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commenti alla Parola della domenica e riflessioni

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II domenica di Pasqua – anno B – 2015

fc17-4(mosaico – Basilica san Marco Venezia)

At 4,32-35; 1Gv 5,1-6; Gv 20,19-31

La pagina degli Atti degli apostoli presenta un quadro della primitiva comunità cristiana ponendo al centro lo stile di una vita comune. Lo presenta secondo i tratti di un ideale da raggiungere. La fede in Gesù rialzato da Dio suscita un modo nuovo di concepire l’esistenza in una comunità di uguali. Il centro da cui scaturisce l’esperienza di questa comunità sta nella risurrezione di Gesù e nella responsabilità della testimonianza che da questo incontro proviene: “Con grande forza gli apostoli rendevano testimonianza della risurrezione del Signore Gesù”. La condivisione reale dei beni e la comunanza di vita sono la espressione concreta della fede e sua traduzione storica: “La moltitudine di coloro che erano venuti alla fede aveva un cuore solo ed un’anima sola e nessuno diceva sua proprietà quello che gli apparteneva, ma ogni cosa era fra loro comune… Nessuno infatti tra loro era bisognoso, perché quanti possedevano campi o case li vendevano”.

La prima lettera di Giovanni pone in risalto il medesimo stile che il brano degli Atti presenta in forma descrittiva: la fede nel Signore risorto genera un incontro segnato dall’amore, indicato come comunione, con lui e con gli altri: “Chiunque crede che Gesù è il Cristo, è nato da Dio; e chi ama colui che ha generato, ama anche chi da lui è stato generato”. L’incontro con il Cristo vivente conduce ad un modo nuovo di intendere la propria vita. Il riferimento radicale al Dio ‘colui che ha generato’ apre a scorgere il suo volto come fonte di vita, forza di generazione. Da qui sorge l’esigenza di un amore che si apra agli altri. E’ il volto di figli e figlie creati da Dio per camminare insieme.

Al centro del IV vangelo sta una beatitudine che tocca l’esperienza del cerdere: “Beati quelli che, pur non avendo visto crederanno”. L’intero IV vangelo offre diversi itinerari del credere: Tommaso in questa pagina è esempio di chi vive la fatica del credere e il suo cammino assume i tratti del percorso di ogni discepolo. E’ infatti accompagnato a passare da una fede ancora immatura, intesa come verifica di evidenze, bisognosa di miracoli, appoggiata sui segni e sul vedere, ad un credere che si affida alla testimonianza.

Giovanni, insiste su due aspetti particolari: nel presentare l’incontro nuovo dei discepoli con Gesù dopo la sua morte. Gesù è incontrato come colui che si pone in mezzo ai suoi, centro di nuovo raduno, e giunge in modo nuovo. Il Risorto è il medesimo Gesù incontrato prima della Pasqua, colui che ha vissuto la sofferenza e la morte. Non è un altro: la gloria della risurrezione non sta senza il passaggio attraverso la passione e la morte: “Detto questo, mostrò loro le mani e il costato”. La narrazione del suo presentarsi in questo modo risponde all’inquietudine di Tommaso: fa cogliere l’identità e la continuità tra la sua esperienza prima della Pasqua e la sua vita nella situazione nuova della risurrezione. Nel medesimo tempo è un presentarsi come diverso: la modalità del suo esserci non è più come quella di prima. Ora egli chiede di essere incontrato nella fede. La sua presenza è interiore, genera una gioia profonda nel cuore: l’incontro con lui sarà vissuto nell’accogliere la missione che egli affida e nel vivere i doni dello Spirito e della pace.

Gesù è il medesimo che ha percorso le strade della Palestina, che ha incontrato i suoi e ha annunciato il regno di Dio, morendo sulla croce, e nello stesso tempo egli è diverso, è il Risorto. Accompagna i suoi ad entrare in una nuova comunione con lui. Un incontro nello spirito e nel dono della pace e dell’invio. Si attua così un nuovo dono dello Spirito: come sul primo uomo Adamo Dio aveva alitato un soffio di vita (Gn 2,7), come sulle ossa aride della visione di Ezechiele era stato invocato il soffio dello Spirito per vivificare quei morti (cfr. Ez 37: “Dice il Signore Dio: Spirito vieni dai quattro venti e soffia su questi morti perché rivivano…), simbolo del rialzarsi del popolo d’Israele dopo le sofferenze dell’esilio, così ora il soffiare di Gesù sugli apostoli è dono dello Spirito che sgorga dalla Pasqua: una nuova creazione che ha inizio. Sulla croce l’ultimo respiro di Gesù era stato visto dall’evangelista quale consegna dello Spirito Santo (Gv 19,30: Ed egli chinato il capo donò lo Spirito). Ora lo Spirito è donato con la missione di continuare l’opera di Gesù del perdono dei peccati.

