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commenti alla Parola della domenica e riflessioni

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XXX domenica del tempo ordinario – anno B – 2021

Ger 31,7-9; Eb 5,1-6; Mc 10,46-52

Al termine di un capitolo in cui Marco ha raccolto parole di Gesù sullo stile della comunità che lui voleva presenta un suo gesto: è la guarigione di un cieco, lungo la strada, nell’uscire da Gerico.

La ‘via’ che Gesù sta percorrendo è la via di un messia che incontra opposizione e ostilità e si sta dirigendo verso un momento di conflitto e sofferenza come indicano gli annunci della passione che in questa parte Marco inserisce (mc 8,31-33; 9,30-32; 10,3234). Sulla strada Gesù istruisce i suoi chiedendo loro di camminare dietro a lui sulle sue tracce: è via verso Gerusalemme, è via in cui scoprire il volto di un ‘messia diverso’ che si pone in contrasto ai disegni umani di potere.

Proprio in questo snodo del suo racconto Marco situa la narrazione della guarigione di un cieco. Al capitolo 11 presenterà l’ingresso di Gesù a Gerusalemme, come anti-messia, che cavalca un asino ed entra nella città santa non come un guerriero ma disarmato messaggero di pace. Alla vigilia dei giorni di Gerusalemme l’incontro con il cieco diviene indicazione preziosa: c’è infatti bisogno di una luce diversa per vedere con occhi rinnovati quanto sta per accadere. Il volto del messia che si consegna nelle mani degli uomini è il volto di colui che ha realizzato pienamente la sua vita nella via del dono, dell’abbandono, del servizio e in questo modo dona la salvezza.

Il cieco di Gerico è per Marco immagine del discepolo. Sta lungo la strada a mendicare e il suo grido è una invocazione ed una indicazione dell’identità di Gesù: ‘Figlio di Davide, abbi pietà di me’. Gesù è figlio di Davide, re ma secondo una modalità nuova e diversa dalle aspettative dei suoi contemporanei: è re in fedeltà al Padre perché ha inteso la sua vita come cura e vicinanza ai poveri e agli esclusi. ‘Figlio di Davide’ è un titolo che racchiude anche una valenza politica: il regno di Dio è regno di giustizia e di pace, esige rapporti nuovi di fraternità e accoglienza. Dio infatti guarda all’umile e al povero e non vuole discriminazione ed oppressione. Il ‘regno’ è nucleo centrale di tutta la predicazione di Gesù: “Il tempo è compiuto, e il regno di Dio è vicino, convertitevi e credete al vangelo” (1,18)… “il regno di Dio… è come un granellino di senapa” (4,31). Il cieco di Gerico riesce a vedere che il ‘regno’ si è avvicinato a lui nella persona di Gesù. La folla lo ostacola ma lo sguardo di Gesù lo raggiunge. “gettato via il suo mantello, balzò in piedi e venne da Gesù”. Cieco, vive l’esperienza di un affidamento a Gesù che passa, a lui grida e lascia il suo mantello, simbolo della sua unica sicurezza, per mettersi a seguirlo.

Il cieco diventa un discepolo inatteso e in contrasto con l’incomprensione dei dodici. Non è alla ricerca dei primi posti ma invoca di poter vedere. Gesù non rimane indifferente al suo grido, si accosta a lui e gli chiede ‘Che cosa vuoi che io faccia per te?’  Alla sua richiesta risponde ‘Và, la tua fede ti ha salvato’. Egli solo lascia spazio a quell’apertura e affidamento già presente nel suo cuore. E riconosce che lì è già in atto la salvezza. ‘E subito vide di nuovo’ Il cieco ritrova la capacità di vedere ‘e lo seguiva lungo la strada’.

Il discepolo – suggerisce Marco – è colui che si mette a seguire Gesù lungo la strada verso Gerusalemme, affidandosi a lui. Egli vive un vedere nuovo che scorge in Gesù che va verso la croce il volto dell’autentico messia che rende vicino il Dio della cura e della solidarietà. E’ sguardo che proviene da un dono di luce presente e nascosto nel cuore: lo slancio della fede. Gesù riconosce questo nel dire ‘Va’ la tua fede ti ha salvato’: il cieco si apre ad un vedere in modo nuovo e da qui inizia a seguire Gesù: è lui esempio del discepolo che segue Gesù sulla strada.

Alessandro Cortesi op

Soccorrere non è reato

Dopo due anni di indagini la procura di Agrigento ha concluso il procedimento con la richiesta di archiviazione per l’equipaggio della Mare Jonio, il rimorchiatore dell’italiana “Mediterranea” che il 10 maggio 2019 aveva condotto nel territorio italiano 30 cittadini extracomunitari. L’accusa da cui è partita l’inchiesta era pesante perché vedeva «atti diretti a procurare illegalmente l’ingresso nel territorio italiano». Durante gli interrogatori gli indagati – il capomissione Giuseppe Caccia e il comandante Massimiliano Napolitano – hanno espresso la loro decisione di non voler riconsegnare i profughi alla Libia, che peraltro non rispondeva alle comunicazioni. Le ragioni di questo stavano non solo nell’atteggiamento ostile delle Autorità libiche ma anche perché nel rapporto dell’UNHCR dell’ottobre  2019 si documentavano torture, abusi, stupri, violenze sessuali e traffico di esseri umani anche per opera di funzionari dello Stato libico. Per questo la Libia non può essere ritenuta “luogo sicuro” e i suoi porti non possono essere ritenuti ‘Place of safety’ (POS). La decisione stabilisce quindi che l’intervento umanitario, in mancanza di prove di contatti tra Ong e trafficanti, non è mai sanzionabile.

Così osserva Nello Scavo indicando l’importanza di tale archiviazione: “Per salvare vite umane nel Mediterraneo non serve una ‘patente’ da concedere alle navi di soccorso. E le Ong che effettuano operazioni umanitarie non devono coordinarsi con i guardacoste libici, né condurre i naufraghi in Tunisia e tantomeno a Malta, che non ha sottoscritto gli accordi internazionali per il salvataggio”  (N.Scavo, Chiesta archiviazione per Mare Jonio: soccorrere non è mai reato, Avvenire 19 ottobre 2021) .

Dopo la richiesta di proscioglimento per Mare Jonio giunge anche la definitiva archiviazione per la ONG tedesca Sea Watch. Il procuratore aggiunto di Agrigento Salvatore Vella e il pubblico ministero Cecilia Baravelli, riguardo a Sea Watch così hanno concluso:  «i soccorritori agiscono, infatti, perché costretti dalla necessità di salvare le persone che si trovano a bordo delle precarie imbarcazioni con le quali effettuano le traversate nel Mar Mediterraneo». Al comandante Arturo Centore e al suo equipaggio indagati è stato riconosciuto di aver adempiuto «ai doveri previsti dalle fonti nazionali e sovranazionali, che impongono agli Stati e ai comandanti delle imbarcazioni tutte, pubbliche e private, il salvataggio delle vite umane in mare». Osserva il giornalista di ‘Avvenire’ Nello Scavo: “E’ come se di colpo la dottrina Minniti, confermata e aggravata poi da Matteo Salvini e infine mai del tutto riformata dai governi successivi, si infrangesse di colpo”  (Archiviazione anche per Sea Watch. Così si sfalda la dottrina anti Ong, “Avvenire” 21 ottobre 2021)

La Corte di Cassazione ha inoltre bocciato la mancata concessione di protezione internazionale ad un migrante senegalese passato attraverso i campi di detenzione libici. Si osserva che i giudici hanno tenuto conto non solo della minore età, ma anche delle violenze subite nei campi di detenzione in Libia. E’ una sentenza importante perché determina che i migranti che hanno attraversato le prigioni libiche richiedono tutela.

Tutto ciò avviene mentre emerge la notizia che nell’ultimo mese a Torino nel Centro di permanenza per i rimpatri (CPR) dove vengono rinchiusi stranieri trovati senza permesso di soggiorno e che devono essere riportati nei loro Paesi d’origine almeno 26 persone, hanno tentato di togliersi la vita. I CPR assimilabili a gabbie sono dieci in tutta Italia “in particolare il Cpr di Corso Brunelleschi, a Torino, e quello di Ponte Galeria, a Roma, rappresentano la realizzazione di un incubo esistenziale e architettonico, che può definirsi attraverso la categoria di “gabbietà”. Un vertiginoso labirinto, un ossessivo rincorrersi di sbarre e cemento, «una matrioska di disperazione» (Elena Stancanelli)” (L.Manconi, Le gabbie della nostra vergogna, “La Stampa” 21 ottobre 2021). In questi centri di reclusione vedono rinchiusi non persone che hanno compiuto reati ma che sono unicamente privi di documenti validi. Il 22 maggio scorso Mamadou Moussa Balde, di 23 anni, originario della Guinea, si è tolto la vita nel CPR di corso Brunelleschi a Torino mentre era in ‘isolamento sanitario’. Così ancora commenta Manconi: “considerato che, nel complesso, le condizioni degli altri nove Cpr sono altrettanto oltraggiose per la dignità della persona, la scelta più saggia dovrebbe essere quella di chiudere, una volta per sempre, queste strutture patogene e criminogene” (ibid.).

L’affermazione che soccorrere non è reato e il dovere di tutelare chi è passato attraverso situazioni di violazione di diritti umani costituisce un importante passo in questo momento.

Alessandro Cortesi op

II domenica dopo Natale – 2021

Sir 24,1-4.8-12; Efes 1,3-6.15-18; Gv 1,1-18

 ‘E il Verbo si fece carne e venne ad abitare in mezzo a noi’. Questo versetto può essere anche tradotto con l’espressione ‘pose la sua tenda in mezzo a noi’. Si rende così chiara l’evocazione che il testo racchiude alla ‘tenda’.

La tenda, chiamata la ‘dimora’ (shekinah), aveva accompagnato il percorso dell’esodo ed era il luogo in cui risiedeva la ‘gloria’ di Jahwè (cfr. Es 26,1-14): è luogo dell’abitare di Dio: all’interano di essa stava l’arca dell’alleanza custodia delle tavole della legge. Tenda e arca rinviano a  quel movimento di incontro fondamento dell’esperienza di fede d’Israele: Dio è sceso per liberare il suo popolo e non viene meno a questo suo patto che vede nella Legge una fissazione.

La tenda viene ad essere il segno della compagnia di Dio che cammina insieme e accanto al popolo nel percorso della liberazione dalla schiavitù. Tenda è  ‘luogo dell’incontro’: Mosè vi entrava, durante il cammino dell’esodo, per ascoltare la voce di Dio: “Quando Mosè entrava nella tenda scendeva la colonna di nube e restava all’ingresso della tenda. Allora il Signore parlava con Mosè… Così il Signore parlava con Mosè faccia a faccia come un uomo parla con un altro” (Es 33,7.9.11).

La tenda è segno della presenza di Dio che accompagna e guida il faticoso cammino d’Israele verso la libertà. Sopra la tenda stava la nube, segno che indica una presenza e nello stesso tempo un nascondimento. Dio non può essere visto, ma è una presenza vicina. Così la tenda è luogo di un meraviglioso dialogo in cui Dio parlava con Mosè ‘come un uomo parla con un altro’.

I rabbini commentavano che proprio nell’ascolto della Torah (la legge) si rendeva possibile un’esperienza di incontro: “Se due si riuniscono insieme per dedicarsi alle parole della Torah, la shekinah (la dimora) è presente” (Pirkê Abot III 3; cfr. Mt 18,20).

