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III domenica di Pasqua – anno B – 2018

IMG_2886.JPGAt 3,13-19; 1Gv 2,1-5a; Lc 24,35-48

All’inizio della vita della comunità cristiana sta l’annuncio che Gesù Cristo è risorto: nel libro degli Atti si possono rintracciare gli schemi fondamentali della prima predicazione cristiana soprattutto quando sono riportati i discorsi degli apostoli. A Gerusalemme  Pietro (At 3,12-26) pone in risalto da un lato l’agire degli uomini, l’ignoranza, il rifiuto, il rinnegamento e l’uccisione di Gesù; per contro l’azione di Dio che non ha lasciato Gesù nella morte ma lo ha ‘rialzato’: è lui il Padre, Abbà a cui Gesù, il Figlio ha affidato la sua vita.

Con il suo intervento di vita il Padre ha portato a compimento ‘ciò che aveva annunziato per bocca di tutti i profeti, che cioè il Cristo sarebbe morto’. Pasqua è evento di passione morte e risurrezione. Luca insiste sul fatto che la passione di Cristo è stata predetta dai profeti (cfr. Lc 9,22; 18,31, 22,22; 24,7; At 2,23; 3,18; 4,28). Non si tratta del compimento letterale di una previsione; piuttosto, e molto più profondamente, di una coerenza tra l’agire di Dio nella storia della salvezza e la vicenda di Gesù di Nazaret. La passione e la morte di Cristo sono lette come adempimento del farsi vicino di Dio all’umanità e rinnovamento dell’esperienza dei profeti. Cristo compie le Scritture perché sceglie le vie dell’inermità, del servizio, del prendere le sorti dei disprezzati e allontanati, la via della misericordia. Al centro la testimonianza della morte e della risurrezione di Cristo.

La prima comunità sperimenta il rischio di dimenticare che Gesù aveva scelto di vivere come povero, con i poveri di Jahwè. Nel suo vangelo Luca presenta questo nel percorso di Gesù in libertà e decisione verso Gerusalemme: sapeva che lì avrebbe incontrato il rifiuto e la condanna. La risurrezione è evento di conferma da parte del Padre che la via percorsa da lui verso Gerusalemme è la via della vita e della risurrezione. Il crocifisso è stato glorificato dal Padre.

Nel suo vangelo Luca presenta un incontro con il Risorto a Gerusalemme, centro del suo vangelo, là dove tutto era iniziato, nel tempio di (Lc 1,8). Gli undici e gli altri con loro vivono in modo nuovo l’incontro con Gesù.

Luca nel suo racconto è preoccupato di affermare che il Risorto è il medesimo e la sua presenza è viva e reale. L’incontro con lui è autentico e segna in modo inatteso un nuovo inizio. Intende così contrastare interpretazioni puramente spiritualistiche, presenti forse nella sua comunità, di chi deprezzava la corporeità affermando la risurrezione come una sorta di immortalità dell’anima ma nulla più.

L’incontro con Gesù risorto coinvolge l’esistenza: Gesù non è un fantasma, ma invita i suoi ad incontrarlo in modo nuovo: ‘Sono proprio io’. La relazione con lui segna la vita nella sua concretezza. Luca narra che Gesù chiede di mangiare con loro, accoglie il pesce arrostito che gli è porto e condivide con i suoi.

Gesù rimane, ora in modo nuovo. Luca con il suo racconto intende indicare alla sua comunità in quale modo pè possibile vivere l’espereinza dell’incontro con il Risorto. Al centro sta un’esperienza di fede. Nel mangiare insieme la comunità scoprirà la sua presenza. Gesù in mezzo ai suoi apre all’intelligenza delle Scritture: tornare alle Scritture sarà un altro luogo di incontro reale con lui. ‘Pace a voi’: è il saluto che racchiude il dono del risorto ai suoi. Il dono della pace, accolta e da trasmettere, è forza per essere testimoni.

Alessandro Cortesi op

 

aeham_ahmad_damascoPace

La parola ‘pace’ è alla radice di molti tipi di saluto nelle diverse culture. Sia nelle parole, si pensi a shalom / salam aleikum, sia nei gesti che accompagnano il saluto. Talvolta il portare la mano al cuore o il congiungerle con un inchino si fa augurio di pace, un sentimento che tocchi l’interiorità e divenga riconoscimento grazioso dell’altro. Il rinvio alla pace fa parte del modo di porsi davanti al volto e alla vita da accolgiere, a cui lasciare spazio, a cui offrire sguardo di benevolenza.

Nel tempo presente il saluto di ‘pace’ è svuotato e negato dalle diverse forme dell’ingiustizia, della violenza nella molteplicità delle sue forme e dalle minacce di guerra. La pace quale possibilità di vita buona e costruzione di rapporti di riconoscimento è minacciata sia da armi, sofisticate e terribili, sia dall’affermarsi di rapporti di oppressione e di esclusione.

L’augurio pace risuona ma pace non c’è. Anzi sembra proprio che prevalga l’ingiustizia e la scelta delle armi per risolvere i conflitti.

In questi giorni di Pasqua varie azioni di ferocia e violenza inaudita, atti che si delineano come crimini contro l’umanità sono stati compiuti in diverse regioni. Ai confini della Turchia nella regione del Rojava contro la popolazione curda della regione l’esercito turco sta conducendo bombardamenti su villaggi e azioni di guerra denominando tale azione ‘ramoscello d’ulivo’. In Siria bombardamenti con l’uso di sostanze chimiche nel quartiere di Ghouta e poi di Douma alla periferia di Damasco con uccisione di centinaia di bambini ad opera delle forze governative del dittatore Assad. Ai confini della striscia di Gaza dove l’esercito israeliano ha sparato contro manifestanti palestinesi nella ‘marcia del ritorno’ che intendeva ricordare la sofferenza del popolo palestinese per la perdita della propria patria nel 1948 e il diritto al ritorno. Azioni di violenza inaudita, azioni di eserciti tra i più armati del mondo perpetrate contro popolazioni inermi come a Gaza. Crimini contro l’umanità su cui, a parte esili voci e richieste dell’ONU per un’inchiesta internazionale poi respinta, è calato il silenzio a livello di opinione pubblica internazionale. E’ l’indifferenza si diffonde nel senso di impotenza e nella passiva accettazione, nell’abitudine a ricevere notizie, immagini di una ferocia senza limiti. La situaizone che oggi viviamo è quella di una violazione continua del saluto ‘pace’ trasformato nel suo contrario, offesa di guerra, umiliazione dell’altro.

L’invito di papa Francesco è grido ripetuto: lo scorso 1 aprile nel messaggio pasquale ha chiesto ai responsabili di fermare immediatamente lo “sterminio in corso in Siria dove la popolazione è stremata da una guerra che non vede fine”; e ha aggiunto la sua invocazione a pregare “per tutti i defunti, i feriti le famiglie che soffrono… per i responsabili politici e militari… scelgano l’altra via, quella del negoziato, la sola che può portare a una pace che non passi da morte e distruzione”.

Nel buio della violenza, dello sterminio e dell’uso di armi atroci che viene condotto in Siria un’immagine richiama al desiderio di pace più forte della guerra.

Aeham Ahmad è un giovane siriano nato nel 1988 a Damasco. Appartenente ad una famiglia palestinese di profughi viveva in Siria nel campo rifugiati di Yarmouk. Sin da bambino è stato educato a studiare la musica e ha proseguito negli anni questa passione. Ma dal 2011 dopo la feroce repressione di Assad dei movimenti della primavera araba la Siria è divenuto un paese segnato da guerra e violenze, sino ad essere devastato e distrutto.

L’immagine di Aeham seduto al pianoforte di fronte alle rovine di un palazzo crivellato da proiettili e bombe fu nel 2015 un segno della resistenza di note di pace, la forza della musica a fronte della immane potenza distruttiva delle armi e della malvagità umana. Nel 2015 Aeham è stato costretto così ad abbandonare il campo rifugiati di Yarmouk prima assediato dalle forze governative e ridotto alla fame, poi dall’arrivo dell’Isis. Ha lasciato la Siria e la sua casa trovando accoglienza in Germania dove ha potuto continuare e praticare la musica. Oggi portando nei suoi concerti quella musica che invoca pace. Il pianista di Yarmouk (ed. La nave di Teseo) è libro che raccoglie la sua storia. Una storia che richiama al saluto di ‘pace’ più forte come desiderio di ogni devastazione e deserto creato dalle armi.

Alessandro Cortesi op

 

 

 

 

 

 

 

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II domenica di Pasqua – anno B – 2018

immagine TommasoAt 4,32-35; 1Gv 5,1-6; Gv 20,19-31

La pagina degli Atti degli apostoli descrive lo stile di una vita comune radicata sul vangelo: la fede nel Cristo risorto genera una vita nuova. Da qui la condivisione dei beni, la fraternità e la testimonianza comune: “La moltitudine di coloro che erano venuti alla fede aveva un cuore solo ed un’anima sola e nessuno diceva sua proprietà quello che gli apparteneva, ma ogni cosa era fra loro comune… Nessuno infatti tra loro era bisognoso, perché quanti possedevano campi o case li vendevano”. Il centro pulsante da cui sgorga la vita di questa comunità è la risurrezione di Gesù: “Con grande forza gli apostoli rendevano testimonianza della risurrezione del Signore Gesù”.

“Beati quelli che, pur non avendo visto crederanno”. Il IV vangelo presenta un itinerario del credere: Tommaso è testimone di questo itinerario e il suo profilo ritrae quello di ogni discepolo chiamato ad un cammino mai concluso. Tommaso è spinto infatti a passare da un rapporto con Gesù che esige evidenze, fondato sui segni ad un vedere nuovo al credere che si affida. E’ passaggio al credere in rapporto a Gesù risorto.

Gesù si dà ad incontrare vivente ai suoi discepoli dopo la sua morte: si presenta rompendo una condizione di chiusura e di paura. Nell’offrire una narrazione di tale esperienza il IV vangelo insiste su due aspetti: Gesù Risorto, che si presenta in mezzo a loro, portando pace e donando lo Spirito è il medesimo Gesù di prima, è colui che è passato attraverso la sofferenza e la morte. La condizione nuova di vita non elimina la passione e la morte: “…mostrò loro le mani e il costato”. Sulle mani e il costato stanno i segni delle ferite. Gesù accompagna ad incontrarlo nel tener conto di tutto il suo cammino.

Ora si presenta in una condizione nuova: è il medesimo ma la sua presenza non è più come quella di prima. Ora l’incontro con lui diviene possibile in un modo nuovo. Gesù accompagna ancora con pazienza al passaggio del credere: reca ai discepoli i suoi doni, la pace, lo Spirito. Fa sorgere una gioia profonda nel cuore: l’incontro con lui sarà vissuto nell’accogliere la missione che lui affida.

Gesù è quindi il medesimo che ha percorso le strade della Palestina, che ha incontrato i suoi e ha annunciato il regno di Dio, morendo sulla croce, e nello stesso tempo egli è diverso, è il Risorto, e fa entrare i suoi in una nuova comunione con lui.

E’ dato un nuovo dono, lo Spirito: sul primo uomo Adamo Dio aveva alitato un soffio di vita (Gn 2,7), ora il soffiare di Gesù sugli apostoli è dono dello Spirito che sgorga dalla Pasqua: il IV vangelo suggerisce così che una nuova creazione che ha inizio. Sulla croce l’ultimo respiro di Gesù è consegna dello Spirito Santo (Gv 19,30: Ed egli chinato il capo donò lo Spirito). Lo Spirito è donato per continuare l’opera di Gesù di riconciliazione e perdono.

“Come il Padre ha mandato me così anch’io mando voi”: l’invio degli apostoli ha le sue radici nella missione del Figlio da parte del Padre, affonda le sue origini nel mistero della vita trinitaria e vive nel soffio dello Spirito quale dono della Pasqua. ‘come il Padre, così…’ non è indicazione di un esempio da imitare ma indica che solo radicandosi nella vita d Gesù si trova forza per poter essere testimoni: la missione del Padre è al centro e genera l’invio degli apostoli/inviati ad essere continuatori dell’opera di salvezza di Cristo.

“Molti altri segni fece Gesù in presenza dei suoi discepoli, ma non sono stati scritti in questo libro. Questi sono stati scritti, perché crediate che Gesù è il Cristo e perché, credendo, abbiate la vita nel suo nome”. In queste parole è racchiuso il senso dell’intero IV vangelo: un invito e aiuto per ‘continuare a credere’. Il percorso del credere è orientato ad avere la vita inserita nel dono della comunione del Padre e del Figlio.

Alessandro Cortesi op

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Papaveri

Ancora la primavera quest’anno è timida, raggelata da recenti nevicate e improvvisi sbalzi di temperature, da giornate di pioggia e vento che sbatacchiano le esili gemme e i fiori sbocciati quando la luce del sole è riuscita a bucare le nubi e la terra ha comunicato il calore accolto. A breve appariranno in luoghi spesso insoliti i papaveri. E si affacceranno sui cigli delle strade, nelle fessure dei muri a secco lungo i sentieri, nelle massicciate delle ferrovie, sfidando con una esile forza le folate d’aria, le intemperie, con i petali quasi di esile carta stropicciata.

