la parola cresceva

commenti alla Parola della domenica e riflessioni

IV domenica di Pasqua – anno C – 2013

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At 13,43-52; Sal 99; Ap 7,9-17; Gv 10,27-30

Ascoltare la voce, conoscere, seguire. Sono tre verbi al cuore della pagina del vangelo. Gesù parla di se stesso come pastore che conosce le sue pecore. “Le mie pecore ascoltano la mia voce e io le conosco ed esse mi seguono”.

Ma è importante accogliere queste parole di Gesù nel contesto in cui sono poste. Gesù – dice Giovanni poco dopo è nel tempio e sta camminando nel portico di Salomone, in un giorno di festa, la festa della Dedicazione (Gv 10,22-23). Contrappone in modo drastico ladri e briganti a colui che è autentico pastore. Parla di se stesso come di un pastore, che ha tante pecore, anche oltre il suo recinto. “Ed esse ascolteranno la sua voce e diventeranno un solo gregge, un solo pastore” (Gv 10,16). Sono parole che suscitano la reazione dei Giudei (termine che nel IV vangelo viene usato per indicare gli oppositori a Gesù, che non si aprono all’ascolto). Gesù richiede di riconoscere nelle sue opere, nel suo stile un segno del suo essere Figlio, una sola cosa con il Padre. Ma allora ciò significa la rottura di recinti, il richiamo ad un ascolto di Dio che si attua nel seguire Gesù. E il buon pastore è colui che dà la vita per le sue pecore. Questo non è sopportabile per chi è preoccupato di un sistema religioso e non di seguire Gesù sulla via della concretezza della custodia e della cura.

La questione di fondo si accentra sull’ascolto. La voce innanzitutto. Tante voci si affollano attorno a noi ed è importante riconoscere la voce a cui prestare ascolto. Non è cosa scontata: molte sono le voci di ladri e briganti, di chi è solo interessato ad un proprio vantaggio e non accoglie né incontra ma utilizza gli altri. Viviamo nell’esistenza esperienze in cui una voce dice qualcosa di più di un soffio – flatus vocis, soffio che va e si disperde-: Sostare per riconoscere nella confusione una voce familiare, propria, è esperienza che apre il cuore. Nella lontananza ascoltare e riconoscere voci che richiamano alla casa, nel pericolo percepire voci che si avvicinano per offrire soccorso, in un ambiente estraneo improvvisamente udire voci che recano parole comprensibili, voci vicine. La voce è qui molto più che la voce sola. E’ dono di presenza, comunicazione, possibilità di incontro. Lascia tracce profonde nel cuore. Ed è anche esperienza quotidiana il riconoscere nel tono di una voce amica, nelle sue sfumature, i sentimenti che stanno dietro, le ansie o le stanchezze, le speranze o le richieste, il desiderio di comunicazione o la richiesta di aiuto. La voce è sempre voce di qualcuno, di un volto, di una presenza, di un tu che, proprio nella sua voce inconfondibile, si fa appello e getta un ponte. Il suono e il tono di un voce è ben di più di un fenomeno fisico: dice apertura e promessa, possibilità di incontro. La voce di qualcuno non è solo il suo pensiero, la sua parola, ma è esperienza di sensi, possibilità di contatto profondo, intimità e comunicazione di quanto si rivela solo a chi distingue le sfumature di una voce. La voce non è parola fredda ma reca con sé colori unici di sentimento, di moti profondi. La voce, il suo tono, il timbro, l’accentuazione comunicano un’interiorità.

Le voci che occupano le giornate sono tante: nel tempo della sovrabbondanza di voci che si accavallano e non lasciano spazi al silenzio non è facile ascoltare e non è immediato distinguere le parole autentiche, riconoscere le voci importanti.  Colpiti da tante voci, diverse ed anche opposte tra loro ascoltare è arte difficile, che non s’improvvisa. Gesù contrappone diversi tipi di ascolti: nel IV vangelo evoca le pecore che ascoltano la voce mentre attorno opposizione e ostilità stanno crescendo contro di lui. Le voci delle autorità religiose si alzano per ridurre la sua voce al silenzio. E Gesù parla delle pecore che ascoltano la voce del pastore e sanno riconoscere quella voce come indicazione per i loro percorsi. ‘Le mie pecore ascoltano la mia voce e mi seguono’: forse il suo pensiero andava al gesto dei pastori che dopo aver riunito pecore di diverse greggi in un ovile radunavano le proprie con la voce spingendole verso il pascolo. Riconoscere la voce è per Gesù richiamo a saper distinguere una chiamata che si colloca dentro la propria esistenza, voce dell’unico pastore che ha cura delle pecore che desidera per loro la vita. In Apocalisse (seconda lettura) si parla dell’agnello, immagine di Gesù Cristo morto e risorto, come ‘pastore che guida alle sorgenti della vita’. Gesù evoca l’ascolto della sua voce in contrasto con tante altre voci che pretendono di sovrastare la sua o di sostituirsi. Sono le voci di chi pretende di mettersi al posto di Dio senza rimanere in un ascolto che de-centra e contesta ogni pretesa di potere come dominio e non come servizio.

