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Maria ss. Madre di Dio – anno 2017 – Giornata della pace

img_2064(Duomo di Trento – rosone della facciata)

Num 6, 22-27; Gal 4,4-7; Lc 2,16-21

I racconti dell’infanzia di Luca non sono narrazioni di cronaca o di descrizione di avvenimenti con preoccupazioni dello storico. Sono invece ricchi di teologia, intessuti di riflessioni indirizzate a comunità che vivono l’esperienza della fede in Gesù dopo la sua morte. Sono scritti pensando alla situazione di credenti che sperimentano le fatiche e difficoltà del continuare nel tempo la via del seguire Gesù. Luca proietta quindi sin nei primi momenti della vita di Gesù, il riferimento all’esperienza di coloro che hanno accolto la sua presenza e lo seguono.

Nello sguardo alle presenze che attorniano Gesù alla nascita Luca offre un quadro diversificato di reazioni e sentimenti. Pone così in luce i tratti dell’esperienza del credere e del discepolato nelle attitudini di coloro che hanno accolto la bella notizia dell’incontro con Gesù. In lui si è manifestato il volto di Dio che capovolge le logiche proprie del mondo riguardo alla grandezza ed è stato posto in discussione il modo di pensare Dio stesso. Luca insiste sul segno che riguarda una salvezza donata da Dio alla storia. Il segno è un bambino, avvolto in fasce: è un segno piccolo e povero, che contrasta con la grandezza degli imperi e con il dominio sui popoli (il censimento di Cesare Augusto). Gesù nella sua vita racconta il volto di un Dio che si può incontrare non nei luoghi del potere umano, ma nella vita dei poveri, nella condizione di chi è escluso “perché non c’era posto per loro nell’alloggio”.

Luca anche insiste su questo segno piccolo che è volto di un bambino con Maria e Giuseppe: è presenza di un bambino con i suoi genitori. L’incontro con Dio passa attraverso le vicende della vita umana ordinaria, nell’esperienza della cura per un bambino inerme, bisognoso di tutto, che nasce nel contesto di un amore umano concreto. L’incontro con Dio passa attraverso la cura ed il piegarsi all’umano fragile.

A questo punto Luca offre un profilo di chi è stato segnato da questa bella notizia presentando le reazioni di chi ha visto questo piccolo segno e se ne è lasciato toccare. Sono presenze non di chi umanamente è ritenuto importante o rilevante, ma di chi è marginale, di persone piccole, senza nomi illustri: sono i pastori, sono persone senza nome ma di cui si sottolinea la capacità di stupore, è Maria stessa, è Giuseppe.

Un primo tratto del profilo di chi segue Gesù è quello dell’uscire e del cammino: “i pastori andarono, senza indugio, e trovarono Maria e Giuseppe e il bambino, adagiato nella mangiatoia. E dopo averlo visto, riferirono ciò che del bambino era stato detto loro”.

I pastori si sono lasciati prendere da una chiamata di messaggeri e si sono posti in cammino: in ogni cammino umano, in ogni uscita da sicurezze per aprirsi all’incontro sta una novità e un dono. Tutto ciò avviene con urgenza: è bella notizia che apre a orizzonti nuovi la vita e chiede di essere comunicata. Dopo aver visto non rimangono chiusi, vanno a riferire, comunicano ad altri non un insegnamento ricevuto, né particolari richieste. Comunicano la gioia di un’esperienza inaudita: per loro, i dimenticati dalla storia, c’è posto nel cuore di Dio. La presenza di quel bambino dice loro che Dio si prende cura di chi è piccolo. Scorgono che l’incontro con Dio non è questione di sistemi religiosi o di appartenenze particolari, ma è possibile nella vita, nella loro vita concreta.

Una seconda reazione è quella di persone senza nome, di cui però si dice che vivono una ascolto di quanto è loro comunicato e si aprono allo stupore. “Tutti quelli che udivano si stupirono delle cose dette loro dai pastori”. Anche qui il riferimento va alla vita della comunità nel tempo: l’esperienza della fede sorge nella testimonianza e nel ricevere una parola di testimoni che ricordano e richiamano l’incontro con Gesù: da qui può nascere uno stupore che cambia l’esistenza. Lo stupore è il tratto proprio dei racconti dell’infanzia di Luca che in questo atteggiamento condensa il senso di novità che prende di fronte ad un’esperienza di un Dio che si rende vicino, che fa sorgere vita che porta nascite e nuovi inizi in situazioni segnate dalla sterilità, dalle vecchiaia, dalla difficoltà.

Infine Luca sottolinea una attitudine propria di Maria: “Maria, da parte sua, custodiva tutte queste cose, meditandole nel suo cuore”. Maria tiene insieme, fa simbolo. Il suo ascolto è interiore. Penso si possa leggere questa indicazione come movimento proprio del cuore del credente che tiene insieme lo sguardo di fronte al comunicarsi di un Dio che sceglie la povertà, fragile e vulnerabile, ad un operare di Dio e le difficoltà, domande e dubbi che provengono dalla storia, dalle contraddizioni.

Di Giuseppe non si dice nulla: solamente che era presente. Nel fugace accenno al suo nome si può cogliere solamente una presenza silenziosa, uno stare accanto che non fa mancare la sua cura, la sua vicinanza. E’ forse indicazione di una esperienza credente del mantenersi vicini, con la propria individualità, con il proprio nome, comunicando nel silenzio l’ascolto di una chiamata e di una missione. Giuseppe appare come un albero piantato, che rimane al suo posto e vive così la risposta al nome che gli è dato.

Infine ancora i pastori: Luca qui indica un altro tratto dell’esperienza del credere espresso nei verbi del lodare e rendere gloria a Dio. Nell’esperienza dell’incontro con Gesù, si apre una comprensione nuova della vita: la gloria di Dio si compie nella pace per coloro che egli ama. La gloria di Dio allora è la vita di chi vede riconosciuta la sua dignità, è una vita in relazioni nuove di giustizia, di riconoscimento. La gloria di Dio è possibilità al povero di avere dignità e vita.

“I pastori se ne tornarono, glorificando e lodando Dio per tutto quello che avevano udito e visto, com’era stato detto loro”

img_2284(disegno – cartone di Pietro Bugiani – Pistoia)

Voci di donne

Il 1 gennaio è giornata di preghiera per la pace. In questi giorni il settimanale “La repubblica delle donne” ha promosso un sondaggio sulla figura di donna dell’anno. Tre volti sono stati indicati: la mamma di Giulio Regeni, ricercatore torturato e ucciso al Cairo lo scorso gennaio, che ha manifestato coraggio e forza di fronte all’ingiustizia nella ricerca di verità; l’avvocato Lucia Annibali, sfigurata con l’acido dal suo ex partner e divenuta simbolo della lotta contro la violenza sulle donne; Giusi Nicolini, sindaca di Lampedusa, prima cittadina di un luogo di frontiera dell’accoglienza dei migranti che dall’Africa affrontano la traversata attraverso il mar Mediterraneo.

In una intervista a cura di Maria Accettura, Paola Regeni così si è espressa: “«Penso che in Italia anche chi proviene da un paese di piccole dimensioni possa diventare cittadino del mondo. Non a caso si parla di “identità glocali”, legate al territorio ma con uno sguardo aperto sul mondo. Fiumicello ha un’identità friulana ma è in posizione strategica e quindi in contatto con altre culture, con la Slovenia e l’Austria. Le nostre stesse famiglie d’origine hanno diverse provenienze. Noi abbiamo sempre viaggiato anche con i bambini piccoli, lo ritenevamo fondamentale per l’educazione. Perciò lasciare Giulio libero nelle scelte e negli spostamenti faceva parte del nostro modo di essere». E ad una domanda sul suo rapporto con suo figlio ha così risposto: “I figli ci insegnano molto se siamo disposti ad ascoltare. Giulio in particolare che cosa le ha trasmesso? «Mi ha permesso di seguirlo, che non è sempre scontato, e questo è stato stupendo. Mi ha insegnato molte cose a livello culturale, e con lo spirito critico che lo contraddistingueva ha cercato di farmi comprendere le problematiche che vivono i giovani di oggi. Giulio era energia: di fare, conoscere e relazionarsi».

Un’altra storia di madri – trascurata dalla grande comunicazione e che si pone in contrasto al dilagare di mentalità dello scontro e della pretesa di risolvere i problemi con la violenza e l’oppressione, proviene da una iniziativa organizzata da donne, madri appartenenti al movimento delle donne per la pace, sorto nel 2014 in Palestina: si tratta di una marcia di donne che recentemente hanno manifestato insieme, camminando, cantando e pregando ciascuna secondo le modalità della propria cultura e tradizione religiosa, ebree, musulmane e cristiane invocando una pace che appare impossibile tra israeliani e palestinesi (qui il video). Nella loro inermità si sono radunate a migliaia per esprimere nel camminare insieme un orizzonte inedito e nuovo ed hanno cantato la preghiera delle madri contro la logica della guerra.

Ancora una parola di donna dà a pensare: è la parola della madre di uno degli agenti che a Sesto san Giovanni hanno fermato e poi ucciso l’attentatore tunisino Anis Amri che pochi giorni prima a Berlino aveva compiuto una strage di persone inermi scagliandosi con un Tir a tutta velocità nel mercatino di Natale nei pressi della Gedächtnis Kirche. Mentre i titoli dei giornali e i commenti su questo evento risuonavano di parole d’odio, di vendetta, di soddisfazione per l’annientamento di un pericoloso criminale, le parole di questa madre  sono state una delle poche, flebili espressioni che hanno manifestato un pensiero anche per la vita di chi aveva seminato tanto dolore seguendo la logica assurda della violenza e che ha avuto anche la sua vita spezzata. Ha ricordato così il senso di una pietà umana di fronte alla morte di ogni uomo, anche dell’assassino, per non lasciarsi imprigionare dalla medesima logica di male e scegliere la nonviolenza: voce di una donna nel tempo della violenza.

Voci di donne in un giorno memoria di Maria e di preghiera per la pace.

Alessandro Cortesi op

img_2273-versione-2(Martino di Bartolomeo, polittico, part. 1403 – museo di san Matteo, Pisa)