I papaveri con il loor colore rosso fuoco sono un fragile ricordo e rinvio allo Spirito che soffia nella creazione. Sono richiamo al colore acceso che interrompe il verde come fiammella di fuoco vivo e si affaccia al primo ingiallire di campi di grano che maturano. Sono annuncio di pentecoste come soffio dello Spirito che comunica forza di vita.

Il Cristo dei papaveri è una raccolta di gemme poetiche di Christian Bobin, parole di un dialogo essenziale con il Tu vivente del risorto “novantanove scaglie scintillanti di luce. Scendono come balsamo sul cuore umano. Quasi iridescenti riflessi del nome di Dio. Baluginano lievemente sulla porta dell’anima. Lasciano a ciascuno di aprire l’intimità nascosta” (dall’Introduzione di F.G.Brambilla).

Ecco qui alcuni di questi lampi poetici in cui è suggerito uno sguardo a Cristo, nel dialogo, senza pretese di comprendere e spiegare ma nell’abbandono dello stupore. E’ paorla di poesia che si lascia colpire dall’inatteso, dal fragile, sul ciglio della via, lasciandosi prendere dal canto della debolezza, dall’esilità dei papaveri che parlano di gratuità in un mondo distratto e di ipocrisia:

Dio è tanto fragile quanto questi papaveri che gli uomini, per il loro profitto, vogliono strappare dalla terra (LXVI)

Quando ero invitato da qualche parte, io non entravo in casa: entravo negli occhi delle persone. Non vedevo il resto (XII)

Tu sei contagioso come il fuoco dei papaveri che tracciano una strada per il contrabbandiere nel sonno dorato del grano (XXXIX)

Ho visto un giorno un vecchio orologio fermo, ripartire da solo, e ho compreso, ho intuito che tu non smetterai di vivere con la mia morte (L)

E che i nostri cuori si aprano ogni giorno alla freschezza e allo sfavillio dei papaveri (LXIII)

A queste fragili macchie rosse, a queste lacrime di vita che nessuno provoca e che crescono tuttavia, imprevedibili, nel bel mezzo dei campi, nel bel mezzo dei giorni, dei nostri giorni (LXIV)

Poiché tu esisti, persino nei luoghi lontani, come quel rosso vivo nelle messi sobrie, intravisto da una strada tu li inquieti (LXV)

Nell’istante terribile in cui non c’è più niente da credere o da sperare – non più aria né porte – tu sorgi (LXXX)

Hanno fatto di te un’immagine, hanno fatto di te un idolo, hanno fatto di te una Chiesa. Io invece, faccio di te un papavero, il minuscolo stendardo dell’eterno, che fiorisce inaspettatamente e stupisce (XCIII). (da Christian Bobin, Il Cristo dei papaveri, La Scuola Morcelliana 2017)

Alessandro Cortesi op

Sabato santo 2018

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Sabato santo è giorno di silenzio. I segni tacciono, la liturgia è sospesa. E’ giorno di attesa, tempo di interruzione. Sono ore segnate dalla memoria del dolore e da una domanda che rimane aperta e sospesa. E’ tempo che provoca a mantenersi aperti all’ultimo.

C’è in questo giorno un rinvio al passato, alla memoria e a tutto ciò che la sepoltura reca con sè, il rinvio a tutta la vita di Gesù, il ricordare e ritornare ai suoi gesti e alle sue parole. E’ giorno del silenzio della morte, del vuoto del distacco. Esso racchiude in sé anche la mancanza che sempre rimane, attitudine di attesa nel grido soffocato e nel pianto.

Sabato è memoria di Cristo e di tutti coloro che sono entrati nel passaggio della morte, è silenzio della morte dopo lo scatenarsi del male e dell’ingiustizia, ed è silente denuncia della violenza e del dominio che schiaccia ed elimina.

E’ giorno di un rimanere nel silenzio, nel ricordo, di un vivere lo stare sotto, il sopportare resistendo al male, dando spazio al pensiero, alla preghiera, all’ascolto. Racchiude il silenzio di Gesù entrato nella morte; ma anche il silenzio di Dio che sembra non rispondere. Questo giorno reca con sé il silenzio della sofferenza di tutti coloro che nel cuore sperimentano il vuoto. E’ tempo di mancanza e del dolore per l’assenza di Gesù, amico e fratello.

Il sabato santo è memoria di una discesa: la discesa dalla croce, la discesa nel sepolcro, la discesa sino agli inferi. Paolo vede la croce di Gesù come il termine ultimo di una discesa verso il basso: “umiliò se stesso facendosi obbediente fino alla morte e alla morte di croce” (Fil. 2,8)

La prima lettera di Pietro parla di un annuncio di salvezza da parte di Cristo a coloro che erano rinchiusi in prigione: “anche Cristo è morto una volta per sempre per i peccati, giusto per gli ingiusti, per ricondurvi a Dio; messo a morte nel corpo, ma reso vivo nello spirito. E nello spirito andò a portare l’annuncio anche alle anime prigioniere, che un tempo avevano rifiutato di credere, quando Dio, nella sua magnanimità, pazientava nei giorni di Noè…” (1Pt 3,18-20).

Nel vangelo di Matteo con riferimento alla vicenda di Giona si allude ad un discendere: «Come infatti Giona rimase tre giorni e tre notti nel ventre del pesce, così il Figlio dell’uomo resterà tre giorni e tre notti nel cuore della terra» (Mt 12,40).

Il vangelo di Nicodemo, ne parla offrendo una plastica descrizione: “E subito, a quella parola, le porte bronzee si frantumarono e le sbarre di ferro fu­rono infrante. Tutti i morti legati furono sciolti dalle catene […]. Il re della gloria entrò come un uomo. I luoghi bui tutti dell’ade s’illuminarono::: II re della gloria, porgendo la sua destra, prese e sollevò il progenitore Adamo. Quindi, volgendosi agli altri, disse: ‘Orsù, venite con me voi tutti che subiste la morte per il legno che costui ha toccato. Ecco io vi faccio risorgere tutti per mezzo del legno della croce’”. (M.Erbetta, Apocrifi del Nuovo Testamento, 268-269)

La tradizione orientale ha sviluppato questo motivo teologico. Esso sottolinea la discesa di Cristo come un movimento di accoglienza, di recupero. E’ un andare incontro che coinvolge tutta l’umanità e il cosmo e non lascia nessuno perduto sin negli abissi, negli inferi, per liberare tutti i prigionieri. Nessuno viene dimenticato e perso agli occhi di Dio.

Per questo Ireneo scrive: “Il Signore rimase tre giorni nel luogo in cui soggiornavano i morti, secondo quanto ha detto di Lui il profeta: il Signore si è ricordato dei suoi santi morti i quali si addormentarono prima nella terra di sepoltura e discese presso di loro per liberarli e per salvarli”. (Contro le eresie, V,31,1)

La discesa di Cristo è immaginata come uno scendere sino a prendere per mano Adamo ed Eva, rompendo i cardini delle porte che chiudevano luoghi di prigione. Non solo Gesù discende verso il basso nelle profondità più buie della terra, ma anche scende nel tempo a riprendere tutto il passato. Nulla va perduto, tutto può essere rinnovato.

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La Pasqua viene così raffigurata nelle icone come un prendere per mano, un rialzare, in un movimento di rialzamento e di liberazione. Gesù Cristo sale allora ma non da solo, insieme a lui c’è una moltitudine. E sale recando sulle spalle, come pastore, l’umanità, la pecora perduta, aprendo spazi nuovi. Nessuno può rimanere prigioniero della morte.

Efrem, nelle sue poesia e inni vede nel volto di Gesù il profilo di quell’Adamo pensato come immagine che compie Cristo genere-umano: “Quell’Agnello vivente aprì ai sepolti una via dal sepolcro, con il grido che gettò… la festa che ci fu nel mese di Nisan lacerò i sepolcri con un grido, il grido che fa vivere tutti. Lo udì la morte che tutti uccide: essa venne meno e abbandonò i suoi scrigni”. (Efrem Il Siro).

E così antiche omelie sul sabato santo ripetono: «Che cosa è avvenuto? Oggi sulla terra c’è grande silenzio, grande silenzio e solitudine. Grande silenzio perché il Re dorme: la terra è rimasta sbigottita e tace perché il Dio fatto carne si è addormentato e ha svegliato coloro che da secoli dormivano. Dio è morto nella carne ed è sceso a scuotere il regno degli inferi. Certo egli va a cercare il primo padre, come la pecorella smarrita. Egli vuole scendere a visitare quelli che siedono nelle tenebre e nell’ombra di morte. Dio e il Figlio suo vanno a liberare dalle sofferenze Adamo ed Eva che si trovano in prigione. Il Signore entrò da loro portando le armi vittoriose della croce. Appena Adamo, il progenitore, lo vide, percuotendosi il petto per la meraviglia, gridò a tutti e disse: « Sia con tutti il mio Signore ». E Cristo rispondendo disse ad Adamo: « E con il tuo spirito ». E, presolo per mano, lo scosse, dicendo: “Svegliati, tu che dormi, e risorgi dai morti, e Cristo ti illuminerà. Io sono il tuo Dio, che per te sono diventato tuo figlio; che per te e per questi, che da te hanno avuto origine, ora parlo e nella mia potenza ordino a coloro che erano in carcere: Uscite! A coloro che erano nelle tenebre: Siate illuminati! A coloro che erano morti: Risorgete! A te comando: Svegliati, tu che dormi! Infatti non ti ho creato perché rimanessi prigioniero nell’inferno. Risorgi dai morti. Io sono la vita dei morti. Risorgi, opera delle mie mani! Risorgi mia effige, fatta a mia immagine! Risorgi, usciamo di qui! Tu in me e io in te siamo infatti un’unica e indivisa natura. Antica « Omelia sul Sabato santo ». (PG 43, 439. 451. 462-463).

“Il Sabato Santo è la “terra di nessuno” fra la morte e la Risurrezione ma in questa “terra di nessuno” è entrato Uno, l’Unico, che l’ha attraversata con i segni della sua passione per l’uomo. Qui Gesù Cristo ha condiviso non solo il nostro morire ma anche il nostro rimanere nella morte. Si è trattato della solidarietà più radicale. In quel tempo oltre il tempo Gesù Cristo è disceso agli inferi. Questo vuol dire che Dio, fattosi uomo, è arrivato fino al punto di entrare nella solitudine estrema dell’uomo, dove non arriva alcun raggio di amore, dove regna l’abbandono totale senza alcuna parola di conforto: gli inferi. Gesù Cristo, rimanendo nella morte, ha oltrepassato la porta di questa solitudine ultima per guidare anche noi ad oltrepassarla con Lui. Ecco, proprio questo è accaduto nel Sabato Santo: nel regno della morte è risuonata la voce di Dio. È successo l’impensabile: che cioè l’amore è entrato negli inferi. Anche nel buio estremo della solitudine umana più assoluta noi possiamo ascoltare una voce che ci chiama e trovare una mano che ci prende e ci conduce fuori. L’essere umano vive per il fatto che è amato e può amare. E se anche nello spazio della morte è penetrato l’amore, allora anche là è arrivata la vita. Nell’ora dell’estrema solitudine non saremo mai soli” (Benedetto XVI, visita alla Sindone, Torino 2.05.2010)

Così Carlo Maria Martini riflettendo sul sabato santo ricordava: “Siamo dunque nel sabato del tempo, incamminati verso l’ottavo giorno: fra “già” e “non ancora” dobbiamo evitare di assolutizzare l’oggi, con atteggiamenti di trionfalismo o, al contrario, di disfattismo. Non possiamo fermarci al buio del Venerdì santo, in una sorta di “cristianesimo senza redenzione”; non possiamo neanche affrettare la piena rivelazione della vittoria di Pasqua in noi, che si compirà nel secondo avvento del Figlio dell’uomo”.

Così pregava ricordando Maria colei che nel sabato visse la fedeltà dell’attesa, della memoria, e della speranza: “Tu, o Madre della speranza, hai pazientato con pace nel Sabato santo e ci insegni a guardare con pazienza e perseveranza a ciò che viviamo in questo sabato della storia, quando molti, anche cristiani, sono tentati di non sperare più nella vita eterna e neppure nel ritorno del Signore. L’impazienza e la fretta caratteristiche della nostra cultura tecnologica ci fanno sentire pesante ogni ritardo nella manifestazione svelata del disegno divino e della vittoria del Risorto. La nostra poca fede nel leggere i segni della presenza di Dio nella storia si traduce in impazienza e fuga, proprio come accadde ai due di Emmaus che, pur messi di fronte ad alcuni segnali del Risorto, non ebbero la forza di aspettare lo sviluppo degli eventi e se ne andarono da Gerusalemme (cf Lc 24,13ss.). Noi ti preghiamo, o madre della speranza e della pazienza: chiedi al tuo Figlio che abbia misericordia di noi e ci venga a cercare sulla strada delle nostre fughe e impazienze, come ha fatto con i discepoli di Emmaus. Chiedi che ancora una volta la sua parola riscaldi il nostro cuore (cf Lc 24, 32). Intercedi per noi affinché viviamo nel tempo con la speranza dell’eternità, con la certezza che il disegno di Dio sul mondo si compirà a suo tempo e noi potremo contemplare con gioia la gloria del Risorto, gloria che già è presente, pur se in maniera velata, nel mistero della storia” (Lettera pastorale, La madonna del sabato santo, 2000-2001).

