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III domenica di Pasqua – anno B – 2021

At 3,13-15.17-19; 1Gv 2,1-5a; Lc 24,35-48

Nei discorsi riportati negli Atti degli Apostoli si possono scorgere gli schemi della prima predicazione su Gesù dopo la Pasqua. Al centro sta la testimonianza della sua morte e della risurrezione. Nel discorso a Gerusalemme Pietro pone in luce il contrasto tra l’agire degli uomini, di rifiuto e rinnegamento nell’uccidere Gesù e l’azione potente del Dio di Abramo e dei padri che non lo ha lasciato nell’oscurità della morte ma lo ha ‘rialzato’. A Lui l’Abbà, Gesù ha affidato tutta la sua vita rivolgendosi consegnandosi nel momento della morte (Lc 23,46). E il Padre lo ha risuscitato dai morti. Con il suo intervento di potenza e di vita il Padre ha portato a compimento – dice Pietro – ‘ciò che aveva annunziato per bocca di tutti i profeti, che cioè il Cristo sarebbe morto’.  La sofferenza, la passione e la morte di Cristo sono così viste come adempimento di quel farsi vicino di Dio all’umanità per vie ‘che non sono le vostre vie’. E pone l’esigenza di un cambiamento, di una trasformazione della vita accogliendo il Santo e il Giusto e seguendo le tracce del suo cammino.

Di questo anche parlano i racconti delle apparizioni di Gesù. Queste pagine possono essere lette come tentativo di comunicare quell’indicibile esperienza di incontro in modo nuovo con il crocifisso dopo la sua morte. E sono anche indicazioni su come possiamo incontrarlo nella nostra vita.

Luca presenta un incontro con il Risorto a Gerusalemme, là dove tutto era iniziato e dove ora gli undici insieme ad altri, sono provocati ad aprirsi ad un modo nuovo di incontrare Gesù. La prima preoccupazione sta nell’affermare che il Risorto è il medesimo  Gesù visto sulla croce e che la sua presenza è viva e reale. Gesù è veramente risorto.

Luca intende contrastare interpretazioni puramente spiritualistiche, presenti probabilmente all’interno della sua comunità di persone provenienti dalla cultura greca, di chi disprezzava la corporeità e pensava la risurrezione solamente come immortalità dell’anima. L’esperienza dell’incontro con il risorto conduce a scoprire che Gesù non è un fantasma.

Nel racconto Gesù invita a toccarlo e guardarlo, ad incontrarlo in una vita che comprende tutte le dimensioni della sua persona. ‘Sono proprio io’. Il risorto è colui che riporta in una condizione nuova anche tutto ciò che attiene alla corporeità dell’esistenza umana. In contrasto con una religiosità tutta centrata nel ‘salvare l’anima’ Gesù propone ai suoi di assumere il movimento che ha segnato tutta la sua vita, di entrare nella logica dell’incarnazione, di far continuare quella forza di trasformazione della realtà che Lui ha testimoniato nei suoi gesti di cura, di tenerezza iniziando una storia diversa segnata dall’amore che rinnova e trasforma.

Chiede di mangiare con i suoi e torna a tavola: richiama i tanti gesti di condivisione e di accoglienza degli esclusi vissuti nel suo cammino terreno nelle tavole delle case attorno alle quali radunava marginali e irregolari. In questo gesto sta il significato della condivisione e del suo stare in mezzo alla sua comunità ora in modo nuovo, che richiede uno sguardo rinnovato, e rinvia ad incontrarlo nella storia e nella vita laddove si attua la condivisione.

Gesù in mezzo ai suoi offre loro anche un’importante indicazione sui luoghi in cui ritrovare la sua presenza di Risorto. Apre infatti loro la mente all’intelligenza delle Scritture: invita a ritornare alle Scritture e scoprire il disegno di fedeltà di Dio nella storia: quello è un luogo in cui incontrare il Risorto. Il mangiare insieme e la condivisione concreta del pane della vita è ancora luogo d’incontro.

Ed ancora l’essere radunati dal suo saluto: ‘Pace a voi’. Il dono del risorto e il saluto della pasqua è il saluto della pace. E’ questo l’orizzonte entro il quale poter vivere oggi l’esperienza del Risorto che ci fa suoi testimoni.

Alessandro Cortesi op

Non sono fantasmi

Non sono un fantasma… L’incontro con Gesù risorto rinvia i discepoli a scorgere l’importanza della corporeità. L’incontro con lui passa attraverso i corpi crocifissi di quanti subiscono la violenza e l’ingiustizia come lui.

Il pensiero non può non andare a uomini e donne sottoposti nelle diverse aree del mondo a  situazioni di violazione di diritti umani fondamentali. Non sono fantasmi: chiedono e implorano di essere accolti alla tavola in cui condividere parte dei beni della terra. E’ implorazione di condividere, il pane, in questo tempo della pandemia è richiesta di condividere i vaccini che possono evitare morte e sofferenza.

Non si può tacere di fronte ad una politica  europea e italiana che continua i respingimenti di esseri umani in violazione delle norme fondamentali di rispetto dei diritti e di soccorso. Anche in questi giorni continuano a giungere notizie non solo di naufragi dei gommoni pieni di persone che tentano di raggiungere l’Europa, ma anche di respingimenti attuati contro donne, bambini trattando persone in cerca di rifugio con la violenza e il disprezzo. Tutto questo dovrebbe suscitare l’indignazione e la reazione di tutti e delle comunità cristiane in particolare proprio in questo tempo di pasqua in cui si guarda al mistero della risurrezione del crocifisso,

Anche in questi giorni è stato documentato come avvengono i respingimenti di persone inermi abbandonando alla deriva barche con persone che implorano (cfr Nello Scavo, Grecia, le immagini choc di un altro respingimento in mare, “Avvenire” 14 aprile 2021)

Mentre accade questo in Libia il poliziotto trafficnate di uomini Bija viene non solo scarcerato per mancanza di prove relativamente ed accuse connesse al traffico di esseri umani e di commercio illegale di petrolio, ma anche promosso al grado di maggiore della cosiddetta guardia costiera libica: è accusato dalla Corte dell’Aia di crimini contro i diritti umani in quanto responsabile della gestione di traffici e di violenze e torture nei campi di detenzione dove i migranti sono trattenuti e sottoposti a torture e sevizie nell’area di Zawyah. (cfr. documentazione a cura del giornalista Nello Scavo)

Il Centro Astalli non cessa di ricordare ad ogni evento il dramma di tante persone e l’urgenza di cambiare orientamento di fronte ai migranti: nel comunicato stampa del 20 gennaio 2021 si legge  “Ogni giorno ascoltiamo di torture e violenze nei racconti dei migranti che incontriamo al Centro Astalli. Dalla Libia le persone non hanno altra possibilità che tentare di fuggire: la situazione che descrivono è di un clima generalizzato di violenza e terrore. È evidente che c’è un problema molto serio di gestione delle frontiere da parte degli Stati europei e di un’inerzia intollerabile da parte delle istituzioni nazionali e sovranazionali. Le isole greche, i Balcani, la frontiera della Spagna e il Mediterraneo centrale, pur essendo contesti giuridicamente diversi, sono sempre più luoghi di morte. Non è possibile continuare a ignorare l’ecatombe che si consuma alle porte di casa nostra”.

E’ sconcertante che in questa situazione si siano ascoltate in sede di incontro ufficiale tra governo italiano e il nuovo governo libico espressioni da parte italiana di “soddisfazione per quello che fa la Libia nei salvataggi” (cfr. F.Mannocchi, Grandi affari in Libia: una torta da 450 miliardi di dollari. E l’Italia prova a giocarsi la partita, “L’Espresso”, 9 aprile 2021)

E tutto ciò mentre il governo italiano appare più preoccupato a favorire il commercio delle armi che vede in questi giorni la consegna all’Egitto della fregata multimissione Fremm, fornitura peraltro mai sottoposta alla verifica della Camera, confermando legami di interesse con un paese in cui sono in atto violazioni a livello generalizzato di diritti umani.

Scelte che favoriscono e assecondano violenza e scelte di commercio degli armamenti si manifestano in totale contrasto al riconoscere che l’umanità di Cristo va riconosciuta nei volti umani delle vittime dell’ingiustizia e dei torturati e dovrebbero suscitare un moto di reazione da parte di ogni credente in Cristo.     

Una valutazione della situazione generale aiuta anche a scorgere come sia urgente cambiare la narrazione riguardante la realtà delle migrazioni e delle richieste di asilo in Italia. Nell’ultimo anno si è registrato un calo delle richieste di asilo (-39%) e un aumento dei dinieghi: “Nel 2020 sono state presentate 26.963 domande d’asilo, in calo del 39% rispetto al 2019. Sul totale delle richieste esaminate dalle Commissioni territoriali per l’asilo (41.753), ben il 76% ha ricevuto un diniego; solo l’11,8% ha ottenuto il riconoscimento dello status di rifugiato e il 10,3% la protezione sussidiaria. Infine, meno del 2% ha avuto la cosiddetta ‘protezione speciale’” (Ilaria Sesana, Migrazioni quei rifugiati senza protezione, “Avvenire”, 15 aprile 2021).

Come sottolineare il prof. Maurizio Ambrosini (Chiari i dati e la realtà socio-economica. Immigrazione uguale crescita, “Avvenire” 10 aprile 2021 ) si dovrebbe radicalmente cambiare il modo di vedere la presenza dei migranti anche in questo momento di generale difficoltà nella realtà italiana. La sua analisi basata sugli studi dell’Istituto Cattaneo curato da Asher Colombo e Gianpiero Dalla Zuanna rileva innanzitutto che “dalla crisi del 2008 i flussi migratori verso l’Italia hanno perso vigore, fino a toccare nel 2020 il livello minimo degli ultimi decenni, con un saldo positivo di appena 80mila unità, nascite comprese (…) negli ultimi trent’anni gli arrivi dall’estero hanno largamente sostituito l’immigrazione interna nelle regioni centro-settentrionali, fornendo un contributo decisivo alla crescita del bacino di lavoratori manuali a disposizione di imprese e famiglie…”.

“La ‘gelata’ dell’immigrazione negli ultimi anni è una conseguenza della stagnazione dell’economia italiana. Lo sviluppo economico invece è associato all’immigrazione: la attrae, la impiega, ne trae beneficio. Già oggi l’immigrazione si concentra nelle regioni più prospere, con più occupazione e più benessere per i nativi. Basti pensare a quello che succede in ambito familiare: per ogni donna adulta di classe media che trova un lavoro stabile fuori casa, vi sono buone probabilità che a casa sua si generi almeno un mezzo posto di lavoro, e che a beneficiarne sia una donna immigrata. Se vogliamo riprendere a crescere, avremo bisogno d’immigrati. Se arriveranno, vorrà dire che avremo ripreso a crescere”.

Sono osservazioni che anche da un punto di vista di analisi della vita sociale dovrebbero far riflettere in vista di un radicale cambio di direzione nelle politiche migratorie, da orientare innanzitutto nel rispetto dei diritti umani ed in una lungimirante visione della vita sociale di un Paese e nel quadro internazionale.

Alessandro Cortesi op

IV domenica di Quaresima – anno B – 2021

Crijn Hendricksz Volmarijn, “Cristo e Nicodemo”

2Cr 36,14-16.19-23; Ef 2,4-10; Gv 3,14-21

La IV domenica di Quaresima si apre con un invito alla gioia. La prima lettura offre una sintesi del percorso dell’incontro con Dio: da un lato un dono di alleanza da parte di Dio per mezzo di inviati e messaggeri. Ma spesso i profeti hanno trovato indifferenza e ostilità. Alla premura e cura di Dio corrisponde il rifiuto e il disprezzo. A fronte di tale incomprensione la Bibbia presenta la reazione di Dio come appassionata indignazione per tale chiusura e insensibilità. Ma proprio il secondo libro delle Cronache si conclude con un rinnovato gesto di fedeltà di Dio, che per mezzo dell’opera di un re pagano Ciro apre al popolo d’Israele la via del ritorno e della liberazione dall’esilio.

Il dialogo tra Gesù e Nicodemo sorge dalla curiosità di questo maestro ebreo e conoscitore delle Scritture che si reca ad incontrare Gesù di notte. Riconosce in Gesù un uomo venuto da Dio perché si è lasciato interrogare dai segni che compie e forse avverte nella sua vita la nostalgia di nuovi inizi anche se intende interrogarsi su di sé senza che gli altri lo notino. Gesù indica che vedere il regno di Dio è possibile solo per coloro che nascono dall’alto. Nascere dall’alto significa un nascere interiormente accogliendo il dono dello Spirito: è per questo un nascere nuovo. In questa accoglienza si attua così un giudizio che si svolge nel cuore di quanti si trovano di fronte a Gesù:

“Dio infatti ha tanto amato il mondo da dare il suo Figlio unigenito, perché chiunque crede in lui non muoia, ma abbia la vita eterna. Dio non ha mandato il Figlio nel mondo per giudicare il mondo ma perché il mondo si salvi per mezzo di lui.”

