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XXXII domenica tempo ordinario – anno B – 2015

elia-e-la-vedova(mosaico – Ivan Rupnik)

1Re 17,10-16; Eb 9,24-28; Mc 12,38-44

“La farina della giara non venne meno e l’orcio dell’olio non diminuì, secondo la parola che il Signore aveva pronunciato per mezzo di Elia”. C’è un non venir meno del poco condiviso. E’ questo il miracolo quotidiano, fatto di due pezzi di legna, farina, pane, focacce, olio. Sono le cose della vita, il necessario per cuocere, il cibo essenziale, senza orpelli e sofisticazioni. Nel poco condiviso, al di dentro di tale pochezza, in una terra lontana e dimenticata, sta un segreto di fecondità e di presenza di Dio: la farina non diminuisce, e l’olio rimane sufficiente. In quel poco, sorto dall’ascolto di una richiesta di aiuto che racchiudeva la parola di Dio, sta la forza di vita presente nelle mani dei poveri. Quella donna, vedova, aveva riconosciuto nello straniero inatteso una chiamata di Dio. L’aveva accolto affidandosi ad una richiesta che racchiudeva la parola di Dio. Aveva così spartito non solo ciò che aveva ma il tempo della sua vita, la sua speranza, il suo domani. Pur senza conoscerlo, lei donna straniera, di un popolo diverso da Israele, vedova, aveva riconosciuto il volto di Dio che non toglie ma dà la vita. Ella stessa ha agito ascoltando, condividendo.

Il luogo della vicenda è una terra di confine nei pressi di Sidone, al Nord d’Israele, territorio di margine, al confine con quello degli ‘altri’, i pagani, considerati i lontani dalla salvezza, reietti da Dio. Una vedova è protagonista di un gesto delicato e drammatico di ospitalità, Delicato, perché di fronte alla richiesta del profeta, subito si affretta per andare a prendere dell’acqua. E’ premura di chi ascolta una richiesta lasciando ogni altra occupazione. Ma è anche un gesto drammatico perché nel tempo di carestia la scelta di condividere apre una questione di vita e di morte. Alla richiesta di un pezzo di pane risponde di avere solamente “un pugno di farina e un po’ d’olio per me e per mio figlio… andrò a cuocerla, la mangeremo e poi moriremo”. E’ il tempo carestia e di miseria (cfr. 2Re 6,25-29). Elia si fa portavoce della parola di Dio: “Non temere, perché dice il Signore: la farina della tua giara non si esaurirà e l’olio dell’orcio non si svuoterà”.

Protagonista silenzioso, tra le righe del racconto è così Dio stesso, che si comunica e viene accolto nella parola del profeta vittima della carestia e nell’ascolto della vedova che spartisce ciò che ha. E’ volto di chi dà la vita e non la toglie e la fa sorgere dalle cose e dai gesti della quotidianità. Dalla scoperta di tale volto può sorgere un modo nuovo di intendere la vita. Come luogo di condivisione. In modi diversi Elia e la vedova stanno sotto la Parola di Dio. Elia si rivolge ad una donna che stava raccogliendo la legna perché il Signore l‘aveva spinto lì, e chiede alla vedova di portargli da mangiare perché così il Signore aveva parlato (1Re 17,8).

Tra le righe di questa pagina si presenta l’intuizione che ‘il Signore parla’ nella vita, è presente e guida anche nelle situazioni in cui sembra che egli sia lontano. Elia è uomo della parola (profeta) disponibile a questo ascolto. La vedova, senza nome, è presentata come una donna che compie la Parola del Signore: è una straniera, non appartenente al popolo d’Israele, una pagana. Tuttavia nel suo gesto di ospitalità compie la Parola di Dio. Nei gesti di dare da bere e da mangiare, nella farina e nell’olio, sta l’agire di Dio. Elia il, profeta scopre una donna che gli pone davanti la Parola di Dio nei gesti della quotidianità. Può così incontrare il volto di Dio vicino nei gesti della straniera.

Ci si può anche chiedere: perché la vedova è stata capace di accoglienza. Solamente perché lei stessa era vulnerabile, provava sula sua pelle la sete e la fame e questo le dava la possibilità di avvertire la vulnerabilità dello straniero giunto presso di lei. Ma questo è un tratto del volto di Dio. Un Dio vulnerabile che porta vita perché capace di compassione. Non il Dio che chiede sacrifici e toglie la vita, ma un Dio debole che condivide. Il gesto dell’ospitalità è epifania del Dio vicino che accoglie e si prende cura. Gesù nel discorso iniziale del suo ministero, nella sinagoga di Nazaret, fa riferimento a questo gesto della vedova di Zarepta (Lc 4,25-26).

Un’altra vedova è descritta nel vangelo di Marco. Gesù deve richiamare i discepoli a scorgere quel gesto nascosto, invisibile a chi poteva essere distratto dal rumore e dalla importanza di altre offerte più sostanziose. Indica una vedova povera che getta nel tesoro del tempio la più piccola moneta in corso a quell’epoca: ne aveva due rimaste e le getta tutte non trattenendo nulla. Non ricerca come tanti un riconoscimento e non vive l’offerta al tempio come offerta del superfluo, ma dà “tutto quello che aveva, tutto quanto aveva per vivere”. Nel suo gesto sta il suo futuro e il suo presente. Come la vedova di Zarepta affida la sua vita, ciò che aveva per vivere. Con questo gesto dice la fiducia nel Dio della vita e l’affidamento totale della fede. Gesù vede in questo gesto, che poteva passare inosservato, qualcosa di grande.

Ma nel contesto del vangelo di Marco questo gesto è posto accanto a parole di critica dura da parte di Gesù contro coloro che ‘divorano le case delle vedove’. E’ la religione del tempio, una religione costruita come sistema di potere che mantiene le persone schiave e sottomesse ad un Dio a cui si deve pagare, a cui si deve dare qualcosa per riceverne in cambio la protezione. E’ la religione di un sacro che impoverisce e toglie a quella donna tutto, anche ciò che aveva per vivere, mentre altri sfruttano la struttura del tempio e del suo sistema di offerte per ‘farsi vedere’, per affermare la propria grandezza.

La parola di Gesù è critica radicale ad un sistema religioso che anziché aprire al Dio della vita, propugna una divinità che genera devastazione e oppressione nelle vite e le priva di tutto. In tal modo denuncia non solo il narcisismo e la ricerca di visibilità di coloro che offrivano con grande fragore le loro offerte nel tempio per farsi vedere, ma smaschera il medesimo sistema costruito da un mondo sacerdotale per mantenere le persone in condizione di minorità, di paura e nel senso di colpa di fronte a un Dio che richiede e che toglie tutto. Il volto di Dio si manifesta invece nello sguardo di Gesù che scorge il gesto della vedova. E’ volto di un Dio che veglia, dona e desidera la vita dei suoi poveri, non certo colui che spoglia le case delle vedove esigendo prezzi per prestazioni religiose o per la sua grandezza.

DSCN1525Alcune riflessioni per noi oggi

Accogliendo uno straniero la vedova di Sarepta scopre di aver accolto una chiamata di Dio giuntale attraverso le parole del profeta. C’è una profezia da scorgere oggi nelle richieste che provengono dai profeti nascosti, sconosciuti. Nel chiedere acqua e pane c’è un mistero di fecondità possibile di vita, di apertura ad un ‘non venir meno’ di ciò che rende la vita possibile e bella (il pane e l’olio). La vedova condivide pane e olio: dietro a questi segni c’è la concretezza del cibo della mezzaluna del grano e dell’olivo, il Mediterraneo. Nel Mediterraneo oggi ancora si rende presente negli incontri dei popoli, nelle migrazioni, una chiamata di Dio.

L’autentica fede è nascosta nel cuore dei poveri. Gesù sa leggere i gesti della quotidianità come cose grandi a cui prestare attenzione. Spesso cerchiamo il di più, il superfluo, ma c’è un segreto nascosto nelle cose, da scoprire, che svela una traccia di Dio nascosta. Un non venir meno, nel poco, di ciò che è semplice, in quanto è essenziale per vivere… E’ il poco che non viene meno.

“così Cristo, dopo essersi offerto una sola volta per togliere il peccato di molti, apparirà una seconda volta, senza alcuna relazione con il peccato, a coloro che l’aspettano per la loro salvezza” (Eb 9, 28). C’è un segreto di attesa presente nella vita dei credenti in Cristo: attendere non qualcos’altro ma lui. Lui solo. Fa impressione leggere queste parole che parlano di una attesa di Cristo mentre le cronache riportano notizie di utilizzo del denaro per scopi superflui e per il sollazzo di uomini che hanno scambiato la religione come mezzo per la ricerca di glorie mondane, in Vaticano e negli ambienti della Curia romana. Tutto ciò mentre è in atto un’opera di riforma fortemente perseguita da Francesco. Marcello Sorgi in un suo commento (in ‘La Stampa’ 4 novembre 2015) ha richiamato una scena de film ‘Roma’ di Fellini, la sfilata dei monsignori, una scena considerata al tempo sacrilega e forse invece, per certi aspetti, profetica. “Guardatevi dagli scribi, che amano passeggiare in lunghe vesti, ricevere saluti nelle piazze, avere i primi seggi nelle sinagoghe e i primi posti nei banchetti. Divorano le case delle vedove e pregano a lungo per farsi vedere…

La pagina di Marco che riporta le parole di Gesù di critica verso coloro che divorano le case delle vedove e il suo sguardo capace di cogliere la grandezza di un gesto in cui la vita appare come libertà profonda, coraggio di spogliarsi e di scelgiere una povertà radicale nell’affidamento a Dio, è forte provocazione oggi. Siamo invitati a coltivare un modo alternativo di guardare le cose e di attuare scelte: per apprendere una capacità inedita di vedere. Imparare così a scorgere come una storia di fede profonda presente nelle pieghe e nei margini, non appariscente, è realtà grande agli occhi di Dio ed importante da seguire. In contrasto con sistemi, anche religiosi, costruiti su di un potere sacro che sfrutta l’immagine di un dio falso, che toglie la vita e non la dà, in cui la dimensione della fede è soffocata da tanti altri obiettivi, perduta ed anche dimenticata.

