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commenti alla Parola della domenica e riflessioni

Assunzione di Maria ss. – Messa della vigilia

1Cr 15,3-4.15-16; 16,1-2; 1Cor 15,54-57; Lc 11,27-28

In questa celebrazione della vigilia della festa dell’Assunzione si possono individuare tre motivi di riflessione.

Il primo è il riferimento al segno dell’arca. L’arca è immagine dell’alleanza. E’ il luogo in cui le tavole della legge sono custodite. L’arca accompagna il cammino d’Israele nel deserto e viene trasportata sino alla terra promessa e a Gerusalemme quale segno della presenza di Dio in mezzo al suo popolo.

L’immagine dell’arca è presente nella prima lettura: “Davide convocò tutto Israele a Gerusalemme, per far salire l’arca del Signore nel posto che le aveva preparato”. Il salmo 31 canta “Sì, il Signore ha scelto Sion, / l’ha voluta per sua residenza: / «Questo sarà il luogo del mio riposo per sempre: / qui risiederò, perché l’ho voluto».

Questa salita dell’arca a Gerusalemme è un riferimento importante per leggere la presenza stessa di Maria che custodisce in sé un mistero di alleanza e di vita. In Gesù si rende vicino il dono dell’alleanza che rinvia al patto dell’esodo e a tutto il cammino d’Israele. Maria nel suo portare in sé Gesù è così vista come arca dell’alleanza, che tiene insieme l’intero cammino di Israele, lei figlia di Sion, ed apre ad un incontro con il volto di Gesù che rende vicino la presenza dell’Abbà. 

Scrivendo alla comunità di Corinto Paolo indica un orizzonte di speranza di fronte all’interrogativo posto dalla morte: “Dov’è, o morte, la tua vittoria? Dov’è, o morte, il tuo pungiglione?». Il pungiglione della morte è il peccato e la forza del peccato è la Legge. Siano rese grazie a Dio, che ci dà la vittoria per mezzo del Signore nostro Gesù Cristo!”. Il dono di grazia derivante dall’offerta di Gesù che ha dato se stesso attuando un amore sino alla fine è aperura di un orizzonte che va oltre la morte ed è liberante da ogni schiavitù della legge.

Il vangelo di Luca riporta un dialogo: una donna della folla rivolgendosi a Gesù gli dice «Beato il grembo che ti ha portato e il seno che ti ha allattato!». Ma non si lascia irretire dall’ammirazione di chi lo accosta né dalle lodi che possono denotare una devozione sbagliata. Subito infatti ricorda un messaggio fondamentale a cui richiama tutte e tutti nella comunità. Gesù riconosce madre fratelli e sorelle in coloro che ascoltano e operano in rapporto alla Parola di Dio “Beati piuttosto coloro che ascoltano la parola di Dio e la osservano!”. Non si tratta solo di ascoltare ma di operare in scelte concrete di vita perché la Parola possa fare il suo corso.

Alessandro Cortesi op

Domande sul carcere

Festa dell’assunzione è festa di libertà, di redenzione, di compimento dell’umano. A fronte di tale orizzonte le esperienze di contrasto del presente conducono a riflettere su come accogliere il dono di vita nei drammi del quotidiano, laddove è presente la morte e la disumanità e come lasciare spazio a percorsi di vita e di umanizzazione.

“Se un giudice dice «ho fallito, il sistema ha fallito», senza aver paura di piangere pubblicamente lacrime sincere sulla bara di una ragazza di 27 anni morta suicida in cella inalando il gas del fornelletto su cui cucinava, c’è da fermarsi. Per la verità avremmo dovuto già fermarci da tempo a riflettere sulle troppe vite (quasi tutte di giovani detenuti per reati di poco conto) inghiottite dall’enorme buco nero delle carceri italiane, ma neanche i numeri impressionanti, 47 nel 2022, infrangono il muro dell’indifferenza generale” (Alessandra Ziniti, Le scuse del giudice e il fallimento delle carceri, “La Repubblica” 10 agosto 2022).

