la parola cresceva

commenti alla Parola della domenica e riflessioni

Archivi per il mese di “novembre, 2017”

I domenica di Avvento – anno B – 2017

IMG_1663.JPGIs 63,16-17.19; 64,1-7; 1Cor 1,3-9; Mc 13,33-37

“Tu, Signore, sei nostro padre, da sempre ti chiami nostro redentore. Perché, Signore, ci lasci vagare lontano dalle tue vie e lasci indurire il nostro cuore, così che non ti tema?”

Il volto di Dio è presentato dal terzo-Isaia, profeta del dopo esilio, come colui che porta salvezza, redentore. Il vagare senza meta e il cuore indurito sono le due immagini che esprimono la condizione di chi si è dimenticato della presenza di Dio nella vita, della relazione che lega in una alleanza.

L’invocazione del profeta si fa preghiera: “Ritorna per amore dei tuoi servi, per amore delle tribù, tua eredità”. E’ una richiesta a ritornare guardando a coloro che si ricordano delle sue vie. E’ sottintesa implorazione a far ricordare quelle vie che sono state vie di liberazione. La richiesta di un ritorno di Dio si unisce al riconoscimento di aver vissuto il peccato come ribellione. Ma la fiducia nella vicinanza di Dio è più grande del peccato: Dio è colui che si fa incontro:

“Tu vai incontro a quelli che praticano con gioia la giustizia e si ricordano delle tue vie. Ecco, tu sei adirato perché abbiamo peccato contro di te da lungo tempo e siamo stati ribelli”.

L’invocazione si chiude con una immagine che richiama la creazione e la presenza di Dio padre di tutte le cose perché sorgente di ogni esistenza. L’argilla è solo materia informe nelle mani del vasaio. Deve riconoscere come tutto proviene dalle mani di chi la può plasmare e riplasmare di nuovo. Così la vita di una umanità tratta dalla terra che vive per l’opera e per il soffio di Dio: “Ma, Signore, tu sei nostro padre; noi siamo argilla e tu colui che ci plasma, tutti noi siamo opera delle tue mani”.

Dio ha i tratti di un tu che ‘va incontro’ a quanti praticano la giustizia e si ricordano delle sue vie.

Paolo, iniziando a scrivere alla comunità di Corinto di cui ha avuto notizie e a cui si appresta a rispondere a tante difficoltà e dubbi sollevati, innanzitutto ha parole di lode per i tanti e diversi doni che rendono quella comunità ricca di differenze: “non manca più alcun carisma a voi, che aspettate la manifestazione del Signore nostro Gesù Cristo”.

Paolo richiama ad un futuro manifestarsi di Gesù. Ogni impegno trova suo fondamento nella fedeltà di Colui che è fedele: “Egli vi renderà saldi sino alla fine, irreprensibili nel giorno del Signore nostro Gesù Cristo. Degno di fede è Dio, dal quale siete stati chiamati alla comunione con il Figlio suo Gesù Cristo, Signore nostro!”

‘Dio è fedele’. La sua fedeltà è in rapporto ad un sogno di comunione. Su questo deve fondarsi l’attesa dei Corinti verso il manifestazione di Cristo. C’è una chiamata nella vita dei cristiani ad un legame di comunione che lega insieme e avviene attraverso l’incontro con Gesù.

La parabola dei servi e del portiere è posta nel quadro del capitolo 13 di Marco, i cosiddetto discorso apocalittico: il richiamo di fondo al cuore di questo discorso è a vegliare, cioè vivere il tempo con consapevolezza e impegno.

C’è un ricordo della stanchezza degli apostoli che si addormentarono e non resistettero nel rimanere accanto a Gesù (Mc 14,37). Ma c’è anche un rinvio alla vita di una comunità che si stanca e non tiene il passo. Vegliare significa non perdere di vista il rapporto con Gesù. lo stare con lui. Gesù visse il tempo della sua vita nel rapporto profondo unico con l’Abba. Ha vissuto l’affidamento della fede e nel suo ‘vegliare’ sta la radice del suo agire.

Vegliare si oppone all’indifferenza, alla superficialità, alla disattenzione di sprecare il tempo. “Vegliate dunque: voi non sapete quando il padrone di casa ritornerà…”

Vegliate non è imperativo che mantiene sotto la minaccia e nella paura. E’ piuttosto il vegliare di chi sa che qualcuno sta giungendo e per questo il tempo assume un altro spessore. E’ annuncio del ritorno di colui che è passato facendo del bene, di Gesù che ha testimoniato nella sua vita il disegno di Dio di un mondo di fraternità. E’ invito a scorgere all’orizzonte di un presente contraddittorio i segni di un farsi vicino che non viene meno e porterà a compimento le promesse del Dio fedele. L’incontro con Gesù, la comunione, saranno l’ultima parola della storia. Nel tempo il vegliare si declina nello scorgere i segni, affrettare il venire, preparare il cuore.

Alessandro Cortesi op

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Vegliate

‘Vegliate’ è il grande invito dell’avvento: come chi nella notte attende una presenza amata che torni e bussi alla porta. Come chi veglia accanto a chi soffre.

E’ di questi giorni una notizia che ci ha drammaticamente riportato il contrasto tra la perdita di umanità, e la capacità dei poveri di saper vegliare anche laddove la malvagità sembra cancellare ogni respiro di dignità.

Una eritrea di 24 anni ha partorito un figlio, nato morto mentre era ancora in Libia, imprigionata, in attesa di potersi imbarcare nel viaggio della speranza verso l’altra sponda del Mediterraneo, verso l’Europa agognata. Ma dopo il parto è rimasta per tre giorni agonizzante, fino a morire prima dell’imbarco. I trafficanti hanno caricato il suo cadavere sul barcone ordinando a coloro che erano stati imbarcati di gettarlo in mare durante la traversata. Altre donne salite sul barcone non hanno obbedito a questo comando disumano. L’hanno vegliata fino all’approdo in Sicilia ad Augusta, dopo essere stati recuperati dalla ONG spagnola ‘Open arms’, il 25 novembre u.s. ‘Era nostra sorella’ hanno detto. Sono stati 431 i superstiti di questa navigazione.

L’hanno vegliata nel buio della notte e nel mare, nel buio della malvagità degli aguzzini e nel buio dell’indifferenza di un’Europa che non riconosce ai migranti dignità e sta conducendo una guerra per tenerli esclusi. Quel vegliare ha reso testimonianza della gratuità dell’umana compassione. Private di ogni cosa hanno saputo donare: la loro cura, la loro umanità, la loro speranza: ‘Qui troverà pace’ hanno anche detto. Hanno saputo scorgere negli occhi di una vittima lo specchio dell’essere tutti stranieri nel tempo dell’esistenza. Cosa che non riusciamo a vivere nell’Europa che si arrocca e sigilla le frontiere. Quel vegliare è un sussulto di umanità, un messaggio silenzioso a chi non sa più vegliare su volti umani che recano sofferenza.

