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commenti alla Parola della domenica e riflessioni

III domenica del tempo ordinario – anno B – 2018

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Gn 3,1-5,10; 1Cor 7,29-31; Mc 1,14-20

Un racconto di chiamata fa ripercorrere i passi dei primi discepoli di Gesù. Lungo il mare accolgono subito l’invito Vieni. Ascoltano il suo messaggio e lo seguono.

Gesù inizia ad annunciare il regno ‘dopo che Giovanni fu arrestato’. Sin dall’inizio sul suo cammino è presente l’ombra della vicenda di Giovanni, profeta perseguitato. Gesù inizia dalla Galilea delle genti (Is 8,23). Le sue prime parole nel vangelo di Marco sono la sintesi del suo annuncio: ‘Il tempo è compiuto, il regno di Dio è vicino, convertitevi e credete al vangelo’. Due indicativi in riferimento al tempo e al ‘regno di Dio’; e due imperativi che indicano le conseguenze dell’ascolto. Un tempo unico da non perdere, un’occasione che segna l’urgenza di accogliere e seguire in un cambiamento radicale della vita. E’ un’urgenza che si accompagna all’invito a cambiare in radice il proprio modo di pensare e di intendere l’intera esistenza.

‘Il tempo è compiuto’: il tempo è ora tempo forte della visita di Dio, tempo della salvezza. Paolo dirà: ‘il tempo ormai si è fatto breve’ evocando l’immagine della nave vicina al porto che scioglie le vele. I marinai sono presi dall’impegno ma già vivono la felicità dell’arrivo, la gioia dell’incontro. Paolo così presenta lo stile di chi vive immerso nel presente ma orientato al senso ultimo della vita. Tutto acquista senso nuovo dall’ incontro con Cristo e genera un vivere in tensione, nell’inquietudine.

Il regno di Dio era attesa presente in vario modo nel contesto in cui Gesù viveva. Su di essa si radica l’annuncio di Gesù che parla della signoria di Dio come di un dono di relazione e vicinanza che genera una trasformazione della storia nella linea della liberazione: il regno – dice Gesù – è già in mezzo a voi, si è avvicinato. Nelle sue parole e nelle sue opere si rende presente come Dio agisce: guarendo liberando, accogliendo gli esclusi, nel servizio. La morte e risurrezione sono il segno del regno giunto.

Da questa indicazione un duplice imperativo ‘convertitevi e credete al vangelo’: il regno è dono gratuito ed è chiamata e responsabilità offerta. Convertirsi implica un mutamento interiore e radicale. Si tratta di una conversione che provoca sul volto di Dio in cui credere innanzitutto, conduce a rivedere le nostre strade sulla base della strada che Gesù ha percorso.

Anche Giona (prima lettura) chiede una conversione con la minaccia e chiedendo urgenza. I cittadini della grande città credettero a Dio e cambiarono vita. Ma soprattutto Giona per primo deve vivere nel suo cuore un faticoso percorso di conversione: è guidato a cambiare modo di pensare a Dio: non il Dio che separa, che vuole appartenenze e privilegi di pochi contro altri, ma il Dio che s’impietosisce e perdona, il Dio che spinge ad andare e ad incontrare il lontano, l’altro, nella grande città.

Marco poi narra la chiamata dei primi quattro discepoli. Il presentarsi di Gesù li coglie nel quotidiano della loro esistenza, mentre lavoravano come pescatori. Gesù ‘vide’ Simone e Andrea Giacomo e Giovanni. Il suo sguardo si fissa su ciascuno con l’irripetibilità e originalità del proprio nome. Li incontra e li osserva nel quotidiano della loro attività, con in mano le reti del loro lavoro di pescatori. La sua parola è un imperativo: ‘su dietro di me!’. Chiede immediatezza di risposta. E la loro risposta si fa decisione e si mettono a seguirlo. E’ rottura con il passato e trasformazione radicale della vita. ‘E subito, lasciate le reti, lo seguirono’. L’avverbio ‘subito’ indica un passaggio carico di prontezza e di risposta ad una urgenza. ‘Abbiamo lasciato tutto e ti abbiamo seguìto’ dirà Pietro. Ma saranno anche coloro che, abbandonando Gesù, fuggono al momento della sua passione.