La lettera aperta scritta da un giudice dopo che una giovane donna si è tolta la vita in carcere raccoglie un grido di sofferenza ed un monito ma anche ripropone la questione del senso della giustizia, della disumanità del sistema carcerario. Vincenzo Semeraro, magistrato da molti anni, nella sua lettera ha scritto «So che avrei potuto fare di più per Donatella, non so cosa, ma so che avrei potuto».  “In carcere c’è un’umanità sterminata e le loro storie si assomigliano: sono fragili, fragilissimi, spesso provengono da famiglie altrettanto fragili. Entrano ed escono dal carcere di continuo. Nel caso di Donatella, il problema era il suo rifiuto ostinato a entrare in una comunità di recupero: ho sempre provato a convincerla, non ci sono riuscito. La verità è che è molto più facile entrare in carcere che in una comunità…” (Intervista a Viviana Dalosio, “Avvenire” 9 agosto 2022).

E alla domanda “Perché sente di non aver fatto abbastanza per lei?” così risponde: “Non riesco a togliermi dalla testa l’ultimo colloquio che abbiamo avuto, a giugno. Lei piangeva, raccontandomi dell’errore fatto comportandosi così in comunità. Si scusava, tentava di giustificarsi. Ripeteva di voler cambiare, di desiderare una vita normale: una casa, un lavoro, una famiglia. Mentre la sentivo parlare pensavo che sono le stesse aspirazioni che hanno tutti i giovani alla sua età, mentre quelli tossicodipendenti continuiamo a considerarli diversi. Alla fine della nostra chiacchierata si è alzata stringendomi la mano: «Grazie sai…» mi ha detto. E quelle parole non riesco a scordarmele. Se le avessi parlato dieci minuti in più, se avessi trovato altre parole per confortarla, se avessi tentato un’altra strada forse le cose non sarebbero finite così. Con la mia lettera, consegnata ai suoi familiari, ho voluto far sentire la mia voce, che credo debba essere quella di tutto il sistema: perché se una giovane donna di 27 anni si uccide in carcere è tutto il sistema penitenziario che ha fallito. Io mi metto in prima linea, ma ci riguarda tutti.”

Il succedersi di suicidi nelle carceri è motivo per una riflessione che dovrebbe coinvolgere non solo tutte le componenti che operano negli istituti di pena ma la società nel suo complesso. Il Rapporto sulle carceri italiane pubblicato a luglio dall’associazione Antigone delinea un panorama drammatico: il sovraffollamento medio delle celle è del 112% (ma in alcuni istituti supera il 150%), è raddoppiato il numero degli ergastolani negli ultimi 20 anni e 25 bambini sono in carcere con le loro mamme. Il numero dei suicidi quest’anno è un dato agghiacciante.

L’istituzione stessa del carcere così come è strutturata e pensata quale luogo di pena corporale in cui di fatto si attua una vendetta nei confronti di chi ha commesso reati e solo in forme assai limitate si offrono effettivi percorsi di reintegrazione, di riabilitazione e cambiamento della vita  va ripensato alla radice. “La prigione ti condanna a essere solo un corpo. Ma di questo corpo perdi il controllo. Nonostante il passaggio dalla pena come supplizio alla pena come rieducazione sia avvenuto, teoricamente, da ormai due secoli, in Italia la galera infligge ancora pene corporali” (Isabella De Silvestro, Ecco la vera pena corporale, la galera uccide i cinque sensi, “Domani” 6 giugno 2022)

