la parola cresceva

commenti alla Parola della domenica e riflessioni

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XXVI domenica tempo ordinario – anno A – 2017

IMG_0894Ez 18,25-28; Fil 2,1-11; Mt 21,28-32

La parabola dei due figli a cui il padre chiede di andare a lavorare nella vigna apre all’interrogarsi sulla coerenza tra parole e azioni e sulla concretezza dell’agire. Il primo risponde ‘sì’, ma poi non va, il secondo dice ‘no’ poi invece decide di andare. L’andare è innanzitutto un movimento interiore, il farsi strada di una scelta, l’apertura del cuore ad un appello. I due figli rispondono in modo diverso: alla disponibilità espressa dal primo non corrisponde una azione conseguente. Al rifiuto del secondo segue invece un cambiamento e un operare concreto.

Matteo insiste su un punto a lui caro: seguire Gesù non è questione di proclamare parole ma si attua nel compiere la volontà del Padre: “Non chiunque mi dice Signore Signore, entrerà nel regno dei cieli, ma colui che fa la volontà del Padre mio che è nei cieli… “ (Mt 7,21-24).

Ascoltare e ‘fare’ la parola del Padre, metterla in pratica, è il cammino del discepolo. Nell’agire dei due figli si può scorgere un cambiamento possibile: c’è chi si mette in cammino, cambia e si lascia coinvolgere per andare nella vigna.

In questa parabola c’è una critica ad una religione solo esteriore fatta di parole. Viene denunciata l’ipocrisia di coloro che dicono e non fanno (Mt 23,3) attitudine tipica di chi vive una religiosità che si limita all’apparenza o a parole che non si concretizzano in scelte di vita. E’ richiamo quindi alla sincerità del parlare di fronte alla parola di Dio.

Nella parabola c’è anche un messaggio sul volto di Dio: la sua chiamata è per tutti, senza esclusioni, è invito aperto ad entrare nel regno dei cieli e a divenirne responsabili: lavorare nella vigna. Ma cambiare è difficile. Per questo ‘i pubblicani e le prostitute vi passano avanti nel regno di Dio’. Divengono essi esempio di chi ha avuto il coraggio di un cambiamento: “i pubblicani e le prostitute hanno creduto alla predicazione di Giovanni voi, al contrario, pur avendo visto queste cose, non vi siete nemmeno pentiti per credergli”. Giovanni trovò rifiuto nel mondo religioso ed invece trova accoglienza in chi giungeva da lontano. C’è chi riconosce la sua situazione di peccato ed ha un cuore disponibile. Si sono lasciati toccare dalla via della giustizia annunciata da Giovanni, da un annuncio che li interroga e questo diviene forza di cambiamento.

Sono loro esempi di cuore aperto all’accoglienza e a lascirsi coinvolgere con sincerità. Gesù ha incontrato persone tenute ai margini ed escluse dalla vita religiosa e sociale che di fronte a lui si sono sentite comprese e liberate.

Hanno scoperto una speranza nuova nella loro vita. Hanno sentito la sua fiducia nella possibilità di ricominciare. In lui pubblicani e prostitute, considerati fuori dalla salvezza e lontani da Dio, hanno fatto esperienza di essere accolti, toccati dalla misericordia ed hanno iniziato una vita nuova.

Questa pagina è richiamo ad un cambiamento, la conversione, esperienza non di un momento ma cammino sempre da ricominciare. E’ scelta di dire sì e compiere concretamente la volontà del Padre. Convertirsi è passare ad un modo nuovo di pensare a Dio, scoprire il suo sguardo di amore e il suo invio.

E’ credere e affidarsi ad un dono di vita oltre i nostri pensieri: Matteo vede nel movimento attorno al Battista una apertura di chi era ritenuto escluso. La predicazione di Giovanni fu una predicazione sulla via della giustizia: chiamava a un cambiare direzione e mentalità, per prepararsi ad un tempo nuovo. Gesù indica una via di misericordia e chiede di seguirlo in questo cammino.

Alessandro Cortesi op

IMG_0074.JPGSentimenti

Esplorare emozioni e sentimenti: potrebbe essere questo un impegno rilevante nel tempo in cui tutto è ridotto a calcolo e a programmazione e i vari aspetti della vita sono valutati nei termini freddi dell’utilità, dell’efficienza e dei risultati produttivi.

Gli stimoli che ci raggiungono con sempre maggiore intensità, soprattutto con i nuovi strumenti della tecnologia, generano reazioni diverse nelle giornate di piccoli e adulti. La nostra vita è così presa da una corrente di emozioni, movimenti immediati dell’animo alle tante sollecitazioni e informazioni cui spesso non si riesce a tener fronte. Sperimentiamo così la fatica di andare al di là delle reazioni immediate che sorgono da tali stimoli continui e pervasivi perché è difficile trovare modi e tempi per divenire consapevoli e per compiere una lettura di quanto si muove in noi.

Ma c’è un sottile confine e un lento lavorio che solo può far passare dall’emozione ai sentimenti. Solamente il tempo vissuto insieme e condiviso accompagna il bambino a rendersi conto delle proprie emozioni a non rimanerne schiacciato e a divenire capace di leggersi dentro, di ascoltare ciò che si muove nel cuore e orienta la vita. Perché cammini e scelte sono intrapresi a partire non da un astratto e freddo calcolo ma seguendo ciò che si nutre di passione e fa innamorare.

Il lavoro di educare le emozioni e farle divenire sentimenti esige la pazienza di ascolto di se stessi e degli altri, richiede il coraggio di guardare in faccia tutto ciò che inquieta, impaurisce, angustia o rende felici e leggeri. Imparare a leggere le emozioni richiede innanzitutto l’onestà verso se stessi di non nasconderle e l’apertura del parlarne di fronte ad altri. Trovare modo di esprimere le proprie emozioni aiuta a crescere. Così i bambini – ma anche gli adulti – che hanno opportunità di parlare delle proprie emozioni, di raccontarle e di guardarle negli occhi nel racconto, nel dialogo, nelle diverse forme di espressione non verbale si aprono ad orizzonti di responsabilità: farsi domande come ‘perché mi sento triste?, o ‘perché ho paura?’ oppure interrogarsi su emozioni positive come il sentirsi felici, il percepire tranquillità o il sentirsi amati maturano attitudini nuove. Aprono alla capacità di affrontare i diversi momenti della vita senza lasciarsi travolgere nel gorgo di stimoli subiti e non compresi. Sono passaggi di libertà.

Come osserva lo psichiatra Eugenio Borgna “Le emozioni fragili, come le virtù deboli, hanno in sé stimmate lucenti e dolorose dell’umanità ferita, ed è questa a renderle così umane e così arcane”. E ancora “… non ci possono essere relazioni autentiche con gli altri se non quando ci sia in noi la percezione radente della natura profonda delle nostre emozioni che si rivela nella loro fragilità; e questa da una parte ci induce a nasconderle, a proteggerle, a difenderle, a farle crescere e a farle maturare nella solitudine dell’incontro con la nostra anima, e dall’altra ci porta a riconoscere le fragilità degli altri, a sentirle come nostre, a sorreggerle, a creare ponti che trascendano la nostra individualità, e ci immergano nella infinitudine dell’intersoggettività” (Eugenio Borgna , La fragilità che è in noi, Einaudi 2014).

Il passaggio di crescita è quando dall’emozione si passa ad una consapevolezza, a poter interpretare quanto si muove nell’animo. La maturazione di sentimenti si compie non d’un tratto, ma poco alla volta, passo dopo passo, in un lento e complesso cammino ed è uno dei tratti fondamentali che apre a vivere la relazione con gli altri. Per poter ascoltare le emozioni degli altri e per vivere una empatia nella fragilità. C’è una intelligenza emotiva che ha un suo alfabeto, da imparare insieme alla grammatica dei sentimenti. Nella vita è importante tenere insieme intelligenza e cuore. E’ questa grammatica ad offrire gli elementi di base per articolare parole pronunciate e gesti vissuti nel silenzio che non siano vuotei ma capaci di tessere comunicazione. “Abbiate in voi gli stessi sentimenti di Cristo Gesù …”

Alessandro Cortesi op

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III domenica tempo ordinario – anno A – 2017

img_1784III domenica tempo ordinario – anno A

Is 8,23b.9,1-3; 1Cor 1,10-13.17; Mt 4,12-23

Terra di Zabulon e di Neftali sulla via del mare: è territorio al nord della Palestina, passaggio di strade calpestate da eserciti conquistatori nei secoli. Terra di confine dove si conoscevano devastazioni, violenze che accompagnavano i cambiamenti dei dominatori. Terre abitate da tenebre del male e della malvagità. Era quello il ‘territorio dei pagani’. Eppure Isaia vede proprio quella terra, situata ai margini, il luogo in cui si fa presente una luce nuova: vi sarà liberazione, vi sarà diritto e giustizia. E’ luce che viene da Dio ed è donata in luoghi avvolti da tenebre. Lo sguardo del profeta si fa interprete dell’agire di Dio: i suoi pensieri non sono i nostri pensieri, le sue vie non sono le nostre vie. La luce entra nella storia dai luoghi dove si pensa che vi debba essere solo tenebra perché è Dio che ascolta il grido del povero, sceglie i dimenticati dalla storia. Lo stile di Dio capovolge i pensieri umani.

Anche Gesù, dopo il suo aver seguito Giovanni Battista e il suo battesimo, torna verso il territorio di Zabulon e Neftali, in quel territorio di confine. Giovanni Battista è stato consegnato – dice Matteo – anche Gesù sarà consegnato nella sua passione e morte. Ma ora va nella terra dei pagani. Mentre già si delinea l’esito della sua vita nel suo consegnarsi, la sua passione e morte, Matteo invita a scorgere come il cammino di Gesù attraversi le terre ai margini.La sua vita non può essere tenuta racchiusa ma è attraversamento. Torna in Galilea, non a Nazareth ma a Cafarnao.

Matteo scrive il suo vangelo in rapporto ad una comunità di cristiani che venivano dalla fede ebraica, che conoscevano la Bibbia. E’ sensibile quindi a sottolineare la continuità tra le promesse del Primo testamento e Gesù. Ma anche insiste sul fatto che la vicenda di Gesù è aperta: viene infatti riconosciuto dai magi che provenivano da lontano, da chi ha attraversato il buio, seguendo la luce della stella. Ora Gesù si rende presente nelle terra dei pagani, segnata da tenebre. C’è una luminosità che segna la sua vita e diviene luce accolta da chi sta ai margini, lontano, considerato escluso.

La prima parola di Gesù è un invito al cambiamento: ‘convertitevi’. Il suo annuncio riguarda il farsi vicino di Dio in modo sorprendente: il regno dei cieli è farsi vicino di Dio che dona futuro e liberazione a chi è considerato perduto, lontano. Convertirsi è allora invito a cambiare direzione. Il criterio per orientarsi in modo diverso è quello dell’agire di Dio che si rende presente nei gesti di Gesù, nelle sue scelte. Gesù invita a cambiare per aprirsi ad un orientamento nuovo. Il regno non è qualcosa di lontano ma è la luce nuova della vicinanza di Dio. Irrompe nella situazione di buio ed è dono per un cammino di liberazione. Nei suoi gesti e nelle sue parole dice che Dio Padre è vicino ai poveri, a chi è considerato perduto, o malato da tenere lontano. Questa scoperta chiede un cambiamento radicale: dall’essere ripiegati e indifferenti al vivere la vita come segno di liberazione.

