita ma nella vita stessa. La preghiera per Gesù è lasciarsi coinvolgere in un incontro. Ogni regola, ogni formula è insufficiente e addirittura sviante. Ogni modello nasconde il tradimento del cuore dell’incontro. Sta qui la debolezza e la forza delle poche parole che Gesù lascia ai suoi, il Padre nostro. Una preghiera tutta centrata nel dire a Dio ‘abbà’, balbettio di bambini, apertura ad un Dio che prende in braccio le sue creature, che ha cura e sa ciò di cui abbiamo bisogno.

Al centro della preghiera sta questa confidenza unica e forse solo questo è l’essenziale. E’ l’esperienza insondabile del Padre come Abbà che si comunica. La preghiera è stare nella fragilità di fronte a Dio che vuole bene. La scoperta di Dio che si china sui suoi figli, il Dio vicinissimo e che soffre accanto e con noi.

Le affermazioni presenti nel Padre nostro ed espresse come richieste, di fatto costituiscono affermazioni di fede; Gesù sa bene e lo dice che il Padre conosce ciò di cui abbiamo bisogno’.

Le richieste del Padre nostro divengono allora scoperta di una presenza di Dio vicino. Il nome, la sua santità si sta manifestando. Dio rivela il suo nome quando libera e salva, ed attua il regno quando prende la parte degli oppressi liberandoli. Il suo sta regno sta venendo, nonostante ogni contraddizione. Le prime due richieste riguardano il realizzarsi del progetto di Dio: il suo nome ci è comunicato, il regno viene. Queste formule provengono dalla preghiera ebraica del Qaddish pronunciata a conclusione delle letture nella sinagoga: ‘Esaltato e santificato sia il suo grande nome nel mondo che egli creò secondo la sua volontà; domini il suo regno nel tempo della vostra vita e nei vostri giorni e durante la vita di tutta la casa d’Israele presto e in un tempo vicino’. Così nel Capodanno si dice: ‘Padre nostro e nostro re, perdona e rimetti tutte le nostre colpe…; cancella secondo la tua grande misericordia tutti i nostri delitti’ (Shemoneh Esreh VII). Le altre tre richieste, sono quelle del pane, del perdono e della fortezza nella prova: il pane è necessità quotidiana e semplice dell’uomo. è anche simbolo della comunione, della gioia condivisa e della fraternità con cui si identifica il regno di Dio. Il perdono è movimento che ha origine solamente dall’alto, da Dio, eppure passa attraverso il perdono dato e ricevuto. Anche il perdono è dono da invocare e ricevere, e via per scoprire la possibilità di rapporti nuovi con Dio e con gli altri.

L’ultima invocazione è a non lasciarci soccombere nella prova. Gesù proprio nel momento della prova vivrà un pregare più intenso e diviene esempio per noi (Lc 22,39-46): la lotta è sostenuta nel rapporto profondo con il Padre.

Gesù indica ai suoi uno sguardo al regno dono del Padre e l’impegno per rapporti nuovi. La parabola del giudice iniquo che si lascia smuovere solo dall’insistenza della vedova indica la preghiera può essere respiro che segna tutta la vita. L’incontro con Dio è fecondo oltre ogni attesa: ‘Chiedete e vi sarà dato, cercate e troverete, bussate vi sarà aperto’.

Alessandro Cortesi op

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Pregare nella vita

Troppo spesso la preghiera è relegata ad un fatto religioso staccato dalla vita di tutti, dal quotidiano. Troppo spesso è per questo interpretata in modi che la privano della sua apertura ad essere esperienza possibile, umana, ordinaria. Spesso è soffocata in forme che non hanno nulla da dire e che non incidono in un cambiamento della vita, e non danno gioia. Pensare alla preghiera è lasciarsi riportare al cuore del vangelo oltre i possibili fraintendimenti, perchè prima di tutto è esperienza di incontro e scoperta di presenze.

Parlare della preghiera esige innanzitutto di fare un’operazione di chiarificazione e di semplicità. Una certa educazione ha troppo spesso sottolineato dimensioni non centrali, accessorie: si è finito per confondere la preghiera con le tante parole o con certe forme di ritualità. Il dire le preghiere è divenuto il criterio per assimilare la preghiera ad una serie di parole dette. Trascurando peraltro l’ascolto, la disponibilità ad accogliere senza avere obiettivi di efficienza e di produzione.

La preghiera è spazio regalato all’incontro, le sue radici stanno nell’ascolto, come la vita è nei suoi inizi innanzitutto ascoltare, imparare a vedere, crescere accogliendo una relazione. Stare davanti a… lasciarsi accogliere nel calore di una relazione, nell’avventura di ricercare un volto…

C’è una ritrosia di Gesù nel comunicare ai suoi un metodo, una modalità, una ricetta per pregare. Sta forse in questa distanza un segreto da imparare. La preghiera non è entrare in una dimensione che separa dalla vita ma è forse affinare i sensi per scorgere nella vita il dono di una presenza, vicina, il Dio delle cose e dei volti. Se il primo passo della preghiera è non dire molte parole, ma imparare ad ascoltare, la prima scoperta possibile è che il Dio di Gesù è Dio dell’ascolto, che sa udire il respiro e il grido che proviene dalla vita. E’ questione di presenza, non di parole o di riti particolari.