Gesù con i suoi gesti rende vicino il Dio che ama il mondo. Davanti a lui non si può rimanere indifferenti. Vi è una chiamata a prendere posizione davanti a lui ed in questo si compie un giudizio. Accogliere Gesù porta ad accogliere la luce in contrasto con le tenebre.

Credere in lui non è solo atto intellettuale né si esaurisce unicamente in indicazioni morali. ‘Credere’ nel IV vangelo è movimento che coinvolge l’intera esistenza, cuore e vita, e pone in un cammino di incontro e di cambiamento. Affidarsi a lui è via per ricevere in lui la vita eterna: è una comunione che inizia nella storia e si apre al rapporto vivo per sempre con Dio.

Gesù a Nicodemo propone un movimento di innalzamento: Gesù gli propone una rinascita, che nonostante la sua età deve compiersi dall’alto e di nuovo, una nascita che può iniziare solamente se ci si rivolge a Gesù così come nel deserto il popolo d’Israele si rivolgeva al serpente posto in alto sull’asta da Mosè (Num 21,4-9): era quello un segno di guarigione e di salvezza, punto di riferimento della speranza di tanti che soffrivano in preda alla malattia.

“Come Mosè innalzò il serpente nel deserto, così bisogna che sia innalzato il Figlio dell’uomo, perché chiunque crede in lui abbia la vita eterna” (Gv 3,14-15)

Il IV vangelo legge la croce come innalzamento. Gesù è posto, lui il condannato, su di una posizione più alta di tutti gli altri: se la croce è il segno del fallimento, Gesù morendo in quel modo manifesta il volto dell’amore di Dio che giunge al segno supremo. Dallo sguardo a Gesù sgorga un interrogativo per tutti coloro che lo seguono: chiede una scelta di affidarsi a lui assumendo la sua via. E proprio in questa scelta si compie un giudizio ed una nascita dall’alto e di nuovo. Sotto la croce si compie un raduno nuovo: “Quando sarò innalzato da terra attirerò tutti a me” (Gv 12,32).

Alessandro Cortesi op

Nicodemo

“Nella Chiesa nuova alla man dritta c’è del suo nella seconda cappella il Christo morto, che lo vogliono seppellire con alcune, a olio lavorato; e questa dicono che sia la migliore opera di lui” così scriveva nel 1642 Giovanni Baglione nella sua descrizione de Le vite de’ pittori, scultori et architetti  dal pontificato di Gregorio XIII dal 1572 in fino ai tempi di papa Urbano VIII nel 1642. Il riferimento è ad una tela di Jacopo Merisi detto il Caravaggio dipinta tra 1602 e 1603 e collocata sopra l’altare in una cappella della chiesa di santa Maria in Vallicella (Chiesa nuova) nel centro di Roma. La chiesa era officiata dalla comunità degli oratoriani fondati da san Filippo Neri. La nobile famiglia Vittrice aveva una cappella nella chiesa ed aveva commissionato l’opera a memoria di un parente defunto, Pietro. E Caravaggio dipinse la tela nei primi anni del 1600. Ora la tela è conservata nei Musei vaticani.

Si tratta di un quadro di ampie dimensioni. – tre metri di altezza per circa due di larghezza – in cui la scena raffigurata non è il momento della crocifissione né la sepoltura, ma il momento della deposizione di Gesù dalla croce. Un gruppo di discepole e discepoli è così raccolto attorno  al corpo di Gesù che viene poggiato su di una pietra dove si sarebbe proceduto alla cura e unzione.   

Al centro del dipinto sta il corpo di Gesù esanime avvolto in un lenzuolo con cui è stato calato dalla croce, sostenuto da due figure maschili. Una a sinistra dal volto più giovane è Giovanni, il discepolo amato, che regge con le sue braccia il corpo di Gesù ed è proteso con il suo sguardo a fissare il volto del maestro mentre la mano sinistra si avvicina. toccare la ferita del costato. L’altra figura di uomo in primo piano può essere identificata con Giuseppe di Arimatea, membro del sinedrio che attendeva il regno di Dio e che chiese a Pilato il corpo di Gesù (Mc 15,43) o secondo altri è proprio Nicodemo, il maestro d’Israele che si recò da Gesù nella notte (cfr. Gv 3,1-2; 19,39-40). Con le braccia raccolte una sull’altra regge le gambe di Gesù accompagnando il movimento della deposizione del corpo sulla pesante pietra verso cui scende il lenzuolo bianco e su cui saldamente poggiano i suoi piedi e le gambe robuste.

In un secondo piano si scorgono i volti di alcune donne: si distingue Maria, la madre di Gesù con il capo coperto da un velo che contorna il volto raccolto in uno sguardo tutto concentrato su Gesù: è raffigurata con le braccia aperte quasi ad abbracciare nello star vicina al corpo abbandonato del figlio. Espressione di silenzio, di dolore e di attesa. Accanto a lei Maria di Magdala è in pianto ed è fissata nel momento in cui si sta asciugando le gote recando con la mano un fazzoletto a tergere le lacrime che le rigano il viso. Con gli occhi rivolti al cielo e le braccia aperte verso l’alto è poi una terza figura di donna, Maria di Cleofa. Il suo gesto suggerisce preghiera e grido rivolto al cielo ma anche dà all’intera composizione il dinamismo di una salita verso l’alto. Sono presenti quindi le donne che avevano seguito Gesù fino alla croce e con loro Giovanni il discepolo amato, vestito di una tunica verde avvolto in un mantello di colore rosso e Nicodemo. I volti delle donne e dei due uomini che sorreggono il corpo di Gesù compongono insieme quasi un movimento che discende a cascata dall’angolo a destra e giunge al corpo di Gesù proseguendo nel gesto del braccio. La pietra di marmo in primo piano è raffigurata con l’angolo rivolto a chi guarda, quasi ad uscire dal quadro stesso. Tutte le figure poggiano su quella pietra, pietra del sepolcro e dell’unzione.

L’intera composizione manifesta una discesa ma anche un ascendere, proprio a partire da quella pietra su cui tutti stanno appoggiati e che regge ogni dolore e ferita. Quella pietra è infatti la pietra d’angolo che evoca il salmo 118,22: la pietra scartata dai costruttori è divenuta la pietra d’angolo’ (cfr Mt 21,33-43). Vi sono poi alcuni particolari che possono essere notati: innanzitutto il corpo di Gesù non reca i segni della tortura e del sangue, è un corpo pulito e luminoso. La luce che attraversa il dipinto scende dall’alto a destra ad illuminare il corpo abbandonato. La sua mano rilasciata verso il basso giunge a sfiorare la pietra ed arriva sino ad indicare una pianta che cresce al di sotto della pietra, la medesima pianta che viene raggiunta anche dal lembo del lenzuolo bianco e luminoso che avvolge il corpo deposto. E’ una pianta verde e viva, che si contrappone ad un’altra pianta con le foglie appassite all’altro lato della pietra. La pianta verde è un segnale posto nel punto più basso del dipinto che indica la vita e la risurrezione.

In questo quadro Caravaggio viene ad esprimere un grande messaggio che comunica anche a chi osserva la tela proprio attraverso lo sguardo di Nicodemo che rivolge il suo volto dall’alto in basso a chi guarda dall’esterno. Mentre i discepoli sono fuggiti e hanno abbandonato Gesù solamente le donne e il discepolo amato lo hanno seguito e con loro è presente sotto la croce il maestro inquieto e curioso, Nicodemo. Al suo sguardo sembra che sia affidato un messaggio che corrisponde a quanto apprese da Gesù nella notte in cui si recò a presentargli i suoi dubbi e la sua ricerca.  In quel dialogo Gesù gli aveva parlato di un innalzamento; in quel dialogo Gesù gli aveva detto qualcosa di difficile da comprendere, l’esigenza di un rinascere di nuovo e dall’alto. Nicodemo in questo momento fissato da Caravaggio si trova ad accompagnare il corpo di Gesù nella morte vero il basso ad essere deposto sulla pietra. Ma quella pietra scartata dai costruttori è testata d’angolo di una nuova costruzione, di vita. La pianta viva e il lenzuolo bianco, la luce radiosa che illumina il corpo esanime ma con i tratti di chi si è abbandonato al Padre recano l’annuncio della luce che irrompe nel buio, della vita che vince la morte, di una pietra che diviene base di una costruzione di pietre viventi, di comunione. Nel volto di Nicodemo Caravaggio riporta un ritratto di Michelangelo (artista che aveva vissuto un secolo prima di lui e a cui Caravaggio si riferisce anche richiamando nel corpo di Cristo la medesima postura del corpo abbandonato del Cristo della Pietà di Buonarroti). Forse anche a dire che l’arte può aiutare ad accompagnare a scorgere la luce.

E’ una scena di morte, ma anche di vita, di rinascita he porta con sé a rinascere in modo nuovo, dall’alto, coloro che sono accanto a Gesù nel suo abbassamento fino alla morte di croce. Nicodemo piegato e affaticato nel suo rivolgersi a coloro che osservano sembra comunicare loro il suo comprendere proprio in quel momento quanto Gesù gli aveva confidato nella notte in cui lo aveva incontrato accogliendo la sua inquietudine e gli aveva indicato una strada: Dio ha tanto amato il mondo che ha donato il suo Figlio Unigenito, affinché chiunque crede in Lui non perisca, ma abbia vita eterna. La luce è venuta nel mondo aveva detto Gesù a Nicodemo. Ed ora questa luce si rende viva e presente nel corpo senza più forze di Gesù stesso. Nicodemo è chiamato ad offrire le sue energie per accogliere quella luce e ‘vedere il regno di Dio’.  Nel dialogo Gesù gli aveva indicato che questione essenziale è ‘vedere il regno’ cioè la presenza di Dio nel mondo e in Israele. E per questo è necessario rinascere dall’alto. L’identità di Gesù è tutta in rapporto al regno e incontrare lui implica cambiare idee sul modo religioso di vedere Dio. Gesù aveva indicato a Nicodemo la via di una rinascita, non dal basso, con le proprie forze, ma dall’alto, accogliendo un dono. E’ paradossale che la sua rinascita dall’alto stia avvenendo in rapporto con Gesù che egli sta accompagnando nel suo abbassarsi. Nascere di nuovo è una novità. Sulla croce Gesù è stato umiliato, ma anche posto in alto al di sopra di tutti: ora sta  già facendo irruzione la luce e la vita nuova. Attorno a Gesù è raccolta la prima chiesa, inizio del regno. Lo sguardo di Nicodemo invita ad entrare in questa convocazione, ad accogliere quella parola che in una lontana notte egli ascoltò da Gesù. C’è una luce da accogliere più forte del buio, c’è una vita che vince la morte. Gesù, la pietra scartata, è principio di comunione nuova.  

Alessandro Cortesi op

II domenica di Quaresima – anno B – 2021

Gen 22,1-18; Rom 8,31-34; Mc 9,1-9

Tre pagine segnano la seconda tappa del cammino di quaresima: una pagina di fede e di alleanza (la legatura di Isacco), una pagina di invito a vivere non per se  stessi ma nello Spirito (Paolo ai Romani), una pagina di luce che illumina il cammino di Gesù e indica la Pasqua come dono di luce.

Nel cammino di Gesù che sarà la via della croce, la trasfigurazione è segno carico di annuncio e di speranza: prepara i discepoli allo scandalo della passione e morte di Gesù ed offre loro una luce per comprendere che proprio la via della croce è la via della risurrezione e della gloria. “fu trasfigurato”, dice Marco: Dio è il soggetto di questo evento di un volto luminoso. Non la metamorfosi di un dio che prende forme umane come nei racconti pagani, ma la lucentezza del volto umano di Gesù in cui traspare la presenza di Dio stesso.

Le vesti splendenti e bianche, come nessun lavandaio potrebbe renderle, sono il segno di una condizione celeste, di vicinanza unica a Dio. Accanto a Gesù sono i tre discepoli. Sta qui un indizio che rinvia alla passione e morte di Gesù perché i medesimi tre, i suoi più vicini, saranno con lui nell’orto del Getsemani (Mc 14,33) e si lasceranno prendere dal sonno nel momento della prova.

Mosè e di Elia invece sono personaggi del passato: di essi si attendeva il ritorno (cfr. Mal 3,22-24). Mosè, la grande guida dell’esodo ed Elia, profeta della fede, racchiudono nella loro presenza il riferimento all’intero cammino d’Israele alla storia di un’alleanza che non viene meno, all’unica storia della salvezza. Gesù va compreso all’interno di una storia in cui Dio si china e si fa vicino al suo popolo.

Di fronte allo splendore ed alla luce i discepoli sono presi dallo spavento. Pietro aveva riconosciuto in lui il Cristo ed era stato invitato a seguirlo. Ora propone di fare tre tende, con allusione alla festa ebraica delle capanne, che anticipa il riposo della fine dei tempi. Ma non è questo il momento della gioia e del riposo, è invece questo il tempo dell’ascolto. Inoltre la tenda rinvia al luogo della dimora: ora la dimora è la stessa umanità di Gesù, è lui nuova casa e luogo verso cui andare.

