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commenti alla Parola della domenica e riflessioni

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XVI domenica tempo ordinario – anno A 2020

Seminatore-Millet-Museum-Fine-Arts-BostonJean François Millet, Il seminatore, 1850 – Museum of Fine Arts Boston

Sap 12,13.16-19; Rom 8,26-27; Mt 13,24-43

“Il regno dei cieli è simile ad un uomo che ha seminato del buon seme nel suo campo”. Dopo la parabola del seminatore altre parabole sulla semina: quella del seme e della zizzania che crescono insieme nel campo altre, quella del seme di senapa e infine una breve parabola del lievito.

Le parabole costituiscono un linguaggio proprio di Gesù. Parlano di vicende quotidiane che potevano essere vissute da chiunque lo ascoltava. Ed in esse c’è sempre rinvio ad una realtà nuova, la vicinanza di Dio che cambia la storia prendendo le parti dei poveri e chiamando ad una trasformazione dei rapporti. Dio apre ad un futuro di liberazione e salvezza.

Gesù annuncia che è iniziato un tempo nuovo, in cui Dio interviene per adempiere la promesse dei profeti: ‘Egli ha preso le nostre infermità e si è addossato le nostre malattie’ (Is 53,4; cfr.Mt 8,17). E’ dono di speranza e di incontro per tutti, che non pone confini di appartenenza culturale e religiosa che richiede solamente fiducia in lui (cfr Mt 8,5-17).

Le parabole rivelano una prima attitudine di Gesù nei confronti delle persone: il suo parlare toccava la vita, richiamava all’esperienza umana, invitava ad uno sguardo profondo sulle cose di tutti i giorni, sulle realtà semplici e ordinarie lontane dalla sfera della religione. Con ciò indicava che nell’esperienza di tutti i giorni è racchiuso un tesoro, vi è qualcosa da cercare: è la presenza del Dio vicino, liberatore.

Le parabole sono anche una chiamata: parlano sempre del ‘regno di Dio’: nella quotidianità è già presente il dono di una vita nuova. Le parabole nel loro essere racconti e paragoni richiamano a questa ‘novità’ e ad un impegno da accogliere.

Le tre parabole di questa pagina richiamano alcuni tratti del ‘regno dei cieli’. In primo luogo il regno non si afferma senza fatica e senza lotta; esige pazienza e attesa. Non risponde alle esigenze del magico e dell’immediato; richiede invece uno sguardo che si lasci formare allo stile di Dio. Grano e zizzania crescono insieme: il regno cresce ma ci sono elementi che possono soffocare il grano buono.

C’è chi vorrebbe subito fare chiarezza, mietere con violenza, separare i buoni dai cattivi. La parabola presenta la novità del regno: lo stile di Dio è la fiducia nella crescita, la pazienza dell’attesa, lo sguardo dei tempi lunghi. Il sogno di Dio è che alla fine anche la zizzania possa diventare grano perché il Padre non vuole che nessuno vada perduto.

E’ una parola su Dio. Ed è anche una chiamata ad essere responsabili del proprio ambiente: il regno cresce in mezzo a fatiche e lotte, nella difficoltà, ma la fiducia va riposta nella fecondità del seme buono gettato. Gesù presenta lo stile di Dio, non del freddo giudizio ma della cura appassionata.

Una seconda caratteristica del regno è la sproporzione: la parabola del seme di senapa presenta la differenza tra la piccolezza del seme di senape e la grandezza spropositata dell’albero. Il regno non si impone con mezzi grandiosi, ma è presente in realtà minuscole e che non attirano attenzione: Dio sceglie ciò che è debole, piccolo e disprezzato. A partire da quel seme quasi invisibile cresce un albero molto grande.

Una terza caratteristica del regno è la sua forza che fa crescere dall’interno: l’azione del lievito nella pasta, la fa levare con la sua energia nascosta. Gesù indica l’azione quotidiana dell’impastare. Seguire lui è intendere la propria vita come il lievito, in un movimento al servizio di una realtà più grande: nella pasta della storia e dell’umanità c’è un servizio da compiere per la crescita di una realtà più grande. Nascosto nella pasta il lievito si perde ma fa crescere la vita e offre la sua forza per una crescita di qualcosa di più grande.

Gesù indica anche uno stile: non la separazione, la contrapposizione nella condanna dell’altro, ma la silenziosa azione, la condivisione che fa crescere piano piano, non cercando il proprio interesse ma perdendosi all’interno della realtà. Questo è il modo di agire di Dio, che lascia spazio, condivide e scende. Questo dovrebbe essere lo stile dei discepoli, lievito nella pasta della vita e della storia.

Alessandro Cortesi op

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“Poche ore prima che il Parlamento confermasse, con una sparuta dissidenza, i fondi per la cosiddetta Guardia costiera libica, a cui si chiede di catturare i migranti in mare e riportarli nei campi di prigionia a terra, l’Organizzazione mondiale delle migrazioni aveva descritto cosa vuol dire gettare degli esseri umani tra i carcerieri finanziati dall’Italia. “Innumerevoli vite perse, altre detenute o trattenute da trafficanti in orrori inimmaginabili”. Proprio così, “orrori inimmaginabili” li ha chiamati Federico Soda, l’italiano a capo della missione dell’Oim a Tripoli: “L’Ue deve agire per porre fine ai ritorni del limbo migratorio della Libia”. Tutto inutile. Gli autori degli “orrori indicibili”, già denunciati dal segretario generale Onu e ribaditi dalla Corte penale dell’Aja, non dovranno spegnere la macchina istituzionale della tortura. Da governi diversi, il voto ha riunito tutti i protagonisti di questi anni, da destra a sinistra, riuscendo nel “miracolo libico” di creare una maggioranza trasversale nelle stesse ore in cui 65 esseri umani rischiano di perdere la vita mentre nessuno interviene: né le motovedette di Tripoli, né Malta e meno che mai l’Italia, ormai autorelegata all’interno delle acque territoriali”.

Così riferisce Nello Scavo su Avvenire (Vivi e morti abbandonati in mare. Partiti uniti contro i migranti, “Avvenire” 16 luglio 2020) denunciando con cognizione di causa, come l’Italia e i paesi europei stiano tradendo i principi affermati solennemente nei Trattati costitutivi e i fondamentali diritti di ogni uomo e donna riconosciuti a livello internazionale. La linea politica è quella di finanziare la cosiddetta Guardia costiera libica formata dai medesimi sfruttatori e trafficanti di esseri umani che tengono i migranti prigionieri, torturati nei campi di detenzione in Libia.

La foto pubblicata sui quotidiani di un cadavere di un uomo in mare, adagiato su di un gommone sgonfio trascinato dalle onde, più volte segnalato nell’arco di due settimane perché fosse recuperato, e lasciato abbandonato è ennesima prova di quello che ormai tutti da tempo sappiamo e che viene documentato dalle ONG, da giornalisti, da organizzazione internazionali. E’ la situazione di una continua, sistematica e atroce violazione di diritti umani dei migranti che trovano in Libia un luogo di schiavitù e di sfruttamento.

Non vi è soccorso dei vivi durante le traversate in mare. Vi è impedimento in tutti i modi alle ONG di essere presenti per soccorrere per testimoniare le atrocità che stanno avvenendo nel Mediterraneo. Tanto meno vi è soccorso dei morti. Con la conferma del Memorandum di accordi con la Libia – che non è stato sottoposto a discussione e ratifica nel Parlamento – il governo italiano ricerca un’ immunità da pesanti responsabilità di tipo giuridico scaricando il lavoro sporco di deportare e tenere imprigionati i migranti alla cosiddetta ‘Guardia costiera’ libica.

Fa indignare la scelta del Parlamento italiano che ha trovato il consenso della maggioranza per approvare il rinnovo dei fondi di sostegno alla Libia con la conoscenza diffusa dei delitti e reati contro l’umanità che continuano ad essere perpetrati in quel Paese immerso in una guerra civile e in cui dovrebbero essere evacuati tutti i centri di detenzione trasferendo coloro che sono tenuti prigionieri in luoghi sicuri.

Genera desolazione e tristezza la mancanza di volontà da parte di un governo che aveva preso l’impegno di abolire i decreti Salvini e di instaurare nuove linee di politica sulle migrazioni. Appare l’incapacità politica di sollevarsi da un clima avvelenato in cui la questione dei migranti e dell’accoglienza degli stranieri nelle società europee non viene affrontata in prospettiva costruttiva e con un progetto politico ma è lasciata quale tema di campagna elettorale continua facendo ricadere situazioni di atroce ingiustizia sulla pelle dei più deboli.

Al confine nordest dell’Italia altre violazioni sempre contro i migranti sono compiute e non trovano eco nei media. Gianfranco Schiavone dell’ASGI lo ricorda: “È inconcepibile che (i richiedenti asilo, ndr) attraversino tre paesi e che non ci sia la minima traccia di nessun atto amministrativo. Secondo le testimonianze raccolte, le persone riammesse non avrebbero ricevuto alcun provvedimento e ignare di tutto, si sono ritrovate respinte in Slovenia, quindi in Croazia, e infine in Serbia o in Bosnia sebbene fossero interessate a domandare protezione internazionale all’Italia… Siamo nella più assoluta illegalità, ma sembra che il fatto non interessi a nessuno”. (cfr. G.Marcon, Il silenzio sugli innocenti, Huffington Post 13 luglio 2020).