Abbiamo tutto incasellato in forme liturgiche articolate, raffinate, con la minaccia di non mutare nessun aspetto… ma spesso in questa ritualità non si dà spazio alla vita. La vita che è fatta del rumore e della fatica, della passione e della delusione, del progettare e della cura…

Si impara a pregare ma non perché si ripetono incessantemente esercizi che riportano una mentalità da palestra e generano il sentimento di una capacità e di efficienza di chi è superiore e allenato.

Pregare forse va pensato come respiro: respiro che mette a contatto con un respiro più grande, la brezza di un vento dello Spirito che corre dove vuole, che spalanca finestre chiuse, che guida verso cammini dove scorgere una presenza di Dio lontana dai luoghi deputati. Ma anche respiro per imparare a accogliere le voci delle persone e delle cose: preghiera è poter guardare le cose, le ‘cose’ della creazione e le ‘cose’ di tutti i giorni come via di incontro. Stare nelle cose di ogni giorno apprendendo che in quel tessuto di vita è all’opera Colui che si fa incontro a noi non lontano ma vicino… la sua parola è nel tuo cuore perché tu la compia. E la preghiera può essere respiro non solo che riceve ma che si dà. La vita quotidiana può essere animata da un’aria nuova: l’incontro con Dio della tenerezza e della cura offre un senso, una luce nuova ai piccoli gesti, alle ore di ogni giorno.

Alessandro Cortesi op

Alessandro Cortesi op

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XVI domenica tempo ordinario – anno C – 2019

Abramo tre angeli part. Chagall NizzaGen 18,1-10a; Col 1,24-28; Lc 10,38-42

Nella sua vita Abramo vive un’esperienza inattesa e sconvolgente: l’incontro con un Dio che passa come ospite, si fa accogliere e dà inizio ad una vita nuova. Il racconto di quanto accade alle querce di Mamre nell’ora più calda del giorno è espressione di tale evento. Dio si fa incontro presso l’albero e vicino alla tenda. In una prima parte l’accoglienza, nella seconda un colloquio.

Alle querce di Mamre Abramo ospita tre visitatori. “Egli alzò gli occhi e vide che tre uomini stavano in piedi presso di lui”. Non riconosce chi sono. Ma presta loro la sua ospitalità: si mette a correre, lui vecchio nell’ora più calda del giorno: “Appena li vide corse loro incontro…”. Va poi da Sara nella tenda per chiederle di preparare delle focacce. I gesti dell’ospitalità sono sinceri, generosi, immediati. Dopo la prima parte del racconto in cui è Abramo che agisce di più, la seconda parte concentra l’attenzione su Sara e sulla tenda. Sara riceve la promessa di un figlio. E’ una promessa che la fa ridere perché era qualcosa di impossibile (e il nome Isacco verrà da questo riso). E la parola che giunge è: “C’è forse qualche cosa di impossibile al Signore?’. Il Dio visitatore è Dio che suscita vita. L’ospitalità che allarga i pali della tenda alla presenza di ospiti sconosciuti è esperienza in cui si genera una fecondità desiderata e inattesa perché proprio nell’ospitalità si fa esperienza del venire di Dio nella vita. E Jahwè può aprire fecondità inaudite e conosce i segreti dei cuori.

Betania, villaggio vicino a Gerusalemme, era luogo dove Gesù trovava accoglienza presso la casa di amici: Lazzaro, Marta, Maria. Betania è luogo dell’amicizia vissuta, e del riposo che l’amicizia offre. Luca, racconta una scena in questa casa subito dopo la parabola del buon samaritano, da leggere insieme, scorgendo continuità tra la domanda ‘maestro che cosa devo fare per ereditare la vita eterna?’, la parabola del samaritano e l’episodio di Betania.

L’atteggiamento di Marta tutta presa dai molti servizi è presentato spesso come contrapposto a quello di Maria, seduta ai piedi di Gesù. E’ stato così dato risalto la scelta migliore di Maria, la contemplazione in contrasto con l’attività. Ma tale lettura è limitata e forse fuorviante.

Un lettura diversa può essere fatta in una lettura nel contesto: nel capitolo 9 Luca narra la partenza verso la Passione (Lc 9,51). Gesù poi presenta a più riprese le condizioni poste a chi intende seguirlo (9, 57-62), sceglie i settantadue e li invia indicando loro uno stile di vita (10, 1-20), dice che il Padre si rivela ai piccoli (10, 21-24). Racconta poi al dottore della legge la parabola del samaritano (10,29-37), poi visita le sorelle e infine lascia ai suoi la preghiera del Padre Nostro. Il racconto con gradualità delinea il profilo dei discepoli autentici.

Nella parabola del samaritano Gesù aveva indicato quello straniero come colui che sa provare compassione e si è fatto prossimo. Si era fermato e ‘aveva visto’ quell’uomo da soccorrere lungo la strada: ciò che persone religiose avevano pur visto, ma senza fermarsi. Il samaritano aveva agito concretamente ponendo gesti di cura e vicinanza: aveva compreso di essere lì e in quell’ora prossimo a quell’uomo sofferente. Per Gesù ciò che sta al centro e dà senso alla vita è questa cura e questo servizio, il farsi prossimi perché il Dio della Bibbia è Dio che scende a liberare.