La nube che avvolge nell’ombra richiama la presenza di Dio nel deserto (Es 16,10; 24,18) e la voce dall’alto invita all’ascolto: “Questi è il Figlio mio prediletto: ascoltatelo”. Come al momento del battesimo al Giordano la voce indica l’identità di Gesù il Figlio, l’amatissimo. Ora essa è rivolta ai discepoli e richiama all’ascolto (cfr. Dt 18,15). Sull’Oreb Dio si era comunicato a Mosè indicandogli le sue vie, ora su un monte alto – con allusione al monte del sacrificio d’Isacco – Gesù è manifestato come ‘il Figlio’. La voce richiama i discepoli a rivolgersi a lui e ad ascoltarlo lasciandosi coinvolgere.

Sul volto del servo sofferente che percorre la via della croce sono invitati a scorgere i tratti del Figlio amatissimo, lo svelamento del volto di Dio come amore. La trasfigurazione è dono di luce che fa scorgere il volto di Dio amore e rivela anche come la nostra esistenza può essere trasfigurata nell’ascolto di lui e della sua parola.

Alessandro Cortesi op

Raffaello Sanzio, Trasfigurazione – 1520

Un’opera d’arte nel cammino di Quaresima

Il dipinto della Trasfigurazione di Raffaello è una delle sue ultime opere ed è datata al 1520. E’ un quadro a tempera su tavola di grandi dimensioni 4 metri per quasi 3 metri di larghezza. Fu commissionata per la cattedrale di Narbona nel 1517 dal card. Giulio de Medici che aveva anche affidato a Sebastiano del Piombo il compito di dipingere una risurrezione di Lazzaro.

Nella parte superiore del quadro è raffigurata la figura di Gesù sospesa nel cielo tra le nubi con le braccia aperte ed alzate verso l’alto e le mani spalancate. La sua veste bianca appare mossa da un vento che soffia gonfiandola e ne fa svolazzare i lembi. Alla destra di Cristo c’è Mosé che reca nelle sue mani le tavole della legge e alla sinistra Elia con in mano un grande libro.  Anch’essi sono come sospesi e sollevati dal vento in un’atmosfera di tensione verso la figura di Cristo e di ascolto.

Al di sotto di Cristo su di un pianoro roccioso sono raffigurati gli apostoli, Pietro Giacomo e Giovanni. Le loro vesti hanno i colori che rinviano alla fede alla speranza e alla carità e parlano di un quadro carico di simbolismi. Sono rappresentati su di un piano alla sommità di un colle elevato, allusione al monte della trasfigurazione. Le loro posture sdraiate e alla ricerca di riparo indicano i gesti di chi è preso da un forte disorientamento: appaiono come investiti da un grande bagliore e sono quasi tramortiti da un evento che li getta a terra e li rende incapaci di sopportare la luce.

Alla sinistra quasi nascosti emergenti tra gli alberi vi è la presenza di altre due enigmatiche figure, forse riferiemnto a due santi patroni locali, in atteggiamento di meraviglia mentre a destra sullo sfondo è rappresentato un tramonto che tutto tinge di rosa sopra un panorama di fiumi, colline e con il profilo di una città in ultimo piano.

Nella parte inferiore del dipinto la scena è invece occupata da un gran numero di persone. Si può scorgere un gruppo di nove uomini sulla sinistra che possono essere identificati con gli apostoli che non hanno seguito Gesù sul monte. Un altro gruppo sulla destra è composto di donne e uomini con atteggiamenti di richiesta e supplica e al centro un giovane sorretto nella sua condizione di sofferenza: appare in preda ad una crisi epilettica. Coloro che lo accompagnano indicano il giovane, presentato nei vangeli come posseduto da uno spirito muto che stanno portando da Gesù. Questo incontro è narrato nei vangeli sinottici subito dopo che Gesù è sceso dal monte (Mc 9,14-29). Le persone che lo accompagnano sono spaventate e alla ricerca di un aiuto: hanno sguardi smarriti e imploranti e qualcuno indica il ragazzo. Altre braccia si levano anche dal gruppo degli apostoli ad indicare verso l’alto. Al centro in posa statuaria, rappresentata in ginocchio e di spalle in un movimento di torsione, una figura femminile si rivolge agli apostoli e fa segno in direzione opposta verso il ragazzo con gli indici a lui rivolti.

C’è un grande movimento in questi gruppi ma anche un senso di buio e di smarrimento che permea volti e sguardi e contribuisce ad offrire l’impressione di paura, agitazione e sconforto. Il buio è anche sottolineato dal colore scuro della costa del monte che costituisce lo sfondo della scena. E’ momento di esperienza del male che deturpa il volto bello e fresco di un giovane e lo rende sfigurato teso, con gli occhi sbarrati e rivoltati verso l’alto.

I critici d’arte hanno discusso sull’attribuzione del dipinto ad altri artisti oltre a Raffaello a partire dalla suddivisione del dipinto in due livelli e vi è stato chi ha pensato ad una collaborazione di altri nella composizione dell’opera. Benché non sia esclusa l’ipotesi della presenza di altre mani oltre a quelle di Raffello la progettazione della struttura del quadro va attribuita a lui quale sua ultima opera. come anche dice il Vasari che “di sua mano continuamente lavorando la ridusse ad ultima perfezione”.

Sta forse proprio in questa scelta di avere unito insieme due scene dei vangeli l’indicazione di un messaggio teologico che l’opera offre a chi la osserva. Un critico ha suggerito di leggere questo episodio del livello inferiore non come descrizione della guarigione dell’indemoniato ma come un precedente tentativo di guarirlo da parte degli apostoli rimasti nella pianura mentre Gesù era salito sul monte con gli altri tre ( M.Calvesi, Oltre Raffaello. aspetti della cultura figurativa del 500 romano, Roma 1984, 33-41).

Tale indicazione può essere interessante per scorgere nel quadro di Raffaello la scelta di aver posto insieme lo sguardo alla paura e allo smarrimento, alla perdita di felicità che il male arreca nella vita umana. Lo spirito muto che si è impadronito del ragazzo è una forza di dominio e oppressione. Da qui la preoccupazione e l’angoscia dipinta sui volti del ragazzo e dei suoi familiari. Dall’altro il dipinto conduce a scorgere la luce abbagliante che è dono del cammino di Gesù: nel suo percorso verso la croce (e il gesto delle mani alzate evoca la vicenda della condanna e della crocifissione) donando se stesso al Padre e ai suoi Gesù non solo si è posto nella linea dell’alleanza di Dio che si è comunicato a Mosè e nelle parole dei profeti, ma ha rivelato la chiamata profonda a cui ogni uomo e donna è chiamato, l’essere rivestito nella propria umanità del dono di vita che viene da Dio, la sua luce. Il volto umano di Gesù trasfigurato si contrappone ad ogni male che sfigura il volto di chi soffre. La luce e le vesti bianche sono promessa di una chiamata e di un destino di stare accanto a lui.

Il profilo di Gesù con le braccia aperte con il vento che scompone le sue vesti è rinvio al Risorto nel suo salire al cielo: è il Gesù con il volto pasquale di crocifisso risorto. Il buio del male e di tutte le forze che opprimono la vita umana non sono l’ultima parola, ma vengono sconfitte dalla luce che proviene dal volto trasfigurato di Gesù che reca in sé ogni volto. Nel dipinto un particolare colpisce: gli sguardi di tutti i personaggi coinvolti sono rivolti o da una parte o dall’altra ma non verso la figura di Gesù con le vesti bianche e luminosa, nuovo Adamo in cui l’umanità trova il suo compimento. Solamente il ragazzo preda dello spirito muto rivolge lo sguardo verso l’alto. Gesù nella luce della risurrezione è colui che prende con sè chi è vittima delle forze di male ed è fonte di liberazione.

Forse proprio la figura di donna al centro del dipinto di spalle che indica agli apostoli con le due braccia il fanciullo può essere letta come indicazione – per lo spettatore che guarda e a cui ella volge le spalle – di un percorso da vivere: il gesto della sua mano tesa ad indicare il fanciullo trova proseguimento in certo qual modo nella direzione indicata dal braccio teso verso l’alto del ragazzo.  Può essere letto come invito ad accogliere l’angustia e la sofferenza di chi è in preda al male ed in questo com-patire aprirsi alla fede nella forza liberante che viene da Gesù e dal Dio dell’alleanza. Il suo volto luminoso che ha attraversato la sofferenza è dono per ogni uomo e donna perché compiano la propria umanità lottando contro il male seguendo la sua strada.  

Nell’incontro con il ragazzo epilettico il vangelo di Marco presenta un dialogo in cui emergono aspetti centrali di tutto il vangelo. Il padre del ragazzo chiede a Gesù: ‘Se tu puoi qualcosa abbi pietà di noi e aiutaci’. Gesù risponde ‘se tu puoi! tutto è possibile a chi crede’ e il padre ancora: credo aiuta la mia incredulità’.

Nell’opera di Raffaello si può forse scorgere un invito a questo affidamento di ‘credere nell’incredulità’, in un cammino in cui la vicinanza a chi soffre si fa via per aprirsi al dono di luce del volto di Gesù: è lui che accoglie il grido che sale dalle vittime di ogni male ed apre ad una comunione di luce.

Alessandro Cortesi op

V domenica di Quaresima – anno A – 2020

0A711DC2-39F3-42E8-9C55-09682AF5E42EEz 37,12-14; Rom 8,8-11; Gv 11,1-45

Nel capitolo 11 del IV vangelo il ‘segno’ della vita, dell’uscita dal buio del sepolcro, segue ai segni del vino a Cana, dell’acqua con la donna di Samaria, della luce nell’incontro con il cieco.

Gesù, informato he il suo amico Lazzaro è morto attende e non si reca subito da lui. In questo intende offrire un messaggio: ‘questa malattia non è per la morte ma per la gloria di Dio’. Il ‘segno’ della vita di Lazzaro è orientato a far comprendere che la persona di Gesù è presenza di vita. Nella sua presenza c’è il dono di un profumo che vince l’odore della morte. In lui si può incontrare la vicinanza del Padre che vuole la vita. Nel credere come affidarsi in lui, una vita nuova può essere scoperta sin da ora: ‘Chi crede è passato dalla morte alla vita’.

Gesù dice a Marta. ‘tuo fratello risusciterà’. E ciò costituisce una conferma della fede di Marta che gli risponde: ‘So che risusciterà nell’ultimo giorno’. Ma Gesù le propone un affidamento più profondo e radicale: ‘Io sono la risurrezione e la vita; chi crede in me, anche se muore vivrà’. Ogni segno nel IV vangelo è orientato a condurre all’unico grande segno in cui Dio rivela la sua gloria: la morte sulla croce di Gesù, ora di rivelazione del volto di un Dio che si è umanizzato e che s’incontra nell’amore.

Gesù propone a Marta non solo di vivere la fede nella risurrezione nell’ultimo giorno, ma di vivere sin d’ora un’esperienza di vita nuova nell’incontro con lui, nell’uscire dalle chiusure e camminare sulla sua via. Per Marta – e per ognuno di noi – è già ora presente la possibilità di una vita nuova, l’esperienza della risurrezione. Gesù guida Marta ad aprirsi non solo al superamento di una mentalità che vede la vita chiudersi con la morte ma la invita anche ad uscire fuori, come grida a Lazzaro ‘Vieni fuori’.

Gesù fa uscire Lazzaro dal sepolcro: nella mentalità semitica era questo l’ingresso nello Sheol, l’ambiente delle ombre: ‘Non gli inferi ti lodano Signore, né la morte ti canta inni; quanti scendono nella fossa non sperano nella tua fedeltà. Il vivente, il vivente ti rende grazie, come io faccio quest’oggi’ (Is 38,18-19).

Uscire fuori da ogni dominio e oppressione è possibile a chi scopre che in Gesù la morte è stata vinta e il dono della risurrezione, dono dell’incontro con lui è realtà già in atto nella nostra esistenza e già ha inizio nel presente.

Paradossalmente dopo il segno di Betania cresce l’opposizione contro di lui: proprio di fronte a gesti di vita si prepara la sua morte. Betania è così luogo di morte e di vita. Di fronte alla morte Gesù è turbato e reagisce opponendosi a tutto quello che essa comporta. Negli elementi presenti nel racconto si può scorgere già in filigrana l’annuncio della risurrezione di Gesù: le lacrime di chi piange alla tomba, il sepolcro e la pietra, le fasce, l’invito a ‘lasciar andare’. Il segno di Lazzaro rinvia così al segno definitivo, la morte di Gesù sulla croce. E’ questo il momento in cui si rende visibile il volto di Dio, la sua gloria come amore: nel suo morire, avendo amato fino alla fine, Gesù rende visibile una vita che va oltre la morte. La via di fedeltà all’amore e al servizio è strada che non va verso la chiusura e il buio ma va verso la vita.