I profeti rileggono questa presenza di Dio che abita nel tempio. Natan proporrà a Davide l’annuncio che Dio non abita in qualche luogo particolare, ma Dio abita il suo popolo: Dio sta in mezzo a Israele per adempiere la sua parola: ‘Io sarò con te’ (Es 3,12) e la sua presenza starà in una discendenza vivente. Anche il tempio, sede dell’arca dell’alleanza nel tempo della stabilità dopo il cammino nel deserto, è solamente un  segno e i profeti richiamano al dimorare di Dio in Sion (Gl 4,17.21; Ez 43,7).

Zaccaria annuncia la promessa di un abitare di Dio in mezzo al suo popolo fonte di gioia per tutti in un orizzonte che si allarga a comprendere nazioni e popoli chiamati da lontano: “Gioisci, esulta, figlia di Sion, perché ecco io vengo ad abitare in mezzo a  te… nazioni numerose aderiranno in quel giorno al Signore e diverranno suo popolo ed egli dimorerà in mezzo a te” (Zac 2,14).

‘Il Verbo ha posto la sua tenda in mezzo a noi’: è la Parola il nuovo luogo di una presenza di Dio invisibile, ora resosi vicino in colui che è l’unico esegeta del Padre: “Dio nessuno l’ha mai visto: proprio il Figlio unigenito che nel seno del Padre, lui lo ha rivelato” (Gv 1,18). Il Verbo nella sua umanità, ponendo la sua tenda tra le nostre, è colui che spiega e fa vedere la gloria di Dio il Padre.

Il Verbo è la Parola che dal principio è ‘rivolta verso’ il Padre (Gv 1,1): dal Padre tutto riceve e tutto fa tornare a lui in un dinamismo di accoglienza e di risposta. Il Verbo fatto carne è la nuova tenda di una alleanza, dono da accogliere con stupore nella fede, dono di una vita nuova nella relazione con Dio amore: “a quanti però l’hanno accolto ha dato il poter di diventare figli di Dio; a quelli che credono nel suo nome, i quali non da volere di carne, né da volere di sangue, ma da Dio sono stati generati” (Gv 1,12-13).

Il IV vangelo legge nel mistero della vita di Dio il senso profondo della nascita di Gesù. La vita di un bambino segnato dalla debolezza e la vicenda umana di Gesù è la nuova ‘tenda’. Gesù è il figlio, esegeta del Padre che fa vedere la gloria di Dio nella sua vita. “In lui era la vita e la vita era la luce degli uomini… e noi vedemmo la sua gloria, gloria come di unigenito dal Padre” (Gv 1,4.14).

La luce di Dio, la sua vita, illumini gli occhi della nostra mente “per farci comprendere a quale speranza ci ha chiamati” (Efes 1,18).

Alessandro Cortesi op

Dal Messaggio di papa Francesco per la LIV Giornata mondiale della pace 1 gennaio 2021

La cultura della cura come percorso di pace

“(…) La cura del bene comune Ogni aspetto della vita sociale, politica ed economica trova il suo compimento quando si pone al servizio del bene comune, ossia dell’«insieme di quelle condizioni della vita sociale che permettono sia alle collettività sia ai singoli membri, di raggiungere la propria perfezione più pienamente e più celermente». Pertanto, i nostri piani e sforzi devono sempre tenere conto degli effetti sull’intera famiglia umana, ponderando le conseguenze per il momento presente e per le generazioni future. Quanto ciò sia vero e attuale ce lo mostra la pandemia del Covid-19, davanti alla quale «ci siamo resi conto di trovarci sulla stessa barca, tutti fragili e disorientati, ma nello stesso tempo importanti e necessari, tutti chiamati a remare insieme», perché «nessuno si salva da solo»e nessuno Stato nazionale isolato può assicurare il bene comune della propria popolazione.

La cura mediante la solidarietà. La solidarietà esprime concretamente l’amore per l’altro, non come un sentimento vago, ma come«determinazione ferma e perseverante di impegnarsi per il bene comune: ossia per il bene di tutti e di ciascuno perché tutti siamo veramente responsabili di tutti». La solidarietà ci aiuta a vedere l’altro – sia come persona sia, in senso lato, come popolo o nazione – non come un dato statistico, o un mezzo da sfruttare e poi scartare quando non più utile, ma come nostro prossimo, compagno di strada, chiamato a partecipare, alla pari di noi, al banchetto della vita a cui tutti sono ugualmente invitati da Dio.

La cura e la salvaguardia del creato. L’Enciclica Laudato si’ prende atto pienamente dell’interconnessione di tutta la realtà creata e pone in risalto l’esigenza di ascoltare nello stesso tempo il grido dei bisognosi e quello del creato. Da questo ascolto attento e costante può nascere un’efficace cura della terra, nostra casa comune, e dei poveri. A questo proposito, desidero ribadire che «non può essere autentico un sentimento di intima unione con gli altri esseri della natura, se nello stesso tempo nel cuore non c’è tenerezza, compassione e preoccupazione per gli esseri umani»…”

XXVII domenica tempo ordinario – anno A – 2020

Is 5,1-7; Fil 4,6-9; Mt 21,33-43

“Il mio diletto possedeva una vigna sopra un fertile colle. Egli l’aveva dissodata e sgombrata dai sassi e vi aveva piantato viti pregiate… Egli aspettò che producesse uva, essa produsse invece, acini acerbi … che cosa dovevo fare ancora alla mia vigna che io non abbia fatto? Ebbene la vigna del Signore…  è la casa di Israele”

In una bellissimo poema Isaia evoca l’immagine della vigna, un’immagine centrale del Primo Testamento che parla di cura, di dedizione e di amore: ‘che cosa dovevo fare ancora alla mia vigna che io non abbia fatto?’. Anche nel Cantico dei cantici la vigna è simbolo utilizzato per parlare dell’amore: la amata infatti è indicata come ‘vigna in fiore’. La vigna diviene così simbolo del popolo d’Israele.

Il poema di Isaia inizia con una descrizione serena della vigna e del lavoro che il ‘diletto’ vi svolge. E’ una descrizione di pace e operosità. Parla della cura amorosa con cui la vigna è coltivata con attenzione a tutti i particolari. Ma nonostante la fatica della coltivazione la vigna produce solo acini acerbi. Sorge allora la delusione e il senso di fallimento: il riferimento è al rapporto tra il popolo di Israele e il suo Dio.

L’autore del poema gioca con le parole per descrivere il capovolgimento delle attese: anziché attuazione del diritto (mishpat) vi è spargimento di sangue innocente (mispah), al posto della giustizia (sedaqah) c’è il grido degli oppressi (se’aqah). Isaia è un grande poeta: tratteggia una drammatica vicenda di infedeltà da parte del popolo d’Israele. L’attesa paziente di Dio che si è preso cura del suo popolo viene delusa.

Il tema della vigna che rappresenta Israele è presente anche nel libro di Osea (10,1) ed è ripreso da Geremia: “Io ti avevo piantato come vigna scelta, tutta di vitigni genuini; ora, come mai ti sei mutata in tralci degeneri di vigna bastarda?” (Ger 2,21). Geremia presenta la denuncia da parte di Dio dell’infedeltà di Israele. Ma anche presenta ancora il desiderio di Dio di racimolare un resto che sia in grado di ascoltarlo: “’Racimolate, racimolate come una vigna il resto di Israele; stendi ancora la tua mano come un vendemmiatore verso i suoi tralci’. A chi parlerò e chi scongiurerò perché mi ascoltino?” (Ger 6,9) La vigna-popolo di Israele è chiamata ad ascoltare la parola di Dio e la cura di Dio è in vista di questo ascolto. Tale vigna è stata devastata da cattivi pastori che hanno reso il campo prediletto un deserto isolato (Ger 12,10).

Anche Ezechiele usa questa immagine in un poema in cui il legno della vite viene messo a bruciare sul fuoco, simbolo dell’inutilità dei comportamenti degli abitanti di Gerusalemme infedeli al Signore (Ez 15,1-8). Viene evocata la vigna rigogliosa sradicata e trapiantata nel deserto, con rinvio all’esperienza dell’esilio (Ez 17,1-10; 19,10-14) e il profeta richiama alla fedeltà a Jahwè. Egli è signore di tutti gli alberi: “Io sono il Signore, che umilio l’albero alto e innalzo l’albero basso; faccio seccare l’albero verde e germogliare l’albero secco. Io, il Signore, ho parlato e lo farò” (Ez 17,24).

Isaia presenta una prospettiva nuova nel rapporto tra la vigna e il suo guardiano: “Io il Signore, ne sono il guardiano, a ogni istante la irrigo; per timore che la si danneggi, ne ho cura notte e giorno. Io non sono in collera. Vi fossero rovi e pruni, muoverei loro guerra, li brucerei tutti insieme. Oppure meglio, si afferri alla mia protezione, faccia la pace con me, con me faccia la pace!” (Is 27,2-5)

La prospettiva finale è di pace, di riconciliazione e di speranza: un ritorno in cui sarà il Signore a raccogliere tutti i suoi figli dispersi e questi ‘si prostreranno al Signore, sul monte santo, in Gerusalemme’ (Is 27,13).

L’immagine della vigna è ripresa da Gesù nella parabola dei vignaioli omicidi che si connota come una allegoria: nel racconto è presentata una vicenda di amore e cura da parte di un uomo che ha piantato e lavorato la vigna prima di darla in affitto a dei contadini andandosene lontano. Ma si attua per contro una vicenda di ingiustizia e di rifiuto. I servi mandati dal padrone per raccogliere i frutti vengono bastonati, uccisi lapidati. Traspare in questi riferimenti la denuncia dei capi del popolo di Israele, i detentori del potere religioso, che pretendono di farsi padroni della vigna e rifiutano gli inviati del padrone – di Dio stesso – cioè i suoi profeti. “Da ultimo mandò loro il proprio figlio dicendo: “Avranno rispetto per mio figlio!”. Ma i contadini,… dissero tra loro: “Costui è l’erede. Su, uccidiamolo”.

E’ una parola chiara di denuncia da parte di Gesù rivolta a coloro che stanno tramando contro di lui. La parabola si chiude con una domanda “Quando verrà dunque il padrone della vigna, che cosa farà a quei contadini?” La vigna verrà data ad altri. Su tutto prevale una storia di fedeltà, la fedeltà del servo e del figlio. La vigna sarà data ad altri vignaioli, eppure essa rimarrà sempre quella vigna di Israele, la vigna delle promesse senza pentimento da parte di Dio.

Il centro della parabola sta nell’annuncio della fedeltà di amore di Dio: nonostante il rifiuto ripropone all’umanità il suo dono, la salvezza. E Gesù stesso, la pietra scartata dai costruttori, diverrà pietra fondamentale di una nuova costruzione. Sarà una costruzione in cui al centro dovranno essere gli esclusi perché Dio prende la pietra scartata e la fa pietra d’angolo. Sarà una comunità fatta di esclusi e non di esclusione.

“Hai sradicato una vite dall’Egitto, hai scacciato le genti e l’hai trapiantata. Le hai preparato il terreno, hai affondato le sue radici ed essa ha riempito la terra. La sua ombra copriva le montagne e i suoi rami i cedri più alti. Ha esteso i suoi tralci fino al mare, arrivavano al fiume i suoi germogli… Dio degli eserciti ritorna! guarda dal cielo e vedi e visita questa vigna, proteggi quello che la tua destra ha piantato, il figlio dell’uomo che per te hai reso forte” (Sal 80,9-16)

E’ Gesù, dirà il quarto vangelo, la vite fedele che porta frutti: ‘Io sono la vite, voi i tralci. Chi rimane in  me e io in lui, fa molto frutto, perché senza di me non potete far nulla’ (Gv 15,5).