Alessandro Cortesi op

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III domenica Quaresima anno B – 2015

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Es 20,1-17; 1Cor 1,22-25; Gv 2,13-25

Le dieci parole acquistano il loro profondo significato dalla prima parola che sta all’inizio: “Io sono il Signore, tuo Dio che ti ha fatto uscire dal paese d’Egitto, dalla condizione di schiavitù”. E’ parola di alleanza e di relazione. E’ il nome di Dio come Tu amante e liberatore che per primo offre all’uomo la possibilità di entrare in un rapporto in cui il suo volto è prezioso. Parola di un Dio amante, che rivolge la prima parola e chiede di farsi dire ‘tu’, che si china sull’uomo piegato e sfigurato. E’ parola di Dio che guarda e si prende cura di chi vive nella condizione di schiavitù: ‘Io sono tuo… ci sono per liberarti’. Le dieci parole allora possono essere lette come traduzione nel quotidiano di quest’unica e prima parola di Dio. Incontrare il Dio dell’alleanza è lasciarsi prendere dalla sua parola, nella corrente di una relazione vivente. Al principio sta un dono e un incontro. Questa parola di Dio vuole libertà e trae fuori dalla schiavitù, ed insieme orienta anche la vita di chi ascolta. Le dieci parole indicano un dono e nel contempo aprono una strada. Chi ascolta è chiamato a comprendersi in due direzioni: nell’incontro con Dio stesso, la prospettiva delle prime tre parole, e nell’incontro con gli altri, l’orizzonte delle altre sette parole. La relazione è al centro: le dieci parole aprono una spiritualità dell’incontro. Su questa via Israele viene posto portavoce di una parola di Dio per tutta l’umanità e introdotto in un cammino di liberazione. Nel lasciare spazio per il Dio vicinissimo che si comunica in una storia e nel rapporto con gli altri sta la via per un compimento della propria esistenza.

Paolo, nel suo cammino di ebreo osservante della Legge visse l’esperienza inattesa di essere afferrato da Dio stesso, il Dio dei padri. Descrive questo passaggio come un evento di incontro, il rivelarsi di una presenza, del Figlio, Gesù Cristo. Paolo scopre da quel momento che la parola definitiva nella sua vita è Gesù, e questi crocifisso: il volto di Dio si manifesta nello svuotamento di Gesù, nella sua croce. Per Paolo è questo un ribaltamento dell’idea di un Dio onnipotente e della legge. Questa sua scoperta è quanto comunica ancora nella sua prima lettera alla comunità di Corinto, dove già aveva predicato agli inizi degli anni ’50. La vicenda di Gesù con al centro la morte di croce è parola definitiva di Dio: nel cammino di dono della sua vita per gli altri Gesù è rivelazione del volto di Dio stesso. Nel rapporto con lui si può trovare il senso dell’esistenza. Ogni ricerca di potenza, ogni ricerca di sapienza è vuota. Paolo propone alla comunità di Corinto ciò che per primo ha vissuto. La vicenda di Gesù è sapienza diversa da ogni sapere umano e la sua debolezza manifesta una forza nuova e paradossale: il Dio di Gesù Cristo si rende vicino nella debolezza, nel darsi fino alla fine, nel fare della sua vita una consegna radicale nell’ascolto al Padre fino alla morte e alla morte di croce. Al cuore del suo vangelo, bella notizia che apre un senso nuovo e profondo alla vita, Paolo propone il paradosso cristiano, la ‘stoltezza’ e la ‘debolezza’ della croce che ha vinto la morte e ha generato una vita nuova per tutti.

Il brano del IV vangelo insiste sul riferimento alla Pasqua: “Si avvicinava intanto la pasqua dei Giudei e Gesù salì a Gerusalemme” (Gv 2,13), “ Mentre era a Gerusalemme per la Pasqua…”. Giovanni pone l’episodio della cacciata dei venditori dal tempio proprio all’inizio della attività pubblica di Gesù, nei giorni della festa di Pasqua. Il gesto di Gesù sulla spianata del tempio di Gerusalemme è attestata in modo diverso dal IV vangelo (Gv 2,14-16) e dal vangelo di Marco (11,15-19) – poi ripreso da Matteo (21,12-13.17) e Luca (19,45-48) – che in modo forse più plausibile dal punto di vista storico, situa questo gesto in giorni vicini all’ultima Pasqua. Marco parla di cacciata dal tempio di coloro che vendevano e compravano. Giovanni precisa che vennero cacciati anche buoi e pecore per i sacrifici e che Gesù si fece una frusta. A spiegazione del gesto, pone poi una parola che unifica insieme due testi, uno del secondo-Isaia: “La mia casa – dice il Signore – è casa di preghiera per tutti i gentili” (Is 56,7). Si tratta di un testo che presenta un’apertura universale. Il secondo di Geremia: “Voi invece ne avete fatto una spelonca di ladri” (Ger 7,11). Questi testi sono indicazione che qui non si tratta di una contrapposizione né al culto né al tempio, piuttosto il riferimento va a quanto avveniva nel cortile dei gentili dove erano collocati i venditori di animali per i sacrifici e i cambiavalute che davano le monete di Tiro necessarie per pagare la tassa del tempio. Il gesto assume quindi i contorni di un gesto profetico, contro la commercializzazione presente che porta a guadagni per la classe sacerdotale, e contro la concezione del tempio come luogo di sfoggio di potenza e ricchezza, soprattutto dopo l’operazione di Erode il grande che aveva ampliato il tempio in modo imponente. Gesù parla così della preghiera, possibile senza spese, mentre i sacrifici esigevano che i poveri acquistassero colombe e, i ricchi, pecore e buoi. Il messaggio di Gesù si delinea come profezia che annuncia l’inutilità dell’istituzione stessa del tempio: l’incontro con Dio già è possibile nel presente e sta avvenendo fuori degli spazi sacri, sulle vie della Galilea nell’ascolto del messaggio di Gesù, nei gesti di accoglienza e liberazione. Già si rende presente ciò che nel suo linguaggio egli esprimeva nei termini di ‘regno di Dio’: la vicinanza di Dio che apre la possibilità di un incontro per tutti, anche per i pagani, esclusi dalla salvezza. Il IV vangelo sottolinea che Gesù parlava del ‘tempio del suo corpo’, distrutto nella morte ma risuscitato da Dio con accenno al tempio utilizzato come metafora. Per Giovanni infatti il tempio in cui è presente la dimora di Dio non è tempio costruito su di un monte ma è la presenza di Cristo e il suo corpo. L’incontro con Dio passa attraverso l’umanità che il Figlio ha preso pienamente. La Parola di Dio, per il IV vangelo nel suo farsi carne, ha indicato che l’incontro con Dio passa per l’incontro con l’umanità di Gesù e con la vita umana nella sua povertà e precarietà, con cui si è fatto solidale.

0x768141883420878915Alcune riflessioni per noi oggi.

Le due puntate di Roberto Benigni sui dieci comandamenti in TV ha avuto un enorme successo lo scorso dicembre. Ci si può chiedere il motivo di questo: forse una delle chiavi di lettura sta nella passione con cui un grande attore ha presentato una pagina nota ma non ascoltata nelle sue profondità. Ma forse soprattutto una ragione sta nel fatto che Benigni ha messo in evidenza il cuore di queste parole come declinazione dell’unica parola che apre una vita in relazione, toccando le corde sensibili dell’umano e rincorrendo parole quotidiane. Ha così intercettato le aspirazioni più profonde delle persone mettendosi di fronte ad una parola di Dio in modo nudo, alla ricerca di autenticità. L’ascolto di questa pagina in collegamento all’esistenza umana diviene allora non il confronto con una serie di comandamenti provenienti da una divinità lontana e autoritaria, ma una parola dell’amore offerta. Una parole capace di dare voce ai desideri più profondi presenti nella vita stessa e capace di parlare per la vita: e solo le parole dell’amore e i gesti dell’amore, solo i movimenti che partono dall’interno della vita possono muovere e cambiare l’esistenza. La provocazione di un tale commento che diviene improvvisamente non solo udibile, ma anche affascinante, è una grande sfida per il modo in cui accostiamo le pagine della Scrittura. Solo un ascolto connesso alla vita sensibile alle esperienze dell’umanità, aperto a porsi in contatto con le domande della vita può aprire significati e orizzonti nuovi e inediti per tutti.

Paolo sottolinea come Gesù rivela un Dio debole, un’esistenza che si svuota… Se l’esistenza di Gesù è stata nel segno dello svuotamento (kenosis) anche l’ascolto dei credenti e la loro testimonianza vanno posti in questa linea. Cosa può significare oggi vivere un’esperienza comunitaria che si ponga su questa linea? Potrebbe significare uscire da tutte le forme del clericalismo e dalle ricerche di grandezza e onnipotenza, legate ad una visione di Dio onnipotente e lontano. Potrebbe anche cercare di vivere essnzialità e spogliamento di tutte quelle forme esteriori o di grandezza che nascondono il volto del crocifisso. Potrebbe anche e più profondamente essere scoperta che Gesù Cristo che si è svuotato rivelandoci il volto di un dio debole, è vuotato dentro questa storia e dentro questa vienda umana. Allora la storia e i cammini umani sono luoghi in cui Dio è già presente e siamo chiamati ad ascoltare e imparare da tale svuotamento a leggere le chiamate di Dio, il suo comunicarsi continuo nella storia, nei segni dei tempi, nei segni del nostro tempo.