Questo anonimo vegliare è segno profetico e dovrebbe risvegliare da un sonno che pesa sui nostri giorni. La navigazione umana è un viaggio comune in una attesa che chiederebbe di essere condivisa.

Alessandro Cortesi op

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XXXIV domenica tempo ordinario – anno A – Cristo re dell’universo – 2017

IMG_1506Ez 34,11-17; 1Cor 15,20-16,28; Mt 25,31-46

La grande scena del re che giudica tutti i popoli conclude il quinto grande discorso del vangelo di Matteo, il capitolo 25 centrato sui temi dell’attesa, della responsabilità nel tempo, del restare svegli. “quando il Figlio dell’uomo verrà…”: il Figlio dell’uomo è tratteggiato nel suo venire.

Figlio dell’uomo è figura evocata dal profeta Daniele (Dan 7). Dopo aver offerto un panorama della storia umana in cui gli imperi che avevano dominato sui popoli crollano uno dopo l’altro, alla fine dei tempi scorge il giungere di una figura proveniente da Dio ‘simile a figlio dell’uomo’. E si apre un giudizio. In Dan 7,13-14 questa figura riunisce i tratti di una figura singolare e collettiva. In altri scritti conosciuti ai tempi di Gesù (le parabole di Enoch 45-57, IV Esdra) questa figura era interpretata in senso singolare. Matteo riprende questo titolo applicandolo a Gesù: è Gesù il ‘figlio dell’uomo’. E’ il medesimo che ha pronunciato il discorso della montagna, ha chiamato a seguirlo annunciando il regno dei cieli, ha raccolto attorno a sé una comunità, ha chiesto di mettere al centro i piccoli e di perdonare. E’ lui che ha inviato i suoi apostoli a dare gratuitamente ciò che gratuitamente hanno ricevuto.

All’inizio del suo vangelo Matteo aveva evocato un ‘nuovo principio’, riprendendo con questo termine la prima parola della Bibbia: una nuova ‘genesi’ è letta con riferimento a Gesù. La nascita di Gesù si situa in una storia orientata ad un incontro. Per questo Matteo legge i gesti di Gesù quale compimento delle promesse di Dio. La sua vita è segno della fedeltà di Dio. L’ultima pagina del vangelo – prima del racconto della passione – conduce a scorgere l’esito di questa storia: quando il figlio dell’uomo verrà…

Nella figura del figlio dell’uomo Matteo quindi delinea il profilo di Gesù mettendo insieme un venire alla fine dei tempi e il suo venire vicino, il suo cammino terreno di giusto che subisce una ingiusta condanna. Nel processo davanti al sommo sacerdote che lo interroga (Mt 26,64) Gesù risponde: ‘vedrete il Figlio sedere alla destra della potenza e venire sulle nubi del cielo’. Per Matteo allora figlio dell’uomo non è solo qualcuno che viene alla fine, ma è il veniente è quel Gesù che è venuto e viene. Qui per Matteo sta la ‘nuova creazione’: il venire di Gesù apre un incontro una comunione che investe tutta l’umanità. C’è un riferimento ad un tempo lontano, ad un futuro, ma anche c’è l’evocazione di un venire immediato, sin d’ora. Matteo invita la sua comunità a scorgere sin dal presente un venire vicino di Gesù. Questo presente è legato alla fine della storia. Non ci sarà il buio dell’assenza ma un incontro. Il cammino di tutte le genti è diretto verso quel momento.

Nella grande scena del giudizio il re è presentato come il pastore che raduna le sue pecore. Secondo il modulo letterario del parallelismo e del contrasto tutto il brano è strutturato in una contrapposizione che intende dare risalto al messaggio dell’accoglienza. La seconda parte è tutta orientata ad evidenziare per contrasto quanto è detto nella prima parte: ‘venite benedetti del Padre mio, prendete possesso del regno preparato per voi sin dall’origine del mondo’. Già nel principio c’è una promessa e un sogno del Padre: il regno è riferimento per dire un progetto di incontro e comunione.

La fine della storia sarà una grande accoglienza, e la parola definitiva sarà di comunione ‘Venite’. E’ un incontro non fatto di parole ma vissuto concretamente negli incontri con chi ha avuto bisogno. Il giudizio si compie nel rapporto con gli altri. Gesù s’identifica con l’assetato, il senza dimora, il rifugiato senza mezzi di sostentamento, il malato, il carcerato. Ci sono tutti coloro che hanno vissuto la vita con attenzione all’altro, anche senza sapere che nei loro gesti e nelle loro scelte incontravano Gesù. La domanda stupita che essi rivolgono al re suona infatti: “Quando ti vedemmo affamato e ti demmo da mangiare o assetato e ti demmo da bere? Quando ti vedemmo pellegrino e ti ospitammo, nudo e ti coprimmo? Quando ti vedemmo infermo o in carcere e venimmo a trovarti?”

Il regno non è conseguenza di una appartenenza religiosa, ma ‘viene’ laddove si risponde alla chiamata del povero. Dare da mangiare, dare da bere, offrire un tetto e assistenza, accogliere chi sta ai margini, sono i gesti della cura e della vicinanza al povero. Sono gesti in cui scoprire la propria nudità di poveri accanto ad altri.

Il re invita a venire nel suo regno. E’ questa una provocazione alla comunità di coloro che desiderano seguire Gesù. Questa è formata da tutti coloro che vivono rapporti nuovi di riconoscimento dell’altro e di fraternità e sororità: è il ‘regno’ già iniziato.

E’ Gesù il veniente, che continua a venire nei più piccoli dei fratelli (e sorelle): “tutto quello che avete fatto a uno dei più piccoli di questi miei fratelli e sorelle l’avete fatto a me”.

Alessandro Cortesi op

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Poveri

L’11 settembre 1962 in uno dei discorsi preparatori del Concilio Vaticano II papa Giovanni XXIII pronunziò queste parole “la chiesa vuole essere la chiesa di tutti, ma soprattutto la chiesa dei poveri”. L’accento di questa espressione cadeva non sull’impegno a prendersi cura dei poveri, ma ad essere la chiesa ‘dei poveri’. Il fatto stesso di essere chiesa, raduno e assemblea, è a partire dalla scelta di Dio di farsi povero nella storia umana nel cammino di Gesù.

