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Ascensione del Signore – anno B – 2018

IMG_2872.jpgAt 1,1-11; Ef 1,17-23; Mc 16,15-20

“perché state a guardare il cielo? … tornerà un giorno” (At 1,11) al cuore della fede fondata sulla Pasqua c’è una assenza e una nostalgia. Attesa di ritorno: tornerà… Non si incontra più Gesù come prima. E’ possibile custodire la sua promessa e l’esperienza d’incontro con lui può continuare in modo nuovo, nel modo dell’attesa, nella vita della comunità, nei segni da lui lasciati, nello sxogere l’operare dello Spirito.

Gli apostoli chiedono di ‘conoscere i tempi e i momenti’: è curiosità di prevedere il futuro. Gesù invita a non dare spazio a questa vana curiosità che impedisce di cogliere le cose più importanti. E’ inutile sprecare energie in questo sforzo. Piuttosto lo sguardo va orientato in altra direzione, al presente. Sin d’ora è vicino in modo nuovo. L’attitudine richiesta è quella dell’attesa, ‘attendere che si adempia la promessa del Padre’ e ricevere la forza dello Spirito. La promessa del Padre è per l’umanità, per poter partecipare alla vita in Cristo: l’essere immersi (battezzati) nello Spirito Santo e ricevere da lui forza.

Lo Spirito è il dono di Cristo risorto. Dopo la Pasqua l’incontro con Gesù può avvenire per opera dello Spirito, nella sua forza. La sua presenza è reale tra noi e nel contempo è interiore e coinvolge l’intimo delle persone. ‘Una nube lo sottrasse al loro sguardo’: la nube è simbolo della penombra dello Spirito, che copre e rivela. Gesù è nella vita di Dio. Il suo ‘spazio’ è altro rispetto allo spazio e al tempo in cui Gesù ha vissuto la sua vita terrena. Ma la sua presenza continua, si rende vicina nell’interiorità e si fa vicina nei segni che ci ha lasciato: lo Spirito accompagna ad incontrarlo nella fede e rende testimoni della sua risurrezione. D’ora in poi l’incontro con Gesù sarà vissuto nell’incontro con qualcuno che in forza dell’agire dello Spirito, testimonia di Gesù, lo racconta e cammina sui suoi passi: ‘voi mi sarete testimoni’.

“Andate in tutto il mondo e predicate il vangelo ad ogni creatura…”. Gesù invia i suoi a continuare l’annuncio della bella notizia del ‘regno’ (cfr Mc 1,12) a offrire segni di liberazione e di novità di vita (Mc 1,32-34). Ed essi fanno l’esperienza di un agire che li precede e li accompagna e che non dalla loro forza ma dalla presenza del Signore si attua la comunicazione del vangelo: “Allora essi partirono e predicarono dappertutto, mentre il Signore operava insieme con loro e confermava la parola con i prodigi che l’accompagnavano”.

I segni accompagnano la parola e dicono che la morte non è l’ultima parola. Gesù non lascia la sua chiesa dona lo Spirito, presenza-dono che conduce ad entrare nella relazione di amore del Padre e del Figlio. Anche la comunità vive questa fondamentale chiamata, la vocazione ad essere segno della comunione del Padre del Figlio e dello Spirito. E’ vita nuova: i diversi doni, che provengono dallo Spirito, recano in sè la spinta ad essere messi a servizio per la comunione. Le differenze non vanno eliminate, ignorate, sopresse ma vi può essere condivisione di doni e servizi, segno della vita trinitaria. Unità di relazione in cui l’essere-con si fa essere-per e si può abitare nella reciprocità dell’amicizia.

Ascensione non è festa del distacco ma di una gioia diversa per un incontro nuovo con Cristo. Il Padre ha detto sì alla vita di Gesù e la sua umanità è principio di comunione. Vivere l’inconro con Gesù nel sentire la sua mancanza è esperienza di fede nel Dio di cui si avverte la mancanza. La preghiera stessa rimane domanda sospesa, senza risposta, ma anche rivolta come grido che non lascia che l’attesa venga meno.

Alessandro Cortesi op

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Lingue nuove

Lingue nuove sono le lingue diverse dei popoli. Parlare lingue nuove è esito di apertura a scorgere che la propria lingua non è senza legami con altre lingue diverse. E’ passaggio per superare lo sconforto dell’incapacità di comunicare. Parlare lingue nuove passa attraverso la fatica dell’accostarsi ad altri mondi, e si costruisce nell’apprendimento ad incontrare ascoltando e tessendo rapporti.

La possibilità di parlare lingue nuove è attraversamento che si attua nel tradurre le parole della propria lingua madre in parole altre. Nella traduzione l’estraneo si fa riconoscibile nei tratti del suo volto e diviene familiare, si costruiscono ponti che consentono avvicinamento e comprensione.

E’ stato soprattutto il filosofo Paul Ricoeur ad approfondire il paradigma della traduzione come via per affrontare la sfida dell’incontro con l’altro, per aprire vie di comunicazione nel mondo del pluralismo e per incontrare lo straniero, senza far venir meno la diversità, accettandola, e rendendola luogo di un riconoscimento possibile. Apprendere a parlare lingue nuove conduce a scoprire che le lingue umane non sono sistemi impermeabili e chiusi, ma sono come case aperte con porte e finestre che consentono passaggi e visite. Percorsi mai compiuti definitivamente e sempre da intraprendere di nuovo. Percorsi che accompagnano a riconoscere l’altro, ma anche a comprendere e riconoscere in modi nuovi la propria in lingua, la propria esistenza.

E’ possibile allora camminare verso quella che Paul Ricoeur indica come ospitalità linguistica?

“Ospitalità linguistica quindi, ove al piacere di abitare la lingua dell’altro corrisponde il piacere di ricevere presso sé, nella propria dimora di accoglienza, la parola dello straniero» (P.Ricoeur, La traduzione. Una sfida etica, Morcelliana, Brescia 2002, 50)

Tale ospitalità è orizzonte da ricercare continuamente ed implica la fatica della traduzione, scoprendo che la propria lingua è importante quale casa aperta ad accogliere, e nel contempo è anche importante la lingua dell’altro nella diversità. Solamente da tale intuizione può avere inizio l’avventura del parlare lingue nuove, di cercare di tradurre.

E’ veramente l’opposto dell’irrigidimento che chiude e rende impermeabili ad ogni comunicazione. E’ il contrario dei diktat che pretendono di parlare e intendere un’unica lingua che diviene lingua del potere e della violenza, è l’opposto del rifiuto del dialogo possibile che tanto segna il nostro quotidiano e lo tinge di intolleranza e di rifiuto degli altri.

“Tradurre significa rendere giustizia allo straniero, significa instaurare la giusta distanza da un insieme di linguaggio all’altro. La tua lingua è altrettanto importante della mia. È la formula dell’equità-uguaglianza. La formula della diversità riconosciuta” (P. Ricœur, Il Giusto, vol. 2, Effatà, Cantalupa (To) 2007, 51).

Imparare a tradurre diviene via per aprirsi ad un modo di tare insieme in cui il discorso tra le persone possa essere uno e nel medesimo tempo plurale. E’ esperienza che può aprire la via a maturare un orizzonte di impegno e di vita insieme, “un’etica della ospitalità linguistica e della convivialità” (D.Iervolino, Per una filosofia della traduzione, Morcelliana Brescia 2008, 125).

