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commenti alla Parola della domenica e riflessioni

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XXII domenica tempo ordinario – anno A – 2017

IMG_0774Ger 20,7-9; Sal 62,2-6.8-9; Rm 12,1-2; Mt 16,21-27

Leggendo la sua storia in un momento di difficoltà, Geremia apre uno squarcio sull’interiorità della sua vicenda di uomo chiamato ad essere profeta. Propone una confessione dal tono intimo e appassionato. La sua vita è stata segnata da un incontro con Dio che l’ha cambiato. E’ chiamata che lo ha portato ad essere sentinella ma ciò ha sconvolto le sue attese e i suoi progetti umani fino ad affrontare il rifiuto e lo scherno. Vive così la tentazione di abbandonare tutto e di fuggire lontano; eppure avverte contemporaneamente il senso di una presenza che lo ha afferrato e a cui è legato. Non vi sono solo ostacoli dall’esterno, ma ora egli vive anche il rifiuto e si affaccia il pensiero di non parlare più nel nome del Signore. Nonostante la ritrosia a vivere ciò a cui è inviato, la Parola di Dio è come fuoco che brucia dentro di lui e lo spinge.

Gesù affida a Pietro un compito e Pietro non comprende. Gesù inizia a parlare della sua via su cui incontra il rifiuto, e l’ostilità. Non è tolta la sofferenza, ma questa è affrontata nella libertà. Le parole di Gesù a Pietro sono con probabilità una esplicitazione opera dalla comunità dopo l’evento della Pasqua. Gesù aveva preparato i suoi alla via che lo avrebbe condotto alla croce non tanto con predizioni, quanto con il suo atteggiamento, con alcune parole che i discepoli compresero solamente dopo, con la decisione della sua scelta nel vivere sino in fondo la scelta del servizio e l’annuncio di liberazione. La figura del figlio dell’uomo fa intravedere l’orizzonte della risurrezione e della gloria ricevuta da Gesù da parte del Dio fedele. La sua esistenza – ci dice Matteo – va letta alla luce della vicenda del figlio dell’uomo.

Matteo vede qui l’inizio di una fase particolare della vita di Gesù. Il suo insegnamento viene riservato alla cerchia dei discepoli chiamati a seguirlo. Le folle sono rimaste deluse perché quanto Gesù propone non corrisponde ad un’idea di messia vittorioso e potente. Gesù si concentra sulla comunità dei discepoli e indica la via. Il suo orientamento si pone in fedeltà al disegno di Dio, all’agire di liberazione e di vicinanza presente in tutta la storia della salvezza. Matteo richiama come Gesù vive la sua obbedienza al Padre in riferimento e compimento delle Scritture. Non si tratta però di adempiere una sorta di predizione, ma Gesù nella sua libertà vive in coerenza al disegno di salvezza di Dio. Gesù è presentato da Matteo come ‘figlio di Dio’ che va incontro alla sofferenza alla morte e alla risurrezione (l’espressione ‘il terzo giorno’ è richiamo al primitivo annuncio della risurrezione).

Pietro, il primo dei Dodici, reagisce con forza a questo insegnamento e lo rifiuta. Deve vivere un difficile passaggio: lasciarsi coinvolgere nel seguire Gesù è una sfida difficile. Stare dietro a lui è quanto Gesù gli aveva chiesto sin dall’inizio: ‘venite dietro a me’. C’è un cammino da compiere e un’autentica conversione: dalla fede nel ‘figlio di Dio’ alla fede nel ‘figlio dell’uomo’ che affronta la sofferenza per la fedeltà all’amore. Ci può essere una accoglienza teorica della presenza di Gesù come figlio di Dio, come messia, ma si tratta di andare oltre. Ciò implica andare al di là di un ‘pensare secondo gli uomini’. Nel dialogo con Pietro c’è l’opposizione di due modi di pensare il messia. Pietro rappresenta l’attesa di un messianismo di gloria e di affermazione. L’apparente buon senso e saggezza di Pietro, che si rifiuta di accettare la via della sofferenza e della morte è stoltezza per Dio. Il ruolo di Pietro è proprio quello di ricordare con la sua stessa presenza, come primo dei dodici, questo cammino della fede.

Seguire Gesù implica un cambiamento radicale: inoltre Matteo nel suo vangelo è attento al fatto che Gesù chiama a seguirlo come comunità. La comunità che Gesù desidera è una comunità che vive innanzitutto un rapporto profondo con lui, lo segue, non si lascia distrarre da altri criteri di riferimento. Questa comunità è capace di lasciarsi mettere in discussione dal rimprovero di Gesù, e lasciarsi cambiare da lui. Inoltre condivide la via di Gesù, ne fa il nucleo dell’annuncio e lo stile della sua vita, anche se questo va contro modelli dominanti e diffusi.

Alessandro Cortesi op

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Seguire

In un tempo di muri seguire Gesù significa scegliere di percorrere ponti, di sognare ponti. Una bella preghiera proposta nel Natale 2016 dalla comunità di san Niccolò all’Arena di Verona può aiutare ed essere traccia di cammino:

Ponti, non muri tra la testa e il cuore perché non ci sia un amore senza pensiero e un pensiero senza amore.

Ponti, non muri tra giovani e vecchi perché non ci sia un futuro senza memoria e una memoria senza futuro.

Ponti non muri tra religioni diverse perché non esista violenza in nome di Dio e la terra trovi il suo cuore pensante.

Ponti, non muri tra chiesa e mondo perché non ci sia una chiesa fuori dal mondo, chiusa nelle sue paure, e un mondo senza gioia.

Ponti, non muri tra politica ed economia perché ci sia una politica bella e una economia che guardi dalla parte dei poveri.

Ponti, non muri tra scuola e lavoro perché la cultura sia il pane quotidiano, il linguaggio della non esclusione.

Ponti, non muri tra educazione e libertà perché educare sia liberare dalla dipendenza e dalla rassegnazione.

Ponti, non muri tra confine e confine perché il mondo sia la casa di tutti e le porte siano aperte al vento.

Ponti, non muri tra mare e mare, tra oceano e oceano perché donne e bambini non sprofondino nell’abisso ma danzino il girotondo della vita.

Ponti, non muri tra Natale e Pasqua perché tutti possano rinascere e risorgere ogni giorno.

Ponti, non muri tra Dio e le persone perché tutti possano gustare l’abbraccio della tenerezza di Dio.

Ponti, solo ponti tra sguardo e sguardo, tra città e città.

Ponti, solo ponti! Un grande arcobaleno che congiunge terra e cielo, perché non ci può essere allegria nel cielo se non c’è amore sulla terra! Amen

Annunci

III domenica tempo ordinario – anno A – 2017

img_1784III domenica tempo ordinario – anno A

Is 8,23b.9,1-3; 1Cor 1,10-13.17; Mt 4,12-23

Terra di Zabulon e di Neftali sulla via del mare: è territorio al nord della Palestina, passaggio di strade calpestate da eserciti conquistatori nei secoli. Terra di confine dove si conoscevano devastazioni, violenze che accompagnavano i cambiamenti dei dominatori. Terre abitate da tenebre del male e della malvagità. Era quello il ‘territorio dei pagani’. Eppure Isaia vede proprio quella terra, situata ai margini, il luogo in cui si fa presente una luce nuova: vi sarà liberazione, vi sarà diritto e giustizia. E’ luce che viene da Dio ed è donata in luoghi avvolti da tenebre. Lo sguardo del profeta si fa interprete dell’agire di Dio: i suoi pensieri non sono i nostri pensieri, le sue vie non sono le nostre vie. La luce entra nella storia dai luoghi dove si pensa che vi debba essere solo tenebra perché è Dio che ascolta il grido del povero, sceglie i dimenticati dalla storia. Lo stile di Dio capovolge i pensieri umani.

Anche Gesù, dopo il suo aver seguito Giovanni Battista e il suo battesimo, torna verso il territorio di Zabulon e Neftali, in quel territorio di confine. Giovanni Battista è stato consegnato – dice Matteo – anche Gesù sarà consegnato nella sua passione e morte. Ma ora va nella terra dei pagani. Mentre già si delinea l’esito della sua vita nel suo consegnarsi, la sua passione e morte, Matteo invita a scorgere come il cammino di Gesù attraversi le terre ai margini.La sua vita non può essere tenuta racchiusa ma è attraversamento. Torna in Galilea, non a Nazareth ma a Cafarnao.

Matteo scrive il suo vangelo in rapporto ad una comunità di cristiani che venivano dalla fede ebraica, che conoscevano la Bibbia. E’ sensibile quindi a sottolineare la continuità tra le promesse del Primo testamento e Gesù. Ma anche insiste sul fatto che la vicenda di Gesù è aperta: viene infatti riconosciuto dai magi che provenivano da lontano, da chi ha attraversato il buio, seguendo la luce della stella. Ora Gesù si rende presente nelle terra dei pagani, segnata da tenebre. C’è una luminosità che segna la sua vita e diviene luce accolta da chi sta ai margini, lontano, considerato escluso.

La prima parola di Gesù è un invito al cambiamento: ‘convertitevi’. Il suo annuncio riguarda il farsi vicino di Dio in modo sorprendente: il regno dei cieli è farsi vicino di Dio che dona futuro e liberazione a chi è considerato perduto, lontano. Convertirsi è allora invito a cambiare direzione. Il criterio per orientarsi in modo diverso è quello dell’agire di Dio che si rende presente nei gesti di Gesù, nelle sue scelte. Gesù invita a cambiare per aprirsi ad un orientamento nuovo. Il regno non è qualcosa di lontano ma è la luce nuova della vicinanza di Dio. Irrompe nella situazione di buio ed è dono per un cammino di liberazione. Nei suoi gesti e nelle sue parole dice che Dio Padre è vicino ai poveri, a chi è considerato perduto, o malato da tenere lontano. Questa scoperta chiede un cambiamento radicale: dall’essere ripiegati e indifferenti al vivere la vita come segno di liberazione.

Gesù così chiama a seguirlo: ‘Venite dietro a me’. Non si tratta di imparare qualcosa da sapere né di una carriera da intraprendere. Non promette ricchezze né guadagni o onori. Chiama a seguirlo sul suo cammino, a condividere le sue scelte di una vita vissuta davanti a Dio e per gli altri. Gesù vide due fratelli: il suo sguardo si ferma su di loro: è riflesso dello sguardo di Dio. Simone e Andrea si sentono amati, chiamati per nome, e avvertono in quell’essere guardati una forza che li spinge a lasciare ciò che stavano facendo per seguire Gesù.

Sono due fratelli. Gesù li chiama nella normalità della loro esistenza di ogni giorno, mentre gettavano le reti in mare. Ci sarà continuità e rottura nella loro vita. Saranno ancora pescatori, ma in modo nuovo. Lo saranno per gli altri. L’attività di un ‘pescatore’ è quella di raccogliere per offrire cibo e per dare vita: ‘pescatori di uomini’ è seguire Gesù vivendo il servire perché altri abbiano la vita e l’abbiano in abbondanza. Il regno cresce allora nelle scelte di chi ascolta questa chiamata di Gesù. Il regno si rende presente in una esperienza di ‘stare con’ Gesù, nel vivere un cammino insieme. La vita al seguito di Gesù si compie nel seguirlo, in una relazione personale con lui, quotidiana semplice, attuata insieme, aperta ad una convocazione che va al di là di ogni fissazione. Gesù, nella Galilea dei lontani, chiama dei fratelli perché impariamo a divenire ‘fratelli’ in modo nuovo.

Alessandro Cortesi op

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Nei ‘Promessi sposi’ si possono ritrovare due storie di conversione: la prima è quella dell’Innominato, narrata nel suo momento finale ne tempo della notte dopo il rapimento di Lucia. La seconda è quella del giovane Ludovico che diverrà poi fra Cristoforo. Due storie che in qualche modo possono raccogliere l’esperienza e la riflessione di Manzoni stesso che visse un’esperienza profonda di cambiamento che segnò la sua vita.

Tutto avvenne in rapporto ad una data e ad un luogo. Era il 2 aprile 1810 e il luogo era Parigi. Durante i giorni di festa per le nozze di Napoleone qualcuno iniziò a sparare, si diffuse il panico  e rimasero morti tra la folla. Nel disordine e parapiglia che ne seguì Enrichetta, la moglie di Alessandro, svenne. Manzoni si trova improvvisamente sperduto e solo a trovare rifugio. Prende l’ingresso della chiesa di san Rocco per ripararsi. Lì scoprendosi solo, smarrito e chiedendo di poter ritrovare Enrichetta, visse un momento di incontro con la presenza di Dio, momento indescrivibile di chiarezza ma anche di serenità e di orientamento nuovo per tutta la sua vita. Probabilmente quel momento avvenne dopo un lungo cammino di cui in qualche modo Manzoni fa accenno anche nel raccontare le due vicende di conversione presentate nel suo romanzo. Mentre la sua conversione rimase racchiusa nel segreto del suo cuore le conversioni dei due personaggi del romanzo hanno una rilevanza pubblica. Ma forse esse vanno lette scorgendo tra le righe di quelle pagine una vicenda esistenziale ed un riflettersi del medesimo autore.

Ermes Visconti, amico del Manzoni a cui fu chiesta una lettura del romanzo nella sua prima redazione il ‘Fermo e Lucia’ scritta tra il 1821 e 1823, nelle sue note lo richiamava a non porre troppo ascetismo nella narrazione con parole proprie di libri relativi allo spirito cristiano. In riferimento alla descrizione della figura dell’innominato suggeriva di approfondire il caso umano più che la partecipazione cristiana e concludeva: “Perché non sarei capace, mi rimetto al parere di chi sa meglio di me, che sia convertire ed essere convertito”.

