la parola cresceva

commenti alla Parola della domenica e riflessioni

VI domenica – tempo ordinario – anno B 2021

Lv 13,1-2.45-46; 1Cor 10,31-11,1; Mc 1,40-45

La malattia della lebbra nel mondo di Gesù era considerata ‘primogenita della morte (Gb 18,13). Uno storico del tempo, Giuseppe Flavio, scrive: “I lebbrosi stavano sempre fuori della città; dal momento che non potevano incontrare nessuno, non erano in nulla diversi da un cadavere”. Alla malattia veniva attribuita una valenza di tipo religioso e quindi di rapporto col peccato: alla sofferenza del malato si associava così l’ignominia di un esclusione religiosa e sociale (Lev 13-14). Per questo era compito dei sacerdoti constatare che qualcuno avesse contratto tale malattia e, in caso di guarigione, il lebbroso guarito doveva compiere un atto cultuale. Questi elementi sono rilevanti per scorgere la portata del gesto di Gesù nell’incontrare un lebbroso. 

Gesù si lascia avvicinare da un lebbroso, di cui non è riportato il nome, anche forse per il carattere di spersonalizzazione che la malattia comportava – e comporta ancora – nella vita di una persona.  Gesù si lascia coinvolgere nella sofferenza di quell’uomo e lo accoglie non come malato ma nella unicità del suo volto e ascoltando il grido della sua sofferenza.

Di fronte al lebbroso che lo invoca ‘se vuoi, puoi guarirmi’, Gesù reagisce con atteggiamento che secondo una prima interpretazione è reazione di ira. La sua collera è nei confronti del male che sfigura le persone e le conduce ad essere tenute fuori e respinte. D’altra parte – secondo un’altra possibile versione – Gesù fu ‘mosso a compassione’. Il verbo indica un altro movimento rivolto alla persona e non al male: un sentimento di commozione di essere ‘preso nelle viscere’ – indice della profondità dell’amore di Dio (Os 11,9; Is 49,15). Ma proprio questo movimentio interiore genera un agire, apre a gesti di vicinanza.

Gesù oltrepassa i confini di separazione detatti dalle norme della legge e tocca il lebbroso: compie un gesto che trasgredisce le determinazioni della legge ma nello stesso tempo riporta al cuore della legge perché restituisce quel malato alla sua umanità, gli apre percorsi di vita e di relazione. Lo rende accolto e riconosciuto. La parola e il gesto di Gesù indicano che l’attuazione della Legge consiste nell’amore. Tutto ciò suscita il rifiuto delle autorità religiose che vedono messo in discussione un modo di impostare la religione nei termini di un sistema rigido e chiuso dove la norma diviene idolo che non porta a guardare in faccia le persone.

Stendendo la mano sul lebbroso Gesù evoca il gesto di Mosé nel percorso dell’esodo, passaggio dalla schiavitù alla libertà per Israele. Nel toccare il lebbroso esprime il suo coinvolgimento nella sofferenza di quell’uomo. nel toccare quell’uomo malato anche Gesù è toccato e si lascia coinvolgere nella sofferenza della malattia. Per Gesù la malattia non ha per nulla a che fare con il peccato e i suoi gesti sono tutti intesi a liberare dalla malattia ed anche dalla percezione di essere lontani da Dio. La sua vicinanza narra il volto di Dio che ha a cuore la vita dei suoi figli. Gesù rende puro quell’uomo liberandolo dalla condizione di esclusione dovuta alle leggi del puro e dell’impuro. La guarigione diventa esperienza della possibilità di un modo nuovo di vivere le relazioni e il rapporto stesso con Dio.

Dopo la guarigione Gesù invita il lebbroso a compiere quanto prescritto dalla legge nel recarsi dai sacerdoti e gli chiede il silenzio ma quello: ‘iniziò ad annunciare molte cose e a diffondere la parola’ (Mc 1,45). Marco suggerisce in tal modo due grandi messaggi. Innanzitutto presenta il volto di Gesù come profeta che lotta contro il male e intende la sua missione nel ridare dignità agli esclusi. Ma anche suggerisce il profilo del discepolo che ha incontrato Gesù e da quell’esperienza fa iniziare un cammino nuovo e una comunicazione di vita agli altri.

La narrazione iniziata con l’avvicinarsi del lebbroso che usciva dalla sua situazione di marginalità ed esclusione si conclude con l’immagine di ‘Gesù non poteva entrare più palesemente in città, ma stava fuori in luoghi deserti’. Gesù ha preso su di sè la condizione propria del lebbroso e dice che Dio solo si può incontare fuori dell’accampamento. Ma ora ‘venivano da lui da ogni parte’. in tal modo Marco fa comprendere che Gesù è messia sofferente, come il lebbroso colui ‘di fronte al quale ci si copre la faccia’ e umiliato (Is 53,3-4), ma  nella sua via è possibile trovare apertura ad un modo nuovo di vivere che non esclude e riconosce dignità ai volti delle vittime e dei poveri.