Nella casa di Betania, Marta e Maria divengono così quasi due aspetti di un unico profilo che è la vita del discepolo. Il discepolo che accoglie e dona amicizia a Gesù. Esse esprimono così il volto di chi si fa prossimo. Marta è ‘presa dai tanti servizi’. Accanto a lei Maria ascoltava la parola di Gesù. E’ il medesimo atteggiamento dell’indemoniato ‘che stava seduto ai piedi di Gesù’ in attesa di essere liberato (Lc 8,35). Luca non intende contrapporre la contemplazione all’azione, ma nei gesti e negli incontri di Betania ricorda l’essenziale di una vita con Gesù che si delinea come ascolto e come servizio, come prossimità vissuta al Signore e agli altri nei gesti della cura.

Ogni autentica attività di servizio sgorga dall’ascolto della Parola e ogni ascolto significa stare seduti ai piedi di Gesù, gesto proprio del discepolo per vivere quanto lui stesso ha vissuto. La vita del discepolo è indicata nella compresenza di ascolto e servizio. L’ascolto di Gesù si compie in gesti concreti di prossimità. Il servizio vive e si rende possibile nell’ascolto, degli altri e di Dio, in una ospitalità aperta.

Una lettura femminista di questo passo biblico ha aperto anche nuove considerazioni nel pensare alla situazione originaria delle chiese e alla presenza delle donne così come voluto da Gesù nel suo convocare attorno a sè una comunità di uguali: A parere di Elisabeth Schlüsser Firoenza, i due “tipi” costituiti da Marta e Maria non sono in riferimento alla vita attiva e alla vita contemplativa, ma sono due compiti: la “diaconia” e l’“ascolto della Parola”. Il verbo greco diakonèin indica appunto il “servire” e Marta attua un servire che non è preparazione di un pasto. Esso va interpretato allora come il servizio ecclesiale, la diaconia. Dietro la figura di Marta si nasconde quindi il riferimento alla donna responsabile del servizio della comunità cristiana. E la sua protesta a Gesù è perché è lasciata sola con quelle responsabilità. Importante è che la scena avviene nella casa che è proprio il luogo originario delle prime comunità cristiane (e non il tempio e la chiesa!).

«La chiesa domestica era l’inizio della chiesa in una determinata città o in una regione; offriva spazio per la predicazione della Parola, per il culto, come pure per la mensa comune, sociale ed eucaristica … La chiesa domestica, per la sua ubicazione, offriva uguali opportunità alle donne, perché tradizionalmente la casa era considerata la sfera propria delle donne e le donne non erano escluse dalle attività che vi si svolgevano … la sfera pubblica nella comunità cristiana era nella casa e non fuori. La comunità era ‘nella casa di lei’. Perciò sembra che la domina della casa in cui si riuniva l’ekklesía avesse una responsabilità di primo piano per la comunità e per le riunioni nella chiesa domestica… In conclusione: la letteratura paolina e gli Atti ci permettono ancora di riconoscere che le donne avevano il loro posto fra i missionari e i leaders più eminenti del movimento cristiano primitivo. Erano apostole e ministri come Paolo e alcune erano sue collaboratrici. Insegnavano, predicavano e gareggiavano nella corsa per l’evangelo. Fondarono chiese domestiche e, come eminenti ‘patrone’, usarono la loro influenza a favore di altri missionari e cristiani. Se paragoniamo la loro funzione direttiva con il ministero delle diaconesse venute più tardi, colpisce il fatto che la loro autorità e il loro ministero non erano limitati alle donne e ai bambini e non erano esercitati solo in ruoli e funzioni specificamente femminili» (E.Schüssler Fiorenza, In memoria di lei, 201-202).

Alessandro Cortesi op

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In Italia le conseguenze di norme governative che mirano ad ottenere facile risonanza mediatica senza risolvere i problemi della povera gente stanno producendo una nuova categoria di persone: i cosiddetti ‘invisibili’, quelli che non devono stare da nessuna parte, gli sgomberati e gli esclusi, senza differenza tra provenienze etniche o geografiche. Sono le vittime della politica delle ruspe. Sono i centomila invisibili che progressivamente occupano le pieghe marginali della vita sociale e delle nostre città, con sofferenze che non si possono comprendere e con conseguenze devastanti per la stessa vita sociale.

“Italiani e immigrati, rom e sinti, il popolo degli almeno centomila invisibili che nessuno riuscirà mai a censire, già finiti o destinati a finire nei prossimi mesi sotto la ruspa di Matteo Salvini. (…) Persone di ogni etnia che, anche se prese in carico dai servizi sociali dei Comuni nell’immediatezza degli sgomberi, dopo un’accoglienza temporanea in dormitori o case famiglia finiscono per tornare in strada o in altre occupazioni abusive. Nessuno dunque sa veramente quanti siano gli invisibili che abitano le strade delle periferie, i portici delle stazioni o i giardini pubblici. Quel che è certo è che la raffica di sgomberi senza alcun piano preventivo di ricollocamento ordinata da Matteo Salvini, dalle baraccopoli-ghetto degli immigrati ai centri di accoglienza, dalle occupazioni di palazzi ai campi rom, ne ingrossa le file. Creando tutto fuorché sicurezza. L’unico numero certo è quello che si riferisce ai migranti ed è una delle medaglie che Salvini si appunta fiero al petto. In un anno di sua presenza al Viminale, gli immigrati nel circuito dell’accoglienza sono scesi da 167.000 a 107.000. Sessantamila persone fuori da strutture grandi e piccole, che si sommano alle diecimila che già vivevano nelle baraccopoli in Calabria e in Puglia”. (Alessandra Ziniti, Centomila invisibili, “La Repubblica” 17 luglio 2019)