Il card. Giacomo Lercaro di Bologna, durante la prima fase dei lavori del Concilio, presentò la proposta di impostare i lavori attorno al mistero del Cristo povero, ma tale idea non ebbe seguito. Da allora questo accento non è stato più ripreso forse anche le radicali esigenze di revisione che poneva ad una chiesa che si doveva scoprire chiamata non ad inseguire mire terrene ma a testimoniare lo stile del vangelo.

E’ stato Francesco, vescovo di Roma proveniente dall’America latina segnata dall’opzione preferenziale per i poveri, a riportare al primo posto l’attenzione a tale questione come sfida fondamentale per vivere il vangelo oggi: una delle sue affermazioni forti è stata: “i poveri sono la carne di Cristo.” La povertà non è questione astratta ma si rende presente in volti concreti:

“Conosciamo la grande difficoltà che emerge nel mondo contemporaneo di poter identificare in maniera chiara la povertà. Eppure, essa ci interpella ogni giorno con i suoi mille volti segnati dal dolore, dall’emarginazione, dal sopruso, dalla violenza, dalle torture e dalla prigionia, dalla guerra, dalla privazione della libertà e della dignità, dall’ignoranza e dall’analfabetismo, dall’emergenza sanitaria e dalla mancanza di lavoro, dalle tratte e dalle schiavitù, dall’esilio e dalla miseria, dalla migrazione forzata”. (Messaggio di indizione della I giornata mondiale dei poveri)

“La povertà ha il volto di donne, di uomini e di bambini sfruttati per vili interessi, calpestati dalle logiche perverse del potere e del denaro. Quale elenco impietoso e mai completo si è costretti a comporre dinanzi alla povertà frutto dell’ingiustizia sociale, della miseria morale, dell’avidità di pochi e dell’indifferenza generalizzata! Ai nostri giorni, purtroppo, mentre emerge sempre più la ricchezza sfacciata che si accumula nelle mani di pochi privilegiati, e spesso si accompagna all’illegalità e allo sfruttamento offensivo della dignità umana, fa scandalo l’estendersi della povertà a grandi settori della società in tutto il mondo” (ibid.)

La mano tesa dei poveri è appello ad uscire da sicurezze e comodità che rendono la vita ripiegata in un egoismo senza gli altri, in una indifferenza senza cura, in una religiosità del culto separato dalla vita.

In un recente libro Giovanni Ferretti, professore emerito di filosofia teoretica dell’Università di Macerata (Il criterio misericordia – Sfide per la teologia e la prassi della Chiesa, ed. Queriniana 2017) sottolinea come la dimensione del fenomeno della povertà nel mondo globalizzato con il dominio dell’economia finanziaria esiga oggi una consapevolezza particolare e divenga sfida centrale per la fede cristiana. Esige infatti di “riflettere in forma nuova sulla natura dell’apporto del Vangelo alla salvezza integrale dell’uomo – di tutto l’uomo e di tutti gli uomini – fin da questa vita terrena e ad operare di conseguenza” (ibid. p.143). Per questo la proposta di papa Francesco “sta operando un importante spostamento nella considerazione delle sfide del mondo moderno contemporaneo: dal primato della sfida della ragione illuministica moderna e post-moderna, che ha impegnato la Chiesa per più di due secoli, al primato della sfida della povertà e della disumanità dilagante nel mondo” (ibid. p. 142).

E’ quanto viene affermato in Evangelii Gaudium dove è delineato un magistero proprio dei poveri a cui prestare ascolto proprio per vivere la fede: “Per questo desidero una Chiesa povera per i poveri. Essi hanno molto da insegnarci. Oltre a partecipare del sensus fidei, con le proprie sofferenze conoscono il Cristo sofferente. È necessario che tutti ci lasciamo evangelizzare da loro” (Evangelii Gaudium, 198).

Francesco sottolinea innanzitutto che la povertà è una chiamata anzitutto a seguire Cristo: è un cammino che apre a riconoscere il limite e a non cadere nelle diverse forme dell’idolatria.

“Non dimentichiamo che per i discepoli di Cristo la povertà è anzitutto una vocazione a seguire Gesù povero. È un cammino dietro a Lui e con Lui, un cammino che conduce alla beatitudine del Regno dei cieli. Povertà significa un cuore umile che sa accogliere la propria condizione di creatura limitata e peccatrice per superare la tentazione di onnipotenza, che illude di essere immortali. La povertà è un atteggiamento del cuore che impedisce di pensare al denaro, alla carriera, al lusso come obiettivo di vita e condizione per la felicità. E’ la povertà, piuttosto, che crea le condizioni per assumere liberamente le responsabilità personali e sociali, nonostante i propri limiti, confidando nella vicinanza di Dio e sostenuti dalla sua grazia. […] Facciamo nostro, pertanto, l’esempio di san Francesco, testimone della genuina povertà. Egli, proprio perché teneva fissi gli occhi su Cristo, seppe riconoscerlo e servirlo nei poveri” (Messaggio per la I giornata dei poveri).

“Se, pertanto, desideriamo offrire il nostro contributo efficace per il cambiamento della storia, generando vero sviluppo, è necessario che ascoltiamo il grido dei poveri e ci impegniamo a sollevarli dalla loro condizione di emarginazione. Nello stesso tempo, ai poveri che vivono nelle nostre città e nelle nostre comunità ricordo di non perdere il senso della povertà evangelica che portano impresso nella loro vita”. (Messaggio per la I giornata dei poveri)

La condizione di povertà è da combattere per eliminare situazioni che sono degradanti per le persone. Tuttavia proprio nell’incontro con chi è più segnato dalla fatica, dalle difficoltà e dalla fatica del vivere si dà un incontro che porta a cambiare la vita. E’ ciò che viene testimoniato da tanti che si sono lasciati coinvolgere nella vita dei poveri, ascoltando voci e incontrando sguardi (cfr. Luis Antonio Tagle, Ho imparato dagli ultimi. La mia vita, le mie speranze ed. Emi 2016). L’incontro con i poveri è esperienza che cambia non solo il modo di intendere la vita, ma conduce a scorgere il mistero di Cristo che da ricco si fece povero…