Gesù così chiama a seguirlo: ‘Venite dietro a me’. Non si tratta di imparare qualcosa da sapere né di una carriera da intraprendere. Non promette ricchezze né guadagni o onori. Chiama a seguirlo sul suo cammino, a condividere le sue scelte di una vita vissuta davanti a Dio e per gli altri. Gesù vide due fratelli: il suo sguardo si ferma su di loro: è riflesso dello sguardo di Dio. Simone e Andrea si sentono amati, chiamati per nome, e avvertono in quell’essere guardati una forza che li spinge a lasciare ciò che stavano facendo per seguire Gesù.

Sono due fratelli. Gesù li chiama nella normalità della loro esistenza di ogni giorno, mentre gettavano le reti in mare. Ci sarà continuità e rottura nella loro vita. Saranno ancora pescatori, ma in modo nuovo. Lo saranno per gli altri. L’attività di un ‘pescatore’ è quella di raccogliere per offrire cibo e per dare vita: ‘pescatori di uomini’ è seguire Gesù vivendo il servire perché altri abbiano la vita e l’abbiano in abbondanza. Il regno cresce allora nelle scelte di chi ascolta questa chiamata di Gesù. Il regno si rende presente in una esperienza di ‘stare con’ Gesù, nel vivere un cammino insieme. La vita al seguito di Gesù si compie nel seguirlo, in una relazione personale con lui, quotidiana semplice, attuata insieme, aperta ad una convocazione che va al di là di ogni fissazione. Gesù, nella Galilea dei lontani, chiama dei fratelli perché impariamo a divenire ‘fratelli’ in modo nuovo.

Alessandro Cortesi op

img_2371Conversione

Nei ‘Promessi sposi’ si possono ritrovare due storie di conversione: la prima è quella dell’Innominato, narrata nel suo momento finale ne tempo della notte dopo il rapimento di Lucia. La seconda è quella del giovane Ludovico che diverrà poi fra Cristoforo. Due storie che in qualche modo possono raccogliere l’esperienza e la riflessione di Manzoni stesso che visse un’esperienza profonda di cambiamento che segnò la sua vita.

Tutto avvenne in rapporto ad una data e ad un luogo. Era il 2 aprile 1810 e il luogo era Parigi. Durante i giorni di festa per le nozze di Napoleone qualcuno iniziò a sparare, si diffuse il panico  e rimasero morti tra la folla. Nel disordine e parapiglia che ne seguì Enrichetta, la moglie di Alessandro, svenne. Manzoni si trova improvvisamente sperduto e solo a trovare rifugio. Prende l’ingresso della chiesa di san Rocco per ripararsi. Lì scoprendosi solo, smarrito e chiedendo di poter ritrovare Enrichetta, visse un momento di incontro con la presenza di Dio, momento indescrivibile di chiarezza ma anche di serenità e di orientamento nuovo per tutta la sua vita. Probabilmente quel momento avvenne dopo un lungo cammino di cui in qualche modo Manzoni fa accenno anche nel raccontare le due vicende di conversione presentate nel suo romanzo. Mentre la sua conversione rimase racchiusa nel segreto del suo cuore le conversioni dei due personaggi del romanzo hanno una rilevanza pubblica. Ma forse esse vanno lette scorgendo tra le righe di quelle pagine una vicenda esistenziale ed un riflettersi del medesimo autore.

Ermes Visconti, amico del Manzoni a cui fu chiesta una lettura del romanzo nella sua prima redazione il ‘Fermo e Lucia’ scritta tra il 1821 e 1823, nelle sue note lo richiamava a non porre troppo ascetismo nella narrazione con parole proprie di libri relativi allo spirito cristiano. In riferimento alla descrizione della figura dell’innominato suggeriva di approfondire il caso umano più che la partecipazione cristiana e concludeva: “Perché non sarei capace, mi rimetto al parere di chi sa meglio di me, che sia convertire ed essere convertito”.

Manzoni tenne conto di queste osservazioni e, forse in base a questa sollecitazione, nelle edizioni successive aggiunse la famosa pagina della notte dell’Innominato:

“Già da qualche tempo cominciava a provare, se non un rimorso, una cert’uggia delle sue scelleratezze. Quelle tante ch’erano ammontate, se non sulla sua coscienza, almeno nella sua memoria, si risvegliavano ogni volta che ne commettesse una di nuovo, e si presentavano all’animo brutte e troppe: era come il crescere e crescere d’un peso già incomodo. Una certa ripugnanza provata ne’ primi delitti, e vinta poi, e scomparsa quasi a atto, tornava ora a farsi sentire. Ma in que’ primi tempi, l’immagine d’un avvenire lungo, indeterminato, il sentimento d’una vitalità vigorosa, riempivano l’animo d’un’audacia spensierata: ora all’opposto, i pensieri dell’avvenire eran quelli che rendevano più noioso il passato. “Invecchiare! morire! e poi?” E, cosa notabile! l’immagine della morte, che, in un pericolo vicino, a fronte d’un nemico, soleva raddoppiar gli spiriti di quell’uomo, e infondergli un’ira piena di coraggio, quella stessa immagine, apparendogli nel silenzio della notte, nella sicurezza del suo castello, gli metteva addosso una costernazione repentina. Non era la morte minacciata da un avversario mortale anche lui; non si poteva rispingerla con armi migliori, e con un braccio più pronto; veniva sola, nasceva di dentro; era forse ancor lontana, ma faceva un passo ogni momento; e, intanto che la mente combatteva dolorosamente per allontanarne il pensiero, quella s’avvicinava. Ne’ primi tempi, gli esempi così frequenti, lo spettacolo, per dir così, continuo della violenza, della vendetta, dell’omicidio, ispirandogli un’emulazione feroce, gli avevano anche servito come d’una specie d’autorità contro la coscienza: ora, gli rinasceva ogni tanto nell’animo l’idea confusa, ma terribile, d’un giudizio individuale, d’una ragione indipendente dall’esempio; ora, l’essere uscito dalla turba volgare de’ malvagi, l’essere innanzi a tutti, gli dava talvolta il sentimento d’una solitudine tremenda. Quel Dio di cui aveva sentito parlare, ma che, da gran tempo, non si curava di negare né di riconoscere, occupato soltanto a vivere come se non ci fosse, ora, in certi momenti d’abbattimento senza motivo, di terrore senza pericolo, gli pareva sentirlo gridar dentro di sé: Io sono però. Nel primo bollor delle passioni, la legge che aveva, se non altro, sentita annunziare in nome di Lui, non gli era parsa che odiosa: ora, quando gli tornava d’improvviso alla mente, la mente, suo malgrado, la concepiva come una cosa che ha il suo adempimento. Ma, non che aprirsi con nessuno su questa sua nuova inquietudine, la copriva anzi profondamente, e la mascherava con l’apparenze d’una più cupa ferocia; e con questo mezzo, cercava anche di nasconderla a se stesso, o di soggiogarla. Invidiando (giacché non poteva annientarli né dimenticarli) que’ tempi in cui era solito commettere l’iniquità senza rimorso, senz’altro pensiero che della riuscita, faceva ogni sforzo per farli tornare, per ritenere o per ria errare quell’antica volontà, pronta, superba, imperturbata, per convincer se stesso ch’era ancor quello” (A.Manzoni, I Promessi Sposi. Storia della colonna infame, a cura di A. Stella e C. Repossi, Torino, Einaudi-Gallimard, 291-2)

Manzoni nel rivedere le pagine del Fermo e Lucia, narra così la conversione dell’Innominato nei termini di un processo graduale faticoso, che trova il suo vertice drammatico nella notte dopo l’incontro con Lucia. Ma è un processo che matura poco alla volta, in una inquietudine che fa emergere una sensibilità legata al modo di intendere la fede di Pascal. E’ il Dio di Abramo di Isacco e di Giacobbe colui che si fa incontrare nella notte di fuoco. E Manzoni sottolinea anche che la via della grazia non irrompe in modi eclatanti e improvvisi ma segue le vie della maturazione umana, si inserisce tra le pieghe della vita con le sue ferite, interruzioni e inquietudini. Non si tratta così di un evento folgorante e miracoloso, ma di un lento cammino che coinvolge, genera domande, aperture, desideri e conduce a rivedere la propria esistenza con occhi nuovi. Fino al momento della crisi narrato nella inquieta notte del rapimento.

Manzoni conduce a scorgere il conflitto interiore, la crisi vissuta in un interrogarsi che si fa lucidità autocritica, rilettura della propria vita e desiderio di apertura a qualcosa di nuovo. Ciò che sta al cuore di questa speranza che irrompe nel quadro di considerazioni desolate sul proprio passato sono le semplici parole di Lucia. L’innominato è presentato secondo il profilo di un ‘tormentato esaminator di se stesso’ (311):

“A che cosa son ridotto! Non son più uomo, non son più uomo!… Via! – disse, poi, rivoltandosi arrabbiatamente nel letto divenuto duro duro, sotto le coperte divenute pesanti pesanti: – via! sono sciocchezze che mi son passate per la testa altre volte. Passerà anche questa”. E per farsela passare, andò cercando col pensiero qualche cosa importante, qualcheduna di quelle che solevano occuparlo fortemente, onde applicarvelo tutto; ma non ne trovò nessuna. Tutto gli appariva cambiato: ciò che altre volte stimolava più fortemente i suoi desidèri, ora non aveva più nulla di desiderabile: la passione, come un cavallo divenuto tutt’a un tratto restìo per un’ombra, non voleva più andare avanti. Pensando all’imprese avviate e non nite, in vece d’animarsi al com- pimento, in vece d’irritarsi degli ostacoli (ché l’ira in quel momento gli sarebbe parsa soave), sentiva una tristezza, quasi uno spavento de’ passi già fatti. Il tempo gli s’a acciò davanti voto d’ogni intento, d’ogni occupazione, d’ogni volere, pieno soltanto di memorie intollerabili; tutte l’ore somiglianti a quella che gli passava così lenta, così pesante sul capo. Si schierava nella fantasia tutti i suoi malandrini, e non trovava da comandare a nessuno di loro una cosa che gl’importasse; anzi l’idea di rivederli, di trovarsi tra loro, era un nuovo peso, un’idea di schifo e d’impiccio. E se volle trovare un’occupazione per l’indomani, un’opera fattibile, dovette pensare che all’indomani poteva lasciare in libertà quella poverina. “La libererò, sì; appena spunta il giorno, correrò da lei, e le dirò: andate, andate. La farò accompagnare… E la promessa? e l’impegno? e don Rodrigo?… Chi è don Rodrigo?”. A guisa di chi è colto da una interrogazione inaspettata e imbarazzante d’un superiore, l’innominato pensò subito a rispondere a questa che s’era fatta lui stesso, o piuttosto quel nuovo lui, che cresciuto terribilmente a un tratto, sorgeva come a giudicare l’antico” (310-11).