Compiono una separazione ed un distacco: lasciano il lavoro, il loro padre Zebedeo e coloro che lavoravano insieme. Iniziano un percorso nuovo, al seguito. La loro vita sarà ancora di ‘pescatori’, dovranno attendere, essere al servizio di dare vita, procurare cibo per altri, ma in modo nuovo. Iniziano a seguire Gesù, a stargli dietro lunga la sua via, discepoli dell’unico maestro venuto per servire e non per essere servito, nel fare della sua vita un dono per tutti.

Sarà un discepolato di uguali, di uomini e donne al seguito di Gesù, vissuto nella condivisione senza maestri e padri se non il Padre che è nei cieli. Si tratta di una profonda rottura con il passato e con il loro presente che si apre alla via del vangelo. L’intero racconto di Marco presenterà Gesù che cammina lungo la via predicando il regno e aprendo faticosamente ai suoi discepoli la strada su cui seguirlo.

Alessandro Cortesi op

WhatsApp-Image-2018-01-08-at-23.12.501-720x1024Chiamata per le chiese

Potente è la tua mano, Signore (Es 15,6). E’ questo il tema della settimana di preghiera per l’unità dei cristiani (18-25 gennaio 2018). Ogni anno un tema è scelto da un gruppo di chiese di una diversa regione nel mondo. Quest’anno sono le chiese dei Caraibi ad aver scelto il tema e ad aver proposto un sussidio di preghiera.

Il riferimento all’inno di lode al Signore dopo il passaggio del mar Rosso non è una forma di esaltazione della guerra ma è affermazione del potere di Dio sul male e sul dominio del faraone che genera schiavitù. La destra potente del Signore è simbolo dell’agire di Dio che non rimane indifferente di fronte al male ma opera per liberare. Il passaggio del mare è così una nuova creazione.

Come richiamano le parole di un canto che sarà ripreso nelle celebrazioni: “La mano di Dio
 sostiene la terra; 
essa solleva chi cade, uno per uno. 
Ciascuno è conosciuto per nome e salvato dalla vergogna perché la mano di Dio si è alzata” (The right hand of God*).

Le chiese dei Caraibi sono unite da una storia di colonialismo che ha segnato quelle terre. Quest’anno queste chiese propongono di vivere la celebrazione ecumenica con attenzione a due simboli: la Bibbia e le catene. Le catene sono simbolo di schiavitù, disumanizzazione e razzismo così pure del potere del peccato che ci separa da Dio e gli uni dagli altri. Si propone di far cadere le catene della schiavitù e formare «una catena umana che esprime vincoli di comunione e di azione congiunta contro le moderne forme di schiavitù e ogni tipo di disumanizzazione individuale o istituzionale». La Bibbia è punto di riferimento per il cammino di liberazione, come è stata ed è luce per tanti nel momento della prova.

Anche oggi le chiese sono chiamate a scoprire la comune chiamata di Dio ad essere testimoni di liberazione: “O Dio eterno,
 Tu non appartieni ad alcuna cultura né ad alcuna terra, ma sei Signore di tutte,
 Tu ci chiami ad accogliere tra noi lo straniero.
 Aiutaci con il tuo Spirito 
a vivere come fratelli e sorelle,
 accogliendo tutti nel tuo nome,
 e vivendo nella giustizia del tuo regno.
 Te lo chiediamo nel nome di Gesù.
 Amen”.

Alessandro Cortesi op

 

* The right hand of God

The right hand of God
is writing in our land,
Writing with power and with love;
Our conflicts and our fears,
Our triumphs and our tears,
Are recorded by the right hand of God.

The right hand of God
is pointing in our land,
Pointing the way we must go;
So clouded is the way,
So easily we stray,
But we’re guided by the right hand of God.

The right hand of God
is striking in our land,
Striking out at envy, hate and greed;
Our selfishness and lust,
Our pride and deeds unjust,
Are destroyed by the right hand of God.

The right hand of God
is lifting in our land,
Lifting the fallen one by one;
Each one is known by name,
And lifted now from shame,
By the lifting of the right hand of God.

The right hand of God
is healing in our land,
Healing broken bodies, minds and souls;
So wondrous is its touch,
With love that means so much,
When we’re healed
by the right hand of God.

The right hand of God
is planting in our land,
Planting seeds of freedom, hope and love;
In these many-peopled lands,
Let his children all join hands,
And be one with the right hand of God.

 

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