“Come, concretamente, possiamo allora piacere a Dio? Quando si vuole far piacere a una persona cara, ad esempio facendole un regalo, bisogna prima conoscerne i gusti, per evitare che il dono sia più gradito a chi lo fa che a chi lo riceve. Quando vogliamo offrire qualcosa al Signore, troviamo i suoi gusti nel Vangelo. Subito dopo il brano che abbiamo ascoltato oggi, Egli dice: «Tutto quello che avete fatto a uno solo di questi miei fratelli più piccoli, l’avete fatto a me» (Mt 25,40). Questi fratelli più piccoli, da Lui prediletti, sono l’affamato e l’ammalato, il forestiero e il carcerato, il povero e l’abbandonato, il sofferente senza aiuto e il bisognoso scartato. Sui loro volti possiamo immaginare impresso il suo volto; sulle loro labbra, anche se chiuse dal dolore, le sue parole: «Questo è il mio corpo» (Mt 26,26). Nel povero Gesù bussa al nostro cuore e, assetato, ci domanda amore.”[…] Lì, nei poveri, si manifesta la presenza di Gesù, che da ricco si è fatto povero (cfr 2 Cor 8,9). Per questo in loro, nella loro debolezza, c’è una “forza salvifica”. E se agli occhi del mondo hanno poco valore, sono loro che ci aprono la via al cielo, sono il nostro “passaporto per il paradiso”. Per noi è dovere evangelico prenderci cura di loro, che sono la nostra vera ricchezza, e farlo non solo dando pane, ma anche spezzando con loro il pane della Parola, di cui essi sono i più naturali destinatari. Amare il povero significa lottare contro tutte le povertà, spirituali e materiali.” (omelia nella Giornata mondiale dei poveri 19 novembre 2017)

Alessandro Cortesi op

Gesù e le prime comunità: tra storia e teologia

E’ appena uscito fresco di stampa l’ultimo volume della collana ‘Sul confine’ pubblicato dalla casa editrice Nerbini di Firenze:

A.Cortesi, G.Ibba (edd.), Gesù e le prime comunità cristiane. Tra storia e teologia, ed. Nerbini Firenze 2017

Per informazioni e richieste di copie del volume cliccare qui

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indice Ibba Cortesi

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XXXIII domenica tempo ordinario – anno A – 2017

IMG_1495.jpgProv 31,10-13.19-20.30-31; 1Tess 5,1-6; Mt 25,14-30

La parabola dei talenti si legge nel capitolo 25 del vangelo di Matteo. E’ il discorso cosiddetto escatologico, che concerne le ‘cose ultime’: la venuta del Signore Gesù alla fine dei tempi che richiede vigilanza e attesa (la parabola delle dieci vergini, Mt 25,1-13), il giudizio sulla storia (l’azione del re che separa le pecore dai capri: Mt 25,31-46).

Messaggio centrale di questo capitolo è l’urgenza della decisione: tutta la storia va verso un incontro per essere con il Signore, per entrare in una festa di comunione. L’esperienza cristiana è attesa, si attua in un tempo supplementare. Il Signore viene come sposo.

La parabola dei talenti potrebbe essere piuttosto definita la parabola dei tre servi: si svolge in tre movimenti. All’inizio l’affidamento dei beni da parte del padrone a tre suoi servi, poi il diverso comportamento dei tre durante l’assenza del padrone, infine la parte più estesa, il rendiconto al ritorno del padrone dal viaggio. La distribuzione dei beni è compiuta dal padrone ‘secondo le capacità di ciascuno’. Tutto converge verso il finale. Appare un contrasto tra la lode dei servi, detti ‘buoni e fedeli’ e il rimprovero verso il terzo che è stato inoperoso e per paura ha nascosto sotto terra il talento a lui affidato. Un talento era unità di misura per metalli preziosi, ed indicava decine di chili d’oro; a livello monetario equivaleva a circa 6000 dramme o denari quando la retribuzione giornaliera di un operaio era circa di un denaro al giorno.

La parabola nella tradizione è stata letta come richiamo a porre a frutto le proprie capacità e le qualità umane: i talenti sono stati identificati con i doni naturali o di formazione che devono produrre risultati. Da qui nel linguaggio comune il termine ‘talenti’ sta ad indicare le doti di una persona e le sue capacità.

Certamente l’esigenza dell’impegno è un messaggio presente nella parabola ma questa interpretazione è sviante e piega la parabola ad una logica di efficienza e di successo. Gesù insiste su altro.

Nella parabola è da cercare il vertice verso cui tutto il racconto è orientato, che si può individuare nel dialogo tra il padrone e il terzo servo. Il dialogo con i primi due serve da preparazione, per contrasto. Il terzo servo viene rigettato non perché ha compiuto qualcosa di sbagliato. Piuttosto trova rimprovero perché non ha fatto nulla e soprattutto e in modo particolare perché è rimasto succube della paura. Il rapporto con chi gli aveva affidato una così grande ricchezza è stato da lui inteso nella logica della paura e della sottomissione.

Gesù parlava di cose comprensibili a chi udiva: un rapporto di ricchi e di lavoratori, di padrone e di servi. Con l’accenno ai talenti volge però il riferimento ad un altro piano e presenta il comportamento sconcertante del padrone che innanzitutto affida ricchezze così spropositate e inoltre dice ai servi: ‘entra nella gioia del tuo padrone’. L’appellativo ‘servo buono e fedele’ è espressione che va ben oltre la possibilità di relazione tra un padrone e i suoi servi. Gesù intende rinviare al volto di Dio e alla relazione con lui. Chiede a chi lo ascolta di intendere in modo nuovo il rapporto con Dio stesso. I talenti non sono allora le doti di ciascuno, o le ricchezze, piuttosto il dono gratuito e non quantificabile che viene da Dio.

I talenti indicano l’affidamento di un dono spropositato che richiama ed esige responsabilità: il dono di una comunione. Il terzo servo non ha compreso proprio questo: l’autentica ricchezza affidatagli stava nella fiducia, nell’essere accolto in un rapporto oltre ogni paura, oltre ogni esigenza. Si è invece lasciato imprigionare dal sospetto che gli ha impedito di vivere. Rimane chiuso in un’idea di Dio quale padrone esigente e terribile che lo rende incapace di agire: “So che sei un uomo esigente, che mieti dove non hai seminato e raccogli dove non hai sparso”. Ha considerato il talento non come dono ma lo trattiene come cosa estranea, non sua, da restituire senza nemmeno toccarla. Non comprende che il talento affidatogli è segno di una relazione. Non si apre a scorgere che nel talento stava il segreto di un affidamento perché potesse vivere la sua vita con la libertà dei figli, con la creatività di chi mette in circolo i doni.

La parabola è allora un richiamo a vigilare: l’attesa del Signore chiede di cambiare modo di pensare a Dio il Padre, chiede di uscire dalla paura che è contraria alla fede.