Parlava del tempio del suo corpo… Corpo di Cristo e corpi nostri. Corpi di coloro che sono oggi crocifissi e resi schiavi e condannati. Nel film ‘Jesus de Montréal’ (diretto da Denys Arcand, 1989, vincitore del premio giuria al festival di Cannes 1989) una suggestiva trasposizione del gesto di Gesù nel tempio che rovescia i tavoli del mercato, è reso nel gesto irato del protagonista (che nel film ricopre il ruolo di Gesù), che si ribella allo sfruttamento del corpo delle donne da parte dei dirigenti di una compagnia cinematografica che fanno sfilare alcune ragazze durante un provino e si scaglia contro le macchine da presa e le attrezzature fotografiche con cui i loro corpi sono sfruttati. Oggi 8 marzo è festa della donna, giorno che ricorda oppressioni e lotte: momento per riflettere sulle diverse modalità d’ingiustizia e di sfruttamento nei confronti delle donne, nel mondo del lavoro, nella tratta a scopo di prostituzione, nello sfruttamento, nel non riconoscimento della dignità di donne ridotte a cose e sottomesse al potere.

Nella mentalità biblica il corpo non è solamente una parte materiale senza importanza o sede di negatività, uno strumento separato dalla dimensione dello spirito. E’ piuttosto indicazione di una totalità complessa dell’identità umana e dell’esistenza in relazione. Comunichiamo con gli altri nella nostra corporeità che in sé vive del respiro dello spirito. L’interiorità stessa si comunica solamente nel e per mezzo di un corpo. Per questo non abbiamo un corpo ma siamo un corpo. L’attenzione al corpo, alla salute, allo stare bene è esperienza del nostro tempo, talvolta essa racchiude ancora tracce di una antica separazione, del dualismo che separa concretezza e idealità: si tende ad un corpo ideale e non si prende atto delle condizioni concrete e limitate del nostro stare al mondo. L’attenzione alle persone, nella concretezza di una corporeità situata, rinvia a tutte le dimensioni della vita, è via per scoprire il corpo come vita e relazione e per vivere il rispetto, per non ridurre il tempio di Dio ad un mercato.

Alessandro Cortesi op

IV domenica di Avvento – anno B – 2014

Kebra+Nagast

(Etiopia – Axum – Arca dell’alleanza Chiesa di s.Maria di Sion)

2Sam 7,1-16; Sal 89; Rom 16,25-28; Lc 1,26-38

“Vedi io abito in una casa di cedro, mentre l’arca di Dio sta sotto i teli di una tenda”. Il re Davide scorge una sproporzione tra la sua casa, di legni pregiati, e il luogo dove risiede l’arca dell’alleanza, segno della presenza di Dio in mezzo al suo popolo. Da qui il progetto di costruire una ‘casa’, un tempio a Dio. E cerca sostegno per questo nel profeta. Il dialogo tra il re e Natan ruota attorno a tale questione. Dapprima Natan dimostra di accondiscendere all’idea e invita il re a procedere nell’intenzione di costruire un tempio, segno di grandezza e di potenza dove situare la presenza di Dio. Tuttavia nella notte avviene una svolta: “Ma quella stessa notte fu rivolta a Natan questa parola del Signore…”. Sta in queste parole racchiuso il percorso di un ripensamento e di un cambiamento. La chiamata ad essere profeta portatore della Parola di Dio spinge Natan a scorgere dove sta la fedeltà alla parola di Dio. Non deve assecondare i disegni di potenza del sovrano, magari per non avere noie nella sua vita. La parola di Dio sconvolge i piani di chi vuole rinchiudere il Dio della tenda e del cammino in progetti umani di potere.

“Forse tu mi costruirai una casa perché io vi abiti? Io infatti non ho abitato in una casa da quando ho fatto salire Israele dall’Egitto fino ad oggi, sono andato vagando sotto una tenda, in un padiglione. Durante tutto il tempo in cui ho camminato insieme con tutti gli israeliti, ho forse mai detto ad alcuno dei giudici d’Israele, a cui avevo comandato di pascere il mio popolo Israele, perché non mi avete edificato una casa di cedro?”. La parola di Dio sconvolge il profeta: è una protesta radicale contro un modo di intendere la relazione con il Dio dell’esodo e la svuota. Dio è stato già presente sinora in mezzo al suo popolo ma nei termini di una presenza precaria, solidale, vicina: tenda tra le altre tende, in cammino attraverso il deserto, disinteressato alla stabilità di palazzi, che pongono distanza e distacco dalla vita. In cammino, come il popolo nel deserto, capace di condivisione, partecipe dello spostarsi dell’accampamento, vicino.

La parola che irrompe nella notte è forte contestazione contro l’ideologia del tempio per cui la presenza di Dio andrebbe rinchiusa in una costruzione umana e intesa quindi secondo il modello di un potere che domina e si distanzia. La parola di Dio conduce Davide a confrontarsi con il volto diverso di un Dio che cammina in mezzo al suo popolo, con una presenza che rifiuta di essere imprigionata e strumentalizzata. Dio è il vivente.

In tale contesto sorge anche la promessa. Non sarà il re a costruire una casa a Dio, ma sarà Dio stesso a donare una discendenza, una casa a Davide, nei termini di un ‘casato’. Discendenza significa vita, figli, futuro. L’apertura ad un discendenza apre a considerare il rapporto con Dio come questione che investe la vita e le relazioni. L’incontro con Lui non può essere racchiuso in una costruzione e in un sistema fatto di pietre e di culto. La sua presenza è da ricercare nel volto di qualcuno, nel cuore nascosto dell’esistenza, nella vita. E’ dono che coinvolge e lega in un rapporto di accoglienza e ascolto. “Il Signore ti annuncia che farà a te una casa. Quando i tuoi giorni saranno compiuti, e tu dormirai con i tuoi padri, io susciterò un tuo discendente dopo di te, uscito dalle tue viscere, e renderò stabile il suo regno (…) Io sarò per lui padre ed egli sarà per me figlio…”

Non sarà il re Davide a costruire una casa a Dio, ma sarà Dio stesso a donare una discendenza a Davide. E’ promessa che lega e impegna, è un rinnovo di quel legame di alleanza che ha radici lontane e si collega alla grande parola ad Abramo: una terra e una discendenza come le stelle del cielo.

Luca rilegge questo capovolgimento dei progetti di Davide scorgendo in Gesù la realizzazione della promessa. Quella indicava il primato dell’iniziativa di Dio sulla vita e il suo disegno di salvezza sulla storia e Luca lo vede compiersi in Gesù: “il Signore gli darà il trono di David, suo padre e regnerà sulla casa di Giacobbe per i secoli (cfr. Is 9,6; 2Sam 7,12ss) e il suo regno non avrà fine” (Lc 1,32-33). Le promesse a Davide trovano in Gesù il loro senso: Gesù sarà re, eppure lo sarà in modo paradossale, secondo le promesse di Dio, in modo precario, solidale, vicino.

La presenza di Maria assume i tratti della ‘nuova Sion’. E’ casa, dimora vivente, portatrice di una presenza. La sua persona offre spazio all’esistenza di Gesù: “Lo Spirito santo verrà su di te, e la potenza dell’Altissimo ti coprirà con la sua ombra; e perciò quello che nascerà santo sarà chiamato figlio di Dio” (Lc 1,35).

La nube – rinvio all’immagine usata per indicare l’inafferrabile presenza di Dio nel cammino del deserto (Es 13,21), la sua gloria che scendeva a coprire la tenda dell’arca dell’alleanza (Es 33,9-10; 40,38; cfr. 1Re 8,10) – ora è vista posarsi su Maria. In questa immagine sta racchiuso il rinvio ad un agire dello Spirito. La storia di Maria è presa dallo Spirito, come a Pentecoste lo sarà la comunità radunata attorno a lei: è lei la ‘povera di Jahwè’, in rapporto al resto d’Israele. Maria compare così in stretto legame con le profezie sulla fedeltà di Dio e sulla promessa del suo essere vicino: ‘Io ti sarò accanto’ è il suo nome (Es 3,14). Dio non abita in costruzioni fatte dall’uomo ma la sua presenza vivente si attua nell’esistenza di coloro che vivono per lui, che ricevono da lui la loro vita e la affidano alle sue mani: è questa l’attitudine del ‘santo resto d’Israele’, dei ‘poveri di Jahwè’. In mezzo a questo popolo Dio si rende presente nella vita di Gesù.

La vicenda di Maria viene anche letta in rapporto con le promesse di gioia: Luca riprende il clima degli annunci di gioia per Sion: “Gioisci piena di grazia, il Signore è con te, in mezzo a te” (Lc 1,18). Questo saluto richiama i testi profetici di Sofonia:“Farò restare in mezzo a te un popolo umile e povero; confiderà nel nome del Signore il resto d’Israele” (Sof 3,12-13). “Il Signore tuo Dio in mezzo a te è un salvatore potente. Esulterà di gioia per te ti rinnoverà con il suo amore, si rallegrerà per te con grida di gioia, come nei giorni di festa… Soccorrerò gli zoppicanti, radunerò i dispersi, li porrò in lode e fama dovunque sulla terra sono stati oggetto di vergogna. In quel tempo io vi guiderò, in quel tempo vi radunerò…” (Sof 3,17.19-20). Il ‘resto d’Israele’ (cfr. Is 6,13; 11,11) sono coloro che non pretendono di tenere in pugno la propria vita ma la ricevono da Dio, e intendono la loro vita in questo rapporto con attitudine di fiducia e umiltà (cfr. Sof 2,3).

Al centro di questa pagina tutto converge verso Gesù e la figura di Maria, benchè appaia come la protagonista, è tutta orientata a far emergere l’identità di Gesù stesso, il suo cammino di messia. L’esperienza dell’incontro con Gesù come salvezza da Dio attraverso il profeta di Nazaret è così espressa dal suo nome: Gesù significa ‘Dio salva’.