La diversità delle lingue è la babele di un mondo in cui chi parla in modi diversi non è capace d’intendersi, ma è anche la babele in cui i diversi accenti e suoni suscitano la curiosità dell’incontro, segnano così la benedizione di una umanità plurale, che si scopre chiamata a camminare insieme imparando a parlare lingue nuove. “Nella benedizione di Babele, dunque, è già prefigurato (…) il kerygma pentecostale del dono delle lingue, annuncio di una umanità riconciliata nel riconoscimento delle diversità” (D. Jervolino, Per una filosofia della traduzione, 119)

Alessandro Cortesi op

 

 

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Ascensione del Signore – anno A – 2017

At 1,1-11; Efes 1,17-23; Mt 28,16-20

“Uomini di Galilea, perché state a guardare il cielo? Questo Gesù… tornerà un giorno allo stesso modo in cui l’avete visto andare in cielo”

Una festa tra la terra e il cielo quella dell’Ascensione: un modo di raccontare il mistero della Pasqua e della risurrezione. Gesù ‘elevato in alto’, compie il passaggio dalla terra alla vita di Dio. Cielo anche nella mentalità biblica è il luogo di Dio e la terra, in basso, è ambito del cammino umano. Dire che Gesù è ‘innalzato’ è un altro modo per dire che ha vinto la morte: ora la sua vita è trasformata, è vicino in modo nuovo al Padre. Tornerà così come ‘è andato in cielo’, nei gesti del servizio e dell’ospitalità.

La ‘nube lo sottrasse’ allo sguardo dei discepoli. Nel cammino dell’esodo, una nube accompagnava gli spostamenti, segno della presenza vicina di Dio che cammina con il suo popolo, ma anche segno che Dio non può essere trattenuto. Gesù nel suo cammino terreno è testimone di questa presenza: nella sua umanità vive in questa comunione. E’ stato uomo che ha vissuto per gli altri. Nella risurrezione il Padre ha detto ‘sì’ alla sua vita che ha raccontato il suo volto di amore. Gesù è costituito ‘signore’: ha un nome unico. A partire da qui la comunità dei discepoli sarà condotta a descrivere il farsi vicino di Dio in Gesù come un progressivo scendere: la Parola si è fatta carne e Gesù si è fatto servo. Colui che è salito al Padre è il medesimo che è disceso. Tutta la sua vita è movimento di discendere, farsi servo. Qui si rende visibile volto di Dio che si rivela nel servizio e nel dono di sé. Per questo “… lo risuscitò dai morti e lo fece sedere alla sua destra nei cieli” (Ef 1,20).

‘poi li condusse fuori verso Betania e, alzate le mani, li benedisse. Mentre li benediceva si staccò da loro e fu portato verso il cielo’ (Lc 24,50).

C’è un rapporto profondo tra l’essere preso di Gesù e la benedizione lasciata ai discepoli. Gesù risorto, il signore, invia i discepoli a vivere il tempo della sua assenza: li richiama a non lasciarsi prendere da vane curiosità interrogandosi sul futuro. Chiede l’attesa radicata sulla promessa del Padre, quella di essere immersi nello Spirito Santo. Chiede loro di rimanere a Gerusalemme, luogo della passione, croce e della risurrezione. Lì si dovrà sempre tornare, alla Pasqua di Gesù. Invita i suoi a farsi testimoni di lui: ‘mi sarete testimoni’. E’ una testimonianza fino ai confini della terra.

D’ora in avanti Gesù non sarà più incontrato come prima perché viene sottratto al loro sguardo, ma si apre lo spazio per un vedere nuovo, quello dell’attesa. La comunità è chiamata ad incontrare ancora il suo Signore: è il tempo dello Spirito, dono per i discepoli: è lo Spirito la ‘promessa del Padre’ e la ‘forza che li investe dall’alto’. Da qui il movimento mai finito di conversione e perdono, due momenti che vanno tenuti insieme: non c’è l’uno senza l’altro, entrambi sono dono della Pasqua di Gesù.

La comunità è inviata ad un impegno sulla terra non a restare a guardare il cielo. Insieme. Ogni percorso del credere ha una fondamentale dimensione comunitaria. La promessa di Gesù è vicinanza nuova: ‘ecco io sono con voi tutti i giorni, fino alla fine del mondo’.

Alessandro Cortesi op

Soffi dello spirito

Ci sono nella storia quotidiana soffi dello spirito da cui lasciarsi portare, spingere, aprire per nuove uscite, per lasciarsi aprire ad orizzonti nuovi da vedere, verso cui camminare. Alcuni di questi sono da raccogliere in parole e volti che non hanno risonanza mediatica e di visibilità.

In un’intervista (Andrea Tornielli, ‘Serve una chesa che si mostri bisognosa di perdono’, La Stampa Vatican-Insider 19.05.2017)  Lauro Tisi, vescovo di Trento, parla di Chiesa che oggi ha bisogno di mostrarsi per ciò che è, perdonata e sempre bisognosa di perdono. E parla di una scoperta ad annunciare un Dio capovolto: “Fin dal giorno della mia nomina è qualcosa che mi è venuto fuori quasi per caso: ho detto che noi

dobbiamo parlare di un ‘Dio capovolto’. E questo è diventato un po’ il mio leitmotiv. Credo che ci sia bisogno di raccontare Dio a partire dall’umanità di Gesù Cristo. Siamo abituati a raccontare Dio in modo troppo astratto e filosofico. Dobbiamo imparare a passare dall’umanità di Cristo per narrare Dio.”

E dice: “la realtà prima delle idee. Dobbiamo finire, io credo, con la pastorale dei temi, dei percorsi un po’ troppo astratti. Bisogna partire dai dati concreti e lasciarsi portare dalla realtà per raccontare un Dio bello e interessante. Dobbiamo investire in

positività senza spaventarci del calo dei numeri. Dobbiamo alimentare speranza e la speranza ti viene se ti fidi della realtà”

Si riferisce anche a scelte concrete che riguardano situazioni da affrontare nella gestione dei beni: “Dobbiamo superare l’idea dei recinti e dei territori sacri, anche l’idea dei terreni puliti: il terreno umano è sempre pulito e allo stesso tempo sporco. E allora ecco un altro tema importante, quello della sobrietà e di una Chiesa che si mostri con il volto della vicinanza, della prossimità e della povertà. Penso che per i prossimi anni il nostro obiettivo sia questo: rimettere in gioco le nostre strutture. Già prima che diventassi vescovo in diocesi c’erano 21 canoniche messe a disposizione di situazioni di disagio e di povertà. Devo dire che questo è servito di più di tante catechesi”.

E parla di superamenti da attuare, impostazioni che dividono e sono ostacoli a vivere il vangelo: “Credo che sia necessario superare lo schema preti-laici, che è divisivo, per mettere invece al centro la vita della comunità. Il soggetto evangelizzante è una fraternità cristiana che non si crede perfetta, che ha bisogno di perdono e che pone gesti di prossimità. È finito il regime di cristianità. Abbiamo bisogno di comunità, uomini e donne che vivendo la dinamica di Gesù accolgono il ferito e dicono: guarda che sono stato ferito anch’io (…) Non ci sono gli addetti per la carità, per la famiglia, per i problemi del lavoro. C’è una comunità che incontra i bisogni. La vita delle persone non è divisa in settori”.

In questi giorni ha concluso il suo cammino terreno Antonio Papisca, docente di Relazioni Internazionali e di Organizzazione internazionale dei diritti umani e della pace per molti anni all’Università di Padova. Nel 1982 aveva dato inizio nella medesima Università e poi diretto il Centro Interdipartimentale sui diritti della persona e dei popoli.

La sua vita è stato quella di un docente, un ricercatore e uno studioso. Era animato dalla profonda convinzione del valore di uno studio connesso alla pratica e alla vita delle persone e dei popoli. Era convinto che la riflessione sui diritti umani costituisse una azione essenziale per promuovere cammini concreti per costruire la pace.

Un tratto tipico del suo insegnamento è stato la sobrietà: amava definirsi un badilante, un lavoratore che sposta la terra e con il suo lavoro offre materiale per costruire, aprendo cammini. Il suo tratto discreto e schivo nascondeva una profondità di pensiero ed una ricchezza umana che l’hanno reso noto a livello internazionale.

Ma la sua attività non rimaneva entro l’ambito accademico. Era uomo di relazioni, conscio del limite di un pensare che non si confronta e non entra in vivo rapporto con l’esistenza. Amava collaborare a percorsi portati avanti in tanti modi da associazioni, movimenti e gruppi impegnati per la difesa e promozione dei diritti e per la pace. Aveva profonda fiducia nell’impegno delle Organizzazioni non governative espressione di un movimento di partecipazione dal basso della società. Guardava con profonda simpatia e come completamento della sua azione l’impegno del volontariato.

