la parola cresceva

commenti alla Parola della domenica e riflessioni

XXX domenica – tempo ordinario anno A – 2014

DSCN0535“Uno di loro lo interrogò per metterlo alla prova: Maestro, qual è il grande precetto della legge?”. Gesù è ancora interrogato da chi si avvicina a lui non per ascoltarlo, ma per metterlo alla prova. Se si confronta il brano di Matteo con il parallelo del vangelo di Marco (Mc 12,28-34) si potrebbero notare un serie di differenze importanti. In Marco il dialogo tra uno degli scribi e Gesù si svolge in un clima di simpatia, che offre il senso di una ricerca da parte dello scriba e di condivisione. Gesù riconosce questa attitudine dello scriba con parole di apertura e di speranza: “Non sei lontano dal regno di Dio”.

In Matteo nulla di tutto questo. Matteo con probabilità riprende l’atmosfera polemica che dopo il 70 segnava i rapporti tra il fariseismo e la comunità giudeo-cristiana e colloca questo dialogo di Gesù in un quadro in cui la domanda gli è posta dai farisei convenuti insieme per metterlo alla prova, come sfida.

Il dialogo è infatti introdotto all’indicazione del radunarsi insieme dei farisei, e uno tra di loro pone la domanda che verte sul ‘grande comandamento’. Il grande comandamento è riferimento alla questione dell’orientamento di fondo che dà senso a tutta la vita umana e si inserisce nella questione relativa alla moltreplicità dei precetti in cui ritrovare un filo centrale e più importante. Una corrente dell’ebraismo farisaico, quella di Hillel, prevedeva la articolazione di precetti più pesanti e più leggeri, e vedeva anche la possibilità di riassumere tutta la Torah in un unico principio. E’ la linea che Matteo riprende indicando la regola d’oro (Mt 7,12), che si ritrova anche nella tradizione rabbinica. Ma in modo generale era viva la ricerca di unificare i molteplici precetti della Torah e l’intera precettistica che si era formata nell’insegnamento orale attorno ad un nucleo fondamentale sintetico.

Ma ora la domanda posta a Gesù si connota come una sfida perché prenda posizione a favore o contro nel dibattito tra scuole religiose, nelle quali la questione è divenuta un problema fonte di discussioni raffinate fine a se stesse che non cambiano la vita.

Gesù non si sottrae, ma anziché parlare di un comandamento ne indica due; pone insieme due comandamenti che già erano presenti nella tradizione ebraica. Il riferimento è al comandamento dello Shemà (ascolta Israele) presentato nel Deuteronomio: “Ascolta, Israele: il Signore è il nostro Dio, il Signore è uno solo. Tu amerai il Signore tuo Dio con tutto il tuo cuore, con tutta la tua vita e con tutta la tua mente” (Dt 6,4-5). E aggiunge: “Questo è il grande e primo comandamento”. E’ il comandamento centrato sull’amore verso Dio. Ma Gesù accosta immediatamente a questo comandamento il comando di amore verso il prossimo che egli riprende dal testo del Levitico: “Amerai il prossimo tuo come te stesso” (Lv 19,18). Amare Dio con tutto il cuore è il primo comandamento, ma ce n’è un secondo ‘simile al primo’. Il secondo viene ad avere un’importanza pari al primo. E’ come specchio nel quale si riflette e verifica l’ascolto del primo comandamento.

Con questa affermazione Gesù pone una novità e apre una forte provocazione: non c’è amore di Dio laddove non si attua un amore concreto verso coloro che sono prossimi. A questi due comandamenti sono appesi la Legge e i profeti, quasi come due cardini su cui la porta dell’intera Scrittura e della vita sta sospesa. La parola di Gesù riporta la questione dai dibattiti di scuola alla dimensione della vita e inserisce una novità nell’accostare i due comandamenti parlando di un primo e di un secondo come specchio del primo, simile.

Forse si può anche intravedere tra le righe come egli indichi anche un ‘terzo’ comandamento, perché per amare il prossimo è necessario passare attraverso un rapporto di amore con se stessi e una comprensione di cosa significhi ‘amare se stessi’: “amerai il prossimo come te stesso”. C’è un ‘come’ che porta a guardare dentro se stessi, scoprendo che la propria identità e scoprendo lì la radice di una apertura all’incontro e alla relazione. Amando gli altri si fiorisce nelle dimensioni più profonde del proprio essere e l’attenzione alle dimensioni più profonde di se stessi apre al dono e al servizio. Nell’amore del prossimo c’è una via per trovare se stessi.
Al primo posto sta il rivolgersi a Dio con una attitudine particolare: c’è una totalità di coinvolgimento che è richiesta: ‘con tutto il tuo cuore’. Non solo alcuni settori marginali della vita. Incontrare Dio significa metterlo al centro della vita, riferimento delle scelte in tutti i momenti. Negli aspetti quotidiani e ordinari della vita. E’ un cammino, un orientamento della vita che non è mai compiuto e sempre si apre alla scoperta di nuove esigenze.