Alessandro Cortesi op

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Respiro

Non attendere che Dio su te discenda/ e ti dica «Sono»./ Senso alcuno non ha quel Dio che afferma/ l’onnipotenza sua./ Sentilo tu nel soffio, onde Egli ti ha colmo/ da che respiri e sei/. Quando non sai perché t’avvampa il cuore:/ è Lui che in te si esprime. (18.05.1898 Viareggio – Rainer Maria Rilke – 1875-1926 – Poesie giovanili 1895-1898, a cura di G.Baioni A. Lavagetto, Einaudi, Biblioteca della Pléiade 1994)

E’ una riflessione amara e triste quella di questi giorni, di fronte ad uno scenario di morte. L’epidemia che divampa in tutto il mondo è impressionante perché toglie il respiro. Toglie il respiro a coloro che si trovano a lottare nei reparti di terapie intensiva per far entrare un po’ d’ossigeno nei polmoni incapaci, toglie il respiro a tutti coloro che si dedicano, con l’affanno e l’ansia di chi non ha mezzi sufficienti, nell’arginare la sofferenza dei malati. Toglie il respiro a chi rimane a casa, ingabbiato tra le mura domestiche nel desiderio e nella nostalgia dell’aria aperta. Toglie il respiro a chi si espone per motivi di lavoro, di servizio, di cura ad entrare in contatto con altri in un tempo in cui l’invisibile nemico si annida dove non sappiamo, in un piccolo particolare del quotidiano. Chi sta lottando nella malattia testimonia la durezza del cercare il respiro attimo per attimo. Chi sta vivendo l’interruzione del lavoro, di impegni avverte la sospensione dell’aria che dà vita nel venir meno delle risorse, nel pensiero di un futuro incerto e buio.

In questa ricerca di respiro che tutti avvolge indistintamente da origine e cultura, da colore della pelle e appartenenze sociali, da lingua e religione, da condizione di vita ci scopriamo uniti nella medesima umanità e nel legame che ci rende interdipendenti gli uni dagli altri. Un legame che fa avvertire il dolore dell’altro come proprio, la speranza dell’altro come propria, la sofferenza dell’altro come propria. E’ questo forse il respiro della compassione, respiro che è anelito di tanti, di tutti… respiro in cui si fa vicino non il Dio lontano delle religioni e dei sistemi teologici, ma il Dio della vita, il Dio da scrutare nel respiro della terra, nel fiato corto di chi fa più fatica, nel respiro di un’umanità ferita e in ricerca.

Alessandro Cortesi op

III domenica di Pasqua – anno C – 2019

IMG_4009At 5,27-32.40-41; Ap 5,11-14; Gv 21,1-19

La fede dei primi testimoni trova il suo senso e la sua chiave di lettura nella risurrezione, vero centro focale dell’esperienza cristiana.

L’apocalisse per indicare Gesù risorto usa l’immagine dell’agnello: è un agnello immolato che riceve onore e gloria da tutte le creature del cielo e della terra. Nel quarto vangelo Gesù muore mentre nel tempio venivano immolati gli agnelli per la cena pasquale ebraica. L’immagine dell’agnello ferito, ma in piedi, indica Cristo crocifisso e risorto, in cui risplende la gloria del Padre.

Nel libro degli Atti Pietro davanti al sommo sacerdote offre la sua testimonianza di fede centrata sulla pasqua: “Rispose allora Pietro insieme agli apostoli: ‘Bisogna obbedire a Dio piuttosto che agli uomini. Il Dio dei nostri padri ha risuscitato Gesù, che voi avevate ucciso appendendolo alla croce. Dio lo ha innalzato con la sua destra facendolo capo e salvatore, per dare a Israele la grazia della conversione e il perdono dei peccati. E di questi fatti siamo testimoni noi e lo Spirito Santo, che Dio ha dato a coloro che si sottomettono a lui”

Il Dio dei padri ha risuscitato Gesù, ed è lui ora capo e salvatore: Pietro parla della risurrezione come continuità di vita. Colui che è stato incontrato vivente dopo la morte non è un fantasma ma è il medesimo Gesù che ha annunciato la venuta del regno. Il suo annuncio si pone in fedeltà al disegno di salvezza del Dio dei padri nei confronti di Israele e di tutti i popoli.

Pietro per riferirsi alla risurrezione usa delle metafora. Parla di un ‘rialzarsi’ ma anche fa riferimento ad un innalzamento per opera del Padre: ‘Dio lo ha innalzato con la sua destra’. Sono linguaggi diversi per dire che la vita di Gesù Cristo appartiene ad una dimensione ‘altra’ da quella terrena. I cieli in alto si contrappongono alla terra in basso e Cristo ora vive in una dimensione diversa. L’evento della risurrezione va oltre l’esperienza umana: è irruzione della ita di Dio che tocca la storia. Pietro indica Cristo come vicino: è il medesimo Gesù di Nazareth. Nel contempo vive ora come l’innalzato: la sua presenza può essere incontrata in modo nuovo, nell’esperienza del credere.

Il quarto vangelo narra alcune apparizioni di Gesù dopo la Pasqua. In particolare la scena si svolge in tre momenti. All’inizio sta il presentarsi di Gesù a coloro che hanno seguito l’invito di Pietro ‘io vado a pescare’. Poi c’è il gesto di mangiare insieme con i discepoli sulla riva del lago; infine il dialogo con Pietro interrogato sull’amore: ‘mi ami tu?’.

La scena iniziale è posta in una atmosfera quotidiana con la presenza di sette discepoli individuati con precisione: Simon Pietro, Tommaso detto Didimo, Natanaele di Cana di Galilea, i figli di Zebedeo e altri due discepoli. Questi sono presentati nel momento in cui salgono sulla barca tornando alle loro attività consuete. E vivono il fallimento della pesca, ‘ma in quella notte non presero nulla’. Gesù si presenta sulla riva ma non è riconosciuto. Invita a gettare nuovamente le reti dalla parte destra. Nonostante molte interpretazioni possibili è forse augurio di bene (la destra simbolo di buona fortuna). Solamente di fronte alla meraviglia di una pesca abbondante il discepolo che Gesù amava scorge il volto di Gesù: è lui infatti che dice a Pietro: ‘E’ il Signore’ e Simon Pietro si getta incontro.

E’ questa una scena di riconoscimento in cui il quarto vangelo suggerisce che Gesù si rende vicino e presente, ma in modo nuovo e va riconosciuto in un modo nuovo di ‘vedere’: Gesù ora va incontrato con gli occhi della fede e dell’amore. La barca e la rete che non si spezza possono essere interpretati come simboli della chiesa che segue il suo Signore.

La condivisione nel mangiare insieme è poi gesto di comunione: Gesù chiede che il pesce pescato sulla sua parola sia portato insieme a quello già preparato insieme al pane sul fuoco. E ripete quei gesti che aveva lasciato loro come indicazione del senso dell’intera sua esistenza: ‘Prese il pane e lo diede a loro, e così pure il pesce’.

Il mangiare insieme allude all’esperienza liturgica in cui si incontra Cristo risorto nei segni che lui ha compiuto. Segue una terza scena attorno al dialogo tra Gesù e Pietro. Per tre volte Gesù ripete l’unica domanda sull’amore. E quasi il ripercorrere le tre volte in cui Pietro durante la passione negò di essere di quelli di Gesù. Alla fine Pietro dice: ‘Signore tu sai tutto, tu sai che ti amo’. Sono parole che esprimono come la radice della missione stessa di Pietro non sta nelle sue forze ma nel perdono di Gesù. La sua missione avrà fecondità e significato solamente se trasmette l’esperienza della gratuità accolta e nel seguire lui, unico pastore delle pecore (Eb 13,20).

Alessandro Cortesi op

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Le stelle di Lampedusa

“Gesù si avvicinò, prese il pane e lo diede loro, e così pure il pesce”.

Pietro Bartolo è un medico, è il medico di Lampedusa. Non l’ho mai incontrato personalmente ma chi l’ha incontrato può dire che Pietro è una di quelle persone che sembra di aver conosciuto da sempre, con cui poter instaurare un dialogo fatto di familiarità e di vicinanza, di quell’umanità vera che è nostalgia struggente oggi in tempo di cattiveria.

Leggere il suo libro Le stelle di Lampedusa (Mondadori 2018) è come entrare nel suo cuore, scorgere le sue preoccupazioni, il suo impegno, la sua disponibilità a vivere fino in fondo la condizione che Lampedusa ha vissuto orami da anni, essere l’isola dell’accoglienza, di quell’accoglienza faticosa tremenda e dolorosa dei profughi dal mare, dei migranti che sono stati gettati nella traversata del Mediterraneo dopo l’inferno della Libia, sui barconi e sui gommoni. Un testimone, Pietro, figlio di pescatori, pescatore pure lui, testimone di incontri con un’umanità sfruttata e disperata, un’umanità dolente e tenuta in condizione disumana e costretta a subire dopo il dramma del viaggio le difficoltà di vivere in un’Europa che esclude e rifiuta.

Testimone di un senso di impotenza e dell’urgenza di mettersi a disposizione oltre ogni limite delle forze per accogliere, spettatore di una vicenda mondiale che, nell’ignoranza e indifferenza dei più, genera ingiustizia e dolore, impoverimento di persone disperate che fuggendo dalle terre della guerra e della miseria si espongono a vivere percorsi fatti di orrore e desolazione fino alla morte.

La sua sensibilità lo conduce a percepire il dramma degli altri, dei bambini. Il suo libro parla soprattutto di bambini, delle loro storie, del loro dolore e dei grandi che ruotano attorno a loro. E dell’opera di Pietro nel farsene carico, fino a prenderli con sé, ma anche fino a sperimentare il senso profondo di impotenza:

”Migliorò, ma le sue condizioni erano comunque gravissime e a Lampedusa non avevano le attrezzature necessarie per curarlo bene. Allora lo indirizzai verso l’Ospedale dei bambini di Palermo. Ricordo il viaggio verso l’elipista e l’ultimo saluto. Stringeva in mano un coniglietto di peluche che gli avevano dato poco prima e che lui aveva ribattezzato ‘Battolo’. Prima di salutarci e decollare di novo, mi sorrise. E in quel preciso istante capii che quello, e solo quello, era il modo giusto per fare i conti con il senso di impotenza. Accogliere e curare. E nulla più” (p.39)

Le pagine del libro narrano di nomi, volti, persone con la delicatezza di chi, medico, sa che dietro ad un volto c’è una sofferenza palese o nascosta da ascoltare, da accompa-gnare, a cui dare spazio. La storia di Anila è struggente: questa bambina giunta sola e devastata aveva solamente notizia della presenza della mamma in Europa… ma l’Europa è grande. Una storia che sembrava giunta ad un possibile lieto fine, in breve tempo e in modo stupefacente, eppure dovette scontrarsi non più con gli orrori della Libia e dei viaggi in barcone, ma con le difficoltà delle leggi, del buco nero della burocrazia. “Aveva attraversato il Sahara e il Mediterraneo, era sopravvissuta a un naufragio e al carcere in Libia e ora era lì, ferma immobile, prigioniera di un’attesa insensata” (p.55).

Anila, una storia simile e diversa a quella di tanti altri bambini, ricordati da Pietro nel suo passeggiare la notte nell’isola avvolta dal silenzio.

“…preferisco pensare che le stelle stiano lì per proteggere le migliaia di bambini che ogni giorno si ritrovano ad affrontare viaggi disperati come quello di Anila. Autentici, coraggiosissimi eroi, capaci di sopportare il dolore e la paura pur di giungere a destinazione, con il sogno di rivedere i loro cari e vivere felici da qualche parte, in un Paese senza guerre o persecuzioni. Ecco perché mi piace tanto venire a passeggiare quaggiù la notte. Perché mi basta alzare lo sguardo per vederli tutti, i bambini che sono passati di qui, Favour, Mohamed, Akim… Le stelle di Lampedusa sono lì per loro” (p.87).

La storia di Anila che con il suo viaggio ha salvato anche la mamma è stata una storia anche di altre stelle, quattro donne che Pietro ricorda nel suo libro, suor Teresa, suor Letizia, Luisa e Monique. Nel libro racconta anche la storia di queste quattro donne straordinarie: le stelle di Lampedusa sono anche loro. E come loro tanti che accompagnano, in un fare silenzioso e indomito, in una terra di disperazione ed orrore, in un mondo segnato da cattiveria e disumanità, a rintracciare i semi di una speranza faticosa e fessure di luce. Come le stelle nel cielo della notte.

Alessandro Cortesi op

 

III domenica di Pasqua – anno B – 2018

IMG_2886.JPGAt 3,13-19; 1Gv 2,1-5a; Lc 24,35-48

All’inizio della vita della comunità cristiana sta l’annuncio che Gesù Cristo è risorto: nel libro degli Atti si possono rintracciare gli schemi fondamentali della prima predicazione cristiana soprattutto quando sono riportati i discorsi degli apostoli. A Gerusalemme  Pietro (At 3,12-26) pone in risalto da un lato l’agire degli uomini, l’ignoranza, il rifiuto, il rinnegamento e l’uccisione di Gesù; per contro l’azione di Dio che non ha lasciato Gesù nella morte ma lo ha ‘rialzato’: è lui il Padre, Abbà a cui Gesù, il Figlio ha affidato la sua vita.