Il prof. Marco Mascia suo collaboratore e attuale direttore del Centro per i diritti umani di Padova così lo ha ricordato: “È stato un vero apostolo dell’idea di diritti umani, prodigandosi come educatore anche nelle scuole e nel mondo del volontariato… ha vissuto per l’università e per gli studenti. Era un uomo di fede che ha lottato con forza per l’amore e la nonviolenza, cercando sempre una via istituzionale alla pace” (E’ morto il prof. Papisca paladino dei diritti umani, Corriere del Veneto 16.05.2017).

Fede e ricerca di vie istituzionali. Ispirazione interiore di distacco e fiducia nel cammino umano. Spirito di servzio e passione nella forza delle idee che divengono ispiratrici di istituzioni e di cammini di popoli. Orientamento deciso alla ricerca della pace non per le vie delle armi e della violenza, ma per le vie pacifiche e secondo metodi nonviolenti. Mitezza nei modi e caparbietà nel portare avanti lotte ideali e istituzionali. Questi alcuni tratti del suo pensiero e del suo stile.

Uno dei suoi impegni è stato mobilitare la società civile perché l’affermazione del diritto alla pace potesse divenire un diritto umano riconosciuto per tutti, con conseguenze profonde per la vita dei popoli e in vista di scelte da attuare in coerenza a tale riconoscimento, nel cancellare la pretesa degli stati di basarsi su un diritto per fare la guerra. Sosteneva con passione l’importanza di partire dall’inserimento di tale diritto negli statuti dei comuni e province nello sforzo di promuovere la ‘diplomazia delle città’.

L’orientamento su cui la sua riflessione e il suo impegno sono stati diretti è stato quello di progettare l’ONU come ONU dei popoli, e di pensare la diplomazia non come questione dei potenti o dei soli governi ma dei popoli e delle città.

Soffi dello Spirito che si rendono vicini in impegno, dedizione di vita e scelte di testimonianza.

Alessandro Cortesi op

Ascensione del Signore – anno C 2016

Predrag Vujanovic.jpg(cappella minimalista – arch. Predrag Vujanovic – Serbia)

At 1,1-11; Eb 9,24-28; 10,19-23; Lc 24,46-53

L’intero vangelo di Luca è strutturato attorno al tema del viaggio di Gesù verso Gerusalemme. E’ una salita: Gerusalemme è infatti posta in alto, sul colle di Sion e nel pellegrinaggio che radunava soprattutto per la festa della Pasqua ogni anno coloro che si recavano alla città santa la scorgevano da lontano come meta posta in alto. Tanti salmi cantano l’ascensione verso il tempio di Dio al centro della città.

Gesù è presentato da Luca nel momento della sua scelta di dirigersi con decisione verso Gerusalemme nella consapevolezza che lì avrebbe incontrato ostilità e condanna: “Mentre stavano per compiersi i giorni della sua ascensione, Gesù si diresse decisamente verso Gerusalemme” (Lc 9,51). Anche nell’episodio della trasfigurazione, nel dialogo tra Mosè e Elia “parlavano dell’esodo che Gesù avrebbe portato a compimento a Gerusalemme” (9,31).

La salita di Gesù, si compie nel suo andare verso il Calvario fin sulla croce. Dopo la morte, il suo risvegliarsi dal sonno della morte, il suo ‘alzarsi’, la risurrezione, è presentata come salita alla destra del Padre: “Gesù li condusse fuori verso Betania e, alzate le mani, li benedisse. Mentre li benediceva, si staccò da loro e fu portato verso il cielo. Ed essi, dopo averlo adorato, tornarono a Gerusalemme con grande gioia; e stavano sempre nel tempio lodando Dio” (Lc 24,52-53).

Ascendere è movimento di salita che rinvia all’intera esistenza di Cristo: tutto il suo percorso è una salita. Dalle strade di questa terra sale fino alla destra del Padre. Il cielo, simbolo del luogo del divino, è luogo dove Gesù vive ora nella condizione del ‘vivente’ (è questo il titolo con cui Luca indica il risorto. Il Padre conferma questo con la sua azione di potenza: ‘…Gesù fu portato verso il cielo’ dice Luca utilizzando il passivo segno della azione di Dio. Il suo ‘salire’ si attua nel portare con sé tutto al Padre. Mentre sale Gesù benedice: la sua presenza non sarà più sulla terra, d’ora in poi sulla terra si svolgerà la missione di coloro che sono investiti della forza dello Spirito Santo e vivranno nella speranza del suo ritorno.

Nella ascensione Luca offre una lettura teologica della nuova vita di Gesù oltre la morte e della vicenda della chiesa.

Gesù è nella comunione con il Padre, e dona la forza dall’alto, il dono dello Spirito per poterlo incontrare in modo nuovo e per leggere la storia come disegno di Dio che chiama alla comunione con Lui.

La lettera agli Ebrei vede nella corporeità di Gesù risorto una strada che si apre per un salita nel nuovo tempio, il tempio celeste, il tempio della comunione con Dio. Non ci sono più esclusi o condizioni particolari per entrarvi: Gesù con il suo sangue, cioè con la sua vita, ha aperto una strada nuova. E’ una via con i tratti di un vivente: è Gesù, nella sua corporeità, la via nuova e vivente che si fa percorso della nostra libertà.

“Avendo, fratelli, piena libertà di entrare nel santuario per mezzo del sangue di Gesù, per questa via nuova e vivente che egli ha inaugurato per noi attraverso il velo, cioè la sua carne…. Manteniamo senza vacillare la professione della nostra speranza, perché è fedele colui che ha promesso”.

Alessandro Cortesi op

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reidersche_tafel Tavoletta in avorio ca. 400 d.C. – Bayerisches Museum, München ca 400 ad.jpgreidersche_tafel Tavoletta in avorio ca. 400 d.C. – Bayerisches Museum, München ca 400 ad.jpgTavoletta in avorio ca. 400 d.C. – Bayerisches Museum, München ca 400 ad.jpgTavoletta in avorio ca. 400 d.C. – Bayerisches Museum, München ca 400 adReidersche_Tafel_c_400_AD

Ascensione

L’ascensione viene raffigurata in alcune antiche opere alla fine del IV secolo. Uno tra gli esempi più antichi è l’immagine di una tavoletta di avorio, forse di provenienza dell’Italia settentrionale, conservata al Bayerisches Museum di Monaco.

Nella tavoletta Cristo è raffigurato nella parte destra in alto nell’atto di salire, le gambe in tensione, il lembo della tunica che svolazza alle spalle,  in un movimento assai dinamico quasi a superare con un salto l’ultimo passaggio tra terra e cielo. Con la mano destra afferra una mano che dall’alto esce dalla nube e lo afferra saldamente. Gesù è sul declivio di un monte e quasi sta spiccando un salto verso il cielo: la mano che fuoriesce dalla nuvole è allusione alla mano di Dio Padre.

Al di sotto, due apostoli in posizioni diverse assistono all’evento. Uno dei due si china nascondendosi il volto tra le mani indicando così  quanto sta avvenendo è rivelazione di qualcosa di grande. L’altro discepolo ha il volto rivolto verso Gesù che sale ed apre le braccia mostrando le palme delle mani in segno di meraviglia e stupore. Questa descrizione dei testimoni dell’evento sembra rinviare alle figure che apparivano nelle raffigurazioni di apoteosi. Qui tuttavia vi è quasi un’allusione alla posizione dei discepoli nelle scene trasfigurazione. Gesù è rappresentato con in mano un rotolo della legge: potrebbe essere rinvio a Mosè che sul monte riceve da Dio le tavole della Legge, e il tratto proprio della sua azione di maestro di sapienza. La mano forte di Dio che afferra Gesù nel suo salire indica l’ascensione come opera del Padre.