DSCN0686Alcune riflessioni per noi oggi

Un progetto sulla casa intesa come la intendeva Davide come ‘tempio’ o un’attenzione alla presenza di Dio nella vita costituisce un passaggio che ci provoca anche oggi. E’ il passaggio che dovrebbe anche far cambiare le nostre comunità e i modi della testimonianza su Gesù, accogliendo in lui la ‘laicità di Dio’:

“Non smette di stupirmi questa ‘laicità di Dio’, il suo non pretendere luoghi speciali, spazi sacri, templi religiosi; e neanche di essere ricevuto da persone importanti, ragguardevoli, dalle autorità – come comunemente si dice – sociali, politiche e religiose. Che neppure si accorgono della nascitadi gesù: che è figlio dei poveri, uno dei tanti.” Le comunità cristiane, la chiesa nella sua ufficialità per essere credibili dovrebbero mostrarsi altrettanto umili, sobrie, non appariscenti, anzi alle volte nascoste per nutrire la forza della profezia e poi irrompere con passione, coinvolgimento, prese di posizione sullascena della storia. Una chiesa sacralizzata, separata, rinchiusa nei templi, come può parlare con credibilità della stalla di Betlemme? Bardata di paramenti, di vesti d’altri tempi in occasione di liturgie solo formalmente solenni; ornata di copricapo e fasce colorate; ridondante di titoli onorifici, come può parlare della semplicità della stalla di Betlemme? Coinvolta in affari di ristrutturazione di edifici, proprietaria di innumerevoli immobili, come può riferirsi ad un luogo, riparo per gli animali, impregnato dei loro odori? Per questo la chiesa parla poco di Gesù di Nazaret, perché provocatorio per se stessa e poco credibile per gli altri” (G.Di Piazza, Fuori dal tempio. La chiesa al servizio dell’umanità, Laterza 2011, 21-22)

Paolo nella conclusione della lettera ai Romani parla di un mistero avvolto nel silenzio da secoli e ora manifestato. E’ riferimento ad una salvezza rivelata in Cristo per tutta l’umanità, per coloro che sino ad allora erano considerati esclusi dalle promesse di Dio.

Questa visione aperta che vede in Gesù la possibilità di salvezza come vita piena per tutti i popoli oltre ogni divisione superando ogni prospettiva di esclusione è un passaggio ancora da compiere nel modo di intendere la fede. Credere in Gesù non implica entrare in una logica di adorazione di Dio in un tempio che si contrappone ad altri templi: Dio non chiede di essere adorato su uno o su un altro monte ma cerca adoratori in spirito e verità (Gv 4,23). La sfida che abbiamo davanti è quella di ‘uscire dalla religione del tempio’ per concepire il rapporto con Gesù come esperienza e via che apre ad accogliere ogni altro percorso della ricerca umana di senso e di vita piena, ogni apertura religiosa e umana. Si tratta di entrare nell’esperienza della solidarietà di un Dio che cammina insieme, di Gesù che si è fatto povero per noi (2Cor 8,7-9): da ogni percorso che cerca vie di umanizzazione possiamo imparare a cogliere un tratto nuovo non ancora compreso del disegno di salvezza e di misericordia di Dio.

La pagina di Luca è segnata da un’atmosfera di gioia. Indica una spiritualità della promessa e della gioia. E’ eco di quella semplicità propria dei poveri di Jahwè e di Maria donna capace di coraggio e di scelte di libertà e di liberazione, acapce di accogliere lo Spirito nella sua esistenza.

Prepararsi a Natale forse sta solo in questo, lasciare che lo Spirito susciti un’apertura del cuore e un’accoglienza ad un mistero di presenza, il dono di comunione del Padre che si fa vicino a noi in Gesù da incontrare al centro della nostra esistenza: l’incontro con lui genera una prassi nuova di solidarietà, di cammino insieme, di impegno per tutto ciò che è desiderabile e buono nel nostro tempo.

Alessandro Cortesi op

Dedicazione della Basilica Lateranense – 2014

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Ez 47,1-12; Sal 45; 1Cor 3,9-17; Gv 2,13-22

La visione di Ezechiele parla del significato della costruzione del tempio di Gerusalemme in un’epoca in cui il tempio distrutto dopo l’esilio veniva poco alla volta ricostruito. L’immagine del tempio è legata all’altra grande immagine dell’acqua portatrice di vita e fecondità che sgorga dal suo interno e dilaga al di fuori. Il tempio è così letto come luogo di presenza di Dio, sorgente di fecondità. Da lì fuoriesce l’acqua che non può essere trattenuta entro i limiti della costruzione e abbonda in modo sorprendente espandendosi progressivamente. L’acqua che sgorga verso oriente è grande simbolo dell’abbondanza di una vita comunicata ad ogni creatura.rinvio alla creazione stessa quale tempio vivente, spazio di vita che racchiude la presenza di Dio. Tempio della gloria di Dio è quindi il creato, luogo della vita, dove scorre un’acqua portatrice di forza e guarigione. E’ forza che risana, ed è anche simbolo di una presenza. Il Dio del creato non solo è all’origine di tutte le cose ma è Dio presente nella creazione, che permea con la sua presenza dal di dentro ogni realtà. Con il suo respiro di vita donata, con lo spirito e l’energia vitale posta nelle realtà uscite dalle sue mani, Dio stesso attua una presenza non dall’esterno, ma dal di dentro. Il tempio di Gerusalemme è simbolo della presenza di Dio e del suo spirito in mezzo al suo popolo, una presenza di dono, come sorgente da cui sgorga energia di vita, grazia in abbondanza.

“Distruggete questo tempio e in tre giorni lo farò risorgere’. Gli dissero allora i giudei: ‘questo tempio è stato costruito in quarantasei anni e tu in tre giorni lo farai risorgere? Ma egli parlava del tempio del suo corpo”. Il IV vangelo colloca il gesto provocatorio di Gesù di scacciare dal tempio i venditori insieme agli animali proprio ai primi capitoli nel contesto di una polemica di coloro che guardavano alle grandi opere di iniziativa di Erode il grande. Gesù pone un gesto di rottura presentato come un segno profetico, che costtuisce una protesta di fronte al luogo del tempio divenuto mercato e racchiude un annuncio sulla vita stessa di Gesù, sulla sua identità.

Non è solamente richiamo a non scambiare le cose di Dio con gli affari umani e a non fare della casa di preghiera un luogo di mercato. C’è infatti qualcosa di più profondo: Gesù accompagna il gesto con una parola. Parla della distruzione del tempio ma anche del ‘sorgere nuovo’ di un altro tempio. Tutti pensano alla distruzione e all’impossibile ricostruzione di un edificio di pietre, imponente e grandioso. Gesù invece ‘parlava del suo corpo’. L’annuncio profetico è critica radicale rivolta ad ogni genere di tempio che pretende di racchiudere la presenza di Dio e rende il rapporto con Dio una questione di potere religioso che s’incrocia e si mescola con altri poteri. E’ contestazione del modo di intendere la fede come istituzione religiosa che assume la medesima logica dei poteri mondani assoggettandosi al dominio del denaro e ad un modo di intendere la vita come mercato.

Con questo gesto Gesù annuncia che l’autentico tempio, il luogo dell’incontro con Dio, è il suo ‘corpo’. La sua umanità, i suoi gesti, il suo morire sono lo spazio nuovo in cui incontrare il Padre. L’umanità vivente il suo condividere l’intera esperienza umana è lugoo dell’incontro con Dio. Nessun tempio umano, nessuna basilica o costruzione, e nessuna istituzione stabilita su un qualsiasi potere può sostituire il tempio che è il corpo di Gesù: il ‘tempio’ autentico è il suo corpo e l’incontro con Dio si compirà non su uno o un altro tempio ma nella apertura a riconoscere il corpo di Gesù nel corpo di tutti i crocifissi con cui Gesù stesso si identifica.

“Secondo la grazia che mi è stata data, come un architetto io ho posto il fondamento; un altro poi vi costruisce sopra. Ma ciascuno stia attento a come costruisce. Infatti nessuno può porre un fondamento diverso da quello che già vi si trova, che è Gesù Cristo”. Paolo rivolge queste parole alla comunità di Corinto. Diversi predicatori con fascino carismatico e riscontrando successo e seguito rivendicavano un’autorità particolare sulla comunità e venivano riconosciuti da diverse fazioni tra loro in conflitto. Paolo scorge in questo un venir meno a qulacosa di essenziale dell’esperienza di fede. Intende così ricondurre alla grande domanda sul fondamento. Qual è il fondamento di ogni costruzione, ma anche il fondamento di quella costruzione che è una comunità? Per quale ragione esiste una chiesa, quale il motivo che sta al fondo dell’esperienza di una comunità? Paolo indica l’importanza di recuperare il riferimento essenziale a Gesù. Così ricorda il centro della fede: l’unico fondamento è Cristo. Invita a tornare e a lui e fare di lui il criterio delle scelte e della vita. Un ritorno all’essenziale, una provocazione a non perdersi e a non confondere il fondamento con chi ha costruito sopra o ha portato il suo contributo nella crescita della comunità stessa. E l’edificio diviene metafora per la vita della chiesa come comunione vivente: si tratta di un edificio non di pietre ma di persone ciamate ad edificarsi in modo reciproco. La vita della fede viene così descritta come un’esperienza segnata da dinamismo, come edificio che viene poco alla volta costruito ed ha bisgono di mantenimento e di restauro. E’ un edificare nella rete di relazioni reciproche e molteplice. Paolo ricorda ai cristiani di Corinto che ‘lo Spirito abita in voi’. L’esperienza della chiesa è quella di un cantiere sempre aperto, un edificio in costruzione: lo Spirito è al cuore di comunità in cui tutti sono chiamati ad essere protagonisti e responsabili insieme. In cammino sull’unico fondamento di Cristo crocifisso.

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Alcune riflessioni per l’oggi.

L’acqua che sgorga dal tempio nella visione di Ezechiele e che porta energia e vita apre a considerare la forza di vita proveniente da Dio. Il fluire di quest’acqua non rimane chiuso, regimato entro argini fissati, e non può nemmeno essere contenuto all’interno della costruzione del tempio, ma tende ad uscire, porta fecondità oltre ogni confine, al di fuori del tempio. La natura stessa, ogni suo elemento della vita animale e vegetale, gli alberi nella loro diversità e nei frutti sono toccati dalla forza vivificante di quest’acqua. Tempio è quindi la terra, la creazione stessa e tutto ciò che le appartiene, e in questo tempio è da riscoprire il senso nascosto della presenza di Dio che si rende vicino nel respiro della creazione.