Alessandro Cortesi op

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III domenica di Pasqua – anno A – 2017

(He Qi – Emmaus)

At 2,14.22-33; 1Pt 1,17-21; Lc 24,13-35

“Questo Gesù Dio l’ha risuscitato e noi tutti ne siamo testimoni. Innalzato pertanto alla destra di Dio e dopo aver ricevuto dal Padre lo Spirito Santo lo ha effuso come voi stessi potete vedere e udire”

Nel discorso di Pietro a pentecoste, si specchiano alcuni tratti della prima predicazione cristiana. Pietro parla di Gesù come uomo che nel suo agire diceva la presenza di Dio. I suoi segni sono indicazione e traccia.

E poi parla della sua risurrezione come evento che compie un grande disegno di salvezza. I salmi ne avevano parlato, e ricorda le parole di fede del salmo 16. Davide – dice Pietro – morì e fu sepolto e la sua tomba è ancora oggi tra noi’. Dio, il Padre, invece ha costituito Signore Cristo il Gesù crocifisso. Pietro legge così l’annuncio della risurrezione di Gesù nei salmi di Davide dove si legge: ‘questi non fu abbandonato negli inferi, né la sua carne vide corruzione’ (cfr. Sal 16,10).

La vita di Gesù è così presentata innalzamento. Dio Padre che ha costituito Gesù ‘signore’ dando a lui le prerogative della vita divina. Come il re quando veniva accolto sul trono: ‘Disse il Signore al mio Signore, siedi alla mia destra, finché io ponga i miei nemici come sgabello ai tuoi piedi’. E’ quindi Gesù il ‘signore’ di cui parla il salmo 110 e il ‘messia’ che parla nel salmo 16.

Le parole finali del salmo sono così riferite a Gesù: ‘tu non abbandonerai l’anima mia negli inferi né permetterai che il tuo santo veda la corruzione. Mi hai fatto conoscere le vie della vita mi colmerai di gioia con la tua presenza’. Gesù è stato innalzato in questi ultimi tempi (con riferimento a Gioele 3,1-5) e ha avuto un nome che è il nome stesso di Dio: ‘Signore’. Chiunque invocherà quel ‘nome’ sarà salvato.

Il racconto dell’incontro di Emmaus è una bellissima pagina di Luca, una catechesi che risponde alla domanda: come incontrare Gesù risorto? La strada da Gerusalemme a Emmaus è simbolo del cammino dei discepoli e della comunità in cui l’incontro con Cristo si rinnova. Luca indica così ‘luoghi’ in cui egli si fa vicino a noi.

I due di Emmaus sono fissati mentre si stanno allontanando da Gerusalemme. I loro sentimenti sono di desolazione e delusione. Nel cuore hanno solo fallimento e desiderio di prendere le distanze. Ma nel parlare e discorrere tra loro uno sconosciuto si affianca. Luca suggerisce che uno dei primi luoghi d’incontro col Risorto è proprio il dialogo, anche quello fatto di domande e di sconforto, e l’incontro con lo straniero, l’altro.

I due discepoli sono provocati dagli interrogativi dello straniero e ritornano ai giorni di Gerusalemme. Sono accompagnati a ricomporre passo dopo passo tutti i tasselli di un mosaico di eventi di cui sono stati protagonisti.

Luca descrive con parole lievi lo stile del farsi accanto di Gesù, la sua pazienza nel domandare, la sua cura nel suscitare un percorso personale e condiviso. I due erano tristi, ma colloquiavano e si confrontavano insieme sui fatti accaduti: Gesù pone domande, accompagna ad andare al fondo del loro dolore, non offre risposte facili. Non li rimprovera.

Come pellegrino che cammina insieme, si fa aiuto, dal basso, nella condivisione, per ricomporre il quadro della loro esperienza. I due hanno tutti gli elementi, ma non sono in grado di leggere i segni. I loro occhi erano incapaci di riconoscere Gesù che camminava con loro, così il loro sguardo era incapace di leggere dentro agli eventi vissuti. ‘tu solo dei così forestiero in Gerusalemme da non sapere ciò che vi è accaduto in questi giorni?’

Lo sconosciuto porta i due a scoprirsi essi stessi forestieri e li conduce anche ad una ricerca più profonda. Al centro della narrazione sta la testimonianza delle donne: ‘ma alcune donne, delle nostre, ci hanno sconvolti; recatesi al mattino al sepolcro e non avendo trovato il suo corpo, sono venute a dirci di avere avuto una visione di angeli, i quali affermano che egli è vivo’. I due si rendono così testimoni della risurrezione. egli è il vivente e ha vinto la morte. Ma è un riferire freddo senza partecipazione del cuore e della vita.

Gesù li accompagna allora a rileggere le Scritture. Indica un luogo d’incontro con la sua presenza come vivente. Poi cede al loro invito mentre si fa buio: ‘resta con noi perché si fa sera’. Si ferma e nella locanda, a tavola, spezza il pane per mangiare con loro. Allora ai due si aprono gli occhi: quel gesto, un gesto di tutti i giorni, vissuto insieme rinvia al gesto dell’ultima sera con Gesù. E’ il gesto simbolo della sua vita. I due di Emmaus si aprono ad un vedere nuovo, il vedere della fede.

Non vi sono stati miracoli: hanno appreso scorgere i segni. In quel gesto c’è anche il riferimento alla possibilità di incontrare il risorto in ogni gesto dello spezzare il ‘pane della propria esistenza’. Lì si rende presente e si fa ‘vedere’ Gesù risorto. I due poi si recano dagli altri e lì scoprono che Gesù è possibile incontrarlo proprio lì, da dove si erano allontanati delusi. ‘davvero il Signore è risorto e si è fatto vedere’ non è più parola vuota ma esperienza possibile.

Alessandro Cortesi op

La profezia di un maestro

Ci sono maestri che sono tali non per l’accumulo di titoli o di riconoscimenti, e nemmeno perché hanno occupato posti di ruolo, ma perché le loro parole seminate sono state accompagnamento di esistenza, i loro gesti recano lo spessore delle scelte faticose e maturate. E la loro vita è eredità che si consegna accendendo fuochi e aprendo strade nei cuori di chi li ha incontrati.

In questi giorni il coro de I crodaioli di Bepi De Marzi insieme al coro Monte Pizzo a Lizzano Belvedere nella manifestazione Lizzano è In…Canto (22 aprile 2017) hanno ricordato la figura di un maestro, il ‘capitano con gli occhi da bambino’, il capitano Toni, Antonio Giuriolo.

Originario della provincia di Vicenza, nato ad Arzignano nel 1912, il capitano Toni è stato ucciso in un scontro tra le truppe tedesche e la sua formazione partigiana il 12 dicembre 1944 sulle pendici dell’Appennino emiliano nel versante bolognese del Corno alle Scale, dopo che nei mesi del 1944 aveva contribuito alla liberazione di vari paesi della montagna.

Nato ad Arzignano aveva condotto i suoi studi a Vicenza al liceo Pigafetta e si era poi laureato in lettere a Padova nel 1935, in anni in cui il peso della propaganda fascista e la violenza del regime si faceva pesantemente sentire anche nella sua famiglia. Rifiutò la tessera del regime fascista e condusse attività di insegnante in modo precario. Fu a contatto con Norberto Bobbio, poi con Aldo Capitini leggendo i suoi testi e condividendo gli orientamenti di nonviolenza e pace.

Maturò la scelta di salire in montagna dopo l’8 settembre 1943, quando si pose la necessità di una scelta tra l’indifferenza, il silenzio di adesione al fascismo e l’accettazione di essere arruolati nella Repubblica di Salò, e la scelta alternativa di battersi per porre fine al fascismo, condividendo la lotta partigiana. Morì sull’Appennino, mentre guidava operazioni di resistenza contro l’esercito tedesco, colpito sul Belvedere sotto il Corno alle Scale. Il suo ricordo unisce la pianura veneta e le valli dell’Appennino e il suo nome rimane inciso nel cippo al Belvedere, nelle scuole a lui intitolate ad Arzignano, Vicenza e a Porretta, così come nel rifugio nelle Piccole Dolomiti a Campogrosso.

Norberto Bobbio lo ricordò a Vicenza alla Biblioteca Bertoliana, luogo dei suoi studi, il 26 settembre 1948: “Toni Giuriolo fu un nobilissimo esempio di educatore senza cattedra; e siete voi stessi, giovani amici di lui, che lo avete così definito e consegnato alla storia della vostra vita spirituale come il maestro che vi ha educati non nell’aula, ma per le strade della vostra Vicenza, per i sentieri delle vostre campagne, camminando, discorrendo, discutendo, e vi ha insegnato più di tutti i maestri della scuola, anche di quella universitaria (…)

E così continuava: “Se ora dovessi racchiudere in una formula il significato della sua vita, direi che egli rappresentò l’incarnazione più perfetta che mai io abbia vista realizzata in un giovane della nostra generazione dell’unione di cultura e di vita morale” (N. Bobbio, L’uomo e il partigiano, in Per Antonio Giuriolo. Scritti di Antonio Barolini, Norberto Bobbio, Enzo Enriques Agnoletti, Luigi Meneghello, Vicenza 1966).

Un ritratto della sua vita con la profondità della memoria sofferta e personale è quello uscito dalla penna di Luigi Meneghello, nel racconto dell’esperienza del gruppo dei giovani che prima negli anni universitari e poi al tempo della guerra si unì a lui salendo sulle montagne per vivere in quella scelta il rifiuto della dittatura fascista e per aprire strade nuove di libertà. Il libro che è puntuale ricostruzione storica, scritto e riscritto, e sofferta testimonianza s’intitola I piccoli maestri (1 edizione 1964). Un libro che cerca di “esprimere un modo di vedere la Resistenza che differisce radicalmente da quello divulgato (e non penso solo ai discorsi e alle celebrazioni) – e cioè in chiave anti-eroica” (L.Meneghello, I piccoli maestri, nota alla II^ edizione, 1976).

Meneghello ne suggerisce la forza interiore che si comunicava nell’incontro: “non era solo un uomo più autorevole, dieci anni più vecchio di noi; era un anello della catena apostolica, quasi un uomo santo” (da I piccoli maestri). Un ‘eroe senza gesti’ – come lo definì Bobbio – un ‘uomo santo’, anche un ‘oppositore totale’ capace di andare contro la corrente nell’atmosfera di un orientamento comune e pervasivo nella società vicentina del tempo del ventennio fascista da cui era difficile staccarsi, capace di autonomia di riflessione e di coerenza nelle scelte di vita. (Cfr. E.Pellegrini, Un oppositore totale. Immagini di Antonio Giuriolo nell’opera di Luigi Meneghello)

“’L’Italia vera, dicevo a Lelio nelle secche del nostro esilio militare è rinchiusa nell’animo degli oppositori totali, come Giuriolo. E’ uno di Vicenza, avrà trent’anni; è un professore, ma non fa scuola perché non ha voluto prendere la tessera’. ‘Credevo che non ce ne fossero più’, diceva Lelio. ‘C’è lui’, dicevo io. ‘E si può dire che noi siamo suoi discepoli’. ‘Cosa vuoi discepolare?’, diceva Lelio; ma io gli spiegavo che chi frequentava Toni Giuriolo diventava fatalmente suo discepolo, e in fondo anche chi frequentava i suoi discepoli. ‘Ormai sei un discepolo anche tu’, gli dicevo. ‘Quanti ce n’è di questi discepoli?’. ‘Saremo una dozzina’. ‘Come quelli di Cristo’. ‘Quelli erano gli apostoli’” (da I piccoli maestri).

In Fiori italiani, libro che racconta il tipo di educazione impartita al tempo del fascismo, Luigi Meneghello ricorda il momento della nascita di quel libro: “Ho pensato per la prima volta in confuso a questo libro nell’estate del 1944 sdraiato per terra all’imboccatura di una grotta in Valsugana, guardando le coste del Grappa lì di fronte. (…) Che cos’è un’educazione? Avevo il senso di sapere soltanto il negativo della risposta, che cos’è una diseducazione”. Ricorda l’impatto decisivo con Antonio Giuriolo come presenza che invitava a pensare :“Per la prima volta gli pareva di pensare, e si sentiva pensare. Se in principio gli avrebbe fatto spavento e ribrezzo l’idea di poter diventare “antifascista”, ora quel sentimento s’invertiva, e alla fine sarebbe inorridito di essere ancora fascista. Fu un processo esaltante e lacerante insieme: un po’ come venire in vita, e nello stesso tempo morire”.

Il capitano Toni aveva la statura propria del maestro: “l’influenza di Antonio, pur avendo per oggetto la mente dei suoi discepoli, investiva tutta la loro personalità e la cambiava…” (da Fiori italiani).

E suggerisce la concretezza quale caratteristica dell’ insegnamento del maestro antifascista, che gli aveva aperto mente e cuore e che si potrebbe anche indicare come capacità di unire finezza intellettuale con attenzione ad un impegno di responsabilità etica: “Spiccavano certi tratti di metodo. Anzitutto la concretezza. Antonio si rivolgeva sempre a una persona precisa: questo libro, questo passo, questo concetto. Additava, citava (non a memoria come un retore, ma aprendo e cercando); brani segnati a matita, sottolineati. (…) Antonio non pareva certo un raffinato del gusto, pure nelle sue interpretazioni c’era una sorprendente finezza, che armonizzava col suo modo di sentire energico e virile. Il punto d’arrivo non era estetico, ma morale”.