Con il suo intervento di vita il Padre ha portato a compimento ‘ciò che aveva annunziato per bocca di tutti i profeti, che cioè il Cristo sarebbe morto’. Pasqua è evento di passione morte e risurrezione. Luca insiste sul fatto che la passione di Cristo è stata predetta dai profeti (cfr. Lc 9,22; 18,31, 22,22; 24,7; At 2,23; 3,18; 4,28). Non si tratta del compimento letterale di una previsione; piuttosto, e molto più profondamente, di una coerenza tra l’agire di Dio nella storia della salvezza e la vicenda di Gesù di Nazaret. La passione e la morte di Cristo sono lette come adempimento del farsi vicino di Dio all’umanità e rinnovamento dell’esperienza dei profeti. Cristo compie le Scritture perché sceglie le vie dell’inermità, del servizio, del prendere le sorti dei disprezzati e allontanati, la via della misericordia. Al centro la testimonianza della morte e della risurrezione di Cristo.

La prima comunità sperimenta il rischio di dimenticare che Gesù aveva scelto di vivere come povero, con i poveri di Jahwè. Nel suo vangelo Luca presenta questo nel percorso di Gesù in libertà e decisione verso Gerusalemme: sapeva che lì avrebbe incontrato il rifiuto e la condanna. La risurrezione è evento di conferma da parte del Padre che la via percorsa da lui verso Gerusalemme è la via della vita e della risurrezione. Il crocifisso è stato glorificato dal Padre.

Nel suo vangelo Luca presenta un incontro con il Risorto a Gerusalemme, centro del suo vangelo, là dove tutto era iniziato, nel tempio di (Lc 1,8). Gli undici e gli altri con loro vivono in modo nuovo l’incontro con Gesù.

Luca nel suo racconto è preoccupato di affermare che il Risorto è il medesimo e la sua presenza è viva e reale. L’incontro con lui è autentico e segna in modo inatteso un nuovo inizio. Intende così contrastare interpretazioni puramente spiritualistiche, presenti forse nella sua comunità, di chi deprezzava la corporeità affermando la risurrezione come una sorta di immortalità dell’anima ma nulla più.

L’incontro con Gesù risorto coinvolge l’esistenza: Gesù non è un fantasma, ma invita i suoi ad incontrarlo in modo nuovo: ‘Sono proprio io’. La relazione con lui segna la vita nella sua concretezza. Luca narra che Gesù chiede di mangiare con loro, accoglie il pesce arrostito che gli è porto e condivide con i suoi.

Gesù rimane, ora in modo nuovo. Luca con il suo racconto intende indicare alla sua comunità in quale modo pè possibile vivere l’espereinza dell’incontro con il Risorto. Al centro sta un’esperienza di fede. Nel mangiare insieme la comunità scoprirà la sua presenza. Gesù in mezzo ai suoi apre all’intelligenza delle Scritture: tornare alle Scritture sarà un altro luogo di incontro reale con lui. ‘Pace a voi’: è il saluto che racchiude il dono del risorto ai suoi. Il dono della pace, accolta e da trasmettere, è forza per essere testimoni.

Alessandro Cortesi op

 

aeham_ahmad_damascoPace

La parola ‘pace’ è alla radice di molti tipi di saluto nelle diverse culture. Sia nelle parole, si pensi a shalom / salam aleikum, sia nei gesti che accompagnano il saluto. Talvolta il portare la mano al cuore o il congiungerle con un inchino si fa augurio di pace, un sentimento che tocchi l’interiorità e divenga riconoscimento grazioso dell’altro. Il rinvio alla pace fa parte del modo di porsi davanti al volto e alla vita da accolgiere, a cui lasciare spazio, a cui offrire sguardo di benevolenza.

Nel tempo presente il saluto di ‘pace’ è svuotato e negato dalle diverse forme dell’ingiustizia, della violenza nella molteplicità delle sue forme e dalle minacce di guerra. La pace quale possibilità di vita buona e costruzione di rapporti di riconoscimento è minacciata sia da armi, sofisticate e terribili, sia dall’affermarsi di rapporti di oppressione e di esclusione.

L’augurio pace risuona ma pace non c’è. Anzi sembra proprio che prevalga l’ingiustizia e la scelta delle armi per risolvere i conflitti.

In questi giorni di Pasqua varie azioni di ferocia e violenza inaudita, atti che si delineano come crimini contro l’umanità sono stati compiuti in diverse regioni. Ai confini della Turchia nella regione del Rojava contro la popolazione curda della regione l’esercito turco sta conducendo bombardamenti su villaggi e azioni di guerra denominando tale azione ‘ramoscello d’ulivo’. In Siria bombardamenti con l’uso di sostanze chimiche nel quartiere di Ghouta e poi di Douma alla periferia di Damasco con uccisione di centinaia di bambini ad opera delle forze governative del dittatore Assad. Ai confini della striscia di Gaza dove l’esercito israeliano ha sparato contro manifestanti palestinesi nella ‘marcia del ritorno’ che intendeva ricordare la sofferenza del popolo palestinese per la perdita della propria patria nel 1948 e il diritto al ritorno. Azioni di violenza inaudita, azioni di eserciti tra i più armati del mondo perpetrate contro popolazioni inermi come a Gaza. Crimini contro l’umanità su cui, a parte esili voci e richieste dell’ONU per un’inchiesta internazionale poi respinta, è calato il silenzio a livello di opinione pubblica internazionale. E’ l’indifferenza si diffonde nel senso di impotenza e nella passiva accettazione, nell’abitudine a ricevere notizie, immagini di una ferocia senza limiti. La situaizone che oggi viviamo è quella di una violazione continua del saluto ‘pace’ trasformato nel suo contrario, offesa di guerra, umiliazione dell’altro.

L’invito di papa Francesco è grido ripetuto: lo scorso 1 aprile nel messaggio pasquale ha chiesto ai responsabili di fermare immediatamente lo “sterminio in corso in Siria dove la popolazione è stremata da una guerra che non vede fine”; e ha aggiunto la sua invocazione a pregare “per tutti i defunti, i feriti le famiglie che soffrono… per i responsabili politici e militari… scelgano l’altra via, quella del negoziato, la sola che può portare a una pace che non passi da morte e distruzione”.

Nel buio della violenza, dello sterminio e dell’uso di armi atroci che viene condotto in Siria un’immagine richiama al desiderio di pace più forte della guerra.

Aeham Ahmad è un giovane siriano nato nel 1988 a Damasco. Appartenente ad una famiglia palestinese di profughi viveva in Siria nel campo rifugiati di Yarmouk. Sin da bambino è stato educato a studiare la musica e ha proseguito negli anni questa passione. Ma dal 2011 dopo la feroce repressione di Assad dei movimenti della primavera araba la Siria è divenuto un paese segnato da guerra e violenze, sino ad essere devastato e distrutto.

L’immagine di Aeham seduto al pianoforte di fronte alle rovine di un palazzo crivellato da proiettili e bombe fu nel 2015 un segno della resistenza di note di pace, la forza della musica a fronte della immane potenza distruttiva delle armi e della malvagità umana. Nel 2015 Aeham è stato costretto così ad abbandonare il campo rifugiati di Yarmouk prima assediato dalle forze governative e ridotto alla fame, poi dall’arrivo dell’Isis. Ha lasciato la Siria e la sua casa trovando accoglienza in Germania dove ha potuto continuare e praticare la musica. Oggi portando nei suoi concerti quella musica che invoca pace. Il pianista di Yarmouk (ed. La nave di Teseo) è libro che raccoglie la sua storia. Una storia che richiama al saluto di ‘pace’ più forte come desiderio di ogni devastazione e deserto creato dalle armi.

Alessandro Cortesi op

 

 

 

 

 

 

 

II domenica di Pasqua – anno B – 2018

immagine TommasoAt 4,32-35; 1Gv 5,1-6; Gv 20,19-31

La pagina degli Atti degli apostoli descrive lo stile di una vita comune radicata sul vangelo: la fede nel Cristo risorto genera una vita nuova. Da qui la condivisione dei beni, la fraternità e la testimonianza comune: “La moltitudine di coloro che erano venuti alla fede aveva un cuore solo ed un’anima sola e nessuno diceva sua proprietà quello che gli apparteneva, ma ogni cosa era fra loro comune… Nessuno infatti tra loro era bisognoso, perché quanti possedevano campi o case li vendevano”. Il centro pulsante da cui sgorga la vita di questa comunità è la risurrezione di Gesù: “Con grande forza gli apostoli rendevano testimonianza della risurrezione del Signore Gesù”.

“Beati quelli che, pur non avendo visto crederanno”. Il IV vangelo presenta un itinerario del credere: Tommaso è testimone di questo itinerario e il suo profilo ritrae quello di ogni discepolo chiamato ad un cammino mai concluso. Tommaso è spinto infatti a passare da un rapporto con Gesù che esige evidenze, fondato sui segni ad un vedere nuovo al credere che si affida. E’ passaggio al credere in rapporto a Gesù risorto.

Gesù si dà ad incontrare vivente ai suoi discepoli dopo la sua morte: si presenta rompendo una condizione di chiusura e di paura. Nell’offrire una narrazione di tale esperienza il IV vangelo insiste su due aspetti: Gesù Risorto, che si presenta in mezzo a loro, portando pace e donando lo Spirito è il medesimo Gesù di prima, è colui che è passato attraverso la sofferenza e la morte. La condizione nuova di vita non elimina la passione e la morte: “…mostrò loro le mani e il costato”. Sulle mani e il costato stanno i segni delle ferite. Gesù accompagna ad incontrarlo nel tener conto di tutto il suo cammino.

Ora si presenta in una condizione nuova: è il medesimo ma la sua presenza non è più come quella di prima. Ora l’incontro con lui diviene possibile in un modo nuovo. Gesù accompagna ancora con pazienza al passaggio del credere: reca ai discepoli i suoi doni, la pace, lo Spirito. Fa sorgere una gioia profonda nel cuore: l’incontro con lui sarà vissuto nell’accogliere la missione che lui affida.

Gesù è quindi il medesimo che ha percorso le strade della Palestina, che ha incontrato i suoi e ha annunciato il regno di Dio, morendo sulla croce, e nello stesso tempo egli è diverso, è il Risorto, e fa entrare i suoi in una nuova comunione con lui.

E’ dato un nuovo dono, lo Spirito: sul primo uomo Adamo Dio aveva alitato un soffio di vita (Gn 2,7), ora il soffiare di Gesù sugli apostoli è dono dello Spirito che sgorga dalla Pasqua: il IV vangelo suggerisce così che una nuova creazione che ha inizio. Sulla croce l’ultimo respiro di Gesù è consegna dello Spirito Santo (Gv 19,30: Ed egli chinato il capo donò lo Spirito). Lo Spirito è donato per continuare l’opera di Gesù di riconciliazione e perdono.

“Come il Padre ha mandato me così anch’io mando voi”: l’invio degli apostoli ha le sue radici nella missione del Figlio da parte del Padre, affonda le sue origini nel mistero della vita trinitaria e vive nel soffio dello Spirito quale dono della Pasqua. ‘come il Padre, così…’ non è indicazione di un esempio da imitare ma indica che solo radicandosi nella vita d Gesù si trova forza per poter essere testimoni: la missione del Padre è al centro e genera l’invio degli apostoli/inviati ad essere continuatori dell’opera di salvezza di Cristo.

“Molti altri segni fece Gesù in presenza dei suoi discepoli, ma non sono stati scritti in questo libro. Questi sono stati scritti, perché crediate che Gesù è il Cristo e perché, credendo, abbiate la vita nel suo nome”. In queste parole è racchiuso il senso dell’intero IV vangelo: un invito e aiuto per ‘continuare a credere’. Il percorso del credere è orientato ad avere la vita inserita nel dono della comunione del Padre e del Figlio.

Alessandro Cortesi op

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Papaveri

Ancora la primavera quest’anno è timida, raggelata da recenti nevicate e improvvisi sbalzi di temperature, da giornate di pioggia e vento che sbatacchiano le esili gemme e i fiori sbocciati quando la luce del sole è riuscita a bucare le nubi e la terra ha comunicato il calore accolto. A breve appariranno in luoghi spesso insoliti i papaveri. E si affacceranno sui cigli delle strade, nelle fessure dei muri a secco lungo i sentieri, nelle massicciate delle ferrovie, sfidando con una esile forza le folate d’aria, le intemperie, con i petali quasi di esile carta stropicciata.

I papaveri con il loor colore rosso fuoco sono un fragile ricordo e rinvio allo Spirito che soffia nella creazione. Sono richiamo al colore acceso che interrompe il verde come fiammella di fuoco vivo e si affaccia al primo ingiallire di campi di grano che maturano. Sono annuncio di pentecoste come soffio dello Spirito che comunica forza di vita.

Il Cristo dei papaveri è una raccolta di gemme poetiche di Christian Bobin, parole di un dialogo essenziale con il Tu vivente del risorto “novantanove scaglie scintillanti di luce. Scendono come balsamo sul cuore umano. Quasi iridescenti riflessi del nome di Dio. Baluginano lievemente sulla porta dell’anima. Lasciano a ciascuno di aprire l’intimità nascosta” (dall’Introduzione di F.G.Brambilla).