Manzoni tenne conto di queste osservazioni e, forse in base a questa sollecitazione, nelle edizioni successive aggiunse la famosa pagina della notte dell’Innominato:

“Già da qualche tempo cominciava a provare, se non un rimorso, una cert’uggia delle sue scelleratezze. Quelle tante ch’erano ammontate, se non sulla sua coscienza, almeno nella sua memoria, si risvegliavano ogni volta che ne commettesse una di nuovo, e si presentavano all’animo brutte e troppe: era come il crescere e crescere d’un peso già incomodo. Una certa ripugnanza provata ne’ primi delitti, e vinta poi, e scomparsa quasi a atto, tornava ora a farsi sentire. Ma in que’ primi tempi, l’immagine d’un avvenire lungo, indeterminato, il sentimento d’una vitalità vigorosa, riempivano l’animo d’un’audacia spensierata: ora all’opposto, i pensieri dell’avvenire eran quelli che rendevano più noioso il passato. “Invecchiare! morire! e poi?” E, cosa notabile! l’immagine della morte, che, in un pericolo vicino, a fronte d’un nemico, soleva raddoppiar gli spiriti di quell’uomo, e infondergli un’ira piena di coraggio, quella stessa immagine, apparendogli nel silenzio della notte, nella sicurezza del suo castello, gli metteva addosso una costernazione repentina. Non era la morte minacciata da un avversario mortale anche lui; non si poteva rispingerla con armi migliori, e con un braccio più pronto; veniva sola, nasceva di dentro; era forse ancor lontana, ma faceva un passo ogni momento; e, intanto che la mente combatteva dolorosamente per allontanarne il pensiero, quella s’avvicinava. Ne’ primi tempi, gli esempi così frequenti, lo spettacolo, per dir così, continuo della violenza, della vendetta, dell’omicidio, ispirandogli un’emulazione feroce, gli avevano anche servito come d’una specie d’autorità contro la coscienza: ora, gli rinasceva ogni tanto nell’animo l’idea confusa, ma terribile, d’un giudizio individuale, d’una ragione indipendente dall’esempio; ora, l’essere uscito dalla turba volgare de’ malvagi, l’essere innanzi a tutti, gli dava talvolta il sentimento d’una solitudine tremenda. Quel Dio di cui aveva sentito parlare, ma che, da gran tempo, non si curava di negare né di riconoscere, occupato soltanto a vivere come se non ci fosse, ora, in certi momenti d’abbattimento senza motivo, di terrore senza pericolo, gli pareva sentirlo gridar dentro di sé: Io sono però. Nel primo bollor delle passioni, la legge che aveva, se non altro, sentita annunziare in nome di Lui, non gli era parsa che odiosa: ora, quando gli tornava d’improvviso alla mente, la mente, suo malgrado, la concepiva come una cosa che ha il suo adempimento. Ma, non che aprirsi con nessuno su questa sua nuova inquietudine, la copriva anzi profondamente, e la mascherava con l’apparenze d’una più cupa ferocia; e con questo mezzo, cercava anche di nasconderla a se stesso, o di soggiogarla. Invidiando (giacché non poteva annientarli né dimenticarli) que’ tempi in cui era solito commettere l’iniquità senza rimorso, senz’altro pensiero che della riuscita, faceva ogni sforzo per farli tornare, per ritenere o per ria errare quell’antica volontà, pronta, superba, imperturbata, per convincer se stesso ch’era ancor quello” (A.Manzoni, I Promessi Sposi. Storia della colonna infame, a cura di A. Stella e C. Repossi, Torino, Einaudi-Gallimard, 291-2)

Manzoni nel rivedere le pagine del Fermo e Lucia, narra così la conversione dell’Innominato nei termini di un processo graduale faticoso, che trova il suo vertice drammatico nella notte dopo l’incontro con Lucia. Ma è un processo che matura poco alla volta, in una inquietudine che fa emergere una sensibilità legata al modo di intendere la fede di Pascal. E’ il Dio di Abramo di Isacco e di Giacobbe colui che si fa incontrare nella notte di fuoco. E Manzoni sottolinea anche che la via della grazia non irrompe in modi eclatanti e improvvisi ma segue le vie della maturazione umana, si inserisce tra le pieghe della vita con le sue ferite, interruzioni e inquietudini. Non si tratta così di un evento folgorante e miracoloso, ma di un lento cammino che coinvolge, genera domande, aperture, desideri e conduce a rivedere la propria esistenza con occhi nuovi. Fino al momento della crisi narrato nella inquieta notte del rapimento.

Manzoni conduce a scorgere il conflitto interiore, la crisi vissuta in un interrogarsi che si fa lucidità autocritica, rilettura della propria vita e desiderio di apertura a qualcosa di nuovo. Ciò che sta al cuore di questa speranza che irrompe nel quadro di considerazioni desolate sul proprio passato sono le semplici parole di Lucia. L’innominato è presentato secondo il profilo di un ‘tormentato esaminator di se stesso’ (311):

“A che cosa son ridotto! Non son più uomo, non son più uomo!… Via! – disse, poi, rivoltandosi arrabbiatamente nel letto divenuto duro duro, sotto le coperte divenute pesanti pesanti: – via! sono sciocchezze che mi son passate per la testa altre volte. Passerà anche questa”. E per farsela passare, andò cercando col pensiero qualche cosa importante, qualcheduna di quelle che solevano occuparlo fortemente, onde applicarvelo tutto; ma non ne trovò nessuna. Tutto gli appariva cambiato: ciò che altre volte stimolava più fortemente i suoi desidèri, ora non aveva più nulla di desiderabile: la passione, come un cavallo divenuto tutt’a un tratto restìo per un’ombra, non voleva più andare avanti. Pensando all’imprese avviate e non nite, in vece d’animarsi al com- pimento, in vece d’irritarsi degli ostacoli (ché l’ira in quel momento gli sarebbe parsa soave), sentiva una tristezza, quasi uno spavento de’ passi già fatti. Il tempo gli s’a acciò davanti voto d’ogni intento, d’ogni occupazione, d’ogni volere, pieno soltanto di memorie intollerabili; tutte l’ore somiglianti a quella che gli passava così lenta, così pesante sul capo. Si schierava nella fantasia tutti i suoi malandrini, e non trovava da comandare a nessuno di loro una cosa che gl’importasse; anzi l’idea di rivederli, di trovarsi tra loro, era un nuovo peso, un’idea di schifo e d’impiccio. E se volle trovare un’occupazione per l’indomani, un’opera fattibile, dovette pensare che all’indomani poteva lasciare in libertà quella poverina. “La libererò, sì; appena spunta il giorno, correrò da lei, e le dirò: andate, andate. La farò accompagnare… E la promessa? e l’impegno? e don Rodrigo?… Chi è don Rodrigo?”. A guisa di chi è colto da una interrogazione inaspettata e imbarazzante d’un superiore, l’innominato pensò subito a rispondere a questa che s’era fatta lui stesso, o piuttosto quel nuovo lui, che cresciuto terribilmente a un tratto, sorgeva come a giudicare l’antico” (310-11).

Giunge così ad un passo dal suicidio a prendere in mano un’arma per farla finita: ma un pensiero di speranza si affaccia: “Lasciò cader l’arme, e stava con le mani ne’ capelli, battendo i denti, tremando. Tutt’a un tratto, gli tornarono in mente parole che aveva sentite e risentite, poche ore prima: “Dio perdona tante cose, per un’opera di misericordia!” E non gli tornavan già con quell’accento d’umile preghiera, con cui erano state proferite; ma con un suono pieno d’autorità, e che insieme induceva una lontana speranza. Fu quello un momento di sollievo: levò le mani dalle tempie, e, in un’attitudine più composta, fissò gli occhi della mente in colei da cui aveva sentite quelle parole; e la vedeva, non come la sua prigioniera, non come una supplichevole, ma in atto di chi dispensa grazie e consolazioni” (312).

Manzoni qui delinea nel cambiamento dell’Innominato una sorta di resa, un abbandonare ogni pretesa e prepotenza, connesso all’uso delle armi, tenute in mano ancora, questa volta, non per affermare il proprio dominio sugli altri ma per togliere a se stesso la vita, per interrompere un tormento e il venir meno all’orgoglio. E’ così un arrendersi, un cedere le armi ed un presentarsi spoglio, nel proprio cuore, davanti a Dio, che coincide con una resa alle parole miti di Lucia, che rinviavano alla misericordia e ricordavano il perdono: si tratta di una resa liberante.

Nel dialogo con il cardinal Federigo Borromeo le parole del cardinale offriranno una sorta di interpretazione di quell’esperienza. Alla questione dove Dio si renda vicino, il cardinale suggerisce: “E chi più di voi l’ha vicino? Non ve lo sentite in cuore, che v’opprime, che v’agita, che non vi lascia stare, e nello stesso tempo v’attira, vi fa presentire una speranza di quiete, di consolazione, d’una consolazione che sarà piena, immensa, subito che voi lo riconosciate, lo confessiate, l’imploriate?” (327)

C’è un uomo nuovo che sta emergendo ma questa vita non è senza rapporto con il percorso di un ‘uomo vecchio’ in cui la voce della coscienza si faceva sentire pur rimanendo soffocata o flebile. Il superamento del passaggio vissuto è visto non come totale rottura ma nell’essere maturato nell’interezza di un percorso, nel valore dell’inquietudine della domanda che ha condotto al momento di consapevolezza nuova. Nulla è rigettato di quanto di buono era già presente e maturato nell’esistenza di quella vita, dei percorsi tortuosi e tormentati della coscienza. Non c’è eliminazione e scarto, ma superamento e assunzione.

“E voi domandate cosa Dio possa far di voi? […] cosa possa fare di codesta volontà impetuosa, di codesta imperturbata costanza, quando l’abbia animata, infiammata d’amore, di speranza, di pentimento? Chi siete voi, pover’uomo, che vi pensiate d’aver saputo da voi immaginare e fare cose più grandi nel male, che Dio non possa farvene volere e operare nel bene?” (328)

Il volto del cambiamento dell’Innominato sarà nell’andare solo senz’armi, capace di accettare di stare senza difese.

La conversione del giovane Ludovico che diverrà fra Cristoforo è un altro elemento per comprendere l’intera sua missione e l’incontro con Renzo. Aveva vissuto una giovinezza e il suo carattere manifestava da un lato desiderio di onestà ma anche tratti violenti. Educato al sistema feudale incontra il rifiuto e l’esclusione, si dedica a difendere le cause degli oppressi ma lo fa utilizzando i modi di prevaricazione dei bravi. Tuttavia vive interiormente il sentimento di un contrasto che permane, qualcosa di non risolto dentro di sè. L’idea di farsi frate, ‘sarebbe forse stata una fantasia per tutta la sua vita’, ma ad un certo punto divenne una scelta in seguito a quello che Manzoni indica come un ‘accidente’, l’uccisione del signore che ha incontrato per strada, evento tragico in cui perde la vita il suo compagno, di nome Cristoforo, che rimane ucciso. Ancora un momento puntuale, drammatico, ma che segna il punto di svolta e di arrivo di un lungo percorso. L’assunzione del nome dell’amico ucciso (Cristoforo, portatore di Cristo) al suo ingresso in convento è segno di un cambiamento e di un programma di vita.

L’itinerario di un cambiamento quale conversione è la questione centrale nella vita di Manzoni che si pone l’interrogativo su tale esperienza a partire dalla sua vicenda ma con sguardo anche a coloro che vivono una attitudine razionalistica, gli illuministi del suo tempo. Scrivendo all’amico Claude Fauriel, critico letterario, evoca come la dimensione del cuore non contrasti con lo spirito. Rilegge così le intuizioni di Pascal, in riferimento ad una fede che non si confonde con una costruzione intellettuale ma affonda nell’esperienza di un incontro vivente che coinvolge il ‘cuore’. Ezio Raimondi (Sulla conversione di Alessandro Manzoni, in http://www.bibliomanie.it) ha parole illuminanti commentando una lettera che Manzoni invia al suo interlocutore segnato da una mentalità razionalistica nell’invitarlo ad occuparsi di tale questione:

“posso esprimere, caro Fauriel, la speranza che anche voi ve ne occupiate (…) mi fa paura per voi la parola terribile Abscondisti haec a sapientibus et prudentibus, et rivelasti ea parvulis (…) ma non ho in realtà timore perché la bontà e l’umiltà del vostro cuore non è inferiore né al vostro spirito (esprit) né ai vostri lumi (lumières). Scusate la predica che un parvulus si prende libertà di farvi».

Così commenta Raimondi: “Si tratta di un testo straordinario, se lo si considera in una certa luce: è denso di significato, perché intanto Fauriel è un lettore dei migliori moralistes del Seicento e del Settecento e, a differenza di altri intellettuali della tradizione illuministica, ha il senso della personalità di Pascal. Del resto, Manzoni sta per l’appunto citando Pascal, nella speranza che l’altro capisca al volo. Coeur ed esprit sono due termini determinanti nel mondo di Pascal. Potremmo chiamare coeur la coscienza incarnata, quella che sente Dio: «non lo sentite nel cuore» del cardinale (ecco le rispondenze verbali). Esprit è la ragione, l’esprit géométrique che non può aspirare al sentimento diretto della presenza divina: questa riguarda tutta la realtà profonda dell’uomo.”

Forse il senso più profondo della conversione di fra Cristoforo può essere visto significato nel pezzo di pane che tira fuori da una vecchia scatola, e che lascia in dono ai due sposi Renzo e Lucia a conclusione del romanzo. Le sue parole che accompagnano quel gesto sono quasi eco delle parole di Lucia che ritornavano alla memoria nella notte all’innominato “Dio perdona tante cose, per un’opera di misericordia!”:

“Qui dentro c’è il resto di quel pane… il primo che ho chiesto per carità; quel pane di cui avete sentito parlare! Lo lascio a voi altri: serbatelo; fatelo vedere ai vostri figliuoli. Verranno in un tristo mondo, e in tristi tempi, in mezzo a’ superbi e a’ provocatori: dite loro che perdonino sempre, sempre! tutto, tutto!”.

Alessandro Cortesi op

 

 

Maria ss. Madre di Dio – anno 2017 – Giornata della pace

img_2064(Duomo di Trento – rosone della facciata)

Num 6, 22-27; Gal 4,4-7; Lc 2,16-21

I racconti dell’infanzia di Luca non sono narrazioni di cronaca o di descrizione di avvenimenti con preoccupazioni dello storico. Sono invece ricchi di teologia, intessuti di riflessioni indirizzate a comunità che vivono l’esperienza della fede in Gesù dopo la sua morte. Sono scritti pensando alla situazione di credenti che sperimentano le fatiche e difficoltà del continuare nel tempo la via del seguire Gesù. Luca proietta quindi sin nei primi momenti della vita di Gesù, il riferimento all’esperienza di coloro che hanno accolto la sua presenza e lo seguono.