Ascoltare: è la prima attitudine del credente. Ascolta Israele… Se ascolterete le mie parole… Parla Signore, che il tuo servo ti ascolta…

Ascolto è rimanere in attesa, è attitudine di apertura ad una parola da ricevere, a cui offrire accoglienza e custodia. E’ in fondo riconoscimento di due strutture fondamentali dell’esistenza umana: siamo infatti innanzitutto poveri e  bisognosi di una parola che sia riconoscimento, bisognosi di un volto che parla, come un bambino ha bisogno di potersi riconoscere in un volto e in una parola che lo precede. E siamo esseri di risposta, chiamati a rispondere, a dare ascolto nell’ascolto che ci precede e ci custodisce: la parola accolta è sempre appello, invito, e domanda sospesa ad una risposta e ad un cammino verso l’altro.

Chi ascolta non pretende innanzitutto di prendere spazio e di imporsi, ma ascoltare è attitudine di mitezza. Chi ascolta lascia spazio agli altri e offre attenzione nel convincimento di non aver già tutto chiaro, nell’aver bisogno della verità dell’altro. Così ascoltare Dio passa anche attraverso l’ascolto degli altri. La parola di Dio ci raggiunge anche attraverso le voci, spesso nascoste o soffocate, da riconoscere e accogliere, di chi ne è testimone, anche senza saperlo.

Conoscere: in tutta la Bibbia il significato del ‘conoscere’ rinvia al rapporto intimo, personale. Gesù parla delle pecore che conoscono il pastore e si presenta come unico pastore a cui far riferimento, in contrasto con tanti pretesi pastori che intendono guidare ma secondo i propri interessi. Conoscere è come, l’ascolto, tutto il contrario di un percorso facile, immediato, o frutto di strategie. E’ piuttosto meta di un lento imparare, di un accostarsi  attento e delicato alla vita dell’altro. Conoscere non si esaurisce in un sapere intellettuale o in contatti superficiali, e non giungerà mai alla falsa illusione di saper tutto dell’altro, ma è un lasciarsi abitare dall’altro, sempre nuovo, sempre da ricominciare. E si affina e si compie nello ‘stare davanti’  e nello ‘stare presso’ l’altro. Conoscere è possibile così solamente in chi coltiva un cuore ospitale e  aperto. Il consumo di rapporti, l’idea che si conoscono tanti amici (le centinaia di amici su facebook!)è illusione che impedisce di maturare la pazienza di costruire lentamente e nel silenzio la profondità di rapporti personali.

Conoscere è sinonimo di custodire: la custodia di una intimità che non può mai essere svenduta. Una certa tendenza oggi presente anche nel mondo ecclesiale nel valorizzare testimonianze di persone che mettono in pubblico i propri percorsi interiori, per chi conosce la fatica del ‘conoscere’ fa sorridere al pensiero della superficialità e della vacuità di questi stessi percorsi. C’è un’intimità del conoscere, anche nell’esperienza della fede, da custodire con il senso di preziosità di un tesoro. Esso può solo essere sussurrato in incontri da persona a persona e non esposto nell’ottica del consumo della comunicazione di massa. Conoscere è rinvio all’intimità, ed anche alla concretezza di una consuetudine di incontro che diviene nutrimento reciproco nella vita, abbeverarsi alla presenza dell’altro, avvertire la medesima corrente di vita che passa nelle proprie fibre, così come i tralci si muovono nella linfa che proviene dalla vite. In questo senso conoscere implica uno stare ed un rimanere presso l’altro. “Chi rimane in me e io in lui porta molto frutto…” (Gv 15,5)

Seguire. Le mie pecore mi ascoltano e mi seguono. Se il conoscere implica uno stare, la vita con Gesù, l’esperienza di fede si connota come cammino, come un andare. L’ascolto di Gesù e il conoscere lui e la sua voce che chiama conduce ad una apertura, ad un andare, ad un ripartire anche nelle situazioni in cui i cieli sono chiusi e non sembra esserci futuro. Gesù parla di pecore che ascoltare il pastore mentre attorno si stringe il cerchio minaccioso dell’ostilità e del rifiuto, mentre raccolgono pietre per lapidare il pastore che dà la vita. La sua via, via dell’amore, è in contrasto con le pretese di tanti pastori che non sanno riconoscere l’unico grande pastore, colui che ha percorso la via della croce, il crocifisso risorto, l’agnello immolato e ritto in piedi.

Seguire è certo un mettersi in movimento, un aprirsi ad un cambiamento che ad ogni età si rinnova come cambiamento interiore, ma è anche il seguire Gesù sulla via che lui ha percorso. Ha poco a che fare con i successi umani e le realizzazioni di carriera, di potere o di affermazione riconosciuta. E’ seguire la via della croce che è via del servizio e di un dono in cui il conoscere, e l’ascolto si declinano nel quotidiano, in rapporto con Lui e nel riconoscerlo tra i volti che ci è dato incontrare: oltre ogni recinto. Nella fiducia che in questo ascolto l’unico pastore fa camminare le sue pecore verso un orizzonte di comunione. “Il Padre mio che me le ha date, è più grande di tutti e nessuno potrà strapparle dalla mano del Padre”. In questo cammino sta la fede di Gesù, ed in esso sta anche la nostra fede.

Alessandro Cortesi op

 

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