I talenti allora possono essere letti come le occasioni innumerevoli della vita nel tempo dato e negli incontri e opportunità di scelta: Dio il Padre affida a ciascuno la vita, ricchezza inesauribile in cui poter vivere tale affidamento. Il disegno del Padre sta nel far entrare i suoi figli nella gioia di una comunione di vita per sempre. Nel tempo della storia i discepoli sono chiamati a vivere la fedeltà non come rapporto contrattuale, fatto di paura, ma come accoglienza delle innumerevoli occasioni per essere creativi nel suo amore. Con gratitudine e responsabilità consapevoli di un dono.

Alessandro Cortesi op

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Talenti

Concetta Candido è un’operaia torinese. Il suo nome è stato ripreso dalle cronache nel giugno scorso. In un giorno di inizio estate nella sede dell’Inps di Torino Concetta ha appiccato il fuoco a se stessa riportando ustioni molto gravi.

Aveva in quel periodo ricevuto il licenziamento da una pseudo cooperativa, di quelle riconosciute legalmente ma che risultano essere sistemi riconosciuti legalmente per sfruttare il lavoro. E si era trovata nella triste situazione di iniziare la trafila burocratica di chi ha perso il lavoro mentre a casa le bollette continuavano a giungere, i debiti aumentavano e le giornate si facevano sempre più pesanti.

La sua storia ha suscitato scalpore e ha colpito molti. Gad Lerner ne ha scritto un libro pubblicato da pochi giorni (Concetta, ed. Feltrinelli). In esso articola una lettura della deriva in atto nel mondo del lavoro in Italia: “La deroga generalizzata dalle conquiste sindacali del secolo scorso si ripercuote a ogni livello con effetti nefasti che nessuna rivoluzione tecnologica sembra in grado di contenere. Basti osservare la prima conseguenza di lunga durata della riforma detta Jobs Act, una volta esaurito il triennio di esonero contributivo concesso alle aziende che assumevano nuovi dipendenti a tempo indeterminato, con un risparmio di 8060 euro il primo anno, e 3250 euro nei successivi 24 mesi. Scaduti nel 2017 i termini di questa imponente defiscalizzazione a carico dell’erario (oltre 10 miliardi), in più del 90% dei casi le nuove assunzioni risultano essere a tempo determinato, cioè precarie”.

E’ in atto una trasformazione che vede venir meno e frantumarsi le acquisizioni di difesa dei lavoratori e porta sempre più ampie fasce di persone a precipitare nella disperazione, senza sostegni e disorientate tra uffici e obblighi sempre nuovi. L’analisi di Lerner fotografa una realtà di drammi personali e sociali per lo più nascosti che richiederebbero invece attenzione diffusa e una progettualità nuova per mondo del lavoro:

“Chi perde il lavoro ha scarsissime probabilità di trovarne un altro a parità di tutele o di reddito. Chi lo cerca per la prima volta, e non dispone di un’alta specializzazione, mette in conto di doversi scordare il posto fisso. Del resto, anche le nuove forme di lavoro autonomo, l’incentivo propagandistico al fai-da-te, mascherano pratiche di autosfruttamento servile in concorrenza feroce con i propri simili. L’esercito della manodopera di riserva è un vasto contenitore di solitudini e frustrazioni che solo i meccanismi spontanei di reciproco sostegno familiare, e il rapido consumo di risorse patrimoniali accumulate dalle generazioni precedenti, proteggono dalla minaccia dell’indigenza” (G.Lerner, Concetta, Feltrinelli).

Quarant’anni fa, in questi giorni, moriva Giorgio la Pira. Può essere motivo di riflessione riascoltare la sua voce di professore di diritto che aveva assunto l’impegno politico a partire dalla sua chiamata ad essere testimone del vangelo. Per lui politica significava cura per le diverse dimensioni in cui si esplica la vita delle persone: la possibilità di una casa, del lavoro, della scuola, della vita sociale e comunitaria.

In una lettera a Fanfani del 27 Novembre 1953 così scriveva: “è mezzanotte, non prendo sonno, e sento la necessità di rispondere subito a qualche punto essenziale della tua lettera odierna. Anzitutto: vedi caro Amintore; io non sono un “sindaco”; come non sono stato un “deputato” o un “sottosegretario”: non ho mai voluto essere né sindaco, né deputato, né sottosegretario, né ministro (ricordi l’offerta di De Gasperi?). Quanto al “sindaco” mi pare che il mio telegramma di una quindicina di giorni fa parla chiaro. E la ragione di tutto questo è così chiara: la mia vocazione è una sola, strutturale direi: pur con tutte le deficienze e le indegnità che si vuole, io sono, per la grazia del Signore, un testimone dell’Evangelo… mi sarete testimoni (eritis mihi testes) mia vocazione. la sola. è tutta qui! Sotto questa luce va considerata la mia “strana” attività politica: non bisogna dimenticare che durante i tempi più acuti e dolorosi del fascismo è stata questa mia vocazione di “testimonianza a Cristo” a mettermi in prima linea nella trincea del più aspro combattimento. E se poi, necessariamente, i cattolici italiani mi misero in prima linea nella vita politica – costringendomi! – quella vocazione di testimonianza fu, almeno come ideale, la sola stella della mia azione. Veniamo ora al “sindacato”: figurati, se io posso rinunziare alla verità ed alla giustizia per servire alla lettera della legge: e poi: quale legge? Guardare senza operare alle iniquità che si nascondono sotto i velami della legge? Summum jus summa iniuria dicevano i romani; e S. Tommaso: non est lex sed corruptio legis: non è legge ma corruzione della legge! Osservare duemila sfrattati senza intervenire in qualsivoglia modo? Quali iniquità: leggi che hanno un solo destinatario: il disgraziato, il povero, il debole; per caricare su di lui altri pesi ed altre oppressioni (legge sfratti, fatta alla insegna D.C.)! Osservare novemila disoccupati senza intervenire in qualsivoglia modo? Senza stimolare, per vie diritte e per vie storte, un governo apatico, quasi ignaro del dramma quotidiano del pane di novemila disoccupati? Non c’è danari: quale formula ipocrita e falsa: non c’è danari per i poveri la formula completa e vera! Siamo un paese povero: altra formula ipocrita: siamo un paese povero pei poveri, è la formula vera!”.