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Una bella lettera…

Abramo e Sara.jpg
Riporto di seguito un bella lettera, bella per i contenuti proposti e per lo stile di assunzione di responsabilità, inviata da ‘donne e uomini in cammino’  – pubblicata nella rivista ‘Esodo’ – che tocca punti importanti per un ripensamento della teologia e dell’esperienza delle comunità e della chiesa in rapporto ad una visione di ecologia integrale presente quale orizzonte di fondo nella enciclica Laudato sì di Francesco, vescovo di Roma.
(ac)
Lettera a papa Francesco. A proposito della Laudato si’
di Donne e uomini in cammino  del settembre 2016
Caro Papa Francesco,
siamo un gruppo di Donne e uomini in cammino, che hanno a cuore la dimensione spirituale dell’esistenza, consapevoli del mistero in essa racchiuso.
Il fatto di chiamarci “donne” e “uomini” non è casuale. Nei nostri intendimenti, infatti, è sottesa una risignificazione di tali parole, nel convincimento che usare il termine “uomo” in senso neutro non promuova una cultura rispettosa della differenza originaria tra i sessi. Nel dirci “in cammino” alludiamo alla nostra condizione di viandanti, perché la pratica del confronto-dialogo tra donne e uomini richiede disponibilità al mutamento, ad aprirsi, ad essere in uscita, come Lei pure auspica sia la Chiesa (E.G. 20).
Le donne di questo gruppo provengono – per lo più – da esperienze del mondo femminista, di cui ancora fanno parte, e tale storia e orizzonte di senso sono una delle componenti costitutive del gruppo. In esso, inoltre, c’è una presenza nutrita di donne e uomini della redazione di Esodo, rivista autofinanziata, di cui le è stata consegnata una copia, sorretta dal lavoro di un temerario volontariato. Attivo dal 1979, il trimestrale Esodo è nato nel veneziano dall’incontro tra alcuni preti- operai, comunità di base, gruppi impegnati nel sociale e nei movimenti per la pace. L’Enciclica Laudato si’ ha parlato ai nostri cuori perché vi abbiamo percepito concetti e sensibilità che, come in un amoroso incontro, s’annodavano con i campi discorsivi delle nostre esperienze, sia passate che attuali. Ha risvegliato il desiderio di investigare dettagliatamente quanta convergenza in essa si dischiudesse con quella che è stata la cultura politica e religiosa che ha alimentato le nostre vite.
L’approccio dell’Enciclica è di grande respiro: propone un’ecologia integrale e profonda, che scandaglia la materia in una prospettiva olistica e radicale e non riduzionistica; fa attenzione ai processi fisico-biologici ed economici dell’ambiente e, al tempo stesso, porta alla luce sedimentazioni più profonde. Da un lato, infatti, riconosce la complicità e la violenza delle strutture epistemologiche dei nostri saperi, dall’altro lega il senso dell’esistenza umana a una dimensione trascendente che la precede, e afferma l’appartenenza del soggetto conoscente al Tutto.
«Il gregge stesso possiede un suo olfatto per individuare nuove strade» (E.G. 31); «Dal momento che sono chiamato a vivere quanto chiedo agli altri, devo anche pensare a una conversione del papato. A me spetta, come Vescovo di Roma, rimanere aperto ai suggerimenti orientati a un esercizio del mio ministero che lo renda più fedele al significato che Gesù Cristo intese dargli» (E.G. 32). Sono sue parole: noi l’abbiamo presa sul serio. Crediamo giusto attivarci perché Lei sia “aiutato”.
Vogliamo non sottrarci a quella responsabilità che interpella tutte e tutti noi. Non c’è tra noi, ovviamente, concordanza completa su ogni punto dell’Enciclica. È prevalso, però, il desiderio di fare ponti, di gettare reti. Abbiamo cercato i fili che ci convocavano a edificare la “Casa comune”, senza confusioni né annacquamenti, e senza annullare l’unicità di ognuna e ognuno. Auspichiamo, come Lei (L.s. 144, 155), la non riduzione all’Uno, l’armonia delle differenze, senza annullare quella di ognuno e di ognuna. Per noi, la differenza incarnata dalla donna è fondativa dell’umano che, come la Genesi insegna, è composto da due generi: maschio e femmina, non uno.
Ma crediamo che la Chiesa cattolica, non diversamente dal mondo secolarizzato, abbia perseguito – nella dottrina, nell’ecclesiologia e nelle pratiche pastorali – la rimozione della donna come soggetto. E ciò, nonostante la Chiesa si autocomprendesse come custode dell’insegnamento di quel Gesù di Nazareth che, riguardo alle donne, scandalizzava i capi religiosi: comprendeva la donna, infatti, come creata a immagine di Dio. Per una parte del nostro gruppo è  necessario non dimenticare inoltre che Gesù riconosceva la donna in quanto persona in sé, non in quanto madre.
Possiamo solo accennare ad alcuni punti dell’Enciclica che costituirebbero i mattoni di quella “Casa comune” aperta alle donne e agli uomini di buona volontà, credenti e non credenti.
1. Il tono discorsivo prevalente: non c’è accenno di disciplina. Si rifugge da ogni intonazione dall’alto, dottrinaria, magistrale, dogmatica, dal registro curiale. Il testo emana spirito sapienziale. Germina il seme poetante, l’anelito al contemplativo, l’attenzione per il frammento, lo stupore benedetto per le creature infime, lo sguardo che sa provare incanto alla luce che inonda il “piccolo”. Esulta qua e là nel testo l’anima ricolma di doni, nel canto che rende gloria al creato e a Dio. Sentiamo in ciò la risonanza di autrici e autori che tanto hanno contato nei nostri cammini, e ci hanno nutrito: Simone Weil, Maria Zambrano, Etty Hillesum, Edith Stein, Dietrich Bonhoeffer, Emmanuel Levinas, ecc. ecc.: sono alcune delle voci di cui abbiamo sentito irradiarsi l’eco potente.
Ma di tale eredità femminile non c’è traccia, e una sola autrice donna Lei nomina e cita: santa Teresa di Lisieux!
2. Anche dal punto di vista del metodo le siamo vicini: crediamo nella relazione e nell’esercizio del confronto e della mediazione includente. Quando Lei, per esempio, accoglie e fa proprie le analisi di organismi assembleari- spesso di paesi dell’Asia, Africa, Sud America – davvero mostra di praticare uno stile sinodale, refrattario a quell’accentramento e autocrazia affiorati in tanti papi che l’hanno preceduta.
3. Passando ai contenuti, quasi tutti si annodano con i nostri riferimenti culturali. Sconcerto, allarme, grido di dolore:
– per la propensione all’individualismo, all’antropocentrismo, alla dismisura nell’uomo – nel significato di vir- contemporaneo;
– per il disprezzo della Terra, sostanza reificata, umiliata, in base al criterio della superiorità della categoria dello Spirito – e della Ragione – rispetto a quello della Materia. (Scavando in questa stessa direzione, avremmo aggiunto: per quel paradigma oppositivo da cui si origina anche la posizione subordinata del corpo e dei sentimenti rispetto al primato della Ragione: da cui discenderebbe la “natura” inferiore della donna rispetto all’uomo);
– per la potenza dell’imperante mito del progresso, governato dall’impulso del dominio –
economico, ma non solo -, da uno sguardo che reifica gli esseri e mercifica ogni cosa, che
desertifica paesaggi, soffoca il respiro di popoli e creature, che «gemono e soffrono le doglie del parto», nella carne e nell’esilio della parola. Intorno c’è l’indifferenza dei “cuori comodi e avari” (E.G.2), sazi, ma sempre ingordi, tra l’apatia di retoriche assistenzialistiche di maniera – spesso strumentali -, l’ignavia di chi si sottrae all’appello, la sordità di interessi rapaci;
– per la degradazione dell’ambiente, correlata alle profonde iniquità che intridono il tessuto delle relazioni sociali.
E si potrebbe continuare. Invece dello sconforto o della rassegnazione, noi rimaniamo fedeli alla nostra speranza escatologica. Essa è un faro, ci sostiene. «Non sei tenuto a finire il lavoro ma non te ne puoi esimere» – dice un detto rabbinico.
Nella consapevolezza che l’opera creatrice richiede la sapienza sottile dell’amore, e nel desiderio di aiutarla – come abbiamo già detto – esponiamo le nostre osservazioni e suggeriamo alcune indicazioni.
– Nel campo dell’ecologia, numerose studiose – tra cui la cosiddetta corrente
dell’ecofemminismo – hanno prodotto già da tempo analisi filosofiche, teologiche e storiche. Nel nome di quel pluralismo delle idee – che sia la sinodalità, sia il
dinamismo in uscita della Chiesa richiedono – sarebbe un grande segno farne tesoro. La salvaguardia del creato e le relazioni uomo-donna sono originati da una medesima matrice: infatti, sia lo sfruttamento delle risorse naturali agito dall’uomo maschio, sia l’occultamento della donna come soggetto libero e pensante partecipano al paradigma su cui è incardinato l’ordine simbolico patriarcale. Ne fa fede una spia linguistica: l’eloquente parentela mater-materia; così come l’espressione Madre Terra. Il pensiero androcentrico che ha governato il magistero della Chiesa per secoli ha permesso la scissione tra Dio da una parte e il creato dall’altra, come pure tra anima e corpo. Con Lei è apparsa una scintilla di ravvedimento, ma una più esplicita autocritica, secondo noi, sarebbe necessaria per dare salde radici all’opera di disseppellimento della sostanza evangelica.
– La parola donna compare un sola volta nel testo, e non sotto uno sguardo benevolo: “L’uomo e la donna del mondo postmoderno corrono il rischio permanente di diventare profondamente individualisti” (162). E, come accennato, si usa il termine uomo in senso universale, comprendendo i due generi. Ora questa modalità neutra è indice di non attenzione verso le donne. Si sussume nel genere maschile – supposto universale – quello femminile, che ne sarebbe compreso: è un “valore” linguistico egemone, ma profondamente iniquo: è analogo alle logiche totalitarie messe in atto dagli imperi coloniali.
– Nel solco della cancellazione della differenza femminile, nell’Enciclica non viene mai detto esplicitamente che gli assetti sociali, le istituzioni, nonché la produzione politico-economica sono frutto di una società dove ancora vige la supremazia maschile. Le leve del mondo sono, di fatto, principalmente in mano a uomini. È dunque all’uomo (vir) che va ascritta la responsabilità di questa civiltà malata, di quell’opera predatoria, di quel saccheggio per cui “Sorella (terra) protesta per il male che le provochiamo, a causa dell’uso irresponsabile e dell’abuso dei beni che Dio ha posto in lei” (L.s.2).
– Nella Laudato si’ è esclusa ogni espressione che rimandi a un Dio oltre il genere, come suggerisce una teologia avvertita: confinarlo, infatti, a una rappresentazione sarebbe ridurlo a idolo. (Usiamo la parola Dio e non, per esempio, D** o altre espressioni non sessiste del divino – come suggerito da studi di teologhe – perché ciò implicherebbe temi che esulano dallo spirito della nostra lettera). Una parte di noi ha sottolineato la mancanza nel testo di una teologia della Madre. Con sollecitudine rileviamo quanto un’ immagine di Dio dai connotati maschili – a volte esplicita a volte sottotraccia – sia prevalente nell’Enciclica. Oltre ad abdicare al principio della trascendenza di Dio rispetto al genere, abbiamo la sensazione che, attribuendo al divino solo la paternità e non la maternità, l’essere maschio sia ritenuto proprietà essenziale. È una questione scomoda, ma ineludibile: dal linguaggio si va direttamente ai simboli e di qui – soprattutto se abitano la sfera del sacro – passa la via che approda alla Casa comune di donne e uomini. Gesù è l’uomo della Croce, e san Paolo compendia: la potenza di Dio si manifesta nella debolezza (2Cor 12,9). Ma, nei secoli, la Chiesa ha abitato modelli maschili di forza e potenza, guerrieri o sacerdotali. La stessa separatezza del clero ordinato maschile (l’unico ammesso) è contrassegnata sì dalla chiamata al servizio, ma è pur sempre una chiamata distintiva, che conferisce un’identità elitaria. La vulnerabilità di Gesù è così confinata al perimetro dorato delle prediche domenicali – adottata nella carne solo da qualche santo o santa – unita ad una devozione mariana che educa alla soggezione le donne.
Se ora gli uomini possono accostarsi con più convincimento a tale modello evangelico, se possono accettare con un po’ meno timore la loro umanissima fragilità, riconoscersi senza imbarazzo bisognosi dell’aiuto dell’altro/a; se possono vestirsi senza vergogna della luce diffusa della tenerezza, crediamo sia merito soprattutto di quella cultura dell’empatia e della relazione che alcune pensatrici del Novecento hanno contribuito a elaborare (Edith Stein, Simone Weil, Hannah Arendt…).
Con gratitudine e affetto,
“Donne e uomini in cammino”
P.S. Stiamo andando in stampa. Vorremmo, in pochissime parole, esprimere quanto siamo
felicemente impressionate e impressionati dalle notizie che ci pervengono in questi ultimi giorni. Per le “donne” e per il “creato”, Lei sta attuando gesti che davvero mostrano un’ apertura foriera di grandi speranze. Il nostro auspicio è che tale apertura sia irrobustita dalla sua tenacia e coraggio a camminare nei sentieri di giustizia, e che in tale opera sia accompagnato dai fratelli e dalle sorelle.
Ha steso la lettera Paola Cavallari (ESODO), in collaborazione con: Carlo Bolpin (ESODO), Gianni Manziega (prete operaio, direttore di ESODO), Franca Marcomin (Gruppo di preghiera di Mestre).
(chi vuol aderire può farlo scrivendo a associazionesodo@alice.it, oppure a paola.cavallari@me.com, oppure a carlo.bolpin@alice.it)
Appartenenti a Donne e Uomini in Cammino.
Corradini Giorgio (ESODO);
De Cunzo Margherita;
De Perini Sandra;
Lucchesi Nadia;
Scrivanti Lucia (ESODO);
Sterlocchi Grazia (co-presidente dell’associazione “La Settima Stanza-scuola di
poesia”);
Urizio Desirée

XI domenica tempo ordinario – anno C – 2016

donnenellabibbia

(acquerello di Silvia Gastaldi)

2Sam 12,7-10.13; Gal 2,16-19.21; Lc 7,36-8,3

Dalla pagina del vangelo proviamo a raccogliere alcuni elementi che ci aiutano ad una riflessione per accogliere il vangelo nella vita.

Il quadro che fa da cornice alla scena narrata da Luca è la casa del fariseo Simone. Lo stare a tavola di commensali per un invito in cui anche Gesù è invitato a mangiare insieme.

Inattesa e improvvisa si presenta l’irruzione di una donna, subito presentata al lettore senza indicazione del nome ma nella sua condizione ‘una peccatrice di quella città’: “Ed ecco, una donna, una peccatrice di quella città, saputo che si trovava nella casa del fariseo, portò un vaso di profumo; [38] stando dietro, presso i piedi di lui, piangendo, cominciò a bagnarli di lacrime, poi li asciugava con i suoi capelli, li baciava e li cospargeva di profumo”. I suoi gesti sono gesti di gratuità, di accoglienza e di amore, propri di chi non considera convenienze sociali da rispettare o pudore da osservare. Sono gesti dello spreco senza calcolo e dell’amore appassionato, fatto di lacrime, carezze, contatto dei corpi.

La narrazione a questo punto fa entrare nel pensiero di Simone: “Vedendo questo, il fariseo che l’aveva invitato disse tra sé: ‘Se costui fosse un profeta, saprebbe chi è, e di quale genere è la donna che lo tocca: è una peccatrice!'”. Si tratta di un giudizio che mira a collocar le persone secondo categorie stabilite, applicando rigide regole di appartenenza: la donna è giudicata come peccatrice, e Gesù, invitato forse per metterlo alla prova e per verificare che tipo fosse, viene rapidamente escluso dall’essere considerato profeta.

A questo punto entra in gioco nel movimento dei personaggi la parola e il gesto di Gesù. Il gesto prima della parola. In quell’invito ‘Simone ho una cosa da dirti…’ si può scorgere una sorta di accompagnamento in disparte dalla tavola, per una comunicazione a tu per tu. Gesù non addita Simone in mezzo agli altri invitati e davanti alla donna stessa accusandolo di essere un giudice chiuso nei suoi pregiudizi, incapace di scorgere i cuori, meschino nella sua mentalità piccolo borghese. Gli indica solamente: ‘ho una cosa da dirti..’. Lo introduce nella delicatezza ad un dialogo che si svolge come pedagogia e accompagnamento a scorgere dimensioni inaudite dell’esistenza: “Gesù allora gli disse: «Simone, ho da dirti qualcosa». Ed egli rispose: «Di’ pure, maestro». [41] «Un creditore aveva due debitori: uno gli doveva cinquecento denari, l’altro cinquanta. [42] Non avendo essi di che restituire, condonò il debito a tutti e due. Chi di loro dunque lo amerà di più?». [43] Simone rispose: «Suppongo sia colui al quale ha condonato di più». Gli disse Gesù: «Hai giudicato bene»”. Gesù ha fiducia che Simone possa ascoltare, lo prende da dove si trova per condurlo un po’ più su…

A Simone Gesù racconta una parabola. Gli parla di cose familiari: una situazione di un creditore e due debitori. Gli fa ricordare forse situazioni vissute direttamente o a lui vicine data la realtà di crisi economica che segnava l’alta Palestina del I secolo e di cui molta gente soffriva le conseguenze. Chi amerà di più di fronte ad un debito condonato? E Simone risponde bene: chi aveva con quel creditore un debito più grande. E’ la legge dei rapporti economici, ed è anche per certi verso la legge della religione dive ci si rapporta a Dio come un grande creditore, con senso di un debito da estinguere. Dietro alla risposta di Simone sta la considerazione che un condono genera riconoscenza, fa passare dalla paura alla serenità, anzi genera sentimenti di benevolenza verso chi ha tolto un peso così pesante. Il debitore di tanti soldi vorrà bene a chi non lo ha costretto ad un pagamento impossibile, anzi lo ha lasciato andare libero. In questa parabola Gesù lascia aperta la domanda, e Simone risponde, ben conoscendo questa logica di economia e di soldi: lui, uomo della legge, sa risponde secondo la logica del dare/avere: ‘amerà di più colui a cui ha condonato di più’.

A questo punto il racconto porta a spostare lo sguardo su di un altro lato: sulla donna rimasta dietro, così come quando si era avvicinata da dietro, sulla donna che aveva il viso rigato di lacrime. E’ Gesù che richiama l’attenzione di Simone e l’attenzione di chi legge su di lei, che ora prende il centro della scena. Ma proprio in questo volgersi è da scorgere un cambiamento di punto di fuga dell’intera prospettiva. E’ uno spostamento richiesto anche a chi ascolta. C’è un ‘volgersi’ da attuare, un convertirsi da una logica religiosa in cui si proiettano le dinamiche umane del dare avere, ad un’altra logica, ad un altro punto prospettico. Ma questo movimento è aperto poco alla volta da Gesù e si dipana attraverso lo sguardo ai gesti della donna. Nel suo silenzio, nelle sue lacrime lei si muove secondo un’altra dimensione.