E’ questo il quadro di un Paese in cui non si sta attuando alcuna scelta per governare la complessità dei problemi, ma si rincorre l’acclamazione di chi ha bisogno di illusioni, la rabbia di chi vuole presentato un capro espiatorio colpevole dei propri disagi, il plauso per chi sa essere il più sbruffone, bullo con i deboli e imbonitore di folle delle piazze virtuali.

In questo clima in cui prevale la barbarie e il cinismo del linguaggio e delle azioni si sono levate in questi giorni voci insolite, che provengono dal silenzio, allarmate e sofferenti, che richiamano ad un rispetto dei riferimenti fondamentali di umanità e di accoglienza soprattutto per chi è più vulnerabile: sono le voci dei monasteri di clarisse e carmelitane che hanno scritto al presidente Mattarella, ricordando che “solo la paziente arte dell’accoglienza reciproca può mantenerci umani e realizzarci come persone”.

“Tramite voi chiediamo che le istituzioni governative si facciano garanti della loro dignità, contribuiscano a percorsi di integrazione e li tutelino dall’insorgere del razzismo e da una mentalità che li considera solo un ostacolo al benessere nazionale. Accanto alle tante problematiche e difficoltà ci sono innumerevoli esempi di migranti che costruiscono relazioni di amicizia, si inseriscono validamente nel mondo del lavoro e dell’università, creano imprese, si impegnano nei sindacati e nel volontariato. Queste ricchezze non vanno svalutate e tante potenzialità andrebbero riconosciute e promosse. La nostra semplice vita di sorelle testimonia che stare insieme è impegnativo e talvolta faticoso, ma possibile e costruttivo. Solo la paziente arte dell’accoglienza reciproca può mantenerci umani e realizzarci come persone. Siamo anche profondamente convinte che non sia ingenuo credere che una solidarietà efficace, e indubbiamente ben organizzata, possa arricchire la nostra storia e, a lungo termine, anche la nostra situazione economica e sociale. È ingenuo piuttosto il contrario: credere che una civiltà che chiude le proprie porte sia destinata ad un futuro lungo e felice, una società tra l’altro che chiude i porti ai migranti, ma, come ha sottolineato papa Francesco, «apre i porti alle imbarcazioni che devono caricare sofisticati e costosi armamenti». Ciò che ci sembra mancare oggi in molte scelte politiche è una lettura sapiente di un passato fatto di popoli che sono migrati e una lungimiranza capace di intuire per il domani le conseguenze delle scelte di oggi” ( Clarisse e Carmelitane scalze di Monasteri italiani, Noi, sorelle, preoccupate e in preghiera per questo Paese e i migranti senza voce, “Avvenire” 14 luglio 2019)

La mentalità di razzismo, di esclusione, di rifiuto di gestire con criteri di giustizia e solidarietà la situazione di tanti non è solo emergenza in Italia. Di fronte alle scelte dell’amministrazione Trump negli USA si sono pronunciati i vescovi soprattutto in considerazione delle condizioni di numerosi bambini spaventose e inaccettabili. In una lettera a Trump il presidente dei vescovi statunitensi, il cardinale Daniel Di Nardo a nome della Conferenza episcopale scrive: «possiamo e dobbiamo rimanere un Paese che offre rifugio ai bambini e alle famiglie in fuga dalla violenza, dalle persecuzioni e dalla povertà estrema».

«Questa indicibile conseguenza di un sistema di immigrazione fallito, insieme alle crescenti segnalazioni delle condizioni disumane in cui versano i bambini sotto la custodia del governo federale alla frontiera statunitense, scuotono la coscienza e richiedono un’azione immediata».

Con riferimento alla foto del migrante che ha trovato la morte insieme alla sua figlia nel tentativo di attraversare il Rio grande scrive: «Questa immagine grida giustizia al cielo e mette a tacere la politica… Chi può guardare questa immagine e non vedere i risultati dei fallimenti di tutti noi nel trovare una soluzione umana e giusta alla crisi dell’immigrazione? Purtroppo questa immagine mostra la situazione quotidiana dei nostri fratelli e sorelle. Non solo il loro grido raggiunge il cielo. Raggiunge tutti noi e ora deve raggiungere il nostro governo federale. Tutte le persone, indipendentemente dal loro Paese d’origine o dal loro status giuridico, sono fatte a immagine di Dio e devono essere trattate con dignità e rispetto».