La tavoletta d’avorio riporta nella parte inferiore la raffigurazione della visita di tre donne velate e titubanti al sepolcro. Questo è raffigurato quale costruzione formata di una parte inferiore quadrata con una porta chiusa e una parte superiore a pianta rotonda con colonnine e tondi in cui si intravedono busti scolpiti sopra i capitelli. Compare la presenza di una figura seduta che indica alle donne che Gesù non è lì: è rinvio all’episodio della visita al sepolcro il mattino di Pasqua. La figura dell’angelo indica alle donne di non cercare il vivente tra i morti. Il monumento allude al sepolcro attorno al quale sono raffigurati i profili di due soldati romani: uno di essi appare addormentato e chino, l’altro, vestito del mantello reca una lancia.

Sopra la costruzione a pianta rotonda allusione al sepolcro di Cristo, si staglia un albero rigoglioso con rami frondosi e carico di frutti. Due uccelli stanno beccando i suoi frutti. E’ forse allusione all’albero del regno di Dio, che prende vita e cresce nella fecondità della risurrezione ed offre nutrimento per la vita dell’umanità, simboleggiata dagli uccelli che possono nutrirsi dei suoi frutti.

La struttura della scena della tavoletta nei vari momenti – la custodia del sepolcro, l’annuncio dell’angelo nella visita delle donne e la salita di Gesù al Padre – suggerisce di leggere il movimento dell’ascensione quale aspetto dell’unico evento della Pasqua del Signore.

Alessandro Cortesi op

 

Ascensione del Signore – anno B – 2015

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Tavoletta in avorio ca. 400 d.C. – Bayerisches Museum, München

At 1,1-11; Ef 1,17-23; Mc 16,15-20

“Uomini di Galilea, perché state a guardare il cielo? Questo Gesù, che è stato di tra voi assunto fino al cielo, tornerà un giorno allo stesso modo in cui l’avete visto andare in cielo”. ‘Tornerà’: con questo annuncio inizia il libro degli Atti degli apostoli. Dopo la risurrezione Gesù non può essere incontrato come prima, ma si fa incontro in modo nuovo: l’umiliato nella morte, tornerà come il vivente. La sua presenza non è solo attesa, ma sin d’ora è possibile vivere l’esperienza d’incontro con lui in modo nuovo, nella comunità, nei segni da lui lasciati in sua memoria, nell’operare dello Spirito che anima la missione dei credenti. Tornerà ma anche ritorna nel presente e si dà ad incontrare: non c’è solo un futuro da aspettare ma c’è un presente in cui immergersi.

Gli apostoli sono protesi al futuro, sono curiosi rispetto a ‘i tempi e i momenti’. Ma Gesù li distoglie da questo, indica piuttosto di volgere lo sguardo non al cielo ma al quaggiù, al presente, per poter sperimentare sin d’ora la sua presenza in modo nuovo. Li invita a vivere un attendere fondato sulla promessa, ‘la promessa del Padre’, ad accogliere la discesa dello Spirito, forza della testimonianza. Promessa del Padre è un coinvolgimento di tutti nella morte e risurrezione di Gesù: l’essere immersi (battezzati) nello Spirito Santo e ricevere da lui forza.

Lo Spirito è il dono di Cristo risorto: la presenza di Gesù si attua in modo nuovo nell’azione dello Spirito. Dopo la Pasqua non sarà più possibile incontrarlo come prima ma in modalità diverse. La sua presenza è reale e interiore. ‘Una nube lo sottrasse al loro sguardo’: la nube è immagine biblica che suggerisce una presenza di Dio vicina eppure nascosta, rinvia alle teofanie. E’ qui usata per indicare che Gesù è vivente nello spazio di Dio, uno spazio altro rispetto alla dimensione umana, e nel medesimo tempo la sua presenza continua nei segni che ci ha lasciato: lo Spirito introduce all’esperienza dell’incontro con lui nella fede e rende testimoni della sua risurrezione. D’ora in poi l’incontro con Gesù sarà vissuto nell’incontro con qualcuno che testimonia le sue parole, i suoi gesti. Nella forza dello Spirito, ci sarà qualcuno che parla di lui e vive la strada da lui percorsa: ‘voi mi sarete testimoni’. La sua presenza è affidata alla testimonianza.

Anche nell’ultima pagina del vangelo di Marco sono riportate le parole di Gesù che invia i suoi ad annunciare il vangelo. I discepoli sono presentati come presi dal dubbio, segnati dall’incredulità. E’ un quadro realistico e per certi aspetti sconfortante. Nonostante il cammino con Gesù il loro cuore è indurito incapace di fede. Eppure proprio a loro viene detto: “Andate in tutto il mondo e predicate il vangelo ad ogni creatura…”.

Gesù li invia a continuare quanto egli ha vissuto, l’annuncio della bella notizia del ‘regno’ (cfr Mc 1,12). Non li invita al proselitismo, piuttosto chiede loro solamente di continuare i segni di liberazione da lui vissuti (Mc 1,32-34). Nel partire e nell’annunciare sperimentano da subito una presenza nuova del Signore e la fecondità dell’agire dello Spirito: “Allora essi partirono e predicarono dappertutto, mentre il Signore operava insieme con loro e confermava la parola con i prodigi che l’accompagnavano”.

Il cammino dei discepoli è come quello del cieco che si apre al ‘vedere’ solamente per opera di Gesù che lo ‘rialza’ e poi si mette a seguire Gesù lungo la strada (cfr. Mc 10,46-52). La potenza della risurrezione apre ad un vedere nuovo, fa passare dall’incredulità al credere, e di qui a vivere la vita sulla strada percorsa da Gesù stesso, seguendo il suo cammino, riproponendo i gesti di lui.

Ascensione è festa della comunità. Gesù nella risurrezione, non abbandona i suoi, dona la presenza dello Spirito, presenza-dono che conduce ad entrare nella relazione di amore del Padre e del Figlio. La molteplicità di doni e la diversità di servizi, frutto dell’azione dello Spirito sono per l’edificazione del corpo di Cristo, un corpo fatto di tante presenze, dove nessuno è escluso e dove ognuna e ognuno può scoprire il proprio posto: “E’ lui che ha stabilito alcuni come apostoli, altri come profeti, altri come evangelisti, altri come pastori e maestri, per rendere idonei i fratelli a compiere il ministero, al fine di edificare il corpo di Cristo”. In Cristo si attua una chiamata di tutta l’umanità e di tutto il cosmo.

Al cuore della festa dell’ascensione sta l’annuncio dell’incontro nuovo con Cristo iniziato nella Pasqua: nella sua umanità Gesù sale al Padre. In questo salire, nella sua risurrezione, coinvolge tutta la realtà umana. Pasqua di Cristo che si fa Pasqua dell’umanità intera. E’ quanto la preghiera esprime: “Esulti di santa gioia la tua chiesa, Signore, per il mistero che celebra in questa liturgia di lode, perché in Cristo asceso al cielo la nostra umanità è innalzata accanto a te e noi, membra del suo corpo, viviamo nella speranza di raggiungere il nostro capo nella gloria”.

DSCF5745Alcune osservazioni per noi oggi

L’agire dei testimoni, pur segnati dalla fatica e dall’incredulità,  a questo solo è invitato, a porre segni che ripropongano i segni del passare di Gesù. Si potrebbe tentare di tradurre i segni che Gesù chiede di compiere: scacciare i demoni è interpretabile nella linea di lottare contro tutte le forze di male, contro le oppressioni che deturpano l’immagine di Dio presente in ogni persona, contro le diverse forme della violenza. Parlare lingue nuove oggi può essere inteso come invito ad essere creativi nel comunicare con gli altri, nello scoprire vie nuove per dare spazio alla parola, vincendo i silenzi dell’indifferenza, gettando ponti e opponendosi alla costruzione di muri, nello scoprire i nuovi linguaggi non verbali della accoglienza generosa. Prendere in mano i serpenti è forse traducibile nei termini di un nuovo rapporto con tutto ciò che appartiene alla terra, con il mondo animale, le piante, la natura, nel percorrere vie di cura e salvaguardia. Imporre le mani ai malati può significare oggi trovare spazio nelle ore dei giorni per tendere la mano a chi fa fatica ed è nella malattia,  dire a chi soffre, con il tendere la mano, una vicinanza e una compagnia che diventano respiro di speranza. Questi sono i segni della Pasqua e della risurrezione, e là dove sono presenti questi segni c’è vangelo, bella  notizia, da accogliere, da cui lasciarsi cambiare.

