la parola cresceva

commenti alla Parola della domenica e riflessioni

VIII domenica tempo ordinario – anno C – 2022

Sir 27,4-7; 1Cor 15,54-58; Lc 6,39-45

“Il frutto dimostra come è coltivato l’albero, così la parola rivela i pensieri del cuore. Non lodare nessuno prima che abbia parlato, poiché questa è la prova degli uomini”. Tra le indicazioni di sapienza del libro del Siracide appare questa massima che rinvia all’importanza della parola. La parola infatti rivela i pensieri del cuore: viene evidenziato un rapporto tra la parola pronunciata e la fonte del pensiero e delle scelte umane che nel linguaggio biblico è il cuore. Oggi indicheremmo cuore con il termine ‘coscienza’ che indica il centro interiore della vita in cui vengono prese le decisioni e gli orientamenti di quell’agire che poi si esprime in gesti e parole. La parola è così presentata come un frutto che proviene dalla linfa e dalle radici di un albero. La parola può così manifestare la bontà e la dirittura del cuore, così come la radice buona produce un frutto buono oppure essere diversamente. Le parole manifestano anche un’opera di coltivazione, come è coltivato l’albero. Gli avvertimenti del sapiente intendono far aprire gli occhi sullo spessore delle parole, sul loro peso e rilevanza nella vita. La parola reca in sé una valenza di azione e di rapporto con gli altri: non è riducibile ad un soffio d’aria ma è molto di più. L’importanza delle parole è connessa al cuore, centro della vita, ed esse rinviano ad una coltivazione del cuore vista in parallelo alla coltivazione degli alberi. La parola è frutto delicato e importante.

“Non vi è albero buono che produca un frutto cattivo, né v’è d’altronde albero cattivo che produca un frutto buono. Ogni albero infatti si riconosce dal suo frutto… L’uomo buono dal buon tesoro del suo cuore trae fuori il bene”.

Anche Gesù, come i sapienti d’Israele ricorda la centralità del cuore. Lì nell’intimo della coscienza sorgono le parole e le scelte come frutti che nascono da un albero buono. Per questo la sua preoccupazione non è indirizzata ad un’educazione morale attenta all’esteriorità, fatta di norme e direttive, ma è preoccupato della libertà del cuore. Gesù richiama ad una all’interiorità, al profondo là dove solo può sorgere la consapevolezza di un tesoro e il germogliare della vita. Il cuore come tesoro è luogo in cui avviene quell’incontro intimo e radicale con Dio che parla nel profondo. E solamente da un cuore coltivato all’ascolto possono nascere parole buone e scelte di vita. Il bene nasce solamente da un cuore nuovo, coltivato alla parola.

Gesù non si lascia impigliare in una prospettiva di moralismo fatto di timore e di ingiunzioni e non è attratto dagli elenchi di norme e comportamenti che divengono pesi insopportabili. Sa che fiorire alla vita è percorso faticoso, come la coltivazione, che sorge solo da scelte libere e nella responsabilità personale. La sua attenzione sta nel richiamare al cuore, alla coscienza di chi lo ascolta. E non a caso la similitudine che usa è quella dell’albero. Negli alberi scorre la vita, sono parte della vegetazione che vive nel respiro di tutta la creazione: hanno bisogno di luce, di acqua, di coltivazione e i frutti sono espressione di un intreccio di elementi di vita e di agire umano.

Gesù guarda alla natura quale ambiente in cui è già presente una parola di Dio stesso. E’ una parola di vita, che evoca il dinamismo, la crescita, le interruzioni, le fatiche proprie della vita nelle sue diverse forme. Il bene come frutto di un cuore buono, tesoro da custodire e da coltivare, è non solo evocazione poetica ma indicazione di un modo di intendere la vita umana, e di come accompagnare nei cammini dell’esistenza.

L’ascolto del cuore, il rinvio all’interiorità in cui Dio è presene con la sua vita e la sua parola, il richiamo all’inscindibile legame tra il frutto e la vita intima dell’albero, infine la ripresa del riferimento alla parola – “la sua bocca infatti esprime ciò che dal cuore sovrabbonda” – … sono tutti elementi che indicano uno sguardo puntato al cuore, una profonda fiducia che sia possibile coltivare nel profondo le radici del bene che poi diventano parole e gesti, l’apertura ai percorsi di crescita possibile nella vita di ognuno, in ogni tempo della vita, la grande attenzione alla vita della natura quale luogo di un insegnamento di Dio che coinvolge nel profondo.

Gesù in questo senso è poeta: perché capace di scorgere il ‘fare’ (poiein) di Dio nella realtà, nella vita, perché pieno di fiducia nella parola e nel bene che la parola/azione arreca, perché capace di generare con la sua parola fascino e coinvolgimento, perché ispiratore di parole che recano in se stesse un cambiamento della vita ed un dono di vita per gli altri. Parole di bene, parole buone, che operano e sono generative di cambiamento, derivanti da un cuore buono.