Mons. Raffaele Nogaro, parlando delle norme in vigore e in via di approvazione in Italia in una intervista ha detto: «Sono indignato verso alcune norme, volute dal governo e approvate dal Parlamento, che sono violente, che calpestano la dignità degli esseri umani e offendono la vita umana. Purtroppo le parole brutali del ministro Salvini sul tema della sicurezza vengono accolte con simpatia da molti cattolici, ma anche da tanti preti e diversi vescovi». (…) «Non è possibile affermare la sicurezza di alcuni compromettendo la vita e la dignità di altre persone che sono in difficoltà, come i migranti. Il primo decreto sicurezza, e ora anche questo decreto bis, se verrà approvato, condannano i poveri e i migranti. Ma condannano anche coloro che li salvano e li difendono. E lo fanno creando ed alimentando menzogne sull’opera delle persone e delle organizzazioni di buona volontà, come le ONG. Per questo dico che l’unica via è la disobbedienza civile a queste leggi ingiuste» (Luca Kocci, Monsignor Nogaro: ‘Disobbedienza civile contro le leggi ingiuste’, “Il manifesto” 17 luglio 2019).

In questa situazione del mondo nel cuore dell’estate di quest’anno 2019 ascoltiamo le pagine dell’ospitalità di Abramo e della accoglienza di Gesù nella casa di Marta e Maria quale richiamo al cuore del vangelo da attuare nella nostra vita.

Alessandro Cortesi op

XV domenica tempo ordinario – anno C – 2019

20180423_123307_DD527F21Deut 30,10-14; Col 1,15-20, Lc 10,25-37

‘Chi è il mio prossimo?’ è la domanda di un dottore della legge a Gesù che introduce il racconto: un uomo attaccato dai briganti, percosso è lasciato moribondo sulla strada tra Gerico e Gerusalemme, e viene soccorso da un samaritano. E’ una pagina che non finisce di provocarci e di riportarci al centro del vangelo stesso.

Gerico era città residenza della tribù di una tribù di sacerdoti distante circa 30 chilometri da Gerusalemme. La strada copre un dislivello di circa 1000 metri dai 350 sotto il livello del mare di Gerico ai 740 sopra di Gerusalemme. Il samaritano, appartenente ad un popolo considerato non solo straniero, ma anche eretico e nemico è l’unico che si ferma a soccorrere quell’uomo ferito sulla strada.

Il suo passaggio avviene dopo che altri erano già passati e avevano visto, ma erano andati oltre: Luca indica i loro profili: un sacerdote prima, un levita poi, persone religiose, anzi custodi del sacro. Il primo forse scendeva dopo aver svolto il suo servizio settimanale nel tempio di Gerusalemme; il secondo aveva compiuto la sua mansione di inserviente o di cantore nel tempio. Erano persone osservanti e religiose.

Luca dice che essi ‘videro’ ma è un vedere che non li ha spinti a fermarsi, è un vedere distante e impermeabile alla sofferenza concreta di un uomo. Per questo proseguono il cammino sull’altro lato della strada. Luca non spiega perché non si sono fermati: forse perché il contatto con il sangue o con un morto rendeva impuri, e impediva di compiere azioni di culto, forse perché l’uomo era uno sconosciuto ed avevano paura.

A questo punto la parabola ha un punto di svolta: ‘Invece un samaritano, che era in viaggio, passandogli accanto lo vide e ne ebbe compassione’: una persona considerata un eretico, uno straniero, un nemico, di fronte a quell’uomo che soffriva sulla strada, ‘lo vide’ e pur non essendo dei ‘suoi’ si ferma e lo soccorre.

E’ un vedere diverso da chi era passato prima di lui: il samaritano riconosce in lui un uomo. E – aggiunge Luca – ‘ne ebbe compassione’, avvertì una sofferenza che lo prese nelle viscere. ‘ne ebbe compassione’ è verbo di una sofferenza profonda, interiore, che guarda all’altro e diviene propria. Il samaritano è immagine di un Dio che’soffer nelel viscere’ come donna che sente dentro di sè le angustie di propri figli e si china facendo proprie le sofferenze dell’uomo.

La com-passione non si limita ad essere sentimento interiore, ma si fa azione concreta con una particolare sottolineatura sul carattere personale della cura: ‘gli si fece vicino, gli fasciò le ferite versandovi olio e vino; poi, caricatolo sopra il suo giumento, lo portò ad una locanda e si prese cura di lui ‘. E’ l’elencazione di una serie di gesti, concreti, mirati a soccorrere, ma che hanno al centro la persona di ‘lui’.

Quell’uomo è per il samaritano un ‘tu’ di cui prendersi cura. Così nelle parole rivolte all’albergatore ‘Abbi cura di lui…’. Questa pagina è la presentazione forse più alta di cosa significa la fraternità cristiana: prendersi cura dell’altro, riconoscere nell’altro non un nemico, ma un uomo da soccorrere.

Il prossimo non è solamente chi appartiene al proprio gruppo, al proprio clan, alla propria confessione religiosa, cioè chi è vicino. Gesù capovolge la domanda che all’inizio gli era stata posta dal dottore della legge in due modi: innanzitutto rende chiaro che il samaritano non si è chiesto ‘chi è il mio prossimo’ ma ha scoperto nell’inatteso del cammino a chi egli stesso si trovava ad essere vicino. Nel volto di uno sconosciuto riconosce il volto di un uomo che soffre e ha bisogno di cura.