Alessandro Cortesi op

La pietra scartata

“La pandemia ci ha dimostrato che non possiamo vivere senza l’altro, o peggio ancora, l’uno contro l’altro”. Non hanno avuto un’eco sui media ma le parole che papa Francesco ha espresso nel suo videomessaggio in occasione della 75a sessione dell’Assemblea dell’ONU il 25 settembre us sono state un appello di grande forza che potrebbe costituire una traccia di impegni urgenti da assumere a livello globale.

Ha richiamato innanzitutto la peculiarità di questo tempo di pandemia che provoca ad un cambiamento e ad un ripensamento di tanti aspetti della vita dei popoli, senza facili ottimismi e con un forte richiamo alla responsabilità:

“La pandemia ci chiama, infatti, ‘a cogliere questo tempo di prova come un tempo di scelta. […]: il tempo di scegliere che cosa conta e che cosa passa, di separare ciò che è necessario da ciò che non lo è’. Può rappresentare un’opportunità reale per la conversione, la trasformazione, per ripensare il nostro stile di vita e i nostri sistemi economici e sociali, che stanno aumentando le distanze tra poveri e ricchi, a seguito di un’ingiusta ripartizione delle risorse. Ma può anche essere una possibilità per una «ritirata difensiva» con caratteristiche individualistiche ed elitarie”.

Ha poi richiamato alcune lezioni della pandemia ponendo in luce come l’ambito della sanità, delle politiche del lavoro e dell’attenzione ai diritti umani siano i luoghi che richiamano ad un cambiamento di fondo: ha proposto di far sì che “tutti abbiano possibilità di accesso a cure e assistenza nella salute pubblica per realizzare il diritto di ogni persona alle cure mediche di base (…) E se bisogna privilegiare qualcuno, che sia il più povero, il più vulnerabile, chi generalmente viene discriminato perché non ha né potere né risorse economiche”.

Ha poi richiamato alla solidarietà non come ‘parola o promessa vana’ focalizzando in particolare l’ambito del lavoro: “È particolarmente necessario trovare nuove forme di lavoro che siano davvero capaci di soddisfare il potenziale umano e che al tempo stesso affermino la nostra dignità. Per garantire un lavoro dignitoso occorre cambiare il paradigma economico dominante che cerca solo di aumentare gli utili delle imprese”.

Un ‘cambio di rotta’ è richiesto da perseguire in netto contrasto con la cultura dello scarto, per cui vengono sistematicamente violati diritti fondamentali delle persone. Nel messaggio si osserva che in questi anni le crisi umanitarie sono divenute stabili e i conflitti nel mondo e l’uso di armi generano conseguenze drammatiche sulle popolazioni.

Una particolare attenzione è per coloro che subiscono le conseguenze di conflitti e con forza è denunciata un’indifferenza intenzionale nei confronti di immani sofferenze: “Spesso, i rifugiati, i migranti e gli sfollati interni nei paesi di origine, transito e destinazione, soffrono abbandonati, senza opportunità di migliorare la loro situazione nella vita o nella loro famiglia. Fatto ancor più grave, in migliaia vengono intercettati in mare e rispediti con la forza in campi di detenzione dove sopportano torture e abusi. (…) Tutto ciò è intollerabile, ma oggi è una realtà che molti ignorano intenzionalmente!”

Il messaggio indica alcuni orizzonti di cambiamento individuando soprattutto l’urgenza di un nuovo sistema economico: “La comunità internazionale deve sforzarsi di porre fine alle ingiustizie economiche (…) Abbiamo la responsabilità di fornire assistenza per lo sviluppo alle nazioni povere e la riduzione del debito per le nazioni molto indebitate”.

Il messaggio contiene anche una indicazione di orientamento costruttivo per scorgere nel presente una occasione di cambiamento. La crisi attuale può essere anche un’opportunità perché si generi una economia che contrasti il progredire delle diseguaglianze e si generi una società più fraterna. Concretamente ciò può attuarsi nel prospettare  un sistema economico che promuova la sussidiarietà “sostenga lo sviluppo economico a livello locale e investa nell’istruzione e nelle infrastrutture a beneficio delle comunità locali”. Ed è rinnovato l’appello a ridurre, se non a condonare, il debito che grava sui bilanci dei paesi più poveri.

Viene anche indicata la necessità di ripensare la architettura finanziaria a livello globale: “’Una nuova etica presuppone l’essere consapevoli della necessità che tutti s’impegnino a lavorare insieme per chiudere i rifugi fiscali, evitare le evasioni e il riciclaggio di denaro che derubano la società, come anche per dire alle nazioni l’importanza di difendere la giustizia e il bene comune al di sopra degli interessi delle imprese e delle multinazionali più potenti’. Questo è il tempo propizio per rinnovare l’architettura finanziaria internazionale”.

E’ delineata una chiara denuncia della corsa agli armamenti e dell’uso di armi devastanti che alimentano solo l’industria bellica e la sfiducia e paura. 

“Dobbiamo chiederci se le principali minacce alla pace e alla sicurezza, come la povertà, le epidemie e il terrorismo, tra le altre, possono essere affrontate efficacemente quando la corsa agli armamenti, comprese le armi nucleari, continua a sprecare risorse preziose che sarebbe meglio utilizzare a beneficio dello sviluppo integrale dei popoli e per proteggere l’ambiente naturale”.

“Da una crisi non si esce uguali: o ne usciamo migliori o peggiori. Perciò, in questo momento critico, il nostro dovere è di ripensare il futuro della nostra casa comune e del nostro progetto comune. È un compito complesso, che richiede onestà e coerenza nel dialogo, al fine di migliorare il multilateralismo e la cooperazione tra gli Stati”.

Il messaggio si conclude con un appello: “Le Nazioni Unite sono state create per unire le nazioni, per avvicinarle, come un ponte tra i popoli; usiamolo per trasformare la sfida che stiamo affrontando in una opportunità per costruire insieme, ancora una volta, il futuro che vogliamo”.

Alessandro Cortesi op

Un sostare nei giorni dell’epidemia – 12

IMG_7661Cliccando sul link qui sotto si apre un file con proposta per un momento di preghiera e riflessione (ved. i post precedenti per gli altri giorni).

Dodicesimo giorno – 25 marzo 2020 – cura

25 marzo – Annunciazione di Maria

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Fra Giovanni da Fiesole (beato Angelico) annunciazione, pala d’altare – ca. 1425/27 – Museo del Prado – Madrid (part.)

IV domenica di Avvento – anno A – 2019

santa famiglia autore Jean Pierre Augier(Santa famiglia – Jean Pierre Augier)

Is 7,10-14; Rom 1,1-7; Mt 1,18-24

Isaia, sacerdote appartenente all’aristocrazia di Gerusalemme, narra di un’esperienza profonda avuta nello svolgere il suo servizio nel tempio: una chiamata a divenire profeta. La data era attorno al 740 a.C. a Gerusalemme. Isaia descrive questa chiamata come una visione: il presentarsi di un angelo che accostò alle sue labbra un carbone ardente preso dall’altare dei sacrifici: le sue labbra così purificate sono luogo di un annuncio della parola del Signore. Isaia percepì questa chiamata e rispose: ‘Eccomi manda me’.

Da quel momento visse l’invio ad affrontare con la forza della parola profetica il potere del tempo, in particolare il re Acaz d’Israele. Isaia annuncia la futura nascita di un ‘Emmanuele’ (nome che significa ‘Dio in noi’), un re giusto, erede di Davide, che si comporterà in modo ben diverso dai re infedeli, come Acaz alla ricerca di sicurezze e appoggi umani. La dinastia di Davide continuerà e l’Emmanuele sarà esempio di abbandono fiducioso in Dio. Il ‘resto d’Israele’, il piccolo gruppo che continuerà la storia del popolo dell’alleanza troverà la sua stabilità non inseguendo progetti di dominio o alleandosi con gli imperi militari, ma scoprirà il senso della sua esistenza nella fede appoggiandosi sul Dio liberatore: “In quel giorno il resto di Israele… non si appoggeranno più su chi li ha percossi, ma si appoggeranno sul Signore, sul Santo d’Israele, con lealtà” (Is 10,20).

La figura di un Emmanuele storicamente è da identificare nel figlio di Acaz, Ezechia, che sarà un re fedele a Dio. Ma Isaia parla dell’ Emmanuele con parole così ricche di speranza (cfr. Is 11,1-16) da far intravedere in questa figura l’intervento di Dio stesso che stabilisce il regno del messia (l’unto, il consacrato da Dio) come situazione nuova di pace, in un tempo ultimo con caratteri di definitività, senza fine: ‘grande sarà il suo dominio e la pace non avrà fine’ (Is 9,5-6). L’attesa di un futuro re, che come germoglio spunterà dalla discendenza di Davide e sarà luce delle genti percorre il Primo Testamento (Gen 49,10; Num 24,17). Un altro profeta Michea rileggendo Isaia e vede l’ideale del messia collegato alla figura di un re unico alla fine dei tempi:

“E tu Betlemme di Efrata così piccola … da te mi uscirà colui che deve regnare in Israele; le sue origini sono dall’inizio del tempo, dai giorni più remoti” (Mi 5,1)

Isaia quindi indica in questo bambino un segno, ed in esso il rinvio ad una speranza oltre i confini del tempo: è segno di un disegno di salvezza di Dio nella storia.

Il vangelo di Matteo conosce bene questa tradizione. Presenta Gesù come compimento di quelle promesse descritte da Isaia. Le origini di Gesù sono narrate riprendendo gli schemi degli annunci di nascita nel Primo testamento (ad esempio la nascita di Sansone in Gdc 13,1-24): la presenza di un angelo, la chiamata per nome, l’indicazione di una difficoltà da superare, il rinvio ad un segno e alcuni tratti del bambino che nascerà.

L’annuncio dell’angelo a Giuseppe è presentato da Matteo per inserire Gesù nella discendenza di Davide: Giuseppe stesso è chiamato ‘figlio di Davide’ e gli è attribuito il compito di dargli un nome, ‘tu lo chiamerai Gesù: egli infatti salverà il suo popolo dai suoi peccati’. La storia della salvezza è segnata dalla gratuità degli interventi di Dio, dall’opera dello Spirito Santo sin dal momento del concepimento di Gesù. A Giuseppe, uomo ‘giusto’ è richiesta la disponibilità ad accogliere l’invito a ‘non temere’ e lasciarsi coinvolgere nell’opera di Dio. ‘Giusto’ significa ‘fedele’: Giuseppe vive una duplice fedeltà: a Maria a cui è legato, e alla chiamata di Dio. Si abbandona nella fede ad un progetto che viene da Dio e che lo coinvolge nella responsabilità.

Maria è presentata da Matteo con il rinvio alla ‘giovane donna’ del testo di Isaia: ella accoglie la chiamata di Dio sulla sua vita. E’ un’indicazione di disponibilità nel rispondere all’azione di Dio. Il suo cuore è spazio aperto e disponibile al progetto di Dio che umanamente appare impossibile.