Il richiamo di Paolo è rivolto a recuperare l’unico fondamento su cui si costruisce la comunità. Tempio è quindi anche la comunità, quel tempio vivente che è la compresenza di tutti coloro che si ritrovano in Cristo. Paolo pone la domanda di fondo: su che cosa si costruisce la vita delle comunità? Su quale tipo di fondamenti? Su quali criteri si edifica? E’ anche richiamo a quell’arte di edificare la comunità che non tocca solamente gli aspetti istituzionali della chiesa, ma tutte le forme di vita comune che sorgono nelle case, nelle famiglie, nei luoghi di lavoro e di attività, in tutti gli spazi umani di relazione. Oggi viviamo la difficoltà a vivere una dimensione relazionale che non sia relegata all’ambito virtuale – quel modo di relazionarsi che genera la solitudine del cittadino globale – e senza effettivo coinvolgimento in relazioni significative. Costruire comunità è opera quotidiana, faticosa uscita dai bastioni di difesa di individualità impaurite o aggressive, tessitura faticosa di percorsi di relazioni che lascino spazio a quella presenza di Dio che passa e si rende presente nel dialogo e nell’incontro.

“Il tempio di Dio siete voi”: Paolo richiama ad una ulteriore dimensione del ‘tempio’. Tempio è la persona umana, il corpo stesso nel suo significato di sede di relazione con altri. Alcuni riferimenti della cronaca recente possono essere collegati a questo invito. Abbiamo potuto vedere ancora in questi giorni le foto di un corpo martoriato di un giovane, Stefano Cucchi, che dopo l’arresto causato dal suo essere caduto nel vortice della tossicodipendenza, ha subito botte e torture. E’ stato malmenato, costretto alla fame, e condotto alla morte mentre era affidato nelle mani della polizia penitenziaria, di medici e infermieri in carcere. Il fatto che in sede gudiziaria non sia stata appurata alcuna responsabilità per questa uccisione ha suscitato l’indignazione e la reazione di fronte all’incapacità di riconoscere responsabilità di tali violenze e violazioni del diritto fondamentale alla dignità umana, del diritto ad essere custoditi con rispetto anche nella condizione di arresto. Ha condotto a riflettere sulle condizioni di chi è più fragile ed è messo in custodia di altre mani, delle istituzioni sociali e statali, nelle situazioni di infermità fisica o mentale e nell’esperienza di chi è ristretto nelle carceri. Abbiamo visto le riprese di attacchi condotti dalla polizia su ordine di responsabili a livelli superiori con manganellate contro un corteo di lavoratori, a dimostrazione di un disprezzo verso chi difende la fondamentale dignità del lavoro a fronte di un predominio di un mercato sempre più dominato dalla finanza. Abbiamo anche visto le immagini di profughi provenienti stremati dall’Africa lasciati senza soccorsi per ore sulle coste spagnole a motivo del sospetto che fossero portatori del contagio del virus Ebola, e poi portati via ammassati su di un camion della spazzatura. Segno evocativo di un modo di trattare esseri umani, corpi affaticati e spossati, come spazzatura e come scarti. Ogni atto che sfigura il corpo umano e lo rende assoggettato, asservito, disprezzato, ogni atteggiamento che non riconosce la persona, soprattutto quella inerme e più fragile, come depositaria di una dignità unica, è attentato alla presenza di Dio. Tempio è il corpo di ogni persona. L’autentico tempio in cui oggi incontrare il Dio di Gesù Cristo è il corpo di coloro che sono vittime e crocifissi. Nel mondo dominato dalla logica del mercato che pone il profitto come primo orizzonte che dà senso alla vita la provocazione a pensare il senso del tempio fuori dai confini e oltre ogni tempio, nel respiro della terra, nella vita, nei corpi, nelle relazioni, è motivo di profonda riflessione e di nuovi orientamenti.

Alessandro Cortesi op

XXXIII domenica – tempo ordinario anno C – 2013

DSCF4523XXXIII domenica tempo ordinario anno C – 2013
Ml 3,19-20a; Sal 97; 2Ts 3,7-12; Lc 21,5-19

“Verranno giorni nei quali, di quello che vedete, non sarà lasciata pietra su pietra che non sarà distrutta”. Lo sguardo di Gesù, di fronte alla maestosità del Tempio abbellito nella politica delle ‘grandi opere’ di Erode è uno sguardo diverso da chi si lasciava affascinare dalla grandiosità di quella costruzione che dominava la città di Gerusalemme.

Il suo sguardo è ancor più profondo se si considera il tempio come una grande metafora di un sistema religioso che assorbe l’esistenza e si centra sulla capacità umana di costruire qualcosa per Dio e di un potere che finisce per prendere il posto di Dio stesso.

Gesù ha uno sguardo disincantato e libero. Sa che le grandi costruzioni sono espressioni di sistemi religiosi economici e politici, poteri che assoggettano e mantengono le persone schiave. Le sue parole sono presentate da Luca – che scrive dopo che la caduta del tempio è già avvenuta nel 70 d.C. – non tanto e non solo come previsione di una grande distruzione e di una fine, ma sono da leggere come forte richiamo per maturare uno sguardo critico sulle costruzioni del potere umano e andare oltre a tutte le logiche del potere per un cammino di liberazione.

“Molti infatti verranno nel mio nome dicendo: ‘Sono io’, e: ‘Il tempo è vicino’. Non andate dietro a loro!” Gesù mette anche in guardia dall’andar dietro a falsi messia e falsi profeti, a chi si pone come guida che svia dal riferimento a lui stesso e al vangelo. Falsi profeti sono coloro che cercano il potere. E il potere ha bisogno di grandi costruzioni esteriori e di grandi minacce per poter affermarsi in un clima di paura. Come aveva chiesto ai suoi ‘seguitemi’, così ora mette in guardia: ‘non andate dietro a loro’. C’è una sequela da rifiutare, per andare in senso contrario. E’ un richiamo ad una attitudine che non si lasci prendere da vane curiosità, la domanda sui tempi della fine, ma su ciò che conta veramente, e sappia distinguere la via da seguire e chi seguire. Gesù così invita fissare lo sguardo non sul tempio, non sui falsi profeti, ma su Dio stesso.

“Quando sentirete parlare di guerre e rivoluzioni non terrorizzatevi… non sarà subito la fine”. Non lascairsi vincere dalla paura di fronte a tuttio ciò che può turbare, ma vivere sin d’ora ciò che è essenziale e davvero ‘finale’ nella vita: questo chiede Gesù ai suoi e questo è possibile non in un futuro da temere, ma nella normalità dell’oggi, con la fiducia che Dio ha cura anche dei capelli del nostro capo. Il regno di Dio si realizzerà alla fine ma sin d’ora cresce in ogni scelta e in ogni atteggiamento di affidamento all’opera dello Spirito e di testimonianza di Gesù. Sta qui la fiducia del credente che fonda il suo impegno quotidiano sulle parole: “Nemmeno un capello del vostro capo perirà. Con la perseveranza salverete le vostre anime”.

Gesù annuncia così un tempo di prova e di persecuzione dei suoi discepoli, un’esperienza che collega il cammino dei suoi a quello da lui stesso percorso. Come il maestro così i discepoli. Ma questo tempo di prova e di crisi viene letto come occasione per la testimonianza: “metteranno le mani su di voi e vi perseguiteranno, consegnandovi alle sinagoghe e alle prigioni, trascinandovi davanti a re e governatori, a causa del mio nome. Avrete allora occasione di dare testimonianza”.

La prova diviene occasione di testimonianza e il richiamo finale di questo discorso è a perseverare. Non è una parola dettata dalle curiosità sulla fine del mondo, ma è una parola sul tempo del presente da intendere come tempo decisivo. Nel presente i discepoli vivono la prova, nel presente sono chiamati ad un discernimento su chi seguire, nel presente sono invitati alla perseveranza. La fine è già qui nel quotidiano in cui i discepoli sono chiamati a dare senso al proprio presente, anche nella difficoltà e nella crisi. E’ quindi un discorso sulla storia da vivere tenendo fermo ciò che è essenziale. Non una parola sulla fine del mondo, ma un invito a vivere nella attitudine critica capace di giudizio e nella resistenza il presente come tempo donato.

Anche a Tessalonica, di fronte ad una attesa di un ritorno di Cristo imminente, c’era chi viveva con ansia e agitazione. Paolo richiama ad uno sguardo alla quotidianità, a tener duro. Paolo indica la sua esperienza di lavoro come esempio, modello per la comunità di Tessalonica e richiama a superare l’agitazione lavorando in pace. Il suo è richiamo ad una attesa del ritorno del Signore da coltivare non nell’agitazione e nel disinteresse per il presente, ma in fedeltà al compito quotidiano. Sottolinea il lavoro come la grande esperienza umana che implica fatica orientata a guadagnarsi il pane. Nel lavoro quotidiano, nella cura in fedeltà alla terra sta già racchiuso il segreto di una attesa del ritorno del Signore e una tensione di tutta l’esistenza all’incontro con il Signore che viene.

Alcune osservazioni per noi oggi.
Molti sono coloro che nel tempo della crisi si pongono come profeti e messia di un sistema economico e di potere che è grande struttura di schiavitù e di oppressione, un sistema che schiaccia i più deboli e in cui ciò che conta è il profitto o gli interessi dei grandi centri bancari e finanziari. ‘Non seguiteli’ è l’invito di Gesù…

C’è un modo di vivere la religiosità che diviene costruzione umana, sistema che distoglie dallo sguardo a Dio. Quante volte la struttura delle chiese è stata ed è motivo di ricerca di potere umano, costruzione di successi e di esteriorità. Tutto questo è destinato a cadere, e l’invito anche oggi è a fissare lo sguardo sul volto di Dio che si fa vicino in Gesù, profeta rifiutato.

