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commenti alla Parola della domenica e riflessioni

Festa di tutti i santi – anno B – 2018

IMG_0924Ap 7,2-4.9-14; Sal 23; 1Gv 3,1-3; Mt 5,1-12a

Nella grande visione dell’autore dell’Apocalisse Gesù Cristo è presentato nell’immagine dell’agnello ferito, ma in piedi. Nel simbolo dell’agnello e della ferita è da leggere il riferimento alla passione e alla morte: condotto come agnello al macello ha reagito con la nonviolenza all’ingiustizia e alla menzogna che l’hanno condotto al supplizio. La ferita mostra il sangue versato. Ma è in piedi. Ferito e vulnerabile è passato attraverso la morte ma questa non ha avuto potere su di lui: l’agnello inerme è così immagine del risorto che ha vinto la morte. La sua comunità, sa di dover vivere la prova e la sofferenza ma sa anche che Gesù Cristo è colui che può sciogliere i nodi che legano il libro della vita e della storia. Questo incontro ha i tratti di una grande liturgia che coinvolge il lettore. E’ così ‘vista’ una “una moltitudine immensa, che nessuno poteva contare…”. E’ la moltitudine di tutti coloro che hanno vissuto la loro testimonianza – tengono la palma, simbolo del martirio tra le mani – ed hanno percorso con fedeltà la strada di Gesù agnello inerme e indifeso.

Nella festa di tutti i santi i simboli dell’apocalisse invitano a leggere la vita della comunità che segue Gesù: è composta di tanti volti e tanti nomi che hanno testimoniato la via di Gesù seguendolo sulla sua strada. Sono innumerevoli e la loro testimonianza è quella di chi non ha avuto clamore, visibilità ma è stato fedele nel quotidiano, nella semplicità della vita ordinaria. E al centro sta la presenza di Dio.

La prima lettera di Giovanni richiama il cammino della fede, tra un ‘già’ che viviamo nel presente, ed un ‘non ancora’ da attendere e da affrettare. “Carissimi, noi fin d’ora siamo figli di Dio, ma ciò che saremo non è stato ancora rivelato. Sappiamo però che quando egli si sarà manifestato, noi saremo simili a lui perché lo vedremo così come egli è.”

Ancora non è rivelato il nostro volto più profondo: sin d’ora siamo ‘figli’, partecipi di una relazione che è dono e che precede. Figlio e figlia, sono nomi di legame, di dipendenza da un dono di vita ricevuto che conduce a scorgere come la vita provenga da altri e da altrove. Siamo chiamati con il nome unico che Dio ha pronunciato per ciascuna e ciascuno. Ma questo nome è anche un seme che richiede cura, luce e spazio, per poter crescere. C’è nell’esistenza una chiamata che si sviluppa nelle varie tappe e circostanze della vita: diventare simili al volto di Gesù che ha fatto della sua vita un dono per il Padre e per gli altri. Nell’incontro con lui si compie così il nostro nome. La vita dei cristiani si colloca anche in una attesa che non è vuota: talvolta è piena di dolore ma soprattutto è piena di responsabilità. Lo vedremo così come egli è: questo incontro è già iniziato in quel vedere che è lo sguardo del credere, che si lascia trasformare nell’affidamento.

“Beati i miti perché avranno in eredità la terra. Beati quelli che hanno fame e sete della giustizia perché saranno saziati”. Gesù propone una parola di felicità quale orizzonte dell’esistenza. I poveri in spirito, quelli che sono nel pianto, i miti, quelli che hanno fame e sete di giustizia, i misericordiosi, i puri di cuore, gli operatori di pace, i perseguitati per causa della giustizia, tutti voi quando vi insulteranno… sono chiamati a rallegrarsi. Quale è il motivo per rallegrarsi? Gesù non vuole per i suoi la povertà, la persecuzione, l’ingiustizia. Piuttosto annuncia che Dio sta dalla parte di tutti coloro che vivono in queste situazioni, e si rende vicino, per liberarli. Prende le loro parti. Gesù annuncia con la sua vita che Dio ‘ha guardato alla condizione umile dei suoi servi’, di tutti coloro che si affidano a lui e non hanno potenza e ricchezza e strumenti di affermazione umani. Questa è ragione del rallegrarsi: chi vive in questo orientamento è nella strada di Gesù. Nella pagina delle beatitudini in fondo si parla di Gesù che s’identifica con le vittime e i poveri: è lui il vero povero, mite, puro di cuore. Chi si appoggia in lui trovando in lui il senso della propria esistenza può aprirsi ad una vita bella, ad una gioia profonda, ad una felicità che non è assenza di problemi o spensieratezza, ma esistenza segnata dall’accogliere la presenza di Dio vicino e liberatore che a cuore la felicità delle sue figlie dei suoi figli e li rende strumenti di liberazione per altri.