Alessandro Cortesi op

Parola che può salvare

“Nella poesia è scritta l’umanità. La poesia ci sarà finché nell’uomo ci sarà humanitas perché il senso della poesia è di richiamare l’umano. Attingendo alla lingua profonda dell’uomo ha questo ufficio di perpetuare l’umano e di proiettarlo nelle eventuali evoluzioni ma sempre nella continuità del principio. Non solo per la poesia in sé, ma come concezione fondante del parlare e dell’ascoltare. La poesia non solo come atto creativo, ma anche come dimensione dell’umano che si esprime per qualcuno che ascolta. Questa dimensione è in pericolo, ma se la poesia resiste, e se resiste l’umano, allora ci potrà essere salvezza. Almeno lo spero”. In un’intervista a Daniele Rocchetti delle Acli nel 2005 il poeta Mario Luzi ebbe ad esprimersi così relativamente al senso profondo della poesia.

Una sua poesia intitolata Vola alta parola, (appartenente al libro Per il battesimo dei nostri frammenti, del 1985 (ora nel Meridiano curato da Stefano Verdino, 1998) evoca il volo della parola stessa come luce, trasparenza che reca presenza, portatrice di un interiorità da cui proviene per un viaggio che si apre a dimensioni sconfinate:

Vola alta, parola, cresci in profondità, 

tocca nadir e zenith della tua significazione,

giacché talvolta lo puoi – sogno che la cosa esclami

nel buio della mente –

però non separarti da me, non arrivare,

ti prego, a quel celestiale appuntamento

da sola, senza il caldo di me

o almeno il mio ricordo, sii

luce, non disabitata trasparenza …

La cosa e la sua anima? O la mia e la sua sofferenza?

David Maria Turoldo – di cui quest’anno ricorre l’anniversario della morte 6 febbraio 1992 – assimilava poesia e profezia e a questo rapporto dedica il suo componimento Poesia e profezia – Ballata della disperazione (O sensi miei, 440-443) in cui compare tale commento: «La lucidità poetica non è del mondo logico. E, quando è vera poesia, è un dovere chiedersi in cosa consista la sua diversità dalla profezia»

In un altro suo testo la poesia stessa prende parola dicendo: “Io sono” è il mio nome: / oltre il dubbio e la fede / oltre le stesse immagini / oltre ogni previsione, / sono la voce di cieli nuovi e di terre nuove. // E il silenzio / e il canto dentro il silenzio. E così il poeta invoca l’invio di profeti: Signore, ancora profeti, / uomini certi di Dio, / uomini dal cuore in fiamme. // E tu a parlare dai loro roveti / sulle macerie delle nostre parole, / dentro il deserto dei templi: / a dire ai poveri / di sperare ancora (O sensi miei, 570).

Biagio Marin, poeta che scrive nel dialetto di Grado nella sua poesia Sed tantum dic verbum in pochi versi delinea un silenzio ovvero la mancanza di una parola che può salvare la vita e che non è stata pronunciata e ha lasciato aperta la strada alla morte.

La parola che non xe stagia dita / E no l’ha t’ha salvao: / e cussì a la morte tu son ‘ndao / per la strada più drita. // Una parola sola / Te varave salvao la vita; / ma quela boca la xe stagia sita, / e la morte la svola.»

La parola che non è stata detta /e non ti ha salvato: / e così sei andato alla morte / per la strada più dritta. // Una parola sola / ti avrebbe salvato la vita; / ma quella bocca è stata zitta: / la morte svola. (traduzione a cura di Giovanni Battista Pighi e da Edda Serra in: Biagio Marin, Nel silenzio più teso, Milano, Rizzoli, 1980).

Marin evoca il dramma di una parola che può salvare e che tuttavia non giunge. E’ quella parola di pace che può cambiare una situazione. Il suo non essere pronunciata arreca conseguenza nella vita di chi da quella parola avrebbe potuto essere salvato.

In questi giorni in cui si addensano nuvole di guerra e il mondo sembra ancora rotare affascinato dietro ai fantasmi della rincorsa agli armamenti, alla follia della guerra, alla sete del potere mentre i poveri ne subiscono le conseguenze con l’aggravarsi di crisi economiche, di violenze, di deportazioni sentiamo la mancanza di quella parola di pace che non viene pronunciata, di quella parola buona, che realizza l’impossibile e potrebbe salvare aprendo direzioni di vita e non di morte e ricordare le dimensioni più profonde della vita …

E come ricorda Nelly Sachs, premio nobel per la letteratura nel 1966, si apre la domanda sulla capacità di ascolto di parole che irrompono nella notte:

Se i profeti irrompessero / per le porte della notte, / incidendo ferite di parole / nei campi della consuetudine / … / Se i profeti irrompessero / per le porte della notte / e cercassero un orecchio come patria – // Orecchio degli uomini / ostruito d’ortica / sapresti ascoltare?

Alessandro Cortesi op

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