“E, volgendosi verso la donna, disse a Simone: «Vedi questa donna? Sono entrato in casa tua e tu non mi hai dato l’acqua per i piedi; lei invece mi ha bagnato i piedi con le lacrime e li ha asciugati con i suoi capelli. [45] Tu non mi hai dato un bacio; lei invece, da quando sono entrato, non ha cessato di baciarmi i piedi. [46] Tu non hai unto con olio il mio capo; lei invece mi ha cosparso i piedi di profumo”.

Vedi…tu e lei: Gesù introduce ad un confronto e costringe Simone ad entrare in crisi, ad interrogarsi, lui l’uomo delle definizioni, l’uomo della rigidità della dottrina e della collocazione delle persone tra onesti e peccatori. Una serie di constatazioni smascherano la sua . I gesti della donna, l’acqua offerta, le lacrime versate sui piedi, i baci, l’unzione con il profumo, sono elencati uno ad uno. In ciascuno di essi risuona la delicatezza, il coraggio, la sincerità, la gratuità, proprie di chi in quei gesti si manifesta con un profilo che non è quello della peccatrice, ma è quello di una donna che ama e non ha paura di dire il suo amore, esponendosi nella sua fragilità. E’ paradossalmente libera, lei che era additata e costretta a starsene al riparo da sguardi inquisitori e da parole velenose. Simone è lasciato a rispondere della sua inadempienza: aveva invitato Gesù nella sua casa, ma lo aveva invitato con la distanza di chi vuol mettere alla prova, di chi pensa di essere un giusto ma deve imparare ad amare.

“Per questo io ti dico: sono perdonati i suoi molti peccati, perché ha molto amato. Invece colui al quale si perdona poco, ama poco»”. Queste parole conducono a scostarsi dalla parabola raccontata a Simone: nella storia del creditore e dei due debitori l’amare dipende dall’aver ricevuto un dono. Ora Gesù dice a Simone: questa donna ha amato tanto e per questo le sono perdonati i peccati.

E’ il condono che genera l’amore o l’amore che è forza di ogni dono e contiene già in se stesso il manifestarsi di un volto di Dio che non è prigioniero dei calcoli, dei meriti e dell’efficienza? Gesù, guardando la donna, presenta un percorso che rivoluziona ogni pensiero religioso. “Poi disse a lei: «I tuoi peccati sono perdonati». [49] Allora i commensali cominciarono a dire tra sé: «Chi è costui che perdona anche i peccati?». [50] Ma egli disse alla donna: «La tua fede ti ha salvata; va’ in pace!»”.

I gesti della gratuità della donna sono segni della sua fede e sorgente del perdono, cioè del compimento della sua vita nel senso del dono e dell’incontro. Nei suoi gesti diceva la scoperta di un dono che la precedeva, da cui si era sentita accolta. Lei si manifesta capace di profezia, nello scorgere in Gesù il volto del profeta. Sapeva di essere accolta con la sua storia, con le sue ferite e questo le ha suggerito i gesti dell’amore senza riserve. Sa accogliere teneramente Gesù. In quella casa in cui il fariseo Simone aveva invitato Gesù ma non l’aveva ospitato nel cuore quella donna testimonia la consapevolezza che Gesù la poteva ospitare, lui che non aveva casa dove stare. Lei esprime tutto questo con gesti così umani da farsi espressione dello stile di Dio. Questa sua fiducia è sorgente della vita che lei recava in se stessa nascosta, la vita stessa di Dio. Gesù lo riconosce: la tua fede ti ha salvata. Il perdono di Dio ha i tratti dell’amore che genera ospitalità.

Alessandro Cortesi op

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(Pietro Bugiani 1905-1992)

Gesti quotidiani

Ci sono gesti, gesti quotidiani, che tessono senza far rumore le ore e i minuti nello scorrere dei giorni. Sono i gesti spesso nascosti, silenziosi, invisibili agli occhi di chi non si sofferma a scorgere le pieghe della vita ma è così preso da quanto abbaglia da non saper fermarsi.

Ci sono gesti che profumano di sapienze antiche, conservate nei palmi di mani consumate dal lavoro, che recano i segni e la lenta erosione del tempo. Gesti che sanno delicatamente trattenere in sè l’attenzione a ciò che fa cambiare la vita dal basso, non nella retorica o nella pretesa di apparire di un potere cercato in tanti modi, ma nella cura, nel custodire, nel saper inchinarsi a quanto piccolo racchiude in sè una traccia di oltre e di Altro, nelle nostre fragili esistenze.

Il gesto del custodire il basilico sacro è gesto ricordato da Vandana Shiva in un suo libro in cui parla dei gesti quotidiani delle donne indiane che tengono davanti alla porta di casa un vaso di basilico. E’ questa una pianta di porfumi e aromi, utile per cucinare, ma è anche ricordo, davanti alla soglia, calpestata dall’entrare  e uscire quotidiano, di qualcosa di più grande. Prendendosi cura del basilico quei gesti dell’innaffiare e del rispettarlo  recano in se stessi la cura e la custodia della terra. Sono gesti di riconoscimento della preziosità e del dono della terra. Vi è così  racchiusa una sproporzione: l’attenzione alla terra passa attraverso i gesti quotidiani di rispetto e cura per una piccola pianta.

“noi potremmo trasformare questa immagine in vari modi: ci prendiamo cura della terra andando a piedi invece di utilizzare l’automobile, abbassando la temperatura del riscaldamento in casa e così molti altri piccoli gesti avrebbero una valenza piccola e quotidiana, gesti che devono essere ripetuti giorno dopo giorno per portare frutto. Così è sempre stato nella vita delle donne…. Ma la cosa interesante del basilico sacro delle donne indiane è la sua sacralità: il collegamento del gesto quotidiano con quella dimensione che noi occidentali potremmo chiamare Dio” (A.Gaino, S.De Guidi, Prendersi cura. Di sè, degli altri, di Dio, ed. Gabrielli 2004)

Alessandro Cortesi op

V domenica di Quaresima – anno C – 2016

Tiziano Cristo e  l'adultera 1512:1515Tiziano, Cristo e l’adultera 1512-1515

Is 43,16-21; Fil 3,8-14; Gv 8,1-11

Il secondo Isaia, mentre l’esilio stava per finire, indica qualcosa che sta per nascere, una realtà piccola visibile solo da occhi attenti … come un germoglio, silenzioso e fragile che annuncia la bella stagione, come una pianta nel deserto segno di vita nascente che contrasta il caldo e la mancanza d’acqua che fanno appassire.

“Non ricordate più le cose passate, non pensate più alle cose antiche! Ecco, faccio una cosa nuova, proprio ora germoglia e non ve ne accorgete?”: il profeta richiama ad accorgersi di quanto sta fiorendo, proprio nel momento buio, segnato dalla disillusione. E’ annuncio di realtà nuova e invito a smettere di rimanere rivolti al passato. La tragica esperienza dell’esilio, la schiavitù, l’oppressione va lasciata alle spalle. Non si può rimanere imprigionati da cose passate, dalla sofferenza, dalla tristezza mentre qualcosa sta per nascere nuovo. Lo sguardo va diretto al futuro.

Viene rinnovata in queste parole la memoria dell’esodo: era stato quello un cammino di uscita e di liberazione. Era stata esperienza di apertura alla fede in un Dio vicino e liberatore. Ora quel cammino si rinnova. Le promesse di Dio di libertà e di un percorso nuovo sono parola sul presente: ‘Aprirò anche nel deserto una strada, immetterò fiumi nella steppa… il popolo che io ho plasmato per me celebrerà le mie lodi’.

Anche Paolo nella lettera alla comunità d Filippi parla di futuro: richiama al distacco da ogni costrizione e paura. Evoca la corsa nello stadio, esperienza sportiva così diffusa nelle città greche. Confessa il suo percorso così simile ad una corsa: spera di correre per raggiungere Gesù, che ha preso la sua vita, per ‘conoscere la potenza della sua risurrezione, la partecipazione alle sue sofferenze, diventandogli conforme nella morte, con la speranza di giungere alla risurrezione dei morti’.

Paolo non si sente come un ‘arrivato’, non ha già raggiunto il premio. Parla così dell’esistenza cristiana: non è uno star fermi, né una stanca ripetizione di modelli già dati. E’ piuttosto movimento, un andare avanti con passione e impegno, fissare lo sguardo verso una meta di incontro. Ancora ritorna il rinvio ad un futuro da cercare: sarà comunione con Cristo e nella vita in Dio. La terra che sta davanti è la terra di un esodo nuovo. E’ uscita per rispondere ad una chiamata: “Dimentico del passato e proteso verso il futuro, corro verso la meta per arrivare al premio che Dio ci chiama a ricevere lassù, in Cristo Gesù”

La pagina del IV vangelo forse riprende un frammento scritto proprio della teologia di Luca che insiste sulla misericordia fondandosi sull’esperienza di Gesù. Una donna è condotta a Gesù da un gruppo di uomini religiosi. Hanno intenzione di lapidarla secondo le norme della legge perché sorpresa in adulterio. E’ decisione secondo la legge di Mosè, applicazione della norma. Ma conducono la donna a Gesù per accusare lui, per sottoporlo a un giudizio.

La domanda riguarda la giustizia di Dio. Lo mettono alla prova perché hanno compreso che Gesù propone una giustizia diversa dalle loro convinzioni. Per loro che avevano la pretesa di interpretare il pensiero di Dio, giustizia doveva essere un rigido calcolo di pena in rapporto alla colpa, rigorosa contabilità dell’ ‘a ciascuno il suo’. Nei suoi gesti Gesù annunciava la giustizia di Dio in termini che facevano scandalo, ed aprivano domande nuove. Per lui giustizia è fedeltà di Dio ad ogni uomo e donna, è la promessa, che non viene mai meno, di non abbandonare nessuno, ma di raccoglierlo nella sua fatica e nel suo cammino, per scorgervi la nostalgia di bene e di vita piena ed aprirlo al senso più profondo e autentico della sua esistenza.

La reazione di Gesù a questi uomini religiosi è enigmatica e fatta di silenzio. Scrive per terra. Forse rinvia ad un testo di Geremia: ‘Sulla terra verrà scritto chi ti abbandona, perché hai abbandonato il Signore sorgente di acqua viva’ (Ger 17,13). Il luogo dove si svolge la scena è il cortile del tempio dove grandi pietre costituivano il pavimento. Lì si riuniva il sinedrio, sede del giudizio religioso.

Gesù si mette a scrivere: in quel gesto forse è richiamato il dito che secondo la tradizione aveva scolpito la legge su tavole di pietra. Gesù evoca allora il dono della legge ma ricorda anche, con il suo silenzio, le promessa dei profeti. Avevano infatti indicato un tempo in cui la legge sarebbe stata scritta non su tavole di pietra ma sulle tavole dei cuori viventi (Ez 36,26). Gesù allora non risponde ma con il suo silenzio apre uno spazio, a ciascuno, per ritrovarsi solo davanti alla propria coscienza, al proprio cuore, per scorgere la parola di Dio racchiusa nel cuore.

Non è preoccupato della legge ma lascia emergere una domanda nascosta nell’intimo di chi gli sta di fronte: il suo silenzio apre una fessura in cuori divenuti duri come pietra. Rompe anche il condizionamento generato dalla psicologia della massa: in gruppo, tutti insieme, gli avevano portato la donna: frantuma così l’anonimato della massa dietro alla quale ciascuno poteva nascondersi e rendersi giudice di un giudizio collettivo senza responsabilità personale. Ognuno è chiamato a prendere posizione davanti alla sua coscienza. Gesù conduce ad una presa di posizione in prima persona. “Chi è senza peccato scagli per primo la pietra contro di lei…”

La critica di Gesù è radicale di fronte a chi si pone come paladino della moralità, giudice implacabile e negatore di ogni possibilità di cambiamento e di perdono. Risponde anche al tranello nel quale i suoi accusatori volevano coglierlo in fallo: era lecito o no lapidarla? Una questione di scuola che lo poneva o contro la legge o contro le norme della potenza occupante (solo ai romani spettava la condanna a morte). Talvolta solo il silenzio è via per aprire possibilità per pensare, per una consapevolezza dell’ipocrisia.

Il lento andarsene di tutti viene descritto mettendo in risalto il distaccarsi ‘uno per uno, cominciando dai più anziani fino agli ultimi’. I più anziani se ne vanno per primi. ‘Presbiteri’ era il nome nelle prime comunità che indicava i responsabili – richiamo agli anziani che presiedevano le comunità di Israele – e dietro a questo andarsene sta un messaggio anche per le comunità cristiane. E’ indicazione a scorgere che l’esigenza di cambiamento radicale interessa chi ha compiti di guida e su questi fonda pretese, autorità e dominio sugli altri.

‘Rimase solo Gesù con la donna là nel mezzo’: nel mezzo della sua vita, nel profondo del suo cuore quella donna, si trova di fronte a Gesù, sola, non disprezzata. Può riconoscerlo come ‘Signore’ e accogliere la parola della misericordia. Questa sola fa rinascere e rende nuovi: ‘Donna, dove sono? Nessuno ti ha condannata? Ed essa rispose: Nessuno Signore. E Gesù le disse ‘Neanch’io ti condanno….’. Gesù legge nel volto di questa donna una identità calpestata dal giudizio ipocrita di maschi che esercitano su di lei il dominio. Apre un futuro nuovo a questa donna, segnata da una storia di sofferenza e di sfruttamento. La sua parola la fa uscire e guardare al futuro: ‘Và e d’ora in poi non farti più del male’.

L’ultima parola di questa pagina scandalosa è un parola di non condanna: è rivelazione del volto di Dio come colui che non condanna, ma rende responsabili degli altri. “Dio nessuno lo ha mai visto, il Figlio unigenito, che è nel seno del Padre, lui lo ha rivelato” (Gv 1,18): nell’agire di Gesù si rivela il volto di Dio stesso. La domanda è solo: dove sono? Quasi un’eco di quel ‘dov’è tuo fratello?’ che continua a risuonare nella storia.

L’invito finale è apertura di un storia nuova: non peccare più non è una esortazione moralistica. E’ indicazione a non orientare a propria esistenza verso ciò che conduce a farsi del male, a non vivere in pienezza l’amore, a non trovare la giusta direzione e per questo fallire il bersaglio (è questo il senso del termine peccato: come una freccia che non va verso il centro o come un tiro che non entra in rete).

Lo sguardo di fiducia e di bene coinvolge in una storia nuova. Gesù ha a cuore la vita delle persone non l’affermazione di una legge che non tiene conto della vita delle persone. Quella donna nel IV vangelo diviene simbolo di tutta l’umanità. E’ una umanità fragile, che può prendere direzioni che conducono a farsi del male. Davanti a Gesù questa donna assume il profilo dell’umanità amata, luogo di una speranza. Gesù non fa ricadere condanne ma chiede di andare verso una storia nuova.

