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commenti alla Parola della domenica e riflessioni

Domenica delle palme e della passione del Signore – anno B – 2018

IMG_2635.JPGIs 50,4-7; Fil 2,6-11; Mc 14,1-15,47

La liturgia della domenica delle palme introduce alla settimana della memoria della passione e di Pasqua, mistero di morte e di vita, di sofferenza e di amore.

Marco narra la passione di Gesù scorgendo in essa il mistero della sua identità. L’intero vangelo, è annuncio di Gesù, come messia atteso: ‘figlio di Dio’ è titolo del re messia (Salmo 2,7).

Tuttavia lungo il vangelo chi esprimeva affermazioni sull’identità di Gesù veniva messo a tacere: non solo i demoni (1,24; 3,11), ma anche gli apostoli (9,7.9). Marco sa bene che vi è possibilità di costruire un’immagine falsa di Gesù, proiettando in lui le attese di un messia di potenza e dominio.

Nel racconto della passione Gesù è presentato nella sua vulnerabilità. Prova paura e angoscia, vive la debolezza e lo sfinimento. Marco fa scorgere anche la solitudine di Gesù quando tutti lo abbandonano e fuggono (Mc 14,50).

Così nella preghiera nell’orto degli ulivi Gesù pronuncia le parole: “Abbà Padre, allontana da me questo calice”. Marco segue Gesù quando sta in silenzio di fronte al sommo sacerdote: “Non rispondi nulla?… Ma egli taceva e non rispondeva nulla” (14,60), e di fronte a Pilato (14,5). Lo presenta nella sua incapacità a portare il legno della croce caricato sulle spalle dei condannati. Gesù non ce la fa ed è aiutato da Simone di Cirene, di passaggio, che fu costretto a portare quel peso (14,21). Infine sono riportate le parole di scherno e offesa contro di lui sotto la croce: dicevano “ha salvato altri, non può salvare se stesso! Il Cristo, il re d’Israele, scenda ora dalla croce, perché vediamo e crediamo” (14,32-33). Il credere come risposta alle opere di potenza viene contrapposto al credere che nasce dalla Pasqua. E’ un credere che passa attraverso una conversione radicale e che diventa seguire Gesù stesso nel suo cammino: solo la via della croce è la via della risurrezione e della vita.

Gesù è il Messia che non scende dalla croce, e sulla croce si rivolge al Padre con il grido del salmo 22,2: “Dio mio, Dio mio, perché mi hai abbandonato”. Gesù fa sua la preghiera di chi nell’oppressione presenta a Dio il senso di abbandono. Riprende l’invocazione delle vittime della storia. Sappiamo che il salmo 22 si conclude in un inno di affidamento a Dio, come colui che esaudisce l’invocazione del giusto sofferente e non gli nasconde il suo volto. Gesù è messia che prende su di sé la debolezza e vive nel dono di sé fino alla fine.

Secondo il modo di pensare umano la potenza e la violenza di ogni potere hanno ragione; in modo paradossale Gesù inerme davanti al sommo sacerdote afferma la sua pretesa di essere lui il Figlio dell’uomo, figura del giudice degli ultimi tempi (cfr. Dan 7), colui che giudicherà il mondo e la storia (14,62).

Proprio nel momento della morte di Gesù, Marco annota due particolari: per la prima volta risuona una parola sull’identità di Gesù a cui non è imposto il silenzio “veramente quest’uomo era figlio di Dio”. Un pagano, soldato romano riconosce il volto del messia nel crocifisso che ha dato la sua vita per tutti. In quella vita donata è possibile scorgere il senso del cammino di Gesù come messia. E’ una parola che esprime il significato che Gesù stesso aveva dato alla sua vita e alla sua morte e che lui stesso aveva indicato ai suoi nei segni dell’ultima cena: “Questo è il mio sangue, il sangue dell’alleanza, versato per molti” (14,24).

La sua morte, esito di un complotto dei capi politici e religiosi, punto di conclusione di un’ostilità al suo annuncio del regno e al suo stile, è in radice fedeltà al Padre e alla missione di annuncio del regno. Gesù è messia venuto per servire (cfr. Mc 10,45).

Nel momento della sua morte – scrive Marco – ‘il velo del tempio si squarciò in due dall’alto in basso’. Di fronte al sommo sacerdote il discorso si era appuntato sul ‘tempio fatto da mani d’uomo’ e sul ‘tempio non fatto da mani d’uomo’ (14,58).