Il suo essere maestro non nella scuola ma sulla strada, nella quotidianità, suscitava in chi gli stava accanto la percezione di qualcosa di profondo e inedito che accadeva nell’incontro. Ancora Luigi Meneghello dà voce ai sentimenti dei giovani che furono a contatto con il capitano Toni: “L’incontro con lui ci è sempre parso la cosa più importante che ci sia capitata nella vita: fu la svolta decisiva della nostra storia personale, e inoltre (con un drammatico effetto di rovesciamento) la conclusione della nostra educazione… L’impronta che ha lasciato in noi è dello stesso stampo di quella che lasciano le esperienze che condizionano per sempre il nostro modo di pensare, di vivere e, se scriviamo, di scrivere” (da Fiori italiani).

Da dove proveniva questa forza? Bobbio nella commemorazione del 1948 riporta un brano da una sua lettera: “Non basta occuparsi del proprio perfezionamento individuale; bisogna dare anche il proprio contributo, per quanto modesto esso sia, all’umanità…: l’uomo di cultura non può starsene appartato, deve assumersi degli impegni nella società degli uomini, deve sentire la grande responsabilità che grava sulle sue spalle: difendere e custodire quello senza cui né cultura né moralità possono vivere: la libertà” (N. Bobbio, L’uomo e il partigiano, 24).

Il capitano Toni è stato maestro, capace di passare una corrente di vita, di testimonianza ad altri piccoli maestri.

Il canto dei cori alpini nella valle di Lizzano in questi giorni che ricordano la liberazione è soffio che ci riporta questa eredità di piccoli grandi maestri, e ci chiede di farla nostra. Anche oggi nella responsabilità e nel coinvolgimento del cammino è possibile aprire nuovi percorsi di libertà.

Alessandro Cortesi op

Per approfondire:

Antonio Trentin, Toni Giuriolo. Un maestro di libertà, Sommacampagna, Cierre-Istrevi, 2012.

Antonio Giuriolo, Pensare la libertà. I quaderni di Antonio Giuriolo, a cura di Renato Camurri, Venezia, Marsilio 2016.

Piero Casentini «Il maestro di S., mio, e dei nostri compagni». Note da un taccuino di Antonio Giuriolo, in http://storiamestre.it/2016/11/il-maestro-di-s/

II domenica di Pasqua – anno A – 2017

At 2,42-47; 1Pt 1,3-9; Gv 20,19-31

La prima lettera di Pietro parla della Pasqua nel rapporto con la vita dei credenti e suggerisce aspetti fondamentali della fede cristiana. Al centro sta lo sguardo all’opera di Dio. “Sia benedetto Dio e Padre del Signore nostro Gesù Cristo: nella sua grande misericordia egli ci ha rigenerati, mediante la risurrezione di Gesù Cristo dai morti, per una speranza viva, per una eredità che non si corrompe, non si macchia e non marcisce”.

Il Padre ha pronunciato l’ultima parola sulla vita di Gesù, ha risollevato la vita del crocifisso e gli ha dato un ‘nome al di sopra di ogni altro nome’. Nella risurrezione ha costituito Gesù come signore. Ha così pronunciato il suo sì definitivo alla vita e alla morte di Gesù vissute nello ‘spendersi fino alla fine’, nell’amare fino al segno supremo.

Al centro della fede sta questo dono per tutti. Nel ‘rialzare’ Gesù dalla morte il Padre ha offerto un dono di rigenerazione per l’umanità. Nella risurrezione di Cristo è donata una vita nuova, opera del Padre. Da qui si apre la speranza dei credenti: è speranza viva, eredità che non si consuma. E’ eredità di incontro che diventa modo nuovo di intendere la vita, i rapporti, ogni cosa sin d’ora.

Da qui l’invito a scorgere questa condizione nuova: una vita rigenerata, nella custodia da parte di Dio che vince le forze di male. La vita e la morte stessa acquistano un senso nuovo dalla parola/azione definitiva della risurrezione. Questa eredità è conservata nei cieli, per chi ‘dalla potenza di Dio è custodito mediante la fede’.

Fede è così fissare lo sguardo su quanto il Padre ha compiuto, è ritrovare la propria eredità più preziosa in questo incontro. E’ anche inizio di una speranza per vivere seguendo Gesù nel cammino da lui percorso. I cristiani vivono – o dovrebbero vivere! – per questo nella provvisorietà, nella dispersione, come stranieri, in condizione di cammino. Non sono ancora giunti a casa, ma sanno che Dio li custodisce: ‘dalla potenza di Dio siete custoditi mediante la fede’.

Nella pagina degli Atti degli apostoli l’evento della risurrezione è letto come spartiacque del tempo. Luca nel vangelo aveva narrato il cammino di Gesù fino a Gerusalemme. Ora la bella notizia della risurrezione è annunciata sino agli estremi confini della terra. In brevi sommari sono delineati tratti essenziali della testimonianza delle prime comunità: sono memoria ma anche richiamo ad un ideale da coltivare sempre.

Il primo tratto è la fedeltà all’insegnamento degli apostoli: al centro sta la memoria della vita di Gesù consegnata agli apostoli, il ricordo delle sue parole e gesti. E’ memoria che suscita scelte e impegno nuovi.

Il secondo tratto è la frazione del pane: la vita della comunità trae forza dal ripetere il gesto di Gesù nella cena e attuarlo nella vita. Spezzare il pane è riandare alla sua vita come dono per tutti per vivere scelte di condivisione e accoglienza.

Il terzo tratto è la preghiera: i discepoli di Gesù continuano a vivere la preghiera di Israele. Salgono al tempio, continuano l’invocazione dei salmi e la memoria dell’alleanza di Dio.

Il quarto tratto è la comunione: è innanzitutto dono che sgorga dalla vita di Dio. E’ poi chiamata a condividere i beni, a distribuire a ciascuno secondo il bisogno. Seguire Gesù è movimento che conduce a spostare la domanda: non ‘chi sono io?’ ma ‘per chi sono io?’. Rende responsabili degli altri e chiede scelte concrete.

Alessandro Cortesi op

Spezzare il pane

Sono quasi 9000 i migranti salvati nei giorni della Pasqua di quest’anno. Nel Mediterraneo hanno collaborato la Guardia costiera con dieci unità navali, altrettante quelle delle ONG , due di Frontex, una dell’operazione Sofia. E non sono state sufficienti: vi è stata la richiesta dell’aiuto di più di dieci navi mercantili presenti nelle aree dei salvataggi.

Carlotta Sami, portavoce dell’l’Alto commissariato per i rifugiati delle Nazioni Unite (UNHCR) di fronte a questa situazione ripete: “È essenziale che l’Europa si attivi per aprire corridoi umanitari, rafforzando il dialogo tra le nazioni per avviare una concreta strategia dell’inclusione, o quest’estate i problemi saranno moltiplicati’’ (Giuseppe Lo Bianco, Italia-Libia, così non va. Non è illegale cercare asilo. Intervista a Carlotta Sami, “il Fatto Quotidiano” 19 aprile 2017). La portavoce UNHCR ricorda le statistiche che indicano come vi sia un aumento di arrivi di eritrei, sudanesi, maliani. Sono provenienze da Paesi dilaniati da guerre, o pesantemente segnati dalle carestie, come la Somalia e il Sud Sudan. Carlotta Sami ricorda inoltre che Paesi tra i più poveri del mondo accolgono al loro interno milioni di rifugiati, molti più di quanti siano accolti in Europa: tra di essi l’Etiopia, il Sudan, il Niger. In Libia è in atto una crisi umanitaria devastante. Vi sono centri di detenzione di massa che trattengono centinaia di migliaia di persone. Violenze, torture, abusi sono pratiche ordinarie e non contrastate. La maggior parte delle donne subisce violenze e stupri ripetuti.

In tale quadro il recente accordo Italia-Libia dimostra la sua inadeguatezza e la presenza di elementi inquietanti che contrastano con l’attenzione ai diritti fondamentali. Giancarlo Perego, della Fondazione Migrantes della Caritas – da pochi giorni nominato vescovo di Ferrara – ha posto in luce come tale accordo indebolisca la tutela del diritto d’asilo: «Si è siglato un accordo con un Paese, la Libia, che è al di fuori del contesto europeo come in qualche modo poteva essere la Turchia; che non dà garanzie; che potrebbe semplicemente spostare gli sbarchi da Tripoli a Bengasi, territorio che non è sotto il controllo di Al Sarraj … indebolisce la tutela del diritto d’asilo e scarica ancora una volta la responsabilità nei confronti di persone che sono in fuga da guerre, violenze, fame, povertà e terrorismo» (Daniela Fassini, Caritas: non accettiamo questa politica dello scaricabarile, “Avvenire” 4 febbraio 2017)

Il giornalista e regista Gabriele Del Grande – che sta vivendo momenti drammatici nei giorni scorsi arrestato senza alcuna ragione al confine della Turchia e lì trattenuto – con la consapevolezza di chi da anni ha seguito le vicende dei viaggi dei migranti nel Mediterraneo contando i morti su queste rotte ha postato agli inizi di febbraio una lettera aperta al presidente del consiglio chiedendo per una volta ascolto di voci diverse da quelle della paura o dei sondaggi: “mi permetto di darle un consiglio non richiesto. La rotta va chiusa, concordo. Basta morti, basta miliardi alle mafie libiche e basta miliardi all’assistenzialismo. Tuttavia state andando nella direzione sbagliata…. Riscrivete le regole dei visti Schengen. Allentate le maglie. Fatelo gradualmente. Partite con un pacchetto di cinquanta-centomila visti UE all’anno per l’Africa. (…) Chi oggi investe tre-quattromila euro per il viaggio Lagos-Tripoli-Lampedusa, investirebbe gli stessi soldi per comprare un biglietto aereo, affittarsi una camera e cercare un lavoro. E se non lo trovasse, tornerebbe in patria sapendo che potrebbe ritentare l’anno successivo. (…) Tra la repressione in frontiera e l’assistenzialismo in casa, c’è un terzo modello. È il modello della cittadinanza globale. L’idea che modernità è anche poter scegliere dove inseguire la propria felicità. Ovunque essa sia. Fosse anche una chimera. Sapendo che potrai sempre tornare a casa. Perché c’è una porta girevole. (…) Il flusso non si può fermare. Si può soltanto governare, dirigendolo verso gli uffici consolari e da lì verso gli aeroporti internazionali”.

Tra le voci che ricordano le contraddizioni di scelte politiche che generano illegalità vi è quella di Camillo Ripamonti, , presidente del Centro Astalli di Roma (l’Huffington Post” 5 gennaio 2017 ) “A oggi l’unico modo per giungere nel nostro Paese è farlo senza documenti, senza permesso. A rendere illegali i migranti siamo noi e le leggi sull’immigrazione in vigore: vecchie e non più in grado di regolamentare un fenomeno profondamente diverso dai tempi della Legge Turco-Napolitano e dalla legge Bossi-Fini che da 20 anni sono le uniche norme in vigore”.

Accanto a queste voci le buone pratiche diffuse e non considerate. Una ringhiera con i colori di tante bandiere è il benvenuto con cui si presenta Sant’Alessio d’Aspromonte, comune che conta circa 400 abitanti nella vallata del Gallico (Marzio Cencioni, Sant’Alessio, il paese che rinasce grazie ai migranti, “L’Unità” 19 aprile 2017).

Il giovane sindaco Stefano Ioli Calabrò è animatore di un progetto insieme a Luigi De Filippis, un medico che si è dedicato all’attenzione ai migranti con attenzione precipua ai più vulnerabili. Quest’ultimo presenta le linee di un progetto che potrebbe costituire un orizzonte di impegno a più ampio raggio nelle politiche dell’immigrazione: “Parliamo di soggetti che vivono, nel dramma del loro viaggio verso una vita migliore, particolari condizioni personali, donne, soprattutto singole, in stato di gravidanza, genitori singoli con figli minori, persone sottoposte a torture, stupri o altre forme gravi di violenza psicologica, fisica o sessuale. Ma anche soggetti che necessitano di assistenza sanitaria e domiciliare specialistica più o meno prolungata e coloro che presentano una disabilità anche temporanea, e, infine, le famiglie con minori. Il nostro è un progetto che prevede un processo programmato di inserimento nel tessuto sociale. Punto centrale di questa integrazione, che avviene per gradi, non invasiva per la comunità locale, è la reciproca convenienza e sulle opportunità economiche che questa presenza offre al Paese. Obiettivo è riportare queste persone all’autonomia, fornendo loro strumenti e competenze per farle diventare parte attiva della società italiana”.

Il sindaco osserva che “alcuni migranti sono stati inseriti in servizi di pulizia delle aiuole, recupero floreale, ed altri, impegnati nei laboratori di falegnameria, stanno recuperando le panchine in legno degli spazi pubblici». Il Progetto ha portato nuova vita ad un paese che viveva il processo di spopolamento e di mancanza di lavoro per i giovani. Ha portato anche occasioni nuove per i giovani per mettere a frutto le loro competenze professionali.

Spezzare il pane oggi si concretizza in scelte di giustizia e di ospitalità che aprono a scorgere nuovi orizzonti di senso anche per la vita di paesi, città. Per una convivenza giusta e umana.