“Come il Padre ha mandato me così anch’io mando voi”: l’invio degli apostoli ha le sue radici nella missione del Figlio da parte del Padre, affonda le sue origini nel mistero della vita trinitaria e vive nel soffio dello Spirito che è dono della Pasqua. ‘come il Padre così…’ non indica solo una somiglianza ma dice che l’invio dei discepoli trova la sua origine e forza nel primo movimento che sta al principio della vita di Gesù stesso: è la missione del Padre che genera l’invio e manda gli apostoli ad essere continuatori dell’opera di salvezza di Cristo. Testimoniare la pace, per i credenti è accogliere il dono della risurrezione e farsene responsabili nella storia.

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Alcune osservazioni per noi oggi

Una prima osservazione può essere fatta nel confrontarsi con pagine che presentano un quadro di orizzonte, e che ha tratti di indicazione di percorso, non pretesa di attuazione. La vita comune delle pagine degli Atti dice i tentativi delle prime comunità di accogliere una modalità di rapporti che può essere piena solamente nel regno di Dio. Il rischio di una lettura ingenua consiste nel rapportare alle traduzioni storiche quelle che sono indicazioni di prospettiva e di impegno. Condividere le proprietà è cammino esigente e da condurre e tuttavia non è facile e ha sue traduzioni diverse ed una sua gradualità anche in chi cerca seriamente di viverlo. Così il mettere ogni cosa in comune è prospettiva che può guidare l’impegno di tutta una vita e che rinvia a cammini sempre ulteriori.

Tale attitudine di lettura può essere un aiuto per intendere le profonde esigenze della vita evangelica rapportandole ad uno sguardo di realismo e di consapevolezza della precarietà e insufficienza della vita umana. Sta qui la radice dell’esperienza della misericordia.

Può essere questa una riflessione rilevante nel cammino in preparazione al Sinodo che si terrà ad ottobre sulla famiglia. Si tratta di individuare infatti vie per discernere la chiamata del vangelo in rapporto ad ogni scelta esistenziale, sia in quella del matrimonio, sia nelle forme diverse di sequela di Gesù, cogliendo soprattutto la dimensione di tensione e di precarietà, di imperfezione, sì, esattemente di imcompiutezza e lontananza dall’ideale – pur nell’orientamento e nel desiderio -, proprie di ogni percorso umano.

Nessuna di esse si pone come perfezione raggiunta o adempimento pieno della chiamata, ma come tensione ad una risposta basato sull’accoglienza di un dono, davanti a Dio e per l’umanità. Come per ogni condivisione e per sperimentare la vita comune, tutte le scelte orientate al vangelo hanno bisogno di cammino paziente, si aprono ad approfondimenti e necessitano di perdono e di vie di misericordia laddove vi siano percorsi interrotti, fallimenti, incapacità, fatiche. Il vangelo è bella notizia perché dono di Dio che fa sgorgare aperture inedite di vita nuova dove sembra che non ci sia possibilità di futuro.

Enzo Bianchi a tal proposito ha scritto in questi giorni: “Perché allora non si usa misericordia verso il matrimonio andato in frantumi, mentre non fa alcun problema se un religioso, monaco o frate, abbandona la sua comunità e contraddice i suoi voti? La rottura del legame matrimoniale è impossibile, mentre l’abbandono della vita religiosa sembra non turbare, e se il religioso è laico, la dimissione è concessa subito, senza alcun problema (…) Occorre dunque uno sguardo capace di makrothymía, di vedere e sentire in grande, per leggere l’uomo, le sue storie personali, di amore e di fatica, con l’occhio di Dio, in particolare con la sua misericordia e compassione”. (E.Bianchi, Al sinodo serve makrothymìa, Jesus aprile 2015)

In questi giorni è ricorso l’anniversario della uccisione di Dietrich Bonhoeffer (9 aprile 1945). La sua vicenda costituisce una forte testimonianza in un tempo di prova, della fedeltà al vangelo e della responsabilità nel vivere scelte in coerenza al vangelo anche quando queste pongono a rischio la propria vita. La sua fedeltà a Dio e nel contempo la fedeltà alla terra sono una delle maggiori eredità che Bonhoeffer ha lasciato, con il suo messaggio a scoprire un modo di vivere il vangelo non come religione che difende e protegge una vita al riparo da ogni rischio, ma come fede che rinvia alla testimonianza e ad una presenza capace di critica e responsabilità nel proprio tempo. Uno tra gli scritti di Bonhoeffer in cui tradusse questa istanza di responsabilità verso l’altro e la storia ha proprio come titolo ‘Vita comune’.

Viviamo tempi segnati da fenomeni inquietanti e nuovi: il terrore come strumento di guerra, la violenza pervasiva nelle forme dell’uso delle armi e nelle forme nascoste dell’economia che uccide, l’orrore come modalità di dominio nell’era mediatica. Le parole della prima lettera di Giovanni non ci appaiano come una pia illusione di sognatori: esse costituiscono il punto di riferimento fondamentale della nostra fede e della nostra vita. Anche nelle contraddizioni del presente i cristiani sono chiamati a porre al centro la Parola del Signore e a ri-centrare la loro vita sull’annuncio della risurrezione. L’evento della risurrezione è germe di un mondo nuovo che sta crescendo nella storia e che ci chiama ad essere responsabili.