La pagina della lettera agli Efesini parla di una comunità dove sono presenti tanti doni e dove a ciascun uomo e donna è data occasione di mettere a disposizione il proprio dono per una edificazione comune. È provocazione a pensare una comunità in stato di servizio, e soprattutto a considerare l’importanza di doni diversi che contribuiscono alla costruzione di un ‘noi’ ecclesiale. In un momento in cui tante sfide si pongono alla vita delle comunità sarebbe importante dare spazio e importanza a diverse forme di servizio e riconoscere anche nuove modalità di ministeri per la vita e la crescita di un noi ecclesiale che trae la sua origine dal dono dello Spirito fonte dei doni e primo costruttore della comunione.

E’ anche una provocazione a pensare la vita di una chiesa che sia custode di percorsi di umanità e di umanizzazione. Edificare un noi, in cui i doni di ciascuno siano al servizio degli altri: è progetto di una umanità capace di solidarietà, è provocazione ad intendere la vita in rapporto all’altro come responsabilità e come dono. E’ anche suggerimento a pensare che l’incontro con Cristo e la vita della chiesa nascosta nei cuori è presente e cresce là dove vi è qualcuno che con le sue scelte, nel suo agire e con la sua dedizione costruisce legami di incontro e di pace, edifica relazioni viventi di comprensione e ospitalità.
Alessandro Cortesi op

Ascensione del Signore – anno A – 2014

Ascensione-1150ca-Bibbia Di Avila  Madrid Bibl. Nac.Bibbia di Avila – Madrid Biblioteca Nacional – 1150ca

Gesù ‘fu elevato in alto e una nube lo sottrasse ai loro occhi’. La morte e risurrezione di Gesù è letta da Luca come un passaggio, una salita, dalla dimensione della terra all’alto, al cielo l’ambito della vita di Dio. Il ‘cielo’ in alto è distinto e lontana dalla terra, in basso: per la Bibbia il cielo è il luogo di Dio mentre la terra, il basso è luogo degli uomini. Nella risurrezione Gesù è ‘innalzato’: vive una condizione nuova, uno stare presso il Padre rialzato dalla morte nello Spirito, ma è innalzamento di colui che è sceso e si è fatto servo. La croce manifesta un volto di Dio che unisce terra e cielo, un Dio comunione: il Padre, la sorgente dell’amore, il Figlio l’amato che tutto riceve e si consegna totalmente a Dio e a noi, e lo Spirito, il dono vincolo dell’amore e estasi di Dio che apre ad una comunione sempre nuova. La ‘nube’ che ‘lo sottrasse’ allo sguardo dei discepoli è segno che dice il manifestarsi di Dio, la sua presenza vicina ma inafferabile che rimane altra e sempre da ricercare (cfr. Es 13,21-22; 24,15-18; Lc 21,27; 1Ts 4,17).

L’intera umanità di Gesù vive in questa comunione. Nella sua vita ha mostrato l’amore fino alla fine. Nella morte il Padre è presente come colui che consegna il Figlio, nella risurrezione conferma la vita di Gesù come rivelazione dell’amore e dona a Gesù il nome di ‘signore’, colui che ha vinto la morte con la forza dell’amore. L’ascesa al trono del re evocata nei salmi diventa il riferimento per parlare del movimento di salita, innalzamento di Gesù: ‘applaudite popoli tutti… ascende Dio tra le acclamazioni…Dio è re di tutta la terra… Dio siede sul suo trono santo’ (Sal 46). Il salire di Gesù sta in rapporto con il movimento di discesa: nel suo scendere e servire ha reso visibile il volto di Dio come amore che si dona. Per questo ‘Dio l’ha innalzato e gli ha dato il nome che è al di sopra di ogni altro nome’ (Fil 2,9); “… lo risuscitò dai morti e lo fece sedere alla sua destra nei cieli” (Ef 1,20).

Gesù richiama i suoi a non lasciarsi prendere da vane curiosità sui tempi e sui momenti in cui si costituirà il regno. Chiede loro ‘di non allontanarsi da Gerusalemme’, ma di attendere il compimento della promessa del Padre, quella di essere battezzati, cioè immersi, investiti della forza dello Spirito Santo. Richiama Gerusalemme, luogo della sua passione della croce. Apre loro il cammino dei testimoni, chiamati a ricordare il crocifisso risorto: ‘mi sarete testimoni, in tutta la Giudea e la Samaria e fino agli estremi confini della terra’. Essi fissano il cielo ma sono rinviati alla terra a percorrere le sue vie oltre i confini fino agli estremi.

L’ascensione rinvia al tempo della storia della comunità, chiamata ad incontrare in modo nuovo d’ora in avanti il suo Signore: è sottratto a noi ma si apre il tempo in cui la sua vicinanza rimane. La promessa è una vicinanza nuova: ‘ecco io sono con voi tutti i giorni, fino alla fine del mondo’. Rimane la presenza dello Spirito che sta accanto, investe come dono l’ordinarietà della vita dei discepoli: è lo Spirito la ‘promessa del Padre’ e la ‘forza che li investe dall’alto’.

Essi d’ora in avanti sono chiamati a vivere la predicazione nella conversione e nell’annuncio del perdono per tutte le genti. Conversione e perdono sono due momenti che vanno tenuti insieme, ed entrambi sono dono proveniente dalla risurrezione di Gesù. L’impegno storico a costruire percorsi di conversione alla via seguita da Gesù è invio che apre la comunità ad una responsabilità del quaggiù: ‘perché state a guardare in alto?’. Insieme sono inviati: c’è una dimensione comunitaria che segna ogni percorso del credere.

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Queste letture hanno una particolare risonanza per noi oggi.

“Ordinò loro di non allontanarsi da Gerusalemme…”. A Gerusalemme nei giorni scorsi alcuni gesti hanno aperto speranze e ci hanno ricondotto alle parole di Gesù. Sono segni della presenza dello Spirito. Il segno di un abbraccio tra Francesco e Bartolomeo ha parlato di un cammino di comunione possibile tra le chiese che diviene segno di una testimonianza comune di Gesù oggi. Il dialogo e l’abbraccio tra le figure del vescovo di Roma, cristiano, di un rabbino, ebreo e di un mufti islamico ha indicato la via delle religioni chiamate a spogliarsi oggi di tutto quello che le rende sistemi di potere e di negazione dell’altro, per percorrere le vie della comunione della costruzione di una umanità capace di accoglienza reciproca. E così pure il gesto di un invito ai presidenti dei due popoli e dei due Stati in conflitto nella terra di Israele a pregare insieme, nella dimensione della casa, invito che ha trovato accoglienza, apre alla speranza che non in virtù di diplomazie o di alleanze di poteri ma nello scoprirsi uomini  e donne di diverse fedi e culture accomunati dall’unico desiderio della pace, si possa intraprendere una strada di pace non basata sull’uso delle armi, ma sul riconoscimento della propria umanità e radicata nella diversità delle fedi che possono incontrarsi. Nella conversione all’altro e nel superamento della spirale della violenza e della rivendicazione scegliendo la via dell’incontro e del perdono.