Alessandro Cortesi op

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Donne

La data dell’8 marzo festa delle donne è giorno che conduce a riflettere sulla condizione di sofferenza di tantissime donne. Secondo le statistiche del rapporto Fondo delle Nazioni Unite per la popolazione risulta che su un miliardo di persone che vivono al di sotto della soglia di povertà tre quinti sono donne. Così pure due terzi del quasi un milione di analfabeti nel mondo sono donne.

Nel 2014 sono state 152 le donne uccise in Italia, di cui 117 nell’ambito familiare. Le statistiche del 2015 parlano di 35 % di donne nel mondo che hanno subito violenza e la dichiarazione dell’ Assemblea Generale Onu parla di violenza contro le donne come di “uno dei meccanismi sociali cruciali per mezzo dei quali le donne sono costrette in una posizione subordinata rispetto agli uomini”.

Questi pochi dati fanno emergere come la disparità più presente nel mondo che persiste è quella di genere. Nonostante progressi e acquisizione di diritti e consapevolezza i diritti delle donne sono fragili e a rischio. Benché nella vita sociale di molti paesi sviluppati la presenza delle donne nei vari ambiti della vita sociale sia aumentata tuttavia permangono discriminazioni nella retribuzione nel lavoro, come anche il cosiddetto glass ceiling, il soffitto di cristallo che costituisce impedimento all’accesso a ruoli di lavoro e di responsabilità nella vita sociale impossibile da superare perché alle donne è richiesto un impegno e uno sforzo superiore a quello degli uomini.

Ma soprattutto oggi viviamo la discriminazione nelle forme della violenza, delle nuove forme di schiavitù e della tratta degli esseri umani, in particolare delle donne.

Vorrei richiamare voci di donne che parlano dello sfruttamento, aprono domande per maturare consapevolezza delle situazioni, e richiamano ad una responsabilità in questo tempo in cui il nemico da combattere è l’indifferenza.

Berta Caceres attivista non solo per ambiente ma per la sopravvivenza delle popolazioni indigene in Honduras. Insieme ad altri suoi compagni era stata la fondatrice del Consiglio delle organizzazioni popolari dell’Honduras con l’obiettivo di organizzare e aiutare le comunità indigene nella resistenza di fronte allo sfruttamento dei latifondisti e nel valorizzare la propria cultura. La reazione a tale opera è stata violenta. Le modalità dell’oppressione sono condotte attraverso l’estrazione dei minerali e la costruzione di impianti idroelettrici con grandi dighe che vengono propagandate come destinate ad un’ utilità pubblica. Di fatto sono modi per espropriare terre, per sfruttare e annullare la vita delle comunità. Tra queste la diga di Agua Zarca che aveva portato la protesta all’attenzione internazionale. Berta Caceres è stata uccisa il 3 marzo u.s. in Honduras.

La seconda è la testimonianza drammatica di una donna migrante etiope, Selam, rifugiata accolta dal Centro Astalli di Roma:

“Sono stata un anno in Libia, quel paese schifoso, non mi vengono in mente altre parole per definirlo. È un vergogna per tutta l’Africa. Ho conosciuto le carceri di Kufra e Misratah dove sono stata reclusa per mesi. Sono posti allucinanti, luoghi di tortura e violenza, dove non hai scampo. Non voglio parlarne, non so raccontare, non conosco le parole italiane per descrivere e anche in amarico faccio fatica. (…) grazie a una cugina che vive in America ho potuto avere i soldi per corrompere quelle maledette guardie e lasciare Kufra. Sono salita su un gommone con altre trenta persone che non conoscevo, non so nuotare e non avevo mai visto il mare prima di allora. Dopo l’esperienza del carcere in Libia la morte non mi faceva paura, almeno a qualcosa era servito l’orrore, mi ripetevo cercando di darmi coraggio durante la traversata. Arrivai a Lampedusa e riaprii gli occhi. Li avevo chiusi all’inizio della traversata due giorni prima. Vidi una donna che mi porgeva una coperta. Avevo una profonda ferita alla gamba che mi ero procurata in carcere, mi medicavano, mi disinfettavano, mi davano da bere, mi parlavano dolcemente e anche se non capivo nulla di ciò che mi dicevano, pensai: questo è il paradiso”.

Una toccante testimonianza è stata quella di Nawal Soufi, attivista originaria del Marocco. Su di lei Daniele Biella ha scritto il libro Nawal l’angelo dei profughi, (ed. Paoline ). Lo scorso 3 marzo è un intervenuta davanti alla Commissione per i diritti delle donne e l’uguaglianza di genere del Parlamento europeo: la sua provocazione è stata forte. Ha dichiarato la sua preoccupazione e la sua domanda rivolta all’Europa, a partire dalla sofferenza delle donne:

“È da dieci anni che vedo il mare Mediterraneo rosso, ho smesso di vederlo di colore blu, lo vedo rosso e vedo la mia generazione che vive il secondo olocausto. Quando lo chiamo olocausto non parlo dei numeri, parlo di tutto quello che significa guardare e tacere. Il mar Mediterraneo è quel campo di concentramento dove le persone muoiono ogni giorno, dove le persone soffrono… e la caratteristiche che ci unisce all’epoca del nazifascismo è che vediamo tutte queste cose e facciamo finta di nulla, continuiamo in qualche modo a lasciar morire le persone nel mar Mediterraneo. (…) Io non temo per i migranti, io temo per l’Europa. Io non temo per loro, temo per l’Europa. Siamo tutti qui perché penso che crediamo nei valori per cui è nata l’Europa unita. Ecco io non temo per i rifugiati perché un giorno torneranno nella loro terra, perché amano la loro terra come noi amiamo la terra dove siamo nati… io amo l’Italia perché sono cresciuta in Italia, amo anche il Marocco perché sono nata in Marocco. Queste persone amano la Siria, amano l’Afghanistan, amano l’Iraq, un giorno torneranno. La domanda fondamentale: noi dove andremo? Le nostre coscienze quando ci guarderemo davanti allo specchio un giorno, quando dovremo raccontare ai nostri figli che non abbiamo fatto quando tutti potevamo fare”.

Infine quattro donne sconosciute, di cui sappiamo a mala pena i nomi Anselm, Marguerite, Judit, Reginette. Le conoscevano le persone a cui si dedicavano – disabili e anziani di famiglie troppo povere che non si potevano prendere carico di loro – nello Yemen dove avevano deciso di rimanere nonostante la situazione di guerra e disordini. Erano suore missionarie della carità di madre Teresa e sono state uccise ad Aden insieme a dodici volontari musulmani che collaboravano con loro: di costoro, uomini e donne, non sono noti nemmeno i nomi.

Di fronte al dramma della violenza, ascoltando queste testimonianze di donne che hanno vinto la violenza secondo una via altra e diversa, il silenzio di Gesù che scrive per terra è appello a cambiare, a scoprire quello che solo un cuore nuovo, di carne e non di pietra, può suggerire.

Una poesia di una bambina di 13 anni , Maria Goretti, rifugiata del Kenia è parola di profezia:

Gioisco nel celebrare il presente,

Ricordo il passato ed imparo da esso.

Immagino il futuro.

Uso i miei ricordi, ma non permetto ai ricordi di usare me.

Voglio diventare quello per cui Dio mi ha creato.

In Dio mi muovo, respiro, ed è in Lui che è la mia essenza.

Sono figlia del mondo.

Chiedo a voi di aiutarmi a non essere più vittima ma vincitrice.

(da https://servironline.wordpress.com/)

Alessandro Cortesi op

Veglia di Pasqua – anno A – 2014

PasquaPisa porta san Ranieri donne al sepolcro

Mt 28,1-10

Matteo situa la visita delle donne alla tomba di Gesù all’interno di due passaggi in cui ha rilievo la questione di una guardia al corpo di Gesù. Matteo vede questo come iniziativa di sommi sacerdoti e farisei che si recano da Pilato riconoscendolo come ‘Signore’. Gli riportano le parole di Gesù indicato come quell’impostore, falso messia: ‘Dopo tre giorni risorgo’. E chiedono di ordinare che la tomba sia assicurata fino al terzo giorno perché i discepoli non vengano a rubarlo e poi dicano ‘E’ risorto dai morti’. Pilato risponde ‘avete una guardia: andate ad assicurare come sapete’ (Mt 27,62-66).

Dopo la visita delle donne e dopo gli eventi al sepolcro (Mt 28,1-10) Matteo inserisce la scena in cui quelli della guardia riferiscono le cose accadute ai sacerdoti e questi diedero molti soldi, sicli d’argento, ai soldati per dire: ‘i suoi discepoli sono venuti la notte a rubarlo mentre noi dormivamo’ (Mt 28,11-15)

Si tratta di un inquadramento che presenta una lettura polemica di Matteo in rapporto agli eventi al sepolcro: forse il racconto della tomba vuota era stato criticato come un’invenzione dei discepoli. Il racconto di Matteo diviene una sorta di risposta a tale screditamento: in esso compare come i sommi sacerdoti che dovrebbero essere testimoni della Legge e della unicità di Dio d’Israele, riconoscano come ‘signore’ proprio Pilato rappresentante del potere politico. E d’altra parte si coglie la lettura di Gesù come un impostore, falso messia.

Al centro di questa inclusione relativa alla ‘guardia’ di controllo, sta la narrazione della visita alla tomba. Matteo parla di due donne che si recano al sepolcro all’inizio del primo giorno della settimana. Esse non portano oli aromatici per ungere il cadavere, come nelle altre narrazioni sinottiche di Marco e Luca, data la presenza di guardie, ma si recano al sepolcro ‘per vedere’, sottolinea Matteo. La loro è una testimonianza che si pone nel seguire Gesù per vedere, così come sempre Matteo aveva ricordato con insistenza anche nel racconto della passione: “Vi erano là anche molte donne che osservavano da lontano. Esse avevano seguito Gesù dalla Galilea per servirlo” (Mt 27,55), “Lì sedute di fronte alla tomba c’erano Maria di Magdala e l’altra Maria” (Mt 27,61). Proprio perché hanno visto sono testimoni, ma anche il loro vedere racchiude un sguardo che diviene disponibile ad un vedere nuovo, perché cerca di andare in profondità e rimane soprattutto fedele nella passione e nel momento della morte. Nella versione di Marco le donne per strada si interrogano su chi potrà rotolare via la tomba all’ingresso del sepolcro. In Matteo ci troviamo di fronte ad una presentazione di fenomeni descritti con linguaggio apocalittico che accompagnano l’arrivo delle donne: tra di essi il rotolamento della pietra presentato non come già avvenuto ma in diretta. “Ed ecco avvenne un grande boato: infatti un angelo del Signore, sceso dal cielo e avvicinatosi, fece rotolare via la pietra e vi si sedette sopra”. Il boato è lo scuotimento, che Matteo indica anche al momento della morte di Gesù (Mt 27,51). Ma è anche lo scotimento che era avvenuto al momento dell’arrivo dei magi a Gerusalemme, uno scuotimento che aveva portato turbamento al re Erode e a tutta Gerusalemme. In un quadro così di contrapposizione tra la paura di chi non si lasciava mettere in cammino da nessuna stella e da nessuna luce e la grande gioia che i magi provarono al vedere la stella e nel condurre il loro cammino.

Il terremoto ha anche un significato connesso al giudizio, al momento in cui Dio annienta la realtà della morte. E’ un segno di rivelazione di un intervento di Dio. E’ elemento è proprio dell’apocalittica, segno del rivelarsi di Dio che entra nella vicenda umana e la cui rivelazione è descrivibile solamente con segni che dicono la potenza e lo sconvolgimento degli elementi. Matteo indica la presenza di un interprete di quanto sta accadendo: è la figura di un angelo, figura che porta un messaggio di Dio. Marco nel suo racconto vede l’interprete nella figura di un giovane che le donne trovano all’interno del sepolcro ed apre loro il significato di quell’esperienza. Matteo presenta invece l’angelo non solo come interprete ma anche con un ruolo attivo perché è lui che fa rotolare via la pietra e vi si siede sopra. Nelle visioni della manifestazione di Dio ricorre il motivo del colore della veste e del volto. Secondo Daniele Dio che siede sul trono ha una veste bianca come neve (Dan 7,9) e il volto del figlio dell’uomo è come la folgore (Dan 10,6). L’aspetto dell’angelo rinvia alla descrizione del corpo trasfigurato di Gesù che Matteo aveva presentato nel racconto della trasfigurazione: l’aspetto è come la folgore e il suo vestito bianco come la neve (Mt 17,2).

Dietro a queste imagini sta un grande messaggio: il sepolcro, luogo della morte e segno della forza silenziosa della morte, è investito di una potenza più grande che viene da Dio, forza che annienta la morte e dona una vita con caratteri di novità inauditi. Nella vita di Gesù c’è una luce che vince le tenebre della morte che conducono a non temere. E così nella sua morte non rimane prigioniero del buio ma l’azione di Dio lo costituisce ‘figlio di Dio con potenza nello Spirito di santificazione’ (Rom 1,3-4).

Le parole dell’angelo riprendono quelle del ‘giovane’ di Marco: ‘Non temete voi’ innanzitutto. E’ un invito a non temere in contrasto con lo scotimento che aveva preso i soldati: ‘per timore di lui le guardie tremarono e divennero come morte’. Si fa vivo un contrasto tra il terrore e una nuova fiducia, tra la vita segnata dall’amore e le guardie sottomesse ad un potere che teme e che divengono come morte. L’annuncio dell’angelo richiama la ricerca delle donne: ‘voi cercate Gesù il crocifisso’. E’ indicata l’identità di Gesù come il crocifisso che rimane tale anche nella condizione di risorto. Invita a vedere il luogo dove era sepolto, accogliendolo non come prova della risurrezione ma come un segno che rinvia e fa andare oltre.

L’annuncio centrale è che Gesù è risorto e Matteo aggiunge ‘come aveva detto’: E’ rinvio a quei passi del vangelo in cui sono riportate le parole di Gesù di fronte alla sua morte (Mt 16,21; 17,23; 20,19), indicazione della lucidità e libertà con cui Gesù visse la fedeltà fino in fondo al Padre e la testimonianza del regno come vicinanza di Dio ai piccoli. Tutta la sua vita è cammino in cui scoprire il senso della sua morte.

L’angelo invita infine ad annunziare ai discepoli che Gesù risorto dai morti li precede in Galilea. L’annuncio della risurrezione proviene non da un’invenzione umana ma da una parola di Dio che irrompe e apre una speranza nuova. Questo annuncio reca in sé una parola di perdono e dona ai discepoli di tornare là dove Gesù li aveva chiamati, la Galilea, e là dove avevva iniziato a seguirlo trovando in lui la guida della propria vita. E’ ancora una ripresa di quanto Gesù aveva detto ai suoi prima della passione (Mt 26,32).

