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commenti alla Parola della domenica e riflessioni

XXIX domenica tempo ordinario – anno B – 2018

IMG_1429 2.jpgIs 53,10-11; Eb 4,14-16; Mc 10,35-45

Una delle pagine del secondo-Isaia, profeta del tempo dell’esilio di Israele, presenta l’enigmatico profilo del ‘servo di Jahwe’. Dietro a questo appellativo sta una figura difficile da cogliere, perché da un lato può essere riferito ad una collettività, forse ad Israele nella sua storia di popolo oppresso e colpito. D’altra parte alcuni tratti del servo sono riferimenti ad un individuo singolo. Il servo di Jahwé è un uomo che subisce rifiuto e oppressione, e per l’esempio della sua vita vissuta in fedeltà a Jahwé è sottoposto a tortura disprezzo e sofferenza fino alla morte. “Disprezzato e reietto dagli uomini, che ben conosce il patire”.

L’autore di questa pagina accosta il ritratto di quest’uomo offeso e privato di dignità e bellezza all’immagine di una pianta appena nata in mezzo al deserto. Benché attorno a lui domini la violenza e l’offesa, che non portano vita, ma morte, aridità appunto, la sua testimonianza è per contro un segno carico di fecondità per altri. E’ come una radice in terra arida. Egli sperimenta la contraddizione e il rifiuto ma fa sorgere una vita nuova per tutti. “vedrà una discendenza, vivrà a a lungo”. Il suo soffrire è letto come luogo di salvezza per altri, come il rito di sacrificio che costituiva esperienza della vicinanza di Dio che offre salvezza e perdona i peccati. Con la sua vita compie il progetto di salvezza di Dio. Dio infatti è liberatore e desidera salvezza per tutti. Accoglie la fedeltà di qualcuno, di un piccolo ‘resto’ rimasto fedele, per riproporre per tutti il suo dono di salvezza. “Il giusto mio servo giustificherà molti, egli si addosserà la loro iniquità”.

Questa figura del servo di Jahwè è stata vista dai primi cristiani che leggevano le Scritture ebraiche come una prefigurazione del cammino di Gesù: la sua via appare come quella del ‘servo di Jahwè’.

Nel dialogo presentato da Marco al cap 10, Gesù risponde ad una esigenza di due discepoli che lo seguivano sulla strada: “Maestro, noi vogliamo che tu ci faccia quello che ti chiederemo… concedici di sedere nella tua gloria uno alla tua destra e uno alla tua sinistra”. Sorprende innanzitutto cogliere come Giacomo e Giovanni, i più vicini a Gesù, poco comprendano della sua via e del suo progetto. Marco è attento a sottolineare tale incomprensione e durezza di cuore.

Nelle parole di risposta di Gesù ai due desiderosi dei primi posti si fa riferimento a due simboli, il calice e il battesimo, indicazione velata del cammino di Gesù “Potete bere il calice che io bevo , o ricevere il battesimo che io ricevo”. Il calice nella Bibbia indica la situazione che gli empi devono subire. Nel salmo 75 si legge: “nella mano del Signore è un calice ricolmo di vino drogato, fino alla feccia ne dovranno sorbire ne berranno tutti gli empi della terra” (Sal. 75,9). E’ un segno che rinvia alla collera e alla condanna da parte di Dio nei confronti degli empi. Ma anche il calice è il segno della comunione con Dio e dell’offerta a lui del ringraziamento per la salvezza. Nei riti e nel momento dei pasti il calice significava tale comunione e tale offerta. Il simbolo del calice rinvia al fatto che Gesù ha preso su di sé la condizione di chi è più lontano, dell’empio e che la sua vita è nell’orizzonte della solidarietà con tutti, ed è una consegna radicale a Dio suo Padre e per gli altri.

L’immagine del battesimo o immersione indica lo sprofondarsi in una situazione di morte e di prova. Nel salmo 69,3 si legge: “affondo nel fango e non ho sostegno, sono caduto in acque profonde e l’onda mi travolge; sono sfinito dal gridare e riarse sono le mie fauci: i miei occhi si consumano nell’attesa del mio Dio”. Gesù entra nel buio della morte e condivide tale condizione.

Ai suoi dice che non sta a lui concedere i posti nel regno: il ‘regno’ è dono del Padre e non dipende da quanto gli uomini pretendono o progettano. I due discepoli manifestano sicurezza e ingenuità nel dire ‘noi possiamo compiere questo cammino. Ancora non comprendono e sono chiusi nei loro schemi di affermazione.

Gesù intende condurli a concepire la vita e ad orientare le lor domande secondo orizzonti totalmente nuovi: “Voi sapete che coloro che sono ritenuti capi delle nazioni le dominano e i loro grandi esercitano su di esse il potere. Fra voi però non è così; ma chi vuol essere grande tra voi si farà vostro servitore, e chi vuol essere il primo tra voi si farà servo di tutti”.

La vita di Gesù si sintetizza in queste parole, la strada che egli sta percorrendo è quella del servizio e del dono di sè. Nella sua prassi egli attua la missione del ‘servo’.