Alessandro Cortesi op

Senza riconoscimento

La figura del lebbroso senza nome è paradigma di una condizione spersonalizzata: è figura indistinta, identificata con la malattia che marca la sua vita, senza alcun riconoscimento e per questo anche escluso, tenuto fuori da ogni considerazione di dignità. Non è chiamato per nome, non ha un volto in cui incontrare gli occhi: non è più persona da riconoscere in primo luogo nella sua unicità e nella sua esistenza indipendentemente dall’afflizione o dalla disabilità che reca con sè e lo fa soffrire. Nell’essere indicato come ‘lebbroso’ quella persona viene sottoposta ad un processo di spersonalizzazione, pari all’essere ridotta ad un numero e posta fuori della condizione umana: e per questo da mantenere fuori dell’accampamento e tener lontano perché fonte di contagio. Tanto più dolorosa è la situazione del lebbroso quanto più il suo male, che lo fa soffrire viene visto come l’esito di una sua colpa, o un destino ineluttabile di cui non si riconoscono le responsabilità umane nella catena delle cause della malattia.

Il lebbroso è paradigma dei tanti poveri, la cui condizione è sinonimo della loro vita senza più riconoscimento di singolarità, di storie, di desideri, di relazioni e di speranze. Lebbrosi, senza nome, sono i senza fissa dimora che dormono in angoli protetti dei centri cittadini. Ad alcuni di loro in questi giorni sono state sottratte e gettate via le coperte in alcune città italiane. Lebbrosi, senza riconoscimento, sono le vittime, 91 giovani migranti, di uno tra gli ultimi naufragi al largo della Libia pochi giorni fa tra il 9 e il 10 febbraio. Novantuno, quasi tutti minorenni, sedici, diciassette anni uomini, provenienti dalla regione segnata da carestie e violenze Al Fashir e Nyala, nel nord del Darfur, in Sudan. Di loro restano i nomi, le foto di alcuni, ma tutti avevano in cuore una speranza, aveva una famiglia che ora li piange, affetti e sogni.

Così conosciamo il nome di Mostafa di origini marocchine morto a Torino nei giorni scorsi mentre dormiva al freddo. E come lui altri, ad Arzachena in Sardegna nel periodo di Natale, ed un ghanese domenica scorsa a Formigine, nel Modenese. Nelle città si discute di decoro e di sicurezza ma non ci si pone il problema di scoprire i nomi e le storie di chi vive senza dimora, ai margini, visti come scarto da evitare, da tener fuori dalla visuale per non laaciarsi interrogare su cambimenti possibili nel pensare la vita comune. Tenuti fuori dell’accampamento, spesso vittime di una crisi sanitaria e sociale che segna più pesantemente chi ha meno sostegni, risorse e capacità. Ma proprio la loro presenza è provocazione a guardare il mondo dalla parte della loro esperienza, delle loro storie. Riconoscere i nomi e ricordarli è primo passo per scorgere una responsabilità che ci sta davanti e che si pone a livello di costruzione di un vivere insieme in cui sia restituita dignità ai volti.   

“Veniamo da anni di sbreghi, vuoti, ritardi. Sono cresciute le disuguaglianze, le povertà assolute e relative, la disoccupazione, la riduzione o lo smantellamento dei servizi in nome di una logica economica che ha generato paure, fragilità ma anche un sordo risentimento che sfocia spesso in forme di odio e di vero e proprio razzismo. (…) Il nodo, tuttavia, resta politico. La solidarietà non può sostituire il diritto. Lo slancio delle persone, delle associazioni, del privato sociale, non può surrogare l’impegno politico per eliminare le cause strutturali della disuguaglianza e dell’ingiustizia. «Chiedo a Dio che ci regali più politici che abbiano davvero a cuore la società, il popolo, la vita dei poveri (…). La politica, tanto denigrata, è una vocazione altissima, è una delle forme più preziose della carità perché cerca il bene comune». Sono parole di Papa Francesco, contenute nella Evangelii Gaudium. Parole che sottoscrivo in pieno e alle quali mi permetto umilmente di aggiungere che la politica ritrova la sua “altissima vocazione” –che più che mai, in questi giorni, è chiamata a cercare – quando sa guardare il mondo con gli occhi dei poveri e nella prospettiva della strada. Lasciandosi toccare e turbare dalla domanda che la strada incessantemente rivolge: «Cosa puoi fare affinché tutte le persone abbiano una casa, un lavoro, una dignità e smettano di sentirsi un numero, una cosa, una merce di scarto?»” (Luigi Ciotti Siamo tutti Mostafa fratello clochard, “La Stampa” del 9 febbraio 2021)

Alessandro Cortesi op

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