Giuseppe è presentato come ‘uomo giusto’, cioè fedele. Nel sogno riceve una chiamata di Dio: il sogno è spazio creativo dell’agire di Dio. Così nel sonno di Adamo Dio creatore aveva operato e nel sogno dei magi Dio si manifesta vicino e provvidente. Giuseppe è esempio del credente. Non gli è tolta la fatica del dubbio ma vive l’abbandono della fede. L’invito a ‘non temere’ è motivo per rendersi disponibile di fronte a Dio nel prendersi cura di chi Dio gli affida.

Giuseppe è così chiamato a dare il nome a Gesù, un nome che significa ‘il Signore salva’. La salvezza ha un nome, è dono. La presenza di Gesù nella vita e nella storia ha manifestato questo sogn di Dio nei suoi gesti e nelle sue parole . A Giuseppe è affidato di pronunciare quel nome rendendosi così testimone del disegno di Dio.

Alessandro Cortesi op

Banksy babbo Natale(Banksy, murale – Birmingham – ved. il video)

Presepe e presepi

Papa Francesco ha compiuto una breve visita a Greccio il 1 dicembre u.s. In quel luogo ha richiamato alla semplicità, al silenzio, alla preghiera e alla presenza nascosta dell’Emmanuele, Dio con noi, nella storia:

“Davanti al presepe scopriamo quanto sia importante per la nostra vita, così spesso frenetica, trovare momenti di silenzio e di preghiera. Il silenzio, per contemplare la bellezza del volto di Gesù bambino, il Figlio di Dio nato nella povertà di una stalla. La preghiera, per esprimere il “grazie” stupito dinanzi a questo immenso dono d’amore che ci viene fatto.

In questo segno, semplice e mirabile, del presepe, che la pietà popolare ha accolto e trasmesso di generazione in generazione, viene manifestato il grande mistero della nostra fede: Dio ci ama a tal punto da condividere la nostra umanità e la nostra vita. Non ci lascia mai soli; ci accompagna con la sua presenza nascosta, ma non invisibile. In ogni circostanza, nella gioia come nel dolore, Egli è l’Emmanuele, Dio con noi”.

Isabelle de Gaulmyn in un’articolo in “La Croix” del 15 dicembre 2019 (di cui riprendo la traduzione italiana dal sito http://www.finesettimana.org) proprio a proposito del presepe presenta una riflessione in rapporto alla situazione francese. Ricorda il significato profondo della scelta di Francesco, nel lontano 1223, di predisporre un presepe nello sconosciuto paese di Greccio tra le asperità del monte Lacerone. Da qui emerge una sfida a vivere lo sguardo a questo segno del presepe, alla memoria della natività di un bambino, come occasione di rinvio a quel ‘qui e ora’ della nostra vita in cui siamo anche noi chiamati a riconoscere una presenza nascosta del Dio vicino che continua a farsi incontro nei volti di quanti sono tenuti ai margini e dimenticati nelle nostre società:

“In questo periodo d’Avvento, difficile evitare i sinistri villaggi/mercatini di Natale. Non c’è città di Francia che sfugga a questo contagio. A parte, evidentemente, Strasburgo, dove la forza della tradizione conferisce loro una certa dignità, siamo condannati ad errare nei centri storici delle città tra casette di legno che imitano baite montane (ma che rapporto ci può essere con la nascita di un uomo avvenuta in Medio Oriente duemila anni fa?), guardando stancamente la distesa di cianfrusaglie inutili made in China, e mangiando la nostra mela caramellata tutta rossa. Per non parlare della musica, un “Vive le vent” (ndr.: canto sulle note di “Gingle bells”) ripetuto fino allo sfinimento, poiché ci si guarda bene dal mettere qualche cantico della Natività. Ben presto, nella folla compatta, l’odore di vin brulé e di cannella diventa insopportabile, a meno di berne abbastanza per dimenticare: dimenticare il Natale del nostro secolo, con i brillantini, gli abeti addobbati e la musica sdolcinata, ma senza la stella e il presepe. Dimenticare questo Natale senza Natale… Strappandomi a fatica da uno di questi mercatini di una grande città della Francia occidentale, pensavo con un briciolo di nostalgia a Greccio, quel villaggio sulla roccia, in una grotta sulle pendici dei monti Sabini che dominano la pianura di Rieti. Qui, secondo la tradizione, Francesco d’Assisi, nel 1223, ha “inventato” il primo presepe, la prima “stalla di Natale”. L’idea allora era quella di scoraggiare i pellegrini che sfidavano l’inverno per avventurarsi fino a Betlemme. Spiegare loro che potevano celebrare benissimo la venuta di Cristo anche sul monte Lacerone. Come ha fatto notare papa Francesco la settimana scorsa, quel gesto del santo di Assisi in un piccolo e povero villaggio di montagna, isolato e battuto dai venti, aveva qualcosa di terribilmente profetico. Era un modo per far sentire a tutta la popolazione che essa stessa era “coinvolta nella storia della salvezza, contemporanea dell’evento che è vivo e attuale nei più diversi contesti storici e culturali” (Lettera apostolica Admirabile signum. Il significato e il valore del presepio, 1° dicembre 2019). Non c’è bisogno di andare fino a Betlemme, è qui ed ora che questa cosa avviene! Come ha scritto in un bellissimo testo il filosofo ateo Alain, “davanti al bambino, non ci sono dubbi. Guardate il bambino. Quella debolezza è Dio. Quell’essere, che smetterebbe di esistere senza le nostre cure, è Dio” Les Dieux, di Alain (Emile-Auguste Chartier), Gallimard, 1985). Dove lo troviamo, il bambino, in quei falsi “villaggi di Natale”? Data l’imperversante laicità, si è ben lungi dall’idea di mettere un presepe tra le finte baite. Sicuramente, il bambino e il presepe bisogna andare a cercarli altrove. In quell’ospedale parigino, ad esempio, che la settimana scorsa, per mancanza di spazio, ha dovuto rifiutare una decina di giovani madri senzatetto che erano andate a rifugiarvisi con i loro bambini. E nelle maternità delle nostre grandi città, sopraffatte dalla quantità di donne che hanno partorito e che dormono nei corridoi. Nelle nostre strade, molto semplicemente, dove nascono sempre più  bambini: quest’anno sono già 146, e le associazioni caritative si trovano a dover distribuire culle portatili. Sono presepi poco estetici, bambini con nasi gocciolanti. madri esauste, sporcizia, puzza, freddo. Sono presepi che non fanno venire voglia di fermarsi, di ammirare, e neppure di commuoversi. Si vorrebbe piuttosto guardare da un’altra parte, imbarazzati.

Quei presepi sono scandalosi. Testimoniano con violenza la miseria e l’esclusione. Ci parlano di mancanza, capovolgono le nostre prospettive, ci ricordano i più poveri, i dimenticati. Quei presepi sono terribili, ma veri: a modo loro, anch’essi ci dicono che siamo implicati nella storia della salvezza. Qui ed ora”.

Alessandro Cortesi op

III domenica di Quaresima – anno C – 2019

IMG_3591Es 3,1-15; 1Cor 10,1-12; Lc 13,1-9

Nella Bibbia convertirsi non è tanto questione di comportamenti. Certamente è anche questo. Ma alla radice sta un movimento più profondo: il cambiamento autentico trova il suo inizio nel rapporto con Dio stesso, nel modo di vivere l’incontro con Lui. Convertirsi significa innanzitutto aprirsi ad accogliere il volto, la presenza di Dio che sta oltre i nostri pensieri e i nostri progetti.

Nell’incontro di Mosè presso il roveto ardente Dio si rende vicino come un ‘Tu’, un volto che chiama ed invia Mosè. “Mosè disse a Dio. ‘Ecco io arrivo dagli israeliti e dico loro: il Dio dei vostri padri mi ha mandato a voi’. Ma mi diranno: come si chiama? E io che cosa risponderò loro?’. E’ importante la questione del nome perché in esso sono racchiusi i segreti di una identità. Dio disse a Mosè: ‘Io sono colui che sono’. Poi disse: ‘dirai agli israeliti Io sono mi ha mandato a voi’.

Mosè rimane deluso: attendeva un nome ma nell’incontro con Dio il nome rimane nascosto e lu stesso è inviato ad un cammino da compiere. L’espressione ‘Io sono colui che sono’ in primo luogo è un diniego nel presentare il proprio nome. Tale indicazione rinvia non tanto ad un ‘essere’ quanto ad un ‘operare’, ad un ‘esserci accanto’: Dio si comunica innanzitutto come qualcuno che ‘agisce’. ‘Io sarò colui che sarò’: cioè ‘tu potrai fare esperienza del mio esserci vedendo il mio agire in una storia di alleanza’.

Il Dio dell’esodo si rivela liberando il suo popolo: ‘dai miei atti mi riconoscerai’. Ed il suo nome è espressione della sua fedeltà e della sua vicinanza: egli scende a liberare il suo popolo che grida dalla schiavitù. “Ho osservato la miseria del mio popolo in Egitto e ho udito il suo grido a causa dei suoi sorveglianti; conosco infatti le sue sofferenze. Sono sceso per liberarlo… e per farlo uscire da questo paese verso un paese bello e spazioso”.

Questa pagina indica un primo aspetto della conversione: il cambiare mente e direzione della vita consiste innanzitutto nel lasciarsi cambiare da Dio stesso. Il Dio che si fa vicino fa cambiare le pretese di avere conoscenza del suo nome, di poterlo trattenere. Rinvia ad un cammino da intraprendere. E chiede di riconoscere il suo comunicarsi nel suo agire all’interno della storia. Convertirsi è allora un cambiamento per riconoscere che l’iniziativa viene da Dio. Il suo nome è impronunciabile e resta mistero per noi: si rende vicino nel suo agire di fedeltà. E chiama ad osservare la miseria, ad ascoltare il grido di chi soffre a scendere per liberare.

Anche la pagina di Luca ha al cuore un messaggio sulla conversione. Nell lingua di Luca il verbo esprime l’atto di ‘cambiare mentalità’ ossia il modo di vedere le cose e di orientare la vita. “Se non vi convertite perirete tutti allo stesso modo”.

Gesù richiama due episodi di cronaca: le milizie romane che dovevano controllare gli assembramenti ed evitare disordini erano intervenute in modo violento all’interno del tempio uccidendo molte persone. Il secondo accenno rinvia ad un crollo improvviso di una torre di difesa a Gerusalemme, nel cui crollo erano morte diciotto persone.

Gesù presenta innanzitutto una critica radicale alla lettura di queste vicende di chi pensa che Dio intervenga in modo capriccioso, dando la morte ai peccatori e la vita ai buoni. C’era infatti chi affermava che quei giudei morti nel tempio erano peccatori e Dio per questo li aveva puniti: ‘Credete che quei Galilei fossero più peccatori di tutti i Galilei, per avere subito tale sorte? O quei diciotto… credete che fossero più colpevoli di tutti gli abitanti di Gerusalemme? No vi dico’. Per Gesù invece coloro che avevano trovato la morte in quei due tragici eventi, erano tutti uguali, nella medesima condizione.

Trae spunto da quegli avvenimenti che dovevano aver suscitato grande attenzione per parlare dell’urgenza di essere pronti in ogni momento a vivere ciò che più conta nella vita, ad accogliere il regno di Dio. E per questo parla dell’urgenza di una conversione e di un cambiamento per tutti. La chiamata di Dio ad ascoltare i suoi profeti e il suo ‘eletto’ è chiamata da accogliere senza rinvii. Il tempo è breve: è questo un tema caro a Luca, che richiama all’impegno nella quotidianità e allo stare attenti e pronti nel tempo che è dato, nell’attimo presente.