Matteo prosegue il raconto che in Marco a questo punto trova una brusca interruzione. Riporta che le donne ‘corsero a dare l’annunzio ai discepoli’ ed anche introduce un episodio che non si trova negli altri vangeli, un incontro con il risorto. Il saluto che Gesù risorto offre alle donne è un saluto di pace: ‘Chairete’. “Ed esse avvicinatesi, gli abbracciarono i piedi e si prostrarono a lui”. Gesù le invita ad annunciare ai discepoli e dire ‘ai miei fratelli’ di andare in Galilea. E’ una parola di perdono. Gesù riabilita così i discepoli come fratelli richiamando alla Galilea: “Andate ad annunziare ai miei fratelli che vadano in Galilea, e là mi vedranno”.

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Alcune riflessioni per noi oggi a partire da questa pagina

Una prima riflessione può sorgere dal pensare alle guardie e alla custodia. E’ un’immagine drammatica se si pensa alle guardie armate che devono custodire situazioni di violenza. In questi giorni non possiamo dimenticare coloro che sono rapiti, di cui da tempo non si hanno notizie in angoli lontani del mondo: in Siria, il gesuita Paolo Dall’Oglio, fedele ad un popolo e alla sua storia, in Cameroun due preti vicentini e una suora canadese. Accanto a loro a custodia uomini armati. Ma anche la custodia armata di situazioni di oppressione come ai check point nei territori palestinesi occupati dove la potenza delle armi quotidianamente umilia la vita di chi deve sottoporsi al controllo, ai capricci di giovani resi onnipotenti dalle armi, per poter recarsi al lavoro, per poter muoversi. In tanti altri luoghi la custodia armata è segno della malvagità di chi vuole opprimere: è l’ingiustizia profonda della violenza e delle armi. Lo scuotimento delle guardie proprio al momento della risurrezione di Gesù ci dice che la debolezza dell’amore è più forte di ogni potere politico che agisce con la sua forza armata. Gesù non può essere tenuto racchiuso nella morte da nessuna forza umana. Ma questo dice anche che non si può sopprimere l’apertura della vita che spinge alla relazione con la forza di armi che generano morte e conservano il sepolcro. Ma anche questo è invito ad una chiesa risorta ad essere testimone di questa forza di vita a vivere questo scuotimento di fronte al potere delle armi avendo il coraggio di fare spazio all’irrompere dello spirito della risurrezione, a disarmare i popoli ma anche i cuori.

Una seconda riflessione è a partire dalla ricerca delle donne. In quel mattino presto si incrociano una ricerca e l’irruzione di un farsi incontro della vita di Dio nella storia umana. E’ la ricerca delle donne che raccoglie le nostre ricerche. E’ desiderio che dice possibilità di continuare una vicinanza. Ed è indicazione della forza di questa apertura. Le parole dell’angelo aprono questo desiderio ad una dimensione più grande: non una ricerca nel luogo della morte, volta ad un passato, ma una ricerca rivolta ad una novità che non viene da noi ma irrompe da altro e altrove. E’ apertura ad una vita trasfigurata: è una vita nello Spirito in Dio.

Questo incontro non può compiersi senza una irruzione di forza dall’alto, non è procedimento o costruzione umana di scoperta, ma si fonda su una testimonianza che proviene da altrove. E d’altra parte questa testimonianza si consegna alla testimonianza propria di chi ha seguito Gesù sin dalla Galilea, alle donne. Se la risurrezione è evento che si dà come novità assoluta e azione di Dio, d’altra parte è un movimento che coinvolge pienamente la ricerca, l’attesa, il percorso interiore di chi ha seguito Gesù. E si radica in quel desiderio che si è fatto cammino nel buio dell’alba per andare a visitarlo.

La parola dell’angelo rinvia all’identità di Gesù, il crocifisso risorto. Gesù ha vinto la morte passando attraverso l’assurdità della morte, non nonostante la morte. Ha reso anche la morte luogo di un dono di sé e consegna al Padre e agli altri fino alla fine. La sua presenza non è nel luogo della morte ma è ‘in Galilea’. La Galilea terra di periferia e di confine, terra di mescolamenti di lingue diverse e terra lontana dai centri del culto. Terra di oppressione e di ingiustizia in cui Gesù passò facendosi solidale con la sofferenza. Ritornare in Galilea è scoprire che la nostra vita è chiamata, aprirsi ad uno sguardo che vede il bene e genera fraternità e sororità, coltivare una relazione e scoprire che la vita, come quella di Gesù – meglio, in lui – può essere vissuta per…data, sparsa, come il pane spezzato e il vino versato delle tavole a cui Gesù sedeva e dell’ultima cena.

Le parole dell’angelo alle donne aprono non a cammini di singoli, isolati nel loro individualismo egoistico o indifferente, ma ad un percorso di comunità. Sono le donne, che l’avevano seguito a divenire annunciatrici di un cammino in cui Gesù si dà ad incontrare in modo nuovo, annuncitarici di un dono di fraternità da scoprire di nuovo. In Galilea inizia una nuova sequela: rinvia alla prima chiamata ma sarà nuova. E i discepoli dovranno scoprire una parola di perdono che li accoglie dopo la loro incomprensione, la loro fuga, il loro abbandono. Ma questo cammino in cui al centro sta la presenza di donne testimoni e la parola della fraternità offerta a tutti è ancora da compiere in una chiesa che dovrebbe riconoscersi non come struttura e organizzazione di controllo e di pianificazione di progetti, ma comunità di testimonianza di accoglienza, di perdono ricevuto e di fraternità.

C’è un rapporto profondo con noi, siamo immersi in questa vita del risorto nell’esperienza della fede: la risurrezione di Gesù apre ad una fraternità in cui leggere la nostra risurrezione. L’esperienza del battesimo è scoperta di una immersione non tanto rituale ma di vita nel partecipare alla morte di Gesù per essere condotti da lui al destarci della risurrezione: “Il punto centrale è questo: normalmente, la morte rappresenta un’interruzione drastica delle relazioni, la morte isola; per Gesù invece, è attraverso la morte che viene aperta una nuova epotenzialmente infinita rete di relazioni. L’effetto della sua morte è l’opposto dell’isolamento. Quindi, se Gesù parla della propria morte come un ‘battesimo’, è naturale che quanti vengono attratti insieme per mezzo della sua morte ed esaltazione esprimano la loro riconciliazione, il loro essere uno con Dio e con gli altri, in un rito di immersione batesimale (…) essere un discepolo, essere con Gesù, è essere battezzati: il battesimo è il modo in cui ogni persona è resa presente a Gesù, crocifiso e vivente, mediante un atto rituale che pone la persona in quel medesimo processo che Gesù ha descritto come ‘immersione’, il processo di oblio di se stessi che conduce alla croce. Dimentica di avere un io da proteggere, rafforzare, consolare e a cui mentire: ascolta l’amara verità che la croce enuncia, e accetta il dolore e il disorientamento di quella illuminazione, nella fiducia che tu non sei odiato né abbandonato; ed emergi dai flutti come nuova persona, ‘vivente per Dio’, che vive con gli occhi fermamente fissi su quel fondamento e meta della speranza che è Gesù. Il credente ora non può essere separato da Gesù e quella presenza ne definisce allora l’identità (cfr. Rom 8,9-17.31-39): viviamo nell Spirito di verità e possiamo chiamare Dio ‘Abbà, Padre’ (Rowan Williams, Resurrezione. Interpretare l’evangelo pasquale, Qiqajon 2004, 92-93).

Alessandro Cortesi op

Immacolata concezione della beata vergine Maria

DSCF4065Gen 3,9-20; Sal 97; Ef 1,3-12; Lc 1,26-38
Una festa di Maria s’inserisce nel percorso dell’avvento di quest’anno. E’ festa che richiama al dono di grazia di Dio in Maria giovane donna ebrea, immersa nelle attese del suo popolo, e disponibile ad intendere la sua vita come la prima credente in Gesù che pure è accolto in lei. E’ la madre del salvatore, ma prima di tutto è colei che ha vissuto un’attesa esistenziale profonda aperta alla presenza di Dio nella sua vita: è ‘colei che ha creduto’ alle promesse di Dio e che per prima ha seguito Gesù sulla sua via. Con lei viviamo la fatica e la gioia del cammino della fede.

Luca nei primi due capitoli del suo vangelo organizza il materiale di cui disponeva nella struttura di un grande dittico: due parti, l’una all’altra speculare. Narra l’irrompere di Dio nella vita di Zaccaria, sacerdote a Gerusalemme e di Maria, giovane donna di una regione periferica e disprezzata della Palestina; poi le due nascite, di Giovanni e di Gesù, in parallelo e nella diversità; la circoncisione di Giovanni e quella di Gesù; il cantico di Maria e il Cantico di Zaccaria. Si tratta di un dittico che appare ‘sbilanciato’: ogni avvenimento della vita di Giovanni Battista è posto in rapporto alla vicenda di Gesù e dà risalto nella differenza alla novità di Gesù stesso. C’è anche un grande messaggio da cogliere che affonda le sue radici nel riferimento storico al rapporto tra il Battista e Gesù: non si può comprendere Gesù senza il Battista anche se Gesù poi si distanzia e vive un percorso nuovo rispetto a quello di Giovanni. Da Luca tutto questo è proiettato nel momento della nascita.

Lo squilibrio del dittico di Luca si fa evidente nel parallelismo delle annunciazioni: nell’annunciazione a Maria non si è più a Gerusalemme, in Giudea, ma in Galilea; non un uomo, un sacerdote, ma una donna, in attesa; non nel Tempio, ma nell’ambiente della quotidianità, della periferia.

Sei mesi dopo – cioè 180 giorni – dell’annuncio a Zaccaria nel tempio, Gabriele è messaggero di una chiamata di Dio a Maria, questa volta a Nàzaret. Nove mesi dopo – cioè 270 giorni dopo – Maria dà alla luce il figlio. Successivamente, dopo i quaranta giorni, che la Legge indica come tempo della purificazione (Lev 12,2-4), Gesù viene presentato al tempio, offerto come primogenito (Lc 2,22-24; Es 13,2). I sei mesi assommati ai nove e ai quaranta giorni costituiscono insieme 490 giorni (70 per sette): è un rinvio alla ‘profezia delle settanta settimane’ che nel libro di Daniele erano state annunciate per ‘ungere il santo dei santi’ (Dan 9,24). Luca vede quindi in questo percorso il compiersi della profezia relativa alla figura del messia atteso e lo sottolinea nell’espressione che viene ripetuta: ‘compiuti i giorni’. L’intera vicenda di Giovanni battista, il più grande dei profeti, sin dalla sua nascita è rivolta ad un compimento, espresso attraverso la simbologia della scansione del tempo. Questo tempo ha uno spessore nuovo, di compimento: è un ‘oggi’ di salvezza.

Di Maria, in questi due capitoli, si dice molto poco: è indicata quale parente di Elisabetta, quindi anch’essa collegata a discendenza sacerdotale, e promessa sposa di un uomo della casa di Davide (Lc 1, 27). Viene in tal modo unita, attraverso Giuseppe, alla casa regale ed introduce il messaggio che Gesù è quella discendenza vivente che compie la profezia di Natan a Davide (2 Sam 7, 5-16).

‘Ti saluto, o piena di grazia, il Signore è con te’: Il saluto che l’angelo le rivolge ‘Chaire’ richiama un’espressione ordinaria nell’incontro, ma è anche richiamo ad una gioia profonda e si fa eco di pagine del Primo Testamento che parlano di donne, di attesa, di gioia per tutto il popolo.
L’invito ‘Rallegrati’ è rinvio ad un testo di Zaccaria: ‘Rallegrati grandemente, o figlia di Sion’, saluto rivolto a Gerusalemme. E’ un invito alla gioia come riflesso e accoglienza della gioia rinnovatrice di Dio: “Esulterà di gioia per te, ti rinnoverà con il suo amore, si rallegrerà per te con grida di gioia, come nei giorni di festa” (Zac 2,14).

‘Rallegrati piena di grazia’ reca anche un’eco dell’episodio di Rut, la bisnonna di Davide che trovò grazia quando ebbe il coraggio di accostarsi a Booz nell’aia di notte (Rut 2,10-13). Ed è ricordo sottinteso alla regina Ester, altra figura di donna coraggiosa, che ‘trovò grazia’ davanti al re Assuero (Est 2,17). Il saluto introduce un contesto di nozze e di incontro. ‘Il Signore è con te’ è così citazione di Sofonia che ispira l’intera narrazione di questa pagina. Sofonia invitava il popolo a vivere una gioia particolare per l’intervento di Dio in mezzo al suo popolo, espresso nell’immagine della ‘figlia di Sion’, e la sua presenza nella storia come salvatore: “Gioisci, figlia di Sion, esulta, Israele, e rallegrati con tutto il cuore, figlia di Gerusalemme! Il Signore ha revocato la tua condanna, ha disperso il tuo nemico. Re d’Israele è il Signore in mezzo a te. Il Signore tuo Dio in mezzo a te è un salvatore potente” (Sof 3,14-17). L’annuncio di Sofonia ‘Il Signore è in mezzo a te’ è ripreso da Luca e riferito al concepimento di Gesù: ‘egli è in mezzo a te’ si trasforma in ‘avrai nel grembo’.

Il saluto è accompagnato dall’espressione ‘piena di grazia’. Il verbo è utilizzato con il significato di ‘rendere grazioso’, cioè ‘trasformato mediante la grazia: l’espressione sottintende un’azione che proviene dalla libertà di Dio che si è attuata, e che permane. Non è solo un attributo, ‘piena di grazia’, ma un autentico ‘nome’ nuovo dato a Maria, la ‘graziosa’. Come nei racconti di chiamata ed invio, il nome nuovo è donato contemporaneamente all’invio per una missione. Ed è individuabile, nel dittico composto dalle due annunciazioni, ancora una opposizione: Zaccaria ed Elisabetta osservanti irreprensibili di tutte le leggi da un lato e dall’altro una situazione nuova e dirompente, determinata dall’azione di Dio che trasforma Maria con la potenza della sua grazia.

Luca indica inoltre alcune caratteristiche del figlio. Rilegge così e ri-narra in questa pagina la profezia che il profeta Natan presentò a Davide: anche Gesù, come lo stesso Davide, sarà ‘grande’ (2Sam 7,11). A lui è attribuito il titolo ‘figlio dell’Altissimo’ designazione di coloro che da Dio sono chiamati per compiti specifici (Sal 2,7; 29, 1; 82,6; 89,7) e del Messia (2Sam 7,16; Is 9,6). Gabriele fa riferimento anche alla ‘casa di Giacobbe’: questo termine indica le dieci tribù del nord, quell che stanno oltre i confini del regno di Davide. Gesù porterà ad un allargamento dei confini unendo quelli che erano stati nella storia di Israele i due regni divisi del sud e nord, Giuda e Israele, aprendo così ad un superamento di confini tra giudei e pagani. Il nome Gesù che gli viene assegnato prima della nascita indica ‘Dio salva’, ‘Dio è salvatore’.

