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Contro nuove leggi razziali in Europa

migranti_macedonia_grecia_confine_getty.jpg(confine Macedonia Grecia – Idomeni)

Nei giorni scorsi in Gran Bretagna la Camera dei Comuni ha rifiutato di accogliere tremila bambini non accompagnati esposti alle condizioni disumane di vita nel percorso attraverso i Balcani e in preda al disordine e alla violenza degli sgomberi imposti dai gendarmi a Calais nel campo definito ‘la giungla’.

In Austria  in un clima di avanzata della destra xenofoba è stata intrapresa la costruzione di un nuovo muro, una barriera al Brennero. Nei prossimi giorni il parlamento austriaco si appresta a votare una legge che, se la sua formulazione rimane invariata, prevede il sistematico rifiuto, tranne poche eccezioni, delle richieste di protezione internazionale.  Sulla base di una norma dell’Unione (art. 72 dell’Accordo sul funzionamento della UE) l’Austria già a settembre 2015 ha introdotto i controlli alla frontiera. Il paradosso è che l’Austria si dichiara in pericolo in pericolo per il fatto di aver ricevuto 90.000 richieste di protezione internazionale nell’anno scorso.

La Conferenza episcopale austriaca definisce il provvedimento “un’inaccettabile intromissione nel diritto d’asilo delle persone. La Chiesa cattolica si esprime decisamente contro la sospensione di fatto del diritto di asilo”. Contro la sospensione de facto del diritto di asilo e contro l’avvio di procedure di respingimento e di espulsione dei richiedenti la protezione internazionale si stanno muovendo la Caritas e altre organizzazioni.

Il vescovo di Eisenstadt, Mons. Ägidius Zsifkovics, ha dichiarato la sua disobbedienza alla richiesta della direzione di polizia di installare su terreni appartenenti alla Chiesa un tratto della barriera ptevista a sperazione dell’Austria dall’Ungheria. Zsifkovics, coordinatore per  l’ambito dei profughi delle Conferenze episcopali europee, ha dichiarato: “Sono consapevole della difficile situazione della Stato, ma non posso accettare per motivi di coscienza (…) L’anno scorso, quando circa 200mila persone hanno passato il confine, abbiamo creato da un giorno all’altro in edifici ecclesiastici mille alloggiamenti di fortuna per famiglie sfinite, donne, bambini e persone anziane e indebolite. E ora dovremmo installare steccati sui terreni della Chiesa? È il mio corpo stesso che si ribella (…) Capisco le paure delle persone che percepisco attorno a me. Però sarei un cattivo vescovo, se non sapessi dare a queste paure una risposta cristiana. E questa risposta non è lo steccato. Semmai, in caso di necessità, un buco nello steccato!” (dal sito migrantitorino.it)

Così scrive Giusi Nicolini, sindaca di Lampedusa: “Erano passati pochi mesi dalla mia elezione a sindaco quando, il 3 di novembre del 2012, nei giorni dell’assegnazione del premio Nobel per la pace all’Europa celebrata come la comunità che promuove democrazia e diritti umani, mi furono consegnati i primi 21 cadaveri. Erano i corpi di persone annegate mentre tentavano di raggiungere la nostra isola. Per me, e per Lampedusa, era solo un altro enorme fardello di dolore. Ricordo che chiesi aiuto, attraverso la Prefettura, ai Sindaci della provincia per poter dare loro una dignitosa sepoltura perché il mio Comune non aveva più loculi disponibili. E rivolsi a tutti una domanda: quanto deve essere grande il cimitero della mia isola?

La ripeto oggi, di fronte a quello che appare a tutti come lo sgretolamento dell’idea stessa di Europa, alla furiosa rinascita degli egoismi che ci riportano indietro nel tempo a quando ancora non c’era il muro di Berlino. Non mi capacito del perché non possono essere accolti nella ricca Gran Bretagna tremila bambini già presenti in Europa e lasciati soli nei campi di Calais, orfani non solo dei loro genitori ma adesso privati di tutto. Mi chiedo perché la Norvegia, in cambio di mille euro, li vuole rimandare indietro anche nelle zone di guerra? Perché la Svezia sta pensando ai respingimenti di massa? Perché di tutte queste nuove frontiere spinate dall’Austria all’Ungheria? Perché gli accordi con la Turchia dove la libertà di stampa è un rischio? (…)

No, io non riesco proprio a comprendere come una simile tragedia possa essere gestita così, e come si possa rimuovere l’idea che persone come noi, con molte giovanissime donne e tanti ragazzini, possano soffrire e morire durante un viaggio sognato e immaginato come l’inizio di una nuova vita. I rifugiati da guerre e fame devono essere trattati con l’umanità e l’accoglienza che a loro si deve. Questa è la civiltà europea. Noi ne abbiamo salvati tanti in questi ultimi anni, ma sappiamo che il numero dei morti è sempre di gran lunga superiore al numero dei corpi che il mare restituisce” (Giusi Nicolini, Se questa è l’Europa, “l’Unità” 27 aprile 2016).