Il massacro degli studenti di Garissa, ha alcuni tratti particolarmente atroci perché ha colpito un luogo come l’università dove si formano i giovani ad assumersi responsabilità di pensiero e di orientamento, per una responsabilità civile. Garissa inoltre era – e speriamo sarà ancora – una università dove convivevano insieme in modo pacifico giovani di diverse religioni, cristiani e musulmani, segno di un incontro possibile che ha il nome di ‘comunione’ e da favorire nelle forme del dialogo della vita quotidiana proprio nel tempo dell’offensiva dei fautori di intolleranza. Di fronte ai seminatori di morte siamo chiamati in modo nuovo a riporre al centro il riferimento alla risurrezione, anche ricordando quei 150 studenti non come un numero, ma dando un volto e scoprendo nei loro volti e sogni la forza di vita che essi comunicano: i loro nomi sono scritti nel libro della vita, non sono dimenticati dal Dio della compassione come seme di un sogno di convivenza in cui condividere la propria umanità.

Alessandro Cortesi op

III DOMENICA DI PASQUA – ANNO A – 2014

DSCF8758(foto scattata durante una liturgia alla settimana ecumenica del Segretariato Attività Ecumeniche (SAE) a Chianciano 2010; sullo sfondo un cartellone con le tappe del cammino ecumenico come un grande fiume…e se Emmaus fosse un racconto in cui cogliere una grande metafora del cammino di chiese e percorsi umani e religiosi nella storia?)

At 2,14-33; Sal 15; 1Pt 1,17-21; Lc 24,13-35

Nella pagina di Emmaus Luca presenta una riflessione sulla domanda dei cristiani della sua comunità, ma anche di ogni tempo. Come e dove incontrare il Risorto? L’incontro si compie nel cammino: c’è prima un cammino di allontanamento da Gerusalemme, di delusione. E’un cammino nel quale si ricorda solo il nome di uno dei due discepoli, Cleopa. Dell’altro si tace anche il nome. Quasi a dire l’anonimato come condizione di chi è senza più speranza e senza un riferimento per la sua identità.

In questo cammino di delusione dopo i fatti della passione di Gesù, i discepoli però sono presentati nell’atto di discorrere e di scambiarsi tra di loro parole. Parole cariche di amarezza ed interrogativi, e pur sempre parole che correvano dall’uno all’altro e tenevano aperta una comunicazione seppure di chi ritornava sui suoi passi e avvertiva il fallimento dentro. In questo loro discorrere un altro cammino si incrocia con il loro e si fa compagnia discreta e interrogativa. Non presenza invadente e ricolma di risposte, ma uno sconosciuto – senza nome anche lui – che offre solo disponibilità di ascolto e del tempo nell’accompagnare. E’ un pellegrino, uno straniero in cammino anch’egli ed è uno che pone domande e con il suo interrogare fa venire a galla tutti i tasselli della loro angustia. E’ presenza estranea al punto da non conoscere quanto è avvenuto in quei giorni. E si comporta come chi è pronto a ricevere, non come chi è pieno di qualcosa da offrire. E’ povero che accetta di essere ospitato nella tristezza e nelle parole dei due in cammino e che accetterà il loro invito a cena. Provoca così a mettere insieme uno ad uno gli elementi del loro cammino, a partire dagli ultimi giorni, e su su fino a quel primo incontro con Gesù e ciò che bruciava loro nel cuore: la delusione a fronte di averlo seguito, incontrato come profeta scoprendo in lui una grande apertura e speranza per la loro vita. Ma ora tutto è finito. I frammenti di questa storia sono elencati uno ad uno e c’è tutto ma manca una diposnibilità di fondo ad accogliere la testimonianza che pure essi hanno ricevuto. “Alcune donne delle nosre sono andate al sepolcro dopo la sua morte e hanno anche avuto una visione di angeli che hanno detto loro che egli è vivo”. Il cuore della fede sta nell’accogliere una testimonianza, annuncio affidato alle donne, coloro che avevano seguito e servito Gesù fino all’ultimo momento. Ma i due non riescono ad aprire gli occhi e il cuore a questo annuncio. Lo straniero li accompagna a ripercorrere le Scritture, una storia di alleanza, a comprendere come la vicenda del profeta di Galiela si pone all’interno di una necessità: è quel cammino percorso da giusti e profeti, che, sempre, proprio a causa della loro testimonianza hanno incontrato sospetto, opposizione e ostilità, fino ad essere eliminati e a vivere la sottomissione alla violenza. “Non doveva il messia subire queste cose?” Lo straniero li accompagna a scoprire il messia dal volto non di un trionfatore, o di un violento, capace di affermare con il suo imporsi una religione della potenza. Piuttosto un messia con il profilo del mite, dal volto del servo sofferente, che dà la sua vita e si mantiene fedele alla nonviolenza e affronta la sofferenza: intende la sua vita come consegna a Dio e agli altri per dare vita e salvezza ai poveri.