Segue poi una parabola che riguarda il fico che non porta frutto. Nella Bibbia il fico è assimilato ad Israele, (Os 9,10; Mi 7,1; Ger 8,13). Il vignaiolo chiede al padrone di attendere ancora, di non abbatterlo e di lasciarlo ancora un anno. Anche se già da tre anni non portava frutto. La richiesta è quella di attendere: ‘… vedremo se porta frutto per l’avvenire: se no lo taglierai’.

Accanto alla parola esigente sulla conversione come movimento da intraprendere con urgenza e con pronta disponibilità, c’è qui un altro insegnamento: è un richiamo alla pazienza di Dio, alla sua capacità di attesa, oltre ogni previsione, che lascia il tempo perché anche il fico che appare al momento sterile possa portare frutto. E’ un parola sulla cura paziente di Dio che sa attendere e che ripete l’invito ad una conversione che possa essere accolta.

Alessandro Cortesi op

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Conversione ecologica

E’ importante cogliere nel vangelo lo stile dello sguardo di Gesù. Gesù parla di Dio, suo Padre, osservando le realtà vicine. Il fico che non porta frutti è riferimento per scorgere la pazienza di Dio. Ma in genere lo sguardo di Gesù è attento alla natura, alle creature anche più piccole, ai semi, ai fiori, al germogliare delle spighe, al crescere delle piante dell’orto. Il suo sguardo si sofferma sul lievito che fa crescere il pane durante la lievitazione, osserva i gesti di chi semina, guarda le pecore e i pastori. Il suo sguardo richiama ad una conversione ecologica dei nostri stessi sguardi e delle nostre azioni.

Due numeri della lettera enciclica Laudato sì di papa Francesco sulla cura della casa comune, accennano a questo guardo di Gesù. Sono i nn. 97 e 98:

“Il Signore poteva invitare gli altri ad essere attenti alla bellezza che c’è nel mondo, perché Egli stesso era in contatto continuo con la natura e le prestava un’attenzione piena di affetto e di stupore. Quando percorreva ogni angolo della sua terra, si fermava a contemplare la bellezza seminata dal Padre suo, e invitava i discepoli a cogliere nelle cose un messaggio divino: «Alzate i vostri occhi e guardate i campi, che già biondeggiano per la mietitura» (Gv 4,35). «Il regno dei cieli è simile a un granello di senape, che un uomo prese e seminò nel suo campo. Esso è il più piccolo di tutti i semi ma, una volta cresciuto, è più grande delle altre piante dell’orto e diventa un albero» (Mt 13,31-32). (Laudato sì, 97)

“Gesù viveva una piena armonia con la creazione, e gli altri ne rimanevano stupiti: «Chi è mai costui, che perfino i venti e il mare gli obbediscono?» (Mt 8,27). Non appariva come un asceta separato dal mondo o nemico delle cose piacevoli della vita. Riferendosi a sé stesso affermava: «E’ venuto il Figlio dell’uomo, che mangia e beve, e dicono: “Ecco, è un mangione e un beone”» (Mt 11,19). Era distante dalle filosofie che disprezzavano il corpo, la materia e le realtà di questo mondo. Tuttavia, questi dualismi malsani hanno avuto un notevole influsso su alcuni pensatori cristiani nel corso della storia e hanno deformato il Vangelo. Gesù lavorava con le sue mani, prendendo contatto quotidiano con la materia creata da Dio per darle forma con la sua abilità di artigiano. E’ degno di nota il fatto che la maggior parte della sua vita è stata dedicata a questo impegno, in un’esistenza semplice che non suscitava alcuna ammirazione: «Non è costui il falegname, il figlio di Maria?» (Mc 6,3)” (Laudato sì 98).

Negli ultimi giorni una grande manifestazione con la presenza di tanti giovani ha richiamato il rischio ambientale ed ha espresso l’attenzione all’impegno per un rapporto nuovo e diverso con l’ambiente. I portavoce più attenti sono alcuni giovanissimi, Greta Thunberg in Svezia che ha iniziato con il suo sciopero da scuola una sensibilizzazione che ha coinvolto tanti giovani nel mondo, Aran Cosentino in Italia che ha preservato il ruscello Alberone nelle valli del Natisone dallo sfruttamento per la costruzione una centrale idroelettrica non sostenibile: “Sono cresciuto in simbiosi con i miei boschi” dice a chi l’ha intervistato.

Ma non ci sono solo Greta e Alan: sei mesi fa in Baviera si è imposta alle elezioni Katharina Schulze trentaquattrenne capolista dei Verdi tedeschi, ponendosi come ostacolo a quella che sembrava l’avanzata inarrestabile dei partiti di estrema destra. Accanto a lei sono molteplici le testimonianze di persone, spesso poco conosciute, del mondo dell’attivismo, dell’università e della politica competenti e attive nella difesa dell’ambiente. Tra di esse Emma Kari ambientalista finlandese, Claire Nouvian, francese studiosa degli oceani, Francia Márquez, afro-americana leader della protesta femminile in Colombia per contrastare l’estrazione illegale di oro, la vietnamita Khanh Nguy Thi, le sudafricane Makoma Lekalakala e Liz McDaid, che hanno attuato metodi di boicottaggio contro l’accordo nucleare tra il governo di Pretoria e Mosca. In Italia Luisa Minazzi, è figura di ecologista morta nel 2010 a seguito di malattia dovuta all’amianto: era di Casale Monferrato e contro l’inquinamento da amianto aveva lottato nel suo impegno amministrativo e politico in qualità di assessore. (cfr. Francesca Paci, Greta e le altre guerriere in difesa di madre natura, Oridente blog La Stampa, 9 marzo 2019)

Una serie di volti di donne che indicano come la lotta quotidiana per l’ambiente è frontiera su cui attuare una conversione ecologica oggi, maturare uno sguardo nuovo e soprattutto azioni conseguenti per difendere la casa comune che abbiamo ricevuto in custodia e di cui siamo responsabili per le generazioni future.

Alessandro Cortesi op

III domenica tempo ordinario – anno C – 2019

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Ne 8,2-10; 1Cor 12,12-31; Lc 1,1-4; 4,14-21

Due libri stanno aperti davanti a noi in questa terza domenica del tempo ordinario: il rotolo della Bibbia che il sacerdote Esdra apre nello spazio del Tempio ricostruito mentre sullo sfondo compare Gerusalemme ricostruita dopo il ritorno dall’esilio (forse attorno al 444 a.C.) e legge davanti a tutto il popolo e il rotolo aperto da Gesù nella sinagoga di Nazaret.

Il rotolo di Esdra viene letto a brani distinti, spiegato ed accolto come parola che tocca i cuori dei presenti. Coinvolge profondamente al punto da suscitare un pianto di pentimento e il desiderio di conversione.

Ma mentre il popolo piangeva ascoltando le parole della legge, Neemia, capo politico del popolo d’Israele tornato dall’esilio, invita a cogliere il senso profondo della parola di Dio, l’invito alla gioia: “Questo giorno è consacrato al Signore, andate, mangiate carni grasse, bevete vini dolci perché la gioia del Signore è la vostra forza”.

Il pentimento dev’essere solo una tappa dello stare davanti alla Parola di Dio. Questa trasforma i cuori e li rende capaci di gioia, aperti ad accogliere la speranza messianica di un banchetto dove non ci sarà più morte, né pianto, né afflizione.

Il secondo libro al centro di questa liturgia è il rotolo di Isaia. Gesù lo apre nella sinagoga, quando di sabato, come ogni pio ebreo adulto è invitato a leggere e commentare la Scrittura. Nel suo paese Nazaret, di fronte ai suoi parenti e a coloro che lo conoscevano, il figlio di Giuseppe e Maria, legge parole che indicano una missione di liberazione e di pace: “Lo Spirito del Signore è sopra di me; per questo mi ha consacrato con l’unzione, e mi ha mandato per annunziare ai poveri un lieto messaggio, per proclamare ai prigionieri la liberazione e ai ciechi la vista; per rimettere in libertà gli oppressi, e predicare un anno di grazia del Signore”. Si tratta di un testo del terzo Isaia (61,1-2).

Ma la pagina del profeta è riportata con piccole ma importanti modifiche: nella lettura è tralasciato ogni riferimento al ‘giorno di vendetta del Signore’, e sono riprese invece tutte le espressioni che parlano di vita nuova, di libertà, di salvezza, di gioia, di sconfitta di ogni male e oppressione. Al termine Gesù non commenta il testo ma dice solamente ‘Oggi si è adempiuta questa Scrittura che voi avete udita con i vostri orecchi’. La promessa di Dio di liberazione e di giustizia diviene ora presente nell’oggi di Gesù. Si tratta non solo di un ‘oggi’ che indica un tempo cronologico, ma è un ‘oggi’ che indica il tempo di salvezza ormai giunto e vicino.

Nel vangelo di Luca questo ‘oggi’ tornerà in momenti decisivi per chi incontrando Gesù si apre alla vita nuova e alla liberazione che da lui vengono, come Zaccheo a cui Gesù dice: ‘oggi la salvezza è entrata in questa casa’ (Lc 19,9), o come il malfattore appeso alla croce accanto a Gesù che ascolta le parole: ‘oggi sarai con me in paradiso’ (Lc 23,43).

La parola di Dio, le sue promesse di vita di liberazione, di senso nuovo per la vita, di gioia diviene presente nell’agire di Gesù. Tutto ciò genera meraviglia e scandalo: non è lui il figlio di Giuseppe?… Fa difficoltà aprirsi ad un incontro con Dio che si fa vicino nella debolezza di un uomo, che ci raggiunge come ‘figlio di Giuseppe’, così simile a noi e senza caratteristiche eccezionali, senza potenza. Gesù reagisce a questa meraviglia sospettosa e distante, e fa riferimento a due episodi del Primo testamento in cui Dio si è rivelato per mezzo dei suoi profeti non ai vicini, e ai membri del popolo d’Israele, ma ad una donna pagana, una vedova di Sarepta. E’ una donna capace di un gesti di accoglienza e di cura verso il profeta Elia (1Re 17,1) che si presenta come ospite alla sua casa. Così un lebbroso, Naaman, proveniente dalla Siria, cioè un pagano, fu risanato da Eliseo (2Re 5,14) per l’intervento e suggerimento a lui offerto in piena gratuità e contro ogni buonsenso umano da una ragazza di un popolo straniero, prigioniera.

Gesù scardina le pretese di possedere in qualche modo Dio e la sua stessa persona, da parte di coloro che sono i ‘suoi’. Ed afferma la necessità di una conversione della vita. La salvezza, l’incontro con Dio si rende presente nei gesti di gratuità e accoglienza che testimoniano la liberazione di Dio. E’ un appello alla fede che implica non diritti di appartenenza ma apertura del cuore.

La vedova di Sarepta o il lebbroso Naaman, al di fuori delle appartenenze costituite, lontani o pagani, sono testimoni di liberazione, di apertura degli occhi e del cuore. E’ la bella notizia ed è animato dalla forza dello Spirito che soffia dove vuole. E conduce a riscoprire l’unzione dello Spirito che invia al seguito di Gesù ad essere annunciatori di liberazione nel servizio accanto a chi è oppresso.

Alessandro Cortesi op

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Gesti di cura

Cristina Cattaneo è docente di medicina legale all’Università di Milano e dirige il LabAnOf, il laboratorio di antropologia e odontologia forense. La sua attività di medico forense si è indirizzata inizialmente allo studio di resti umani di epoche antiche, ma con il tempo ha visto il suo impegno orientarsi nel contribuire a fare giustizia, nello studio in particolare delle vittime di violenza, nel centro medico specialistico di assistenza per i problemi della violenza alle donne.