18 settembre 1938

(pagina del Corriere della sera del 18 settembre 1938)

In questi giorni il 25 aprile è stata giornata di memoria di quanti in tempi oscuri hanno vissuto pagando di persona il rifiuto e la lotta contro un regime che toglieva la libertà, e con le leggi razziali si era reso responsabile dello sterminio del popolo ebreo e delle minoranze discriminate su base di pregiudizi razziali, sociali, culturali. Dopo la Shoah il grido che aveva attraverstao l’Europa e che era stato la premessa per la costruzione europea è stato ‘mai più’. Oggi nuove leggi razziali si affacciano sull’onda di movimenti ai quali è da contrapporre una resistenza lucida e motivata. Secondo i dati dell’agenzia ONU per i rifugiati (UNHCR) dei circa 5 milioni profughi siriani al 2015, circa due milioni e 800.000 erano in Turchia, un milione in Libano e più di 600.000 in Giordania.

“Noi europei, dopo la Shoah, non dovremmo sorprenderci più di nulla. E nemmeno pensare che, con la sconfitta del nazismo e del fascismo, siamo al sicuro dagli stermini di massa. Migranti e profughi muoiono a migliaia per raggiungere le nostre terre benedette dalla ricchezza. Dopo un po’ di lacrimucce sui bambini annegati sulle spiagge greche e turche, ecco che prendiamo a calci quelli che non sono annegati, o semplicemente ne ignoriamo l’esistenza” (Alessandro Dal Lago, La dissuasione della «cristiana» civiltà europea, “Il manifesto” 27 aprile 2016)

A Lesbo nella visita di Francesco insieme a Bartolomeo la prima parola è stato il pianto: “Abbiamo pianto mentre vedevamo il Mediterraneo diventare una tomba per i vostri cari. Abbiamo pianto vedendo la simpatia e la sensibilità del popolo di Lesbo e delle altre isole. Ma abbiamo pianto anche quando abbiamo visto la durezza dei cuori dei nostri fratelli e sorelle – i vostri fratelli e sorelle – chiudere le frontiere e voltare le spalle”. Così ha detto il patriarca ortodosso ecumenico di Costantinopoli, Bartolomeo.

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Le parole di Francesco a Lesbo sono state indicazioni di orientamento non solo umano e di fede ma anche capace di motivare scelte politiche: partire dalle persone, toccare con mano la sofferenza di coloro che sono segnati nel corpo e nel cuore da sofferenza non comunicabili.Considerare il legame che rende solidali con chi cerca pace e dignità, uscendo dall’indifferenza e da ogni tipo di ripiegamento: “Per essere veramente solidali con chi è costretto a fuggire dalla propria terra, bisogna lavorare per rimuovere le cause di questa drammatica realtà: non basta limitarsi a inseguire l’emergenza del momento, ma occorre sviluppare politiche di ampio respiro, non unilaterali. Prima di tutto è necessario costruire la pace là dove la guerra ha portato distruzione e morte, e impedire che questo cancro si diffonda altrove. Per questo bisogna contrastare con fermezza la proliferazione e il traffico delle armi e le loro trame spesso occulte; vanno privati di ogni sostegno quanti perseguono progetti di odio e di violenza. Va invece promossa senza stancarsi la collaborazione tra i Paesi, le Organizzazioni internazionali e le istituzioni umanitarie, non isolando ma sostenendo chi fronteggia l’emergenza”.

Rivolgendosi agli abitanti di Lesbo ha detto: “Voi, abitanti di Lesbo, dimostrate che in queste terre, culla di civiltà, pulsa ancora il cuore di un’umanità che sa riconoscere prima di tutto il fratello e la sorella, un’umanità che vuole costruire ponti e rifugge dall’illusione di innalzare recinti per sentirsi più sicura. Infatti le barriere creano divisioni, anziché aiutare il vero progresso dei popoli, e le divisioni prima o poi provocano scontri”.

Ha anche lasciato una preghiera:

“… Dio di misericordia e Padre di tutti,
destaci dal sonno dell’indifferenza,
apri i nostri occhi alle loro sofferenze
e liberaci dall’insensibilità,
frutto del benessere mondano e del ripiegamento su sé stessi.
Ispira tutti noi, nazioni, comunità e singoli individui,
a riconoscere che quanti raggiungono le nostre coste
sono nostri fratelli e sorelle.
Aiutaci a condividere con loro le benedizioni
che abbiamo ricevuto dalle tue mani
e riconoscere che insieme, come un’unica famiglia umana,
siamo tutti migranti, viaggiatori di speranza verso di Te,
che sei la nostra vera casa,
là dove ogni lacrima sarà tersa,
dove saremo nella pace, al sicuro nel tuo abbraccio.”
Alessandro Cortesi op
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II domenica – tempo ordinario – anno C 2016

Cana+part+anfore+Rupnik+basilica+del+Rosario+a+Lourdes.jpgIs 62,1-5; 1Cor 12,4-11; Gv 2,1-12

Termine chiave nel racconto delle nozze di Cana è ‘segno’: il IV vangelo pone a Cana il primo dei sette segni compiuti da Gesù che si susseguono fino al momento della croce a Gerusalemme. Non si parla di gesti di potenza e liberazione di Gesù come nei vangeli sinottici, ma di ‘segni’. Il segno rinvia ad un oltre, è freccia puntata, indicazione, apertura.