E i due avvertino crescere in loro una nostalgia che si rinnova, il desiderio di stare insieme: “Resta con noi perché si fa sera”. Così nel luogo dell’ospitalità, attorno alla tavola, nel gesto così quotidiano e amico dello spezzare il pane i loro occhi si aprono di fronte alla presenza di quello sconosciuto come il Risorto. Lo spezzare il pane: gesto che rimandava ai tanti momenti in cui Gesù aveva spezzato il pane e condiviso la tavola con i suoi. Gesto nel quale aveva racchiuso in una ultima cena il senso profondo della sua vita data in una condivisione fino alla fine.

Il cammino dei due si fa a questo punto ritorno, esperienza di comunicazione: gli occhi si sono aperti. Credere è vedere in modo nuovo, è scoprire gli elemtni di quel racconto tenuti insieme da un incontro che apre futuro. Diventa ora, il loro, un cammino di gioia e di speranza che conduce a tornare alla comunità. Luca suggerisce così, ad una comunità delusa e appesantita dal presente i luoghi in cui incontrare il Risorto: la ricerca condivisa, il rileggere le Scritture, il gesto dello spezzare il pane come ospitalità data, la vita della comunità stessa in cui si lasci spazio ai racconti di chi deluso se n’era andato, ai sentieri interrotti di tante fatiche. Luca dice che i loro occhi si aprirono di fronte al gesto dello spezzare il pane. E’ questo il luogo in cui Gesù si fa riconoscere, o meglio apre gli occhi per leggere ogni cosa in modo nuovo.

Emmaus è un cammino, il cammino di ogni credente, se si lascia provocare a esprimere il suo dubbio, la sua angoscia, nel camminare insieme ad un altro. Per scoprire, nel dialogare e camminare che qualcuno si accosta e apre ad un racconto, e fa ritornare al ricordo, e suscita la nostalgia e la memoria. E fa mettere insieme tanti tasselli che conducono tutti ad una parola, ad una voce, ad un vedere: “una visione di angeli i quali affermano che egli è vivo”. “Alcuni dei nostri sono andati alla tomba e hanno trovato come avevano detto le donne, ma lui non l’hanno visto”. Come avevano detto le donne… presenza ancora incompresa e inascoltata. Presenza che sta all’origine di una storia nuova. Donne che l’hanno seguito ed hanno mantenuto il legame anche nel buio e nel silenzio dell’assenza. E poi quell’incontro, quel gesto che rinvia ai gesti quotidiani: prendere il pane, spezzare, dare… nel pane spezzato e dato l’aprirsi di uno sguardo nuovo. “Come avevano detto le donne…” e la scoperta che egli è vivo, e si incontra vivo laddove c’è un pane che si spezza, laddove c’è un gesto e una parola che invita “Resta con noi”… laddove c’è uno spazio per rimanere con loro…

Suggerisco rapidamente tre riflessioni per noi oggi.

Il cammino di Emmaus è un cammino di chi si trova ad essere senza nome. Chi è oggi senza nome? Tanti che improvvisamente si trovano senza lavoro scoprono di non avere più un nome per gli altri. Tanti che non hanno mai avuto una famiglia o un ambiente dove essere ccolti sono senza nome. Tanti giovani che si affacciano alla vita scoprendo che la dura legge dell’efficienza è affermare il proprio nome a scapito degli altri, si ritrovano senza nome. Tanti che hanno vissuto fatiche, anche errori e fallimenti nella loro vita si ritrovano senza nome. Gesù si fa accanto a tutti questi senza nome entrando in punta di piedi, non con rimproveri e giudizi, ma ponendo ascolto al filo del loro cammino, scaldando il cuore in un incontro che può ricominiciare dalla amicizia, da una tavola condivisa, da un camminare insieme. Gesù è sconosciuto, senza nome, che apre a scorpire un proprio nome, di poveri, accolti in lui.

Emmaus è un cammino pedagogico, è capolavoro di stile di incontro. C’è tutta una indicazione di pedagogia, di stile per accogliere l’annuncio del vangelo: e se evangelizzare oggi, anziché portare qualcosa fosse innanzitutto riconoscersi come quei due delusi e rattristati? E come loro guardare ai volti di stranieri, presenze inattese e sconosciute nelle nostre strade, di altre culture, convinzioni, religioni, persone senza nome, come volti da cui lasciarsi interrogare, da cui imparare di nuovo a leggere le Scritture e spezzare il pane?

Emmaus è un bellissimo racconto che racchiude la forza propria del racconto: comunica il passaggio dall’abbandono alla speranza, dalla solitudine all’ospitalità. E’ un racconto che rinvia allìimportanza di ogni cammino che si fa racconto, che si apre ad essere letto come cammino di liberazione di incontro e di alleanza alla luce delle Scritture e si apre anche a divenire racconto in cui scoprire già presenti in esso i tasselli di un senso nascosto, da accogliere. In che misura camminiamo insieme ad altri raccontando tristezze e angosce, gioie e speranze, lasciando l’esistenza farsi parola e condivisione? In qual modo sappiamo farci compagnia di racconti come sconosciuti che non intendono dominare sulla vita degli altri, ma essere servitori di una gioia scoperta nell’ospitalità e nell’ascolto e nell’amicizia?