Nello sguardo alle presenze che attorniano Gesù alla nascita Luca offre un quadro diversificato di reazioni e sentimenti. Pone così in luce i tratti dell’esperienza del credere e del discepolato nelle attitudini di coloro che hanno accolto la bella notizia dell’incontro con Gesù. In lui si è manifestato il volto di Dio che capovolge le logiche proprie del mondo riguardo alla grandezza ed è stato posto in discussione il modo di pensare Dio stesso. Luca insiste sul segno che riguarda una salvezza donata da Dio alla storia. Il segno è un bambino, avvolto in fasce: è un segno piccolo e povero, che contrasta con la grandezza degli imperi e con il dominio sui popoli (il censimento di Cesare Augusto). Gesù nella sua vita racconta il volto di un Dio che si può incontrare non nei luoghi del potere umano, ma nella vita dei poveri, nella condizione di chi è escluso “perché non c’era posto per loro nell’alloggio”.

Luca anche insiste su questo segno piccolo che è volto di un bambino con Maria e Giuseppe: è presenza di un bambino con i suoi genitori. L’incontro con Dio passa attraverso le vicende della vita umana ordinaria, nell’esperienza della cura per un bambino inerme, bisognoso di tutto, che nasce nel contesto di un amore umano concreto. L’incontro con Dio passa attraverso la cura ed il piegarsi all’umano fragile.

A questo punto Luca offre un profilo di chi è stato segnato da questa bella notizia presentando le reazioni di chi ha visto questo piccolo segno e se ne è lasciato toccare. Sono presenze non di chi umanamente è ritenuto importante o rilevante, ma di chi è marginale, di persone piccole, senza nomi illustri: sono i pastori, sono persone senza nome ma di cui si sottolinea la capacità di stupore, è Maria stessa, è Giuseppe.

Un primo tratto del profilo di chi segue Gesù è quello dell’uscire e del cammino: “i pastori andarono, senza indugio, e trovarono Maria e Giuseppe e il bambino, adagiato nella mangiatoia. E dopo averlo visto, riferirono ciò che del bambino era stato detto loro”.

I pastori si sono lasciati prendere da una chiamata di messaggeri e si sono posti in cammino: in ogni cammino umano, in ogni uscita da sicurezze per aprirsi all’incontro sta una novità e un dono. Tutto ciò avviene con urgenza: è bella notizia che apre a orizzonti nuovi la vita e chiede di essere comunicata. Dopo aver visto non rimangono chiusi, vanno a riferire, comunicano ad altri non un insegnamento ricevuto, né particolari richieste. Comunicano la gioia di un’esperienza inaudita: per loro, i dimenticati dalla storia, c’è posto nel cuore di Dio. La presenza di quel bambino dice loro che Dio si prende cura di chi è piccolo. Scorgono che l’incontro con Dio non è questione di sistemi religiosi o di appartenenze particolari, ma è possibile nella vita, nella loro vita concreta.

Una seconda reazione è quella di persone senza nome, di cui però si dice che vivono una ascolto di quanto è loro comunicato e si aprono allo stupore. “Tutti quelli che udivano si stupirono delle cose dette loro dai pastori”. Anche qui il riferimento va alla vita della comunità nel tempo: l’esperienza della fede sorge nella testimonianza e nel ricevere una parola di testimoni che ricordano e richiamano l’incontro con Gesù: da qui può nascere uno stupore che cambia l’esistenza. Lo stupore è il tratto proprio dei racconti dell’infanzia di Luca che in questo atteggiamento condensa il senso di novità che prende di fronte ad un’esperienza di un Dio che si rende vicino, che fa sorgere vita che porta nascite e nuovi inizi in situazioni segnate dalla sterilità, dalle vecchiaia, dalla difficoltà.

Infine Luca sottolinea una attitudine propria di Maria: “Maria, da parte sua, custodiva tutte queste cose, meditandole nel suo cuore”. Maria tiene insieme, fa simbolo. Il suo ascolto è interiore. Penso si possa leggere questa indicazione come movimento proprio del cuore del credente che tiene insieme lo sguardo di fronte al comunicarsi di un Dio che sceglie la povertà, fragile e vulnerabile, ad un operare di Dio e le difficoltà, domande e dubbi che provengono dalla storia, dalle contraddizioni.

Di Giuseppe non si dice nulla: solamente che era presente. Nel fugace accenno al suo nome si può cogliere solamente una presenza silenziosa, uno stare accanto che non fa mancare la sua cura, la sua vicinanza. E’ forse indicazione di una esperienza credente del mantenersi vicini, con la propria individualità, con il proprio nome, comunicando nel silenzio l’ascolto di una chiamata e di una missione. Giuseppe appare come un albero piantato, che rimane al suo posto e vive così la risposta al nome che gli è dato.

Infine ancora i pastori: Luca qui indica un altro tratto dell’esperienza del credere espresso nei verbi del lodare e rendere gloria a Dio. Nell’esperienza dell’incontro con Gesù, si apre una comprensione nuova della vita: la gloria di Dio si compie nella pace per coloro che egli ama. La gloria di Dio allora è la vita di chi vede riconosciuta la sua dignità, è una vita in relazioni nuove di giustizia, di riconoscimento. La gloria di Dio è possibilità al povero di avere dignità e vita.

“I pastori se ne tornarono, glorificando e lodando Dio per tutto quello che avevano udito e visto, com’era stato detto loro”

img_2284(disegno – cartone di Pietro Bugiani – Pistoia)

Voci di donne

Il 1 gennaio è giornata di preghiera per la pace. In questi giorni il settimanale “La repubblica delle donne” ha promosso un sondaggio sulla figura di donna dell’anno. Tre volti sono stati indicati: la mamma di Giulio Regeni, ricercatore torturato e ucciso al Cairo lo scorso gennaio, che ha manifestato coraggio e forza di fronte all’ingiustizia nella ricerca di verità; l’avvocato Lucia Annibali, sfigurata con l’acido dal suo ex partner e divenuta simbolo della lotta contro la violenza sulle donne; Giusi Nicolini, sindaca di Lampedusa, prima cittadina di un luogo di frontiera dell’accoglienza dei migranti che dall’Africa affrontano la traversata attraverso il mar Mediterraneo.

In una intervista a cura di Maria Accettura, Paola Regeni così si è espressa: “«Penso che in Italia anche chi proviene da un paese di piccole dimensioni possa diventare cittadino del mondo. Non a caso si parla di “identità glocali”, legate al territorio ma con uno sguardo aperto sul mondo. Fiumicello ha un’identità friulana ma è in posizione strategica e quindi in contatto con altre culture, con la Slovenia e l’Austria. Le nostre stesse famiglie d’origine hanno diverse provenienze. Noi abbiamo sempre viaggiato anche con i bambini piccoli, lo ritenevamo fondamentale per l’educazione. Perciò lasciare Giulio libero nelle scelte e negli spostamenti faceva parte del nostro modo di essere». E ad una domanda sul suo rapporto con suo figlio ha così risposto: “I figli ci insegnano molto se siamo disposti ad ascoltare. Giulio in particolare che cosa le ha trasmesso? «Mi ha permesso di seguirlo, che non è sempre scontato, e questo è stato stupendo. Mi ha insegnato molte cose a livello culturale, e con lo spirito critico che lo contraddistingueva ha cercato di farmi comprendere le problematiche che vivono i giovani di oggi. Giulio era energia: di fare, conoscere e relazionarsi».

Un’altra storia di madri – trascurata dalla grande comunicazione e che si pone in contrasto al dilagare di mentalità dello scontro e della pretesa di risolvere i problemi con la violenza e l’oppressione, proviene da una iniziativa organizzata da donne, madri appartenenti al movimento delle donne per la pace, sorto nel 2014 in Palestina: si tratta di una marcia di donne che recentemente hanno manifestato insieme, camminando, cantando e pregando ciascuna secondo le modalità della propria cultura e tradizione religiosa, ebree, musulmane e cristiane invocando una pace che appare impossibile tra israeliani e palestinesi (qui il video). Nella loro inermità si sono radunate a migliaia per esprimere nel camminare insieme un orizzonte inedito e nuovo ed hanno cantato la preghiera delle madri contro la logica della guerra.

Ancora una parola di donna dà a pensare: è la parola della madre di uno degli agenti che a Sesto san Giovanni hanno fermato e poi ucciso l’attentatore tunisino Anis Amri che pochi giorni prima a Berlino aveva compiuto una strage di persone inermi scagliandosi con un Tir a tutta velocità nel mercatino di Natale nei pressi della Gedächtnis Kirche. Mentre i titoli dei giornali e i commenti su questo evento risuonavano di parole d’odio, di vendetta, di soddisfazione per l’annientamento di un pericoloso criminale, le parole di questa madre  sono state una delle poche, flebili espressioni che hanno manifestato un pensiero anche per la vita di chi aveva seminato tanto dolore seguendo la logica assurda della violenza e che ha avuto anche la sua vita spezzata. Ha ricordato così il senso di una pietà umana di fronte alla morte di ogni uomo, anche dell’assassino, per non lasciarsi imprigionare dalla medesima logica di male e scegliere la nonviolenza: voce di una donna nel tempo della violenza.

Voci di donne in un giorno memoria di Maria e di preghiera per la pace.

Alessandro Cortesi op

img_2273-versione-2(Martino di Bartolomeo, polittico, part. 1403 – museo di san Matteo, Pisa)

XXIII domenica tempo ordinario – anno C – 2016

IMG_0518_2Sap 9,13-18; Fm 9-10.12-17; Lc 14,25-33

Gesù nel suo cammino ha chiamato altri a seguirlo e ha loro proposto un rapporto particolare con lui e alcune condizioni fondamentali per stare con lui. Luca raccoglie in una pagina una serie di insegnamenti di Gesù sulla sequela.

Richiama a questo dato essenziale: Gesù chiama a seguirlo. Non presenta come maestro una dottrina da imparare, non offre una proposta di carriera e di affermazione o di guadagno, non si pone nemmeno come fondatore di un nuovo gruppo. La sua proposta è un invito a condividere un cammino, ponendo i propri piedi sulle sue tracce. Invita ad essere coinvolti nella sua strada. Seguirlo è chiamata ad una condivisione e ad una relazione particolare con lui. Chiede di vivere la docilità ad ascoltare la parola di Dio con fedeltà, nel percorso intero della vita.

Un secondo aspetto da cogliere: Gesù si presenta con autorità in questa richiesta. Si tratta dell’autorevolezza di chi vive una testimonianza in mood radicale, per questo la sua pretesa suscita stupore. Le esigenze presentate a chi desidera seguirlo richiedono una decisione chiara e definitiva. Essere discepoli si attua nel seguire. La strada che Gesù apre è cammino per ognuno e nelle diverse fasi della vita. Seguirlo implica ogni giorno rimanere in ascolto della parola di Dio.

Luca raccoglie alcune condizioni per chi segue Gesù: la prima riguarda il mettere lui al primo posto. “se uno viene a me e non ‘odia’ suo padre, sua madre…” Il termine ‘odiare’ richiede una lettura attenta ed un’interpretazione. L’uso di questo termine proviene dall’assenza nelle lingue semitiche del modo di dire ‘amare di meno’: per esprimere un amore non totalizzante è quindi usato il verbo ‘odiare’. Le parole di Gesù non sono per l’odio ma per amare: chiede di amare non solo i vicini e gli amici ma anche i nemici. Inoltre Gesù richiama anche la cura dei rapporti familiari prima e al di sopra di un culto separato dalla vita (Mt 15,3-6): la sua critica è dura contro coloro che facevano un’offerta al tempio e con questo si ritenevano esonerati dall’onorare il padre e la madre e facendo così “annullavano la parola di Dio”. Gesù chiede a chi lo segue di porre la relazione con lui e di riferire tutta la vita a lui. Il seguire lui viene prima di ogni altra cosa: non contrasta gli affetti più cari, ma vivere lo stile da lui testimoniato conduce a vivere in profondità tutti i rapporti e apre la vita nella logica del dono e del servizio.

La seconda condizione è la scelta di andare dietro a lui ‘portando la croce’: la croce è sintesi dell’intero progetto di vita di Gesù, la sua scelta di essere uomo per gli altri fino alla fine. La croce è strumento di tortura e di violenza e di dolore, segno della violenza umana. Gesù è rimasto fedele ad una vita intesa come servizio anche sulla croce. Ha testimoniato che anche lì, nel luogo della morte, è possibile rimanere fedeli all’amore. Per lui la croce è luogo in cui ha attuato il dono di sé e la solidarietà fino in fondo con tutti, con gli umiliati e i sofferenti. La croce diviene quindi indicazione di un cammino che non viene meno all’affidamento di sé a Dio e all’amore per gli altri, anche laddove sembra impossibile, nella sofferenza e del dolore. Scrivendo il vangelo Luca, con riferimento ad una comunità che vive la fatica di continuare una fedeltà nel tempo, aggiunge una precisazione importante: seguire Gesù non è questione di momenti eccezionali ma di quotidianità. Le scelte di ogni giorno, i gesti quotidiani sono luogo in cui attuare la sequela di Gesù: “se qualcuno vuole venire dietro a me, rinneghi se stesso, prenda la sua croce ogni giorno e mi segua” (Lc 9,23; cfr Mt 10,38).

La torre da costruire e la guerra da preparare, sono due immagini che indicano innanzitutto la libertà e la consapevolezza che Gesù chiede ai suoi discepoli. Contro ogni tipo di superficialità e di avventatezza chiede un coinvolgimento dell’esistenza in tanti aspetti. Rinunciare ai beni indica una attitudine di libertà. Non è richiesta di non usare i beni necessari alla vita, ma è indicazione di uno stile di non appropriamento della vita e di tutti i beni nell’indifferenza verso gli altri. E’ lo stile dei miti e dei poveri. Farsi borse che non invecchiano è l’immagine che invita a scoprire come l’unica vera ricchezza è la condivisione.