Maria vive una disponibilità profonda. Nel suo volto Luca vede rispecchiarsi la condizione di chi è infecondo (‘non conosco uomo’), il popolo di Sion che è come sposa abbandonata. Maria è vista così come la nuova Gerusalemme che assume la condizione del peccato di Israele e vive una disponibilità radicale aprendo una nuova via all’umanità. Luca vede nel cammino di Maria riflettersi sin d’ora il medesimo cammino di Gesù che sarà abbandonato e prende su di sé la condizione del rifiutato.

Le parole dell’angelo: ‘su te stenderà la sua ombra la potenza dell’Altissimo’ rievocano l’immagine della tenda. Nel cammino dell’esodo Israele aveva fatto esperienza della presenza di Dio che camminava con il suo popolo nella nube al di sopra della tenda del convegno. La nube coprendo, riempiva la tenda con la ‘gloria di Dio’ e Mosè stesso non poteva entrare (Es 40,34-38). Ed era nube che accompagnava il cammino della liberazione.

Il figlio annunciato a Maria è quindi accostato alla presenza della gloria di Dio, presente in mezzo al cammino di un popolo e custodita nella Shekinah, luogo della presenza e dimora. Maria agli occhi di Luca è colei che accoglie e si fa dimora: non accoglie le tavole della legge, come la tenda nel deserto, ma la presenza stessa della Parola di Dio nella vita di Gesù.

Vivere questa festa di Maria oggi significa fare spazio in noi al dono di Dio che nella sua libertà ‘ci ha scelti prima della creazione del mondo per essere santi e irreprensibili dinanzi a sè’ e ‘ci ha scelti nel suo progetto gratuitamente per manifestare la potenza della sua salvezza in noi’ (cfr. Ef 1,4.11-12).

Suggerisco al termine di questa lettura due scritti: il primo di don Tonino Bello che aiuta a riconoscere in Maria una figura fondamentale dell’avvento come attesa. Il secondo del teologo Joseph Moingt. Esso sottolinea la dimensione del femminile nella chiesa da riscoprire oggi non solo con l’esaltazione del ‘genio femminile’ rivolto spesso alla ‘donna’ intesa in astratto ma nel vivere scelte che attuino un effettivo riconoscimento della presenza e della voce delle donne concrete con la loro specificità nella vita ecclesiale e nel confronto con i rpocessi in atto nella società contemporanea.

“Già il contrassegno iniziale con cui il pennello di Luca la identifica, è carico di attese: ‘promessa sposa di un uomo della casa di Davide’. Fidanzata, cioè. A nessuno sfugge a quale messe di speranze e di batticuori faccia allusione quella parola che ogni donna sperimenta come preludio di misteriose tenerezze. Prima ancora che nel vangelo venga pronunciato il suo nome, di Maria si dice che era fidanzata. Vergine in attesa. In attesa di Giuseppe. In ascolto del frusciare dei suoi sandali, sul far della sera, quando, profumato di legni e di vernici, egli sarebbe venuto a parlarle dei suoi sogni. Ma anche nell’ultimo fotogramma con cui Maria si congeda dalle Scritture essa viene colta dall’obiettivo nell’atteggiamento dell’attesa. Lì, nel Cenacolo, al piano superiore, in compagnia dei discepoli, in attesa dello Spirito. In ascolto del frusciare della sua ala, sul fare del giorno, quando, profumato di unzioni e di santità, egli sarebbe disceso sulla Chiesa per additarle la sua missione di salvezza. Vergine in attesa, all’inizio. Madre in attesa, alla fine. E nell’arcata sorretta da queste due trepidazioni, una così umana e l’altra così divina, cento altre attese struggenti. L’attesa di lui, per nove lunghissimi mesi. L’attesa di adempimenti legali festeggiati con frustoli di povertà e gaudi di parentele. L’attesa del giorno, l’unico che lei avrebbe voluto di volta in volta rimandare, in cui suo figlio sarebbe uscito di casa senza farvi ritorno mai più. L’attesa dell’«ora»: l’unica per la quale non avrebbe saputo frenare l’impazienza e di cui, prima del tempo, avrebbe fatto traboccare il carico di grazia sulla mensa degli uomini. L’attesa dell’ultimo rantolo dell’unigenito inchiodato sul legno. L’attesa del terzo giorno, vissuta in veglia solitaria, davanti alla roccia. Attendere: infinito del verbo amare. Anzi, nel vocabolario di Maria, amare all’infinito.
(…) Di fronte ai cambi che scuotono la storia, donaci di sentire sulla pelle i brividi dei cominciamenti. Facci capire che non basta accogliere: bisogna attendere. Accogliere talvolta è segno di rassegnazione. Attendere è sempre segno di speranza. Rendici, perciò, ministri dell’attesa. E il Signore che viene, Vergine dell’avvento, ci sorprenda, anche per la tua materna complicità, con la lampada in mano.
(don Tonino Bello, Maria donna dei nostri giorni)

“… il riconoscimento effettivo dell’emancipazione della donna, nella Chiesa come nel mondo, è divenuto la condizione di possibilità dell’evangelizzazione del mondo; e, poiché la missione evangelica è la ragione d’essere della Chiesa, la nuova accoglienza che essa riserverà alla donna sarà il «simbolo» operante della sua presenza evangelica al mondo di oggi, il pegno della sua sopravvivenza. La donna non porta più corsetti: la Chiesa deve essa stessa emanciparsi dalla tradizione che la lega alle società patriarcali del passato per darsi, attraverso lo spazio che saprà fare alle donne, il diritto di sopravvivere in questo mondo nuovo. Introdurre nella Chiesa un po’ di femminilità, a condizione di darle uno spazio in cui possa risplendere, sarà versarvi quella parte di umanità ancora troppo ridotta o mascherata da un potere esclusivamente maschile e sacro, ovvero intollerante. (…)

Si tratta, prima di tutto, di rinnovare il terreno delle comunità cristiane, di instaurarvi libertà, alterità, uguaglianza, corresponsabilità, cogestione, di lasciarvi penetrare le preoccupazioni del mondo esterno, di rendere le sue celebrazioni più conviviali, a immagine dei primi pasti eucaristici in cui si condivideva il pane e i viveri sotto la presidenza benevola di un padre di famiglia; tutto ciò senza dimenticare il principio paolino di escludere tutto quanto esclude. Dentro una tale atmosfera rinnovata la condivisione del potere si presenterà sotto una nuova luce. Ci si ricorderà che il «presbiterato» dei primi secoli, il cui nome è stato reintrodotto, non aveva granché di sacerdotale, essendo allora il sacerdozio riservato al vescovo, e si sarà capaci di reinventarlo sciogliendo il tremendo rapporto tra potere, sesso maschile e sacro. Non si rischierà così di sconvolgere il potere monarchico sul quale la tradizione ha costruito l’organizzazione dell’istituzione ecclesiastica? Può darsi, ma perché averne timore in anticipo? Non è forse a proposito di una donna e per bocca di lei che fu profetizzato: ‘Ha rovesciato i potenti dai troni, ha innalzato gli umili’? Non si tratta di rovesciare alcunché, ma d’innalzare ciò che è in- giustamente abbassato. La donna e il futuro della Chiesa? La donna è e sarà il futuro della Chiesa” (Joseph Moingt, “Il Regno attualità” 4/2011 per il testo completo cfr. http://www.ilregno.it/it/rivista_articolo.php?RID=0&CODICE=50977; anche http://www.finesettimana.org/pmwiki/uploads/Stampa201102/110203moingt.pdf).

Alessandro Cortesi op

Omelia della veglia nella notte di Pasqua – 2013

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Il tempo regalato nella notte: è questo il primo segno di questa sera. E’ forse tempo per ricordare il senso del nostro tempo. Prima che tempo da sfruttare o da trattenere è tempo da restituire. Il vegliare vuol dire questo. E’ tempo da restituire nel camminare insieme, nell’ascoltare, nel custodire la luce di questa notte. La luce che è Cristo nostra Pasqua: è lui primizia di primavera e di risorgere di vita che ci accoglie e coinvolge.

E poi il fuoco, la luce. E le parole che hanno riannodato, accompagnando a riprendere il filo di un gomitolo, i vari momenti di una storia. Dio che si fa vicino e scende a liberare.

Il canto dell’Exsultet: al suo cuore sta l’elemento decisivo che sostiene la vita dei credenti: non una spiegazione della sofferenza, ma l’annuncio che solo la fiducia incondizionata e totale nel Dio benevolo e misericordioso apre le porte di una vita nella libertà. Nella croce di Gesù, che ha attraversato la sofferenza sta il consolante messaggio che Dio non abbandona nessun angolo della vita umana, anche quello oscuro segnato dall’abbandono, dall’insensatezza, dalla solitudine e dal vuoto. E questo esile annuncio di fede che ha solcato la pesantezza del buio della notte dà la speranza che la sofferenza e il male non è l’ultima parola, ma nella nostra vita e nella vita di ogni uomo e donna c’è l’orizzonte in cui la sofferenza sarà eliminata per sempre. Lui il crocifisso è stato risucitato dal Padre; lui il condannato della croce è costituito Unto e Signore, aprendoci la via della libertà.

E poi l’acqua: l’acqua del primo mare, l’acqua del mar Rosso, l’acqua della liberazione, l’acqua vista dalla Bibbia come rinvio alla parola: come l’acqua scende dal cielo, così la parola, come l’acqua non ritorna senza effetto, e fa germogliare e genera processi vitali frutti, cibo, vita, così la parola “non tornerà a me senza aver operato quanto desidero…”. La parola al centro, la parola di Dio nelle parole di uomini.

Ed è una parola l’annuncio che inizia con una domanda: “perché cercate tra i morti colui che è vivo? Non è qui è risorto. Ricordatevi come vi parlò quando era ancora in Galilea”

E’ annuncio che distoglie da un presente chinato sul luogo della morte. Apre ad una ricerca nuova ed offre tracce nel passato. Solo ritornando a quello che Gesù ha fatto e detto si può vivere un incontro nuovo con lui. E’il vivente da cercare portando il ricordo, ma non lasciandosi imprigionare dal ricordo. Facendo del ricordo la spinta per maturare speranza.

Le donne recatesi quando era ancor buio al sepolcro, cercano ma non trovano. La loro ricerca è indirizzata al corpo del Signore. E questa ricerca fallita è illuminata dalla voce di due uomini – dice Luca -, portatori di una parola che viene da altrove. E’ la parola al centro della pagina costruita proprio attorno ad essa: il vivente non va cercato tra i morti, ma va cercato altrove, nei luoghi della vita. I credenti d’ora in poi sono invitati a cercare, a cercare sempre, a cercare oltre.

Non sono invitati ad altro se non a cercare, a cercare il suo corpo come corpo di un Vivente. La fede in lui come ricerca del suo corpo, della sua vita in relazione. Non è casuale questo invito. Nel vangelo di Luca si potrebbero rintracciare tante ricerche di Gesù. Sarebbe bello ripercorrere i vari percorsi della ricerca di Gesù nell’intero vangelo di Luca che sembra proprio tessuto su questo filo di base.[1]

‘Non cercate qui ma altrove…’ è l’invito dei messaggeri di Dio; per contro c’è l’indicazione di una ricerca da iniziare. Non nei luoghi della morte ma altrove. E’ vivo. Ma allora Gesù è da cercare, in un movimento che si pone tra la memoria e il presente, tra il ritorno alla Galilea, la ricerca delle sue tracce e l’inseguire i segni della sua vita.

Troppo spesso abbiamo rinchiuso Gesù in un possesso fissato in sistema religioso o nella prccupazione di costruire e mantenere strutture clericali, o in una dottrina chiusa nella pretesa di ridurre tutto a spiegazione, non aperta a ricerca, al silenzio delle domande radicali, alla fede nuda, al riconoscimento della alterità di Dio nella nostra esistenza. La fede è ricerca, la vita cristiana è ricerca, l’esistenza in rapporto al risorto è cercare nella vita.

Ma il cercare è l’attività di chi non sa, di chi chiede, di chi ha bisogno dell’altro, di chi si apre ad accogliere in modi insospettati il suo passare. Dentro la vita. E’ vivente. In queste parole si apre un modo di intendere la fede come relazione e apertura. Il cercatore è l’opposto del difensore tronfio e presuntuoso, è anche l’opposto di chi pur in atteggiamento umile, pensa di dover solo dare – si pensi alle varie forme di paternalismo così diffuse-: il cercatore è povero in radice. Povero perché sa che da ogni altra povertà può farsi cambiare e può lasciarsi aprire alla verità della sua vita e all’incontro con colui che si è fatto povero per noi… L’indicazione di cercare altrove è il delineare anche di una identità di chi crede, che non potrà mai essere identità senza l’altro, senza interrogare, senza leggere i segni, e senza lasciarsi provocare da altri.

Non cercate qui ma altrove, e forse anche c’è anche un altro invito che dovrebbe risuonare dalla lettura del tema dela rcierca nel vangelo di Luca: non intestardirti a cercare, ma lascia spazio a colui che ti cerca. Prima della ricerca umana c’è una ricerca che precede. Lui per primo viene a cercarci nel cammino della vita, e lui si fa vicino, in modi che lui solo sa, laddove non c’immaginiamo (come dirà il racconto dei due di Emmaus), talvolta nella presenza di uno sconosciuto o di un incontro imprevisto. La messa in guardia di Luca in questa pagina è di capovolgere il modo di pensare religioso. Stare nella vita, leggere il presente, accogliere i volti stranieri, lasciarsi interrogare dalle situazioni, dalle voci diverse, dalle altre culture, lasciarsi ferire dalla critica e dal rifiuto rintracciando anche lì la voce del Vivente che mette in cammino. D’ora in poi colui che è vivo si farà vicino nelle parole della vita, nelle parole scambiate, nei cammini condivisi, nei gesti che profumano di ospitalità.

E’ capace di cercare chi sa confrontarsi con una assenza: tutta la vita credente sorge da una assenza, da una mancanza, come anche tutta la vita umana si pone in una ricerca di un tu che sia di fronte, si confronta con il limite e con la mancanza. In questa esperienza di essere soli, Luca suggerisce che la Pasqua apre ad un percorso nuovo, rompe con i ritorni delusi per aprire sempre a nuove partenze.

Non solo ma ci dice anche che il vivente è più di ogni libro che parla di lui, è solamente nella vita che può essere incontrato, solo immergendoci nell’esistenza, nella comunicazione e nell’incontro è possibile trovare sue tracce che resteranno sempre e solo tracce che rinviano ancora a ricercarlo, mai a pretendere di essere coloro che esauriscono la conoscenza di lui. Così come lui si è fatto incontrare nella sua umanità: ritrovare l’umanità di Gesù, la semplicità dei suoi gesti, il senso profondo del suo passare facendo del bene.