Emmaus è un cammino che culmina nello spezzare il pane e nel far ritorno ad una comunità. Abbiamo fatto dello spezzare il pane un gesto rituale, ma è gesto di vita: Gesù accetta l’invito ad essere ospite alle tavole di vite deluse e segnate dalla tristezza. gesù ci invita, non escludendo nessuno, nemmeno quei due che erano forse tra coloro che lo avevano seguito ma poi l’avevano lasciato e si erano allontanati nei giorni dela passione. Lo spezzare il pane è gesto di perdono e di amicizia, gesto che adice la vittoria della debolezza disarmata del dono a fronte della violenza del potere. Spezzare il pane è cammino aperto a tutti in cui gli occhi possono aprirsi. Aprirsi sulla propria vita, aprirsi sulla relazione con altri, aprirsi alla fede…

Alessandro Cortesi op

II domenica di Pasqua anno A – 2014

DSCF2749At 2,42-47; 1Pt 1,3-9; Gv 20,19-31

La sera del primo giorno della settimana: è questo il contesto di un incontro che avviene superando le chiusure di una casa sbarrata e di cuori rattristati e ripiegati. I discepoli sono insieme riuniti e le porte chiuse per paura dei giudei. “Gesù venne, si fermò in mezzo a loro e disse…”. Gesù viene in modo inatteso, e sta in mezzo: raduna in modo nuovo la comunità, discepoli e discepole, e sta in mezzo. E’ lui il centro e richiama tutti, li convoca, coloro che lo avevano abbandonato e tradito, attorno a lui. Gesù mostra mani e costato: è il medesimo crocifisso, non è un altro. Eppure la sua condizione è nuova, diversa. Apre i discepoli ad un cammino: dalla paura alla gioia, dalla chiusura a ricevere il dono della pace, dall’essere prigionieri del loro abbandono all’essere inviati fuori, dal peso della loro indifferenza al sentirsi perdonati e divenire testimoni di un perdono da dare e ricevere. Vedendo il Signore i discepoli furono pieni di gioia. C’è un dato costante in tutti i racconti di incontro con Gesù risorto nei vangeli: l’iniziativa è sua, la sua presenza non è attesa e programmata, il suo venire è azione gratuita e sconvolge. Addirittura il suo venire e il suo farsi ‘vedere’ non è riconosciuto immediatamente.

L’iniziativa è inattesa, è un venire in cui Gesù è protagonista; il Signore è riconosciuto dai discepoli, a loro Gesù affida un compito. Il suo primo saluto è un saluto di pace. La pace è il primo dono della Pasqua: ma è una pace che reca i segni di un dono e che sgorga da ferite, le piaghe delle mani e del costato che Gesù mostra. In mezzo a loro non c’è un altro ma il medesimo crocifisso risorto. Non ci potrà essere incontro con Gesù risorto se non nell’incontro con la via del crocifisso: ed è il crocifisso vivente che raduna ancora una comunità. L’incontro con lui rinvia al suo cammino umano, al porsi l’interrogativo del perché della sua passione e morte.

La presenza di Gesù risorto che supera le porte chiuse e apre cuori impauriti è segno che ogni ragione di paura è stata vinta. Apre ad una gioia che è scoperta di una speranza nella vita: è possibilità di scorgere anche nelle vicende umane più violente e tragiche che quella del male e della morte non è l’ultima parola, che vi è un oltre, che il Risorto è vivente e ha vinto la morte e ogni male.

“Pace a voi! Come il Padre ha mandato me, anch’io mando voi… alitò su di loro e disse: Ricevete lo Spirito santo; a chi lascerete andare i peccati saranno lasciati andare”. L’incontro con il risorto non mantiene fermi, ma apre ad andare, è invio, spinta ad uscire, ad entrare nel movimento di Gesù che è sceso e si è chinato a lavare i piedi ai suoi: mandato dal Padre per scendere e servire… I discepoli sono inviati a continuare l’opera di Gesù, il motivo della sua vita. Non fare grandi cose, ma testimoniare un incontro. L’invio inizia da un dono di respiro, da un soffio di vita comunicato. Insufflò su di loro: è dono di respiro che richiama al soffio donato ad Adamo, alito di vita (Gen 2,7) e fa scoprire di essere nuovi, capaci di portare quel soffio accolto. E’ anche evocazione del dono dello Spirito che fa riprendere il cammino ad una comunità dispersa e delusa, così come Ezechiele presentò nella grande metafora della pianura di ossa aride che riprendono vita (Ez 37,9). E’ anche soffio che proviene dalla croce: quello è il momento in cui Gesù consegnò il respiro, lo Spirito, dono dell’ora e della glorificazione. La prima comunità sperimenta una trasformazione profonda, che non è opera dell’uomo: il passaggio dalla paura al coraggio dell’annuncio per portare il perdono di Cristo è dono dello Spirito. Gesù chiede ai suoi di continuare la sua missione. E’ lo Spirito il grande protagonista dell’esperienza della fede e della testimonianza che da Pasqua inizia.