Paolo invita contro l’evasione e i diversi tipi di fuga a guadagnarsi il proprio pane lavorando in pace. Contro ogni tipo di fuga e agitazione il recupero del lavoro per mangiare il proprio pane è la via per una fedeltà al presente e per prepararsi all’incontro con il Risorto. Oggi il lavoro è stato svuotato del suo significato, è stato ridotto ad una merce e soprattutto è stato staccato dalla sua funzione di mezzo per guadagnare il pane. Quanti guadagni senza lavoro solo con rendite finanziarie che arricchiscono i più ricchi e impoveriscono i poveri. Le parole di Paolo hanno una grande carica di provocazione per porre attenzione al lavoro, il lavoro quotidiano, il lavoro vissuto con fatica e impegno, nelle nostre società divenute luoghi in cui soprattutto i giovani sono esclusi dal mondo del lavoro.

La prova e la crisi è occasione di testimonianza. In questi giorni un terribile tifone, il tifone Hayian, ha causato danni e migliaia di vittime in alcune isole, le più povere, delle Filippine. Il card. Tagle di Manila ha espresso con queste parole il senso di una testimonianza che sorge proprio nella prova. “La nostra riflessione continua su questa linea: vediamo distruzione, rovine ovunque, ma vediamo anche fede e amore sorgere da quelle rovine e questo ci fa sentire più forti”. Perseverare, stare forti, nella prova è vivere la prova come occasione di testimonianza.

Alessandro Cortesi op

Domenica delle palme e della passione del Signore – 2012

Is 50,4-7; Fil 2,6-11, Mc 14,1-15,47

In questa domenica ascoltiamo per intero la narrazione della passione di Gesù secondo Marco. Caratteristica dello scrivere di Marco è presentare la successione degli avvenimenti in modo sobrio e scarno: lascia parlare i fatti, dà spazio agli eventi eppure nella sua narrazione sta anche una profonda rilettura di quanto è accaduto alla luce della Pasqua.

Al cuore della passione secondo Marco sta la domanda ‘chi è Gesù?’. E’ la domanda che guida tutto il vangelo. Marco aveva iniziato il suo scritto con le parole che esprimevano questo tema di fondo, questione centrale della fede. Gesù è indicato come il messia atteso (‘figlio di Dio’ è titolo del ‘re messia’ per es. nel Salmo 2,7): “Principio del vangelo di Gesù Cristo figlio di Dio” (Mc 1,1). Eppure nel corso dell’intera narrazione ogniqualvolta viene intuito un aspetto dell’identità di Gesù chi parla viene messo a tacere: non solo c’è l’intimazione a tacere rivolta ai demoni (1,24; 3,11), ma anche agli apostoli (9,7.9).

In questo vangelo l’identità di Gesù e il significato del suo agire rimangono una questione problematica, al punto che i suoi inviti a ‘tacere’ a non dire nulla di lui sono stati interpretati come una sorta di ‘segreto’. Il segreto che riguarda la sua identità di messia appunto. Ma non di segreto si tratta: piuttosto Marco, da abile narratore, accompagna chi legge il vangelo a scoprire poco alla volta il volto di Gesù, scoprendo che solo si può incontrarlo lasciandosi coinvolgere nel seguirlo, sulla strada che egli ha tracciato. Il lettore è così provocato a porsi in questione e tutti i racconti di incontro mirano a coinvolgere chi legge, a fargli scoprire il cambiamento possibile. Come è accaduto alla donna straniera e pagana siro-fenicia a cui Gesù fa scoprire che in lei era presente una fede che salva (Mc 7,24-30), come il cieco Bartimeo che, guarito dalla cecità, diviene il modello del discepolo che si mette a seguire Gesù verso Gerusalemme (Mc 10,46-52), come la donna anonima che Marco presenta in un gesto delicato e coraggioso dell’unzione del corpo di Gesù a Betania (Mc  14,3-9).

Marco è consapevole del pericolo di costruire un’immagine falsata di Gesù, di proiettare su di lui le attese di un messia diverso da quello che egli effettivamente fu. Soprattutto nel racconto della passione, egli presenta Gesù nella situazione di paura ed angoscia, in preda allo sfinimento ed alla debolezza umana. Presenta Gesù sempre più solo finchè anche gli apostoli lo lasciarono “Tutti allora abbandonatolo, fuggirono” (14,50). Così Marco presenta Gesù debole e inerme sulla croce oggetto della sfida: “ha salvato altri, non può salvare se stesso” (Mc 15,31). Gesù è messia che salva non salvando se stesso, ma perdendo la sua vita.

Tre chiavi di lettura possono essere individuate per accostare queste pagine di Marco:

Una prima chiave di lettura è il grido che accoglie Gesù nel suo ingresso a Gerusalemme: ‘benedetto…’. E’ una invocazione di gioia ed è saluto di fronte al messia. Ma Gesù è messia che delude le attese la voce della folla ‘benedetto’ (Mc 11,9) all’ingresso a Gerusalemme. E il grido ‘crocifiggilo’ (Mc 15,13-14) fa eco in modo drammatico all’invocazione ‘benedetto’. E’ sempre la folla a gridare, la folla che si lascia prima entusiasmare, poi manipolare. Gesù è così presentato da Marco come ‘re’, come messia, ma c’è un processo drammatico che si svolge perché Gesù è messia che delude le attese di tipo politico e di conquista del potere, quelle attese che avevano suscitato l’entuasismo della folla. La sua via non è orientata alla conquista del potere ma si pone nella logica del servizio: “il figlio dell’uomo non è venuto per essere servito ma per servire e dare la sua vita” (Mc 10,45). Il suo essere re è diverso. Se da un lato Gesù rivendica con questo gesto di ingresso a Gerusalemme in modo silenzioso la sua identità di messia, nello stesso tempo indica come la sua esistenza è vita donata a favore di tutti. Marco sottolinea questa delusione che Gesù genera. Questo costituisce l’ostacolo più forte. L’agire di Gesù che libera e guarisce è percepito come una minaccia dal potere religioso e da quello politico sin dall’nizio del vangelo quando – dice Marco – erodiani e farisei si accordarono per metterlo a morte (Mc 3,6). Gesù non è un messia di tipo politico. Non è venuto a instaurare un nuova forma di nazionalismo o di dominio. Gesù delude quindi profondamente queste attese. Il suo cammino di messia si pone nei termini di una vita perduta nella gratuità. Qui sta la fecondità della sua vita.

Una seconda chiave di lettura della passione di Marco è il gesto compiuto da Gesù nel tempio, quando si mise a scacciare coloro che vendevano e i cambiamonete. Durante il processo è riportato anche un detto attribuito a Gesù: ”Lo abbiamo udito mentre diceva: ’Io distruggerò questo tempio fatto da mani d’uomo, e in tre giorni ne costruirò un altro non fatto da mani d’uomo’ (Mc 14,58). Questo gesto di Gesù nel tempio insieme alle sue parole provoca una dura reazione di scribi e farisei che lo interrogano con tono di sfida: “Con quale autorità fai queste cose?” (Mc 11,28). E già si delinea una ostilità e la decisione di eliminarlo: “E cercavano di catturarlo” (Mc 12,12). Marco indica in questo modo la critica di Gesù al tempio e suggerisce che Gesù è il nuovo tempio dell’incontro con Dio: il suo corpo è il luogo di un incontro che si apre ad un’accoglienza da parte di tutti. Il velo del tempio si squarciò – dice Marco – al momento della morte di Gesù (Mc 15,38), simbolo di una nuova comunicazione fra cielo e terra. Così come Gesù aveva visto squarciarsi i cieli al momento del battesimo (Mc 1,10). Tale squarcio è anche segno di un rapporto con Dio che passa attraverso l’incontro con l’umanità crocifissa. Marco nel momento della morte di Gesù presenta il Cristo come nuovo tempio, luogo dell’incontro con Dio che si realizza eliminando ogni barriera che divide lo spazio di Dio dallo spazio dell’uomo, che divide le persone tra vicini e lontani. A tutti, a partire dal centurione pagano è possibile proclamare quanto nel vangelo solamente la voce di Dio aveva annunciato: ‘Questi è il mio Figlio, l’amato’ (cfr Mc 1,11; 9,7).

Una terza chiave di lettura è la presenza dei discepoli: Marco è qui molto abile e molto provocatorio per la chiesa  di ogni tempo. I discepoli che Gesù ha chiamato, che ha condotto a seguirlo, che ha anche inviato nel suo nome, lo abbandonano e lo lasciano solo. Sono presentati nella condizione di chi non riesce e non si apre a comprendere. Hanno un cuore indurito. Non vivono l’ostilità e il rifiuto come i sacerdoti e gli scribi, ma non comprendono fino a tradirlo. Uno di coloro
che Gesù aveva scelto, Giuda, lo consegna in cambio di denaro. Ma anche Pietro lo rinnega. Tutti i discepoli sono coinvolti in questa incomprensione. Marco sottolinea in parallelo le vicende di Giuda e di Pietro che rinnegano il loro maestro. L’agire di Giuda e Pietro incornicia il momento della cena e della passione accentuando la scelta di Gesù di rimanere fedele all’amore, di rimanere obbediente al disegno di gratuità e di vita del Padre, di darsi nonostante il rifiuto e l’incomprensione (Mc 14,10-11.66-72).