Porto una domanda questa notte: quale è il significato possibile della Pasqua per credenti e per non credenti? Per i credenti è apertura alla ricerca, e direi anche per chi non crede. Etty Hillesum scrisse il 3 luglio 1942, prima di essere portata a morire ad Auschwitz: «Io guardavo in faccia la nostra distruzione imminente, la nostra prevedibile miserabile fine, che si manifestava già in molti momenti ordinari della nostra vita quotidiana. È questa possibilità che io ho incorporato nella percezione della mia vita, senza sperimentare quale conseguenza una diminuzione della mia vitalità. La possibilità della morte è una presenza assoluta nella mia vita, e a causa di ciò la mia vita ha acquistato una nuova dimensione». E ancora parlando di tempi angosciosi “Ogni giorno ha già la sua parte. Cercherò di aiutarti affinché tu non venga distrutto dentro di me… l’unica cosa che possiamo salvare in questi tempi e anche l’unica che veramente conti  è un piccolo pezzo di te in noi stessi, mio Dio… tocca a noi aiutare te, difendere fino all’ultimo la tua casa in noi”

Le donne sono le prime che accolgono l’annuncio della risurrezione. E’ indicazione fondamentale: la scelta delle donne in un mondo in cui la loro testimonianza non aveva valore e questa traccia conservata nei vangeli, mantenuta nonostante le possibili critiche a cui si esponeva. E’ traccia importante. Ancor oggi le parole più profonde di vangelo provengono da persone che non hanno diritti riconosciuti di testimonianza, da uomini e donne liberi, non integrati in appartenenze chiuse, non impauriti.  Sono le persone che vivono la fiducia nell’umanità, la ricerca dei volti degli altri, la capacità dei gesti di cura possibili, nel tessere relazioni nuove, anche in situazioni di morte. Sono costoro che fanno avanzare il mondo, credenti o non credenti. In questa fiducia sta il senso della Pasqua che unisce credenti e non credenti, in una medesima apertura a vivere la povertà di questa notte nella possibilità di attendere dagli altri e dall’Altro la luce che è lampada ai nostri passi.

Dono della Pasqua non è solo l’uscire dal luogo della morte di Gesù, ma è il dono di una possibilità offerta a noi di non rimanere chiusi da tutte le pietre che rinchiudono e opprimono la vita. E’ apertura ad una possibilità di libertà, anche nelle situazioni più pesanti e faticose. Nella fiducia in Dio e nell’umanità.

Alessandro Cortesi op


[1] A partire dal momento della sua infanzia quando Gesù viene rimproverato dalle parole di Maria: ‘tuo padre e io ti cercavamo…’ (Lc 2,44-48) Ma poi c’è anche la ricerca della folle che lo cercava dopo che avevano visto le guarigioni di Gesù a Cafarnao (Lc 4,42) e che cercava di toccarlo (Lc 6,19). Ma c’è anche un’altra ricerca, quella di Erode incuriosito, che cercava di vederlo (Lc 9,9). E Gesù nelle parole conservate da Luca invita alla ricerca ‘cercate e troverete’ (Lc 11,9). E d’altra parte Gesù ha parole dure per una generazione malvagia ‘che cerca un segno’ (Lc 11,29) ma ad essa non sarà dato se non ‘il segno di Giona’. E ancora ‘non cercate perciò che cosa mangerete o berrete, e non state con l’animo in ansia’ cercate piuttosto il regno di Dio (Lc 12,29-30): c’è una ricerca che mantiene nell’angoscia e c’è una ricerca che assorbe tutta la attenzione di Gesù, la ricerca del regno di Dio. C’è anche un ricerca presentata nelle parabole. E’ la ricerca di Dio che si fa incontro: un padrone che viene a cercare frutti dal fico piantato nella sua vigna (Lc 13,6). Ma c’è anche una donna che nella casa cerca attentamente se ritrova la dramma perduta (Lc 15,8) e così c’è il pastore che va dietro alla pecora perduta finché la ritrova: la cerca (Lc 15,4) così come il padre che va alla ricerca prima del figlio che si è allontanato da lui e poi dell’altro che è rimasto vicino. E anche Zaccheo – dice Luca – cercava di vedere Gesù, ma scopre di essere per primo da lui cercato: ‘il Figlio dell’uomo è venuto infatti a cercare e a salvare ciò che era perduto’ (Lc 19,10). C’è un contrasto di ricerche: anche scribi e farisei cercano ma nel tentativo di farlo perire (Lc 19,47), e così scribi e sommi sacerdoti cercarono di mettergli le mani addosso (Lc 20,19) ma ebbero paura del popolo. E il racconto della passione inizia ancora con un movimento di ricerca: ‘cercavano di toglierlo di mezzo’ (Lc 22,2) e così ‘Giuda cercava di trovare l’occasione propizia per consegnarlo loro di nascosto dalla folla’. Gesù proprio nel Getsemani dice a Pietro: ‘Simone satana vi ha cercato per vagliarvi come il grano, ma io ho pregato per te’ (Lc 22,31). L’intero lavoro di Luca come evangelista si pone nell’orizzonte di ‘fare ricerche accurate’ (Lc 1,3).

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Pasqua di risurrezione – Omelia nella notte

At 10,34.37-43; 1Cor 5,6-8; Mc 16,1-8

Notte tra le notti

Questa notte ci parla di fuoco, di luce, di acqua, di olio… ci parla di vita che è più forte della morte. Ci parla di Gesù incontrato come il risorto, il vivente. E’ una notte di veglia e di liberazione. E’ come se fossimo noi ad essere liberati dall’Egitto in questa notte, fatti partecipi di quella storia che segna la nascita del popolo d’Israele. Ci pone sul crinale del rapporto con il popolo dell’alleanza, e ci rinvia alle promesse di Dio che mai sono state revocate. Ci pone in rapporto a Pesach, la festa del ‘saltare’ dell’angelo che saltò le case degli ebrei in Egitto, e ci fa vivere il memoriale di quella Pasqua e della Pasqua vissuta da Gesù che ha inteso la sua morte come dono fino alla fine.

Ma anche questa notte è un’eco della prima notte della creazione, e di tutte le notti segnate dal chiarore delle stelle, in cui Abramo e i credenti di ogni tempo, hanno scorto in bagliori di luci interiori e profonde il segno di una chiamata a partire. E’anche memoria della notte del passaggio del mare, dell’ingresso nel cammino verso la libertà dell’esodo, da non dimenticare, sempre da riprendere e rinnovare. E questa notte ci fa guardare alla notte ultima quando cielo e terra e tutta la storia, e le nostre speranze, e le fatiche e i dolori saranno presi e trasformati nell’ultima venuta del Signore nella gloria.

E’ anche una notte di annunci di gioia. Come dagli antichi amboni delle chiese romaniche a forma squadrata di sepolcro si innalzava la voce del diacono che cantava il canto di gioia dell’Exsultet così anche questa sera abbiamo cantato l’annuncio pasquale: ‘O meravigliosa condiscendenza del suo amore per noi…’. E abbiamo così raccolto l‘eco di quel misterioso annuncio accolto nel cuore dalle donne all’alba del primo giorno della settimana: ‘Non abbiate paura. Non è qui’

Dio nessuno lo ha mai visto, dice il IV vangelo, ma il Figlio, colui che era nel seno del Padre, colui che è divenuto carne, che ha condiviso la debolezza della nostra umanità fragile, lui ce lo ha raccontato. E ce lo ha raccontato nel gesto dello scendere, del cingersi, del lavare. O meravigliosa condiscendenza…

Gesù ci ha raccontato il volto di Dio come presenza capace di amare nel suo gesto dell’ultima cena: la lavanda dei piedi. Gesù ci ha parlato di un Dio che scende e si cinge per noi, per lavare i nostri piedi sporchi. E Gesù raccontandoci questo volto impensabile di Dio che non tiene nulla per sè ma si pone a servire ci dice anche cosa è stata tutta la sua vita. In questa notte ritroviamo la sorgente del nostro incontro con Gesù, il crocifisso che è risorto.

Notte solcata di luce

Lo stupore di questa notte è la meraviglia per la tenue luce del cero che solca il buio ed entra nella chiesa seguito dalle tante fiammelle  delle nostre candele. E’ un gesto che sintetizza la nostra vita. Prendiamo luce dalla vita di Gesù, dalla sua morte e risurrezione. Abbiamo ricevuto questo dono di luce nel battesimo e le fiammelle si dipanano come un piccolo rivo e poi come fiume. E la luce si comunica. Non è forse così la nostra vita?

Abbiamo ricevuto un dono di luce da qualcuno che è stato per noi testimone. Non solo qualcuno ha tenuto per noi in mano nel momento del battesimo quella fiammella, ma se siamo qui questa sera è perché c’è un dono di presenza che ci riporta a Gesù e che abbiamo scoperto in volti vicini e conosciuti. C’è al cuore della nostra vita qualcosa che non viene da noi e che abbiamo ricevuto da altri. E’ questa l’esperienza del credere che si affida alla debolezza della testimonianza.

Per questo possiamo dire grazie al Signore per tutti coloro che abbiamo incontrati come testimoni sulla nostra strada  e sono stati luce, capaci di trasmettere la bellezza dell’incontro con Gesù. Questo è il senso di tante letture che ci parlano nelle Scritture di Gesù stesso.

E possiamo anche scoprire che questa è l’esperienza umana di chi sosta a scoprire che nella propria esistenza ci sono luci di vita che provengono da altri e che fanno sorgere sentimenti di gratitudine, di dono e di stupore. C’è nell’esistenza qualcuno che spalanca orizzonti nuovi, che porta luce dove c’era buio, che offre significato.

Notte di buio e di luce

Eppure ancora il buio è presente nella nostra vita in tanti modi: ed è anche questa esperienza che accomuna tutti. Chi vive la malattia, chi una sofferenza forte, chi vive situazioni in cui il futuro si presenta come minaccioso e fonte di angoscia, chi ha lasciato il suo paese sperando in una vita migliore e si trova a fare i conti con vie che si chiudono davanti. In questa notte tante persone pensano con ansia e preoccupazione al loro lavoro, alla crisi che tocca in modo pesante i più deboli. E possiamo pensare al buio di chi vive in situazioni dove c’è la violenza, la malattia e la disperazione. Se la croce è il segno dell’uomo che produce morte, e dell’ingiustizia che condanna chi è debole e innocente, del male che ci schiaccia, la luce di questa sera è segno che la vita Gesù non è rimasta prigioniera delle forze del male, del buio, ma è fonte di luce. Ha attraversato il buio della morte portando quella luce che è l’amore che si offre, la vita di Dio, in ogni abisso.

Questa luce del cero pasquale che ha solcato il buio della notte ci parla di una luce che vince ogni tenebra, il buio dentro di noi e il buio attorno a noi. Non è una offerta di soluzione di problemi e di angustie, ma è dono di presenza. ‘Non vi lascerò soli’. Gesù non è nel luogo della morte: “Non è qui” è il cuore dell’annuncio pasquale.

Proprio la sua assenza, proprio il vuoto del sepolcro diviene luogo di un incontro nuovo e possibile senza la pretesa di rinchiudere la sua presenza dentro i nostri angusti confini. Il sepolcro vuoto è indicazione per un cammino. ‘Non è qui… vi precede’. Il sepolcro vuoto è quindi indicazione per non pretendere di avere in mano la sua presenza ma per inseguirla, per attenderla, per invocarla, là dove lui si fa vicino. Gli artisti hanno talvolta saputo esprimere questa presenza nuova nel vuoto dell’assenza, nel senso di gioia che apre porte e finestre e fa partire con un senso di presenza nel cuore, interiore che nessuno può portare via. Una assenza che diviene rinvio alla sua vita per trovare lì i criteri per il nostro cammino. Una assenza che ci sospinge a rileggere le Scritture per rintracciare nella storia di alleanza il significato più profondo della sua vita e della sua identità in rapporto al Dio amante e fedele.

E’ il crocifisso che è annunciato come il risorto. Da qui sorge la domanda: dove Gesù si fa vicino? dove si può incontrarlo vivente per noi? Possiamo anche noi incontrare Gesù risorto?

Il giovane che dà l’annuncio alle donne offre un’indicazione: “Vi precede in Galilea”. La Galilea è lo spazio di confine e marginale dove Gesù ha annunciato il regno di Dio, dove ha parlato in parabole, dove ha condiviso la mensa con gente per bene e irregolari. La Galilea  indica i luoghi in cui egli passava facendo del bene, accogliendo i malati e lasciandosi toccare dagli esclusi. La Galilea è luogo in cui Gesù ha accompagnato i suoi a rileggere la Scrittura e ha raccolto la sua comunità, dove ha parlato della sua via come quella di chi è venuto per servire. La Galilea ha i contorni di un quotidiano in cui l’apparente assenza di Dio diviene luogo di una ricerca per lasciarci trovare da lui e per incontrarlo oggi.

Notte attraversata da passi di donne

Questa notte è anche inizio di quel primo giorno della settimana, della visita delle donne con gli oli per ungere il corpo di Gesù. Le donne – ci dicono i racconti della passione – hanno seguito Gesù fino alla fine. Sono state le uniche a seguirlo mentre progressivamente tutti lo hanno abbandonato e non l’hanno capito. Il loro stare vicino a lui non aveva altri interessi, non erano preoccupate per sé. Erano capaci di gratuità e di cura. Capaci di avere lo sguardo dell’amore e di intuire che quella vita perduta per il Padre e per gli altri, era una vita così piena da essere il segno di qualcosa di più grande di inaudito, della vita stessa di Dio. I loro gesti di tenerezza, la libertà di sprecare tempo e denaro per andare a ungere un morto sono i gesti che rivelano le dimensioni dell’affetto. Gesti così pienamente umani da divenire luogo del manifestarsi di Dio stesso. E la loro presenza è alle origini della nostra fede. Ancora non ci apriamo a comprendere e vivere ciò che questo può significare per la vita delle chiese, per la nostra fede. Nel racconto della passione il loro profilo è indicate con poche parole ma cariche di significati: lo seguivano e lo servivano. A loro è affidata la parola ‘Non abbiate paura’.

Quell’olio che portavano in quell’alba racchiude un segreto: è l’olio dell’amore che guarda oltre la morte, è l’olio della cura che racconta della speranza oltre ogni buio, è l’olio della vicinanza che sa vedere nel volto di un condannato lo splendore della vita in Dio. In quell’olio sta un po’ il segreto della Pasqua. Laddove la nostra vita diviene olio sprecato lì c’è una parola che si fa incontro. Non abbiate paura Non è qui nel luogo della morte.  Vi precede. Tutta la nostra vita può aprirsi a rincorrere a stare dietro a colui che sempre ci precede, che sta davanti a noi.