Alessandro Cortesi op

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Borse che non invecchiano

Il 27 agosto 1999, quindici anni fa, moriva Hélder Câmara, arcivescovo di Olinda-Recife uno dei vescovi latinoamericani che partecipò al Vaticano II e visse la scelta di una chiesa povera per i poveri nel contesto latinoamericano. Nato nel 1909 in una famiglia numerosa entrò in seminario e fu ordinato sacerdote nel 1931. Cresciuto in ambiente piuttosto conservatore visse una conversione nella sua vita a partire dal 1952, anno in cui fu nominato vescovo ausiliare di Rio de Janeiro. Diviene noto a quel tempo come il ‘vescovo delle favelas’ e la sua testimonianza si diffuse. Promosse poi la nascita della Conferenza episcopale brasiliana quale organo di servizio e coordinamento.

Partecipò al Vaticano II. Al Concilio ispirò il ‘Patto delle catacombe’ di cui fu redattore, un invito ai fratelli nell’episcopato a condurre una vita di povertà e ad essere una Chiesa serva e povera. Un testo di presa di impegno in cui i vescovi firmatari affermano la loro decisione a vivere essi stessi la povertà reale delle maggioranze e a soffrire il disprezzo generato da questa povertà reale. Una assunzione di impegno da parte di chi, proprio per la sua responsabilità, dovrebbe vivere per primo e esigenze del vangelo e attuare una cambiamento radicale rispetto ad un modo di intendere la chiesa come una società di potere e di suddivisioni gerarchiche. Le sue note nel tempo del Concilio sono state pubblicate nel libro “Roma, due del mattino” (San Paolo 2011).

Nel 1964, anno del golpe che diede inizio al regime militare in Brasile, viene nominato arcivescovo di Recife, nel Pernambuco, una tra le regioni più povere del Brasile. Dom Hélder, così volle sempre essere chiamato aveva un particolare stile di sobrietà e di attenzione alle persone, con tutti coloro che incontrava: il tratto tipico del suo farsi incontro stava nell’ascolto.

Tale sua impostazione si ritrova nella conferenza di Medellin nei cui documenti si legge: «Vogliamo che la nostra Chiesa latino-americana sia libera da legacci temporali, da connivenze e ambiguo prestigio; che, “libera in spirito rispetto ai vincoli della ricchezza”, sia più trasparente e forte nella sua missione di servizio» (n. 18). Molti suoi scritti e discorsi furono raccolti da amici e pubblicati nel libro Rivoluzione nella pace (ed. Jaca Book 2013)

Il suo stile si pone come radicalmente distante dalle forme dell’uso del potere del denaro, di ricerca di visibilità, di affermazioni di superiorità e di privilegio, di clericalismo ancor così presenti e diffuse nella chiesa soprattutto nelle sue strutture di vertice. Diceva: “Quando do da mangiare a un povero mi chiamano santo ma quando chiedo perché i poveri non hanno cibo, allora mi chiamano comunista”. Quest’espressione è stata ripresa da Francesco, vescovo di Roma, pochi mesi fa nel dialogo con alcuni giovani belgi: “Ho sentito che una persona ha detto: con tutto questo parlare dei poveri, questo Papa è un comunista! No, questa è una bandiera del Vangelo, la povertà senza ideologia; i poveri sono al centro del Vangelo di Gesù”.

Così dom Helder parlava del suo sogno: “Ho molta fiducia nei piccoli, nei deboli che si uniscono in movimenti nonviolenti, senza aver bisogno di prestigio, sia nei nostri che nei vostri paesi, piccoli gruppi senza potere che si mettono d’accordo per affermare senza odio, senza violenza alcuna, ma anche senza codardia, per affermare che bisogna arrivare a condizioni giuste e umane nelle relazioni tra pesi ricchi e paesi poveri, tra le grandi compagnie ed i nostri paesi… E Dio che ama gli umili, i deboli, i piccoli; non abbandonerà questo mondo. E’ lui la forza della nostra debolezza!. Partire è anzitutto uscire da sé. Rompere quella crosta di egoismo che tenta di imprigionarci nel nostro io. Partire è smetterla di girare in tondo intorno a noi, come se fossimo al centro del mondo e della vita. Partire è non lasciarsi chiudere negli angusti problemi del piccolo mondo cui apparteniamo: qualunque sia l’importanza di questo nostro mondo l’umanità è più grande ed è essa che dobbiamo servire. Partire non è divorare chilometri, attraversare i mari, volare a velocità supersoniche. Partire è anzitutto aprirci agli altri, scoprirli, farci loro incontro”.

Alessandro Cortesi op

XX domenica tempo ordinario – anno C – 2016

IMG_0599_2Ger 38,4-6.8-10; Ebr 12,1-4; Lc 12,49-57

“Sono venuto a gettare fuoco sulla terra, e quanto vorrei che fosse già acceso! Ho un battesimo nel quale sarò battezzato, e come sono angosciato finché non sia compiuto!”.

Gesù parla della sua passione come di un ‘battesimo’, termine che traslittera l’espressione greca che significa ‘immersione’. Immergersi è scendere giù, sotto, sprofondare. Immersione è discesa sotto l’acqua in una condizione che evoca la sepoltura. L’immagine del battesimo/immersione richiama così lo sprofondare nella morte. In tale discendere è indicato il percorso di Gesù nella passione: uno scendere nell’abisso dell’ingiustizia e della violenza, un farsi sommergere dalla malvagità e dalla cecità del potere. Il suo battesimo è la sua morte. La discesa nelle acque ne diviene metafora come segno di una scelta di fede nel seguire Gesù nel suo cammino.

Gesù manifesta lucidità di fronte a quanto lo attende, ma non fugge di fronte ad un esito della sua vita che si profilava tragico. Nei vangeli si trova attestazione della sua dirittura nell’andare incontro al rifiuto e alla violenza ostile per portare fino in fondo la sua fedeltà al regno di Dio. Di fronte a questa ‘immersione’ ha paura e angoscia: non è un eroe superiore alle sofferenze e insensibile, ma condivide l’angoscia e il senso di debolezza di chi si sente fragile. Gesù vive questa immersione nella morte in un modo nuovo: la rende luogo di dono e di consegna di sé sino alla fine. Non si fa complice del male, non sceglie la via della violenza, ma apre una via nuova: fa di quella morte il luogo di una testimonianza della possibilità di amare anche lì, fino alla fine.

Un desiderio forte prevale al cuore della sua vita: è il desiderio che il fuoco della sua missione possa rimanere acceso e accendere altri. Fuoco è immagine biblica che rinvia alla parola dei profeti (cfr. Ger 5,14 ad es.), alla fine dei tempi ed al giudizio (Is 66,15; Lc 3,). E’ anche riferimento al dono dello Spirito: Luca presenta infatti nel quadro della Pentecoste (At 2,3) le fiamme di fuoco che si dividono e si poggiano sul capo di ciascuno degli apostoli quale segno del dono dello Spirito. L’immersione nella passione porterà ad un dono che è dono del respiro di Gesù, lo spirito che animava la sua esistenza, lo Spirito che rimane dentro e dà vita a coloro che lo seguono.

Anche nel vangelo di Marco si ritrova questo riferimento alla morte di Gesù come battesimo. Ai due discepoli che gli chiedevano i primi posti Gesù dice: “‘Potete bere il calice che io bevo, o ricevere il battesimo con cui sono battezzato?’ Gli risposero: ‘Lo possiamo’. E Gesù disse: ‘Il calice che io bevo anche voi lo berrete, e il battesimo che io ricevo anche voi lo riceverete. Ma sedere alla mia destra o alla mia sinistra non sta a me concederlo” (Mc 10,38-39).

La passione ha così i tratti di un’immersione nella morte. Ma la violenza e la morte non sono l’ultima parola. Si apre una vita che sconfigge le forze della morte: è il dono dello spirito. E il discepolo è chiamato a seguire il percorso del maestro.

“…corriamo con perseveranza nella corsa che ci sta davanti, tenendo fisso lo sguardo su Gesù, colui che dà origine alla fede e la porta a compimento. Egli, di fronte alla gioia che gli era posta dinanzi, si sottopose alla croce, disprezzando il disonore, e siede alla destra del trono di Dio. Pensate attentamente a colui che ha sopportato contro di sé una così grande ostilità dei peccatori, perché non vi stanchiate perdendovi d’animo. Non avete ancora resistito fino al sangue nella lotta contro il peccato” (Eb 12,1-4). Il battesimo che Gesù ha vissuto è immersione nella morte per poter comunicare quel fuoco che non distrugge ma vince ogni male che rende la vita meno umana ed è quindi forza di vita nuova.

“D’ora innanzi in una casa di cinque persone si divideranno tre contro due e due contro tre; padre contro figlio e figlio contro padre, madre contro figlia e figlia contro madre”. Aderire a Gesù, alla sua persona, conduce ad una decisione che non può lasciare indifferenti o neutrali. Il fuoco che Gesù comunica genera scelte di cambiamento, di ripensamento della propria esistenza in rapporto agli altri, di condivisione. La scelta segna la vita di ogni comunità che prende sul serio la proposta di Cristo. Il tempo presente è il tempo della comunità in cui sono già iniziati gli ultimi tempi: ognuno è posto di fronte a scelte decisive sull’orientamento di fondo dell’esistenza. Luca sottolinea la radicalità della scelta nel seguire Gesù.

Seguire Gesù non pone ‘contro’ qualcuno, eppure suscita ostilità o rifiuto da parte di chi non vuole cambiare nulla, intende mantenere situazioni di ingiustizia, è preoccupato solo di difendere privilegi o potere. La scelta di stare con Gesù lasciandosi prendere dal fuoco della sua missione non si compie senza difficoltà e incomprensioni: genera rifiuto e conduce a subire emarginazione. Lo stile che Gesù ha scelto, quello della nonviolenza, deve essere lo stile del discepolo.

Gesù infine chiede di ‘giudicare da voi ciò che è giusto’: è una chiamata a scegliere in rapporto a lui ed è un appello alla responsabilità. E’ una chiamata a prendere posizione e a leggere i segni della presenza di Dio nella storia.

Alessandro Cortesi op

Team Refugees

Fuoco sulla terra

In questi giorni si stanno svolgendo i giochi olimpici a Rio de Janeiro ed un fuoco è al centro della grande manifestazione che raccoglie atleti da tutto il mondo nella partecipazione alle gare. Quel braciere, acceso con la torcia olimpica portata dai tedofori nella lunga corsa, può facilmente sfuggire allo sguardo quale frammento di una gigantesca coreografia delle olimpiadi divenute un ingranaggio della grande macchina del mercato mondiale. Ma nel suo fuoco reca tuttavia con sé antichi e dimenticati riferimenti. E’ rinvio al fuoco sacro di Olimpia che rimanendo acceso durante tutta la durata dei giochi segnava anche un confine alla guerra facendola tacere almeno per un tratto e delimitava un tempo di sospensione dalla violenza.

Quel fuoco recava in sé una nostalgia e una promessa di pace, tutti elementi tragicamente negati dagli eventi che viviamo in questi giorni. Altri fuochi ben diversi sono  sputati da armi che alimentano il conflitto senza tregua in Siria, vengono accesi nella durissima repressione del golpe in Turchia in cui ogni diritto viene calpestato. Ancora fuochi ben diversi sono quelli delle bombe che hanno portato distruzione in ospedali in luoghi di cura di malati e bambini, o nell’assedio di Aleppo dove due milioni di persone sono rinchiuse senza acqua e elettricità, proprio in questi giorni in cui le prime pagine dei giornali sono occupate dai record dei migliori atleti mondiali.

Forse questo fuoco olimpico può illuminare anche aspetti rimasti al buio dell’evento delle Olimpiadi e di situazioni dei nostri giorni che rischiamo di vivere da spettatori distratti: illumina le favelas di Rio in cui le Olimpiadi vengono percepite solamente come eco di un mondo ricco e inavvicinabile, dove lo spettacolo è osservato da lontano mentre la vita di stenti non è per nulla cambiata. Esso illumina la squadra dei rifugiati che è riuscita a partecipare alle Olimpiadi 2016, senza attirare troppa attenzione da parte dei media: di essa fanno parte atleti fuggiti dai loro paesi tra i tanti migranti che hanno cercato rifugio ed hanno continuato a coltivare un sogno, pur essendo ormai senza patria, o meglio avendo scoperto che siamo tutti stranieri in cerca di una patria comune.

Il fuoco di quel braciere può ricordare che nel nostro tempo dovrebbe essere rovesciato il motto olimpico: citius, altius, fortius. Quel fuoco può suggerire ad un mondo che guarda solo ai primi e si lascia attrarre solo dai record o dai fallimenti e delusioni dei campioni, di pensare al senso perduto di un evento ordinario e quotidiano come il gioco nella vita umana indirizzndo lo sgaurdo a chi resta indietro, a chi solo ha partecipato. Nel gioco ciascuna e ciascuno può partecipare, indipendentemente dalle fattezze del proprio corpo, nel riconoscimento della propria provenienza,  e vivere quel sentimento profondamente umano della gioia di gareggiare, di affrontare insieme lo sforzo e la fatica. Nel gioco tutti possono misurarsi nella competizione in cui l’altro non è un nemico ma un volto accomunato nella medesima umanità e passione, tutti possono manifestare l’abilità quale dono di natura e frutto di esercizio, tutti possono vivere la gioia di vincere ma anche assaporare la gioia di perdere scoprendo come proprio nel perdere s’impara l’autentica vittoria non di un momento ma del crescere nel divenire più umani.

Quel fuoco ricorda allora di cambiare prospettiva, non solo in rapporto alle olimpiadi, da scorgere recuperando la luce di quell’antico fuoco liberandolo dal rimanere elemento decorativo e retorico. E’ richiamo ad una conversione in rapporto al modo globale di concepire l’esistenza: non più citius altius fortius più veloce, più in lato, più forte, ma lentius profundius suavius, più lentamente, più in profondità, più dolcemente. Questo potrebbe essere il motto di un mondo che scopre dimensioni inedite e da praticare nella scelta della possibilità dell’impossibile. Lo ricordava Alex Langer anni fa in un suo intervento ripreso nella raccolta di suoi scritti ‘Il viaggiatore leggero’:

“Sinora si è agito all’insegna del motto olimpico ‘citius, altius, fortius’ – più veloce, più alto, più forte – che meglio di ogni altra sintesi rappresenta la quintessenza dello spirito della nostra civiltà, dove l’agonismo e la competizione non sono la mobilitazione sportiva di occasioni di festa, bensì la norma quotidiana ed onnipervadente. Se non si radica una concezione alternativa, che potremmo forse sintetizzare, al contrario, in ‘lentius, profundius, suavius – più lento, più profondo, più dolce -, e se non si cerca in quella prospettiva il nuovo benessere, nessun singolo provvedimento, per quanto razionale, sarà al riparo dall’essere ostinatamente osteggiato, eluso o semplicemente disatteso(da Intervento ai Colloqui di Dobbiaco 94, in Alexander Langer, Il viaggiatore leggero. Scritti 1961-1995, Sellerio 2011, 210).