Il risorto affida ai discepoli la missione di perdonare. Alla comunità di chiusa nella paura, a tutti, discepoli e discepole, è donata la libertà di scoprirsi perdonati e la capacità di comunicare un dono. Sono chiamati a portare perdono come dono del risorto a tutti, insieme a quella pace, contrassegnata dalle ferite delle mani e del costato. E’ affidata la capacità del perdono, cioè di fare pace non come equilibrio di terrore o tregua armata, ma come capacità di lasciar andare, sciogliere, rimettere e immettere nella storia forza di riconciliazione. Questo invio va letto in parallelo con Mt 18,21.25: “quante volte devo perdonare al mio fratello che pecca contro di me?”. La comunità di chi crede in Gesù si vede affidata la testimonianza del perdono da dare e ricevere, da portare come segno della pasqua e di speranza rivolta a tutti per dire che per ciascuno c’è possibilità di sperare. Una missione di misericordia ed una missione di perdono dato perché ricevuto.

Gesù mostrando mani e costato accompagna i discepoli a compiere un passaggio dal tradimento e abbandono, al riconoscersi perdonati e all’esperienza della gioia di una accoglienza nuova. Dove per Giovanni il peccato è cecità, incapacità di riconoscere Cristo come luce nella vita, quella luce che illumina ogni persona.

L’incontro con Tommaso pone la questione del credere in rapporto al vedere: ‘abbiamo veduto il Signore’. Ma Tommaso il gemello, non crede. E’ gemello Tommaso, gemello di Gesù perché più vicino a lui nel desiderio di coerenza fino in fondo. E’ Tommaso l’unico che è fuori e non si è fatto rinchiudere nella paura, l’unico che rischia. Ed è gemello anche di ogni credente: è quella di Tommaso una ricerca che conduce ad andare a fondo nel cammino del credere, che pone difficoltà. La sua incredulità è desiderio di entrare in una relazione autentica vivente, è richiesta di toccare il corpo di Gesù. Tommaso solleva la questione della fatica del credere. Il dubbio, la fatica fanno parte della fede. E Tommaso ci pone anche la questione di un credere che non sia solo questione intellettuale, di un sapere asettico o fonte di potere, ma coinvolga il corpo, la vita nella sua totalità. E’ desiderio il suo di contatto e relazione. E il corpo è luogo di relazione autentica. Ma è anche sfida quella di Tommaso ad un credere nel corpo: la nostra vita, il corpo non in una sola dimensione ma con tutti i suoi sensi, in tutti i momenti dell’esistenza fata di cose, di sentimenti, di percezioni, è luogo di relazione con il Vivente. Tommaso è anche esempio di un itinerario del credere che passa dall’esigenza di vedere ad un credere che non richieda evidenza ma si fondi sulla testimonianza: un vedere oltre i segni. ‘vide e credette’. Al centro sta il motivo del credere.

DSCF2055Questa pagina ci può aiutare a cogliere alcune sfide per noi

In questi giorni viviamo minacce di guerra, la situazione dell’Ucraina è carica di tensione, e assistiamo a situazioni di conflitti in cui sembra non ci sia possibilità di soluzione: in Siria, in Sud Sudan, in Repubblica del Centrafrica. Ma c’è una relatà di rapporti violenti che attraversa la nostra quotidianità, in una rincorsa a sopprimere l’altro per avere più spazi e per primeggiare. Il dono del risorto è la pace: sorge la domanda sulla repsonabilità dei credenti oggi. La pace pone in questione il nostro credere come capacità di immettere nella storia l’inaudito di una pace che viene dal crocifisso, che nella sua vita vissuta nella nonviolenza radicale, conrastando ogni forma di potere che schiaccia le persone offre una via per noi. Il suo invio a immettere energie di perdonoe pace nella storia è luogo del nostro credere.

“L’incredulità di Tommaso ha giovato a noi molto più, riguardo alla fede, che non la fede degli altri discepoli” è espressione di Gregorio magno. Tommaso apre la comprensione del percorso del credere come itinerario fatto di domande di dubbi. Ma il suo essere fuori a differenza degli altri chiusi nella paura sollecita a vivere il rischio del credere, la fatica di porre domande scomode, l’esigenza di essere critici e inquieti diventando per tutta la comunità motivo di crescita. Tommaso poi richiama ad vivere un credere che coinvolga la corporeità, che ci faccia scoprire il corpo del Signore nel corpo della Parola, nel corpo del pane spezzato, nel corpo della comunità, nel corpo dei sofferenti e dei feriti.