In un accorato Discorso alla città nella festa di santa Rosalia mons. Corrado Lorefice vescovo di Palermo, richiamando il riferimento al mare Mediterraneo in questi terribili giorni, che prolungano anni drammatici e desolanti di disumanità, ha detto:

“E’ lo stesso mare nel quale oggi finiscono le vite e le speranza di tante donne e di tanti uomini dell’Africa e dal Medio Oriente, spinti dalla fame e dalla guerra verso il nostro Occidente e sottoposti per questo ad un esodo disumano: abbandonati nel deserto, catturati e torturati nei campi di concentramento libici, lasciati morire in mare o magari crudelmente respinti. Apro il mio cuore davanti a te stasera, cara Santuzza nostra, perché la pandemia sembra essere diventata un motivo ulteriore di disinteresse, di chiusura e di respingimento. Come se il nostro malessere fosse una scusa buona per chiudere la porta in faccia a quanti, ancora una volta da noi, hanno ricevuto, dopo secoli di soprusi e di rapine, anche il virus che si trova sui barconi. Giorni fa, addirittura, abbiamo avuto l’ardire di rimandare in Libia, nei campi di concentramento, un bambino neonato. E’ stato il colmo dell’abiezione. E stasera davanti a te io devo gridare basta: basta con questo egoismo omicida e suicida! Basta con questa miopia! Se il virus non ci ha insegnato che il destino del mondo è uno solo, che ci salveremo o periremo assieme; se la pandemia ci ha resi ancora più pavidi e calcolatori, facendoci credere di poter salvare il nostro posto al sole, siamo degli illusi, dei poveri disperati. Basta con gli stratagemmi internazionali, con i respingimenti, basta con le leggi omicide. I ‘traditori degli ospiti’, ricordiamocelo, Dante li getta nel fondo dell’inferno (cfr La Divina Commedia. Inferno, Canto XXXIII). Ma l’inferno per questi nostri fratelli è diventata, per causa nostra, questa terra. E’ diventato questo ‘mare salato’ di cui cantava il poeta, salato per le lacrime dei disperati che vi sono affondati senza riparo, senza una mano che li soccorresse, nella distruzione di ogni speranza”.

E’ tempo per coltivare pazienza, con la speranza contro ogni speranza perché possa crescere il seme buono dell’ospitalità e dell’incontro anche oggi su questa terra. E’ anche tempo che richiede coraggio e responsabilità per denunciare ed opporsi al diffondersi della zizzania della xenofobia, dell’egoismo, dell’indifferenza nel campo di questa storia.

Alessandro Cortesi op

S.Famiglia di Gesù, Maria e Giuseppe – anno A

Gesù altalenaSir 3,2-6.12-14; Col 3,12-21; Mt 2,13-15.19-23

Il capitolo 2 di Matteo presenta in contrapposizione la ricerca dei Magi nell’andare incontro al Messia, e l’ostilità di Erode che uccide i bambini di Betlemme. Al centro vi sono due sogni di Giuseppe in cu riceve indicazione di fuggire in Egitto e poi di ritornare. Alla fine la famiglia giunge a Nazaret. Ai progetti di morte di Erode si contrappone un annuncio di vita e l’indicazione di una via di salvezza.

I vari momenti sono accostati a citazioni di testi profetici legate ai luoghi: l’Egitto, Betlemme-Rama, Nazareth. Matteo intende così suggerire il senso della nascita di Gesù. Gesù compie il cammino che era stato quello di Israele. Si rinvia all’esodo dall’Egitto, e si insiste sul ‘nome’ di Gesù: ‘il figlio’ e il ‘nazareno’. Un chiave di lettura di queste pagine è un versetto del libro di Osea: “dall’Egitto ho chiamato mio figlio” (Os 2,15).

Erode ha i tratti di un nuovo faraone, rappresentante di un potere politico fautore di progetti di morte. Il cammino di Giuseppe che segue le indicazioni dell’angelo ripropone la vicenda del popolo di Israele perseguitato in Egitto che vive l’uscita dall’oppressione. Proprio nel deserto Israele sperimentò la vicinanza di Dio liberatore: “tu dirai al faraone: Dice il Signore: Israele è il mio primogenito. Io ti avevo detto: lascia partire il mio figlio perché mi serva!” (Es 4,22-24) E’ promessa confermata a Davide: ‘Io gli sarò padre ed egli mi sarà figlio’ (2Sam 7,14). Matteo vede Gesù che ripercorre nella sua vita il cammino della fede di Israele: egli è così il ‘figlio’ che compie la volontà del Padre identificandosi nel popolo di Dio.

Nella scena di persecuzione dei bambini di Betlemme, Matteo rilegge un testo del primo Testamento (Ger 31,15): nella deportazione al tempo della conquista babilonese viene ricordato il pianto di Rachele, moglie di Giacobbe, nel vedere i suoi figli oppressi e uccisi. “Rachele piange i suoi figli, e non vuole essere consolata per i suoi figli, perché non sono più”. Dice il Signore: “Trattieni il tuo pianto, i tuoi occhi dalle lacrime, perché c’è un compenso alle tue fatiche – oracolo del Signore -: essi torneranno dal paese nemico”. La strage voluta da Erode è opera di un potere impaurito e coinvolge ‘tutti’. Gesù, nuovo Mosè, non è accolto nel suo essere profeta e messia.

La narrazione si conclude con una nuova tappa: Giuseppe con Gesù e sua madre rientrano dall’Egitto a Nazareth, in Galilea. Così si specifica che Gesù è nazareno, ‘consacrato’ (come Sansone ‘nazir = consacrato, cfr. Gdc 13,5.7) ed è messia quale ‘germoglio’ dal tronco di Iesse (in ebraico ‘nezer’; cfr. Is 11,1).

Gesù ha i tratti del profeta come Mosè, ed è accostato a Giacobbe, figura singola ed insieme collettiva (Giacobbe porta infatti il nome del popolo, Israele). Giacobbe-Israele scese infatti in Egitto e tornò come popolo numeroso (Gen 46,3). Il cammino della famiglia di Gesù in Egitto ripercorre i passi di Israele-Giacobbe.

Di Giuseppe si ripete ‘prese con sé il bambino e sua madre’: è uomo ‘giusto’, cioè ‘fedele’, disponibile a stare davanti a Dio e a rimanere accanto a Maria. Giuseppe ascolta e ‘prende con sé’. Ascoltare la Parola e farsi carico di coloro che Dio affida: sono i due aspetti della vita della famiglia di Nazareth. Gesù è ‘il figlio’ che rivela il volto del Padre nel suo cammino umano. Nazareth, nell’essere luogo del quotidiano, della vita semplice, delle relazioni umane, è la via scelta da Dio per rivelarsi.

Alessandro Cortesi op

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Dall’Egitto ho chiamato mio figlio…

Secondo i dati dell’anno sono 272 milioni i migranti internazionali. Tra di essi circa 24 milioni sono i rifugiati oltre confine e i richiedenti asilo. Si tratta di un numero rilevante ma da considerare in rapporto alla percentuale della popolazione che è stabile o al massimo si muove all’interno del proprio Paese: si tratta del 96 % della popolazione mondiale. Questi numeri sfatano un mito presente nella propaganda di alcune forze politiche per cui saremo di fronte ad una invasione ed in presenza di numeri esorbitanti.

E’ anche da tener conto che le direttrici dei movimenti migratori sono diverse. La maggior parte conducono verso paesi in via di sviluppo: 2/5 dei migranti si dirige verso paesi poveri. Color che cercano rifugio fuori dal loro Paese per più di 4/5 si dirigono verso paesi poveri. Non è vero quindi che la migrazione è unicamente diretta dal Sud verso i Paesi ricchi del Nord del mondo.

Un altro dato da rilevare è che i movimenti migratori sono molto presenti nel quadro internazionale: le barriere e chiusure esistono in modo selettivo e sono rivolte ai migranti più deboli, coloro che cercano asilo, persone che non possono prestare lavori qualificati.

In Italia negli ultimi tre anni vi è stata una forte diminuzione degli ingressi di migranti a causa degli accordi europei con la Turchia nel 2016 e a seguito di un memorandum stilato tra governo italiano e Libia (benché questo Paese sia in una condizione di guerra civile e siano documentate le continue e terribili violazioni di diritti umani nei centri di detenzione dei migranti di quel paese). Ma ciò non significa che siano diminuite le persone che cercano rifugio. Il numero delle vittime nei viaggi in mare è aumentato anche per l’impedimento all’azione delle ONG che operavano nel Mediterraneo. La situazione di chi rimane bloccato nei campi profughi in Grecia nell’isola di Lesbo ad esempio, in Turchia, o di chi viene riportato in Libia sono disumane. Tale quadro che corrisponde a scelte politiche e ad indifferenza conduce a pensare che non vi sia intenzione di corrispondere ai grandi impegni di protezione dei diritti umani espressi nei Trattati internazionali ed in particolare nell’Europa che ha conosciuto l’orrore delle due guerre mondiali e le sofferenze dei profughi. Piuttosto la preoccupazione sembra orientata a lasciare fuori, a non fare arrivare, a non aiutare… un orientamento di disumanità e di barbarie.

Maurizio Ambrosini studioso del fenomeno e attento osservatore annota: “Governare il fenomeno (delle migrazioni ndr) è una necessità. Nessun Paese può riuscirci da solo. Tre criteri dovrebbero imporsi: concertazione, distinzione, responsabilità. Concertazione significa dare corso ai due Global Compact, su immigrazione e asilo (per l’Italia, anzitutto, significa firmarli), e tradurli in regole condivise. Distinzione vuol dire ragionare su categorie specifiche, non sull’immigrazione in generale: domandarsi per esempio di quante lavoratrici le nostre famiglie avrebbero bisogno, e come accoglierle regolarmente. Responsabilità implica onorare le convenzioni internazionali, sull’asilo come sui minori, ripristinando i diritti umani come uno dei principi-guida delle politiche migratorie: non l’unico, ma nemmeno il minore e il più elastico” (M.Ambrosini, Chi cammina davvero. Migranti: la giornata ONU e i dati reali, “Avvenire” 18 dicembre 2019).

In Italia non ci sono segni da parte di chi ha responsabilità pubblica per impostare un progetto di governo di tale fenomeno con responsabilità, con sguardo realistico e nel rispetto dei diritti umani.

Il 18/12 una nota informale del servizio centrale Siproimi (rete del sistema di protezione internazionale e per minori stranieri non accompagnati che sostituisce gli SPRAR a seguito delle legi sicurezza) invoca la cessazione delle misure di accoglienza dei titolari di protezione umanitaria al 31/12/19. Un decreto del Ministero dell’Interno del 19/12 ingiunge l’esclusione a partire dal primo gennaio 2020 dei richiedenti asilo ancora presenti nei progetti Siproimi dai servizi di integrazione.

Normative di questo tipo rendono ancor più precaria la vita di coloro che richiedono asilo e hanno ottenuto permessi di protezione umanitaria. Rende per loro difficile ogni percorso di cura, di studio, di lavoro e integrazione. Li espone ad essere senza appoggi e sostegni nel percorso di integrazione sociale e li mette a rischio di divenire facili prede della malavita. Certamente li spinge in una condizione di esclusione sociale. La logica che guida tali scelte appare come un logica punitiva tesa a rendere loro la vita difficile se non impossibile.