“Il Figlio dell’uomo infatti non è venuto per essere servito ma per servire e dare la propria vita in riscatto per molti”. Figlio dell’uomo rinvia ad una figura presentata nel libro di Daniele che viene a giudicare con il potere di Dio (Dan 7,13): il potere di Dio è una forza debole e diversa rispetto alle attese umane: si rende presente nel servire.

Gesù propone ai suoi un modo alternativo di vivere i rapporti con gli altri e nella stessa comunità chiamata a scoprire il senso del servizio: ‘fra voi non è così…’. In contrasto con la ricerca dei primi posti Gesù invita ad una libertà nuova, alla ricerca della gratuità.

Alessandro Cortesi op

Kyrill - Bartolomeo

Inquietudini e rotture ad Oriente

Nelle chiese ortodosse sta accadendo qualcosa di importante e grave, una rottura che ha dimensioni e conseguenze difficilmente calcolabili per la vita dei popoli e per il cammino delle chiese. L’11 ottobre il Sinodo di Costantinopoli, presieduto dal patriarca Bartolomeo I, ha deciso “di procedere alla concessione dell’autocefalia della Chiesa ucraina”. Bartolomeo che è primus inter pares tra i capi delle chiese che costituiscono la Chiesa ortodossa orientale ha preso questa decisione in un quadro segnato dalle vicende storiche del passato e del presente.

Le motivazioni di tale scelta affondano le radici in una storia lontana e nelle vicende più recenti. Il cristianesimo giunse in Russia con la conversione del principe Vladimir di Kiev nel 988. Da Kiev quindi dall’Ucraina la fede cristiana si diffuse in Russia. Nei secoli l’importanza della chiesa russa è cresciuta soprattutto a seguito della caduta dell’impero bizantino quando Costantinopoli nel 1453 fu conquistata ai turchi. Mosca assurge così al ruolo di terza Roma nel cristianesimo. Nel 1589 il metropolita di Mosca si proclama patriarca della Chiesa russa e nel 1686 prende l’eredità del patriarcato di Kiev.

Nel 1991 dopo lo smembramento dell’Urss, la Chiesa ortodossa ucraina, legata a quella russa, si è divisa in tre parti: la parte più numerosa è composta dalla chiesa ortodossa ucraina sotto la giurisdizione del patriarcato di Mosca; la Chiesa ortodossa ucraina dell’autoproclamato patriarcato di Kiev guidata da Filarete; una piccola chiesa autocefala, la chiesa ortodossa autocefala ucraina di Macario. La decisione di Bartolomeo I comporta di fatto la revoca di una decisione del 1686 che poneva Kiev sotto la giurisdizione di Mosca (cioè il Patriarca di Mosca aveva il diritto di ordinare il Metropolita di Kiev), affermado che la lettera sinodale dell’anno 1686 fu “rilasciata per le circostanze dell’epoca”. Viene quindi proclamata “la sua dipendenza canonica dalla Chiesa Madre di Costantinopoli”. Le ultime due chiese (di Filarete e Macario) verrebbero così a formare la nuova Chiesa autocefala; ma questa, senza la Chiesa ucraina-russa rimarrebbe monca.

La Chiesa russa aveva preannunciato che, nel caso Costantinopoli avesse approvato la richiesta di indipendenza del patriarcato di Kiev, avrebbe proclamato lo scisma, cioè la rottura della comunione eucaristica con Costantinopoli. Così Kirill, patriarca di Mosca e di tutte le Russie, ha “sospeso la Comunione eucaristica” con Costantinopoli, annunciando la decisione durante il Sinodo del 15 ottobre u.s., a Minsk in Bielorussia. “Con nostro grande dolore”, si legge nella Dichiarazione del Patriarcato di Mosca, “i membri del Santo Sinodo hanno ritenuto impossibile continuare ad essere in comunione eucaristica con il Patriarcato di Costantinopoli”.

Le decisioni prese e la situazione di rottura prodotta avranno profonde conseguenze nei rapporti all’interno dell’ortodossia e nel quadro più ampio del mondo cristiano, e non sono senza risvolti di tipo politico.

Tutto ciò avviene infatti in un momento in cui il Cremlino dopo l’annessione della Crimea nel 2014 sta conducendo una politica imperialistica in Ucraina dove è in corso una guerra nella regione del Donbass.

“Da parte sua, il presidente ucraino Petro Poroshenko ha legato le sue fortune politiche all’ottenimento della “autocefalia”. E, se il ministro degli esteri russo Serghiei Lavrov ha detto che la decisione dell’11 ottobre è “una provocazione organizzata dal patriarca Bartolomeo col diretto sostegno di Washington”, Putin ha convocato il Consiglio russo di sicurezza per valutare le conseguenze della contestata “autocefalia ucraina”. E la “prima Roma”? Sul suo versante, di fronte al tremendo dissidio Mosca-Costantinopoli, si trova in croce”. (Luigi Sandri, A oriente incombe lo scisma,“Trentino” 15 ottobre 2018).

Tra voi però non è così…  la parola del vangelo rimane sfida per una testimonianza di Gesù credibile nel difficile presente.

Alessandro Cortesi op

 

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