Alessandro Cortesi op

 

XIII domenica tempo ordinario – anno C – 2016

IMG_0149_2.jpg1 Re 19,16-21; Gal 5,1.13-18; Lc 9,51-62

Eliseo è investito della chiamata a seguire il grande profeta Elia quando viene coperto dal mantello gettato su di lui. La sua vita cambia: il mantello diviene così simbolo di una svolta, indica una chiamata ed un invio. Lascia il suo lavoro, la cura dei buoi che guidavano la sua aratura e si pone al servizio di Elia, lo segue divenendo suo discepolo: si apre il cammino alla missione del profeta. Sarà uomo di Dio; la sua missione non è un attività da eseguire ma consiste nel rimanere in ascolto, nello stare sotto la parola di Dio, esserne annunciatore senza temere i potenti. Alla morte di Elia, Eliseo raccoglierà il suo mantello (2Re 2,13-14), con esso aprirà ancora le acque, segno di un esodo che si rinnova: testimoniare la parola di Dio è apertura di percorsi di liberazione per tutti, per chi si sente estraneo e lontano, oltre i confini (2Re cap. 5; cfr. Lc 4,27). Nei suoi gesti Eliseo si manifesta ‘uomo di Dio’, testimonia che Dio è liberatore e vicino, e non segue le logiche di dominio umane. Il mantello ricevuto al momento della sua chiamata gli apre la strada ad attuare in modo nuovo il percorso di liberazione dell’esodo, un percorso personale, e che si allarga a divenire esperienza di popolo.

“mentre stavano compiendosi i giorni in cui Gesù sarebbe stato tolto dal mondo si diresse decisamente verso Gerusalemme.. mentre andavano per strada un tale gli disse…”. La strada verso Gerusalemme è luogo del camminare di Gesù, percorso che simboleggia l’intera sua vita. Le prime testimonianze su Gesù lo presentano come ‘colui che è passato facendo del bene…’ (cfr. At 10,38). Il suo cammino è un andare attraversando strade luogo di incontro, ma anche un rimanere in cammino interiore: sulla strada Gesù incontra, dialoga, e coinvolge nel suo itinerario.

Gesù ‘fece il viso duro’ e si diresse verso Gerusalemme: decide liberamente di affrontare il rifiuto che si oppone al suo camminare, al suo passare facendo del bene. Si dirige verso la città del tempio e della classe sacerdotale, centro dei poteri politico e religioso che si sentono minacciati dalla sua predicazione inerme. Ma Gerusalemme è anche il luogo dell’alzarsi dalla morte, dell’orizzonte di pace a cui il suo stesso nome fa riferimento.

Il suo cammino diviene anche proposta ai suoi di mettersi in cammino, di uscire dalle tranquille sicurezze, per vivere la sfida e la precarietà del viaggio. Israele era nato come popolo nel cammino dall’Egitto alla terra promessa. La fede biblica è impregnata del senso del camminare, nel deserto, nella scoperta della presenza di Dio vicino, pellegrino e nomade con il suo popolo. Nel cammino si incontra Dio che spinge ad andare sempre oltre, a guardare al futuro come suo dono.

Nel cammino Gesù rifiuta ogni logica di violenza anche di fronte a chi non vuole riceverlo. Rimprovera i suoi che pensano di mandare il fuoco quale segno di Dio. Gesù si distanzia da tutto ciò: il fuoco che vuole accendere è di tipo totalmente diverso dal fuoco che distrugge, è piuttosto fuoco di dedizione nonostante il rifiuto.

Sulla strada varie persone chiedono a Gesù di seguirlo; Gesù stesso rivolge l’invito ‘seguimi’. Al cuore di questo brano Luca indica così la questione del seguire Gesù. ‘seguire’ è verbo che racchiude tutta la vita di chi si pone in relazione con Gesù. Non si tratta di acquisire un sapere riservato o particolari abilità. Seguire non è neppure sinonimo di una esecuzione obbediente di un codice di comportamenti o di regole stabilite. E’ piuttosto movimento dell’intera esistenza: è verbo di movimento, implica scelte libere, ad ogni passo incontra rischi, sfide, imprevisti, esige creatività, impegno e lotta per andare avanti. Seguire sulla strada implica soprattutto una condivisione di vita, entrare in un rapporto personale.

La strada, interiore ed esteriore costituisce il luogo in cui il rapporto si attua nella vita. Gesù chiama con urgenza e con una sorprendente radicalità. A differenza di Eliseo Gesù chiede un’apertura al futuro che non lasci spazio a chiusure o nostalgie del passato. Chi decide di seguire Gesù è chiamato a condividere la sua precarietà, non ci saranno ‘tane sicure’ o nidi protetti. E’ chiamata ad una vita che non può lasciarsi imprigionare dalla morte: ‘Lascia che i morti seppelliscano i loro morti’. Gesù pone una esigenza radicale che coinvolge tutta l’esistenza: “Nessuno che ha messo mano all’aratro e poi si volge indietro, è adatto per il regno di Dio”. L’aratro preso tra le mani è simbolo di scelte capaci di durata nell’affidamento a lui. E’ un aratro per rivolgere le pesanti zolle della terra della nostra vita, un aratro per poter seminare e rendere la terra accogliente di un dono.

Il cammino racchiude l’esistenza di Gesù e nell’appello seguimi Gesù coinvolge la nostra nella sua: è una chiamata alla speranza, alla vita condivisa, al generare una convivenza di pace.

Luca presenterà l’esempio della vita del discepolo come l’andare per la strada: i due discepoli, sconsolati, di Emmaus, incontrano proprio sulla strada uno sconosciuto che si affianca, li segue e si ferma con loro accendendo un fuoco di presenza e di gioia nel loro cuore. Il camminare di Gesù con noi è cammino di compagnia e di vicinanza: nel dialogo si fa progressivamente strada il riconoscimento la scoperta del significato della sua morte e l’apertura alla novità della risurrezione.

Alessandro Cortesi op

 

IMG_0143_2.jpgFuoco dal cielo

“L’autentica rivoluzione è quella dello spirito, nata dalla convinzione intellettuale della necessità di cambiamento degli atteggiamenti mentali e dei valori che modellano il corso dello sviluppo di una nazione. Una rivoluzione finalizzata semplicemente a trasformare le politiche e le istituzioni ufficiali per migliorare le condizioni materiali ha poche probabilità di successo”

E’ un pensiero di Aung San Suu Kyi, leader della resistenza nonviolenta da trent’anni in Birmania, che sintetizza la sua azione e la sua testimonianza. Fondatrice della Lega Nazionale per la democrazia nel 1988, Premio Nobel per la pace nel 1991. Benché avesse vinto le elezioni del 1990 fu costretta agli arresti domiciliari per quindici anni in un paese in cui le forze militari, in seguito ad un colpo di stato nel 1962, hanno tenuto per decenni il controllo del parlamento instaurando una dittatura e soprattutto dominando l’economia instaurando un monopolio di aziende che ha generato ingenti ricchezze per i generali. Una clausola della costituzione redatta appositamente contro San Suu Kyi le impedisce di essere presidente. Dopo la vittoria nelle prime elezioni libere svoltesi nel novembre 2015 dopo 54 anni di dittatura, non ha così potuto ottenere la carica di presidente, affidata al suo amico d’infanzia Htin Kyaw, ma certamente guiderà le politiche del governo nonostante il persistente controllo e la presenza in parlamento di una forte componente dei militari.

Aung San Suu Kyi ha resistito in stile di nonviolenza alla privazione di libertà a cui è stata sottoposta ed ha sopportato la sofferenza del distacco dai suoi figli e dal marito, fino a non poterlo vedere nel tempo della malattia che l’ha condotto alla morte. The Lady – questo è il soprannome con cui è stata indicata, divenuto il titolo del film di Luc Besson del 2011 – ha mantenuto fedeltà ad una solidarietà con il suo popolo sulle tracce dell’insegnamento buddista e dell’esempio di Gandhi della nonviolenza, con fermezza ma senza mai cedere alla logica della violenza propria dei generali del regime. Famosa è la canzone a lei dedicata dagli U2, dal titolo Walk on, vai avanti (estratto dall’album “All That You Can’t Leave Behind”:

“E l’amore non è cosa facile
L’unico bagaglio che puoi portare
E l’amore non è cosa facile
L’unico bagaglio che puoi portare
E’ tutto ciò che non puoi lasciare indietro
E se la tenebra è per tenerci separati
E se la luce del giorno sembra essere molto lontana
E se il tuo cuore di vetro si spezzasse
E per un secondo tu tornassi indietro
Oh no, sii forte
Vai avanti, vai avanti
Quello che possiedi, non possono rubartelo
No, non possono nemmeno sentirlo
Vai avanti, vai avanti
Stai al sicuro questa notte
Stai facendo la valigia per un posto
Dove nessuno di noi è stato
Un posto che deve essere creduto per essere visto
Avresti potuto volare via
Un uccello che canta in una gabbia aperta
Che volerà solamente, volerà solo verso la libertà
Vai avanti, vai avanti ……”

Orchidea d’acciaio è stato il nome con cui San Suu Kyi è stata descritta per la sua decisione unita alla gentilezza a cui mai è venuta meno.

“Signore vuoi che diciamo che scenda un fuoco dal cielo e li consumi? Si voltò e li rimproverò…”(Lc 9,54-55)

Alessandro Cortesi op

V domenica tempo ordinario – anno C – 2016

Pesca+Milagrosa_.jpgIs 6,1-8; 1Cor 15,1-11; Lc 5,1-11

Il tema della chiamata è filo rosso delle letture. La narrazione della vocazione, di Isaia avviene nel tempio, luogo sacro, in un’atmosfera solenne, avvolta dal fumo degli incensi e da suoni di voci che inneggiano al ‘Santo’. Isaia avverte la sua piccolezza a contrasto con la magnificenza del luogo e delle sue liturgie. Percepisce le voci di un inno al Dio, unico Santo e alla sua gloria.

Toccato dalla manifestazione della santità di Dio, si sente schiacciato dal suo ‘peso’ (gloria) percepisce la sua fragilità. Si scopre uomo ‘dalle labbra impure’, che non può accostare il Santo. Irrompe un gesto simbolico, quasi un rito, ad opera di uno dei serafini: un carbone ardente preso con le molle dall’altare, gli viene posto sulle labbra. E’ fuoco di una parola che dovrà portare. La Parola del Dio potente e santo discende, si consegna e brucia le labbra impure che ne escono trasformate.

‘Chi manderò e chi andrà per noi?’ ‘Eccomi manda me’. La risposta esprime una scoperta e consapevolezza nuova: è la risposta del profeta, che interpellato avverte la chiamata come una domanda che lo coinvolge. E’ chiamato a portare una parola non sua che l’ha bruciato dentro. La sua carne recherà quella cicatrice, segno di una ferita indelebile. La presenza di Dio chiede coinvolgimento e testimonianza: le labbra del profeta divengono memoria della Parola altra di Dio santo e della sua vicinanza che prende e trasforma.

Anche Luca narra una chiamata. L’ambiente è diverso: le rive del lago di Genesaret. Si può scorgere in questo racconto la memoria dell’incontro con Gesù dopo la risurrezione, riportato ad un momento della sua vita. Centro della pagina non è un miracolo di una grande pesca atto a suscitare il senso del meraviglioso, ma le parole e i gesti di Gesù che aprono a cogliere il significato del seguirlo.

Nel momento in cui Gesù termina di insegnare invita Simone. ‘Prendi il largo e calate le reti per la pesca’… Il suo insegnare si conclude con la richiesta di un’apertura, di una fiducia nuova: ‘prendere il largo’. Di fronte al fallimento Gesù solamente suggerisce nuovi orizzonti, al largo, e apre fiducia sulla sua parola: “Maestro abbiamo faticato tutta la notte e non abbiamo preso niente, ma sulla tua parola getterò le reti”. Una notte senza pesca, un fallimento si ribalta in una sorpresa per una pesca senza paragoni: “e avendolo fatto, presero una quantità enorme di pesci e le reti si rompevano”.

In un’immagine è presentata l’esperienza della comunità che si avverte svuotata dopo la fatica: il fallimento, la tristezza, la delusione, l’invito a ‘prendere il largo’, la sorpresa per qualcosa di totalmente nuovo. Irrompe un’abbondanza spropositata, inattesa e sconvolgente. Le reti stesse si rompono. L’apertura dell’incontro va oltre i mezzi, le reti utilizzate.

Pietro a questo punto riconosce in tale abbondanza la forza della parola: ha gettato le reti fidandosi di quella parola. La desolazione si trasforma in gioia, ma anche suscita in lui il senso del suo limite, la consapevolezza di indegnità. Si scopre peccatore, capace di indifferenza e di tradimento. ‘Signore, allontanati da me che sono un peccatore’. E’ la reazione dell’uomo religioso, che avverte impotenza e timore e vuol tenersi lontano, nella condizione del terrore davanti al sacro divino.

Come il carbone ardente sulle labbra di Isaia, ora la parola di Gesù rende Pietro un uomo nuovo. Da uomo ‘religioso’ è chiamato a diventare un credente, capace di affidarsi alla sola bontà di Dio. Non per la sua grandezza o purità, ma per puro dono di un amore gratuitamente ricevuto. La parola di Gesù è ‘non temere’. E’ un’eco dell’annuncio alle donne al sepolcro il mattino di Pasqua: ‘non abbiate paura’.