Alessandro Cortesi op

Domenica delle palme e della passione del Signore – 2012

Is 50,4-7; Fil 2,6-11, Mc 14,1-15,47

In questa domenica ascoltiamo per intero la narrazione della passione di Gesù secondo Marco. Caratteristica dello scrivere di Marco è presentare la successione degli avvenimenti in modo sobrio e scarno: lascia parlare i fatti, dà spazio agli eventi eppure nella sua narrazione sta anche una profonda rilettura di quanto è accaduto alla luce della Pasqua.

Al cuore della passione secondo Marco sta la domanda ‘chi è Gesù?’. E’ la domanda che guida tutto il vangelo. Marco aveva iniziato il suo scritto con le parole che esprimevano questo tema di fondo, questione centrale della fede. Gesù è indicato come il messia atteso (‘figlio di Dio’ è titolo del ‘re messia’ per es. nel Salmo 2,7): “Principio del vangelo di Gesù Cristo figlio di Dio” (Mc 1,1). Eppure nel corso dell’intera narrazione ogniqualvolta viene intuito un aspetto dell’identità di Gesù chi parla viene messo a tacere: non solo c’è l’intimazione a tacere rivolta ai demoni (1,24; 3,11), ma anche agli apostoli (9,7.9).

In questo vangelo l’identità di Gesù e il significato del suo agire rimangono una questione problematica, al punto che i suoi inviti a ‘tacere’ a non dire nulla di lui sono stati interpretati come una sorta di ‘segreto’. Il segreto che riguarda la sua identità di messia appunto. Ma non di segreto si tratta: piuttosto Marco, da abile narratore, accompagna chi legge il vangelo a scoprire poco alla volta il volto di Gesù, scoprendo che solo si può incontrarlo lasciandosi coinvolgere nel seguirlo, sulla strada che egli ha tracciato. Il lettore è così provocato a porsi in questione e tutti i racconti di incontro mirano a coinvolgere chi legge, a fargli scoprire il cambiamento possibile. Come è accaduto alla donna straniera e pagana siro-fenicia a cui Gesù fa scoprire che in lei era presente una fede che salva (Mc 7,24-30), come il cieco Bartimeo che, guarito dalla cecità, diviene il modello del discepolo che si mette a seguire Gesù verso Gerusalemme (Mc 10,46-52), come la donna anonima che Marco presenta in un gesto delicato e coraggioso dell’unzione del corpo di Gesù a Betania (Mc  14,3-9).

Marco è consapevole del pericolo di costruire un’immagine falsata di Gesù, di proiettare su di lui le attese di un messia diverso da quello che egli effettivamente fu. Soprattutto nel racconto della passione, egli presenta Gesù nella situazione di paura ed angoscia, in preda allo sfinimento ed alla debolezza umana. Presenta Gesù sempre più solo finchè anche gli apostoli lo lasciarono “Tutti allora abbandonatolo, fuggirono” (14,50). Così Marco presenta Gesù debole e inerme sulla croce oggetto della sfida: “ha salvato altri, non può salvare se stesso” (Mc 15,31). Gesù è messia che salva non salvando se stesso, ma perdendo la sua vita.

Tre chiavi di lettura possono essere individuate per accostare queste pagine di Marco:

Una prima chiave di lettura è il grido che accoglie Gesù nel suo ingresso a Gerusalemme: ‘benedetto…’. E’ una invocazione di gioia ed è saluto di fronte al messia. Ma Gesù è messia che delude le attese la voce della folla ‘benedetto’ (Mc 11,9) all’ingresso a Gerusalemme. E il grido ‘crocifiggilo’ (Mc 15,13-14) fa eco in modo drammatico all’invocazione ‘benedetto’. E’ sempre la folla a gridare, la folla che si lascia prima entusiasmare, poi manipolare. Gesù è così presentato da Marco come ‘re’, come messia, ma c’è un processo drammatico che si svolge perché Gesù è messia che delude le attese di tipo politico e di conquista del potere, quelle attese che avevano suscitato l’entuasismo della folla. La sua via non è orientata alla conquista del potere ma si pone nella logica del servizio: “il figlio dell’uomo non è venuto per essere servito ma per servire e dare la sua vita” (Mc 10,45). Il suo essere re è diverso. Se da un lato Gesù rivendica con questo gesto di ingresso a Gerusalemme in modo silenzioso la sua identità di messia, nello stesso tempo indica come la sua esistenza è vita donata a favore di tutti. Marco sottolinea questa delusione che Gesù genera. Questo costituisce l’ostacolo più forte. L’agire di Gesù che libera e guarisce è percepito come una minaccia dal potere religioso e da quello politico sin dall’nizio del vangelo quando – dice Marco – erodiani e farisei si accordarono per metterlo a morte (Mc 3,6). Gesù non è un messia di tipo politico. Non è venuto a instaurare un nuova forma di nazionalismo o di dominio. Gesù delude quindi profondamente queste attese. Il suo cammino di messia si pone nei termini di una vita perduta nella gratuità. Qui sta la fecondità della sua vita.

Una seconda chiave di lettura della passione di Marco è il gesto compiuto da Gesù nel tempio, quando si mise a scacciare coloro che vendevano e i cambiamonete. Durante il processo è riportato anche un detto attribuito a Gesù: ”Lo abbiamo udito mentre diceva: ’Io distruggerò questo tempio fatto da mani d’uomo, e in tre giorni ne costruirò un altro non fatto da mani d’uomo’ (Mc 14,58). Questo gesto di Gesù nel tempio insieme alle sue parole provoca una dura reazione di scribi e farisei che lo interrogano con tono di sfida: “Con quale autorità fai queste cose?” (Mc 11,28). E già si delinea una ostilità e la decisione di eliminarlo: “E cercavano di catturarlo” (Mc 12,12). Marco indica in questo modo la critica di Gesù al tempio e suggerisce che Gesù è il nuovo tempio dell’incontro con Dio: il suo corpo è il luogo di un incontro che si apre ad un’accoglienza da parte di tutti. Il velo del tempio si squarciò – dice Marco – al momento della morte di Gesù (Mc 15,38), simbolo di una nuova comunicazione fra cielo e terra. Così come Gesù aveva visto squarciarsi i cieli al momento del battesimo (Mc 1,10). Tale squarcio è anche segno di un rapporto con Dio che passa attraverso l’incontro con l’umanità crocifissa. Marco nel momento della morte di Gesù presenta il Cristo come nuovo tempio, luogo dell’incontro con Dio che si realizza eliminando ogni barriera che divide lo spazio di Dio dallo spazio dell’uomo, che divide le persone tra vicini e lontani. A tutti, a partire dal centurione pagano è possibile proclamare quanto nel vangelo solamente la voce di Dio aveva annunciato: ‘Questi è il mio Figlio, l’amato’ (cfr Mc 1,11; 9,7).

Una terza chiave di lettura è la presenza dei discepoli: Marco è qui molto abile e molto provocatorio per la chiesa  di ogni tempo. I discepoli che Gesù ha chiamato, che ha condotto a seguirlo, che ha anche inviato nel suo nome, lo abbandonano e lo lasciano solo. Sono presentati nella condizione di chi non riesce e non si apre a comprendere. Hanno un cuore indurito. Non vivono l’ostilità e il rifiuto come i sacerdoti e gli scribi, ma non comprendono fino a tradirlo. Uno di coloro
che Gesù aveva scelto, Giuda, lo consegna in cambio di denaro. Ma anche Pietro lo rinnega. Tutti i discepoli sono coinvolti in questa incomprensione. Marco sottolinea in parallelo le vicende di Giuda e di Pietro che rinnegano il loro maestro. L’agire di Giuda e Pietro incornicia il momento della cena e della passione accentuando la scelta di Gesù di rimanere fedele all’amore, di rimanere obbediente al disegno di gratuità e di vita del Padre, di darsi nonostante il rifiuto e l’incomprensione (Mc 14,10-11.66-72).

Tuttavia nello stesso tempo, mentre tutti fuggono e lo lasciano solo, altre figure si affacciano, e sono presenze di lontani, di discepoli nuovi. E’ una donna che a Betania inattesa giunge nella casa di Simome e rotto il vaso di alabstro versò il profumo sul suo capo (Mc 14,3-9). E’ Simone di Cirene indicato come ‘un tale che passava’ (Mc 15,21) che viene obbligato ad aiutarlo a portare la croce sulla via del Calvario. E’ infine un  centurione, pagano e straniero che sotto la croce, avendolo visto spirare in quel modo dice: ‘Veramente quest’uomo era figlio di Dio’ (Mc 15,39). Proprio nel momento della morte di Gesù  Marco annota due particolari: per la prima volta nel vangelo risuona una professione di fede senza che venga imposto il silenzio. Questa voce che dice l’identità profonda di Cristo sta sulla bocca di un pagano, appartenente al mondo romano, lontano dalla legge e dalle osservanze giudaiche. E’ una professione che riconosce il volto del messia nel crocifisso che ha dato la sua vita per tutti. Ed è una parola che esprime il significato che Gesù stesso aveva dato alla sua vita e alla sua morte e che egli stesso aveva indicato ai suoi nei segni dell’ultima cena: “Questo è il mio sangue, il sangue dell’alleanza, versato per molti” (Mc 14,24). Ancora un altro discepolo dell’ultima ora è Giuseppe d’Arimatea presentato come “membro autorevole del sinedrio, che aspettava anch’egli il regno di Dio” (Mc 15,43). Giuseppe chiese il corpo di Gesù e comprato un lenzuolo lo depose dalla croce. Marco sembra così dire che l’accoglienza di Gesù si compie in chi lo segue sulla via della croce, in chi nutre apertura e disponibilità a lasciarsi cambiare dall’amore, in chi è aperto alla  ricerca del regno di Dio. Oltre ogni barriera e appartenenza religiosa e culturale.

L’unica presenza che accompagna fino alla fine Gesù nel cammino della passione è quella delle donne: “Vi erano anche alcune donne che osservavano da lontano, tra le quali Maria di Magdala, Maria madre di Giacomo e di Ioses e Salome, le quali, quando era in Galilea lo seguivano e lo servivano e molte altre che erano salite con lui a Gerusalemme” (Mc 15,40-41).  Marco annota questa presenza di servizio e di attenzione, collegandola a quel gesto che apre la passione, il gesto una donna, un gesto fondamentale che offre una luce su tutta la passione: “in ricordo di lei si dirà anche quello che ha fatto” (14,9). C’è un’importanza particolare di questo gesto che si situa come interruzione nel complotto per l’arresto. E’ un gesto di attenzione sul corpo di Gesù che contrasta con i maltrattamenti  a cui viene sottoposto nella passione.  Questo gesto apre ad un dibattito: qualcuno indignato osserva che ha sprecato denaro. Questa azione fa da contraltare al gesto di Giuda: Giuda tradisce Gesù in cambio di denaro, la donna di Betania spreca molto denaro per ungere Gesù. Si attua così uno scambio diverso perché il gesto della donna esce dai criteri del calcolo e dell’utilità e si pone nella logica dell’accoglienza, dello ‘spreco’ nell’incontro (14,6-8). Il profumo prezioso sprecato e versato è segno di relazione vissuta nell’amore. E Gesù commentando questo gesto parla del suo corpo: “ha unto in anticipo il mio corpo per la sepoltura” (Mc 14,8). Riceve l’unzione come unzione funebre di un vivente e sposta così il senso del gesto: dalla cura e affetto alla profezia della morte. Questa unzione diviene quindi profezia che la morte non sarà l’ultima parola. E’ già annuncio del superamento della morte: per questo l’annuncio del vangelo rimarrà legato alla memoria di lei. Perché è un gesto che richiama il nucleo del vangelo. Perché al cuore del vangelo sta la morte e risurrezione di Gesù, una perdita che diviene feconda. Marco indica Gesù nella passione come il messia che serve passando attraverso la sofferenza e perde la sua vita per salvare. La sua è una vita perduta che diviene feconda di amore.

Leggere oggi la passione di Gesù non può andare senza una domanda su come tale evento può illuminare il nostro presente. Abbiamo vissuto un anno segnato dai rivolgimenti nel mondo arabo. Una lettera di mons. Maroun Lahham vescovo di Tunisi dal titolo “Ecco, io faccio nuove tutte le cose”, apre uno squarcio per leggere la luce e la fecondità  della passione  e risurrezione di Gesù nella nostra storia:

“Se davvero  pensiamo che, agli occhi della fede, l’immolazione nel fuoco di un giovane, questo grande grido di disperazione, e la catena di avvenimenti che ne è seguita, non hanno alcun rapporto con il mistero pasquale, mistero di sofferenza, di morte e di risurrezione del Verbo fatto carne nella nostra umanità; che il grande movimento che pervade il popolo tunisino, il grande soffio di giustizia, la grande sete di pace, l’aspirazione profonda alla dignità non hanno nulla a che vedere con la vita, la morte e la resurrezione di Cristo, allora stiamo seduti su una bella nuvola, a cullarci in passeggere illusioni. Ma se vi è uno stretto rapporto fra il mistero pasquale e la nostra storia, la storia dei popoli, quella di ieri, quella di oggi e quella di domani, abbiamo allora il dovere di dare un senso a questa storia nel nome stesso della nostra fede (…)

In Tunisia questi semi del regno sono maturati soprattutto fuori dalle frontiere visibili della Chiesa, ed è questo che ci ha sorpreso. Vi è certamente qui unalezione di umiltà, come vi è la constatazione che solo Dio è missionario…Il grido di un povero oppresso che ha ridato la speranza a tutto un popolo ci invita ad essere attenti ai segni di Dio che, nel cuore del linguaggio umano, ci svela la sua presenza… In breve non si tratta per no di dare lezioni, ancor meno delle direttive, per quanto belle, senza esservi personalmente coinvolti. si tratta di vivere il presente alla luce dell’amore e delle sue esigenze, nel rispetto assoluto dell’altro, cominciando dal più dimesso e dal più fragile (…)

La vocazione della Chiesa è amare il mondo come Dio lo ama, guardare il mondo con lo sguardo stesso di Dio. Ora, amare il mondo con l’amore di Dio significa cercare di «scrutarne» la storia della salvezza. Infatti, la storia della salvezza di un paese non coincide necessariamente con la storia della Chiesa in quel paese; e questo vale anche per la Tunisia. Membra del corpo del Verbo incarnato noi non ci sentiamo né al di fuori né stranieri ina lcuna storia, quelal del mondo come quella della Tunisia. Ci è anche dato di scorgervi i segni del regno di Dio, nella misura in cui ci lasciamo toccare da coloro che incontriamo nel nome del Vangelo…”.
Alessandro Cortesi op

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