In secondo luogo non accetta di definire ‘il prossimo’ ma rinvia alla responsabilità personale: ‘chi è stato il prossimo di colui che è incappato nei briganti?’. La domanda fondamentale non è tanto quindi ‘chi è il mio prossimo?’, ma ‘a chi tu sei prossimo?’: è possibile scoprire la prossimità solamente nel prendersi cura di qualcuno: ‘non chi dice Signore Signore entrerà nel regno dei cieli, ma chi fa la volontà del Padre mio che è nei cieli’ (Mt 7,21).

C’è ancora un altro messaggio della parabola: in questo chinarsi del samaritano in filigrana si intravede il volto stesso di Cristo che si china su di noi, ci rialza, ci aiuta a guarire e ci accompagna a ‘tornare alla vita’.

I gesti del prendersi cura vissuti da chiunque, al di fuori di chiese e appartenenze religiose, sono l’unica parola credibile e significativa su Dio. In essi infatti è già presente il volto del Dio ‘samaritano dell’uomo’, che scende ed ha cura di ogni persona, guardando alle sue ferite e alla sua debolezza. Nell’edificio costruito sulla strada di Gerico – il caravanserraglio del buon samaritano – un pellegrino medioevale ha scritto: ‘se persino sacerdoti e leviti passano oltre la tua angoscia, sappi che il Cristo è il buon samaritano: egli avrà compassione di te nell’ora della tua morte e ti porterà alla locanda eterna’.

Alessandro Cortesi op

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Barbarie in mezzo a noi

“Chi stiamo diventando? Uno degli argomenti chiave nella complessa questione delle migrazioni riguarda la presunta minaccia alla nostra identità che l’afflusso di una certa tipologia – etnica, religiosa, reddituale – di stranieri rappresenterebbe per la società italiana. Ma attualmente a preoccupare maggiormente non dovrebbe essere un’ipotetica futura “sostituzione” dell’italianità – qualunque cosa significhi questo termine – con elementi estranei alla storia e alla cultura del nostro Paese, quanto piuttosto un già avvenuto mutamento nel modo di pensare, di parlare e di agire fino a pochi anni fa patrimonio largamente condiviso. Per anni ho insistito preoccupato sui piccoli passi quotidiani verso la barbarie: ormai vi siamo immersi, così che sentimenti ed emozioni di cui un tempo ci si vergognava, almeno in pubblico, ora sono esibiti come trofei di guerra”.

Così s’interroga Enzo Bianchi in un articolo dal titolo La compassione perduta (La Repubblica, 10 luglio 2019). Stiamo assistendo nella comunicazione pubblica e nelle prese di posizione da parte di uomini di governo a forme di autentica criminalizzazione della solidarietà e di denuncia di ogni sentimento di umana compassione quale deriva di buonismo da condannare ed eliminare in nome di una attitudine cinica ed egoistica della vita.

Se una malattia può essere indicata quale contagio in atto nella società italiana ed oltre in questo periodo storico essa potrebbe essere indicata come contagio della malvagità e dell’incapacità a farsi prossimi. Vengono meno fondamentali pilastri del vivere insieme quali l’umana vicinanza ad ogni situazione di difficoltà e infermità.

Ancora Enzo Bianchi osserva: “Abbiamo paradossalmente difficoltà a diventare prossimi dell’altro: diventiamo con facilità prossimi virtualmente, e moltiplichiamo la nostra prossimità virtuale con contatti “liquidi”, inversamente proporzionali alle relazioni concrete, “solide”. E così la morte della prossimità è vissuta come negazione o “morte del prossimo”. Ma negli ultimi anni, in Italia come in molti paesi dell’Occidente, la situazione è ulteriormente precipitata: ci si vanta della spietatezza verso i più deboli, siano essi i poveri “di casa nostra”, gli immigrati o gli appartenenti a determinate etnie. La solidarietà, lo storico “mutuo soccorso”, il sostenersi tra esseri umani segnati dalla sofferenza, il “patire insieme” si è tramutato – dapprima nel linguaggio e poi nei comportamenti – in una ricerca ossessiva dello “star bene da soli”, senza gli altri, anzi, contro di loro. Se questo però è tragicamente il quadro prevalente, quello che si impone nei ragionamenti urlati di certa politica come dei mass media, non dobbiamo rassegnarci a trasformare questa deleteria tendenza maggioritaria in un sentimento universale.”

La radice di questa tendenza sta nell’incapacità di vedere: c’è un vedere indifferente preoccupato solamente di propri obiettivi, siano essi occupazioni della vita siano orientamenti a vivere anche una religione che non passa attraverso l’incontro e la solidarietà con l’altro e la ricerca di giustizia. E’ questa un tipo di religione che certamente tradisce i principi etici fondamentali di ogni grande tradizione religiosa ‘fai agli altri quello che desideri sia fatto a te’, ma che in particolare si pone agli antipodi della proposta di Gesù di Nazareth che indica nei gesti del samaritano un modo di vivere la fede autentica che vive l’autentico rapporto con Dio nel riconoscendo il volto dell’altro sofferente come prossimo.