Giunge così ad un passo dal suicidio a prendere in mano un’arma per farla finita: ma un pensiero di speranza si affaccia: “Lasciò cader l’arme, e stava con le mani ne’ capelli, battendo i denti, tremando. Tutt’a un tratto, gli tornarono in mente parole che aveva sentite e risentite, poche ore prima: “Dio perdona tante cose, per un’opera di misericordia!” E non gli tornavan già con quell’accento d’umile preghiera, con cui erano state proferite; ma con un suono pieno d’autorità, e che insieme induceva una lontana speranza. Fu quello un momento di sollievo: levò le mani dalle tempie, e, in un’attitudine più composta, fissò gli occhi della mente in colei da cui aveva sentite quelle parole; e la vedeva, non come la sua prigioniera, non come una supplichevole, ma in atto di chi dispensa grazie e consolazioni” (312).

Manzoni qui delinea nel cambiamento dell’Innominato una sorta di resa, un abbandonare ogni pretesa e prepotenza, connesso all’uso delle armi, tenute in mano ancora, questa volta, non per affermare il proprio dominio sugli altri ma per togliere a se stesso la vita, per interrompere un tormento e il venir meno all’orgoglio. E’ così un arrendersi, un cedere le armi ed un presentarsi spoglio, nel proprio cuore, davanti a Dio, che coincide con una resa alle parole miti di Lucia, che rinviavano alla misericordia e ricordavano il perdono: si tratta di una resa liberante.

Nel dialogo con il cardinal Federigo Borromeo le parole del cardinale offriranno una sorta di interpretazione di quell’esperienza. Alla questione dove Dio si renda vicino, il cardinale suggerisce: “E chi più di voi l’ha vicino? Non ve lo sentite in cuore, che v’opprime, che v’agita, che non vi lascia stare, e nello stesso tempo v’attira, vi fa presentire una speranza di quiete, di consolazione, d’una consolazione che sarà piena, immensa, subito che voi lo riconosciate, lo confessiate, l’imploriate?” (327)

C’è un uomo nuovo che sta emergendo ma questa vita non è senza rapporto con il percorso di un ‘uomo vecchio’ in cui la voce della coscienza si faceva sentire pur rimanendo soffocata o flebile. Il superamento del passaggio vissuto è visto non come totale rottura ma nell’essere maturato nell’interezza di un percorso, nel valore dell’inquietudine della domanda che ha condotto al momento di consapevolezza nuova. Nulla è rigettato di quanto di buono era già presente e maturato nell’esistenza di quella vita, dei percorsi tortuosi e tormentati della coscienza. Non c’è eliminazione e scarto, ma superamento e assunzione.

“E voi domandate cosa Dio possa far di voi? […] cosa possa fare di codesta volontà impetuosa, di codesta imperturbata costanza, quando l’abbia animata, infiammata d’amore, di speranza, di pentimento? Chi siete voi, pover’uomo, che vi pensiate d’aver saputo da voi immaginare e fare cose più grandi nel male, che Dio non possa farvene volere e operare nel bene?” (328)

Il volto del cambiamento dell’Innominato sarà nell’andare solo senz’armi, capace di accettare di stare senza difese.

La conversione del giovane Ludovico che diverrà fra Cristoforo è un altro elemento per comprendere l’intera sua missione e l’incontro con Renzo. Aveva vissuto una giovinezza e il suo carattere manifestava da un lato desiderio di onestà ma anche tratti violenti. Educato al sistema feudale incontra il rifiuto e l’esclusione, si dedica a difendere le cause degli oppressi ma lo fa utilizzando i modi di prevaricazione dei bravi. Tuttavia vive interiormente il sentimento di un contrasto che permane, qualcosa di non risolto dentro di sè. L’idea di farsi frate, ‘sarebbe forse stata una fantasia per tutta la sua vita’, ma ad un certo punto divenne una scelta in seguito a quello che Manzoni indica come un ‘accidente’, l’uccisione del signore che ha incontrato per strada, evento tragico in cui perde la vita il suo compagno, di nome Cristoforo, che rimane ucciso. Ancora un momento puntuale, drammatico, ma che segna il punto di svolta e di arrivo di un lungo percorso. L’assunzione del nome dell’amico ucciso (Cristoforo, portatore di Cristo) al suo ingresso in convento è segno di un cambiamento e di un programma di vita.

L’itinerario di un cambiamento quale conversione è la questione centrale nella vita di Manzoni che si pone l’interrogativo su tale esperienza a partire dalla sua vicenda ma con sguardo anche a coloro che vivono una attitudine razionalistica, gli illuministi del suo tempo. Scrivendo all’amico Claude Fauriel, critico letterario, evoca come la dimensione del cuore non contrasti con lo spirito. Rilegge così le intuizioni di Pascal, in riferimento ad una fede che non si confonde con una costruzione intellettuale ma affonda nell’esperienza di un incontro vivente che coinvolge il ‘cuore’. Ezio Raimondi (Sulla conversione di Alessandro Manzoni, in http://www.bibliomanie.it) ha parole illuminanti commentando una lettera che Manzoni invia al suo interlocutore segnato da una mentalità razionalistica nell’invitarlo ad occuparsi di tale questione:

“posso esprimere, caro Fauriel, la speranza che anche voi ve ne occupiate (…) mi fa paura per voi la parola terribile Abscondisti haec a sapientibus et prudentibus, et rivelasti ea parvulis (…) ma non ho in realtà timore perché la bontà e l’umiltà del vostro cuore non è inferiore né al vostro spirito (esprit) né ai vostri lumi (lumières). Scusate la predica che un parvulus si prende libertà di farvi».

Così commenta Raimondi: “Si tratta di un testo straordinario, se lo si considera in una certa luce: è denso di significato, perché intanto Fauriel è un lettore dei migliori moralistes del Seicento e del Settecento e, a differenza di altri intellettuali della tradizione illuministica, ha il senso della personalità di Pascal. Del resto, Manzoni sta per l’appunto citando Pascal, nella speranza che l’altro capisca al volo. Coeur ed esprit sono due termini determinanti nel mondo di Pascal. Potremmo chiamare coeur la coscienza incarnata, quella che sente Dio: «non lo sentite nel cuore» del cardinale (ecco le rispondenze verbali). Esprit è la ragione, l’esprit géométrique che non può aspirare al sentimento diretto della presenza divina: questa riguarda tutta la realtà profonda dell’uomo.”

Forse il senso più profondo della conversione di fra Cristoforo può essere visto significato nel pezzo di pane che tira fuori da una vecchia scatola, e che lascia in dono ai due sposi Renzo e Lucia a conclusione del romanzo. Le sue parole che accompagnano quel gesto sono quasi eco delle parole di Lucia che ritornavano alla memoria nella notte all’innominato “Dio perdona tante cose, per un’opera di misericordia!”:

“Qui dentro c’è il resto di quel pane… il primo che ho chiesto per carità; quel pane di cui avete sentito parlare! Lo lascio a voi altri: serbatelo; fatelo vedere ai vostri figliuoli. Verranno in un tristo mondo, e in tristi tempi, in mezzo a’ superbi e a’ provocatori: dite loro che perdonino sempre, sempre! tutto, tutto!”.

Alessandro Cortesi op

 

 

II domenica di Avvento – anno A – 2016

img_4694(Giuliano Vangi, Giovanni Battista – scultura, Firenze)

Is 11,1-10; Rom 15,4-9; Mt 3,1-12

“In quei giorni venne Giovanni il Battista e predicava nel deserto della Giudea”. Inizia dal deserto il cammino di Gesù. Inizia da un seguire, dall’essere discepolo, il cammino del maestro. Una ‘voce nel deserto’ è immagine che esprime la testimonianza di Giovanni: una voce nel deserto si disperde; una voce nel deserto sembra inutile. Ma è segno della radicalità e della fragilità del suo agire. Perché Giovanni richiama al cammino dell’esodo, alla fedeltà all’alleanza, a recuperare l’essenziale laddove non ci sono altri orpelli e sicurezze: deserto è stato per israele il tempo del fidanzamento. Nel deserto, dove anche poca acqua giunge, può fiorire un giardino.

Il deserto della Giudea è pietroso e inospitale ma le acque del Giordano lo attraversano e dove arriva l’acqua il deserto si trasmuta. Giovanni aveva scelto di recarsi nel deserto. Era un segno profetico. Proprio lì richiama ad un cammino di fede che si pone in discussione e si apre al cambiamento: richiama ad una tronare indietro, a cambiare strada, perché il ‘regno dei cieli è vicino’. Chiede conversione: un mettersi movimento dando spazio di attenzione non ad altro, ma al venire di Dio nella storia. Giovanni è profeta di Dio e richiama ad un rapporto nuovo con Lui.

E’ un profeta, afferrato dalla Parola di Dio e per questo si scontra con il potere. Vive in prima persona il messaggio che annunciava: il suo stile di vita è quello di un uomo esigente con se stesso. E’ uomo dell’attesa, prende sul serio la presenza di un Dio che ha scelto di entrare in relazione e attende ascolto. La sua parola è orientata verso qualcun altro, ‘colui che viene dopo’. Tutta la sua vita è decentrata, aperta a comunicare ad altri e orientata verso un altro, che Giovanni sente più grande, più forte.

Nel deserto Giovanni è testimone di radicalità di esigenza con toni di minaccia. Chi si reca da lui è spinto a cambiare vita,a non pensare che tutto possa continuare nei termini di una religiosità che va a braccetto col potere o che non si pone l’esigenza di scelte concrete, di frutti. Dice che immergersi nelle acque del Giordano è per la conversione. E’ gesto che esprime la scelta di cambiare per nuovi inizi. Il deserto è luogo di un incontro autentico con Dio, nella essenzialità, nella nudità priva di sicurezze. Deserto è anche lo spazio del cammino faticoso verso la libertà, luogo della prova. Giovanni scorge un giudizio imminente, in cui ciò che vale sarà tenuto e quanto è superfluo viene consumato.

C’è chi dice ‘abbiamo Abramo per padre’ ed è chiuso nella pretesa di essere a posto, detentore di privilegi. Giovanni pone in crisi tale modo di vivere la religione ed offre prospettive nuove: figli di Abramo, cioè i veri credenti non sono alcuni garantiti, o chi si vanta di appartenenze di bandiera, ma coloro che vivono scelte di giustizia e di pace e sanno portare benedizione: sono questi i frutti della conversione. E’ questo il senso del regnare di Dio: ‘libererà il misero che invoca e il povero che non trova aiuto… in lui siano benedette tutte le stirpi della terra’ (Sal 71). Il Dio di Abramo è il Dio vicino ai poveri e agli oppressi, colui che chiama ad un cammino, a fidarsi delle sue promesse, anche nella smentita.

Giovanni con la coerenza della sua vita, con il suo stile sobrio, è voce che nel deserto richiama a preparare le vie del Signore con scelte di sobrietà, di essenzialità, di effettivo cambiamento.