Riflettere oggi sui talenti potrebbe condurre a pensare a tutti i mezzi da usare per redistribuire il lavoro e per difendere la dignità di tutti coloro che lavorano. Ed è lavoro sia quello riconosciuto e retribuito sia ogni forma di lavoro non retribuito e non riconosciuto come tale, per esempio nella vita domestica. Talenti possono essere anche le occasioni in cui è richiesta creatività per progettare un mondo del lavoro con maggiore equità, non costruito su privilegi ed esclusioni dei più fragili. Talenti sono anche i doni che non si identificano con il profitto e il denaro quali fini assoluti, ma sono la vita delle persone, delle loro famiglie quali tesori non da sfruttare ma da custodire e coltivare con cura.

Alessandro Cortesi op

XXXII domenica tempo ordinario – anno A – 2017

IMG_1319.jpgSap 6,12-16; 1Tess 4,13-18; Mt 25,1-13

Le lampade, l’olio e la porta sono le immagini della parabola delle giovani stolte e sagge. Alla fine del suo vangelo nel capitolo 25, prima del racconto della passione e morte di Gesù Matteo raccoglie alcune parabole sulla vigilanza. La missione di Gesù è tutta orientata al regno di Dio. I segni del suo inizio sono già presenti nel suo agire di liberazione. Ma c’è una attesa da maturare. Il regno è il nuovo mondo di rapporti che l’amore di Dio vicino e accolto genera per tutti. Gesù ha manifestato nel suo agire la vicinanza di Dio a chi è ‘pietra scartata’. Ha detto con la sua vita che l’umanità non è più sotto il dominio dell’egoismo, del male e della morte, ma c’è speranza di vita e liberazione per tutti. Il regno è come un seme e il tempo della chiesa è tempo dell’attesa.

La parabola narra di una festa di nozze. La festa e lo sposalizio rinviano alla grande intuizione dei profeti che Dio è sposo e ama il suo popolo Israele con amore appassionato. “Ti farò mia sposa per sempre, ti farò mia sposa nella giustizia e nel diritto, nella benevolenza e nell’amore, ti fidanzerò con me nella fedeltà e tu conoscerai il Signore” (Os 2,18.21-22) “Anche se i monti si spostassero e i colli vacillassero, non si allontanerebbe da te il mio affetto, né vacillerebbe la mia alleanza di pace; dice il Signore che ti usa misericordia” (Is 54,1-10)

Nel rito del matrimonio ebraico la sposa con le amiche attendeva al tramonto l’arrivo dello sposo per iniziare il corteo verso la casa di quest’ultimo dove si svolgeva il banchetto delle nozze. La parabola richiama l’esperienza della festa e fa emergere una contrapposizione tra la luce e il buio: al tramonto è necessario tenere accese le lampade per accogliere lo sposo. Ma il suo ritardo scombina i piani. Giunge il sonno che fa assopire le amiche della sposa. Il sonno è come una forza che impedisce il vegliare. E’ da notare che tutte si addormentano. Quando giunge la voce “Ecco lo sposo” tutte preparano le lampade. La luce delle lampade vince il buio della notte e prepara l’incontro con lo sposo. L’olio elemento per illuminare ricorda il simbolo dell’unzione di re e profeti. E’ segno di ospitalità e fraternità: “Ecco quanto è buono e quanto è soave che i fratelli vivano insieme. E’ come olio profumato sul capo che scende sulla barba, sulla barba di Aronne, che scende sull’orlo della sua veste” (Sal 133,1-2). L’olio è anche simbolo di gioia e abbondanza. Solo alcune giovanette, amiche della sposa, hanno olio per tenere accese le lucerne. E’ forse riferimento all’atteggiamento del saggio: “Neppure di notte si spegne la sua lucerna” (così i Proverbi delineano la donna saggia Prov 31,18). Le lampade sono segno di prontezza e disponibilità: “Non si accende una lucerna per metterla sotto il moggio, ma sopra il lucerniere, perché faccia luce a tutti quelli che sono nella casa.” (Mt 5,14-16). La porta chiusa e la porta aperta sono due risvolti del medesimo messaggio: la porta è aperta per chi vive l’attesa dell’incontro. Anche nel ritardo è esperienza di gioia e tempo di responsabilità. Nella vita spesso le contraddizioni e delusioni mettono alla prova e la capacità di resistere viene meno. La fede è esperienza di attesa che si fa responsabilità: lasciare che fluisca l’olio dell’ospitalità, della fraternità, della benedizione, nelle piccole cose del quotidiano.

Alessandro Cortesi op

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Olio

“La ruota del mulino, la grande ruota ad acqua, serve a far funzionare le due macine di granito, che, accoppiate, ruotano a loro volta, verticalmente, ma con moto anche di rivoluzione e traslazione su un fondello, limitato da un orlo di ghisa (…) Dal piano superiore del frantoio una certa quantità di olive, che in questa stagione sono in parte brune in parte ancora verdi, è fatta cadere, attraverso una tramoggia, direttamente sotto la macina. Si forma così, dopo una prima frantumazione, una poltiglia spessa, granosa e ruvida, di colore bruno-rossastro, dove però è ancora possibile distinguere, a occhio nudo, una infinità di piccoli pezzi verde-chiari e altri color legno, quello dei noccioli. La poltiglia viene ficcata, a mano, dentro cestini di cocco bassi e rotondi, che si chiamano viscoli, oppure fiscoli, o anche bruscole… I viscoli sono collocati l’uno sull’altro, in una prima pressa, e una colonna d’acciaio, sorgendo dal basso, spreme il primo olio, che comincia ad uscire grasso, quasi pastoso, a goccia a goccia, adagio e faticosamente. La polpa che rimane è ancora buonissima, vien tolta mano dai viscoli e ammucchiata: dal mucchio poi ributtata, con le pale, sotto le macine. E’ la seconda, e ultima, frantumazione” (Mario Soldati, Da leccarsi i baffi, Memorabili viaggi in Italia alla scoperta del cibo e del vino genuino a cura di Saverio Novelli, ed. Deriveapprodi, Roma, 278-287)

La descrizione di Mario Soldati della preparazione dell’olio nella masseria di Cesare Garboli, traduttore e filologo suo amico, è un brano di letteratura che riporta alla materialità e simbolicità del rito della frangitura.

L’olio è frutto di una spremitura che vede la sua origine lontano nei giorni e nelle stagioni, nella paziente cura di quell’albero generoso che è l’olivo, capace di resistere a intemperie nel tempo e il cui legno ricurvo e nodoso è rinvio ad una sopportazione lenta del tempo e delle sue prove. L’olio è anche legato alla fragranza e alla bellezza. La cultura dell’olio attraversa le del Mediterraneo recando con sé immaginari diversi, riti collettivi, sapienze maturate nei secoli di lavorazione e di utilizzo. L’olio è stato non solo condimento ma base di alimentazione per contadini e ricchezza di vita per molti.