Il dono del Risorto che si pone in mezzo ai suoi è dono di respiro. Viviamo spesso un credere senza respiro, senza soffio di vita. O affannato in una ricerca di cose da fare, di attività da eseguire, o incapace di respirare l’aria pura da ricercare oltre i luoghi chiusi che ingabbiano la fede e le comunità. Incapaci di accogliere quel soffio che permea la creazione, quel soffio di vita presente in chi non è ripiegato su di sè, il soffio presente nelle parole dei profeti della nostra quotidianità, voci spesso inascoltate. Incontrare il risorto è scoprirsi inviati in una vita in ascolto dello Spirito. Il respiro apre e fa comunicare con una presenza nuova del Signore che non si lascia racchiudere nelle costruzioni di appartenenza culturali e sociali, né nelle costruzioni dottrinali, e precede e ci raggiunge da tutti luoghi e persone in cui soffia desiderio di liberazione, speranza, apertura.

Alessandro Cortesi op

III domenica di Pasqua – anno B – 2012


At 3,13-15.17-19; Sal 4; 1Gv 2,1-5a; Lc 24,35-48

Si possono leggere le pagine del vangelo come pagine lontane, da scavare e da studiare senza che da esse l’esistenza ne sia toccata e cambiata. Oppure si può sostare davanti ad esse, o meglio, si può accogliere l’invito ad entrare in esse, a percorrerle, a individuare fessure di vita tra le righe, e rimanerne coinvolti, aprendosi a leggerle come pagine attraverso le quali rintracciare parole che celano una presenza, e recano un dono d’incontro. Parole per noi, per me. Parole significative per cammini di fede e di comunità nel nostro presente.

Luca nello scrivere il suo vangelo è particolarmente sensibile proprio ad una questione che segna l’esistenza credente: come può la vicenda di Gesù toccare la vita di chi non l’ha incontrato nella sua vita terrena? Come si rapporta l’esperienza di chi vive in un tempo diverso e lontano da quello dei primi testimoni? Insomma è possibile anche per noi incontrare Gesù vivente e risorto? Per questo Luca scrive pagine e parole che racchiudono comunicazione di vita, un appello e un volto.

E’ un messaggio da raccogliere: da noi, che leggiamo il vangelo in tempi lontani da quello di Gesù e  dei primi testimoni e siamo invitati a rintracciare elementi importanti per il nostro oggi. Cerco così di raccogliere solo alcune tracce di spiritualità per il nostro tempo.

“Mentre essi parlavano di queste cose, Gesù in persona stette in mezzo a loro”. Gesù si presenta in  mezzo. E’ un gesto importante: è l’indicazione che l’incontro con Lui avviene solamente nella dimensione del ‘noi’ e non dell’ ‘io’ isolato e separato. C’è una responsabilità personale nell’incontro con Gesù perché ciascuno è chiamato ad accogliere la sua presenza, ma Luca sottolinea che questo riconoscimento avviene là dove una comunità è insieme, attratta da una presenza che si pone in mezzo e che pone l’esigenza di un rapporto personale, non mediato da chi è più importante o più vicino. E questa comunità radunata con lui al centro, è pur percorsa da interrogativi e perplessità, ma insieme. E’ ambiente dove si ascoltano le inquietudini e le scoperte anche di chi ha abbandonato ed è stato preso dalla delusione, come i due di Emmaus, e riporta la testimonianza del proprio cammino. Gesù si fa presente dove si discute e ci s’interroga insieme. Trovo in questa immagine forse un appello per il nostro tempo in cui spesso interrogativi, delusioni in relazione alla vita della chiesa, generano solitudini, abbandoni, percorsi segnati da ferite. Forse siamo chiamati a costruire luoghi in cui ascoltare di più i percorsi della fatica, della delusione, dello scoramento. Lì Gesù stesso si rende presente.

Si può anche cogliere un secondo elemento: il cammino del riconoscere Gesù presente e vivo, non solo accanto ma ‘in mezzo’, centro di attrazione,  è cammino faticoso e graduale. Non avviene secondo la logica del tutto e subito. Luca presenta tra Gesù e i suoi un dialogo fatto di domande, perplessità, dubbi, resistenze, difficoltà. E’ soprattutto uno scambio in cui emerge forte la capacità di pazienza di Gesù, il suo saper attendere, la compassione per un cammino zoppicante e incerto. Nello stare in mezzo accompagna ad un cammino interiore. La fede è così presentata come esperienza in cui non sono assenti fatica, dubbio, incertezza, in cui c’è bisogno di tempi di maturazione e di crescita. Non si determina per chiarezza di dottrine o di appartenenze proclamate. Luca ci fa intendere che il percorso del credere implica aprirsi all’incontro con Gesù ed è da lui guidato e accompagnato. Non c’è la separazione netta tra chi sta dentro e chi sta fuori, come spesso si desidera secondo logiche di esclusione, quando si riduce la fede ad una appartenenza di gruppo o ad una questione di adesione dottrinale. Incontrare Gesù in modo nuovo, dopo la Pasqua è cammino di esistenza, reca in sé la complessità come tutti i movimenti profondi della vita. E’ relazione che esige delicatezza, come tutti i percorsi degli incontri umani ci insegnano. E Gesù non è impaziente, non ha parole esigenti e ultimative. Accompagna, poco alla volta, perché sa cosa c’è nel cuore dell’uomo. “Perché siete turbati e perchè sorgono dubbi nel vostro cuore?”: nel cammino del credere non è assente il dubbio, il disorientamento che rendono pensosi e incerti. “E non credevano ancora, ed erano piani di stupore”. Tra meraviglia e incredulità. Spesso anche la nostra vita si svolge entro questi labili confini. Stupore per qualcosa di grande e profondo che attira, e nel medesimo tempo incapacità ad accogliere, indifferenza, difficoltà nell’affidarsi, pigrizia nell’operare scelte conseguenti a quanto si è compreso.