A Cana si svolge una festa nozze, e questo momento è collocato in un tempo preciso: il terzo giorno. E’ questo il giorno in cui Abramo legò Isacco (Gen 22,4), Giona fu salvato dal grande pesce (Gn 2,1), la regina Ester si presentò davanti al re a Assuero (Est 4,16; 5,1). Il terzo giorno è indicazione e rinvio ad un tempo in cui si sta compiendo salvezza e nuova creazione: un intervento di Dio che fa alleanza.

Paradossalmente nel quadro di questo racconto di nozze le figure dello sposo e della sposa sono assenti, o appaiono in modo del tutto marginale. Non è allora la questione del matrimonio al centro di questa pagina. Piuttosto altri riferimenti sono da considerare. Certamente c’è una sottile ripresa di pagine dell’alleanza Es 19-24: lì Dio aveva chiamato Mosè sulla montagna, poi Mosè scese dalla montagna e chiese al popolo di purificarsi, e il popolo prese l’impegno di fare tutto quello che Mosì aveva detto. Così a Cana Gesù è chiamato alle nozze, dopo la festa scende a Cafarnao, e nel racconto le sei giare di pietra sono per la purificazione e i servi sono invitati a fare tutto quello che Gesù dirà loro. Così in Es 19,9 Dio si manifesta nella nube e Giovanni dice che Gesù manifestò la sua gloria. La rivelazione del Sinai conduce il popolo a credere: la conclusione dell’episodio di Cana sta nella considerazione che i discepoli ‘credettero in lui’. Mosè fa da interprete tra Dio e il popolo, in Gv 2 Maria-madre sta in mezzo e si fa interprete di un dono di vita e di gioia. I riferimenti all’alleanza del Sinai tra Dio e Israele sono il quadro di riferimento di base entro cui leggere il racconto. Non di una scena di matrimonio si tratta allora. Piuttosto a partire dal gesto di Gesù che volentieri partecipava alle feste e condivideva la tavola, e che partecipò ad un banchetto a Cana il racconto intende raccontare la gioia dell’incontro dell’alleanza di Dio con l’umanità nella persona di Gesù. E’ in questione l’alleanza con Israele e una novità che si pone in rapporto ad una storia di incontro. Gesù porta gioia e abbondanza: è lui lo sposo che rende presente la gioia propria del tempo del messia.

Accanto a Gesù nel racconto appare la figura di Maria, indicata con due termini, madre e donna. A lei che indica la mancanza. Gesù si rivolge con parole da approfondire: “Che ho da fare con te, donna?”. ‘Donna’ ritorna nel IV vangelo nell’incontro con la samaritana (Gv 4,21) con Maria Maddalena (Gv 20,13) e sotto la croce nella consegna del discepolo amato alla madre: ‘Donna, ecco tuo figlio’. Queste persone divengono figure della comunità-popolo chiamato ad accogliere il rapporto di amore offerto in modo nuovo, gratuito da Gesù.

Gesù risponde alla madre dicendo che non è ancora giunta la sua ‘ora’.  Più volte ritorna nel Iv vangelo l’indicazione che ‘non era ancora giunta la sua ora’ (Gv 7,30; 8,20;12,23.27). L’ora della vita di Gesù è l’ora della croce. Coincide con l’ora della glorificazione, della gloria di Dio che si manifesta nel volto del crocifisso. Momento chiave per comprendere quando sia l’ora di Gesù è all’inizio del racconto della passione: ‘sapendo che era giunta la sua ora di passare da questo mondo al Padre, dopo aver amato i suoi che erano nel mondo li amò sino alla fine’ (13,1). L’ora di Gesù è il punto di convergenza di tutte le scelte della sua vita. Tutti i suoi gesti sono opere e segni orientati all’ora della gloria di Dio, nell’amore della croce. A Cana Gesù oppone una resistenza. I suoi gesti sono segni. Il segno deve essere inteso in quella direzione. L’ora di Gesù è il tempo di offerta di un rapporto nuovo che vince ogni infedeltà e allontanamento.

Le parole della madre: ‘fate quello che vi dirà’ sono indicazione di cammino, evocando un testo dell’alleanza  del Sinai (‘quello che Dio dice noi lo faremo e lo ascolteremo…’ Es 19,8) offre una chiave per comprendere come la questione cnetrale è quella dell’alleanza. Il segno che Gesù sta per compiere è rinvio ad un incontro nuovo, in cui egli stesso è sposo.

Sei giare piene di acqua che giacciono per terra vedono il loro contenuto trasformato, divengono contenitori di vino così buono da suscitare lo stupore di chi dirigeva il banchetto: il segno di Cana è il vino, segno di abbondanza e di gioia, dono messianico che parla del tempo di una vicinanza di Dio. Queste giare inutili e vuote divengono metafore di una religiosità che pur seguendo le prescrizioni non sa entrare nella dinamica dell’amore, al cuore della fede.