Ma il problema è anche: quale Dio amare con tutto il cuore? Il rischio di fondo è inseguire un volto di Dio che corrisponde ad una costruzione umana, a propria immagine e somiglianza, che giustifica egoismi, ripiegamenti, indiffeenza all’altro: è il grande rischio dell’idolatria. Non si può pensare di amare Dio e disprezzare i volti che recano ins e stessi l’immagine del Dio creatore e amante dell’uomo. Amare Dio che non si vede si attua nell’amare il prossimo che si vede. La verifica dell’incontro con il Dio invisibile sta nella cura e nell’attenzione concreta e situata per qualcuno, con il suo volto, con la sua storia. Amare Dio non è cosa lontana ed evanescente, ma incontra la quotidianità, si fa orientamento di vita sulla terra: non c’è amore di Dio che non passa per un amore che ha tratti non emozionali e indefiniti connessi alla voglia del momento, ma si precisa nell’orientamento scelto di cura e dedizione verso l’altro, nella decisione di farsi prossimi. Gesù smaschera in tal modo un tipo di religione in cui si possa affermare di amare Dio e contemporaneamente maltrattare l’altro o vivere rapporti di sopraffazione e violenza con gli altri. Porta a considerare che il volto di Dio da amare è il Padre che ha cura e compassione delle persone nella loro individualità e concretezza.

DSCN0552Alcune osservazioni per noi oggi

La cura per l’altro assume oggi il nome di maturare il senso dell’ospitalità. “Non maltratterai il forestiero… perché anche voi siete ststi stranieri nella terra d’Egitto”. L’attenzione al forestiero e l’accoglienza si pone come esigenza  non di benevolenza paternalistica e di elargizione di qualcosa da una condizione di sicurezza e superiorità. Piuttosto il rapporto con lo straniero è indicato quale opportunità preziosa per scoprire gli aspetti più profondi della propria identità, delle proprie radici e del senso della vita: ognuno infatti vive nella condizione di essere straniero a se stesso, di percorrere la vita come un viandante bisognoso di riparo, di riconoscimento, di pane e dignità. E’ quindi occasione per aprirsi alla memoria della condizione di spaesamento presente nella propria esperienza, di difficoltà e necessità di trovare patria e accoglienza, della tensioen insita a porsi in relazione da bisognosi e portatori di doni nello stesso tempo. E’ la condizione che accomuna tutti gli esseri umani, chiamati ad una custodia reciproca nel cammino che li vede intrecciati insieme nella vita. La questione del rapporto con gli stranieri è oggi un luogo di scoperta del senso dela prorpia esistenza: proprio per questo scatena le paure più ataviche e genera reazioni di esclusione. E’ faticoso scoprire le profondità del proprio essere. Ma proprio l’appello e la presenza stessa dello straniero povero, provoca a guardare in profondità a se stessi. Conduce a scoprre di essere stranieri e bisognosi di quel mantello donato, che è l’unica copertura contro il freddo, per sopravvivere nelle notti dell’esistenza.

Si potrebbe allargare oggi la considerazione del duplice comandamento ‘ama Dio ama il prossimo’ fino a ritrovarvi l’indicazione di ‘amare la terra come se stessi’: la terra (adamah) da cui l’umanità (adam) è tratta. Oggi siamo di fronte all’appello a maturare uno sguardo ad un rapporto con Dio che passa attraverso l’attenzione e la cura alla terra come realtà vivente di cui l’umanità partecipa e che è matrice e grembo che custodisce le creature, ma che richiede anche custodia e salvaguardia. Ama Dio e il prossimo si collega ad un amore alla terra.

Paolo indica alla comunità di Tessalonica uno stile di vita: “voi avete seguito il nostro esempio e quello del Signore, avendo accolto la Parola in mezzo a grandi prove, con la gioia dello Spirito santo”. La vita cristiana si connota come accoglienza della Parola, nella forza dello Spirito, e nella gioia di fondo che solo dallo Spirito deriva. Può essere anche racchiusa nell’espressione ‘seguire l’esempio del Signore’ e di tutti coloro che hanno ritradotto nella loro esperienza lo stile di Gesù. Un richiamo ad una concretezza dell’esempio che genera la domanda e il coinvolgimento. Uno stile di comunicazione del vangelo in questo tempo, non basato su discorsi persuasivi di sapienza, non esaurito in parole vuote che non cambiano la vita, ma sulla potenza dello Spirito accolto in scelte concrete e in orientamenti di impegno e di coinvolgimento personale.

Alessandro Cortesi op

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