la parola cresceva

commenti alla Parola della domenica e riflessioni

III domenica di Avvento – anno A 2013

DSCF4066Is 35, 1-10; 
Sal 145;
 Gc 5,7-10; 
Mt 11, 2-11

“Dite agli smarriti di cuore: Coraggio non temete… allora si apriranno gli occhi dei ciechi e si schiuderanno gli orecchi dei sordi. Allora lo zoppo salterà come un cervo, griderà di gioia la lingua del muto. Ci sarà un sentiero e una strada…”


Smarrimento: è la condizione dell’Israele nell’esilio, ma è anche condizione del nostro presente. Chi si è smarrito percepisce l’incertezza e il panico dell’aver perso il cammino. Scopre quanto sia difficile orientarsi. La nebbia di questi giorni sta lì a ricordarcelo. Nonostante le certezze sbandierate da chi vanta pretese di soluzione il nostro è tempo di smarrimento. Nonostante l’aria fresca della nuova stagione di Francesco, vescovo di Roma, è smarrimento nella chiesa incapace di offrire nelle sue espressioni istituzionali parole e gesti che aprono, che appassionano e spingono a camminare i giovani in particolare. E senso di smarrimento pervade la società per una crisi dai molti volti ma che soprattutto è crisi del vivere insieme, per i fallimenti di un modello di economia e di vita che prometteva certezze e conquiste, per quell’invecchiamento del cuore che è ripiegamento su diritti acquisiti senza scorgere la fatica di chi non ha diritti riconosciuti. Ed è anche smarrimento per l’incapacità di intraprendere vie nuove con creatività, con libertà e gioia.

La promessa di Isaia è un’apertura, indica un sentiero, ma tiene conto dello smarrimento. Anzi fa dello smarrimento la condizione per intraprendere una via non carichi di sicurezze ma spogli: l’annuncio è proprio per gli smarriti. Solo chi si è smarrito può comprendere una parola di coraggio che viene da fuori di lui. Impara a procedere non deciso ma chiedendo e riconoscendosi bisognoso degli altri. Solo chi non ritrova la strada va avanti non a falcate decise ma a tentoni, consapevole della sua fragilità. Isaia invita al coraggio, parla di una strada possibile, di un futuro, spinge a non lasciarsi incatenare dalla tirannia più pericolosa, quella della paura che blocca ed impedisce di camminare, la chiusura e l’isolamento in se stessi. Coraggio, non temete! E’ un coraggio che trova punto di appoggio non su illusioni di una propria potenza ma su Dio che si fa incontro, e va in cerca di chi è smarrito, e prende su di sé, come pastore, le pecore appesantite e gravide, e si fa compagnia dell’umanità fragile e spossata. Le ginocchia vacillanti possono trovare possibilità di sostegno; le mani indebolite possono riacquisire forza da mani tese ad afferrrare e ad accompagnare: è forza che viene da altro e da altrove e conduce a scoprire nello smarrimento la possibilità di affidarsi. E’ un affidarsi a Dio ma è anche affidarsi a chi vicino tende una mano e fa comprendere la vita in modo nuovo.

Anche Giovanni, profeta dell’imminente ira di Dio, che aveva predicato il giudizio ormai prossimo rivela un aspetto inedito del suo profilo. L’asceta del deserto e della parola tagliente si manifesta come uomo attraversato dal dubbio e dagli interrogativi. Si trova smarrito in carcere, si lascia mettere in discussione, è sovrastato da eventi che cerca di leggere con fatica. Davanti a Gesù, al suo comportamento, al suo agire, è scosso da un dubbio: ‘Sei tu colui che deve venire? Sei tu ‘il veniente’?’. Le sue idee sul messia che giudica e separa non corrispondono al rabbi di Nazaret amico dei pubblicani e dei peccatori.

Agli inviati di Giovanni Gesù non offre facili risposte ma invita a scrutare i segni. Li rinvia ai gesti che compie: sono segni di apertura e liberazione. Non sono azioni eclatanti, non si impongono con potenza; suscitano meraviglia e domanda, ma anche opposizione e sospetto. Il suo passare non è quello di chi ha successo e si impone, ma è passare sommesso ‘facendo del bene’, è quello di un messia che rifugge dalle vie del successo e dell’imposizione. I suoi sono gesti di vicinanza ai poveri, non hanno nulla del dominio e per questo regalano speranza. In essi è racchiusa quella luce nascosta nelle promesse dei profeti in cui il regnare di Dio era descritto come umanizzazione della vita e della storia. Perché la causa di Dio è la causa dell’uomo. I suoi gesti raccontano il volto di un messia che è attento agli smarriti e il segno più grande, verso cui tutto converge, sta nell’annuncio ai poveri di una bella notizia. Il suo essere messia trova espressione nella vicinanza ai poveri. Anche lui, come Giovanni, fino ad essere preso, consegnato e poi ucciso. E’ il destino dei profeti. E Giovanni è stato un grande profeta. Ma Gesù dice che il più piccolo nel regno dei cieli è più grande di lui: perché quel piccolo può aprirsi al ‘regno’, che ha fatto irruzione, ed è già presente, non è solo promessa di futuro. Giovanni gli fa chiedere ‘sei tu il veniente’, colui che viene e si fa vicino? Gesù chiede di non lasciarsi scandalizzare da questo suo agire che manifesta il volto di un messia debole che rimane con i poveri fino alla croce.

Dovremmo imparare a tenere insieme nella nostra vita il sogno di Isaia – il sogno di un mondo in cui gli ultimi ritrovano speranza, lo zoppo saltella e il muto recupera parola – e la domanda e l’inquietudine di Giovanni. Vivere l’attesa propria degli smarriti conduce ad imparare a leggere i segni di un messia che si fa vicino e viene e verrà ancora chinandosi sulle nostre fragilità, stando vicino ai poveri e facendosi trovare là dove vi sono segni di liberazione.

Alessandro Cortesi op

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