Il vino ritorna come elemento proprio del rapporto di amore descritto nel Cantico dei Cantici e letto come relazione di amore tra Dio e il suo popolo: “Mi ha introdotto nella cella del vino e il suo vessillo su di me è amore” (Ct 2,4). Ed è segno che rinvia alla venuta del messia quando proprio l’abbondanza di vino costituirà il segno di una vita nuova. Molte pagine bibliche rinviano al banchetto con un preciso significato messianico. Isaia parla di un ‘banchetto di grasse vivande, di vini eccellenti, di cibi succulenti, di vini raffinati (Is 25,6). L’incontro di Dio con il suo popolo era presentato nell’immagine di uno sposalizio: “Come un giovane sposa una vergine, così ti sposerà il tuo creatore; come gioisce lo sposo per la sposa, così il tuo Dio gioirà per te” (Is 62,4-5).

La coltivazione dell’olivo e della vigna compaiono nei testi profetici che parlano del tempo messianico: “Ritorneranno a sedersi alla mia ombra, faranno rivivere il grano, coltiveranno le vigne, famose come il vino del Libano” (Os 14,7). Così anche in Amos: “Ecco verranno giorni – dice il Signore – in cui chi ara s’incontrerà con chi miete e chi pigia l’uva con chi getta il seme; dai monti stillerà il vino nuovo e colerà giù per le colline. Farò tornare gli esuli del mio popolo Israele, e ricostruiranno le città devastate e vi abiteranno; pianteranno vigne e ne berranno il vino e ricostruiranno le città devastate e vi abiteranno; pianteranno vigne e ne berranno il vino, coltiveranno giardini e ne mangeranno il frutto. Li pianterò nella loro terra e non saranno mai divelti da quel suolo che io ho concesso loro, dice il Signore tuo Dio” (Am 9,13-15; cfr. Ger 31,12).

Al culmine del banchetto il vino buono e raffinato è simbolo del tempo in cui viene il messia. Il segno di Cana va colto in rapporto all’ora di Gesù. Gesù è presentato nei tratti del messia: la sua presenza porta gioia. Gioia è la caratteristica del tempo dell’intervento definitivo di Dio nella storia: è Gesù il vino nuovo e buono che “rallegra il cuore dell’uomo” (Sal 104,15).

Accanto a lui la ‘donna’, nuova Eva, vive l’atteggiamento della fede: ‘fate quello che vi dirà’. Nella figura di Maria il IV vangelo indica la vicenda del popolo-chiesa, indicazione dell’umanità radunata sotto la croce nell’ora di Gesù, da cui riceve vita e affidamento.

Anche il segno di Cana è allora manifestazione (epifania). Invita a tronare a Gesù, a mettere al centro di ogni cammino di fede la sua presenza, segnata dalla sua ora. L’incontro è alleanza, possibilità di accogliere gioia come dono di vita che capovolge ogni tristezza, che vince ogni situazione di buio e di morte.

«Questo principio dei segni fece Gesù in Cana di Galilea e manifestò la sua gloria e cominciarono a credere in lui i suoi discepoli» (Gv 2,11) Cana può essere letto come momento che richiama il Sinai, momento di rivelazione della gloria di Dio stesso che si è raccontata nell’agire di Gesù. E’ incontro che parla di alleanza, di un tempo nuovo segnato dalla gioia come scoperta dell’amore donato, aperto all’umanità chiamata ad entrare in questo incontro.

Alessandro Cortesi op

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Io sto con la sposa

Un film nato da un’amicizia e venuto fuori da sé, quasi impostosi come esigenza per tre amici: Gabriele Del Grande, scrittore e giornalista, autore del blog “Fortess Europe” in cui da anni ricorda e denuncia le morti di migranti nel Mediterraneo, Khaled Soliman Al Nassiry, poeta e direttore di una casa editrice araba e Antonio Augugliano, regista e editor cinematografico. “L’elemento che ci ha messo insieme è stata l’amicizia, niente più. Questo infatti è un progetto spontaneo: non ci abbiamo messo mesi a pensarlo, ma è nato dall’urgenza di aiutare cinque amici palestinesi e siriani a continuare il viaggio. Li avevamo conosciuti io e Khaled alla stazione e una sera con Antonio ci è venuta l’idea della sposa. A quel punto non potevamo non farne un film”.

‘Io sto con la sposa’ (2014) è un film che racconta di un matrimonio con sposi e invitati, ma gli uni e gli altri sposi sono di tipo particolare. Formano insieme un corteo nuziale che parte da Milano per raggiungere Stoccolma in Svezia. Un corteo di tal genere non viene fatto oggetto di controlli, di stop alle frontiere, di perquisizioni. Le danze e la gioia degli amici fanno da cornice al candore dell’abito della sposa.

E’ un film senza casting, o meglio un casting che ha trovato i registi piuttosto che essere stato cercato. E qui iniziano le sorprese. Il nome dello sposo è Abdallah, ed effettivamente è uno studente universitario. La sposa Tasneem è siriana proveniente dal campo profughi di Yarmouk a Damasco. Nella realtà i due non sono affatto sposo e sposa. Con loro ci sono Mona e Ahmed una coppia sposata, e poi Alaa che faceva il barbiere ed ha vissuto il viaggio con uno dei suoi tre figli, Manar di dodici anni.