Alessandro Cortesi op

Domenica di Pasqua – anno A – 2017

At 10,34.37-43; Col 3,1-4; Gv 20,1-9

Il lungo discorso di Pietro nella casa del pagano Cornelio è una sintesi della prima predicazione cristiana ed espressione di una apertura nuova: ‘sto rendendomi conto che Dio non fa preferenze di persone’. Al centro sta Gesù e la sua vita, annuncio di pace per tutti. Di lui si ricordano i momenti del suo passare: il rapporto con Giovanni Battista, il battesimo, i suoi gesti nella forza dello Spirito. ‘Essi lo uccisero appendendolo a una croce, ma Dio lo ha risuscitato al terzo giorno e volle che apparisse, non a tutto il popolo, ma a testimoni prescelti da Dio’. Crocifisso dagli uomini ma risuscitato da Dio, il Padre. Gesù si è dato ad incontrare, vivente, a testimoni ‘che hanno mangiato e bevuto con lui dopo la risurrezione’.

Da questa testimonianza sorge la fede: con la sua morte si è aperta una nuova storia, una speranza di vita nuova. Incontrando il pagano Cornelio, Pietro impara ancora qualcosa di nuovo per lui. Il dono di Dio non è riservato ad alcuni ma è per tutti: ‘ci ha ordinato di testimoniare che egli è il giudice dei vivi e dei morti costituito da Dio’. Pietro porta la bella notizia, ma in modo inaspettato è lui ad essere evangelizzato: scopre quella bella notizia in atto nella casa di Cornelio. E’ liberazione dal peccato e dalla morte per chiunque si affidi al condannato della croce, per chiunque vive nella sua esistenza ciò che Gesù ha vissuto.

Due serie di verbi attraversano la pagina del IV vangelo: sono verbi di movimento – recarsi, correre, uscire – e verbi di vedere – vide che la pietra…, …vide le bende… vide e credette. Andare, correre, vedere sono le azioni del giorno dopo il sabato, ma sono anche espressione di ogni cammino dell’incontro con Cristo risorto. Questo si attua nell’uscire, nel ricercare, nel vedere.

Maria di Magdala si reca al sepolcro al mattino ‘quando era ancora buio’: la sua ricerca inizia nell’oscurità esteriore e interiore. E’ legata al passato, non c’è luce nel suo cuore. La sua è una triste ricerca del Gesù ricordato prima della passione, in un passato ormai chiuso. Il suo percorso dovrà aprirsi ad una apertura nuova del vedere ‘vide che la pietra era stata tolta dal sepolcro’. Inizia una corsa ‘andò da Simon Pietro e dall’altro discepolo quello che Gesù amava e disse: Hanno portato via il Signore dal sepolcro e non sappiamo dove l’hanno posto…”. Il suo vedere si ferma alla constatazione. Il suo cammino si aprirà solo quando si sentirà chiamata per nome: solo allora apre il cuore ad una disponibilità nuova, la luce vince il buio del suo animo (cfr Gv 20,11-18).

Simon Pietro, il primo tra gli apostoli è ritratto nel suo uscire e correre: uscì insieme all’altro discepolo… correvano insieme. Ma nella corsa viene preceduto. Tuttavia è atteso e per primo entra nel sepolcro. Vede ma non sa interpretare i segni. I segni – dice il IV vangelo – non sono sufficienti per la fede. Pietro, il primo, deve lasciarsi guidare anche lui: c’è chi giunge prima e sa vedere oltre. E’ il vedere dell’altro discepolo, il discepolo che Gesù amava. Non ‘il prediletto’ ma colui che è consapevole di un amore unico e grande. Il suo vedere è il vedere dell’amore.

Il discepolo che Gesù amava corre così, insieme a Pietro, ma anche diversamente da lui. Lo attende, lo fa entrare per primo ma il suo vedere precede e apre orizzonti nuovi. Di lui si dice ‘ e vide e credette’: il suo sguardo è un vedere dentro e oltre i segni. E’ il vedere del credere. Parte dai segni ma va oltre nell’amore. Vede i teli ma il sepolcro luogo di morte ormai non è il posto di Gesù. La sua presenza è da cercare e incontrare nella vita.

Il brano si chiude con una osservazione: ‘non avevano infatti ancora compreso la Scrittura, che egli cioè doveva risuscitare dai morti’. Chi ascolta questa pagina è condotto a tornare alle Scritture. Il IV vangelo si chiuderà con una indicazione di cammino: ‘beati coloro che pur senza aver visto crederanno’.

Alessandro Cortesi op

Vedere

Il 12 aprile 1963 in un telegramma inviato a mons. Angelo Dell’Acqua, segretario di Stato, Giorgio La Pira, allora sindaco di Firenze, così scriveva: “Abbia bontà trasmettere Santo Padre questo messaggio. Grazie beatissimo Padre, a nome del popolo fiorentino e vorrei anche dire a nome di tutti i popoli della terra. Avete davvero, come l’Angelo dell’Apocalisse, incatenato e gettato nell’abisso il demone della guerra ed avete fatto fiorire per sempre sulla terra l’ulivo della pace. I secoli che verranno e le generazioni che verranno ricorderanno come inizio dell’era nuova del mondo questo giovedì santo 1963 nel quale Giovanni XXIII proclamò e quasi decretò la pace perpetua e l’unità fraterna dei popoli. Questa non è retorica o poesia. E’ la constatazione di un altro segno dei tempi che indica l’introduzione del genere umano nella stagione storica nuova della primavera e della mietitura. Il grano della grazia sta per diventare in tutto il mondo campo ricco di spighe che già biondeggiano…”(G.La Pira, Lettere a Giovanni XXIII. Il sogno di un tempo nuovo, ed. san Paolo 2009, 404).

Fa impressione leggere queste espressioni a distanza di più di cinquant’anni da quel 11 aprile 1963 data di pubblicazione dell’enciclica Pacem in terris in cui Giovanni XXIII parlava della guerra come ‘follia’ e indicava orizzonti per un cammino di pace dei popoli. Le parole di La Pira cozzano contro la contraddizione delle devastazioni e delle violenze che abbiamo vissuto in questo mezzo secolo contrappuntato da guerre e genocidi sino ai nostri giorni nel dramma della Siria, un meraviglioso paese distrutto.

Sembrano parole di un sognatore. Eppure egli coglieva lì, in quel  testo che interrompeva secoli di giustificazione della guerra, un seme di grazia, gettato sulla terra, capace di fecondità nella storia umana. E’ parola di profezia, non di poesia come retorica, ma poesia quale parola creatrice di novità.

Oggi siamo più disincantati, più consapevoli della tragicità del presente e della distruzione attuata e possibile da parte degli esseri umani. Ciò che non può venir meno è il vedere fine dei profeti, il richiamo dei poeti, come ricorda Franco Arminio:

“E’ molto grave che il mondo abbia dichiarato un vero e proprio embargo verso i poeti. Il mondo dei disperati che vogliono distrarsi odia i disperati che invece cantano la loro disperazione. Fra le tante guerre in corso, strisciante e non dichiarata, c’è quella che vede i poeti come vittime. (…) Gli uomini non possono tollerare che esistano creature che hanno gli occhi, il cuore e le parole, ma che nulla hanno da spartire con loro”. (F.Arminio, Cedi la strada agli alberi. Poesie d’amore e di terra, Chiarelettere 2017, 143).

Con lo sguardo rivolto a orizzonti che coinvolgono l’intera umanità siamo rinviati ad interrogarci personalmente su come vivere il nostro uscire, andare, vedere. La poesia può essere guida:

“Abbiamo bisogno di contadini,

poeti, gente che sa fare il pane,

che ama gli alberi e riconosce il vento.

Più che l’anno della crescita

ci vorrebbe l’anno dell’attenzione.

Attenzione a chi cade, al sole che nasce

e che muore, ai ragazzi che crescono,

attenzione anche a un semplice lampione,

a un muro scrostato.

Oggi essere rivoluzionari significa togliere

più che aggiungere, rallentare più che accelerare,

significa dare valore al silenzio, alla luce,

alla fragilità, alla dolcezza”

(F.Arminio, Cedi la strada agli alberi, 12)

Alessandro Cortesi op

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

V domenica di Quaresima – anno A – 2017

(Arcabas – risurrezione di Lazzaro)

Ez 37,12-14; Rom 8,8-11; Gv 11,1-45

Nella visione di Ezechiele il popolo d’Israele è come un ammasso di ossa inarticolate in una valle deserta. Morte e vita sono realtà opposte. La desolazione della morte contrasta il timido risvegliarsi della vita. Sullo stato di desolazione irrompe il soffio dello Spirito che rigenera e non solo rdona il respiro di vita ma anche fa prendere forma al cammino di un popolo chiamato a camminare nella relazione con Dio verso una libertà nuova.

Il profeta annuncia un futuro di vita: “Così dice il Signore: Ecco io apro i vostri sepolcri, vi risuscito dalle vostre tombe. Riconoscerete che io sono il Signore quando aprirò le vostre tombe e vi risusciterò dai vostri sepolcri. Farò entrare in voi il mio spirito e rivivrete”.

La visione indica un popolo ridotto nella condizione di morte e di aridità che riprende vita e speranza. Il dono dello Spirito di Dio attua tutto questo. Le ossa aride divengono metafora del rialzarsi del popolo dopo la devastazione dell’esilio in Babilonia (dopo il 538 a.C.). E’ un rialzarsi, riprendere vita, risurrezione ed apertura di una novità: ‘Vi darò un cuore nuovo, metterò dentro di voi uno spirito nuovo…’ (Ez 36,26).

“Ora se Cristo è in voi, il vostro corpo è morto per il peccato, ma lo Spirito è vita per la giustizia”. Paolo presenta il cristiano come persona che nel contempo sperimenta la morte e la vita: è morto al peccato ma vivente per l’esperienza dello Spirito. Il Padre, che ha risuscitato Gesù Cristo dalla morte, darà vita anche ai corpi mortali per mezzo dello Spirito. C’è un abitare dello Spirito nel cuore da scoprire, a cui lasciare spazio nella propria vita: è già dono ed è promessa. In tal modo Paolo presenta il percorso del battesimo come una  trasformazione della vita del credente che coinvolge ogni aspetto dell’esistenza. La vita nuova coinvolge tutta la persona, coscienza,  interiorità, corpo. La corporeità, inserita nel gemito di tutta la creazione è chiamata a partecipare ad un respiro di vitalità.

Il IV vangelo al cap. 11 presenta l’utlimo dei sette ‘segni’ che preparano all’ora di Gesù. E’ il segno della vita, l’uscita dal buio del sepolcro. Dopo il segno del vino a Cana, dell’acqua al pozzo nell’incontro con la donna di Samaria, della luce nell’incontro con il cieco…

Gesù incontrando Marta le dice: ‘tuo fratello risusciterà’. E’ conferma della fede che Marta già custodisce: ‘So che risusciterà nell’ultimo giorno’. Ma a questo punto Gesù propone a Marta un passaggio inaudito. Le chiede di affidarsi a lui, in un movimento di andare verso lui: ‘Io sono la risurrezione e la vita; chi crede in me, anche se muore vivrà: chiunque vive e crede in me non morrà in eterno’. I segni del IV vangelo conducono al grande segno della rivelazione della gloria di Dio. La croce è questo segno, quello che rimane, dell’amore fino al compimento. La morte di Gesù sulla croce è essa stessa rivelazione del volto di Dio come amore.

Gesù propone a Marta non solo di credere nella risurrezione nell’ultimo giorno, ma di aprirsi sin d’ora a scorgere nell’incontro con lui una vita nuova. Questa non è indicata come un futuro da attendere ma è già iniziata è già qui. Gesù guida Marta ad uscire fuori, come grida a Lazzaro ‘Vieni fuori’. Uscire fuori è liberarsi da tutto ciò che trattiene in un mondo di ombre e buio, nella schiavitù della morte, scoprire che in Gesù la morte è stata vinta e il dono della risurrezione è già in atto nel presente.

Il sepolcro per gli ebrei era ingresso in un luogo dove si svolgeva un’esistenza come di ombre (Sheol), senza vivacità, senza distinzioni.

Sembra poco comprensibile che Gesù, dopo aver avuto notizia di Lazzaro malato, attenda la sua morte per recarsi da lui. Ma qui sta un messaggio: ‘questa malattia non è per la morte ma per la gloria di Dio, perché attraverso di essa il Figlio di Dio venga glorificato’. Il ‘segno’ di Lazzaro così come la luce donata al cieco è tutto orientato a far incontrare Gesù, a credere in lui. E’ lui il rivelatore del Padre, colui che può dare una vita nuova e questa passa per la fede in lui: ‘Chi crede è passato dalla morte alla vita’.

Con il segno di Betania Gesù genera una più forte opposizione contro di lui: nel momento in cui da’ vita c’è chi  si mette a preparare la sua morte. Betania è così luogo di morte e di vita. Gesù è turbato e reagisce davanti alla morte e si oppone. Nella vicenda Ldi azzaro è proposto già  l’annuncio della risurrezione di Gesù: le lacrime di chi piange alla tomba, il sepolcro e la pietra, le fasce, l’invito a ‘lasciar andare’. Il segno di Lazzaro rinvia così al segno definitivo, la morte di Gesù sulla croce. E’ questo il momento della rivelazione della gloria, dove si rende visibile il volto di Dio. Morendo Gesù ha sconfitto la morte e ha proclamato la vita. La via della passione percorsa nello  scendere, lavare i piedi ai suoi, attraversata dall’annuncio che il suo regno non è di questo mondo è strada non di morte ma di vita nuova.