E’ in atto anche una riflessione su abolire il carcere. Il libro dal titolo Abolire il carcere (di Luigi Manconi e altri) è una delle ultime espressioni di tale indirizzo. Elisabetta Zamparutti, componente del Comitato europeo per la prevenzione della tortura, delinea alcune direzioni affrontando il tema su ‘come’ cambiare: «Mettere in discussione il giudicare, in fondo richiamandosi anche al monito biblico sul “non giudicare”, perché occorre trovare forme di giustizia diverse che più che giudicare, condannare, separare, mettere in disparte siano orientate alla riparazione. Certo si deve partire dalla verità, dalla consapevolezza del danno procurato. Più che il sistema del giudizio va concepita una forma di acquisizione della verità che porti a una riparazione. Il carcere è l’espressione più crudele, ovunque ci siano istituti penitenziari, per quanto possano essere evoluti, comunque c’è una componente punitiva prevalente che pregiudica il suo uso a fini rieducativi, nonostante quello che abbiamo scritto nella Costituzione. L’impianto è quello di una giustizia portata a infliggere altro male rispetto al male commesso. Non c’è educazione che possa venire dalla punizione. Il cambio di paradigma deve essere da un pensiero violento a un pensiero nonviolento. Coltivando una concezione nonviolenta il carcere va superato». (…) Non siamo dei pazzi furiosi. Delle strutture di contenimento ci devono essere, ci sono situazioni in cui qualcuno è dannoso a sé stesso e agli altri e lo devi fermare. Quello che non ci deve essere è il preminente ruolo della punizione. Direi il carcere come eccezione e non come regola, non come punizione ma come contenimento. D’altronde, ci sono situazioni in cui ci si rende conto che il diritto penale viene usato per regolamentare problemi sociali, in carcere c’è una grande manifestazione di disagi sociali» (Il carcere è inutile. Abolirlo non è utopia” (Intervista a Elisabetta Zamparutti a cura di Roberto Davide Papini “Riforma” 22 luglio 2022).

Offrendo una lettura del sorgere storico dell’istituzione carceraria ed in riferimento al dettato della Carta costituzionale  Luigi Manconi indica che osare vie nuove per pensare la pratica  della giustizia all’interno di una società democratica è possibile:

“Realismo e misura impongono di trovare alternative, alla pena detentiva oggi così come all’istituzione carceraria domani. Perché osare è possibile. Sono state le leggi ordinarie, modificabili da qualsiasi maggioranza parlamentare, a introdurre l’idea che la risposta sanzionatoria dello Stato alla violazione delle leggi penali debba consistere nella privazione della libertà per un determinato periodo di tempo. E un simile concetto non lo si trova da nessun’altra parte e tantomeno nella Costituzione. È diventato senso comune e norma di legge, per una inveterata abitudine, che risale a qualche secolo fa e che è stata legittimata dall’autorità di Cesare Beccaria, preoccupato delle pene efferate con cui si sminuzzavano i corpi nell’Ancien régime. In quel contesto, dunque, il carcere era il male minore: una pena la cui «dolcezza» avrebbe fatto decadere le punizioni più feroci. D’altra parte, anche le antiche usanze, pur se nate come «rivoluzionarie», possono essere abbandonate se non corrispondono più alle domande della società. La nostra Costituzione, in uno dei suoi capolavori giuridico-letterari, dice che «le pene non possono consistere in trattamenti contrari al senso di umanità e devono tendere alla rieducazione del condannato». La pena detentiva troppo frequentemente corrisponde di per sé a un trattamento contrario al senso di umanità, al punto da generare il sospetto che essa sia — in sostanza — una pena inumana. E si dimostrerà ancora come sempre la pena detentiva — nella grande maggioranza dei casi — non tenda alla «rieducazione» del condannato, ma costituisca una sua degradazione fino a connotarne tragicamente il destino. D’altro canto, la Costituzione non parla mai di carcere, né di pena detentiva. Anche se i costituenti conoscevano solo il carcere (per averlo personalmente scontato durante il regime fascista) e la pena capitale, in modo saggio e miracolosamente lungimirante non aggettivarono le pene, lasciando campo libero a un legislatore che voglia cambiare radicalmente la fisionomia delle sanzioni penali. Siamo dunque autorizzati a osare”. (Luigi Manconi, Se il castigo è peggio del delitto, “La Repubblica” 26 maggio 2022).

Sono sollecitazioni che ci raggiungono dai drammi del presente e provocare una domanda su come attuare le vie di una giustizia che abbia il volto umano e si ponga nella direzione di riparare le ferite e riabilitare a percorsi di relazioni …

Alessandro Cortesi op     

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