“Il Dio del Signore nostro Gesù Cristo… illumini gli occhi del vostro cuore per farvi comprendere a quale speranza vi ha chiamati…”. La speranza è dono dello Spirito. Sorge dall’espreienza dello Spirito come respiro della vita che apre ad un vedere nuovo. In un tempo in cui sperimentiamo il peso della preoccupazione e della crisi a vari livelli queste parole sulla speranza acquistano un rilievo particolare. Sperare è questione di sguardo trasformato.  Gli occhi del cuore sono occhi dell’interiorità: non solo occhi dell’emozione e neppure solo occhi di una ragione che tutto vuole comprendere e tenere in mano, ma sguardo che risiede laddove sta la radice delle scelte e degli orientamenti della vita, il cuore, centro dei pensieri e dei sentimenti, della memoria e dell’esperienza. La preghiera di Paolo che il Padre illumini gli occhi del cuore è invito a coltivare una interiorità che troppo spesso viene soffocata e non lascia spazio ad una vita autentica. C’è una speranza racchiusa per ciascuno a cui guardare.

“Quando lo videro si prostrarono. Essi però dubitarono. Gesù si avvicinò… andate fate discepoli… insegnando loro…”. Ai discepoli carichi del dubbio e appesantiti dalla fatica del loro abbandono Gesù si avvicina e affida un invio a coinvolgere e insegnare. La risurrezione è movimento di vicinanza e di invio: non lascia tempo per ripiegarsi. Non pone rimproveri per il dubbio, ma impegna coloro che si incontrano ancora insieme nonostante tutto. Ed apre ad un invio, che sta nei termini di un coinvolgimento (immergere) e nel divenire segno (insegnare). Insegnare rinvia al porre segni e all’accogliere segni che accompagnano nel cammino che conducono a realizzare la propria umanità. Insegnare rinvia non tanto a portare una dottrina ma a custodire lo stile di Gesù (è questa una traduzione possibile dell’osservare i comandamenti), a fare della propria vita un segno credibile dell’incontro con lui che non chiude ad altri incontri, al bene e alla verità ovunque si trovino.

Alessandro Cortesi op

Ascensione del Signore – anno C – 2013

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At 1,1-11; Eb 9,24-10,23; Lc 24,46-53

Il racconto dell’ascensione posto al termine del vangelo di Luca, e ripreso all’inizio degli Atti degli apostoli, è un modo altro di annunciare la risurrezione del Signore Gesù. Gesù ‘viene portato in cielo’ dice il testo di Luca e ‘fu elevato in alto’. Si attua un separazione ma anche una promessa: ‘verrà’. Gesù non abbandona i suoi ma la sua presenza si fa benedizione in modo nuovo. “Mentre li benediceva si staccò da loro… E’ un ‘dire il bene’ che diviene sorgente di grande gioia e di un nuovo movimento di benedire, dei suoi.

“Perché state a guardare il cielo?” E’ la domanda rivolta agli apostoli e posta sulla bocca di ‘due uomini in bianche vesti’. Questi richiamano i due uomini ‘con abiti sfolgoranti’ nella narrazione della visita al sepolcro, quegli uomini che, presentatisi alle donne impaurite, dissero loro: “Perché cercate tra i morti colui che è vivo? Non è qui, è risorto” (Lc 24,4-6). In fondo si tratta della medesima esperienza. Quei messaggeri che danno l’annuncio del vangelo della risurrezione invitano ad orientare in modo nuovo la ricerca di Gesù. E’ una ricerca che non deve rimanere chiusa nell’orizzonte della nostalgia e della morte, né deve restare prigioniera di un passato che va custodito sì, ma scoprendone la fecondità. E forse proprio per questo è affidata alle donne, custodi dei passaggi della vita e di sguardi capaci di novità. Ma è anche una ricerca di lui che non deve rimanere fissa nel guardare altrove, verso un cielo lontano e irraggiungibile rispetto a questa terra. E per questo gli apostoli sono scossi da una parola che li distoglie da una fissità che impedisce loro di mettersi in cammino, di seguire Gesù nel suo esodo.

La provocazione è a vivere nel paradosso di una assenza che racchiude un segreto di fedeltà e di accompagnamento. Il credere cristiano sorge da un vuoto, da un sepolcro lasciato vuoto, e da un’assenza che implica attesa e ricerca. Così è nell’esperienza così umana del credere custodita nella fragilità dell’amore interrotto dal passaggio di una morte, di un’assenza improvvisa. Traccia del credere in Gesù vivente che non ha evitato la morte ma vi è entrato trasfigurandola. Nessuno che ha amato si dimentica di volti e voci familiari e nessuno che ha amato tralascia una sola traccia del ricordo sapendo bene come quel tu continua ad essere vicino in modo unico, nell’interiorità di un cuore che ne ha dato spazio nella vita ma anche nel sopraggiungere improvviso di una parola, di un sorriso, di un tono di voce, oppure in un gesto, ma anche nelle sfumature di un tramonto o nel profumo di fioriture a primavera. Rinvio ad un volto e ad una presenza viva, non trattenibile con l’abbraccio pur cercato, ma più reale delle cose che si toccano. Le parole degli ‘uomini in vesti bianche’, portatori di una parola che viene da Dio, sono parola di speranza perché dicono che Gesù non è rimasto prigioniero della morte, ma è il vivente.

D’ora in poi la sua presenza sarà da accogliere in modo nuovo e rinvierà sempre oltre. Il lasciarsi incontrare da lui si attuerà di fronte a volti, nelle situazioni e nei luoghi dove i segni della sua vita continuano. E continuano in modo inatteso, portati da chi forse nemmeno lo conosce: soprattutto dove si attua il gesto della prossimità, che Gesù, ed è il cuore del vangelo di Luca, aveva indicato scorgendolo nel fare di un eretico, uno straniero in cui aveva colto l’esempio di una testimonianza in cui si racchiude tutto il suo annuncio e la sua stessa vita. Con la sua assenza Gesù genera una comunità che dovrà rimanere in ricerca, sempre povera e mai appagata di certezze e di ricchezze, e sempre tesa a scorgerne il volto attraverso i segni nel presente della storia. Ritornando alla Parola, scoprendo l’eucaristia nei gesti della vita, scorgendo le tracce del passare di Gesù nelle epifanie di volti che testimoniano quello che lui ha vissuto.

La sua assenza si fa così presenza nuova, non racchiusa in un cielo fisico (il luogo lontano dalla terra, il lassù contrapposto al quaggiù), e neppure nel luogo di una divinità distante dagli umani: il cielo contrapposto alla terra. Il salire di Gesù nella sua vita, già nel salire verso Gerusalemme, verso la Pasqua, è via di incontro, uno stare presso il Padre ed un vivere una solidarietà fino alla fine nel suo essere uomo per gli altri. Il suo ‘salire’ ha segnato la terra ed ha a che fare con la terra. Cielo e terra non sono distanti: ma la terra è divenuta luogo di cielo che permea la vita, le cose e l’agire. E nel cielo, luogo di Dio, è portata questa terra proprio nell’evento della risurrezione di Gesù.

Lo sguardo di coloro che desiderano incontrare Gesù che è stato ‘portato su’, è chiamato a rivolgersi in giù e a piegarsi a leggere i segni del suo agire su questa terra. Una ‘terra’ chiamata a divenire ‘cielo’ nella fatica e tra le contraddizioni di questo passaggio. La risurrezione di Gesù apre un cammino che è un salire insieme perché per lui la vita non è solitudine ma incontro, e nel suo essere portato su annuncia un ‘salire’ che ha i contorni di un salire insieme, di una terra da scorgere nel respiro del cielo, e di un cielo da solcare nel portare tutta la concretezza e la quotidianità di gesti e scelte della terra.

Mi chiedo in quali modi accogliere oggi questo invito a non fissare il cielo.

“Riceverete la forza dallo Spirito santo che scenderà su di voi”. L’invito a non rimanere chiusi in una ricerca senza vita, e a non rimanere fissati in uno sguardo senza direzione, si accompagna alla promessa di una potenza dall’alto, lo Spirito, colui che il Padre ha promesso, e all’invio ad essere testimoni: “Di questo voi siete testimoni” … “e mi sarete testimoni…”: in questo si sintetizza la vita del credente. Troppo spesso associamo la riuscita della vita alla gratificazione di risultati o nel guardare a esiti del nostro agire. Gesù ci chiede innanzitutto la testimonianza. L’essenziale forse da riscoprire oggi, nel tempo dell’assenza di Dio, è testimoniare la ricerca del risorto, la sua presenza che non s’impone ma si fa vicina nello svuotarsi, nel vuoto di una vita donata.