Alessandro Cortesi op

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Nazareth e il deserto

Cento anni fa il 1° dicembre moriva Charles de Foucauld, una delle figura più significative di un modo di intendere la fede e il cammino cristiano in un tempo nuovo. Era un uomo che aveva colto le sfide di un futuro che appena si affacciava perché era andato in profondità, alle radici della sua vita e alle radici dell’esperienza cristiana. Era andato a cercare le tracce di Gesù laddove c’era solo silenzio, a Nazareth.

Era nato a Strasburgo il 15 settembre 1858, nella sua adolescenza visse una profonda crisi di fede fino a maturare un rifiuto e posizioni di scetticismo. Divenne militare e fu ufficiale in Algeria. Ma matura una profonda inquietudine e nel 1882 lascia l’esercito e parte per un viaggio di esplorazione attraverso il Marocco, poi nel deserto tra Algeria e Tunisia. E’ un viaggio in cui si fa accompagnare da un ebreo, e registra le sue scoperte e le sue rilevazioni geografiche. Successivamente a Parigi, nel 1866, vive un momento di interrogativi e così egli stesso testimonia i suoi pensieri: “Mio Dio, se esisti, fa che io Ti conosca!”. Visse così un percorso di conversione interiore accompagnato dall’incontro con un prete, l’abbé Henry Huvelin: “Non appena credetti che c’era un Dio, compresi che non potevo far altro che vivere per Lui”. Subito dopo quell’ottobre 1866 parte per la Terra santa e si reca a Nazareth per percorrere le strade in cui Gesù artigiano, nel nascondimento della vita quotidiana, aveva posto i suoi piedi.

Tornato in Francia entra nella Trappa di Notre-Dame des Neiges, successivamente poi nella Trappa di Akbès, in Siria. Ma matura la convinzione che nella Trappa non è possibile vivere l’umiltà di Nazareth. Nazareth per lui significa la vicinanza e l’assunzione di una vita di semplicità, di povertà. Si fa chiaro in lui una direzione fondamentale: seguire e imitare Gesù nella dimensione di Nazareth, nell’esistenza umile, nascosta, fatta di lavoro e di quotidianità, nello stare davanti a Dio. Gli si fa chiara anche l’idea di radunare altri con cui condividere questo ideale in una comunità: “lo scopo sarebbe condurre quanto più esattamente possibile la stessa vita di Nostro Signore, vivendo unicamente del lavoro delle mani, senz’accettare nessun dono spontaneo né alcuna questua, e seguendo alla lettera tutti i suoi consigli, non possedendo niente, privandosi del più possibile, anzitutto per essere più conforme a Nostro Signore e poi per dargli il più possibile nella persona dei poveri. Aggiungere a questo lavoro molte preghiere”. Nazareth per Charles non è solo la preparazione alla vita successiva di Gesù, ma il cuore della sua stessa esperienza.

Nel 1897 Charles si stabilisce a Nazareth e lì vive per tre anni in una piccola casa vicina al monastero delle clarisse, lavorando, a imitazione di Gesù operaio e leggendo i vangeli (cfr. Antonella Fraccaro, Charles de Foucauld e i Vangeli, Glossa). Così egli dice il senso di tale concentrarsi sui vangeli: “Leggo: 1°) per darvi una prova d’amore, per imitarvi, per obbedirvi; 2°) per imparare ad amarvi meglio, per imparare a imitarvi meglio, per imparare a obbedirvi meglio; 3°) per poter farvi amare dagli altri, per poter farvi imitare dagli altri, per poter farvi obbedire dagli altri””

Viene ordinato nel 1901 e si stabilisce poi a Beni Abbès nel Sahara algerino poi qualche anno dopo tra i tuareg a Tamanrasset. Vive in un contesto di povertà, cercando di essere semplicemente fratello e di vivere una testimonianza del vangelo in modo gratuito. Suo desiderio era solamente quello di far conoscere, attraverso la sua amicizia, la bontà di Gesù. Al cuore della sua vita il conversare e stare di fronte all’eucaristia in un rapporto con il Signore a cui affida color che sono suoi anche se non lo conoscono.

A Tamanrasset viene ucciso il 1 dicembre 1916 mentre era in corso uno scontro tra truppe ribelli del Sahara. “Se il chicco di grano non muore rimane solo, se invece muore porta molto frutto” (Gv 12,24). Charles De Foucauld è stato testimone di una vita a seguito di Gesù spoglia e capace di concentrarsi sull’essenziale, vivendo il vangelo come condivisione e offerta inerme di fraternità. . “Vorrei essere buono perché si possa dire: se tale è il servo, come sarà il Maestro?”. Ha scorto nel deserto un luogo di testimonianza spoglia e libera, che ritorna all’essenziale. Una profezia che corre ancora ed è sussurro che chiama nel silenzio di Nazareth, da accogliere da parte della chiesa…

Alessandro Cortesi op

III domenica di Quaresima – anno C – 2016

DSCN2069.JPGEs 3,1-8a.13-15; 1Cor 10,1-6.10-12; Lc 13,1-9

Mosè di fronte al roveto che arde senza consumarsi scopre che quella terra – proprio il luogo dove stava pascolando il gregge – è terra santa, terra in cui togliersi i sandali perché luogo in cui Jahwè si rende vicino. Chi è Dio? qual è il suo nome? E’ la grande domanda della ricerca religiosa. Nel libro dell’Esodo Dio non è definito da un nome, piuttosto la sua presenza si manifesta, e si nasconde, nei segni, in un agire a fianco di, per liberare le vittime: ‘Ho osservato la miseria del mio popolo in Egitto e ho udito il suo grido… conosco le sue sofferenze. Sono sceso per liberarlo dalla mano dell’Egitto e per farlo uscire…”.

Nel deserto, attirato dal fuoco che avvolge il roveto senza consumarlo Mosè desidera vedere. E incontra l’angelo del Signore, segno della presenza di Dio. E’ momento di rivelazione. La presenza di un angelo è rinvio ad un momento di comunicazione tra Dio e l’uomo. Mosè vive l’esperienza di un incontro come scoperta che quel luogo, la terra del deserto, la terra del suo camminare è terra santa, in cui togliersi i sandali. La presenza di Dio è inafferrabile come il fuoco, e vicina. L’incontro è anche scoperta del Dio dei viventi, di Abramo di Isacco, di Giacobbe, il Dio dei padri, coinvolto nella storia di uomini e donne. Nel gesto di velarsi il viso Mosè esprime l’attitudine religiosa della meraviglia di stare davanti a colui che non si può vedere. Quel momento è per lui chiamata: invio a farsi solidale con il popolo in schiavitù, a farsi guida verso cammini di liberazione. “Mosè disse a Dio. ‘Ecco io arrivo dagli israeliti e dico loro: il Dio dei vostri padri mi ha mandato a voi’. Ma mi diranno: come si chiama? E io che cosa risponderò loro?’. Dio disse a Mosè: ‘Io sono colui che sono’. Poi disse: ‘dirai agli israeliti Io sono mi ha mandato a voi’”.

‘Io sono colui che sono’ è un nome ce non definisce ma apre cammino: un modo per sottrarsi alla pretesa umana di poter avere Dio stesso alla propria misura e in suo potere. Il nome è rinvio all’intimo di una persona. Il nome di Dio rimane inafferrabile alle capacità umane anche di pronunciarlo. Il Dio dei padri che Mosè incontra nel deserto non è alla portata, non sta nella misura umana. Questo nome dice che Dio è il lontano, l’altro, eppure, e nel contempo, il vicinissimo. Vicino perché entra nella vita di Mosè incontrandolo in quella terra, ma anche perché si comunica come promessa di vicinanza in una storia, nel suo agire: ‘sarò colui che sarò, sarò il fedele accanto’. Dio così chiama Mosè ad un cammino verso un incontro che mai sarà concluso; si presenta a lui come ‘Dio del futuro’: ‘ti sarò fedele’.

Mosè è così rinviato ad una storia in cui potrà fare esperienza di Dio scorgendolo nel cammino della libertà. Il Dio dell’esodo di cui cogliere il nome nel cammino di liberazione perché è lui che scende a liberare. il suo nome esprime fedeltà e vicinanza: ascolta e scende per fare uscire il popolo che grida dalla schiavitù. “Ho osservato la miseria del mio popolo in Egitto e ho udito il suo grido a causa dei suoi sorveglianti; conosco infatti le sue sofferenze. Sono sceso per liberarlo… e per farlo uscire da questo paese verso un paese bello e spazioso”.

Per Mosè quel momento diviene conversione: mutamento del modo di concepire la sua esistenza e risposta ad un invio nell’apertura al Dio dei padri e della promessa. Cambia orientamento della sua vita nel lasciarsi cambiare da Dio stesso, il Dio che agisce e si fa vicino. Convertirsi è movimento di vita che sorge dal riconoscere l’iniziativa di liberazione e di dono come agire di Dio. Il nome di Dio rimane impronunciabile si offre nel suo agire di fedeltà, è il nome di chi osserva la miseria, ascolta il grido che sale da ogni sofferenza umana, di chi scende per liberare.

L’invito alla conversione è al cuore anche della pagina del vangelo. Un atto di repressione delle milizie romane all’interno del tempio con l’uccisione di molte persone, un crollo improvviso di una torre di difesa, la torre di Siloe, che aveva provocato diciotto vittime: due episodi accaduti in quel periodo sono occasione per una parola di Gesù sull’urgenza di conversione: “Se non vi convertite perirete tutti allo stesso modo”. C’era chi offriva un’interpretazione religiosa individuando in quelle vittime nel tempio dei peccatori, e per questo pensava che Dio li avesse puniti. Gesù prende le distanze da un modo di ragionare di questo tipo: non vede questi eventi di malvagità e di dolore come segno di una punizione per un peccato. Si distanzia da una lettura religiosa o magica dei fatti. Piuttosto richiama all’urgenza – nel presente – della conversione, di un cambiamento di modo di pensare Dio e di intendere la vita. Gesù non condivide la lettura di questi eventi come segni di un giudizio di Dio. Le vittime non sono tali per qualche colpa né l’agire di Dio intervento che punisce: ‘Credete che quei Galilei fossero più peccatori di tutti i Galilei, per avere subito tale sorte? O quei diciotto… credete che fossero più colpevoli di tutti gli abitanti di Gerusalemme? No vi dico’. Chi è morto in quei due tragici eventi è nella medesima condizione di altri. Gesù invece invita a scorgere l’urgenza di un cambiamento, questo sì, per tutti.

Non offre facili risposte a coloro che gli chiedono cosa è giusto e cosa sbagliato. Non è per nulla preoccupato di portare le persone a dipendere. La sua passione sta piuttosto nel rendere le persone libere di seguire la propria coscienza. Saper discernere cosa è bene e cosa è male è allora sfida come quella di comprende a partire dai segni il tempo che verrà domani.

Convertirsi indica cambiare strada perché ci si accorge di aver preso una direzione sbagliata. Convertirsi esprime l’atto di ‘cambiare mente’, il modo di pensare la vita, di vedere le cose.

La chiamata di Dio ad ascoltare i profeti è appello da accogliere nel presente. Gesù richiama ad un tempo breve, tema caro a Luca, attento a sottolineare l’importanza della quotidianità e chiede di stare svegli, vigilare, nel presente. Luca pone così una parola esigente sulla conversione, movimento da intraprendere con urgenza.