Sì, il viaggio… In effetti ‘Io sto con la sposa’ è film che narra il percorrere una strada, un passaggio di frontiere per far proseguire un viaggio: il film non è fiction, ma documentario, girato in diretta nell’immersione in una storia e provando i rischi concreti del viaggio. E’ infatti la documentazione di un attraversamento di terre e di frontiere da parte di alcuni amici, italiani, palestinesi e siriani che, travestendosi, assumono i ruoli degli sposi e del corteo nuziale, per raggiungere il nord Europa.

Gabriele Del Grande riporta le emozioni alla vigilia della partenza: “Eravamo felici perché il gruppo aveva una bellissima energia e sentivamo che stavamo facendo la cosa giusta. Questa per noi era una certezza. Allo stesso tempo avevamo paura che ci arrestassero lungo la strada, perché avevamo in macchina cinque persone senza passaporto. Per noi nessun essere umano è illegale, ma non per le leggi europee e quindi temevamo che potessimo passare dei guai in frontiera”.

A Marsiglia un grande momento di gioia: la possibilità per Manar, dodicenne appassionato del rap di poter seguire un concerto: per lui era la prima volta, dopo aver visto con i suoi occhi la distruzione della guerra nel suo paese in Siria.

Un corteo nuziale quindi che ha sfidato le leggi sullo spostamento delle persone nella ‘Fortezza Europa’. Un matrimonio al centro, con la gioia del corteo nuziale: una gioia che tratteneva il dramma della migrazione, il dolore del distacco e le incertezze del futuro. Una favola drammaticamente reale raccontata con levità per rompere il muro dell’indifferenza. Un film denuncia, intriso di gioia e di leggerezza, per far cogliere il dramma che centinaia di migliaia di persone stanno vivendo, per aprire gli occhi sulle responsabilità di garantire diritti e dignità a chi affronta il migrare alla ricerca di una vita nuova.

Gesù fu invitato ad una festa di nozze a Cana….

Alessandro Cortesi op

 

 

 

Documento finale – Incontro domenicani europei (Rete Espaces) Istanbul – luglio 2015

11666069_10152979065147286_156345579053508750_nDocumento finale – incontro Istanbul – Rete Espaces

Dal 6 al 9 luglio 2015 un gruppo di domenicani della rete ‘Espaces’ appartenenti a diversi Centri di studio in Europa (Istituto Marie-Dominique Chenu Berlino, Centro Espaces ‘Giorgio La Pira’ Pistoia, Dominican Study Centre Istanbul, Bruxelles) si è incontrato presso il convento domenicano di Istanbul. Finalità dell’incontro era un confronto sulla relazione tra religione e società con interlocutori competenti residenti in Turchia.

A conclusione di queste giornate desideriamo condividere alcuni punti del nostro incontro ed inviare un messaggio alle nostre comunità e all’Ordine domenicano. E’ una breve riflessione che intende continuare nel nostro impegno in futuro.

Viviamo un tempo in cui molti legami di relazione divengono sempre più deboli, in contrasto con le accresciute possibilità di viaggio e conoscenza. Le interconnessioni divengono più deboli tra i popoli in Europa, tra le persone nelle nostre città e comunità, tra le persone di diverse culture e religioni nel contesto internazionale. Così pure si affievoliscono i legami tra gli esseri umani e l’ambiente. Ci siamo incontrati in questi giorni per dare un segno che è possibile condividere le nostre esperienze e le nostre ricerche. Facendo ciò intendiamo vivere la nostra missione come chiamata a comunicare e a tradurre le nostre speranze. Siamo consapevoli che oggi il vangelo ci chiama a costruire ponti, ad aprire vie per vivere l’esperienza di comunità come apertura all’altro. Siamo anche coscienti che ci potrà essere futuro per gli individui e le società solamente se intendiamo condividere la nostra responsabilità per gli altri.

Ci siamo incontrati in qualità di frati domenicani chiamati a predicare. Predicare richiede capacità di ascolto e di parola: ascoltare la parola di Dio e le parole di chi vive la sofferenza. Parlare implica entrare in un dialogo di salvezza. Nell’imparare a parlare insieme e a condividere i nostri progetti e desideri possiamo costruire qualcosa di nuovo e diverso per un futuro comune. Ci siamo incontrati a discutere insieme perché temiamo che quando le persone non comunicano si chiudono e generano situazioni di conflitto ed esclusione.

Siamo giunti a Istanbul da diversi paesi in Europa. Ci siamo ritrovati il giorno dopo il referendum in Grecia. Abbiamo fatto esperienza delle nostre differenze come opportunità. Sappiamo che il progetto europeo è sorto all’indomani della tragedia di una guerra globale, dopo la Shoah, per condividere progetti di solidarietà e per difendere i diritti umani. Pensiamo che questa crisi possa essere un tempo di transizione che ci conduca a scegliere una relazione più profonda tra gli Stati dell’Unione con un nuovo progetto politico condiviso basato sulla solidarietà e la responsabilità dei singoli Paesi.