Tali normative contraddicono peraltro le norme del sistema di accoglienza (SPRAR) versione 2018 espresse nelle direttive SPRAR (Manuale Operativo 2018) che indica l’obiettivo di una (ri)conquista dell’autonomia quale elemento comune a ogni tipologia di accoglienza, a prescindere dalle caratteristiche dei beneficiari. E indica altresì che tutti i servizi elencati devono necessariamente essere garantiti sempre, per tutti gli accolti…

In questi mesi si è potuto registrare il fallimento del cosiddetto decreto sicurezza (dlgs 132/18, convertito in legge 113/18) e del “sistema” che ne è derivato: unico effetto eclatante è l’aver prodotto una impressionante crescita della marginalità di persone che non possono accedere a nessuna forma di accoglienza, l’aver causato nuove forme di insicurezza.

La Rete Europasilo che riunisce enti e associazioni impegnati nel settore, ha diramato in questi giorni un appello in cui sono presentate alcune puntuali richieste che appaiono sempre più urgenti nell’attuale contesto:

– il ritiro immediato della circolare del 18.12.19 e del decreto 132/18;

– il ripristino del sistema Sprar, del suo carattere di sistema unico per richiedenti e titolari di protezione, pubblico e nazionale e del suo regime di sussidiarietà tra enti locali e terzo settore;

– il superamento della “volontarietà” nell’accesso degli enti locali al bando;

– il ripristino di un piano di ripartizione nazionale che consenta una programmazione nazionale e una equa distribuzione di responsabilità e risorse.

Papa Francesco, nel Messaggio per la 105 giornata del Migrante e del Rifugiato 2019 ha scritto: “Non si tratta solo di migranti: si tratta di non escludere nessuno. Il mondo odierno è ogni giorno più elitista e crudele con gli esclusi. I Paesi in via di sviluppo continuano ad essere depauperati delle loro migliori risorse naturali e umane a beneficio di pochi mercati privilegiati. Le guerre interessano solo alcune regioni del mondo, ma le armi per farle vengono prodotte e vendute in altre regioni, le quali poi non vogliono farsi carico dei rifugiati prodotti da tali conflitti. Chi ne fa le spese sono sempre i piccoli, i poveri, i più vulnerabili..”

Non si tratta solo di migranti: si tratta della nostra umanità. Si tratta dell’umanità che intendiamo costruire di ciò che vogliamo essere ora e in futuro…

Alessandro Cortesi op

Un libro per pensare e individuare nuove vie di accoglienza in tempi difficili

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E’ appena uscito presso i tipi della casa editrice Nerbini il testo Gli intrecci delle migrazioni. Accoglienza e crisi delle politiche di asilo, a cura di Alessandro Cortesi e Camilla Reggiannini, ed. Nerbini, Firenze 2019, pp. 168.

Il libro è il 33° volume della collana ‘Sul confine’ promossa dal Centro Espaces ‘Giorgio La Pira’ che ha sede nel convento san Domenico di Pistoia.

Chi fosse interessato può richiederne copia presso: info@bibliotecadeidomenicani.it

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III domenica tempo ordinario – anno C – 2019

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Ne 8,2-10; 1Cor 12,12-31; Lc 1,1-4; 4,14-21

Due libri stanno aperti davanti a noi in questa terza domenica del tempo ordinario: il rotolo della Bibbia che il sacerdote Esdra apre nello spazio del Tempio ricostruito mentre sullo sfondo compare Gerusalemme ricostruita dopo il ritorno dall’esilio (forse attorno al 444 a.C.) e legge davanti a tutto il popolo e il rotolo aperto da Gesù nella sinagoga di Nazaret.

Il rotolo di Esdra viene letto a brani distinti, spiegato ed accolto come parola che tocca i cuori dei presenti. Coinvolge profondamente al punto da suscitare un pianto di pentimento e il desiderio di conversione.

Ma mentre il popolo piangeva ascoltando le parole della legge, Neemia, capo politico del popolo d’Israele tornato dall’esilio, invita a cogliere il senso profondo della parola di Dio, l’invito alla gioia: “Questo giorno è consacrato al Signore, andate, mangiate carni grasse, bevete vini dolci perché la gioia del Signore è la vostra forza”.

Il pentimento dev’essere solo una tappa dello stare davanti alla Parola di Dio. Questa trasforma i cuori e li rende capaci di gioia, aperti ad accogliere la speranza messianica di un banchetto dove non ci sarà più morte, né pianto, né afflizione.

Il secondo libro al centro di questa liturgia è il rotolo di Isaia. Gesù lo apre nella sinagoga, quando di sabato, come ogni pio ebreo adulto è invitato a leggere e commentare la Scrittura. Nel suo paese Nazaret, di fronte ai suoi parenti e a coloro che lo conoscevano, il figlio di Giuseppe e Maria, legge parole che indicano una missione di liberazione e di pace: “Lo Spirito del Signore è sopra di me; per questo mi ha consacrato con l’unzione, e mi ha mandato per annunziare ai poveri un lieto messaggio, per proclamare ai prigionieri la liberazione e ai ciechi la vista; per rimettere in libertà gli oppressi, e predicare un anno di grazia del Signore”. Si tratta di un testo del terzo Isaia (61,1-2).

Ma la pagina del profeta è riportata con piccole ma importanti modifiche: nella lettura è tralasciato ogni riferimento al ‘giorno di vendetta del Signore’, e sono riprese invece tutte le espressioni che parlano di vita nuova, di libertà, di salvezza, di gioia, di sconfitta di ogni male e oppressione. Al termine Gesù non commenta il testo ma dice solamente ‘Oggi si è adempiuta questa Scrittura che voi avete udita con i vostri orecchi’. La promessa di Dio di liberazione e di giustizia diviene ora presente nell’oggi di Gesù. Si tratta non solo di un ‘oggi’ che indica un tempo cronologico, ma è un ‘oggi’ che indica il tempo di salvezza ormai giunto e vicino.

Nel vangelo di Luca questo ‘oggi’ tornerà in momenti decisivi per chi incontrando Gesù si apre alla vita nuova e alla liberazione che da lui vengono, come Zaccheo a cui Gesù dice: ‘oggi la salvezza è entrata in questa casa’ (Lc 19,9), o come il malfattore appeso alla croce accanto a Gesù che ascolta le parole: ‘oggi sarai con me in paradiso’ (Lc 23,43).

La parola di Dio, le sue promesse di vita di liberazione, di senso nuovo per la vita, di gioia diviene presente nell’agire di Gesù. Tutto ciò genera meraviglia e scandalo: non è lui il figlio di Giuseppe?… Fa difficoltà aprirsi ad un incontro con Dio che si fa vicino nella debolezza di un uomo, che ci raggiunge come ‘figlio di Giuseppe’, così simile a noi e senza caratteristiche eccezionali, senza potenza. Gesù reagisce a questa meraviglia sospettosa e distante, e fa riferimento a due episodi del Primo testamento in cui Dio si è rivelato per mezzo dei suoi profeti non ai vicini, e ai membri del popolo d’Israele, ma ad una donna pagana, una vedova di Sarepta. E’ una donna capace di un gesti di accoglienza e di cura verso il profeta Elia (1Re 17,1) che si presenta come ospite alla sua casa. Così un lebbroso, Naaman, proveniente dalla Siria, cioè un pagano, fu risanato da Eliseo (2Re 5,14) per l’intervento e suggerimento a lui offerto in piena gratuità e contro ogni buonsenso umano da una ragazza di un popolo straniero, prigioniera.

Gesù scardina le pretese di possedere in qualche modo Dio e la sua stessa persona, da parte di coloro che sono i ‘suoi’. Ed afferma la necessità di una conversione della vita. La salvezza, l’incontro con Dio si rende presente nei gesti di gratuità e accoglienza che testimoniano la liberazione di Dio. E’ un appello alla fede che implica non diritti di appartenenza ma apertura del cuore.

La vedova di Sarepta o il lebbroso Naaman, al di fuori delle appartenenze costituite, lontani o pagani, sono testimoni di liberazione, di apertura degli occhi e del cuore. E’ la bella notizia ed è animato dalla forza dello Spirito che soffia dove vuole. E conduce a riscoprire l’unzione dello Spirito che invia al seguito di Gesù ad essere annunciatori di liberazione nel servizio accanto a chi è oppresso.

Alessandro Cortesi op

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Gesti di cura

Cristina Cattaneo è docente di medicina legale all’Università di Milano e dirige il LabAnOf, il laboratorio di antropologia e odontologia forense. La sua attività di medico forense si è indirizzata inizialmente allo studio di resti umani di epoche antiche, ma con il tempo ha visto il suo impegno orientarsi nel contribuire a fare giustizia, nello studio in particolare delle vittime di violenza, nel centro medico specialistico di assistenza per i problemi della violenza alle donne.

Una delle attività più coinvolgenti e drammatiche della sua vicenda professionale è stata la partecipazione all’opera di studio e identificazione dei morti in naufragi di navi migranti nel Mediterraneo, in particolare dei morti nel naufragio di Lampedusa del 3 ottobre 2013 e del 18 aprile 2015.

Nel suo libro Naufraghi senza volto. Dare nome alle vittime del Mediterraneo (ed. Raffaello Cortina 2018) ha descritto l’impegno della sua comunità scientifica, composta di professionisti la cui opera è quella di ricostruire e identificare le vittime soprattutto quando avvengono disastri come un incidente aereo, uno tsunami, un deragliamento di treno, cogliendo tuttavia una sorta di distacco e indifferenza di fronte alle tragedie del Mare Mediterraneo che colpivano i migranti:

“… è proprio per questo che rimasi scioccata quando mi accorsi che, per le tragedie dei barconi pieni zeppi di migranti provenienti dall’Africa e dal Medio Oriente, morti e sepolti senza un nome, nessuno della comunità internazionale batteva ciglio. Nessuno della ‘mia’ comunità, quella che sapeva benissimo che cosa significasse lasciare un corpo senza identità e che aveva sgomitato per dare il proprio contributo in occasione di tanti altri disastri, aveva mosso un dito” (27)

Ricorda i segnali di umanità sorti in Italia in un passato che oggi appare lontano e dimenticato: il soccorso dalle spiagge per aiutare naufraghi, le iniziative della Marina militare e della Guardia Costiera, i sistemi di prima accoglienza messi in atto da governo e ONG, le sepolture quasi sempre dignitose. “Ma quando si trattava di dare un nome a questi corpi.. niente”.