A questo punto aggiunge tuttavia un’altra parola di Gesù sul fico che non porta frutto. Nella Bibbia il fico è assimilato ad Israele (Os 9,10; Mi 7,1; Ger 8,13). Il contadino chiede al padrone di attendere ancora, di non abbatterlo e lasciarlo ancora un anno anche se da tre anni non porta frutto. Accanto alle parole che pongono l’esigenza della conversione qui il registro cambia: non viene meno l’urgenza ma si accosta un richiamo alla pazienza di Dio, alla sua capacità di attesa, oltre ogni previsione. Lascia il tempo perché anche il fico che appare sterile possa portare frutto. Gesù parla della pazienza di Dio che attende: non come tiranno, ma come chi dà un anno di grazia.

Nella Bibbia il convertirsi non è solamente e primariamente un cambiamento che interessa i comportamenti; certamente ci sono frutti visibili della conversione che costituiscono un nuovo stile di vita e di rapporti. Ma tutto ciò è conseguenza di una linfa che proviene da profondità nascoste: il cambiamento a cui siamo invitati ha radici che toccano il modo di rapportarsi con Dio stesso. Convertirsi significa innanzitutto accogliere il volto di un Dio che non sta nelle nostre mani.

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Pazienza

C’è un mistero di pazienza nascosto nella vita. Nella vita in cui è possibile e aperto il cambiamento, la conversione.

Pazienza non è attitudine al rinvio senza interesse e senza impegno, non è nemmeno attitudine rassegnata e sconsolata nell’impotenza di cambiare ciò che appare immutabile. E’ piuttosto capacità di rimanere dentro le situazioni, è uno ‘stare sotto’, accettando la fatica di un cammino nel tempo. E’ attitudine a mantenere attenzione, a creare ambiente perché un cambiamento avvenga. E’ impresa di fiducia, è scelta coraggiosa di custodia perché nel tempo quanto vi è di bene possa svilupparsi e le potenzialità nascoste trovino spazio di espressione, e di germoglio.

La natura con i suoi ritmi è maestra per scorgere un’importanza del tempo: la vita degli alberi e delle piante conduce a cogliere l’esigenza propria dei tempi del maturare poco alla volta, nella vulnerabilità a fronte di tanti imprevisti. Ogni germogliare richiede ritmi da rispettare. Così nella vita umana: la custodia di sentimenti, il portare a compimento progetti, il lavoro nel dare forma a qualcosa. Tutto esige tempo, e insieme al tempo quella pazienza che è attenzione nel mettere in atto ad ogni passaggio il gesto richiesto, la scelta che apre orizzonti.

L’accompagnamento dei bambini nel loro crescere è la più forte provocazione a maturare il senso della pazienza, a rivedere profondamente ogni programma e previsione, ad avere uno sguardo lungo capace di scorgere oltre. Pazienza non è immobilismo e attendismo inerte, ma diviene attesa creativa e impegno a porre in atto tutto ciò che è richiesto ad ogni passo per far sì che qualcun altro possa crescere. Vivere coltivando un attitudine paziente non consente di fare e soprattutto di vedere con immediatezza i frutti del proprio impegno. Attitudine propria di chi è paziente non è quella di esigere risultati, di muoversi sul piano dell’efficienza e del guadagno per sè, ma quella di innescare processi, di gettare semi, di lavorare in perdita, di pensare ad altri, quelli che ci sono e coloro che verranno.

Pazienza non è allora virtù propria del privato, talvolta espressa nel detto popolare ‘porta pazienza’ e che rinchiude in una solitudine rassegnata. E’ piuttosto attitudine che cerca di porre in atto tutto ciò che rende possibile la crescita di altri e insieme. E’ l’esperienza di Mosè che egli faticosamente apprende nel corso della sua vita non senza contraddizioni, dubbi, interruzioni. “Si parla sempre della pazienza di Giobbe, ma quella di Mosè non è da meno. Ed è una pazienza tutta legata all’amore per l’altro, alla sorte della sua gente. (…) Non è per sé che Mosè spera, ma per gli altri: forse la più bella immagine di cura che sia stata tramandata” (Gabriella Caramore, Pazienza, Il Mulino 2014)

La pazienza di Mosè sorge forse da quella promessa che segna la sua vita, rinvio a scorgere il nome di Dio, ma a scorgere insieme il senso del proprio nome nel percorso di una storia in cui mettere le sue energie al servizio di un cammino comune di libertà. C’è una dimensione politica della pazienza, che contrasta la fretta e l’inseguire il ritmo del ‘tutto e subito’ illudendo gli altri con promesse sempre nuove. Nel cuore di chi è paziente sta racchiusa la preziosità del prendersi cura, l’apertura generosa di coltivare di quanto può venir fuori, quanto è possibile, momento per momento, come sguardo capace di scorgere semi capaci di vita nonostante le contraddizioni e la sterilità della situazione presente. La pazienza è come un respiro che può tener vivo l’impegno, la dedizione e alimenta la cura e la custodia aperta ad altri.

Alessandro Cortesi op

 

2 domenica tempo di Avvento – anno C – 2015

DSCN1658.JPGBar 5,1-9; Fil 1,4-6.8-11; Lc 3,1-6

I due primi capitoli di Luca presentano in un dittico la vicenda di Giovanni Battista e quella di Gesù, sulla base del fatto storico del contatto tra Gesù e il Battista, decisivo nel cammino storico di Gesù: il suo recarsi da Giovanni e il battesimo sono momenti iniziali di un nuova fase della sua vita segnata dall’annuncio del regno di Dio.

Luca si dimostra attento ad indicare date e circostanze su tempi e luoghi: nell’anno decimoquinto dell’impero di Tiberio, mentre Ponzio Pilato era governatore della Giudea. E’ un tempo storico preciso: un anno tra il 26 e il 28. Al tempo del governatore romano Pilato (in carica dal 26 al 36), e dei vari re della Giudea, Erode Antipa, il suo fratellastro Filippo, che governava due province del Nord della Palestina e Lisania, un re di una regione a Nord l’Abilene. Poi presenta le due più alte cariche della comunità giudaica, il sommo sacerdote Anna (deposto dai romani nel 15 d.C.) e il sommo sacerdote in carica dal 15 al 36, Caifa, che avrà un ruolo nella condanna di Gesù.

In questa storia compare Giovanni e – dice Luca – “la Parola di Dio venne” su di lui: su questo profeta, asceta del deserto, dei margini, non della potenza viene la Parola. Luca legge l’agire di Dio che sceglie i piccoli. Così Gesù è comprensibile a partire dal profeta del deserto. Luca suggerisce di accostarlo a partire dalla sua esperienza storica, da quello che lui ha fatto e detto. Nella vita di Gesù sta un segreto nascosto, da scorgere a partire dalla sua umanità: Dio ha preso su di sé, con sè tutta la nostra condizione umana e si manifesta nei luoghi marginali, nel deserto.

Del Battista si parla riprendendo le parole del Secondo-Isaia alla fine dell’esilio: “Una voce grida: ‘Nel deserto preparate la via al Signore…’” (Is 40,3-4). Il ritorno dall’esilio è tratteggiato come cammino in cui i monti sono abbassati e le valli colmate per fare spazio ad una via sulla quale possa camminare il popolo del Signore: “Poiché Dio ha stabilito di spianare ogni alta montagna e le rupi secolari, di colmare le valli e spianare la terra perché Israele proceda sicuro sotto la gloria di Dio. Perché Dio ricondurrà Israele con gioia alla luce della sua gloria” (Bar 5). Così il salmo 125 canta il ritorno invocando la guida del Signore su questo cammino: “Quando il Signore ricondusse i prigionieri di Sion, ci sembrava di sognare… Grandi cose ha fatto il Signore per noi, ci ha colmato di gioia. Riconduci, Signore, i nostri prigionieri! Chi semina nelle lacrime mieterà con giubilo” (Sal 125)

La voce del Battista si presenta nel deserto ed è invito a preparare una strada nuova del venire di Dio stesso: “Voce di uno che grida nel deserto: Preparate la via del Signore, raddrizzate i suoi sentieri! Ogni burrone sia riempito, ogni monte e ogni colle sia abbassato”. Il Battista è annunciatore di una via diritta, come le ‘vie sacre’ dell’antichità dove si svolgevano processioni verso i grandi templi, ma è ora percorso del popolo che cammina ad incontrare Dio. Il Battista propone anche un rito di immersione, un battesimo nelle acque del fiume Giordano, per la remissione dei peccati: al cuore del suo annuncio è l’indicazione di un tempo nuovo, imminente, che sta per giungere ed esige cambiamento. Con le sue parole e la sua testimonianza si fa annunciatore di una trasformazione, urgente, senza indugio, che tutti coinvolge senza eccezioni. E’ movimento di preparazione verso un imminente intervento di Dio nella storia. Una nuova via di liberazione e di uscita dall’esilio.

Subito dopo è introdotta la genealogia di Gesù: una serie di nomi risalenti fino ad Adamo (e non solo fino ad Abramo come in Matteo) che racchiudono un interesse teologico di Luca: Gesù entra nella vicenda della storia umana che coinvolge non solo il popolo d’Israele – con capostipite Abramo – ma l’umanità intera. Collegando Gesù ad Adamo intende comunicare alla sua comunità in cui erano presenti molti provenienti dal paganesimo, che la vicenda di Gesù si pone in rapporto alla vita di ogni uomo e donna di ogni tempo e provenienza, anche lontana. La vicenda di Gesù è una storia: non è un mito, ma si situa nella storia di Adamo. Adamo è uomo tratto dalla terra; Gesù è partecipe della medesima terra. E su quella terra ha posto i suoi passi, percorrendo le vie dell’umanità, rendendole vie in cui si fa vicina la salvezza.

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(opera di Nizar Ali Badr, artista siriano profugo)

Una strada nel deserto

Una strada nel deserto: è immagine che rinvia ad un’esperienza drammaticamente presente al nostro tempo. Le piste attraverso il deserto sono i luoghi testimoni delle migrazioni che segnano la vita del mondo nel tempo della iniquità e della globalizzazione. Sono le strade percorse da milioni di persone, uomini e donne in fuga dalla fame, dalla miseria, dalle minaccia di morte quotidiana, dai cambiamenti del clima, dalla mancanza di libertà, verso un sogno di liberazione, di pane e di serenità. Sono percorse da uomini e donne caricati su camion, a piedi, con lunghe soste dovute a periodi di prigionia, di sfruttamento, di percosse, con ritorni e abbandoni. In attesa di pagare i trafficanti e nella speranza di giungere ad una meta che diviene ideale e sogno. E nel rincorrere questo sogno di vita moltissimi incontrano la morte. Un sogno che si scontra con la realtà dei rischi, delle innumerevoli difficoltà e prove, delle prigioni, della sete, della fame e della violenza sperimentata nelle forme più brutali. Fino a scoprire la durezza di attraversare confini oltre i quali non c’è accoglienza e tranquillità, ma nuova oppressione, schiavitù, sospetto ed esclusione.