Una delle attività più coinvolgenti e drammatiche della sua vicenda professionale è stata la partecipazione all’opera di studio e identificazione dei morti in naufragi di navi migranti nel Mediterraneo, in particolare dei morti nel naufragio di Lampedusa del 3 ottobre 2013 e del 18 aprile 2015.

Nel suo libro Naufraghi senza volto. Dare nome alle vittime del Mediterraneo (ed. Raffaello Cortina 2018) ha descritto l’impegno della sua comunità scientifica, composta di professionisti la cui opera è quella di ricostruire e identificare le vittime soprattutto quando avvengono disastri come un incidente aereo, uno tsunami, un deragliamento di treno, cogliendo tuttavia una sorta di distacco e indifferenza di fronte alle tragedie del Mare Mediterraneo che colpivano i migranti:

“… è proprio per questo che rimasi scioccata quando mi accorsi che, per le tragedie dei barconi pieni zeppi di migranti provenienti dall’Africa e dal Medio Oriente, morti e sepolti senza un nome, nessuno della comunità internazionale batteva ciglio. Nessuno della ‘mia’ comunità, quella che sapeva benissimo che cosa significasse lasciare un corpo senza identità e che aveva sgomitato per dare il proprio contributo in occasione di tanti altri disastri, aveva mosso un dito” (27)

Ricorda i segnali di umanità sorti in Italia in un passato che oggi appare lontano e dimenticato: il soccorso dalle spiagge per aiutare naufraghi, le iniziative della Marina militare e della Guardia Costiera, i sistemi di prima accoglienza messi in atto da governo e ONG, le sepolture quasi sempre dignitose. “Ma quando si trattava di dare un nome a questi corpi.. niente”.

Nelle pagine del suo racconto offre una descrizione del suo personale coinvolgimento dal putno di vista professionale e umano, a partire dalla tragedia di Lampedusa che scosse le coscienze. In questo disastro di un ‘imbarcazione che portava migliaia di persone furono recuperati 366 cadaveri. Da lì nacque l’operazione Mare nostrum “e da lì iniziò, seppur molto lentamente, a pensare ai loro morti come ai nostri” (44)

E poi il 18 aprile 2015, un altro naufragio a cento chilometri dalle coste libiche con quasi mille morti. Era il Barcone che conteneva circa mille passeggeri quasi tutti adolescenti e giovani la maggioranza proveniente dall’Africa sub-sahariana. Il più grande disastro di cui si ha conoscenza per numero di morti in questi decenni in cui il mare Mediterraneo è divenuto la tomba di decine di migliaia di uomini e donne che viaggiavano in cerca di un futuro.

Così Cristina Catteno descrive lo squarcio di umanità che in quell’occasione si aprì: “Di solito queste vittime, soprattutto dall’Europa ‘che conta’, non vengono considerate degne di pietas né di essere identificate, né i loro parenti degno di sapere se il proprio figlio è vivo o morto, di entrare in ossesso di certificati di morte, fondamentali per esempio come nel caso di Lampedusa, per il ricongiungimento degli orfani. Per il Barcone, invece, si è momentaneamente aperto uno squarcio di umanità in un periodo nuvoloso per la rabbia e l’ostilità, grazie alla volontà di un paese che, ironicamente, era proprio l’ultimo che poteva permettersi tale gesto…. Nei trent’anni di attività, questo è trai gesti collettivi più nobili che abbia visto e sentito” (99-100).

Un gesto di cura, di pietas umana, un gesto antico che ripete lo squarcio del cuore di chi accompagna alla sepoltura un proprio caro, facendo di questo gesto un momento fondamentale che dà senso all’esistenza nel riconoscimento dell’altro.

La ricerca di identificazione e ricostruzione dei corpi delle vittime di quel naufragio è narrata nelle pagine di questo libro che toccano e accompagnano a percepire come si possa morire di speranza. E’ quella speranza racchiusa nei sacchetti di terra recati con sé e trattenuta in fagottini di cellophane tra gli indumenti di giovani eritrei, è la speranza portata nel leggero bagaglio di una tessera di biblioteca e di una attestazione di donatore di sangue gelosamente custodite nel viaggio, ed è la speranza scolpita nei voti di una pagella scritta in arabo e francese, recuperata dopo aver scucito una tasca da un giubbotto di un adolescente del Mali:

“mentre tastavo la giacca, sentii qualcosa di duro e quadrato. Tagliammo dall’interno per recuperare, senza danneggiarla qualsiasi cosa fosse. Mi ritrovai in mano un piccolo plico di carta composto da diversi strati. Cercai di dispiegarli senza romperli e poi lessi: Bulletin scolaire e, in colonna le parole un po’ sbiadite mathematiques, sciences physiques.. Era una pagella. ‘Una pagella’, qualcuno di noi ripeté a voce alta. Tutti si avvicinarono e ci furono diversi secondi di silenzio durante i quali si sentiva soltanto il lontano chiacchiericcio dei medici legali che operavano nella tenda accanto dettandosi appunti. Pensammo tutti la stessa cosa, ne sono sicura: con quali aspettative questo giovane adolescente del Mali aveva con tanta cura nascosto un documento così prezioso per il suo futuro, che mostrava i suoi sforzi, le sue capacità nello studio, e che pensava gli avrebbe aperto chissà quali porte di una scuola italiana o europea, orami ridotto a poche pagine colorite intrise di acqua marcia?” (134-135).

Ai suoi occhi e nel quotidiano operare delle sue mani nel prendersi cura di corpi irriconoscibili e di cui rimaneva talvolta solamente un brandello è apparso come quell’imbarcazione, diventata la tomba di tanti giovani diveniva una reliquia, un memoriale che avrebbe potuto ricordare cosa non doveva più accadere.

Sappiamo tuttavia che le tragedie sono continuate, sappiamo che innumerevoli barche, gommoni contenenti settanta ottanta cento persone hanno continuato naufragare, sappiamo come contro i migranti provenienti dall’inferno della Libia si sia accanita una politica che ha fatto di loro merce di mercanteggiamento elettorale in questa Italia in cui pure squarci di umanità si sono aperti e si aprono magari nascosti e soffocati da una cattiveria dilagante, sappiamo la disumanità della chiusura dei porti, sappiamo i patti iniqui di governanti italiani con la polizia libica, sappiamo la criminalizzazione avvenuta delle ONG che salvavano vite umane e le cui navi ora sono costrette a rimanere ferme, sappiamo l’orrore dei respingimenti riportando nelle mani di torturatori spietati persone che fuggono dalla persecuzione.

“Il Barcone rappresentava cosa succedeva dietro l’angolo di quell’Europa e dei rispettivi parlamenti, che si dichiarano i più civili, democratici e liberali: adolescenti e giovani morti, stipati su imbarcazioni che nulla hanno di diverso dalle antiche navi guerriere, per scapare dalla guerra, dalla persecuzione o dalla fame. Un monito di ciò che non deve più succedere o, meglio, di quanto sia facile dimenticare o non voler guardare, dal momento che, ancora una volta, è successo proprio a noi di non guardare e di dimenticare” (176).

Cristina Cattaneo racconta e immortala questa storia nelle righe del suo libro, con gli occhi di un medico legale che insieme a tante collaboratrici e collaboratori ha vissuto i giorni di Melilli per dare un nome alle vittime dimenticate, per dare venerazione, nei pazienti gesti della ricomposizione dei corpi, a volti distrutti vittime della malvagità e dell’indifferenza che parlano come nessun altro può, di violenze, sofferenze, speranze e sogni traditi. “Non ti abitui mai a parlare con i parenti delle vittime” (69)…

La sua voce, come quella di Antigone, è richiamo oggi, nel tempo dei porti chiusi, nel tempo in cui si impedisce il soccorso in mare, a insorgere in una resistenza civile, a recuperare quel senso di umanità che porta a dare un nome e accompagnare nella sepoltura i morti, per rispondere all’angustia di chi non sa la sorte dei propri cari, per ricordare ai vivi la sofferenza delle vittime e per indicare vie di giustizia e di cura.

Alessandro Cortesi op

 

 

 

 

 

 

 

«Non è solo una questione di memoria o del diritto sacrosanto ad avere un nome anche nella morte. Identificare significa anche tutelare i vivi, basti pensare al ricongiungimento familiare dei minori rimasti orfani»

 

XXVIII domenica tempo ordinario – anno C – 2016

img_0843_22Re 5,14-17; 2Tim 2,8-13; Lc 17,11-19

“Naaman siro scese e si lavò nel Giordano sette volte e la sua carne ridivenne come la carne di un giovinetto: egli era guarito”

Naaman, un ufficiale di provenienza siriaca, straniero al popolo d’Israele è un lebbroso guarito dal profeta. Eliseo non chiede a lui alcun gesto eccezionale solamente quello di scendere a lavarsi sulle rive del fiume Giordano. Chiede ascolto insieme ad un gesto ordinario simbolo di pulizia e purificazione. Naaman guarì. Preso da meraviglia chiede di portare con sé alcuni sacchi di quella terra santa perché si rende conto della grandezza del dono ricevuto e della preziosità di quel luogo. Si apre con cuore di povero alla consapevolezza di essere guarito perché una presenza più grande avvolge la sua vita: una presenza che sta dentro la terra. Per questo chiede di portare via un po’ di terra: ‘Ora so che non c’è Dio su tutta la terra se non in Israele’. Mentre c’erano tanti lebbrosi in Israele in quel tempo il profeta Eliseo si fa tramite di una guarigione che tocca Naaman, un uomo venuto da lontano, uno straniero (cfr Lc 4,27).

La vicenda di Naaman rimane un riferimento importante. Luca quando narra il primo annuncio di Gesù nella sinagoga di Nazaret lo ricorda: Gesù annuncia la sua missione di vicinanza ai poveri senza limiti ed esclusioni. Così pure Luca rinvia a quel gesto di Eliseo quando racconta dell’incontro di Gesù con dieci lebbrosi: la salvezza è per tutti e può sgorgare dal cuore umano, senza esclusioni. Gesù è uomo libero che nell’incontro si lascia stupire dalla fede che salva.

“Vennero incontro a Gesù dieci lebbrosi i quali, fermatisi a distanza, alzarono la voce dicendo: ‘Gesù maestro, abbi pietà di noi!… Uno di loro, vedendosi guarito, tornò indietro lodando Dio a gran voce; e si gettò ai piedi di Gesù per ringraziarlo. Era un samaritano”.

Anche qui si parla di guarigione. La lebbra, malattia che racchiudeva tutte le forme di patologie della pelle, era considerata in Israele una sorta di castigo di Dio, vista come malattia pericolosa (cfr. Lev 13-14). I lebbrosi erano costretti a vivere in condizioni di marginalità e lontananza Per questo: ‘fermatisi a distanza, alzarono la voce’. Il lebbroso non solo era un malato, ma era considerato come un uomo segnato dall’esclusione: da tener lontano dal consesso umano e lontano da Dio stesso. Gesù si comporta come uomo libero, supera barriere e distanze imposte da regole igieniche e religiose.