Alessandro Cortesi op

(Caravaggio – Risurrezione di Lazzaro 1609)

Risurrrezione

Resurrezione di Lazzaro è un dipinto su tela di Caravaggio con tecnica ad olio compiuto nel 1609, conservata al Museo Regionale di Messina.

Il, dipinto appare diviso in due grandi aree. Una superiore vuota pervasa dal buio, una inferiore nella quale sono disposti molti personaggi, segnata dal movimento con al centro la figura di Gesù.  Caravaggio raffigura Cristo in modo analogo al dipinto La vocazione di Matteo dipinta qualche anno prima nel ciclo dell’evangelista Matteo nella cappella Contarelli della chiesa di san Luigi dei Francesi a Roma. Anche in questo dipinto c’è una corrente di luce che attraversa l’ambiente come lama tagliente e determina un contrasto forte sui corpi e sui volti tra buio e chiarore. I volti illuminati appaiono in particolare quelli degli uomini che stanno tenendo sollevata la pietra del sepolcro  ritratti nel loro volgersi verso Gesù  e i profili delle due sorelle che si chinano insieme teneramente a descrivere un arco accogliente, un grembo, un riparo di cura e affetto, per il loro fratello. Ancora la luce evidenzia le pieghe del lenzuolo che è rinvio al sudario e alle bende di Gesù nel sepolcro segni di fronte a cui i discepoli sperimentarono la luce nuiova del vedere e del credere.  E’ il contrasto tra morte e vita tra tenebra del sepolcro e luce della grazia e della vita che Gesù fa irrompere.

Lazzaro è raffigurato da Caravaggio nel momento in cui riprende capacità di movimento lasciando i segni della morte, baciato teneramente da una delle sorelle. La rigidità del corpo senza vita lascia il passo ad un nuovo movimento nella torsione sostenuta da chi lo soccorre: è un rinascere espresso nello stirarsi in cui Lazzaro con le sue braccia aperte e il capo riverso viene ad evocare la figura della croce. Nel dipinto viene così posto in rilievo un motivo centrale del racconto del IV vangelo: la vicenda di Lazzaro è rinvio alla forza di vita che sarà quella del crocifisso. Gesù sulla croce manifesterà che l’amore è più forte della morte.

(Vincent Van Gogh, Risurrezione di Lazzaro, 1890)

La risurrezione di Lazzaro è opera di Vincent van Gogh e datata 1890. E’ importante la data di quest’opera. E’ infatti compiuta nel periodo tra il ricovero nella clinica di saint Rémy nel 1889 in seguito a varie crisi e i mesi trascorsi a Auvers-sur-Oise, nella campagna vicino a Parigi vicino al fratello. Sappiamo che dopo questo periodo Van Gogh porrà termine alla sua vita suicidandosi nel 1890. E il valore della sua arte sarà riconosicuto solamente dopo la sua morte.

Il dipinto è compiuto in riferimento è ad una incisione di Rembrandt. Il pittore rappresenta presumibilmente i tratti del proprio volto nel profilo di Lazzaro che si alza illuminato dal sole, quasi come un naufrago che risale dalle acque o come un neonato che esce alla luce. Si tratta forse di una meditazione sulla vicenda evangelica ma anche un ripensare alla propria condizione accostata a quella di Lazzaro. Nella speranza.

Nel medesimo periodo van Gogh dipinse alcune tele a soggetto religioso, come Il buon samaritano riprendendo un modello di Delacroix. In quest’opera fissa il momento in cui il samaritano soccorre il malcapitato incontrato sulla strada ponendolo su un cavalcatura. Ma il modo in cui descrive il movimento conduce a scorgere come il samaritano di fatto stia aiutando a scendere dal giumento l’uomo ferito e se lo stia caricando di peso sulle spalle. E’ indicazione a vivere l’amore non solo come soccorso e aiuto ma più profondamente come scelta di prendere su di sé l’altro. Un rinvio forse alla propria esperienza del farsi carico e della scoperta che l’amore è caricarsi della vita di altri.

Nella risurrezione di Lazzaro colpisce un particolare che non compare: è l’assenza di Gesù. Sul fondo protagonista è un sole giallo che emana una luce abbagliante. La luminosità si diffonde pervadendo la scena e generando un movimento di linee che si dipanano come onde tremolanti sull’acqua accogliendo il movimento di stupore che pervade la scena e diffondendosi. Lo sguardo esangue di Lazzaro che esce dalla terra con a fianco  la pietra del sepolcro ribaltata, s’incontra con i volti stupefatti di Marta e Maria che si avvicinano scarmigliate e titubanti. Una di loro, avvolta in un abito verde, nell’ampio gesto di levare le braccia tenendo in una mano il velo del sudario e l’altra completamente aperta, presa dall’agitazione, qusi dallo spavento, manifesta il tumulto del suo cuore e l’emozione che la prende. E insieme esprime drammaticamente nel suo essere piegata e riversa quasi ginocchioni sulla terra davanti a Lazzaro il sentimento di spaesamento di fronte all’impossibile di un aprirsi e di un uscire come rinascita.

L’altra, raffigurata di spalle, il profilo più lieve nel suo abito scuro è avvolta anch’essa dalla grande luce che si diffonde ed esprime un turbamento più pacato ma non meno profondo. E la sua mano accenna ad un protendersi verso Lazzaro interamente ricoperto dal lenzuolo.  Nel movimento dello stupore e della luce che pervade la scena è descritta da van Gogh una speranza che portava in sé nel tempo della sua malattia, la speranza del suo rialzarsi e uscire dai lacci di una morte che avvertiva incombente: il grande sole giallo attrae, occupa la scena. la fa ruotare in un turbinio di colori e di vertigine.

L’elemento che maggiormente colpisce rispetto al dipinto di Caravaggio che pone al centro il gesto di Cristo, è il fatto che nella tela di van Gogh la figura di Gesù sia assente. Un rinvio ad una presenza da cercare, solo evocata, diffusa nella luce.

Alessandro Cortesi op

(Arcabas, La mort)

XXXII domenica tempo ordinario – anno C – 2016

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2Mac 7,1-2.9-14; 2Tess 2,16-3,5; Lc 20,27-38

“Si avvicinarono a Gesù alcuni sadducei, i quali negano che vi sia risurrezione…”. La domanda è espressa a partire da un caso costruito ad arte per porre in difficoltà. di chi sarà moglie dopo la sua morte la donna che ha avuto sette mariti in terra? La questione di fondo tuttavia è: cosa c’è dopo la morte?

I sadducei non credevano alla risurrezione e pongono un caso di scuola per mettere alla prova Gesù. E questa domanda implica una questioni più profonda che investe il senso del vivere stesso. Diverse erano le concezioni presenti in Israele sulla condizione dopo la morte. Alcuni, rifacendosi a convinzioni molto antiche, pensavano che la vita trovasse la sua pienezza unicamente in una realizzazione terrena, nel benessere familiare e sociale raggiunto quaggiù. Altri sulla base di una maturazione avvenuta nel contesto della preghiera pensavano che la morte fosse compresa nel disegno di Dio che non poteva venir meno nella fedeltà di Creatore. Alcuni salmi esprimevano tale orizzonte di speranza: “… non abbandonerai la mia vita nel sepolcro, né lascerai che il tuo santo veda la corruzione. Mi indicherai il sentiero della vita, gioia piena nella tua presenza, dolcezza senza fine alla tua destra” (Sal 16,10-11). In epoche più recenti di fronte all’uccisione dei fratelli maccabei che si erano opposti contro un sovrano straniero profanatore del tempio e della religione, si fece strada la convinzione di uno stato di vita dopo la morte quale ricompensa dei giusti e condanna per gli empi. Un testo scritto in epoca assai vicina al tempo di Gesù, il libro della Sapienza proponeva una visione di speranza per il giusto fedele a Dio: “agli occhi degli stolti i giusti parve morissero” (Sap 3,2) ma essi vivono anche dopo la morte nell’amore di Dio. In tale quadro di dibattito tra diverse concezioni si pone la domanda dei sadducei a Gesù.

Gesù non entra in difficili dissertazioni sull’aldilà, richiama piuttosto la promessa di Dio. Indica un punto di riferimento solido, la fede nel Dio della vita: ricorda il Dio delle promesse ad Abramo Isacco e Giacobbe. E’ un Dio dei viventi, è il Dio dell’alleanza che continua a comunicarsi. La vita oltre la morte non può essere pensata come mera proiezione dell’esperienza terrena. Sarà una condizione nuova e diversa. Ciò che permane, ma che interroga sin d’ora, è la comunione con Dio. Da qui sorge l’autentica questione che investe il presente di una relazione da custodire e tradurre in scelte di una prassi liberatrice. La promessa di Dio apre possibilità di relazioni nuove, vissute nel suo amore. L’incontro con Dio inizia ora, nella vita di quaggiù, non rimarrà senza futuro, non si racchiude ad una questione  individuale, ma è esperienza di comunione con Lui e con gli altri. Gesù invita a coltivare questo incontro con Dio da subito perchè la sua è presenza del vivente che apre cammino. Chiede di non disperdersi in curiosità che celano una pretesa di dominio sulla propria vita e distolgono dall’impegno nel presente. Credere nella risurrezione è affidarsi al Signore dei viventi. Significa allora spendersi per una vita in cui coltivare l’affidamento a Lui e spendersi per dare possibilità di vita per gli altri.

Alessandro Cortesi op

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Fragilità

“Il fatto di sapere che avranno luogo senza conoscere esattamente quando, fa sì che i terremoti siano una delle immagini più potenti della morte, evento certo più di ogni altro, che però non si sa mai con esattezza quando capiterà: potrebbe accadere fra molti anni, ma anche inopinatamente presto. Non è dificile comprendere perché il pensiero del terremoto produca in molti un senso di ansia” (P.Stefani, Il tempo spezzato, 10).*

Il terremoto è evento che sta segnando ultimamente il Centro Italia da più di due mesi con le sue conseguenze di morti, lutti e distruzioni: Accumoli, Amatrice, Norcia, Visso. Ma nel 2012 fu il caso di Carpi e dell’Emilia Romagna, nei giorni della Pasqua del 2009 fu L’Aquila solamente per riferirsi agli ultimi in Italia –  e poi i devastanti terremoti in Nepal, Cina, Pakistan in tempi recenti.

Il terremoto conduce ad interrogarsi sulla fragilità costitutiva della nostra vita esposta ai movimenti della terra, porta a riflettere sulla fragilità della terra stessa su cui posiamo i piedi per trovare stabilità e che improvvisamente rivela il suo carattere di precarietà. Accompagna anche ad interrogarsi sulla fragilità stessa di Dio.

Di fronte alle diverse espressioni del male che feriscono l’esistenza sorge la domanda ‘Dov’era Dio?’: è la domanda che pone in discussione una onnipotenza di Dio pensata in base ai criteri del dominio umano. E’ contestazione rivolta ad un volto di Dio elaborato da forme di pensiero filosofico e religioso, esente dal soffrire. Si fa talora facile scappatoia per non formulare la più impegnativa domanda, fondamentale per la nostra vita ‘Dov’era l’uomo?’.

Se tuttavia ci si sposta a considerare come ‘onnipotente’ può essere aggettivo da rapportare al movimento dell’amore, allora un volto di Dio pensato non secondo i criteri di chi domina e usa violenza e potere, ma accostato alla disponibilità dell’amore e della tenerezza, si presta ad essere associato anche ai termini della fragilità e vulnerabilità. Fragile come chi sceglie di stare accanto e si lascia infrangere, capace di lacrime e di pianto; vulnerabile come chi si china a condividere fino in fondo, solidale con chi è vittima, e piange insieme e apre la speranza che il male, la sofferenza, la morte non sono l’ultima parola.

“L’amore può essere ignorato, frainteso, sprecato, abbandonato, contraddetto. Ecco la fragilità di Dio. Fragile non vuol dire inesistente né vano. In realtà chi scopre questa fragilità e non se ne scandalizza, impara a cercare Dio dove Dio ci cerca: non nella potenza, non nel sovrannaturale, non in tutto ciò che ci evoca il senso del sacro, ma nell’amore creativo, generoso, fedele, paziente, misericordioso. Nell’incontro. Là dove questo amore è vita, dove dunque si incarna, là si lascia a Dio la ibertà di esserci intimo e prossimo” (R.Mancini, Nell’amore creativo, 95).

Dietrich Bonhoeffer parla di un Dio debole, che non fa miracoli, e per spiegare questa sua presenza allude alla disciplina dell’arcano, propria della chiesa antica che manteneva una sorta di riserbo e di segreto su aspetti della propria vita e dei segni della fede: “l’arcano è la consapevolezza che Dio e la realtà mondana formano in Cristo un’unità ‘indivisibile e polemica’. Indivisibile nel senso che Dio si è legato al mondo senza Dio, e polemica nel senso che Dio contesta il mondo nella sua autosufficienza e nella sua incredulità. Ma questo legame di Dio con il mondo che vive senza Dio non è evidente, è nascosto, solo chi conosce attraverso la croce ne è consapevole. Il cristiano, che sa che Dio è presente nel mondo che crede di essere senza Dio, si immerge a sua volta in questo mondo ‘sulle tracce di Dio’ e con la sua testimonianza cercherà di far sì che il mondo scopra che non è senza Dio e la comunità cristiana scopra che Dio non è senza il mondo. (…) Trascendenza nell’aldiqua. Dio nel cuore della realtà, la sequela di Gesù come essere-per-gli-altri” (P. Ricca, Onnipotenza e fragilità: attributi dello stesso Dio?, 153-154).