L’incontro con Gesù viene così descritto come superamento di ogni paura, liberazione dal peso di ogni indegnità. Pietro sarà così ‘uno di coloro che erano con Gesù’. Gli verrà ricordato da una delle serve nel cortile del sommo sacerdote (Lc 23,56ss.) proprio nel momento in cui Gesù stava subendo il processo. Pietro scoprirà nella sua vita di essere e rimanere uno dei suoi, e proprio nel momento più drammatico quando, nel medesimo istante, si stava sottraendo al suo maestro e veniva però raggiunto dal suo sguardo di amore. Nel suo essere tra coloro che lo abbandonò rimane ‘uno di quelli che erano con lui’, partecipe del cammino della comunità ‘uno dei loro’. Proprio nel suo peccato e nella sua lontananza è chiamato e salvato per essere ‘pescatore di uomini’ (non uno che porterà morte, ma ‘colui che porterà vita’): il suo prendere il largo avrà i caratteri del rapporto con altri trasmettendo vita, da quella parola accolta.

Chiamata è evento di incontro, di presenza interiore che spinge, apre, trasforma. E’ anche passaggio dalla paura ad una fiducia non basata sulle proprie grandezze, ma sulla scoperta della gratuità del dono di Dio.

Alessandro Cortesi op

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Per grazia di Dio sono quello che sono

“Mi è chiesto un commento sulla nuova disciplina sulle unioni civili, cd. Cirinnà, come giurista, docente universitaria ma anche donna credente impegnata all’interno della Chiesa locale. Premetto che in queste settimane ho vissuto con fatica e disagio, sul tema, queste mie diverse ‘appartenenze’ nella ricerca di un’analisi fedele al dettato normativo ma anche filtrata dall’universo dei valori della mia formazione cristiana, sui quali cerco di fondare la mia vita. Questo scritto riflette dunque il difficile equilibrio che ho individuato fra queste mie diverse ‘radici’.”

Così inizia una puntuale e chiara riflessione di Monica Cocconi, giurista di Parma (consultabile nella sua versione integrale a questo link): ‘Le unioni civili tra diritto ed etica’. E’ un intervento che si muove a partire da una lucida considerazione delle questioni a partire dal riconoscimento dei diritti fondamentali, collocando la sua analisi in un riferimento attento al dettato della Costituzione nel quadro della giurisprudenza europea. Così infatti afferma: “Non ho condiviso, anzitutto, l’affermazione ricorrente per cui un intervento del legislatore sul tema delle unioni civili non è affatto urgente, data l’emergenza ben più pressante della tutela dei diritti sociali, imposta dalla crisi economica. L’attuazione dei diritti fondamentali, in realtà, è sempre essenzialmente indivisibile; ogni diritto è uno specchio o un Giano Bifronte che impone responsabilità e solidarietà parallele. Così proclama la stessa Costituzione nei Principi fondamentali, dove il riconoscimento dei diritti fondamentali, civili e sociali, all’art. 2, è associato al rispetto dei doveri inderogabili di solidarietà economica e sociale”.

Chiarisce quindi che la condanna della Corte europea di Strasburgo (sentenza del 21 luglio 2015) all’Italia per non attuare i diritti fondamentali alla vita privata e familiare delle coppie omosessuali, così come già è avvenuto in tutti gli altri Stati europei, diviene a questo punto un obbligo non procrastinabile.

Segue una chiarificazione rispetto al riferimento all’art. 29 della Costituzione (“La Repubblica riconosce i diritti della famiglia come società naturale fondata sul matrimonio”): “E’ in ogni caso da escludersi, allo stesso modo, un’interpretazione dell’aggettivo ‘naturale’ utilizzato dall’art. 29 in relazione alla famiglia, inteso come riferito al dato biologico della diversità dei sessi che precluda il riconoscimento dei diritti civili ad una coppia omosessuale. Come precisò Aldo Moro all’Assemblea costituente l’intenzione del legislatore costituzionale era piuttosto quella di scongiurare un’ingerenza indebita dei pubblici poteri nelle dinamiche della vita familiare, non di irrigidire il modello familiare in uno specifico dato biologico”.

Oggi l’universo familiare si presenta in forme le più diverse, difficilmente assimilabili al modello ‘mamma, papà, bambino’. Compito del diritto, di fronte al vivere sociale, è regolare le situazioni di vita e non applicare modelli astratti e lontani. Così continua Monica Cocconi delineando la complessità delle situazioni attualmente esistenti nella vita sociale: “Vi sono convivenze di fatto, nuclei monogenitoriali con minori, coppie sterili o adottive, coniugi rimasti soli per la morte del coniuge, nuclei riformati dopo lo scioglimento di un precedente matrimonio, genitori separati e divorziati con figli e coppie omosessuali, talora con figli. A queste realtà negheremmo oggi con difficoltà, nella sostanza e nel linguaggio quotidiano, la definizione di ‘famiglia’. Appare quindi altrettanto inconcepibile negare a qualcuna di queste il riconoscimento dei diritti e l’imposizione delle responsabilità necessarie a garantire il rispetto e la dignità di ciascuna persona impegnata in una convivenza affettiva stabile, solo sulla base del suo orientamento sessuale. La fedeltà al dato costituzionale vigente va dunque necessariamente coniugata con il rispetto dei vincoli costituzionali europei e l’adeguamento al mutamento sociale in atto”.

Infine conclude: “da credente impegnata nella Chiesa locale, aggiungo che proprio il Vangelo della Misericordia imporrebbe la massima delicatezza e rispetto umano nell’affrontare temi così legati alla vita intima e affettiva delle persone e l’astensione da alcun giudizio o condanna che possa ferirne la dignità o produrre inutili sofferenze”.

L’invito ad un atteggiamento che ponga al primo posto la considerazione ed il riconoscimento della dignità di ogni persona, che non sia occasione di condanna o di sofferenza per l’esclusione è quanto mai urgente. Questa riflessione mi sembra una parola saggia, a fronte di un dibattito in cui non si tiene conto della condizione delle persone, dell’autentica funzione della legge, e, per chi è credente, del valore di ogni vita umana immagine di Dio, e della fiducia nella grazia di Dio. Nella consapevolezza dei propri limiti, inadeguatezze ed anche della vicenda di peccato per ogni persona si apre la scoperta che ha dato speranza nella vita di Paolo: “per grazia di Dio sono quello che sono… la sua grazia in me non è stata vana”.

Alessandro Cortesi op

XXX domenica – tempo ordinario anno B – 2015

CodexEgberti-Fol031-HealingOfTheBlindManOfJericho-2(miniatura dal Codex Egberti – abbazia di Reichenau 980/993)

Ger 31,7-9; Eb 5,1-6; Mc 10,46-52

“Ecco, li riconduco dalla terra del settentrione e li raduno dalle estremità della terra; fra loro sono il cieco e lo zoppo, la donna incinta e la partoriente: ritorneranno qui in gran folla. Erano partiti nel pianto, io li riporterò tra le consolazioni”.

La voce dei profeti nel tempo della stabilità è richiamo critico alla fedeltà alle promesse e all’alleanza con il Dio liberatore, nel tempo dell’esilio diviene voce di speranza. Le parole di Geremia fanno parte del ‘libro della consolazione’ (capp. 30-31): sono un invito alla gioia, nonostante il ricordo ancora vivo del pianto, nonostante le contraddizioni del presente e nella crisi. C’è un richiamo a quanto il Signore sta compiendo, un raduno ed un nuovo cammino che riconduce il popolo alla libertà.

Dall’esilio coloro che erano stati deportati possono ritornare alla terra. Si ripropone l’atmosfera dell’esodo. Allora Israele aveva sperimentato vicina la presenza di Dio liberatore, ora si trova a vivere un cammino nuovo che ripropone quel rapporto di alleanza e di fede.

La mano potente di Dio guida verso il futuro della promessa quale raduno in cui c’è accoglienza per color che fanno più fatica e non c’è esclusione. Come nell’esodo il cammino era verso una terra ricca e spaziosa così ora si apre una strada diritta dove non s’inciampa, verso fiumi d’acqua.

Ricondotti e riportati da JHWH nella terra, per tutti c’è possibilità di sostegno: “fra di essi sono il cieco e lo zoppo, la donna incinta e la partoriente”. Il pianto lascia lo spazio al canto di gioia e alla consolazione. Israele scopre in modo nuovo la vicinanza di Dio come presenza che guida e accompagna.

Anche il salmo 126 riporta alla medesima esperienza di uscita dalla schiavitù di Babilonia: “Quando il Signore ristabilì la sorte di Sion, ci sembrava di sognare. Allora la nostra bocca si riempì al sorriso, la nostra lingua di gioia… Allora si diceva tra i popoli: il Signore ha fatto grandi cose per loro”. L’esperienza di Israele diventa paradigma per altri e nella preghiera si delinea un’esperienza di un popolo che rinvia ad una liberazione con orizzonti universali.

Marco nel suo vangelo al termine del capitolo 10 pone il gesto di Gesù di guarigione di un cieco: lungo la strada, mentre Gesù esce da Gerico. E’ importante la collocazione di questo brano nella seconda parte del vangelo, dopo quel momento di svolta in cui Gesù aveva posto la domanda ‘la gente chi dice che io sia?’ e ‘voi, chi dite che io sia?’. Viene allora riconosciuto come il Cristo, il messia (8,29). Da quel momento in poi Marco presenta Gesù insieme ai suoi discepoli che lo seguono. Li istruisce sulla ‘via’ che egli stesso sta percorrendo. E’ la via di un messia diverso dalle attese di affermazione e dominio umano. Su questa via incontra l’opposizione, si manifesta consapevole dell’ostilità generata dal suo agire. Non si tira indietro di fronte alla possibilità di affrontare il conflitto e la sofferenza in fedeltà al suo mandato: il figlio dell’uomo è venuto per servire e dare la vita… (8,31-33; 9,30-32; 10,32-34).

Al capitolo 11 verrà presentato l’ingresso di Gesù a Gerusalemme, nei panni di un messia umile, che cavalca un asino ed entra nella città santa non come un guerriero ma disarmato messaggero di pace. A cerniera tra questi due capitoli è posta la guarigione di un cieco. Proprio alla vigilia dei giorni di Gerusalemme questo gesto indica che c’è bisogno di una luce diversa per vedere con occhi rinnovati quanto sta per accadere, il cammino di Gesù. Ma anche parla del cammino dell’autentico discepolo, di colui che segue Gesù sulla sua strada. Il volto del messia che si consegna nelle mani degli uomini è il volto di chi ha scelto la via del servire: è questa anche la via del discepolo.

Il cieco di Gerico presenta così il profilo dell’autentico discepolo – come saranno la donna che unse il capo di Gesù prima della passione e Giuseppe di Arimatea al momento della morte -. Mentre coloro che Gesù aveva chiamato a sé non capivano, discutevano chi tra loro fosse il più grande, avevano il cuore indurito, il cieco di Gerico figlio di Timeo, viene ad essere il discepolo a cui sono aperti gli occhi per un vedere nuovo.

Il cieco sta lungo la strada a mendicare, il suo grido è una invocazione ed una indicazione: ‘Figlio di Davide, abbi pietà di me’. Figlio di Davide è titolo del messia e rinviava alle attese di un re giusto. Un re fedele a Dio, preso dalla cura ed attenzione per la vedova, l’orfano e lo straniero, per coloro non hanno altri sostegni e appoggi umani. Il regno di Dio è regno di giustizia e di pace, cioè una realtà nuova di rapporti in cui si rende presente lo stile di Dio che guarda all’umile e al povero e si attua un rapporto nuovo tra le persone non più di discriminazione ed esclusione ma di pace.

All’inizio del vangelo Marco aveva presentato il ‘regno’ come nucleo centrale di tutta la predicazione di Gesù: “Il tempo è compiuto, e il regno di Dio è vicino, convertitevi e credete al vangelo” (1,18)… “il regno di Dio… è come un granellino di senapa” (4,31). Bartimeo, cieco, coglie come il ‘regno’ si sta avvicinando a lui nella persona di Gesù.

La folla lo ostacola ma lo sguardo di Gesù lo raggiunge. “Egli, gettato via il mantello, balzò in piedi e venne da Gesù”. Cieco, vive l’esperienza di un affidamento a Gesù che sta passando, a lui grida appoggiando in lui le sua attese di salvezza e quando lo incontra lascia il suo mantello, simbolo della sua unica sicurezza, e lo segue.

Bartimeo diviene esempio del discepolo che non presume, non pretende i primi posti, ma invoca, nella sua condizione di mendicante. La sua richiesta è quella di vedere: un vedere di nuovo, ma anche un vedere in alto (anablepo): c’è un vedere nuovo che riconosce nel crocifisso, nell’innalzato il volto di colui che manifesta il volto stesso di Dio e lo rende vicino.

Gesù si accosta a lui e riconosce nel suo grido il luogo dell’attuarsi di salvezza: “Và la tua fede ti ha salvato”. Il cieco ritrova la capacità di vedere “Subito vide di nuovo e lo seguiva lungo la strada”. C’è una immediatezza del veder che conduce ad una continuità, un permanere nel seguire.

Discepolo è chi si pone a seguire Gesù lungo la strada che egli percorre verso Gerusalemme. Ma per questo è necessaria una luce nuova, uno sguardo capace di cogliere nei tratti del crocifisso i lineamenti del Dio che si china su di noi. Anche questo sguardo può essere solo suo dono, luce che cambia la nostra cecità e che rende possibile camminare sulle tracce lasciate da Gesù.

DSCF6057Alcune riflessioni per noi oggi

Nel tempo della crisi la voce dei profeti è invito a consolazione. Non è voce di una religiosità consolatoria che fa fuggire dal presente, ma è voce di consolazione che apre a scorgere il disegno di salvezza di Dio in una storia segnata dal pianto e dalla dispersione. Oggi il movimento dei popoli che lasciano terre a causa della miseria, della fame, della guerra è un movimento che può essere letto come raduno nuovo, per un nuovo incontro di popoli. L’esodo di Israele si ripete e ripropone negli esodi dei migranti. E’ esperienza storica che pone la questione di incontrare Dio, il suo disegno di alleanza per tutti i popoli, il raduno dalle estremità della terra per una convivenza di pace. Forse anche oggi abbiamo bisogno di ascoltare le voci di quei profeti del quotidiano che nei gesti dell’accoglienza ci ricordano come in questi esodi di popoli è presente una chiamata di Dio per un incontro nuovo con lui.