Luca è particolarmente attento a sottolineare i gesti di Gesù verso i malati: Gesù non ha timore di entrare a contatto, fino a toccare un lebbroso contro ogni regola (Lc 5,12-16). Nell’incontro con i dieci li invita ad affidarsi ad una promessa. Li ascolta nella loro richiesta e li invia presso i sacerdoti. Gesù è presentato da Luca come nuovo profeta, come Eliseo: solamente invita ad ascoltare una parola. Mentre obbediscono alla sua parola si compie per loro la purificazione. Dietro a questo termine usato da Luca è da scorgere come quell’invito di Gesù genera un’accoglienza un superamento della distanza in cui i lebbrosi erano tenuti rispetto a Dio. Non sono più impuri ma puri. E questo passaggio è evidenziato dalla guarigione. Solamente uno dei dieci, poi, ‘tornò lodando Dio a gran voce’, gettandosi ai piedi di Gesù per ringraziarlo. L’unico che ritorna diviene sotto la penna di Luca l’esempio del credente. Loda Dio perché ha sperimentato l’aprirsi della sua vita ad una dimensione nuova. E Luca, ora, precisa: ‘Era un samaritano’. Non era solamente lebbroso, ma anche straniero: doppiamente escluso e lontano dalla salvezza.

Lo straniero, che sperimenta il superamento della sua condizione di escluso e impuro, è l’unico che ripercorre il cammino per ringraziare. Vive nel suo cammino i due atteggiamenti propri del credente, dire il bene e ringraziare. Riconosce in Gesù l’agire di Dio e per questo dà gloria a Dio. Gesù riconosce la fede e lo invita ad andare: ‘Alzati e và, la tua fede ti ha salvato’. Tutti gli altri furono guariti in quanto ‘purificati’ dalla lebbra, ma solo lui, lo straniero fece l’esperienza di essere ‘salvato’, nel vivere l’apertura all’agire di Dio nelle parole e nei gesti di Gesù. Il Dio ‘Altro’ e straniero si fa incontro a noi nell’incontro con i volti di ogni ‘altro’ che incrocia la nostra strada.

Alessandro Cortesi op

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(Taccuino Sanitatis, Casanatense, XIV sec.)

Curare

Sin dall’antichità la cura della malattia ha spinto alla ricerca sulle cause delle infermità umane e sui rimedi possibili ai diversi mali. La malattia che giunge improvvisa, come forza sconosciuta che si diffonde in modo dilagante ha attirato l’attenzione e ha generato le più angoscianti paure. Dalle narrazioni di Tucidide della peste  nel Peloponneso nel 430 a.C, passando per il Decamerone di Boccaccio scritto nei tempi della peste nera a Firenze del 1348, sino a Manzoni che ricorda la peste del 1630, e ad Albert Camus la letteratura ha recato testimonianza dell’esperienza della malattia nella storia umana. Così anche l’arte ha condotto a raffigurazione l’attività del curare in rappporto al male che procura la morte. E’ una lotta tra la morte e la vita in cui malato, persone vicine che assistono e la presenza di chi cura, dei medici, sono tutte presenze in relazione.

Un passo decisivo nel sorgere della scienza medica si ha con la dissezione dei corpi e gli studi anatomici. Nel più antico teatro anatomico d’Europa nell’università di Padova, costruito nel 1594, si legge un’iscrizione che rinvia alla ricerca come orientamento a far crescere e fiorire la vita: hic est locus ubi mors gaudet succurrere vitae: Questo è il luogo in cui la morte gioisce nel porsi a servizio della vita.

Théâtre-anatomique-Padoue.JPGNel suo dipinto La lezione di anatomia del dottor Tulp del 1632 Rembrandt ha offerto una raffigurazione di tale passaggio decisivo per il sorgere di una scienza medica. Gli sguardi intensi dei discepoli del dottor Tulp, i gesti precisi e autorevoli delle mani che da un lato mostrano e dall’altro offrono spiegazione della configurazione anatomica di un braccio e della mano, convolgono lo spettatore in un sentimento di ammirazione, di interesse e fiducia per la ricerca e per questa osservazione sui corpi.

Rembrandt lezione di anatomia del dr Tulp 1632.jpg

Le risorse della scienza tuttavia erano assai limitate e scarsi erano gli strumenti  di diagnosi atti ad offrire cure in rapporto ad una conoscenza approfondita delle diverse patologie. Come ricaviamo dalle delicate descrizioni fissate dal pennello di Jan Steen, artista olandese attivo soprattutto negli anni tra il 1660 e 1670 la visita del medico è presentata in un aura di solennità pur nel quadro di ambientazioni domestiche e quotidiane. Il suo profilo è quello di un personaggio autorevole, i suoi gesti sono delicati: dalle persone malate e dai vari componenti della famiglia è guardato con ammirazione e stima e nei confronti dei pazienti si china con delicatezza.

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Jan_Steen_the Doctor's visit 1660-1670.jpg

SteenThe sick woman 1663-1666 Doctor_and_His_Patient-1.jpg Il suo sentire il polso o esaminare il colore delle urine sono alcuni gesti che indicano la ricerca di segni per scorgere rimedi alla malattia. Nel dipinto La malata d’amore, il medico forse coglie più per la sua sensibilità psicologica che non da altri indizi le ragioni del deliquio della giovane nobildonna.

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Francisco Goya (1746-1828) nel dipingere una sua opera  in ringraziamento al dottor Arrieta (1820) che gli ha salvato la vita, ne raffigura il volto che traspare preoccupazione, senso di impotenza e compassione mentre porge allo stesso Goya, che presenta il suo autoritratto mentre è spossato dalla febbre, un bicchiere per bere.

Francisco Goya autoritratto con il Dott. Arrieta 1820.jpg

Pablo Picasso (1871-1973) in un dipinto che risulta essere una sua opera giovanile, dipinta all’età di circa sedici anni, propone un suo sguardo sul significato della cura. Al capezzale di una donna malata è posta la figura del medico – forte è il contrasto tra il colore livido delle mani della malata e quelle del medico  – che con attenzione e rigore sta controllando il battito cardiaco. Dall’altro lato in piedi una suora della carità è raffigurata secondo i canoni della classica presentazione della virtù della carità come donna con in braccio un bambino che sta porgendo forse una bevanda calda come ristoro. Due figure che divengono paradigmi e metafore di scienza e carità appunto. Il titolo del dipinto è ‘scienza e carità’ e offre uno squarcio sulla compresenza nella cura di competenza scientifica e vicinanza umana e compassione.

Pablo Picasso 1897 scienza e carità 16 anni.jpg(Pablo Picasso, scienza e carità)

Ma è forse lo sguardo umoristico e disincantato di Norman Rockwell (1894-1978) artista e ilustratore statunitense, che può condurre al sorriso nel fissare l’espressione dei volti del ragazzo forse costretto alla prima sua visita dall’oculista, mentre il suo pensiero è rivolto alla partita di baseball che l’attende, o al bambino, in visita dal medico, attirato dal diploma di specializzazione incorniciato sulla parete verso il quale manifesta curiosità, e, forse, dubbio, sulle competenze del suo dottore…

  1956-the-optician.jpg(Norman Rockwell, The optician 1956)

Norman rockwell.jpg(Norman Rockwell, The patient 1959)

Alessandro Cortesi op

(Cfr. L’evoluzione della medicina nella storia dell’arte: https://www.youtube.com/watch?v=SKBl0Yk1erU)

V domenica tempo ordinario – anno B – 2015

giobbe_0-jpg-crop_displayGeorges de la Tour, Giobbe e la moglie (Musée départemental des Vosges, Epinal)

Gb 7,1-4.6-7; 1Cor 9,16-19.22-23; Mc 1,29-39

Indignazione. E’ questo l’atteggiamento di Giobbe, uomo giusto improvvisamente sconvolto dalla sofferenza, di fronte alle parole di amici arrivati a lui per convincerlo con lunghi discorsi che il suo dolore ha una giustificazione e una ragione: le loro affermazioni sono ‘sentenze di cenere’,’un cumulo di frottole’ (13,4). Giobbe sperimenta la solitudine, tanto più nell’incomprensione degli stessi amici. Essi, se pure desiderano essergli vicini, sono tuttavia dipendenti da un modo astratto di pensare Dio e la vita umana. La solitudine di Giobbe rinvia ad un’esperienza più vasta, quella di tutti i sofferenti, i calpestati della storia. Giobbe è simbolo umano universale. La notte della malattia, che si dilata e non trascorre è simbolo dell’esistenza di molti. E le parole di Giobbe, senza ritegno, parlano dell’assurdità del male dell’incapacità di trovare spiegazioni ed anche dell’indifferenza dei più di fronte allo scandalo del dolore innocente. La sua indignazione è protesta rivolta anche contro coloro che atteggiandosi da consolatori religiosi non assumono il dolore altrui e non lo ascoltano, non lo prendono su di sè. L’invocazione: ‘Ricordati’ è indirizzata a Dio, un grido lanciato con un soffio di respiro che rinvia alla debolezza dell’esistenza: ‘Ricordati che un soffio è la mia vita’. Il libro di Giobbe è nella Bibbia una pagina sovvertitrice: è ribellione di fronte alle tranquille soluzioni teologiche sulla questione del male. Giobbe le discute e le disgrega; trova ingiustificabile ogni ‘perché’. Scopre un rapporto con Dio che sta al di là delle giustificazioni razionali, nell’arrendersi in un abbandno a Lui nella consapevolezza di lottare con Lui contro ogni male.

Nella casa di Simone e Andrea Gesù entra, si accosta alla suocera di Simone che era a letto con la febbre, la solleva prendendola per mano. Con pochi essenziali tratti Marco quasi dipinge la scena di una guarigione. Gesù si fa vicino e si prende cura di chi in quella casa soffriva. Non rimane a distanza ma si accosta. Nei racconti dei gesti di guarigione di Gesù non c’è alcun soffermarsi sulle forze maligne o sull’origine del male.

Al centro della scena è l’agire di Gesù: il suo entrare nella casa, il farsi vicino, l’ascolto, il suo lasciarsi coinvolgere nella sofferenza dell’altro e la sua disponibiliità ad accogliere. In lui si rende vicina la potenza di Dio che vuole restituire l’uomo a se stesso, liberare le persone in tutte le dimensioni della vita. Gesù guarda sempre non tanto alla malattia ma alla persona; non invita a rassegnarsi di fronte al male, né esorta a soffrire.

Nei suoi gesti comunica che Dio si fa vicino nella cura e liberazione. Gesù prende per mano la scuocera di Pietro e la restituisce al suo quotidiano: vince così il male. Prendere per mano è segno di un contatto che coinvolge e lega insieme: è la compassione di Gesù, il suo farsi vicino e la sua cura rompe quel cerchio di solitudine e di isolamento che segna l’esperienza della sofferenza. Gesù fa propria la situazione di chi soffre e ne porta insieme il peso.

I gesti di Gesù si connotano come gesti di vicinanza, cura, liberazione: rendono presenti i segni annunciati dalle promesse dei profeti sui tempi del messia: “Allora si apriranno gli occhi dei ciechi, e si schiuderanno gli orecchi dei sordi. Allora lo zoppo salterà come un cervo, griderà di gioia la lingua del muto, perché scaturiranno acque nel deserto, scorreranno torrenti nella steppa” (Is 35,5; cfr. Is 26,19).