Sorprende quindi come dalle indagini sociologiche emerga come molti frequentatori delle messe domenicali nutrano atteggiamenti di chiusura e ostilità verso chi soffre, nella ingiusta e non vera contrapposizione tra ‘i nostri’ e ‘loro’, con affermazioni ormai diffuse di palese egoismo, con scelte anche politiche ben precise (la Lega risulta essere il primo partito votato tra i cattolici praticanti… ): elementi che dovrebbero far riflettere soprattutto chi ha responsabilità pastorali e condurre a porre in crisi modalità di vita nelle comunità che fanno giungere a tale lontananza e infedeltà al nucleo del vangelo stesso. Guardare in faccia questa crisi potrebbe portare ad impostare un cambiamento radicale dei percorsi di formazione e dello stile di vita delle nostre comunità così pure del modo stesso di concepire la fede che Gesù chiede.

Papa Francesco, pochi giorni fa, nella messa celebrata con i rifugiati nell’anniversario della sua visita a Lampedusa (8 luglio 2019), ribadendo con chiarezza l’ispirazione evangelica che lo guida nonostante le profonde critiche e ostilità anche dall’interno della chiesa per questa sua insistenza, ha ribadito come i migranti oggi innanzitutto sono da guardare come persone umane ed ha sottolineato come essi sono divenuti il simbolo di tutti gli scartati di una società che vive inseguendo forme di idolatria del denaro e del benessere esclusivo:

“il mio pensiero va agli “ultimi” che ogni giorno gridano al Signore, chiedendo di essere liberati dai mali che li affliggono. Sono gli ultimi ingannati e abbandonati a morire nel deserto; sono gli ultimi torturati, abusati e violentati nei campi di detenzione; sono gli ultimi che sfidano le onde di un mare impietoso; sono gli ultimi lasciati in campi di un’accoglienza troppo lunga per essere chiamata temporanea. Essi sono solo alcuni degli ultimi che Gesù ci chiede di amare e rialzare. Purtroppo le periferie esistenziali delle nostre città sono densamente popolate di persone scartate, emarginate, oppresse, discriminate, abusate, sfruttate, abbandonate, povere e sofferenti. Nello spirito delle Beatitudini siamo chiamati a consolare le loro afflizioni e offrire loro misericordia; a saziare la loro fame e sete di giustizia; a far sentire loro la paternità premurosa di Dio; a indicare loro il cammino per il Regno dei Cieli. Sono persone, non si tratta solo di questioni sociali o migratorie! “Non si tratta solo di migranti!”, nel duplice senso che i migranti sono prima di tutto persone umane, e che oggi sono il simbolo di tutti gli scartati della società globalizzata”.

Come ricorda ancora Enzo Bianchi è questo un tempo di resistenza, in cui porre in atto tutte le risorse di intelligenza, disponibilità, azione per poter essere oggi capaci dei gesti del samaritano e per saper dare sostegno e forza a tanti che si trovano ostacolati proprio nel loro vivere quel vedere e fermarsi e agire propri di un cammino che conduce all’incontro vero con Dio e con gli altri che apre il senso profondo della vita umana.

“È necessario uno sforzo di autentica resistenza non solo per sostenere in prima persona l’etica della compassione, ma anche per saper discernere, riconoscere, dare voce a chi la solidarietà verso i proprio fratelli e sorelle in umanità non ha mai smesso di mostrarla e continua a farlo nel silenzio di tanti o addirittura nel dileggio dei molti”.

Alessandro Cortesi op

XIV domenica tempo ordinario – anno C – 2019

IMG_4702Is 66,10-14c; Gal 6,14-18; Lc 10,1-12.17-20

Il profeta ‘terzo Isaia’ descrive Gerusalemme come una madre gioiosa per la ricchezza di figli. In contrasto a questi figli vi sono i malvagi, i ‘fratelli che odiano’ pur appartenenti al medesimo popolo: sono coloro che non credono alla parola di Dio. Una divisione attraversa il popolo di Israele, per la presenza di disonestà, per un culto di idolatria. Viene descritta la stortura di un modo di vivere che tiene insieme un presunto culto con un agire malvagio. A tale comportamento iniquo si oppone la tenerezza di Dio che invita a rallegrarsi con Gerusalemme: “Rallegratevi con Gerusalemme, esultate per essa quanti l’amate… vi sazierete delle sue consolazioni” (Is 66,10-11). E’ una gioia che supera e vince la malvagità di chi cerca il male.

L’invito a gioire con Gerusalemme madre ricca di figli trae così ragione dal riferimento a Dio che agisce con tenerezza. Viene delineato un tratto femminile del volto di Dio che ama oltre ogni limite e con apertura universale: “Si dimentica forse una donna del suo bambino, così da non commuoversi per il figlio del suo seno? Anche se ci fosse una donna che si dimenticasse, io invece non ti dimenticherò mai. Ecco, ti ho disegnato sulle palme delle mie mani” (Is 49,15-16).

Il ‘terzo Isaia’ testimonia che le promesse di Dio sono di accoglienza per tutti i popoli della terra quale dono di amore che si estende oltre i confini: “Io verrò a radunare tutti i popoli e tutte le lingue; essi verranno e vedranno la mia gloria” (Is 66,18). Il cammino dell’umanità come un grande pellegrinaggio, è orientato a riconoscere di Dio come signore.