Tuttavia nello stesso tempo, mentre tutti fuggono e lo lasciano solo, altre figure si affacciano, e sono presenze di lontani, di discepoli nuovi. E’ una donna che a Betania inattesa giunge nella casa di Simome e rotto il vaso di alabstro versò il profumo sul suo capo (Mc 14,3-9). E’ Simone di Cirene indicato come ‘un tale che passava’ (Mc 15,21) che viene obbligato ad aiutarlo a portare la croce sulla via del Calvario. E’ infine un  centurione, pagano e straniero che sotto la croce, avendolo visto spirare in quel modo dice: ‘Veramente quest’uomo era figlio di Dio’ (Mc 15,39). Proprio nel momento della morte di Gesù  Marco annota due particolari: per la prima volta nel vangelo risuona una professione di fede senza che venga imposto il silenzio. Questa voce che dice l’identità profonda di Cristo sta sulla bocca di un pagano, appartenente al mondo romano, lontano dalla legge e dalle osservanze giudaiche. E’ una professione che riconosce il volto del messia nel crocifisso che ha dato la sua vita per tutti. Ed è una parola che esprime il significato che Gesù stesso aveva dato alla sua vita e alla sua morte e che egli stesso aveva indicato ai suoi nei segni dell’ultima cena: “Questo è il mio sangue, il sangue dell’alleanza, versato per molti” (Mc 14,24). Ancora un altro discepolo dell’ultima ora è Giuseppe d’Arimatea presentato come “membro autorevole del sinedrio, che aspettava anch’egli il regno di Dio” (Mc 15,43). Giuseppe chiese il corpo di Gesù e comprato un lenzuolo lo depose dalla croce. Marco sembra così dire che l’accoglienza di Gesù si compie in chi lo segue sulla via della croce, in chi nutre apertura e disponibilità a lasciarsi cambiare dall’amore, in chi è aperto alla  ricerca del regno di Dio. Oltre ogni barriera e appartenenza religiosa e culturale.

L’unica presenza che accompagna fino alla fine Gesù nel cammino della passione è quella delle donne: “Vi erano anche alcune donne che osservavano da lontano, tra le quali Maria di Magdala, Maria madre di Giacomo e di Ioses e Salome, le quali, quando era in Galilea lo seguivano e lo servivano e molte altre che erano salite con lui a Gerusalemme” (Mc 15,40-41).  Marco annota questa presenza di servizio e di attenzione, collegandola a quel gesto che apre la passione, il gesto una donna, un gesto fondamentale che offre una luce su tutta la passione: “in ricordo di lei si dirà anche quello che ha fatto” (14,9). C’è un’importanza particolare di questo gesto che si situa come interruzione nel complotto per l’arresto. E’ un gesto di attenzione sul corpo di Gesù che contrasta con i maltrattamenti  a cui viene sottoposto nella passione.  Questo gesto apre ad un dibattito: qualcuno indignato osserva che ha sprecato denaro. Questa azione fa da contraltare al gesto di Giuda: Giuda tradisce Gesù in cambio di denaro, la donna di Betania spreca molto denaro per ungere Gesù. Si attua così uno scambio diverso perché il gesto della donna esce dai criteri del calcolo e dell’utilità e si pone nella logica dell’accoglienza, dello ‘spreco’ nell’incontro (14,6-8). Il profumo prezioso sprecato e versato è segno di relazione vissuta nell’amore. E Gesù commentando questo gesto parla del suo corpo: “ha unto in anticipo il mio corpo per la sepoltura” (Mc 14,8). Riceve l’unzione come unzione funebre di un vivente e sposta così il senso del gesto: dalla cura e affetto alla profezia della morte. Questa unzione diviene quindi profezia che la morte non sarà l’ultima parola. E’ già annuncio del superamento della morte: per questo l’annuncio del vangelo rimarrà legato alla memoria di lei. Perché è un gesto che richiama il nucleo del vangelo. Perché al cuore del vangelo sta la morte e risurrezione di Gesù, una perdita che diviene feconda. Marco indica Gesù nella passione come il messia che serve passando attraverso la sofferenza e perde la sua vita per salvare. La sua è una vita perduta che diviene feconda di amore.

Leggere oggi la passione di Gesù non può andare senza una domanda su come tale evento può illuminare il nostro presente. Abbiamo vissuto un anno segnato dai rivolgimenti nel mondo arabo. Una lettera di mons. Maroun Lahham vescovo di Tunisi dal titolo “Ecco, io faccio nuove tutte le cose”, apre uno squarcio per leggere la luce e la fecondità  della passione  e risurrezione di Gesù nella nostra storia:

“Se davvero  pensiamo che, agli occhi della fede, l’immolazione nel fuoco di un giovane, questo grande grido di disperazione, e la catena di avvenimenti che ne è seguita, non hanno alcun rapporto con il mistero pasquale, mistero di sofferenza, di morte e di risurrezione del Verbo fatto carne nella nostra umanità; che il grande movimento che pervade il popolo tunisino, il grande soffio di giustizia, la grande sete di pace, l’aspirazione profonda alla dignità non hanno nulla a che vedere con la vita, la morte e la resurrezione di Cristo, allora stiamo seduti su una bella nuvola, a cullarci in passeggere illusioni. Ma se vi è uno stretto rapporto fra il mistero pasquale e la nostra storia, la storia dei popoli, quella di ieri, quella di oggi e quella di domani, abbiamo allora il dovere di dare un senso a questa storia nel nome stesso della nostra fede (…)

In Tunisia questi semi del regno sono maturati soprattutto fuori dalle frontiere visibili della Chiesa, ed è questo che ci ha sorpreso. Vi è certamente qui unalezione di umiltà, come vi è la constatazione che solo Dio è missionario…Il grido di un povero oppresso che ha ridato la speranza a tutto un popolo ci invita ad essere attenti ai segni di Dio che, nel cuore del linguaggio umano, ci svela la sua presenza… In breve non si tratta per no di dare lezioni, ancor meno delle direttive, per quanto belle, senza esservi personalmente coinvolti. si tratta di vivere il presente alla luce dell’amore e delle sue esigenze, nel rispetto assoluto dell’altro, cominciando dal più dimesso e dal più fragile (…)

La vocazione della Chiesa è amare il mondo come Dio lo ama, guardare il mondo con lo sguardo stesso di Dio. Ora, amare il mondo con l’amore di Dio significa cercare di «scrutarne» la storia della salvezza. Infatti, la storia della salvezza di un paese non coincide necessariamente con la storia della Chiesa in quel paese; e questo vale anche per la Tunisia. Membra del corpo del Verbo incarnato noi non ci sentiamo né al di fuori né stranieri ina lcuna storia, quelal del mondo come quella della Tunisia. Ci è anche dato di scorgervi i segni del regno di Dio, nella misura in cui ci lasciamo toccare da coloro che incontriamo nel nome del Vangelo…”.
Alessandro Cortesi op

III domenica di Quaresima – anno B

Es 20,1-17; 1 Cor 1,22-25; Gv 2,13-25

C’è un gesto di Gesù al cuore di questa liturgia. Un gesto duro, apparentemente improvviso, dettato da un senso di indignazione. Eppure è un gesto meditato, così lo presenta Giovanni: fece una frusta di cordicelle. E poi scacciò tutti…. gettò a terra il denaro … rovesciò i banchi… Un gesto tanto più rilevante perché riportato da tutti e quattro i vangeli e quindi un ricordo storico di un gesto compiuto da Gesù polemico nei confronti del sistema religioso e dei suoi capi e responsabili. Il IV vangelo lo riporta all’inizio, al capitolo 2, come chiave di lettura di tutto il percorso di Gesù e come il gesto che ha suscitato contro di lui l’ostilità dell’autorità religiosa.

Gesù rivendica per sé con il suo agire di essere considerato messia: il flagello di sferze era simbolo utilizzato per parlare dell’azione di purificazione del messia alla sua venuta nei confronti dei peccatori. Ma Gesù non si scaglia contro i peccatori, coloro che dovevano stare fuori del Tempio, ma caccia via dal tempio coloro che stanno nel recinto sacro: sono questi i venditori che hanno ridotto la casa del Padre ad un mercato. Gesù reagisce contro questa deformazione del significato profondo del tempio: il luogo dell’incontro con Dio divenuto un mercato. Luogo di calcolo anziché di gratuità, luogo di consumo anziché di relazione.

Parla così del tempio non come ‘casa di Dio’, ma come ‘casa del Padre mio’ presentandosi nella relazione di figlio. E pone davanti alla grande questione: si può scambiare il rapporto con Dio con un ‘mercato’. La logica della compravendita si può infiltrare al cuore dei percorsi religiosi. Quello che era il Luogo per eccellenza che veniva identificato con il Nome di Dio, la sua presenza stessa in mezzo al popolo, era divenuto luogo di mercato. E’ l’utilizzo delle cose religiose al fine del guadagno, e la strumentalizzazione del rapporto con Dio per altri fini senza alcun rapporto con la fede intesa come rapporto vivente.

Con questo gesto Gesù ci dice che il rapporto con Dio può divenire una questione di compravendita senza relazione, senza gratuità. Per lui quella invece è la casa del Padre: e il Padre non vuole consumatori, ma attende figli.

E’ questo un pericolo sempre presente: anche oggi si ripresenta questo snaturamento profondo dell’esperienza di fede. Là dove si perde di vista il cuore della fede, là dove prevalgono interessi di sicurezza mondana, là dove è questione solamente di calcoli economici, là dove si rincorre il guadagno e si usa la religione per mercanteggiare, là c’è una riproposizione della casa di Dio ridotta ad un luogo di mercato.

Enzo Bianchi in un suo articolo recente si interroga: “E tuttavia: che fare, che dire, di fronte a una chiesa che sembra aver smarrito, in molti suoi responsabili che portano l’onere del servizio a tutti, la tensione verso l’unità e la carità? Se un tempo creavamo atei con immagini distorte di Dio da noi fabbricate e predicate, oggi non siamo più significativi e ci ritroviamo paralizzati dallo spettacolo che offriamo. Gli uomini e le donne non appartenenti alla chiesa si sentono confermati nella loro estraneità rispetto a quanti si dicono impegnati nella nuova evangelizzazione, mentre molti cristiani se ne vanno in modo silenzioso, senza contestazione o tentano di vivere la fede “nonostante la chiesa”, etsi ecclesia non daretur.” (Maledetto l’uomo che confida nell’uomo, anche nella chiesa,in “Jesus” marzo 2012)

Oggi forse siamo chiamati a vivere questa lucidità e questa fedeltà a Gesù in modo nuovo.