Nel deserto ci sono voci che oggi gridano desideri di libertà, che richiamano al risveglio l’indifferenza del mondo occidentale, segnato dall’ipocrisia, , che proclama libertà, ma si fa complice dell’oppressione. E rimane cieco e sordo di fronte all’ingiustizia che ha complicità in un sistema di vita basato sulla rincorsa al profitto, sullo sfruttamento dei più deboli e sull’indifferenza.

Voci del deserto sono oggi quelle dei poeti, come quella del nigeriano Wole Soyinka, premio Nobel per la letteratura del 1986 nella sua poesia ‘migrazioni’.

Migrazioni*

Ci sarà il sole? O la pioggia ? O nevischio?

madido  come il sorriso posticcio del doganiere?

Dove mi vomiterà l’ultimo tunnel

Anfibio ? Nessuno sa il mio nome.

Tante mani attendono la prima

rimessa, a casa. Ci sarà?

 

Il domani viene e va, giorni da relitti di spiaggia.

Forse mi indosserai alghe cucite

su falsi di stilisti , con marche invisibili:

fabbriche in nero. O souvenir sgargianti, distanti

ma che ci legano, manufatti migranti, rolex

contraffatti , l’uno con l’altro, su marciapiedi

senza volto. I tappeti invogliano ma

nessuna scritta dice: BENVENUTI.

 

Conchiglie  di ciprea, coralli, scogliere di gesso

Tutti una cosa sola al margine degli elementi.

Banchi di sabbia seguono i miei passi. Banchi di sabbia

di deserto, di sindoni incise dal fondo marino,

poiché alcuni se ne sono andati così, prima di ricevere

una risposta – Ci sarà il sole?

O la pioggia? Siamo approdati alla baia dei sogni.

(*poesia inedita di Wole Soyinka, Black Heritage Festival Lagos 2012, “Il Sole 24 Ore” – 8 aprile 2012, traduzione Alessandra Di Maio)

Ci sono voci nel deserto oggi che ricordano le attese e parlano dei confini che dividono mondi intrecciati ma incomunicabili. Voci dai margini e che si sono scontrate con sordità e indifferenza, e che divengono voci di liberazione.

Isoke Aikpitanyi, è nata a Benin City, in Nigeria, nel 1979. Nel 2000 è giunta in Italia fuggendo dalle condizioni di vita di uno tra i paesi più ricchi di materie prime e più sfruttati dell’Africa, la Nigeria, con la prospettiva di lavorare. Il suo viaggio non ha attraversato i deserti geografici, ma si è immediatamente scontrato con il deserto dell’inumanità: Isoke è ingannata e resa schiava dalle mafie nigeriana e italiana e costretta a prostituirsi. Dopo essere stata vittima della schiavitù sulle strade, riesce a liberarsi a rischio della vita. Dal 2003, dedica il suo impegno per aiutare le giovani donne vittime della tratta grazie all’associazione “Le ragazze di Benin City”. Nel 2007 ha pubblicato il libro “Le ragazze di Benin City”, scritto insieme alla giornalista Laura Maragnani, edito dalla casa editrice Melampo e seguito poi da 500 storie vere sulla tratta delle ragazze africane in Italia. La sua voce risuona nei deserti del nostro vivere e richiama il profilo di chi ha sperimentato il deserto come strada di liberazione. La sua voce è eco del grande

Strade nel deserto, strade di migranti, di uomini e donne che coltivano un’attesa, strade di oppressione e di liberazione, monito a scoprire la condizione umana comune come esperienza di nomadi: “il nomade ha per coperta il cielo disseminato di stelle, il suo cuscino è lo spazio aperto, vaga come le gazzelle e non si inginocchia davanti a nessun luogo. È libero come un uccello, e non un prigioniero che attende il sopraggiungere della stagione della mietitura, chiuso dentro la sua capanna” (Ibrahim al-Koni, La patria delle visioni celesti, ed e/o 2007).

“Voce di uno che grida nel deserto: preparate la via del Signore”.

Il confine

Sono in attesa

immobile al confine

oltre il quale non so

 

E questa nebbia di sabbia rossa

e questo soffio di morte calda

si ferma con me

oltre non può

 

Altri giungono

in corsa

o arrancando

 

e guardano me

per capire se son io

che dirò loro

vai.

 

Vai oltre il confine.

 

Ma anche io sono in attesa

e ho più paura di altri

di questo confine

oltre a tutti i miei infiniti confini

 

A un gesto improvviso

di una donna in rosso

tutti alzano al cielo

il loro foglio bianco

alcuni lo hanno sgualcito

altri lo hanno serbato integro

 

Lasciate quel foglio

 

Oltre il confine

nessun foglio è richiesto.

 

Lasciate i vostri fogli

e passate il confine

di qua sarete uomini e donne

di là resteranno selvaggi.

 

E cosa se ne potranno mai fare

di tutti i vostri permessi di soggiorno

che il vento agita al cielo

coriandoli di un carnevale

nel quale tutti indossiamo l’abito del

clandestino

che è in noi.

 

E oltre il confine

l’unica domanda

chi sei

presuppone

una sola risposta

un uomo una donna.

 

Ma il bimbo nato sul confine

a quale mondo appartiene?

Da quale tribù sarà cresciuto?

 

Io come lui appartengo al mondo

e non ho fogli, non servono

oltre il mio ultimo confine.

(Isoke Aikpitanyi, Spada sangue, pane e seme, ed. Lavinia Dickinson)

Alessandro Cortesi op

 

 

 

 

 

VI domenica di Pasqua – anno B – 2015

Ekta sn(Federico Zuccari, Il sogno di Pietro, Cappela paolina, Vaticano)

At 10,25-27.34-35.44-48; 1Gv 4,7-10; Gv 15,9-17

‘Alzati anch’io sono un uomo’. In queste parole di Pietro è racchiuso un passaggio fondamentale nel cammino di fede di Pietro e di ogni discepolo. E’ una scoperta e l’apertura di un orizzonte di spiritualità. Negli atti degli apostoli la spinta dello Spirito Santo ad uscire e ad entrare nella casa del pagano Cornelio è presentata come un sogno e una visione simbolica. Ma è una mozione del cuore: Pietro scopre così come Dio chiama ad uscire. Supera una spiritualità della distanza e della separazione. E’ invece chiamato ad incontrare, ad oltrepassare barriere, a non considerare nessuno escluso dallo sguardo di Dio. Quando poi entra in quella casa e si trova di fronte a Cornelio vive una seconda grande scoperta: ‘anch’io sono un uomo’. Pietro scopre che il loro cammino è comune: c’è una medesima condizione di umanità. Per questo sono vicini e solidali in nel medesimo cammino umano. E’ un cammino segnato dalla presenza dello Spirito che agisce nei cuori, suscita movimenti nuovi, apre a riconoscere proprio nell’incontro il luogo in cui incontrare la fede in Gesù risorto. Pietro, che avvertiva nella sua vita la responsabilità di testimone di Gesù e del vangelo scopre che lo Spirito agisce precedendo ogni attività umana ed ogni sua iniziativa. Il suo essere testimone si attua nel riconoscere l’agire di Dio che non fa preferenze e di persone. Scopre così che vi è chi segue Gesù perché segue i sentieri della giustizia, scopre che lo sguardo di Dio è molto più ampio di quello degli uomini. Chi nella sua vita è orientato alla ricerca del senso profondo dell’esistenza, chi ascolta la voce della coscienza dove Dio parla ad ogni uomo e dona, chi si lascia illuminare dalla luce della ricerca del bene, della giustizia, chi vive l’amore nei suoi aspetti di dedizione e servizio è accolto da Dio: Dio non fa preferenze. Chi pratica la giustizia nella sua esistenza attua la parola di Gesù anche senza averlo conosciuto. Pietro scopre così che lo Spirito di Gesù opera al di fuori delle frontiere in cui si cerca di definire la comunità. Questa pagina presenta non solo e non tanto la conversione di Cornelio, battezzato lui con tutta la sua famiglia, quanto piuttosto della conversione di Pietro, che si apre alla meravigliosa scoperta che Dio non fa preferenze di persone: il suo disegno di salvezza non è limitato ad un popolo o ad un gruppo.

Si apre un nuovo modo di intendere la missione: Pietro scopre che la missione non è una attività, un fare qualcosa ma la sua vita, la vita della comunità è coinvolta in un movimento che la precede e che l’anima: è la missione dello Spirito che sempre precede e spiazza. essere apostolo, mandato, non è un privilegio, non pone in una condizione di superiorità davanti agli altri. Nell’incontro con Cornelio scopre ‘anch’io sono un uomo’, e dicendo questo riconosce l’importanza di questo incontro per il suo stesso cammino.

tutto ha la sua radice e la sua origine in un dono. ‘Non siamo stati noi ad amare Dio’: è affermazione semplice, scarna, sconvolgente. Di fronte ad essa vengono meno tutte le pretese che la fede – in quanto risposta a questo amore – sia in qualche modo un possesso e un’opera umana. E’ questo il punto di arrivo e di partenza di ogni cammino che si confronti con il vangelo. La possibilità di trasmettere qualcosa di tutto ciò deriva fondamentalmente dalla consapevolezza, di stare dalla parte di chi riceve. E’ un altro modo per dire quanto Pietro nella pagina di Atti disse al centurione: ‘sono soltanto un uomo’.

‘Rimanere’ è idea che percorre tutto il IV vangelo. Al cuore della vita umana sta un desiderio di relazione, in Dio e con gli altri. L’immagine della vite, dove scorra un’unica linfa che unisce i tralci, esprime questa idea. Rimanere nell’amore di Gesù, come i tralci sono inseriti, è chiamata ad un incontro intimo e personale con Gesù: questa immagine suggerisce il tratto di un rapporto personale profondo e rinvia ad una responsabilità personale. C’è un rapporto unico di ogni uomo e donna con Cristo. Questo incontro diviene evento comunitario, di chiesa. Gesù supera ogni tipo di servitù ed usa sono i termini dell’amicizia:, annuncia che tutto quello che potrà essere vissuto rimanendo in lui, è frutto di una vita che viene da altrove e permea la nostra storia, incarnazione che continua. Seguire lui si apre allora ad essere esperienza che fa percorrere i cammini dell’amicizia e della relazione. Osservare i comandamenti si traduce nel rendere testimonianza dell’amicizia che si riceve da lui e diviene chiamata a comunicarsi.

Le due foto, una accanto all’altra che hanno occupato le prime pagine dei giornali nei giorni scorsi, della nuova nata dei reali d’Inghilterra, Charlotte Elizabeth Diana e della bambina nata durante il salvataggio di un gruppo di migranti sui barconi nel Mediterraneo, chiamata Francesca Marina, con rinvio a quel mare dove la mamma l’ha partorita e alle persone che l’hanno aiutata in quelle condizioni, è motivo di riflessione. Dio non fa preferenze di persone. Lo stile di Dio dovrebbe divenire stile di chi su questa terra cerca di prolungare la sua passione, la sua attenzione, il suo sguardo di amore che è per tutti, nessuno escluso. I volti di queste due bambine sono i volti della disparità di condizioni, sono la denuncia anche dell’ingiustizia che è frutto di scelte e di un sistema di iniquità che genera impoveriti. Ma sono anche appello ad una cura a cui i volti di due neonate richiamano perché evidenziano la medesima condizione umana, i medesimi sogni aspettative, promesse racchiuse in una nascita.