Il mendicante cieco è figura nel vangelo di Marco del discepolo che prese a seguire Gesù sulla strada. Possiamo chiederci a quale categoria di discepoli apparteniamo: a quella di coloro tra i dodici che si interrogano su chi è il più grande e si indignano per la richiesta di due tra loro che aspirano ai primi posti? o a quella del cieco, che per alzarsi lascia il mantello – dice Marco ‘balzò in piedi’ – e va verso Gesù. Siamo affetti da tante cecità che impediscono di vedere. Gridare verso Gesù di Nazaret è movimento di riporre al centro della nostra ricerca il volto di Gesù, nel suo camminare, nel suo passare.

“Va’ la tua fede ti ha salvato”: Gesù riconosce la fede del cieco di Gerico, una fede che lo conduce a vedere di per se stessa, subito. E’ stato presentato in questi giorni a Milano il primo volume dell’Opera omnia di Carlo Maria Martini, progetto promosso dalla Fondazione card. Martini insieme alla casa editrice Bompiani, intitolato Le Cattedre dei non credenti. Sono raccolti nel volume i testi di tutti gli interventi, svolti nelle 12 edizioni della Cattedra dal 1987 al 2002, un’esperienza originale di incontro e dialogo. Al termine di una di queste edizioni (la terza sessione) così si esprimeva il card. Martini parlando del credere (Credenti aggrappati sull’abisso, in Avvenire 20 ottobre 2015):

“Sono d’accordo con chi ha messo in luce la necessità sociale che ci spinge a coltivare in noi i due discorsi del non credente e del credente, quasi come esercizio professionale in un mondo pluralistico in cui, quando dico una cosa, devo sempre pensare: ma l’altro, come la penserà e quale risonanza avrà in lui? Vorrei però aggiungere che l’esercizio che viene proposto qui è più rischioso. È molto di più, cioè, di una necessità sociale in un mondo pluralistico; è originato veramente dal fatto che noi viviamo in parete, siamo in parete, abbiamo un baratro sotto di noi. E il credente si appoggia, perché vive in parete; quindi deve continuamente calcolare ciò che fa, cogliendo l’abisso che sta sotto di lui. Questo è, mi pare, il credente adulto, il quale si affida e continua a salire in parete, malgrado tutto, proprio perché misura completamente la realtà nella quale è immerso. (…) tocca al credente adulto e maturo – che ha riconquistato anche un po’ del vero spirito di infanzia (attraverso una rinascita, come è stato detto, ma certo attraverso un vero spirito di infanzia secondo il Vangelo) – comprendere a fondo il rischio del credere e il rischio del non credere”.

Gesù incontra il cieco lungo la strada. Sorge una domanda: quali le strade della nostra vita in cui scorgere il passare di Gesù? Quali le strade in cui invocare di poter vedere di nuovo e in alto? Sono le strade in cui il vedere nuovo si fa esperienza del seguire Gesù, una chiamata per ognuna e ognuno che si scopra mendicante…

Alessandro Cortesi op

XXIV domenica – ordinario B – 2015

gesu_pietroIs 50,5-9; Sal 114; Gc 2,14-18; Mc 8,27-35

Una figura dal profilo affascinante ed enigmatico è presentata in alcuni testi del secondo Isaia, al tempo della fine dell’esilio: è il servo di Jahwè. Si tratta di un singolo? E’ figura per indicare tutto l’Israele fedele? Ha il profilo un profeta, fedele al Dio dell’alleanza, e per questo subisce persecuzione, disprezzo, violenza. La sua vita è nell’ascolto della parola di Dio: “Il Signore Dio mi ha aperto l’orecchio”. Tale azione di Dio conduce ad intendere la vita secondo questa chiamata. Anche nella sofferenza e nella solitudine vive una fiducia profonda: “il Signore Dio mi assiste… è vicino chi mi rende giustizia”. E’ questa fiducia l’unica forza per sostenere opposizione e dolore. Giunge al punto di subire violenza senza rispondere con la violenza ma attuando una profonda solidarietà con tutti, proprio per testimoniare la sua fede in Dio: “Ho presentato il mio dorso ai flagellatori… non ho sottratto la faccia gli insulti e agli sputi”.

‘La gente chi dice che io sia?… e voi chi dite che io sia?’. Il motivo di fondo per cui Marco ha scritto il suo vangelo ruota attorno alla questione sull’identità di Gesù di Nazareth riconosciuto come il Cristo, messia. La domanda di Gesù segna una svolta: è posta per la strada e proprio a metà del vangelo. Si collega al cammino di Gesù, verso Gerusalemme, ma rinvia immediatamente al cammino da percorrere per chi lo vuole conoscere, perché da lì si apre il cammino del seguirlo.

‘Tu sei il Cristo’, è la risposta di Pietro. Pietro così presenta l’identità di Gesù, peraltro espressa anche dalle voci dei demoni negli episodi di guarigione – nella sinagoga di Cafarnao nella guarigione dell’indemoniato, e di fronte agli ‘spiriti impuri’ (3,11-12) -. Sin dall’inizio del vangelo Marco è indicata l’identità di Gesù come Cristo, e come Figlio (Mc 1,1). Al momento del battesimo al Giordano con il Battista la voce dal cielo lo aveva espresso: con capacità narrativa Marco la fa udire solo da Gesù, ma la rende palese anche al lettore: “Tu sei il mio Figlio l’amato…’.  L’intero vangelo si snoda così attorno alla grande domanda: chi è Gesù? E’ l’uomo dai tratti del profeta, percorre strade in fedeltà radicale al Padre, come figlio e servo. La sua vita è orientata alla cura per il bene di chi incontra: in questi tratti si delinea il profilo del messia.

Nella sua risposta Pietro riconosce Gesù come messia, portatore dell’intervento di Dio, cogliendo in lui le promesse rivolte a Davide che animavano la speranze di Israele. Tuttavia subito dopo Gesù impone di non parlare di lui a nessuno. La medesima reazione di fronte agli spiriti impuri. E’ richiesto un silenzio, che apre ancora una domanda.

La grande questione per Marco sta sulla modalità dell’essere messia per Gesù. Da questo momento infatti Gesù ‘cominciò ad insegnare che il Figlio dell’uomo doveva soffrire molto, ed essere rifiutato dagli anziani, dai capi dei sacerdoti e dagli scribi, venire ucciso e dopo tre giorni risorgere’. E’ un annuncio, il primo di tre, sulla strada verso Gerusalemme, che racchiude in sintesi il ‘vangelo’ di Gesù. Sono parole cariche di evocazioni all’esperienza dei profeti. Rifiutati per la loro fedeltà alla Parola di Dio, testimoni sottoposti a persecuzione e condanna. Gesù si pone nel cammino dei profeti e vive la consapevolezza che questa fedeltà alla sua missione lo potrà condurre al rifiuto e a subire la sofferenza.

In filigrana Marco presenta i testi del servo sofferente di Isaia: ‘Doveva soffrire molto…’. C’è un ‘doveva’ nella vita di Gesù, che apre domande. Non si tratta di una necessità determinata da un Dio malvagio che vuole la sofferenza. E’ piuttosto indicazione di una fedeltà di Gesù fino alla fine proprio in rapporto al Padre e al suo disegno di amore. La sua missione e testimonianza lo conduce ad assumere anche la sofferenza. Non risponde alla violenza con la violenza. Vive invece fino in fondo il dono dicendo che l’amore è più forte di ogni altra cosa. Non cerca la sofferenza e la croce ma la subisce per restare fedele all’annuncio del regno. L’orientamento della sua vita sta nel vivere la fedeltà al Padre e all’umanità nella debolezza e nell’amore che si fa dono e servizio.

Gesù è, secondo Marco, ‘messia’, ma in un modo paradossale. Non corrisponde alle attese di un messia del potere, politico e nazionalistico. E’ invece messia che salva nel reagire al rifiuto e alla violenza con la nonviolenza e con il dono di sé divenendo uomo-per-gli-altri. La sua vita umana racconta il volto stesso di Dio, ne è rivelazione ed è una vita che porta salvezza.

Gesù indica la sua via come cammino a cui partecipare: chiama a ‘stargli dietro’. A Pietro che lo rimprovera dice ‘sta dietro a me Satana’. Satana è figura per indicare tutto ciò che divide. Pietro non accetta la logica della croce come scelta dell’amore e del dono di sé. Gesù lo invita a ‘mettersi dietro’ nel cammino e smaschera modi di pensare non ‘secondo Dio’. Non è sufficiente riconoscere Gesù come messia. E’ indispensabile – e sta qui il cuore della preoccupazione di Marco nel suo vangelo – seguire Gesù nel suo cammino. Solo allora si può scoprire la sua identità che coinvolge e cambia la vita. ‘Lungo a strada’ Gesù interrogava i suoi: d’ora in poi ritorna pressante l’insistenza sulla strada ad indicare che si potrà conoscere Gesù non per sentito dire, ma solamente facendo proprio il suo cammino e seguendolo sulla strada da lui tracciata.

“Che giova, fratelli miei, se uno dice di avere la fede ma non ha le opere? Forse che quella fede può salvarlo? Se un fratello o una sorella sono senza vestiti e sprovvisti del cibo quotidiano e uno di voi dice loro: ‘Andatevene in pace, riscaldatevi e saziatevi’, ma non date loro il necessario per il corpo, che giova? Così anche la fede, se non ha le opere è morta in se stessa”

La lettera di Giacomo è ricca di avvertimenti sui rischi reali nel venir meno ad una vita di fede autentica e sincera: “Religione pura e senza macchia davanti a Dio nostro Padre è questa: soccorrere gli orfani e le vedove nelle loro afflizioni e conservarsi puri da questo mondo” (Gc 1,27). Non esiste fede in Dio senza un rapporto nuovo, di giustizia, che promuova solidarietà con la vedova l’orfano e il forestiero.

Nella lettera ritorna con insistenza il richiamo all’attenzione ai poveri, a porre al centro della vita la parola della Scrittura: ‘Amerai il prossimo tuo come te stesso’ (Gc 2,8). “Come il corpo senza lo spirito è morto, così anche la fede senza le opere è morta” (Gc 2,26; cfr. 2,17.20.24). L’insistenza sulle ‘opere’ è sempre in rapporto alla relazione con gli altri richiesta dal vangelo. Le ‘opere’ sono così intese come il germogliare di una fede che può attuarsi solamente nella relazione. La vita cristiana può svilupparsi solo nella dimensione comunitaria e in rapporto all’altro. Le ‘opere’ sono il segno del carattere solidale e comunitario della stessa esperienza della fede.

DSCN0992Alcune riflessioni per noi oggi

Le letture di quest’oggi che trovano il loro centro nel riferimento a Gesù Cristo riportano all’essenziale: volgere lo sguardo a Gesù, seguire Lui.

Ci si può chiedere cosa signfiica seguire Gesù nel tempo della migrazione. Il riferimento alla concretezza è ineludibile. Un editoriale di Avvenire di Toni MIra dal titolo ‘Accogliere i profughi nel nome della legge’ del 9 giugno 2015 è richiamo ad una duplice attenzione, al vangelo e alla legge:

“Verità e legalità. Il nuovo polverone sollevato da alcuni governatori di Regioni del Nord a guida o trazione leghista, giunto all’intollerabile arma della pressione ricattatoria sui Comuni che intendono rispettare le regole – quelle dello Stato italiano e quelle dell’etica dell’accoglienza – richiede soprattutto chiarezza su questi due punti. Verità sui numeri, sugli accordi presi, perfino verità (e onestà) sulle parole, sul “di che cosa si parla”. Verità su che cosa significa, di fronte ai profughi, agire «nel nome della legge». Partiamo proprio da qui. Partiamo da chi sta arrivando sulle nostre coste. I cosiddetti “invasori”. Si tratta di richiedenti asilo, di persone che fuggono da guerre, violenze, persecuzioni. Sono loro che ora chiedono di essere accolti. Ce lo chiedono i loro occhi, ce lo impongono le norme europee e italiane, in primo luogo la Costituzione, all’articolo 10: «Lo straniero, al quale sia impedito nel suo paese l’effettivo esercizio delle libertà democratiche garantite dalla Costituzione italiana, ha diritto d’asilo nel territorio della Repubblica secondo le condizioni stabilite dalla legge». Un diritto, dunque, che tutti devono rispettare, a partire da chi ha più responsabilità. Che, oltretutto, non può confondere le acque. Non è corretto, infatti, dire che una Regione non può accogliere questi richiedenti asilo perché già ospita tanti immigrati. Perché in questo caso si tratta di migranti per altri motivi, in gran parte economici.

Comodo e cinico, troppo comodo e troppo cinico, utilizzare migranti contro profughi. Ai numeri precisi forniti dal Viminale, che denunciano la grande disparità di accoglienza dei richiedenti asilo tra Sud e Nord, non si può replicare con numeri che riguardano un altro fenomeno. Verità, dunque, rispetto dei diritti umani e del diritto italiano. E anche degli accordi presi. In primo luogo quello firmato da Governo e Regioni il 10 luglio 2014, che prevede la ripartizione dei richiedenti asilo in proporzione alla popolazione italiana residente e ai finanziamenti del Fondo sociale europeo. Un accordo, non una decisione unilaterale del Governo. Ma che ora – questa volta, sì, in modo unilaterale – tre Regioni del Nord vorrebbero violare. Anzi lo stanno già violando visto che proprio Lombardia e Veneto sono lontane dai numeri previsti. E, lo ripetiamo, non si possono giustificare tirando in ballo le “presenze” di immigrati che lavorano come operai in aziende basate nel loro territorio”.