Come non dimenticare l’immagine straziante della contadina palestinese aggrappata ad un olivo secolare mentre le ruspe trascinano via fusti di olivi per spianare i campi e renderli luogo di costruzione di muri di separazione di cemento? Come non ripensare ad immagini di epoche non lontane quando nelle piane siciliane e pugliesi ettari di uliveti venivano rasi al suolo per fare posto alle nuove costruzioni di industrie che avrebbero portato progresso, emancipazione e lavoro (si pensi a certi filmati d’epoca sulla costruzione dell’Ilva di Taranto…)?

Oggi sostare sui significati dell’olio, in questi giorni di raccolta delle olive e di frangitura con l’arrivo dell’olio nuovo, può essere occasione per riflettere su quel messaggio comune pronunciato insieme da due voci profetiche del nostro tempo, Bartolomeo, il ‘patriarca verde’ e Francesco che nella Laudato sì ha proposto le linee di una conversione ecologica della vita umana: “Facciamo… appello, a quanti occupano ruoli influenti, ad ascoltare il grido della terra e il grido dei poveri, che più soffrono per gli squilibri ecologici” (messaggio per giornata del creato 1 settembre 2017)

L’olio dovrebbe riportarci alla capacità di ascoltare e coltivare stupore. Quel sentimento che si prova al gocciare dell’olio nuovo, al suo colore verdastro che traspare dalle bocce in cui viene versato, mentre i raggi bassi del sole attraversano gli olivi nel tempo di autunno, o quando si avverte il pizzicore amaro che lascia in bocca quando viene assaggiato ungendo il pane fresco.

E’ lo stupore di Ildegarda di Bingen, davanti al verde del creato, alle piccole cose capaci di recare in sé per l’occhio attento una meraviglia propria ed una fessura sull’oltre, quell’energia di vita che fa crescere e fiorire le piante e copre di verde campi e boschi.

Tante persone ordinarie sanno ancora stupirsi nel loro quotidiano leggendo la natura come creazione, luogo di un incontro, sacramento di presenza. E’ la capacità di coltivare gioia nel coltivare un fazzoletto di terra davanti a casa, nel dare acqua alle piante su di una terrazza, nel custodire i fiori del balcone con semplicità. E’ la capacità di sentirsi responsabili per lasciare ad altri la possibilità di gustare la vita e la bellezza delle cose terrene in contrasto con una riduzione di tutto alla realtà virtuale. L’olio nelle sue trasparenze di verde è riflesso di questo ricordo.

Alessandro Cortesi op

XXXI domenica tempo ordinario – anno A – 2017

IMG_1271.JPGMal 1,14-2,2; 1Tess 2,7-9.13; Mt 23,1-12

I filatteri, detti tefillim (preghiere) sono piccoli astucci di cuoio a forma di cubo: al loro interno custodiscono rotolini di pergamena con su scritti brani biblici. Vengono legati alle braccia, alle mani e sul capo durante la preghiera. Le frange, zizit, sono trecce di tessuto legate alla veste, o applicate al mantello della preghiera (tallit): un segno a ricordo dei comandamenti del Signore. I posti nella sinagoga sono i luoghi della preghiera nella assemblea. Filatteri, frange, posti nelle sinagoghe… sono tutti elementi esteriori della preghiera e del culto. Come tanti segni religiosi in ogni tradizione rinviano ad un coinvolgimento della vita. Sono simboli che dovrebbero rendere presente l’esigenza di una fede che permea la vita: “Questi precetti che oggi ti do ti stiano fissi nel cuore… te li legherai alla mano come un segno, ti saranno come un pendaglio tra gli occhi, e li scriverai sugli stipiti della tua casa e sulle tue porte” (Dt 6,8-9)

Se i simboli rimangono solo esteriorità si riducono a forme vuote senza riferimento all’esistenza. Perdono il loro senso, anzi generano sviamenti profondi. I profeti in Israele hanno richiamato contro questa continua tentazione, il piano inclinato di una religione dell’esteriorità senza che la vita ne risulti toccata. La fede non può ridursi ad apparati esteriori, a liturgie vuote. Esige coinvolgimento dell’interiorità. I profeti per questo criticano un culto svuotato e chiedono scelte di giustizia quale autentico culto a Dio.

Così Amos si fa voce dell’esigenza di Dio per gli ‘spensierati di Sion’: “Io detesto, respingo le vostre feste e non gradisco le vostre riunioni; anche se voi mi offrite olocausti, io non gradisco i vostri doni … Piuttosto scorra come acqua il diritto e la giustizia come un torrente perenne” (Am 5,21-24). Così Isaia: “Smettete di presentare offerte inutili, l’incenso è un abominio per me; noviluni, sabati, assemblee sacre, non posso sopportare delitto e solennità… le vostre mani grondano sangue. Lavatevi purificatevi, togliete il male dalle vostre azioni, dalla mia vista. Cessate di fare il male imparate a fare il bene, ricercate la giustizia, soccorrete l’oppresso, rendete giustizia all’orfano, difendete la causa della vedova” (Is 1,11,17)

Gesù riprende questa critica e la fa propria: “essi dicono e non fanno. Legano infatti fardelli pesanti e difficili da portare e li pongono sulle spalle della gente, ma essi non vogliono muoverli neppure con un dito. Tutte le loro opere le fanno per essere ammirati dalla gente”. E’ una critica rivolta a coloro che hanno funzione di guida: pongono pesi insopportabili per gli altri, impongono obblighi, norme e prescrizioni. Ma essi vivono l’ipocrisia di una religiosità fatta di cose esteriori senza coinvolgimento della vita. Non vivono rapporti di accoglienza e solidarietà con i poveri. Il rapporto con Dio invece si compie nell’attenzione e custodia verso chi è svantaggiato e impoverito.

Gesù descrive anche quale modo di vivere i rapporti pensa per la sua comunità che da lui è proposta come fraternità di uguali: “non fatevi chiamare rabbì, perché uno solo è vostro maestro e voi siete tutti fratelli”. E’ un cambiamento radicale rispetto ad una concezione per cui c’è chi comanda e chi è suddito, c’è dominio e strumentalizzazione delle persone.

La fraternità e sororità conviviale che Gesù propone è comunità dove ognuno ha un volto: vi sono differenze di doni e ognuno è chiamato a mettersi a servizio degli altri. Ma c’è un unico maestro e guida: il suo gesto di lavare i piedi come maestro dovrebbe rimanere fondamentale. Gesù si oppone a chi pretende di farsi guida mettendosi al posto di Dio, secondo la logica del dominio, venendo meno all’ascolto dell’unico Padre e dell’unico maestro. Chi pretende di essere guida viene meno all’essere discepolo: proprio del discepolo è rimanere dietro, intendere la propria vita come un seguire, in un cammino in cui riconoscersi non dominatori ma fratelli.