Nelle pagine del suo racconto offre una descrizione del suo personale coinvolgimento dal putno di vista professionale e umano, a partire dalla tragedia di Lampedusa che scosse le coscienze. In questo disastro di un ‘imbarcazione che portava migliaia di persone furono recuperati 366 cadaveri. Da lì nacque l’operazione Mare nostrum “e da lì iniziò, seppur molto lentamente, a pensare ai loro morti come ai nostri” (44)

E poi il 18 aprile 2015, un altro naufragio a cento chilometri dalle coste libiche con quasi mille morti. Era il Barcone che conteneva circa mille passeggeri quasi tutti adolescenti e giovani la maggioranza proveniente dall’Africa sub-sahariana. Il più grande disastro di cui si ha conoscenza per numero di morti in questi decenni in cui il mare Mediterraneo è divenuto la tomba di decine di migliaia di uomini e donne che viaggiavano in cerca di un futuro.

Così Cristina Catteno descrive lo squarcio di umanità che in quell’occasione si aprì: “Di solito queste vittime, soprattutto dall’Europa ‘che conta’, non vengono considerate degne di pietas né di essere identificate, né i loro parenti degno di sapere se il proprio figlio è vivo o morto, di entrare in ossesso di certificati di morte, fondamentali per esempio come nel caso di Lampedusa, per il ricongiungimento degli orfani. Per il Barcone, invece, si è momentaneamente aperto uno squarcio di umanità in un periodo nuvoloso per la rabbia e l’ostilità, grazie alla volontà di un paese che, ironicamente, era proprio l’ultimo che poteva permettersi tale gesto…. Nei trent’anni di attività, questo è trai gesti collettivi più nobili che abbia visto e sentito” (99-100).

Un gesto di cura, di pietas umana, un gesto antico che ripete lo squarcio del cuore di chi accompagna alla sepoltura un proprio caro, facendo di questo gesto un momento fondamentale che dà senso all’esistenza nel riconoscimento dell’altro.

La ricerca di identificazione e ricostruzione dei corpi delle vittime di quel naufragio è narrata nelle pagine di questo libro che toccano e accompagnano a percepire come si possa morire di speranza. E’ quella speranza racchiusa nei sacchetti di terra recati con sé e trattenuta in fagottini di cellophane tra gli indumenti di giovani eritrei, è la speranza portata nel leggero bagaglio di una tessera di biblioteca e di una attestazione di donatore di sangue gelosamente custodite nel viaggio, ed è la speranza scolpita nei voti di una pagella scritta in arabo e francese, recuperata dopo aver scucito una tasca da un giubbotto di un adolescente del Mali:

“mentre tastavo la giacca, sentii qualcosa di duro e quadrato. Tagliammo dall’interno per recuperare, senza danneggiarla qualsiasi cosa fosse. Mi ritrovai in mano un piccolo plico di carta composto da diversi strati. Cercai di dispiegarli senza romperli e poi lessi: Bulletin scolaire e, in colonna le parole un po’ sbiadite mathematiques, sciences physiques.. Era una pagella. ‘Una pagella’, qualcuno di noi ripeté a voce alta. Tutti si avvicinarono e ci furono diversi secondi di silenzio durante i quali si sentiva soltanto il lontano chiacchiericcio dei medici legali che operavano nella tenda accanto dettandosi appunti. Pensammo tutti la stessa cosa, ne sono sicura: con quali aspettative questo giovane adolescente del Mali aveva con tanta cura nascosto un documento così prezioso per il suo futuro, che mostrava i suoi sforzi, le sue capacità nello studio, e che pensava gli avrebbe aperto chissà quali porte di una scuola italiana o europea, orami ridotto a poche pagine colorite intrise di acqua marcia?” (134-135).

Ai suoi occhi e nel quotidiano operare delle sue mani nel prendersi cura di corpi irriconoscibili e di cui rimaneva talvolta solamente un brandello è apparso come quell’imbarcazione, diventata la tomba di tanti giovani diveniva una reliquia, un memoriale che avrebbe potuto ricordare cosa non doveva più accadere.

Sappiamo tuttavia che le tragedie sono continuate, sappiamo che innumerevoli barche, gommoni contenenti settanta ottanta cento persone hanno continuato naufragare, sappiamo come contro i migranti provenienti dall’inferno della Libia si sia accanita una politica che ha fatto di loro merce di mercanteggiamento elettorale in questa Italia in cui pure squarci di umanità si sono aperti e si aprono magari nascosti e soffocati da una cattiveria dilagante, sappiamo la disumanità della chiusura dei porti, sappiamo i patti iniqui di governanti italiani con la polizia libica, sappiamo la criminalizzazione avvenuta delle ONG che salvavano vite umane e le cui navi ora sono costrette a rimanere ferme, sappiamo l’orrore dei respingimenti riportando nelle mani di torturatori spietati persone che fuggono dalla persecuzione.

“Il Barcone rappresentava cosa succedeva dietro l’angolo di quell’Europa e dei rispettivi parlamenti, che si dichiarano i più civili, democratici e liberali: adolescenti e giovani morti, stipati su imbarcazioni che nulla hanno di diverso dalle antiche navi guerriere, per scapare dalla guerra, dalla persecuzione o dalla fame. Un monito di ciò che non deve più succedere o, meglio, di quanto sia facile dimenticare o non voler guardare, dal momento che, ancora una volta, è successo proprio a noi di non guardare e di dimenticare” (176).

Cristina Cattaneo racconta e immortala questa storia nelle righe del suo libro, con gli occhi di un medico legale che insieme a tante collaboratrici e collaboratori ha vissuto i giorni di Melilli per dare un nome alle vittime dimenticate, per dare venerazione, nei pazienti gesti della ricomposizione dei corpi, a volti distrutti vittime della malvagità e dell’indifferenza che parlano come nessun altro può, di violenze, sofferenze, speranze e sogni traditi. “Non ti abitui mai a parlare con i parenti delle vittime” (69)…

La sua voce, come quella di Antigone, è richiamo oggi, nel tempo dei porti chiusi, nel tempo in cui si impedisce il soccorso in mare, a insorgere in una resistenza civile, a recuperare quel senso di umanità che porta a dare un nome e accompagnare nella sepoltura i morti, per rispondere all’angustia di chi non sa la sorte dei propri cari, per ricordare ai vivi la sofferenza delle vittime e per indicare vie di giustizia e di cura.

Alessandro Cortesi op

 

 

 

 

 

 

 

«Non è solo una questione di memoria o del diritto sacrosanto ad avere un nome anche nella morte. Identificare significa anche tutelare i vivi, basti pensare al ricongiungimento familiare dei minori rimasti orfani»

 

MIGRAZIONI E EUROPA: UN APPELLO

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DOCUMENTO FINALE – APPELLO

L’EUROPA HA BISOGNO DI UN’ALTRA POLITICA SULLE MIGRAZIONI

I Promotori Provinciali di Giustizia e Pace dei Domenicani d’Europa si sono incontrati a Lille (Francia) dal 27 al 29 giugno. Tema principale è stato la sfida delle migrazioni. Nei medesimi giorni si è tenuto un vertice del Consiglio europeo per rispondere alla presunta crisi migratoria. Di fronte agli accordi raggiunti dai leader europei, dichiariamo che:

1.- Ancora una volta, la politica migratoria dell’Unione europea si concentra sull’esternalizzazione, il controllo e il ritorno di migranti e rifugiati. Questa risposta ignora la difficile situazione delle persone stesse nel fuggire dai loro paesi.

2. – Denunciamo la politica di immigrazione che non parla delle cause e del rispetto dei diritti di queste persone, né degli accordi internazionali al riguardo. Chiediamo che i fondi europei per l’asilo siano utilizzati per garantire il diritto di ottenere rifugio per coloro che fuggono dalla guerra e da persecuzioni.

3.- Riteniamo che sia un errore creare centri controllati orientati al modello di hotspot dove è permesso che le persone siano detenute. Non capiamo perché in un momento in cui gli arrivi nell’Unione europea sono particolarmente bassi rispetto al 2015, i leader dell’Unione europea trasmettono un senso di allarme al fine di eludere gli obblighi derivanti dalla legge e dai Trattati internazionali volti a proteggere le persone vulnerabili.

4.- Proponiamo la creazione di percorsi legali e sicuri e la necessità di procedere verso un sistema di asilo comune, basato sulla solidarietà tra gli Stati membri. Siamo preoccupati per il fatto che l’Unione europea nel progettare ‘piattaforme di sbarco regionali’ trasferisce la responsabilità a Paesi in cui il rispetto dei diritti umani non è garantito.

5.- Facciamo appello agli Stati membri dell’Unione europea di riconoscere e ri-affermare la loro comune responsabilità nel difendere i diritti dei migranti e adempiere i loro obblighi di salvataggio e protezione.