Questa breve scena è anche una parola sulla vita dei discepoli: la suocera di Pietro, guarita, dice Marco, si mise a servirli. E’ quasi la descrizione dell’esperienza del discepolo: nell’incontro con Gesù si attua una guarigione, una liberazione da tutto ciò che opprime, si apre una strada per seguire lui, nella scelta del servizio. Nell’agire di Gesù c’è un significato per la vita della comunità: solo chi ha fatto esperienza di essere guarito può sentire la sofferenza dell’altro e comunicare testimonianza; il discepolo è chi ha vissuto l’esperienza del venire accanto dell’ accostarsi di Gesù, della sua forza di liberazione. Ha scoperto Gesù in un incontro e si pone a seguirlo nella via del servizio (cfr. Mc 10,46-52).1009-c397-673-fresco-bizantino-en-la-ciudad-de-mistra

Alcune osservazioni per noi oggi

Gustavo Gutierrez, fondatore della teologia della liberazione, parte da Giobbe per chiedersi come è possibile parlare di Dio a partire dalla sofferenza dell’innocente (Parlare di Dio a partire dalla sofferenza degli innocenti, Queriniana Brescia, 1986). Il punto di partenza di ogni tentativo di parlare di Dio che sta al centro della fede dovrebbe essere proprio la sofferenza. E’ una provocazione a pensare in modo diverso e nuovo la fede e la stessa teologia: non un discorso elaborato fuori e indipendentemente dalla sofferenza concreta e lontano dai volti, ma un parlare che nasce da un ascolto e da un coinvolgimento: un parlare di Dio diverso e nuovo. Non potrà mai essere un discorso consolatorio, non potrà mai essere un discorso asettico. Potrà esserci solo insieme ad una prassi di vicinanza, di cura e di liberazione. Non sarà mai un discorso tronfio delle proprie conclusioni, ma una parola politica e mistica ad un tempo. “Solo sapendo tacere e sapendo compromettersi con la sofferenza dei poveri si potrà parlare loro della speranza. Solo prendendo sul serio il dolore dell’umanità, la sofferenza dell’innocente, e vivendo alla luce pasquale il mistero della croce, in mezzo a questa stessa realtà, sarà possibile evitare che la nostra teoloiga sia un discorso fatuo. Solo allora non meriteremo, da parte dei poveri di oggi, il rimprovero che Giobbe gettava in faccia ai suoi amici ‘siete tutti consolatori stucchevoli’ (Gb 16,2)” (ibid., 203).

Paolo nella seconda lettura dice ‘mi sono fatto tutto a tutti’: è una indicazione sull’atteggiamento di incontro e di apertura all’altro, scorgendo nell’incontro un’esperienza che decentra la propria vita. Non esiste solo la simpatia, attitudine spontanea di sintonia con chi è vicino per varie affinità. C’è anche un atteggiamento possibile nell’incontro, che è frutto di scelta e di educazione: è l’atteggiamento dell’empatia, nozione approfondita in particolare da Edith Stein (Il problema dell’empatia, Studium, Roma 1988).

“La parola chiave nella descrizione dell’atto di empatia è ‘rendersi conto’ (gewahren). Si tratta di un termine che fa parte dell’esperienza del mondo esterno in un senso si direbbe iniziale o dal lato del soggetto. […] Il ‘rendersi conto’ cui fa riferimento Edith Stein è l’osservare, l’accorgersi di qualcosa che ‘affiorando d’un colpo davanti a me, mi si contrappone come oggetto (come le sofferenze che ‘leggo sul viso dell’altro’)’. Dunque, c’è una sequenza, quasi simultanea, in cui l’altro/a e il suo dolore non sono immediatamente un evento che è lì, di fronte a me, ma si presentano nella forma dell’accadere di una rottura della continuità della mia esperienza” (L. Boella – A. Buttarelli, Per amore di altro. L’empatia a partire da Edith Stein, Raffaello Cortina, Milano 2000). Empatia, allora, significa essere pronti ad un evento di rottura. E’ uno spezzarsi della continuità dell’esperienza del singolo che genera un cambiamento un’apertura all’esperienza dell’altro.

Empatia è attitudine fondamentale nella cura, esperienza di ogni persone che si fa carico della cura come chi è medico o educatore, o insegnante e porta a considerare come impostare il rapporto nell’accoglienza della ferita che segna l’esistenza: “La tua ferita è comprensibile, intende forse dire il medico. Ciò che allo sguardo del mondo può apparire come sigillo di un mistero ostile, dal quale volgere gli occhi più in fretta che si può, nella luce della carità si rivela un segno di riconoscimento, la garanzia di un’intimità fra uomini così stretta che la ferita non appartiene più a nessuno in particolare, è una condizione possibile per chiunque in ogni momento. La ferita indica così l’umanità soprattutto la prossimità del sofferente, che è semplicemente colui che patisce quel dolore unico e indivisibile che accomuna tutti i viventi, anche coloro che nemmeno ci fanno caso” (Emanuele Trevi, Musica distante Meditazioni sulle virtù, Mondadori, Milano 1997). Le ferite dell’altro divengono feritoie, fessure per scorgere le proprie ferite e la fragilità che accomuna. Attraverso di esse può sbocciare l’esperienza della cura, il riconoscimento di comune umanità e l’aprirsi di cammini nuovi in cui farsi carico dell’altro.

Come Franco Battiato esprime nelle parole della sua canzone La Cura: “E guarirai da tutte le malattie,/ perché sei un essere speciale,/ ed io, avrò cura di te. […] / Ti salverò da ogni malinconia, / perché sei un essere speciale ed io avrò cura di te … / Io sì, che avrò cura di te”.

Alessandro Cortesi op

XXXIV domenica tempo ordinario anno A – 2014 – Cristo signore dell’universo

DSCN0230Ez 34,11-17; 1Cor 15,20-28; Mt 25,31-46

E’ l’ultima domenica di quest’anno liturgico, festa di Cristo re e signore dell’universo. E’ ultimo giorno di un tempo che si chiude ed invita a fissare lo sguardo al fine della storia umana e di tutto il cosmo. Questa trova in Cristo il suo orientamento fondamentale. Questa domenica è anche momento di passaggio. La fine è anche un inizio e in questa fine di un tempo è racchiuso sta il senso di un cammino situato sul crinale dell’oggi, tra passato da tenere nella memoria e futuro atteso, tempo dell’attesa e del venire. L’ultimo giorno dell’anno della liturgia parla infatti di un venire: ‘… quando il Figlio dell’uomo verrà…’. Venire è rendersi presente (parusia), farsi vicino del Signore alla fine del tempo: è questo l’orizzonte capace di generare vita nuova ad una comunità chiamata a stare nell’attesa, nonostante la fatica e la delusione.

Rimanere nell’attesa è sfida a non rendere assoluto e ultimo ciò che è solo penultimo, e d’altra parte è vivere una profonda fedeltà a tutto ciò che è penultimo, la terra, la storia, il tempo che ci è dato, con tutte le sue difficoltà, per essere vivi nel presente, per aprirci ad incontrare il Signore nel suo nascondimento nella vita. La vita e la storia non vanno verso il buio ma sono orientate ad un incontro. Alla fine ci sarà una presenza il volto misericordioso del Risorto che verrà e che si manifesterà come volto che ha attraversato il nostro presente. Le prime comunità cristiane per parlare dell’esperienza di Gesù incontrato come il vivente parlarono di lui come il veniente, ‘colui che viene’. Nella antica traccia delle prime liturgie segnate dall’esperienza della pasqua e dalla tensione dell’attesa Gesù era così invocato: ‘Vieni Signore Gesù’: Marana thà.
Come allora anche ora la sua presenza è attesa nel tempo dell’assenza. Il sepolcro rimane vuoto ma è un vuoto segno di una presenza nuova, da scoprire e incontrare nel nascondimento, non nelle sfere di un cielo lontano ma sui sentieri della terra. Dobbiamo attendere Gesù nel tempo del sepolcro vuoto e siamo però spinti e invitati a scorgerne la presenza là dove lui stesso si fa incontrare. E’ tempo di una assenza che fa sentire il suo peso ma in cui restare svegli, non farsi prendere dal sonno, aprire occhi e cuore per imparare a riconoscere i segni del suo venire. Perché Gesù continua a darsi ad incontrare come il Risorto nella nostra vita.

La prima lettura tratta dal cap. 34 di Ezechiele annuncia il venire di Dio vicino al suo popolo come un pastore che pascola il suo gregge, che si prende cura. Guarda alla pecora smarrita e accompagna quella perduta. E’ il volto di un Dio di tenerezza e di vicinanza, che prende le parti delle pecore più deboli e le difende rispetto alla sopraffazione e all’oppressione a cui sono sottoposte da parte di altre più grasse e forti. Il volto del Dio re-pastore ha il profilo di chi si prende cura e si fa incontro, come genitore che si fa in quattro per i suoi figli e non pone limite all’attenzione e alla preoccupazione e si pone alla ricerca nel radunare chi è perduto, nel prendere le parti di chi è più debole e oppresso.

DSCN0498 - Versione 2Nel grande quadro del giudizio ultimo Matteo presenta la scena di un grande processo. Ma in questo processo è assente proprio il giudice. ‘Signore quando ti abbiamo visto?’ è l’affermazione ripetuta e insistita. Il grande processo non è determinazione e soppesamento di comportamenti virtuosi del singolo davanti ad un Dio giudice, ma è presentato come il rivelarsi di una vicenda dell’umanità, che compare insieme in una scena in cui si svela dov’era la presenza di Gesù nascosta nella storia. Il giudizio non consiste in una questione personale, ma si pone come lo svelamento delle relazioni. Il giudizio non è sentenza che proviene da un giudice e dall’alto, ma è manifestazione dell’orientamento della vita in cui Gesù si è fatti incontro nel tessuto degli incontri umani, nella quotidianità delle vicende terrene. La questione dell’incontro con il Signore si rivela non come esperienza che attiene allo svolgimento di culto o di pratiche religiose ma come evento vissuto nella concretezza della cura all’altro. Il re si identifica con quei piccoli che gli uni hanno accolto, a cui gli altri hanno rifiutato un aiuto concreto. Gesù verrà nella gloria: la gloria è manifestazione dell’amore nel futuro atteso, ma il suo venire percorre il tempo. Solamente alla fine apparirà come un venire continuo nascosto dentro la vicenda umana, nelle relazioni con chi è tenuto escluso, dimenticato, ai margini.

Verrà ma continua a venire; si rende vicino e si identifica nei volti di coloro che vivono come lui ha vissuto,  il rifiuto, la dimenticanza, il disprezzo. Verrà in un momento di manifestazione, ma ora viene nascosto nei volti e nelle vicende di chi subisce l’ingiustizia e l’emarginazione. E’ difficile da riconoscere perché ribalta i nostri quadri di pensiero e le nostre attese: noi attendiamo spesso un Dio a misura dei ricchi e dominatori della terra, secondo schemi religiosi di potere e dominio nei quadri di una religiosità permeata di individualismo, di paura, di difesa di sicurezze.

L’attesa pasquale è invece rivolta ad un re che occupa l’ultimo posto e non reca insegne regali: è questa la conversione a cui siamo chiamati, il cominciamento sempre nuovo. La pagina di Matteo indica come prepararsi all’incontro e come iniziare a viverlo sin da ora: nel prendersi cura, nel chinarsi a vivere l’incontro con l’altro come esperienza decisiva dell’esistenza, nel preoccuparsi per i più deboli e scartati, che vivono sulla oro pelle le conseguenze dell’ingiustizia e dell’egoismo, del rifiuto a vivere la fraternitò. Come il pastore che ha uno sguardo di compassione e si prende cura. Divenire pastori gli uni degli altri, reciprocamente, imparare a piegarsi con gli occhi aperti della compassione. Gesù ci apre gli occhi su ciò che ci è chiesto. Ci chiede di prendersi cura, ci chiede di piegarsi sull’altro.

Alessandro Cortesi op

 

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