Per la sua comunità Gesù indica uno stile alternativo: è stile che richiede consapevolezza di essere in cammino, al seguito dell’unico maestro che si è fatto povero e ha detto ‘Io sono in mezzo a voi come colui che serve’. Gesù ai suoi prospetta l’atteggiamento di chi vive non nell’autosufficienza ma nella ricerca. E’ lui ‘unico maestro che ha vissuto la vita come ascolto del Padre e così chiede ai suoi: rimanere in ascolto di Dio e degli altri . E’ la via di chi trova la sua guida nella Parola che rinvia sempre oltre i gretti confini delle nostre certezze e di chiusure identitarie.

Anche i segni più belli che rinviano alla Parola di Dio possono risultare svuotati, anche il culto può divenire luogo in cui si manifesta l’ingiustizia. Le parole di Gesù provocano a vivere un rapporto con Dio che passa per la concretezza di scelte e gesti di custodia e solidarietà con i poveri.

Alessandro Cortesi op

luterani cattolici 2017 Trentolavanda dei piedi reciproca tra vescovi luterani e cattolici – Cattedrale di Trento 11 ottobre 2017

Lavanda dei piedi in Duomo a Trento fra l'arcivescovo Lauro Tisi e il vescovo luterano Karl-Hinrich Manzke

Riforma

Cinquecento anni fa, il 31 ottobre 1517, a Wittenberg, in Sassonia, il monaco Martin Lutero affisse al portone della chiesa della residenza dell’Elettore alcuni fogli con su riportate le famose 95 tesi dal titolo ‘Disputa circolare per chiarire l’efficacia delle indulgenze’. Gli storici dibattono se questo gesto sia stato effettivamente compiuto come lo tramanda la tradizione o se le tesi fossero una serie di questioni che come nell’uso della vita accademica del tempo, venivano fatte oggetto di proposta e discussione nel vivace ambiente universitario. Esse in ogni modo furono un fattore detonante nel quadro di un risentimento crescente in ambito tedesco contro la diffusa pratica dell’offerta delle indulgenze in cambio di un pagamento che riduceva la salvezza ad una questione di commercio.

Quel momento per Lutero significava esigenza di ritorno alla Scrittura, proposta di rapporto diretto con la Parola quale fonte del cristianesimo, scoperta della centralità della grazia nella via del credente in rapporto con un Dio misericordioso, nei termini di fiducia assoluta e di gratitudine. Indicava infine un ritorno alla chiesa delle origini, purificata dalle contaminazioni con il potere mondano e dall’imitazione delle strutture del dominio: una comunità di sorelle e fratelli, con diverse funzioni ma senza superiorità o privilegi.

Erano elementi che affondavano le loro radici in orientamenti di scuole teologiche, di spiritualità e di dibattiti presenti in forme diverse in età medioevale e divengono motivi carichi di novità che conducono al formarsi di chiese confessionali separate, con pesanti conflitti, lotte e costruzione di una propria identità in contrapposizione all’altro. Da allora la storia dell’Europa è cambiata con forti implicazioni sociali e politiche. Comprendere la Riforma è essenziale pe comprendere questa storia.

La celebrazione degli anniversari centenari di questo momento iniziale della Riforma sono stati nel passato esclusiva occasione delle chiese protestanti nella linea di affermazione di una identità della letta in contrapposizione alla chiesa romana.

Dopo il concilio Vaticano II il contesto è mutato. Questo quinto centenario si colloca in un tempo nuovo, in cui si va sempre più attuando il passaggio ‘dal conflitto alla comunione’. La presenza di papa Francesco a Lund l’anno scorso all’inizio della celebrazione della Riforma è stato un segno dello Spirito che apre percorsi nuovi. Ed egli ha ringraziato Dio “per i doni che la Riforma ha portato alla Chiesa”.

La Federazione Luterana Mondiale e il Pontificio Consiglio per la Promozione dell’Unità dei Cristiani hanno pubblicato un documento comune. Si dicono «grati per i doni spirituali e teologici… Si è trattato di una commemorazione condivisa non solo tra noi ma anche con i nostri partner ecumenici a livello mondiale. Allo stesso tempo, abbiamo chiesto perdono per le nostre colpe e per il modo in cui i cristiani hanno ferito il Corpo del Signore e si sono offesi reciprocamente nei cinquecento anni dall’inizio della Riforma ad oggi. Noi, luterani e cattolici, siamo profondamente riconoscenti per il cammino ecumenico che abbiamo intrapreso insieme negli ultimi cinquant’anni. (…)

Tra le benedizioni sperimentate durante l’anno della Commemorazione vi è il fatto che, per la prima volta, luterani e cattolici hanno visto la Riforma da una prospettiva ecumenica. Ciò ha reso possibile una nuova comprensione di quegli eventi del XVI secolo che condussero alla nostra separazione. Riconosciamo che, se è vero che il passato non può essere cambiato, è altrettanto vero che il suo impatto odierno su di noi può essere trasformato in modo che diventi un impulso per la crescita della comunione ed un segno di speranza per il mondo: la speranza di superare la divisione e la frammentazione. Ancora una volta, è emerso chiaramente che ciò che ci accomuna è ben superiore a ciò che ci divide”.

Due osservazioni per un impegno futuro si potrebbero suggerire: una riguardante i rapporti tra le chiese, una in relazione alla vicenda dell’umanità. La prima consiste nell’esigenza di giungere a trarre le conseguenze anche sul piano della vita di chiesa del fondamentale accordo raggiunto a livello teologico con “Dichiarazione congiunta sulla dottrina della giustificazione” del 31 ottobre 1999. Esse potrebbero condurre al riconoscimento della ospitalità eucaristica, esigenza avvertita profondamente nelle comunità e famiglie.

La seconda osservazione riguarda la testimonianza e l’azione per la costruzione di una convivenza umana nel futuro. La testimonianza dei cristiani è sollecitata come mai prima d’ora a perseguire l’eliminazione delle disuguaglianze e ingiustizie esistenti anche in regioni in cui è significativa la presenza di chiese cristiane. L’orientamento a proporre un nuovo modo di vivere l’economia che non produca iniquità e sfruttamento va di pari passo con una scelta chiara per la pace nella linea del disarmo nucleare e della eliminazione delle guerre. Inseguendo tali orizzonti c’è da camminare insieme.

Alessandro Cortesi op

 

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