Marco presenta il Cristo, nel momento della morte, come colui che apre in modo nuovo all’incontro con Dio. Ogni barriera tra Dio e l’umanità è tolta, il velo che separa si apre. A tutti, a partire dal centurione pagano, è possibile proclamare quanto nel vangelo solamente la voce di Dio aveva annunciato: ‘Questi è il mio Figlio, l’amato’ (cfr Mc 1,11; 9,7). La morte di Gesù è inizio di una vita nuova.

Quel giovinetto che l’aveva seguito vestito solo di un lenzuolo perché voleva vedere le vicende della passione ed era fuggito via nudo (Mc 14,51-52), sarà il giovinetto seduto sulla destra del sepolcro, vestito d’una veste bianca che annuncia: ‘E’ risorto non è qui… vi precede in Galilea…là lo vedrete…’ (Mc 16,5).

Alessandro Cortesi op

IMG_2696.JPGLo sguardo e il grido

“Il primo sguardo di Gesù è uno sguardo messianico. Non è prima di tutto per il peccato degli altri, ma per la loro sofferenza” (J.B.Metz, Mistica degli occhi aperti. Per una spiritualità concreta e responsabile, ed. Queriniana 2013, 17). Così J.B.Metz sottolinea l’attitudine di Gesù e ne sottolinea l’importanza come riferimento fondamentale per tornare a lui e seguirlo. Nel corso della storia del cristianesimo ciò spesso è stato perso di vista. E’ stata promossa una religiosità di tipo privato senza attenzione al grido di sofferenza proveniente dalle vittime della storia, a tutti coloro che sono rimasti senza voce e dimenticati. Primo passo per assumere lo stile di Gesù è coltivare la memoria della sofferenza.

L’intero percorso di Gesù si colloca in ascolto della sofferenza delle vittime e di coloro che sono i dimenticati, gli esclusi della storia. “la passione di Cristo è inserita nella storia di passione degli uomini” (64). Gesù presenta una spiritualità in cui l’incontro con Dio non può realizzarsi nel volgere le spalle ai sofferenti e a chi è senza voce perché eliminato dalla violenza e dall’oppressione. Metz indica questa via come “una mistica biblica della giustizia; è la passione di Dio nel senso di compassione, di mistica pratica della compassione” (ibid. 18).

“Buddha medita, Gesù grida. La mistica delle tradizioni bibliche è, nel suo nucleo centrale, una mistica che cerca il volto, non è una natura priva di volto o una spiritualità cosmica dell’assoluta totalità. Buddha medita, Gesù grida. L’ultimo (quarto) viaggio di Buddha termina dopo le esperienze, per lui dolorosissime, sofferte dinanzi al dolore, al bisogno e alla morte degli uomini, con un ritorno alla meditazione che cerca redenzione. L’ultimo viaggio di Gesù finisce con un grido che cerca un volto: ‘Dio mio, Dio mio, perché mi hai abbandonato?’ Il centurione che si trovava di fronte a lui, avendolo visto spirare in quel modo, disse: ‘Davvero quest’uomo era Figlio di Dio!’” (ibid. 105-106).

Metz sottolinea che “chi di ‘Dio’ non deve chiudere gli occhi. Il cristianesimo non è un cieco incanto dell’anima, ma insegna una mistica degli occhi aperti” (ibid. 101). Vi sono modi di intendere la religione come allontanamento dalla sofferenza, o di sostituire tale attenzione con la preoccupazione solo per il peccato e la salvezza. Gesù ha vissuto la sua passione aprendo la via per intendere la vita nella compassione e nella passione per Dio che non dimentica la sofferenza.

La compassione è la via che Gesù ha mostrato nel grido sulla croce e la compassione è anche il tratto di una mistica che si fa pratica nel seguire Gesù: «una mistica degli occhi aperti che sa com-patire» (ibid. 81)

L’incontro con Gesù nel suo cammino di passione è luogo di inizio di una sequela che chiede di divenire esperienza pratica nella compassione e nella vicinanza. “il discorso cristiano di Dio può essere universale e non solo un problema di Chiesa, può diventare anche un problema dell’umanità solo quando è nella sua essenza un discorso che, sensibile alla sofferenza del diverso, alla ‘sofferenza degli altri’, è orientato alla giustizia e alla ricerca di essa” (ibid. 17). Solo una fede capace di memoria che si traduce in prassi di compassione è mistica di chi mantiene gli occhi aperti, di chi non volge le spalle al grido delle vittime e così si pone in cammino nel seguire il Cristo sofferente.

Alessandro Cortesi op

 

 

 

 

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