Ci siamo incontrati a Istanbul e abbiamo discusso in questi giorni sulla situazione nella regione del Mare Mediterraneo: la crisi del Medio Oriente, la guerra in Siria, la situazione politica del Nord-Africa e della Turchia, lo sviluppo dello ‘Stato Islamico’ con il suo terrorismo violento globale. Discutendo con docenti musulmani e turchi abbiamo approfondito il tema delle relazioni tra religione e società in diversi contesti. Abbiamo maturato una consapevolezza dei dibattiti e ricerche presenti anche nel contesto musulmano. Abbiamo approfondito in particolar modo la questione di come sia possibile partecipare al bene comune, vivendo esperienze religiose in modo da contribuire ad uno sviluppo pacifico delle società.

DSCF5889Siamo preoccupati per l’attitudine negativa crescente nei confronti degli stranieri, soprattutto verso gli immigrati musulmani e i loro figli nei nostri Paesi europei. E’ in atto una identificazione pervasiva e superficiale dell’Islam con il terrorismo e la violenza. Crescono anche paure irrazionali sul fatto che l’Europa possa in futuro divenire un continente musulmano come pure cresce la convinzione che i musulmani non siano in grado di integrarsi in una società democratica a motivo della loro cultura. Pensiamo che si debba operare una chiara distinzione tra coloro che praticano la violenza e coloro che sono credenti. Dobbiamo condannare la violenza e opporci, insieme a tutti i musulmani che desiderano la pace, a coloro che la praticano. Nel medesimo tempo siamo chiamati ad un dialogo nell’ospitalità con tutte le persone che ricercano dignità, libertà, giustizia.

Crediamo che sia importante l’esistenza di comunità domenicane in regioni di tradizione islamica e speriamo che in futuro siano mantenute con la solidarietà delle province.

Pensiamo che il fenomeno delle migrazioni dai paesi poveri della terra verso l’Europa sia uno dei segni del nostro tempo. Queste migrazioni sono causate da profonde radici, spesso nascoste o non conosciute. I paesi occidentali hanno particolari responsabilità per guerre locali, violenze, oppressioni, ingiustizie e devastazione delle terre. In tale prospettiva le migrazioni sono conseguenze di un sistema economico iniquo, di ingiustizie e indifferenze. Dobbiamo ricordare che i migranti sono esseri umani e come esseri umani condividiamo la medesima origine, costituiti tutti ad immagine di Dio. Pensiamo che le sofferenze dei migranti siano un grido nel quale noi siamo rinviati alle parole di Gesù: ‘ero straniero e mi avete accolto’ (Mt 25,35). La nostra responsabilità sta nel trovare vie per condividere le loro speranze e poter offrire loro una visione di futuro.

Pensiamo che le loro vite e speranze sono invito per noi ad ascoltare ciò che il vangelo ci chiama a fare. Essi ci provocano a far teologia in relazione alle loro sofferenze, a leggere i segni dei tempi. Siamo anche chiamati a promuovere prassi di ospitalità a diversi livelli della nostra vita come testimonianza della salvezza per tutti. Come domenicani abbiamo una particolare responsabilità nell’attuare tutto ciò.

Istanbul 8 luglio 2015

Thomas Eggensperger, Ulrich Engel, Bernhard Kohl, Ignace Berten, Claudio Monge, Luca Refatti, Alessandro Cortesi

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Cibo, ambiente, lavoro, Europa

Una serie di incontri promossi da Centro Espaces ‘Giorgio La Pira’ e ACLI circolo di Montemagno (Pt) aprile – giugno 2015

 

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Europa in discussione

 

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E’ appena uscito il volume

Europa in discussione (a cura di A.Cortesi), ed. Nerbini Firenze 2015

– pubblicazione promossa dal Centro Espaces Giorgio La Pira – Pistoia –

“Quando parliamo di Europa infatti non parliamo di qualcosa di altro dalla realtà in cui siamo ormai comunemente immersi, quotidianamente. Noi siamo Europa e non solo per ragioni di tipo storico, culturale o per i vincoli giuridici che abbiamo scelto nel corso dei decenni passati ma perché l’Europa è ormai il terreno coltivato dove crescono le vite di milioni di cittadini, i cui destini sono ormai intrecciati sia nel bene, le prospettive di un futuro migliore, sia nel male, la condivisione delle difficoltà presenti…” (dall’introduzione di Giovanni Paci)

INDICE DEL VOLUME

Giovanni Paci              Introduzione

Parte I – Unione europea: storia e diritti

Pietro Giovannoni      Introduzione storica

Vincenzo Caprara       Europa e diritti: tra diritti dichiarati e diritti negati

Parte II – Politica e quadro internazionale

Renzo Innocenti         Europa in discussione. Punti di crisi dell’Unione Europea e prospettive di uscita

Antonio Miniutti        Europa, quale destino?