Ecco qui alcuni di questi lampi poetici in cui è suggerito uno sguardo a Cristo, nel dialogo, senza pretese di comprendere e spiegare ma nell’abbandono dello stupore. E’ paorla di poesia che si lascia colpire dall’inatteso, dal fragile, sul ciglio della via, lasciandosi prendere dal canto della debolezza, dall’esilità dei papaveri che parlano di gratuità in un mondo distratto e di ipocrisia:

Dio è tanto fragile quanto questi papaveri che gli uomini, per il loro profitto, vogliono strappare dalla terra (LXVI)

Quando ero invitato da qualche parte, io non entravo in casa: entravo negli occhi delle persone. Non vedevo il resto (XII)

Tu sei contagioso come il fuoco dei papaveri che tracciano una strada per il contrabbandiere nel sonno dorato del grano (XXXIX)

Ho visto un giorno un vecchio orologio fermo, ripartire da solo, e ho compreso, ho intuito che tu non smetterai di vivere con la mia morte (L)

E che i nostri cuori si aprano ogni giorno alla freschezza e allo sfavillio dei papaveri (LXIII)

A queste fragili macchie rosse, a queste lacrime di vita che nessuno provoca e che crescono tuttavia, imprevedibili, nel bel mezzo dei campi, nel bel mezzo dei giorni, dei nostri giorni (LXIV)

Poiché tu esisti, persino nei luoghi lontani, come quel rosso vivo nelle messi sobrie, intravisto da una strada tu li inquieti (LXV)

Nell’istante terribile in cui non c’è più niente da credere o da sperare – non più aria né porte – tu sorgi (LXXX)

Hanno fatto di te un’immagine, hanno fatto di te un idolo, hanno fatto di te una Chiesa. Io invece, faccio di te un papavero, il minuscolo stendardo dell’eterno, che fiorisce inaspettatamente e stupisce (XCIII). (da Christian Bobin, Il Cristo dei papaveri, La Scuola Morcelliana 2017)

Alessandro Cortesi op

Sabato santo 2018

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Sabato santo è giorno di silenzio. I segni tacciono, la liturgia è sospesa. E’ giorno di attesa, tempo di interruzione. Sono ore segnate dalla memoria del dolore e da una domanda che rimane aperta e sospesa. E’ tempo che provoca a mantenersi aperti all’ultimo.

C’è in questo giorno un rinvio al passato, alla memoria e a tutto ciò che la sepoltura reca con sè, il rinvio a tutta la vita di Gesù, il ricordare e ritornare ai suoi gesti e alle sue parole. E’ giorno del silenzio della morte, del vuoto del distacco. Esso racchiude in sé anche la mancanza che sempre rimane, attitudine di attesa nel grido soffocato e nel pianto.

Sabato è memoria di Cristo e di tutti coloro che sono entrati nel passaggio della morte, è silenzio della morte dopo lo scatenarsi del male e dell’ingiustizia, ed è silente denuncia della violenza e del dominio che schiaccia ed elimina.

E’ giorno di un rimanere nel silenzio, nel ricordo, di un vivere lo stare sotto, il sopportare resistendo al male, dando spazio al pensiero, alla preghiera, all’ascolto. Racchiude il silenzio di Gesù entrato nella morte; ma anche il silenzio di Dio che sembra non rispondere. Questo giorno reca con sé il silenzio della sofferenza di tutti coloro che nel cuore sperimentano il vuoto. E’ tempo di mancanza e del dolore per l’assenza di Gesù, amico e fratello.

Il sabato santo è memoria di una discesa: la discesa dalla croce, la discesa nel sepolcro, la discesa sino agli inferi. Paolo vede la croce di Gesù come il termine ultimo di una discesa verso il basso: “umiliò se stesso facendosi obbediente fino alla morte e alla morte di croce” (Fil. 2,8)

La prima lettera di Pietro parla di un annuncio di salvezza da parte di Cristo a coloro che erano rinchiusi in prigione: “anche Cristo è morto una volta per sempre per i peccati, giusto per gli ingiusti, per ricondurvi a Dio; messo a morte nel corpo, ma reso vivo nello spirito. E nello spirito andò a portare l’annuncio anche alle anime prigioniere, che un tempo avevano rifiutato di credere, quando Dio, nella sua magnanimità, pazientava nei giorni di Noè…” (1Pt 3,18-20).

Nel vangelo di Matteo con riferimento alla vicenda di Giona si allude ad un discendere: «Come infatti Giona rimase tre giorni e tre notti nel ventre del pesce, così il Figlio dell’uomo resterà tre giorni e tre notti nel cuore della terra» (Mt 12,40).

Il vangelo di Nicodemo, ne parla offrendo una plastica descrizione: “E subito, a quella parola, le porte bronzee si frantumarono e le sbarre di ferro fu­rono infrante. Tutti i morti legati furono sciolti dalle catene […]. Il re della gloria entrò come un uomo. I luoghi bui tutti dell’ade s’illuminarono::: II re della gloria, porgendo la sua destra, prese e sollevò il progenitore Adamo. Quindi, volgendosi agli altri, disse: ‘Orsù, venite con me voi tutti che subiste la morte per il legno che costui ha toccato. Ecco io vi faccio risorgere tutti per mezzo del legno della croce’”. (M.Erbetta, Apocrifi del Nuovo Testamento, 268-269)

La tradizione orientale ha sviluppato questo motivo teologico. Esso sottolinea la discesa di Cristo come un movimento di accoglienza, di recupero. E’ un andare incontro che coinvolge tutta l’umanità e il cosmo e non lascia nessuno perduto sin negli abissi, negli inferi, per liberare tutti i prigionieri. Nessuno viene dimenticato e perso agli occhi di Dio.

Per questo Ireneo scrive: “Il Signore rimase tre giorni nel luogo in cui soggiornavano i morti, secondo quanto ha detto di Lui il profeta: il Signore si è ricordato dei suoi santi morti i quali si addormentarono prima nella terra di sepoltura e discese presso di loro per liberarli e per salvarli”. (Contro le eresie, V,31,1)

La discesa di Cristo è immaginata come uno scendere sino a prendere per mano Adamo ed Eva, rompendo i cardini delle porte che chiudevano luoghi di prigione. Non solo Gesù discende verso il basso nelle profondità più buie della terra, ma anche scende nel tempo a riprendere tutto il passato. Nulla va perduto, tutto può essere rinnovato.

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La Pasqua viene così raffigurata nelle icone come un prendere per mano, un rialzare, in un movimento di rialzamento e di liberazione. Gesù Cristo sale allora ma non da solo, insieme a lui c’è una moltitudine. E sale recando sulle spalle, come pastore, l’umanità, la pecora perduta, aprendo spazi nuovi. Nessuno può rimanere prigioniero della morte.

Efrem, nelle sue poesia e inni vede nel volto di Gesù il profilo di quell’Adamo pensato come immagine che compie Cristo genere-umano: “Quell’Agnello vivente aprì ai sepolti una via dal sepolcro, con il grido che gettò… la festa che ci fu nel mese di Nisan lacerò i sepolcri con un grido, il grido che fa vivere tutti. Lo udì la morte che tutti uccide: essa venne meno e abbandonò i suoi scrigni”. (Efrem Il Siro).

E così antiche omelie sul sabato santo ripetono: «Che cosa è avvenuto? Oggi sulla terra c’è grande silenzio, grande silenzio e solitudine. Grande silenzio perché il Re dorme: la terra è rimasta sbigottita e tace perché il Dio fatto carne si è addormentato e ha svegliato coloro che da secoli dormivano. Dio è morto nella carne ed è sceso a scuotere il regno degli inferi. Certo egli va a cercare il primo padre, come la pecorella smarrita. Egli vuole scendere a visitare quelli che siedono nelle tenebre e nell’ombra di morte. Dio e il Figlio suo vanno a liberare dalle sofferenze Adamo ed Eva che si trovano in prigione. Il Signore entrò da loro portando le armi vittoriose della croce. Appena Adamo, il progenitore, lo vide, percuotendosi il petto per la meraviglia, gridò a tutti e disse: « Sia con tutti il mio Signore ». E Cristo rispondendo disse ad Adamo: « E con il tuo spirito ». E, presolo per mano, lo scosse, dicendo: “Svegliati, tu che dormi, e risorgi dai morti, e Cristo ti illuminerà. Io sono il tuo Dio, che per te sono diventato tuo figlio; che per te e per questi, che da te hanno avuto origine, ora parlo e nella mia potenza ordino a coloro che erano in carcere: Uscite! A coloro che erano nelle tenebre: Siate illuminati! A coloro che erano morti: Risorgete! A te comando: Svegliati, tu che dormi! Infatti non ti ho creato perché rimanessi prigioniero nell’inferno. Risorgi dai morti. Io sono la vita dei morti. Risorgi, opera delle mie mani! Risorgi mia effige, fatta a mia immagine! Risorgi, usciamo di qui! Tu in me e io in te siamo infatti un’unica e indivisa natura. Antica « Omelia sul Sabato santo ». (PG 43, 439. 451. 462-463).

“Il Sabato Santo è la “terra di nessuno” fra la morte e la Risurrezione ma in questa “terra di nessuno” è entrato Uno, l’Unico, che l’ha attraversata con i segni della sua passione per l’uomo. Qui Gesù Cristo ha condiviso non solo il nostro morire ma anche il nostro rimanere nella morte. Si è trattato della solidarietà più radicale. In quel tempo oltre il tempo Gesù Cristo è disceso agli inferi. Questo vuol dire che Dio, fattosi uomo, è arrivato fino al punto di entrare nella solitudine estrema dell’uomo, dove non arriva alcun raggio di amore, dove regna l’abbandono totale senza alcuna parola di conforto: gli inferi. Gesù Cristo, rimanendo nella morte, ha oltrepassato la porta di questa solitudine ultima per guidare anche noi ad oltrepassarla con Lui. Ecco, proprio questo è accaduto nel Sabato Santo: nel regno della morte è risuonata la voce di Dio. È successo l’impensabile: che cioè l’amore è entrato negli inferi. Anche nel buio estremo della solitudine umana più assoluta noi possiamo ascoltare una voce che ci chiama e trovare una mano che ci prende e ci conduce fuori. L’essere umano vive per il fatto che è amato e può amare. E se anche nello spazio della morte è penetrato l’amore, allora anche là è arrivata la vita. Nell’ora dell’estrema solitudine non saremo mai soli” (Benedetto XVI, visita alla Sindone, Torino 2.05.2010)

Così Carlo Maria Martini riflettendo sul sabato santo ricordava: “Siamo dunque nel sabato del tempo, incamminati verso l’ottavo giorno: fra “già” e “non ancora” dobbiamo evitare di assolutizzare l’oggi, con atteggiamenti di trionfalismo o, al contrario, di disfattismo. Non possiamo fermarci al buio del Venerdì santo, in una sorta di “cristianesimo senza redenzione”; non possiamo neanche affrettare la piena rivelazione della vittoria di Pasqua in noi, che si compirà nel secondo avvento del Figlio dell’uomo”.

Così pregava ricordando Maria colei che nel sabato visse la fedeltà dell’attesa, della memoria, e della speranza: “Tu, o Madre della speranza, hai pazientato con pace nel Sabato santo e ci insegni a guardare con pazienza e perseveranza a ciò che viviamo in questo sabato della storia, quando molti, anche cristiani, sono tentati di non sperare più nella vita eterna e neppure nel ritorno del Signore. L’impazienza e la fretta caratteristiche della nostra cultura tecnologica ci fanno sentire pesante ogni ritardo nella manifestazione svelata del disegno divino e della vittoria del Risorto. La nostra poca fede nel leggere i segni della presenza di Dio nella storia si traduce in impazienza e fuga, proprio come accadde ai due di Emmaus che, pur messi di fronte ad alcuni segnali del Risorto, non ebbero la forza di aspettare lo sviluppo degli eventi e se ne andarono da Gerusalemme (cf Lc 24,13ss.). Noi ti preghiamo, o madre della speranza e della pazienza: chiedi al tuo Figlio che abbia misericordia di noi e ci venga a cercare sulla strada delle nostre fughe e impazienze, come ha fatto con i discepoli di Emmaus. Chiedi che ancora una volta la sua parola riscaldi il nostro cuore (cf Lc 24, 32). Intercedi per noi affinché viviamo nel tempo con la speranza dell’eternità, con la certezza che il disegno di Dio sul mondo si compirà a suo tempo e noi potremo contemplare con gioia la gloria del Risorto, gloria che già è presente, pur se in maniera velata, nel mistero della storia” (Lettera pastorale, La madonna del sabato santo, 2000-2001).

Alessandro Cortesi op

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III domenica di Pasqua – anno A – 2017

(He Qi – Emmaus)

At 2,14.22-33; 1Pt 1,17-21; Lc 24,13-35

“Questo Gesù Dio l’ha risuscitato e noi tutti ne siamo testimoni. Innalzato pertanto alla destra di Dio e dopo aver ricevuto dal Padre lo Spirito Santo lo ha effuso come voi stessi potete vedere e udire”

Nel discorso di Pietro a pentecoste, si specchiano alcuni tratti della prima predicazione cristiana. Pietro parla di Gesù come uomo che nel suo agire diceva la presenza di Dio. I suoi segni sono indicazione e traccia.