I promotori di giustizia, pace e salvaguardia del creato  – Frati domenicani – Europa – 29 giugno 2018 28214035417_5e4f2cacf7_k.jpg

 

List of participants: Mike Deeb, general promotor J&P (South Africa) – Xabier Gómez Garcia (Spain) – Rui Manuel Gracios das Neves (Portugal) –  Alessandro Cortesi (Italy) – Petro Balog (Poland-Ukraine) – Ivan Marija Tomič (Croatia) – Richard Finn (England) – Benoît Ente (France-Belgium) – Tobias Krahler (Austria) – Jesus Ngmema (Spain) – Salvador Becoba  (Spain) – Jacques-Benoît Rauscher (France)

IMG_0208(visita a Calais, 28 giugno 2018 – centro di accoglienza)

Letture e pensieri nella giornata del rifugiato

IMG_0129.jpg(Kamal Birmos, Omaggio alle donne – Illustrazione tratta da Il diritto d’asilo. Report 2018)

Forse in giorni come quelli che stiamo vivendo dovremmo scoprire l’urgenza di resistere, attraverso i piccoli gesti possibili e quotidiani all’ondata di disinformazione, di semplificazione volgare, di barbarie e cattiveria che sta diffondendosi nel nostro Paese e oltre: uno di questi gesti può essere la diffusione di voci che riflettono, ragionano, come quella di Annalisa Camilli, che scrive per “Internazionale” che smonta alcuni autentici miti che vengono ripetuti senza fondamento nel suo articolo Non è vero che c’è un’invasione di migranti in Italia :

“l’ostilità verso i migranti è stata alimentata da discorsi che incitano all’odio, notizie false, luoghi comuni e stereotipi che in alcuni casi si sono trasformati in veri e propri miti.(…) Nonostante la riduzione degli arrivi, in Italia si continua a parlare di un’invasione. Ma in termini assoluti non è l’Italia il paese che ospita più rifugiati e richiedenti asilo: è la Germania, che nel 2017 ha concesso lo status di rifugiato a 325.370 persone, dieci volte di più delle 35.130 dell’Italia (che pure è il terzo paese per numero di rifugiati accolti, dopo la Francia). (…) Non sappiamo esattamente quanti migranti irregolari risiedono al momento sul territorio italiano, ma se si sommano le richieste d’asilo respinte dalle commissioni territoriali dal 2014 a oggi si arriva a una cifra di poco superiore alle centomila persone (…) I dati mostrano che tra il 2015 e oggi le attività delle ong non hanno fatto da pull factor (cioè non sono un fattore di attrazione) e non sono correlate con l’aumento dei flussi. Che le ong operassero in mare o meno i flussi non ne erano influenzati (…) Gli stranieri non riducono l’occupazione degli italiani, ma assumono progressivamente le posizioni meno qualificate abbandonate dagli italiani, soprattutto nei servizi alla persona, nell’edilizia e in agricoltura: settori in cui il lavoro è prevalentemente manuale, più pesante, con paghe basse e contratti che non offrono nessuna stabilità”.

O come la voce di chi di richiama a riconoscere diritti senza pensare ad essere ‘buoni’ ma rimanendo capaci di osservare i diritti del’altro come questa intervista a Domenico Quirico.

O come le espressioni che sgorgano da testimoninze da una vita trascorsa nell’incontro concreto con volti, nomi, storie come nell’intervista al medico di Lampedusa, Pietro Bartolo il cui impegno è stato narrato nel film Fuocammare e che ripensa al passato provando vergogna di quanto sta accadendo in Italia nel presente (“Oggi mi vergogno di essere italiano”):

“Vedo mari differenti, come ci sono in Europa, e purtroppo anche in Italia adesso. Mari accoglienti e non. La stessa Italia che nel passato ha fatto tanto, fino al 2011, (dal 1991 con l’operazione Mare Nostrum da Lampedusa) non ha mai creato un muro o un filo spinato. Ha fatto onore all’umanità intera. Ma oggi è diverso.

Gli italiani si sono incattiviti? No, è un popolo di brava gente ma che è stato cattivamente informato, gli hanno detto un sacco di bugie: che i migranti portano le malattie, che rubano il lavoro, che prendo 35 euro al giorno; tutte queste maldicenze creano paure. È diventata una guerra tra i poveri.

Cosa pensa della gestione dei migranti in Italia?  Io dico sempre che siamo campioni del mondo in accoglienza, ma per quanto riguarda la gestione facciamo pena. E quando il ministro Salvini dice “adesso è finita la pacchia”, ma quale pacchia è? Quella di andare a lavorare nei campi come schiavi a 2 euro l’ora? Quella di andare a vivere sotto i ponti? La pacchia deve finire per chi si è arricchito sulla pelle di questa povera gente. Salvini quelli deve andare a scovare, quelli che si prendono i soldi sulla pelle di queste persone. Hanno fatto capire che c’è l’invasione, che dobbiamo avere paura. Ma chi ci va a raccogliere le patate? Chi va nelle serre? Perché non provano a conoscerli? Sono persone dolcissime, straordinarie. Qualche giorno fa ho medicato 4 donne incinte trasportate da una nave militare che ha soccorso Aquarius. Erano povere donne distrutte dopo quello che hanno passato, ma erano sorridenti. Sono persone migliori di noi perché non si lamentano mai e ringraziano sempre.

(…)  Certo, siamo stati bravi a ridurre gli sbarchi del 70 per cento, come siamo stati bravi a far morire la gente in Libia andando a fare accordi con i delinquenti, siamo pure molto orgogliosi. È veramente vergognoso. Hanno fatto una campagna elettorale basata sull’odio, ci hanno vinto le elezioni. Per tutti è stato un cavallo di battaglia. Come se tutti i problemi dell’Italia fossero gli immigrati”.

O ancora come le voci e singhiozzi di persone che avvertono ancora sussulti di umanità, come la giornalista della MSNBC che si lascia prendere dal pianto mentre legge le determinazioni di Trump sui bambini migranti.

O come infine le parole e i dati che provengono da strumenti di informazione e aggiornamento elaborati da chi ha uno sguardo nutrito di competenza ed insieme di esprienza diretta nell’incontro e nel servizio accanto a persone vulnerabili e segnate dalla violenza e dalla miseria. Tra queste il Report 2018 dal titolo Il diritto d’asilo report 2018. Accogliere proteggere promuovere integrare (ed. Tau 2018), curato dalla Fondazione Migrantes  con contributi di Mariacrisina Molfetta, Ulrich Stege, Elena Rozzi, Maurizio Veglio, Chiara Marchetti, Gianfranco Schiavone e Giovanni De Robertis.

Il testo richiama i quattro verbi suggeriti da papa Francesco nel Messaggio per la 104 Giornata Mondiale del Migrante rifugiato 2018 (14 gennaio 2018). Così si legge nell’introduzione: “L’augurio è che questo testo possa contribuire a costruire un sapere fondato rispetto a chi è in fuga, a chi arriva nel nostro continente e nel nostro Paese, e che possa esserci d’aiuto a “restare umani”, ad aprire la mente e il cuore allontanando diffidenza e paura”.

Mariacristina Molfetta, antropologa culturale impegnata nel mondo della cooperazione internazionale ed ha vissuto nei campi profughi in Pakistan, Darfur e Kurdistan conclude così il suo studio su La protezione internazionale in Europa nel 2016-2017 con queste parole che fanno pensare: “Capiamo infatti che al momento né l’Europa né l’Italia stanno andando speditamente nella direzione di proteggere le persone in fuga nel mondo da situazioni di guerra, crisi, violazione dei diritti o attentati terroristici, mentre diventa urgente e imperativo cominciare a farlo. Sappiamo però che nell’incontro e nelle risposte che sapremo dare loro, anche in termini di azioni concrete e di riconoscimento di diritti, non si gioca soltanto quello che possiamo fare per chi è in difficoltà ma anche che tipo di persone siamo noi, in che cosa crediamo e quali sono i nostri valori” (p.37).

Alessandro Cortesi op

XI domenica – tempo ordinario anno B – 2018

IMG_3761.JPGEz 17,22-24; 2Cor 5,6-10; Mc 4,26-34

“Così è il regno di Dio, come un uomo che getta il seme nel terreno…” Gesù parlava in modo coinvolgente, capace di suscitare quell’attenzione di chi sente una parola significativa per la propria vita. Con parole vicine che mettevano in discussione demolivano egoismi e chiusure e aprivano a cambiamenti di solidarietà.

Punto centrale tutte le parabole è così l’annuncio del ‘regno di Dio’. Dietro a questa espressione non sta la rivendicazione di un dominio. Era invece un’immagine conosciuta da chi ascoltava Gesù, usata per esprimere un venire di Dio vicino. Gesù la usa per indicare lo stile di Dio e il modo in cui si pone in relazione con il suo popolo e l‘umanità. Non solo ne parla: nei suoi gesti presenta il regno come apertura e liberazione: è un mondo nuovo in cui Dio prende la parte di chi è oppresso libera e apre al futuro di accoglienza, pace, giustizia: al centro stanno i piccoli. Gesù si comporta da uomo capace di ospitalità.

Così le sue parole spiegano il suo agire. Gesù non usa un linguaggio che definisce ma usa i modi del racconto, suscita immaginazione. Le parabole narrano movimenti in divenire: di solito con un paragone che introduce un’azione … così come…: così avviene nel regno di Dio… come un uomo che getta il seme nel terreno. Gesù apre domande partendo dalla vita. Nelle parabole Gesù indica così che il rapporto con Dio non è da ricercare in momenti avulsi dalla vita ma nell’ordinario dei nostri giorni. In questo parlare si ritrovano i gesti del lavoro, della vita, della casa: l’incontro con Dio non è realtà ‘sacra’ di cui avere timore né riservato a élites religiose o intellettuali. Il vangelo è bella notizia per chi è povero, mite, perseguitato per la giustizia. Dio prende le parti di chi è lasciato ai margini e dimenticato ed apre un modo nuovo di relazioni in cui i più fragili sono al centro e le pretese della forza e del dominio sono capovolte. Nella terra della vita è deposto un seme. ‘dorma o vegli di notte o di giorno, il seme germoglia e cresce…’. Gesù annuncia che nella storia è presente un seme di novità: è messaggio liberante di una realtà già presente nella terra di casa e che porta frutto buono. Tutto ciò porta a decentrare la vita.

‘E’ come un granello di senape, che quando viene seminato sul terreno è il più piccolo di tutti i semi…” C’è una indicazione preziosa in questo contrasto tra la piccolezza degli inizi e la grandezza dell’esito: il regno di Dio è un seme piccolo, anzi il più piccolo, e cresce e diventa più grande di tutte le piante dell’orto. Dell’orto: cioè sta davanti alla casa, non è qualcosa di grande lontano, ma sta nell’orizzonte vicino e chiede che si aprano occhi e cuore per accoglierlo. Il regno è realtà non appariscente, che sta dentro le pieghe della vita, e richiede occhi attenti per scorgerne la presenza. E’ in via di crescita e si lascia incontrare nei segni piccoli, nel silenzio e nella forza di un seme. Dio non guarda le apparenze, ma al cuore e ascolta il grido di chi non è ascoltato perché è più debole e impoverito.