Claudio Monge          Mediterraneo-Europa: uno sguardo al futuro nei rivolgimenti del presente dall’osservatorio turco

Parte III – Società, economia e lavoro

Filippo Buccarelli       Diritti, doveri, sfide per la cittadinanza europea

Sebastiano Nerozzi     Squilibri economici e unificazione politica: quale futuro per l’Europa?

Francesco Lauria        L’Europa e la scomparsa del futuro. Ritrovare il tempo nella crisi della rappresentanza sociale e della democrazia

Parte IV – Teologia

Alessandro Cortesi     Un’Europa diversa è possibile

Daniele Aucone            Antropologia del credere. Una sfida per la teologia in Europa

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chi desidera ricevere una o più copie può farne richiesta scrivendo all’indirizzo mail: espacespistoia@gmail.com

Per una nuova Europa: appello

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Per una nuova Europa: oltre il deficit democratico e sociale dell’Unione Europea

Il dibattito in Italia stenta a decollare, ma la posta in gioco con le elezioni del 25 maggio è davvero alta e riguarda politiche, istituzioni, ma anche il deficit democratico e sociale dell’Unione Europea.

In altre parole, il futuro nostro e quello dell’Europa. Oggi, al settimo anno di crisi globale, ci sentiamo storditi da anni di scelte basate su un modello intergovernativo che ha visto il prevalere degli interessi di singoli Governi e delle scelte neoliberiste imposte dalla Troika europea. Un modello che ha condotto molti paesi, in particolare dell’area mediterranea, verso processi di diseguaglianza diffusa e deregolamentazione dei mercati, con ripercussioni drammatiche sull’intero mondo del lavoro.

Di fronte ad un’Unione Europea che esige dalla Grecia l’allungamento delle scadenze del latte dei neonati o di rinnovare i contratti collettivi al ribasso, se non la contrattazione individuale, è forte il senso di smarrimento, indignazione, vergogna. Conflitti come quello ucraino, sono segno di quanto il pericolo di guerre nel continente sia tutt’altro che sopito, mentre la sfida dei flussi migratori e la tensione competitiva globale mostrano che non possiamo rifugiarci in un europeismo di maniera, ma dobbiamo scommettere su un cammino di riconquista democratica e sociale.

Quest’Europa non è l’Europa del sogno di pace e libertà concepito nel confino coatto di Ventotene. L’Europa di Spinelli, Colorni, Rossi, Adenauer, Schumann, De Gasperi, Delors, Langer rischia di naufragare sotto un vento nazionalista e populista, a tratti xenofobo, sul quale forti hanno inciso gli effetti dell’austerity. L’Europa che vogliamo è l’Europa delle periferie, dei comuni, della società civile, della cooperazione decentrata di comunità, della sostenibilità e della conoscenza, della mobilità come opportunità e non come disperazione.

E’ su questa Europa che dobbiamo puntare, specialmente da un territorio come quello di Pistoia, che dal suo essere periferia deve interconnettersi materialmente e immaterialmente a quelle reti che la riportino al centro di una visione di lungo periodo e fuori da campanilismi e provincialismi. E’ il momento di aprirsi, guardare oltre, alle nuove dimensioni della globalizzazione.

Va riaperto un varco che rilanci quel “sogno europeo” che ha disegnato il progetto degli Stati Uniti d’Europa. Un progetto nel quale federalismo e sussidiarietà significano inclusione e non fortezze, democrazia partecipativa e non vertici intergovernativi, nel quale si costruisca, senza forzature, un popolo europeo che ha bisogno di una rifondazione costituzionale.

E’  perciò compito, in particolare delle nuove generazioni, costruire istituzioni democratiche sovranazionali, nelle quali trovi rappresentanza, come avviene nei singoli Stati, il popolo europeo, attivo protagonista delle scelte che già incidono sulla vita di ciascuno.

E se l’idea di nazione è ormai in crisi, se l’Europa delle nazioni ha dato vita ad una contrapposizione di interessi che poco o niente hanno a che vedere con l’europeismo, allora è venuto il momento per quelle generazioni di assumere un altro punto di vista per giungere all’Europa: quello delle città e delle comunità territoriali.

Non tutto è negativo: la presenza di candidati dei partiti europei alla presidenza della Commissione segnerà un piccolo, ma significativo passo avanti in questa stanca e disillusa campagna elettorale. Per la prima volta i cittadini europei potranno scegliere non solo il Parlamento ma anche il Presidente della Commissione, che non potrà più scaturire esclusivamente da trattative tra governi, ma dovrà essere indicato dal voto popolare. Per la prima volta perciò queste elezioni potranno dirsi davvero “europee”. Chiaramente tutto questo, non basta.

Le forze socialiste, progressiste, ecologiste, cristiano sociali, in una parola, democratiche, devono avere il coraggio di proporre un piano di investimenti realmente europeo per uscire dalla crisi, sviluppando risorse per la ricerca, l’innovazione e la riconversione produttiva.

A tutto ciò va affiancato un salto costituzionale per colmare il deficit democratico dell’Unione Europea. Il Parlamento europeo che uscirà dalle prossime elezioni europee si troverà ad un bivio: o prenderà l’iniziativa di un processo federale costituente oppure sarà di fatto esautorato.