Gesù nel suo cammino visse fragilità e incertezza: Così ne parla Angelo Casati: “…Tu compagno/ delle umane fatiche/ e dei nostri passi malcerti/ Uomo e non eroe/ nessuna distanza a separare./ Accomunato a noi/ che barcolliamo/ e cadiamo.

Dire la fragilità di Dio, riconoscere stupiti la sua non onnipotenza, significa forse anche approdare all’immagine di un Dio che ha bisogno. Fragilità nella confessione di un bisogno” (A.Casati, Anche tu piangi, Signore, 51)

Come scrisse Etty Hillesum nel suo Diario dal lager di Auschwitz nel 1943: “Io non chiamo in causa la tua responsabilità, più tardi sarai tu a dichiarare responsabili noi… tu non puoi aiutarci, ma tocca a noi aiutare te, difendere fino all’ultimo la tua casa in noi”.

Nel tempo spezzato della terra che trema e, tremando, frantuma costruzioni, dimore, chiese e riduce in macerie tutto, vite e case, financo i cuori spaventati, siamo forse chiamati a scoprire la fragilità di Dio che si fa vicino e ci chiede di affidarci alla fragilità dell’amore. Lì può essere riconosciuto e scoperto: laddove nello sgretolarsi di dimore fatte da mani d’uomo si dà spazio a dimore fatte di mani e di sguardi che si incontrano e si lasciano incontrare, a costruzioni di percorsi condotti non da soli ma insieme. Lì inizia quel ricostruire che non è oblio e cancellazione del terremoto, ma scoperta che il male che pur ci opprime in forme diverse è vinto, che nella morte è già presente la vita, la risurrezione, potenza fragile dell’amore.

Alessandro Cortesi op

*I testi citati sono tratti da: B.Salvarani (ed.), La fragilità di Dio, Dehoniane Bologna 2013.

X domenica tempo ordinario – anno C – 2016

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(La vedova di Nain – acquerello di Silvia Gastaldi)

1 Re 17,17-24; Gal 1,11-19; Lc 7,11-17

Un gesto di guarigione e di vita è al centro del racconto di 1Re 17: “il figlio della padrona di casa, la vedova di Sarepta, si ammalò. La sua malattia si aggravò tanto che egli cessò di respirare”.

La visita di Elia è percepita dalla vedova segnata dalla perdita del marito e ora del figlio come una accusa, una sorta di rimprovero: un ricordo di iniquità. La vedova reca in sé forse l’immagine di un Dio del giudizio e del castigo. Anche la malattia e la morte del figlio divengono rimprovero e senso di colpa per un suo peccato. Così la visita dell’uomo di Dio è vissuta dalla vedova come una accusa che pesa su di lei e aumenta il dolore.

Ma il messaggio profondo del racconto è l’annuncio che volontà di Dio non è la morte né il caricare di colpe i suoi figli e figlie. La vedova segnata dal dolore e dalla perdita è invece lei stessa che conduce a scorgere il volto di Dio della vita che dà respiro e conduce il profeta a scoprire la sua missione. La medesima vedova nel gesto della sua condivisione della poca farina e del poco olio rimasto nel tempo della carestia aveva vissuto l’accoglienza di Elia aprendo quell’incontro ad una fecondità inattesa: la farina non venne meno e l’olio non si esaurì.

Il racconto è narrazione di un dono di vita ma anche della scoperta dell’identità del profeta: non portatore di giudizio e di colpevolizzazione, ma chiamato a portare vita e non condanna. Chiamato a dare vita e non a togliere possibilità di respirare. Elia diviene profeta perché dona respiro e comunica il respiro di Dio. Invoca il respiro di vita per quel corpo del figlio della vedova e apre a scorgere un volto di Dio che non vuole la morte ma la vita. Dio del respiro e della liberazione per rapporti nuovi. Il testo sembra suggerire la fonte della vita: nella sua preghiera Elia dice: “Signore mio Dio vuoi fare del male anche a questa vedova che mi ha ospitato?”. Il gesto di ospitalità della vedova è seme di vita che coinvolge il profeta, il figlio, lei stessa, restituita alla relazione.

Nel gesto dell’uomo di Dio che invoca il respiro della vita è racchiuso il significato profondo della profezia. Essere profeta è annunciare che il Dio dell’alleanza è Dio del respiro, della vita, che si china ed è sensibile alla sofferenza del suo popolo. Nell’incontro con la vedova ad Elia si apre il senso del suo invio come profeta. E la vedova scorge un nuovo volto di Dio che non vuole il male, la malattia e la morte ma è soffio di vita. “La debolezza di una povera vedova diventa dunque grembo di profezia per una storia affamata e assetata di salvezza. Una vedovanza davvero feconda!” (Lidia Maggi, Le donne di Dio. Pagine bibliche al femminile, ed. Claudiana, 112)

“… ecco, veniva portato alla tomba un morto, unico figlio di una madre rimasta vedova; e molta gente della città era con lei”. La scena descritta nel racconto di Luca inizia con l’incrociarsi di due movimenti in direzioni contrarie: da un lato la processione della folla immersa nel dolore che segue il feretro del figlio della vedova. In senso opposto il movimento di Gesù con i discepoli e coloro che lo seguono. Due movimenti che riassumono cammini diversi: uno segnato dal pianto e dalla morte e l’altro in cui è presente uno sguardo sensibile, una parola di risurrezione ed una presenza di vita. L’incontro avviene sulla strada, ai crocicchi di un villaggio, Nain. E’ incontro inatteso, presentato come un confronto radicale tra morte e vita, tra il pianto e lo sguardo che si ferma e ‘vede’.

Gesù non passa indifferente e il suo cammino si lascia fermare quando il suo sguardo incrocia occhi di pianto. Il suo vedere sa scorgere le profondità di una sofferenza che lo tocca dentro. L’invito ‘non piangere’ sgorga da un vedere di chi sa fermarsi e guardare la vita prendendo su di sé la vita altrui. “Vedendola, il Signore fu preso da grande compassione per lei e le disse: ‘Non piangere!'”. Queste parole racchiudono l’esistenza intera di Gesù: nel suo cammino terreno Gesù vive la capacità di soffrire insieme, di avvertire su di sé la sofferenza di coloro che incontra. Compassione per lui è movimento di prendere su di sé, di avvertire come proprio quel dolore. La sua parola ‘non piangere’ è già indicazione che la vita di Dio è più forte della morte. Gesù compie quanto il salmo 56 attribuisce alla delicatezza di Dio: “I passi del mio vagare tu li hai contati, nel tuo otre raccogli le mie lacrime: non sono forse scritte nel tuo libro?”

L’invito a ‘non piangere’ accompagna alla parola ‘Io ti dico: Alzati’. Luca evidenzia l’autorevolezza di Gesù, la sua libertà nell’indicare e rendere presente l’agire di Dio. ‘Alzarsi’ infatti è verbo di risurrezione: in questo gesto è già evocato il risorgere di Gesù: la sua vita non è rimasta prigioniera della morte. La sua vita è stata un alzarsi perché restituita alla parola perduta dell’amore, al dono.

Luca sottolinea che il giovane si sedette e cominciò a parlare. Risorgere è poter comunicare, è possibilità di entrare in comunicazione con una parola. Gesù restituì il giovane alla madre. Risorgere è anche essere restituiti al rapporto. Ed è movimento che investe la vita sin dal presente, è esperienza in cui aprirsi ad un parlare di incontro e comunicazione: è anche esperienza di restituzione. Gesù restituisce ad una relazione che non è solo futuro, ma presente nuovo.

Il gesto di Nain può così essere letto come profezia del volto di Dio. Gesù annuncia il Padre che è Dio di compassione e di vicinanza, che non vuole la morte, ma alla vita. Il gesto di Gesù restituisce il figlio all’incontro e alla vita. Questa apertura è possibilità di vivere nella risurrezione già nel presente: sta qui il senso nascosto di un gesto che non è tanto miracolo meraviglioso da cui essere schiacciati nel senso del sacro, ma indicazione della possibilità di incontrare il Dio della vita nel presente. Quando qualcuno è restituito alla parola da offrire e ricevere, quando si attua la compassione che di fronte al dolore invita a non piangere già è presente profezia del Dio che asciuga ogni lacrima e desidera la vita per i suoi figli e figlie.

Gesù vive questo gesto facendo scorgere il senso della sua vita nell’incontro con una vedova: nel volto di quella vedova in lacrime è presente la parola del vangelo, quale bella notizia per la vita. Dio è presenza che restituisce per comunicare. Questo è possibile nella morte e oltre la morte. Risurrezione non è solamente annuncio di una condizione futura ma significa scorgere nel presente una vita in cui Dio visita. “Tutti furono presi da timore e glorificavano Dio dicendo ‘Un grande profeta è sorto tra noi’ e: ‘Dio ha visitato il suo popolo'”. Quella vedova senza appoggi e che rimane silenziosa, è donna segnata dalla povertà, dalla mancanza che suscita la vicinanza e compassione di Gesù. In quell’incontro si apre uno squarcio sulla visita quale movimento proprio di Dio: Gesù è profeta di un Dio che visita restituendo all’amore, alla relazione.

Alessandro Cortesi op

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Parole perdute

“Le parole perdute nascoste in fondo al cuore/ aspettano in silenzio un giorno migliore/un lampo di coraggio per tornare in superficie/un tempo felice, un tempo felice

Ritrovare te stesso, senza avere vergogna/di ogni tuo sentimento, in questa grande menzogna/dell’uomo reso libero ma schiavo del profitto/e intanto il tempo passa, passa (…)

Le parole perdute hanno camminato tanto/oltre le apparenze in eterno movimento/tra quello che vorremmo e quello che dobbiamo/con l’anima in conflitto per quello che non siamo

Le parole vissute le ritrovi nelle strade/aspettano in silenzio le belle giornate/e un lampo di coraggio per tornare in superficie/un tempo felice, un tempo felice

(…) amami amore mio, voglio crederci ancora/stringimi amore mio, ritornerà l’aurora/ritornerà l’aurora, ritornerà l’aurora/un tempo felice, ritornerà l’aurora”

‘Le parole perdute’ è titolo di una canzone di Fiorella Mannoia, cantautrice italiana, inserita in un’antologia di suoi pezzi del 2014. Come lei stessa ha avuto modo di affermare “questa canzone ha un testo più politico di quanto sembri. Solo apparentemente ‘Amami amore mio’ è riferito a un partner: è rivolto a tutti noi”.

L’invocazione ‘amami amore mio’ si accompagna al richiamo alle parole perdute. Sono queste parole nascoste in fondo al cuore, parole del cammino, parole che si impastano con la vita divenendo scelte e orientamenti di relazione, di incontro. Farle rivivere recuperandole dallo smarrimento in cui sono cadute esige atti di coraggio, pazienza per farle tornare in superficie. Le parole perdute sono le parole che esprimono nostalgia di relazione e recano con sé anche esigenza di impegno, disponibilità a far fatica, a rischiare per poter essere restituite alle voci, ai cuori, per divenire parole comuni, condivise.

Parole perdute sono tali per la presenza di schiavitù nuove, il dominio del profitto, l’assoggettamento ad una vita in cui vale solo il tirare dritti e non pensare agli altri, l’indifferenza del non fermarsi a guardare per scorgere nel volto dell’altro dell’altra, un volto simile, una richiesta di aiuto e un pianto.

Parole perdute sono quelle assenti in ogni gesto di violenza che si ripete in modo tragico contro le donne nel nostro presente, segni drammatici di immaturità nel vivere le relazioni, di incapacità di comunicare, di accogliere l’unicità e la libertà di chi sta di fronte.

Parole perdute sono quelle da recuperare non nel rinvio a mondi virtuali, ma nel reimparare un alfabeto ed una grammatica del quotidiano, nell’apprendere a sillabare nuovamente. E così dire parole amiche ormai dimenticate, pensate come inutili, parole nuove che aprono a cercare, e parole sconosciute accolte da voci che a volte sono solo cariche di pianto e sofferenze nascoste, da ascoltare, da accompagnare. Parole perdute sono quelle da restituire ad una vita in cui scoprire il legame profondo che tiene insieme ogni volto e il reale, per alzarsi alla capacità di stringersi insieme in un cammino dove ciò che è comune sia avvertito come proprio e profondo.

 “Amami amore mio, sono parole semplici/amami amore mio, noi resteremo complici/amami amore mio, che il tempo corre in fretta/stringimi amore mio, tienimi stretta.