Gesù pronuncia le parabole in momenti di delusione, di scoramento perché non si vedevano i frutti della sua azione e della sua proposta e cresceva invece il rifiuto e l’ostilità contro di lui. Ma proprio in questi momenti indica come il regno sia realtà piccola che ha però una forza di crescita che nulla può ostacolare ed esige l’attesa paziente del contadino. E così comunica ai suoi la sua fiducia fino alla fine. Ed apre la via di un servizio al regno che investe questa realtà e questa storia, dove i piccoli siano accolti, dove gli oppressi siano liberati, dove gli esclusi trovino ospitalità. Gesù sa leggere i segni del regno già presenti, e semina la parola perché anche i suoi sappiano aprirsi alla novità del vangelo. La parabola coinvolge ed opera: è nel senso più profondo ‘poesia’, parola efficace capace di cambiare chi l’accoglie e di orientare ad un agire di ospitalità.

Alessandro Cortesi op

aquarius

Alberi e nidi

Un albero con tanti rami dove gli uccelli possono fare il nido è immagine che parla di accoglienza: aperta, libera, capace di non porre chiusure. Rami come punti di appoggio e foglie come protezione e sollievo sono messaggio che silenziosamente proviene dalla natura e richiama al senso dell’abitare il mondo. Un risiedere non di proprietari, ma come stranieri di passaggio, come uccelli che giungono da altri orizzonti e fanno sosta e costruiscono casa, facendo nido. Un abitare che apre spazi per nidi diversi e per incroci di voli, di andate e ritorni, momento di riposo nei passaggi delle migrazioni.

La sapienza degli alberi è antica, non s’impone e richiama oggi ad un ascolto da parte degli umani, in un tempo in cui invece parole di odio, di rifiuto, di chiusura si moltiplicano e come nuvola tossica inquinano l’aria che respiriamo.

Raccolgo alcune voci di denuncia e proposta a fronte della vicenda di cinismo e di miopia politica oltre che di cattiveria a cui stiamo assistendo in questi giorni in riferimento alla chiusura dei porti italiani per non accogliere la nave Aquarius con i migranti salvati nel Mediterraneo:

“La presa in ostaggio dei 629 della Aquarius interpella il Parlamento e il Capo dello Stato quale garante del rispetto della Costituzione e dei trattati internazionali. Perché il rifiuto di autorizzarne l’attracco nei porti italiani disposto dal ministro dell’Interno Matteo Salvini nulla ha a che vedere con la discrezionalità dell’azione politica. È un atto insieme illegale e fraudolento. In aperta violazione della “Convenzione Internazionale sulla ricerca e il salvataggio marittimo” siglata ad Amburgo il 27 aprile del 1979 e ratificata dal nostro Paese con la legge 147 del 1989. Quella Convenzione fissa l’obbligo di soccorso in mare a chi sia in pericolo di vita e quello del suo trasferimento in un luogo sicuro (…) Salvini ha consapevolmente violato quell’obbligo. E per giunta, in modo fraudolento, spacciando al mercato del rancore come “vicescafista” la nave di una Ong che aveva partecipato a un’operazione di soccorso disposta dal Paese di cui è ministro dell’Interno”. (Carlo Bonini L’attracco negato è un atto illegale “la Repubblica” 12 giugno 2018)

“…su una cosa sono d’accordo con Salvini: la rotta libica va chiusa. Basta tragedie in mare, basta dare soldi alle mafie libiche del contrabbando. Sogno anch’io un Mediterraneo a sbarchi zero. Il problema però è capire come ci si arriva. E su questo, avendo alle spalle dieci anni di inchieste sul tema, mi permetto di dare un consiglio al ministro perché mi pare che stia ripetendo gli stessi errori dei suoi predecessori. (…) Viviamo in un mondo globalizzato, dove i lavoratori si spostano da un paese all’altro in cerca di un salario migliore. L’Europa, che da decenni importa manodopera a basso costo in grande quantità, in questi anni ha firmato accordi di libera circolazione con decine di paesi extraeuropei. (…)però, continua a proibire ai lavoratori africani la possibilità di emigrare legalmente sul suo territorio. In altre parole, le ambasciate europee in Africa hanno smesso di rilasciare visti o hanno reso quasi impossibile ottenerne uno.

Siamo arrivati al punto che l’ultima e unica via praticabile per l’emigrazione dall’Africa all’Europa è quella del contrabbando libico. Le mafie libiche hanno ormai il monopolio della mobilità sud-nord del Mediterraneo centrale. Riescono a spostare fino a centomila passeggeri ogni anno con un fatturato di centinaia di milioni di dollari ma anche con migliaia di morti.

Eppure non è sempre stato così. Davvero ci siamo dimenticati che gli sbarchi non esistevano prima degli anni Novanta? Vi siete mai chiesti perché? E vi siete mai chiesti perché nel 2018 anziché comprarsi un biglietto aereo una famiglia debba pagare il prezzo della propria morte su una barca sfasciata in mezzo al mare? Il motivo è molto semplice: fino agli anni Novanta era relativamente semplice ottenere un visto nelle ambasciate europee in Africa. In seguito, man mano che l’Europa ha smesso di rilasciare visti, le mafie del contrabbando hanno preso il sopravvento. (…)

… continuo a non capire come mai un ventenne di Lagos o Bamako, debba spendere cinquemila euro per passare il deserto e il mare, essere arrestato in Libia, torturato, venduto, vedere morire i compagni di viaggio e arrivare in Italia magari dopo un anno, traumatizzato e senza più un soldo, quando con un visto sul passaporto avrebbe potuto comprarsi un biglietto aereo da cinquecento euro e spendere il resto dei propri soldi per affittarsi una stanza e cercarsi un lavoro. Esattamente come hanno fatto cinque milioni di lavoratori immigrati in Italia, che guardate bene non sono passati per gli sbarchi e tantomeno per l’accoglienza. Sono arrivati dalla Romania, dall’Albania, dalla Cina, dal Marocco e si sono rimboccati le maniche. Esattamente come hanno fatto cinque milioni di italiani, me compreso, emigrati all’estero in questi decenni. Esattamente come vorrebbero fare i centomila parcheggiati nel limbo dell’accoglienza. (…) Altro che riforma Dublino, noi dobbiamo chiedere la libera circolazione dentro l’Europa dei lavoratori immigrati. Perché non possiamo permetterci di avere cittadini di serie a e di serie b. E guardate che lo dobbiamo soprattutto a noi stessi.

Perché chiunque di noi abbia dei bambini, sa che cresceranno in una società cosmopolita. Già adesso i loro migliori amici all’asilo sono arabi, cinesi, africani. Sdoganare un discorso razzista è una bomba a orologeria per la società del domani. Perché forse non ce ne siamo accorti, ma siamo già un noi. Il noi e loro è un discorso antiquato. Un discorso che forse suona ancora logico alle orecchie di qualche vecchio nazionalista. (…) Legalizzate l’emigrazione Africa –Europa, rilasciate visti validi per la ricerca di lavoro in tutta l’Europa, togliete alle mafie libiche il monopolio della mobilità sud-nord e facciamo tornare il Mediterraneo ad essere un mare di pace anziché una fossa comune. O forse trentamila morti non sono abbastanza?” (Gabriele Del Grande Lettera al ministro dell’Interno post su Facebook, 13.06.2018).

“Salvini sta facendo sapere a tutta Europa che l’Italia è pronta a vedere annegare quegli sventurati passeggeri pur di esibire i muscoli a Francia e Germania. Tutti gli interrogativi morali e politici che gli sbarchi implicano sono risolti senza indugio, svelando sin dai primi giorni del governo Conte il vero volto del populismo in carica. Le conseguenze che la catechesi rivoluzionaria predicata in campagna elettorale può sortire sono state illuminate come da un lampo ora che questa ha traslocato dalle piazze ai vertici del governo del nostro Paese. Salvini ha virato in una direzione che non ha mai fatto mistero di voler imboccare. E tutto il carrozzone al comando non ha saputo fare di meglio che acconsentire e prendere atto. Non ha mosso ciglio il Presidente del Consiglio. Nulla ha obbiettato Di Maio, che si trova tra l’incudine di una porzione di elettorato sconvolta dall’idea di negare l’attracco all’Aquarius e il martello del suo coinquilino alla vicepresidenza del Consiglio. Questo oscuro episodio ci dice molte cose. In primo luogo ci mostra che il «governo del cambiamento» è pronto a privilegiare la ragione di Stato (la presunta necessità di dare un segnale “forte”) all’etica della situazione, che imporrebbe invece di salvare quelle 629 vite prima di tutto e poi, solo in un momento successivo, di ridiscutere i termini di Dublino.
Inoltre, questa vicenda ci ricorda un’altra lezione. Chi stringe patti col diavolo prima o poi ne resta vittima. (…) Il mito sovranista non vuol dire altro che questo: aspirare incondizionatamente ad una sovranità illimitata esercitata da una minoranza (perché la Lega è una minoranza) in nome e per conto dell’intero popolo sovrano. Con una acrobazia politica si cerca si contrabbandare la parte per il tutto e di piegare un’intera nazione al volere di un partito che in un dato momento ha raccolto il voto della frustrazione e della rabbia. E che ora sembra trascinare dietro di sé tutto l’esecutivo e ammaestrare il suo Presidente ad assecondare ogni arbitraria decisione”. (Antonio Merlino, Il vero volto del populismo in carica, “Trentino” 13 giugno 2018)

“L’hashtag #chiudiamoiporti, twittato dal neoministro degli Interni e rimbalzato nella Rete, è il Muro innalzato dall’Italia. Così è stato interpretato all’estero. I porti si chiudono quando sta per arrivare un invasore, un nemico insidioso, di fronte al quale ci si sente indifesi. Ma l’Aquarius ha solo un carico di migranti fuggiti da fame, miseria, guerra, alcuni feriti e ustionati, molti esausti; tra questi 123 minori non accompagnati e parecchi bambini. Lo schiaffo del No è anche per loro, colpevoli di essere migranti, cioè di essersi mossi. I diritti dei cittadini, protetti dai confini, mal si conciliano con i diritti di quelli che stanno là fuori e sono semplicemente esseri umani. (…)Con quel gesto l’Italia ha perso ben più di quanto abbia guadagnato. Perché quel che l’ha contraddistinta nei secoli non è solo e non è tanto l’arte e l’ingegno, quanto piuttosto l’umanità. (Donatella Di Cesare, Lo scontro (perdente) tra la sovranità e l’umanità dell’Italia, “Corriere della Sera” 13 giugno 2018).