Queste pagine sono indirizzate ad una comunità in un tempo difficile dopo l’esilio. Vi sono diffuse idolatria e iniquità. La tentazione sarebbe quella di rinchiudersi e di escludere gli altri. Viene invece proposto un orizzonte di speranza. Dio ha un disegno di accoglienza sull’umanità. Questa è chiamata a vivere nell’incontro dei popoli e tutta la storia viene vista come un grande cammino che avrà come sito l’incontro dei popoli nella casa di Dio, dove scoprirsi accolti e dove sperimentare la gioia vera.

“Pace a questa casa!” è il saluto che devono portare coloro che sono inviati da Gesù. Pace è non solo un saluto ma una offerta di orientamento di tuta la vita. Pace significa rapproti nuovi in cui riconoscere il volto dell’altro in una fraternità da costruire.

“È vicino a voi il regno di Dio”: il regno di Dio si connota come una realtà di incontro, in cui si scopre la vicinanza di Dio e la possibilità di rapporti nuovi sin dal presente. E’ possibilità di accoglienza e condivisione, è apertura ad una vita in pace che significa non senza problemi, ma nell’attuazione di rapporti nella giustizia.

Gesù mette in guardia i suoi dal rimanere affascinati da grandi risultati. Non è importante la visibilità e efficacia del proprio agire, è invece essenziale il rapporto con Dio su cui la vita viene basata: “Non rallegratevi però perché i demòni si sottomettono a voi; rallegratevi piuttosto perché i vostri nomi sono scritti nei cieli” Il nome biblicamente è il cuore della persona: il nome scritto nei cieli è trovare il proprio luogo nell’amore di Dio che rende capaci di scelte di dono e servizio.

Alessandro Cortesi op

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Amazzonia, un luogo teologico

Nell’ottobre 2017 è stato annunciato un sinodo per l’Amazonia che si terrà nel prossimo ottobre. E’ già stato pubblicato un documento preparatorio al Sinodo (Instrumentum Laboris – IL). Recentemente  a fine giugno un gruppo di teologi si è incontrato in un Simposio teologico (Red Pan Amazonicas) per preparare il tema del sinodo: Amazzonia: nuovi cammini per la chiesa e per un’ecologia integrale.

L’Amazzonia, una delle regioni del mondo più segnate dallo sfruttamento dei beni naturali e dall’impoverimento delle popolazioni indigene che lì risiedono è anche un luogo significativo per orientamenti nuovi che interessano l’intera chiesa e la società umana.

Nel Simposio – di cui si può leggere la relazione di sintesi qui – è stato affermato che l’Amazzonia è un ‘luogo teologico’, una regione dalla quale proviene un’interpellazione di Dio ed un luogo di esperienza pasquale.

La proposta emersa dal Simposio è che il prossimo sinodo assuma l’orientamento di una triplice conversione: pastorale, ecologica e sinodale, riconoscendo la partecipazione di ogni battezzato al popolo di Dio.

E’ richiama il testo dell’Instrumentum Laboris 122: “Il processo di conversione a cui è chiamata la Chiesa implica disimparare, imparare e riapprendere. Questo percorso richiede uno sguardo critico e autocritico che ci permetta di identificare ciò che abbiamo bisogno di disimparare, ciò che danneggia la casa comune e il suo popolo. Abbiamo bisogno di fare un percorso interiore per riconoscere gli atteggiamenti e le mentalità che impediscono il collegamento con se stessi, con gli altri e con la natura”.

E’ quanto mai necessario superare una mentalità colonizzatrice ed aprirsi alla ricerca di una incarnazione reale del vangelo e del volto amazzonico della chiesa.

“Nel proporre i popoli amazzonici come soggetti di inculturazione, assumiamo la guida di Papa Francesco per “superare la rigidità di una disciplina che esclude e allontana, da una sensibilità pastorale che accompagna e integra (IL 126b; AL, 297 e312)”.

“proponiamo un’incarnazione più reale in tutte le attività, espressioni, linguaggi (IL 107) che abbandona una tradizione coloniale monoculturale, clericale e impositiva per assumere senza timore le diverse espressioni culturali”.

Si pone in particolare l’urgenza di passare da una ‘pastorale della visita’ ad una ‘pastorale della presenza’ “con ministri autoctoni, in modo tale che la chiesa sia una chiesa con volto amazzonico e in stretto dialogo con le culture e le religioni del popolo”.

Viene suggerito così al sinodo di ordinare al ministero presbiterale uomini sposati con esperienza cristiana che servano la comunità a partire dalla propria professione e vita familiare.

Dall’ascolto della realtà della vita dei popoli dell’Amazzonia si può cogliere la missione essenziale delle donne. “In questo senso proponiamo di riconoscere la loro leadership, promuovendo varie forme ministeriali di servizio e autorità, e in particolare, la riflessione sul diaconato delle donne nella prospettiva del Vaticano II (vedi LG 29, AG 16 IL 129 c2)”

“…’l’Amazzonia rappresenta una pars pro toto, un paradigma, una speranza per il mondo’ (IL 37). I principali problemi dell’umanità sono evidenti in Amazzonia. ‘L’Amazzonia ci invita a scoprire il compito educativo come servizio integrale per tutta l’umanità in vista di una” cittadinanza ecologica (LS, 211)’ (IL 96)”.

Alessandro Cortesi op

 

 

 

 

 

 

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