Che i sogni si allontanano, ce li portano via/i sogni si allontanano, ce li portano via/stringimi amore mio, che siamo ancora in tempo/amami amore mio, noi siamo ancora in tempo/noi siamo ancora in tempo, noi siamo ancora in tempo/un tempo felice, felice”

Alessandro Cortesi op

III domenica di Pasqua anno C – 2016

DSCN2116.JPGAt 5,27-32.40-41; Ap 5,11-14; Gv 21,1-19

Gesù risorto è indicato come unica speranza per comunità che vivono il tempo della prova. Così il libro dell’Apocalisse presenta Gesù nel simbolo dell’agnello immolato, agnello che riceve onore e gloria da tutte le creature del cielo e della terra. E’ importante situare la lettura indicata all’interno di tutto il capitolo 5. Dopo le lettere alle sette chiese il libro di Apocalisse suggerisce una grande visione: c’è un libro sigillato e nessuno è in grado di leggerlo. Questo libro, simbolo della storia e delle vicende umane del cosmo è il libro della vita. Il profeta piange perché nessuno può aprirlo. Ma c’è qualcuno che può prendere il libro e spiegarlo: questi è l’agnello. La figura dell’agnello in Apocalisse è indicazione di Gesù morto e risorto che solo apre il senso della vita e della storia. E’ anche rinvio alla testimonianza dell’enigmatico profeta che ha subito la violenza senza difendersi, maltrattato da inerme (Is 53). Gesù, come agnello, ha consegnato la sua vita ed è stato ucciso. Ha fatto della sua vita un dono per gli altri, in solidarietà fino alla fine con il suo popolo. E’ agnello ritto in piedi che mantiene su di sè i segni della violenza: è il risorto che porta su di sé i segni della passione. Nel IV vangelo Gesù è sottoposto alle torture della passione mentre nel tempio venivano immolati gli agnelli per la cena pasquale ebraica. L’agnello al centro della cena pasquale trova un nuovo compimento nell’esistenza di Gesù come agnello ucciso, che nella sua morte porta vive il dono della sua vita nella nonviolenza dell’amore. E’ agnello ferito, ma in piedi e riceve onore perché solo lui apre il senso profondo della vita umana racchiuso nel libro. E’ Cristo crocifisso e risorto, in cui risplende il volto di Dio come amore, la gloria del Padre.

Il discorso di Pietro davanti al sommo sacerdote – presentato nel cap. 5 degli Atti degli apostoli – è una sorta di ampliamento della prima testimonianza della fede pasquale:. “Rispose allora Pietro insieme agli apostoli: ‘Bisogna obbedire a Dio piuttosto che agli uomini. Il Dio dei nostri padri ha risuscitato Gesù, che voi avevate ucciso appendendolo alla croce. Dio lo ha innalzato con la sua destra facendolo capo e salvatore, per dare a Israele la grazia della conversione e il perdono dei peccati. E di questi fatti siamo testimoni noi e lo Spirito Santo, che Dio ha dato a coloro che si sottomettono a lui”

Nelle parole di Pietro appare innanzitutto l’insistenza in una linea di continuità tra la storia della salvezza guidata da Dio nella vicenda di Israele e Gesù. Il Dio dei padri ha risuscitato Gesù. Il condannato, crocifisso è ora indicato con termini nuovi: ‘capo’ e ‘salvatore’. La sua vita si pone come riferimento di un cammino che continua, è guida per un popolo che si comprende in rapporto al popolo dell’esodo. E’ salvatore perché la sua morte si lega a tutta un’esistenza in cui c’è stata guarigione e offerta di vita per gli altri. Gesù è passato facendo del bene. Il vivente che ha vinto la morte è il medesimo che ha vissuto la sua vita annunciando la venuta del regno: è vicenda di salvezza che sta nei segni di guarigione, di vita, di apertura al futuro, di speranza.

Pietro parla di un ‘rialzarsi’ dalla morte ed esprime la posizione di Cristo presso il Padre con l’immagine dell’innalzamento: ‘Dio lo ha innalzato con la sua destra’. I cieli in alto contrapposti alla terra in basso indicano la sfera della vita divina. E’ linguaggio che conduce a scorgere che Gesù ha vinto la morte. La sua vita ora e definitivamente appartiene alla dimensione di Dio. Ma la presenza di Gesù è in continuità con la sua vicenda storica, è il medesimo Gesù di Nazareth, ora innalzato. La sua presenza può essere incontrata in modo nuovo, nell’esperienza del credere.

apparizione Gesù Monreale.jpg (Duomo di Monreale affresco)

 

La terza volta che Gesù apparve ai suoi è narrata dal quarto vangelo in delle ultime pagine: la scena è disposta in tre momenti. All’inizio la manifestazione di Gesù a coloro che hanno seguito l’invito di Pietro ‘io vado a pescare’: un incontro inatteso, sconvolgente e peraltro inserito nel quotidiano. Poi il mangiare insieme, la condivisione del pesce arrostito con i discepoli sulla riva del lago; infine il dialogo con Pietro: ‘mi ami tu?’. L’interrogativo ripetuto sull’amore.

La scena iniziale è posta in una atmosfera ordinaria sulle rive del lago, in Galilea, con la presenza di sette discepoli di cui si indicano i nomi: Simon Pietro, Tommaso detto Didimo, Natanaele di Cana di Galilea, i figli di Zebedeo e altri due discepoli. Salgono insieme sulla barca e ritornano alla loro attività di pescatori. In questo quadro, dai toni sconsolati c’è il desiderio di ritornare ad una normalità antecedente all’incontro con Gesù. Sembra quasi che questo gesto indichi una volontà di chiudere quella parentesi di speranza e di apertura della propria esistenza. Tornano ad un quotidiano con le porte chiuse quasi con il desiderio di riempire un vuoto presente e di non pensare più a quanto avevano sperato in rapporto al profeta di Nazareth. Così il fallimento della pesca, nella notte, diviene un segno della sterilità in cu sono rinchiusi e dello sconforto, ‘ma in quella notte non presero nulla’.

Gesù si presenta sulla riva, quando sorge la luce di un’alba che non sé solo inizio di un nuovo giorno, ma il farsi strada di una luce profonda. ‘Gesù stette sulla riva’. E’ uno ‘stare’ che ritorna come stile di una presenza nuova: ‘stette in mezzo’… (Gv 20,19.26) dice il IV vangelo per indicare la presenza di Gesù che raduna la comunità attorno a sé nel dono della pace e dello Spirito. Ora stette sulla riva, su quella riva che ricorda una chiamata e invita a nuove navigazioni. Ma non lo riconoscono. La sua parola è innanzitutto una richiesta di mangiare: ‘Figlioli, avete qualcosa da mangiare?’. Gesù si presenta come colui che ha fame, così come le ultime parole sulla croce sono state ‘ho sete’ (Gv 19,28). La sue parole rivolgendosi ai discepoli manifestano la tenerezza con accenno ai ‘piccoli figli’. C’è un rinvio ad un cibo da condividere nel mangiare insieme, al cuore di questo racconto. Da qui l’invito a gettare le reti dalla parte destra, forse nel segno di un augurio di bene. Solamente di fronte alla pesca che colma le reti il discepolo che Gesù amava dice a Pietro: ‘E’ il Signore’. Nei racconti di apparizione del IV vangelo è un tratto che ritorna quello che allude alla dialettica tra il discepolo ‘altro’ e ‘giunse per primo al sepolcro’ e Simon Pietro (Gv 20,1-10). L’altro è il primo che giunge a comprendere, a vedere e credere scorgendo i segni e interpretandoli. Simone è tuttavia colui che per primo, dopo il riconoscimento, si getta in mare per andare incontro a Gesù, dimostra ancora la sua irruenza e si apre ad un cammino nuovo.

E’ una scena di riconoscimento che introduce ad interrogarsi sul vedere e incontrare il risorto: Gesù ora va incontrato con gli occhi del discepolo che amava. La barca dove sono saliti i discepoli delusi assume i contorni simbolici della comunità/chiesa; la rete che non si spezza evidenzia un altro aspetto di questa chiesa chiamata a riconoscere e incontrare il suo Signore nell’esperienza della riconciliazione, del condividere, del mangiare insieme.

C’è un fuoco di brace con del pesce e del pane sulla riva. Gesù ha preparato qualcosa: ancora si presenta come colui che prepara da mangiare e serve. E lui chiede che il pesce pescato sulla sua parola sia portato insieme a quello già preparato sul fuoco. Ripete con i suoi i gesti che aveva lasciato loro come indicazione del senso dell’intera sua esistenza: ‘Prese il pane e lo diede a loro, e così pure il pesce’. La condivisione nel mangiare insieme. Il mangiare insieme diviene esperienza segno di incontro con lui.

L’ultimo quadro del racconto è il dialogo tra Gesù e Pietro. Per tre volte un’unica domanda sull’amore è ripetuta. Un’insistenza che sembra rievocare il triplice rinnegamento di Pietro durante la passione (Gv 18,25-27). La risposta di Pietro ‘Signore tu sai tutto, tu sai che ti amo’ apre a comprendere il cammino che Pitero ha compiuto. Si scopre incapace e lontano da quel volto di presuntuoso che aveva affermato: ‘Signore, perché non posso seguirti ora? Darò la mia vita per te’ (Gv 13,37). Pietro vive la scoperta di un amore che si accontenta della sua pochezza. Lo riconcilia con se stesso, consapevole del suo limite e della sua infedeltà. La radice della missione nuova sta qui. Pietro è chiamato ad essere guida e pastore, lo potrà essere solo se vive il senso di abbandono e di trarre la forza da colui che lo ha perdonato: Gesù si accontenta del suo voler bene (usa il verbo fileo) non gli chiede quell’amore/agape che solo da Dio viene. Pietro riconosce il suo limite, la sua incapacità. La sua vita trae senso e la sua forza unicamente dal perdono del Cristo risorto e dal suo amore. La sua missione d’ora in poi non consisterà in particolari compiti ma sarà risposta ad una chiamata che è eco del primo incontro. “E detto questo aggiunse: Seguimi”.

Alessandro Cortesi op

 

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Musica e parole per vivere

E’ morto da pochi giorni Gianmaria Testa, cantautore italiano, originario del cuneese. Nelle sue canzoni, tessiture di poesia, ha saputo interpretare le voci del tempo, è stato capace di trasmettere le voci dei dimenticati e si è fatto eco della grandezza delle cose semplici. E’ stato un artista schivo, lontano dalle forme di esaltazione del personaggio, dalla ricerca di visibilità. E’ stato capace di esprimere nelle sfumature di parole recanti soffio di leggerezza un richiamo alle attese, alle nostalgie, alle domande più nascoste della vita. Don Luigi Ciotti lo ha salutato al funerale con queste parole: “Ciao Gianmaria, eri un uomo schivo, gentile, pieno di dubbi. Hai cantato gli ultimi, ci hai aiutato ad alzare la testa. Continua a suonare e a cantare, noi continueremo a sentirti uno di noi”.

Nelle sue canzoni affronta alcuni drammi del nostro presente e dlela vita sociale, come nell’album Vitamia del 2005  in cui ispirandosi ad uno scritto di Andrea Bajani ripercorre i sentimenti di chi a cinquant’anni perde il lavoro. Il suo sguardo critico sulla realtà non rimane chiuso e ripiegato. Nelle sue musiche e parole si coglie il rinvio ad un interrogarsi sulla vita che apre il quotidiano ad essere soglia di un andare oltre. Come nella canzone ‘Sono belle le cose‘:

“Sono belle le cose, belli i contorni

degli occhi

e i contorni del rosso

gli accenti sulle a, lacrime di pagliacci

le ciglia delle dive

le bolle di sapone,

il cerchio del mondo è bello

l’ossigeno delle stelle

e la poesia dei ritorni,

di emigranti e isole,

cercando l’invisibile: l’appartenenza

è bello il fuoco

e il sonno

e il buio petulante gola dei fantasmi

e il brodo primordiale padre nostro

che cola in questi nomi”

Il suo interrogativo sospeso esprime profondità e apertura, quasi eco di parole di bella notizia per coloro che sono dimenticati e tenuti a margini. Nelle sue canzoni ricorda i viaggi e i passi, il cammino che accomuna la vita di tutti.

L’albero del pane

Di passi la strada
di passi e di sabbia il confine
dovunque si vada barriera di mare sarà
aperta soltanto
aperta al ritorno di venti
di naufraghi e vele
chiunque ci parta
comunque ci ritornerà

Di sabbia la strada
e d’ombra la pianta del pane
a chiunque ci vada rifugio e prigione darà
e finestra di vento
aperta soltanto
al ricordo di voci e sirene
dovunque si parta
comunque si ritornerà

E’ d’ombra la strada
e nell’ombra si lascia passare
dovunque si vada soltanto illusione sarà
e poi sogno, miraggio
distanza, passaggio
e risveglio fra l’albero e il pane
per quanto si parta
comunque si ritornerà
.

Il breve testo di una tra le sue canzoni si delinea come riflessione sul tempo, il tempo della vita, il tempo che passa, ma anche il tempo che ritorna e viene accolto in modo nuovo, tempo finito, perduto, anche il tempo sbagliato, ma che non rimane chiuso, andato. Tempo aperto ad una novità non detta, solo accennata e intravista. Quasi un accompagnare a sostare su di un futuro nuovo, di occhi, di vedere senza più parole. Pare di avvertire un’eco dell’esperienza del tempo di Simon Pietro, riportato a ripercorrere nello sguardo e nella parola di Gesù il tempo del suo cammino. Ricondotto a scorgervi spazio di riconciliazione, con se stesso, con il desiderio di amare, con un futuro da accogliere nell’invito ‘seguimi’.

Canzone del tempo che passa

Saluteremo dalla nostra finestra
il tempo che passa
e se passando ci riconoscerà
anche il tempo perduto
anche il tempo sbagliato
ci risponderà
Saluteremo dalla nostra finestra
e non sarà una canzone
che tutto il tempo finito ci ritornerà
ma saranno gli occhi
questi nostri occhi senza più parole
e un altro tempo sarà.

 Alessandro Cortesi op

 

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