Testimoniare significa anche ‘interferire’: ce lo ricorda Luigi Ciotti a vent’anni da una esplicita denuncia di Giovanni Paolo II contro le mafie e la falsa religiosità dei mafiosi (La Stampa, 9 maggio 2013): “Interferire vuol dire esercitare la parresìa, quel ‘parlare chiaro’ che è il contrario dell’ipocrisia, della parola che nasconde e che confonde. ‘Laddove viene messa a rischio la dignità delle persone, e laddove viene umiliato, soffocato, un progetto di giustizia, la Chiesa ha il dovere di parlare’ (…) Ma, prima ancora, interferire significa parlare con la propria vita e le proprie scelte, lasciare che siano i nostri comportamenti a testimoniare il nostro desiderio di giustizia e la ricerca di verità (…) Ma interferire è compito anche di tutta la comunità cristiana. La fede, occorre ribadirlo, non è un salvacondotto, non ci esonera dalle responsabilità della vita sociale e civile. Credere in Gesù Cristo non comporta solo dare accoglienza ai fragili e ai bisognosi. Implica saldare lo slancio del cuore con l’impegno affinché siano riconosciuti i diritti di tutti, e quindi siano rimosse le cause che generano la povertà e l’ingiustizia. Se manca questa tensione ‘politica’ – questo desiderio d’interferire, appunto – la dimensione spirituale rischia di ripiegarsi in se stessa, diventare un percorso di sterile edificazione personale, un sedativo di quelle inquietudini che rendono viva una vita. (…) Ecco allora il bisogno d’interferire, sostituendo l’egoismo con la responsabilità, l’immagine con la sostanza, l’indifferenza con la coerenza. Rosario Livatino che – amo credere – ispirò quel giorno la denuncia del Papa, lo aveva sintetizzato in modo formidabile: ‘Non ci sarà chiesto se siamo stati credenti, ma se siamo stati credibili’.”

Alessandro Cortesi op

Ascensione – lettura di un’immagine

Nella basilica di sainte Marie Madeleine a Vézelay in Borgogna eretta tra XII e XIII secolo, una volta superati i portali  dell’imponente facciata ed entrati nell’ampio nartece, s’incontra, come ingresso nello spazio della navata interna, il grande timpano sostenuto da una colonna centrale che presenta l’immagine di Cristo nella sua ascensione al cielo.

La figura di Cristo è scolpita al centro di una grande scena. Il volto è barbato, allungato, all’interno di un nimbo crociato e definito nei contorni dal discendere di una lunga capigliatura. Lo sguardo è immobile fisso nella contemplazione. Gesù Cristo appare in posizione maestosa, seduto su di un trono, ma segnato da un movimento che lo attraversa di sotto in su e rende il senso di una tensione verso l’alto e quasi di un vento che piega le sue vesti.

Il suo sguardo è immobile, proteso verso l’infinità, rinvio agli abissi dell’amore del Padre in cui Cristo centra la sua vita. La parte superiore del suo corpo squarcia le nubi ed apre uno spazio che si pone come varco verso l’alto. Nella durezza della pietra lo scultore ha saputo rendere il dinamismo di un movimento dai tratti vorticosi che si riflettono nelle pieghe dei panneggi. La figura di Cristo, imponente nella sua corporeità, è inserita all’interno di una mandorla che lo avvolge, con le braccia aperte ad evocare la posizione del crocifisso. Un simbolismo che pone insieme il rinvio alla croce e al cammino storico di Gesù come discesa, e la condizione di gloria di colui che è riconosciuto Signore e siede ora alla destra del Padre.

Le braccia spalancate si tendono verso gli apostoli raffigurati sotto di lui in un movimento che fa avvertire una apertura di accoglienza e di custodia. Esse fanno fuoriuscire dalla mandorla le due grandi mani (una di esse danneggiata) da cui si dipartono come dei raggi che raggiungono le teste degli apostoli. Allusione a quella corrente di vita e al dono dello Spirito che è dono della Pasqua e che proprio l’ascensione del Signore rende possibile: presenza nuova nella sua assenza. Gli apostoli sono raffigurati a gruppi di tre, ciascuno con un libro tra le mani, chiaro rinvio a quella Scrittura a cui il Risorto aveva rinviato loro nel condurli a rileggere la legge e i profeti, ma anche in riferimento al vangelo che essi sono inviati d’ora in poi ad annunciare con la loro esistenza. Alcuni di questi libri sono infatti tenuti aperti e quasi mostrati in segno di consegna ad altri. I dodici sono toccati dai raggi provenienti dalle mani del risorto, una allusione all’invio dello Spirito che il Signore invia dopo che elevato alla destra del Padre non lascia soli i suoi ma compie la promessa dell’invio dello Spirito di verità.

I dodici sono inviati ad annunciare il vangelo a tutti i popoli. L’ascensione è mistero di convocazione  di salvezza donata. Sotto di loro, nella scultura, si possono riconoscere una serie di figure simboleggianti le diverse culture e popolazioni e sull’arco superiore la raffigurazioni di popoli conosciuti. Ai piedi del Cristo in trono e che sale al cielo sta Giovanni Battista colui che ha scelto di diminuire perché Cristo crescesse. Il timpano all’ingresso della basilica apre ad un universo di luce, espresso nell’architettura dell’interno, pensata in modo tale da indirizzare la luce proveniente dalle aperture, in modo particolare nei giorni di passaggio dell’anno solare. Gesù Cristo è presentato come colui che apre alla luce  e vince le tenebre con la sua Pasqua e sta al centro del tempo. La sua figura esprime la ricapitolazione di tutte le attività umane (raffigurate nell’arco superiore) e del tempo umano e cosmico rappresentato dai segni zodiacali. Cristo, al centro del tempo, è colui che apre la missione degli apostoli e invia lo Spirito in vista di un disegno di salvezza per tutti i popoli e i tempi.  (a.c.)

Ascensione del Signore

At 1,1-11; Ef 1,17-23; Mc 16,15-20

Il vangelo di Marco finisce bruscamente. Le donne recatesi al mattino il primo giorno della settimana al sepolcro di Gesù, dopo aver ricevuto l’annuncio di ‘un giovane’ che dice loro ‘Non abbiate paura, voi cercate Gesù nazareno, il crocifisso. Non è qui…’ fuggirono via dal sepolcro perché erano piene di spavento e di stupore.

L’aggiunta di una pagina finale probabilmente redatta nel II secolo tende a mitigare il silenzio con cui finisce il vangelo. In qualche modo cerca di superare la paura e lo stupore che sono le ultime parole dello scritto di Marco. Per questo è un vangelo che fa difficoltà: parla della fuga dei discepoli e dell’affidamento di  un annuncio alle donne, incaricate di dire ai discepoli e a Pietro, ‘egli vi precede in Galilea…’. Una missione affidata alla cura delle donne. Un rinvio a Gesù che precede. Il ricordo della Galilea che è terra di confine, terra di periferia e di pagani…

La finale lunga di Marco esplicita così alcuni motivi della missione e riporta quanto Luca invece presenta due volte come narrazione nella sua opera: “dopo aver parlato con loro fu elevato in cielo”. Gesù nella sua Pasqua è elevato, portato in alto. Qui sta il nucleo di significato dell’ascensione, festa tutta centrata sull’evento pasquale e che parla di Gesù, dell’umanità, della chiesa e della speranza.