E poi parla della sua risurrezione come evento che compie un grande disegno di salvezza. I salmi ne avevano parlato, e ricorda le parole di fede del salmo 16. Davide – dice Pietro – morì e fu sepolto e la sua tomba è ancora oggi tra noi’. Dio, il Padre, invece ha costituito Signore Cristo il Gesù crocifisso. Pietro legge così l’annuncio della risurrezione di Gesù nei salmi di Davide dove si legge: ‘questi non fu abbandonato negli inferi, né la sua carne vide corruzione’ (cfr. Sal 16,10).

La vita di Gesù è così presentata innalzamento. Dio Padre che ha costituito Gesù ‘signore’ dando a lui le prerogative della vita divina. Come il re quando veniva accolto sul trono: ‘Disse il Signore al mio Signore, siedi alla mia destra, finché io ponga i miei nemici come sgabello ai tuoi piedi’. E’ quindi Gesù il ‘signore’ di cui parla il salmo 110 e il ‘messia’ che parla nel salmo 16.

Le parole finali del salmo sono così riferite a Gesù: ‘tu non abbandonerai l’anima mia negli inferi né permetterai che il tuo santo veda la corruzione. Mi hai fatto conoscere le vie della vita mi colmerai di gioia con la tua presenza’. Gesù è stato innalzato in questi ultimi tempi (con riferimento a Gioele 3,1-5) e ha avuto un nome che è il nome stesso di Dio: ‘Signore’. Chiunque invocherà quel ‘nome’ sarà salvato.

Il racconto dell’incontro di Emmaus è una bellissima pagina di Luca, una catechesi che risponde alla domanda: come incontrare Gesù risorto? La strada da Gerusalemme a Emmaus è simbolo del cammino dei discepoli e della comunità in cui l’incontro con Cristo si rinnova. Luca indica così ‘luoghi’ in cui egli si fa vicino a noi.

I due di Emmaus sono fissati mentre si stanno allontanando da Gerusalemme. I loro sentimenti sono di desolazione e delusione. Nel cuore hanno solo fallimento e desiderio di prendere le distanze. Ma nel parlare e discorrere tra loro uno sconosciuto si affianca. Luca suggerisce che uno dei primi luoghi d’incontro col Risorto è proprio il dialogo, anche quello fatto di domande e di sconforto, e l’incontro con lo straniero, l’altro.

I due discepoli sono provocati dagli interrogativi dello straniero e ritornano ai giorni di Gerusalemme. Sono accompagnati a ricomporre passo dopo passo tutti i tasselli di un mosaico di eventi di cui sono stati protagonisti.

Luca descrive con parole lievi lo stile del farsi accanto di Gesù, la sua pazienza nel domandare, la sua cura nel suscitare un percorso personale e condiviso. I due erano tristi, ma colloquiavano e si confrontavano insieme sui fatti accaduti: Gesù pone domande, accompagna ad andare al fondo del loro dolore, non offre risposte facili. Non li rimprovera.

Come pellegrino che cammina insieme, si fa aiuto, dal basso, nella condivisione, per ricomporre il quadro della loro esperienza. I due hanno tutti gli elementi, ma non sono in grado di leggere i segni. I loro occhi erano incapaci di riconoscere Gesù che camminava con loro, così il loro sguardo era incapace di leggere dentro agli eventi vissuti. ‘tu solo dei così forestiero in Gerusalemme da non sapere ciò che vi è accaduto in questi giorni?’

Lo sconosciuto porta i due a scoprirsi essi stessi forestieri e li conduce anche ad una ricerca più profonda. Al centro della narrazione sta la testimonianza delle donne: ‘ma alcune donne, delle nostre, ci hanno sconvolti; recatesi al mattino al sepolcro e non avendo trovato il suo corpo, sono venute a dirci di avere avuto una visione di angeli, i quali affermano che egli è vivo’. I due si rendono così testimoni della risurrezione. egli è il vivente e ha vinto la morte. Ma è un riferire freddo senza partecipazione del cuore e della vita.

Gesù li accompagna allora a rileggere le Scritture. Indica un luogo d’incontro con la sua presenza come vivente. Poi cede al loro invito mentre si fa buio: ‘resta con noi perché si fa sera’. Si ferma e nella locanda, a tavola, spezza il pane per mangiare con loro. Allora ai due si aprono gli occhi: quel gesto, un gesto di tutti i giorni, vissuto insieme rinvia al gesto dell’ultima sera con Gesù. E’ il gesto simbolo della sua vita. I due di Emmaus si aprono ad un vedere nuovo, il vedere della fede.

Non vi sono stati miracoli: hanno appreso scorgere i segni. In quel gesto c’è anche il riferimento alla possibilità di incontrare il risorto in ogni gesto dello spezzare il ‘pane della propria esistenza’. Lì si rende presente e si fa ‘vedere’ Gesù risorto. I due poi si recano dagli altri e lì scoprono che Gesù è possibile incontrarlo proprio lì, da dove si erano allontanati delusi. ‘davvero il Signore è risorto e si è fatto vedere’ non è più parola vuota ma esperienza possibile.

Alessandro Cortesi op

La profezia di un maestro

Ci sono maestri che sono tali non per l’accumulo di titoli o di riconoscimenti, e nemmeno perché hanno occupato posti di ruolo, ma perché le loro parole seminate sono state accompagnamento di esistenza, i loro gesti recano lo spessore delle scelte faticose e maturate. E la loro vita è eredità che si consegna accendendo fuochi e aprendo strade nei cuori di chi li ha incontrati.

In questi giorni il coro de I crodaioli di Bepi De Marzi insieme al coro Monte Pizzo a Lizzano Belvedere nella manifestazione Lizzano è In…Canto (22 aprile 2017) hanno ricordato la figura di un maestro, il ‘capitano con gli occhi da bambino’, il capitano Toni, Antonio Giuriolo.

Originario della provincia di Vicenza, nato ad Arzignano nel 1912, il capitano Toni è stato ucciso in un scontro tra le truppe tedesche e la sua formazione partigiana il 12 dicembre 1944 sulle pendici dell’Appennino emiliano nel versante bolognese del Corno alle Scale, dopo che nei mesi del 1944 aveva contribuito alla liberazione di vari paesi della montagna.

Nato ad Arzignano aveva condotto i suoi studi a Vicenza al liceo Pigafetta e si era poi laureato in lettere a Padova nel 1935, in anni in cui il peso della propaganda fascista e la violenza del regime si faceva pesantemente sentire anche nella sua famiglia. Rifiutò la tessera del regime fascista e condusse attività di insegnante in modo precario. Fu a contatto con Norberto Bobbio, poi con Aldo Capitini leggendo i suoi testi e condividendo gli orientamenti di nonviolenza e pace.

Maturò la scelta di salire in montagna dopo l’8 settembre 1943, quando si pose la necessità di una scelta tra l’indifferenza, il silenzio di adesione al fascismo e l’accettazione di essere arruolati nella Repubblica di Salò, e la scelta alternativa di battersi per porre fine al fascismo, condividendo la lotta partigiana. Morì sull’Appennino, mentre guidava operazioni di resistenza contro l’esercito tedesco, colpito sul Belvedere sotto il Corno alle Scale. Il suo ricordo unisce la pianura veneta e le valli dell’Appennino e il suo nome rimane inciso nel cippo al Belvedere, nelle scuole a lui intitolate ad Arzignano, Vicenza e a Porretta, così come nel rifugio nelle Piccole Dolomiti a Campogrosso.

Norberto Bobbio lo ricordò a Vicenza alla Biblioteca Bertoliana, luogo dei suoi studi, il 26 settembre 1948: “Toni Giuriolo fu un nobilissimo esempio di educatore senza cattedra; e siete voi stessi, giovani amici di lui, che lo avete così definito e consegnato alla storia della vostra vita spirituale come il maestro che vi ha educati non nell’aula, ma per le strade della vostra Vicenza, per i sentieri delle vostre campagne, camminando, discorrendo, discutendo, e vi ha insegnato più di tutti i maestri della scuola, anche di quella universitaria (…)

E così continuava: “Se ora dovessi racchiudere in una formula il significato della sua vita, direi che egli rappresentò l’incarnazione più perfetta che mai io abbia vista realizzata in un giovane della nostra generazione dell’unione di cultura e di vita morale” (N. Bobbio, L’uomo e il partigiano, in Per Antonio Giuriolo. Scritti di Antonio Barolini, Norberto Bobbio, Enzo Enriques Agnoletti, Luigi Meneghello, Vicenza 1966).

Un ritratto della sua vita con la profondità della memoria sofferta e personale è quello uscito dalla penna di Luigi Meneghello, nel racconto dell’esperienza del gruppo dei giovani che prima negli anni universitari e poi al tempo della guerra si unì a lui salendo sulle montagne per vivere in quella scelta il rifiuto della dittatura fascista e per aprire strade nuove di libertà. Il libro che è puntuale ricostruzione storica, scritto e riscritto, e sofferta testimonianza s’intitola I piccoli maestri (1 edizione 1964). Un libro che cerca di “esprimere un modo di vedere la Resistenza che differisce radicalmente da quello divulgato (e non penso solo ai discorsi e alle celebrazioni) – e cioè in chiave anti-eroica” (L.Meneghello, I piccoli maestri, nota alla II^ edizione, 1976).

Meneghello ne suggerisce la forza interiore che si comunicava nell’incontro: “non era solo un uomo più autorevole, dieci anni più vecchio di noi; era un anello della catena apostolica, quasi un uomo santo” (da I piccoli maestri). Un ‘eroe senza gesti’ – come lo definì Bobbio – un ‘uomo santo’, anche un ‘oppositore totale’ capace di andare contro la corrente nell’atmosfera di un orientamento comune e pervasivo nella società vicentina del tempo del ventennio fascista da cui era difficile staccarsi, capace di autonomia di riflessione e di coerenza nelle scelte di vita. (Cfr. E.Pellegrini, Un oppositore totale. Immagini di Antonio Giuriolo nell’opera di Luigi Meneghello)

“’L’Italia vera, dicevo a Lelio nelle secche del nostro esilio militare è rinchiusa nell’animo degli oppositori totali, come Giuriolo. E’ uno di Vicenza, avrà trent’anni; è un professore, ma non fa scuola perché non ha voluto prendere la tessera’. ‘Credevo che non ce ne fossero più’, diceva Lelio. ‘C’è lui’, dicevo io. ‘E si può dire che noi siamo suoi discepoli’. ‘Cosa vuoi discepolare?’, diceva Lelio; ma io gli spiegavo che chi frequentava Toni Giuriolo diventava fatalmente suo discepolo, e in fondo anche chi frequentava i suoi discepoli. ‘Ormai sei un discepolo anche tu’, gli dicevo. ‘Quanti ce n’è di questi discepoli?’. ‘Saremo una dozzina’. ‘Come quelli di Cristo’. ‘Quelli erano gli apostoli’” (da I piccoli maestri).

In Fiori italiani, libro che racconta il tipo di educazione impartita al tempo del fascismo, Luigi Meneghello ricorda il momento della nascita di quel libro: “Ho pensato per la prima volta in confuso a questo libro nell’estate del 1944 sdraiato per terra all’imboccatura di una grotta in Valsugana, guardando le coste del Grappa lì di fronte. (…) Che cos’è un’educazione? Avevo il senso di sapere soltanto il negativo della risposta, che cos’è una diseducazione”. Ricorda l’impatto decisivo con Antonio Giuriolo come presenza che invitava a pensare :“Per la prima volta gli pareva di pensare, e si sentiva pensare. Se in principio gli avrebbe fatto spavento e ribrezzo l’idea di poter diventare “antifascista”, ora quel sentimento s’invertiva, e alla fine sarebbe inorridito di essere ancora fascista. Fu un processo esaltante e lacerante insieme: un po’ come venire in vita, e nello stesso tempo morire”.

Il capitano Toni aveva la statura propria del maestro: “l’influenza di Antonio, pur avendo per oggetto la mente dei suoi discepoli, investiva tutta la loro personalità e la cambiava…” (da Fiori italiani).

E suggerisce la concretezza quale caratteristica dell’ insegnamento del maestro antifascista, che gli aveva aperto mente e cuore e che si potrebbe anche indicare come capacità di unire finezza intellettuale con attenzione ad un impegno di responsabilità etica: “Spiccavano certi tratti di metodo. Anzitutto la concretezza. Antonio si rivolgeva sempre a una persona precisa: questo libro, questo passo, questo concetto. Additava, citava (non a memoria come un retore, ma aprendo e cercando); brani segnati a matita, sottolineati. (…) Antonio non pareva certo un raffinato del gusto, pure nelle sue interpretazioni c’era una sorprendente finezza, che armonizzava col suo modo di sentire energico e virile. Il punto d’arrivo non era estetico, ma morale”.