Alessandro Cortesi

IMG_1529Tutti i santi

La festa di tutti i santi è occasione per riflettere su una chiamata comune ad accogliere la gioia della fede, a scoprire che la vita di tutti è un nome pronunciato e pensato. Qui di seguito alcuni brani della recente esortazione di Francesco Gaudete et exsultate che ricorda come il cammino della vita non sia percorso di isolati e intristiti, ma di comunità aperte richiamando alla ‘santità della porta accanto’ e una breve preghiera di Adriana Zarri, che invita a superare visuali meschine e a considerare la propria chiamata, quella di ogni giorno, come la più bella, come l’erba del mio giardino:

6.(…) “Lo Spirito Santo riversa santità dappertutto nel santo popolo fedele di Dio, perché «Dio volle santificare e salvare gli uomini non individualmente e senza alcun legame tra loro, ma volle costituire di loro un popolo, che lo riconoscesse secondo la verità e lo servisse nella santità» (LG 9). Il Signore, nella storia della salvezza, ha salvato un popolo. Non esiste piena identità senza appartenenza a un popolo. Perciò nessuno si salva da solo, come individuo isolato, ma Dio ci attrae tenendo conto della complessa trama di relazioni interpersonali che si stabiliscono nella comunità umana: Dio ha voluto entrare in una dinamica popolare, nella dinamica di un popolo.

7. Mi piace vedere la santità nel popolo di Dio paziente: nei genitori che crescono con tanto amore i loro figli, negli uomini e nelle donne che lavorano per portare il pane a casa, nei malati, nelle religiose anziane che continuano a sorridere. In questa costanza per andare avanti giorno dopo giorno vedo la santità della Chiesa militante. Questa è tante volte la santità “della porta accanto”, di quelli che vivono vicino a noi e sono un riflesso della presenza di Dio, o, per usare un’altra espressione, “la classe media della santità”. (…)

122. (…)  Il santo è capace di vivere con gioia e senso dell’umorismo. Senza perdere il realismo, illumina gli altri con uno spirito positivo e ricco di speranza. Essere cristiani è «gioia nello Spirito Santo» (Rm 14,17), perché «all’amore di carità segue necessariamente la gioia. Poiché chi ama gode sempre dell’unione con l’amato […] Per cui alla carità segue la gioia». Abbiamo ricevuto la bellezza della sua Parola e la accogliamo «in mezzo a grandi prove, con la gioia dello Spirito Santo» (1 Ts 1,6). Se lasciamo che il Signore ci faccia uscire dal nostro guscio e ci cambi la vita, allora potremo realizzare ciò che chiedeva san Paolo: «Siate sempre lieti nel Signore, ve lo ripeto: siate lieti» (Fil 4,4).

127. (…) In ogni situazione, occorre mantenere uno spirito flessibile, e fare come san Paolo: «Ho imparato a bastare a me stesso in ogni occasione» (Fil 4,11). E’ quello che viveva san Francesco d’Assisi, capace di commuoversi di gratitudine davanti a un pezzo di pane duro, o di lodare felice Dio solo per la brezza che accarezzava il suo volto.

128. Non sto parlando della gioia consumista e individualista così presente in alcune esperienze culturali di oggi. Il consumismo infatti non fa che appesantire il cuore; può offrire piaceri occasionali e passeggeri, ma non gioia. Mi riferisco piuttosto a quella gioia che si vive in comunione, che si condivide e si partecipa, perché «si è più beati nel dare che nel ricevere» (At 20,35) e «Dio ama chi dona con gioia» (2 Cor 9,7). L’amore fraterno moltiplica la nostra capacità di gioia, poiché ci rende capaci di gioire del bene degli altri: «Rallegratevi con quelli che sono nella gioia» (Rm 12,15). «Ci rallegriamo quando noi siamo deboli e voi siete forti» (2 Cor 13,9). Invece, se «ci concentriamo soprattutto sulle nostre necessità, ci condanniamo a vivere con poca gioia».

L’erba del mio giardino
Adriana Zarri (Preghiere da tutte le fedi, ed. Lindau)

Fa’ che non creda che ci siano vocazioni privilegiate, più perfette, e che non presuma di abbracciarle per essere da più degli altri.
Quale che sia, la mia vocazione è la più grande; e l’erba del mio giardino è la più verde perché è quella che tu hai annaffiato per me.
Per seguire la tua voce dammi la generosità di Abramo, la prontezza di Samuele, la naturalezza di Maria.
E dammi la pazienza di attendere e l’umiltà di scegliere quella strada fra tutte, e la capacità di viverle tutte in quella unica che è mia.

(ac)

 

 

 

 

 

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