Volgere lo sguardo a Gesù. E’ un impegno che ricorda ai cristiani la chiamata ecumenica: un cammino possibile da ricercare che passi dal conflitto alla comunione. E’ proprio questo – ‘Dal conflitto alla comunione’ – il titolo di un documento redatto dalla Commissione luterano-cattolica per l’unità, pubblicato il 17 giugno 2013, in vista del 2017 data di inizio della Riforma di Lutero con la diffusione delle 95 tesi nel 1517. Il documento evidenzia: “La memoria storica ha avuto delle conseguenze concrete per le relazioni interconfessionali. Per questa ragione è nel contempo così importante e così difficile un ricordo ecumenico comune della Riforma luterana. Ancor oggi molti cattolici la associano principalmente con la divisione della Chiesa, mentre molti cristiani luterani associano la parola «Riforma» specialmente con la riscoperta del Vangelo, la certezza della fede e la libertà. Sarà necessario prendere sul serio entrambi questi punti di partenza al fine di mettere in relazione reciproca le due prospettive e porle in dialogo” (n.9). (…)Quello che è accaduto nel passato non si può cambiare, ma può invece cambiare, con il passare del tempo, ciò che del passato viene ricordato e in che modo. La memoria rende presente il passato. Mentre il passato in sé è inalterabile, la presenza del passato nel presente si può modificare. In vista del 2017, il punto non è raccontare una storia diversa, ma raccontare questa storia in maniera diversa” (n.16).

Si precisa il senso del dialogo ecumenico: “Il dialogo ecumenico implica la rinuncia a schemi mentali che scaturiscono dalle differenze tra le confessioni e che le enfatizzano. Al contrario, nel dialogo i partner cercano di individuare in primo luogo ciò che hanno in comune e solo allora esaminano la rilevanza delle loro divergenze. Queste differenze, tuttavia, non vengono trascurate o minimizzate, perché il dialogo ecumenico è la comune ricerca della verità della fede cristiana” (34).

Nel documento si riprende la comune prospettiva maturata nella riflessione teologica ed espressa nella Dichiarazione congiunta sulla giustificazione.

In ‘Dal confitto alla comunione’ si legge a proposito dell’interpretazione di Lutero: “(106) L’iniziativa di Dio stabilisce una relazione salvifica con gli uomini; in tal modo la salvezza si attua per mezzo della grazia. Il dono della grazia può essere solo ricevuto e, dal momento che questo dono è mediato da una promessa divina, non può essere ricevuto se non mediante la fede, e non mediante le opere. La salvezza si attua soltanto per mezzo della grazia. Lutero, tuttavia, mise costantemente in evidenza che la persona giustificata compirà opere buone nello Spirito. (107). L’amore di Dio per gli uomini è incentrato, radicato e incarnato in Gesù Cristo. Perciò, l’espressione «solo per grazia» deve sempre essere spiegata con l’espressione «solo attraverso Cristo»”.

Il riferimento a Gesù Cristo nella nostra vita apre alla scoperta del dono di grazia che da lui solo riceviamo e della responsabilità che esso suscita per l’agire dello Spirito nei cuori. Ancora siamo in cammino per scoprire come il riferimento a Gesù e il centrarsi su di lui può essere motivo di speranza e nuova vita per il nostro tempo, aprendoci a passaggi dal conflitto alla comunione.

Alessandro Cortesi op

III domenica tempo ordinario – anno B – 2015

Santa Maria in valle Porclaneta Rocca di Mezzo 171

Giona sotto la pianta di ricino (qiqajon) – s.Maria in Valle Porcianeta (part.)

Gn 3,1-10; 1Cor 7,29-31; Mc 1,14-20

Giona è profeta che pretende di piegare Dio alle sue vedute: non segue la chiamata a partire secondo le indicazioni di Dio e ad andare verso la grande città, ma si dirige in direzione opposta. Tutto il racconto di Giona è attraversato dal tema della conversione come cambiamento di direzione. E’ un percorso di cambiamento declinato in tre grandi orizzonti.

C ’è innanzitutto l’orizzonte della conversione di Ninive la grande città, simbolo di una vita lontana da Dio. La conversione della grande città è risposta all’appello del profeta a vivere rapporti di giustizia, a lasciare un sistema di egoismo e di ingiusta ricchezza. Con ironia nel libro di Giona si parla della penitenza del re di Ninive che alla predicazione di Giona risponde con il cambiamento e il digiuno, e con lui tutta la città. Un movimento di accoglienza delle sue parole e di cambiamento ben diverso dal rifiuto del re di Gerusalemme, Ioiakim di Giuda: anch’egli aveva ricevuto dal profeta l’invito al digiuno e all’abbandono di una condotta malvagia ma aveva risposto gettando nel fuoco il rotolo dov’erano scritte quelle parole (Ger 36,23-25). La città di Ninive figura di un mondo lontano e corrotto cambia inaspettatamente direzione: e proprio questo fa arrabbiare il profeta.

C’è poi la conversione di Dio stesso che di fronte al cambiamento improvviso e generale di Ninive si ravvede e non compie ciò che aveva in mente di fare. La narrazione è quasi un commento alla pagina di Geremia dove l’agire di Dio viene paragonato all’opera di un vasaio: “Forse non potrei agire con voi, casa d’Israele, come questo vasaio? Oracolo del Signore. Ecco, come l’argilla è nelle mani del vasaio, così voi siete nelle mie mani, casa di Israele. Talvolta nei riguardi di un popolo o di un regno io decido di sradicare, di abbattere e di distruggere; ma se questo popolo, contro il quale avevo parlato, si converte dalla sua malvagità, io mi pento del male che avevo pensato di fargli” (Ger 18,6-8). E’ il volto di un Dio che si lascia vincere dal cambiamento e fa cadere quell’ira segno della sua reazione al male e alla violenza umana.

Infine c’è il cammino della conversione di Giona, un cambiamento solo suggerito nel libro e lasciato aperto quasi a suggerire un percorso da attuare da parte di chiunque legge. E’ il cambiamento più difficile perché Giona è l’uomo religioso chiuso nella sua concezione di una salvezza riservata solo ad Israele, prigioniero di una religiosità che esclude e pretende di possedere il progetto di Dio sulla storia. L’intero suo cammino appare come lento accompagnamento alla scoperta di un modo nuovo di concepire il volto di Dio e il rapporto con gli altri: è chiamato sì, ma ad andare oltre una visione esclusiva e di competizione violenta, verso l’incontro con un Dio che si prende cura di tutti, si fa vicino, desidera vita e salvezza senza privilegi. Giona viene incaricato di un annuncio più grande di lui che gli sconvolge la vita e lo conduce ad una avventura e ad un viaggio interiore. Dio si prende cura dei vicini e dei lontani: la sua grande fatica è condurre anche il religioso e fondamentalista Giona – il profeta renitente – ad aprirsi ad un incontro nuovo con Lui e con gli altri. Su tutti questi percorsi c’è il rivolgersi fedele, attento, paziente di Dio, preoccupato di far comprendere a Giona, agli abitanti di Ninive, ad Israele suo popolo, che il suo disegno di salvezza non è un privilegio da riservare a qualcuno, ma è dono per tutti.

Di conversione si parla anche nella pagina del vangelo. Gesù annuncia che c’è un tempo ‘compiuto’ e presenta l’appello di fronte all’irromprere del regno che si è fatto vicino: il regno di Dio ha i tatti di una bella notizia che apre ad un Dio amico e vicino, in cui male e oppressione sono tolti, ed è possibile un mondo di relazioni nuove. “Convertitevi e credete al vangelo”.

A queste prime parole sintesi del messaggio di Gesù segue un gesto, la chiamata dei primi discepoli presso il lago e la risposta di Simone e Andrea e poi di Giacomo e Giovanni figli di Zebedeo. Gesù passa, fissa con il suo sguardo e chiama dicendo ‘Seguitemi’. La scena descritta coglie un momento di vita ordinaria, durante il lavoro, nel rassettare le reti di pescatori. Gesù chiama a seguirlo per renderli ‘pescatori di uomini’: la loro attività per procurare vita alle loro famiglie è chiamata a divenire missione per dare vita ad altri, ad una comunità allargata.

C’è una preziosità dell’incontro con Gesù che conduce ad un ‘lasciare’ il padre, la barca, le reti. Un’indicazione che nulla può essere considerato più importante. Relazioni e attività sono da scoprire in modo nuovo nel seguire Gesù. La cosa più importante diviene la relazione con lui. In lui sarà da scoprire la profondità del regno come situazione nuova sin da ora come nuovo modo di intendere la vita nel servizio e nella cura. Sarà anche un modo nuovo di intendere i legami e la propria attività in una comunità intesa come fraternità e sororità di uguali. ‘Seguimi’ è chiamata a seguire, a camminare ‘stando dietro’.

Si tratta di una sequela che avrà per quei discepoli (ma anche per ognuno che si mette a seguire Gesù) i caratteri della fatica, dello sbandamento, dell’incomprensione, anche del fallimento e dell’abbandono. Ma è cammino di conversione alla scoperta del vangelo di Dio che nei gesti di Gesù si può incontrare e in cui lasciarsi coinvolgere.

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Alcune considerazioni per noi oggi

L’antica Ninive è nel territorio della moderna Mosul città diventata tristemente famosa per essere luogo dell’avanzare in questi tempi dello Stato islamico, della persecuzione contro le comunità di yazidi e cristiani obbligati a fuggire dalle loro case e a rifugiarsi in Irak. A Mosul poco tempo fa, nel luglio 2014, è stata distrutta la moschea di Giona. Sì, moschea, perché Giona è profeta riconosciuto anche nella tradizione islamica (nel Corano c’è una sura di Giona). Giona unisce diversi cammini religiosi e più profondamente è simbolo di un cammino umano, al cuore e oltre le religioni. C’è una violenza che si oppone ad un cammino umano come chiamata a convertirsi all’altro, a scoprire la vita come cammino comune nelle differenze, nel lasciarsi interrogare dall’altro. La persecuzione oggi in Irak e nella piana di Mosul accomuna cristiani, musulmani, yazidi, mezzo milione di persone rifugiate in Kurdistan. Prima di Natale il patriarca caldeo di Baghdad, Louis Sako, ha visitato i profughi nel Kurdistan e ha chiesto ai suoi fedeli in Iraq di digiunare nei giorni precedenti il Natale e di “celebrare le feste  – compreso Capodanno – con sobrietà, proprio per avvicinarsi alle ferite  e all’abbandono di chi ha perso tutto a causa della fede, domandando al Signore Gesù il ritorno a casa, a Mosul”. C’è un digiuno nuovo da scoprire oggi come segno di conversione. La sfida che oggi abbiamo davanti è quella di scorgere quale conversione ci è richiesta in modi diversi nelle diverse religioni e convinzioni: l’uscita dagli eclusivismi contrapposti, l’uscita dal modo assolutista e violento di pensare non accogliendo la diversità. L’uscita dalla logica della violenza, dal pensiero autosufficiente che non ha bisogno dell’altro e non è disponibile a cambiare e a prendere in considerazione altri punti di vista.

Nel libro, uscito in questi giorni, a cura di François Buet (ed.Gribaudi) che raccoglie alcune meditazioni di fratel Luc, monaco e medico di Tibhirine, si legge: “La salvezza ci viene dagli altri che sono per noi la presenza di Dio che chiama alla vita. Se la fede salva è perché essa svia il nostro sguardo verso un altro, dunque crea una relazione che ci strappa alla nostra solitudine mortale… Ogni volta che lasciamo la preoccupazione per noi stessi sostituendola con la preoccupazione per un altro, viviamo questa fede che è, forse a nostra insaputa, fede in Dio…”

Ma c’è anche una conversione per dare spazio e attenzione alle situazioni di chi nel mondo subisce oppressione e persecuzione senza trovare considerazione nei media: come in Irak, così in Nigeria più recentemente (mentre il mondo si sollevava per le uccisioni a Parigi, calava l’indifferenza verso più di duemila vittime di violenze). Sono questi percorsi di conversione globali, ma che toccano anche la nostra quotidianità.

Pescatori di uomini: chi oggi si trova a pescare uomini? Chi oggi vive veramente l’abbandono di padri, madri e delle proprie reti per andare incontro ad un’avventura di cui non si hanno garanzie e pone la propria vita in un seguire speranza di dignità e di pane? La vicenda delle innumerevoli folle di migranti, di tutti coloro che hanno sperimentato l’essere pescati nei drammatici naufragi nel mare Mediterraneo è invito per noi a scoprire come i percorsi della fede sono nascosti dentro le vicende umane e come il seguire Gesù dovrebbe essere vissuto nell’ascolto e nell’accoglienza di cammini umani che sono in se stessi segni del vangelo oggi e chiamate a cambiare modo di intendere la vita nella linea del regno di Dio che è regno di pace giustizia sin dal presente.

“Il tempo si è fatto breve”. L’espressione di Paolo rinvia ad un’immagine di navigazione: le vele della barca che presso il porto vengono sciolte e raccolte per permettere gli ultimi preparativi per l’approdo. Non si tratta di un invito al ‘carpe diem’ ignaro del passato e del futuro. E nemmeno è esortazione all’indifferenza nei confronti del presente e di quanto comporta l’impegno qui ed ora nella costruzione di un mondo più giusto e umano con la propria attività. In queste parole sta piuttosto il suggerimento a cogliere la differenza tra ciò che è penultimo, e quanto è ultimo, tra l’importanza di tutto ciò che richiede il massimo coinvolgimento nello sforzo (come in una barca che sta per attraccare) e la bellezza di una realtà nuova che è vicina ed è punto di arrivo meta finale (come il pregustare l’abbraccio con i propri cari nel porto ormai raggiunto a termine del viaggio). Qui s’innesta la serenità e la libertà del credente. Tra il penultimo e l’ultimo al credente non è chiesto l’oblio del tempo, ma percepire lo spessore di ogni istante che tiene legati insieme il passato, il presente e il futuro. Il tempo allora non assume il carattere oppressivo di una dimensione che minaccia e genera paura, ma può divenire il luogo di una libertà nuova ed anche di speranza. Si può vivere immersi e impegnati ma non sommersi e angustiati nelle cose. C’è un quotidiano da accogliere e custodire recando nel cuore la tensione a ciò che è ultimo, nella consapevolezza di tutto ciò che è buono, giusto e di tutto ciò che è vita nel presente: ogni piccolo gesto, ogni impegno nel vivere relazioni che tessono solidarietà e pace è penultimo che si scontra anche con la conraddizione, con la fatica e il fallimento e nel contempo prepara, fa pregustare e annuncia l’ultimo.

Alessandro Cortesi op

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