L’ascensione ci parla innanzitutto di Gesù. E’ una ripresa dell’annuncio di Pietro (At 3,14): il santo e il giusto colui che voi avete crocifisso Dio lo ha innalzato alla sua destra (At 2,33). Gesù è innalzato alla destra. L’ascensione riguarda l’identità di Gesù: non è da dimenticare che l’innalzato nella posizione che spetta al re, ‘seduto alla destra’, è il medesimo che nella sua vita ha vissuto un abbassamento. Gesù è innalzato proprio perché è disceso e ha fatto della sua esistenza dono e servizio. Uno dei primi innni delle comunità cristiane ha espresso con grande forza questo duplice movimento: innalzato, elevato dal Padre proprio perché nella sua vita si è abbassato, ha fatto della sua vita un servizio fino alla morte. “per questo Dio lo ha esaltato e gli ha dato un nome che è al di sopra di ogni altro nome” (Fil 2,9). E sarà poi il IV vangelo ad approfondire il grande orizzonte della discesa e dell’ascesa vedendo in Gesù colui che è disceso dal Padre e al Padre risale (Gv 16,28). Disceso a servire lavando i piedi ai discepoli nel gesto dell’amore che si piega e prende tutta l’umanità e innalzato sulla croce che paradossalmente è momento di elevazione di attrazione proprio perché svelamento del volto di Dio come amore che si dona senza riserve.

Ma l’ascensione parla di Gesù anche perché ci dice che il suo corpo è ora presso il Padre, alla sua destra. Gesù porta con sé nella comunione in Dio tutto l’umano. In questo senso c’è un legame fortissimo tra quello che si celebra a Natale e l’ascensione. Lo esprime bene la liturgia bizantina che canta: “Tu che senza separarti dal seno paterno, o doclissimo Gesù, hai vissuto sulla terra come uomo, oggi dal monte degli Ulivi sei asceso nella gloria: e risollevando compassionevole, la nostra natura caduta, l’hai fatta sedere con te accanto al Padre. per questo le celesti schiere degli incorporei, sbigottite per il prodigio, estatiche stupivano e, prese da tremore, magnificavano il tuo amore per gli uomini”

E’ questo un messaggio di speranza per noi: l’umanità che noi siamo, tutto l’umano che compone la nostra vita è orientato ad una pienezza di vita, ad entrare in comunione con Dio oltre il male e la morte. Gesù elevato alla destra del Padre ci parla della speranza per la nostra umanità che ha condiviso con noi. Nel cammino di Gesù  possiamo rileggere il senso del cammino della nostra vita.

L’ascensione ci parla anche della chiesa: ‘andate in tutto il mondo e proclamate il vangelo ad ogni creatura’. Il tempo che si apre è tempo di assenza. Gesù non è più visibile, non può più essere incontrato come l’hanno incontrato i testimoni che l’hanno seguito sulle strade della Galilea. Ma questa assenza apre ad una presenza nuova. Gesù affida ai suoi di continuare i suoi gesti, di annunciare il vangelo al cuore della sua esistenza. Il compito dei discepoli sarà quello di lasciare spazio alla sua compagnia. “predicarono dappertutto mentre il Signore agiva insieme con loro e confermava la Parola con i segni che l’accompagnavano”. Gesù li invia a continuare quanto egli ha vissuto, l’annuncio della bella notizia del ‘regno’ (cfr Mc 1,12) e la testimonianza di segni di liberazione e di novità di vita (Mc 1,32-34). ‘Vedere’ i segni implica aprirsi ad uno sguardo della fede che porta ad interpretare la storia stessa alla luce della risurrezione. C’è d’ora in poi una presenza silenziosa che è il crescere della Parola, e i segni che il Signore offre. Ai discepoli sta il compito di continuare a seguire e di continuare a credere. In tal senso comunicare il vangelo implica un radicale affidamento a colui che è soggetto primo della loro missione: è il Signore che agisce e richiede la fede dei suoi per poter offrire segni della sua presenza. Non chiede loro particolari progetti di evangelizzazione: li chiama  ad essere solamente affidati a lui e continuare a seguirlo.

L’Ascensione ci parla anche del rapporto tra Gesù e il dono dello Spirito: Gesù elevato in alto è colui che fa discendere lo spirito. E’ ancora la liturgia bizantina che rimarca questo aspetto: “Il Signore è asceso nei cieli per mandare il Paraclito nel mondo. I cieli hanno preparato il suo trono, le nubi il carro su cui salire; stupiscono gli angeli vedendo un uomo al di sopra di loro. Il Padre riceve colui che dall’eternità, nel suo seno, dimora. Signore, quando gli apostoli ti videro sollevarti sulle nubi, gemendo nel pianto, pieni di tristezza, o Cristo datore di vita, tra i lamenti dicevano: O sovrano, non lasciare orfani i tuoi servi che tu, pietoso hai amato nella tua tenera compassione: mandaci, come hai promesso, lo Spirito santissimo per illuminare le anime nostre”.

Il dono dello Spirito è rinvio ad incontrare la presenza di Gesù nella storia. La vita del comunità del tempo non deve stare nell’atteggiamento di chi si fissa a guardare il cielo. Piuttosto è rinviata a  rivolgere attenzione e cura alla terra, a divenire responsabile del tempo e nel tempo dato, non sognando un altro tempo o altre condizioni, accogliendo le spinte dello Spirito. Il dono dello Spirito apre all’essere responsabili del vangelo e capaci di camminare in questa via di incontro nell’attesa di un compimento che verrà ma che è già dato ora come comunione.

Il ‘salire’ di Cristo appare come un abbandono e un’assenza, ma in profondità è una convocazione ed apertura sul tempo che si apre: un tempo abitato in cui scorgere le sue chiamate e la sua presenza che precede, un tempo in cui non farsi seguire ma in cui scoprire il seguirlo: seguire lui che ci precede.

C’è una ulteriore dimensione dell’evento dell’ascensione: l’orizzonte che apre all’attesa e alla speranza. E’ quanto viene espresso nella preghiera di colletta che evoca il rapporto profondo tra Cristo capo e la chiesa come corpo del suo Signore che attende di partecipare con Lui e in Lui  alla comunione e alla gioia nella vita per sempre: “Esulti di santa gioia la tua chiesa, Signore, per il mistero che celebra in questa liturgia di lode, perché in Cristo asceso al cielo la nostra umanità è innalzata accanto a te e noi, membra del suo corpo, viviamo nella speranza di raggiungere il nostro capo nella gloria”

A conclusione vorrei riprendere alcune espressioni di Jon Sobrino che sintetizzano una spiritualità nell’orizzonte dell’ascensione: “in quanto la fede è un camminare con una prassi per far scendere dall croce le vittime, la teologia è  intellectus amoris. In quanto la fede è un camminare con la speranza che Dio faccia giustizia e il carnefice non trionfi sulla vittima, la teologia è intellectus spei. In quanto la fede è un non poter smettere di camminare perché qualcosa anteriore a noi, ci muove a farlo (‘nel mio cuore c’era come un fuoco ardente, chiuso nelle mie ossa; mi sforzavo di contenerlo, ma non potevo’: Ger 20,9), la teologia è intellectus gratiae. (…) Il cristianesimo, se si vuole usare questo linguaggio, è ‘una religione del camminare nella storia’ (…) molte altre cose si potrebbero dire sull’identità cristiana nel nostro tempo, ma forse bastano due: ricordare ciò che è importante, senza banlizzarlo, ora che il nuovo sembra ricacciarlo nell’oblio (…), e camminare con l’ostinazione della speranza, che c’è una meta, senza banalizzarlo, trasformandolo in vagare. A questa parbaola viva che è Gesù Cristo, in ultima analisi si può dare soltanto una risposta personale… Ma il coraggio maggiore proviene da chi incoraggia con la sua vita reale, chi oggi assomiglia in vita e in morte a Gesù. Egli è il cammino di Dio in questo mondo di vittime e di martiri, ed è il cammino verso il Padre e il cammino verso gli esseri umani, soprattutto i poveri e le vittime di questo mondo” (Jon Sobrino, La fede in Gesù Cristo, Cittadella, 552-553).

Alessandro Cortesi op

 

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