E ancora è Gesù ad accompagnare ad entrare nella scoperta del riconoscimento di Lui. Come riconoscerlo nel nostro quotidiano? – è l’insistenza di Luca in questa pagina-. Gesù conduce a riconoscerlo non con istruzioni, ma con una domanda e in un gesto, nella condivisione: “Avete qui qualche cosa da mangiare?”. In questa richiesta semplice e nella proposta di mangiare insieme sta un modo di pensare alla relazione con gli altri, sta anche forse tutto un metodo educativo. Un metodo non di prescrizioni, ma di accompagnamento, non di convincimento intellettualistico, ma di coinvolgimento nell’amicizia, non di esigenza ma di pazienza nel condividere, non di astratte teorie ma di gesti che toccano la concretezza della vita. Un metodo di attenzione all’umano, al quotidiano, alle piccole cose. C’è da sostare su questa richiesta. Esprime l’importanza del mangiare insieme come luogo in cui si ricordano i momenti in cui Gesù ha condiviso i pasti in tanti modi nella sua vita, facendo di quelle tavole luogo di accoglienza e ospitalità ricevuta e donata, fino all’ultima cena. Riconoscerlo si rende possibile là dove si condivide il pane, la quotidianità, l’esistenza che si fa pane spezzato.

“Sono queste le parole che io vi dissi quando ero ancora con voi”. Gesù rinvia i suoi a ricordare le sue parole, a riandare al suo cammino. E li accompagna anche a rileggere le Scritture, Mosè, i profeti, i salmi. Sta qui l’indicazione una spiritualità che ritorna all’essenziale, che non vive di tante sovrastrutture ma respira del ripercorrere i passi della vita di Gesù. E’ l’indicazione di imparare a riconoscerlo nella sua umanità, nelle sue scelte, nelle sue parole. E’ tornare al vangelo. Nel nostro tempo, al di là delle convinzioni religiose c’è un grande interesse per i gesti e le parole di Gesù, in una ricerca che si sforza di cogliere il profilo del profeta di Nazaret. Non è forse un segno del nostro tempo? E’ ciò che sta anche a cuore a Luca: Gesù che mostra le manie  i piedi e dice “sono proprio io! Toccatemi e guardate: un fantasma non ha carne e ossa, come vedete che io ho. Dicendo questo mostrò loro le mani e i piedi”. Certamente c’è in queste parole l’insistenza sulla presenza del risorto non come costruzione di fantasia dei discepoli. Il suo darsi ad incontrare non è costruzione psicologica, è dono inatteso, è evento che irrompe dal di fuori di loro e pure genera una trasformazione interiore e profonda.  Ma c’è in queste parole  anche l’indicazione che non si può incontrare Gesà risorto se non si guarda  al crocifisso e se non si percorre la sua via. “Mostrò loro le mani e i piedi”.

Sono le mani e i piedi del crocifisso: Gesù presente in mezzo ai suoi è il medesimo che ha vissuto il rifiuto da parte dell’autorità religiosa del tempo in complicità con il potere politico, è il medesimo che vissuto nella povertà e nella nonviolenza la sua vita, in attenzione per chi era perduto e lasciato in disparte, facendo della sua esistenza una vita consegnata totalmente al Padre e spesa per gli altri. Gesù invita a tornare lì, alla concretezza del suo cammino umano a scoprire lì il senso della propria vita.

E invita anche a ripercorrere una storia di incontro, la storia di alleanza di Dio con il suo popolo. Invita a rileggere le Scritture. Dovremmo riandare alle Scritture, leggerle come parole che parlano di Dio ma che parlano anche della nostra umanità, condivisibili con tanti, credenti e non credenti, per scoprire il senso del vivere, gli orizzonti di una vicenda che ci pone a camminare sulla terra insieme.  Riscoprire in quelle parole contenute nella Scrittura le tracce di un volto e di una presenza, parole che coinvolgono in una storia in cui anche noi possiamo vivere l’esperienza dell’incontro con Gesù vivente. E farci accoglienza e risposta, nel nostro tempo, con una testimonianza mite.

Alessandro Cortesi op

L’immagine riprende  l’affresco del crocifisso del beato Angelico al Convento di san Domenico di Fiesole nella sala del Capitolo.

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