All’interno dei partiti, i candidati alle prossime elezioni europee che condividono questo punto devono rompere gli indugi e assumere un chiaro impegno pubblico.

E’ con questa speranza che auspichiamo il superamento dell’indifferenza e del risentimento di questa campagna elettorale per un voto rivolto a una radicale rifondazione dell’Unione Europea.

Un voto che ci riconsegni più Europa e un’altra Europa, laboratorio di pace, solidarietà e democrazia. Andiamo a votare e votiamo per una nuova Europa che guardi oltre e altrove e che sia più coinvolgente e partecipativa con i propri cittadini.

Francesco Lauria

Alessandro Cortesi

Marco Frediani

Renzo Innocenti

Monica Milani

 

 

Il male banale e oscuro

L’uccisione, da parte di uno squilibrato razzista, a Tolosa, di un insegnante ebreo il maestro Jonathan Sandler, i suoi due figli Gabriel e Arieh di 4 e 5 anni e una bambina Myriam di 7 anni non può lasciare indifferenti. All’interno della scuola ebraica, lì dove insegnanti e bambini si recano con i sentimenti più vari, ma tutti aperti alla vita, all’incontro, all’apprendimento, alla conoscenza. Lì è stata seminata morte.

Come nel luglio dell’anno scorso a Utoya, vicino a Oslo, da parte di un altro squilibrato che ha portato terrore e morte tra giovani norvegesi che si riunivano per progettare il futuro e per pensare al loro impegno nella società. Così come a Firenze dove nell’autunno 2011 un altro squilibrato ha freddato Mor Diop e Modou Samb due senegalesi immigrati che stavano vendendo la loro merce al mercato di san Lorenzo. Gesti di squilibrati eppure lucidi al punto di identificare con chiarezza le loro vittime e di usare armi e programmare le loro esecuzioni. Squiibrati che si scagliano contro persone umane spogliandole della loro umanità e rendendole simbolo di un oggetto da eliminare: la razza, l’appartenenza ad una etnia, ad una religione.

Moni Ovadia (‘La peste nera’, “l’Unità”  20 marzo 2012) ha parlato di una peste nera diffusa nei canali della rete in cui circola senza contrasto l’armamentario ideologico che alimenta sentimenti razzisti e xenofobi, che trovano poi espressioni nell’antisemitismo, nell’islamofobia, nel disprezzo totale dell’immigrato o del rom. E’ questo contagio a far compiere da parte di alcuni gesti eclatanti, ma che sono rivelativi di una ricerca di capri espiatori su cui riversare un odio coltivato e programmato. L’ebreo, il nero, il musulmano, il rom divengono così obiettivi di violenza che scoppia improvvisa e apparentemente senza programmazione. E tuttavia essa invece è maturata, incubata e cresciuta poco alla volta in terreni di coltura che l’hanno resa possibile e ne hanno offerto le motivazioni. Barbara Spinelli (Il male oscuro dell Europa, La Repubblica 21 marzo 2012) evoca così un processo che non è caso di squilibrati ma che attraversa ambiti più vasti e di cui renderci conto: “Tutti ci stiamo trasformando, senza quasi accorgercene, in tecnici della crisi che traversiamo: strani bipedi in mutazione, sensibili a ogni curva economica tranne che alle curve dell’animo e del crimine”.

C’è una banalizzazione del razzismo e delle forme della violenza a cui siamo ormai abituati. Sono queste le forme che stanno dietro a gesti di cosiddetti squilibrati. Squilibrati peraltro lucidi nelle loro azioni e che si sono nutriti in un retroterra di ambienti, gruppi, riferimenti e letture che hanno consentito il crescere e l’acuirsi del loro squilibrio. Ma sono anche le forme più pervasive presenti in Europa e in Italia. In Europa l’indirizzo xenofobo del partito guidato da Viktor Orbàn eletto nel 2010 che ha attuato un cambiamento della costituzione del Paese senza generare una reazione  di condanna da parte dell’Unione europea. In Italia le direttive di carattere xenofobo della Lega, i sentimenti di odio seminati a larghe mani trovando sempre minimizzazioni e mai decisi distanziamenti, se non in rari casi, anche da parte della chiesa. E potremmo anche pensare alla banalizzazione delle forme del bullismo e del razzismo quotidiano a cui assistiamo, nelle forme della barzelletta apaprentemente innocente, dell’indicazione dell’altro secondo stereotipi di esclusione  di disprezzo, nelle forme del silenzio e della minimizzazione di abusi e violazioni. C’è da chiedersi com’è possibile che si rimanga indifferenti. La pretesa di realtà senza impurità di tipo etnico e religioso, la pretesa di una difesa dei propri interessi, l’illusione di costruire futuro solamente sull’efficienza economica: sono questi i luoghi in cui torva modo di la banalizzazione del male. Sta qui la radice delle manifestazioni violente che fanno sussultare. Ma dovrebbero far sussultare non solo per un momento ma divenire motivo di vigilanza quotidiana nella sfida da accogliere nel costruire cittadinanze plurali. (a.c.)

 

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