Il suo essere maestro non nella scuola ma sulla strada, nella quotidianità, suscitava in chi gli stava accanto la percezione di qualcosa di profondo e inedito che accadeva nell’incontro. Ancora Luigi Meneghello dà voce ai sentimenti dei giovani che furono a contatto con il capitano Toni: “L’incontro con lui ci è sempre parso la cosa più importante che ci sia capitata nella vita: fu la svolta decisiva della nostra storia personale, e inoltre (con un drammatico effetto di rovesciamento) la conclusione della nostra educazione… L’impronta che ha lasciato in noi è dello stesso stampo di quella che lasciano le esperienze che condizionano per sempre il nostro modo di pensare, di vivere e, se scriviamo, di scrivere” (da Fiori italiani).

Da dove proveniva questa forza? Bobbio nella commemorazione del 1948 riporta un brano da una sua lettera: “Non basta occuparsi del proprio perfezionamento individuale; bisogna dare anche il proprio contributo, per quanto modesto esso sia, all’umanità…: l’uomo di cultura non può starsene appartato, deve assumersi degli impegni nella società degli uomini, deve sentire la grande responsabilità che grava sulle sue spalle: difendere e custodire quello senza cui né cultura né moralità possono vivere: la libertà” (N. Bobbio, L’uomo e il partigiano, 24).

Il capitano Toni è stato maestro, capace di passare una corrente di vita, di testimonianza ad altri piccoli maestri.

Il canto dei cori alpini nella valle di Lizzano in questi giorni che ricordano la liberazione è soffio che ci riporta questa eredità di piccoli grandi maestri, e ci chiede di farla nostra. Anche oggi nella responsabilità e nel coinvolgimento del cammino è possibile aprire nuovi percorsi di libertà.

Alessandro Cortesi op

Per approfondire:

Antonio Trentin, Toni Giuriolo. Un maestro di libertà, Sommacampagna, Cierre-Istrevi, 2012.

Antonio Giuriolo, Pensare la libertà. I quaderni di Antonio Giuriolo, a cura di Renato Camurri, Venezia, Marsilio 2016.

Piero Casentini «Il maestro di S., mio, e dei nostri compagni». Note da un taccuino di Antonio Giuriolo, in http://storiamestre.it/2016/11/il-maestro-di-s/

II domenica di Pasqua – anno A – 2017

At 2,42-47; 1Pt 1,3-9; Gv 20,19-31

La prima lettera di Pietro parla della Pasqua nel rapporto con la vita dei credenti e suggerisce aspetti fondamentali della fede cristiana. Al centro sta lo sguardo all’opera di Dio. “Sia benedetto Dio e Padre del Signore nostro Gesù Cristo: nella sua grande misericordia egli ci ha rigenerati, mediante la risurrezione di Gesù Cristo dai morti, per una speranza viva, per una eredità che non si corrompe, non si macchia e non marcisce”.

Il Padre ha pronunciato l’ultima parola sulla vita di Gesù, ha risollevato la vita del crocifisso e gli ha dato un ‘nome al di sopra di ogni altro nome’. Nella risurrezione ha costituito Gesù come signore. Ha così pronunciato il suo sì definitivo alla vita e alla morte di Gesù vissute nello ‘spendersi fino alla fine’, nell’amare fino al segno supremo.

Al centro della fede sta questo dono per tutti. Nel ‘rialzare’ Gesù dalla morte il Padre ha offerto un dono di rigenerazione per l’umanità. Nella risurrezione di Cristo è donata una vita nuova, opera del Padre. Da qui si apre la speranza dei credenti: è speranza viva, eredità che non si consuma. E’ eredità di incontro che diventa modo nuovo di intendere la vita, i rapporti, ogni cosa sin d’ora.

Da qui l’invito a scorgere questa condizione nuova: una vita rigenerata, nella custodia da parte di Dio che vince le forze di male. La vita e la morte stessa acquistano un senso nuovo dalla parola/azione definitiva della risurrezione. Questa eredità è conservata nei cieli, per chi ‘dalla potenza di Dio è custodito mediante la fede’.

Fede è così fissare lo sguardo su quanto il Padre ha compiuto, è ritrovare la propria eredità più preziosa in questo incontro. E’ anche inizio di una speranza per vivere seguendo Gesù nel cammino da lui percorso. I cristiani vivono – o dovrebbero vivere! – per questo nella provvisorietà, nella dispersione, come stranieri, in condizione di cammino. Non sono ancora giunti a casa, ma sanno che Dio li custodisce: ‘dalla potenza di Dio siete custoditi mediante la fede’.

Nella pagina degli Atti degli apostoli l’evento della risurrezione è letto come spartiacque del tempo. Luca nel vangelo aveva narrato il cammino di Gesù fino a Gerusalemme. Ora la bella notizia della risurrezione è annunciata sino agli estremi confini della terra. In brevi sommari sono delineati tratti essenziali della testimonianza delle prime comunità: sono memoria ma anche richiamo ad un ideale da coltivare sempre.

Il primo tratto è la fedeltà all’insegnamento degli apostoli: al centro sta la memoria della vita di Gesù consegnata agli apostoli, il ricordo delle sue parole e gesti. E’ memoria che suscita scelte e impegno nuovi.

Il secondo tratto è la frazione del pane: la vita della comunità trae forza dal ripetere il gesto di Gesù nella cena e attuarlo nella vita. Spezzare il pane è riandare alla sua vita come dono per tutti per vivere scelte di condivisione e accoglienza.

Il terzo tratto è la preghiera: i discepoli di Gesù continuano a vivere la preghiera di Israele. Salgono al tempio, continuano l’invocazione dei salmi e la memoria dell’alleanza di Dio.

Il quarto tratto è la comunione: è innanzitutto dono che sgorga dalla vita di Dio. E’ poi chiamata a condividere i beni, a distribuire a ciascuno secondo il bisogno. Seguire Gesù è movimento che conduce a spostare la domanda: non ‘chi sono io?’ ma ‘per chi sono io?’. Rende responsabili degli altri e chiede scelte concrete.

Alessandro Cortesi op

Spezzare il pane

Sono quasi 9000 i migranti salvati nei giorni della Pasqua di quest’anno. Nel Mediterraneo hanno collaborato la Guardia costiera con dieci unità navali, altrettante quelle delle ONG , due di Frontex, una dell’operazione Sofia. E non sono state sufficienti: vi è stata la richiesta dell’aiuto di più di dieci navi mercantili presenti nelle aree dei salvataggi.

Carlotta Sami, portavoce dell’l’Alto commissariato per i rifugiati delle Nazioni Unite (UNHCR) di fronte a questa situazione ripete: “È essenziale che l’Europa si attivi per aprire corridoi umanitari, rafforzando il dialogo tra le nazioni per avviare una concreta strategia dell’inclusione, o quest’estate i problemi saranno moltiplicati’’ (Giuseppe Lo Bianco, Italia-Libia, così non va. Non è illegale cercare asilo. Intervista a Carlotta Sami, “il Fatto Quotidiano” 19 aprile 2017). La portavoce UNHCR ricorda le statistiche che indicano come vi sia un aumento di arrivi di eritrei, sudanesi, maliani. Sono provenienze da Paesi dilaniati da guerre, o pesantemente segnati dalle carestie, come la Somalia e il Sud Sudan. Carlotta Sami ricorda inoltre che Paesi tra i più poveri del mondo accolgono al loro interno milioni di rifugiati, molti più di quanti siano accolti in Europa: tra di essi l’Etiopia, il Sudan, il Niger. In Libia è in atto una crisi umanitaria devastante. Vi sono centri di detenzione di massa che trattengono centinaia di migliaia di persone. Violenze, torture, abusi sono pratiche ordinarie e non contrastate. La maggior parte delle donne subisce violenze e stupri ripetuti.

In tale quadro il recente accordo Italia-Libia dimostra la sua inadeguatezza e la presenza di elementi inquietanti che contrastano con l’attenzione ai diritti fondamentali. Giancarlo Perego, della Fondazione Migrantes della Caritas – da pochi giorni nominato vescovo di Ferrara – ha posto in luce come tale accordo indebolisca la tutela del diritto d’asilo: «Si è siglato un accordo con un Paese, la Libia, che è al di fuori del contesto europeo come in qualche modo poteva essere la Turchia; che non dà garanzie; che potrebbe semplicemente spostare gli sbarchi da Tripoli a Bengasi, territorio che non è sotto il controllo di Al Sarraj … indebolisce la tutela del diritto d’asilo e scarica ancora una volta la responsabilità nei confronti di persone che sono in fuga da guerre, violenze, fame, povertà e terrorismo» (Daniela Fassini, Caritas: non accettiamo questa politica dello scaricabarile, “Avvenire” 4 febbraio 2017)

Il giornalista e regista Gabriele Del Grande – che sta vivendo momenti drammatici nei giorni scorsi arrestato senza alcuna ragione al confine della Turchia e lì trattenuto – con la consapevolezza di chi da anni ha seguito le vicende dei viaggi dei migranti nel Mediterraneo contando i morti su queste rotte ha postato agli inizi di febbraio una lettera aperta al presidente del consiglio chiedendo per una volta ascolto di voci diverse da quelle della paura o dei sondaggi: “mi permetto di darle un consiglio non richiesto. La rotta va chiusa, concordo. Basta morti, basta miliardi alle mafie libiche e basta miliardi all’assistenzialismo. Tuttavia state andando nella direzione sbagliata…. Riscrivete le regole dei visti Schengen. Allentate le maglie. Fatelo gradualmente. Partite con un pacchetto di cinquanta-centomila visti UE all’anno per l’Africa. (…) Chi oggi investe tre-quattromila euro per il viaggio Lagos-Tripoli-Lampedusa, investirebbe gli stessi soldi per comprare un biglietto aereo, affittarsi una camera e cercare un lavoro. E se non lo trovasse, tornerebbe in patria sapendo che potrebbe ritentare l’anno successivo. (…) Tra la repressione in frontiera e l’assistenzialismo in casa, c’è un terzo modello. È il modello della cittadinanza globale. L’idea che modernità è anche poter scegliere dove inseguire la propria felicità. Ovunque essa sia. Fosse anche una chimera. Sapendo che potrai sempre tornare a casa. Perché c’è una porta girevole. (…) Il flusso non si può fermare. Si può soltanto governare, dirigendolo verso gli uffici consolari e da lì verso gli aeroporti internazionali”.

Tra le voci che ricordano le contraddizioni di scelte politiche che generano illegalità vi è quella di Camillo Ripamonti, , presidente del Centro Astalli di Roma (l’Huffington Post” 5 gennaio 2017 ) “A oggi l’unico modo per giungere nel nostro Paese è farlo senza documenti, senza permesso. A rendere illegali i migranti siamo noi e le leggi sull’immigrazione in vigore: vecchie e non più in grado di regolamentare un fenomeno profondamente diverso dai tempi della Legge Turco-Napolitano e dalla legge Bossi-Fini che da 20 anni sono le uniche norme in vigore”.

Accanto a queste voci le buone pratiche diffuse e non considerate. Una ringhiera con i colori di tante bandiere è il benvenuto con cui si presenta Sant’Alessio d’Aspromonte, comune che conta circa 400 abitanti nella vallata del Gallico (Marzio Cencioni, Sant’Alessio, il paese che rinasce grazie ai migranti, “L’Unità” 19 aprile 2017).

Il giovane sindaco Stefano Ioli Calabrò è animatore di un progetto insieme a Luigi De Filippis, un medico che si è dedicato all’attenzione ai migranti con attenzione precipua ai più vulnerabili. Quest’ultimo presenta le linee di un progetto che potrebbe costituire un orizzonte di impegno a più ampio raggio nelle politiche dell’immigrazione: “Parliamo di soggetti che vivono, nel dramma del loro viaggio verso una vita migliore, particolari condizioni personali, donne, soprattutto singole, in stato di gravidanza, genitori singoli con figli minori, persone sottoposte a torture, stupri o altre forme gravi di violenza psicologica, fisica o sessuale. Ma anche soggetti che necessitano di assistenza sanitaria e domiciliare specialistica più o meno prolungata e coloro che presentano una disabilità anche temporanea, e, infine, le famiglie con minori. Il nostro è un progetto che prevede un processo programmato di inserimento nel tessuto sociale. Punto centrale di questa integrazione, che avviene per gradi, non invasiva per la comunità locale, è la reciproca convenienza e sulle opportunità economiche che questa presenza offre al Paese. Obiettivo è riportare queste persone all’autonomia, fornendo loro strumenti e competenze per farle diventare parte attiva della società italiana”.

Il sindaco osserva che “alcuni migranti sono stati inseriti in servizi di pulizia delle aiuole, recupero floreale, ed altri, impegnati nei laboratori di falegnameria, stanno recuperando le panchine in legno degli spazi pubblici». Il Progetto ha portato nuova vita ad un paese che viveva il processo di spopolamento e di mancanza di lavoro per i giovani. Ha portato anche occasioni nuove per i giovani per mettere a frutto le loro competenze professionali.

Spezzare il pane oggi si concretizza in scelte di giustizia e di ospitalità che aprono a scorgere nuovi orizzonti di senso anche per la vita di paesi, città. Per una convivenza giusta e umana.

Alessandro Cortesi op

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