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Alcune riflessioni per noi oggi

Oggi, provocati dal pluralismo delle fedi e delle convinzioni, le parole di Pietro hanno una particolare attualità: ci invitano ad essere preoccupati di accogliere le spinte dello Spirito ad incontrare a scorgere nei diversi percorsi religiosi e culturali la presenza dello Spirito, a ricomprendere la stessa testimonianza come dialogo profetico oggi. C’è una accoglienza del vangelo che cresce nel tempo e nell’incontro con l’altro diviene occasione di una conversione insieme, sempre nuovamente da attuare.

Un documento recente del Pontificio Consiglio per il dialogo interreligioso (22 aprile 2015) indica come oggi più che mai, proprio nel tempo in cui la violenza e la barbarie si coprono di motivazioni religiose, è necessario attuare il dialogo, a partire dal dialogo della vita, possibile per tutti nella quotidianità:

“Gli avvenimenti di questi ultimi tempi fanno sì che molti ci chiedano: “C’è ancora spazio per dialogare con i musulmani?” La risposta è: si, più che mai. Prima di tutto perché la grande maggioranza dei musulmani stessi non si riconosce nella barbarie in atto. Purtroppo oggi la parola “religione” viene spesso associata alla parola “violenza”, mentre i credenti devono dimostrare che le religioni sono chiamate ad essere foriere di pace e non di violenza. Uccidere, invocando una religione, non è soltanto offendere Dio ma è anche una sconfitta dell’umanità. (…)In tale contesto siamo chiamati a rafforzare la fraternità e il dialogo. I credenti costituiscono un formidabile potenziale di pace, se crediamo che l’uomo è stato creato da Dio e che l’umanità è un’unica famiglia e, ancor di più, se crediamo come noi cristiani che Dio è Amore. Continuare a dialogare, anche quando si fa l’esperienza della persecuzione, può diventare un segno di speranza. (…) Dobbiamo avere il coraggio di rivedere la qualità della vita in famiglia, le modalità di insegnamento della religione e della storia, il contenuto delle prediche nei nostri luoghi di culto. Soprattutto la famiglia e la scuola sono le chiavi perché il mondo di domani si basi sul rispetto reciproco e sulla fraternità”.

Così Salvatore Natoli, filosofo, in una lettura laica, offre una chiave per entrare nell’incontro tra Pietro e Cornelio: È cristiano chi pratica giustizia e misericordia – almeno lo dovrebbe – ma lo stesso fa o può fare chi cristiano non è.Vi è, dunque, un sentimento di comune umanità che spinge gli uomini a essere d’ausilio gli uni per gli altri; il cristianesimo non fa altro che portare questa disposizione ad evidenza e la ribadisce a fronte della sua dimenticanza. Riconoscersi peccatori null’altro è che divenire consapevoli della nostra incapacità d’amare. Esiste, allora, un terreno comune che, a prescindere dalle diverse fedi, può permettere agli uomini di vivere gli uni per gli altri nella pace. A quest’esito si può giungere per diverse vie e ognuno può trovarne una sua propria, senza però mai pretendere che sia l’unica e vera. Dice, infatti, Pietro: «Forse che si può proibire che siano battezzati con l’acqua questi che hanno ricevuto lo Spirito Santo al pari di noi?» (Atti 10, 47). Notare: hanno ricevuto lo Spirito non da noi, ma «al pari di noi»…” (La salvezza è per tutti. E l’apostolo accettò una religione ‘laica’, in “Avvenire” 5 maggio 2015).

Alessandro Cortesi op

III domenica tempo ordinario – anno B – 2015

Santa Maria in valle Porclaneta Rocca di Mezzo 171

Giona sotto la pianta di ricino (qiqajon) – s.Maria in Valle Porcianeta (part.)

Gn 3,1-10; 1Cor 7,29-31; Mc 1,14-20

Giona è profeta che pretende di piegare Dio alle sue vedute: non segue la chiamata a partire secondo le indicazioni di Dio e ad andare verso la grande città, ma si dirige in direzione opposta. Tutto il racconto di Giona è attraversato dal tema della conversione come cambiamento di direzione. E’ un percorso di cambiamento declinato in tre grandi orizzonti.

C ’è innanzitutto l’orizzonte della conversione di Ninive la grande città, simbolo di una vita lontana da Dio. La conversione della grande città è risposta all’appello del profeta a vivere rapporti di giustizia, a lasciare un sistema di egoismo e di ingiusta ricchezza. Con ironia nel libro di Giona si parla della penitenza del re di Ninive che alla predicazione di Giona risponde con il cambiamento e il digiuno, e con lui tutta la città. Un movimento di accoglienza delle sue parole e di cambiamento ben diverso dal rifiuto del re di Gerusalemme, Ioiakim di Giuda: anch’egli aveva ricevuto dal profeta l’invito al digiuno e all’abbandono di una condotta malvagia ma aveva risposto gettando nel fuoco il rotolo dov’erano scritte quelle parole (Ger 36,23-25). La città di Ninive figura di un mondo lontano e corrotto cambia inaspettatamente direzione: e proprio questo fa arrabbiare il profeta.

C’è poi la conversione di Dio stesso che di fronte al cambiamento improvviso e generale di Ninive si ravvede e non compie ciò che aveva in mente di fare. La narrazione è quasi un commento alla pagina di Geremia dove l’agire di Dio viene paragonato all’opera di un vasaio: “Forse non potrei agire con voi, casa d’Israele, come questo vasaio? Oracolo del Signore. Ecco, come l’argilla è nelle mani del vasaio, così voi siete nelle mie mani, casa di Israele. Talvolta nei riguardi di un popolo o di un regno io decido di sradicare, di abbattere e di distruggere; ma se questo popolo, contro il quale avevo parlato, si converte dalla sua malvagità, io mi pento del male che avevo pensato di fargli” (Ger 18,6-8). E’ il volto di un Dio che si lascia vincere dal cambiamento e fa cadere quell’ira segno della sua reazione al male e alla violenza umana.

Infine c’è il cammino della conversione di Giona, un cambiamento solo suggerito nel libro e lasciato aperto quasi a suggerire un percorso da attuare da parte di chiunque legge. E’ il cambiamento più difficile perché Giona è l’uomo religioso chiuso nella sua concezione di una salvezza riservata solo ad Israele, prigioniero di una religiosità che esclude e pretende di possedere il progetto di Dio sulla storia. L’intero suo cammino appare come lento accompagnamento alla scoperta di un modo nuovo di concepire il volto di Dio e il rapporto con gli altri: è chiamato sì, ma ad andare oltre una visione esclusiva e di competizione violenta, verso l’incontro con un Dio che si prende cura di tutti, si fa vicino, desidera vita e salvezza senza privilegi. Giona viene incaricato di un annuncio più grande di lui che gli sconvolge la vita e lo conduce ad una avventura e ad un viaggio interiore. Dio si prende cura dei vicini e dei lontani: la sua grande fatica è condurre anche il religioso e fondamentalista Giona – il profeta renitente – ad aprirsi ad un incontro nuovo con Lui e con gli altri. Su tutti questi percorsi c’è il rivolgersi fedele, attento, paziente di Dio, preoccupato di far comprendere a Giona, agli abitanti di Ninive, ad Israele suo popolo, che il suo disegno di salvezza non è un privilegio da riservare a qualcuno, ma è dono per tutti.

Di conversione si parla anche nella pagina del vangelo. Gesù annuncia che c’è un tempo ‘compiuto’ e presenta l’appello di fronte all’irromprere del regno che si è fatto vicino: il regno di Dio ha i tatti di una bella notizia che apre ad un Dio amico e vicino, in cui male e oppressione sono tolti, ed è possibile un mondo di relazioni nuove. “Convertitevi e credete al vangelo”.

A queste prime parole sintesi del messaggio di Gesù segue un gesto, la chiamata dei primi discepoli presso il lago e la risposta di Simone e Andrea e poi di Giacomo e Giovanni figli di Zebedeo. Gesù passa, fissa con il suo sguardo e chiama dicendo ‘Seguitemi’. La scena descritta coglie un momento di vita ordinaria, durante il lavoro, nel rassettare le reti di pescatori. Gesù chiama a seguirlo per renderli ‘pescatori di uomini’: la loro attività per procurare vita alle loro famiglie è chiamata a divenire missione per dare vita ad altri, ad una comunità allargata.

C’è una preziosità dell’incontro con Gesù che conduce ad un ‘lasciare’ il padre, la barca, le reti. Un’indicazione che nulla può essere considerato più importante. Relazioni e attività sono da scoprire in modo nuovo nel seguire Gesù. La cosa più importante diviene la relazione con lui. In lui sarà da scoprire la profondità del regno come situazione nuova sin da ora come nuovo modo di intendere la vita nel servizio e nella cura. Sarà anche un modo nuovo di intendere i legami e la propria attività in una comunità intesa come fraternità e sororità di uguali. ‘Seguimi’ è chiamata a seguire, a camminare ‘stando dietro’.

Si tratta di una sequela che avrà per quei discepoli (ma anche per ognuno che si mette a seguire Gesù) i caratteri della fatica, dello sbandamento, dell’incomprensione, anche del fallimento e dell’abbandono. Ma è cammino di conversione alla scoperta del vangelo di Dio che nei gesti di Gesù si può incontrare e in cui lasciarsi coinvolgere.

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Alcune considerazioni per noi oggi

L’antica Ninive è nel territorio della moderna Mosul città diventata tristemente famosa per essere luogo dell’avanzare in questi tempi dello Stato islamico, della persecuzione contro le comunità di yazidi e cristiani obbligati a fuggire dalle loro case e a rifugiarsi in Irak. A Mosul poco tempo fa, nel luglio 2014, è stata distrutta la moschea di Giona. Sì, moschea, perché Giona è profeta riconosciuto anche nella tradizione islamica (nel Corano c’è una sura di Giona). Giona unisce diversi cammini religiosi e più profondamente è simbolo di un cammino umano, al cuore e oltre le religioni. C’è una violenza che si oppone ad un cammino umano come chiamata a convertirsi all’altro, a scoprire la vita come cammino comune nelle differenze, nel lasciarsi interrogare dall’altro. La persecuzione oggi in Irak e nella piana di Mosul accomuna cristiani, musulmani, yazidi, mezzo milione di persone rifugiate in Kurdistan. Prima di Natale il patriarca caldeo di Baghdad, Louis Sako, ha visitato i profughi nel Kurdistan e ha chiesto ai suoi fedeli in Iraq di digiunare nei giorni precedenti il Natale e di “celebrare le feste  – compreso Capodanno – con sobrietà, proprio per avvicinarsi alle ferite  e all’abbandono di chi ha perso tutto a causa della fede, domandando al Signore Gesù il ritorno a casa, a Mosul”. C’è un digiuno nuovo da scoprire oggi come segno di conversione. La sfida che oggi abbiamo davanti è quella di scorgere quale conversione ci è richiesta in modi diversi nelle diverse religioni e convinzioni: l’uscita dagli eclusivismi contrapposti, l’uscita dal modo assolutista e violento di pensare non accogliendo la diversità. L’uscita dalla logica della violenza, dal pensiero autosufficiente che non ha bisogno dell’altro e non è disponibile a cambiare e a prendere in considerazione altri punti di vista.