“…non si può non constatare che il sistema Paese non può andare in panne per 100mila persone, quante sono le persone sbarcate in Italia nel corso di un anno, che si vanno ad aggiungere ad un totale sette o otto volte tanto. In Germania è arrivato un milione di persone nel giro di due anni e il sistema Paese ha retto. Non parliamo poi di altri Paesi, come Libano o Giordania, dove i profughi parliamo di ben altri numeri che rapportati a quelle popolazioni portano a percentuali qui inimmaginabili. L’Italia, un Paese con 60 milioni di abitanti, si inceppa per 100mila persone? Dobbiamo renderci conto del fenomeno e delle sue reali dimensioni, elaborando vere politiche di sistema. C’è una drammatizzazione oggettiva che dipende però anche da una carenza: l’accoglienza non ha saputo affrontare il problema del dopo.” (Intervista a don Mogavero, vescovo: Riccardo Cristiano, Dal dramma migranti alla drammatizzazione. Parla il vescovo Mogavero, www.formiche.net 14.06.18).

E’ del 14 giugno 2018 il testo di un messaggio di papa Francesco inviato al “II colloquio Santa Sede – Messico sulla migrazione internazionale”. In esso il papa richiama “ai valori della giustizia, della solidarietà e della compassione” e ad un cambiamento di mentalità:

“A tal fine, occorre un cambiamento di mentalità: passare dal considerare l’altro come una minaccia alla nostra comodità allo stimarlo come qualcuno che con la sua esperienza di vita e i suoi valori può apportare molto e contribuire alla ricchezza della nostra società. Perciò, l’atteggiamento fondamentale è quello di «andare incontro all’altro, per accoglierlo, conoscerlo e riconoscerlo»”. (…)  Vorrei infine segnalare che nella questione della migrazione non sono in gioco solo numeri, bensì persone, con la loro storia, la loro cultura, i loro sentimenti e le loro aspirazioni. Queste persone, che sono nostri fratelli e sorelle, hanno bisogno di una protezione continua, indipendentemente dal loro status migratorio. I loro diritti fondamentali e la loro dignità devono essere protetti e difesi. Un’attenzione speciale va riservata ai migranti bambini, alle loro famiglie, a quanti sono vittime delle reti del traffico di esseri umani e a quelli che sono sfollati a causa di conflitti, disastri naturali e persecuzioni. Tutti costoro sperano che abbiamo il coraggio di abbattere il muro di quella complicità comoda e muta che aggrava la loro situazione di abbandono e che poniamo su di loro la nostra attenzione, la nostra compassione e la nostra dedizione”.

Ricordo infine alcuni orientamenti su cui impegnare sforzi e progetti per affrontare la complessità di fenomeni che richiederebbero oggi lucidità e responsabilità che sono stati proposti dai missionari italiani: questi sono l’apertura di corridoi umanitari per chi fugge da situazioni drammatiche; l’embargo sulla vendita di armi italiane agli stati africani; una seria politica economica verso questi paesi con forti investimenti, non ai governi, ma alle realtà di base per permettere ai popoli d’Africa di rimettersi in piedi; la sospensione delle nostre politiche predatorie nei confronti dell’Africa, ricchissima di materie prime; la sospensione degli Epa (Accordi di partenariato economico) che la Ue ha imposto ai paesi africani e che creeranno ancora più fame.

Alessandro Cortesi op

Accogliere Proteggere Promuovere Integrare

La-Giornata-mondiale-del-migrante-e-del-rifugiato_articleimageIl 14 gennaio è la Giornata mondiale del migrante e del rifugiato

La rivista ‘Il Regno’ ha dedicato al tema un dossier di “Dialoghi Moralia” del 2018

Rinvio a questo dossier, coordinato dal prof. René Micallef sj della Pontificia Università Gregoriana, a cui ho avuto modo di collaborare. Le diverse schede, curate da vari autori, che commentano il Messaggio di papa Francesco per la Giornata della Pace 2018 si possono leggere al seguente link: Migranti: accogliere, proteggere, promuovere, integrare

In un tempo di paure e di rifiuto dell’altro quattro verbi ricordano un orizzonte di senso e provocano a traduzioni in scelte e stili di vita capaci di costruire una convivenza di cura per l’umanità. (ac)

 

XXVIII domenica tempo ordinario – anno A – 2017

IMG_0972.JPGIs 25,6-10; Fil 4,12-14.19-20; Mt 22,1-14

“Preparerà il Signore degli eserciti per tutti i popoli, su questo monte, un banchetto … di cibi succulenti, di vini raffinati. …Eliminerà la morte per sempre, il Signore Dio asciugherà le lacrime su ogni volto”.

L’immagine del banchetto sta ad indicare un incontro dei popoli nel condividere un cibo preparato per tutti da Dio stesso. Questo banchetto è il simbolo di un futuro caratterizzato dalla presenza della vita e senza più la morte. L’azione di Dio è vita, dono di gioia. Il Signore che prepara un banchetto è anche colui che elimina la morte, apre la possibilità di incontro nella felicità della condivisione e dello stare insieme. L’immagine del banchetto viene anche collegata alla venuta del messia.

Nei vangeli si parla a più riprese di banchetti, a Cana, in casa di Levi nella casa di Simone il pubblicano dove irrompe la donna peccatrice, nella casa di Zaccheo, da Marta e Maria. Anche la moltiplicazione dei pani diventa banchetto. Gesù visse poi in una cena pasquale il drammatico momento di addio ai suoi prima della sua morte. Così pure nei racconti delle apparizioni vi è insistenza sul ‘mangiare insieme’ in vari contesti.

Anche nelle parole Gesù l’immagine del banchetto ritorna con insistenza, nella parabola del grande banchetto (Lc 14) in quella delle vergini stolte e sagge (Mt 25).

Così pure nelle parole rivolte al centurione, pagano lodato per la sua fede, a cui Gesù annuncia un venire di popoli lontani a partecipare alla mensa con Abramo Isacco e Giacobbe nel regno dei cieli: “molti verranno dall’oriente e dall’occidente e siederanno a mensa con Abramo, Isacco e Giacobbe nel regno dei cieli” (Mt 8,10-11).

La parabola degli invitati al banchetto (Mt 22,1-14) risulta dall’unione di due parabole distinte. Il contesto è quello del confronto di Gesù con le autorità giudaiche presso il tempio di Gerusalemme. La prima parabola presenta l’invito alla festa di nozze e il rifiuto degli invitati. La seconda è centrata sull’abito della festa. Il riferimento alla città data alle fiamme e alla violenza può essere rinvio alla presa di Gerusalemme nel 70 d.C. La parabola può quindi essere una lettura dei rapporti tra comunità cristiana e autorità ufficiali giudaiche. Ed è un testo con molteplici rinvii allegorici: il padrone che invita è Dio, i servi sono i profeti, gli invitati il popolo d’Israele…

Di fronte all’invito la risposta è il rifiuto e la violenza. Gli invitati non si lasciano toccare dalla chiamata. Sono insensibili. I servi sono allora inviati dal re verso ‘coloro che sono ai crocicchi delle strade ‘: ‘tutti quelli che troverete chiamateli alle nozze’.

Si ripropone l’insegnamento: ‘i pubblicani e le prostitute vi precedono nel regno di Dio (Mt 21,31). Il Padre ama chi si apre alla consapevolezza di essere salvato. Chi si crede giusto non avverte l’urgenza di cambiamento. Chi è troppo concentrato sui propri meriti, fino a condannare gli altri ed essere intollerante non può aprirsi ad accogliere la grazia di Dio. Matteo presenta la chiamata di Dio che fa entrare ‘buoni e cattivi’: Dio ama non allontanando i peccatori, ma offrendo misericordia.

La scena del banchetto si tramuta rapidamente in un luogo di giudizio: un invitato senza la veste adatta viene espulso dalla sala. La veste può essere indicazione di un dono ricevuto come il velo che si riceveva nei banchetti, ma che è stato rifiutato. Una manifestazione di autosufficienza e di disdegno nel respingere un dono offerto. Nel linguaggio biblico poi la veste costituisce la dimensione dell’agire, la coerenza tra fede e vita (in Ap 19,8, la veste di lino, data alla sposa dell’agnello, indica ‘le opere giuste dei santi’). Matteo è molto sensibile nel denunciare una fede proclamata a parole ma che non trova riscontro nella pratica: ‘Non chiunque mi dice Signore, Signore, entrerà nel regno dei cieli, ma colui che fa la volontà del Padre mio che è nei cieli’ (Mt 7,21).

La via per partecipare al banchetto dell’incontro con Dio è accoglienza di un dono che genera resposnabilità e impegno ad un amore concreto. Fare la volontà del Padre non è rivendicare l’appartenenza di gruppo o una sicurezza derivante dal ruolo religioso ma si attua nel compiere scelte e gesti di cura e servizio verso gli altri.

Alessandro Cortesi op

IMG_0994.JPGRifiuto

Il World Population Prospects – documento che fornisce stime e proiezioni relative alla situazione demografica mondiale elaborato ogni due anni dalla Divisione per la popolazione dell’ONU – nell’edizione del 2017 (pubblicata il 21 giugno u.s.) presenta le stime di crescita per il 2050. Queste indicano un aumento di 100 milioni di individui rispetto alle ultime previsioni e ciò soprattutto in ragione della crescita demografica che si registra in Africa e India. Le previsioni indicano 8,6 miliardi nel 2030, e 9,8 miliardi nel 2050.

La Cina conta attualmente 1,4 miliardi di persone (il 19% della popolazione mondiale) e l’India 1,3 miliardi (il 18% della popolazione mondiale). La previsione è che nell’arco dei prossimi sette anni la popolazione indiana supererà quella cinese.

Tra i dati rilevanti del Prospetto è da cogliere come tra i dieci Paesi più popolosi del mondo la Nigeria vedrà un incremento tra i più alti. Si stima che la popolazione di questo Paese africano supererà nel 2050 quella degli Stati Uniti, divenendo così il terzo Paese nel mondo per numero di abitanti.

Con India e Nigeria il 50% della concentrazione della crescita demografica mondiale dal 2017 al 2050 sarà nei seguenti Paesi: Congo, Pakistan, Etiopia, Tanzania, Usa, Uganda e Indonesia. L’Europa per contro vedrà una diminuzione della popolazione nei prossimi anni con un progressivo invecchiamento.