Con questo gesto Gesù si presenta come messia, rivendica a sé un ruolo che però non è nella linea del profitto o del dominio, ma nell’affermare come il rapporto con Dio sta nella linea del gratuito, del dono.

Ma è interessante anche notare che Gesù caccia non solo i venditori ma gli animali a cominciare dalle pecore. Il suo agire ha i tratti del pastore che libera chi è vittima di questo sistema religioso deformato. E con questa cacciata indica qualcosa che ha a che fare con la dimensione più profonda della sua esistenza. Nel IV vangelo questa linea è molto chiara e attraversa l’intero racconto: non servono più vittime per instaurare un rapporto con Dio, perché è Gesù l’agnello. Così l’aveva indicato il Battista sin dal suo primo incontro presentando l’orizzonte della Pasqua: Gesù nel IV vangelo viene crocifisso mentre nel tempio si uccidevano gli agnelli in preparazione alla festa di Pasqua. E qui al cap. 2 il gesto nel tempio è presentato proprio mentre si avvicinava la Pasqua dei giudei. Il gesto della cacciata dei venditori e degli animali segna una conclusione di tutto quanto ruotava attorno al sistema dei sacrifici. E Gesù aggiunge una parola difficile: “distruggete questo tempio (e qui fa riferimento al ‘naos’, il Santo dei santi, ossia al luogo più intimo del santuario, luogo della presenza di Jahwè) e in tre giorni lo farò risorgere”.

Nella parola che spiega il gesto Gesù parla di un tempio nuovo: il nuovo tempio è il suo corpo. E’ un annuncio che fa riferimento alla Pasqua: Cristo morto e risorto è il nuovo tempio in cui si può accedere per vivere l’incontro con Dio, non in templi costruiti da mani d’uomo, ma nel suo corpo. L’incontro con Dio non passa più attraverso costruzioni e attraverso sacrifici ma nell’incontro con Gesù che ci ha raccontato nella sua vita il volto del Padre.

Ci possiamo chiedere qual conseguenze questa parola può avere nella nostra vita:

una prima sollecitazione sta nel vivere una vigilanza rispetto ad una religione del mercato che può presentarsi nella forma del dio denaro come nuovo idolo del nostro presente. L’inseguimento di obiettivi legati solamente alla dimensione del guadagno, dell’avere è aria che si respira e che genera il giudizio su persone e popoli. Il dominio dell’efficienza economica, del calcolo di un guadagno su ogni tipo di considerazione relativa alle persone, alle relazioni è una forma di idolatria. E’ anche idolatria quel sottile inserimento di una mentalità preoccupata della ricchezza, dei privilegi, della potenza nel modo vivere la fede per cui l’esperienza di fede viene svuotata del riferimento a Dio ed è riempita invece di tante preoccupazioni relative a costruzioni di ricchezza e di affermazione umana. E’ questo il tradimento più profondo della povertà della fede che vive solamente dell’accoglienza del dono di Dio.

Una seconda sollecitazione è proprio sulla questione del tempio. Se Gesù è il nuovo tempio, il suo corpo è luogo dell’incontro con Dio. Questo ci conduce al superamento di tutti i templi che si pongono come luoghi esclusivi dell’incontro con Dio: né su questo monte né in Gerusalemme adorerete Dio… Dio cerca adoratori in spirito e verità. Nel contesto della società plurale, delle tante fedi e dei tanti percorsi religiosi, siamo oggi spinti a divenire capaci di cercare un incontro profondo e vero con Dio che non si identifichi nella costruzione di templi uno contro l’altro, ma nella riscoperta del tempio del corpo di Gesù e di quel tempio che sono le esistenze viventi. Ma anche questa è sollecitazione a renderci capaci di scorgere le tracce della presenza di Dio e dell’opportunità dell’incontro con Dio al di fuori del tempio in tanti percorsi di incontro umano.

“Egli parlava del tempio del suo corpo”. Un nuovo tempio, il corpo di Gesù. Il corpo di Gesù in relazione al nostro corpo, e al corpo di tutte le vittime. Se il nuovo tempio dell’incontro con Dio è il corpo di Gesù, ci si può anche interrogare sul senso del suo corpo, il corpo del crocifisso, scandalo per i giudei e stoltezza per i pagani, un corpo che ha vissuto la debolezza del farsi servo e la solidarietà fino alla fine con la nostra vita umana. Gesù parlando del suo corpo rinvia anche al corpo come luogo di incontro con Dio, in particolare i corpi più fragili. Nel suo corpo Gesù restituisce dignità al corpo umano, soprattutto ai corpi delle vittime e di coloro che sono più indifesi. Il corpo, che ciascuna e ciascuno è, è luogo di incontro e di lode e di preghiera con Dio. “Non sapete che il vostro corpo è il tempio di Dio e che lo Spirito vi abita?” (1Cor 3,6)

Alessandro Cortesi op

IV domenica di avvento – anno B 2011

2Sam 7,1-5.8-12.14.16; Rom 16,25-27; Lc 1,26-38

La pagina di Luca è quasi un tessuto in cui i rinvii al Primo Testamento costituiscono una trama nascosta ma presentissima. Ad iniziare dalla notazione del tempo: ‘al sesto mese’. E’ primo rinvio di una serie di indicazioni di tempo che attraversano i primi due capitoli del vangelo di Luca. Al sesto mese, qui indicato, seguono i nove mesi dell’attesa, e poi quaranta giorni dopo la nascita fino alla presentazione al tempio. In tutto 490 giorni cioè settanta settimane: è una allusione al tempo indicato dal profeta Daniele nel suo libro per volgere lo sguardo all’orizzonte di liberazione e di salvezza che egli dice si affaccerà dopo appunto settanta settimane. La profezia delle settanta settimane di Daniele – ci sta dicendo Luca – sta compiendosi in quanto accade in quella casa sconosciuta di Nazaret, nella Galilea luogo di confine e della mescolanza, di contatto tra Israele e mondo pagano.  Tempo di compimento, tempo di realizzazione di antiche attese.

Così il saluto “Rallegrati”  è eco delle profezie di Sofonia: “Rallegrati figlia di Siomn, grida di gioia Israele.. il signore ha revocato la tua condanna” (3,14). E ancora: “Farò restare in mezzo a te un popolo umile e povero; confiderà nel nome del Signore il resto d’Israele (…) Il Signore tuo Dio in mezzo a te è un salvatore potente. Gioirà per te, ti rinnoverà con il suo amore, si rallegrerà per te con grida di gioia…” (Sof 3,12-20). E’ gioia della figlia di Sion ma è gioia derivata,contagiata da uno sguardo di salvezza da parte di Dio.

La pagina di Luca riprende il clima di gioia, di novità, della percezione del germogliare di una realtà nuova che pervade questi annunci per Sion. Maria assume così i confronti della donna che compie la chiamata di Sion, donna che raccoglie in sé la vicenda di un popolo popolo e ne segna il cammino, la comunità dei poveri di Jahwè: nell’episodio del roveto ardente il nome di Dio rivelato a Mosè è il nome che dice vicinanza e fedeltà: ‘Io ti sarò accanto’ è il suo nome (Es 3,14). Dio non abita in costruzioni fatte dall’uomo ma la sua presenza vivente si compie nell’esistenza di coloro che vivono per lui, che ricevono da lui la loro vita e la affidano alle sue mani.

Maria accoglie questa promessa di un figlio: “lo chiamerai Gesù”. E tale nome significa “Dio salva”. Luca rilegge, riportandolo in filigrana, il dialogo tra il profeta Natan e Davide (2Sam 7,12-16: la prima lettura di oggi): il profeta contesta il re che vuole costruire una casa, cioè un tempio, a Dio. Il profetsa riporta la parola del Signore: non sarà il re Davide a costruire una casa a Dio, ma sarà Dio stesso a donare una discendenza, un ‘casato’, a Davide, un tempio non di muratura ma un tempio vivente, una discendenza. Questo capovolgimento dei progetti di Davide vede in Gesù la realizzazione della promessa. Ed essa si collega alla grande parola ad Abramo: una terra e una discendenza come le stelle del cielo.

Come l’ombra di Dio copriva la tenda dove era conservata l’arca dell’alleanza segno della presenza di Dio in mezzo al suo popolo, nel cammino dell’esodo, così ora l’ombra dell’Altissimo copre con la sua ombra Maria, e lo Spirito scenderà. In Maria si rende vicina la ‘dimora’, la presenza vicina di Dio che pur rimane inafferrabile come la luce riparata dall’ombra che la vela. Nulla è impossibile a Dio. Dio rende possibile quanto è impossibile: Dio apre la salvezza laddove c’è sterilità e segni di morte.

Ma tutto questo si compie nella casa. In contrapposizione al tempio che costituiva il contesto della prima scena del vangelo di Luca, che aveva presentato Zaccaria nel momento dell’offerta dell’incenso, siamo qui immersi nella ferialità della casa. Qui si compie il cammino di ascolto di Maria, la ‘serva’ come i profeti ‘servi’, la povera di Jahwè, che rinvia al percorso del credere di ogni credente.

C’è un suggerimento a vivere l’ascolto del Dio della casa, luogo delle relazioni e della gioia scoperta nella disponibilità del fare spazio e dell’accogliere. E c’è una sottile contestazione del Dio del tempio desiderato e rincorso da chi vuole costruire una casa a  Dio. E’ Dio stesso che costruisce una casa: ma questa casa è il volto di un figlio, e rinvia ai volti che chiedono e attendono di essere riconosciuti. E invita ad evitare il rischio di cercare la chiesa delle costruzioni, per aprirsi a saper scorgere, oltre le apparenze, oltre le pretese, alla chiesa del quotidiano, delle case, dei volti, dei legami.

Alessandro Cortesi op

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