Nel libro, uscito in questi giorni, a cura di François Buet (ed.Gribaudi) che raccoglie alcune meditazioni di fratel Luc, monaco e medico di Tibhirine, si legge: “La salvezza ci viene dagli altri che sono per noi la presenza di Dio che chiama alla vita. Se la fede salva è perché essa svia il nostro sguardo verso un altro, dunque crea una relazione che ci strappa alla nostra solitudine mortale… Ogni volta che lasciamo la preoccupazione per noi stessi sostituendola con la preoccupazione per un altro, viviamo questa fede che è, forse a nostra insaputa, fede in Dio…”

Ma c’è anche una conversione per dare spazio e attenzione alle situazioni di chi nel mondo subisce oppressione e persecuzione senza trovare considerazione nei media: come in Irak, così in Nigeria più recentemente (mentre il mondo si sollevava per le uccisioni a Parigi, calava l’indifferenza verso più di duemila vittime di violenze). Sono questi percorsi di conversione globali, ma che toccano anche la nostra quotidianità.

Pescatori di uomini: chi oggi si trova a pescare uomini? Chi oggi vive veramente l’abbandono di padri, madri e delle proprie reti per andare incontro ad un’avventura di cui non si hanno garanzie e pone la propria vita in un seguire speranza di dignità e di pane? La vicenda delle innumerevoli folle di migranti, di tutti coloro che hanno sperimentato l’essere pescati nei drammatici naufragi nel mare Mediterraneo è invito per noi a scoprire come i percorsi della fede sono nascosti dentro le vicende umane e come il seguire Gesù dovrebbe essere vissuto nell’ascolto e nell’accoglienza di cammini umani che sono in se stessi segni del vangelo oggi e chiamate a cambiare modo di intendere la vita nella linea del regno di Dio che è regno di pace giustizia sin dal presente.

“Il tempo si è fatto breve”. L’espressione di Paolo rinvia ad un’immagine di navigazione: le vele della barca che presso il porto vengono sciolte e raccolte per permettere gli ultimi preparativi per l’approdo. Non si tratta di un invito al ‘carpe diem’ ignaro del passato e del futuro. E nemmeno è esortazione all’indifferenza nei confronti del presente e di quanto comporta l’impegno qui ed ora nella costruzione di un mondo più giusto e umano con la propria attività. In queste parole sta piuttosto il suggerimento a cogliere la differenza tra ciò che è penultimo, e quanto è ultimo, tra l’importanza di tutto ciò che richiede il massimo coinvolgimento nello sforzo (come in una barca che sta per attraccare) e la bellezza di una realtà nuova che è vicina ed è punto di arrivo meta finale (come il pregustare l’abbraccio con i propri cari nel porto ormai raggiunto a termine del viaggio). Qui s’innesta la serenità e la libertà del credente. Tra il penultimo e l’ultimo al credente non è chiesto l’oblio del tempo, ma percepire lo spessore di ogni istante che tiene legati insieme il passato, il presente e il futuro. Il tempo allora non assume il carattere oppressivo di una dimensione che minaccia e genera paura, ma può divenire il luogo di una libertà nuova ed anche di speranza. Si può vivere immersi e impegnati ma non sommersi e angustiati nelle cose. C’è un quotidiano da accogliere e custodire recando nel cuore la tensione a ciò che è ultimo, nella consapevolezza di tutto ciò che è buono, giusto e di tutto ciò che è vita nel presente: ogni piccolo gesto, ogni impegno nel vivere relazioni che tessono solidarietà e pace è penultimo che si scontra anche con la conraddizione, con la fatica e il fallimento e nel contempo prepara, fa pregustare e annuncia l’ultimo.

Alessandro Cortesi op

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III domenica di Quaresima – anno C – 2013

DSCF3260Es 3,1-15; Sal 102; 1Cor 10,1-12; Lc 13,1-9

Un roveto, una torre, un albero di fico che non germoglia. Tre immagini che aprono a tre percorsi di riflessione sui testi di questa domenica di quaresima, una domenica segnata da una grande parola: ‘se non vi convertite, perirete…’

Di cambiamento si tratta, in un tempo in cui si avverte l’urgente necessità di cambiare, nella società, nella chiesa, nel modo di vivere anche a livello personale troppo condizionato da poteri e modelli imperanti. Gesù invita alla conversione richiamando la pazienza di Dio, il suo sguardo colmo di attesa.

Mosè, mentre segue il gregge è incuriosito dal bruciare di un roveto che è avvolto dal fuoco ma non si consuma. Il roveto è segno di aridità e di desolazione, eppure anche lì Dio si rende presente. Il roveto nel deserto è arbusto poco attraente, inospitale, irto di spine. Eppure proprio tra quelle spine, simbolo della condizione di un popolo oppresso, si fa vicino Dio. Dio rivolge la sua parola a Mosè dal roveto.  E Mosè vive due atteggiamenti di fronte al roveto: innanzitutto si lascia colpire da questo fuoco e si avvicina con curiosità e interesse. Mosè non vive in modo indifferente, ma si lascia interrogare dalle situazioni, da ciò che accade vicino a lui. E’ un uomo con gli occhi aperti, in ricerca. Prima di accostarsi al roveto si toglie i sandali. Percepisce che per ascoltare e comprendere ciò che interroga si deve vivere in una attitudine di rispetto e di accoglienza. Assume l’atteggiamento di chi apprende e si lascia stupire da quanto incontra. Togliersi i sandali: gesto che esprime la scoperta che quel luogo è terra visitata, e il suo entrarvi chiede ascolto e riverenza. In quella terra così inospitale, laddove Mosè si scopre straniero, Dio si comunica: quella terra è il deserto, sono le spine, è terra per molti aspetti profana. Proprio lì Mosè scopre che ci si deve togliere i sandali, così come Giacobbe quando disse ‘Qui c’era Dio e io non lo sapevo’. Il Dio di Abramo, il Dio dei padri, si fa vicino in modi non programmabili, che spaesano le costruzioni umane. E chiede di avere occhi che scrutano e piedi nudi per camminare e attraversare una terra profana e tutta di Dio, che diviene terra visitata, in cui Dio rivolge la sua parola. E’ il paradosso di un comunicarsi che passa dentro la fragilità, dentro la normalità, spesso negletta, di ciò che accade, nella natura e nella storia. Mosè accoglie così il nome di Dio: il suo essere promessa, ‘ci sarò’, sarò vicino. Si farà conoscere in un incontro vitale solo nel cammino, solo nel coinvolgimento, e si manifesterà in quel nome ‘io sarò con te’ che dice apertura al futuro e incontro da accogliere sempre in modi nuovi.

Una torre è il secondo simbolo. Gesù nel suo parlare accenna ad un fatto triste di cronaca, il crollo di una torre che aveva provocato molti morti. Ma invita a non fermarsi al fatto di cronaca cercando di far rientrare la fede dentro ad un calcolo di sicurezze. Dietro a quel fatto si potrebbero ricercare tante risonanze: forse il crollo di una torre aveva dato origine a quella riflessione che sta al cuore della vicenda di Babele, la grande città che pretendeva di costruire una torre che giungesse sino al cielo, a sostituirsi al cielo, a divenire il cielo per un popolo uniformato e reso schiavo. E quel crollo non era rimasto un dato di cronaca ma era stato letto da persone capaci di cogliere un messaggio profondo di conversione, una parola importante sul volto di Dio e sul volto dell’umanità. Una torre che crolla non è solo un fatto di cronaca ma reca messaggi profondi. E così quanti crolli di torri nella storia possono rimanere dati di cronaca oppure essere letti come passaggi che aprono al cambiamento. Il crollo delle torri gemelle, per molti apsetti è rimasto icona mediatica: una terribile immagine ripettuta migliaia di volte in ogni schermo di due aerei guidati da terroristi che si schiantano contro luoghi simbolici. Un evento che dal punto di vista della cronaca ha dato inizio al XXI secolo. Un evento che poteva generare riflessione ripensamenti, conversione e poteva generare un’altra storia. Dietro a quel crollo un monito, per lo più inascoltato e tenuto lontano. Così di fronte ai crolli delle torri di un sistema di capitalismo finanziario basato su mammona del denaro e sull’inseguimento dell’utile particolare uno sguardo di fede può leggervi un monito di conversione, di cambiamento. Davanti lo spettacolo della devastazione della violenza, ma anche di fronte alla considerazione dei frutti perversi di una seminagione di disprezzo e superiorità, di ingiustizia  globale e di mentalità di scontro di culture un monito su possibili strade diverse che l’umanità potrebbe percorrere: ‘se tu comprendessi la via della pace…’. La parola di Gesù è invito a non fermarsi al contingente, a vivere la ricerca propria di Mosè, il suo lasciarsi interrogare, la sua disponibilità a togliersi i sandali per cogliere quali chiamate di Dio si rendono presenti in una storia segnata dal male, dall’oppressione, dall’ingiustizia. Sono chiamate per un cambiamento  per germogliare frutti nuovi, diversi…

Un albero di fico rinsecchito. Così appre per tanti aspetti la nostra vita, la vita di una società incapace di comunicare vita e futuro, la vita di una chiesa bloccata in giochi di potere, nella sterilità di non accettazione del cambiamento, della necessità di purificazione. Nella parabola del fico è centrale la figura del vignaiolo: ‘padrone attendi…’. E’ l’attitudine di chi si pone in mezzo, di chi intercede e si fa voce della pazienza del Padre. Il tempo e le occasioni di ogni giorno sono lo spazio della pazienza di Dio che per primo attende il nostro fiorire alla vita, il nostro aprirci ad un cambiamento che non dovrebbe far temere.  Ma è cambiamento esigente ed urgente, soprattutto nel tempo in cui la situazione drammatica della povertà e della iniquità a livello globale provocano la chiesa a rivedere le forme anche esteriori della sua testimonianza. Forse si potrebbe leggere anche il passaggio nella vita della chiesa che stiamo viendo come momento che potrebbe aprire novità impensate alla luce di un gesto di debolezza e di riconoscimento di ciò che è essenziale. Questo ha indicato il ritiro di Benedetto XVI che nei suoi ultimi discorsi ha offerto squarci di semplicità di vangelo richiamando al fatto che la chiesa non è organizzazione, ma corpo vivente, popolo di Dio in cammino, fatto di relazioni. Ciò che ha suscitato attenzione in questi giorni non è stata la sottigliezza di argomentazioni ma la semplicità di gesti di spossessamento e di fragilità, la capacità di comunicazione nel riconoscimento di comune umanità. E’ forse apertura ad un cambiamento non solo interiore indispensabile e essenziale, ma anche esteriore, di stili di vita, di modi di governo condivisi in una chiesa che scopre la chiamata alla conversione nel divenire più umile e povera, più capace di essere rivolta al suo Signore e di compassione e condivisione con l’umanità, capace di pazienza e fiducia ad immagine del Padre?

Alessandro Cortesi op

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