Il fatto che la crescita demografica maggiore sia concentrata nei Paesi più poveri del mondo pone serie difficoltà al perseguimento di alcuni Obiettivi di sviluppo sostenibile indicati dall’ONU, in particolare l’obiettivo di ridurre la povertà e la lotta alla fame, come pure lo sviluppo dell’educazione e la riduzione delle disuguaglianze. Il processo di invecchiamento della popolazione può portare ad esigenze rilevanti di assistenza, pensioni e fondi di protezione sociale con conseguenze di aumento della pressioni fiscale.

Alla luce di questo quadro di previsioni demografiche la regione del Mediterraneo costituisce quindi una delle regioni, e non l’unica, che nel mondo continuerà ad essere segnata da una forte pressione migratoria sui paesi europei. Il mare Mediterraneo, nel quadro di una considerazione geografica, costituisce una sorta di lago le cui sponde uniscono Africa Europa e Asia. Pone in comunicazione e mette a stretto contatto i Paesi del Sud del mondo ad alta crescita demografica e i Paesi europei. La disparità dello sviluppo demografico costituirà un elemento importante di spostamento dei popoli.

La logica del rifiuto, della chiusura e dell’innalzamento di barriere con il pensiero che questa sia la soluzione a flussi migratori in un quadro di tale vicinanza geografica e di disparità di crescita demografica è un indirizzo che non solo non risolve il problema nel presente, ma non apre nemmeno a possibili vie per affrontare la complessità di tale fenomeno nel futuro.

Negli ultimi giorni si è assistito ad una convocazione organizzata ai confini della Polonia di migliaia di persone mobilitate in una manifestazione di opposizione all’accoglienza di stranieri e con la paura dell’islamizzazione ‘perchè l’Europa resti cristiana’. La cosa più sconcertante è stata la motivazione religiosa e l’atmosfera di preghiera con il rosario in mano di questa manifestazione. Tale iniziativa appare come un tradimento non solo del vangelo ma anche del senso stesso di una preghiera che richiama lo sguardo a Maria che ha cantato il Magnificat, il canto degli impoveriti che pongono la loro fiducia nel Signore che guarda a chi è tenuto fuori dei confini: “ha deposto i potenti dai troni ha innalzato gli umili, ha ricolmato di beni gli affamati, ha rimandato i ricchi a mani vuote”. Identificare la fede cristiana con una tradizione culturale è stato sempre nella storia processo generatore di incomprensione del vangelo stesso e di sventure per l’espereinza dei credenti e per i popoli.

Olivier Poquillon, frate domenicano francese, segretario della Commissione degli episcopati della Comunità europea (Comece) in una recente intervista in occasione del convegno Re-thinking Europe, ha ricordato: “La questione delle frontiere, delle identità ci fa ricordare quando l’impero romano ha cominciato a perdere forza e a costruire il limes, le frontiere attorno a lui, impiegando tutto se stesso nella difesa delle periferie, svuotando il suo centro. Oggi l’Unione Europea corre lo stesso rischio, perdere il senso della sua missione, che è un progetto di pace e di impegno positivo per il bene comune. (…) non si tratta di difendere una torta con la paura che diventi piccola se porzionata in troppi pezzi, ma di imparare a fare delle torte insieme”.

E ancora: “Se una politica funziona per i più deboli, funziona sicuramente per tutti. Il contrario non è sempre vero. Prendersi cura dei più vulnerabili, dei più poveri è essenziale per costruire il progetto europeo (…) Il motto dell’Europa è l’unità nella diversità. Diversità di culture, diversità di lingue, diversità di storie. La storia dell’Europa è segnata dalle guerre e la guerra esiste ancora alle nostre porte e in Europa, in Ucraina. Essere solidali oggi significa trovare soluzioni comuni. (…)”

Ha infine richiamato ad una dimensione pratica della politica: “La politica è una buona notizia se si mette dalla parte del bene comune. Non è più tempo di enunciare dei grandi principi, ma è il tempo di metterli in pratica”.

La Conferenza degli istituti missionari italiani (Cimi) in un recente documento  del 14 settembre 2017 ha preso una decisa posizione di fronte al recente accordo tra Italia e Libia :

“… l’Italia si è accordata con le milizie e la guardia costiera di al-Sarraj per bloccare i migranti nell’inferno libico dove sono torturati, stuprati o destinati a morire nel deserto di sete, come ha denunciato l’Onu. (…)

Noi missionari condanniamo con forza questo accordo scellerato che sarà pagato così pesantemente dai popoli africani, a noi così cari. Questo costituisce per noi missionari il naufragio dell’Europa come patria dei diritti.

«Il dramma che i migranti e i rifugiati stanno vivendo in Libia – afferma il rapporto dei Medici senza frontiere, del 7 settembre scorso – dovrebbe scioccare la coscienza collettiva dei cittadini e dei leader dell’Europa».

Questa è una politica miope, in vista delle elezioni, per salvare il nostro benessere di occidentali. Noi missionari chiediamo un’altra politica verso i paesi dell’Africa:

– l’apertura di corridoi umanitari per chi fugge da situazioni drammatiche;

– un embargo sulla vendita di armi italiane agli stati africani;

– una seria politica economica verso questi paesi con forti investimenti, non ai governi, ma alle realtà di base per permettere ai popoli d’Africa di rimettersi in piedi;

– la sospensione delle nostre politiche predatorie nei confronti dell’Africa, ricchissima di materie prime;

– la sospensione degli Epa (Accordi di partenariato economico) che la Ue ha imposto ai paesi africani e che creeranno ancora più fame.

Infine ci auguriamo che la legge sullo Ius Soli, bloccata in Senato, venga subito approvata per permettere a minorenni nati in Italia da genitori immigrati residenti da almeno 5 anni o ad alunni nati all’estero che abbiano completato 5 anni di scuola in Italia, di sentirsi cittadini a pieno titolo. Solo così lentamente e con fatica costruiremo quella “convivialità delle differenze” che ci permetterà di trovarci ricchi delle nostre differenze. O il mondo sarà così o saremo destinati a sbranarci vicendevolmente. Noi missionari crediamo che non c’è umanità se non al plurale»”.

Alessandro Cortesi op

Giornata della memoria e dell’accoglienza

IMG_1306.jpgOggi 3 ottobre è giornata di memoria delle vittime del naufragio vicino alle coste di Lampedusa in cui nel 2013 persero la vita 368 bambini, donne e uomini e di tutte le vittime dei viaggi delle migrazioni. Giornata di preghiera per le vittime e per maturare un impegno sempre nuovo di accoglienza.

E’ stata resa nota oggi una Dichiarazione congiunta da parte di Federazione delle chiese evangeliche in Italia (FCEI), Commissione delle chiese per i migranti in Europa (CCME) e Conferenza delle chiese europee (KEK) che richiama come “la tutela del  migrante e l’accolgienza del porfugo e del perseguitato sono al centro della nostra fede in Cristo”.

“Ricordiamoci che ogni muro che ci separa dal nostro prossimo e ferma chi fugge da persecuzioni e violenze, ci allontana dall’amore di Dio e dalla sua vocazione ad accogliere e proteggere, così come Lui ci ha accolto e protetto” (…).

La dichiarazione presenta un appello: “Per questo ci opponiamo a ogni politica di chiusura o di spostamento dei confini per prevenire o negare l’accesso a uomini e donne che avrebbero diritto alla protezione internazionale”.

Si rivolge poi a governi e istituzioni internazionali “perché garantiscano passaggi sicuri e corridoi umanitari ai profughi, ai richiedenti asilo e a quanti vivono in condizioni di vulnerabilità e di rischio per la propria vita”.

E altresì chiede “di garantire una più ampia e inclusiva interpretazione del diritto alla protezione internazionale e all’asilo”.

Una parola anche è rivolta alle chiese: “vogliamo sollecitare le nostre chiese perché premano sui governi e le autorità per promuovere politiche più umane e aperte per i rifugiati, per costruire ponti come strumenti di solidarietà e segnali di speranza”.

Domenica scorsa a Bologna, nella sua prima tappa di visita alla città, papa Francesco così si è espresso:

“Ho voluto che fosse proprio qui il mio primo incontro con Bologna. Questo è il ‘porto’ di approdo di coloro che vengono da più lontano e con sacrifici che a volte non riuscite nemmeno a raccontare. Molti non vi conoscono e hanno paura. Questa li fa sentire in diritto di giudicare e di poterlo fare con durezza e freddezza credendo anche di vedere bene. Ma non è così. Si vede bene solo con la vicinanza che dà la misericordia. (…)

Da lontano possiamo dire e pensare qualsiasi cosa, come facilmente accade quando si scrivono frasi terribili e insulti via internet. Se guardiamo il prossimo senza misericordia, non ci rendiamo conto della sua sofferenza, dei suoi problemi. (…)

In voi vedo, come in ogni forestiero che bussa alla nostra porta, Gesù Cristo, che si identifica con lo straniero, di ogni epoca e condizione, accolto o rifiutato (Mt 25,35.43) (…)

Credo davvero necessario che un numero maggiore di Paesi adottino programmi di sostegno privato e comunitario all’accoglienza e aprano corridoi umanitari per i rifugiati in situazioni più difficili, per evitare attese insopportabili e tempi persi che possono illudere.

L’integrazione inizia con la conoscenza. Il contatto con l’altro porta a scoprire il ‘segreto’ che ognuno porta con sé e anche il dono che rappresenta, ad aprirsi a lui per accoglierne gli aspetti validi, imparando così a volergli bene e vincendo la paura, aiutandolo ad inserirsi nella nuova comunità che lo accoglie. Ognuno di voi ha la propria storia, mi diceva la signora che mi accompagnava. E questa storia è qualcosa di sacro, dobbiamo rispettarla, accettarla, accoglierla e aiutare ad andare avanti (…)

Voglio portare con me i vostri volti che chiedono di essere ricordati, aiutati, direi “adottati”, perché in fondo cercate qualcuno che scommetta su di voi, che vi dia fiducia, che vi aiuti a trovare quel futuro la cui speranza vi ha fatto arrivare fino a qui. Sapete cosa siete voi? Siete dei “lottatori di speranza”! Qualcuno non è arrivato perché è stato inghiottito dal deserto o dal mare. Gli uomini non li ricordano, ma Dio conosce i loro nomi e li accoglie accanto a sé.”

(ac)

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